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  • Arte e poesia di strada a Genova: in arrivo la mappa della street art cittadina

    Arte e poesia di strada a Genova: in arrivo la mappa della street art cittadina

    street-art-writer-murales-CStreet art, graffiti, street action: ormai nel resto del mondo (Banksy docet) questo tipo di comunicazione artistica è stata sdoganata da qualsiasi pregiudizio ed è assurta a pieno titolo al rango di Cultura con la C maiuscola. La novità è che da qualche tempo questo approccio all’arte di strada sta diventando sempre più popolare anche nella refrattaria Italia, e nella ritrosa Genova. Lo dimostra la maggiore attenzione e sensibilità delle stesse amministrazioni locali, che iniziano (è il caso di Milano con Blu e altri) a ingaggiare writers famosi per decorare zone della città fatiscenti, organizzare esposizioni e supportare iniziative sul territorio.

    Festival Internazionale di Poesia di Strada: da Milano a Genova

    La street art tradizionale si evolve in forme di espressione più moderne e poliedriche, che declinano l’uso tradizionale della bomboletta in modi nuovi. È il caso dell’artista Pao e dei suoi panettoni-pinguino per le strade di Milano, o ancora dei geniali cartelli stradali di Clet Abrahams, in giro per tutta Italia (e non solo). Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, citiamo ancora, non a caso, Ivan Tresoldi (http://www.i-v-a-n.net). Ai più attenti alle novità della scena underground nostrana non sarà sfuggito questo  artista milanese, classe ’81, che da ormai oltre 10 anni con le sue “scaglie” si è imposto sulla scena artistica mondiale: chi frequenta Milano, dalla Darsena ai navigli, avrà notato le sue poesie, brevi frasi sparse in giro per la città, come piccole perle nascoste (“chi getta semi al vento farà fiorire il cielo” o “Il futuro non è più quello di una volta”). Con le sue scaglie Ivan ha il merito di aver aperto il fronte della Poesia di Strada e di aver riportato in auge la poesia, che oggi pare (il mercato editoriale parla chiaro) dimenticata, obsoleta, superata.

    Proprio da una sua idea, nel maggio 2013 si è svolto a Milano un primo sperimentale Festival Internazionale della Poesia di Strada. Una tre giorni di eventi, con decine di poeti di strada da tutta Italia, slam, performance e musica, all’interno del Cs Cantiere ma soprattutto fuori, per le strade della città. L’esperienza ha avuto successo e si è scelto di ripeterla anche nel 2014, questa volta a Genova: sabato 17 e domenica 18 maggio, il capoluogo ligure ha ospitato la seconda edizione del Festival, che ha preso per l’occasione il nome di PAGE – Public Art in Genoa.

    La street art a Genova, l’esperienza di PAGE

    Durante PAGE, sono stati scelti simbolicamente per essere invasi da poesia e colore i quartieri di Prè, Ghetto e Maddalena. Daniela Panariello, una delle organizzatrici di PAGE, ci spiegava qualche tempo fa: “L’idea di PAGE, come dice il nome, era quella di vedere la città come una pagina da ri-scrivere: non qualcosa di totalmente vuoto e da riempire, ma una uno spazio che ha già una propria storia e va ripensato”.

    PAGE ha travolto la città con performance di poeti urbani che hanno scelto le saracinesche del centro come spazio in cui trascrivere le loro emozioni. Hanno partecipato oltre 40 poeti da tutta Italia, ciascuno condividendo parole e colori per scrivere una nuova pagina di poesia collettiva (tra i vari, Fischidicarta, Francesca Pels, Ste-Marta, Mister Caos, lo stesso Ivan Tresoldi, Poesie Pop Corn). Si è trattato di un evento totalmente auto-prodotto: gli artisti si sono inoltrati nel cuore pulsante dei caruggi “zeneizi” e hanno colorato le saracinesche del centro, terminando il percorso nel Ghetto e anticipando l’inaugurazione di Piazza Don Gallo.

    Dopo PAGE, le iniziative per la rigenerazione dello spazio urbano

    L’iniziativa ha avuto un valore sociale di rigenerazione dello spazio urbano: lo scopo era quello che, dopo questi due primi progetti pilota, si potesse estendere questa formula ad altre città, rendendole più cosmopolite (sul modello di Berlino, con la East Side Gallery e la Tacheles, e di Parigi, con La Tour 13). E così è stato: dopo PAGE, ora Genova sta realizzando una mappatura della street art sul territorio cittadino per l’avvio di uno “street art tour”, che sarà inserito all’interno di una mappa internazionale online. La mappa sarà visibile sul blog aperto solo qualche giorno fa http://pagenova.wordpress.com. L’itinerario artistico, rivolto a un turismo giovane e dinamico, sarà reso possibile grazie al lavoro degli organizzatori di PAGE, in collaborazione con altre realtà locali e non, come i ragazzi di Trasherz Organisation di Sampierdarena. Per il momento la mappa comprenderà i lavori realizzati nel corso del festival PAGE di maggio, ma sarà costantemente arricchita, andando ad elencare nuovi progetti.

    «Gli street art tour ormai sono abbastanza comuni nelle capitali europee – racconta Daniela Panariellovogliamo iniziare a importali anche in Italia, per svecchiare il turismo nostrano e valorizzare non solo i reperti antichi ma anche le nuove espressioni, che sono opere d’arte a tutti gli effetti. Ci piaceva partire da Genova, la città più “vecchia” d’Italia in termini di età media, per attirare giovani visitatori in zone solitamente meno battute ma piene di valore sociale e culturale».

    Inoltre, prevista anche la proiezione di video sulla street art alla Maddalena, in collaborazione con il Teatro Altrove. Saranno presenti anche artisti, esperti, critici, per avviare un dibattito attorno all’argomento: il tutto, entro novembre.

     

    Elettra Antognetti

  • Biennale della prossimità, impegno civile e cittadinanza attiva: a Genova oltre 70 associazioni

    Biennale della prossimità, impegno civile e cittadinanza attiva: a Genova oltre 70 associazioni

    Piazza-lavagna-vicoli-centro-storico-D2Sempre di più nella società contemporanea avvertiamo problematiche e disagi a livello sociale, talvolta impensabili fino a qualche decennio fa: dal problema del diritto (spesso negato) alla casa, al diritto al lavoro, alla tutela dei consumatori. Si tratta di tematiche che siamo spesso impreparati ad affrontare, in una società che tende all’individualismo e all’esclusione, con un’amministrazione pubblica occupata a risolvere ben altri problemi. In questo contesto, forse molti di noi non si sono accorti che, per dare un risposta a questi bisogni, da tempo sono sorte associazioni locali no-profit e interessate al sociale, che lavorano in sordina e arrivano laddove chi ci amministra non riesce ad arrivare.

    Per rendere noto il lavoro di questi volontari, in autunno a Genova si svolgerà la prima edizione dell’evento nazionale “Biennale della Prossimità”. Si tratta di una manifestazione di 3 giorni, dal 10 al 12 ottobre, in cui per le vie del centro storico si altereranno incontri e convegni, e soprattutto tanti giochi, momenti ludici e di divertimento organizzati dalle oltre 70 associazioni partecipanti, provenienti da tutta Italia.

    L’iniziativa è stata promossa dalla Rete Nazionale per la Prossimità, un network di organizzazioni nato nel 2013 per la promozione della cittadinanza attiva, e di cui fanno parte il Consorzio Nazionale Idee In Rete, ISNet – Spesa Utile, Fondazione Ebbene, Social Club Torino, Social Club Genova, Consorzio Emmanuel – Emporio solidale Lecce.

    Ma cos’è nello specifico questo evento? E perché il nome “Biennale della Prossimità”? Ne parliamo con Sergio Revello, dell’associazione Co.Ser.Co. «Un appuntamento dedicato alle comunità locali, alle persone e alle loro esigenze, in ottica di “prossimità”. Durante la Biennale ci domanderemo come andare incontro ai bisogni sociali e proveremo a fare retePerché a mio avviso sulle tematiche del terzo settore non c’è la giusta attenzione da parte delle istituzioni. C’è stata prima una disaffezione culturale, poi una conseguente riduzione di fondi. Sono cambiate le priorità: non interessano i temi collettivi ma quelli privati».

    «Avremmo potuto chiamarla Biennale dell’impegno civile, della cittadinanza attiva o dell’auto-organizzazione, ma cercavamo qualcosa di più immediato anche per i non addetti ai lavori, qualcosa che non andasse spiegato: tutti sanno cosa significa “prossimità”. Il senso è di valorizzare la cooperazione volontaria e la mutualità, senza delegittimare le istituzioni, che devono svolgere il loro lavoro nel terzo settore senza trascurarlo come spesso fanno».

    L’idea è nata prendendo atto del fatto che «ci sono molte realtà del terzo settore che svolgono un ruolo di supplenza dello Stato, per quanto riguarda i diritti dei cittadini e i bisogni dei quartieri. Così abbiamo pensato di organizzare un momento di incontro tra soggetti come coop sociali, associazioni di volontariato e di promozione sociale. Oggi, infatti, queste realtà si accollano compiti più grandi delle loro reali possibilità: ci sono così poche iniziative nel terzo settore finanziate dalle amministrazioni locali che sono come una goccia nel mare. Il grosso del lavoro è fatto dalle associazioni, spesso senza finanziamenti e in autonomia totale. È anche difficile fare rete tra noi operatori perché siamo dislocati sul territorio e non disponiamo di grandi mezzi. Per questo, la Biennale dovrebbe servire ad avvicinarci e favorire lo scambio di idee, esperienze, progetti».

    I tre giorni saranno articolati in 4 aree tematiche. «La prima, dedicata al lavoro, alle innovazioni e alle nuove modalità di organizzazione, dal coworking alle altre forme di aggregazione. Si parlerà anche di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati e di tutto quello che ruota attorno a questo mondo. In secondo luogo, ci occuperemo di territorio: la visione urbana e il miglioramento della vivibilità dei quartieri. Contestualmente, si parlerà anche di diritto alla casa e risposta a bisogni concreti, con il coinvolgimento, tra le altre, delle associazioni genovesi legate alla situazione della ex Caserma Gavoglio e alla Val Bisagno».

    Terzo tema, i consumi sostenibili: «oggigiorno è difficile consumare prodotti di qualità perché in molti non se lo possono permettere. Per questo promuoviamo la conoscenza di gruppi d’acquisto e ambulatori sociali d’acquisto a prezzi calmierati, che garantiscono un buon rapporto qualità/prezzo». Da ultimo, la Biennale si occuperà di bisogni sociali, tossicodipendenze, disagio mentale e inclusione. «Si tratta di problematiche per cui c’era più attenzione in passato, a partire dagli anni ’70; ora, invece, sembra ci siano altre priorità e meno risorse, e per questo passano più inosservate».

    Dove si svolgerà la Biennale

    Piazza Banchi«Per ogni tematica, una location: Loggia dei Banchi sarà dedicata al tema del lavoro; alla Maddalena si parlerà di territorio; ai Giardini Luzzati di consumi; infine, alla Commenda di Pré, Santa Brigida e Via del Campo di inclusione. Abbiamo voluto privilegiare spazi aperti, invece dei soliti luoghi per convention e dibattiti, per aprirci alla cittadinanza e cercare un approccio diverso da quello tradizionale. Ci sarà un momento più convenzionale venerdì, il primo giorno, con discorso inaugurale e pres

    entazione delle associazioni; sabato e domenica, invece, ci saranno stand fieristici in giro per il centro. Daremo spazio a giochi, danze, performance in strada: ciascuno sarà libero di raccontare il proprio impegno sociale nel modo che gli è più congeniale, coinvolgendo i cittadini. Il nostro modello è quello del Festival della Scienza».

    Un evento ancora più importante perché di rilevanza nazionale… «Sì. Le 70 associazioni partecipanti provengono da 15 regioni d’Italia. Molte sono genovesi (come Yeast, Ama, CoSerCo, Il Laboratorio, Comunità di San Benedetto ecc., n.d.r.) o di aree limitrofe perché hanno budget ridotti e poca disponibilità di spostamento. Siamo contenti di poter ospitare un evento di questa portata».

    Come mai è stato scelto proprio il capoluogo ligure come sede? «Per due motivi: prima cosa, per la caratteristica urbanistica e sociale del centro storico, che tende a favorire l’inclusione identitaria, il recupero della dimensione comunitaria e nutrirsi della diversità, mantenendo caratteristiche non alienanti. Inoltre, c’è stata la richiesta di molti partner nazionali di ambientare l’evento a Genova perché è una realtà paradigmatica: a fianco di istituzioni autoreferenziali, trovano spazio tanto piccole iniziative volontarie, comitati di quartiere, associazioni no profit, ecc. Da Prà, al Lagaccio, a Molassana, passando per la Maddalena, non mancano iniziative spontanee e tentativi di fare rete per rispondere a bisogni contingenti. Genova in questo senso è molto più sviluppata di altre città italiane, in cui i bisogni sono gli stessi ma la capacità di aggregarsi è più arretrata. Ci sono qui realtà che si danno molto da fare: i Giardini Luzzati sono già consolidati, i Giardini di Plastica stanno emergendo, e ce ne sono moltissimi altri. Siamo una città effervescente e attiva».

    La Biennale sarà interamente auto-finanziata e non godrà di sostegno economico da parte degli enti pubblici. «Non percepiamo soldi pubblici, è un evento volontario e auto-finanziato dalle stesse associazioni, che per partecipare versano una quota di 100 euro a testa. Essendo 70 in totale, abbiamo un budget di 7 mila euro: lavoriamo a costo zero, visto che di norma per un evento del genere si dispone di cifre di 100 mila euro. Gli allestimenti saranno spartani, la comunicazione esterna nulla (ad esclusione dei social, Radio Gazzarra e altre due radio del sud che trasmetteranno la diretta degli eventi)».

     Il programma completo degli eventi è disponibile cliccando qui

    Elettra Antognetti

     

  • Comune di Genova, SOS risorse insufficienti: da Roma oltre 123 milioni in meno in quattro anni

    Comune di Genova, SOS risorse insufficienti: da Roma oltre 123 milioni in meno in quattro anni

    Veduta notturna del Centro Storico di GenovaChi ricorda le roventi giornate che 12 mesi fa avevano portato con molte difficoltà all’approvazione del bilancio previsionale per il 2013, con le proteste dei lavoratori delle partecipate e i prolungati scioperi dei lavoratori di Amt, sarà rimasto stupito dalla velocità con cui le operazioni sono state condotte quest’anno (qui l’approfondimento). Il presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello, memore del passato, si era cautelato convocando quattro giorni consecutivi di seduta ordinaria ma ne sono bastati appena due.

    Tuttavia, il rischio di percorrere sentieri irti e lastricati di ostacoli non era così remoto: il clima, infatti, tra contrasti interni alla maggioranza e opposizioni sul piede di guerra per la delibera di indirizzo sul nuovo ciclo dei rifiuti (qui l’approfondimento) che, appunto, ha anticipato di una settimana la discussione sul bilancio, era tutt’altro che sereno. Ma archiviata, almeno temporaneamente, la questione Amiu e fronteggiate le manifestazioni di dissenso dei cittadini della Valbisagno che chiedono la chiusura del sito di Volpara, i toni sono di colpo tornati più pacati. Come d’incanto la maggioranza è parsa quasi ricompattarsi e l’opposizione, almeno per qualche giorno, è come se si fosse quasi dimenticata di essere tale (tanto che lo sforzo di Alfonso Gioia di preparare moduli prestampati per presentare infiniti emendamenti alla delibera sul bilancio ha dato pochissimi frutti). La verità, molto probabilmente, sta piuttosto nel fatto che i continui tagli dello Stato non hanno lasciato grandi possibilità di manovra alla Giunta e, altrettanto probabilmente, era molto difficile proporre qualcosa di concretamente diverso rispetto al lavoro presentato dall’assessore Miceli.

    Ma anche una discussione così rapida e indolore come quella di quest’anno ha i suoi retroscena, come ci ha raccontato il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani, proveniente dal vasto universo del Terzo settore e molto attento alle dinamiche economico-finanziarie che si discutono in Sala Rossa.

    La discussione sul bilancio è stata molto rapida, segno che eravate tutti d’accordo o che non si poteva fare diversamente?

    «In realtà, si è molto discusso sia in Commissione sia in maggioranza (ma anche fuori dal Consiglio) circa la data in cui chiudere il bilancio “preventivo”: siamo arrivati anche quest’anno alla fine di luglio, in effetti un po’ tardi. Andare avanti in dodicesimi genera instabilità nella gestione, rende difficile pianificare e programmare ma una cosa è sicura: costruire bilanci senza poter contare su entrate certe è impossibile».

    Ancora una volta “colpa di Roma” quindi…

    palazzo-tursi-sindaco-doria-gonfalone-D«Non si può costruire un bilancio se non c’è certezza delle entrate e il governo prontamente non si è smentito. Sul punto di chiudere il bilancio, infatti, si è aperta la questione dei soldi necessari per trovare la copertura per il D.L.66 di Renzi (i famosi 80 euro, ndr). Cambiano i governi ma non cambia la tendenza a scaricare i costi delle “manovre”, prima con i tagli dei trasferimenti poi attraverso il minor gettito fiscale, sugli enti locali che erogano servizi ai cittadini. Anche quest’anno abbiamo avuto l’ennesima partenza ad handicap: rispetto al bilancio 2013, ci sono mancati altri 13,5 milioni (-5,7 di spending review, -3,8 di patto di stabilità, -5,7 di  irpef, il già citato D.L. 66) a cui si sono aggiunti i 5 milioni dell’accordo con AMT del dicembre scorso, per un totale di 18,5 milioni di euro. L’effetto combinato di patto di stabilità, minor gettito (che si traduce in tagli occulti) e mancati trasferimenti, genera una situazione molto grave per gli enti locali. Molte centinaia di Comuni sono in fase di pre-dissesto o addirittura in dissesto; in questa situazione è del tutto paradossale che uno Stato che produce circa 52 miliardi di debito (mentre il sistema dei Comuni nel suo complesso genera un saldo positivo di amministrazione pari a 1,7 miliardi) continui a pensare di poter far cassa risucchiando risorse dal territorio».

    Si parla sempre di tagli ma mai di quanto, invece, servirebbe per poter amministrare con serenità una città. Quanti soldi servirebbero ogni anno a Genova per garantire tutti i servizi?

    «La conferma che le risorse a disposizione per il nostro Comune sono ampiamente insufficienti non viene questa volta da valutazioni basate sul buon senso o sulla constatazione del sempre più evidente allargamento della forbice tra bisogni e risorse disponibili, ma dall’analisi del “fabbisogno standard” voluta dal Governo (con la nuova riforma del titolo quinto). Secondo queste stime, fondate sull’idea che sia necessaria una più equa distribuzione delle risorse basata su criteri di equità e di efficienza (in funzione degli effettivi bisogni), Genova è al terzo posto nella classifica dei capoluoghi di Regione che “vantano” un delta negativo fra spesa storica e fabbisogno reale. La spesa storica pro-capite per i servizi a Genova si attesta intorno agli 821 euro, viceversa il “fabbisogno standard” (stabilito in modo rigoroso in funzione di un’analisi che tiene conto del territorio, della popolazione e dei problemi sociali) si attesta intorno ai 905 euro, quasi il 10% in più. Ciò significa che al bilancio di Genova mancano almeno 84 milioni di euro».

    Com’è possibile, allora, che i libri contabili di Tursi non siano ancora stati portati in Tribunale?

    «Anche quest’anno il Comune di Genova ha difeso con i denti la spesa in servizi, il che per certi versi è un miracolo. Quando nel novembre 2010 ero dall’altra parte, in piazza, a manifestare con il terzo settore contro la giunta Vincenzi per i paventati tagli al welfare, si facevano i conti con la prima spending rewiev di Tremonti; sono passati quattro anni, nel frattempo questo Consiglio ha chiuso tre bilanci e da allora si sono volatilizzate risorse (per mancati trasferimenti dallo Stato) per ben 123 milioni di euro, l’equivalente della spesa necessaria per sostenere tre volte l’intero sistema dei servizi sociali cittadini (pari a 41 milioni di euro). A dispetto di tutto ciò, le spese per le direzioni, il plafond di “spesa corrente” (forse con l’eccezione della cultura ma speriamo di poter reintegrare le risorse grazie al contributo degli sponsor) non è stato tagliato: dal punto di vista amministrativo e gestionale si tratta di un grandissimo risultato di cui bisogna dar merito alla giunta e al sindaco perché non era affatto scontato e perché è figlio di una forte intenzionalità politica».

    Come si è costruito questo “piccolo miracolo”?

    «Riducendo i costi. Le leve su cui si è intervenuto per mantenere il sistema in equilibrio sono sostanzialmente tre. La prima è l’attuazione di una spending rewiev interna: si è cercato di tagliare le spese considerate inutili o non prioritarie con risultati a volte controversi come il mancato finanziamento dell’authority dei servizi pubblici locali, dove il must del risparmio ha prodotto una decisione priva della necessaria condivisione tra giunta e Consiglio comunale. Ma la voce che ha influito maggiormente sul bilancio è stato il taglio dei costi del personale: attraverso il blocco del turn-over, il personale del Comune di Genova si è assottigliato di più di 300 unità con un risparmio di circa 33 milioni di euro; il trend non è destinato ad arrestarsi poiché sono previsti 116 pensionamenti anche per l’anno in corso. La terza voce che ha contribuito al risultato è la riduzione degli interessi passivi a carico dell’ente, legata a una progressiva riduzione del debito (viaggiamo intorno ai 1250 milioni, ma in questi ultimi quattro anni il debito si è ridotto di 120 milioni) che determina una minore incidenza dei costi necessari per  finanziarlo (-15 milioni).

    Sembrerebbe quindi tutto in perfetto equilibrio. Dove sta il trucco?

    Economia«L’insieme di queste operazioni – è vero – tiene il sistema in equilibrio ma il blocco del turnover, ad esempio, che come dicevo prima produce una forte riduzione della spesa per il personale, non ha solo effetti positivi: ci sono settori in cui l’assenza di risorse comincia a pesare e che dovrebbe essere affrontata attraverso una maggiore mobilità; inoltre, la mancata immissione di lavoratori giovani nel sistema porta a un innalzamento dell’età media del personale. A fianco alla mera riduzione dei numeri si è però assistito anche a un’operazione di complessiva riorganizzazione e razionalizzazione della struttura che ha influito anch’essa positivamente sui costi: la riduzione delle direzioni (da 9 a 2), del numero dei dirigenti (-19 unità) associato al taglio dei premi (con un risparmio di circa 1,8 milioni), l’azzeramento delle consulenze (da 80 sono scese a 5 nel giro di tre anni e a costo zero perché interamente finanziate con risorse esterne). La riduzione delle posizioni organizzative (- 66 unità) non ha invece inciso sul bilancio ma ha comunque prodotto un discreto risparmio che è stato investito a vantaggio di una ridistribuzione più equa dei redditi all’interno del personale del Comune a beneficio dei salari più bassi, i più penalizzati dal blocco della contrattazione collettiva, con un aumento di 200 euro lordi».

    Che cosa ci aspetta per il futuro? Anche nel 2015 il bilancio previsionale arriverà nella seconda metà dell’anno?

    «A dispetto dei risultati conseguiti dal Comune di Genova, il quadro per l’anno prossimo resta comunque molto incerto perché, ad esempio, non vi è nessuna garanzia che il fondo di compensazione che ha permesso quest’anno di far fronte al minor gettito derivato dalle entrate tributarie (Imu e Irpef)  per 40 milioni sia confermato anche per l’anno prossimo. Si partirebbe così con l’ennesimo taglio di risorse che si andrebbero ad aggiungere ai 123 milioni ricordati sopra».

    Una cifra mostruosa, pari più o meno a quanto viene investito ogni anno nel sociale. C’è una via d’uscita?

    «La progressiva e tanto decantata tendenza alla cosiddetta “autonomia finanziaria” dei Comuni ha già prodotto come esito il dato che ormai, già ora, circa il 71% della spesa è sostenuto dalle risorse della comunità locale (mentre invece lo Stato contribuisce solo per il restante 29%), ma se venissero a mancare anche questi quaranta milioni, la sproporzione fra risorse che vengono dai trasferimenti e risorse proprie aumenterebbe ulteriormente, riducendo il contributo dello Stato a circa un quinto delle risorse complessive per la gestione della pubblica amministrazione con il risultato indiretto di determinare il rischio di un ulteriore inasprimento della fiscalità locale».

    Insomma, il Comune risparmia ma i genovesi continuano a pagare sempre di più.

    «Nonostante gli sforzi, l’obiettivo della “stabilizzazione” rischia di non essere conseguito e si può definire anche questo come l’ennesimo bilancio di transizione. Qual è la sfida che abbiamo davanti? Se, come sembra, ci troveremo anche l’anno prossimo a fare fronte a un ulteriore taglio drastico delle risorse, per mantenere l’equilibrio della spesa bisognerà mettere mano a tutti i “nodi” che fin qui non sono venuti al pettine, primo tra tutti quello delle partecipate, ma a questo punto con pochissimi margini di mediazione».

    Ancora le società partecipate… Ci spieghi meglio.

    Corso Europa«Il “sistema Comune” conta 10500 addetti (5800 dipendenti comunali e 4700 delle partecipate) ed è sicuramente la principale impresa di Genova. Le aziende partecipate forniscono ai cittadini i servizi di cui hanno bisogno e per questo motivo vanno difese: in definitiva, sono anch’esse un “bene pubblico”. Ma la gestione di queste aziende deve essere improntata alla trasparenza, all’efficienza e il costo del servizio reso deve essere il più coerente possibile con il diritto dei cittadini utenti a vedersi offerte prestazioni di qualità al costo più conveniente. Ciò sia in considerazione del fatto che queste aziende non devono produrre profitto e che quindi hanno un grande “vantaggio competitivo” rispetto a un privato, sia perché, in una fase in cui le risorse su cui può contare l’amministrazione pubblica sono limitate al punto di dover contrarre i servizi ai cittadini, le inefficienze e gli sprechi, dovunque alberghino, sono moralmente inaccettabili».

    Ma senza privatizzazione da dove si attingono le risorse necessarie?

    «Non vogliamo passare alla storia come i “curatori fallimentari” delle aziende pubbliche. Per questo motivo stiamo cercando faticosamente di riequilibrare costi e ricavi, di riorganizzarne la gestione, con l’obiettivo strategico di rimetterle in equilibrio ma la strada è ancora lunga. Non è detto però, questa è la nostra speranza, che, in prospettiva, attraverso opportune politiche industriali, processi di razionalizzazione e di riordino, queste aziende possano tornare ad essere risorsa e, alcune di esse in particolare, non possano addirittura restituire “utili” al Comune come succede in altre capitali europee».

    La strada, probabilmente, proverà a tracciarla Amiu con il nuovo piano industriale ma a quel punto la discussione su costi ed investimenti siamo certi che tornerà ad infuocare il dibattito politico anche in Sala Rossa. Insomma, godiamoci la quiete estiva finché durerà.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Amt e la nuova Agenzia regionale per il trasporto pubblico, un 2015 all’insegna dell’incertezza

    Amt e la nuova Agenzia regionale per il trasporto pubblico, un 2015 all’insegna dell’incertezza

    autobus-amt-3L’Agenzia regionale per il trasporto pubblico locale è ufficialmente (e finalmente) nata. Come anticipato qualche giorno fa dall’assessore comunale alla Mobilità Anna Maria Dagnino (qui l’approfondimento), la Regione, le quattro Province e i quattro Comuni capoluoghi hanno formalmente istituito il nuovo ente regolatore che si occuperà di affidare e monitorare il servizio di trasporto pubblico sul nuovo bacino unico regionale. Il capitale sociale della nuova società ammonta a 400 mila euro e la partecipazione spetta per il 40% alla Regione e per il 60% a Province e Comuni capoluoghi, tra cui il Comune di Genova per il 26,29% del totale.

    L’agenzia ora dovrà mettersi al lavoro per predisporre il bando di gara per appaltare il nuovo contratto di servizio su base regionale. Tutte le procedure dell’appalto dovranno essere terminate entro il 31 dicembre 2015. In realtà la dead line dovrà essere decisamente anticipata se, come ha assicurato il presidente Burlando, si vorrà far partire operativamente il nuovo servizio dal 1° gennaio 2016.
    «Il vincitore della gara – spiega Burlando precorrendo le prossime tappe – potrà essere una realtà singola attualmente presente sul territorio, un raggruppamento di imprese o una nuova società creata a partire dalle aziende che oggi si occupano del Tpl e che si potranno unire a nuovi soci. Certo, è molto difficile pensare che le aziende che attualmente operano sul territorio regionale possano essere in grado di partecipare al bando da sole».

    Tutto il parco mezzi e la forza lavoro delle società che si stanno occupando di trasporto pubblico in Liguria passeranno per legge a chi si aggiudicherà il nuovo bando. Ecco perché il passaggio, soprattutto per quanto riguarda la forza lavoro che proverrà da realtà disomogenee, non sarà semplicissimo. «Naturalmente – aggiunge il presidente di Regione Liguria – al vincitore verranno chiesti anche determinati investimenti perché è proprio questo il cuore del problema degli ultimi anni: al di là del trasferimento per la copertura del servizio che in qualche modo riuscivamo sempre a garantire, era proprio la disponibilità economica per nuovi investimenti a mancare».

    Difficile capire quali siano le intenzioni di Amt e del suo azionista (ovvero il Comune di Genova) sulla futura gara. In qualche modo, comunque, la partecipata dovrà concorrere al bando anche perché l’alternativa sarebbe la liquidazione o, quantomeno, la riconversione totale della mission dell’azienda.
    Ma, al momento, i problemi urgenti per Amt sono altri. L’azienda genovese la settimana scorsa ha, infatti, rinviato l’approvazione del bilancio 2013 a settembre per un’estrema incertezza sul futuro. Tra le incognite principali c’era naturalmente l’infinita attesa per la nascita dell’Agenzia regionale.

    «Per quanto mi riguarda – commenta il sindaco Marco Doria – le condizioni per approvare il bilancio c’erano già. Nel 2013 Amt ha chiuso in attivo di 80 mila euro a fronte dei 10 milioni di debito del 2012 e dei 20 milioni precedenti. Con la recente legge regionale che consente la proroga del contratto di servizio anche nel 2015 e l’odierna formalizzazione dell’agenzia regionale non ci sono più ostacoli di sorta».

    Adesso però è necessario che il percorso dell’Agenzia, del bacino unico e dell’affidamento del contratto di servizio per il 2016 procedano spediti e senza più intoppi.
    «Quello che emerge oggi – conferma il sindaco – è una volontà positiva e propositiva. Ora però si tratta di iniziare a tradurre questa volontà in azioni».

    «Il grosso del lavoro viene da domani in poi – gli fa eco l’assessore regionale Enrico Vesco – perché adesso inizia la parte tecnica». Innanzitutto, la neonata agenzia dovrà stabilire i servizi minimi da garantire a ciascun territorio: da qui poi si partirà con le richieste specifiche di Comuni e Province. Questi ultimi, una volta affidato il contratto di servizio regionale, avranno la possibilità di richiedere servizi aggiuntivi attraverso finanziamenti in proprio che potranno coinvolgere la stessa società vincitrice dell’appalto o anche un’azienda terza.
    Altro nodo caldo che il nuovo ente è chiamato a dirimere è l’inserimento o meno del trasporto locale ferroviario nel bando regionale: il contratto di servizio con Trenitalia scade, infatti, il prossimo 31 dicembre e la legge regionale sul trasporto pubblico lascia le porte aperte a qualsiasi prospettiva. Possibile che anche in questo caso si proceda con una proroga annuale per arrivare a una totale riorganizzazione a partire dal 2016 ma il futuro, in questo caso, è ancora più imperscrutabile. Sembra, comunque, molto difficile che ferro e gomma possano andare a far parte dello stesso contratto di servizio regionale.
    Con la nascita della nuova agenzia è stata anche confermata la disponibilità della Regione a rinnovare il parco mezzi: si tratta di circa 360 autobus per tutta la Liguria nei prossimi 4 anni ma 92 arriveranno già entro la fine del 2014.

    L’Agenzia porterà anche alcuni vantaggi. Il primo è puramente economico e riguarda la possibilità di recupero dell’Iva. Sul tema, l’assessore Vesco, rispondendo ad alcune accuse delle scorse settimane, tiene a precisare che si tratta di una possibilità certificata da un’apposita interpellanza che la stessa Regione ha inoltrato all’Agenzia delle Entrate: il 10% della cifra investita (che potrebbe corrispondere a circa 17/18 milioni se il bando riguarderà solo il servizio su gomma, 25/26 se riguarderà anche il ferro) potrà essere recuperato naturalmente con i pluriennali tempi burocratici per cifre di questa entità ma nei prossimi anni diventerà una cifra consistente da poter reinvestire nel settore.

    Il futuro di Amt, un 2015 all’insegna dell’incertezza

    Tornando a focalizzare la lente di ingrandimento sulla situazione genovese, se il servizio relativo al nuovo bacino unico partirà nella migliore delle ipotesi solo il 1° gennaio 2016, che cosa succederà ad Amt il prossimo anno dato che il contratto di servizio va in scadenza il 31 dicembre 2014? Un’apposita legge regionale approvata in fretta e furia nei giorni scorsi consentirà una proroga straordinaria di un anno, tempo nel quale si spera possano essere espletate tutte le formalità per l’assegnazione del servizio sul nuovo bacino unico. A chi toccherà, però, mettere i soldi per tutto il 2015? Teoricamente, al Comune. Anche perché l’unica promessa che si lascia sfuggire il governatore Burlando è il mantenimento dell’extra finanziamento di 1 milione di euro dedicato al servizio integrato. Nessun ulteriore sforzo straordinario, per il momento. La sensazione, dunque, è che si vada verso la conferma di uno status quo sperando che non diminuiscano ulteriormente i trasferimenti dallo Stato a Tursi. Non una grande notizia per l’assessore Dagnino che, come si poteva intravedere già dalle parole della scorsa settimana, si sarebbe probabilmente aspettata un maggior coinvolgimento economico da parte della Regione in virtù anche del notevole apporto garantito all’ATP (l’azienda che si occupa del trasporto pubblico provinciale) per evitarne il fallimento.

    Più cauto, come d’abitudine, il sindaco Marco Doria: «Prima di prendere qualsiasi decisione – spiega il primo cittadino genovese – dovremmo vedere quali saranno le risorse a disposizione per il bilancio 2015 da poter mettere sul capitolo del trasporto pubblico locale in aggiunta ai trasferimenti della Regione. Non è un aspetto che può essere deciso oggi visto che, benché molto prima di altri grandi Comuni, abbiamo appena approvato il bilancio per il 2014». Attualmente, sul bilancio di Tursi (qui l’approfondimento) Amt incide per 105 milioni (su un totale di 826 milioni), di cui circa il 65% è coperto dalla Regione, mentre il restante 35% direttamente dal Comune.

    Sempre per quanto riguarda Amt, una notizia positiva arriva dal territorio. Dopo l’ennesimo stop dovuto ai problemi economici di Carena (qui l’approfondimento), sono ripartiti i lavori per il completamento del deposito della Metropolitana e del parcheggio di interscambio in via Buozzi. Entro settembre, assicura l’assessore Dagnino, tornerà anche la fermata dell’autobus in direzione centro.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Unlearning: in viaggio con Anna, Lucio e Gaia. Comuni e cohousing, scuole libertarie e baratti

    Unlearning: in viaggio con Anna, Lucio e Gaia. Comuni e cohousing, scuole libertarie e baratti

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    L’ingresso della yurta

    Le yurte sono tende della Mongolia. Ci abitano i pastori credo, le si vedono nei documentari, grandi e circolari in mezzo a queste immense pianure mongole battute dal vento, intorno persone e animali strani.
    Siamo in una yurta, ora. Ma non in Asia. Siamo sulle colline di Bologna, niente pianure mosse dal vento ma solo una leggera pioggerellina che batte sui teli. Alberi sopra la testa, cellulare sul comodino nell’ultimo punto in cui prende un pochettino.

    Siamo qui, ad aspettare che ci chiami un giornalista per un’intervista. È la seconda  oggi. Ora sembra che lo dico per fare i fighi, nella yurta che ci spariamo le interviste… ma io e Anna ci stiamo chiedendo come mai se una famiglia decide di mettere in stand-by la propria vita  questo diventa una notizia da due pagine a colori. Ci fa pensare che forse la nostra libertà non sta benissimo.

    anna-lucio-gaia-unlearning-4Ve ne racconto una. La settimana scorsa abbiamo presentato il progetto ad un gruppo di boyscout. Proiettato i trailer eccetera. Alla fine delle nostre chiacchiere arriva una ragazza e mi dice: Non capisco come fai a lasciare la famiglia e gli amici, la casa per sei mesi… | E io le rispondo:  Scusa, pensa se mi chiamassero da Dubai e mi dicessero, oh c’è un lavoro per te da regista ti paghiamo un botto, vieni, ti diamo la casa pure per la famiglia e io con la mia famiglia andiamo. Non capiresti lo stesso? | No. In quel caso capirei. | Perché? | Perché è lavoro. E ti staresti prendendo cura della tua famiglia. | Quindi ora non mi sto prendendo cura della mia famiglia? | No. Non state guadagnando. E avete lasciato il lavoro quando c’è gente che si dispera per averlo.

    Capisco che per lei fare una cosa per diletto è una cosa da ricchi, un insulto alla povertà. Boh, chissà se è vero. Ci abbiamo messo un annetto ad organizzarci, perché i soldi per andare in giro tutto quel tempo e pagare pure il mutuo non ce li avevamo. La casa un po’ la scambiamo con homelink, un po’ la condividiamo con Airbnb, in modo che si possano fronteggiare le spese di mutuo. E se per le nostre tappe usiamo scambiare lavoro per vitto e alloggio, per viaggiare ci siamo arrangiati con il baratto. Abbiamo accumulato cene con Gnammo, notti con Airbnb… Con il baratto online di Reoose abbiamo scambiato roba che non usavamo con robe utili e via.

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    Con Gnammo Anna ha organizzato diverse cene per finanziare il viaggio…

    Ora stiamo scambiando questo tesoretto con i passaggi di BlaBlaCar. Un sito dove trovi passaggi in auto. Ora lo so qual’è l’associazione comune. Passaggio uguale svegliarsi in un fosso senza un rene. Invece niente, mi dispiace per il tigicinque ma stiamo parecchio bene. Nessun assassino. Le persone sono stranamente affidabili e simpatiche.

    Ieri, con sta storia dei baratti e dello scambio lavoro  abbiamo fatto due conti:  300 euro spesi in tre mesi di viaggio. Piccoli regali per chi ci ospita con il couchsurfing, gelati, e qualche driver di bla bla car che preferiva il denaro ad un baratto.

    Una cosa affascinante che stiamo usando in questo viaggio è la banca del tempo, lo facciamo con  Timerepublik un sito dove ogni scambio si fa con il tempo. Per esempio prima di partire, visto che io e Anna siamo due grafici, abbiamo preparato delle locandine ad un regista. Il nostro preventivo era 12 ore di tempo. Il regista ci ha sballato, ci ha dato un feedback positivo e ci ha accreditato le nostre ore, che abbiamo in gran parte “girato” (tramite il sito) ad un professionista che  ha scritto il comunicato stampa di Unlearning e un traduttore che lo ha rifatto in inglese. Il tempo rimanente lo abbiamo scambiato con una ragazza che ci ha aiutato a fare le pulizie in casa prima di partire. Rimaneva ancora un’ora e in Puglia Anna ci ha “pagato” una lezione di Yoga. Le possibilità sono infinite e la cosa figa (forse un po’ utopica, ma mi piace) è che un’ora vale un’ora. Super Fuckin’ democratic. Un’ora di un ingegnere nucleare vale come un ora di conversazione. Se fosse sempre così… Ve lo immaginate il mondo?

    Rieccomi in Yurta. Siccome la chiamata del giornalista tarda ad arrivare, vi racconto anche un po’ del viaggio, di cui questo articolo è la seconda parte. Nella prima vi avevo raccontato dalla partenza alla Sicilia. I primi due mesi di viaggio.

    La tappa successiva è stata in Puglia, Cisternino, e ce se siamo stati un po’ da Sergio. Sergio è un artista che lavora con il riciclo e il suo trullo è arredato e decorato con oggetti recuperati dal materiale che il mare porta a riva con le mareggiate primaverili.

    Il nostro pollo a 4 zampe rielaborato da Sergio con un cerchio di botte, fanali d'auto birilli e plastica abbadonata
    Il nostro pollo a 4 zampe rielaborato da Sergio con un cerchio di botte, fanali d’auto birilli e plastica abbadonata

    Ad esempio la maniglia della nostra camera da letto è un mestolo piegato. Le lampade sono tubi da doccia che terminano con vecchi vasi forati. Mi racconta come fare una lampada, come fare un mobile con i bancali e penso che sarebbe fighissimo ma so che quando tornerò a casa non avrò tempo di fare un cazzo ,che ci sono le bollette da pagare e la bambina da prendere a scuola, così la domenica si andrà dagli svedesi nella zona commerciale e ci si riempirà di polpette e marmellata.

    Mi sa proprio che se si vuole cambiare bisogna recidere tutto, non credo nei compromessi. Anna un po’ di più, mi dice che può esistere un buon modo di abitare la città, di cambiarla, ma non so.
    Sergio mi spiega la povertà, la raccolgo in un’intervista bellissima che metterò nel documentario. Un’altra cosa figa della Puglia è stato l’incontro delle scuole libertarie. Scuole dove i ragazzi hanno lo stesso potere decisionale degli adulti. È una figata, ce ne sono diverse in Italia. Scuole libertarie per imparare ad essere liberi. Mentre i bambini nudi giocano nel fango davanti alla comune di Urupia (ah dimenticavo… l’incontro lo hanno fatto qui), mi chiedo se la libertà si può insegnare. Mi sembra una cagata come concetto. Ovvero, se sei uno spirito libero lo sarai comunque, sfanculerai tutti e lo sarai. A prescindere dalla scuola che farai. Chi era che diceva che “c’è gente che pagherebbe per essere schiava”… Ah, ecco Victor Hugo… “C’è gente che pagherebbe per vendersi”. Ecco cosa diceva.

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    Bambini liberi nella comune di Urupia

    Forte di questa cosa vado da Agostino che qui a Urupia ci vive e gli chiedo se la libertà si impara. Ci pensa un poco prima di rispondermi. Poi mi dice che la libertà si disimpara, si disimpara soprattutto nella famiglia tradizionale “adultocentrica” dove le decisioni vengono prese da due adulti, che spesso per deliberare qualcosa litigano pure fra loro. E trovarsi in una struttura non adultocentrica ti aiuta a ragionare in un altro modo. Ecco il perchè di una scuola libertaria.

    Qui poi ci sono un sacco di insegnanti di scuola statale, saranno 20, che sono pentiti di essere i servi del bandito e fanno una lunga riunione su come poter lottare e migliorare la scuola pubblica. Sono molto carini, mi viene in mente una foto che ho visto su internet dove si vede una cintura di proiettili di una mitragliatrice pronti ad essere sparati. Su ognuno c’è scritto a pennarello “SORRY”. Alla fine della riunione decidono di fare una mailing list per poter continuare a lottare.

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    Fuori dalla riunione conosciamo Emily. Prima voleva fare l’acrobata, poi ha fondato una scuola libertaria in centro Italia. «Perchè tanto la scuola pubblica non si può cambiare, fa bene il suo mestiere…». Ci racconta il suo progetto, dove i genitori sono parte integrante e, se il figlio vuole andare là, devono cominciare sei mesi prima a seguire le riunioni. Insomma non devono delegare alla struttura l’istruzione ma esserne partecipi.

    Ci piace la cosa, ci da un passaggio di 600 km sino alla scuola e noi in cambio le lasceremo casa nostra a Genova per una settimana di mare. Il posto è meraviglioso, immerso nella campagna. I genitori arrivano, si fermano con i piccoli dell’asilo. Cucinano. Non si preoccupano se i loro bambini salgono sugli alberi. Si chiama “diritto al rischio” mi spiegano. Ma la cosa più bella me lo dice un papà: «Questa non è una scuola per bambini, è una scuola per genitori». 

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    Cerchio in spiaggia al S-cool di Rimini

    Con Emily saliamo anche a Rimini, dove quel week end si riuniscono genitori ancora più hardcore che fanno scuola familiare, o home schooling che fa più figo. Trovo Erika e le chiedo se questi bambini che non vanno a scuola non sono poi isolati e soli. «Perché scusa tu a scuola durante le lezioni socializzavi o dovevi stare zitto?» Stavo zitto. E quando socializzavi? Nell’intervallo e quando prendevi il bus. Non diciamoci bugie dai… E poi in classe con chi eri? Con bambini che avevano tutti la stessa età… Scusa ma i tuoi amici hanno tutti 35 anni come te? | No, le rispondo. | Piuttosto innaturale non trovi? | Trovo.

    Vorrei chiederle come impara un bambino allora, ma meglio chiederlo al diretto interessato. Prendo la camera e faccio un’intervista. Eccola.

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    Ad Ecosol le porte non sono sulle scale, ma su un largo ballatoio dove si condivide la vita comune

    Dopo tutte queste scuole ci spostiamo a vedere un cohousing: si chiama Ecosol ed è un condominio fuori FidenzaPannelli solari a parte, sembra il solito palazzo di periferia. Ma la sua storia è molto bella. Gli abitanti si conoscono da anni e si sono detti “perché non andiamo a vivere insieme?”

    Questa domanda può dare il via a mille soluzioni e quella di Ecosol può sembrare all’acqua di rose, ma nella sua semplicità spacca tutto! Non è che si vive in comunità tipo “comune anni ’60”. Ognuno ha il suo appartamento esattamente come lo desiderava e in più ci sono spazi comuni da usare a piacimento. Un grande salone con cucina. Orto. Lavanderia. Una cella frigorifera e una dispensa comune. Sul tetto i pannelli solari alimentano tutto: dai riscaldamenti ai condizionatori, dalle piastre ad induzione al boiler. L’amministrazione se la fanno loro. E le spese sono zero (sì, il gas non c’è, ve l’ho detto, è tutto elettrico).

    Poi è importante sottolineare una cosa fondamentale: è una comunità intenzionale. I condomini si sono scelti. Hanno deciso come abitare e si sono fatti la casa su misura, che soddisfacesse un bisogno comune di basso impatto energetico e rispetto dell’ambiente. Con il costo di un normale appartamento.

    E poi conoscersi prima ha un grande vantaggio. Ovvero a fianco non hai un vicino sconosciuto. Hai amici di una vita. Se ci penso a come abbiamo scelto la nostra casa di Genova è follia: scegliamo la casa perché ci piace la zona, l’esposizione, le stanze (ma poi dobbiamo personalizzarla e la radiamo al suolo quasi sempre) e non ce ne frega granché dei rapporti umani, del vicinato.

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    Una casetta “portatile” dal costo di circa 2000 Euro. Questo è lo “spazio privato” a Consolida

    Stiamo poco a Ecosol perché ci aspettano ad un ecovillaggio a Zocca, poco lontano. Lì la vita comune è più estrema: chi abita l’ecovillaggio ha un piccolo spazio personale (un bauwagen o una yurta) e tutto il resto della vita (e degli spazi) sono in comune. Si raccoglie la legno e la mattina parte prestissimo, a lavorare nel grande orto sinergico dove le piante crescono insieme. Mi spiego meglio. Non ci sono tipo blocchi di insalata e blocchi di fagioli. Le piante crescono insieme con un aspetto di caos controllato dallo strano fascino. Nulla è casuale, perché gli ortaggi si aiutano a vicenda: ad esempio, vicino ai fagioli le zucche. «Insieme crescono meglio», mi spiega Massimiliano.

    Ci sono tre bimbi meravigliosi, liberi, selvaggi. Li sento urlare insieme a Gaia mentre strappo il convolvo che sta cercando di soffocare le piccole piante di mais. Sembra di vivere nel passato tranne che nell’ora dei mondiali. Allora appaiono magicamente televisore e bottiglie di birra. «Dovete andare al Bigallo»  dice Lavinia , che qui fa la woofer come noi (ovvero scambia lavoro con ospitalità). «È tipo un ecovillaggio, ed è  la sede del circo Paniko. L’aspetto artistico lì è molto forte, vi piacerà».

    Ci fidiamo perché la fiducia è ormai il motore del nostro viaggio. All’inizio, con la forma mentis del lavoro in città, avevamo pianificato tutto e fatto un trailer. Tutto era studiato al millimetro. 17 giorni a Malta. Poi passaggi fino in Toscana. 15 Giorni in ecovillaggio, e via così. La pianificazione ci dava un morbido limbo di tranquillità. Pochi giorni prima di partire ci chiamano da Malta. «Abbiamo grossi problemi, non possiamo ospitarvi». E che si fa? Si parte lo stesso. Inizialmente con la paura del non pianificato. Poi magicamente le cose girano, ogni posto ci suggerisce il successivo. Nascano nuove idee. E noi ci adattiamo a seguire quello che succede, accusando ogni volta la stanchezza di ripartire da zero, inserirsi in un nuovo contesto e ripartire.

    conchiglia-unlearningGaia soffre gli adii, le partenze per lei sono improvvise e ha imparato a portarsi dietro sempre qualcosa dal posto che ha appena lasciato. Un sasso. Una collana. Un panino al prosciutto. Se lo stringe forte in mano mentre si addormenta in macchina e noi raccontiamo per l’ennesima volta il progetto al driver che ci porta verso la nuova tappa.

    Bigallo dicevo. Eccoci. Siamo arrivati ieri sera. Di notte. Ci hanno accompagnato alla nostra yurta, che si raggiunge solo con una ripida salita. La notte ha portato sonni lunghi e precisi, come se la forma rotonda della tenda conciliasse i flussi dell’ inconscio.

    Anche nei trulli era così, ma meno intenso. Il telefono vibra sul comodino. Ecco il giornalista, è assonnato, deve aver dormito molto pure lui. «Bella questa cosa di Unlearning– mi dice  – ma tipo disimparate tutto e diventate dei primitivi?». Uff. No amico. Gli spiego che per “disimparare” non intendiamo andare in giro nudi, accendere il fuoco con le pietre, ululare alla luna e sgranocchiare radici vegan. Per noi Unlearning è fare tabula rasa di quella che era la nostra vita di città, dei nostri giudizi e dei nostri retaggi culturali.

    Perché la vita che abbiamo impostato è figlia di quella che ci hanno insegnato. E la stiamo ripassando a nostra figlia. Con gli stessi vizi, le stesse paure. E allora lasciamo tutto per sei mesi, portiamoci solo due valige e re-impariamo da zero.

     Ah, capito, mi dice il giornalista. Comincio l’intervista. Forza, che poi si scende al Bigallo e vediamo che cosa succede. Intanto voi seguiteci su Unlearning. Rock and Roll.

     

    Anna, Lucio e Gaia

  • L’orologio delle Colombiane torna a muovere le lancette: scocca l’ora X per Genova

    L’orologio delle Colombiane torna a muovere le lancette: scocca l’ora X per Genova

    orologio-colombiane-renzo-piano-4Ricordate l’orologio delle Colombiane, quello che per quattro anni ha fatto compagnia ai genovesi in Piazza De Ferrari, segnando il countdown prima delle celebrazioni per i 500 anni dalla scoperta dell’America? Di certo molti di voi non l’avranno dimenticato, e forse qualcuno ancora conserva la cartolina ricordo con data, ora e tempo mancante alle celebrazioni, stampata per sole 500 lire.

    Ebbene, per quelli di voi che si fossero chiesti che fine avesse fatto quel pezzo di design ideato da Renzo Piano, ci sono buone notizie: è stato ritrovato, è in via di restyling e presto lo vedrete di nuovo svettare, con la sua forma arcuata, sulla nostra città.

    Il tutto, grazie sia alla fortuna che all’opera di Giuseppe Varlese, produttore della birra Bryton e in passato gestore dell’Hop Altrove. Varlese, da anni proprietario di uno storico magazzino nel quartiere del Molo, al 6 r di Vico Bottai (ricordate il suo progetto di un Museo dei Cereali, della Birra e della Focaccia?), tempo fa ha ritrovato “il relitto” dell’orologio proprio all’interno del suo magazzino, sepolto sotto mucchi di ferraglie. Varlese si è preso carico della ristrutturazione, che prosegue da 3 anni, grazie all’aiuto di esperti – tra cui Mario Quaglia, costruttore originario. Il tutto, in sordina, senza cercare aiuti pubblici o riconoscimenti.

    Racconta lo stesso Varlese: «Era stato completamente dimenticato: dapprima innalzato a simbolo e reso importante tra ’88 e ’92, allo scadere dell’ora prestabilita è diventato improvvisamente un ingombro, un qualcosa di cui sbarazzarsi. È stato dimenticato dentro a questo magazzino e quando l’ho ritrovato era in condizioni così pessime che ho stentato a riconoscerlo. All’inizio non sapevo cosa farne, poi ho pensato alla sua importanza collettiva e mi sono dato da fare per carteggiarlo, eliminare la ruggine, sostituire i pezzi danneggiati, al fine di restituirlo alla città. C’è voluto un po’ ma, grazie all’aiuto di fabbri, ingegneri, esperti, ora posso dire che finalmente ci siamo quasi».

    Come è stato possibile accollarsi quest’onere? Come si può presumere, i costi per rimettere in piedi una struttura del genere non sono proprio trascurabili: in particolare, nel caso specifico ci si aggira attorno ai 100 mila euro, finanziati dalla Pro Loco di cui lo stesso Varlese è presidente, e grazie alla sponsorizzazione della Bryton, nota tra i genovesi come la “birra dei Liguri”.

    Come cambierà l’orologio

    La struttura è lunga circa 8 metri (curva) ma lo sviluppo totale arriva a 12. La forma è arcuata simile a una balestra, e una volta risistemato avrà un ingombro totale di 5 metri di larghezza, tenendo in considerazione i tiranti che saranno necessari per sostenere 600 kg di peso.
    I pezzi sono originali, solo restaurati. A cambiare sarà, invece, la funzione, che si adatterà alle nuove tecnologie. «Era un esempio di tecnologia all’avanguardia, ma è stato creato in epoca pre-internet. È giusto che ora si evolva: i 9 schermi al neon, obsoleti e problematici da gestire, saranno sostituiti da un altro tipo di schermi, moderni e collegati direttamente al web. Ne faremo uno strumento di comunicazione: le cartoline del ’92 diventeranno ora foto postate da tutto il mondo; sullo schermo sarà possibile leggere news e l’orologio, invece di scandire il countdown delle Colombiane, scandirà – perché no – le tempistiche delle riforme, dell’operato della Giunta o del Governo…».

    Dopo lungo tempo, l’orologio è quasi pronto per tornare a vivere: è stata sistemata la struttura portante e adesso si sta montando un rotore per far funzionare la lancetta dei minuti.
    «Ci sta lavorando un ingegnere che, per realizzare questo progetto ha fatto fare degli studi all’Università di Genova, per rendere i rotori mobili nell’ingranaggio. La lancetta sarà realizzata in carbonio».

    Non si sa ancora quale sarà la tempistica prima dell’ultimazione definitiva, ma si ipotizza – a quanto conferma lo stesso Varlese – che nel giro di poche settimane i lavori dovrebbero terminare. Per quanto riguarda la sistemazione definitiva in città, invece, si parla dell’autunno, nel mese di ottobre o novembre.

    orologio-renzo-piano-colombiane-92Dove verrà installato l’orologio? Le ipotesi erano tante, e si era partiti pensando proprio al quartiere del Molo, zona del ritrovamento e zona cara a Varlese, che negli ultimi anni ha proposto all’amministrazione vari progetti di riqualificazione e rilancio, anche in collaborazione col circuito del Porto Antico e Costa Edutainment. Si pensava dapprima al posizionamento dell’orologio in Piazzetta de Luca, da poco riqualificata ma ancora in cattive condizioni, spesso chiusa e poco utilizzata. Tuttavia, questa ipotesi è andata scemando nel corso dei mesi: «Vogliamo aprire un canale con l’amministrazione cittadina – dice Varlese – e cercare insieme la soluzione più idonea. Avevamo pensato dapprima a un dialogo con altre strutture simili dislocate in Europa, da Parigi a Berlino a Londra, che condividono la stessa storia di abbandono. Speriamo ancora che questa comunicazione sia possibile».

    A quanto racconta Varlese, infatti, ci sarebbero tre orologi in Europa dalla storia analoga a questa: a Parigi, per il countdown aspettando l’anno 2000 (posizionato davanti al Centre Pompidou e poi smantellato); a Londra, per le Olimpiadi del 2012; a Berlino (l’unico superstite), con un sistema di misurazione dell’ora basato sul metodo matematico degli insiemi.

    Non solo Europa. Dapprima c’era stata l’idea di un gemellaggio con New York: proprio nella città degli USA, durante le Colombiane, doveva essere installato un orologio gemello di quello genovese, che però non è mai stato posizionato ed è andato ormai perso. Si pensava di risistemarli entrambi e creare questa connessione, ma la strada sembra troppo difficile. Più di recente, anche l’offerta di ospitalità dalla Cina. Tra le ipotesi che avanza Varlese, invece, c’è quella di restituire l’orologio alla sua naturale collocazione in Piazza De Ferrari, o quella di renderlo itinerante e di portarlo in giro in varie città del mondo, per far conoscere Genova e il suo ruolo storico. Un sogno, che potrà essere realizzato più agevolmente grazie alla cooperazione con amministrazione e professionisti.

    Elettra Antognetti

  • Sulla Cattiva Strada, la graphic novel genovese dedicata a Don Andrea Gallo. Incontro con gli autori

    Sulla Cattiva Strada, la graphic novel genovese dedicata a Don Andrea Gallo. Incontro con gli autori

    sulla-cattiva-strada-don-gallo-fumetto-2“Il fumetto che vi sto presentando è disegnato con spirito e agilità. E chi vi parla è uno imprestato al teatro ma di mestiere pittore dall’infanzia…”. La prefazione di Dario Fo apre l’opera di due genovesi, l’autore Angelo Calvisi e il disegnatore Roberto Lauciello, dedicata alla figura di Don Andrea Gallo. Una storia a fumetti che ripercorre la vita del Don più celebre d’Italia, un giovane Andrea di rientro a Genova dal sudamerica sino al giorno del funerale con i brusii della folla durante l’intervento del cardinale Bagnasco. “Sulla Cattiva Strada – Seguendo Don Gallo” è il titolo di questa graphic novel made in Zena pubblicata da Round Robin Editrice, fra scorci dettagliati della città vecchia e ricordi di una vita speciale.

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    «Quando mi è stato proposto di disegnare la vita di don Gallo mi aspettavo una biografia dettagliata e ho esultato pensando di disegnare il don nelle sue diverse fasi della vita. Figurarsi la sorpresa nel leggere la sceneggiatura: “ma come?! Un libro su Don Gallo senza mai disegnarlo!?”», racconta Roberto. Eh si, perché il Don viene raccontato dalla bocca di chi lo ha conosciuto, come un padre, come un fratello.

    Scrivere una storia su un personaggio così celebre, sulla cui vita hanno scritto tanti e tanti ancora scriveranno, quanto incide e condiziona questo aspetto nella fase di concepimento e costruzione di un lavoro come il vostro?

    Risponde Calvisi, «personalmente, più che dai modelli precedenti, mi sono sentito condizionato dalla necessità di non scrivere qualcosa di troppo agiografico. Questo è il motivo per cui ho scelto un racconto per così dire indiretto della figura del Comandante. In effetti il libro non è tanto la storia della sua vicenda umana (anche se ovviamente essa, a grandi linee, è tratteggiata) di Don Gallo quanto la testimonianza del tributo di affetto e stima della città di Genova a uno dei suoi cittadini più importanti».

    sulla-cattiva-strada-fumetto-don-galloLa città di Genova, l’amante fedele del Don, è la protagonista femminile della graphic novel. «Genova, per sua natura (e chi dice il contrario dovrebbe essere rimandato in storia), è una città generosa e accogliente, proprio come don Gallo – racconta Calvisi – ma è anche caustica, capace di battute al vetriolo, sarvaega, e secondo me Don Gallo aveva anche queste caratteristiche, unite a una riottosità, a una vera e propria incapacità di accettare le imposizioni che piovono dall’alto e la mediocrità del pensiero comune. E anche Genova è così, una grande fucina, un laboratorio di novità in controtendenza, un modello di convivenza tra stili diversi in grado di sorprenderti anche in momenti difficili come quello che stiamo vivendo. Tutto questo, almeno nella mia mente, rappresenta una vera e propria identità, e mi consente di sovrapporre in maniera perfetta Genova e la figura Don Gallo».

    Tutto il lavoro è basato sul rapporto stretto fra il Don e la città di Genova. Roberto se dovessi illustrare la città in una tavola come la disegneresti? «La disegnerei come una donna – racconta Lauciello – non più giovanissima, ombrosa, ostile, segnata dalla vita, provocante e austera, contraddittoria, ma di grande fascino e generosità».

    Roberto nel libro fai tu stesso riferimento all’attività di ricerca che hai dovuto svolgere per documentarti sulla vita e la figura di don Gallo. Cosa deve “far suo” un illustratore del personaggio da illustrare? Cosa hai “fatto tuo” della vita e della figura del Gallo? «Ho letto i suoi scritti, ho riguardato le interviste, ho osservato i suoi occhi, le sue espressioni, il suo modo di sorridere sornione anche quando “graffiava”, la gioia che ha sempre trasmesso e ho imparato dalle parole di Angelo Calvisi e dai racconti di chi l’ha conosciuto, quanto fosse speciale e unico. Imparare a conoscerlo in questo modo mi ha lasciato il grande rammarico di non averlo mai incontrato, ma mi ha insegnato il valore dell’accoglienza e dell’accettazione “dell’altro”, indistintamente». Come detto, però, non è il Don la figura da rappresentare con i disegni, quanto il suo palcoscenico. «Così oltre che documentarmi sul nostro “prete di strada” – continua Lauciello – ho scattato fotografie e cercato scorci significativi della sua (mia) città. Ho cercato di osservare le persone, i volti, le ombre dei suoi abitanti che poi erano anche “la gente di Don Gallo”: una moltitudine di sguardi, speranze, abitudini, situazioni, umanità e ho cercato di rappresentarle nel libro. Se non potevo disegnare lui, almeno lo avrei fatto attraverso la sua gente e la sua città».

    «Genova è la protagonista di tutti i miei libri, sempre – conclude Calvisi – la amo in maniera viscerale, girando in Vespa per le strade della mia città, osservando i luoghi, io mi commuovo perché Genova è bellissima, ed è come se vivessi costantemente in un rapimento, negli effetti di capogiro e tachicardia della sindrome di Stendhal! Inoltre è una città in qualche modo allegorica di ciò che è l’uomo, capace di imprese vertiginosamente alte e di miserie impronunciabili. Poi ci si dovrebbe soffermare sui genovesi e su chi governa questa città, ma allora in questo ambito non potrei parlare con parole da innamorato…».

    Angelo Calvisi, classe 67,  nel corso degli anni ha pubblicato saggi, romanzi, poesie e racconti. Per lui si tratta dell’esordio nel mondo del fumetto. Roberto Lauciello, invece, classe ’71, ha iniziato disegnando per Topolino: «Se tanti libri sono stati scritti su Don Gallo, questo è però l’unico scritto per immagini – conclude Lauciello – Volevo dimostrare che il fumetto non è solo un prodotto per ragazzini, ma un linguaggio dignitoso e completo per raccontare anche storie importanti e profonde, adatte a tutte le età».

    Per maggiori informazioni sull’opera e sugli autori:
    https://it-it.facebook.com/sullacattivastrada.dongallo
    http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx

  • Percorsi pedonali e piste ciclabili in centro: collegamento Carmine-Cairoli, via XX Settembre e Corso Italia

    Percorsi pedonali e piste ciclabili in centro: collegamento Carmine-Cairoli, via XX Settembre e Corso Italia

    largo-zecca-vallechiaraVia Vallechiara, collegamento fra Cairoli/Zecca e il Carmine, resterà pedonale. Lo aveva anticipato la settimana scorsa l’assessore alla Mobilità del Comune di Genova, Anna Maria Dagnino, e lo ha confermato ieri rispondendo in Consiglio comunale a un articolo 54 di Alberto Pandolfo (PD). La strada che collega piazza del Carmine a largo Zecca e permetteva a scooter e auto “in discesa” di evitare la rotonda di piazza dell’Annunziata verrà definitivamente interdetta al traffico veicolare. Attualmente ancora interessata da lavori che sono intervenuti sulle grandi utenze nel sottosuolo e sulla riqualificazione dei marciapiedi, quando riaprirà tra pochi giorni la stretta via sarà accessibile solo ai pedoni (che, a dire il vero, seppure lungo due passaggi non proprio agevoli, possono già percorrerla attualmente).

    «Il traffico privato in città è in diminuzione – ha dichiarato l’assessore Dagnino – e oggi si possono fare scelte di pedonalizzazione più coraggiose e magari impensabili fino a qualche anno fa». 

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    Il progetto rientra nel quadro di una più ampia riqualificazione di largo Zecca, in particolare dei marciapiedi antistanti la caserma militare e la scuola media superiore “Vittorio Emanuele II – Jacopo Ruffini”. «Il nodo di largo Zecca – ammette l’assessore – era molto problematico per la viabilità. Da molti anni giaceva una richiesta da parte dell’istituto scolastico di messa in sicurezza dell’unica uscita e tante erano le lamentele dei cittadini che ci chiedevano un intervento. In effetti, c’era molto disordine causato da sosta irregolare sui marciapiedi di auto e moto, presenza di cassonetti Amiu e, appunto, il viavai di circa 1200 alunni. Senza considerare che molti genitori passano da qui per portare i bambini alla materna del Carmine». L’intervento di riqualificazione, dunque, è partito dall’allestimento di un marciapiede rialzato, con tutte le dotazioni per i disabili, proprio davanti all’ingresso del Vittorio Emanuele perché, a detta dell’assessore, «è l’unico modo per combattere l’abusivismo della sosta». Si sta procedendo, poi, a una riorganizzazione degli stalli merci e a una sistemazione dei posteggi per i motocicli nell’adiacente via Targa, in modo da mettere in sicurezza anche l’accesso alla funicolare Zecca-Righi.

    Una scelta che ha dunque l’obiettivo di migliorare mobilità e decoro urbano, ma che potrebbe rivelarsi indovinata anche per quanto riguarda l’attrattività turistica del centro cittadino e, in particolare, del borgo del Carmine: «Quando mettiamo in ordine un pezzo di città – dice l’assessore Dagnino – lo facciamo certamente per i genovesi ma laddove stanno bene i cittadini, la qualità della vita è migliore anche per i turisti». Le suggestive creuze del Carmine e la piazza del rinnovato mercato rimangono troppo spesso “tagliate fuori” dal flusso di turisti che da Piazza De Ferrari raggiungono via Garibaldi e via Cairoli. Da tempo commercianti e cittadini chiedono al Comune una segnaletica ad hoc che possa indicare il borgo ai visitatori. Un provvedimento che al momento non è previsto, ma la speranza è che il nuovo collegamento pedonale possa dare il via ad un processo virtuoso di valorizzazione di questa piccola perla cittadina incastonata alle spalle della Città Vecchia.

    Nel corso dei lavori è stato necessario chiudere al traffico via Vallechiara anche per interventi programmati nel sottosuolo. «L’opzione della pedonalizzazione definitiva di via Vallechiara – spiega Dagnino – non era stata presa in considerazione fin dalle prime battute per il timore di un congestionamento del traffico sul nodo dell’Annunziata e di via delle Fontane. I numeri di queste settimane, però, ci hanno mostrato che questa modifica può assolutamente essere resa permanente». Certo, sarebbe stato meglio fare testare la ricettività del traffico in una giornata invernale di pioggia e non con il sole estivo ma, in caso di necessità, il Comune è pronto a fare marcia indietro. «Nella riqualificazione di via Vallechiara – prosegue l’assessore – abbiamo comunque lasciato un marciapiede rialzato più ampio rispetto a quello precedente e una sede stradale carrabile in modo che un domani possa essere provvisoriamente riaperta al traffico veicolare, in caso di emergenze».

    Soddisfatto il consigliere Alberto Pandolfo che aveva sollevato la questione in Sala Rossa: «Si tratta di una scelta di buona amministrazione nella direzione della salvaguardia delle fasce più deboli – ha detto l’esponente del Partito democratico – che in questo caso sono gli studenti. Questi percorsi pedonali vanno replicati in altre zone della città che presentano occasioni simili a questa, con lavori di riqualificazione del territorio, da una parte, e possibilità di valorizzare luoghi di pregio bypassandoli dalla mobilità privata, dall’altra».

    Piste ciclabili e percorsi pedonali nel centro città

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    La pedonalizzazione di via Vallechiara, come detto, può rivelarsi strategica in funzione del tanto atteso completamento del percorso pedonale e di grande interesse turistico che da piazza De Ferrari conduce ai palazzi di Strada Nuova sino a scoprire lo splendido e caratteristico quartiere del Carmine, animato anche dalle tante iniziative del Mercato. In questa ottica e sempre a proposito di mobilità intelligente, l’assessore Dagnino ha anche confermato la prossima realizzazione della pista ciclabile di via XX Settembre che tanti dubbi ha suscitato in queste settimane. Due corsie, una in salita e una discesa, nel fulcro del centro cittadino che non sono destinate a rimanere isolate. Verso levante, infatti, è in fase di studio con la collaborazione del Municipio la prosecuzione del percorso lungo tutto viale Brigate Partigiane, dalla Stazione Brignole fino a piazzale Kennedy, che comporterà una riprogettazione delle aiuole nel tratto successivo alla Questura di via Diaz. Ma la grande novità sta nelle parole dell’assessore Dagnino che ha annunciato la possibilità di far proseguire il percorso in corso Italia realizzando una pista ciclabile sulla carreggiata a mare che verrebbe così totalmente interdetta al traffico: «Per il momento è solo un’idea – ha tenuto a precisare l’assessore – perché bisogna studiare la sostenibilità del progetto per il carico del traffico cittadino ma sarebbe bello rendere permanente ciò che ogni tanto avviene la domenica».

    Verso ponente, invece, da piazza De Ferrari il percorso proseguirà all’interno del centro storico: qui, per una questione di spazi limitati rispetto a quanto previsto dalla normativa europea, la pista ciclabile non potrà essere visivamente delimitata sulla pavimentazione ma si procederà con un’apposita segnaletica. In fase di studio c’è la possibilità di allargare la pista a una corsia di via Roma per poi far scendere i ciclisti urbani lungo salita Santa Caterina, piazza Fontane Marose e raggiungere così via Garibaldi. Qui ci si innesterebbe nel percorso pedonale che arriverà fino al Carmine ma potrà proseguire anche fino a Castelletto, sfruttando l’ascensore di piazza della Meridiana, o al Righi attraverso la funicolare.

    Il cuore della città, insomma, è sempre più orientato alla mobilità sostenibile. Almeno sulla carta. E, proprio in questa direzione si colloca un’altra interessante iniziativa che vedrà protagonisti i biker urbani della Valbisagno a partire dal mese di settembre: in occasione della settimana della mobilità sostenibile, infatti, verrà lanciato “Biketowork”, un progetto per condividere in bici il percorso da casa a lavoro. Lungo tutta la Valbisagno verranno create delle apposite fermate a cui fare riferimento per unirsi alla carovana diretta verso il centro cittadino: un passaggio ogni quarto d’ora, nell’arco orario di inizio mattina. Un po’ come avviene ormai in quasi tutti i quartieri con il Pedibus per i bambini che vanno a scuola. Perché muoversi insieme è più bello e più sicuro, soprattutto con le bici e lungo tratti cittadini cosiddetti promiscui.

     

    Simone D’Ambrosio 

  • Villa Piaggio, procedono i lavori per l’ostello e le residenze universitarie. Ma il parco soffre carenza di risorse

    Villa Piaggio, procedono i lavori per l’ostello e le residenze universitarie. Ma il parco soffre carenza di risorse

    villa-piaggio (4)A distanza di due anni dalla prima visita di Era Superba a Villa Piaggio, la sensazione rimane grosso modo la stessa: la villa e il suo verde soffrono molto e la loro manutenzione ha bisogno di grossi investimenti. Nelle scorse settimane si era parlato di un possibile inserimento dei lavori nella prossima programmazione Puc, la voce però non ha trovato conferma. La soluzione per non danneggiare ulteriormente un patrimonio dal grande potenziale oltre che uno spazio che dovrebbe appartenere ed essere utilizzato dai cittadini, potrebbe essere quella di una sinergia virtuosa fra pubblico e privato. Possibile? Ne abbiamo parlato con il presidente del Municipio I Centro Est, con le associazioni presenti in villa e con la società Castalia srl che ha acquistato i fabbricati nel 2011 da Spim.

    All’interno della villa al primo piano vi sono realtà comunali: l’ufficio della polizia municipale e gli uffici degli ATS (ambiti territoriali sociali) ai piani inferiori due associazioni e l’Istituto internazionale delle comunicazioni. L‘acquisto da parte dei privati sembrava potesse cambiare definitivamente il destino dell’area. «Quando Spim ha messo all’asta gli immobili lo ha fatto con un progetto per fare 7 grandi alloggi, con destinazione residenziale – commentano da Castalia srl – probabilmente per agevolare gli investimenti, il Comune aveva fatto fare questo studio, ma in realtà a noi l’immobile non è mai interessato per fare degli alloggi in questo senso, quello che ci interessava era la vicinanza al polo universitario».

    I lavori nell’area delle ex scuderie procedono con ritmo più sostenuto da alcuni mesi, la destinazione è  residenziale (come da Puc) ma «residenziale spurio, abbiamo diviso in due il comparto immobiliare, i piani inferiori saranno destinati alla realizzazione dell’ostello e ai piani superiori sono già state realizzate tutte le divisioni interne per creare bilocali per residenze studentesche, l’obiettivo finale è di creare un campus»Nota a margine, al momento L’università degli studi di Genova non è stata coinvolta, a quanto ci risulta.

    Un ostello da 61 posti e 20 bilocali, residenze per studenti al posto delle antiche scuderie in stato di degrado. Entro l’estate 2015 si ipotizza l’apertura dell’ostello, per le residenze studentesche bisognerà aspettare la fine del 2015 e l’inizio 2016.

    Questa potrebbe essere una buona notizia per l’intera villa e soprattutto nella prospettiva che si crei una sinergia fra ciò che è pubblico e ciò che verrà gestito dai privati. Il mantenimento di quella parte di verde di competenza dei privati (oltre alla ristrutturazione dei due fabbricati in toto) può essere l’inizio di un percorso che porti ad una sempre maggiore curadi questo patrimonio cittadino. Tanto più stando a ciò che Castalia ci ha raccontato: «sono stati presentati progetti in Soprintendenza per il ripristino della parte superiore (dove attualmente si trovano gli uffici della polizia municipale) e per l’accesso su via Pertinace; è ancora tutto in fase embrionale, certo è, che la presenza delle nostre strutture, una volta avviate, potrà essere un vantaggio, noi siamo molto aperti alla sinergia pubblico privato».

    La società ha poi voluto sottolineare che «c’è interesse a dare un aiuto concreto per la manutenzione del verde e delle facciate della villa; se individuiamo degli aspetti che alle associazioni presenti possono essere utili ci attiviamo ben volentieri».

    Sono trascorsi quasi tre anni dall’acquisto. Castalia spiega che essendo (come da Puc) gli edifici soggetti a tutela paesaggistica di insieme e puntuale (cioè è possibile mettere in atto restauro conservativo, ndr) il percorso burocratico è stato molto lungo. 

    Stando alle parole di Castalia le premesse buone ci sono tutte, ma che ne pensano le associazioni che nella villa operano da anni? E il Municipio I Centro Est? Ecco quanto ci ha raccontato Simone Leoncini, presidente del Municipio Centro Est.  Conferma di essere stato informato del progetto “campus”. E poi aggiunge che è chiaro che al centro vi sia «una struttura che ha bisogno di robustissime manutenzioni, con il problema basilare che queste per essere realizzate necessitano di fondi che sicuramente sono molto cospicui» . Leoncini ci anticipa che il prima possibile la sede distaccata ATS presente in villa sarà trasferita in via Santa Fede (dove attualmente vi è già il servizio di anagrafe) proprio per i grossi problemi strutturali di Villa Piaggio.

    Ma pare che gli uffici degli ATS non saranno gli unici ad abbandonare la villa. Ci sono, a quanto ci racconta Leoncini,  ipotesi di razionalizzazione delle sedi distrettuali della polizia municipale,  anch’essa si trova nei piani strada di Villa Piaggio (quelli con maggiori problemi di manutenzione), possibile l’accorpamento della sezione di Castelletto con quella di Villa Spinola.

    Le altre realtà presenti nella villa sono, come le ha definite il presidente del Municipio, locali associativi comunali che svolgono una funzione sociale importante. Sono l’associazione Anziani Oggi Argento Vivo e ContemporART. La prima si occupa di rispondere a molte delle esigenze dei cittadini della zona, svolge corsi di vario tipo, fornisce assistenza agli anziani e ha un centro estivo per i bambini. Assolve la funzione sociale che una struttura comunale come Villa Piaggio dovrebbe avere insita. ContemporART si occupa di arte, organizzando eventi e mostre, il fil rouge dell’associazione è diventato negli anni il legame fra arte e follia. Ha collaborato in passato e collabora tutt’ora con le ASL, realizza attività socio-terapeutiche (con l’aiuto di professionisti). Le due associazioni insieme all’Istituto internazionale delle Comunicazioni IIC, fra l’altro quello presente da più anni all’interno della villa, si occupano con le risorse che possono utilizzare della manutenzione del verde per quanto riguarda le zone di loro “competenza”. «Quando siamo entrati la villa aveva bisogno di tantissimi lavori che abbiamo fatto noi di nostra iniziativa con le nostre possibilità economiche», commentano da ContemporART. «La villa avrebbe bisogno di lavori. I nostri spazi sono puliti perché ce ne occupiamo noi, collaborando con le altre associzioni presenti», affermano dall’Associazione Anziani, sulla stessa linea dell’IIC «ci siamo fatti carico, negli anni scorsi, di alcuni lavori interni e dei problemi cronici di umidità».

    Insomma Villa Piaggio è viva, popolata di iniziative e frequentata da chi vive nella zona. Avrebbe bisogno di manutenzione costante e quindi di risorse economiche che il Comune non può investire, al momento Aster si occupa della manutenzione del verde della villa «secondo una frequenza prevista a contratto – commentano dalla società in house del Comune – apertura giornaliera feriale, svuotamento cestini e raccolta rifiuti grossolani sul suolo ogni settimana e potature in funzione delle disponibilità economiche erogate dal Comune. In Villa Piaggio hanno dato importante contributo alla manutenzione ordinaria le associazioni di volontari coordinate dal Municipio», concludono.

    La prospettiva di un soggetto privato che si prenda in carico, almeno in parte, il problema della manutenzione potrebbe essere la soluzione. Fondamentale sarà la sinergia fra tutti i soggetti, i compratori privati, l’amministrazione pubblica e le associazioni. Villa Piaggio si appresta dunque a diventare teatro di un esperimento che potrebbe essere replicato anche in altre aree verdi urbane che soffrono dei medesimi problemi.

    Claudia Dani

  • Villa Pallavicini, Pegli: cantieri bloccati, si attende decisione di Tursi sulla gestione della fondazione privata

    Villa Pallavicini, Pegli: cantieri bloccati, si attende decisione di Tursi sulla gestione della fondazione privata

    villa-pallavicini-pegli-d7Avevamo visitato Villa Pallavicini a Pegli qualche mese fa (qui l’approfondimento), quando la fine dei lavori sembrava prossima e ci si preoccupava di trovare un gestore solido e credibile, che instaurasse un dialogo con Tursi e diventasse operativo già nei mesi prima della riapertura, in modo da proporre strategie concrete di promozione ed entrare in sinergia con il quartiere e con i possibili visitatori. Nonostante le proroghe, i lavori inspiegabilmente non sono stati ultimati e per quanto riguarda la gestione è tutto ancora aperto: la nascente Fondazione – iniziativa dell’associazione Amici di Villa Pallavicini – ha presentato 10 mesi fa una proposta al Sindaco, ad oggi nessun segnale.

    Villa Pallavicini, i lavori

    lavori-villa-pallavicini-3I lavori, iniziati nel 2011 e finanziati con 3,6 milioni di euro di fondi residui delle Colombiane del 1992 (ad hoc per il recupero dei parchi storici) sarebbero dovuti finire entro il 2014. Il progetto iniziale prevedeva interventi nei tre lotti principali del parco (in tutto circa 8 ettari).

    Quando avevamo visitato il parco lo scorso febbraio, avevamo constato che – mentre il primo lotto era stato ultimato – nel secondo e nel terzo si parlava rispettivamente di una proroga a marzo 2014 e maggio-giugno, per la piantumazione di nuovi alberi.

    A che punto siamo oggi? Nulla è cambiato, ci conferma l’architetto che sta seguendo i lavori, Silvana Ghigino, rispetto a mesi fa: «Non ci sono novità da quando ci siamo incontrati l’ultima volta. I lavori si dovevano concludere prima, ma sono ancora bloccati. Ad oggi non sappiamo niente: speriamo a settembre di avere qualche novità in più».

    La gestione e la nascita della fondazione privata

    Anche su questo versante, tutto tace. “Abbiamo ripresentato il nostro progetto al Sindaco (ottobre 2013), dove il sottoscritto ed altri metteranno il capitale necessario alla costituzione (almeno € 60.000,00). Abbiamo elaborato un Piano Gestionale con i relativi conti economici che confermano la necessità di un fabbisogno di 700 mila euro l’anno, da reperire mediante ingressi e servizi turistici. Abbiamo chiesto al Comune di contribuire al 50%, ma non si sa se accetteranno. Abbiamo costituito l’Associazione Amici di Villa Durazzo Pallavicini: da settembre 2013, attraverso una convenzione con il Comune di Genova, nei fine settimana organizza visite guidate ai cantieri del parco chiuso al pubblico per mantenere viva la promozione turistica e non danneggiare il futuro gestore”.  Questo è quanto scrive Fabio Calvi, socio dell’associazione, in un comunicato.

    Dopo aver presentato il progetto a fine 2013,  nel maggio scorso sono state raccolte oltre 400 firme, consegnate al Sindaco.

     «Al momento ci stiamo confrontando con il Comune per ragionare sulla situazione – racconta Ghigino  – siamo costituiti in fondazione privata e speriamo di poter interagire con Tursi un domani, venendo riconosciuti come soggetto idoneo per la futura gestione». I membri avevano presentato a ottobre 2013 un progetto completo con valutazioni economiche per dare vita a una fondazione in grado di inserirsi nella gestione e atutofinanziarsi. I costi stimati annualmente per la manutenzione e la promozione (a fronte degli attuali costi del Comune, pari a 640 mila euro per il verde, 250 mila di manutenzione e 80 mila per la biglietteria) si aggirerebbero attorno ai 700 mila euro e la strategia della fondazione, così come nella proposta presentata al Comune, era quella di contribuire per la metà attraverso fondi raccolti con bigliettazione e iniziative culturali. Per l’altra metà, invece, si chiedeva l’intervento del Comune.

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    L’idea di dar vita alla fondazione non nasce, naturalmente, dal nulla. «Ci occupiamo dal 1983 delle sorti di Villa Pallavicini: prima come tesi di laurea, poi con pubblicazioni ed infine come progettisti dei diversi progetti di restauro del parco, a partire dal 1991 sino a quelli attuali. Dal 1992 siamo presenti a Villa Serra a Còmago (Sant’Olcese) come direttore del parco e abbiamo pertanto maturato in tutti questi anni una certa esperienza di gestione e di conoscenza della macchina comunale dall’interno. Siamo critichi verso la gestione pubblica, che ha subito negli ultimi anni pesanti tagli e non è in grado di rispondere ai bisogni del territorio: nel 2001, momento dello scioglimento del Servizio Giardini del Comune e del suo passaggio in ASTER, vi erano in servizio 300 giardinieri; oggi ASTER ne ha 60 per tutta la città. In Villa Pallavicini 5 anni fa vi erano 8 giardinieri, oggi solo 3, di cui due disabili. Inoltre, ASTER riceve dal Comune per la manutenzione straordinaria (potature ed abbattimenti) una cifra che nel 2011 era di € 120 mila euro e che nel 2013 era di circa € 100 mila, in costante diminuzione».

    Viste le difficoltà evidenti dell’amministrazione, in questi anni il gruppo di volontari prima riuniti nell’associazione Amici di Villa Pallavicini matura l’idea di costituirsi in fondazione per proporsi, prima del termine dei lavori, come gestore del complesso: «Lo statuto del 2010 nasceva dal contributo di 4 associazioni pegliesi (riunite in un Comitato promotore della Fondazione), con il contributo esterno del FAI e l’assistenza tecnica del nostro studio, di avvocati e commercialisti. La necessità di definire una modalità gestionale diversa da quella comunale è iniziata nel momento stesso in cui sono partiti i progetti (inizio 2009) ed era una scelta ampiamente condivisa dal territorio, già bruciato dai restauri del 1992 dove, dopo aver speso 8 miliardi di lire, il parco era caduto nell’abbandono».

    Una strategia inevitabile per arginare il progressivo declino. Come già scrivevamo mesi fa, si è passati da 25 mila visitatori del 1995 ai 5 mila del 2012: un quinto in 17 anni. I visitatori (soprattutto gli stranieri, che costituivano la metà degli ingressi paganti) erano scoraggiati dallo stato di abbandono del parco.

    Stando a quanto sostengono i membri di APS – Amici di Villa Durazzo Pallavicini: «Qui a ponente è condivisa da tutti la necessità di risolvere il problema con una gestione esterna al Comune. Abbiamo lavorato a lungo per individuare la figura giuridica no-profit più adatta. All’inizio si pensava ad una “Associazione di Associazioni”, poi ad una fondazione composta da Associazioni e Comune, poi solo da Associazioni ma con il contributo economico del Comune (e la possibilità di reinvestire nel parco gli utili della bigliettazione, che oggi finisco nel bilancio comunale). Ma il Comune ha detto no a questa prima proposta, motivando la scelta con l’impossibilità di trovare fondi per contribuire economicamente e costringendo le associazioni a ritirarsi. Così alla fine siamo approdati alla soluzione della fondazione privata, coinvolgendo anche i cittadini pegliesi a cui sta a cuore il patrimonio cittadino».

     

    Elettra Antognetti

  • Acquisizioni gratuite dal Demanio al Comune: terreni, immobili e gallerie per la Genova di domani

    Acquisizioni gratuite dal Demanio al Comune: terreni, immobili e gallerie per la Genova di domani

    traffico-macchine-DIProsegue, seppure a rilento a causa delle tardive risposte arrivate a Tursi, il percorso di acquisizione gratuita da parte del Comune di Genova di immobili e terreni dal Demanio statale e militare (qui l’approfondimento) così come previsto dal programma di “federalismo demaniale” inserito nel cosiddetto “Decreto del Fare”. È stata approvata all’unanimità in Consiglio comunale la seconda delibera (qui l’approfondimento sulla prima tranche) che dà il via libera definitivo all’acquisizione di una serie di beni rientranti in quelle 120 voci richieste ufficialmente da Tursi, sentiti anche i Municipi, alla fine del 2013.

    La delibera tratta nel dettaglio 62 immobili per la maggior parte dei quali il Demanio ha accettato la richiesta di acquisizione e per cui il Comune ha confermato il proprio interesse. Si tratta innanzitutto di una serie di strutture e terreni utili a completare il sistema difensivo dei forti in parallelo al processo di acquisizione dei forti stessi (qui l’approfondimento). Sotto questa voce sono compresi: l’ex Batteria nord-sud del Forte Richelieu, l’ex Batteria Belvedere parte dell’ex Batteria di San Simone, l’ex caserma e magazzino del telegrafo a Forte Tenaglie e la polveriera di Porta Mura Angeli a patto che non siano vincolate dalla Sovrintendenza. A queste strutture si aggiungono il terreno limitrofo al Forte di Santa Tecla, il terreno via Domenico Chiodo e salita del Castellaccio, l’ex campo di tiro a segno del Lagaccio in via del Peralto e diverse aree e manufatti sul Monte Moro per un progetto di valorizzazione del levante genovese.

    Un’altra serie di beni, invece, sarà acquisita a migliorare la mobilità locale e il trasporto pubblico. In questo capitolo rientrano anche beni già utilizzati per il traffico cittadino ma il cui ottenimento da parte del Comune sgraverebbe le casse di Tursi di alcune servitù e potrebbe consentire una più facile gestione e manutenzione. Ecco, dunque, che nella delibera troviamo alcune parti delle rampe di accesso alla Sopraelevata di via Quadrio per lo svincolo di via Madre di Dio e il cammino di ronda Piazza Caricamento nella zona sottostante la rampa di uscita in via della Mercanzia. Ci sono, poi, l’area “ex Derna” a Sampierdarena funzionale al miglioramento della viabilità di Lungomare Canepa, un tratto di oltre mille metri quadri del greto dell’ex torrente Veilino per ottimizzare l’accesso al Cimitero di Staglieno, un’area lungo via Multedo ed altri tratti di ex strade militari ad oggi già parzialmente sfruttati per viabilità urbana.

    Sempre al fine di migliorare collegamenti viari, pedonali e per usi specifici utili ai servizi di trasporto pubblico, il Comune conferma l’acquisizione di una ventina di gallerie, nella maggior parte dei casi ex ricoveri anti aerei. Sotto questa voce troviamo gli immobili di:
    via della Marina per l’uscita di sicurezza della Metropolitana; via Cantore per l’ascensore Amt di collegamento con l’ospedale Villa Scassi; corso Magenta, corso Armellini e via Ponterotto già sfruttate per l’accesso ad ascensori pubblici; via Vianson in quanto utilizzata dal museo di Villa Doria Pallavicini; via Reggio, via Monte Contessa, via Buffa/via Alassio, via Pegli/via Caldesi, via Airaghi/via Villini Negrone per interesse manifestato dal Municipio Ponente; galleria Mameli impropriamente denominata Mazzini; un ex ricovero antiaereo a Coronata funzionale alla riconversione dell’ex complesso ospedaliero; le gallerie di via Vado/Villa Rossi per interesse del Municipio VI Medio Ponente; l’ex ricovero antiaereo di Porta Soprana e quello di via Vernazza utilizzati principalmente per i lavori della Metropolitana; un deposito automezzi di Amiu alla Volpara; l’ex ricovero antiaereo di Palazzo Tursi; la galleria di accesso a corso Firenze da via Paleocapa, già utilizzata dalla viabilità ordinaria; la galleria Bixio; l’ex ricovero antiaereo di piazza Acquaverde in posizione strategia dell’ambito dei lavori di riqualificazione della stazione ferroviaria di Piazza Principe.

    Suscita grande interesse per il miglioramento della viabilità di sponda dei torrenti Bisagno, Polcevera e Secca l’acquisizione di tratti dei greti di alcuni ex torrenti e dei terreni limitrofi. Sotto questa voce le strade coinvolte più interessanti risultano: via Emilia, via Geirato, via Struppa, la sponda destra del Bisagno a Prato, Lungomare Dalmazia, la sponda sinistra del Polcevera, un terreno incolto in via Lepanto e il terreno dell’ex caserma Nino Bixio funzionale alla mobilità dell’ospedale Galliera.

    A completare il quadro delle acquisizioni, altri quattro immobili che, con tutta probabilità, verranno sfruttati da Tursi per essere rivenduti e fare cassa. In particolare, si tratta di un negozio al civici 4 e 6 rossi di via Torti, un laboratorio in Salita al Santuario n.2, l’ex casa con “magazzeno” di via Mura del Molo n.2, l’ex casa littoria di Giminiano a Rivarolo.

    Come già successo nella prima delibera, anche in questa sono contenuti alcuni beni inizialmente inseriti nell’elenco delle manifestazioni di interesse da parte del Comune che, a seguito di opportune verifiche, sono stati stralciati dalle richieste a prescindere dalla disponibilità del Demanio. Si tratta dell’ex galleria di Borgo Incrociati, a rischio esondabilità e murata nel corso dei lavori di riqualificazione della Stazione Brignole; di una copertura del torrente Foce tra via Airaghi e via Cordanieri perché, differentemente da quanto pensato, non è contigua con sedime stradale pubblico bensì privato; un parcheggio e un manufatto in via delle Fabbriche sul greto del Cerusa, tenuto conto della particolare collocazione non strategica.

    Infine, vi sono anche tre spazi per cui il Demanio ha comunicato il proprio diniego alla disponibilità di passaggio di proprietà. Il primo riguarda l’area su cui sorge il ristorante di Punta Vagno perché oggetto di contenzioso in via di soluzione tra il Demanio e i proprietari del locale; le altre due si riferiscono all’ex “Casa del soldato” in piazza Sturla e alla caserma Andrea Doria per cui il Ministero della Difesa ha manifestato l’interesse di sfruttarle come alloggi di servizio. L’immobile di Carignano, in particolare, sembrerebbe destinato a ospitare la nuova sede della caserma dei Carabinieri attualmente nel vicino complesso della caserma Pilo. Su questi due ultimi beni ritenuti strategici per la città, uno come valore architettonico-culturale l’altro per l’inserimento di funzioni urbane, Tursi non si arrende e ha chiesto l’avvio di un tavolo di trattativa e concertazione con l’Esercito, alla presenza del Demanio, per capire quali siano le reali esigenze del Ministero della Difesa e se non si potesse, invece, quantomeno ottenerne una parte o, eventualmente, scambiarli in permuta con altre aree.

    Simone D’Ambrosio

  • Ciclo dei rifiuti, la delibera del Comune sotto la lente d’ingrandimento

    Ciclo dei rifiuti, la delibera del Comune sotto la lente d’ingrandimento

    consiglio-comunale-genova-giornalisti-DCon un paio di giorni di ritardo ma ben 17 in più rispetto alla promessa di arrivare in aula entro il 1° luglio, la delibera di indirizzo ad Amiu per la definizione del nuovo ciclo dei rifiuti è stata approvata giovedì scorso dal Consiglio comunale con 23 voti favorevoli (Pd, Lista Doria, Sel, FdS, Repetto dell’Udc, Anzalone e De Benedictis del Gruppo Misto) e 13 contrari (Pdl, Lega Nord, Lista Musso, M5S e Baroni del Gruppo Misto).

    Verso il piano industriale di Amiu, un iter travagliato

    Già note le situazioni che martedì avevano portato all’annullamento della seduta ordinaria con i consiglieri di opposizione usciti dall’aula al momento dell’appello per far mancare il numero legale vista l’assenza di alcuni membri della maggioranza.  Anche nella seconda convocazione di giovedì l’opposizione ha tentato di bloccare i lavori presentando una sospensiva con l’intenzione di attendere la discussione delle problematiche relative all’impianto di Volpara nel Municipio Media Val Bisagno, i cui cittadini avevano presenziato in buon numero in Sala Rossa esponendo  uno striscione nero con la scritta “Basta morti alla Volpara”. Ma la maggioranza ha serrato i ranghi e ha bocciato la proposta. Ecco allora che, dopo l’illustrazione di una ventina di ordini del giorno e 35 emendamenti, si è arrivati finalmente all’approvazione del documento che vincola la partecipata del Comune di Genova a presentare al Consiglio il proprio piano industriale entro la fine del mese.

    «In realtà – chiarisce il presidente di Amiu, Marco Castagna – si tratterà solo di una prima versione del piano industriale perché stiamo aspettando la road map dalla Regione per porre definitivo rimedio all’emergenza Scarpino e capire dove collocare il nuovo impianto di trattamento del percolato».
    In proposito sarà indispensabile capire a chi spetterà il finanziamento degli interventi: se, come sostiene Castagna, la messa in sicurezza della vecchia discarica di Scarpino 1 rientra in un quadro di lavori bonifica è un conto, altrimenti l’onere dei lavori ricadrà nel capitolo della gestione dei rifiuti e, di conseguenza, sulle bollette dei genovesi nei prossimi anni «che sarebbero così costretti a pagare oggi gli sbagli del passato». Oltre alle tempistiche di realizzazione dei nuovi impianti e ai conseguenti fabbisogni finanziari, Amiu dovrà anche rendere esplicite le necessità di personale in modo che Tursi possa predisporre un piano di assunzioni a tempo indeterminato

    A fianco alla presentazione del piano industriale, il presidente di Amiu ha annunciato anche l’arrivo di un dossier che metterà a punto un’efficace strategia per finanziare buona parte degli indispensabili adeguamenti impiantistici attraverso fondi europei. In questo capitolo rientrerebbe anche il biodigestore, la cui installazione al momento è stata supposta nelle aree ex Ilva a Cornigliano dove Mediterranea delle Acque sta già progettando un nuovo impianto di depurazione.
    Con l’arrivo del biodigestore entro il 2018, i cui costi si aggirano sull’ordine di grandezza dei 35/40 milioni di euro, potrebbe trovare in parte una soluzione anche la problematica Volpara (per quanto riguarda il ridimensionamento dell’area nel suo complesso, decisiva anche l’entrata in funzione del suddetto depuratore di Cornigliano entro il 2020, ndr), di cui i cittadini della Val Bisagno chiedono a gran voce la chiusura. L’avvio del nuovo digestore, in grado anche di produrre una discreta quantità di energia pulita, dovrebbe portare infatti alla dismissione dell’impianto di separazione secco-umido che nel frattempo troverà posto proprio nella discarica della Val Bisagno (insieme con quello che entro luglio 2015 dovrà essere installato nell’area di Rialzo a Campi).

    Gli indirizzi del Comune ad Amiu: differenziata, impiantistica, tariffazione

    RifiutiBenché siano già state annunciate e trattate su Era Superba a diverse riprese nelle scorse settimane, è certamente opportuno ricordare quali siano le principali linee di indirizzo che Giunta e Consiglio hanno fornito alla partecipata nel tentativo di rispondere alle strategie europee in direzione della cosiddetta “economia circolare”, basata cioè su una società che ricicla allo scopo di ridurre la produzione di rifiuti e di utilizzarli come risorsa prevenendo il consumo delle materie prime e mettendo in pratica una concreta ottimizzazione energetica.

    Il primo indirizzo della delibera riguarda il completamento “entro il 2016 dell’estensione della raccolta differenziata della frazione organica e della componente “secca” in tutta la città, sia per le utenze domestiche che per le utenze commerciali, diversificando le modalità di servizio al fine di ottenere ove possibile una raccolta di qualità dei materiali e tenendo conto anche degli aspetti economici”.
    Il piano di Amiu fissa in proposito una doppia fase per le utenze commerciali con circa 600 nuovi ritiri porta-a-porta a partire da questo mese e altri 1600 da dicembre. Per le utenze domestiche, invece, il potenziamento della raccolta, in questo caso principalmente di prossimità attraverso la predisposizione di nuovi cassonetti marroni, sarebbe dovuto partire da settembre ma la partecipata sembra essere in anticipo con la consegna proprio in questi giorni del kit per la raccolta dell’organico a circa 5600 famiglie residenti nelle zone di Carignano e via San Vincenzo. Prossime tappe Sampierdarena, Foce e Nervi per un totale di 50 mila abitanti entro la fine dell’anno.
    Grazie al potenziamento delle azioni di comunicazione, informazione ai cittadini e incentivazione economica, infatti, Amiu dovrà raggiungere degli obiettivi di raccolta differenziata stabiliti dal Piano Regionale (qui l’approfondimento), che prevede una percentuale del 50% al 2016 e del 65 % al 2020.

    Si arriva, poi, alla questione impiantistica. Ecco che cosa dice, in proposito, la delibera: “Completare la progettazione degli impianti necessari per il trattamento e recupero della “frazione organica” dei rifiuti, basati sulla tecnologia di digestione anaerobica, che dovranno essere realizzati entro il 2018, includendo anche l’ipotesi di una eventuale collocazione in aree Ilva. La soluzione impiantistica dovrà essere modulare, anche al fine di poter dare soddisfare le esigenze, ancora in fase di definizione, della Città Metropolitana”. Ecco, dunque, nero su bianco il superamento dell’inceneritore, salutato con grande soddisfazione dalle associazioni ambientaliste: «È una enorme rivincita per le associazioni, i comitati ed i cittadini – scrivono gli Amici del Chiaravagna – che nel luglio di 10 anni fa avevano fortemente contestato una delibera che, aprendo la strada alla costruzione di un mega inceneritore, sembrava avere messo una pietra tombale sul diritto alla salute, sulla democrazia, sull’equilibrio dei conti pubblici genovesi. Tutti insieme, siamo stati in grado di condizionare l’agenda politica locale e nazionale dimostrando il valore delle nostre tesi finalizzate esclusivamente al bene comune».

    Per quanto riguarda il nuovo impianto di digestione anaerobica (biodigestore), invece, la delibera parla di studiare “la possibilità di utilizzo del biogas generato per usi alternativi alla produzione di energia elettrica, quali l’autotrazione o l’immissione in rete, tenuto conto delle opportunità di incentivazione economica e della localizzazione dell’impianto”.

    Si parla poi di “approfondire la possibilità di realizzare presso il sito di Scarpino un nuovo impianto di compostaggio, in cui trattare la componente organica derivante dalla raccolta differenziata e dal trattamento anaerobico, sulla base dello studio di fattibilità del 10/11/2013 e alla luce delle criticità emerse sull’area. In alternativa, per consentire il computo della frazione organica nell’ambito dei criteri di calcolo delle percentuali di raccolta differenziata, sarà necessario identificare un altro sito, ovvero stipulare accordi con altri soggetti”.
    Per Scarpino, il primo punto all’ordine del giorno deve essere proprio il superamento dell’emergenza. Per questo la delibera ricorda che si dovranno “attuare tutti gli interventi necessari all’adeguamento della discarica di monte Scarpino affinché la stessa possa essere messa in sicurezza ed essere utilizzata come discarica di servizio per gli scarti prodotti dagli impianti di trattamento e recupero della frazione organica e secca, secondo le prescrizioni dei nuovi provvedimenti autorizzativi degli Enti competenti”.

    Infine, uno sguardo anche alla “frazione secca” dei rifiuti residui per cui dovranno essere elaborate “soluzioni impiantistiche da realizzarsi in alternativa al gassificatore, valutando – secondo criteri ambientali, economici e logistici – sia l’ipotesi di impianti per il recupero spinto di materia che quella di impianti di CSS (combustibile solido secondario) prevista dal Piano Regionale dei Rifiuti privilegiando prioritariamente la componente di recupero della materia”.

    Tutti questi elementi dovranno essere recepiti nel piano industriale che Amiu dovrà presentare entro fine mese. Entro fine anno, invece, la partecipata dovrà approvare un percorso per la realizzazione di nuove Isole Ecologiche in modo che ogni Municipio arrivi ad averne una.

    Tra i numerosi emendamenti accolti dalla Giunta e approvati dal Consiglio, merita particolare attenzione quello presentato dal capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone e sottoscritto da tutta la maggioranza, che per ammissione dello stesso assessore al Ciclo dei rifiuti, Valeria Garotta, «completa e rende migliore tutto l’impianto della delibera». Tra i punti principali delle modifiche apportate al testo licenziato da sindaco e assessori, si sottolinea lo sprone ad avviare sperimentazioni di soluzioni di tariffazione puntuale che adeguino l’imposta alla quantità di rifiuto indifferenziato effettivamente prodotto e l’istituzione di un Osservatorio di Cittadinanza Attiva “al fine di coinvolgere soggetti di rappresentanza dei cittadini, degli utenti e delle parti sociali” come attivi valutatori delle performance di Amiu e attenti segnalatori di eventuali esigenze.
    Molto soddisfatto della delibera il consigliere Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria e da sempre impegnato nella lotta ambientale per un miglioramento del ciclo dei rifiuti cittadino: «Vedo questo passaggio come una sorta di rivoluzione culturale – ha detto Pignone – perché mai come ora in una delibera sono stati presenti così tanti grandi elementi di cambiamento. Questa delibera è una risposta adeguata anche nella direzione del sostegno del servizio pubblico delle aziende pubbliche. Fino a ieri sbagliavamo a guardare i rifiuti solo come una questione economica: ora sono finalmente considerati come materiali post consumo ovvero una risorsa». Ma la soddisfazione più grande per il primo eletto nella “lista arancione” a sostegno del sindaco sono le nuove prospettive tecnologiche: «Finalmente viene messo nero su bianco il superamento del gassificatore e dell’inceneritore – ha proseguito Pignone suscitando una reazione non proprio composta tra i banchi del Partito democratico – che molti consiglieri conoscono bene perché avevano votato con favore nel passato ciclo amministrativo in cui, tra l’altro, si cercava di risolvere i problemi della Valbisagno semplicemente spostandoli a Scarpino».

    Anche il sindaco Doria guarda con soddisfazione alla delibera approvata e tocca il tempo alla Regione pensando già alla costituenda Città Metropolitana: «Nel piano regionale – si legge in una nota del primo cittadino – sono previsti impianti di diverso carattere, funzionali al ciclo in aree territoriali omogenee o di valenza regionale. Le caratteristiche, la collocazione e i costi  di questi impianti  devono essere discussi in modo chiaro, trasparente e condiviso perché sono a carico dei cittadini dell’intera Liguria che è caratterizzata dalla presenza di una vasta città metropolitana». Secondo Doria, dovranno essere previsti investimenti pubblici, anche regionali, per la realizzazione di tali impianti. «Le linee di indirizzo decise dal Consiglio comunale di Genova – prosegue il sindaco – consolidano la funzione di Amiu a servizio dell’area metropolitana e quale importante risorsa industriale a livello regionale. La ripartizione delle risorse pubbliche dovrà tenere in debito conto il numero dei cittadini serviti e la valenza industriale delle aziende pubbliche esistenti sul territorio».

    Ma è ancora il capogruppo Enrico Pignone a tracciare la road map delle prossime priorità: «Innanzitutto dovrà essere messa in sicurezza la discarica di Scarpino – ricorda il capogruppo di Lista Doria – e nel frattempo vanno velocizzate le tappe del processo di separazione secco/umido». Il consigliere comunale guarda anche a un orizzonte più ampio: «Oltre a quanto Amiu proporrà nel proprio piano industriale dovremo studiare nuove filiere per recuperare il materiale che ieri era considerato solo rifiuto ma domani potrà anche portare lavoro, nel rispetto della salute dei cittadini e dell’ambiente».

    Ora la palla passa ad Amiu, prima che il dibattitto ritorni a Tursi una volta presentato ufficialmente il piano industriale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Imprenditoria femminile, la situazione in Italia e in Liguria. Dati e riflessioni

    Imprenditoria femminile, la situazione in Italia e in Liguria. Dati e riflessioni

    Ragazza giovane
    Foto di Roberto Manzoli

    “Non tutti sanno che se l’occupazione femminile arrivasse al 60% il Pil crescerebbe del 7 per cento”, scriveva qualche mese fa la giornalista Lidia Baratta su linkiesta.it. Quello che emerge dagli ultimi report (e quello che sta sotto gli occhi di tutti) è che, per quanto riguarda il settore dell’occupazione femminile, in Italia la situazione è ancora di grande arretratezza rispetto ad altri paesi. Nonostante il più o meno recente dibattito sulle quote rosa aperto in Parlamento e nelle altre istituzioni preposte, resta alto il numero delle donne disoccupate: casalinghe, madri, pensionate, ma anche giovani che, una volta terminato il ciclo di studi, non trovano o non cercano lavoro e si dedicano – volenti o nolenti – alla famiglia. Forse non ce ne rendiamo conto, ma questo fenomeno è talmente diffuso che ha preso anche un nome: “chilometro rosa”, ad indicare la corsa ad ostacoli che le donne sono costrette a correre con i loro colleghi uomini. All’inizio il percorso è lo stesso, poi la corsa si fa impari: le donne compiono questa impresa lavorativa/sportiva con una zavorra sulle spalle che i loro equivalenti maschi non hanno e restano pertanto escluse dal podio dei ruoli dirigenziali.

    L’Italia vive uno stallo ineguagliabile e la riflessione su questa situazione è tornata in auge proprio in questa fase storica, in cui la crisi costringe tanti a vivere in povertà (i dati Istat del 14 luglio stimano che il 10% della popolazione, vive in condizioni di povertà assoluta o relativa). Ci si chiede se l’occupazione femminile e l’accesso delle donne ai ruoli di potere possa aiutare a rimettere in moto l’economia.

    In generale, sembra una prospettiva non troppo utopica: anche se le imprenditrici sono ancora poche nel nostro Paese (1,5 milioni, pari a circa il 23,6% del totale) e ricoprono ruoli meno rilevanti dei colleghi maschi, le imprese guidate da donne sembrano aver retto meglio alla crisi. Ci sono migliaia di imprese rosa in più rispetto agli ultimi anni: oltre 3 mila in più nel 2013 e 11 mila nuove imprese negli ultimi 3 anni, in base ai dati di Unioncamere.

    Imprenditoria femminile in Italia e a Genova: i dati

    In Italia le aziende guidate da donne sono poche, meno di 1 su 4, e per la maggior parte si tratta di imprese piccole, con fatturato minore rispetto a quelle a conduzione maschile.
    In base ai dati Eurostat 2013, la percentuale di donne in posizione dirigenziale in Italia è poco rassicurante: 34,7%, con calo drastico al 4%, se si considera la presenza femminile nei CdA di società per azioni. Situazione opposta quella delle PMI a conduzione femminile, che resistono alla crisi più di quelle maschili e sono in costante aumento (incremento di oltre il 4% nel 2013 di società di capitali).

    I dati nel complesso non sono ancora rassicuranti, ma si stanno facendo progressi verso il consolidamento di un sistema imprenditoriale femminile vero e proprio. A questo proposito, lo scorso 9 maggio nel corso del primo Forum nazionale Terziario Donna a Palermo (organizzato dal Comitato delle donne imprenditrici della Confcommercio, dal titolo “Donne motore della ripresa”) sono stati presentati i risultati dell’osservatorio sull’evoluzione dell’imprenditorialità femminile nel terziario realizzata in collaborazione con il Censis: «Negli ultimi cinque anni» – spiega Luisa Cecchi Famiglietti, Presidente Terziario Donna Ascom Genova e Consigliere Nazionale Terziario Donna – «è cresciuta la percentuale femminile sul totale degli imprenditori, rappresentando 1/3 delle imprese italiane, mentre, a livello di rappresentanza nel sistema Confcommercio arrivano al 50%».

    In base ai dati forniti da Ascom, le donne imprenditrici resistono alla crisi meglio degli uomini, dimostrando grande capacità innovativa: dal 2009 il numero complessivo di imprenditori è passato da 4 milioni 514 mila a 4 milioni 308 mila del 2013, con un’emorragia di 206 mila unità (4,6%). Tra le donne le perdite sono state inferiori sia in termini assoluti (-47 mila imprenditrici tra 2009 e 2013) che relativi (-3,5%). L’effetto combinato delle diverse dinamiche ha determinato una crescita seppur lieve del livello di femminilizzazione della nostra imprenditoria: l’incidenza delle imprenditrici sul totale degli imprenditori è passata dal 29,8% del 2009 al 30,1% del 2013.

    Commenta Famiglietti: «Va riportata l’attenzione su un’Italia al 74° posto per parità di genere, al 90° per opportunità di partecipazione alla vita economica e al 48° per istruzione femminile e presenza in parlamento. Inoltre 800 mila sono le mamme che, costrette, hanno abbandonato il lavoro negli ultimi 2 anni e oltre 4 milioni le donne che vorrebbero lavorare e non possono. Questi dati sono il segnale di quanto sia necessario immaginare percorsi professionali davvero in grado di conciliare produttività e tempo di lavoro, in quanto la conciliazione tra maternità e lavoro ai livelli apicali rischia di essere impossibile, mancando le strutture, gli aiuti e politiche pubbliche adeguate».

    Quante sono e quanti anni hanno le donne imprenditrici in Liguria?

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    Per quanto riguarda la concentrazione delle imprese guidate da donne, dal report fornito nel 2013 da Unioncamere – Osservatorio dell’imprenditoria femminile si nota che le regioni più virtuose sono Molise (29,7%), Abruzzo (27,8%) e Basilicata (27,7%). Tra le province, invece, Avellino e Benevento, con oltre il 32%, Frosinone e Isernia, che superano il 30%, Chieti, Campobasso e Grosseto con percentuali superiori al 29%. La Liguria si attesta a quota 24,4% assieme a Puglia e Toscana, dato superiore alla media nazionale del 23,6%. Tuttavia, la nostra regione registra un calo dello 0,99% rispetto al 2012, con la chiusura di oltre 400 aziende a gestione femminile, su un totale di 510 chiusure.

    Stando ai dati che ci fornisce Confesercenti Liguria, nel primo trimestre 2014 le “aziende rosa” (in generale quelle a maggioranza femminile, con il CdA composto al 60% da donne) in Liguria erano 713, di cui 384 a Genova. Per quanto riguarda l’età, il 51% delle donne titolari di imprese fanno parte della fascia compresa tra i 35 e i 50 anni, ma si tratta di una stima approssimativa in quanto gran parte delle donne in questione proviene da un background imprenditoriale famigliare e spesso iniziano da giovanissime a muovere i primi passi in azienda, arrivando però a ricoprire ruoli chiave solo in età più adulta.
    Ad oggi in Liguria la percentuale di imprenditrici in età compresa tra i 20 e i 35 anni è il 17,1, seppur in leggero aumento rispetto agli scorsi anni, resta bassa se comparata al 51% della fascia superiore.

    In quali settori prevale l’imprenditoria femminile?

    Nessuna sorpresa. In Italia l’incidenza più bassa si registra nelle costruzioni (solo l’1,95% del totale, contro il 98,05% degli uomini), mentre percentuali più alte si riscontrano nel settore della moda, in cui le donne sono più degli uomini, e nel campo benessere e sanità (46,57%).
    In generale, in base ai dati forniti dall’Osservatorio Confcommercio-Censis sull’evoluzione dell’imprenditorialità femminile nel terziario tra il 2009 e il 2013, si riscontrano: 74 mila nuove attività di commercio al dettaglio (abbigliamento, alimentare, arredo, etc); 35 mila attività di ristorazione e catering; 24 mila istituti di bellezza, centri estetici; quasi 20 mila imprese di commercio all’ingrosso; circa 8 mila donne si sono registrate alla Camera di commercio rispettivamente come agenti o intermediari assicurativi e altrettante come agenti immobiliari, mentre 5 mila hanno avviato attività di manutenzione e pulizia di edifici.

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    Foto di Diego Arbore

    Infine, aumenta la quota di imprenditrici straniere, soprattutto nei settori come servizi alla persona, sanità e agenzie immobiliari. Racconta Ilaria Mussini, Consigliere Terziario Donna Ascom Genova: «Il numero di imprenditrici straniere in Italia è cresciuto di oltre 20 mila unità dal 2009, con le cinesi in testa a tutte (+45,5%), rappresentando nel 2013 ben il 17,4% delle donne di origine straniera alla guida di un’azienda, seguite da rumene (8,9%)».

    Lo stesso discorso vale per la Liguria: anche qui i settori privilegiati restano quelli tradizionalmente associati alla cultura di genere femminile, ovvero cultura, servizi e turismo. Si pensi che su 713 aziende rosa di Confesercenti ben 502 sono riconducibili a questi tre settori.

    Giovani e imprenditrici: connubio possibile?

    Si evince, dunque, che sia a livello nazionale che regionale è il terziario il settore preferito dalle donne per l’avvio di attività, con il 76% delle nuove imprenditrici italiane: il 58,6% (ma nei servizi la percentuale è del 60,3%) ha tra i 30 e 50 anni, e il 19,1% meno di 30 anni. Questa spiccata preferenza per il settore terziario vale soprattutto per quanto riguarda le giovani e giovanissime: ben l’82,3% del totale delle nuove imprenditrici con meno di 30 anni sceglie i servizi per l’avvio di una nuova attività, e stessa preferenza esprime il 78,2% di quante hanno tra i 30 e 50 anni.

    Cosa facevano queste ragazze prima di fare il salto al lavoro in proprio? In piccola parte provenivano da un’altra occupazione di tipo per lo più dipendente, mentre in maggioranza (rispettivamente 37,9% e 39,4%) si trattava di disoccupate/alla ricerca del primo impiego, oppure di casalinghe/studentesse.

    In generale, queste due categorie – giovani e donne – restano discriminate: per questo, si sta tentando da parte di Confesercenti di aprire un dialogo tra il progetto ministeriale Garanzia Giovani (qui l’approfondimento) e il mondo dell’imprenditoria femminile under 35, in modo da far confluire parte dei finanziamenti della Youth Guarantee nel settore delle “aziende rosa”.

    Gli incentivi all’imprenditoria fenminile: “gender pay gap”

    strade-progetti-lavoro-opere-dLa discriminazione tra lavoratrici/lavoratori e tra imprenditrici/imprenditori spesso si registra già nell’accesso alla professione e durante il percorso della vita lavorativa, in cui le donne – specie se qualificate e laureate – sono più sottoutilizzate degli uomini. Qualora queste prime problematiche vengano superate, spesso ci scontra con lo scoglio più insormontabile: la retribuzione inferiore delle donne, a parità di mansione. Questo fenomeno viene denominato gender pay gap: la media europea di divario si attesta attorno al 16% (a fronte di uno stipendio medio maschile di 2 mila euro, una donna ne guadagna in proporzione circa 1600 e nell’arco di un anno dovrebbe lavorare due mesi all’anno in più per eguagliare lo stipendio del collega uomo). I dati relativi all’Italia all’apparenza stupiscono: il gender pay gap qui è del 5,5%, ma bisogna considerare che nel nostro Paese il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi d’Europa (tasso di inattività femminile quasi quattro volte quello della media UE).

    Il dato reale è che, a parità di posizione, la retribuzione per le donne è inferiore di circa il 20% rispetto a quella maschile: una stima che sale anche vertiginosamente a seconda dei settori, con percentuali che variano tra il 24 e il 18, e per le donne meno scolarizzate. Un retaggio del passato? Oggi le cose non stanno più così? Un pensiero comune, ma purtroppo errato: di questa discriminazione soffrono tutte, dalle giovanissime (-8,3% di retribuzione rispetto ai coetanei) alle più adulte (12,1%).

    Se effettivamente il mercato del lavoro femminile è così svantaggiato rispetto a quello maschile, come far fronte alle difficoltà di natura economica che si presentano per un’imprenditrice?

    Stando a quanto evinciamo dalle nostre ricerche (cosa che confermano anche da Confesercenti Liguria), non esistono veri e propri incentivi specifici per una donna che voglia aprire un’azienda, sia a livello nazionale che locale (regionale, provinciale, comunale). Al momento, l’attenzione maggiore si riscontra a livello statale, con misure quali il protocollo d’intesa ABI per agevolare l’accesso femminile al credito, e alcune misure intraprese dai ministeri.

    A livello locale, confermano da Confesercenti, in questo momento in Liguria non sono previsti fondi, né vantaggi di altro tipo . Tuttavia, potrebbe trattarsi di una situazione transitoria, e già da settembre potrebbero arrivare nuove proposte di incentivi e bandi ad hoc. Esistono, però, agevolazioni indirette, come l’ottenimento di un punteggio più alto nei bandi di gara o una maggiore attenzione in genere per gli under 35.

    Ma la situazione si complica se si parla diaccesso al credito. Conferma la presidente Terziario Donna Ascom Genova Luisa Cecchi Famiglietti: «A fronte di una situazione di incremento nel settore imprenditoriale in rosa, secondo quanto sostengono Bankitalia e l’Osservatorio Confcommercio le imprese femminili soffrono di un accesso al credito più difficoltoso rispetto a quelle a guida maschile: sono profondamente negative soprattutto le condizioni relative alle garanzie richieste dalle banche (16,0 contro 17,7). Le imprese femminili continuano a lamentare una condizione di maggiore difficoltà rispetto al resto delle imprese italiane del terziario (16,0 contro 19,5) tanto che è al lavoro un protocollo ABI e Ministero delle Pari Opportunità proprio allo scopo di monitorare l’andamento del credito alle imprese femminili».

    Oltre al protocollo ABI, un’ulteriore risorsa per facilitare il rapporto del gentil sesso con le banche è l’istituto dell’Arbitro Bancario Finanziario: un sistema per la risoluzione stragiudiziale delle controversie in ambito bancario e finanziario tra intermediari finanziari e clientela (sia imprese che consumatori). ABF, strumento per la corretta uniformazione dei comportamenti bancari, prevede un massimo di 6 mesi per la risoluzione di ciascun procedimento, con soli 20 euro. In particolare, si occupa di risolvere controversie legate a investimenti bancari, recesso o mancato finanziamento in termini arbitrari, modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali, aperture di credito in conto corrente.

    Esiste, inoltre, sempre a livello nazionale, un fondo di garanzia per le imprese costituite in prevalenza da donne. Si tratta di una misura introdotta mediante decreto 27 dicembre 2013 del Ministero dello Sviluppo Economico, finalizzata agli interventi a favore delle imprese femminili. Il fondo vuole facilitare l’accesso femminile al credito. Le risorse a disposizione ammontano a 20 milioni di euro e sono impiegate per interventi di garanzia diretta, controgaranzia e cogaranzia: una quota pari al 50 per cento della dotazione è riservata alle nuove imprese (start up).
    Sullo stesso fronte si sta muovendo anche Confesercenti, con l’istituzione di confidi supportati dalle Camere di Commercio, contro la discriminazione delle banche: non esiste ancora un riferimento specifico, ma ci sono vari soggetti che agevolano l’elargizione monetaria.

    Reti di associazioni a sostegno delle imprese rosa in Liguria

    Ci sono delle strutture che supportano le imprese femminili, in Italia e in Liguria?

    Tra le strutture ufficiali preposte alla tutela del mondo imprenditoriale femminile, all’interno di Ascom Genova (a livello provinciale) e di Confcommercio (a livello nazionale) è operativo il Comitato Terziario Donna. Si tratta di un’organizzazione costituita nel 1989 in seno ad Ascom della Provincia di Genova per la promozione e lo sviluppo dell’imprenditoria femminile negli ambiti sociali ed istituzionali, favorendo il conseguimento delle pari opportunità e il completamento della formazione professionale. Inoltre, la stessa Confesercenti, al cui interno esiste un ramo per l’imprenditoria femminile (CNIF – Coordinamento Nazionale per l’Imprenditoria Femminile) per fornire supporto e per rendere consapevoli le imprenditrici degli strumenti a loro disposizione, facilitando il percorso professionale. Inoltre, esistono comitati di imprenditoria femminile (i cosiddetti CIF) anche all’interno della Camera di Commercio. A livello regionale, molte di queste associazioni sono andate a costituire una rete e cooperano per lo svolgimento di attività di animazione, promozione e divulgazione della cultura dell’impresa in rosa. Le associazioni in questione seguono le imprenditrici (o aspiranti tali) passo passo nel loro percorso: già nelle fasi iniziali, le aiutano a capire come fare impresa, progettando insieme un businessplan e accompagnandole verso l’avvio dell’attività. Inoltre, ancora prima, offrono la possibilità di fare un’autovalutazione per capire se la persona possiede l’attitudine e la stoffa dell’imprenditrice, prima di lanciarsi in un percorso oneroso in termini di energie e risorse.

    Inoltre, c’è poi una rete di strutture “ufficiose” che a livello nazionale conta ormai migliaia di unità, tanto che ormai è difficile orientarsi.

    Come si diventa imprenditrici?

    Ci aiuta a rispondere Patrizia de Luise, presidente di Confesercenti Liguria e Coordinamento Nazionale Imprenditoria Femminile, nonché membro di giunta camerale della Camera di Commercio: «Non ci si può improvvisare imprenditrici: in questo periodo di crisi, molte donne si trovano magari disoccupate, magari a dover mandare avanti una famiglia, e pensano che la soluzione più semplice per reinserirsi nel mondo del lavoro sia aprire la partita iva e mettersi in proprio. Ma non è così semplice: bisogna essere cauti e consapevoli, visto che si mettono in gioco grandi quantità di soldi propri che non vengono restituiti in caso di fallimento. Per questo, è importante affidarsi alle associazioni di rappresentanza, da Confesercenti a Confcommercio e tutte le altre sigle riunite in R.ET.E Impresa Italia e contattare gli sportelli locali per avere un accompagnamento».

    Imprese rosa per contrastare la crisi?

    «Il sistema italiano è il vero ostacolo al lavoro femminile e alla ripresa del Paese – commentano da Ascom – l’Ocse segnala infatti che se nel 2030 la partecipazione femminile al lavoro raggiungesse i livelli maschili, la forza lavoro italiana crescerebbe del 7% e il Pil pro capite di un punto percentuale l’anno (con una crescita totale del 17%). Ecco perché le donne sono indispensabili per aumentare la forza lavoro in un Paese e in un’Europa a crescita zero, dove nel corso dei prossimi 15 anni si perderanno 20 milioni di lavoratori, anche calcolando il saldo della forza lavoro immigrata. Le donne spesso rinunciano ad avere un’occupazione (sia come imprenditrice che come dipendente) proprio per la grande mancanza di servizi e in quanto il carico del lavoro di cura e famigliare è sempre sulle loro spalle, ne consegue che il tempo dedicato alla cura non può essere destinato al lavoro, si rinuncia oppure se ne dedica meno e ciò si traduce in un’opportunità sprecata per la crescita dell’azienda e personale».

    Allo stesso modo si esprime anche Patrizia de Luise: «Che lo sviluppo dell’imprenditoria femminile e della donna in genere possa portare benefici alla società in termini economici, è un dato conclamato da fior fiore di economisti. Nella pratica, però, si è ancora troppo lontani da questo sviluppo: bisogna intervenire sui limiti del sistema, sul welfare (per permettere alle donne di conciliare realmente famiglia e lavoro) e sul sistema di accesso al credito. Oggi il numero di imprenditrici è sì in aumento, ma le donne si buttano in imprese piccole e poco rischiose, con minor forza di incisione. Questo trend deve finire: favorire il lavoro femminile significa favorire la libertà delle donne e degli uomini. Donne realizzate e con un proprio reddito che permette loro di badare a loro stesse e ai loro figli, sono donne libere di decidere della propria vita; sono donne libere di scegliere di andarsene, per esempio, da un marito violento. Questo è un problema anche degli uomini: non è meglio avere a fianco una donna realizzata e indipendente? Dovrebbe essere così, in un sistema sociale sano».

     

    Per dirlo con una metafora calcistica utilizzata dal presidente di Confcommercio Sangalli, «puntare sulle donne è conveniente per l’economia e per l’Italia, quindi perché lasciare in panchina un buon giocatore in una partita così delicata?»

     

    Elettra Antognetti

  • Amt e il futuro del trasporto pubblico locale: Genova aderisce alla nuova Agenzia della Regione

    Amt e il futuro del trasporto pubblico locale: Genova aderisce alla nuova Agenzia della Regione

    autobus-amt-3Genova aderisce all’Agenzia regionale per il trasporto pubblico locale. Con quattro mesi di ritardo sulla tabella di marcia sancita dall’accordo sottoscritto lo scorso novembre da Regione, Comune, Amt e dipendenti dell’azienda pubblica, sta per andare in porto uno dei tasselli più importanti per il futuro della mobilità pubblica genovese e ligure.
    Secondo quanto assicurato dall’assessore regionale Vesco alla collega genovese Dagnino, infatti, nei prossimi giorni dovrebbero essere formalizzate anche le ultime adesioni mancanti. «A questo punto – segna le tappe Anna Maria Dagnino – la Regione dovrebbe chiamarci per dare vita all’Agenzia spero entro la fine di luglio, primi giorni di agosto».

    L’Agenzia è lo strumento previsto dalla nuova legge regionale sul trasporto pubblico locale che ha rivoluzionato, o meglio dovrebbe rivoluzionare, lo status quo di autobus e corriere liguri attraverso l’istituzione di un unico bacino regionale da affidare mediante una gara unica. «L’Agenzia – spiega Dagnino – predisporrà gli atti di gara per l’affidamento del servizio, fungerà da stazione unica appaltante e monitorerà il rispetto del contratto di servizio».
    Non solo. L’ Agenzia Regionale Trasporti, da statuto, dovrebbe preoccuparsi anche della promozione del trasporto pubblico, della sperimentazioni di nuove tecnologie funzionali al miglioramento del servizio e del monitoraggio di eventuali progetti europei di settore utili anche al reperimento di fondi.

    Formalmente si tratterà di una società in house della Regione Liguria. Genova parteciperà al capitale sociale di 400 mila euro per il 26,29% (seconda solo alla Regione a cui spetta il 40%, limite massimo previsto dallo Statuto) pari a una quota di poco superiore ai 105 mila euro.

    «Quello di oggi (l’approvazione della delibera in Consiglio comunale che sancisce l’adesione di Genova all’Agenzia, ndr)– commenta l’assessore Dagnino – è un passaggio importante, anche se arriva con qualche mese di ritardo. Adesso speriamo che il percorso acceleri e si riesca ad arrivare alla gara entro la fine del 2015». Esattamente un anno dopo rispetto a quanto previsto dall’accordo di novembre 2013.

    Nel frattempo azienda e lavoratori hanno mantenuto le promesse già a marzo, 4 milioni di euro per coprire parte delle perdite, attraverso il congelamento di ferie arretrate e aumenti contrattuali e l’incremento nei primi mesi del 2014 dell’attività di verifica dei titoli di viaggio (qui l’approfondimento). Anche il Comune sembra essere intenzionato a farlo a stretto giro. Secondo l’accordo, infatti, Tursi avrebbe dovuto aumentare il capitale sociale della partecipata per un importo di 4,3 milioni. La cifra non è prevista direttamente nei conti del bilancio previsionale (qui l’approfondimento) che dovrebbe arrivare in Consiglio la prossima settimana. Tuttavia, l’assessore Miceli ha assicurato che si potrà fare affidamento al fondo di riserva. «Al di là che tutte le parti l’abbiano rispettato o meno – commenta l’assessore alla Mobilità del Comune di Genova, Anna Maria Dagnino – noi abbiamo tutta l’intenzione di rispettare l’accordo di novembre e di onorare il nostro impegno riferito ai 4,3 milioni di euro. Innanzitutto perché gli accordi vanno rispettati e poi perché da questo dipende la stabilità economica di Amt. I soldi verranno presi dal fondo di riserva e da eventuali aggiustamenti di bilancio in fase consuntiva ma, comunque, nella delibera che accompagnerà il bilancio previsionale è previsto un passaggio dedicato a questo punto».

    Insomma, a non aver fatto il proprio dovere sembra resterà soltanto la Regione che ha procrastinato all’inverosimile la costituzione dell’Agenzia e la predisposizione del bando di gara per il bacino unico. «Se siamo bravi, e qualche volta capita, il nuovo servizio regionale e integrato partirà il 1° gennaio 2015». Così dichiarava il presidente delle Regione Claudio Burlando a novembre. Questa volta, forse, dalle parti di piazza De Ferrari non sono stati così bravi.

    Un problema non indifferente per Genova e Amt. Il contratto di servizio della partecipata genovese, infatti, scade il 31 dicembre di quest’anno. «Il problema del periodo transitorio (ovvero come verrà finanziato e gestito il servizio di Amt per tutto il 2015 o comunque fino all’avvio del nuovo servizio unico regionale, ndr) esiste – ammette, senza esitazione, Dagnino – ma è la Regione che dovrà trovare una soluzione. Nella legge regionale si prevede la possibilità di una proroga sulle scadenze del regolamento europeo ma Genova, come avevamo avuto già modo di segnalare in fase di redazione della legge, ne ha già usufruito. È evidente – conclude l’assessore – che una volta istituita l’Agenzia e imboccata la strada verso la gara per il bacino unico, l’autorità di bacino che altro non è che la Regione dovrà fare un provvedimento ad hoc per Genova».

    In proposito, nel corso del dibattito in Consiglio comunale, è stato anche accolto un emendamento presentato dal capogruppo del Pd, Simone Farello, che ha impegnato l’Amministrazione a farsi carico di informare la Sala Rossa circa i provvedimenti che la nuova Agenzia intenderà attuare per gestire il periodo transitorio.
    Di Farello anche un secondo emendamento approvato che punta a fare chiarezza sull’integrazione del trasporto locale su ferro, previsto dalla legge regionale in funzione integrata a quello su gomma ma non menzionato dagli organi sociali della costituenda Agenzia. «Se questo è l’ultimo punto all’ordine del giorno – ha detto l’ex assessore alla Mobilità della giunta Vincenzi – si è completamente sbagliata prospettiva: l’assenza dell’integrazione ferro-gomma è infatti un forte limite perché Trenitalia svolge già un servizio di fatto metropolitano».

    «La legge regionale – commenta Dagnino – dice che la gara potrà anche comprendere il trasporto su gomma. Al di là di questo, la necessità di integrare i servizi è evidente come quella di rendere compatibili tra loro il nuovo contratto di servizio e il contratto con Trenitalia». Un’operazione per nulla semplice, considerata anche l’estensione e la particolare morfologia della Regione, che comunque spetterà a Piazza De Ferrari.

    Si è concentrato, invece, sulla questione economica l’intervento di Antonio Bruno (Fds) che ha richiesto un passaggio in Consiglio comunale del nuovo contratto di servizio, una volta che saranno espletate le formalità che porteranno alla gara regionale unica.

    Molto scettico sul funzionamento dell’Agenzia l’esponente della Lega Nord, Edoardo Rixi, forte anche della sua esperienza di consigliere regionale: «Difficilmente arriveremo all’affidamento del servizio entro il 2015. L’Agenzia sorbirà molte risorse destinate al Tpl e non so come potrà avere accesso alle agevolazioni fiscali preventivate». Rixi fa riferimento ai 20 milioni all’anno che la Regione ha previsto di recuperare attraverso il rimborso dell’Iva: espediente possibile grazie alla costituzione consortile dell’Agenzia purché vi siano entrate da compensare. «Ma quali saranno quest’entrate visto che l’Agenzia avrà solo trasferimenti da parte dello Stato?» si chiede retoricamente il leghista.

    Negativo anche il commento di Paolo Putti, capogruppo M5S: «Creiamo questo contenitore senza dire che cosa vogliamo metterci dentro e non facciamo nulla per contrastare il regime di monopolio che non ha mai garantito un livello migliore di servizio. Anzi, adesso vogliamo allargare la gara anche al trasporto su ferro: certo, l’integrazione sarebbe importante ma non deve essere integrato anche l’appalto perché se uno controlla tutto, migliora la propria redditività non certo il servizio reso ai cittadini».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Superelevata, una grande performance sul tema del riciclo degli spazi urbani aperta a tutti i cittadini

    Superelevata, una grande performance sul tema del riciclo degli spazi urbani aperta a tutti i cittadini

    Sopraelevata da Piazza CaricamentoIl 21 settembre, in occasione dell’edizione 2014 della Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, l’area portuale compresa fra via dei Pescatori e il Mercato del Pesce di Piazza Cavour, ai piedi della sopraelevata, diventerà un laboratorio di idee, uno spazio di incontro e confronto aperto a tutta la città.
    Superelevata [FOOT]PRINT è un’iniziativa del gruppo di ricerca universitaria Recycle Italy Genoa Lab (una decina tra professori, ricercatori, dottorandi e studenti del Dipartimento di Scienze dell’Architettura e delle Università di Genova e di Milano) in collaborazione con il Comune di Genova, l’Associazione Amici della Sopraelevata e l’Ordine degli Architetti di Genova e coinvolge cittadini, associazioni, creativi, progettisti per dare vita ad una grande performance urbana. Le installazioni realizzate dai partecipanti saranno teatro di laboratori, workshop, performance e attività basate sulle tematiche del riciclo di spazi urbani e della mobilità sostenibile.

    Al centro di Superelevata [FOOT]PRINT, ovviamente, la sopraelevata di Genova, l’amata-odiata arteria cittadina, messa in discussione anche dall’attuale Amministrazione che ha riportato agli onori della cronaca il progetto del tunnel sub-portualeÈ possibile immaginare un futuro diverso per il “gigante” del waterfront cittadino?

    «L’evento è stato definito in questi giorni e grazie all’attivo coinvolgimento dell’Amministrazione, che si è prodigata in diversi modi per rendere possibile l’iniziativa, si è arrivati a definire come location un’area importantissima per la città», racconta Marco Fonti uno degli organizzatori. Inizialmente l’idea era quella di chiudere al traffico per un giorno la sopraelevata per aprirla alla città e ospitare le installazioni. Poi la decisione di virare verso la zona di Via dei Pescatori. «La possibilità di lavorare al piede della sopraelevata ci permette di dare maggior risalto al progetto culturale della ricerca Recycle Italy senza andare a chiamare in causa il problema più ampio della riconversione dell’infrastruttura e del tunnel sub-portuale. La finalità era quella di far partecipare i cittadini nella possibilità di immaginare anche solo per un giorno un nuovo spazio e un nuovo possibile modo per viverlo, riavvicinando città e cittadini attraverso la valorizzazione e il riutilizzo degli spazi urbani.  Inoltre, la modifica della location, rende l’evento più fruibile e accessibile, senza problemi di sicurezza pubblica».

    Il progetto si colloca nel più ampio contesto della ricerca nazionale Recycle Italy che ha l’obiettivo di esplorare le ricadute operative del processo di riciclaggio sul sistema urbano, sostenendo la possibilità e l’utilità di progetti, politiche e pratiche capaci di attivare nuovi cicli di vita delle aree urbane dismesse e in stato di abbandono. «Se da un lato trasformare per un giorno la sopraelevata in un palcoscenico, una passeggiata e un’esposizione, rappresentava un’idea di grande spettacolarizzazione in grado di arrivare ai più – spiega Marco – dall’altro oggi si ha la possibilità di operare realmente in un’area portuale in cui i cittadini non possono accedere liberamente e che rappresenterà una grande risorsa per la città. Un’operazione pari all’apertura dei cancelli del Porto Antico negli anni ’90, che permette al progetto Superelevata [FOOT]PRINT di essere stato presente nella città per innescare un processo reale di cambiamento, usando la ricerca come dispositivo per “fare”».

    Il bando è scaduto da qualche giorno e ha avuto un buon riscontro. «Ci hanno contattato associazioni cittadine, studenti e progettisti interessati al tema del riciclo dello spazio pubblico. Le idee presentate sono di grande qualità e spaziano dalle installazioni di micropaesaggi per la Sopraelevata, ai temi più generali del riciclo, per arrivare a perfomance che coinvolgeranno i cittadini che vorranno partecipare alla giornata del 21 settembre. Abbiamo rilevato che per incrementare la partecipazione di associazioni sarà necessario offrire loro aiuto attraverso una collaborazione con gruppi di progetto dell’Università, per permettere una loro piena adesione al progetto anche laddove le risorse materiali sono limitate».

    I progetti selezionati verranno pubblicati online sul sito di riferimento a partire dalla settimana prossima. E se qualche genovese scoprisse solo ora dell’opportunità e volesse farsi avanti? «Il lavoro che sarà svolto nei prossimi mesi sarà quello di ausilio a chi ha già fatto manifestazione di interesse alla partecipazione e in tal senso le associazioni cittadine che non hanno partecipato alla prima fase ma volessero parteciparvi dovranno contattare singolarmente il gruppo di ricerca». L’indirizzo mail cui fare riferimento è  superelevata@gmail.com, per maggiori informazioni il sito web e la pagina facebook.

    In vista dell’evento è in programma anche un workshop internazionale organizzato nell’ambito del progetto  Recycle e che coinvolgerà 250 studenti, tutor e docenti delle Università italiane e internazionali che hanno aderito all’iniziativa. «Anche dal workshop scaturiranno nuove idee sul coinvolgimento della città nell’iniziativa», conclude Marco.