Autore: erasuperba

  • L’Orchidea: dalle foreste tropicali sino ai ghiacci della Patagonia fioriture esotiche e sgargianti

    L’Orchidea: dalle foreste tropicali sino ai ghiacci della Patagonia fioriture esotiche e sgargianti

    orchidee-1Alcune settimane fa mi è stato chiesto qualche consiglio per riuscire a fare rifiorire una pianta ormai molto diffusa in commercio, l’Orchidea. Le Orchidaceae sono una famiglia numerosissima, principalmente (ma non solo) rappresentata da erbacee perenni. Queste piante provengono in gran parte dalle aree tropicali o sub tropicali dell’Asia, dell’America Centrale e del Sud America. A differenza di quanto immaginano i più, alcune varietà crescono e proliferano però anche in zone a clima freddo e nelle aree temperate o a clima continentale, persino in Patagonia ed in zone prossime al Circolo Polare Artico.

    orchidee-2Pur con qualche semplificazione (esistono infatti varietà “terricole”, dotate di rizotuberi o bulbi), la stragrande maggioranza delle Orchidee cresce sugli alberi o negli anfratti di tronchi e rocce. Queste piante sono dotate di lunghe radici aeree, tramite le quali sono in grado di assorbire l’umidità e le sostanze nutritive presenti nell’ambiente. Non sono quindi fornite di un apparato radicale, inteso nel senso usuale cui siamo abituati, e non necessitano di particolari quantitativi di terreno per proliferare.

    orchidee-3Come noto, le foglie sono poche, lanceolate o rotondeggianti, coriacee e di un verde generalmente scuro. Esse costituiscono un cespuglio di piccole dimensioni, da cui dipartono i rami fioriferi, per cui la pianta è assai apprezzata, dai fiori alati, dall’apparenza esotica e dalle colorazioni brillanti e sgargianti. Caratteristica precipua della pianta è che le fioriture durano assai a lungo, essendo i fiori cerosi e resistenti nel tempo.

     

    orchidee-4La pianta cresce preferibilmente in ambienti umidi, piuttosto luminosi, e non tollera (nelle varietà di tipo tropicale) eccessivi sbalzi di temperatura. A mio parere sono decisamente preferibili tutte le tipologie a fiore piccolo, bianco puro, giallo, giallo verdastro (Orchidea Vanilla) o viola purpureo, meno appariscenti e dall’aspetto decisamente più naturale.

     

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    Il campo d’indagine sarebbe sconfinato almeno quanto le mille tipologie esistenti, ci limiteremo quindi qualche consiglio per far proliferare e soprattutto rifiorire le Orchidee. Innanzi tutto, sarà necessario mantenere le piante in condizioni di umidità costante, il che non significa però che debbano essere bagnate di continuo… Le radici aeree non devono mai essiccare completamente e, per ottenere tale risultato, si consiglia di posizionare i vasi delle piante su uno strato di sassi o su apposite griglie di umidificazione. Altrettanto importante è poi procedere con concimazioni regolari: una volta al mese se di maggiore consistenza, altrimenti con blande somministrazioni settimanali. Fondamentale è poi l’illuminazione.

     

    orchidee-6Essa deve consistere in luce viva ma non sole diretto, ricordiamoci infatti che le Orchidee di cui stiamo parlando popolano le foreste tropicali. L’irraggiamento cui sono quindi abituate in natura è quello che giunge loro attraverso i rami degli alberi, caldo, indiretto e comunque mai eccessivo. L’ideale sarebbe poi garantire una temperatura (ed umidità) costante nell’arco della giornata (simile a quanto accade ai tropici), contrapposta a notti fresche (come accade nelle zone di origine delle piante). Sebbene attualmente assai diffusa e commercializzata, in realtà l’Orchidea non è una pianta facilissima da coltivare. Per ottenere buoni risultati, richiede cura e dedizione, tanto è vero che nell’Ottocento e nel primo Novecento era appannaggio di collezionisti e di soli appassionati. Serre e giardini invernali erano tenuti (bruciando il carbone!) appositamente a temperatura ed umidità predeterminate per permettere il ripetersi delle esotiche, coloratissime e prolungate fioriture. Nel caso in cui le si dedichino però le giuste cure, l’Orchidea sarà estremamente longeva e, di anno in anno, gli inusuali fiori ricompariranno, dal piccolo ceppo, costanti e sempre più numerosi.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Il Gusto della Memoria, Comeravamo Contest 2014: bando per registi e video maker

    Il Gusto della Memoria, Comeravamo Contest 2014: bando per registi e video maker

    cinema-registi-cortometraggi-filmIl Gusto della Memoria Film Festival, questo il titolo del concorso per registi giunto alla terza edizione e promosso dall’associazione Come Eravamo per la salvaguardia della memoria filmica amatoriale in collaborazione con l’archivio di cinema amatoriale Nosarchives.com e con il portale di cinema Cinemaitaliano.info.

    La terza edizione de Il Gusto Della Memoria Film Festival proporrà anche al suo interno la seconda edizione del contest per registi appassionati di immagini d’archivio denominato Comeravamo Contest 2014 sul tema “Ero… Quello che non sono più”.

    I partecipanti dovranno utilizzare almeno il 60% di immagini di cinema amatoriale tratte nell’archivio nosarchives.com che custodisce in full HD film realizzati tra il 1922 ed il 1984 girati in formato ridotto (8mm, 9,5mm, 16mm, 17,5mm e Super8).
    Il contest sarà articolato in tre categorie
    – Fiction: i corto metraggi dovranno avere una durata massima 12 minuti
    – Documentari: opere di reportage o di docufiction di una durata massima di 30 minuti
    – Advertising: film pubblicitari per prodotti attuali o vintage, durata massima 45 secondi

    Qui maggiori informazioni 

  • Ricicla, Inventa, Vola: il concorso di Yeast e IoRicreo

    Ricicla, Inventa, Vola: il concorso di Yeast e IoRicreo

    lavoro-artigianato-operai-DiRicicla, Inventa, Vola è un concorso per ragazzi dai 18 ai 35 anni organizzato dalle associazioni Yeast (Youth Europe Around Sustainability Tables), realtà fra le più attive sul territorio genovese per quanto riguarda scambi culturali con l’estero e sostenibilità ambientale, e IoRicreo, associazione genovese da anni impegnata per la promozione del valore del riuso creativo attraverso la realizzazione di oggetti riciclati a partire da materiali di scarto.

    L’obiettivo del concorso è la sensibilizzazione sul tema del riuso, lo sviluppo di nuove idee in città, l’incentivo a nuove collaborazioni lavorative e la diffusione del progetto europeo Erasmus+ (qui l’approfondimento di Era Superba). Si partecipa con un articolo, una foto o un video. In palio un viaggio in Europa e la pubblicazione sul blog IoRicreo.org.

    Qui il regolamento del concorso.

  • Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Piazza-Caricamento-palazzi-centro-storico-vicoli-DIl Servizio di leva obbligatorio è stato abolito, le case chiuse sono illegali e comunque servono molto più a distinti padri di famiglia che non a giovani sessualmente inesperti; anche avere l’agognato primo impiego che faccia da spartiacque fra il prima ed il dopo è diventato un sogno impossibile, visto che precario e provvisorio sono i due aggettivi più comunemente accostati al lavoro.

    E allora, quale è il rito rimasto ai ragazzi degli anni ’90 e 2000 per dire di essere diventati grandi? Senza dubbio  il viaggio, il viaggio da soli, ed in particolare, e soprattutto, il Progetto Erasmus. Tutti coloro che sono stati, saranno o sono ospiti di un paese che aderisce a questa iniziativa dividono la propria vita fra il “prima” ed il “dopo” averne vissuto l’esperienza.

    Il progetto è nato nel 1987 ed ha coinvolto, in questi 27 anni, oltre tre milioni di studenti e quindi ben più di una generazione; in estrema sintesi, per i pochissimi che non lo conoscono, consiste nella possibilità di passare un certo periodo (da tre mesi ad un anno) in una città straniera (i 28 paesi dell’Unione più Svizzera, Turchia, Islanda, Norvegia e Liechtenstein) frequentando la corrispondente facoltà universitaria locale e sostenendo un certo numero di esami in lingua inglese o locale: esami che ovviamente valgono per il proprio percorso di studi in patria. Il costo di questo soggiorno, sia chiaro,  è in gran parte sopportato dalle famiglie: la quota che l’Università mette a disposizione (attraverso una banca convenzionata, che può anticipare le somme) non è certo sufficiente per mantenersi all’estero. Tuttavia è comunque un aiuto, e l’iscrizione alla facoltà, ad un corso di lingua e alle attività sportive sono gratuiti.

    Via Balbi, Università di GenovaMa come vengono selezionati i ragazzi che chiedono di accedere a questo programma, ed in quale modo decidono la città di destinazione? Lo chiediamo al professor Marco Frascio, delegato per l’internazionalizzazione della Scuola di Scienze Mediche e Farmaceutiche. «La selezione avviene ovviamente in base al merito, in base alla conoscenza delle lingue ed in base alla motivazione, che verifichiamo in un colloquio una volta soddisfatti gli altri due criteri. I ragazzi scelgono la destinazione in base alla graduatoria, nel senso che il primo sceglie fra tutte le possibilità e l’ultimo si prende quello che è rimasto. Noi di Scienze Mediche stiamo collaborando molto con atenei dell’Europa dell’Est, Bulgaria, Repubblica Ceca, ma alla fine la destinazione è secondaria, è l’esperienza che, per un giovane, fa la differenza nel proprio bagaglio personale e di studio».

    «Per quanto riguarda il livello di gradimento dell’esperienza genovese, bisognerebbe chiederlo direttamente ai ragazzi, ma posso dirle che, sia in entrata che in uscita, l‘esperienza Erasmus è positiva probabilmente nel 99% dei casi, praticamente non so di problemi reali che non siano stati, in qualche modo, subito risolti. Certo, io parlo per Scienze Mediche, ma se ci fossero delle difficoltà anche altrove penso che ne saremmo a conoscenza. Poi, e voglio dirglielo anche come genitore, a livello personale un ragazzo è assolutamente arricchito da un’esperienza di questo tipo, mio figlio è stato a Lisbona e l’ho visto tornare da questa esperienza decisamente maturato e cresciuto. Non posso che consigliarlo, e non per dovere d’ufficio!»

    Questo  il parere di un addetto ai lavori, ma uno studente, in particolare uno studente dell’Università di Genova, che cosa e come si trova quando deve districarsi fra domande, questionari, dubbi e desideri? Ascoltiamo Chiara Fossa, 24 anni,  genovese, laureata in Lingue e Letteratura straniera ed un Erasmus concluso due anni fa, a Santiago de Compostela. «La mia esperienza è stata estremamente positiva, ma devo dire che mi ha impegnata molto, sia economicamente che dal punto di vista dello studio. L’Università ha sovvenzionato solo sei dei nove mesi in cui sono stata in Spagna, e quindi i genitori hanno contribuito per forza. In ogni caso pensare di trovare un qualche  lavoretto per sostenersi  è veramente complicato. Lo studente Erasmus, e chi ti offre un lavoro lo sa bene, ha poco tempo libero, problemi iniziali di sistemazione e ambientamento,  e comunque può garantire una continuità piuttosto breve. A meno di non arrivare in un paese avendo già dei contatti personali, è ben difficile che un datore di lavoro non preferisca contare su ragazzi del posto. Io al’inizio segnavo ogni minima spesa, avevo il terrore di finire i soldi, e infatti senza l’aiuto della famiglia non avrei potuto farcela». 

    E per quanto riguarda lo studio? C’è chi dice che l’Erasmus sia solo un susseguirsi di feste… «Riguardo allo studio me la sono cavata piuttosto bene, senza particolari difficoltà: e la burocrazia relativa alla pratica di richiesta, effettivamente un po’ complessa, è stata facilitata dalle persone che ho incontrato, sia a Genova che in Spagna, molto pazienti e disponibili, che mi hanno sempre aiutato a superare i vari intoppi. Lo so, l’Erasmus spesso viene considerato solo un susseguirsi di feste e incontri: in parte questo potrebbe essere vero, le occasioni per divertirsi sono molte, ma la prova di maturità è anche il saper gestire la tentazione di darsi alla pazza gioia, trasformando un’esperienza di studio in una vacanza totale. Io sono stata bene, mi sono divertita, ma ero comunque concentrata sullo studio. Riguardo alle prospettive professionali, invece, non mi ha aggiunto grandi competenze, a parte l’approfondita conoscenza della lingua spagnola, ma certamente mi ha reso più fiduciosa nella mia capacità di farcela e nel rapportarmi con le persone ai vari livelli».

    Come si trovano invece gli studenti che hanno scelto proprio Genova come sede per l’esperienza in Erasmus?

    L’Italia è il quinto fra i paesi partecipanti al progetto per capacità di attrarre gli studenti, superata da Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna. Si tratta di un buon piazzamento, certo migliorabile,  che vede Genova accogliere dai 500 ai 600 studenti all’anno, dato in costante incremento che con qualche “spinta” del mondo esterno all’Università potrebbe anche essere maggiore. La città soffre in maniera pesante gli effetti della profonda crisi dell’industria e della cantieristica, che si riflettono anche su tutto l’indotto, comprese le presenze dei lavoratori trasfertisti, ad oggi  drasticamente ridotti per quantità e per frequenza: non dovrebbe permettersi quindi il lusso di trascurare opportunità di nuovi mercati ed inaspettate occasioni di crescita.

    albergo-dei-poveri-universita-scienze-politicheSentiamo allora Mario Fernandez Gomez, 22 anni spagnolo di San Sebastian che ci parla della sua delusione appena arrivato in città, sentimento che ha presto lasciato posto a ben altre sensazioni… «Conoscevo Genova ma l’avevo vista solo dal porto, quindi non certo bene; alcuni amici me ne avevano parlato e appena arrivato l’ho trovata proprio diversa da come me l’aspettavo, perché non è certo una città piccola, ma l’offerta di “ocio” (tempo libero ndr) non era granché; non è che uno vada in Erasmus per le feste, per quelle sarei rimasto in Spagna, ma proprio sembrava aver poco da offrire ad uno studente. In più ero deluso anche dalle persone, non pensavo proprio che gli studenti di una facoltà come la mia, Lettere e Filosofia, potessero essere così chiusi! Proseguendo nel soggiorno, invece, mi sono abituato alla città e ho capito che le persone sono molto diverse l’una dall’altra, non tutti sono diffidenti! In realtà ci sono molte occasioni di divertimento per noi stranieri qui in Erasmus, molte sono organizzate da GEG- ESN ma volendo si trovano anche parecchie iniziative al di fuori dell’Organizzazione».

    «L’unica cosa che non mi piace molto – sottolinea Mario – è la percentuale di spagnoli sul totale degli stranieri, davvero enorme: il 70% . Subito mi sembrava impossibile, anche se ero lontano da casa praticamente vedevo più spagnoli che italiani!»

    «Consiglierei senz’altro ad un amico di fare l’Erasmus a Genova, ora sto molto bene qui, ma davvero vorrei dire che dovrebbero limitare la concentrazione di nazionalità in uno stesso luogo: in questo modo si creerebbe una specie di “Nazionalità Erasmus” e si potrebbe veramente interagire, con maggiori possibilità di scambi e conoscenze fra culture e lingue differenti, sarebbe bellissimo!»

    Geg-Esn, l’organizzazione per gli studenti stranieri

    Mario ha citato un’organizzazione, Geg-Esn (Gruppo Erasmus Genova), proviamo a capire di cosa si tratta: facciamo qualche domanda alla presidente del Gruppo Xhonjela Milloshi, studentessa genovese al secondo anno della Laurea specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche, attivamente impegnata nell’associazione. «È cominciato tutto proprio con l’Erasmus, che ho fatto a Magonza e che mi ha profondamente cambiata. Tornata a casa, sono entrata nel Gruppo Erasmus Genova inizialmente come volontaria e poi di ruolo: ogni Università ha un proprio gruppo, e dipendono tutti da Esn International con sede a Bruxelles, tramite Esn Italia. Noi collaboriamo con l’Ufficio Mobilità Internazionale che fornisce agli studenti in arrivo il depliant con i  nostri contatti e le iniziative di cui ci occupiamo: e spesso ci aiuta anche finanziariamente, perché noi siamo studenti volontari e non abbiamo sovvenzioni».

    Che cosa offre la nostra città agli studenti Erasmus che l’hanno scelta? «Come dicevo, dell’aspetto burocratico si occupa l’ufficio dell’Università, noi di quello pratico. Andiamo in stazione o all’aeroporto ad accogliere i ragazzi, perché la prima difficoltà a Genova sono i trasporti. Non a caso gli studenti del Nord Europa  notano subito la mancanza di un Campus (qui l’approfondimento di Era Superba sul futuro Campus universitario all’Albergo dei Poveri, ndr): da noi le strutture universitarie sono disperse nella città e gli alloggi spesso neanche vicinissimi. Ovviamente il servizio è gratuito, basta farne richiesta on line. Poi ci occupiamo anche di organizzare varie attività per aiutarli ad ambientarsi, sia attività sportive (la sezione basket di Genova ha vinto le Olimpiadi Erasmus che si sono svolte ad aprile ad Ascoli) che gite nelle città più famose, aperitivi, feste. Possono partecipare tutti gli Erasmus, purché abbiano la Esn Card che offre anche sconti per ingressi e altre strutture convenzionate».

    Secondo la vostra percezione, perché gli studenti scelgono Genova? «È una domanda che ovviamente facciamo sempre ai nostri ospiti… Ovviamente le risposte sono le più diverse, comunque Genova ha il grande fascino del mare, che attira molti, oppure con il passaparola vengono a sapere di precedenti esperienze Erasmus nella nostra città che sono state molto positive. Alcuni, specialmente gli spagnoli, scelgono l’Italia per via della lingua e Genova ha in questo uno dei suoi punti di forza: infatti l’Università organizza ottimi corsi per imparare o migliorare l’italiano. Questa è una iniziativa molto gradita dai ragazzi. Poi i metodi di insegnamento universitari genovesi sono molto apprezzati dagli studenti stranieri, dicono che riescono ad abituarsi molto facilmente e questo fa superare lo svantaggio di doversi spostare nella città».

    Quindi non solo mare… ma che problemi riscontrano maggiormente gli studenti stranieri a Genova?

    «Il primo e più importante è sicuramente quello dell’alloggio. I primi giorni a volte hanno proprio paura di non riuscire a trovare una casa, probabilmente i canali sono un po’ diversi a quelli a cui sono abituati: come dicevo, niente Campus da noi. Però l’Università offre le prime quattro notti nell’Ostello della Gioventù, noi di Geg diamo una mano per le cose pratiche e l’Università li aiuta a superare la burocrazia.

    Xhonjela ci racconta che un aspetto in cui la nostra città deve ancora migliorare è l’atteggiamento degli studenti locali, «spesso chiuso nei confronti degli Erasmus, nonostante spesso condividano corsi, sport e passatempi: ma raramente hanno la spinta di voler andare oltre l’incontro “istituzionale” e questo è un peccato, perché vivere un ambiente internazionale servirebbe anche a loro, non solo agli stranieri, che comunque sotto questo aspetto spesso sono un po’ delusi. Ma a parte questa nota non troppo positiva, quando si ambientano in città e con lo studio i  problemi sembrano superati, tanto che molti di loro decidono di ripetere l’esperienza, scegliendo Genova per svolgere dei tirocini, grazie ad Erasmus placement».

    Sia Mario che  Xhonjela, dunque, segnalano come fortemente migliorabile il rapporto fra gli studenti locali rispetto agli studenti Erasmus: un vizio antico verrebbe da dire, data la proverbiale chiusura ligure; ma chi è stato in Erasmus in qualsiasi paese ha sperimentato una sostanziale analogia nell’approccio, le conoscenze si fanno fra studenti e ben più raramente con i ragazzi locali. Chiunque però può testimoniare che ricevere maggiori attenzioni e trovare persone accoglienti anche non coinvolte direttamente nel progetto rappresenta una leva potente nel decidere di far ritorno in quel certo luogo e nel promuoverne la qualità. Insomma la diffidenza verso i “foresti” potrebbe essere un lusso che  non ci possiamo più permettere, e non solo noi liguri.

    Terminare il periodo di Erasmus, sia per quanto ci ha raccontato Chiara, sia per la testimonianza di Xhonjela, è triste perché si abbandona un mondo di relazioni che in qualche modo si vorrebbe mantenere, ma al quale, a ben guardare, in forme diverse in realtà si torna. E proprio sul tornare, sui tirocini, sulle prime esperienze lavorative molto si sta facendo ed ancora di più  si dovrà fare per reperire risorse ed aumentare una mobilità che non sia più una fuga a senso unico ma uno scambio vero tra chi parte, chi torna e chi resta.

     

    Bruna Taravello

  • Europrogettazione e finanziamenti europei: l’approfondimento e il focus su Genova e Italia

    Europrogettazione e finanziamenti europei: l’approfondimento e il focus su Genova e Italia

    italia-europa-politicaNel corso degli ultimi anni vi abbiamo presentato nel dettaglio tanti progetti realizzati a Genova finanziati e promossi dall’Unione Europa (da quelli legati alla cultura, come Creative Europe e Creative Cities, al nuovo Erasmus +, o ancora a quelli per lo sviluppo tecnologico come Mediatic, quelli del POR-FESR e del FES, e poi il “caso” Yeast). Cogliendo l’occasione delle vicine elezioni europee (domenica 25 maggio), vogliamo fare il punto, guardando la situazione da un punto di vista complessivo: parliamo del modo in cui tutti questi progetti nascono e, da Bruxelles, arrivano nelle nostre città. Spesso leggiamo che un progetto è “finanziato dalla UE”, ma non sappiamo di preciso cosa vuol dire. Soprattutto molti si chiedono quale sia l’iter che enti pubblici e privati devono affrontare per accedere a fondi comunitari: se io, cittadino, ho un’idea per un’iniziativa/evento, come posso farmi finanziare dalla UE? Ve lo raccontiamo qui.

    Che cosa significa europrogettazione?

    Per fare in modo che un progetto pensato in sede locale sia approvato e finanziato a livello europeo, si va incontro a un percorso di “europrogettazione”. Per prima cosa, i soggetti interessati a proporre un progetto partecipano a un bando europeo, compilano una application spesso con l’aiuto di figure professionali come gli europrogettisti, cercano partner a livello internazionale e poi attendono il responso della UE e gli eventuali finanziamenti. Sembra facile, ma non lo è. Infatti quando si parla di “programmi europei di finanziamento” molti si schermiscono: ai non addetti ai lavori sembra solo una dicitura generica priva di senso, e molti ne parlano senza centrare il punto.

    La dottoressa Lara Piccardo, esperta di europrogettazione, ci aiuta a fare chiarezza: «L’europrogettazione è un settore ancora desueto in Italia, Paese in cui c’è poca lungimiranza nel recepire influssi su scala europea; negli altri Paesi dell’Unione, invece, vive momenti più felici. In realtà, l’europrogettazione è semplicemente il processo con cui enti pubblici o privati rispondono a ‘calls’, bandi lanciati a livello europeo dalla Commissione. Questi bandi sono inseriti all’interno di un programma più generale, dedicato a un particolare settore di interesse comunitario come agricoltura, istruzione, cultura, ambiente, ecc. e con precise linee programmatiche. L’ente partecipante propone un proprio progetto, che ritiene particolarmente meritevole, importante e con ricadute positive per la società anche a lungo termine (creazione di posti di lavoro, aumento del tasso di impiego, ecc.) e, se la sua proposta viene valutata idonea, accede ai fondi».

    Facciamo un passo indietro: come faccio io, normale cittadino, ad entrare in contatto con la UE e venir a conoscenza di bandi e opportunità? «Le informazioni a riguardo ci sono, ma sono scarsamente accessibili per i profani: il sito ufficiale della UE risulta complicato. In genere, tutto si muove tramite marketing e passaparola, ma non solo: Comuni, Camera di Commercio, Provincia, Regione e Università sono tutte istituzioni che forniscono servizi dedicati agli “affari e fondi europei” (per esempio sui loro siti web). Tuttavia, c’è un duplice problema: da un lato, le persone sono abituate a pensare ad esempio alla Camera di Commercio come soggetto cui richiedere visure camerali e niente di più; dall’altro le stesse istituzioni fanno fatica a promuoversi come enti preposti a fornire informazioni a livello comunitario».

    I partner e l’internazionalizzazione

    Una volta trovato un bando che fa al caso nostro, per partecipare devo cercare di creare un partenariato con altri enti, per implementare la cooperazione internazionale. Di norma più sono i partner, più un progetto è apprezzato in Europa e ha possibilità di vincere il bando perché risponde al requisito di internazionalizzazione. In certi casi fare rete con soggetti esteri non è facile: si possono sfruttare le risorse messe a disposizione dalla UE (come database che raccolgono elenchi di possibili partner, che però sono pochi e scarni), o contatti personali. Un caso particolare è quello dei Comuni: questi spesso hanno la strada spianata perché possono sfruttare i famosi gemellaggi creati tra gli anni ’60-’70 con altre città del mondo.

    Si tenga presente che raramente la Comunità Europea reitera finanziamenti allo stesso partenariato: per ogni progetto si devono trovare nuovi partecipanti, con un gioco di alleanze e networking.

    Per ogni progetto, tra i partner viene scelto un capofila, che percepisce una quota maggiore di finanziamenti ma ha anche maggiori oneri burocratici. Di norma è il soggetto che meglio può garantire il successo del progetto, o che ha particolari capacità (gestione finanziaria e storno delle varie quote tra singoli partner, programmazione delle attività per la realizzazione del progetto finale, monitoraggio del lavoro dei partner per evitare fughe in avanti di uno dei soggetti).

    I programmi europei

    Per il cittadino o l’ente che voglia proporre un progetto all’Unione, c’è l’imbarazzo della scelta. I programmi sono molti e toccano tutti gli ambiti di interesse collettivo. Tra quelli lanciati di recente dalla Commissione (a novembre 2013, per coprire il periodo 2014-2020), oltre ai più noti Erasmus + e Jean Monnet per la formazione superiore e universitaria e la mobilità di docenti e alunni/studenti, ci sono anche programmi per la promozione di eventi sportivi, politiche del terzo settore (bandi FES e FESR), sviluppo del settore artistico con Europa Creativa. Inoltre, quelli per l’inserimento lavorativo dei giovani o per il re-inserimento di fasce deboli nel mondo del lavoro (disoccupati oltre i 45 anni, persone con scarso titolo di studio, che non hanno un particolare profilo professionale, ex carcerati ecc.), per l’assistenza agli anziani e per l’infanzia. Infine, il programma Alcotra Italia-Francia in ambito marittimo per la cooperazione tra porti.

    Molte delle nuove linee progettuali illustrate – soprattutto quelle legate a cultura e formazione – vanno a confluire all’interno di Europa 2020, strategia decennale per la crescita nell’ambito di occupazione, istruzione, ricerca, integrazione, riduzione della povertà, clima e energia.

    Vista la varietà dei programmi, è complicato riuscire ad avere un unico database (qui un esempio) che tenga conto delle modifiche biennali o quinquennali. Per ovviare al problema e creare meno confusione, l’UE sta cercando di mantenere immutate le linee progettuali per rendere l’utenza più preparata a rispondere ai bandi.

    Quale è la natura dei finanziamenti comunitari?

    Dopo aver visto come si fa a entrare in contatto con la UE e a fare domanda per un certo bando, parliamo di soldi. Se risulto vincitore, a quali finanziamenti avrò diritto e qual è la loro natura? Lo chiediamo alla dott.ssa Piccardo: «Una domanda non facile, si potrebbe quasi scrivere un libro con gli errori che circolano sull’argomento. Tra i più comuni, tanto per cominciare, l’idea che i finanziamenti siano a fondo perduto: non è così, la UE non è una banca che eroga prestiti. Inoltre, molti pensano ingenuamente che si possa rispondere a un bando e proporre un progetto europeo per avere un guadagno personale, ma non è così: gli attuatori in realtà sono persone che farebbero lo stesso quel progetto, con o senza fondi comunitari, a proprie spese. Un esempio, il caso dell’Università di Genova, che dovrebbe attivarsi in ogni caso per cercare convenzioni comunitarie per mandare i suoi studenti a studiare all’estero, ma approfitta del bando Erasmus + per avere vantaggi economici. Un soggetto interessato partecipa a un bando per spendere un po’ meno di quanto preventivato senza fondi esterni, ma di certo non ci guadagna nulla, anche perché le somme erogate dall’Unione non sono somme secche: coprono solo una parte delle spese e chiede al beneficiario di co-finanziare il resto».

    I fondi erogati (che normalmente coprono il 75% del totale), inoltre, decrescono con l’aumentare del valore del progetto: per un progetto che vale in totale 1 milione di euro, la UE contribuirà con 500 mila, ad esempio, mentre sarà chiesto al beneficiario/promotore di coprire la parte restante. Per questo il promotore dovrà valutare attentamente la sua disponibilità economica prima di lanciarsi in progetti ambiziosi: togliamoci dalla testa l’idea che intanto paga l’Europa! Naturalmente è necessario produrre anche una rendicontazione, schema delle entrate e delle uscite previste: se vengono effettuati controlli e i conti non tornano, interviene la Corte dei Conti a bloccare tutto e può anche decidere di revocare finanziamenti già concessi.

    Controlli e trasparenza

    Inoltre, la UE mette in atto strategie per favorire la trasparenza e limitare gli sprechi. Tanto per cominciare, una volta vinto il bando, i fondi sono stanziati non tutti insieme ma a tranches chiamate installments: gli enti devono redigere vari report (in itinere e finali) per illustrare alla UE come stanno spendendo i soldi e comunicare alla Commissione quando esauriscono la prima parte, in modo che questa possa erogare altre tranches. Viceversa, se i soldi non vengono spesi in toto, da Bruxelles si chiudono i rubinetti.

    Ma quindi, in questo sistema così ben pensato, è davvero difficile far sparire soldi pubblici? Quanti sprechi ci sono? «Quello di spreco è un concetto più generale: si può considerare spreco anche il fatto che vinca il bando un progetto che non lo merita. In genere, la UE fa sempre un monitoraggio incrociato, stringente ma non ossessivo, ma quello che poi manca è la verifica sul campo dell’implementazione del progetto: si controllano gli scontrini e le ricevute, ma non la ricaduta effettiva sul territorio, anche perché spesso questa supera il periodo di durata dei finanziamenti».

    Inoltre, sempre per favorire la trasparenza, la Commissione ha l’obbligo di pubblicare sul proprio sito l’elenco dei progetti finanziati, i beneficiari, l’ammontare dei fondi erogati e i report periodicamente inviati dal partenariato. Oltre a questo, la UE chiede ai beneficiari di aprire un sito internet ad hoc in cui pubblicare i dettagli del progetto. Tuttavia, manca ancora un modo univoco e pratico che permetta al cittadino di monitorare l’andamento dei vari progetti, in un quadro complessivo.

    Genova e l’Italia

    Ci accorgiamo della mancanza di un sistema univoco e completo di monitoraggio quando proviamo a concentrare l’attenzione sul caso del nostro Paese. Non possiamo sapere con sicurezza a quanto ammontano i fondi europei destinati all’Italia per tutti i programmi UE, né a che punto siano i progetti o quali settori interessino. Ad esempio, facendo una breve ricerca troviamo il portale www.opencoesione.gov.it, che si occupa solo dei fondi di coesione, ovvero quelli relativi a FSE e FESR (ovvero Fondo Sociale Europeo e Fondo Europeo di Sviluppo Regionale). Lo stesso vale per l’articolo apparso sul sito del Sole 24 Ore nel luglio 2013 (in cui si dice che le risorse FSE e FESR destinate all’Italia sono 49,5 miliardi), ma si tratta di informazioni sempre settoriali e ufficiose.

    In generale, il caso dell’Italia è particolarmente problematico: nonostante la forte partecipazione ai bandi UE, la percentuale di successo è una delle più basse, assieme alla Francia. Il rapporto tra progetti presentati e finanziati è circa 60 a 1. La sola Italia, all’interno di Europa 28, copre il 60% dei progetti presentati, ma se ne vede finanziare solo l’1%. Si punta, insomma, sulla quantità: più progetti propongo, più ho possibilità che qualcuno passi. Tuttavia, questa è anche un’arma a doppio taglio: se lo stesso soggetto risponde da solo a 10 bandi, di certo non ne vincerà più di uno.

    Emblematico anche il caso di Genova: come conferma la dottoressa Piccardo, «qui ci sono molti più progetti europei di quel che si pensa. Ad esempio, solo al dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova attualmente sono in corso ben 4 progetti finanziati e immagino a quanto possa ammontare il numero complessivo dei progetti attivi per l’intero Ateneo… Tuttavia non è possibile fare un quadro generale, né dell’Università né tanto meno all’esterno. Spesso, inoltre, non si sa che un dato progetto è promosso dalla UE: per esempio, molti pensano che Smart Cities sia un’idea nostra, ma non è così».

     

    Elettra Antognetti

  • Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    od-fulmine-claqueRieccoci di nuovo, dopo qualche settimana, alla Claque: tornare qui è sempre un grande piacere, che ogni volta fornisce un’ulteriore conferma del valore di uno dei palcoscenici migliori della città. Questa volta il palco è calcato da un gruppo made in Greenfog una delle realtà discografiche più vivaci e qualitative del genovese e, dunque, una garanzia per quanto riguarda il prodotto musicale. Se poi si tratta degli Od Fulmine, la garanzia diventa subito certezza matematica. Loro sono una realtà genovese indipendente e autoprodotta, in una città storicamente legata a questa filosofia artistica e musicale.

    Entriamo a bere qualcosa, e nel bar troviamo i musicisti che si intrattengono con fan e amici, creando quel legame saldo con il pubblico che si manifesterà in pieno di lì a poco, durante l’esibizione. Non esiste alcuna routine da camerino, noi ne approfittiamo subito per salutare Stefano Piccardo (chitarra, voce), Fabrizio Gelli (chitarra, voce) Saverio Malaspina (batteria) – quest’ultimo star del genovese soprannominato “l’ortolano” dopo l’apparizione a Unti e Bisunti 2 girata a Genova (qui il video) – e scambiamo due chiacchiere con Mattia Cominotto (chitarra, voce) e Riccardo Armeni (basso).

    >> Ascolta i brani suonati alla Claque su Spotify e Deezer

    La prima domanda riguarda il nome del gruppo e, per quanto banale nella sua intenzione di rompere il ghiaccio, risulta essere la più importante per capire il senso del disco stesso, dato che «Od Fulmine è un’espressione inventata all’interno di un lessico domestico tra di noi»; e rappresenta, inoltre, due elementi essenziali della storia che c’è dietro alle canzoni del concept: «Od è il nome del nostro unico mentore; una notte, in barca, in navigazione dopo ormai più di mese, si scatenò una tempesta e fummo colpiti da un fulmine. La barca fu spezzata e, da allora, noi e Od siamo disgraziatamente separati». Trovare le fonti di ispirazioni dimostra come, «per quanto il veicolo sia quello musicale, il gruppo nasce con il cinema di Hayao Miyazaki, lo steampunk e la letteratura di Kurt Vonnegut, a cui è ispirato il brano Ghiaccio9». E lo dimostra anche la grafica delle locandine e i disegni, realizzate da Andrea Piccardo (direttore di Genoa Comics Academy). La storia, che ha un ruolo così importante all’interno dell’album, «è stata rappresentata dai video dei pezzi, e verrà completata con la trilogia, di cui in realtà manca la seconda parte. Il primo, “Altrove2”, mostra noi 5 insieme a Od, “colui che stavamo seguendo alla ricerca di ciò che più desideriamo”; il terzo è “I preti dormono”, subito dopo il naufragio; e il secondo riguarderà proprio quest’ultimo».

    La serata inizia dall’area bar del locale, intrattenuta dallo sperimentalismo eclettico di Tommaso Rolando, polistrumentista genovese che, nel progetto Stoni, lavora alla modulazione del suono del contrabbasso e della sua voce. Prosegue con la piacevole esibizione di Tomaso Chiarella che canta, come il suo disco “trasparente” ben suggerisce, una quotidianità limpida e schietta, rifacendosi ai poeti e ai cantautori genovesi degli anni ’80. E, infine, salgono sul palco gli Od Fulmine.

    La serata è tutta per loro, quindi nessuna sorpresa che il pubblico si faccia sentire per acclamare la band. Tutti conoscono le canzoni a memoria, segno di un affetto già consolidato da parte dei fan. I pezzi sono forti e lo stile impressiona, nella sua dimensione viva, sul palco. Qui il rock indipendente è sprigionato in tutto il suo voltaggio, ma è contrastato, e quindi accentuato ancora di più, dall’anima folk di ogni brano, che ne scava i motivi più profondi e i sogni più lontani. Spiccano brani come i già citati “Altrove2”, “I preti dormono”, “40 giorni”, “5 cose” e il pezzo -forse- migliore del disco: “Ghiaccio9”.

    Ps Mattia Cominotto prima di salire sul palco ci racconta del furto subito recentemente dal Greenfog studio, qui l’appello alla città che contribuiamo a diffondere.

     

    Nicola Damassino

  • Istituto comprensivo San Fruttuoso, la scuola di domani. Un esempio virtuoso nella nostra città

    Istituto comprensivo San Fruttuoso, la scuola di domani. Un esempio virtuoso nella nostra città

    ScuolaAvete mai fatto un giro all’interno delle scuole della città? Probabilmente, se avete più di 18 anni, e se non avete figli in età da scuole dell’obbligo, la risposta è no. Anche perché, direte voi, di anni sui banchi di scuola ne avete trascorsi anche troppi, e che senso avrebbe tornare lì dentro? Tanto non cambia mai niente; tanto si sa che la scuola è a pezzi e non può che peggiorare. Noi già qualche tempo fa, in una nostra inchiesta, vi avevamo dimostrato che le cose non stanno sempre così, e che le scuole di Genova cercano di adattarsi alle nuove esigenze e stare al passo con i tempi. Ora, grazie a #EraOnTheRoad siamo entrati all’interno della scuola media statale dell’ Istituto comprensivo San Fruttuoso e abbiamo parlato con la dirigente scolastica, la Dott.ssa Isabella Benzoni, che ci ha illustrato le novità introdotte all’interno della scuola a partire da settembre 2012, data del suo insediamento nel complesso.

    Arrivati nell’istituto di Via Berghini 1 (scuola media a indirizzo musicale, dieci classi e circa 230 alunni), incontriamo la dott.ssa Benzoni, che arriva subito al dunque: «Assumersi responsabilità, cooperare, riflettere sulle dinamiche di gruppo, socializzare, prendersi cura dei più piccoli, esplorare i propri limiti, mentre noi adulti li accompagniamo nel loro percorso verso il superamento dei limiti stessi: questo quello che vogliamo fare in questa scuola. Da settembre di due anni fa, da quando sono diventata preside qui, abbiamo dato avvio a una serie di progetti nuovi e non comuni. L’idea è nata da una programma già avviato e promosso da Carige, che si chiamava “I giovani migliorano la scuola”, per incentivare il percorso di cittadinanza attiva e cooperazione. Spesso, come sappiamo, nella scuola questo aspetto non è curato come si dovrebbe, e si riduce al poco, pochissimo tempo dedicato alla materia di educazione civica. Qui, invece, abbiamo dato avvio a una serie di progetti, tra cui il progetto accoglienza, che permette ai ragazzi di conoscersi all’inizio del primo anno di scuola media, seguendo un percorso partecipativo volto alla creazione del gruppo classe, per il miglioramento dell’apprendimento. Inoltre, un ciclo di assemblee mensili tra i ragazzi, gestite da rappresentanti di classe eletti dai compagni stessi, in cui i ragazzi sono chiamati a svolgere compiti specifici, con responsabilità crescenti dalla classe prima alla terza secondo il principio della peer education. E poi, i laboratori Matefitness, lo sport, ecc., tutto al fine di migliorare l’apprendimento attraverso la coesione interna al gruppo, che spesso viene trascurata a questo livello di istruzione: non si tiene conto di quanto questa sia un’età difficile, un periodo di passaggio in cui gli alunni sono sì abbastanza grandi, ma ancora troppo piccoli e in un momento troppo delicato per essere lasciati a loro stessi».

    I giovani migliorano la scuola: il progetto

    Assumersi responsabilità e, in questo modo, crescere: il progetto prevede l’istituzione di rappresentanti di classe (pratica di solito comune nelle scuole superiori) già nelle scuole medie, per il coordinamento di assemblee mensili, in cui vengono discusse proposte per il miglioramento della vita nella scuola e lo svolgimento di ‘compiti di realtà’. I rappresentanti, dopo ogni assemblea, si incontrano con docenti e dirigente scolastico per condividere le proposte emerse in classe e cercare una strategia di realizzazione.

    Racconta la direttrice: «Il ruolo dei rappresentanti di classe è di responsabilità: anche se c’è sempre la supervisione di un docente, i ragazzi sono gli attori del processo decisionale e gestionale. L’obiettivo delle assemblee è fare proposte per il miglioramento della scuola: ad esempio, l’anno scorso grazie all’idea dei ragazzi e alla disponibilità anche dei loro genitori (con finanziamenti del Comune di Genova), abbiamo ridipinto la scuola e realizzato murales al piano terra. I ragazzi devono affrontare ogni anno tre compiti di realtà nel corso delle assemblee, ovvero situazioni concrete, con caratteristiche e condizioni particolari, che devono gestire insieme, prendendo decisioni e cooperando verso una soluzione. I compiti variano per ogni classe: le prime e le seconde hanno organizzato il mercatino di Natale; le terze l’Open Day per l’orientamento aperto alle classi delle elementari, con laboratori di arte, danza, inglese, per dare assaggi delle attività svolte qui durante l’anno. I ragazzi, in questi contesti, curano tutti gli aspetti e prendono decisioni, assumendosi le responsabilità delle scelte. Alla fine, si rendono conto di essere in grado di fare molte più cose di quel che pensavano: esplorano le loro capacità, mettono in discussione i loro limiti. Inoltre, queste situazioni permettono anche ai docenti di esplorare le dinamiche del gruppo classe e di tenere a bada eventuali conflitti e prevaricazioni di un gruppo sull’altro».

    Inoltre, in ogni classe vengono nominati anche “incaricati“, ovvero, come spiega la direttrice: «soggetti di due tipi: i primi sono figure a rotazione, per la gestione dei ruoli all’interno della classe, come contattare i compagni assenti per dargli i compiti, ecc.; gli altri sono annuali, e si occupano di gestire temi importanti, partecipando a incontri con esterni, secondo il metodo della peer education».

    Questi ultimi, in particolare, sono persone preposte allo svolgimento di compiti stabiliti: ad esempio, vi sarà chi sarà incaricato di gestire la sicurezza in classe, oppure chi si occuperà della raccolta differenziata, e così via. Questi soggetti dovranno sottoporsi periodicamente a incontri e seminari con esperti, e poi dovranno informare e rendere edotti i compagni, trasmettendo loro le nozioni apprese, secondo un metodo piramidale. Come detto, il principio alla base è quello della peer education, per cui i ragazzi incaricati svolgono  il ruolo di guida per i compagni di classe, per la condivisione di conoscenze attinenti all’incarico. Il metodo, sperimentato ormai frequentemente e accreditato come efficace, fa in modo che gli incaricati, dovendo spiegare poi ai compagni, siano più stimolati ad apprendere e memorizzare nozioni, con una padronanza più profonda data dalla responsabilità dell’incarico. Dall’altra parte, i compagni di classe cui la spiegazione è rivolta sono più aperti e predisposti a fare domande e continuare la discussione.

    A questo proposito, sono andati a costituirsi due gruppi principali per ogni classe (cui di volta in volta, a seconda delle necessità, se ne possono aggiungere altri). Il primo si occupa della sicurezza, in cui gli “aprifila” e “chiudifila” di ogni classe si occupano di tematiche relative alla sicurezza dentro e fuori la scuole (evacuazione in caso di pericolo, primo soccorso). Gli incaricati incontrano rappresentanti dei vigili del fuoco, protezione civile, ecc. e poi trasferiscono ai compagni quanto emerso negli incontri. Allo stesso modo, l’altro gruppo si occupa della raccolta differenziata: qui gli incaricati approfondiscono tematiche di scientifico-ecologiche e legate al ciclo dei rifiuti, grazie ad esperti.

    È presente anche un comitato dei ragazzi, per concretizzare la partecipazione a forme di rappresentanza democratica e assunzione di responsabilità nelle decisioni.

    Il progetto “Accoglienza”

    Un progetto pensato per inserire gli alunni nel nuovo ambiente scolastico, creando un contesto emotivo coinvolgente dal quale scaturisca la motivazione ad apprendere. L’obiettivo è creare senso di appartenenza alla scuola: dalla reciproca conoscenza nasce una clima di fiducia. Il progetto prevede percorsi che coinvolgono ragazzi, docenti e anche i genitori degli alunni, che sono chiamati a rendersi disponibili e cooperativi in vari modi.

    «Il progetto coinvolge i genitori e gli alunni di prima per i primi dieci giorni di scuola, in cui vengono esposte le proposte progettuali e didattiche, e si svolgono attività ludiche per consolidare il gruppo classe. Poi ancora, nel corso dell’anno, ci sono altre attività, come uscite in barca a vela, trekking e settimana bianca, per studiare le dinamiche del gruppo fuori dal contesto strutturato e limitato della classe. L’accoglienza continua anche nelle seconde e terze classi, naturalmente in misura minore: in particolare, le terze svolgono attività di accoglienza delle future prime e fanno orientamento per i bambini delle elementari».

    Il progetto “Continuità”

    Un itinerario che, grazie alla cooperazione e disponibilità degli alunni delle medie, accompagna i bambini delle classi quinte delle scuole elementari alla scoperta della scuola secondaria. Per presentare le proposte formative e potenziare la collaborazione tra alunni delle due scuole, per rendere l’ingresso dei più piccoli nella nuova scuola meno traumatico. Gli alunni delle elementari hanno la possibilità di partecipare a laboratori didatti ed esperienze gestite da quelli delle medie, in cui hanno la possibilità di rivolgere domande a ragazzi e docenti.

     Cyber bullismo

    Un altro progetto cui la scuola aderisce, ministeriale, riguarda la problematica del cyber bullismo e dei problemi in cui possono incappare i più giovani nella rete. L’iniziativa nasce da “Safe Internet“, progetto che ha coinvolto un gruppo di alunni scelti per partecipare a corsi e seminari, sempre nell’ottica della peer-education. Lo scorso 30 aprile è stato presentato dalle classi un resoconto di quanto appreso nell’ambito di questa esperienza: non si può impedire ai ragazzi di avvicinarsi alla rete, si può in compenso monitorare ed educare.

    Progetto “Orientamento”

    Un percorso trasversale e interdisciplinare che si sviluppa nel corso del primo ciclo di istruzione, attraverso esperienze curriculari ed extra-curriculari per la conoscenza extrascolastica e del mondo delle professioni: un percorso per sollecitare nei ragazzi una riflessione sulle proprie attitudini e interessi. Il lavoro viene portato a termine nelle classi terze, tra settembre e febbraio (deadline per l’iscrizione alla scuola superiore) e comprende attività che coinvolgono ragazzi, docenti, genitori, Provincia e Regione. Oltre alla consuete visite al Salone dell’Orientamento e all’Open Day, anche il progetto PARI per un gruppo di alunni che potrà frequentare per 7 giorni un centro di formazione professionale della Provincia.

    Progetto “Sport e Ambiente”

    Attività di vela (in convenzione con Assonautica), scuola in montagna, trekking (in convenzione con CAI), con esperienza dedicata all’astronomia: un’iniziativa a tappe, che accompagna gli alunni in un percorso integrato di esplorazione diretta dei territori, della morfologia, storia e professioni, della natura animale e vegetale, in contesi meno familiari ai ragazzi.

    I laboratori

    Non mancano anche i laboratori: scientifico, Matefitness, di recupero linguistico e matematico, di conversazione in lingua straniera, di informatica, infine, di storia. Nel primo caso, i ragazzi sperimentano e scoprono le leggi della natura utilizzando un laboratorio attrezzato. Con Matefitness, invece, partecipano per tre mesi a incontri curati dal CNR di Genova, per sviluppare competenze logiche: inoltre, i trainer di Matefitness hanno formato 40 ragazzi della scuola media, che hanno poi trasferito le loro conoscenze ai bambini delle elementari, autonomamente e non coadiuvati dai loro docenti. Il laboratorio di conversazione in lingua straniera, inoltre, si svolge attraverso role play, simulazioni ambientate in un’aula appositamente attrezzata per stimolare situazioni di dialogo quotidiano«I risultati emersi sono interessanti: i ragazzi nell’ambito della peer education con Matefitness – racconta la direttrice – si sono mostrati preparati e disinvolti. Serve attenzione alle relazioni, vogliamo stimolare il senso di cura del grande nei confronti del piccolo, che spesso si perde nella società di oggi. È un modo per dare continuità».

    Attività gratuite e pomeridiane

    Oltre alle consuete attività pomeridiane a pagamento (per il conseguimento del patentino per il ciclomotore o per l’esame Trinity per la lingua inglese), non mancano poi anche attività gratuite in cui i ragazzi possono dedicarsi al giornalismo e alla redazione del giornalino di istituto, oppure alla creazione di murales (sì, avete capito bene), al latino e alla lingua inglese, ma anche a cose più strane come l’arrampicata sportiva, il cineforum e, visto che si tratta di una scuola a indirizzo musicale, è previsto anche tempo da dedicare alla nascita della band di istituto.

    Curiosità

    La direttrice e i docenti lavorano per introdurre un sistema di sanzioni rieducative: no alle sospensioni e punizioni fini a se stesse, che finiscono solo per allontanare i ragazzi; sì a sanzioni mirate, secondo il principio “chi sporca, pulisce”. Coinvolto già un team di psicologi e avvocati che, a titolo gratuito, offrono consulenze per fare un lavoro tarato sul tipo di comportamento scorretto messo in atto dal ragazzo. «Per fortuna non incontro grandi problemi nell’istituto – conferma la dott.ssa Benzoni – anche se un tempo la scuola aveva una cattiva nomea, e questo probabilmente influisce ancora oggi e limita il numero delle iscrizioni. Oggi invece la tendenza si è totalmente invertita e mi ritengo molto fortunata».

     

    Elettra Antognetti

  • La bufala è servita: ciclo di conferenze per la corretta informazione scientifica

    La bufala è servita: ciclo di conferenze per la corretta informazione scientifica

    scienzaUn’iniziativa che nasce dalla necessità di far fronte al problema della disinformazione scientifica che, a detta degli stessi organizzatori, è motivo di degrado sociale e culturale. Chi è senza peccato scagli la prima pietra: a quanti di noi è successo di trovarsi a parlare con amici e conoscenti e confrontarci su posizioni errate, sentite in tv o lette da qualche parte, senza ricordare dove? Il bombardamento informativo da parte dei media non specializzati genera ‘mostri’, false credenze, insomma ‘bufale’ cui crediamo e che adottiamo.

    Per far fronte a questa tendenza e fornire una corretta informazione avvalorata da dati scientifici, in oltre 30 città italiane nel mese di maggio (nella settimana dal 19 al 24) si svolgeranno eventi in forma di conferenze, caffè scientifici, incontri in libreria o in piazza. Ogni città sceglierà 1-2 approfondimenti tematici (ad esempio sperimentazione animale, OGM, vaccini), e cercherà di spiegare ai partecipanti come stanno realmente le cose. A Genova si parte il 14 maggio, con un evento di anteprima, un aperitivo di raccolta fondi e presentazione del programma, al Beriocafè in Via del Seminario.

    La sfida sarà cercare di rendere gli incontri non semplici lezioni frontali ma momenti di confronto stimolanti, coinvolgenti e alla portata di un pubblico di non esperti, spesso scettici. I dibattiti devono diventare, nell’ottica degli organizzatori, luoghi di discussione, proposta di diverse posizioni e crescita.

    La Bufala è Servita, l’evento

    Questa del 2014 è la seconda edizione di un’iniziativa per la promozione della corretta informazione scientifica: lo scorso anno l’evento ha preso il nome di “Italia Unita per la Corretta Informazione Scientifica” e si è svolto l’8 giugno in sedici città italiane. È nato tutto dalla rete di soci dell’associazione Pro-Test Italia e, seguito della manifestazione, visto il successo, è stato fondato proprio il gruppo Italia Unita Per La Scienza, che organizza la manifestazione di quest’anno. Nel nostro Paese ci sono realtà in fermento anche sotto il profilo scientifico, che continuano a crescere e a battersi non solo per la ricerca ma anche contro la disinformazione.

    «L’obiettivo è far sorgere nei cittadini uno spirito critico, grazie al quale poter riconoscere notizie vere e false, specie per i temi scientifici più delicati – è il commento degli organizzatori – fornire gli strumenti per usare la razionalità, senza farsi abbagliare dall’emotività di ogni questione, è il modo più efficace di difendersi da truffe e imbrogli. Avere spirito critico non significa non considerare gli aspetti umani ed etici delle questioni, ma permette di compiere scelte oculate su temi fondamentali per il futuro del Paese che riguardano ricerca e scienza, e dunque anche salute, alimentazione e ambiente».

    Italia Unita per la Scienza

    Il gruppo “Italia Unita per la Scienza” è nato a fine Aprile 2013, specificamente dopo che un gruppo di ragazzi decisi a liberare cavie in gabbia, aveva preso d’assalto lo stabulario della Facoltà di Farmacologia di Milano danneggiando alcune attrezzature e vanificando ricerche, frutto degli investimenti di soldi pubblici e privati. Da qui, l’idea di ricercatori e studiosi di riunirsi e fondare questo gruppo: in meno di 24 ore è stata messa in piedi una manifestazione per il diritto degli scienziati di lavorare nella ricerca: «Pensiamo che quanto accaduto sia il frutto di una società nella quale si parla poco di scienza e di metodo scientifico; non solo nella vita quotidiana ma anche a scuola, nei giornali e nella politica», raccontano.

    Il gruppo aveva organizzato una giornata per la corretta informazione scientifica su territorio nazionale l’8 Giugno 2013, che consisteva in una serie di conferenze e flash mob in varie città italiane. Nel tempo il progetto è cresciuto e, grazie ai social network, sono nate sezioni locali molto attive e distribuite capillarmente. A distanza di un anno dalla prima manifestazione, il gruppo ha organizzato l’evento del 2014, passando da una manifestazione di un giorno, a eventi distribuiti nell’arco di una settimana.

    L’argomento è assolutamente attuale ed è facile trovare collegamenti con fatti avvenuti di recente: «Nell’ultimo anno il divieto da parte del Parlamento di coltivare mais810 (e quindi un rifiuto idiosincratico a usare la tecnologia OGM nel campo alimentare), le restrizioni del Parlamento italiano alla Direttiva 2010/63/UE che regola l’uso di animali di laboratorio e gli allevamenti, le pressioni causate da “specialisti” in omeopatia per far si che questa cura, senza alcuna base scientifica, sia finanziata anche dallo Stato, l’inganno del metodo Vannoni nell’uso terapeutico di cellule staminali e le proposte antivacciniste presentate in parecchie regioni d’Italia. La situazione è davvero preoccupante. Non si parla di semplice “disinformazione” della società, ma anche disinformazione da parte di chi deve prendere decisioni importanti nel nostro Paese. La cattiva informazione va a colpire in due modi il lavoro del ricercatore: prima di tutto screditandolo agli occhi del pubblico, poi danneggiandolo economicamente. La politica decide quali sono i settori strategici che devono essere finanziati e crea il terreno fertile necessario per attirare investimenti da privati e di altre istituzioni».

    La Bufala è Servita a Genova >> il programma

     

    Elettra Antognetti

  • Regione Liguria, quando le “spese pazze” sono quelle non effettuate

    Regione Liguria, quando le “spese pazze” sono quelle non effettuate

    Palazzo della RegioneRitornello vuole che le casse degli enti pubblici siano sempre più vuote, eppure quando esistono strumenti finanziari concreti – siano essi fondi comunitari, risorse nazionali, o fonti miste di cofinanziamento – e sarebbe possibile usufuire di significative risorse, immancabilmente lo Stato e le sue articolazioni territoriali si fanno sfuggire l’occasione, soprattutto a causa della carenza di specifiche capacità progettuali e gestionali, sia a livello centrale che locale. È questo il caso della Regione Liguria e del mancato utilizzo del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) 2007-2013: su una disponibilità iniziale di 342 milioni di euro – poi ridottasi a circa 270 milioni, comunque sia un discreto salvadanaio – l’amministrazione ligure, finora, ne ha effettivamente rendicontati ai fini della richiesta di rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico, soltanto poco più di 53 (in pratica 1/6 del totale).

    «Le responsabilità della Giunta sono enormi – attacca Lorenzo Pellerano, consigliere regionale d’opposizione (Lista Biasotti) che ha sollevato, in particolare, la questione del non utilizzo dei finanziamenti dedicati a “Ricerca e Innovazione” (57 milioni di euro compresi nel più ampio contesto del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione), e che presto presenterà una serie di interrogazioni sul tema FSC – l’opportunità di ottenere queste risorse non è ripetibile, e sostenere, come qualcuno sta iniziando a fare, che gli stessi finanziamenti verranno “caricati” sui nuovi programmi di intervento, è fuorviante: quei fondi, una volta persi, sono persi e basta: non li vedremo più».

    Cos’è il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC)

    Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) è lo strumento finanziario alimentato con risorse aggiuntive nazionali attraverso cui lo Stato Italiano persegue il principio della coesione territoriale sancito dall’Articolo 119 della Costituzione. Il Fondo è stato istituito con la Legge Finanziaria 2003 come Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS).
    Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione e i Fondi Strutturali dell’Unione Europea condividono gli obiettivi generali di policy, la stessa tempistica di programmazione su cicli settennali – allo scopo di garantire l’unitarietà e la complementarietà delle procedure di attivazione delle rispettive risorse – e lo stesso Sistema di Monitoraggio Unitario, gestito dalla Ragioneria Generale dello Stato e alimentato con i dati dei progetti finanziati. Rispetto alle risorse comunitarie, la cui programmazione è strettamente articolata per Programmi Operativi, le risorse FSC vengono assegnate dal CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) con diverse modalità che nel corso del ciclo 2007-2013 hanno individuato Programmi Attuativi Regionali, Programmi di altra natura o specifici progetti finanziati mediante delibere con destinazione settoriale o territoriale.

    Le risorse totali originariamente assegnate al Fondo FSC per il settennio 2007-2013 ammontavano a circa 64 miliardi di euro, che a fronte della crisi economica degli ultimi anni e dei suoi effetti congiunturali sul bilancio dello Stato, sono stati progressivamente ridotti per la copertura di vari interventi di risanamento.
    Al 31 dicembre 2013, i circa 10 mila progetti finanziati con FSC visualizzati su OpenCoesione – iniziativa del Ministero per la Coesione Territoriale che mette a disposizione i dati delle politiche di coesione a cittadini, amministrazioni italiane ed europee, ricercatori e media (www.opencoesione.gov.it) – assorbono circa 19 miliardi di euro del Fondo, di cui 14,4 disponibili come assegnazioni CIPE e 4,7 come progetti in attuazione.
    Con riferimento ai progetti in attuazione “si evidenzia che rispetto ad un finanziamento FSC di 4,7 miliardi, il loro valore complessivo ammonta a 8,8 miliardi: questo rispecchia la caratteristica della programmazione FSC di attrarre in misura significativa anche ulteriori risorse finanziarie rispetto al Fondo, che si sommano quindi a quelle specificamente destinate alla coesione”.
    La data del 31 dicembre 2013 rappresenta la conclusione del settennio a cui fa riferimento il ciclo di programmazione 2007-2013, tuttavia non coincide con l’effettivo termine dell’attuazione dei progetti del ciclo stesso. In base alla regola dell’ “n+2” – che fissa al 31 dicembre 2015 il termine ultimo di ammissibilità della spesa rendicontabile alla Commissione europeai progetti dei Fondi Strutturali potranno continuare a beneficiare del contributo finanziario dei relativi Programmi per altri due anni, sovrapponendosi all’avvio nei prossimi mesi del ciclo di programmazione 2014-2020.
    Per i progetti della programmazione del Fondo Sviluppo e Coesione, invece, l’attuazione potrà proseguire anche oltre il 2015.

    Programma PAR-FSC 2007-2013 in Liguria

    Consiglio regionale LiguriaLa relazione sullo stato di attuazione del “Programma PAR-FSC (ex FAS) 2007-2013 al 31/12/2013“, redatta nel febbraio scorso al fine di fornire al Consiglio della Regione Liguria il quadro attuale della situazione in vista dell’imminente riprogrammazione 2014, spiega nel dettaglio le scelte regionali alla base del piano finanziario vigente (secondo l’ultima rimodulazione di novembre 2013) che dovrebbe garantire l’accesso alle risorse disponibili.

    La disponibilità iniziale per il programma regionale ligure ammontava a 342,064 milioni di euro (M) ridottasi a 320,562 M (deliberazione cipe 1/2009) e successivamente a 288,507 M (Legge 122/2010); la legge di stabilità 2014 riduce ulteriormente tale disponibilità a 270,548 milioni.
    Anche in presenza di riduzioni della dotazione finanziaria “la Regione ha comunque deciso di avviare un programma pieno – si legge nel documento – definito cioè sulla base della disponibilità iniziale (342,064 M, ndr), fermo restando il recupero delle economie derivanti dai ribassi d’asta, nonché dalla rinuncia di alcuni beneficiari, per ricondurre le somme alle disponibilità reali”.

    Il Par ha subito due modifiche relative rispettivamente: alla riprogrammazione 2012 “con l’adeguamento del programma alle sopravvenute esigenze (fenomeni alluvionali e mutate condizioni del quadro economico nazionale, nonché regionale), modifica che ha comportato l’introduzione dell’Asse E “Sanità” per 30 M e di una linea specifica per gli interventi sulla viabilità e su infrastrutture danneggiate dagli eventi alluvionali dell’ottobre-novembre 2011 per 16 M”; rimodulazione di novembre 2013 “con ulteriore riassestamento degli interventi sulla base delle reali capacità di realizzazione da parte delle stazioni appaltanti. In tal senso sono stati introdotti alcuni interventi (scolmatore del Bisagno, aggiustamenti in merito agli interventi sulle infrastrutture danneggiate dall’alluvione, minori risorse destinate ai vari progetti, sulla base degli importi rideterminati in relazione ai ribassi d’asta)”.

    Nel complesso – al 31/12/2013 – le stazioni appaltanti hanno perfezionato impegni complessivi per 155,970 milioni di euro, ed effettuato pagamenti per un totale di 116,624 M. Su tali importi l’impegno – in termini di quota FSC – ammonta a 79,194 M e la quota di spesa FSC rendicontabile ai fini del rimborso è pari a 53,702 milioni.

    Analizzando il piano finanziario e l’attuale livello di spesa scopriamo così che in diversi ambiti – molti dei quali strategici – le quote FSC effettivamente rendicontate ai fini della richiesta del rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico, sono spesso decisamente modeste.

    L’Asse A “Competitività del sistema economico” è suddiviso in Sub Asse A1 “Ricerca e Innovazione” e Sub Asse A2 “Accessibilità e mobilità sostenibile”. La quota FSC (secondo la rimodulazione di novembre 2013) prevista per il Sub Asse A1 è 57 milioni di euro complessivi (di cui 25 M “Insediamento Facoltà di Ingeneria nel Polo tecnologico degli Erzelli“; 25 M “Distretto ligure per le tecnologie marine”; 6,5 M “Poli universitari decentrati”; 20,5 milioni “Programma triennale per la ricerca e la innovazione”). Ebbene, fino ad oggi, la quota rendicontata è pari a zero euro per tutte e quattro le voci di impegno di spesa.

    Nel Sub Asse A2 (quota FSC prevista 90 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 22,9 M), tra gli impegni di spesa non rendicontati, oppure pagati in misura minima, spiccano: “Terzo lotto dell’Aurelia bis di La Spezia (25 M, zero euro rendicontati); “Tunnel stradale Fontanabuona (25 M, quota FSC pagata 1,3 M); “Interventi su viabilità e infrastrutture danneggiate dall’alluvione” (16 M, quota FSC pagata 1,7 M); “Costituzione di un fondo per la diffusione mobilità sostenibile” (563 mila euro, quota FSC rendicontata 6 mila euro).
    Per fortuna nel Sub Asse A2 c’è anche un esempio positivo, per altro l’unico in tutto il piano: “Metropolitana di Genova completamento De Ferrari-Brignole” (17,4 milioni di euro, quota Fsc rendicontata 17,4 M).

    L’Asse B “Competitività del sistema ambiente e territorio” è suddiviso in Sub Asse B1 “Miglioramento qualità ambientale e territoriale” (quota FSC prevista 69,8 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 8 M) e Sub Asse B2 “Tutela e valorizzazione risorse ambientali e culturali” (quota FSC prevista 71,2 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 6,2 M).
    Nel Sub Asse B1 gli impegni di spesa non rendicontati, oppure pagati in misura minima, sono: “Regimazione idraulica tratto terminale Entella” (8 M, quota FSC pagata 229 mila euro); “Regimazione idraulica tratto terminale Nervia” (4 M, quota FSC rendiconta 154 mila euro); “Riqualificazione Comune di Arcola” (8 M, zero euro rendicontati); “Riconversione del parchi ferroviari di Busalla e Ronco” (1,5 M, zero euro rendicontati); “Completamento infrastrutturazione viaria Polcevera” (2,4 M, quota FSC pagata 144 mila euro); “Nuove opere pubbliche completamento lungomare Deiva Marina” (1,6 M, zero euro rendicontati); “Programmi strategici regionali” (27,6 M, quota FSC rendicontata 3,3 M); “Scolmatore torrente Bisagno 1° Lotto (5 M, zero euro rendicontati).
    All’interno del Sub Asse B2 troviamo l’intervento – “Grandi schemi fognari e/o impianti di depurazione” – per cui è stata impegnata la quota FSC più sostanziosa, ovvero 33,5 milioni di euro. Tuttavia, la quota FSC effettivamente rendicontata è pari ad appena 240 mila euro.
    Ma meritano una menzione speciale anche i seguenti casi: “Interventi di valorizzazione del patrimonio culturale” (13,6 M, quota FSC rendicontata 2,1 M); “progetto integrato Sistema Parchi e Alta Via Monti Liguri” (7 M, quota FSC pagata 508 mila euro); “Completamento rete ciclabile ligure, valorizzazione e promozione” (5,5 milioni, zero euro rendicontati).

    Infine, nell’Asse C “Sviluppo capitale umano”, Sub Asse C1 “Modernizzazione sistema istruzione e formazione”(quota FSC prevista 17, 7 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 4,9 M) salta evidentemente all’occhio l’intervento “Alta formazione professionale – Istituti Tecnici Superiori” (4,1 M, zero euro pagati).

    Il documento regionale spiega poi nel dettaglio le modalità per ottenere in concreto le risorse allocate per le singole regioni. “A parte la prima erogazione prevista (a titolo di anticipo) all’approvazione del Programma, le successive erogazioni (acconti intermedi e finale) sono legate all’avanzamento del programma”. L’ultima certificazione effettuata dall’organismo di certificazione in data 14-02-2013 “ha consentito di formulare la richiesta relativa al secondo acconto e pertanto, allo stato attuale, risultano accertati in entrata 69,2 milioni di euro di rimborso. Viceversa l’attuale livello di spesa – 53,7 milioni – non è ancora sufficiente a formulare la richiesta per il successivo terzo acconto”, che consentirà di portare il rimborso a quota 92,3 milioni di euro (le soglie di spesa per la richiesta di acconti sono calcolate sull’importo complessivo intermedio di 288,5 M, mentre la disponibilità effettiva, dopo la Legge di Stabilità 2014, si riduce a 270,5 milioni).

    Per quanto riguarda l’imminente prossima riprogrammazione 2014 “il MISE (Ministero dello Sviluppo Economico, ndr) ha chiesto che venga effettuata una riprogrammazione ritarata sui 290-300 M, con un margine di circa il 10% rispetto alla dotazione ufficiale, onde assorbire le eventuali economie che si dovessero registrare prima della chiusura del programma”. La Regione Liguria “prevede una riprogrammazione con l’incremento delle risorse dedicate: all’Asse E “Sanità”; all’alluvione (estendendo gli interventi anche ai fenomeni del 2012); sulla base del rinvio alla successiva fase (2014-2020) degli interventi non realizzabili, e quindi non rendicontabili, nei tempi previsti dell’attuale ciclo di programmazione, delle rinunce dei beneficiari stessi, delle ulteriori economie derivanti da ribassi d’asta”.

    «Per spendere adeguatamente le risorse nazionali ed europee la Regione Liguria dovrebbe possedere una forte capacità strategica – spiega il consigliere regionale Lorenzo Pellerano – Con un sistema di progettazione, monitoraggio e rendicontazione ben strutturato. E competenze specifiche negli uffici regionali deputati ad occuparsi di queste tematiche. Io, invece, ho l’impressione che gli uffici interni, perlomeno, non siano adeguatamente valorizzati. La Regione, insomma, deve mettersi profondamente in discussione se vuole migliorare la performance di spesa del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione e dei Fondi Strutturali comunitari».
    «In corso d’opera la Regione ha introdotto alcuni indirizzi di spesa per accelerare l’utilizzo dei fondi su tematiche particolarmente urgenti, quali la Sanità (Asse E), e ciò può avere un senso – sottolinea Pellerano – Quello che, invece, non ha senso è nominare continuamente simili risorse, comunitarie e non, per ipotizzare gli impegni più svariati. Si tratta di un atteggiamento fuorviante perchè il FSC, ad esempio, è un fondo espressamente destinato a sostenere lo sviluppo e la coesione. Infine, per quanto riguarda la riprogrammazione 2014, non mi sembra ipotizzabile impiegare lo stesso schema che finora ha dimostrato di non funzionare».

    «Man mano che le stazioni appaltanti raggiungono determinate soglie di spesa l’amministrazione regionale può chiedere le contestuali tranche di rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico – risponde l’Autorità di gestione del programma FSC 2007-2013 Regione Liguria – Il termine ultimo del 31 dicembre 2015 si riferisce all’attuazione dei progetti compresi nel programma del ciclo 2007-2013. Per quanto riguarda molti di essi, in effetti, il termine è sancito al 31/12/2015. Per altri progetti, invece, quelli considerati “strategici” che finiranno in accordi di programma quadro, ad esempio tutti gli interventi relativi alla Sanità che inseriremo nella riprogrammazione 2014, il termine conclusivo previsto è la fine del 2018»».
    Dall’Autorità di gestione ostentano sicurezza affermando che gli interventi partiti riusciranno a concludersi entro il dicembre 2015, mentre i progetti ad oggi non ancora avviati, inevitabilmente, non potranno essere portati a termine.
    «Il piano di riprogrammazione 2014 – anticipa l’Autorità di gestione del programma FSC 2007-2013 – sarà tarato su circa 303 milioni. E l’amministrazione conta di accelerare per validare al più presto una soglia di spesa intorno ai 63-64 milioni, in modo tale da ottenere il terzo acconto del rimborso ministeriale».
    «Migliorare la performance di spesa della Regione Liguria è particolarmente difficile – conclude l’Autorità – considerando che le stazioni appaltanti, come i Comuni, si trovano a confrontarsi con il Patto di Stabilità ed altri vincoli stringenti, senza dimenticare i problemi che affliggono le piccole e medie imprese del territorio. Comunque sia, diversi uffici regionali, a seconda delle differente tematiche di interesse, sono attivamente impegnati sull’FSC così come sui Fondi Strutturali europei».

     

    Matteo Quadrone

  • Il Giacinto, il fiore dei Greci e dei Romani. Coltivazione e caratteristiche

    Il Giacinto, il fiore dei Greci e dei Romani. Coltivazione e caratteristiche

    giacinto-1Il Giacinto è una pianta bulbosa, originaria dei Paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo Orientale e di alcune regioni africane. Data la sua valenza estetica, questo bulbo si è nel tempo molto diffuso anche in Asia ed in Europa, dove viene oggi ampiamente coltivato. In Italia sono poi presenti alcune specie endemiche che presentano infiorescenze bianche e molto profumate.

    giacinto-2I Giacinti sono caratterizzati da sottili foglie verdi scure, carnose, nastriformi che spuntano in primavera da un bulbo arrotondato, tunicato, che può produrre nel tempo per suddivisione alcuni bulbilli laterali. Le piante possono raggiungere i trenta centimetri di altezza e sviluppare un folto cespuglio che dura però poco tempo, per il solo periodo dell’accrescimento delle foglie e della successiva fioritura. Terminata quest’ultima le infiorescenze e le foglie appassiscono ed il bulbo torna in riposo vegetativo, sotto terra, fino alla successiva primavera.

     

    giacinto-3

    Nel dettaglio, lo scapo floreale è composto da numerosi fiori a forma di campanella, riuniti in una sorta di “pannocchia”. Le piante che crescono spontanee in natura sono di dimensioni meno sviluppate e producono spighe floreali meno folte e più piccole.
    Si dice che il nome di questa pianta derivi dal personaggio mitologico Giacinto. Un giorno, mentre Apollo e Giacinto sarebbero stati intenti nel lancio del disco, Zefiro avrebbe deviato il vento e Giacinto sarebbe stato colpito alla tempia. Apollo avrebbe quindi trasformato Giacinto, ad imperitura memoria del sangue dell’amico, in una infiorescenza di colore rosso porpora intenso.

    giacinto-4fiori del Giacinto sono molto profumati e i colori variano dal rosa al lilla, all’azzurro fino al bianco puro. Le varietà ibridate possono essere anche arancioni, gialle o di colori estremamente intensi e, a nostro avviso, a volte esteticamente non molto riusciti. Da sempre apprezzati, i Giacinti erano già coltivati dagli antichi Greci e dai Romani sia per i fiori che per il profumo intenso che essi sprigionano. A Sparta erano invece molto impiegati per festeggiare le celebrazioni nuziali.

    Il bulbo cresce facilmente e non richiede cure particolari. Va interrato in autunno sia in piena terra che in vasi e contenitori e spunterà in primavera. Nei Paesi a clima mediterraneo esso può essere lasciato nel terreno anche d’inverno, altrove andrà rimosso dopo la fioritura e conservato in luogo fresco, buio ed asciutto, preferibilmente nella sabbia, fino all’autunno successivo.

    giacinto-5Nella sua collocazione andrà tenuto conto che, dopo lo sviluppo delle foglie e la successiva fioritura, la pianta sparisce nuovamente (come peraltro la stragrande maggioranza delle bulbose) fino all’anno successivo. Il Giacinto può essere anche coltivato con grande successo in casa nella stagione invernale, mediante l’impiego di bulbi appositamente “forzati”. In generale la pianta tende a produrre una prima fioritura molto appariscente che, negli anni successivi, diventa sempre meno rigogliosa. Spesso al posto di una grande spiga centrale si producono, a fronte del suddividersi del bulbo in tanti bulbilli, più infiorescenze di piccole dimensioni. A differenza del Narciso che, così ripartendosi, colonizza ampi spazi, il Giacinto tende invece a perdersi. Se si vorranno quindi piante rigogliose e fiori di grandi dimensioni, sarà necessario rimpiazzare di frequente i bulbi.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Elezioni europee, il vademecum. Dalla Maddalena a Bruxelles, campagna di sensibilizzazione al voto

    Elezioni europee, il vademecum. Dalla Maddalena a Bruxelles, campagna di sensibilizzazione al voto

    Parlamento-europeoNei paesi dell’Unione Europea si vota dal 22 al 25 maggio per l’elezione dei 751 deputati del Parlamento Europeo. Domenica 25 maggio gli italiani saranno chiamati alle urne per votare i 73 deputati che rappresenteranno il Paese.

    Cosa sanno i giovani delle prossime elezioni, cosa pensano e soprattutto chi voteranno? A poche settimane dalle elezioni torna a sentirsi in giro un trito ritornello. I giovani italiani sono lontani dalla politica. Seguono pochissimo, non si interessano alle notizie quotidiane, ignorano nomi, cariche, provvedimenti in discussione in Parlamento così come le dinamiche di partiti e movimenti. E quindi, alla fine, neanche votano. Tutto vero? Non sembra proprio. Infatti, secondo un’indagine di #‎Eurobarometro e dell’Office for National statistics britannico, il quadro non corrisponde a quello che raccontano le tornate elettorali. Anzi: i ragazzi italiani fra i 18 e i 24 anni nel 71% dei casi ci hanno provato almeno una volta, a tracciare quella croce o scrivere quel nome. Per molti, vista l’età, è stata anche l’unica in cui hanno avuto l’opportunità di farlo, dunque si tratta di un patrimonio di partecipazione da tutelare. È un dato che ci mette in vetta a livello europeo davanti a Grecia, (66%), Francia (64%), Spagna (61%), Olanda (60%) e altri vicini come Germania, Polonia, Svezia, Ungheria e Regno Unito. In questi ultimi due Paesi il tasso scende addirittura sotto il 40%.

    Il 9 maggio, venerdì scorso, era la Festa dell’Europa nonché l’anniversario della Dichiarazione Schuman, il discorso che il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman tenne a Parigi nel 1950 per la creazione di una nuova forma di cooperazione politica che avrebbe promosso la pace tra le nazioni europee. La proposta di Schuman è considerata l’atto di nascita dell’integrazione europea. A Genova, e in contemporanea a Milano, Firenze, Perugia, Napoli,  Palermo e Ancona, è stata organizzata la campagna istituzionale Lascia in segno in Europa, una fitta rete di iniziative di informazione e sensibilizzazione al voto, organizzata nell’ambito del programma comunitario “Gioventù in azione” e rivolta a stimolare la partecipazione al voto dei giovani italiani e ad informare i giovani sulle opportunità culturali e formative offerte dall’Unione Europea.

    “Lascia il Segno” alla Maddalena

    L’evento genovese (organizzato da Yeast, associazione di Promozione Sociale Youth Europe Around Sustainability Tables, coadiuvata dall’associazione di quartiere Ama, Civ Maddalena e Cooperativa Il Laboratorio) si è svolto alla Maddalena, ragazze e ragazzi, famiglie, bambini, persone di tutte le età hanno affollato Piazza Lavagna e il resto del quartiere; hanno mangiato, bevuto (tutto grazie agli esercizi della piazza, convenzionati) e ballato. Non mancava nessuno: erano presenti tutte le realtà attive del quartiere, da A.Ma. al Civ Maddalena. C’eravamo anche noi e grazie ai tweet di #EraOnTheRoad (per i più distratti qui c’è lo storify) abbiamo raccolto le voci dei protagonisti. I soci di Yeast e Ama, e altri giovani volontari, si sono resi disponibili a dare informazioni, naturalmente non legate ad alcuna parte politica (era la Festa dell’Europa, non una campagna elettorale!), con l’allestimento di spazi informativi e la distribuzione di materiale divulgativo (fumetto, cartoline, video, materiale cartaceo del Parlamento europeo). Uno sconto nei bar della zona era previsto solo per coloro che si fossero prima fermati al gazebo informativo di Yeast, avessero preso volantini e materiale e avessero… fatto una foto, in un set molto particolare. Ecco alcuni dei risultati migliori.

    Elezioni europee, il vademecum

    L’importanza

    Le prossime elezioni europee segnano una svolta, perché per la prima volta i partiti hanno espresso in anticipo la preferenza sul futuro presidente della Commissione. La Commissione europea è l’organo esecutivo e di propulsione dell’Unione europea. L’art.1 del Trattato sull’Unione europea rappresenta “una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa, in cui le decisioni siano prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini.” Grazie al voto si può avere voce nel processo di integrazione in continuo divenire.
    Si eleggeranno i 751 deputati del Parlamento europeo, in carica per i prossimi cinque anni a rappresentare gli interessi degli elettori di fronte ai colleghi di tutta Europa. A seguito dell’adesione della Croazia all’UE nel luglio 2013, i deputati al Parlamento europeo sono diventati 766, ma questo numero sarà ridotto a 751 alle elezioni del 2014, in rappresentanza di oltre 500 milioni di cittadini. I seggi sono ripartiti secondo il principio di “proporzionalità decrescente”, per cui più deputati sono assegnati a Paesi più popolosi (in Italia verranno eletti 73 deputati: il numero più alto, dopo Germania con 96, Francia con 74, e a pari merito con UK)  e viceversa quelli con minore consistenza demografica saranno meno rappresentati (solo 6 rappresentanti per Cipro, Malta, Lussemburgo, Estonia, pur avendo più seggi di quanti sarebbero previsti applicando strettamente il principio di proporzionalità).

    In Italia le istituzioni della Ue per decenni sono state considerate secondarie, un ricovero per politici in pensione che non potevano riciclarsi nei rispettivi Parlamenti. Oggi qualcosa sta cambiando, per molti l’Europa è un trampolino di lancio verso una carriera internazionale e il ruolo ricoperto è di grande responsabilità e competenza: scegliere bene i candidati è fondamentale. Ad esempio, meglio preferire quelli che parlano uno o più lingue straniere, hanno competenze comprovate su tematiche di interesse generale e di ampio respiro, e portano avanti battaglie di dominio pubblico. Secondo la normativa dell’UE, diverse cariche sono incompatibili con quella di deputato al Parlamento europeo. Un deputato non può essere membro di un governo nazionale o di un parlamento nazionale, né un funzionario attivo di altre istituzioni europee.

    Quando?

    Le elezioni europee 2014 si svolgono nei 28 Stati membri dell’Unione in 4 giorni, dal 22 al 25 maggio. Ciascun Paese era libero di scegliere una data in cui recarsi alle urne. I risultati di tutti i 28 Stati saranno annunciati la sera di domenica 25 maggio.

    Quali sono i partiti?

    I movimenti politici transnazionali sono 13 (qui la lista), riuniti in vari gruppi confederali. I principali sono il Partito Popolare Europeo PPE e il Partito Socialista Europeo S&D (il Pse al Parlamento europeo fa capo al gruppo parlamentare S&D Socialisti e democratici). Cinque di loro hanno nominato un candidato alla presidenza della Commissione, che andrà a sostituire l’attuale leader Barroso. Il PPE ha nominato Jean-Claude Juncker, ex primo ministro del Lussemburgo ed ex presidente dell’Eurogruppo; il candidato dei socialdemocratici è Martin Schulz, attuale presidente del Parlamento Europeo, sostenuto anche dal premier Renzi e dal PD; Liberali e Democratici hanno indicato Guy Verhofstadt, ex primo ministro del Belgio e attuale leader del gruppo dei Liberali al PE; i Verdi, invece, hanno scelto una coppia di deputati, il francese José Bové e il tedesco Ska Keller; infine, candidato per la Sinistra Europea è Alexis Tsipras, leader del partito greco SYRIZA, in Italia rappresentato dal gruppo L’Altra Europa.

    Le novità di queste elezioni

    Questa è l’unica occasione a livello europeo in cui gli elettori sono chiamati ad esprimere una preferenza, mentre negli altri casi (Commisione europea ed elezione del Presidente) l’elezione non è diretta. Il Parlamento, unica istituzione europea eletta a suffragio diretto, è oggi uno dei cardini del sistema decisionale europeo e contribuisce all’elaborazione di quasi tutte le leggi dell’UE in parità con i governi nazionali.

    Inoltre, sono anche le prime elezioni dopo il 2009, anno di entrata in vigore del trattato di Lisbona, che ha conferito al Parlamento europeo una serie di nuovi poteri. In primis, una delle principali novità è che, quando i rappresentanti degli Stati Membri nomineranno il successore di José Manuel Barroso alla presidenza della Commissione europea (autunno 2014), dovranno tenere conto dei risultati delle elezioni e nominare il leader della maggioranza scelta dai cittadini (tra Juncker, Schulz, Verhofstadt, Bové e Keller, e Tsipras). La nuova maggioranza politica che emergerà dalle elezioni, inoltre, contribuirà a formulare la legislazione europea per i prossimi cinque anni in settori che spaziano dal mercato unico alle libertà civili.

    Come si vota?

    Le elezioni devono essere a suffragio universale diretto, gratuito e riservato. I membri del Parlamento europeo devono essere eletti sulla base della rappresentanza proporzionale, ma ciascuno può scegliere il sistema che preferisce, con liste aperte o chiuse. In ogni Stato si possono costituire circoscrizioni elettorali e suddivisioni territoriali (come avviene in Italia, in cui i voti sono espressi in collegi elettorali separati, anche se alla fine i risultati delle elezioni sono determinati a livello nazionale).

    In Italia

    Nel voto di domenica 25 maggio (urne aperte dalle 8 alle 22) i 73 seggi che spettano all’Italia saranno scelti con il principio proporzionale “tanti voti, tanti seggi”. Unico limite: la soglia di sbarramento al 4%. Quei partiti che a livello nazionale non raggiungeranno almeno quella soglia non entreranno nell’europarlamento.

    Il territorio nazionale è diviso in 5 circoscrizioni: Nord-Est (14 seggi), Nord-Ovest (20), Centro (14), Sud (17) e Isole (8). Possono votare tutti i cittadini che hanno compiuto 18 anni e sono eleggibili quelli che hanno compiuto 25 anni. Non sono previste coalizioni, con l’eccezione della possibilità di collegamento per le liste delle minoranze linguistiche con un’altra lista.
    L’elettore dovrà scegliere una delle liste candidate semplicemente facendo un segno sul simbolo relativo. Inoltre può esprimere fino a tre preferenze, scrivendo il nome dei candidati negli spazi accanto al simbolo.
    Il Parlamento ha appena introdotto una norma molto discussa sulle cosiddette quote rosa che entrerà in vigore a pieno nel 2019 ma che avrà parziali effetti anche per il voto del 25 maggio: in caso in cui venissero espresse tre preferenze per candidati dello stesso sesso, la terza preferenza sarà annullata. Quindi nell’esprimere tre preferenze bisogna ricordarsi che almeno una deve essere per un candidato di sesso diverso dagli altri due.

    Chi vincerà?

    Si legge sul portale dell’Europarlamento: “Basandosi sull’opinione pubblica negli Stati membri, il Parlamento europeo e TNS Opinion presentano ogni settimana le proiezioni dei seggi dell’emiciclo. Non si tratta di un sondaggio sulle intenzioni di voto, ma della situazione dell’opinione pubblica negli Stati membri sulle elezioni europee del 2014”. Ecco le proiezioni a inizio maggio (Fonte: collaborazione tra il PE e TNS Opinion).

     

    Elettra Antognetti
    con la collaborazione di Stefania Marongiu di Yeast Genova

  • Genova 2021, Città della Tecnologia: il progetto per lo sviluppo high tech. Cosa è stato fatto?

    Genova 2021, Città della Tecnologia: il progetto per lo sviluppo high tech. Cosa è stato fatto?

    Contrasto tra vecchio e nuovo a GenovaTre anni fa la presentazione del progetto Genova 2021 Città della tecnologia aveva attirato attenzioni e aspettative non solo fra gli addetti ai lavori. L’obiettivo dichiarato era e rimane quello di giungere entro il decennio al consolidamento e lo sviluppo dell’high tech a GenovaUn progetto che parte quindi da una forte volontà di matrice industriale, la “paternità” è, infatti, di Dixet (distretto dell’Elettronica e delle Tecnologie Avanzate, costituitosi a Genova nel febbraio del 2001, raggruppa oltre 110 aziende) e Confindustria Genova. «L’idea di fondo – racconta Fabrizio Ferrari presidente dell’Associazione Genova 2021 – è cercare di creare un momento condiviso per imprese e imprenditori per fare dei ragionamenti di tipo strategico su quali tipologie di tecnologie investire e puntare, quali competenze mettere in condivisione per poter creare delle eccellenze sul territorio».

    Le parole chiave sono due: start up e high tech. Gli ultimi dati aggiornati Dixet-Confindustria Genova (marzo 2014) stimano che l’occupazione nel settore high tech nell’area di Genova sia di 14.200 unità, con 150 imprese e 4 miliardi di fatturato. Il numero di start up registrate alla CCIAA all’inizio di aprile era di 26, numero piccolo che diventa ancor più piccolo se consideriamo che comprende non solo le start up innovative. «Va ricordato – aggiunge Ferrari – che il tessuto industriale di Genova è costituito, soprattutto da piccole e medie imprese, anche per questo motivo si è pensato ad un progetto che riunisse più forze in modo da aiutare e coinvolgere anche i più piccoli».

    Nel 2011 viene pubblicato il documento che descrive le intenzioni del progetto Genova 2021, il documento propone il quadro generale del settore sul territorio metropolitano, quali aziende vi operano, di cosa si occupano e quali sono le intenzioni per il futuro. Fra il 2012 e 2013 si cominciano a prospettare soluzioni che possano includere industria e giovani. Poi, la decisione di dare una forma giuridica agli intenti espressi e così, a maggio 2013, viene fondata l’Associazione Genova 2021 – Città della tecnologia. I soci fondatori sono Confindustria Genova e Dixet e quelli promotori (chi ha messo a disposizione il budget per poter realizzare attività) sono Telecom, Banca Intesa Sanpaolo, Banca Carige e Finmeccanica.

    Ecco come si definisce l’associazione sul proprio statuto: “L’Associazione ha per finalità lo sviluppo, la promozione e il coordinamento delle attività e delle iniziative finalizzate alla crescita dei settori ad alta tecnologia costituiti dalle imprese, manifatturiere e non, ubicate nell’area metropolitana di Genova”.

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    Che cosa ha fatto nel concreto l’associazione da quando esiste?
    Ha lanciato tre progetti, che lo stesso presidente ama definire “pensatoi”;  in qualsiasi modo si voglia chiamarli, si tratta di momenti in cui un gruppo di persone, parte di imprese, ognuno con le proprie competenze specifiche, si incontra per condividere le proprie idee riguardo ad un obiettivo comune. Lo scopo è cercare di fare pianificazione, capire cosa si vuol fare, dove si vuole arrivare e come.
    Si è partiti individuando alcuni ambiti di interesse, in parte perché radicati nel territorio e in parte per creare terreni fertili nei quali condividere le capacità esistenti e quelle da inserire nel tessuto economico. «Il fatto di avere più teste intorno al tavolo permette di intercettare trend a livello mondiale (certo non si tratta di rivelare i propri segreti industriali) che probabilmente una singola azienda non potrebbe fare da sola – aggiunge Ferrari – chiaro è che grandi gruppi come Finmeccanica e Telecom hanno fatto un po’ fatica all’inizio, ma poi hanno capito e sposato l’intenzione».

    Vediamo quali tavoli/pensatoi hanno preso il via. Il percorso comune di tutti i “tavoli” prevede l’individuazione di un coordinatore, una prima riflessione interna diretta degli imprenditori coinvolti a cui segue un’apertura e un coinvolgimento delle istituzioni e dell’università. I primi due tavoli sono fortemente verticali e tecnologici: Fabbrica Intelligente e Porto Intelligente. Il terzo, chiamato Smart up di impresa, è dedicato ad un tema orizzontale che può coinvolgere più ambiti imprenditoriali e industriali. Vediamoli nel dettaglio.

    Fabbrica Intelligente

    «Il territorio metropolitano possiede una tradizione di manifattura di alta qualità e per permettere che questa rimanga parte integrante del territorio è necessario che sia sempre più tecnologicamente avanzata” queste le parole del coordinatore del progetto Giorgio Cuttica.
    Digital manifactury (cioè l’uso di un sistema integrato basato su computer che comprende strumenti di simulazione, visualizzazione 3D, analisi e collaborazione, per il processo produttivo) e 3D Printing (stampa 3D o additive manufacturing è un processo di creazione di un oggetto solido tridimensionale di qualsiasi forma da un modello digitale. Si ottiene tramite un processo in cui vengono aggiunti strati successivi di materiale per creare la forma) sono gli ambiti sui quali si sta lavorando.
    L’approdo sul tavolo della stampa 3D si deve al fatto che abbia grande versatilità, sia cioè applicabile a più ambiti industriali e, in più, rappresenti un trend a livello mondiale.
    Proprio a proposito del 3D Printing è stata fatta una prima analisi a verifica della fattibilità per la realizzazione di una start up che se ne occupi. Ora è necessario che qualcuno prenda in carico l’azione e realizzi un business plan, ma in questo caso la situazione sembra di stallo.  Dovrebbero far parte di questa nuova impresa, per ora ancora solo sulla carta, imprenditori del territorio (grandi imprese) e giovani interessati all’attività.

    «La partenza di questo tavolo è stata vivace – racconta Cuttica – una serie di aziende del territorio hanno aderito all’iniziativa e il gruppo di lavoro si è attivato». Il passo successivo – che ancora non si è concretizzato – è trovare un imprenditore che si prenda la responsabilità di realizzare davvero il business plan per la creazione di una nuova impresa. Sicuramente sono molti gli interessati al progetto 3D Printing, ma la realizzazione è lenta. «Quello che conta è la forte volontà di realizzare, con metodi nuovi, manifactury 2.0 di cui il 3d printing è solo uno degli aspetti – sottolinea Cuttica –  vogliamo far nascere un laboratorio che possa mostrare alle aziende quale è il passaggio che devono compiere per essere al passo con i tempi, cioè con il cambiamento che i processi produttivi stanno affrontando. Fino ad oggi – continua il coordinatore – abbiamo perso, e continuiamo a farlo, i processi manifatturieri in cui ciò che contava era la manodopera a basso costo, ci salviamo invece quando a contare è la capacità delle nostre forze lavoro e tecnologie”.

    In parole più semplici è necessario individuare quali possano essere le difficoltà dell’impresa, trovare una soluzione tecnologica che le risolva e aiutare le PMI a inglobarla al proprio interno in modo da poterla utilizzare per fare profitto, fino ad attirare gli interessi delle multinazionali sull’eccellenza genovese.

    Porto Intelligente

    Genova e il suo porto. Commercio, turismo, sicurezza… La tecnologia quanto potrebbe aiutare le attività dello scalo genovese? A questa domanda cerca di rispondere Genova 2021 con il coordinamento di Fabio Bagnoli. «Lo scopo del tavolo di lavoro è definire un’offerta integrata di nuovi sistemi e servizi, che provenga da una filiera di aziende, sia grandi industrie che piccole e medie imprese, appartenenti al tessuto locale – racconta Bagnoli – vorremmo rinsaldare la collaborazione tra i soggetti industriali e le Autorità Portuali, in particolare quella di Genova, di modo da creare un polo di eccellenza a livello internazionale, anche facendo del Porto di Genova una vetrina della tecnologie e delle soluzioni delle nostre aziende».

    Sicuramente si tratta di un tavolo di non facile gestione perché gli attori coinvolti sono molti, e non va dimenticata la regolamentazione europea che governa tutte le pratiche che si svolgono all’interno di un porto. Ad oggi, da quanto ci ha raccontato l’ing Bagnoli, il tavolo si è occupato di fare una valutazione della situazione attuale e dei possibili sviluppi, legati sia alle esigenze degli operatori in ambito portuale sia agli aspetti normativi in via di definizione. Sulla base di quest’analisi e del confronto con l’Autorità Portuale di Genova, si stanno definendo una serie di possibili percorsi, legati ad aspetti di logistica e gestione processi, sicurezza (safety e security), reti di sensori e monitoraggio, sistemi di automazione ed efficientamento energetico.

    Smart up di Impresa

    Un pensatoio dedicato alle start up innovative, come aiutarle ad emergere e a fare profitto. Ne abbiamo parlato con Aldo Loiaconi coordinatore del tavolo.
    «Inizialmente, tramite interviste, è stata fatta una mappatura delle realtà attive sul territorio in modo da capire di cosa concretamente hanno bisogno. Lo scopo finale è realizzare un incontro fattivo fra il mondo industriale e quello delle start up. Mettere insieme strumenti che possano essere d’aiuto, cercare di aggregare tutto ciò che è presente sul territorio e inerente al tema». Fare sistema, dunque, anche sul tema delle start up evitando il proliferare di iniziative che corrono parallele ma non si incontrano né si confrontano.

    Il gruppo di lavoro che si occupa di questo tema è eterogeneo (membri di CCIAA, Università, Selex… e alcuni startupper stessi).
    La prima fase del tavolo ha portato al coinvolgimento diretto alcuni startupper per comprendere le difficoltà incontrate nella creazione di un’impresa. Il dato emerso è che la prima difficoltà è la mancanza di conoscenza del mercato, non riuscire a mettersi in rete, seguita ovviamente dalla mancanza di fondi.
    «Vogliamo arrivare alla definizione di un’organizzazione, un sistema che faccia da supporto a chi vuole creare un start up – sottolinea il coordinatore – se vogliamo usare una parola ricorrente: un incubatore».
    Il processo che dovrebbe portare alla creazione di questo “incubatore” è stato suddiviso in tre fasi.

    Fase 1: creazione di un punto informativo a cui lo startupper si possa rivolgere e confrontare per dare risposta ai suoi dubbi e trovare soluzioni ai problemi. «Una volta stimolata la nascita di un’idea imprenditoriale bisogna fare in modo che questa venga valutata – aggiunge Loiaconi – e fare in modo che si crei un collegamento on i possibili finanziatori e con i facilitatori».
    In questo senso si sta creando un database di persone (indicativamente over 50) che abbiano esperienza imprenditoriale alle spalle da poter investire per dare una mano ai giovani che hanno difficoltà a muovere i primi passi. Gli aiuti sono impiegati principalmente per confezionare la proposta, analizzare il dettaglio tecnico e per quanto riguarda la parte amministrativa e finanziaria.

    La fase 2 comprende tutte le azioni di formazione, tutoraggioL’obiettivo è fare in modo che si creino dei contatti fra chi vuole aprire una nuova impresa tecnologica e i professionisti in grado di aiutarli: un consulente del lavoro, un esperto sulla gestione del brevetto o marchio, ad esempio, o un esperto in fondi pubblici o finanziamenti e così via. Inoltre è stata individuata come possibilità concreta quella di fornire a queste persone un luogo nel quale lavorare, una sorta di co-working presso un’azienda ospitante che in qualche modo sia coinvolta nell’ambito di interesse, il fine ultimo auspicato è la collaborazione fra le due realtà.

    Infine una fase conclusiva di sostegno allo sviluppo, alla visibilità sul mercato e alla promozione per facilitare l’accesso alla rete d’imprese. «Le start up che sono ancora “vive” il secondo anno sono il 10%. In genere il primo anno si tratta di avvio, investimento, non si è ancora sul mercato, si è preso un brevetto, iniziato a lavorare sul prototipo ma il prodotto non è ancora sul mercato, ecco perché la terza fase è importante» conclude Loiaconi.

    Il più recente incontro dell’Associazione Genova 2021 ha fissato delle deadline riguardanti il progetto Smart up di Impresa. Entro luglio 2014 attivare e presentare un’ipotesi di modello e business plan dell’organizzazione/incubatore, entro novembre 2014 attivare e costituire la struttura.

    Nell’attesa qualcosa si è già mosso. Il gruppo di lavoro Smart up di Impresa ha permesso la nascita della start up Mirabilar (http://www.mirabilar.com/), costituitasi nei primi mesi del 2014 grazie alla messa in contatto degli startupper con consulenti ed esperti.

    Erzelli e Expo 2015

    Impossibile non inserire un commento sul Parco Scientifico e Tecnologico degli Erzelli di Genova che, come leggiamo sul white paper Genova 2021, è “una necessità urgente, per dare avvio ad una fase di sviluppo ordinato e sinergico delle molte potenzialità presenti sul territorio”.

    Come già vi abbiamo raccontato in passato (qui l’approfondimento), il progetto Erzelli è in stallo. «È un progetto ancora in fase embrionale – ha dichiarato Fabrizio Ferrari presidente di Genova 2021 – tutti i progetti di cui abbiamo parlato avrebbero la loro collocazione naturale al suo interno, non è nel potere dell’associazione far altro se non esprimere un suo interesse che questo venga realizzato. Il progetto va portato a termine, l’unica cosa sensata è risolvere le questioni in sospeso con buona volontà da parte di tutti nella ricerca di una soluzione univoca».

    Il presidente racconta che qualcosa si sta muovendo anche per Expo2015 «si sta pensando ad un quarto tavolo legato al mondo dell’ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) con un focus sulla realtà aumentata, tema tecnologico, oltre ad essere un tema su cui Telecom (socio promotore ndr) punta molto per l’Expo, abbiamo la speranza di riuscire ad aggregarci a tutta la tematica dell’esposizione».

    Come da premesse, il progetto è ambizioso e sicuramente importante per Genova, staremo a vedere se le attività in stallo si muoveranno e ci auguriamo che l’esempio di Mirabilar non rimanga il solo.

     

    Claudia Dani
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Intrecci Urbani, Genova si copre di lana. Un mese all’insegna dello yarn bombing

    Intrecci Urbani, Genova si copre di lana. Un mese all’insegna dello yarn bombing

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    Lo yarn bombing, letteralmente “bombardamento di filati”, è una nuova forma d’arte che nasce negli Stati Uniti nel 2005. Si tratta di un movimento internazionale che colora le città “vestendo” di lana e cotone statue, alberi, panchine e arredi pubblici. Una street art contemporanea che si esprime attraverso le antiche tecniche del lavoro a maglia e che usa la città come una tela da decorare con originali lavori artigianali

    Il successo della scorsa edizione, culminata in primavera con il grande evento al Porto Antico di Genova, è il biglietto da visita con cui si presenta l’edizione 2014 del progetto Intrecci Urbani. L’azione di yarn bombing (arte di strada che riveste gli arredi urbani e le strutture dei luoghi pubblici con coperture in filato colorato lavorate all’uncinetto o con i ferri) quest’anno coinvolgerà tutta la città. In questa seconda edizione compariranno ben nove installazioni di yarn bombing, nei parchi e nei giardini genovesi.

    Il progetto, promosso anche quest’anno dall’Assessorato Cultura e Turismo del Comune di Genova con la direzione artistica di Emanuela Pischedda dell’Associazione Culturale ColorInscena, si è potuto realizzare anche grazie alla collaborazione dei Municipi che hanno svolto un ruolo attivo nell’organizzazione e nel coordinamento delle attività a livello locale, nella creazione e tenuta delle reti dei partecipanti, nell’organizzazione degli eventi espositivi.

    Rispetto alla scorsa edizione si è passati da 80 a 97 gruppi di lavoro. Hanno aderito al progetto 38 associazioni culturali e della terza età, 12 scuole e istituti di formazione, 7 biblioteche e centri civici, 4 istituti per anziani e 24 strutture di vario genere tra cui asili privati, centri ricreativi e socio-sanitari per anziani e disabili, centri di educazione al lavoro, un gruppo di detenute del Carcere di Pontedecimo, la Banca del Tempo e centri di servizi educativi.

    Il tema sviluppato quest’anno è “Il Bosco Immaginario”. Elementi innovativi del progetto sono l’utilizzo di materiali di recupero e la realizzazione di manufatti tridimensionali. Vedremo quindi piante e animali di fantasia, “mostrilli” colorati e forme astratte realizzate non soltanto con lana ma anche con plastica, bottoni, stoffa, vecchi maglioni riciclati.

    Il programma di Intrecci Urbani 2014

    Il primo allestimento sarà inaugurato a Voltri nei Giardini di Piazza Odicini il 12 maggio alle ore 15. Questo l’elenco delle successive inaugurazioni:

    – Villa Scassi, Via Cantore, Sampierdarena (17 maggio, ore 14.30)
    – Giardini Piazza Manzoni, San Fruttuoso (22 maggio, ore 10)
    – Giardini Villa Bickley, Via Cervetto, Cornigliano (22 maggio, ore 15)
    – Giardini Magnanego, Via C. Reta, Bolzaneto (28 maggio, ore 16.30)
    – Giardini Pubblici della Doria, Struppa (30 maggio, ore 20)
    – Giardini Luzzati – vicino Piazza delle Erbe, Centro (30 maggio, ore 16.30)
    – Giardini G. Lercaro, Piazzale Rusca, Quinto (30 maggio, ore 14.30)
    – Giardino di Piazza Remondini – vicino Scuola Media Boccanegra, San Martino (6 giugno, ore 10.30)

  • La musica popolare: i padri della canzone d’autore e l’Italia contadina

    La musica popolare: i padri della canzone d’autore e l’Italia contadina

    agricolturaNel tracciare anche per sommi capi una storia della canzone (ed in particolare, di quel segmento che chiameremo “canzone d’autore”), occorre riconoscere un ruolo di particolare importanza – in particolar modo in Italia – alla musica popolare. È infatti proprio nell’ambito dell’area sociale definibile come “popolare” che maggiormente si evidenzia la presenza di un prodotto musicale, indicato come canzone, che instaura un rapporto diretto col sottostante mondo che lo ha prodotto, in termini di “custode”, di memoria, racconti di vita quotidiana e tradizioni.

    In tutto questo, oltre all’immediata produzione di senso, c’è l’importanza della continuità tra un “ciò che è stato” e “ciò che è”, almeno fino al momento in cui quella particolare canzone è stata scritta (e spesso come si è detto, non si è in grado di risalire ad un autore certo). Ci sono decine e decine di canzoni popolari che presentano variazioni nel testo, oltre che nella melodia, così come sarà possibile rinvenire linee melodiche utilizzate in diverse canzoni. Ma questo “slittare” di un testo, oltre che l’impiego parziale di linee melodiche, rientra in una pratica diffusa nel mondo popolare, ne costituisce un elemento di vitalità, e non è assimilabile al concetto di “copiare”. Tuttavia, per comprendere bene questo discorso dobbiamo aver chiaro che l’espressione “mondo popolare” va riferita ad una realtà che oggi – penso sia lecito dire “purtroppo” – non esiste più; un mondo che nulla ha a che vedere coi “quartieri popolari” delle grandi città, o con il sottoproletariato delle periferie degradate delle metropoli. Parliamo di una realtà sociale che in Italia, tuttalpiù può essere datata fino ai primi anni ’50 del secolo scorso, quando, appunto, la cultura contadina non era stata ancora assassinata e l’assassino (ossia il capitalismo industrialmente e tecnologicamente avanzato) non aveva ancora mostrato il suo vero e unico volto.

    Dobbiamo pensare (o forse ricordare?) ad una società semplice, fatta di lavoro duro, una società che, sbrigativamente, tutti noi definiremmo come “arretrata”, con un tasso di mortalità infantile e di analfabetismo molto alto. Ma in questi vissuti, prima dell’avvento dei mass media, del “villaggio globale”, di Mc Luhan e dello “Shock del futuro” di Toffler (importante libro edito nel 1970), i cantastorie svolgevano un ruolo essenziale.

    Non guardiamoli con occhi viziati di romanticismo: probabilmente non erano consapevoli dell’importanza che gli sarebbe stata riconosciuta successivamente. Erano agenti palesi al servizio della memoria, veicoli di conoscenza, tradizione, storia. Non è illegittimo identificare una linea di continuità tra gli antichissimi aedi e i cantastorie che, in un comprensorio relativamente vasto, si muovevano di paese in paese. Erano loro a tramandare le storie o le leggende e con i loro racconti cantati/recitati contribuivano a testimoniare la continuità dell’identità di una collettività.

    C’è un vecchio adagio che dice:  “canta che ti passa”, ma si potrebbe aggiungere: “canta che ricordi”. Gli antichi aedi, spesso ciechi, eseguivano tutto a memoria, con una declamazione ritmica, forse sostenuta da qualche appoggio strumentale o scarne linee melodiche che, appunto, facilitavano la memorizzazione. I cantastorie non erano ciechi, in linea di massima, non raccontavano di gesta epiche, di dei e di eroi. Le loro erano storie ambientate nelle vicende quotidiane; a volte si trattava di favole con una morale finale. A ciò che cantavano/raccontavano aggiungevano poi spontaneamente la cronaca dei fatti che acquisivano nello spostarsi da un paese all’altro: erano loro l’informazione, visto che i giornali avrebbero parlato di cose lontane e incomprensibili…e poi… chi li sapeva leggere?

    Gianni Martini

  • In via del Campo nascono i fiori: la storia di Rossella Bianchi, il ghetto e la comunità trans

    In via del Campo nascono i fiori: la storia di Rossella Bianchi, il ghetto e la comunità trans

    in-via-del-campo-nascono-i-fiori-rossella-bianchiL’abbiamo incontrata al Berio Cafè per la presentazione del suo libro In via del Campo nascono i fiori (edito da Imprimatur), lei è Rossella Bianchi, la trans presidente dell’Associazione Princesa fondata da Don Andrea Gallo. I lettori più attenti ricorderanno lo speciale di Era Superba sul Ghetto, chi scrive aveva già conosciuto Rossella in quell’occasione (qui l’intervista): mi era piaciuta subito, vedevo in lei grande dignità. Di poche parole, ma al contempo aperta e disponibile nei miei confronti, ha suscitato in me dal primo momento simpatia, ammirazione e curiosità. Rossella avrebbe tante storie da raccontare, mi dicevo. Adesso, quelle storie le ho trovate nel suo libro, un libro onesto, sincero e senza censure. E nel locale della biblioteca Berio, ho avuto la possibilità di approfondire con lei quello che all’epoca, per pudore e per rispetto, non le avevo chiesto.

    “Sono nato il 14 novembre 1942 in un paesino delle colline lucchesi da una famiglia contadina. Da piccolo sentivo il desiderio di immedesimarmi in una identità femminile. Fino a quando ho creduto di essere l’unica mente malata sulla faccia della terra, avevo pensato a come aggirare l’ostacolo: farmi prete”. Così scrive nel suol libro Mario Rossella Bianchi. Poi sappiamo già com’è andata: ha deciso di non farsi prete ed è arrivata a Genova, nei vicoli, dove tutt’ora esercita il mestiere più antico del mondo.

    L’arrivo a Genova, città in cui si è dovuta ambientare, le violenze, le amiche perse lungo la strada, la piaga della droga, poi l’arrivo di Don Gallo, come un angelo, come un amico, più di un padre.

    La storia di Rossella e del Ghetto

     «Farvi sorridere, emozionare e riflettere, senza pretese letterarie era lo scopo che mi ero posta e penso di averlo raggiunto». È una storia difficile la sua, come quella di molte altre trans arrivate negli ’60 (e poi nei decenni a seguire fino ad oggi) nel Ghetto, quadrilatero racchiuso tra Via del Campo, Via Lomellini, Via delle Fontane e Via Balbi. È una storia anche orgogliosa: quella di una persona forte e determinata. È la storia di chi ha vinto: ha vinto la sfida più grande, quella con se stessa, non solo con gli altri.

    «Fin dalle scuole elementari avevo capito che qualcosa in me non quadrava: ero attratta dai ragazzini. A 8 anni ho incontrato il mio primo (e unico: da grande mi sono rifatta abbondantemente!) amore platonico, che però non mi corrispondeva. Ho capito subito di essere “diverso” e le mie zie, quando lo hanno saputo, mi hanno mandata a Lourdes per chiedere la grazia alla Madonna e farmi tornare “normale”. Lì ho conosciuto una ragazzina di Milano che si è invaghita di me e mi ha invitata a trovarla nella sua città. Le mie zie mi hanno mandata a pranzo da lei, erano 7 tra fratelli e sorelle, il padre era un maresciallo della buon costume! Primo piatto servito a tavola, un vassoio di finocchi: oh Madonna, ho pensato, qui finisco nel piatto pure io!».

    Una simpatia naturale e intelligente, che coinvolge il pubblico del Berio Cafè  e cela una personalità più complessa e riflessiva «Tra i 15 e i 20 anni, ho scritto una cinquantina di poesie, tutte un po’ cupe: percepivo le difficoltà del futuro. Facevo la “checca pazza” in giro, facevo un vanto del mio essere diverso e mi autos-puttanavo (non esisteva ancora la parola outing), ma alla sera mi guardavo allo specchio e capivo che qualcosa non andava ed ero triste, di una tristezza leopardiana». All’epoca Mario viveva ancora nella provincia lucchese e iniziava a frequentare le prime amicizie gay. In quegli anni il battesimo di Mario come ‘Rossella’, un omaggio alla protagonista di “Via col Vento”: «tutti i miei amici gay avevano un nome femminile, di un’attrice o comunque con riferimento mai casuale. Avevo paura che mi dessero un soprannome brutto: pensate che una di noi la chiamavano “Aiutami a piangere”! Alla fine mi hanno chiamata Rossella perché, in preda a sofferenze amorose, decisi di reagire pronunciando la frase del noto film: “Domani è un altro giorno”. Sono passati 50 anni e sono ancora Rossella, anche se i miei documenti non dicono la stessa cosa».

    Nello stesso periodo le difficoltà a trovare un lavoro: la sua esuberanza non la faceva passare inosservata e, nella provincia toscana degli anni ’50-60, non erano molti quelli disposti a offrirle un lavoro. Da qui la decisione di emigrare a Genova. «Sono arrivata a Principe il 31 dicembre 1964: era la prima volta. Mi sono diretta in Vico delle Cavigliere, nel Ghetto, dove abitavano alcuni amici che mi aspettavano per festeggiare il capodanno: il tassista nemmeno voleva portarmici. Non nego che l’impatto sia stato brutto. Era sporco, pieno di prostitute e brutta gente, ma dopo pochi giorni me ne ero innamorata perdutamente e mi sono trasferita qui. C’era un’atmosfera nuova: qui non ti facevano sentire diversa, ero una come tutti. Così ho deciso di restare, ma non è stato facile, mi sono successe tante cose negative. Alla fine però non mi sono mai arresa».

    rossella-princesa-trans-ghettoLa sua vita privata, da questo momento, si intreccia con la storia del ghetto di Genova, segue le sue trasformazioni sociali e urbane. Il quartiere inizia a trasformasi, arrivano i ragazzi, travestiti, truccati e colorati. Anche Rossella così decide di tagliare i legami con la vita di prima… All’epoca era illegale: vigeva il reato di mascheramento, retaggio fascista (decaduto più tardi con una sentenza della Cassazione), così c’erano frequenti incursioni e arresti da parte delle forze dell’ordine. «Eravamo non transessuali ma travestiti: uscivamo la mattina pronte a tutto, anche ad essere arrestate e passare la notte in cella. Quando ci prendevano, ci rilasciavano la mattina dopo, con la barba che aveva vinto la battaglia con il fondotinta. Una lotta continua con la polizia fino agli anni ’70, ma siamo ancora qui».

    [quote]Molte di noi, nei primi tempi, non erano nemmeno troppo attraenti: sembravamo uscite da un film di Fellini e se il regista avesse fatto una capatina nei vicoli avrebbe trovato del bel materiale![/quote]

    Arrivano gli anni ’70, scompare la polizia ma sopraggiunge la piaga dell’AIDS, la droga, la morte per overdose, i suicidi: una peste. Era il 1975, era arrivata l’eroina e si era portata via l’entusiasmo e la gioia di vivere. «Ci sono caduti quasi tutti e l’ambiente era invivibile. Ci siamo salvate in poche: non le più intelligenti ma le più fortunate, quelle che non hanno incontrato le persone sbagliate nel momento sbagliato». Poi, negli anni ’90, l’immigrazione: arrivavano nel ghetto i diseredati, i “senza futuro”, quelli che erano costretti a delinquere perché non avevano scelta. Oggi la situazione si è normalizzata e chi è rimasto si è integrato.

    Fino alla storia die nostri giorni, l’ordinanza dell’ex sindaco Marta Vincenzi, che imponeva di chiudere i bassi perché un’offesa al pudore. Da qui una battaglia costata molti soldi, e una causa persa. Poi, però, siccome nulla viene per caso, c’è stato anche l’incontro con Suor Teresa, una suora brasiliana che è stata trait d’union tra le trans e Don Gallo: il padre che ha preso a cuore la causa delle Princese e le ha aiutate a restare nel ghetto. Anzi proprio lui le ha chiamate così: sapete da dove viene questo nome? Princesa era una trans brasiliana arrivata in Italia per guadagnare soldi per la madre e i fratellini. Lavorava a Roma e metteva da parte un buon gruzzolo che consegnava in custodia alla proprietaria della pensione in cui alloggiava; al raggiungimento della somma desiderata, scoprì che nel frattempo la padrona aveva speso tutto. Princesa l’ha accoltellata ed è stata condannata per omicidio: dal carcere ha scritto un libro, che ha poi ispirato la celebre canzone di Fabrizio De André.

    Il libro di Rossella si snoda attraverso gli eventi più importanti, quelli che come sliding doors hanno cambiato il corso della sua vita e di tutto il ghetto: «Ho vissuto una vita intensa, nonostante il carcere e le altre disavventure, ma non rimpiango niente. Se fossi stata diversa, non sarebbe stata così speciale. Vorrei che tutti la potessero vivere».

    La stesura del manoscritto è iniziata 4-5 anni fa: all’epoca era solo una bozza, un’idea che sembrava un sogno anche alla stessa autrice. Oggi il sogno è diventato realtà: l’appuntamento di martedì era il primo di una serie di incontri per la promozione del testo, che andrà oltre i consueti tre mesi. Lo conferma Domenico Chionetti, portavoce della Comunità di San Benedetto al Porto: «Partiamo dal basso in tutti i sensi, perciò il libro avrà una lunga promozione, cercheremo di portarlo in tanti territori e sarà presentato in estate anche all’interno del Gay Village romano. La storia di Rossella si legge tutta d’un fiato: la storia di una straordinaria emancipazione collettiva e della più grande comunità transessuale d’Italia».

     

    Elettra Antognetti