Tag: archeologia

  • Il Chiostro di Sant’Andrea e il lucchetto della discordia. Il cortocircuito della “lotta al degrado”

    Il Chiostro di Sant’Andrea e il lucchetto della discordia. Il cortocircuito della “lotta al degrado”

    chiostro-santandrea-casa-colomboChiuso dal 1 aprile, il Chiostro di Sant’Andrea risulta ancora inaccessibile, e lo sarà fino a data da destinarsi. Difficile decifrare la gestione di uno degli spazi più belli di Genova, chiuso proprio in concomitanza dei Rolli Days, celebrato appuntamento cardine per l’offerta turistico-culturale di Genova

    Come allo zoo: durante la kermesse decine di turisti si sono assiepati dietro le cancellate nuove di zecca, per scattare, increduli, qualche foto all’esemplare archeologico in cattività (come nei fatti è, essendo stato ivi ricollocato nel 1922); increduli e sbigottiti anche molti genovesi, soliti a frequentare quell’unico ed eccezionale ritaglio di verde, pace e arte durante la pausa pranzo, per far riposare il cervello a metà, o al termine, di una faticosa giornata di lavoro. Ma non c’è nulla da fare: il lucchetto comparso venerdì scorso cancella ogni speranza, come un immobile e insensibile guardiano dell’ordine. Ma di quale ordine stiamo parlando?

    La chiusura dello spazio attorno al Chiostro di Sant’Andrea è l’ultimo capitolo di una lunga storia: più di un anno fa, a seguito di alcuni episodi che generarono il più profondo sdegno pubblico (sporcizia, scritte, bivacchi e addirittura, lo ricorderete, effusioni amorose en plein air), il Municipio I Centro Est, si fece tramite del volere di alcuni cittadini chiedendo al Comune di provvedere alla chiusura di questa area. Arrivarono, quindi, le cancellate: non proprio una novità, visto che già in passato erano presenti delimitare l’area, ma che furono poi smantellate dalla civica amministrazione. Per mesi, però, il cancello rimane aperto, in attesa di un lucchetto, e soprattutto un accordo sulla gestione: chi, quando, come. La notte tra venerdì e sabato la svolta.

    Eccesso di zelo

    Diverse sono le segnalazioni che Era Superba raccoglie dai propri lettori fin dalle prime ora di sabato mattina: la coincidenza con i Rolli Days è molto strana (e assurda), per cui proviamo a chiedere all’assessore alla Cultura del Comune di Genova Carla Sibilla; la cosa sorprende anche lei, e dopo una telefonata di verifica ci spiega che «Il servizio di apertura è stato affidato a Coop Culture, la cooperativa che ha in gestione gli spazi museali delle torri di Porta Soprana e della Casa di Colombo». Ma cosa è successo? «Un eccesso di zelo: la sera di venerdì, la cooperativa non ha chiuso, per cui il Municipio è intervenuto chiudendo il lucchetto, ed è rimasto chiuso». Peccato, proprio in uno dei week end più affollati di turisti. Su suggerimento dell’assessore proviamo a contattare la Direzione Musei dello stesso Comune di Genova, ma la dirigente è molto occupata e dopo vari tentativi di trovarla libera per rispondere alle nostre domande, dalla segreteria ci consigliano di rivolgerci direttamente alla cooperativa, «Ciao e grazie», testuali parole. Perfetto. Cerchiamo un contatto di Coop Culture: sulla pagina dedicata alla Casa di Colombo (che per la cronaca ha come titolo di pagina, nella tab del browser, la dicitura Casa di CristofAro Colombo, ndr) troviamo un numero, al quale la classica voce registrata ci segnala che tutti gli operatori sono occupati. Gli affari evidentemente vanno a gonfie vele perché gli operatori rimarranno occupati giorni e giorni, senza mai risponderci.

    chiostro-santandrea-casa-colombo-02Andiamo in loco, per parlare direttamente con gli operatori. L’impiegato, alla nostra richiesta di chiarimenti, ci fa vedere un foglio arrivato dalla direzione, in cui viene ordinato di mantenere il cancello chiuso, fino a data da definirsi.L’operatore dovrà chiuderselo dietro quando si accompagnano i turisti sulle torri – si legge – se venissero a lamentarsi spiegare che noi lo utilizziamo solo di passaggio per entrare nella casa. La gestione dello spazio non rientra nelle nostre mansioni”. «Non può immaginare quanti vaffa abbiamo preso durante i Rolli Days». Posso immaginarlo, eccome. «Questione di ordini arrivati dal “principale” – sottolinea l’operatore – dopo una comunicazione del Municipio». Ci racconta anche un dettaglio che arricchisce con un pizzico di noir questa storia di “ordinaria follia”: chi ha messo il lucchetto venerdì notte, non si è accorto di aver chiuso dentro un ragazzo che, con il suo cane, si era “addormentato” tra gli ulivi. Il giovane è rimasto “prigioniero” tutta la notte, in dubbie condizioni di salute. Poteva finire peggio.

    Nel frattempo su Facebook , il presidente del Municipio I – Centro Est, Simone Leoncini, risponde alla richieste di chiarimento: «Dovete chiedere ad assessorato alla Cultura che è referente per l’appalto che regola casa di Colombo e chiostro… Le cancellate devono essere chiuse solo la notte a protezione del complesso monumentale. Quindi aperti fino almeno a sera, per libero accesso, ma chiuse di notte. Il municipio ha da tempo protestato e chiesto lumi sul casino che stanno facendo! Purtroppo non siamo noi i responsabili…». Perfetto. La trasparenza fa il suo giro: abbiamo completato il gioco dell’oca, senza avere risposte certe. Un cortocircuito burocratico. Dalla segreteria del Municipio ci fanno sapere che nei prossimi giorni potrebbe essere convocata una riunione per chiarire la questione.

    Cortocircuito

    Vedremo come andrà a finire; nei fatti è una settimana che il chiostro è chiuso, sottratto alla fruizione della collettività. Le inferriate, nate dalla “lotta al degrado” portata avanti da alcuni, paradossalmente sono diventate l’altra faccia del degrado stesso, avendo creato un “mostro burocratico” da gestire, senza che ci sia un “apparato” in grado di farlo. Quanto è stato perso dal punto di vista turistico e di immagine? Impossibile quantificarlo, ma sicuramente non proprio una bella pagina per una città che ambisce a diventare “turistica”. Per farlo, bisogna certo saper valorizzare e proteggere i propri “tesori”, ma se questo si traduce nel chiuderli dietro a dei cancelli, forse è il caso di “lasciar perdere”.

    Nicola Giordanella

     

  • Piazza Matteotti, dagli scavi spuntano resti attigui ad una domus romana già scoperta negli anni ’70

    Piazza Matteotti, dagli scavi spuntano resti attigui ad una domus romana già scoperta negli anni ’70

    scavi-matteotti-domus-romana-01Nessuna sorpresa emerge dal selciato di piazza Matteotti: i resti murari che in queste ore sono “sotto indagine” da parte degli specialisti della Soprintendenza Archeologica della Liguria, sono connessi planimetricamente a strutture di epoca romana già conosciute. I lavori di manutenzione straordinaria delle tubature del gas, quindi, hanno permesso un aggiornamento di studio, senza però portare, per il momento, nessuna nuova scoperta di rilievo.

    L’archeologo Ferdinando Bonora, oggi uno dei responsabili del sito dell’Anfiteatro romano “custodito” sotto i Giardini Luzzati, ricorda quella scoperta: «Nell’area di piazza Matteotti nel 1975 avevo segnalato l’esistenza di resti di epoca romana, “centrati” da una ruspa intervenuta per la posa di cavi telefonici. I successivi scavi avrebbero permesso di trovare i resti di una grande domus romana»

    Si tratta di una costruzione risalente al periodo tardo-repubblicano con pavimenti musivi e decorazioni parietali, posta ai margini dell’area urbana romana: come è noto, infatti, in zona San Lorenzo esisteva una necropoli, mentre le zone limitrofe erano occupate da ville e abitazioni. Il nucleo romano è probabile che si articolasse tra via San Bernardo (il decumano del classico schema urbano romano) e Canneto il Curto (il cardo), proprio ai piedi della Collina di Castello, l’antichissimo primo insediamento urbano della Genova pre-romana.

    Quello di Piazza Matteotti, quindi, è uno scavo «che non ha portato alla luce nessuna strada, bensì strutture murarie romane, connesse planimetricamete a quelle precedentemente individuate – conferma Simon Luca Trigona, funzionario archeologo responsabile del Comune di Genova per la Soprintendenza – e una serie di strati di distruzione delle stesse che ci testimoniano l’abbandono in età medio-tardo imperiale della domus. Le altre murature visibili invece sono fondazioni prive di livelli d’uso comnnessi che si inseriscono in età tardo-medievale».

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    Foto dal volume Archeologia in Liguria III.2 – Scavi e scoperte 1982-1986. A cura della dott.ssa Piera Melli. Per gentile concessione della Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio della Liguria

    Ovviamente questo non ha impedito agli archeologi di portar avanti la ricerca: «L’archeologia urbana soprattutto a Genova è un colligere disiecta membra – ha sottolineato Trigona – solo in una successiva fase di analisi e comparazione dei dati di scavo sarà possibile spingersi a ricostruzioni più dettagliate». Rimane il fatto che il passato romano della città, spesso non troppo considerato dalla letteratura anche istituzionale sulla archeologia genovese, riaffiora sempre con maggior frequenza, aumentando il fascino di una città dalla storia millenaria come la nostra Genova.

    Nicola Giordanella
    Foto di Andrea Carozzi

  • Salta l’accordo con il Comune, Genova non avrà la sua Fai Marathon

    Salta l’accordo con il Comune, Genova non avrà la sua Fai Marathon

    pano-copia-e1427118218859Domenica 16 ottobre in tutta Italia, i giovani del Fai apriranno al pubblico oltre 600 luoghi di elevato interesse artistico, culturale e storico sparsi per tutto il paese. Ovunque, tranne che a Genova. L’amministrazione comunale e il Fai non sono riusciti in tempo utile a trovare l’accordo necessario. Il Comune di Genova sarà l’unico in tutto il paese senza questo prezioso appuntamento in agenda.

    Il Fai (Fondo Ambiente Italiano) da anni organizza campagne nazionali per “aprire” al pubblico siti importanti per storia, cultura e pregio architettonico, per permettere di scoprire il grande patrimonio, spesso nascosto, che ci circonda. Conoscere per preservare: l’Italia è talmente disseminata di opere d’arte e preziosità monumentali conosciute in tutto il mondo, che spesso i “piccoli” tesori nascosti nei tessuti urbani o nelle campagne sono dimenticati e abbandonati. Da qui l’idea della Fai Marathon: 600 siti, sparsi in più di 150 città, con oltre 3500 volontari sul campo; un’occasione pensata nell’ambito della raccolta fondi per la campagna “Ricordiamoci di Salvare l’Italia, promossa per tutto il mese di ottobre.

    Occasione persa

    Insomma, una grande occasione per fare cultura, promuovendo un’idea diversa di turismo, fatto di consapevolezza del territorio e della sua storia. Per Genova, il Fai aveva pensato all’apertura straordinaria delle “Tre Marie” della collina di Castello, la parte più antica della città: Santa Maria di Castello, Santa Maria delle Grazie Nuova e Santa Maria in Passione. Tre esempi unici di architettura medievale, addossati in quello che fu il primo nucleo della “Ianua” sul finire della dominazione romana. Un’apertura inedita che avrebbe permesso di visitare tre luoghi troppo spesso dimenticati dal circuito turistico della città.

    Nella stessa giornata, inoltre, cade il terzo appuntamento annuale con i Rolli Days, che aveva il fulcro proprio in zona San Bernardo, ai piedi della collina. Un potenziale incredibile per una città che, nel cambiare pelle, sta puntando molto sul turismo e sulla cultura. Solo sulla carta, però, a quanto pare. Una nostra fonte vicina al Fai ha raccontato che la proposta del Fondo, presentata a inizio estate, non ha ricevuto risposta fino a settembre inoltrato: dopo aver nicchiato il Comune di Genova ha fatto sapere che era impossibile aderire all’iniziativa poiché Santa Maria in Passione non è accessibile in sicurezza. Senza questo luogo, però, il progetto delle “Tre Marie” sfumava, e la ristrettezza della tempistica non ha permesso di trovare un accordo sulla questione, facendo di fatto saltare la tappa genovese della Marathon.

    Dagli uffici del Comune arriva, invece, un’altra versione. Secondo i responsabili dell’assessorato alla Cultura, dopo una fase iniziale di contatto con il Fai, durante la quale sono state sottoposte diverse ipotesi, i contatti si sono interrotti, senza arrivare ad una conclusione. Da parte sua, il Fai Genova, non commenta la vicenda. E’ probabile che nei prossimi giorni venga chiesta una risposta da parte delle istituzioni cittadine.

    Santa Maria in Passione

    giardini-babilonia

    Dietro questo rifiuto si può ipotizzare ci sia la querelle che va avanti da anni tra amministrazione e il Comitato della Libera Collina di Castello: un gruppo di studenti universitari, cittadini e residenti che nel 2011 hanno occupato gli spazi dei giardini e dei ruderi di Santa Maria in Passione, chiusi da decenni. L’occupazione da subito è stata organizzata in maniera aperta a tutti e condivisa con il quartiere, con il fine di far rinascere una zona della città abbandonata, salvandola dal degrado. Durante gli anni, molti professionisti hanno aderito al progetto, lavorando attivamente nel sito, permettendo la fruizione in sicurezza e assicurandone la manutenzione. Il Comitato è da sempre a disposizione per far conoscere gli spazi, ma non è mai stato riconosciuto come interlocutore dal Comune di Genova. Non è chiaro il perché, visto che questa pratica va nella direzione che spesso viene abbracciata e sponsorizzata dalle istituzioni stesse: cittadinanza attiva, ricorso al volontariato, alleggerimento dei costi per il pubblico, musei diffusa, lotta al degrado, tutela del centro storico, spazio ai giovani, fare rete.

    Nei prossimi giorni, forse, sulla questione sarà fatta maggiore chiarezza. Il risultato però non cambierà: nei fatti, Genova avrà perso una grande occasione per fare bella mostra di alcuni suoi tesori più nascosti, approfittando di una ribalta nazionale che non capita tutti i giorni. Il dato più politico, invece, è la persistente difficoltà “burocratica” di investire in maniera sistematica e allargata sulla cultura condivisa e partecipata, non per forza istituzionale. Per una città come Genova, che sul turismo sta puntando per un futuro altro, non è una dato confortante. Forse la domanda da porsi dovrebbe essere su che tipo di cultura sappiamo avere.


    Nicola Giordanella

  • Basilica di Carignano, al via il restauro delle coperture. Il carbonio salverà la cupola dell’Alessi

    Basilica di Carignano, al via il restauro delle coperture. Il carbonio salverà la cupola dell’Alessi

    carignano-anticaDue anni di cantieri, per un investimento di un milione e 200 mila euro; queste le cifre dei lavori di consolidamento e restauro della cupola della chiesa di Carignano che partiranno ufficialmente nei prossimi giorni; l’intervento coinvolgerà anche i tetti delle quattro navate della chiesa, costruiti con volte a botte. Dopo il rifacimento delle facciate, quindi, la basilica minore di Carignano, dedicata a Santa Maria Assunta, tornerà a nuova vita. Un edificio cardine per la storia di Genova: voluto dalla famiglia Sauli nel XVI secolo, il progetto nacque dalla mente geniale di Galeazzo Alessi, uno tra i maggiori architetti dell’epoca, che lascerà altre tracce indelebili nel tessuto urbano genovese, disegnando i prospetti di alcuni palazzi di Strada Nuova (Palazzo Cambiaso e Palazzo Lercari-Parodi), progettando Villa Cambiaso, Porta Siberia e la cupola della cattedrale di San Lorenzo.

    La basilica, apertamente ispirata a San Pietro in Vaticano, oggi è parte integrante dello skyline cittadino: come è noto, i lavori di costruzione andarono tanto per le lunghe, che divennero proverbiali: “A l’è comme a fabrica de Caignan”, è il famoso adagio dialettale che con la consueta pragmaticità genovese indica qualcosa che non finisce mai. Un detto, purtroppo, sempre attuale. I continui aggiustamenti della struttura, nel corso dei secoli, hanno determinato alcune criticità strutturali che oggi rendono necessario l’intervento di consolidamento e manutenzione delle coperture.

    Le criticità della cupola e delle navate

    carignano-cupola-internoDa dentro la chiesa, se si osservano i soffitti, è facile notare ampie e lunghe crepe che si propagano per tutta la lunghezza delle navate e dalla base della cupola fino a quasi la sua sommità: l’assestamento del terreno e il carico che le coperture sopportano hanno determinato questi danni, che al momento non mettono in discussione la staticità dell’edificio, ma che è necessario tamponare prima che sia troppo tardi. «Procederemo in tre fasi – racconta l’architetto Claudio Montagni, durante la presentazione dei lavori – con le quali prima consolideremo il manufatto, per poi restaurare le coperture esterne e infine sistemare gli interni». Uno dei fattori che secondo gli esperti ha contribuito al decadimento della struttura è stato l’otturamento e la mancata manutenzione nei secoli dell’ingegnoso sistema di raccolta e scarico delle acque pluviali: «L’Alessi aveva predisposto un innovativo sistema per gestire il peso dell’acqua meteorica – sottolinea Montagni – attraverso delle condotte e della “cadute”che attraversano i vari strati architettonici, per poi finire in otto pigne laterali che portano a terra. Di queste solo quattro sono regolarmente in funzione oggi». Anche le opere di manutenzione susseguitesi durante i secoli hanno indebolito le coperture estere: «Il tamburo che sorregge la cupola è stato intonacato con del cemento, nascondendo i colori della Pietra di Finale, voluta appositamente dall’Alessi per la sua cromaticità unica». L’idea alla base dei progetti è proprio quella di riportare tutta la basilica all’aspetto originario, intervenendo in maniera invisibile e reversibile.

    carignano-cupola-esternaL’intervento di messa in sicurezza e restauro

    «L’intervento prevede la sistemazione di dieci “cinghie”spiega l’ingegnere Andrea Pepe, responsabile dell’interventocinque destinate alla cupola interna e cinque relative a quella esterna, che permetteranno di “stringere” la struttura, ridistribuendo il peso nella maniera corretta». A causa delle crepe, infatti, il peso della lanterna sommitale, oggi grava in maniera non ottimale sui meridiani della cupola, rischiando di far cedere tutta la costruzione. «Le cinghie saranno di una speciale lega di carbonio, in modo da non pesare sulla struttura e poter essere rimosse in futuro». Per quanto riguarda le volte delle navate, invece, saranno predisposti dei cavi, ancorati alla base del tamburo: «I camminamenti costruiti sul tetto – sottolinea Pepe – sono un peso fisso e concentrato, che deve essere ridistribuito per evitare il crollo». Anche in questo caso l’intervento sarà totalmente reversibile. Una volta messa in sicurezza la struttura, si procederà con i lavori di restauro degli esterni, eliminando il cemento dell’intonaco aggiunto durante i restauri precedenti, e ripristinando gli elementi architettonici originari. La terza fase porterà al ripristino degli interni, seguendo il progetto dell’Alessi. I finanziamenti necessari saranno messi a disposizione dalla C.E.I. e dalla banca San Paolo: del 1,2 milione necessario, quindi, non un euro arriverà dalle casse pubbliche, sempre tristemente vuote quando si tratta di cultura, ma sempre disponibili quando si tratta di finanziare grandi opere cementifere. Nei prossimi giorni, quindi, inizieranno i lavori di impalcatura che rivestiranno la cupola della chiesta come oggi è ingabbiata quella di San Lorenzo; se non ci saranno intoppi il tempio sarà restituito alla città in tutta la sua bellezza fra due anni.

    La basilica di Santa Maria Assunta di Carignano è un gioiello tutto genovese, con una storia ed un’anima quasi totemica per la città: da un lato, infatti, è stata per secoli una “grande opera” incompiuta, mentre oggi è un gioiello dimenticato dalla amministrazione pubblica, troppo distratta ad inseguire improbabili progetti dalla dubbia utilità pubblica. Ma d’altra parte si sa: “scinché e prie anian a-o fondo, d’abbelinæ ghe ne saià delongo”

    Nicola Giordanella

  • L’anfiteatro romano di Genova presto visitabile. La nuova vita del tesoro nascosto della città

    L’anfiteatro romano di Genova presto visitabile. La nuova vita del tesoro nascosto della città

    Il più grande sito archeologico di Genova a breve sarà aperto al pubblico: l’ anfiteatro romano del primo secolo dopo Cristo, situato in centro storico, infatti, il 23 e il 24 settembre sarà la scenografia di una performance artistica all’interno della rassegna M.U.R.A. (Movimento Urbano Rete Artisti), mentre ad ottobre ospiterà un allestimento del Festival della Scienza 2016. Ma non solo aperture spot: i lavori di scavo dovrebbero proseguire, come anche l’allestimento per accogliere visitatori stabilmente, al fine di rendere questa incredibile testimonianza storica parte integrante del patrimonio culturale di Genova.

    Il sito archeologico più grande di Genova

    Un sito forse non troppo noto, sconosciuto anche a moltissimi genovesi stessi, nascosto dal cemento della ricostruzione urbana che ha toccato il Centro Storico nei decenni scorsi, che però racchiude una grande testimonianza della storia millenaria della Superba. Scoperto per caso nel 1992, come spesso accade, durante i lavori dei cantieri allestiti per la costruzione dei soliti box auto interrati, tra piazza delle Erbe, salita Re Magi e vico del Fico: gli scavi, durati fino al 1996, portarono alla luce una ventina di metri del muraglione che cingeva il campo dell’arena, e poco distante un pozzo in pietra, risalente al quarto secolo dopo Cristo, oltre a numerose opere murarie medievali. Il sito fu inglobato e coperto dalle strutture che portarono alla nascita dei Giardini Luzzati (e di qualche imprescindibile box), a due passi da Piazza delle Erbe, ma mai aperto definitivamente al pubblico. «Grazie a Piera Melli, l’archeologa che curò gli scavi per la Soprintendenza ai Beni Archeologici della Liguria – racconta Ferdinando Bonora, responsabile dell’area archeologica per l’associazione Giardini Luzzati e Coopertiva Archeologia – questo sito è stato salvato e in parte predisposto per l’apertura al pubblico: un anfiteatro non grande, costruito con terrapieni e strutture in legno, ubicato in quella che allora era una zona esterna alla città, ma decisamente importante perché testimonia una parte importante della storia di Genova». Poche, infatti, sono le vestigia romane ancora riconoscibili in città, inglobate in altri edifici o demolite per costruire nuove strutture.

    Il piccolo anfiteatro (che vantava di un’ellisse con gli assi di 60 e 40 metri), secondo le ricostruzioni, doveva servire ad intrattenere o allenare le guarnigioni in servizio in loco, e venne ricavato sfruttando la naturale pendenza del terreno. Già nel quarto secolo, però, cadde in disuso, come testimonia la presenza del pozzo in pietra, collocato proprio sul perimetro dell’arena, e probabilmente costruito per approvvigionare i campi o abitazioni che nel frattempo avevano preso il posto dell’edificio romano. Alcuni rilievi hanno trovato traccia di vegetali “acquatici”, cosa che probabilmente testimonia la presenza di acquitrini o paludi.

    Il futuro dell’area

    Fu l’acqua, quindi, che probabilmente mise sotto pressione la struttura romana, danneggiandola; ed la stessa acqua che oggi minaccia il sito archeologico: «Le strutture di cemento che circondano questa area non sono mai state rifinite – sottolinea Bonora, che ha guidato Era Superba alla scoperta di questo luogo – e sono molte le infiltrazioni e le perdite, anche fognarie, che talvolta allagano parte del terreno. Stiamo lavorando per rendere visitabile e fruibile questo sito, ma il Comune di Genova deve fare la sua parte». Oggi tutta l’area, di proprietà del Comune di Genova, è in gestione all’Associazione Giardini Luzzati, che, in collaborazione con l’associazione Ce.Sto, la Cooperativa Archeologia Genova e il Teatro della Tosse, recentemente ha visto riassegnarsi la concessione per il prossimo triennio: «In questo arco di tempo vorremmo aprire definitivamente questo spazio, rendendolo parte integrante del tessuto urbano e scenografico della città – conclude Ferdinando Bonora – e nel frattempo ospiteremo eventi ad hoc, che ci aiuteranno a far conoscere questo prezioso reperto, rendendolo di interesse pubblico».

    Anima genovese

    Oggi si parla spesso di “costruire sul costruito”, ma la cosa non è una novità: Genova, avara di spazi ma non di ambizioni, ha da sempre visto sovrapporre uno sull’altro i diversi strati urbani che si succedevano nei secoli, spesso nell’ottica del progresso cittadino, e altrettanto spesso sotto la spinta demolitrice della speculazione o dell’interesse privato. L’anfiteatro genovese, oltre a testimoniare il passato romano della città, ne rappresenta l’immagine intima: un prezioso tesoro, salvo per miracolo ma circondato dal cemento e degrado, che giace nascosto, e che molti di noi non sapevano neanche di “avere”.

    Nicola Giordanella

    Foto di Simone D’Ambrosio, video di Nicola Giordanella