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  • San Lorenzo, il piombo tornerà a coprire la cupola, come l’originale progetto dell’Alessi

    San Lorenzo, il piombo tornerà a coprire la cupola, come l’originale progetto dell’Alessi

    san-lorenzo-cupolaIl restauro della cupola della cattedrale di San Lorenzo procede, e presto inizierà l’ultima fase, cioè il rinnovo della copertura. Il piombo sostituirà il rame, per ripristinare il progetto originario di Galeazzo Alessi, e per conferire maggiore solidità alla struttura. Il lavoro durerà ancora circa un anno, o forse poco meno se non ci saranno intoppi; il costo totale dell’intervento si assesta su un milione e 100 mila euro, per gran parte messi a disposizione dalla Compagnia di San Paolo; alla conta, però, mancano ancora circa 300 mila euro: per questo motivo la Curia di Genova promuoverà l’intervento di privati per portare a termine questo lavoro «portato avanti con maestria e precisione – come ha dichiarato l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco a margine della presentazione dei lavori – e che restituirà a tutta la comunità genovese un gioiello e un simbolo».

    La cupola di San Lorenzo

    La cupola di San Lorenzo è uno dei più fulgidi esempi dell’architettura di Galeazzo Alessi, che in città lasciò molte tracce del suo genio: costruita a metà del XVI secolo, in origine aveva la copertura composta da lamine di piombo, seguendo una consuetudine ingegneristica iniziata dai romani. Il piombo, infatti, garantisce maggiore stabilità alle costruzioni e ha maggiore resistenza agli agenti atmosferici, oltre ad essere «un ottimo materiale antisismico, per via delle sue proprietà di resistenza a frizioni e trazioni – spiega l’architetto Claudio Montagni, responsabile dell’intervento – ed oggi, infatti, è stato “riscoperto” dalla letteratura di settore».

    Dal rame al piombo

    san-lorenzo-restauroL’attuale copertura in rame è arrivata durante l’ultimo restauro, condotto nel 1843 da Giovanni Battista Resasco; l’allora architetto della Città di Genova decise il cambio del rivestimento della struttura, introducendo il nuovo metallo: «La scelta fu probabilmente dettata da una sorta di moda architettonica diffusa in quegli anni – spiega Montagni – e fu il primo caso a Genova, poi preso ad esempio per altre strutture». La salsedine del vicino mare, però, negli anni ha “sciolto” parte della copertura, che oggi versa in pessime condizioni: «Oltre ad aver “macchiato” con l’ossido molti marmi – sottolinea l’architetto – in alcuni punti è talmente danneggiata da far piovere in chiesa, con tutti i potenziali danni facilmente intuibili».

    La scelta del piombo è arrivata dopo un attento studio dei progetti originali, ed è stata confermata da ritrovamenti in loco di alcune piastre di questo materiale, probabilmente dimenticate durante l’ultimo restauro. Oltre alla cupola, anche la struttura sarà rinforzata, grazie alla manutenzione delle catene predisposte dallo stesso Alessi: «Tutta la costruizione è in buone condizioni – precisa Claudio Montagni – e l’intervento sarà per lo più conservativo», non come le coperture della basilica di Carignano, che nei prossimi mesi saranno oggetto di un intervento di consolidamento più importante.

    Manca poco, quindi, affinché lo skyline della Superba ritrovi uno dei suoi più amati e caratteristici gioielli: la cupola di San Lorenzo potrà affrontare i prossimi secoli con una nuova armatura, nella speranza che sia di buon auspicio per tutta la città.

    Nicola Giordanella

  • Basilica di Carignano, al via il restauro delle coperture. Il carbonio salverà la cupola dell’Alessi

    Basilica di Carignano, al via il restauro delle coperture. Il carbonio salverà la cupola dell’Alessi

    carignano-anticaDue anni di cantieri, per un investimento di un milione e 200 mila euro; queste le cifre dei lavori di consolidamento e restauro della cupola della chiesa di Carignano che partiranno ufficialmente nei prossimi giorni; l’intervento coinvolgerà anche i tetti delle quattro navate della chiesa, costruiti con volte a botte. Dopo il rifacimento delle facciate, quindi, la basilica minore di Carignano, dedicata a Santa Maria Assunta, tornerà a nuova vita. Un edificio cardine per la storia di Genova: voluto dalla famiglia Sauli nel XVI secolo, il progetto nacque dalla mente geniale di Galeazzo Alessi, uno tra i maggiori architetti dell’epoca, che lascerà altre tracce indelebili nel tessuto urbano genovese, disegnando i prospetti di alcuni palazzi di Strada Nuova (Palazzo Cambiaso e Palazzo Lercari-Parodi), progettando Villa Cambiaso, Porta Siberia e la cupola della cattedrale di San Lorenzo.

    La basilica, apertamente ispirata a San Pietro in Vaticano, oggi è parte integrante dello skyline cittadino: come è noto, i lavori di costruzione andarono tanto per le lunghe, che divennero proverbiali: “A l’è comme a fabrica de Caignan”, è il famoso adagio dialettale che con la consueta pragmaticità genovese indica qualcosa che non finisce mai. Un detto, purtroppo, sempre attuale. I continui aggiustamenti della struttura, nel corso dei secoli, hanno determinato alcune criticità strutturali che oggi rendono necessario l’intervento di consolidamento e manutenzione delle coperture.

    Le criticità della cupola e delle navate

    carignano-cupola-internoDa dentro la chiesa, se si osservano i soffitti, è facile notare ampie e lunghe crepe che si propagano per tutta la lunghezza delle navate e dalla base della cupola fino a quasi la sua sommità: l’assestamento del terreno e il carico che le coperture sopportano hanno determinato questi danni, che al momento non mettono in discussione la staticità dell’edificio, ma che è necessario tamponare prima che sia troppo tardi. «Procederemo in tre fasi – racconta l’architetto Claudio Montagni, durante la presentazione dei lavori – con le quali prima consolideremo il manufatto, per poi restaurare le coperture esterne e infine sistemare gli interni». Uno dei fattori che secondo gli esperti ha contribuito al decadimento della struttura è stato l’otturamento e la mancata manutenzione nei secoli dell’ingegnoso sistema di raccolta e scarico delle acque pluviali: «L’Alessi aveva predisposto un innovativo sistema per gestire il peso dell’acqua meteorica – sottolinea Montagni – attraverso delle condotte e della “cadute”che attraversano i vari strati architettonici, per poi finire in otto pigne laterali che portano a terra. Di queste solo quattro sono regolarmente in funzione oggi». Anche le opere di manutenzione susseguitesi durante i secoli hanno indebolito le coperture estere: «Il tamburo che sorregge la cupola è stato intonacato con del cemento, nascondendo i colori della Pietra di Finale, voluta appositamente dall’Alessi per la sua cromaticità unica». L’idea alla base dei progetti è proprio quella di riportare tutta la basilica all’aspetto originario, intervenendo in maniera invisibile e reversibile.

    carignano-cupola-esternaL’intervento di messa in sicurezza e restauro

    «L’intervento prevede la sistemazione di dieci “cinghie”spiega l’ingegnere Andrea Pepe, responsabile dell’interventocinque destinate alla cupola interna e cinque relative a quella esterna, che permetteranno di “stringere” la struttura, ridistribuendo il peso nella maniera corretta». A causa delle crepe, infatti, il peso della lanterna sommitale, oggi grava in maniera non ottimale sui meridiani della cupola, rischiando di far cedere tutta la costruzione. «Le cinghie saranno di una speciale lega di carbonio, in modo da non pesare sulla struttura e poter essere rimosse in futuro». Per quanto riguarda le volte delle navate, invece, saranno predisposti dei cavi, ancorati alla base del tamburo: «I camminamenti costruiti sul tetto – sottolinea Pepe – sono un peso fisso e concentrato, che deve essere ridistribuito per evitare il crollo». Anche in questo caso l’intervento sarà totalmente reversibile. Una volta messa in sicurezza la struttura, si procederà con i lavori di restauro degli esterni, eliminando il cemento dell’intonaco aggiunto durante i restauri precedenti, e ripristinando gli elementi architettonici originari. La terza fase porterà al ripristino degli interni, seguendo il progetto dell’Alessi. I finanziamenti necessari saranno messi a disposizione dalla C.E.I. e dalla banca San Paolo: del 1,2 milione necessario, quindi, non un euro arriverà dalle casse pubbliche, sempre tristemente vuote quando si tratta di cultura, ma sempre disponibili quando si tratta di finanziare grandi opere cementifere. Nei prossimi giorni, quindi, inizieranno i lavori di impalcatura che rivestiranno la cupola della chiesta come oggi è ingabbiata quella di San Lorenzo; se non ci saranno intoppi il tempio sarà restituito alla città in tutta la sua bellezza fra due anni.

    La basilica di Santa Maria Assunta di Carignano è un gioiello tutto genovese, con una storia ed un’anima quasi totemica per la città: da un lato, infatti, è stata per secoli una “grande opera” incompiuta, mentre oggi è un gioiello dimenticato dalla amministrazione pubblica, troppo distratta ad inseguire improbabili progetti dalla dubbia utilità pubblica. Ma d’altra parte si sa: “scinché e prie anian a-o fondo, d’abbelinæ ghe ne saià delongo”

    Nicola Giordanella

  • Congresso eucaristico, che cosa resta a Genova della quattro giorni con i vescovi italiani

    Congresso eucaristico, che cosa resta a Genova della quattro giorni con i vescovi italiani

    congresso-eucaristico-chiesa-portoPer un credente con più dubbi che certezze partecipare alla messa del Congresso eucaristico che si è tenuto in questi giorni nella nostra città è stato un atto non solo di fede ma, soprattutto, di curiosità.

    Parcheggiate le moto, prescelte per muoversi nel prevedibile traffico, a debita distanza da Piazzale Kennedy io e alcuni miei amici abbiamo proseguito a piedi. Camminare al centro delle corsie di via Brigate Partigiane era una strana sensazione, che rievocava le grandi manifestazioni a cui partecipai in passato. Le camionette delle forze dell’ordine e la presenza costante di uniformi contribuivano a rendere l’atmosfera ancora più surreale, soprattutto per lo stridente accostamento alle musiche religiose lanciate dagli altoparlanti.

    All’ingresso del piazzale ancora polizia, ma passiamo senza che ci vengano controllati gli zaini; a stemperare ulteriormente la tensione, numerosi volontari in pettorine gialle e membri della protezione civile distribuiscono, con un sorriso, bottigliette d’acqua.

    congresso-eucaristico-processioneQuando arriviamo, nello spiazzo ci sono già molte persone che attendono pazienti oltre le transenne che conducono a quella navata a cielo aperto che è stata resa la piazza, con centinaia di file di sedie ben disposte e l’altare su un grande palco, in fondo. Sono presenti rappresentanti di tutta la realtà genovese, cittadini di tutte le etnie, esponenti dei militari e delle forze dell’ordine sotto il palco, rappresentanti degli alpini e dei cavalieri di Malta, scout, associazioni cattoliche e tanti altri. La presenza di carabinieri e polizia è massiccia, inquietante e rassicurante al tempo stesso. Coi tempi che corrono, non sono in pochi a ritenere che un simile evento possa essere a rischio. Maddalena, del reparto scout Genova XV, mi risponde senza esitazioni quando le chiedo se ha paura: «Si, assolutamente. Vedere i cecchini, le persone che ti controllano lo zaino [evidentemente controlli a campione dato che io e i miei amici ne siamo passati indenni, ndr]…». Altrettanto senza ombra di dubbio mi risponde alla domanda logicamente conseguente: allora perché sei venuta? «Perché non vedo il motivo per cui una paura latente debba fermare una cosa del genere».

    congresso-eucaristico-processioneStimolato dall’interessante risposta di questa giovane ragazza, decido di raccogliere ancora più pareri. Serena, altra ragazza genovese, ad esempio, non ha alcun timore: «No, non ho paura. Sono qui perché sono molto credente, ho partecipato anche alla Giornata mondiale della gioventù ma questa è un’esperienza molto diversa. Mi piacciono questi eventi in cui incontro molta gente che sente molto quello a cui partecipa; c’è molto raccoglimento». Nel mio girare mi imbatto in un gruppo di donne raccolte in preghiera con alcuni rosari in mano; noto che una si interrompe e mi guarda e colgo l’occasione, scusandomi per il disturbo, per sentire anche loro. È un gruppo di badanti ucraine che lavorano a Genova. «Abbiamo una chiesa qui, siamo cattoliche ma con rito bizantino. Quando eravamo sotto l’Unione Sovietica la nostra chiesa era perseguitata», mi spiega Marilia motivando la gioia di partecipare a un incontro simile. «Ora abbiamo la guerra e dobbiamo pregare per i nostri famigliari». Neanche loro hanno paura, come mi rispondono in coro: «Siamo con Dio». Forse questa è la vera bellezza di simili eventi, incontrare tante persone e le loro storie che si intrecciano per qualcosa in cui credono. «È bello perché è incontrarsi, conoscersi, è un’occasione di comunione» mi conferma Andrea, che sta facendo il volontario.

    Prima che inizi la funzione faccio appena in tempo a sentire ancora un gruppetto di donne, dai tratti orientali: «Siamo filippine, viviamo qui a Genova. Sono orgogliosa di essere qui, è la prima volta che partecipo a questo evento…». Chiedo anche ad Avelina, la portavoce di questo gruppetto, se ha paura: «Non ho paura, siamo con Dio. Poi se è il tuo destino, anche a casa…», lascia in sospeso la frase con un sorriso a metà tra il divertito e il sornione.

    congresso-eucaristico-chiesa-portoInizia la celebrazione, prendiamo posto. Le voci di 700 cantori della diocesi e la musica dell’orchestra incorniciano magistralmente la Messa, amplificati da un impianto audio da far impallidire un concerto. «Si sente la passione dell’ecclesia genovese per l’antico» mi sussurra un amico, sorridendo al primo canto gregoriano. Quattro maxischermi consentono anche a chi è lontano dal palco di osservare ogni ritualità della funzione. La protezione civile continua a distribuire acqua tra le file di sedie, ma il tempo è clemente, il sole mitigato dalla brezza marina; con grande sollievo, molto probabilmente, soprattutto dei due carabinieri che per tutta la messa montano ligia e immobile guardia all’altare in uniforme da cerimonia.
    L’omelia di Bagnasco è “raffinata”, elaborata nella forma, non proprio accessibile a tutti e non così facilmente traducibile nella concretezza dei problemi quotidiani. Ma, il cardinale non manca di riservare un pensiero e una preghiera a disoccupati, migranti, giovani, famiglie, consacrati, laici, politici e, naturalmente, ai terremotati del centro Italia. Toccante è soprattutto il momento di silenzio immediatamente seguente alla predica; l’intero piazzale è muto, tanto che si sente il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli della Foce, a centinaia di metri dal mio posto.

    La messa prosegue, con l’unico intoppo di una troppo anticipata conclusione (tempi televisivi?) che fa sì che molti fedeli siano ancora in coda per ricevere la comunione quando è già in atto la benedizione finale. Lasciamo in ordine e senza ressa il piazzale. Riesco a sentire ancora un gruppo di giovani dell’azione cattolica della chiesa del Sacro Cuore di Genova. «È una bella esperienza per la città, vedere così tanta gente a questi eventi» mi dice Emanuele, un adolescente. Alla fatidica domanda sorride un po’ incerto: «Un po’ di ansia c’è, ma a un certo punto ti fidiaggiunge divertito- anche di una protezione dall’alto».

  • Bagnasco: «Accoglienza nel Dna dei cristiani». Pronte due nuove strutture per i senza fissa dimora

    Bagnasco: «Accoglienza nel Dna dei cristiani». Pronte due nuove strutture per i senza fissa dimora

    Cattedrale S.Lorenzo«Non dobbiamo guardare solo alla prima accoglienza nel momento dell’emergenza all’integrazione delle persone che vogliono stare qui e vogliono integrarsi con buona volontà. Cerchiamo delle modalità per una continuità dignitosa per tutti». Parole di Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, rilasciate in un’intervista all’agenzia Dire, a poche ore dall’inizio del Congresso Eucaristico nazionale, organizzato quest’anno a Genova. Per quanto riguarda la propria diocesi, l’arcivescovo ricorda che «Genova sta ospitando da tempo moltissime persone in diversi siti e abbiamo ancora continue richieste. Stiamo cercando nuove possibilità di sistemazione sia in strutture e realtà di dimensioni importanti sia in luoghi più piccoli per poter creare delle piccole presenze diffuse nella nostra diocesi; sappiamo quanto la Chiesa di Genova, come tutta l’Italia, sia stata pronta e continui a operare in questa direzione, facendo proprie le indicazioni del Santo Padre; l’accoglienza è nel Dna dei cristiani».

    Il Congresso e gli atti concreti

    Gioia e atti concreti di misericordia. A detta dell’arcivescovo queste saranno le parole chiave del congresso: nella direzione delle opere concrete di misericordia si colloca “l’opera-segno” che, come da tradizione, viene lasciata in ogni diocesi che ospita il Congresso: «Un ricordo visibile di carità, di amore fraterno – spiega Bagnasco – abbiamo deciso, infatti, di attivare due strutture per ospitare di notte una quarantina di senza fissa dimora, che hanno particolare bisogno specialmente d’inverno, per offrire alla sera un pasto caldo, un luogo di riposo e la prima colazione. Uno nel centro storico di Genova e l’altro nella zona di San Teodoro, prospiciente il porto». Altra opera concreata sarà la colletta straordinaria per i terremotati del centro Italia che è già stata annunciata proprio per il prossimo fine settimana: «Sarà fatta anche a Genova – conferma l”Arcivescovo – durante la messa conclusiva del congresso eucaristico in piazzale Kennedy, come in tutte le parrocchie delle diocesi italiane». Ma c’è ancora un messaggio di “misericordia concreta” che verrà lanciato dal Congresso eucaristico: «Un invito al servizio agli altri che scaturisce dalla vita cristiana, dal Vangelo – anticipa il presidente della Cei – innanzitutto nella propria famiglia e poi agli indigenti. Tanto più come conseguenza del Congresso eucaristico dove dall’Eucarestia, che è l’atto dell’amore di Dio verso il mondo, celebrata nella Messa, nell’adorazione, nelle catechesi, si passerà all’Eucarestia vissuta al servizio degli altri».

    L’assenza del Papa

    Cattedrale S.LorenzoPer Bagnasco, che lo scorso 29 agosto ha festeggiato il decennale del suo episcopato nella diocesi di Genova e che si appresta a terminare il suo secondo mandato da presidente della Conferenza episcopale italiana il prossimo 7 marzo, «è un grande onore poter ospitare questo evento ecclesiale, a cui ci siamo preparati con molto impegno e molta gioia». Come noto, non ci sarà papa Francesco. Qualcuno ha visto in questa assenza un segnale della diversità di vedute tra il progressista Santo Padre e il più conservatore presidente della Conferenza episcopale italiana. «Non c’è mai stato alcun contrasto con il Santo Padre, nel modo più assoluto – sottolinea l’Arcivescovo – tanto è vero che mi ha benevolmente confermato fino alla scadenza naturale del mio secondo mandato da presidente della Cei e mi ha anche nominato come suo delegato per il Congresso eucaristico. Ci incontriamo abbastanza di frequente, anche in occasioni private ed è il segno che va a sfatare e smentire tutte queste voci assolutamente infondate».

    Genova e il lavoro

    Il Congresso Eucaristico cade proprio nei giorni in cui Genova sta tornando a vivere tutte le più intense sofferenze degli ultimi anni: lavoro, sicurezza del territorio e immobilismo politico: «Auspico un miracolo: quello di essere più uniti a tutti i livelli. La situazione genovese dal punto di vista del lavoro è molto seria in questo momento – afferma Bagnasco – e anche noi sacerdoti, vescovi vediamo che la disoccupazione aumenta. Le situazioni sono molo gravi per i giovani che non riescono a entrare nel mondo del lavoro e quindi a farsi una famiglia, un progetto di vita, e per le persone più adulte che, perdendo il lavoro, hanno una famiglia da mantenere e impegni da onorare». Riguardo alle principali vertenze cittadine l’arcivescovo non si meraviglia che siano ancora in piedi. «La situazione è molto grave – conclude il prelato – noi cerchiamo di fare la nostra parte con molta discrezione e rispetto ma anche con molta attenzione: la gente lo sa e noi cerchiamo di camminare insieme». Il legame tra chiesa di Genova e il mondo del lavoro, ricorda il cardinale «è un aspetto storico, grazie anche all’opera dei cappellani del lavoro e dagli arcivescovi, da Boetto e Siri, fino ad oggi». Un rapporto che, secondo Bagnasco, è riconosciuto dagli stessi lavoratori: «Gli operai e i lavoratori lo sanno e il legame continua a prescindere dal rapporto che ciascuno può avere con la fede».

  • Migranti, l’accoglienza della Chiesa di Genova. In arrivo 6 profughi a Santa Maria della Vittoria

    Migranti, l’accoglienza della Chiesa di Genova. In arrivo 6 profughi a Santa Maria della Vittoria

    santa-maria-vittoria-mura-angeliIl quartiere di Mura Angeli, nella Sampierdarena arroccata sulle colline, poco prima del cimitero della Castagna, è una sorta di piccolo borgo a sé stante. Il nome stesso in realtà non è ufficiale ma è stato dato dagli abitanti, dato che la “via principale” di questa sorta di paese nella città è via Mura degli Angeli.

    In questa realtà circoscritta, uno dei punti di riferimento, assieme ai bar e ai giardinetti, è la chiesa di Santa Maria della Vittoria. Un edificio dalle forme oggettivamente sgraziate ma molto caro ai residenti, che probabilmente già da questa sera, ospiterà 6 migranti.

    Don Gianni Grondona, parroco di Santa Maria della Vittoria, ex missionario e assistente spirituale della comunità “San Benedetto al Porto” di Don Gallo, ha accettato di rispondere all’appello lanciato dall’associazione diocesana Migrantes e di rendere questa casa di Dio, un rifugio per chi scappa da guerra e povertà. «I ragazzi avranno l’impegno di formare comunità tra loro e di inserirsi nell’ambiente del nostro quartiere» ci dice nella luminosa sagrestia in cui ci riceve, «ognuno di loro avrà poi un impegno specifico che stiamo ancora definendo, sotto forma di borsa lavoro e anche questo servirà a rendersi più autonomi, per imparare a gestirsi e anche per dare più dignità ai servizi che faranno». Non mero assistenzialismo dunque, ma un processo di integrazione ragionato e serio.

    Processo che riguarda tutte le parrocchie genovesi che siano disponibili ad aprire i cancelli del proprio sagrato, con il coordinamento dell’ufficio diocesano Migrante, il cui responsabile è don Giacomo Martino. E’ lo stesso sacerdote che ci aiuta a capire come è organizzata l’accoglienza ecclesiale.

    bagnasco-migranti-profughiQuante parrocchie in Genova portano avanti progetti di accoglienza come quello che tra poco ospiterà Santa Maria della Vittoria?
    «Al momento questa è la terza parrocchia (le altre due sono Nostra Signora delle Vigne, in centro storico, e San Giacomo, a Cornigliano, ndr), però ci sono già altre cinque parrocchie che entro la fine dell’estate sono pronte a fare questo bel gesto concreto di accoglienza». 

    Quanto e perché nasce Migrantes?
    «Nasce oltre 28 anni fa a livello nazionale insieme con quello che è il vero inizio della migrazione come fenomeno. Parte come fondazione nazionale, poi si sviluppano le sue ramificazioni all’interno delle varie diocesi per dare un’accoglienza a quelle che sono le comunità religiose di migranti residenti nel nostro territorio, in particolare quelle comunità cattoliche per le quali si vuole dare un’accoglienza anche di Chiesa; persone che vengono da posti diversi, che pregano in modo diverso e che, giustamente, devono trovare un po’ del loro modo di essere Chiesa anche qui da noi».

    Si rivolge solo agli immigrati cattolici o è di portata più generica?
    «Beh in realtà il punto di partenza è quello, un’attenzione dedicata alle comunità religiose; poi naturalmente, di fronte a un Dio che non fa differenza tra le persone, cerchiamo di essere davvero aperti a tutti e, soprattutto, di aiutare per quanto possibile tutti coloro che in qualche modo si sentono ancora stranieri nelle nostre città».

    Qual è la tendenza verso questa accoglienza in Liguria, estendendo un po’ il campo di analisi? È crescente, in diminuzione, vorrebbe di più, temeva di meno…?
    «Diciamo che la Liguria, contrariamente a quello che è un po’ il pensiero comune anche di noi liguri verso noi stessi, è estremamente accogliente. È giusto quindi, credo, per la gente dare una progettazione e un significato a questa accoglienza, strutturandola per renderla efficace. Questo vivere in perenne emergenza fa male a tutti».

    Migrantes opera sotto direttive della curia o è una realtà a parte?
    «È una realtà ecclesiale. Questo progetto di accoglienza concreta, in particolare, nasce in un supporto al di fuori di quelle che sono le nostre originarie missioni che ci vengono affidate. Recentemente, a livello ligure ci siamo incontrati con i responsabili dell’ufficio missionario della Caritas e di Migrantes proprio per tentare di fare un lavoro insieme».

    Domanda provocatoria: se uno dei doveri di un sacerdote è l’obbedienza e il papa poco tempo fa ha proprio chiesto di accogliere, perché non lo fanno tutti i preti?
    «Beh indubbiamente l’accoglienza può essere espressa in tanti modi. Lo dico sinceramente: ci sono effettivamente a volte impossibilità ad accogliere date dalla mancanza di spazi o incapacità personali a essere direttamente coinvolti sul campo; ci sono persone che in un qualche modo possono per sensibilità essere diversamente accoglienti. Credo che, però, la parola del papa circa la necessità di accogliere non sia stato un ordine quanto un invito; ma un invito molto, molto, molto dettagliato».

    Ai rifugiati Migrantes dà delle mansioni, degli indirizzi, li coinvolge in attività…?
    «Noi cerchiamo di eliminare ogni assistenzialismo, di creare un popolo nuovo che abbia sempre maggiori opportunità di interazione col territorio, con le altre persone. Cerchiamo di non generare solo grandi “case” ma di scendere attraverso le parrocchie nella particolarità di una realtà piccola, in una relazione che è fondamentale. Dico un popolo nuovo perché, proprio come diceva il papa durante la giornata del rifugiato a gennaio, l’accogliere l’altro indubbiamente fa sì che noi accogliamo e l’altro si adegui un po’ al luogo dov’è accolto, ma è altrettanto vero che anche noi dobbiamo cambiare perché accogliere l’altro vuol dire cambiare, diventare un po’ come l’altro».

    Il Comune e gli enti pubblici in generale collaborano con voi nella gestione di questa delicata questione, oppure vi lasciano a “briglia sciolta” e, diciamolo, anche un po’ da soli?
    «L’iniziativa è a livello europeo, le opportunità sono date anche da una sorta di progettazione europea che purtroppo, secondo me, ancora oggi è troppo emergenziale e troppo poco strutturata, per cui davvero in ogni anno ci si trova, in questo periodo in modo particolare, con situazioni difficili da affrontare. L’altra sera ero a vedere la partita di pallone al palasport con oltre 150 ragazzi ospitati lì che attendono di trovare una collocazione e questo credo che debba essere completamente rovesciato. Recentemente in un incontro col Comune, che ci sta concedendo degli spazi dove vorremmo fare una sorta di campus formativo per i nostri ragazzi, si stava dicendo che si dovrebbe passare dai centri di accoglienza in emergenza, che si chiamano CAS, a quelli invece che hanno una progettazione di maggiore inserimento nel territorio, che si chiamano SPRAR. Oggi le parti sono invertite rispetto a quanto sarebbe ottimale, più del 90% è ai CAS e meno del 10% è agli SPRAR, dovrebbe essere il contrario».

    L’accoglienza delle parrocchie è unicamente legata a quelle che sono le scelte, i suggerimenti, le richieste di Migrantes o può anche essere un’iniziativa spontanea del parroco?
    «La Cei per queste iniziative ha prodotto un vademecum interessante. Si tratta comunque di progetti che prevedono un iter che ha un altissimo controllo da parte della prefettura. È necessario non solo avere un’importante esperienza ma anche darsi una struttura che, forse, una singola parrocchia non riuscirebbe a fare o rischierebbe di fare con un modo così particolare che non sarebbe poi effettivamente utile per chi viene accolto».

    A denti stretti: lei crede nella possibilità che l’integrazione davvero in Italia possa diventare effettiva e che non si finisca invece come in America, dove dopo 150 anni di coabitazione etnica ancora adesso hanno luogo violenti scontri razziali?
    «Ci sono mille numeri, mille statistiche. Sentivo un economista che diceva che le forti migrazioni poi bilanciano l’andamento economico del paese, oppure altri che evidenziano il problema demografico in Italia per cui ogni anno la differenza fra nati e morti è di 450.000 persone, ma francamente non mi aiutano molto i numeri. Forse sono un po’ idealista, ma credo che gli italiani abbiano delle belle risorse di accoglienza e culturali che, sicuramente a fatica, sicuramente con qualche incidente, potranno dare buoni frutti. Credo e spero che, in questo, davvero l’Italia possa essere ancora una volta un esempio di accoglienza, così come a nostra volta siamo stati, forse non sempre benevolmente ma, accolti».

    Sorge spontaneo il timore, in un periodo di rischio continuo di scontri etnici e di tristissimi fatti di razzismo che colpiscono anche il nostro paese (l’ultimo e il più vicino a noi è l’aggressione, pochi giorni fa, per motivi unicamente razzisti di sei italiani ai danni di un senegalese diciannovenne a Imperia mentre rincasava dal lavoro), che possa verificarsi un qualche incidente in grado di rendere un bel esempio di accoglienza (e coerenza ideologica) un pretesto per aumentare il tono di voce per chi vive di slogan xenofobi. Don Gianni, parroco di Santa Maria della Vittoria, ci risponde con un sorriso: «Con la paura non si va da nessuna parte» replica sereno. Non si scompone nemmeno quando lo provochiamo sottolineando che qualcuno potrebbe urlare indignato “prima gli italiani”. Il sacerdote ricorda, infatti, che le parrocchie già pongono in essere numerosi servizi di assistenza agli indigenti, di qualunque etnia, sul territorio, come la distribuzione di pacchi viveri e indumenti. «Poi, se vuoi la risposta da prete – conclude – il vangelo di domenica scorsa diceva che un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…non diceva che era un uomo straniero, che era un uomo italiano, che era un uomo povero o che era un uomo ricco, che era bravo o che era cattivo; era un uomo, e quindi un uomo ha bisogno, un uomo si accoglie».

    Alessandro Magrassi

  • Emergenza abitativa a Genova (terza parte): le case della Chiesa come fonte di reddito

    Emergenza abitativa a Genova (terza parte): le case della Chiesa come fonte di reddito

    santa-maria-castello-interni (8)Mettere il becco negli affari della Chiesa non è mai compito semplice. Ancor di più in una città dall’animo fortemente conservatore come Genova, sede arcivescovile, cardinalizia e del presidente della Cei. Dalla Curia alle Opere Pie, dalle associazioni religiose ai lasciti testamentari dei fedeli, l’universo Chiesa nel suo complesso è considerato uno dei più grandi proprietari immobiliari della nostra città, in particolar modo del Centro Storico.

    Ne abbiamo parlato con l’assessore Fracassi che, nella prima parte di questa nostra inchiesta dedicata all’emergenza abitativa genovese (leggi qui), neanche troppo velatamente, ha accusato la Chiesa di non dare una grossa mano alle istituzioni pubbliche, quantomeno dal punto di vista della disponibilità di alloggi da utilizzare per locazioni a canone moderato. «Ad oggi non esiste una vera e propria collaborazione con i grandi proprietari della città (qui la seconda parte dell’inchiesta dedicata alle società a partecipazione pubblica, ndr) – dichiara l’assessore – Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità (17 famiglie inserite nella struttura “boschetto” dell’Istituto don Orione, ndr) perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato».

    L’inchiesta integrale “Emergenza abitativa a Genova”  è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    centro-storico-castello-vicoli«L’assessore – ribattono dalla Curia – forse si dimentica le tante persone bisognose che i servizi sociali rimbalzano ai nostri Centri d’ascolto vicariali».
    Certamente, nessuno può mettere in dubbio il grande servizio che la Chiesa svolge nel campo assistenziale, spesso sostituendosi alle gravi mancanze degli enti pubblici. A venire in mente è, innanzitutto, la Caritas, la Fondazione Auxilium ma sono davvero tante le associazioni di stampo cattolico e le iniziative di laici che si impegnano nell’aiuto alle persone più emarginate.
    «Avere una casa è un grande dono ma è un dono ancora più grande poterla mantenere e avere un lavoro che consenta di farlo – commenta mons. Marino Poggi, direttore della Caritas diocesana – la vera emergenza non dipende tanto dalla presenza o meno di case ma dal fatto che, chi ha bisogno di case, non è nelle condizioni economiche di mantenerle, di viverci con tutte le spese che ciò comporta».

    Va bene. Ma che cosa fa, in concreto, la Chiesa di Genova per rispondere a questa emergenza anche e soprattutto laddove i servizi pubblici latitano? Ancora don Poggi: «Ci sono i centri d’ascolto vicariali che, pur con le risorse limitate che hanno a disposizione (e che provengono soprattutto dai proventi dell’8 per mille e dalle offerte dei parrocchiani, ndr), aiutano a pagare bollette e affitti: a ciò si aggiunge un certo numero di case da dare gratuitamente per rispondere alle emergenze più gravi». C’è chi dice, però, che questi alloggi, rispetto a quello che è il patrimonio immobiliare della Chiesa, potrebbero essere molti di più… «Ultimamente – risponde il direttore della Caritas – stiamo cercando di ampliare la disponibilità di questo tipo di alloggi, soprattutto grazie ai lasciti dei privati. Si tratta di sistemazioni che non possono pretendere affitti altrimenti si tornerebbe al problema iniziale. Ma devono essere sistemazioni provvisorie per consentire alle persone di trovare un aiuto per il tempo in cui non avrebbero possibilità di abitare dignitosamente, magari in attesa di una risposta definitiva da parte delle istituzioni pubbliche. Stiamo cercando di lavorare su questo anche in sinergia con altre realtà genovesi. Ad esempio, la fondazione Carige ci sta mettendo a disposizione nei vicoli un palazzo per cui stiamo cercando i fondi per completare i lavori di ristrutturazione. Si cerca di fare quel che si può».
    Difficile, se non praticamente impossibile, capire se “quel che si può”, quantomeno a livello di patrimonio abitativo messo a disposizione, potrebbe essere di più. Le proprietà ecclesiastiche sono gestite da un ente dedicato, il C.A.P.E. (Consorzio per l’amministrazione del patrimonio immobiliare enti dell’arcidiocesi di Genova), il cui presidente, ragionier Emilio Nichele, si è più volte sottratto alle nostre domande. Così come parecchie difficoltà abbiamo avuto ad entrare in contatto con i responsabili dell’ufficio amministrativo ed economato della Diocesi.

    Non si è tirato indietro, invece, il direttore della Caritas, mons. Marino Poggi: «Esistono delle case che hanno come presidente l’arcivescovo: le Opere Pie Riunite ne hanno un centinaio nel proprio patrimonio e qualcosa meno ha anche il Magistrato di Misericordia. Ma si tratta di organizzazioni che devono, comunque, mantenersi in piedi per cui possono mettere a disposizione gratuitamente o a condizioni particolarmente vantaggiose solo un certo numero di case, altrimenti i loro servizi complessivi non starebbero in piedi. Naturalmente si spera che la gestione degli appartamenti che vengono affittati secondo le logiche di mercato più tradizionali sia fatta con la giusta attenzione e non “a coltello”. Certo, probabilmente si potrebbe fare di più e di meglio ma solo il Signore sa se la conduzione di queste proprietà è la più oculata e generosa possibile».

    Qualche dubbio in proposito lo nutre Bruno Pastorino, l’ex assessore comunale alle Politiche della casa che ci ha accompagnato in questa lunga inchiesta: «Esiste una distribuzione multiforme della proprietà ecclesiastica che viene gestita unitariamente da questo ente che avrebbe come scopo il sostentamento economico del clero. E vista l’ingente dotazione immobiliare – dice sorridendo sarcasticamente – possiamo affermare che si propone di sostenere molto bene il suo clero». Al di là delle battute, Pastorino sostiene che la Chiesa quando applica regimi locativi non abbia una vocazione sociale particolarmente evidenziata e, anzi, si allinei senza difficoltà ai valori di mercato spesso disimpegnandosi nella gestione degli immobili e facendo ricadere sugli inquilini oneri di ristrutturazione come la messa in sicurezza degli impianti che, di per sé, spetterebbero alla proprietà.
    «La dimostrazione della scarsa attenzione sociale – prosegue l’ex assessore – ha delle manifestazioni concrete: alcuni Comuni liguri, come Celle e Noli, si sono impegnati a cercare partenariati con istituti religiosi locali per presentare progetti di edilizia destinati alla locazione calmierata con contratti di 15 anni o permanenti. Nonostante fossero garantiti sostanziosi contributi a fondo perduto, di fronte alla previsione di dover affittare per un periodo prolungato i propri alloggi a canoni moderati, questi istituti hanno chiuso la porta al pubblico preferendo disporre liberamente degli immobili a canoni desiderati o vendendoli».

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

  • Commenda di Prè, abitanti e parrocchia finanziano l’arredo urbano

    Commenda di Prè, abitanti e parrocchia finanziano l’arredo urbano

    commenda-preA volte il recupero del decoro passa anche da gesti semplici ma concreti. È il caso degli arredi esterni –fioriere e cancelli – installati a protezione della chiesa inferiore di San Giovanni, nel sestriere di Prè, grazie ai fondi raccolti da parrocchiani e abitanti della zona.
    L’arredo, in realtà già parzialmente esistente, in passato è stato più volte danneggiato dal comportamento incivile di alcune persone – spesso in preda ai fumi dell’alcol – che abitualmente stazionano nei dintorni della Commenda, rappresentando da sempre una delle maggiori criticità sollevate dai residenti.

    «Adesso speriamo che anche il Comune voglia contribuire alla protezione del prezioso monumento medioevale proseguendo l’arredo urbano della zona – spiega l’Osservatorio dei comitati di PrèI cittadini continuano a metterci impegno e denaro. Speriamo che l’amministrazione voglia fare altrettanto per difendere e dunque valorizzare l’intera area di Prè».

    La difesa del decoro è un elemento fondamentale anche nell’ottica di un’espansione dei flussi turistici nel quartiere. Da qualche tempo, infatti, il Touring Club Italiano sta promuovendo l’apertura della chiesa inferiore di San Giovanni nelle giornate di venerdì e sabato, dalle ore 10 alle ore 18. E dopo aver visitato il Museo della Commenda (gestito dal Muma) sono numerosi i turisti che approfittano dell’occasione per visitare il complesso della chiesa di San Giovanni. La parte superiore, quella della parrocchia, è aperta stabilmente. La parte inferiore – riportata all’antico splendore grazie agli interventi di restauro eseguiti all’epoca del Giubileo – spesso ospita eventi organizzati dalle realtà associative di zona.

     

    Matteo Quadrone

  • Aperti per voi: i volontari aprono al pubblico la Chiesa Inferiore di San Giovanni di Prè

    Aperti per voi: i volontari aprono al pubblico la Chiesa Inferiore di San Giovanni di Prè

    “Aperti per voi”, l’iniziativa promossa dal Touring Club Italiano che permette a cittadini e turisti la visita di luoghi d’arte e di cultura di norma chiusi al pubblico, in virtù di una collaborazione con la Parrocchia di San Giovanni di Prè, finalmente approda a Genova.

    Nel capoluogo ligure 34 Volontari Touring per il Patrimonio Culturale sono impegnati ad accogliere i visitatori della Chiesa Inferiore di San Giovanni di Prè.

    Il complesso, architettonicamente composto da due edifici sovrapposti, fu eretto alla fine del XII secolo da maestranze lombarde per i Cavalieri Ospitalieri di Gerusalemme, organismo che, a partire dal 1420, diede vita all’Ordine dei Cavalieri di Malta. La chiesa inferiore presenta una navata centrale ripartita in tre navate uguali con volta a crociera secondo lo stile romanico.

    Sino ad oggi questo luogo – che fa parte del complesso della Commenda e sotto l’egida del Mu.Ma (Galata Museo del Mare) – veniva aperto saltuariamente in occasione di determinate ricorrenze. Il Touring Club, grazie alla collaborazione dei Volontari, garantisce l’apertura sistematica e continuativa della chiesa il venerdì e il sabato dalle 10 alle 18.

    Il taglio del nastro è avvenuto venerdì 13 e sabato 14 aprile ed ha registrato subito un boom di presenze.

    «I Volontari ricoprono oggi un ruolo importantissimo nella società in generale– sostiene Franco Iseppi, Presidente del Touring Club Italiano – Il loro impegno per Aperti per voi è un indicatore importante del forte radicamento delle persone al territorio di origine, del senso di appartenenza e di responsabilità che le stesse provano nei confronti della propria città».

    “Aperti per voi” è solo una delle numerose attività che il Touring realizza a Genova impegnato da anni nella valorizzazione dell’arte e della cultura locale.

    “Aperti per voi“ è un’iniziativa nata nel 2005 per volontà del Touring Club Italiano e che vede la collaborazione con le Direzioni Regionali per i Beni Culturali e Paesaggistici per rendere fruibili siti artistici, culturali e religiosi, spesso chiusi al pubblico (o aperti solo con forti limitazioni di orario).
    Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto concedere ad “Aperti per Voi” il suo Alto Patronato anche per il raggiungimento del prestigioso traguardo di un milione di visitatori nei siti “adottati” nel Paese dal Touring e dai suoi Volontari che garantiscono grazie al loro impegno l’accoglienza dei visitatori oltre al presidio del luogo stesso.

  • Abbazia di San Giuliano: dopo 40 anni il restauro non è ancora concluso

    Abbazia di San Giuliano: dopo 40 anni il restauro non è ancora concluso

    L'abbazia di San GiulianoQuando al posto di una brutta copia della “Promenade des Anglais”, Corso Italia era ancora una scogliera frastagliata, ricca di piccole insenature e la Foce ospitava l’antico lazzaretto, che ebbe l’onore di ospitare J. J. Rousseau (1743), l’abbazia di S. Giuliano era già li, affacciata direttamente sul mare.

    Risalente al X secolo, il primo documento ufficiale in cui compare, per un atto di compravendita, porta la data del 17 agosto 1282. Secondo alcune fonti la struttura fu fondata dai frati Francescani, passò nel 1309 ai monaci Cistercensi e, nel 1429, ai Benedettini dell’Abbazia di San Fruttuoso di Capodimonte.

    Come tanti edifici religiosi, subì l’onta di essere trasformata in dimora ad uso abitativo, quando nel 1797 le truppe di Napoleone giunsero a Genova. Tornerà ai monaci solo nel 1982, per essere definitivamente chiusa nel 1939.

    Oasi di pace, prima dello sbancamento per far passare l’attuale via, da Punta Vagno si raggiungeva il  forte di S. Giuliano, attraverso quella zona chiamata “Marinetta”, per una creuza che si snodava tra aromi di erbe selvatiche e alti muraglioni, veli di pietra che nascondevano ville signorili , e si giungeva all’abbazia, accompagnati, si dice, da file di vigneti.

    Non vi era la spiaggia, creata artificialmente in seguito, ma solo scogli contro cui, narra la leggenda, incappò un” lœidu” (leudo-barca a vela latina), quegli stessi scogli che continuarono ad essere abitati dai fantasmi dei naufraghi i quali si divertirono, per anni, a tormentare i pescatori di lampare.

    Risparmiata dagli adiacenti sbancamenti del 1914, per la realizzazione della passeggiata a mare, subì pesanti danni durante l’ultima guerra, periodo dal quale incominciò un lento degrado fino al 1986 quando iniziarono i primi restauri interni. La facciata, invece, venne rifatta nel 1992 in occasione delle colombiadi. Dopo quarant’anni, tra fermi e riprese dei lavori, tra carte bollate e mancanza di soldi, le  opere non sono ancora concluse e rischia di rovinarsi ciò che è già stato fatto.

    Il ministero dei Beni Culturali, attuale proprietario, fa sapere che sono ancora necessari dagli 800 al milione di euro, non più reperibili, come i precedenti, dai proventi del gioco del lotto (1999) e coi tempi che corrono…non rimane che rivolgersi alla Vergine coi Santi, uno degli affreschi di Lorenzo e Bernardino Fasolo, o al crocefisso in legno della scuola dello scultore A. M. Maragliano che, unici custodi, resistono all’incuria e ai tortuosi cammini della burocrazia.

    Adriana Morando