Autore: erasuperba

  • Villa Croce, “dietro le quinte” del Museo d’Arte Contemporanea: gestione combinata pubblico/privato

    Villa Croce, “dietro le quinte” del Museo d’Arte Contemporanea: gestione combinata pubblico/privato

    villa-croce-parchi-DIIl Museo d’Arte Contemporanea di Genova Villa Croce due anni fa ha intrapreso un nuovo corso, una gestione mista pubblico/privato e una curatrice scelta con un bando creato in collaborazione fra il Comune di Genova e alcuni soggetti privati, un modello di gestione combinato. I fondi provenienti dal Comune (indicativamente 500 mila euro l’anno) coprono le spese di gestione della struttura, degli stipendi e della manutenzione della collezione permanente, mentre tutto quello che riguarda organizzazione di mostre ed esibizioni è tenuto in piedi grazie al budget privato, 100 mila euro annui, che tocca alla curatrice gestire e suddividere fra le diverse manifestazioni.
    Con questa struttura Villa Croce riesce ad organizzare 5/6 mostre l’anno, ospita una serie di eventi paralleli organizzati da partner e collaborazioni di vario tipo, raggiungendo (nel 2013) un numero di visitatori poco sopra i 14 mila.

    Dal 2014 il museo ha scelto la strada dell’ingresso libero per avvicinare più persone all’arte contemporanea. Da gennaio a maggio 2014 il numero dei visitatori ha raggiunto circa 6000 presenze, dato che fa ipotizzare una crescita rispetto al 2013 (Musei di Genova, dati visitatori 2012/2013, l’approfondimento). Abbiamo incontrato la curatrice Ilaria Bonacossa, la direttrice Francesca Serrati e  il direttore del settore musei del Comune di Genova, Guido Gandino, per fare il punto sulla gestione di questo importante polo culturale cittadino.

    Villa Croce, la gestione pubblico/privato

    museo villa croce genova
    Villa Croce – Una villa neoclassica affacciata sul mare, immersa nel verde. L’edificio è stato donato dalla famiglia Croce nel 1951 al Comune. La sua attività museale è stata inaugurata nel 1985, ha una collezione permanente (Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli) di opere di arte italiana e internazionale fra cui Licini, Reggiani, Radice e Fontana. Oltre alla collezione e alle mostre temporanee può vantare una biblioteca con 25 mila volumi e 205 periodici, alcuni in abbonamento.

    Come funziona la gestione mista pubblico-privato che caratterizza il Museo D’Arte Contemporanea genovese?  Chi sono i soggetti coinvolti? «Il Comune si occupa della gestione della villa, dello spazio e copre il costo del personale assunto, delle utenze e delle altre spese di gestione – racconta Francesca Serrati – mentre tutto quello che riguarda il budget relativo a mostre ed esibizioni quello proviene da sponsor privati.  Restando comunque un museo pubblico abbiamo questa gestione unica nella sua formula».

    Gli sponsor privati sono Palazzo Ducale Fondazione per la cultura, il cui primo fondatore è il Comune, Hofima, Fondazione Garrone, Costa Crociere, Villa Montallegro, Banca Carige, Coeclerici. «Villa Croce è un museo diverso dagli altri – commenta Guida Gandino – ha una collezione permanente di tutto rispetto che però rappresenta solo una parte dell’attività del museo; Villa Croce vive di exhibit, di produzioni e esposizioni temporanee, ed è sempre stato così. Negli anni passati lo stanziamento comunale che veniva dato sulle esibizioni temporanee andava dagli 80 ai 100 mila euro, poi la contrazione delle risorse pubbliche ha portato ad una brusca riduzione. Da due anni a questa parte, per rispondere alle esigenze di un museo senza un ricca dotazione rispetto ad altri tipi di musei presenti sul territorio, si è operato affinché il budget destinato alle esibizioni fosse  messo a disposizione da sponsor privati. La Fondazione Ducale, che è il soggetto fondamentale e di traino, un’emanazione del Comune, un ente formalmente privato ma che collabora attivamente con la città e il Comune stesso, si è fatto capofila nei rapporti sia con Bonacossa (la curatrice) sia per quanto riguarda la definizione del comitato di soggetti privati  e di gallerie creando un legame con il mondo dell’arte contemporanea e del mercato per realizzare i programmi».

    Il Comune utilizza dunque i fondi per Villa Croce esattamente come fa per gli altri musei, ovvero «restauro, conservazione e valorizzazione della collezione propria. Le priorità vengono date al sostegno delle esigenze di sicurezza, di manutenzione, di gestione e il pagamento delle spese fisse (stipendi e bollette)».

    Accanto ai partner privati, il museo può contare anche sul sostegno dell’associazione culturale Amixi di Villa Croce nata per sostenere le mostre , gli eventi e le attività della Villa. «Le quote dell’associazione – sottolinea Francesca Serrati – hanno una destinazione diversa rispetto a quella dei finanziatori/sponsor, danno un contributo in particolar modo fattivo. Si organizzano cene e incontri, tutto in funzione della diffusione della conoscenza dell’arte e del museo». Il sito web della villa (www.villacroce.org), ad esempio, è stato pagato in toto dall’associazione dagli Amixi. Un’esigenza sentita da curatrice e direttrice per aprire nuovi canali in Italia all’estero e conquistare anche un pubblico diverso oltre a quello genovese. Il nuovo sito è direttamente gestito dal museo che, ovviamente, è anche presente su Facebook: «in meno di 2 anni e passata da meno di 300 a 4596 follower» racconta con entusiasmo Bonacossa, lei stessa gestisce la pagina social del museo.

    Chi e quanti sono i visitatori di Villa Croce?

    Il Museo d’Arte Contemporanea di Genova ha ospitato 14527 persone nel 2013 e circa 6000 nei primi cinque mesi del 2014. Non si tratta certo di grandi numeri (200 mila visitatori hanno visitato il MuMa- Musei del Mare Galata e Commenda di Pré – nel 2013), anche se i segnali di crescita fanno ben sperare per l’immediato futuro. «Il visitatore di Villa Croce è una persona che sceglie di visitare il museo e chiede delle collezioni nella maggior parte dei casi. Si tratta di visitatori consapevoli. Spesso purtroppo la Villa è ancora percepita come distante, quasi  periferica – commenta Serrati – attività comunicative ne facciamo molte e mi pare funzionino bene, come ufficio stampa istituzionale abbiamo quello comunale che ovviamente occupandosi dell’intera rete museale cittadina non può essere specifico».

    La segnaletica certo non aiuta, l’unico cartello che abbiamo trovato è situato proprio all’ingresso della villa stessa. Da poco però le informazioni riguardanti il museo sono state inserite fra quelle che si leggono sul pannello che svetta sopra l’ingresso delle biglietterie di Palazzo Ducale. «Indubbiamente i cartelli sono pochi – ammette Gandino – e poco visibili, stiamo realizzando in questo senso una serie di progetti che coinvolgono la tecnologia e l’orientamento delle persone, al momento stiamo lavorando sul centro storico ma arriveremo sicuramente anche a Villa Croce».

    La curatrice ci racconta che vorrebbe poter fare di più, che sicuramente servirebbe budget in più per gli allestimenti;  ma più di ogni altra cosa Bonacossa vorrebbe poter disporre di maggiori risorse da investire su «un dipartimento educativo, avere in sala dei mediatori culturali, qualcuno che sappia comunicare i lavori al visitatore. Quello che davvero manca al museo è un modello che non lasci le opere orfane».

    A questo proposito è stata firmata un convenzione con l’Accademia Ligustica di Belle Arti (qui l’intervista al presidente Giuseppe Pericu) che dovrebbe partire concretamente il prossimo autunno e in parte risolvere la mancanza segnalata dalla curatrice. Spesso è la direttrice stessa a rendersi disponibile per raccontare la collezione o le mostre ai visitatori, ma rimane il problema che questa funzione dovrebbe essere espletata in modo costante da personale dedicato. Intanto, è stata adottata la prassi che impone didascalie alle opere bilingue.

    verde-parchi-villa-croce-DiIn ultimo c’è spazio per il sogno, l’apertura della caffetteria del museo. Si tratta di un progetto realizzabile solo con un programma a lungo termine spalmato su almeno 10 anni di gestione continuata, per attirare a Villa Croce anche chi non frequenta abitualmente gli spazi espositivi dell’arte contemporanea, «soprattutto potendo contare su un parco che è quotidianamente frequentato da mamme e ragazzi» conclude Bonacossa.

    Chiudiamo il nostro racconto con la scure che incombe: i tagli imposti dalla legge che di anno in anno inesorabilmente si abbattono sulla cultura. Ma Gandino, almeno per Villa Croce ci rassicura «non credo che i tagli avranno impatto su Villa Croce, con la buona volontà anche dei privati si potrà garantire alla villa il sostegno economico».  La discussione sul bilancio approderà in Consiglio comunale a fine luglio, la sensazione è che almeno per quanto riguarda il Museo d’Arte Contemporanea tutto rimarrà come nel 2013, con un ammontare di finanziamenti simile, intorno ai 500 mila euro e uno sponsorizzato di 100 mila per le esibizioni.

     

    Claudia Dani

  • Riforma urbanistica nazionale, fra uso pubblico del suolo e proprietà privata

    Riforma urbanistica nazionale, fra uso pubblico del suolo e proprietà privata

    costruzione-casaFinora si tratta soltanto di un’ipotesi di riforma urbanistica, che tuttavia fa già discutere, visto che parliamo di una bozza di disegno di legge – redatta dal gruppo “rinnovo urbano” della segreteria tecnica del Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, guidato da Maurizio Lupi – riguardante i “Principi in materia di politiche pubbliche territoriali e trasformazione urbana“, destinata a ridisegnare le linee guida di governo del territorio, a distanza di 72 anni dall’ultima norma quadro statale, la Legge 1150/1942.
    Nei 21 articoli della bozza – suddivisi in Titolo I (Principi fondamentali in materia di governo del territorio, Proprietà immobiliare, Accordi pubblico-privati; art. 1-16) e Titolo II (Politiche urbane, Edilizia sociale, Semplificazioni in materia edilizia; art. 17-21) – vengono affrontate molteplici questioni alle quali in questi anni hanno provato a dare risposta prassi urbanistiche consolidate a livello locale, emanazione di leggi regionali (qui l’approfondimento sulla Legge ligure) spesso tra loro disimogenee, data la perdurante assenza di un’adeguata copertura legislativa nazionale.

    Lo schema concettuale alla base del nuovo dispositivo, però, è evidentemente caratterizzato da un’impostazione pianificatoria sbilanciata in termini privatistici, come si evince fin dall’articolo 1, nel quale si afferma “Ai proprietari degli immobili è riconosciuto, nei procedimenti di pianificazione, il diritto di iniziativa e di partecipazione, anche al fine di garantire il valore della proprietà conformemente ai contenuti della programmazione territoriale”, che trova conferma nell’art. 8 “Il governo del territorio è regolato in modo che sia assicurato il riconoscimento e la garanzia della proprietà privata, la sua appartenenza e il suo godimento […] Le limitazioni apposte alla proprietà che non hanno carattere generale e che non riguardano in generale una categoria di beni economici sono compensate”.
    Nel contempo, nel disegno di legge non compare mai la “partecipazione dei cittadini” in merito alle scelte urbanistiche, nè la possibilità di presentare osservazioni ed opposizioni, ad eccezione dell’art. 17 in cui si parla vagamente di “dibattito pubblico” soltanto in occasioni di operazioni di rinnovo urbano “…che comportano abbattimento e ricostruzione di porzioni di città”. Per altro, nello stesso articolo si sottolinea che tali operazioni “…possono essere realizzate anche in assenza di pianificazione operativa o in difformità dalla stessa, previo accordo urbanistico tra Comune e privati interessati”.
    Infine, viene sancito il principio della completa volatilità dei diritti edificatori, quando all’art. 12 si afferma “I diritti edificatori sono trasferibili e utilizzabili, nelle forme consentite dal piano urbanistico, tra aree di proprietà pubblica e privata, e sono liberamente commerciabili […] Ove i diritti edificatori, conferiti sia a titolo di perequazione, compensazione e premialità, siano ridotti o annullati a seguito di varianti del piano urbanistico, non obbligatorie per legge, il Comune deve indennizzare i relativi proprietari sulla base del criterio del valore di mercato”. Secondo alcuni esperti questo è il preludio alla distruzione della visione di città, senza dimenticare che, così facendo, la facoltà di edificare perde la sua natura urbanistica per trasformarsi in mero oggetto di un contratto (vedi l’articolo del professore Mauro Baioni sul sito specializzato Eddyburgh).

    La proposta del Governo è stata accolta con favore dall’Inu (Istituto nazionale di urbanistica), che in un comunicato esprime soddisfazione “Per la definizione di temi quali il ricorso alla semplificazione, alla perequazione, alla compensazione e alla fiscalità immobiliare; il rinnovo urbano; la definizione dei diritti edificatori, sebbene noi riteniamo che, detti diritti, nascono e muoiono con il piano e nel piano. Bene anche la formalizzazione di modalità operative già praticate grazie alle riforme regionali e alle buone pratiche locali: la rilocalizzazione degli insediamenti esposti a rischi naturali, la premialità ai fini della riqualificazione urbanistica, l’individuazione dei tempi di approvazione dei piani operativi comunali, la rimodulazione degli oneri di urbanizzazione in funzione dei contesti, la definizione di un contributo straordinario per le trasformazioni urbane. Sottolineiamo, inoltre, l’istituzione della Direttiva Quadro Territoriale e dei programmi statali di intervento speciali, nei quali si può leggere in controluce l’embrione delle politiche nazionali per le città. Consideriamo fondamentale che il testo si occupi finalmente di pianificazione di area vasta (Unione dei Comuni e Città Metropolitane) e spinga verso la pianificazione intercomunale”. Infine l’Inu ricorda che “Alla riforma nazionale del governo del territorio deve accompagnarsi un’organica e coerente riforma degli assetti istituzionali, con relative attribuzioni di competenze e chiare responsabilità politiche e di governo. Ci vuole, insomma, un raccordo pieno fra la riforma urbanistica nazionale proposta e la riforma del Titolo V della Costituzione, ove è abrogato il governo del territorio come materia concorrente, attribuita, invece, come esclusiva allo Stato”.
    Sull’altro fronte, pure il presidente dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili), Paolo Buzzetti, dalle pagine del “Sole 24 ore”, sottolinea la bontà dell’iniziativa “Soprattutto per dare copertura legislativa a una serie di innovazioni che si sono diffuse negli anni in leggi regionali e piani regolatori. Noi siamo per fissare regole nazionali uguali per tutti. Se certi strumenti funzionano, come perequazione e compensazione, dobbiamo farli applicare a tutti. Dobbiamo ragionare nel lungo termine, almeno 15 anni. Positiva è anche la parte che punta a spingere il rinnovo con sconti fiscali e premialità urbanistiche. Ma ragioniamo sull’opportunità di stralciarla dalla riforma urbanistica, che ha necessariamente tempi lunghi, per inserirla subito in un decreto legge.

    Il punto di vista di Giovanni Spalla, urbanista e architetto genovese

    vico-malatti-via-del-molo-genovaEra Superba ha chiesto un parere sulla bozza di riforma urbanistica all’architetto e urbanista genovese, Giovanni Spalla, voce critica dell’associazione Legambiente. «Partiamo da una questione di fondo: l’impostazione di questo disegno di legge è legittima dal punto di vista della legislazione europea?». Il professor Spalla si riferisce alla “Valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente naturale”, introdotta nella Comunità europea dalla Direttiva 2001/42/CE – detta Direttiva VAS (Valutazione ambientale strategica) – entrata in vigore il 21 luglio 2001. Nell’ordinamento italiano la Direttiva 2001/42/CE è stata recepita con la parte seconda del D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, modificata e integrata dal D.Lgs. 16 gennaio 2008, n. 4 e dal D. Lgs. 29 giugno 2010, n. 128. I principali elementi di innovazione introdotti con la VAS sono: il criterio ampio di partecipazione, tutela degli interessi legittimi e trasparenza del processo decisionale, che si attua attraverso il coinvolgimento e la consultazione dei soggetti competenti in materia ambientale e del pubblico in qualche modo interessato dall’iter decisionale; l’individuazione e la valutazione delle ragionevoli alternative del piano/programma, valutazione che si avvale della costruzione degli scenari previsionali di intervento riguardanti l’evoluzione dello stato dell’ambiente conseguente l’attuazione delle diverse alternative; il monitoraggio che assicura il controllo sugli impatti ambientali significativi derivanti dall’attuazione dei piani, così da individuare tempestivamente gli impatti negativi imprevisti e adottare le opportune misure correttive.

    «Nella bozza non c’è un minimo riferimento alla Vas – spiega Spalla – Si tratta di una mancanza inspiegabile. Seppure con ritardo, la Vas è stata recepita dalla legislazione nazionale e negli ordinamenti regionali. Pensiamo al caso di Genova. La Regione Liguria, giustamente, finora non ha dato il suo via libera al preliminare di PUC del Comune, proprio perchè non rispetta la Valutazione ambientale strategica a cui è sottoposto il piano regolatore, ad esempio sul punto della partecipazione che, secondo la Vas, è elemento strutturale del processo pianificatorio, e deve essere garantita prima ancora di definire gli obiettivi della pianificazione, durante la definizione, e successivamente. Un concetto innovativo completamente bypassato dal disegno di legge». Inoltre, continua Spalla «Ogni volta che si redige un piano/programma che prevede la trasformazione del territorio, prima di intervenire occorre valutare i possibili effetti sull’ambiente (inteso l’insieme di vari elementi come suolo, sottosuolo, corsi d’acqua, ed altri fattori di rischio) diretta conseguenza degli interventi previsti, cercando di eliminare tali rapporti di causa-effetto, e predisponendo misure di attenuazione degli impatti contemplati. La Regione Liguria ha sostanzialmente bocciato il PUC di Genova proprio perchè lo considera reticente in merito a questi aspetti».

    Con deliberazione n. 689 del 6 giugno scorso la Giunta regionale ligure sottolinea di “non ritenere atto di ottemperanza al parere motivato di VAS sul progetto preliminare del PUC di Genova – DGR 1280/2012 -” il documento “verifiche/ottemperanze” del Comune, DCC n. 6/2014, finalizzato alla realizzazione del progetto definitivo di PUC.
    «Le critiche della Regione sono del tutto condivisibili dal punto di vista urbanistico e ambientale – spiega Spalla che recentemente è intervenuto per sostenere la sua contrarietà al progetto di trasformazione del distretto Fiera Piazzale Kennedy – Soprattutto quando imputano al Rapporto Ambientale del Comune di non “descrivere i possibili effetti significativi (compresi quelli secondari), cumulativi, sinergici a breve, medio, lungo termine, permanenti e temporanei, positivi e negativi […] di demandare a pianificazione di settore o a pianificazione attuativa né la descrizione e quantificazione di tali effetti né la soluzione dei possibili impatti da essi generati”».

    Dalla bozza di Ddl emerge, quale esigenza improcrastinabile, rimettere mano – sul piano politico – a tutta la legislazione centrale e locale in materia urbanistica. «L’obiettivo è sicuramente condivisibile – sottolinea Spalla – anche perché finora le Regioni spesso hanno legiferato in maniera difforme una dall’altra, e sovente non hanno lavorato a sufficienza, ad esempio per quanto riguarda la mancata realizzazione dei piani territoriali regionali. Dunque, se lo Stato intende riacquistare delle funzioni programmatorie e di pianificazione, è un fatto positivo, che tuttavia deve trovare migliore spiegazione nelle pieghe della legge».
    L’art. 5 del Ddl, infatti, afferma “Per l’attuazione delle politiche in materia di “governo del territorio” lo Stato adotta una Direttiva Quadro Territoriale (DQT) […] La DQT definisce gli obiettivi strategici di programmazione dell’azione statale e detta indirizzi di coordinamento al fine di garantire il carattere unitario e indivisibile del territorio”.

    L’impostazione della nuova normativa, prettamente a beneficio della proprietà immobiliare, lascia perplesso l’urbanista Spalla. «In effetti sembra una legge funzionale ai privati. Il tema della proprietà va posto a livello nazionale. La bozza di Ddl tocca uno dei vulnus più gravi dell’urbanistica italiana, che non ha mai chiarito il rapporto tra uso pubblico del suolo e diritto della proprietà privata. Se noi facciamo coincidere questi due elementi, significa che tutto il territorio diventa edificabile. Vuol dire, allora, che i piani regolatori stabiliscono un indice di edificabilità su tutto. La perequazione vuol dire questo. Nella pratica reale, però, tale istituto (che trova attuazione tramite l’attribuzione a tutte le aree soggette a trasformazione urbanistica di diritti edificatori senza distinzione tra destinazioni d’uso pubbliche e private, ndr) si è rivelato un fallimento».

    Infine, Spalla mette in evidenza due ulteriori strumenti, citati nell’art. 12 del Ddl, e considerati dall’urbanista estremamente pericolosi, ovvero la trasferibilità e la commercializzazione dei diritti edificatori. «Siamo dinanzi alla completa volatilità dei diritti edificatori. Così il territorio diventa un campo di battaglia dei poteri forti, come purtroppo già avviene, ma la situazione non può che peggiorare. Questo è un modo mafioso di vedere il territorio. Così non esiste più una visione di città, si cancella il rispetto per la storia della città e della sua morfologia, tutto in funzione della speculazione. Io sono un urbanista e, dunque, posso ipotizzare le ricadute di simili scelte nell’operare concreto, insomma nel realizzare i vari piani/programmi urbanistici, quindi le leggi regionali, i piani territoriali regionali, i piani regolatori, ecc. Di conseguenza, il mio giudizio generale sul Ddl è negativo ».

     

    Matteo Quadrone

  • Le Graminacee: rustici ciuffi d’erba dai colori inaspettati

    Le Graminacee: rustici ciuffi d’erba dai colori inaspettati

    graminacee-1Nell’articolo di questa settimana ci occuperemo delle Graminacee (nel Regno Unito “Ornamental Grasses” cioè, letteralmente, varietà di erba ornamentale) e del loro impiego nei moderni giardini. Queste piante sono ancora oggi poco conosciute ma erano, solo qualche anno fa, del tutto ignote, almeno in Italia. In generale, esse sviluppano cespugli di medie dimensioni che ricordano l’erba selvatica. Le foglie sono lanceolate, verdi, grigiastre, rossastre, brunastre, bianche e verdi, più o meno lunghe e dalle conformazioni molto variabili.

    graminacee-2Le moderne varietà, impiegate in botanica e nel landscape design, sono estremamente diversificate per forme, colori, dimensioni e possibilità di impiego. Dato il numero incredibile di tipologie esistenti, ricordiamo: Feather Reedgrass, Fountaingrass, Pennisetum Villosum, Cortadeira Selloana “Punila”, Stipa Tenuissima… Moltissime piante producono poi vistose spighe che troneggiano sui cespugli. Queste ultime sono particolarmente interessanti da un punto di vista estetico. Verdi e molli si piegano ai venti primaverili, giallo brunastre spiccano in autunno ed inverno sulla neve candida. Questa famiglia di piante è poi numerosissima e giunta recentemente alla ribalta per validissimi motivi. Le Graminacee sono infatti rusticissime e robustissime. Non richiedono terreni profondi per proliferare, resistono al caldo intenso ed al freddo anche pungente, agli sbalzi di temperatura, non necessitano di concimazioni o terreni particolari di coltura, non abbisognano di potature e non sono neppure soggette a malattie. Si possono abbinare ad altre piante rustiche (ad es: Sedum o piante tipiche della flora mediterranea e dalle simili esigenze colturali) o mescolare tra loro le differenti varietà, creando insiemi sempre diversi ed eterogenei. In quest’ultimo caso si potranno creare vere e proprie “onde” verdi, grigiastre o dei colori più vari che ammantano il terreno ed oscillano al vento, con effetti inaspettati e sempre nuovi.

    Dal punto di vista estetico, le Graminacee sono molto lineari e dalle linee pulite e scultoree. Si prestano quindi benissimo ad essere inserite in contesti ed edifici moderni, dove spiccano a contrasto con cemento, vetro ed acciaio. Sono anche perfette per essere impiegate sui tetti verdi, dove il poco terreno a disposizione ed il notevole irraggiamento solare rendono difficile la sopravvivenza di molte altre piante.

    Esempi celebri di loro recente impiego si possono trovare sia sulla High Line di New York che negli spettacolari giardini di Piet Oudolf. Quest’ultimo è noto proprio per il frequente utilizzo, nei suoi progetti, delle Graminacee. Egli realizza infatti particolari spazi verdi che richiedono poche cure e sono a c.d. “bassa manutenzione”, incentrati su grandi gruppi omogenei di piante. Tutte le essenze da lui impiegate sono poi estremamente frugali e variano, da luogo a luogo, a seconda della loro collocazione, dei gusti e delle diverse esigenze del committente. Si hanno così giardini semplicissimi da mantenere in una varietà potenzialmente infinita di forme, di insiemi e di colori.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Via dei Giustiniani: ex casa occupata, scuola Garaventa e Common-Lab. La nostra visita

    Via dei Giustiniani: ex casa occupata, scuola Garaventa e Common-Lab. La nostra visita

    giustiniani-2Il nostro consueto appuntamento con #EraOnTheRoad si è concentrato ieri su una delle parti del centro storico più lontane dai riflettori: Via dei Giustiniani, spesso zona presa come esempio per la piaga delle serrande abbassate, dello scarso movimento e dalla nascita di poche iniziative di rigenerazione urbana. È davvero così? Siamo andati a far visita ai ragazzi di Common-Lab nuova realtà di coworking e abbiamo affrontato con il presidente del Municipio Simone Leoncini il futuro dell’ex Scuola Garaventa e, infine, constatato la totale immobilità che incombe sul complesso Via Dei Giustiniani 19, reso celebre dall’occapazione e relativo sgombero di due anni fa.

    Common-Lab in via dei Giustiniani, la nostra visita

    Come prima tappa, abbiamo visitato il neo-nato Common-Lab, nuova realtà (inaugurata solo lo scorso 6 giugno) creata allo scopo di portare il coworking nei caruggi del centro. Abbiamo parlato con il fondatore, Danilo Schiara, e con Monica Poggi, una del team dei nove soci che hanno creduto in questa scommessa.

    Si tratta di una associazione di promozione sociale, uno spazio di coworking adatto ad nuovo modo di lavorare, spiegano i fondatori: “più confortevole, più accogliente, più economico, più attento alla persona e ai suoi bisogni… Mettete una via in centro città, aggiungete un acquario, un buon caffè, wifi, una poltrona rilassante, ed è fatta. Common-lab è un’idea semplice con la prerogativa di essere alla portata di tutti”.

    common-labUna community, un incubatore di idee per l’impresa e per il singolo, un centro per lo sviluppo delle competenze singole e collettive: comunque la si voglia vedere, la missione di Common-lab è quella di promuovere una nuova cultura imprenditoriale all’insegna di eticità, socialità e rispetto dell’ambiente. L‘attenzione all’essere umano, oltre che al lavoro: questa è infatti la particolarità che caratterizza l’esperienza di questo coworking che si unisce ai tanti che sono nati in città o stanno nascendo (da quello al Porto Antico, al TAG agli Erzelli, a Boccaccio-Passoni in Salita Santa Caterina, e altri ancora). «Non ci sarà rivalità con le altre realtà analoghe – racconta Monica – naturalmente collaboreremo, visto che per il momento siamo tutti soggetti con identità diverse: c’è chi punta più su editoria e new media, chi si concentra sulle nuove tecnologie, e ci siamo noi che puntiamo sulla dimensione sociale. Il fulcro di tutto, l’iniziatore dell’esperienza, è Danilo (poi ci siamo accodati noi altri soci), che è un commercialista “anomalo”, specializzato nel no profit e nel mondo dell’associazionismo, nonché gestore di circoli Arci; poi c’è Gabriella, esperta di grafica ma con trascorsi nell’associazione Italia-Cuba; poi ancora Luana, che fa parte di Eticologiche, io che ho all’attivo l’esperienza di Yeast e dell’orientamento al lavoro, e tanti altri. Puntiamo sulla sostenibilità ambientale e sul sociale, sul supporto e sul fare rete tra imprese e soggetti. C’è chi pensa che il coworking sia solo l’affitto di una scrivania a prezzi vantaggiosi, ma non è tutto qui. Certo, in senso stretto è così, e ciò ha anche grossi vantaggi, ma la cosa importante è la possibilità di lavorare fianco fianco ad altri professionisti con competenze diverse, incrementare le conoscenze, perfezionare le competenze, offrire ai propri clienti un plus, un valore aggiunto nella prestazione lavorativa».

    Al coworking di Via dei Giustiniani, insomma, troviamo davvero tanto fermento: «L’idea – continua Monica – è quella di organizzare anche eventi esterni qui, e eventi interni, in cui ciascuno di noi soci metterà a disposizione le proprie competenze. Ad esempio, pensavamo già a un evento informativo curato da Danilo in cui spiegare ai cittadini interessati come funziona la partita iva: non solo come e perché aprirla, ma come gestirla e quali vantaggi/svantaggi ne derivano».

    Il tessuto sociale

    giustiniani-vicoli-centro-storicoCi confermano i fondatori che secondo loro Common-Lab ha grandi potenzialità nell’aiutare la ripresa del tessuto sociale del centro: lo spazio dedicato al coworking è nato grazie alla collaborazione della ditta Ri.geNova srl, che si occupa di interventi di riqualificazione nel centro storico genovese. Danilo ci racconta tutta la storia: «Siamo una zona in cui ultimamente si vedono molte serrande chiuse. Oggi siamo un presidio su strada, con il locale aperto, l’accesso libero e l’accoglienza con desk informativo sempre attivo. La zona all’inizio ci sembrava più ‘morta’, poi stando qui abbiamo visto che in realtà c’è fermento e c’è passaggio, ma mancano stimoli. Noi speriamo di portare qui intanto lavoratori e imprese, poi anche persone semplicemente interessate al coworking, studenti, ecc. Vogliamo diventare un polo attrattivo, dare avvio a una nuova partenza, fungere da sportello informativo. Speriamo di lanciare molte nuove realtà e business, e di ingrandirci: abbiamo già aperto un canale con Ri.Genova e un domani potremmo collaborare con loro e chiedere in affitto altri locali in zona, per noi o per i nostri clienti. Abbiamo già instaurato un buon rapporto con gli altri esercizi del quartiere, in particolare il ristorante Jamila, altro presidio: il proprietario, Mamadou, ci ha detto che per lui questa via si dovrebbe chiamare “Via di Mamadou”, non dei Giustiniani, perché lui è l’unico aperto, l’unico che la vive e la ravviva. Noi vogliamo fare squadra con lui».

    La struttura

    Commenta ancora Danilo: «Prima qui c’era una pasticceria. Noi siamo arrivati dopo tre anni di chiusura del locale e l’abbiamo trovato in uno stato indecente: animali, umidità, trascuratezza e degrado. L’amministrazione non dovrebbe permettere questo degrado. Ad esempio, sapevate che qui vicino c’è uno dei vicoli più stretti di Genova, Vico Basadonne? I turisti vengono a fotografarlo, ma lo stato della strada è impresentabile: perché non si punta sulla promozione turistica e non si incentivano i visitatori a  spingersi fin qui?».

    Danilo e compagni hanno le chiavi dallo scorso dicembre, e  in soli 6 mesi hanno fatto un miracolo. Lo spazio qui è organizzato su 3 piani, quello interrato ospita la cucina che sarà data in gestione a terzi. Diventerà uno spazio utilizzabile da chi ha uffici qui in zona e vuole venire qui in pausa pranzo, sia per comprare il cibo, che per cucinare. Lo stesso per chi affitta, naturalmente, la scrivania qui, e anche per gli abitanti del quartiere. A breve arriverà anche un’altra socia, una nutrizionista e life coach che, in linea con la proposta di attenzione all’individuo e alla vita sana, darà consigli a chi è interessato su alimentazione sana e stile di vita equilibrato. «Vogliamo un posto di lavoro a misura di individuo, dove produrre rilassandosi. Saranno a disposizione prodotti vari, come caffè napoletano prodotto in una torrefazione a legna del 1800, una delle poche ancora attive. Offriremo prodotti particolari, etici, per uscire dalla banalità».

    La città di Genova è pronta per il coworking? In un panorama nazionale già piuttosto indietro rispetto al resto d’Europa, ma in molti casi più avanti della Liguria nel recepire le nuove tendenze, quella di Common-Lab è una scommessa difficile. «Genova non ha ancora capito le potenzialità del coworking – dice Monica – Se ne parla perché c’è crisi, e si fa di necessità virtù: si cerca di fare squadra e unire le forze e condividere l’ufficio. Ma le potenzialità reali vanno oltre. C’è un risparmio oggettivo e concreto (su bollette e affitto), e un guadagno simbolico ma ancora più importante: quello che deriva dalla condivisione delle conoscenze. È un arricchimento indiretto».

    Ex Scuola Garaventa in via San Giorgio 1

    Seconda tappa, la ex scuola Garaventa di Via San Giorgio, di recente balzata agli onori della cronaca dopo l’occupazione estemporanea dei giovani del LSOA Buridda, costretti a lasciare lo scorso 4 giugno i locali di Via Bertani. La scuola elementare è rimasta in funzione fino al gennaio 2014, quando è diventata operativa la nuova, discussa scuola di Piazza delle Erbe, in cui si sono trasferiti gli alunni di Garaventa e Baliano.

    Quale futuro per la Garaventa? Lo sgombero si è ufficialmente concluso questa mattina, i ragazzi del Buridda hanno trovato un’altra sede in Corso Montegrappa (ex Magistero ed ex Facoltà di Scienze Sociali), e per l’edificio di Via San Giorgio si continua a parlare del progetto di trasferimento degli uffici del Municipio Centro-Est. Ne parliamo con il vicesindaco Stefano Bernini «Confermo il progetto di insediamento di uffici pubblici, ma dobbiamo attendere l’avvio di alcuni lavori di ristrutturazione che rendano agibile tutto il complesso. Avevamo fatto richiesta al fondo della Cassa Depositi e Prestiti e Ri.Genova srl per finanziare gli interventi, ma non abbiamo avuto notizie».

    Insomma, è tutto fermo? Chiediamo lumi direttamente a Simone Leoncini, Presidente del Municipio I, che ci espone la situazione più nel dettaglio: «Al momento all’interno della scuola c’è ancora materiale scolastico, e l’ipotesi di un nostro trasferimento resta, ma non si tratta di una cosa immediata. In questi mesi, oltre allo spostamento del Municipio dall’attuale sede di Piazza Santa Fede, si è fatta avanti anche l’idea del trasferimento di Aster, oggi in Via XX Settembre, in una sede da alienare. Lo spostamento è sicuramente da fare: dalle prime stime pare che inserendo qui il Municipio, si potrebbe eliminare il passivo e ci sarebbe un risparmio di circa 200 mila euro all’anno. Inoltre, spostando il Municipio, sarebbero liberati altri spazi per uffici comunali: si pensa all’ATS (Ambiti Territoriali Sociali, n.d.r.), oggi diviso tra le due sedi di Villa Piaggio (in cui a breve partiranno i lavori del POR) e Piazza della Posta Vecchia, che andrebbe a trasferirsi tutto a Santa Fede. Sarebbe opportuno avere una sede unica, anche per ridurre i costi, visto che ATS ha sempre meno risorse. Portare il Municipio qui ha un valore anche sociale: sarà un presidio sociale e della legalità, in una zona come quella di Via/Piazza San Giorgio ancora problematica. Portare qui ogni giorno almeno 200 persone sarebbe una bella scommessa e un bel segnale di ripresa».

     Via dei Giustiniani 19, ex casa occupata

    Infine, non poteva mancare la ex casa occupata di Via dei Giustiniani 19. Svuotata definitivamente dal 2012 (dopo anni di incertezza: prima utilizzata dalla associazioni sociali del centro, poi sgomberata nel 2006 e rioccupata dai ragazzi nell’ottobre 2011 fino all’agosto 2012, leggi la nostra inchiesta), qual è la situazione attuale? Ci sono progetti di riqualificazione o la struttura è nuovamente caduta nel dimenticatoio? «Per il momento non sono in previsione interventi di ristrutturazione», comunica telegrafico il vicesindaco Bernini. Dall’Ufficio Patrimonio del Comune di Genova ci informano che, in base alla legge sul federalismo demaniale, il Comune potrebbe richiederlo al Demanio e farlo diventare di sua proprietà (qui il recente approfondimento sullo stato delle richieste da parte di Tursi), anche se a noi non risulta. L’immobile non sarebbe più di proprietà del Demanio, bensì oggetto di cartolarizzazione con la Cassa Depositi e Prestiti e quindi non potrebbe rientrare nella lista degli immobili da acquisire. Una situazione emblematica, che non porta certo ad immaginare una nuova destinazione d’uso in tempi brevi, anzi, sembrerebbe proprio che sull’ex sede del Partito Nazionale Fascista regni il più totale immobilismo, oltre che una preoccupante confusione di informazioni. Un peccato che un immobile del genere, così spazioso e centrale, rimanga abbandonato.

     

    Elettra Antognetti

  • Forte Begato, il Comune apre le porte ai cittadini. Il primo passo verso la riqualificazione

    Forte Begato, il Comune apre le porte ai cittadini. Il primo passo verso la riqualificazione

    forte-begato33Come anticipato nelle scorse settimane da Era Superba, sabato 28 giugno il Comune aprirà alla città le porte di Forte Begato per dare vita a una giornata di festa ma, soprattutto, per muovere il primo passo ufficiale verso l’ambizioso progetto-chimera elaborato dagli uffici comunali per il recupero e la riqualificazione dell’intero sistema fortificato genovese (qui l’approfondimento).

    Riqualificazione Forte Begato >> l’approfondimento e le immagini

    In programma escursioni, passeggiate, incontri e presentazioni, ma anche un contest fotografico aperto a tutti.
    “Il Comune ha chiesto all’Agenzia del Demanio l’acquisizione dei forti genovesi sulla base delle nuove disposizioni previste dal Federalismo Demaniale – si legge sulla nota stampa del Comune – ed ha predisposto un programma di valorizzazione del sistema difensivo che è in corso di definizione. La fase di avvio del programma prevede il trasferimento di un primo lotto di beni, costituito dai forti Tenaglie, Crocetta, Begato, Sperone, Puin e di parte del Castellaccio. Per rendere la cittadinanza partecipe di questa iniziativa il Comune sta organizzando una grande festa che si terrà a Forte Begato il 28 giugno. Nell’occasione il Forte sarà aperto ai cittadini, che potranno accedere a tutti gli spazi a sud dell’edifico principale, compresi i manufatti minori. La giornata sarà animata da diverse iniziative, come passeggiate guidate a carattere storico o naturalistico, incontri con esperti, un concorso di fotografia, disegni per i bambini, spettacoli di artisti di strada, ecc. Sarà organizzato un servizio di prestito giornaliero di libri dedicati alla storia della città e dei suoi forti. Si potrà osservare il sole grazie al telescopio messo a disposizione dall’Osservatorio Astronomico, effettuare escursioni in mountain-bike e altro ancora. Chi arriverà da Granarolo con la cremagliera lungo il viaggio potrà ascoltare le sue storie ed i suoi segreti”.

  • Garanzia Giovani Liguria: piano europeo contro la disoccupazione giovanile

    Garanzia Giovani Liguria: piano europeo contro la disoccupazione giovanile

    regione-liguriaIl primo maggio 2014 è ufficialmente partita la Garanzia Giovani (Youth Guarantee), il piano europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile che prevede l’erogazione di finanziamenti – per i Paesi membri con tassi di disoccupazione superiori al 25% – destinati a politiche attive di orientamento, istruzione, formazione e inserimento al lavoro, al fine di sostenere i giovani (dai 15 ai 29 anni) non impegnati in un’attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo (Neet – Not in Education, Employment or Training).
    Il Programma Operativo Nazionale individua le azioni comuni su tutto il territorio italiano, mentre ogni Regione ha adottato il proprio piano attuativo. Per la Liguria parliamo di oltre 27 milioni di euro (M) da investire – nel biennio 2014/15 – per contrastare l’emergenza lavoro con misure tradizionali, quali la formazione (circa 9 M dei complessivi 27 M), i tirocini extra curriculari (5 M), l’accoglienza, la presa in carico e l’orientamento (1,8 M), gli incentivi fiscali alle imprese (il cosiddetto “bonus occupazionale” che sarà gestito dall’Inps; 2,7 M in Liguria), ed altri interventi più innovativi, come l’accompagnamento al lavoro (3,9 M), il sostegno all’autoimpiego e all’imprenditorialità (3,2 M), la mobilità professionale transnazionale e territoriale (798 mila euro), il servizio civile (500 mila euro).
    Alla data del 12 giugno si sono registrati a Garanzia Giovani 82.713 ragazzi/e, 51.784 lo hanno fatto attraverso il sito nazionale (www.garanziagiovani.gov.it) e 30.929 attraverso i portali web regionali. In Liguria finora è stata raggiunta quota 547 (ovvero, in termini percentuali, lo 0,7% del totale).

    cercare-lavoroIl programma Garanzia Giovani è attentamente monitorato – ogni settimana – dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per verificare l’effettiva funzionalità degli interventi, e viene rendicontato alla Commissione Europea che ha istituito una premialità per le nazioni virtuose, capaci di utilizzare gli strumenti in modo efficace, e nel contempo toglierà risorse a chi non sarà in grado di usarle in maniera adeguata, già durante il corso del programma e non soltanto al termine. Le Regioni hanno una funzione di coordinamento della rete dei servizi pubblici per l’impiego (e privati accreditati) – chiamata a gestire la fase di accoglienza e orientamento, per individuare singoli percorsi individuali in linea con le rispettive attitudini, nonché esperienze professionali – e dovranno eseguire l’attività di monitoraggio degli interventi, allo scopo di osservare il processo di attuazione delle misure, i servizi erogati, il numero ed il profilo dei beneficiari, l’avanzamento della spesa.
    Il piano è un’occasione importante per le imprese che potranno beneficiare delle agevolazioni previste nei diversi territori regionali. Il Ministero sta coinvolgendo le aziende attraverso la sottoscrizione di protocolli con le principali associazioni di categoria. Sono previsti bonus occupazionali per le nuove assunzioni ed incentivi specifici per l’attivazione di tirocini e contratti di apprendistato, o la trasformazione di un tirocinio in contratto di lavoro; inoltre, strumenti di accesso al credito sono messi a disposizione dei giovani per favorire l’autoimprenditorialità e l’autoimpiego. Per accedere a tali benefici le aziende rispondono ad avvisi pubblici e bandi regionali, nei quali sono indicate modalità di partecipazione e prerequisiti necessari.

    «Considerato che nella nostra regione il 21% dei giovani non studia e non lavora, penso sia prioritario intervenire nell’efficientamento delle strutture pubbliche deputate all’incontro tra la domanda e l’offerta nel mercato del lavoro – ha recentemente affermato il consigliere regionale d’opposizione Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti) – La Liguria ha di fronte a sé la grande sfida del progetto europeo Garanzia Giovani. È importante che, in questa prospettiva, i Centri per l’impiego (Cpi), porta di accesso alla Garanzia Giovani, arrivino preparati in termini di efficienza, risorse ed organizzazione. Inoltre, la Liguria a differenza di altre Regioni, ha scelto di non creare un portale ad hoc per il progetto. A mio parere occorre rimediare subito, visto che internet, per il 62% di ragazzi/e, è lo strumento privilegiato di informazione, anche quando si tratta di cercare un lavoro».

    Lorena Rambaudi, assessore alle politiche sociali della Regione Liguria e coordinatore nazionale della Commissione politiche sociali della Conferenza delle Regioni, su Servizio Civile, Regioni e Garanzia Giovani, conferma «La Garanzia Giovani è una buona opportunità e allo stesso tempo una grande sfida. Infatti, dovremo essere capaci di concretizzare le azioni progettate nel piano attraverso i servizi che abbiamo a disposizione. L’obiettivo è avvicinare il mondo della formazione scolastico-professionale dei ragazzi con il mondo delle imprese e del lavoro, due universi oggi ancora troppo distanti».
    «Il servizio civile è uno degli assi di intervento previsti dal programma, alcune Regioni hanno deliberato risorse importanti in merito – continua Rambaudi – Teniamo conto che spesso l’esperienza formativa del servizio civile si trasforma in concreta opportunità occupazionale. A livello nazionale abbiamo cercato di chiarire come orientare i fondi disponibili. Per le Regioni dotate di leggi sul servizio civile regionale, questo è il caso della Liguria, i finanziamenti saranno orientati in tal senso. Per le Regioni che non hanno proprie specifiche leggi, invece, l’idea è quella di fare un unico bando di servizio civile nazionale 2014-15, al quale saranno unite le risorse della Garanzia Giovani. In Liguria parliamo di 500 mila euro destinati al servizio civile regionale, non tramite bandi ma, come stiamo già facendo, attraverso collaborazioni con enti accreditati (patti di sussidiareità), un sistema più flessibile in grado di adattarsi per coinvolgere singoli giovani».

    La Giunta regionale, con Delibera n. 503 del 29 aprile scorso, ha approvato lo Schema di Convenzione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per la realizzazione in Liguria del Programma Operativo Nazionale per l’attuazione della Iniziativa Europea per l’Occupazione dei Giovani. La data prevista per l’avvio delle attività è il 1° maggio 2014, e la durata è fissata al biennio 2014-2015. Per la realizzazione del Programma alla Regione Liguria sono attribuite risorse complessive pari a euro 27.206.895,00. Il suddetto importo è così suddiviso per ognuna delle misure previste: Accoglienza, presa in carico e orientamento € 1.816.000,00; Formazione € 9.075.480; Accompagnamento al lavoro € 3.934.700; Apprendistato € 0; Tirocinio extra-curriculare, anche in mobilità geografica € 5.025. 350,00; Servizio civile € 501.500,00; Sostegno all’autoimpiego e all’autoimprenditorialità € 3.276.400; Mobilità professionale transnazionale e territoriale € 798.465,00 Bonus occupazionale € 2.779.000,00.

    “La Regione si impegna a predisporre la dichiarazione delle spese sostenute in qualità di Organismo Intermedio, da inviare all’Autorità di Gestione e all’Autorità di Certificazione del PON-YEI (Programma Operativo Nazionale-Youth Employment Initiative, ndr)”, sottolinea la Convenzione. La Regione “si impegna ad eseguire i controlli di primo livello […] anche in loco presso i beneficiari delle operazioni, al fine di verificare la corretta applicazione del metodo di rendicontazione stabilito attraverso l’esame del processo o dei risultati del progetto; a fornire al MLPS (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ndr) DG Politiche Attive e Passive del Lavoro tutta la documentazione relativa allo stato di avanzamento degli interventi, necessaria in particolare per l’elaborazione della Relazione annuale di attuazione e della Relazione finale di attuazione del PON-YEI; a predisporre monitoraggi semestrali sugli stati di avanzamento delle attività”. Infine “Qualora le risultanze del monitoraggio evidenzino disallineamenti nell’implementazione del Piano di Attuazione Regionale della Garanzia per i Giovani, la Regione e il Ministero concordano di porre in essere interventi mirati di rafforzamento, ivi inclusa la possibilità di un affiancamento da parte del Ministero del Lavoro e delle sue agenzie strumentali e di eventuali condivisi interventi in sussidiarietà”.

    «Nei confronti della Garanzia Giovani è stato manifestato un notevole interesse, sia da parte delle istituzioni pubbliche, che dai soggetti imprenditoriali privati – spiega Michele Scarrone, direttore della Direzione Politiche Formative e del Lavoro, Provincia di Genova – Noi svolgeremo un ruolo di coordinamento, in stretto raccordo con la Regione. Stiamo definendo gli ultimi passaggi in tal senso. La fase di accoglienza e orientamento sarà a carico dei Centri per l’impiego che dovranno monitorare le azioni compiute dagli utenti del programma. Per quanto riguarda alcune delle misure previste, l’intenzione è di promuoverne lo sviluppo attraverso soggetti diversi: enti di formazione, agenzie del lavoro (ad esempio l’accompagnamento al lavoro), associazioni di categoria (tirocini, apprendistato, ecc)». Secondo Scarrone «La Garanzia Giovani vuol dire più risorse economiche, e l’opportunità di focalizzare tali risorse sullo specifico target dei “giovani”, categoria che sta pagando il prezzo più alto della crisi. Non vedo misure particolarmente nuove, parliamo di accogliere le persone, orientarle, indirizzarle alla formazione, oppure verso esperienze di tirocinio e apprendistato, a seconda delle singole peculiarità e necessità. Da questo punto di vista, le azioni sono pressoché le stesse che ormai da anni stiamo portando avanti. Tuttavia, in Italia, la loro diffusione è avvenuta a macchia di leopardo. E determinati territori sono rimasti indietro. Ma non parliamo della Liguria dove esistono le buone pratiche, ad esempio nel campo della formazione e dei tirocini, punti di forza dei Cpi della Provincia di Genova (leggi l’approfondimento, ndr)».

    Uno degli aspetti più importanti del programma è il maggiore coinvolgimento delle imprese «Tramite la sottoscrizione di protocolli con le associazioni di categoria, a partire da Confindustria – sottolinea il direttore Scarrone – Le imprese, in Liguria, confluiranno dentro un Ati (associazione temporanea d’impresa) che erogherà i servizi non erogati direttamente dai Centri per l’impiego (quindi attivazione di tirocini e contratti di apprendistato, ecc). Ovviamente in stretto rapporto con i Cpi. A breve dovrebbe uscire uno specifico bando regionale».
    Infine, la Garanzia Giovani potrebbe essere l’occasione propizia per «Ripensare il funzionamento del sistema di governance dei servizi pubblici per l’impiego (vedi l’inchiesta, ndr) – conclude Scarrone – La situazione, però, è complicata, perchè se da un lato si sta ipotizzando un nuovo sistema in grado di superare le frammentazioni e consentire un lavoro sinergico a livello centrale e locale, dall’altro si procede a smantellare quello esistente. Mi riferisco alla cancellazione delle Province, enti commissariati che oggi gestiscono i Cpi. Il problema è tenere insieme le due cose, garantendo la capacità di erogazione dei servizi. Noi siamo stati coinvolti nella definizione del piano contro la disoccupazione giovanile, ma è del tutto evidente che abbiamo un problema di sotto rappresentanza politica. Inoltre, la continua incertezza sulla futura attribuzione delle competenze, complica la rilevazione dei fabbisogni del territorio».

     

    Matteo Quadrone

  • Hydrangea Quercifolia, la “sorella” americana della ben più nota ortensia

    Hydrangea Quercifolia, la “sorella” americana della ben più nota ortensia

    Hydrangea-Quercifolia1Continuando ad occuparci di piante rare o poco impiegate nei giardini italiani, questa settimana ci soffermeremo sulla Hydrangea Quercifolia. Questa pianta appartiene alla stessa famiglia della ben più nota ed utilizzata Ortensia (Hydrangea Macrophilla). Proviene dagli Stati Uniti di America (dove è diffusa in natura soprattutto in Georgia, Florida e Louisiana) ed è stata introdotta per la prima volta in Europa (in particolare nel Regno Unito di Gran Bretagna) nel lontano 1803. La pianta cresce facilmente, fino a sviluppare un grande cespuglio di circa due metri di altezza. Il nome della varietà deriva dalla forma caratteristica della foglia: profondamente lobata e simile, per l’appunto, a quella di una quercia.

    Hydrangea-Quercifolia2La Hydrangea Quercifolia è una pianta bellissima in ogni stagione. In primavera le foglie sono verde chiaro e molto dentellate, in estate produce vistose infiorescenze bianco crema, formate da tantissimi piccoli fioriti riuniti in grandi “pannocchie”, dette panicoli. Anche d’autunno la pianta risulta molto interessante in giardino in quanto le foglie si tingono di rosso scuro, a partire dal margine esterno e procedendo via via fino al centro. Persino nel cuore dell’inverno, l’articolata e ritorta impalcatura di rami rende questa Hydrangea più interessante delle altre varietà. Il legno della corteccia tende infatti a sfogliarsi, dopo aver costituito grandi placche di colore arancione acceso.

    Hydrangea-Quercifolia3A differenza della ben più nota Ortensia, questa Hydrangea necessita di un minore apporto idrico, si adatta meglio a posizione meno ombrose e più soleggiate ed entra nella fase vegetativa più tardi, diminuendo così i rischi derivanti dalle eventuali gelate tardive. Fiorendo la pianta dalle gemme apicali sviluppatesi nella stagione precedente, si può praticare una leggera potatura (se necessaria e di solo sfoltimento del cespuglio) subito dopo la fioritura e non in autunno, come invece accade per la normale Ortensia.

    Hydrangea-Quercifolia4Dal punto di vista delle varietà più diffuse, la Hydrangea Quercifolia esiste tanto nella varietà “semplice” che a fiore doppio nota come “Snowflake”. Quest’ultima presenta, dato l’elevato numero di fiori sulla stessa “pannocchia”, una fioritura più prolungata di quella a fiore semplice. In caso si fosse interessati ad acquistare questa tipologia, si consiglia di scegliere le piante quando sono nel pieno della fioritura. Distinguere infatti questo arbusto da quello ad infiorescenza semplice risulta, prescindendo dalle spighe floreali, di fatto impossibile. Una menzione a parte meritano le HydrangeeSnow Queen”, “Alice”, “Peewee”, “Sikes Dwarf”, in quanto di dimensioni minori rispetto alla precedente e quindi più adatte alla coltivazione in piccoli giardini o in vaso.

    Hydrangea-Quercifolia5

    In generale quasi tutte le varietà presentano una peculiarità: i fiori si tingono, man mano che invecchiano sullo stelo, di un rosa tenue. L’intera spiga vira così dapprima leggermente verso un tono ambrato fino ad appassire, mutando l’originario bianco puro in un suggestivo verdastro dai contorni marrone bruciato.

    La Hydrangea, sebbene poco impiegata e spesso in Italia del tutto sconosciuta, è un arbusto che meriterebbe di essere maggiormente valorizzato. Si presta benissimo a crescere nei giardini tanto classici che moderni ed alla coltivazione in vasi di grandi dimensioni. Il bianco intenso dei fiori contrasta perfettamente su sfondi di piante dal fogliame scuro. Se si desidera un impianto formale, edera a foglia verde intenso o variegata, siepi o forme geometriche in bosso, felci sempreverdi, Rhyncospermum Jasmoinoides o Clematidi, unite alla Hydrangea Quercifolia, garantiranno in poco tempo, in cortile ombrosi o piccoli giardini cittadini, un risultato eccellente.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Maddalena, progetti e associazioni al servizio del quartiere: facciamo il punto a un anno dal Patto per lo Sviluppo

    Maddalena, progetti e associazioni al servizio del quartiere: facciamo il punto a un anno dal Patto per lo Sviluppo

    salita-quattro-canti-genova-via-maddalenaIeri pomeriggio, con #EraOnTheRoad in diretta Twitter, siamo andati a far visita alla Maddalena e abbiamo parlato con i soggetti vincitori del bando finanziato e promosso dalla Compagnia di San Paolo con il supporto del Comune di Genova, attraverso il Patto per lo Sviluppo della Maddalena (che ne sta seguendo e coordinando le attività, facendo da interfaccia tra singole associazioni e Compagnia). Il bando (che avevamo presentato su erasuperba.it) era stato aperto nel luglio 2013, si era chiuso a settembre e lo scorso dicembre erano stati anunciati i 9 progetti vincitori: 90 mila euro in totale, ripartiti diversamente tra i soggetti in base al progetto proposto. A distanza di 6 mesi, torniamo a vedere cosa è stato realizzato e cosa è ancora under contruction. Parliamo con alcuni rappresentanti delle associazioni e facciamo il punto, a un anno dall’introduzione del Patto, subentrato a soppiantare il fallimentare Incubatore di Imprese.

    Il bando

    Ci raccontano i rappresentanti delle Associazioni: «Il Patto, come soggetto coordinatore, è molto presente e ci aiuta nella comunicazione su più livelli: quella in rete tra associazioni, quella tra singole associazioni e Compagnia di San Paolo, e nella promozione delle nostre attività. L’unico limite è che prima di procedere con azioni da parte nostra (comunicazione, ecc.), dobbiamo sempre notificarle al Patto, che le trasmette alla Compagnia, la quale controllo la conformità al progetto iniziale e l’uso appropriato del suo nome. C’è stato consegnato un vero e proprio vademecum a tale riguardo: un sistema burocratico complicato, cui fa da contraltare un’attenzione costante da parte del Patto, che ci fa sentire molto seguiti. Il sostegno è totale: prima, durante, dopo (nella fase di rendicontazione) il progetto potremmo contare su di loro». Dopo dicembre cosa si è mosso? Molto, ad esempio è stata erogata la prima tranche di finanziamenti (50% ora, il resto dopo la presentazione della rendicontazione: tutto è estremamente trasparente) e alcuni sono partiti con i lavori. Tuttavia, il periodo tra la fine del 2014 e maggio 2015 è stato usato come tempo tecnico per rivedere e ripensare quei progetti che, inizialmente più ambiziosi, si sono visti assegnare meno fondi di quelli richiesti e hanno dovuto modificare alcuni tratti della propria proposta.

    I Progetti 

    Kallipolis

    È il caso, ad esempio, del progetto di Kallipolis, associazione con sede a Trieste che si occupa dei risvolti sociali della pianificazione urbanistica. Loro, che avevano pensato a introdurre un nuovo sistema di segnaletica fondato su una logica diversa di vedere il sestiere, si sono visti assegnare la metà dei finanziamenti richiesti e hanno ripensato la proposta iniziale. Hanno optato per la creazione di due mappe collettive, realizzate grazie alla partecipazione di chi vive, lavora, attraversa il quartiere. La prima sarà una mappa della Maddalena disegnata da chi la vive, per aiutare gli abitanti e chi viene da fuori ad orientarsi, la seconda sarà una mappa delle attività artigianali: il prodotto grezzo buttato giù dai cittadini (che si incontrano in laboratori organizzati nel corso di eventi come la Fiera della Maddalena della scorsa settimana) sarà ripensato dai grafici della galleria Chan – Contemporary Art Association. Le mappe saranno stampate su supporti non effimeri e consegnate a negozi e presidi sia in zona che fuori dal Sestiere. La matrice sarà consegnata a Tursi, sperando che in futuro continui a stampare mappe e distribuirle, o promuoverle con il suo Ufficio Cultura e Turismo. Si tratta di un progetto che parte dal sestiere e si spinge fuori, a richiamare persone dalle zone limitrofe. Gli incontri-laboratori sono già iniziati e termineranno entro l’autunno.

    AMA e Madd@lena 52: scambio oggetti, mobilità sostenibile e biblioteca

    Il progetto più articolato e corposo è quello di Ama – Associazione Abitanti Maddalena, finanziato con 20 mila euro. I volontari hanno inaugurato il 31 maggio scorso il presidio in Via della Maddalena 52, loro nuova sede. Lo scopo è presidiare il territorio, sconfiggere la piaga delle serrande abbassate, offrire un luogo di incontro e uno spazio fisico per i progetti collaterali che sono in programma. A giorni sarà aperto un portale web, alter-ego digitale di Madd@lena 52 (maddalena52.org), sarà un contenitore online della proposta complessiva e in cui si potrà accedere ai progetti singoli: Maddascambio, Maddalibri, Ciclobiblioteca, Telemaddalena, Maddanews e Maddaradio. Ognuno è seguito da uno o più referenti, mentre coordinatore generale è Luca Curtaz, presidente di AMa.  

    maddalena-52-maddanewsMaddascambio nasce dall’idea di consumo etico, condivisione, incontro tra persone che vivono il quartiere e che spesso non si conoscono. In sostanza, chiunque sia interessato a prestare ad altri un oggetto che possiede ma che non usa più o non usa spesso (una stampella, un seghetto alternativo, e così via) potrà registrarsi sul portale di Madd@lena 52 e dichiarare quale oggetto vuole scambiare. Gli interessati potranno mettersi in contatto tramite un sistema di messaggistica interna al sistema e darsi appuntamento per lo scambio (che non sarà nulla di strano, né illegale!): il tutto presuppone la volontà di mettersi a disposizione in prima persona e la capacità di incontrare altri “scambisti”. Ci sarà anche una lista dei desideri, in cui gli utenti potranno avanzare richieste. Per ora il servizio sarà limitato al Sestiere e zone limitrofe, tra Carmine e parte finale di Via San Lorenzo.   Maddalibri è un modo per connettere libri e persone, come un bookcrossing. Per ora c’è solo uno scambio di volumi, in futuro si passerà anche all’organizzazione di salotti letterari, presentazioni, discussioni. Si parla anche di bookcrossing itinerante nei quartieri limitrofi, per raccontare la Maddalena fuori dai suoi confini, senza aspettare soltanto che le persone entrino nel Sestiere.   Un altro progetto legato ai libri nasce in collaborazione con la biblioteca Berio, per muovere libri e individui. Ogni due, tre mesi sono dati a Madd@lena52 in comodato d’uso 100 libri che gli utenti potranno prendere in prestito se in possesso di tessera del sistema bibliotecario genovese (in caso contrario, possono farla anche all’interno di Madd@lena 52). Una collaborazione a tutti gli effetti, come se la sede di Via della Maddalena fosse una succursale di quella di Via del Seminario: c’è chi è già venuto alla Maddalena da Sestri Ponente a cercare alcuni volumi.

    Non è finita, ecco la Ciclobiblioteca per la consegna a domicilio di libri a persone con ridotta capacità motoria. Si svilupperà in seguito: per ora ci sono le biciclette e il carrello per il trasporto dei volumi, ma si pensa a una collaborazione con parrocchie della zona e/o servizi sociali, per avere un elenco di persone che necessitano di questo servizio.   E poi, il progetto già avviato in collaborazione con il Laboratorio Probabile Bellamy, Telemaddalena (ne avevamo già parlato qui), il giornale di quartiere Maddanews e in futuro si pensa a Maddaradio: Radio Gazzarra ospiterà ogni mese una puntata da 50 minuti dedicata alla Maddalena.

    Laboratorio Probabile Bellamy

    La proposta di Bellamy (8 mila euro) si incentra su percorsi cinematografici nel quartiere e nasce prima del bando: nei mesi scorsi era stata realizzata prima all’Altrove, e poi è andata a confluire all’interno del bando di Tursi. Le proposte sono varie: prima, i caffè cinematografici, ovvero incontri con autori e registi per un pubblico perlopiù di interessati e giovani filmaker; inoltre, un laboratorio di fotografia per bambini, che costruiranno da soli la propria macchina-camera oscura e  svilupperanno le foto con sostanze biologiche, come il succo di limone, anziché con acidi e sostanze chimiche. Sono previsti 7-8 incontri e una mostra finale. I progetti sono in fase di realizzazione. Inoltre, ci sarà un cineforum all’aperto in Piazza Cernaia in estate (tre appuntamenti, di cui 2 già a luglio) con “il meglio dei festival”, ovvero i film migliori presentati nei Festival italiani che non godono di grande visibilità all’interno dei circuiti tradizionali consolidati. In autunno partirà anche la collaborazione con la ex Facoltà di Lettere dell’Università di Genova e l’ex DAMS di Imperia: il Teatro Altrove si trasformerà in aula di lezione in cui saranno proiettati i film previsti dal corso universitario e in cui gli studenti potranno mettersi in discussione e confrontarsi con i loro coetanei e il resto della cittadinanza. Il tutto proseguirà fino a gennaio 2015.

    Sarabanda

    Si tratta di un progetto legato al circo, Circoimparando”, rivolto agli adolescenti e già iniziato a maggio. Il prossimo appuntamento sarà il 20 giugno nel chiostro della Chiesa della Maddalena. Si tratta di laboratori per massimo 20 ragazzi in età tra i 12 e i 16 anni (una fascia d’età che resta spesso in un cono d’ombra e per la quale non vengono avviati molti progetti), all’interno dei quali saranno presentate le basi del lavoro nel circo, dalle acrobazie, ai tessuti, ai giocolieri e i clown. L’incontro per ora si è svolto all’interno degli spazio del centro sociale “Il Formicaio”, ma in futuro potrebbe essere dislocato, anche all’aperto. I ragazzi giocheranno con palline, monocicli e altri attrezzi, e si parla di fare di questo un progetto pilota, verso uno sviluppo ulteriore e consolidato. Si parla anche di una collaborazione diretta con scuole e associazione che hanno a che fare con adolescenti provenienti da background diversi, anche con problematiche, al fine di promuovere l’inclusione.

    Dopo il bando, il futuro dei progetti alla Maddalena

    In generale, il bando prevedeva che i progetti avessero durata compresa tra i 12 e i 18 mesi. E dopo? Alcuni progetti, ci dicono, per loro natura andranno ad estinguersi allo scadere del periodo previsto, come la proposta di In Scia Stradda; altri resteranno fisicamente, come quelli realizzati da Kallipolis e CIV; altri ancora – come quello di Ama, ma anche molti altri – potranno continuare, laddove ci sarà la disponibilità del Comune a proseguire. «Per ora dice Luca Curtaz di Ama – il bando ci sta dando modo di pagare l’affitto per il locale e ci aiuta a realizzare le nostre proposte. Un domani si vedrà: abbiamo dato vita a un modello sostenibile che potrebbe proseguire e aiutare a sconfiggere il problema delle serrande abbassate, tutto sta capire in che modo».   Lo scopo, inoltre, era anche quello che i soggetti esterni al quartiere chiamati a realizzare i loro progetti restassero in qualche modo anche alla fine del percorso: si vuole dare continuità, movimento, creare una rete e dar vita a progetti sia per la gente che vive qui che per chi viene da fuori.

    Inoltre, sempre dello stesso periodo anche un altro bando, quello per l’assegnazione di quattro locali al piano terra di altrettanti edifici del Sestiere. Di recente è arrivata anche la notizia che gli spazi sarebbero stati tutti assegnati ad altrettante associazioni, anche se non è ancora stato reso pubblico in via ufficiale quali siano i progetti che andranno ad essere realizzati (tra le altre cose, pare che il locale in Vico del Duca diventerà negozio/showroom per oggetti di design handmade).

    Pas à Pas, una nuova realtà alla Maddalena

    All’interno di questo tessuto composito come un patchwork ma unito e strettamente saldato, incontriamo anche una nuova realtà, l’ultima arrivata in ordine cronologico: l’associazione di promozione sociale Pas à Pas. Parliamo con due delle tre fondatrici, Elisa e Alice. Ci raccontano che dal gennaio 2014 si sono insediate negli spazi di Via delle Vigne 8r, all’interno del Centro delle Culture (che, oggi non più in attività come un tempo, ha concesso di dividere gli spazi e l’unico socio rimasto, Stefano, ha accettato di collaborare con Pas à Pas). Le 3 ragazze da marzo hanno avviato l’attività vera e propria, con l’organizzazione di corsi gratuiti di lingue straniere, tenuti da volontari perlopiù con background accademico e studi in comunicazione interculturale. Si è cominciato con corsi di italiano per stranieri e corsi di conversazione sempre in italiano per studenti Erasmus, con annesso giro per i vicoli alla scoperta della città. Poi grazie al passaparola è aumentato rapidamente sia il numero degli studenti che degli insegnanti volontari ed è stato così possibile aprire corsi di inglese, portoghese, arabo e, da ultimo, di francese. I corsi andranno avanti ancora tutta l’estate e l’associazione farà pausa ad agosto per riprendere a settembre-ottobre, con l’intenzione di avviare anche lezioni di wolof, la lingua senegalese. Una novità importante per il quartiere e per tutta la città, se si pensa anche che si tratta di un’iniziativa del tutto privata, che non vede alcun sostegno da parte dell’Amministrazione (nonostante il servizio per la cittadinanza, il dispendio di risorse e forza lavoro, l’aiuto fornito per lo sviluppo del tessuto sociale della Maddalena).

    Un lavoro analogo nel centro storico già lo fa da qualche tempo l’associazione Il Ce.Sto nei locali di GhettUp in Vico della Croce Bianca e ai Giardini Luzzati, anche se in questo caso l’offerta è specificamente rivolta ai migranti che decidono di apprendere l’italiano.   Oltre a questa bella opportunità, l’associazione è entrata anche nella rete dello Sportello Sociale di Via Prè e ogni sabato mattina i volontari si mettono a disposizione dei migranti con problematiche di carattere burocratico: dalla compilazione di modulistica varia, alla stesura del CV, a beghe condominiali. «I corsi sono variegati, soprattutto quelli di italiano. Abbiamo lezioni riservate agli adolescenti, ma in generale abbiamo un’utenza la cui età è compresa tra i 20 e i 40 anni, ma va anche oltre. I partecipanti hanno specificità diverse: da quelli molto colti nella loro lingua e cultura d’origine, a quelli che hanno difficoltà anche a scrivere le lettere. Cerchiamo di differenziare il più possibile e lavorare in piccoli gruppi per dare modo a tutti di evolvere al meglio, per questo è richiesta tanta partecipazione da parte dei volontari. La settimana scorsa abbiamo fatto richiesta all’Università di convenzionarci: vogliamo dare la possibilità ai giovani laureati/laureandi che vogliono svolgere uno stage di venire a formarsi da noi. Sarebbe uno scambio reciproco».   L’intento, ci spiegano le ragazze, è quello di collaborare con tutte le realtà della Maddalena soprattutto, partecipando attivamente ai tanti eventi organizzati e dando una mano alla ripresa del quartiere: «Abbiamo già avuto modo di collaborare con Ama, con l’Altrove, con Yeast, e continueremo a farlo sempre di più. È poco che siamo qui, ma pensiamo che questo quartiere sia da valorizzare».

     

     

    Elettra Antognetti

  • Luce, contratti al telefono: dopo l’inganno la lettera di recesso e la querela

    Luce, contratti al telefono: dopo l’inganno la lettera di recesso e la querela

    luce-enelQuesta settimana riprendiamo la nostra rubrica con un caso che ha dell’incredibile. Più volte abbiamo dovuto menzionare l’inganno che il libero mercato nell’ambito dell’erogazione di luce e gas ha portato danni al confine dell’illecito.
    Più volte abbiamo menzionato fra i casi più eclatanti quello dell’”Energia che ti ascolta”… Ma sarà vero?

    Il sig. G.L. 76 anni con un recente infarto alle spalle, riceve una telefonata da parte di Enel Energia; solita telefonata bla bla bla e contratto telefonico andato in porto. Accortosi di essere stato tratto in inganno – come spesso capita in questi casi – egli esercita regolare diritto di recesso entro i termini stabiliti dalla legge. Dopo diversi mesi la sua fornitura ritorna nelle mani di Enel Servizio Elettrico, come peraltro è giusto che sia. In sostanza: il contratto non si è mai perfezionato, grazie alla lettera di recesso, la quale non doveva contenere particolari elementi, in quanto il contratto è stato stipulato telefonicamente e non è mai stato fatto sottoscrivere alcunché.

    Enel Energia, non paga del ritardo con cui risponde al sig. G.L., richiede la somma di circa € 330,00 per quei mesi di presunta fornitura, inviando – sempre dopo mesi – una fattura. Viene attivato un recupero crediti di Milano, che più volte minaccia via telefono (e senza mai inviare uno straccio di richiesta scritta!) il nostro malcapitato utente, il quale, già cardiopatico, non beneficia di certo di questi tipi di stress. A quel punto, pro bono pacis, veniva proposta una somma a stralcio ed Enel Energia rifiutava di incassare.

    Faccio presente che i vari “Punto Enel” presenti nel territorio nazionale, si occupano sia di Enel Servizio Elettrico che di Enel Energia. In altre parole, lo stesso soggetto – alla maniera di Giano Bifronte – esige denari oggi con un vestito, domani con un altro.

    Che cosa può fare il sig. L e i tanti utenti che subiscono torti di questo genere?

    1. Presentare esposto – querela presso la Magistratura competente
    2. Presentare reclamo all’AEEG (Autorità per l’energia elettrica ed il gas)
    3. chiedere i danni ad Enel Energia

    Purtroppo, fino ad oggi, pochi utenti hanno usato le maniere forti, pensando sempre di essere la parte debole che non sono. È proprio il caso di dirlo: l’inganno corre sul filo… della luce.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Comune di Genova, acquisizioni gratuite dal Demanio: gallerie antiaeree e fortificazioni

    Comune di Genova, acquisizioni gratuite dal Demanio: gallerie antiaeree e fortificazioni

    forte-begato2Con i più classici ritardi endemici della burocrazia italiana è finalmente iniziato l’ultimo passaggio dell’iter che porterà il Comune di Genova ad acquisire una serie di immobili e terreni a titolo gratuito dal Demanio statale e militare ritenuti strategici per il disegno della città del futuro. Il procedimento, come già raccontato dettagliatamente nei mesi scorsi, rientra nel cosiddetto “federalismo demaniale” sostenuto a gran voce dal famoso “Decreto del Fare”.

    Eccoci, allora, giunti alla tappa finale. O quasi. L’ultima seduta del Consiglio comunale ha, infatti, approvato all’unanimità la prima delibera che dà il nulla osta definitivo all’acquisizione di una serie di beni per cui è arrivata l’approvazione dal Demanio.
    «Con questa delibera – spiega l’assessore al Patrimonio, Francesco Miceli – inizia la fase definitiva di acquisizione relativa a un primo blocco di beni su cui il Demanio ha dato esito positivo. Si elencano, dunque, immobili che intendiamo confermare e altri che stralciamo dal percorso: tutte decisioni maturate a seguito di istruttoria tecnica, sopralluogo e studio approfondito di relative documentazioni». Approfondimenti assolutamente necessari perché nella legge si specifica che i beni vengono acquisiti nello stato di fatto e di diritto in cui si trovano: particolare attenzione va dunque prestata ad eventuali situazioni debitorie, contenziosi in atto o necessità di manutenzioni particolarmente onerose. «Non conoscevamo nulla di questi beni all’inizio – spiega l’architetto Anna Iole Corsi, dirigente del settore Progetti speciali della Direzione Patrimonio e Demanio e responsabile di queste procedure – se non ciò che era visibile più o meno a tutti. Ma i sopralluoghi si sono potuti effettuare solo dopo il nulla osta definitivo del Demanio: è stato così, ad esempio, che abbiamo scoperto che alcuni immobili sono in parte anche di proprietà privata per cui non sarebbe stato conveniente proseguire nell’acquisto».

    La scrematura, domande respinte dal Demanio e “scarti” del Comune

    Dalle circa 250 voci inizialmente proposte dal Demanio stesso (qui l’approfondimento), si è scesi alla manifestazione di interesse da parte del Comune (qui l’approfondimento), sentiti anche i Municipi interessati, per circa 120 beni. Un numero che, giunti a questo punto, sarà ulteriormente scremato. Innanzitutto dal Demanio stesso che ha rifiutato il passaggio di alcune strutture chieste da Tursi, nella maggior parte dei casi appartenenti al Demanio idrico, marittimo, ferroviario o storico-artistico non ricompresi in questo programma di acquisizione. Si tratta, ad esempio, della passeggiata di Nervi e del palazzo del Municipio di Voltri (Demanio Marittimo); di alcune aree del cimitero di Staglieno, del piano soprastante il Museo Mazziniano, di un magazzino in vico Bottai e dell’impianto sportivo Morgavi al Belvedere di Sampierdarena (Demanio Storico – Artistico o, comunque, di interesse della Sovrintendenza); di alcune aree in zona Struppa – Prato – Molassana (Demanio idrico); delle Mura degli Zingari, dell’ex cimitero garibaldino in piazzale Crispi e di via Raffaele Rubattino che non sono di proprietà statale. Niente da fare anche per le Cliniche universitarie di San Martino, la cui proprietà sembra avvolta da una densa nube misteriosa: le aree sono suddivise tra Comune, Regione e Università ma i tecnici hanno lamentato parecchie difficoltà a delinearne i confini; ciò che è certo, in ogni caso, è che lo Stato non c’entra.
    Oggetto di contenzioso, invece, l’ex magazzino Aster in zona Ponte Fleming, che lo Stato ha riferito essere di proprietà del Demanio Marittimo ma che la Provincia, responsabile di tale settore, aveva dichiarato essere alienabile al Comune.
    Non è escluso che alcuni di questi beni negati in prima istanza possano comunque arrivare nelle mani di Tursi ma il percorso di acquisizione a titolo non oneroso dovrà seguire altre strade: ad esempio, per le Mura di Malapaga si procederà con lo stesso processo imbastito per i Forti (qui l’approfondimento).

    C’è poi un’altra serie di immobili ritenuti non più strategici da parte degli uffici tecnici comunali, dopo opportune verifiche. Nella delibera appena approvata si citano esclusivamente alcuni appartamenti sparsi in varie zone delle città per cui non si è ritenuto opportuno procedere principalmente a causa dello stato di occupazioni, di manutenzioni particolarmente gravose o di situazioni proprietarie incerte.
    «Per quanto riguarda gli appartamenti – spiega Corsi – abbiamo proceduto di concerto con il settore delle Politiche della casa che ha valutato il possibile interesse degli immobili sia per rispondere a eventuali esigenze dell’emergenza abitativa sia per alcuni nuovi progetti di social housing. Con questa delibera acquisiamo soltanto un alloggio in Borgo Incrociati, appena restaurato, (in realtà nell’elenco ne viene citato un secondo a Voltri, ndr) mentre tutti gli altri vengono esclusi perché non si è ritenuta vantaggiosa neppure una possibile futura alienazione o perché, in diversi casi, sono occupati da inquilini morosi».
    Un approccio che non piace a Paolo Putti, capogruppo M5S: «Che il Comune abbia timore o comunque non voglia farsi carico di case occupate non è un bel messaggio trasmesso a chi, invece, andrebbe sensibilizzato per la consegna di una proprietà all’agenzia della casa al fine di favorire l’affitto a canone concordato».
    Sul tema l’architetto si lascia anche scappare una battuta: «Bisogna fare molta attenzione in questo settore perché spesso il Demanio prova a rifilarci gli appartamenti peggiori e a tenersi quelli nelle condizioni migliori».

    Le prime acquisizioni: dalla sponda sinistra del Bisagno alle gallerie antiaeree

    Quella di martedì scorso non sarà l’unica delibera di quest’ultima fase. L’elenco delle nuove proprietà di Tursi, infatti, non è ancora definitivo come spiega l’architetto Corsi: «Questo è il primo blocco della terza fase: ci saranno altre delibere simili fino ad esaurimento dei beni che arriveranno a seguito delle relative risposte del demanio. Senza queste non si può avviare l’istruttoria che porta alla richiesta definitiva».
    Con questo documento si dà il via libera all’acquisizione di 16 beni. Si parte da immobili e terreni utili a completare tutto il sistema fortificato genovese, che per larga parte è pero di possesso del Demanio storico. In questa categoria rientrano, comunque, il terreno circostante la torre di Quezzi, l’ex deposito del fulmicotone in via del Lagaccio che servirà a “costituire un nodo che integri il sistema fortilizio genovese ed il Parco delle Mura a monte con il quartiere del Lagaccio ed il complesso della Caserma Gavoglio a valle”, l’ex torre Granara tra i Forti Tenaglie e Crocetta e un altro non meglio identificato rudere con prato annesso. Un successivo capitolo è dedicato alle ex gallerie antiaeree destinate principalmente a realizzare nuovi collegamenti viari o pedonali o sedi per il trasporto pubblico: in particolare si conferma l’interesse per l’ex galleria di via Brigata Salerno in vista di un possibile ascensore pubblico, l’ex galleria tra via Ameglia e via Cancelliere già usata come importante collegamento, e l’ex galleria di accesso a via Lanfranconi anche qui per un possibile ascensore pubblico. Quattro, invece, le aree su cui il Comune conferma il proprio interesse per completare i possedimenti degli ex greti dei torrenti Bisagno, Polcevera e Secca al fine di ottimizzare la viabilità di sponda: sponda sinistra del Bisagno, area urbana sullo Sturla in via delle Casette, area urbana tra via Piacenza e via Emilia, sponda destra del Secca in via Sardorella nei pressi della rotonda per Serra Riccò. Completano questo primo elenco un terreno in via Domenico Chiodo confinante con Salita a Porta Chiappa che sarà adibito a parcheggio, un appartamento in via Borgo Incrociati, un altro in vico Pellegro Maruffo aVoltri, un negozio in via Carlo Barabino e un box auto in via Negroponte a Sestri ponente.

    Una volta formalizzato il passaggio di proprietà si aprirà la partita sulla programmazione del percorso di valorizzazione di questi beni. Alcuni potranno essere alienati dal Comune per ripianare parte del debito pubblico ormai strutturale. Per altri sarà, invece, necessario studiare dettagliatamente un piano di riqualificazione scegliendo al meglio tra le varie proposte fin qui avanzate: «Il ministero – spiega meglio l’architetto Corsi – ha messo a disposizione dei Comuni un programma informativo in cui gli uffici dovevano indicare una serie di possibili destinazioni per i beni ritenuti interessanti e le eventuali risorse economiche preordinate. Ma solo al momento dell’effettiva acquisizione si potrà attuare una programmazione che consenta di identificare la scelta definitiva per la valorizzazione dei beni». A tale riguardo è stato anche approvato un ordine del giorno presentato dal decano del Consiglio Comunale, Guido Grillo (Pdl, in quota Forza Italia), che impegna sindaco e giunta a riferire in Sala Rossa l’esito definitivo dell’iter procedurale e le risorse finanziare programmate per l’utilizzo dei beni acquisiti.

    Ma questo, purtroppo, sarà soltanto il prologo di una storia che ha bisogno ancora di qualche altro capitolo prima di intravedere la fine.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Sanità: riorganizzazione servizi territoriali e ospedali di distretto

    Sanità: riorganizzazione servizi territoriali e ospedali di distretto

    medico
    – La LEGGE 189/2012 prevede che la riorganizzazione dell’assistenza territoriale avvenga “secondo modalità operative che prevedono forme organizzative monoprofessionali, denominate aggregazioni funzionali territoriali (Aft)… nonchè forme organizzative multi professionali, denominate unità complesse di cure primarie (Uccp), che erogano, in coerenza con la programmazione regionale, prestazioni assistenziali tramite il coordinamento e l’integrazione dei medici, delle altre professionalità convenzionate con il Servizio sanitario nazionale, degli infermieri, delle professionalità ostetrica, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e del sociale a rilevanza sanitaria. In particolare, le regioni disciplinano le unità complesse di cure primarie privilegiando la costituzione di reti di poliambulatori territoriali aperti al pubblico per tutto l’arco della giornata, nonché nei giorni prefestivi e festivi con idonea turnazione, che operano in coordinamento e in collegamento telematico con le strutture ospedaliere. Le regioni, attraverso sistemi informatici, assicurano l’adesione obbligatoria dei medici all’assetto organizzativo e al sistema informativo nazionale, compresi gli aspetti relativi al sistema della tessera sanitaria nonché la partecipazione attiva all’implementazione della ricetta elettronica”

    La rivoluzione sanitaria, annunciata un paio di anni fa con il “Decreto Sanità” dell’ex Ministro della Salute Balduzzi (convertito in Legge n. 189/2012), e confermata dall’approvazione, nel dicembre 2013, di una specifica delibera regionale, in Liguria rimane finora senza applicazione concreta. Parliamo, in particolare, della riforma delle cure primarie tramite la riorganizzazione dell’assistenza territoriale nell’ottica di creare e fornire servizi h24 e, contestualmente, decongestionare l’attività dei pronto soccorso ospedalieri. Con la nascita di poliambulatori all’interno dei quali lavoreranno, organizzati su turni, medici di famiglia, specialisti, infermieri, personale della riabilitazione e operatori socio-sanitari, in stretto rapporto con il servizio del 118, fornendo tutti i giorni dell’anno l’assistenza medica di base e garantendo la continuità assistenziale 24 ore su 24 e la presa in carico dei malati cronici.

    La Legge 189/2012 (vedi box a lato) demanda alle regioni la definizione della riorganizzazione nel suo complesso, tuttavia, fino ad oggi, sono state avviate soltanto sporadiche sperimentazioni in alcune di esse, considerata anche la carenza di fondi che le regioni possono destinare al finanziamento delle nuove strutture mono e multiprofessionali aperte h24.

    Senza dimenticare che, ai fini della effettiva funzionalità del sistema, bisogna ancora raggiungere l’intesa con le organizzazioni sindacali per il rinnovo degli accordi collettivi nazionali di medicina generale, pediatria di libera scelta, e specialistica ambulatoriale, fondamentali a maggior ragione in prospettiva di una riforma dei servizi così ridisegnata.
    Infine, Ministero della Salute e Regioni, si apprestano a sottoscrivere il cosiddetto “Patto della salute” – secondo le ultime notizie entro il corrente mese di giugno – il quale recepirà, tra le altre cose, le indicazioni relative alla riorganizzazione dell’assistenza territoriale.

    La situazione in Liguria

    «Sul finire di maggio abbiamo avuto un incontro in Regione per segnalare l’ingiustificato rallentamento del percorso in direzione dei servizi sanitari territoriali – spiga Francesco Rossello, segretario regionale Cgil FP Liguria – Ci riferiamo alla delibera regionale del 27 dicembre 2013 (n.1717 “Riordino delle attività distrettuali e delle cure primarie”), che sancisce la creazione degli “ospedali di distretto”, ossia strutture pubbliche dove lavoreranno in forma aggregata medici di base, specialisti, personale infermieristico e operatori socio sanitari, alternandosi su diversi turni e gestendo i pazienti attraverso le piattaforme informatiche (in tal senso vedi l’importanza del Fascicolo sanitario elettronico, nda).».
    Piano approvato dalla Regione e pienamente condiviso dai sindacati confederali (Cgil, Cisl e Uil), come sottolinea Rossello «In questo modo noi pensiamo sia davvero possibile allegggerire il carico dei pronto soccorso degli ospedali, soprattutto per quanto riguarda i codici bianchi e verdi, insomma i casi meno gravi. Le nuove strutture, infatti, dovrebbero garantire la continuità assistenziale 24 ore su 24 e la “presa in carico” dei pazienti, in particolare quelli affetti da patologie croniche. Si tratta di circa 200 mila persone in Liguria (diabetici, cardiopatoci, pazienti con insufficienze respiratorie, ecc.). L’idea è sviluppare una medicina attiva. Ciò significa, da parte della sanità pubblica, non prestare cura soltanto al manifestarsi di un problema acuto, bensì farsi costantemente carico del paziente, anche attraverso i nuovi ospedali di distretto, attivando degli adeguati percorsi di prevenzione e di controllo, ad esempio prenotando visite ed esami, limitando nel contempo gli accessi impropri nelle strutture ospedaliere».

    san-martino-ospedale-sanita

    Nella pratica, però, come spiega il segretario Cgil Fp, la situazione è ben diversa «Si procede in maniera incoerente, non applicando modelli omogenei a tutta la regione. Anche una notizia positiva come il progetto di ristrutturazione dell’ospedale San Martino nasconde delle incongruenze. Tra i tanti aspetti buoni del progetto, infatti, non si capisce perchè si sia deciso di trasformare una divisione di medicina interna in medicina d’urgenza. Senza alternative i cittadini bisognosi di cure continuano a rivolgersi all’urgenza ospedaliera. Perchè la Regione non usa quellla parte di investimenti, oggi destinati a potenziare le medicine d’urgenza, per realizzare i centri territoriali previsti dalla delibera del dicembre scorso? Sappiamo che la riorganizzazione del sistema è addirittura rivoluzionaria e dà fastidio a molti baroni. Ma non sostenerla con convinzione rischia di avvicinare al collasso la sanità ligure».

    Secondo il documento approvato in sede regionale, ogni direzione delle Asl liguri dovrà predisporre – entro il dicembre 2014 – quanto necessario all’attivazione dei rispettivi progetti pilota degli “ospedali di distretto”, in grado di realizzare la presa in carico continuativa. “Quali sedi saranno privilegiate, a tal fine, sia gli ospedali oggetto di trasformazione che dovranno in questo processo diventare “ospedali di distretto”, sia le Case della Salute esistenti o di nuova realizzazione. La Regione, su proposta delle direzioni aziendali, predisporrà, sulla base delle caratteristiche demografiche e sociali, una mappatura delle aree dove insediare le strutture indicandone anche la tipologia”.
    «Qualcosa si sta iniziando a muovere, ma è del tutto insufficiente – continua Rossello – L’Asl 5 (La Spezia) ha comunicato che partirà con la sperimentazione a Levanto; l’Asl 2 (Savona) comincerà l’esperienza pilota a Cairo Montenotte. Dalle altre Asl non è pervenuta alcuna indicazione. Abbiamo concordato con la Regione che vengano convocati degli incontri specifici, alla presenza dei singoli direttori aziendali, affinché riparta seriamente la discussione verso l’auspicabile avvio della riorganizzazione sanitaria».
    Sarebbe stato interessante ascoltare il punto di vista dell’assessore alla Salute, Claudio Montaldo, che abbiamo provato a contattare telefonicamente più volte, senza risposta.

    Dunque, questa è la situazione in Liguria, mentre a livello nazionale resta da sciogliere un nodo cruciale. «Ormai da tempo si sta discutendo il rinnovo degli accordi che disciplinano i rapporti con i professionisti, in particolare la convenzione con i medici di medicina generale spiega Rossello – Nella quale dovrebbero rientrare anche le indicazioni del Patto della Salute sulla riforma delle cure primarie. Finora il rinnovo non è stato siglato e ciò rappresenta indubbiamente un problema. Comunque, al di là della convenzione nazionale, sarà importante raggiungere degli accordi anche a livello regionale e di singole Asl. Le esigenze, infatti, potrebbero essere diverse, a seconda delle prestazioni che saranno richieste ai medici. Inoltre, negli ospedali di distretto lavoreranno anche infermieri, operatori socio-sanitari, ecc., tutte figure professionali fornite dal servizio pubblico. Quindi, occorrerà trovare delle intese con le organizzazioni sindacali delle singole categorie interessate».

    «La riforma dei servizi territoriali in Liguria per ora è materia assai nebulosa – afferma il dott. Angelo Canepa, segretario Fimmg Genova, l’organizzazione più rappresentativa dei medici di medicina generale – Esistono documenti nazionali che indicano tale direzione ed una delibera regionale che deve trovare applicazione concreta. Noi operiamo sulla base di una convenzione nazionale che apre la strada ad accordi integrativi di carattere regionale. Come è noto la discussione sul rinnovo è tuttora aperta in sede romana. Sicuramente bisognerà realizzare degli accordi a livello locale. Anche perchè la creazione dei cosiddetti ospedali di distretto presenta rilevanti problematiche ancora tutte da affrontare, soprattutto in merito alla responsabilità di gestione di simili strutture».

     

    Matteo Quadrone

  • Castello di Masino, Piemonte. Il viale di Spiree e i grandi tigli secolari

    Castello di Masino, Piemonte. Il viale di Spiree e i grandi tigli secolari

    castello-piemontese-1Questa settimana parleremo di un giardino particolare, quello di un castello piemontese, il Castello di Masino in località Caravino. Qualche anno fa mi è capitata l’occasione di visitare, al mattino presto e quando non era aperto al pubblico, il parco storico di questo maniero sito nel Piemonte del Nord, quasi al confine con la Valle d’Aosta. La visita mi aveva molto colpito in quanto, al di là della bellezza intrinseca del luogo, l’insieme di parco ed edificio aveva un profondo carattere ed un’aria indiscutibilmente autentica.

    castello-piemontese-2Sito in alto, al di sopra di una collinetta tra i campi coltivati, il castello è caratterizzato da qualche sparuta torretta e da un grande torrione circolare. Vi sono alcuni viali di accesso, larghi, con il fondo cosparso da sassi di fiume e, in alto, cancellate barocche in ferro battuto. Le loro volute sono però spesse e pesanti, come solo certa arte “provinciale” sa essere: perfette per un austero castello dall’aria militare.

    Il parco è in verità, apparentemente, piuttosto spoglio: ampi prati verdi con un’erba un po’ rustica e frammista, viali volutamente non battuti e muri in pietra che mostrano i segni del tempo. Arroccate tra tigli secolari e tra i grandi arbusti dal portamento scomposto, spuntano irregolari le torrette ed i torrioni, consumati dal tempo. I tagli di luce sono qui forti, sole od ombra assoluta, quest’ultima fredda come solo quella degli edifici medioevali può essere.

    I fiori sono i grandi assenti del giardino. Il verde degli alberi e dell’erba, il grigio marrone della muratura e dei viali dominano incontrastati, colori freddi a sottolineare l’origine militare del complesso. Solo in primavera, quasi una concessione alla stagione, l’effetto d’insieme viene mitigato dalla fioritura di centinaia di narcisi che popolano gli austeri sottoboschi del parco. Frugali, semplici e dai toni chiari colorano, per un breve periodo, l’ombra tagliente e tardo invernale. Splendido è, infine, il recente “chirurgico” inserimento, da parte di un noto paesaggista italiano, di alcune migliaia (ben 7.000!) di cespugli di Spiree (Spirea Van Houttey). Questi arbusti si sviluppano velocemente e creano macchie verdi chiaro di foglie lanceolate, dai bordi dentellati. I rami sono ricurvi e leggermente ricadenti verso il basso, quasi, in quel contesto, a ricordare alabarde decussate. Semplice e frugale nella crescita quanto nell’aspetto, questa pianta è perfetta per il contesto medievaleggiante. La fioritura si colloca a fine inverno, inizio primavera, ed è abbondantissima: l’arbusto si copre letteralmente di centinaia di piccoli fiori bianco puro, riuniti in gruppi di alcune decine, che coprono totalmente i rami e le foglie dal verde ancora indeciso.

    castello-piemontese-6Gli spogli viali, fiancheggiati da queste siepi, mutano completamente aspetto. Per poco però. Il castello ed il complesso militare “tollerano” solo piante spartane, fioriture brevi ed in colori netti e puri (i bianchi petali dei Tigli e delle Spiree o il giallo incolore dei Narcisi). Austeri e scuri bossi dalle forme rigorosamente geometriche, scabri alberi irrigiditi dai secoli e rustici cespugli dalle candide ed effimere fioriture riprendono nelle forme e nei colori le vicine alpi, dalle vette innevate.

    Nonostante siano passati i secoli e la funzione del castello sia profondamente cambiata, il parco -immutato- rispecchia ed esalta ancora oggi, nella fredda luce di fine inverno e nello studiato vuoto degli spazi, la scabra origine fortilizia del complesso.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Meganoidi, sul palcoscenico una garanzia made in Zena. Il concerto è clamoroso

    Meganoidi, sul palcoscenico una garanzia made in Zena. Il concerto è clamoroso

    meganoidiA  San Benigno, circondata dalla rampa del viadotto stradale che si interseca tra l’ingresso alla sopraelevata e la corsia per l’autostrada, sorge l’area elicoidale, un’oasi nel deserto di asfalto divenuta ormai celebre in città in quanto sede di Music for Peace (qui l’intervista ai volontari dell’organizzazione che raccoglie materiali di prima necessità per ridistribuirli nelle zone del mondo in difficoltà, ndr)Confermiamo subito: è appagante poter contribuire direttamente a un’iniziativa così importante portando generi di prima necessità come cibo, medicinali, vestiti e materiali scolastici, invece di donare una somma di denaro.

    Il clima al Music for Peace è unico, fin dal pomeriggio: mercatini multietnici, sport, danze, workshop per bambini e musica per tutti i gusti e tutte le età. Non resta che fare la nostra parte e goderci una festa un po’ centro sociale un po’ carnevale etnico un po’ sagra di paese. La sera si procede con Che Festival! e sul palcoscenico salgono gruppi come Od Fulmine e Meganoidi. Dei primi abbiamo parlato recentemente, ma è doveroso dire quanta energia e quanta simpatia sprigionano ogni volta che li si incontra e, soprattutto, quanta certezza di avere di fronte qualità e potenzialità da vendere ogni volta che li si ascolta.

    meganoidi-2Per i Meganoidi non servono presentazioni, lusinghe o esitazioni: sono la migliore realtà musicale del panorama genovese da 15 anni a questa parte, un’officina instancabile di generi e uno dei laboratori musicali più vivaci a livello nazionale, senza esagerazioni. E poche storie: il concerto è clamoroso. Tutti i pezzi scatenano un pubblico che balla ogni accordo e che canta ogni parola. Si seguono una dopo l’altra le canzoni, senza quasi interruzioni; dal post-rock lirico e granitico di “Luci dal Porto” e “Ogni Attimo” (Welcome in Disagio) al prog cupo e noise di “Altrove” e “Dighe” (Al Posto del Fuoco); dall’alternative punk e brass-rock di “La Fine” e “Inside the Loop” (Outside the Loop Stupendo Sensation) allo ska made in caruggi di “King of Ska?” e “Meganoidi” (Into the Darkness Into the Moda). “Supereroi” la fa ancora da padrona tra le richieste della gente, e sembra che pure i camion in transito sulla spirale della strada rallentino per ascoltarne almeno qualche nota. “Zeta Reticoli” è ormai un inno cittadino, verso cui gli stessi Meganoidi nutrono il rispetto che merita, suonandolo con la passione di chi l’ha composto e si è poi reso conto di aver scritto un capolavoro. Pezzi che coprono 15 anni di carriera e di esplorazione musicale genuinamente autoprodotta.

    [quote] Il pubblico genovese è stato per molto tempo legato ai primi lavori della band, e ha capito il senso del genere meganoide con gli ultimi due dischi, in particolare con Welcome in Disagio[/quote]

    Davide canta con ogni muscolo del corpo, Luca si destreggia tra assoli di chitarra e di tromba come se nulla fosse, Riccardo fa esplodere a ogni pennata colpi di basso che fanno vibrare lo stomaco, Berna mette ordine con il suo chitarrismo preciso (senza sacrificare il voltaggio) e Lorenzo “Frullo” che mescola e fonde tempi dispari e ritmiche impossibili con la precisione di un metronomo! Un’ora e mezza di musica che, invece di sedare gli animi, fa scalpitare ancora di più per il loro prossimo concerto, in un vortice di assuefazione musicale per cui l’overdose non è concepibile.

    A fine concerto, quando ancora tutti hanno bisogno di scaricare l’energia delle due band targate Greenfog saltando e ballando con il dj-set, incontriamo Luca e Davide, sempre disponibilissimi e calorosi. Chiediamo di Genova, della condizione per l’ambiente artistico e musicale che la città offre. E ci rispondono che «Genova è una città complicata ma formativa: costringe al confronto con handicap e difficoltà profonde, per risolvere le quali è indispensabile un percorso di automiglioramento costante. Gli ostacoli che vi si incontrano sono notevoli: per questo sono notevoli le soluzioni che le persone escogitano: Music for Peace può benissimo essere un esempio; un altro era la Buridda…”.

    Il rapporto della band con Genova è estremamente forte, e il legame con il pubblico lo è altrettanto; quali siano invece le dinamiche che si creano con il pubblico delle altre città non è così scontato: «mentre a Genova l’affetto è quello di un pubblico ormai di amici, che comporta anche un diverso approccio alla musica che facciamo, il rapporto con il pubblico fuori Genova è ugualmente caloroso ma più obiettivo. Il pubblico genovese è stato per molto tempo legato ai primi lavori della band, e ha capito il senso del genere meganoide con gli ultimi due dischi, in particolare con Welcome in Disagio».

    Il “genere meganoide” è un termine assolutamente perfetto -forse il solo possibile- per descrivere la loro musica e le evoluzioni continue del loro stile. Ogni disco dei Meganoidi è, in effetti, una riscoperta del gruppo stesso attraverso gli eclettismi tracciati dai lavori precedenti. «L’onnivorismo che caratterizza le estrazioni musicali dei componenti porta all’esigenza viscerale di sperimentare e di rinnovarsi». Non esiste il compiacimento gratuito del reinventarsi, come è bandita ogni tentazione di vivere sul proprio nome scrivendo canzoni autoreferenziali. Tentazione svanita con la coraggiosa scelta di non cedere alle lusinghe di alcuna major, e di proseguire con la coerenza artistica e l’onestà intellettuale dell’autoproduzione. «Proprio da queste premesse nasce la libertà di espressione della nostra musica, senza rinnegare quella già scritta né precludere nulla a quella che verrà. Per ora siamo entusiasti del CD-DVD in uscita a giorni, il 10 giugno, per festeggiare i 15 anni di attività. Per il resto, chissà, in autunno…».

    Con questo saluto, che ci fa ben sperare in un nuovo capitolo meganoide, lasciamo il Music for Peace, una realtà preziosa per la città, per cui potrebbe valere la pena di parafrasare De Andrè, “dai diamanti non nasce niente, dal ‘degrado’ nascono i fior”; e pensiamo che sarebbe davvero bello se si potesse scambiare della buona musica con la pace: in quel caso, la band genovese correrebbe per il Nobel.

     

    Nicola Damassino

  • Music For Peace, non solo Che Festival! Compie vent’anni una fra le Onlus più attive in città. La nostra intervista

    Music For Peace, non solo Che Festival! Compie vent’anni una fra le Onlus più attive in città. La nostra intervista

    music-for-peace-che-festival-14Il Che Festival! è un mondo perfetto, quello che tutti vorremmo idealmente: una sorta di Utopia. Ce ne siamo innamorati appena siamo arrivati lì, nel cuore di San Benigno qualche sera fa. Lo trovi soffocato da capannoni industriali, WTC, Torri Faro, nuovo complesso MSC, ma quando arrivi in Via Balladyer si apre un mondo nuovo. Il gruppo di Music for Peace è una delle organizzazioni più attive in città, è noto ai più il loro lavoro per portare aiuti umanitari in quelle parti del mondo particolarmente problematiche: da decenni organizzano eventi a Genova, prima itineranti poi da 4 anni stabili con il Che Festival!, per aiutare i più bisognosi. Si occupano di diritti umani e hanno messo in piedi una squadra di volontari che tutto l’anno si occupa di aiutare famiglie all’estero ma anche a Genova, formare giovani studenti sul tema della solidarietà, raccogliere generi di prima necessità. Il Che Festival! di giugno, insomma, è solo la punta dell’iceberg.

    Rapiti da tutto questo fermento, abbiamo deciso di tornare qui con#EraOnTheRoad per intervistare Claudia D’Intino, membro dello staff dell’organizzazione.

    Tanto per cominciare, raccontaci un po’ di voi: chi siete, cosa fate?

    «Siamo un’associazione umanitaria particolare, probabilmente l’unica nel panorama nazionale a lavorare come facciamo noi. Abbiamo 4 punti fermi, capisaldi attorno a cui ruota il nostro impegno: il primo, non raccogliamo denaro da privati ma generi di prima necessità. È una scelta difficile da mantenere, soprattutto quest’anno, ma per noi è importante che resti così: sia per dare un segnale di trasparenza alle persone che decidono di contribuire e aiutare la nostra causa, sia perché vogliamo accrescere la consapevolezza tra i soggetti che decidono di collaborare. Venire qui con un sacco della spesa o con oggetti di cancelleria, ad esempio, richiede uno sforzo diverso dal semplice andare a un concerto e pagare un biglietto. Il secondo punto, molto importante, è che i beni che raccogliamo vengono distribuiti personalmente da noi: diamo sostegno a famiglie bisognose sia in zone particolari come la Striscia di Gaza, sia a Genova (ogni anno aiutiamo oltre 250 famiglie). Inoltre, vogliamo sottolineare che, nel caso in cui non fosse possibile completare la distribuzione personalmente, non affidiamo la merce nelle mani di terzi ma torniamo indietro con tutto il materiale».

    «Ad esempio, ci è capitato lo scorso anno di restare bloccati tra Egitto e Striscia di Gaza, all’altezza del Valico di Rafah, per 35 giorni ma non abbiamo voluto abbandonare  la “merce” perché abbiamo scoperto in questi anni che c’è un vero e proprio business nei territori di confine che vale milioni di euro: spesso le associazioni abbandonano il materiale alla frontiera, ma non arriva mai a destinazione e viene rivenduto o ridistribuito in modo arbitrario da chi controlla questi luoghi. Per quanto ci riguarda, invece, collaboriamo direttamente con associazioni partner, ospedali, ecc. e ci assicuriamo che la distribuzione vada come previsto. Insomma, seguiamo tutte le fasi, dalla raccolta alla consegna. Infine, quarto punto: il nostro obiettivo è la sensibilizzazione. Chiediamo alle persone un atto pratico, quello di donarci beni di prima necessità, solo per obbligarle a riflettere. Cerchiamo di sensibilizzare le persone grazie alla sinergia con arte e divertimento, per coinvolgere tutti, al di là dei gusti, delle preferenze, dell’estrazione sociale. Ad esempio, il 2 giugno 2013 ricordo che qui al Che Festival! c’era su un palco Zulu dei 99 Posse e sull’altro un gruppo che faceva liscio: è l’unico festival di musica dove puoi venire con tua nonna, insomma».

    Un approccio diverso al volontariato e al mondo degli aiuti umanitari. Se non ricordo male anche i vostri esordi sono stati particolari…

    «Vero. Siamo partiti dalle discoteche, luoghi che tradizionalmente non vengono associati al volontariato e alla solidarietà. L’associazione Music for Peace nasce da un’idea di Stefano Rebora nel 1988. All’epoca, con un gruppo di amici, lavorava come direttore artistico in locali notturni tra Italia, Francia, Corsica e, con lo scoppio della Guerra del Kosovo, ha maturato l’idea di mettere il suo lavoro al servizio degli altri. Così nel 1994 da vita al gruppo dei “Creativi della Notte” e inizia a organizzare eventi particolari, in un momento in cui le discoteche iniziano a diventare luoghi controversi di divertimento sregolato (uso di droghe, ecc.). La prima proposta di Stefano è quella di far pagare per dieci giorni l’ingresso in discoteca con beni di prima necessità da inviare alle persone che vivevano negli scenari di guerra: un successo. È la stessa logica applicata al Che Festival!, in fondo: se vieni coinvolto facendo una cosa che ti piace e che ti diverte, sei più predisposto ad ascoltare. Non è vero che certe tipologie di persone (i giovani delle discoteche, i ragazzi con i dreadlocks) non sono solidali, è solo che le associazioni del terzo settore non gli parlano nel modo giusto e parlano solo a chi è già predisposto ad ascoltare. Da subito sono partite le prime missioni, ma non c’era una vera e propria associazione costituita: siamo diventati una Onlus solo nel 2002, quando Stefano, in partenza per l’Afghanistan, è stato obbligato dalla normativa di quel Paese a costituire una associazione di questo tipo. Music for Peace è stata fondata all’Aeroporto Cristoforo Colombo, poco prima della partenza. Anche il nome è stato scelto su due piedi: Stefano ha deciso di chiamare l’associazione come l’ultimo evento che aveva organizzato in discoteca. In seguito, la strada dei locali notturni è finita e gli eventi si sono spostati da lì ad altri luoghi: è nato il festival itinerante Zena Zuena, che è andato avanti per 10 anni. Da 4 anni, però, siamo diventati stabili, abbiamo trovato questa sede a San Benigno e abbiamo dato vita al Che Festival!».

    [quote]Se vieni coinvolto facendo una cosa che ti piace e che ti diverte, sei più predisposto ad ascoltare. Non è vero che certe tipologie di persone (i giovani delle discoteche, i ragazzi con i dreadlocks) non sono solidali, è solo che le associazioni del terzo settore non gli parlano nel modo giusto[/quote]

    Logisticamente come fate ad andare avanti? Cosa comporta la scelta di offrire un festival come questo gratuitamente?

    «È una scelta molto dura, anche se abbiamo aiuti: ad esempio, abbiamo deciso di pagare l’affitto di questo spazio che occupiamo a San Benigno, di proprietà dell’Autorità Portuale, ma abbiamo un canone agevolato al 90% stabilito dal Demanio. Quando siamo arrivati qui, molti di noi erano disperati: non c’era nemmeno l’asfalto, non c’era niente. Abbiamo fatto tutto da soli, grazie al lavoro dei volontari: qui non è mai entrata una ditta esterna, a meno che non fosse partner. Per il resto, abbiamo asfaltato, costruito il campetto aperto e gratuito tutto l’anno, il magazzino, gli infissi, le aule e i locali che usiamo per le nostre attività durante tutto l’anno. Non c’era nemmeno l’elettricità. Fino a 4 anni fa non avevamo una sede, solo un piccolo ufficio a Borgoratti 2 metri per 2, e ci appoggiavamo al VTE per il trasporto delle merci: la logistica non era delle migliori, ma abbiamo realizzato lo stesso oltre 20 missioni. Poi finalmente siamo arrivati qui, e anche se il lavoro è stato duro eravamo felici. Ora riceviamo, per fortuna, contributi da enti pubblici e privati, da sponsor, istituzioni e media partner, con i quali c’è un rapporto di cambio merci. Per esempio, da dieci anni collaboriamo con il gruppo Messina, che mette a nostra disposizione container per le missioni ed effettuano il trasporto fino al porto più vicino. Tutto quello che vedete qui è “spazzatura”, materiale di recupero: i tavoli vengono da una vecchia nave di Costa Crociere, poi ci sono pallet, una vecchia libreria che fino a qualche anno fa era al Palazzo della Borsa, parti recuperate dal mercato di Via Bologna. Le piante sono state donate da un commercialista e da un vivaio di Savona. Anche la copertura del palco è stata donata dal nostro sponsor, la birra DAB. E soprattutto: gli artisti si esibiscono gratuitamente e non percepiscono nemmeno un rimborso per il viaggio (alcuni vengono dalla Calabria o dalla Lombardia, per esempio)».

    Chi aiutate? Dove svolgete le vostre missioni umanitarie?

    music-for-peace-che-festival-7«Dal 2009 ci siamo concentrati sulla Striscia di Gaza perché abbiamo lasciato il cuore qui. È un contesto particolare: un’area grande come Genova, con 1,7 milioni di abitanti e sotto assedio, il che vuol dire che le merci non possono né entrare né uscire e non è possibile lo sviluppo economico. Sono negati tutti i diritti umanitari e proviamo a restituire loro qualcosa che hanno perso, anche se questo non è assolutamente comparabile al valore di quello che, umanamente, riportiamo indietro al termine della missione: queste persone ci insegnano molto. Prima siamo stati un po’ ovunque: Kosovo, Afghanistan, Su Sudan, Sri Lanka, Bosnia».

    Come si svolgono le missioni a livello pratico?

    «Siamo ospitati a casa di amici diversi di volta in volta, a seconda del Paese in cui operiamo. Restiamo circa 20, 30 giorni e abbiamo un referente sul posto che ci aiuta a trovare un magazzino in cui depositare le merci, e collaboriamo con associazioni locali e partner che si occupano di disabili, o ospedali, asili ecc. Le associazioni vengono al magazzino a prendere il materiale di cui hanno bisogno e lo distribuiscono direttamente all’interno della loro sede: i palestinesi hanno le merci direttamente dalle mani di altri palestinesi, non da noi occidentali perché si sta sviluppando una sorta di razzismo nei confronti degli attivisti…».

    Siete attivi anche a Genova, vero?

    «Sì, anche in città collaboriamo con associazioni attive sul territorio. Da due anni abbiamo firmato un patto di sussidiarietà con il Comune di Genova e abbiamo partner attivi su tutto il territorio che ci inviano schede con i dati di famiglie bisognose, che noi aiutiamo preparando loro la spesa e sostenendoli in vari modi. Il progetto si chiama “Dalla gente per la gente”».

    In città siete conosciuti soprattutto per il Che Festival! e per le vostre missioni, ma non siete solo questo, vero? Quali altri progetti seguite?

    «I nostri progetti si raggruppano sotto un grande contenitore che si chiama “Solidarbus”: al suo interno c’è Che Festival! da quattro anni, le missioni, Dalla gente per la gente, il tour solidale itinerante e Solidarscuola. Tutto l’anno, infatti, il lavoro qui prosegue, siamo sempre in movimento qui all’interno della sede di San Benigno: da gennaio a maggio lavoriamo con le scuole liguri (l’anno scorso c’era anche una di Milano) dalle elementari alle superiori, con un progetto gratuito per insegnare i diritti umani. Ogni giorno vengono qui, nella nostra Aula Vik, un centinaio di bambini e ragazzi. Prima ci occupiamo di una parte teorica, attraverso giochi o spunti di approfondimento; poi passiamo alla pratica: i ragazzi lavorano, fanno pacchi, confezionano materiale e preparano anche disegni e lettere per le persone che riceveranno il materiale. Ogni scuola apre un proprio punto di raccolta all’interno del proprio quartiere/città e ci consegnano il materiale da inviare alle popolazioni che aiutiamo. Durante il Che Festival! si esibiscono con recite, cori, balli per far vedere quello che hanno imparato».

    A proposito di San Benigno, come mai la scelta di stabilirvi qui?

    «Una scelta impopolare, ma c’è un motivo intanto logistico (siamo vicini ai container e al porto per l’imbarco delle merci), e poi simbolico: quello di ridare slancio a una zona tristemente nota per altre attività che non sono la solidarietà e schiacciata da attività portuali, industriale e uffici. Riuscire a far arrivare ogni giorno qui centinaia di ragazzi, ad esempio, è stata una scommessa: è difficile portare gente qui, ci si deve venire apposta, e ora in molti frequentano quest’area. Per esempio gli abitanti di Sampierdarena approfittano del nostro campetto per venire a giocare a calcio qui, e anche gli spazi interni sono tutti aperti alla cittadinanza. Inoltre, è stata una scelta anche simbolica: i primi camion diretti in Afghanistan nel 2002 sono partiti da qui».

    Le scorse edizioni e la presente: una previsione prima della fine?

    «Nel 2013 abbiamo raggiunto le 60 mila persone, ma quest’anno sta andando molto meglio e abbiamo fatto un vero salto di qualità. Non ci facciamo tanta pubblicità perché è un investimento che non possiamo permetterci, ma grazie al passaparola c’è stato un incremento e i liguri si sono affezionati a quella che è una manifestazione popolare dove ognuno può trovare una propria dimensione, affine ai propri gusti».

     

    Elettra Antognetti

  • Discarica di Scarpino, via libera ai rifiuti sino a martedì. Al lavoro per far rientrare l’emergenza

    Discarica di Scarpino, via libera ai rifiuti sino a martedì. Al lavoro per far rientrare l’emergenza

    Scarpino, discarica di GenovaLa Regione Liguria chiede alla Provincia di prorogare di una settimana la sospensione dell’autorizzazione al ricevimento dei rifiuti a Scarpino. La Provincia accoglie la richiesta di Piazza De Ferrari e concede la deroga sino a martedì 10 giugno.

    Un provvedimento, quello degli uffici regionali, resosi necessario dopo la mancata firma della deroga da parte del Sindaco. Il tanto atteso documento firmato da Marco Doria, che sarebbe dovuto arrivare fra la serata di martedì e la giornata di ieri, è rimasto nel cassetto, sembrerebbe a causa di un vizio normativo. Stando a fonti ufficiose, l’ordinanza del Sindaco sarebbe potuta arrivare solo in caso di comprovata emergenza per la salute pubblica della popolazione. Condizione che, a quanto pare, non sarebbe stato possibile dimostrare.

    Questi giorni di deroga dovrebbero bastare ad Amiu per terminare lo studio per la messa in sicurezza della discarica e far rientrare l’allarme chiusura dopo i sopralluoghi della Protezione Civile. Questo il comunicato con cui la Provincia ha confermato il nuovo via libera per Scarpino.

    “Sei giorni al massimo. La Provincia di Genova, su richiesta della Regione, ha concesso una breve dilazione – da oggi alle 24 di martedì 10 giugno – al provvedimento di chiusura della discarica di Scarpino. La decisione è stata adottata questa mattina, quando i tecnici si sono riuniti con il commissario Piero Fossati per valutare la richiesta regionale, motivata dalla necessità di poter avere i tempi necessari per definire nuovi accordi con la Regione Piemonte che permettano di smaltire nei suoi siti i rifiuti dei Comuni del territorio provinciale, escluso il capoluogo, che conferivano alla discarica di Scarpino. La discarica sarà utilizzabile sino a martedì prossimo anche dal Comune di Genova”.

    “Intanto oggi a Scarpino inizieranno i primi rilievi anche gli esperti dell’istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, centro di competenza della Protezione Civile Nazionale, che offriranno il loro supporto scientifico per valutare in collaborazione con i tecnici dei diversi enti le condizioni di stabilità della discarica”.