Autore: erasuperba

  • La Ginestra, pianta tipica della Liguria e del Mediterraneo

    La Ginestra, pianta tipica della Liguria e del Mediterraneo

    ginestra-1Abbiamo deciso, questa settimana, di parlare di una pianta che non viene spesso presa in considerazione nei giardini e neppure frequentemente menzionata nelle riviste di settore, la ginestra ed in particolare lo Spartium junceum.
    Questo arbusto è presente in molte regioni italiane, tra cui la Liguria, allo stato spontaneo, frammisto alla macchia mediterranea. In realtà, sebbene esso raggiunga anche un metro e mezzo o due di altezza ed un considerevole volume, passa spesso inosservato.

    ginestra-2Presenta numerosi rami piuttosto articolati, che partono da un ceppo contorto e rugoso, di un marrone indefinito, grigiastro e caratterizzato da una corteccia a scaglie. Le estremità dei rami diventano via via sempre più sottili e verdi, di un colore però sempre indefinito, scuro e poco appariscente. Le foglie presenti sull’arbusto non sono numerose, sono poco evidenti, sottili e lanceolate. La Ginestra “scompare” spesso tra mirti, Cistus, Corbezzoli, Valeriane e le mille altre varietà che crescono spontanee lungo le coste della penisola e della Liguria.

    ginestra-3La pianta si caratterizza quindi, più che per una intrinseca bellezza, per la sua particolarità. Sembra infatti un grande bonsai, abbarbicato spesso strenuamente alle rocce e sui declivi. Un po’ storta ed irregolare, non si presta alle potature, così è e così deve restare. La particolare conformazione della chioma, dei rami e delle foglie ha, come sempre in natura, una precisa ragione: evita la dispersione dell’acqua, rende la pianta adattabile alla calura estiva e le permette di sopravvivere in terreni brulli, aridi e sassosi.

    ginestra-4Per queste ragioni, le coltivazioni di “ginestreti” vengono utilizzate per preparare, come piante pioniere, i suoli più impervi per la successiva colonizzazione ed il graduale inserimento di altre piante meno rustiche quali: Quercus pubescens, Fraxinus Ornus, Clematis vitalta e molte altre. Come abbiamo detto, la pianta è frugalissima, cresce facilmente, non soffre malattie, non necessita di particolari potature ed è adattissima anche per il neofita. Se poi essa appare un po’ incolore per la gran parte dell’anno, in primavera la Ginestra produce una fioritura spettacolare.

    ginestra-5La varietà Spartium junceum si ricopre, in particolare, di una infinità di fiori di piccole dimensioni di un giallo oro intenso e brillante, che spiccano anche a grande distanza. Da lontano, persino dal mare, si vedono le colline coperte di ciuffi scintillanti nella luce già quasi estiva di maggio. L’odore stesso della fioritura è gradevolissimo: un profumo legnoso, secco e dolciastro al tempo stesso, che fa immediatamente percepire la presenza della pianta. Altre varietà di Ginestra, meno rustiche, presentano poi colorazioni differenti: dal bianco puro, al rosa più o meno tenue fino al rosso intenso.

    Consigliamo di certo l’utilizzo dello Spartium per realizzare giardini tipicamente mediterranei, frammisto a piante spontanee in natura ma anche a malve, Lavatere, rose rugose o di varietà rustiche, Acanto, Iris ed Agapanti ma anche, se si desidera un effetto insolito, a cespugli di Rosmarino ed Erba Salvia. Il fogliame verde scuro e compatto del primo arbusto, quello grigioverdastro del secondo ed i colori delle loro fioriture blu-violacee contrastano bene con il giallo intenso dei fiori ed il marrone bruciato delle ramificazioni filiformi della Ginestra.

    Proprio un arbusto apparentemente così irrilevante, è infine il simbolo, nella celebre poesia leopardiana, della altera indistruttibilità della natura quando, da ultimo, la pianta si piega, non renitente, sotto il peso delle colate di lava del Vesuvio. L’incessante ciclo della vita riprenderà però in breve, proprio grazie alla colonizzatrice e rustica Ginestra, persino sulle inospitali e riarse pendici di un vulcano.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Scarpino, la Provincia conferma la sospensione dell’autorizzazione. Il Consiglio non lo sapeva

    Scarpino, la Provincia conferma la sospensione dell’autorizzazione. Il Consiglio non lo sapeva

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5«Apprendo in questo momento la notizia. Appena concluso il Consiglio mi riunirò per prendere le decisioni che consentano di proseguire la gestione dei rifiuti in una città di 600 mila abitanti nel rispetto delle norme ma in una situazione di assoluta emergenza». Questo il primo commento del Sindaco alla notizia della conferma da parte della Provincia della sospensione dell’autorizzazione al ricevimento dei rifiuti nella discarica di Scarpino.

    Una notizia diffusa con una nota stampa dalla Provincia intorno alle 17 e appresa dal Consiglio comunale grazie ad Era Superba. Una dinamica quantomeno singolare. Alcuni consiglieri leggono il comunicato dalla nostra postazione e in pochi minuti la novella si diffonde di banco in banco. Qualche difetto nella comunicazione fra gli enti?

    E pensare che pochi minuti prima l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, aveva cercato di rassicurare i consiglieri con una breve informativa sulla situazione di Scarpino in apertura di seduta.
    A dire il vero, l’intervento dell’assessore era servito soprattutto a ripercorrere le tappe che avevano portato fino alla situazione odierna (già ampiamente raccontate su Era Superba), senza entrare nel merito degli scenari futuri, successivi alla decisione della Provincia, se non per un generico auspicio per una via di uscita condivisa

    Duro il commento in aula del consigliere Lilli Lauro Pdl che invita il Sindaco a dimettersi.

    Qui l’approfondimento sulle motivazioni che hanno portato alla decisione della Provincia.

     

    “La decisione dei tecnici dell’ente è stata annunciata dal commissario Piero Fossati che ha detto “rispetto ai documenti e ai dati presentati i nostri tecnici hanno valutato che allo stato attuale non sia possibile prorogare il conferimento nella discarica”. L’eventuale prosecuzione temporanea dell’attività di Scarpino, solo per i rifiuti del capoluogo, potrebbe essere consentita esclusivamente da un’ordinanza specifica e urgente che il sindaco Marco Doria ha facoltà di adottare per motivi di salute pubblica.”, così si legge nel comunicato.

    “Per lo smaltimento di 180 tonnellate giornaliere di rifiuti dagli altri Comuni del territorio provinciale genovese, secondo quanto reso noto dal Dipartimento Ambiente della Regione Liguria, è disponibile l’impianto di Boscaccio a Vado Ligure, sulla base di un accordo di programma elaborato dalla Giunta regionale. Lo stesso Dipartimento ha informato intanto Provincia e Comune che nei prossimi  giorni arriveranno a Genova anche gli esperti dell’istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, centro di competenza della Protezione Civile Nazionale, che offriranno il loro supporto scientifico per valutare in collaborazione con i tecnici dei diversi enti le condizioni di stabilità della discarica”.

    Il sindaco Marco Doria dovrebbe ora firmare il documento che consentirà di non interrompere il conferimento dei rifiuti in discarica. Ma l’emergenza, ovviamente, rimane.

     

  • Porto di Genova, Expo 2015. Una grande opportunità per lo scalo genovese

    Porto di Genova, Expo 2015. Una grande opportunità per lo scalo genovese

    Palazzo San GiorgioVenerdì 30 maggio, con lo sbarco presso il terminal Sech dei primi quattro contenitori di merce destinata alla costruzione dello stand espositivo giapponese di Expo 2015, il porto di Genova ha lanciato la sua candidatura a diventare porta d’accesso principale per i notevoli volumi di traffico connessi al grande evento milanese del prossimo anno. I container, usciti venerdì stesso dalle banchine genovesi con destinazione Milano, sono stati dichiarati con la procedura dello “sdoganamento in mare” (il cosiddetto pre-clearing, attivo negli scali di Genova e La Spezia dal 25 febbraio scorso) che permette agli operatori di trasmettere le dichiarazioni di importazione mentre le merci sono ancora in viaggio sulle navi, consentendo alla dogana, e alle altre amministrazioni coinvolte, di anticipare l’effettuazione dell’analisi dei rischi, e svincolare prima dell’arrivo le merci per le quali non ritiene necessario effettuare un controllo fisico. Un’operazione salutata con entusiasmo dal presidente dell’Autorità Portuale, Luigi Merlo: «Abbiamo dimostrato che quella di candidare Genova a porto Expo era un’intuizione felice, ed ora si sta concretizzando. Grazie al nuovo sistema di sdoganamento in mare diamo ai Paesi interessati un segnale di efficienza importante, segnale che potrà consolidare, finita l’esposizione, anche i traffici futuri».

    Sempre nel mese di maggio, Autorità Portuale genovese e Gruppo Fs hanno annunciato di aver siglato un accordo per quanto riguarda le operazioni di carico sui treni dei container non soggetti a controlli di sicurezza direttamente dalle navi cargo, semplificando e velocizzando le pratiche burocratiche, tramite l’utilizzo di nuovi sistemi tecnologici. “La nuova procedura telematica, denominata corridoio doganale ferroviario, permetterà agli operatori di presentare le dichiarazioni doganali dei container trasportati in maniera più rapida ed efficace – si legge nel comunicato stampa congiunto – L’niziativa, resa possibile grazie alla collaborazione dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, agevolerà lo sviluppo e la competitività del trasporto merci intermodale, soprattutto in vista di EXPO Milano 2015″.

    Verso Expo 2015: che cosa sono i corridoi controllati?

    Il porto di Genova, dunque, getta le basi per prepararsi ad accogliere i crescenti flussi merceologici previsti da qui a breve, in un’ottica di sviluppo che prevede investimenti sia in infrastrutture “materiali” (vedi il Piano del Ferro per aumentare il trasporto su rotaia), sia in infrastrutture “immateriali”(vedi il sistema telematico portuale E-port), oltre alla fondamentale attuazione di soluzioni (individuate dall’Agenzia delle Dogane) idonee a ridurre le inefficienze – e di conseguenza i costi – del ciclo importo/export, considerando che l’incertezza dei tempi necessari per la conclusione delle procedure, mediamente più lunghi di quelli dei competitors europei, e la scarsa affidabilità nel rispettare le scadenze, vengono indicati tra i principali fattori che influenzano negativamente la competitività del sistema logistico nazionale.
    Di Sportello Unico Doganale, sdoganamento a mare, e relative problematiche attualmente irrisolte, abbiamo già parlato nel nostro precedente approfondimento, oggi ci concentriamo sui “corridoi controllati”, evocati, seppur vagamente, nell’accordo recentemente siglato (del quale non si conoscono i dettagli) tra Autorità Portuale di Genova e Gruppo Fs.

    L’Agenzia delle Dogane, nel quadro delle norme connesse all’organizzazione dell’Expo – Legge 14 gennaio 2013, n.3 che ha ratificato l’Accordo (Roma, 11 luglio 2012) tra il Governo della Repubblica italiana e il Bureau International des Expositions sulle misure necessarie per facilitare la partecipazione all’Esposizione Universale di Milano del 2015 – ha adottato innovazioni procedurali al fine di assicurare adeguati controlli e celerità nello svincolo delle merci destinate alle esigenze dell’esposizione universale, che poggiano su semplificazioni già sperimentate (Sportello Unico Doganale, pre-clearing, corridoi controllati).

    trasporto-merci-containerIl 10 febbraio scorso, a La Spezia, è stata avviata la sperimentazione operativa del primo “corridoio controllato” che consente ai container in arrivo presso il porto di essere immediatamente trasferiti dallo scalo mercantile all’area retro-portuale di Santo Stefano Magra, distante circa sette chilometri, dove potranno essere completati gli eventuali controlli doganali. Il progetto ha lo scopo di decongestionare le banchine, aumentandone di fatto la recettività, e nel contempo riducendo, anzi in molti casi eliminando completamente, i tempi di stazionamento delle merci dovuti alle esigenze di verifica da parte delle dogane e degli altri enti deputati ai controlli.
    Il corridoio controllato è stato realizzato dall’Agenzia delle Dogane con la collaborazione di UIRNeT S.p.A., soggetto attuatore della Piattaforma Logistica Nazionale “utilizzando le pregresse congiunte esperienze maturate nell’ambito del progetto Il Trovatore che, mediante l’utilizzo di dispositivi di controllo installati sui mezzi di trasporto, consente la tracciatura della movimentazione dei container nel rispetto dei percorsi prestabiliti, inviando allarmi in caso di deviazioni dal tracciato e/o ritardi nella conclusione del trasporto”. Secondo l’Agenzia “I corridoi controllati e lo Sportello Unico Doganale consentiranno, con la collaborazione delle altre amministrazioni nazionali coinvolte nei controlli delle merci, di ridurre al minimo i tempi di conclusione dei processi di sdoganamento, rappresentando un’importante semplificazione tesa a favorire la buona riuscita dell’EXPO 2015″.

    Il cronoprogramma dell’Agenzia prevede, entro il secondo semestre 2014: l’attuazione dei “Fast Corridors” per l’inoltro immediato delle merci arrivate via mare/aereo ai punti di sdoganamento (ne è prevista l’attivazione di uno dedicato in prossimità dell’area Expo) con trasferimento su gomma attraverso corridoi controllati dalla Piattaforma Logistica Nazionale, o via ferrovia; la predisposizione dei presidi nei medesimi punti di sdoganamento.

    La situazione  nel porto di Genova

    porto-container-d1«Nell’annunciato accordo tra Autorità Portuale e Fs, di cui non conosciamo i termini precisi, si fa soltanto un semplice riferimento allo strumento dei corridoi doganali – spiega Claudio Monteverdi, direttore Ufficio Agenzia delle Dogane di Genova – Parliamo di una procedura, in parte avviata, in parte da implementare, che resta ancora da applicare su larga scala a livello nazionale».
    In buona sostanza si tratta di corridoi controllati per il monitoraggio “fisico” delle merci da/verso l’area portuale (porto di sbarco/imbarco) verso/da un nodo logistico autorizzato. «Lo strumento è già tecnicamente dettagliato – continua Monteverdi – Esistono tipologie diverse di corridoi. Ad esempio La Spezia-Santo Stefano Magra (sperimentazione avviata a febbraio). Per l’Expo 2015 saranno definiti i corridoi sulla direttrice Genova-Milano. Attualmente i container sbarcano e poi seguono i normali tracciati. Con l’attivazione dei corridoi, invece, sarà possibile usufruire della modalità di inoltro diretto, da punto a punto, con facilitazioni nelle dichiarazioni doganali. L’Agenzia delle Dogane mette a disposizione lo strumento. Adesso sono le varie realtà economiche, in sinergia con gli operatori privati, che devono attivarlo. Chi conosce l’opportunità sta già lavorando da tempo con le autorità portuali per la sperimentazione dei corridoi. È compito loro passare alla fase concreta di attivazione».

    «Premesso che non siamo a conocenza dei contenuti dell’intesa tra AP Genova e Gruppo Fs, quando parliamo di procedure semplificate per lo svincolo delle merci, siamo ovviamente molto attenti alle eventuali prospettive – afferma Gianpaolo Botta, direttore generale di Spediporto (la più importante associazione italiana delle “case di spedizione” protagoniste del mercato dell’import/export e del trasporto delle merci) – Personalmente, credo che l’accordo scaturisca dalla volontà, da parte di entrambi i soggetti, di aumentare il livello di dialogo, anche per quanto riguarda la connessione tra le rispettive piattaforme informatiche e lo sviluppo di sistemi telematici che facilitino i processi di import/export».
    Secondo Botta «Il fatto di intensificare i rapporti tra chi sviluppa la parte ferroviaria e chi gestisce lo scalo, è sicuramente un atto di responsabilità. Visto che l’Autorità Portuale genovese, in questi anni, ha creato una rete di legami con gli operatori privati ed una stretta collaborazione con l’Agenzia delle Dogane, forse mancava proprio il tasselo del Gruppo Fs».
    Inoltre, l’iniziativa assume particolare rilevanza in ottica di Expo 2015. «L’evento sarà un vero e proprio banco di prova per Genova – conclude il direttore di Spediporto – Il nostro porto, per alcuni mesi, diverrà una delle principali porte di ingresso delle merci destinate alle sedi espositive. Noi operatori privati auspichiamo di essere adeguatamente coinvolti nella fase di attuazione delle possibili novità procedurali e/o di sistema. Simili progetti, infatti, funzionano appieno soltanto se tutti i soggetti, nessuno escluso, sono chiamati a partecipare. D’altronde, stiamo parlando di strategie che potrebbero ridisegnare i futuri bacini di utenza e migliorare i servizi che il porto fornisce al settore delle merci».

    Matteo Quadrone

  • “L’Oro Blu. Progetto H2CO3”, mostra itinerante: quando la fotografia diventa solidarietà

    “L’Oro Blu. Progetto H2CO3”, mostra itinerante: quando la fotografia diventa solidarietà

    oro-blu-india-orfanotorofioUna storia che inizia con un hobby che evolve in passione e successivamente in studio e in lavoro, per arrivare alla sua migliore espressione attraverso un gesto di umana solidarietà.
    Così può essere sintetizzata l’esperienza di Martina Lazzaretti, le cui fotografie in queste settimane e in quelle a venire saranno in giro per sedi varie a Genova e zone limitrofe con una mostra il cui ricavato è destinato interamente a un progetto di beneficenza. Insieme alle foto di Martina sono esposti gli scatti di Giuseppe Grillone, suo compagno in questa lodevole avventura.

    Tutto comincia per Martina nel 2007 quando inizia a frequentare i corsi di fotografia di Federica De Angeli e Sandro Ariu, mettendosi alla prova con una prima mostra realizzata col gruppo di lavoro e avendo l’opportunità di conoscere il fotografo di reportage Ivo Saglietti e di partecipare ad alcuni suoi workshop. Tra il 2010 e il 2012, sotto consiglio dello stesso Saglietti, Martina si specializza in fotografia e fotogiornalismo, prima a Madrid e poi in Danimarca.
    Per la sua tesi di laurea sceglie di documentare la storia di sua zia Graziella Trovato, intorno alla quale ruotano tre tematiche inscindibilmente legate tra loro (tra cui quella che ha portato alla realizzazione della mostra attualmente in allestimento): un cancro al seno, una distrofia alla retina e un’adozione a distanza.

    Racconta Martina: «La distrofia alla retina è una malattia ereditaria che porta alla perdita della vista, per questo motivo abbiamo deciso di intraprendere questo viaggio: per dare l’opportunità a mia zia di conoscere Megha (la bambina che ha adottato, ndr), e per completare la mia tesi». La meta della spedizione è stato dunque l’Orfanotrofio delle Suore della Divina Provvidenza nella regione di Palakkad in India. La Casa Madre dell’ordine, che si trova a Genova Sampierdarena, è quella cui Graziella si è appoggiata per l’adozione. Un’altra sede si trova a Bogliasco.
    Al viaggio hanno partecipato anche «Sandro, il mio ragazzo, che mi accompagna nelle mie avventure, mia madre Paola – che scettica sul tema adozioni si è dovuta ricredere – e il suo compagno Giuseppe, all’inizio della sua esperienza fotografica (anche lui allievo dei corsi di De Angeli e Ariu, ndr)».

    oro-blu-india-orfanotorofio-2Aggiunge Giuseppe: «Per me il viaggio in India è avvenuto quasi per caso, mi piace viaggiare e mi sono aggregato, era un’occasione in più per allenare l’occhio e avere sotto mano colori e situazioni diversi dal solito. Non avevo obiettivi specifici ma mi ero organizzato per fare foto di ogni genere seppure con un filo logico prestabilito: quando siamo arrivati lì però tutta l’organizzazione mentale è saltata, stravolta dal contatto con la realtà del luogo, dell’ambiente e delle persone che ci siamo trovati davanti. Condizioni di vita totalmente diverse da ciò a cui siamo abituati».

    Già all’arrivo in aeroporto tutto questo si è palesato con netta evidenza e, ancora prima che decidessero coscientemente di seguire un filone narrativo preciso,  la realtà stessa è entrata nei loro scatti: «Per quanto mi riguarda mi piace dire – racconta Giuseppe – che quello che abbiamo fotografato si è presentato ai nostri occhi semplicemente senza che noi lo avessimo cercato. C’era talmente tanto che ci sarebbe da fare una mostra per ogni tematica, dalla risaia dove abbiamo trovato una realtà che nella nostra società non esiste più, alla religione indù che detta ancora i tempi della vita delle persone, dal lavoro artigianale, manuale e arcaico, allo sfruttamento della donna, dalle tradizioni legate a una forte superstizione alla concomitante presenza delle tecnologie moderne come internet. Nello specifico il tema dell’orfanotrofio porta alla luce tematiche come la prostituzione minorile e il traffico dei corpi da cui le bambine ospitate dalle suore vengono salvate».

    Lo scopo della mostra, dal titolo L’ Oro Blu. Progetto H2CO3” (la formula chimica dell’acqua piovana) è raccogliere i fondi per installare un serbatoio di raccolta d’acqua piovana presso l’orfanotrofio in questione, che si trova in una condizione – come succede d’altronde in tutta l’India – di carenza d’acqua potabile e di problemi d’apporto di acqua, dal momento che è fornito di un solo raccoglitore del tutto insufficiente durante il periodo estivo (si raggiungono punte di 49 gradi all’ombra), soprattutto ultimamente con l’aumento del numero di bambine ospitate.

    L’idea di dare il via a questa raccolta fondi e di farlo attraverso le fotografie scattate durante il viaggio è venuta a Martina e Giuseppe alla fine della loro permanenza presso l’orfanotrofio: «Era l’ultimo giorno del nostro soggiorno in India – dice Martina – e le suore ci hanno invitato a passare con loro la giornata all’orfanotrofio visitandolo in tutti i suoi spazi. Così abbiamo scoperto che il solo serbatoio presente è da 12.000 litri e non riesce affatto a sopperire al fabbisogno».

    Aggiunge Giuseppe: «Noi abbiamo cercato di portare un sorriso a queste bambine, ma abbiamo in realtà ricevuto da loro molto più di quello che abbiamo dato, e durante le nostre visite si sono sviluppate emozioni che non ci aspettavamo. Non potevamo non cercare di aiutarle in qualsiasi maniera fosse per noi possibile, e ragionando con Martina e gli altri la mostra fotografica ci è sembrata la via più percorribile. Abbiamo scattato in bianco e nero a rullino con macchine analogiche: quando abbiamo sviluppato i negativi e ci siamo confrontati sulle immagini risultanti abbiamo notato che gli scatti avevano preso da sé un certo indirizzo, così abbiamo infine preso la decisione».

    Ancora Martina: «La cosa che più mi è rimasta impressa di questa esperienza è stata l’accoglienza che abbiamo ricevuto dalle bambine e l’affetto che ci hanno trasmesso. Nonostante la loro povertà hanno una ricchezza dentro che riesce a regalarti molto più di un semplice dono materiale, come quelli che abbiamo portato noi a loro. Spero che le nostre immagini possano riuscire a rendere le emozioni che loro ci hanno fatto provare. Abbiamo scelto l’orfanotrofio come punto chiave della mostra, circondato dai vasti paesaggi e dal tema del duro lavoro per sensibilizzare le persone. Volevamo far percepire la diversità dei due mondi, l’orfanotrofio cattolico, dove le bambine crescono al meglio, contrapposto alla vita quotidiana che si vive a Palakkad».

    Per la scelta delle foto da esporre Martina e Giuseppe si sono avvalsi del prezioso contributo di Federica De Angeli in veste di photo editor, che li ha aiutati selezionando gli scatti migliori.
    La mostra, già ospitata a Bogliasco e presso Arte in Campo a Genova, prosegue il suo itinerario attraverso aperitivi di beneficenza e allestimenti presso associazioni coinvolte e a breve sarà ospitata proprio dalle Sorelle della Divina Provvidenza a Sampierdarena. Tutti gli aggiornamenti si trovano sul sito del progetto per il serbatoio, projectbluegold.jimdo.com, dove tra l’altro chi volesse contribuire con una donazione può farlo seguendo le istruzioni per il versamento. Quando la cifra sufficiente sarà raggiunta il gruppo si recherà nuovamente in India per seguire la costruzione del serbatoio e i due fotografi documenteranno la nuova tappa di questa avventura.

     

    Claudia Baghino

  • Trenino di Casella, si riparte a dicembre 2014. Il futuro della ferrovia più amata dai genovesi

    Trenino di Casella, si riparte a dicembre 2014. Il futuro della ferrovia più amata dai genovesi

    binari-trenino-casellaIl trenino di Casella riparte entro dicembre 2014. Questo è quanto assicura l’assessore alla Mobilità e Trasporti del Comune di Genova, Anna Maria Dagnino, rispondendo a un articolo 54 del consigliere comunale della Lista Doria, Clizia Nicolella. Il trenino è fermo da 6 mesi e 19 giorni: dall’11 novembre 2013. Una decisione obbligata, quella presa da Amt, che all’epoca aveva motivato lo stop con la necessità di effettuare dei lavori lungo i 24 km di linea urbana ed extraurbana; ma anche una decisione piuttosto impopolare, che ha suscitato polemiche tra i genovesi e gli abitanti delle valli Bisagno, Polcevera e Scrivia, riuniti in associazioni spontanee.

    Lo stop del trenino e i lavori di messa in sicurezza

    Dalla fine del 2013, l’USTIF (l’Ufficio Speciale Impianti e Trasporti Fissi, emanazione del Ministero delle Infrastrutture) ha prescritto l’obbligo di messa in sicurezza di due ponti metallici (in cui sono presenti due buchi e che, pur percorribili dai pedoni, potrebbero cedere sotto il peso del trenino). Inoltre, anche se questi sono i lavori principali, ce ne sono altri da svolgere, come la pulizia dei binari dal deposito di materiale roccioso e la messa in sicurezza delle pareti dei monti circostanti.

    È stata bandita una gara da Amt, attuale gestore, e coordinata da SUAC (Stazione Unica Appaltante Comune di Genova), che si è conclusa con l’aggiudicazione dell’appalto a giugno 2013 da parte di due ditte. I lavori si sarebbero dovuti concludere entro 4 mesi, ma si sono interrotti a causa della rinuncia all’appalto da parte delle società vincitrici: si diceva che il bando fosse troppo al ribasso e i fondi messi a disposizione da Amt sarebbero stati insufficienti. Si parla di una cifra che, stando a quanto riportano fonti ufficiose, si aggirerebbe attorno ai 380 mila euro, e si stima che i costi per gli interventi sarebbero superiori, tra i 500 e i 600 mila euro.

    La rinuncia ha costretto al rifacimento della gara e, in attesa di un secondo bando, il trenino rimane fermo in stazione. I lavori (piuttosto complessi) sono in attesa di cominciare. Dagnino ha confermato quanto già aveva annunciato la Regione, assicurando che a dicembre il trenino sarà di nuovo operativo. Si parla anche di un piano investimenti 2013-2016 per 16 milioni di euro finanziati dalla Liguria, per il miglioramento della rete e del materiale rotabile.

    Nuovo bando e via ai lavori

    A breve, dunque, il nuovo bando e, appena partiranno i lavori, si procederà con il piano marketing messo a punto da Amt prima dello stop: revisione degli orari e incremento nel periodo estivo, ad uso turistico; agevolazioni tariffarie per i residenti, grazie a 170.000 euro di risparmi stimabili grazie alla razionalizzazione della gestione (sconto su abbonamento integrato mensile e possibilità di abbonamento annuale); abbellimento dell’impianto nelle stazioni di Sardorella, Casella, Tullo e Trensasco.

    Si parla anche di marketing territoriale e apertura al settore turistico-commerciale, in collaborazione con alcune agenzie di viaggio del nord Italia, l’Alta Via dei Monti Liguri per la promozione di escursione, e le associazioni locali per l’organizzazione di eventi. Come comunica la stessa Dagnino, “alcune attività promozionali sono già in atto grazie a specifiche convenzioni con vettori privati per il trasporto di studenti delle scuole primarie alle ‘fattorie didattiche’”.

    La nostra visita alle strutture e la puntata di #EraOnTheRoad

    Proprio pochi giorni fa siamo andati a constatare personalmente come stanno le cose: abbiamo ripercorso parte della tratta del treno, facendo tappa in alcune delle stazioni. Ci ha accompagnati Andrea Agostini di Legambiente Liguria, che pochi giorni prima (il 18 maggio) aveva organizzato, assieme a un gruppo di collaboratori, una camminata lungo l’itinerario del trenino. Abbiamo percorso dalla stazione di partenza, quella di Manin, a quella di Sant’Antonino, fino a Campi e Trensasco. Abbiamo trovato treni fermi, stazioni fatiscenti, dipendenti poco impegnati a fare quel poco di lavoro che gli è consentito svolgere in questa fase.

    «Bisognerebbe essere lungimiranti, puntare sul marketing territoriale e investire risorse sulla promozione turistica del trenino – ha commentato Agostini – perché non partecipare a bandi europei e accedere a finanziamenti UE? Così facendo  parte dei costi sarebbero coperti. Si dovrebbe pensare a un progetto più in grande che comporterebbe una spesa sicuramente maggiore rispetto a quella legata alla semplice manutenzione/risistemazione, ma garantirebbe maggiori ricavi sul medio e lungo termine. La posizione centrale della stazione di Manin è favorevole per intercettare turisti e croceristi. Inoltre, un potenziamento del servizio porterebbe grandi benefici anche per la viabilità urbana, i binari del trenino potrebbero ospitare una metropolitana sopraelevata da Molassana e Manin che alleggerirebbe di molto il traffico passeggeri sui bus, sarebbe una soluzione green, ottimale per la salvaguardia dell’ambiente».

    Bisogna dire che quello che ha portato allo stallo attuale è stato un percorso graduale: i lettori di Era Superba ricorderanno che nel 2012 avevamo seguito le vicende del trenino e avevamo dato voce al gruppo Salviamo il Trenino di Casella, contro la riduzione delle corse e l’inefficienza del servizio. I problemi erano iniziati ancora prima, nel 2009-2010, quando la gestione della Ferrovia è passata dalla Regione Liguria ad Amt con contratto di nove anni e prorogabile fino al 2025.

    Quando ne fu rilevata la gestione – ricorda Dagnino nel suo commento in risposta all’art. 54 della Lista Doria – la situazione dell’Impianto Ferroviario era alquanto critica e nessuna corsa veniva effettuata con i treni, ma solo con servizio sostitutivo. Sotto la gestione di Amt, nel giro di alcuni mesi, i treni sono stati messi di nuovo in condizione di funzionare; pertanto, tutto il programma di esercizio è sempre stato effettuato al 100% su ferro”.

    Per quanto riguarda le stazioni e la manutenzione, si pensi che Amt riceve dalla Regione circa 2 milioni di euro (rivalutazione Istat) e 723 mila euro per interventi di manutenzione straordinaria. Viene da chiedersi come mai troviamo le stazioni letteralmente distrutte: pare che come minimo dal dopoguerra nessuno ci abbia più messo mano.

    In realtà gli introiti non bastano a coprire i costi: i pendolari ogni anno sono circa 110 mila, quindi 200-300 al giorno ma non bastano, visto che i ricavi del 2013 sono stati circa 190 mila euro, a fronte di 2 milioni e 800 mila euro di costi. Se sommiamo a 190 mila i fondi della Regione, si arriva all’incirca a un pareggio di bilancio.

    Nel caso dei dipendenti, invece, non ci sono stati licenziamenti a causa dello stallo. Al momento, gli impiegati si trovano perlopiù a Manin, dove si occupano di manutenzione, lavorazioni interne sulla motrice, rimozione di materiale rotabile e servizio di bigliettazione. La biglietteria di Manin (l’unica esistente) è aperta con orario ridotto, per servire gli utenti che usufruiscono del servizio bus sostitutivo (urbano e ferroviario) che Regione e Amt hanno deciso di affidare a mezzi a noleggio della ditta privata Genovarent.

    Un aspetto interessante è quello relativo all’acquisto di una nuova macchina da parte della Ferrovia Genova Casella srl, un elettrotreno a scartamento ridotto lungo 42 metri con 240 posti, commissionato nel 2010 ad Ansaldo Breda e costato circa 4 milioniSarebbe ormai in via di ultimazione. Una notizia che quattro anni or sono venne interpretata come prova della volontà di Amt e della Regione Liguria di procedere nella direzione di una separazione fra la funzionalità e l’aspetto turistico: l’elettrotreno avrebbe soddisfatto la domanda di pendolari e genovesi, il treno storico quella turistica. Oggi, vista la situazione della Genova Casella, sembra quasi fantascienza.

    Elettra Antognetti

  • Liberi Giardini Babilonia e Santa Maria in Passione: al via i lavori per la messa in sicurezza

    Liberi Giardini Babilonia e Santa Maria in Passione: al via i lavori per la messa in sicurezza

    santa-maria-passione-solitudine-malinconiaGiardini Babilonia e complesso di Santa Maria in Passione: a che punto eravamo rimasti? Qualche mese fa, nel corso di #EraOnTheRoad, eravamo andati a trovare i ragazzi del collettivo Spazio Libero (qui l’approfondimento), autogestito e composto da studenti ed ex studenti della ex Facoltà di Architettura dell’Ateneo genovese, che si sono riuniti nel 2011 in associazione spontanea e non legalmente costituita. All’epoca avevamo parlato di vari progetti legati a tutta la collina di Castello per il recupero e la rivitalizzazione degli spazi. Ci eravamo lasciati in un momento di stallo e confusione all’interno dell’apparato burocratico, tra i soggetti coinvolti: era stato approvato il Progetto Conviviale, proposto dai ragazzi di Spazio Libero, in base al quale l’Università, proprietaria dei Giardini di Babilonia, si era presa l’onere di svolgere lavori di messa in sicurezza del sito. Una volta ultimati, lo spazio sarebbe passato in gestione al Comune (in comodato d’uso gratuito), che sarebbe diventato unico soggetto preposto ad interagire con Soprintendenza, Municipio, cittadini e altre associazioni di quartiere. Tuttavia si era venuto a creare uno stallo che si protraeva da oltre un anno, in cui l’Ateneo non si stava occupando della messa a norma e i tempi si dilatavano. Proprio quando tutto sembrava fermo e confuso, un mese fa si è svolto un incontro tra tutti gli attori, ed è arrivato l’ok ai lavori.

    Giardini Babilonia: il via libera dell’Università

    santa-maria-passione-4Circa un mese fa si è tenuto un incontro che ha coinvolto Municipio Centro Est, Comune di Genova, Università e associazioni di quartiere (Spazio Libero è stato escluso in quanto non costituto come associazione vera e propria). In questo contesto, il Municipio si è fatto portavoce delle esigenze del quartiere e delle istanze dei ragazzi del collettivo, e ha fatto pressioni per sbloccare la situazione di immobilismo dell’Ateneo, caldeggiando la messa in sicurezza di quella zona strategica. Ne è emerso che i lavori per la creazione di balaustre saranno avviati al massimo tra una decina di giorni. «L’incontro si è concluso con un accordo con l’Ufficio tecnico dell’Università di Genova, che si impegnava alla messa a norma entro 40 giorni, quindi già a fine maggio si procederà con l’affidamento dei lavori a una ditta, che dovrà concluderli nel giro di 2 mesi –  commenta Maurizio Galeazzo, consigliere del Municipio Centro Est – entro l’autunno sarà agibile e pronto per la consegna al Comune in comodato gratuito. Tursi, poi, interagirà direttamente con noi del Municipio, che provvederemo a consegnarlo a gruppi di cittadini e associazioni interessate alla cura del verde. In questo sicuramente c’è l’interesse di continuare un dialogo con Spazio Libero».

    Il Progetto Conviviale e i laboratori di Spazio Libero

    Si tratta del primo progetto presentato dal collettivo l’11 aprile 2013 a Università, Municipio e  Soprintendenza archeologica e approvato da tutti gli attori, per il recupero dei Liberi Giardini di Babilonia (qui il pdf del progetto). Il progetto prevede, come dicevamo, prima la messa in sicurezza dell’area da parte del proprietario, l’Ateneo di Genova, poi il passaggio al Comune di Genova, che diventerà così unico responsabile e interlocutore per la zona. Da allora i ragazzi di Spazio Libero attendono pazientemente che si completi questo iter, iniziato oltre un anno fa: l’Università però è sembrata a lungo restia a portare a termine i lavori e ha per lungo bloccato tutto, vietando l’ingresso al sito anche ai ragazzi, che nel frattempo volevano lavorare, sistemare, costruire. E il paradosso sta proprio qui.

    Sì, perché in realtà in questo contesto di stallo e divieto di accesso, i ragazzi hanno partecipato ad un bando emesso dall’Ateneo rivolto alle iniziative studentesche autogestite, hanno proposto una serie di laboratori per apportare migliorie sul territorio e farlo conoscere all’esterno, e lo hanno vinto. In palio c’erano 50 mila euro, e i laboratori sono stati finanziati con 3.100 euro, come richiesto da Spazio Libero.

    santa-maria-passione-2Commentano i ragazzi: «Da anni ci scontriamo con il burocratismo strozzante e asfittico di questa amministrazione: troppi i soggetti con cui si deve interagire, troppo contrastanti le disposizioni che ci danno. Noi proviamo a dialogare con tutti, ma ci sembra che i soggetti coinvolti ci “boicottino” in qualche modo. Ad esempio, la Facoltà di Architettura non si è mossa per troppo tempo e, dall’alto del suo Castello, non è riuscita a integrarsi con la città: da un lato abbiamo avuto il divieto di accesso al luogo da parte dell’ufficio tecnico dell’Università; dall’altro, un altro ufficio sempre di UniGe ma preposto a valutare i bandi ci ha giudicato vincitori, ci ha finanziati e ci ha detto di procedere con i laboratori. Assurdo che non ci sia comunicazione interna. Ma non importa: quel che conta è che si faccia qualcosa per salvare il territorio e avere una visione d’insieme della Collina di Castello e dei suoi giardini».

    È prevista la realizzazione di cinque laboratori nel periodo che va da maggio a novembre 2014: il primo, Humus, si è svolto il 5 maggio scorso ed è stata realizzata in questa occasione una compostiera di quartiere; poi Terra, per proteggere il suolo dal dilavamento, definire e contenere le pendenze, pavimentare (dal 12 al 16 maggio i ragazzi hanno lavorato per la ricostruzione della panca in mattoni e realizzazione delle pavimentazioni); prossimo appuntamento utile, Sosta (26-28 maggio), con l’allestimento di un pergolato e altre opere di arredo urbano, per rendere più accogliente il giardino. Gli ultimi due eventi, Gioco e Verde sono previsti per l’estate e l’autunno 2014, e sono ancora in fase di definizione.

    Il documento completo del programma è scaricabile all’indirizzo www.inventati.org/spaziolibero ed è aperto ai contributi dei cittadini, modificabile sia nella forma che nei contenuti: «Il Progetto Conviviale è la forma di espressione che abbiamo scelto per dare un’interpretazione di questi spazi un tempo abbandonati – raccontano i ragazzi di Spazio Libero – e questi laboratori confermano il nostro intento. L’obiettivo è quello di restituire il territorio progressivamente al quartiere, disegnando quindi una nuova accessibilità alla Collina. Il metodo, quando non è puro atto spontaneo, è quello della sperimentazione politica nell’autogestione, nella responsabilizzazione e nell’interazione diretta con lo spazio pubblico». 

    Spazio Libero e Partecip@

    Grazie alla collaborazione fra la piattaforma online Open Genova e il Municipio Centro Est, è stato avviato il progetto Partecip@, a cui hanno preso parte anche i ragazzi di Spazio Libero. Partecip@, come abbiamo avuto modo di raccontare su queste pagine, è un’iniziativa che consente ai cittadini di presentare progetti per la riqualificazione e sistemazione di spazi, edifici, verde pubblico che versano in cattivo stato.

    Esiste una community attiva su Open Genova che coordina il progetto, e ci sono anche due tutor del Municipio I, il vice-presidente Fabio Grubesich e il consigliere Maurizio Galeazzo, che si occupano di garantire la trasparenza delle procedure e di valorizzare gli sviluppi futuri dei progetti presentati. «Ora alcune delle nostre proposte progettuali sono ospitate su Open Genova – raccontano da Spazio Libero – attendiamo la valutazione della fattibilità da parte del Municipio, e speriamo di essere finanziati. Ci sono tanti progetti presentati, non sappiamo se vinceremo noi ma ce lo auguriamo: è un’ottima iniziativa che sottende uno sforzo concreto di fare qualcosa per il quartiere, partendo dal basso e grazie a iniziative di cittadinanza partecipata».

     

    Elettra Antognetti

  • Porto e trasporto ferroviario: Piano del Ferro, il punto e le prospettive

    Porto e trasporto ferroviario: Piano del Ferro, il punto e le prospettive

    binari-ferroviaVedremo se dalle parole si passerà ai fatti, intanto sono in corso di definizione i progetti di riqualificazione delle infrastrutture ferroviarie portuali nei bacini di Sampierdarena e di Voltri, con le contestuali richieste di finanziamento al Ministero competente per complessivi 50 milioni di euro (sulla base dell’art.13 della Legge 9/2014 “interventi finalizzati al miglioramento della competitività dei porti italiani ed allo sviluppo del trasporto ferroviario con i paesi dell’Unione Europea”), quindi, se i diversi tasselli andranno tutti al loro posto – significativo, in tal senso, il lavoro in capo a Rete Ferroviaria Italiana S.p.A. (R.F.I.) soprattutto nell’ambito di Voltri (con il raddoppio dell’accesso al terminal Vte, oggi a binario unico, ed il potenziamento della stazione di Genova Voltri Mare) – tra qualche anno sarà possibile aumentare in maniera considerevole la quota di merci trasportata su rotaia.
    Certo, resta da vedere se saranno rispettati i tempi – ad esempio per quanto concerne i lavori inseriti da R.F.I. nella progettazione del Nodo Ferroviario di Genova – e bisogna risolvere alcune evidenti criticità, quali l’emblematica situazione venutasi a creare nel terminal Messina a causa delle interferenze con la costruzione della Strada a mare di Cornigliano che ha complicato, non di poco, le operazioni di transito dei convogli (qui l’approfondimento).

    Attualmente – secondo i dati ufficiali dell’Autorità Portuale di Genova (A.P.) – viaggia su rotaia soltanto il 14% del traffico complessivo movimentato dallo scalo genovese, equivalente ad appena 37 treni al giorno (su strada, invece, si muove una quota pari all’86%, ovvero circa 4000 camion al giorno). Il 10 aprile scorso il Comitato portuale ha approvato il programma degli interventi contenuti nel cosiddetto “Piano del Ferro” che – se finanziati – dovrebbero consentire, nel prossimo futuro, di spostare circa il 40% del totale del traffico containerizzato su ferrovia. La progettazione definitiva vede l’impegno degli uffici dell’A.P., la collaborazione dei terminalisti interessati, e quella di R.F.I. con la quale, in ragione del ruolo di gestore unico della rete ferroviaria alla stessa attribuito dalla legge “si intende definire un rapporto convenzionale/contrattuale per l’indispensabile, e altrimenti impossibile, acquisizione della progettazione definitiva della parte relativa ai segnalamenti all’automazione di sicurezza ed alla rete elettrica – si legge nella delibera del Comitato Portuale del 10 aprile scorso – Il modello di rete ferroviaria portuale che verrà a configurarsi con la realizzazione degli interventi previsti si qualifica con l’estensione, ovunque risulti possibile, dei presidi di controllo di sicurezza centralizzati”.

    «Questi interventi sono tesi ad integrare quelli già rilevanti in corso con l’obiettivo finale di arrivare al 40% di traffico merci su rotaia, tenuto conto anche della capacità infrastrutturale che sarà espressa quando sarà realizzato il Terzo Valico – ha commentato il presidente dell’A.P. di Genova, Luigi Merlo – Nel contempo, con il Gruppo Ferrovie si sta lavorando concretamente anche per una forte integrazione dei sistemi informatici e di tracciabilità (vedi l’annunciata nuova procedura telematica “Corridoio doganale ferroviario”, che merita una trattazione a parte, ndr), dando vita ad un disegno logistico di altissimo profilo ancora non presente nel panorama italiano».

    Il Piano del Ferro

    san-benigno-sampierdarena-lungomare-canepa-terminal-wte-ponente-DIIl piano degli interventi, approvato dal Comitato Portuale, riguarda il bacino portuale di Sampierdarena e il bacino portuale di Voltri. Partendo dal bacino di Sampierdarena saranno realizzati interventi di infrastrutturazione ferroviaria nel terminal portuale contenitori Ronco Canepa, oltre al raddoppio del collegamento ferroviario tra il terminal stesso e la rete ferroviaria nazionale da/per Sampiardarena Forni, per un totale di circa 21 milioni di euro. L’intervento è già in fase di attuazione, e i lavori dovrebbero essere conclusi entro la fine del 2016.
    Sempre nell’ambito del “porto vecchio” verranno riqualificate le infrastrutture ferroviarie di collegamento al parco Campasso tramite la Galleria Molo Nuovo (con impianti automatizzati di segnalamento e controllo), e si procederà alla ristrutturazione dei parchi ferroviari del terminal Sanità–Bettolo (con elettrificazione e segnalamento), per un totale di 13,5 milioni di euro. In questo caso i lavori cominceranno a fine 2014, mentre la conclusione è prevista nel 2017.

    “Uno dei tempi di più importante rilevanza è la ristrutturazione della parte di Galleria verso il Campasso, di esclusivo uso portuale, sino all’incrocio con la linea verso Santa Limbania, con la realizzazione di un binario di accesso al porto (e rimozione dei due esistenti) – spiega la convenzione tra R.F.I. e A.P. – intervento che consentirà ai treni di giungere dal parco esterno Campasso fino ai nuovi fasci di binari Rugna Bettolo senza cambio di locomotore e consentirà il transito di contenitori fuori sagoma (PC 45), in oggi possibile solo da Sampierdarena”.

    Il terzo gruppo di interventi su Sampierdarena riguarda l’adeguamento del parco Fuorimuro, con la ristrutturazione e la riqualificazione del parco stesso (con impianti automatizzati di segnalamento e controllo), il completamento della dorsale ferroviaria tra Ponte Libia e Ponte Etiopia, e la realizzazione del raccordo ferroviario con Ponte Eritrea. L’ammontare del finanziamento è di 15 milioni di euro e i lavori avranno inizio nel 2015.

    “Risulta strategico anticipare, dal punto di vista progettuale, alcuni interventi inseriti nella programmazione triennale dell’A.P., tra cui la ristrutturazione dello scalo merci Fuorimuro – sottolinea ancora la convenzione – che prevede l’allungamento binari e l’elettrificazione degli stessi, con l’obiettivo di rendere il parco del tutto simile ad una stazione ferroviaria”.

    Infine, per quanto riguarda l’ambito di Voltri, saranno realizzate le nuove comunicazioni tra i binari del parco operativo interno al terminal, per un valore di circa 600 mila euro.

    Vte, Porto ContainerDalla delibera del Comitato Portuale apprendiamo che “è stato completato il rilievo tecnico della galleria Passo Nuovo (da/per il parco esterno del Campasso)” ed “R.F.I. ha inserito nel programma di azioni l’ampliamento a 8 binari del parco Campasso, dei quali 5 dedicati al porto”, mentre, con riferimento all’ambito di Voltri “le maggiori esigenze di intervento sulla rete saranno realizzate da R.F.I. nel contesto della realizzazione del Nodo Ferroviario di Genova”.

    Gli obiettivi che l’A.P. intende conseguire sono i seguenti: “Nel polo di Voltri l’implementazione del sistema ferroviario interno in connessione con il parco ferroviario, inserito nel progetto Nodo di Genova a cura di R.F.I., che permetterà la formazione e la gestione di treni con caratteristiche in linea rispetto al modulo europeo (lunghezza superiore agli 800 metri); gli interventi previsti nel Nodo comprendono, tramite fasi intermedie, sia la realizzazione del nuovo parco interno (in capo all’Autorità Portuale), sia il raddoppio dell’accesso ferroviario da/per il terminal. Nel bacino di Sampierdarena la riduzione al minimo delle attività di manovra attraverso lo sviluppo dell’elettrificazione fino alla radice dei principali punti di adduzione ferroviaria; il miglioramento delle connessioni tra il parco Campasso ed il nuovo compendio Sanità-Bettolo (Galleria Molo Nuovo-parco Rugna ed elettrificazione); la massimizzazione della capacità del nuovo compendio Ronco-Canepa-Libia (lunghezza parchi ed interconnessione con rete), nonché dei terminali multiporpose, anche attraverso il parco Fuorimuro oggetto di una profonda ristrutturazione”.

    In seguito alla realizzazione dei sopracitati progetti si attendono significativi benefici per lo sviluppo del trasporto merci. In particolare, nel bacino di Voltri: capacità pari a 24 coppie di treni al giorno (rispetto alla potenzialità attuale di 11 coppie) per un volume complessivo di circa 800 mila TEU (unità di misura del container che si basa sulla lunghezza minima del contenitore da 20 piedi) all’anno. Nel bacino di Sampierdarena: Bettolo/Campasso capacità pari a circa 12 coppie di treni al giorno per un volume complessivo di circa 400 mila TEU all’anno; Ronco/Canepa/Libia-Fuorimuro capacità pari a circa 12 coppie di treni al giorno per un volume complessivo di circa 400 mila TEU all’anno.
    Il sistema così descritto garantirà un’operatività ferroviaria 24 ore su 24 per 300 giorni lavorativi all’anno. Inoltre, crescerà il dimensionamento dei treni che avranno un minimo di 24 carri (circa 500 metri di lunghezza treno), ed un coefficiente di carico medio di 56 TEU/treno.

    Reazioni e commenti

    L’ingegnere Guido Porta, presidente della società Fuorimuro che nello scalo genovese si occupa del servizio integrato di manovra ferroviaria (ovvero la composizione dei treni all’interno dello scalo), trasporto e navettamento dei convogli verso gli interporti oltre Appennino, giudica il “Piano del Ferro” un segnale positivo, tuttavia non si esime dal ribadire quali criticità devono essere ancora risolte.
    «L’Autorità Portuale ci chiede informazioni ma poi agisce con i suoi tecnici, mentre auspichiamo un nostro maggiore coinvolgimento nella definizione dei piani infrastrutturali – spiega Porta – I problemi restano sempre gli stessi. Innanzitutto la difficoltà di collegamento con il terminal Messina legata all’errata progettazione della Strada a mare, per cui ad oggi non abbiamo notizia di alcun miglioramento. Nell’ambito di Voltri, invece, scontiamo l’assenza di un numero sufficiente di binari. Inoltre, soprattutto per il “porto vecchio”, sarebbe necessario rendere sempre più indipendente la viabilità in sede ferroviaria dalla viabilità in sede stradale, visto che allo stato attuale esistono troppe intersezioni tra le due modalità di traffico».

    In merito all’intervento previsto sul compendio Sanità-Bettolo (terminal Sech), il presidente di Fuorimuro sottolinea: «Si tratta di un’opera indubbiamente importante, però, restano diversi aspetti da verificare. Noi abbiamo chiesto che il collegamento con il parco Campasso (attualmente in fase di ristrutturazione da parte di R.F.I.) tramite la Galleria Molo Nuovo sia realizzato su due binari e non su binario unico. R.F.I., infatti, intende ridurre il numero dei binari in modo tale da consentire il transito di contenitori fuori sagoma, ma per noi tutto ciò sarebbe penalizzante. Nel medesimo compendio occorre anche creare spazi sufficienti a contenere i treni che talvolta hanno necessità di sostare a lungo nel terminal. Per quanto riguarda la zona del Parco Fuorimuro è previsto un allungamento dei binari e la conseguenza, anche in questo caso, sarà una riduzione del loro numero. Infine, sussiste il problema relativo al collegamento tra Vte e stazione di Genova Voltri Mare, dato che gli interventi di potenziamento e raddoppio dell’accesso al terminal non saranno conclusi prima di almeno 2-3 anni. Nel frattempo, esiste un’area dell’A.P. sul lato nord del Vte (cioè sul lato del canale di calma) dove sarebbe opportuno collocare un nuovo fascio di binari, intervento non previsto nel piano».

    «Per noi la delibera del Comitato Portuale è un fatto positivo, è il primo atto concreto che dimostra l’intenzione di investire sul trasporto ferroviario – spiegano Enrico Ascheri ed Enrico Poggi della Cgil Filt – L’A.P. di Genova ha approvato il Piano del Ferro ma ricordiamo che questo dovrà raccordarsi, nella maniera migliore possibile, con il piano di interventi in capo ad R.F.I.».

    Secondo Bruno Marcenaro, ingegnere esperto di tematiche ferroviarie e convinto sostenitore dell’inutilità del Terzo Valico: «Ogni intervento all’interno del porto è sicuramente valido. Per aumentare il numero di treni merci, infatti, non sono necessarie nuove linee esterne. L’aspetto più importante è l’organizzazione delle “stazioni di origine dei treni”, dunque anche degli scali portuali. Occorre puntare sull’automatizzazione del porto e dei parchi merci per rendere più veloci, sicure ed economicamente sostenibili le operazioni di movimentazione. In particolare, se fossero realizzati dei punti di controllo centralizzato, dove concentrare tutte le manovre ferroviarie, questo permetterebbe un notevole passo avanti. Le risorse, a parer mio, dovrebbero essere indirizzate soprattutto in tal senso».

     

    Matteo Quadrone

  • Il Kumquat: coltivato in Cina sin dal XII secolo, è perfetto per il clima mediterraneo

    Il Kumquat: coltivato in Cina sin dal XII secolo, è perfetto per il clima mediterraneo

    kumquat-1Nei nostri articoli settimanali abbiamo di rado parlato di agrumi, che invece ben si adattano al clima della Liguria ed in generale della costa italiana affacciata sul Mar Mediterraneo. Trattando sempre di piante un po’ particolari, tra queste ci soffermeremo sul Kumquat. Questo agrume è stato dapprima inserito nel genere Citrus, fino al 1915 circa quando un botanico lo ha collocato in uno a parte, denominato Fortunella, che a sua volta si compone di sei specie tutte di origine asiatica.

    kumquat-2Questo alberello sempreverde raggiunge al massimo i tre, cinque metri di altezza (in realtà spesso, nei nostri climi, al massimo i due o tre) e proviene originariamente dalla Cina. Qui viene per la prima volta menzionato in letteratura intorno alla metà del 1100. Si diffonde poi in Giappone e viene, solo successivamente, introdotto in Europa e poi nel Nord America, a metà del diciannovesimo secolo.

     

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    La crescita della pianta è regolare (per questo non necessita di particolari potature) e lenta. L’impatto del Kumquat è molto scultoreo e le dimensioni dell’arbusto restano contenute, perfette anche per piccoli spazi. Dal punto di vista estetico, la pianta è estremamente interessante. In genere si presenta come un alberello di piccole dimensioni, dalla chioma rotondeggiante e molta folta, su un tronco liscio di circa un metro e mezzo/due di un marrone intenso. Le foglie sono più piccole di quelle degli altri agrumi, leggermente appuntite, verdi scuro, coriacee e lucenti.

    kumquat-6I fiori sono bianco puro, profumatissimi e compaiono in primavera inoltrata (a differenza degli altri agrumi che fioriscono già nel tardo inverno). Il Kumquat si caratterizza per un prolungato periodo di riposo vegetativo, che si protrae fino alla primavera e che consente alla pianta di resistere tranquillamente a temperature piuttosto rigide (anche fino a 10 gradi sotto lo zero). Tale adattabilità, maggiore di altri agrumi, consente un ampio impiego del Kumquat, anche in zone a clima più rigido o continentale dove saranno comunque eventualmente utili protezioni invernali.

    Il nostro arbusto si adatta bene a terreni ricchi, cresce tanto in terra piena che in vaso, meglio se di grandi dimensioni. Necessita, per fruttificare abbondantemente, di annaffiature costanti e, se coltivato in contenitori, di nebulizzazioni della chioma per mantenere un buon livello di umidità. Nei paesi di origine, le piante sono spesso soggette ad inondazioni periodiche, tollerano quindi brevi periodi di ristagni d’acqua.

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    La varietà più conosciuta ed impiegata in Italia è il Fortunella Margarita, esistono peraltro anche tipologie diverse tra cui il Fortunella Japonica, assai diffuso in Asia e caratterizzato da frutti di forma rotondeggiante anziché ovoidale. Consiglio di provare a coltivare questo arbusto sia per l’aspetto estetico che per la bontà dei frutti, dal gusto particolare ed insolito.

    Si potrà mescolare il Kumquat a Bambù e Clematidi sulle terrazze, utilizzare da solo in vecchi vasi di cotto o inserire in contenitori, a contrasto con il ghiaietto grigio di cortili e giardini di stampo ottocentesco. Il verde scuro delle foglie, la forma scultorea della pianta e l’arancione intenso dei frutti che seguono le profumatissime fioriture bianco puro lo rendono, infatti, un ottimo punto focale per i contesti più diversi. Ne ho visto impiegare una coppia, in antichi vasi da agrumi, ai lati di un portone di una vecchia casa toscana. L’insieme era perfetto: in inverno la semplice forma, in primavera i fiori bianchi ed in estate i frutti arancioni intenso spiccavano, inusuali ed orientaleggianti, sulle pareti scrostate dal colore indefinito.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • In viaggio con Unlearning: il racconto di Anna, Lucio e Gaia fra ecovillaggi e scuola famigliare

    In viaggio con Unlearning: il racconto di Anna, Lucio e Gaia fra ecovillaggi e scuola famigliare

    unlearning-ciumara-ranni-2
    Ciao! Siamo Lucio Anna e Gaia e siamo partiti da Genova il 5 Aprile 2014 per un viaggio di sei mesi. Il nostro progetto si chiama Unlearning. Siamo ospiti di famiglie, ecovillaggi e comunità che si stanno muovendo verso una vita più a misura d’uomo. Per viaggiare usiamo il baratto: barattiamo il nostro tempo, la nostra casa e le nostre competenze.
    Tutto questo diventerà un documentario: “Unlearning dedicato alle famiglie che vogliono cambiare il mondo”!

    Primo problema di un viaggio fatto con il baratto: dimenticarsi il pin del proprio bancomat. Siamo fermi davanti alla banca di Alberobello; io e Anna ci guardiamo dubbiosi. Gaia si scoccia, vuole tornare ai trulli. E voi mi direte: cosa ci fate con una carta bancomat se viaggiate con il baratto? Mentre siamo in giro da quasi due mesi cercando di non usare il denaro, la nostra casa richiede attenzione: i messaggi in segreteria dell’amministratore di condominio ci rincorrono con la rata del tetto.

    Ogni volta che la nostra vecchia vita bussa alla porta l’effetto è parecchio strano. Tappa dopo tappa la routine genovese è sempre più lontana, nuove idee si combinano, si mischiano, scacciando il pensiero del pin nell’angolo più nascosto del mio cervello. Quando abbiamo preparato il nostro itinerario di viaggio, abbiamo scelto di essere ospiti di famiglie diverse dalla nostra classica famiglia di città. Famiglie che hanno smesso di delegare il cibo al supermercato, l’istruzione alla scuola, il vicinato al condominio.

    Dallo sportello di Alberobello con il bancomat in mano, scrivo questo articolo e penso alla nostra prima tappa, Ciumara Ranni (in siciliano significa “fiumara grande”), un ecovillaggio nato in un’umida valle sopra Siracusa, un posto magico che si prepara ad  un’indipendenza energetica totale. I pannelli solari regalano l’energia necessaria per le poche lampadine e i cellulari, nel fiume scorre acqua potabile e l’orto sinergico è pieno di verdura da cucinare o da scambiare con gli agricoltori vicino. Niente carne, latte o latticini: a Fiumara Grande l’alimentazione è strettamente vegana e anche il glutine non è visto così bene.

    Adattarsi all’alimentazione in queste prime settimane non è stato così traumatico. Io, onnivoro amante della testa di maiale cotta al forno, lo temevo parecchio ma ai primi giorni di perplessità  si è sostituito un benessere profondo. Gaia fa qualche faccia insofferente alle continue zuppe e insalate, salta qualche piatto ma come tutti i bimbi si adatta all’ambiente con pochi sforzi. Ogni sera si addormenta sazia davanti al fuoco.
    Anna invece ha iniziato questo viaggio con la convinzione che “il cambiamento inizia dall’alimentazione”. La guardo. Mi sorride. Vedo nei suoi occhi la conferma della sua idea. Più o meno recita così… “Il sistema delle multinazionali alimentari impiega una quantità di energia dieci volte superiore a quella che riproduce sotto forma di cibo, e getta via il 50% del cibo prodotto, contribuendo così al problema strutturale della fame e alla diffusione di malattie come l’obesità e il diabete. Attinge e inquina al 70% dell’acqua del pianeta. Ha distrutto il 75% della biodiversità in campo agricolo e contribuisce per il 40% all’emissione del gas serra. Di contro l’agricoltura attenta alla Terra produce il doppio di quanto consuma, i suoi frutti sono sani e nutrienti; salvaguardia la biodiversità, il suolo, l’acqua. Protegge la terra, gli agricoltori, la salute pubblica”.

    Prima di partire ero convinto che la buona alimentazione fosse comunque riservata ai più fortunati dal punto di vista economico, quelli che possono permettersi di comprare arance bio a 5 euro al chilo, che fanno riunione al Gas di quartiere e sovraccaricano Facebook di citazioni dalla facile presa (tipo quello che ho appena fatto qua sopra, tanto per capirci).

    Da Ciumara Ranni la prospettiva è diversa. Ci si spacca la schiena. Là il cambiamento è solo questione di coraggio. A Ciumara Ranni l’età media è di 35 anni, e fra ex-correttori di bozze e passati psicologi, si ritorna a zero e un po’ si impara dalla pratica, un po’ dai libri, e quando c’è connessione si scaricano i video di permacultura da internet. I contadini del luogo si sono fermati a mangiare con noi, ci hanno insegnato gli innesti e regalato chili di arance che nessuno raccoglie più (i contadini non sono vegani, loro si fanno una risata… a 80 anni suonati salgono sulla panda e vanno a cucinare l’istrice appena catturata vicino alla cascata).

    Chini sui campi, abbiamo tolto le infestanti dal campo di ceci. E mentre il nostro corpo si adattava al lavoro fisico, Gaia imparava ad allontanarsi da noi, passando la giornata ad attraversare il fiume o a costruire improbabili armi con quello che trovava in giro. Anche noi stiamo imparando a fidarci, e a smettere di chiamarla ogni volta che ci scompare dalla vista.

    Oltre all’insalata e all’odore della legna, a infondere benessere a Ciumara Ranni è anche il coraggio di Roberto, Francesca e Mirco che stanno investendo in questo progetto la loro vita. Ci ha stupito apprendere che il cambiamento può anche arrivare senza un forte investimento economico, ma non senza caparbietà, coraggio e fermezza delle idee. La casa che li ospita è in comodato d’uso gratuito e, in cambio delle migliorie apportate alla struttura, la comunità avrà in cambio della terra.Terra in cui si sta progettando il vero ecovillaggio in terra cruda, in auto costruzione e con un investimento economico bassissimo.

    A proposito di soldi. Sono sempre qui davanti alla banca di Alberobello. Rificco il bancomat nel portafoglio e guardo Gaia. Sul marciapiede della banca si annoia parecchio. Cerco di distrarla. Le chiedo dove vorrebbe essere. Mi dice da Micòl.

    unlearning-gaia-micol-bimbiMicòl è una mamma fantastica che fa scuola famigliare ai suoi bimbi, siamo stati suoi ospiti. «La scuola pubblica è stata istituita per dare a tutti l’opportunità di apprendere, ma adesso si è cambiato il paradigma e sembra che “eserciti il controllo”», mi raccontava mentre impacchettava la sua cioccolata. «Quando nasci sai che il tuo posto è il mondo. Poi cresci, vai a scuola e ti dicono. Siediti. Quello è il tuo posto. E da lì comincia il tuo cammino nella “cività”».

    E se io come genitore volessi dedicarmi all’istruzione dei miei figli? Lo so cosa pensate. Bambini che non parlano con nessuno, che non vedono nessuno, con problemi di socializzazione. Prima di conoscere i figli di Micòl, vi confesso, lo pensavo anche io. Ma la loro vita è così diversa dalla nostra vecchia routine genovese che ci ho messo un po’ a capirli:  in viaggio per l’Italia con il furgone, la loro scuola è il viaggio e ogni pretesto è buono per far partire una lezione.  Da un po’ di farina, acqua e lievito Micòl tirava fuori una lezione di alimentazione, di matematica (quanto lievito ogni 100 grammi di farina? E se la farina raddoppia?) e di chimica (cosa succede alle molecole quando l’acqua bolle?). Micòl spiegava, Gaia e i suoi bimbi ascoltavano mentre facevano vermi di pasta.

    unlearning-casa-micolNoi grandi ce ne stavamo cullati in quel piacevole Caos. Micòl non è sempre in viaggio e quando è a casa ospita viaggiatori. Come ha fatto con noi, lei ha sempre qualcuno in casa che la aiuta con le sue attività. Noi l’abbiamo scoperta su www.workaway.info. Sul suo profilo scrive così: “We like to travel and we love to share with other people our experiences. We love to host the world in our family also because we are an home schooling family so we are grateful that our kids can learn from life and not from the books”. Certo che l’energia che Micòl ci mette è incalcolabile. E avere estranei per la casa a cui spiegare sempre tutto da capo non è certo cosa facile. Come conciliare tutto questo con la propria vita? Ne abbiamo parlato un sacco mentre Gaia, Cosimo e Arturo giocavano, leggevano o preparavano la propria pasta al pomodoro.

     

    E come dimenticare, infine, i bimbi di Toti e Tiziana? Abbiamo lasciato casa di Micòl e ci siamo diretti verso l’Etna, alle case di paglia “Felce Rossa”. Abbiamo girato il compost, pulito la strada dalle pietre e le vigne dalle erbacce in cambio di vitto e alloggio. Non ce lo siamo inventato noi: si chiama wwoffing. Qui abbiamo capito come costruire un muro con le balle di paglia e siamo rimasti stupiti dal calore, fisico e umano, di quella casa. Orto sinergico, teatro di paglia, corsi di permacultura: anche qui tutto in direzione del cambiamento. Anche Toti e Tiziana hanno investito tutto nel loro progetto, trasformando la casa di paglia “Felce Rossa” nel loro stile di vita.

    «Come fate a spostarvi senza macchina?» ci chiedeva Toti curioso, durante una delle cene che condividevamo ogni sera. Questa “cosa del viaggio con il baratto” gli è piaciuta. «Usiamo i passaggi di BlaBlaCar. È un sito dove ogni utente segnala il suo viaggio in auto, e quanti posti liberi ha. Per esempio oggi abbiamo trovato Sergio che veniva da Ispica a Catania. Grazie al suo annuncio noi abbiamo saputo del suo viaggio, lo abbiamo contattato e la sua macchina, invece che viaggiare con un solo passeggero, era piena. Abbiamo fatto amicizia, condiviso la stessa storia e barattato il viaggio». Tiziana ci guardava perplessa. Le ho fatto vedere il video che abbiamo fatto per spiegare il nostro viaggio su internet e mentre il video passava sul monitor del mio computer pensavo a Genova, a tutte le macchine monopasseggero incolonnate davanti alla nostra Fiumara.

    Illuminazione, la targa di una macchina ad Alberobello: BF 667 CT.

    Eccolo. Caspita, eccolo il codice del mio bancomat. 667 531.Torno alla realtà. Chiamo Anna, riprendo la mia carta di credito e mi rificco in fila. 667 531. Ora che l’ho scritto su Era Superba se me lo dimentico vengo a cercarlo qui. Sì perché il nostro viaggio è ancora bello lungo. Ora non ho più tempo di raccontare, ma siamo stati in couchsurfing nelle grotte, con Timerepublik abbiamo barattato una consulenza grafica con un altro passaggio, siamo stati ospiti di una barter e di una pittrice calabrese e ora siamo nei trulli da Sergio. Lui salva gli oggetti dai rifiuti, li toglie dal tritacarne del consumo e il trasforma in arte.

    Vi racconteremo tutto nel prossimo articolo. Ora è il mio turno in banca. 667531. Mille euro di bonifico. Alla faccia del baratto.

    Lucio, Anna e Gaia

  • Casa di Colombo e Torri di Porta Soprana, la nostra visita e l’incontro con i nuovi gestori. Quale futuro?

    Casa di Colombo e Torri di Porta Soprana, la nostra visita e l’incontro con i nuovi gestori. Quale futuro?

    casa-colomboDopo la fuoriuscita dell’Associazione Culturale Porta Soprana, dal primo maggio la Casa di Colombo e le Torri di Porta Soprana sono state affidate a due nuovi gestori, cooperative risultate vincitrici del bando lanciato dal Comune di Genova a fine 2013. Si tratta nello specifico delle Cooperativa Zoe, spezzina e già gestore del sistema dei musei civici della Spezia, e della Società Cooperativa Culture, che si occupa tra le altre cose di Colosseo, MAXXI, scavi di Pompei ed Ercolano. Come previsto dal bando, i due gestori hanno vinto l’appalto per la gestione integrata del complesso del Museo di Sant’Agostino, Casa di Colombo e Torri, dovranno quindi occuparsi di  servizi, accoglienza, biglietteria e bookshop al Sant’Agostino, e della creazione di percorsi guidati alla scoperta della storia e delle tradizioni della Genova medievale. Con la diretta Twitter di #EraOnTheRoad siamo andati a visitare il complesso e abbiamo incontrato i nuovi gestori, a quasi un mese dal nuovo corso. Ci hanno accompagnato nella visita Graziella Bonaguidi, presidente della Cooperativa Zoe, e Emiliano Bottacco della Società Cooperativa Culture.

    Raccontateci di voi: da dove venite, e perché l’interesse per Genova e il complesso di Porta Soprana?

    «La Società Cooperativa Culture gestisce servizi museali in tutta Italia e ha sede principale a Venezia e Torino. Molti media locali hanno sottolineato il fatto che ci occupiamo del Colosseo e di Pompei perché sono le realtà più note, ma in realtà siamo molto radicati nel nord Italia (da Palazzo Ducale a Venezia al sistema di musei civici risorgimentali di Torino) ed eroghiamo servizi nel settore bibliotecario, servizi al pubblico come bigliettazione, visite guidate e bookshop. In pratica quel che faremo anche a Genova».
    La Cooperativa Zoe invece ha una storia più breve ma molto radicata sul territorio ligure: «siamo nati nel ’97 e ci occupiamo, oltre che dei musei civici dello spezzino, anche di custodia, vendita, attività didattica, visite guidate. Inoltre, lavoriamo anche con biblioteche e scuole della Spezia e svolgiamo il servizio di accoglienza turistica per il Comune».

    «L’interesse per Genova nasce dal fatto che abbiamo intravisto le potenzialità delle strutture in questione e della città in generale, che certo in termini di richiamo turistico non è Firenze, ma sta crescendo e rafforzando il nome. I presupposti già ci sono, vogliamo solo migliorare le cose. Finora dobbiamo dire che l’amministrazione civica ci ha dato una grossa mano e si è resa disponibile a venirci incontro: speriamo in futuro di continuare con questa sinergia. Noi faremo il nostro per richiamare visitatori e turisti, ma gli enti locali dovranno trainare l’immagine della città fuori dai confini locali. Siamo fiduciosi».

    Avete vinto il bando dell’amministrazione civica: ci spiegate nel dettaglio di cosa si tratta?

    «In base al bando ci siamo aggiudicati l’appalto per la gestione in primis del Museo di Sant’Agostino, sede principale, e poi anche delle due “subordinate” della Casa e delle Torri. Finora siamo entrati solo in queste ultime due strutture per far fronte all’emergenza del weekend del primo maggio, ma si tratta solo di soluzioni temporanee, finché non saremo entrati anche al Museo. Ci vorrà ancora un mese: entro fine giugno avremo l’accesso (alcuni hanno confuso: ci vorrà un mese solo per subentrare, non per rifare il look all’intero complesso! Sarebbe un’impresa impossibile). Dopo inizieremo coi lavori di routine (impianti, messa in sicurezza) e anche col ripensamento generale delle strutture. Per l’avvio vero e proprio si deve aspettare l’autunno: saremo pienamente operativi con l’inizio del nuovo anno scolastico, visto che gli studenti sono l’utenza a cui vogliamo aprirci (oltre naturalmente ai turisti). Nel frattempo garantiremo lo stesso l’apertura».

    È ancora poco che avete iniziato questo percorso genovese, ma com’è stata la partenza?

    «Il 23 aprile sono state aperte le buste e abbiamo saputo di aver vinto la gara solo il 28; contando che i gestori ci hanno consegnato le chiavi di Casa e Torri il 30 pomeriggio e che abbiamo aperto il primo maggio, è stata sicuramente una partenza in corsa. Dato che non abbiamo avuto giorni per prepararci (a malapena il tempo di allestire una biglietteria e qualche arredo, cercando di rimediare a quelli di proprietà dell’Associazione Porta Soprana che sono stati portati via), siamo soddisfatti: 830 ingressi, di cui oltre 700 paganti, solo in quei giorni. Ad essere onesti, abbiamo vissuto di rendita con il lavoro di chi ci ha preceduto».

    Quelle in questione sono aree controverse, almeno per quanto riguarda la percezione dei genovesi. Si imputa al Comune e alla precedente gestione la colpa di non averli saputi promuovere e valorizzare, e l’eredità per chi arriva ora è pesante: si deve ricostruirne la fama innanzitutto tra i genovesi, poi si deve creare un brand allettante per i turisti, infine offrire un’esperienza unica e nuova. Così si potrebbe intercettare il flusso di visitatori diretto al Porto Antico (l’Acquario resta l’attrazione più visitata) e a Palazzo Ducale. Oggi però questa prospettiva sembra remota: nella classifica Tripadvisor, ad esempio, la Casa di Colombo si posiziona al numero 116 su 145 attrazioni da visitare in città, al 45 il Museo e le Torri al 33. Prima di loro, non solo Boccadasse, la passeggiata di Nervi, Spianata Castelletto, i Rolli, ma addirittura il Genoa Museum and Store, il Museo della Croce Rossa Italiana e la Biblioteca di Diritto Umanitario (senza nulla togliere).

    Come pensate di ridare appeal a queste strutture?

    «I progetti li abbiamo illustrati nel bando, ma è troppo prematuro parlarne perché prima dobbiamo confrontarci con Comune e Soprintendenza. La nostra idea, in generale, è quella di rendere tutto più moderno, con installazioni multimediali e pannelli all’interno della Casa di Colombo, in cui lo spazio è poco: non vogliamo vestire manichini, per intenderci, né mettere arredi pseudo antichi. Lo stesso vale per il Museo, che sarà il pezzo forte del complesso, e per le Torri. In generale, vogliamo aprirci al nuovo, coinvolgere i ragazzi delle scuole, lanciare bandi per dare spazio a tanti progetti e ripensare questo luogo assieme a loro, alle associazioni, ai negozianti e a tutti i cittadini genovesi interessati a collaborare: sono spazi che devono prima piacere alla città e rispecchiare i gusti degli abitanti, poi rivolgersi ai turisti. Ci piacerebbe fare anche rete con l’Amministrazione e, perché no, entrare nella rete dei Musei Civici: Sant’Agostino ne fa già parte, si potrebbe allargare agli altri due soggetti per sfruttare le potenzialità di questa sinergia e avere più visibilità, anche grazie al sito web ufficiale. Inoltre, abbiamo pensato a una serie di percorsi e visite guidate alla scoperta della Genova medievale: oltre al grande valore didattico, anche la possibilità di scoprire luoghi bellissimi e inaccessibili, come il camminamento delle antiche Mura del Barbarossa, oggi chiuse da tre cancelli. Proprio da bando c’è stato richiesto di concentrarci sul tema medievale, e abbiamo già varie proposte a questo riguardo».

    Qualche comunicazione di servizio: prezzi e orari, che tanto hanno preoccupato i genovesi in questi giorni, resteranno gli stessi o si prevedono modifiche?

    «No. Gli orari saranno ampliati ulteriormente (una prima modifica in positivo c’è già stata: dall’apertura solo nel weekend di Casa e Torri, ora si sono aggiunti anche i pomeriggi infrasettimanali, n.d.r.), ma di certo non saremo aperti 24/7. Visto che siamo due realtà con spese e costi (dalla manutenzione ai dipendenti, tutti in regola e con contratto), non vogliamo sprecare niente e decideremo gli orari di apertura in base alla domanda: se ci saranno tanti visitatori resteremo aperti, altrimenti limiteremo l’orario, sempre lasciando la possibilità a gruppi e singoli di contattare il nostro call center per prenotare visite al complesso e percorsi guidati. In generale il Museo resterà più aperto rispetto alle altre due strutture.
    Per quanto riguarda i prezzi, ora abbiamo un biglietto integrato per Casa e Torre a 3 euro: una strategia promozionale per invogliare le persone a visitare strutture non ancora ottimizzate, ma comunque interessanti. In futuro probabilmente aumenteremo il prezzo, offrendo soluzioni cumulative che comprendano anche il Museo, ma dobbiamo concordare tutto con il Comune, che ha diritto a una percentuale della nostra bigliettazione».

     

    Elettra Antognetti

  • Università di Genova, elezioni del Rettore: incontro con i candidati. Dagli Erzelli all’accoglienza degli studenti

    Università di Genova, elezioni del Rettore: incontro con i candidati. Dagli Erzelli all’accoglienza degli studenti

    Via Balbi, Università di GenovaL’Ateneo di Genova verso le votazioni per nominare il successore dell’attuale “magnifico” Giacomo Deferrari sulla poltrona di rettore. Il primo turno alle urne è previsto per mercoledì 18 e giovedì 19 giugno, mentre il secondo sarà la settimana successiva, nelle giornate di 25 e 26 giugno. I quattro candidati, Paolo Comanducci, Maurizio Martelli, Aristide Massardo e Alessandro Verri, provengono da background in alcuni casi piuttosto diversi, in altri affini. Le idee che caratterizzano la loro campagna elettorale sono eterogenee. Siamo andati a conoscerli nel corso di un incontro pubblico, per cercare di capire quali sono le posizioni in merito ai “temi caldi”, che coinvolgono non solo la gestione dell’Ateneo (il calo degli iscritti, lo scarso prestigio dell’Università genovese, le spese per le sedi distaccate regionali, la didattica e l’accoglienza: qui l’approfondimento di Era Superba) ma tutta la città, dagli Erzelli al nuovo nodo ferroviario fino alla logistica cittadina.

    I candidati

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    I candidati in un flash – Per meglio comprendere le intenzioni dei singoli candidati e sintetizzare le idee contenute nel programma:
    Verri: “Importante puntare sull’efficacia dell’amministrazione, ridare un ruolo centrale ai singoli dipartimenti, intavolare un dialogo intenso con le scuole superiori per attirare nuovi studenti”.
    Massardo: “Mi sono candidato perché voglio portare le ‘best practices’ acquisite altrove a Genova. Dobbiamo diventare competitivi nell’ambito di formazione, ricerca e strutture, all’interno di una visione condivisa tra docenti e studenti, dall’alto verso il basso ma anche viceversa”.
    Comanducci: “Mi candido per interpretare un disagio diffuso tra studenti, docenti, personale tecnico per come sono andate le cose negli ultimi anni, non solo all’interno dell’Ateneo ma anche a livello locale: l’università è stata attaccata troppo e non si è sufficientemente difesa. Dobbiamo fare un atto di orgoglio collettivo, rialzare la testa e rivendicare la nostra dignità”.
    Martelli: “Abbiamo le carte in regola per giocare la nostra partita nella competizione nazionale e internazionale. Metto a disposizione la mia esperienza e disponibilità per lavorare – assieme a una squadra di valore e all’amministrazione civica – sulle punte di eccellenza”.

    I candidati possono essere obbligatoriamente solo professori di prima fascia, assunti a tempo indeterminato presso una università italiana. Tutte le candidature sono pervenute entro il 5 maggio 2014, termine ultimo. I quattro professori in questione sono tutti personalità di spicco all’interno del mondo accademico genovese e vantano un curriculum di tutto rispetto. Provengono quasi tutti dal mondo scientifico, pur con diversi ambiti di interesse ma, cosa interessante, manca un candidato proveniente dalla Facoltà di Medicina, in rottura con la tradizione segnata da Deferrari e dal predecessore Gaetano Bignardi.

    I quattro nomi in corsa sono: Paolo Comanducci, docente di Filosofia del Diritto e dal 2012 Preside della Scuola di Scienze Sociali; il pisano Maurizio Martelli, professore di Informatica all’interno del dipartimento DIBRIS – Informatica, Biologia, Robotica, Ingegneria dei Sistemi e anche pro rettore vicario; Aristide Massardo, ordinario di Sistemi per l’Energia all’interno della Facoltà di Ingegneria e anche Preside della Scuola Politecnica dal 2012; infine Alessandro Verri, laureato in Fisica che vanta collaborazioni niente meno che con il MIT e che dal 2012 è vice-direttore del DIBRIS.

    Il vincitore resterà in carica per 6anni, invece dei consueti 4.
    Le nomine non hanno mancato di suscitare polemiche e pettegolezzi: su una testata giornalistica locale si legge che la nomina di Martelli, che sarebbe considerato “il delfino di Deferrari, che lo sta sostenendo e sponsorizzando come il suo successore ideale”, potrebbe essere in discussione dopo l’entrata di Verri all’interno della competizione, anche lui proveniente dalla Facoltà di Ingegneria e dallo stesso dipartimento, il DIBRIS, di cui Martelli è direttore e Verri è stato vice nel 2013. Ma si potrebbe prospettare uno scenario di corsa a tre in cui si unirebbe anche Massardo. Sempre voci di corridoio darebbero come meno probabile la nomina del Preside di Scienze Sociali Comanducci, che avrebbe perso sostenitori dall’area di Medicina forse per le sue posizioni sul caso Erzelli, di rottura rispetto a quelle dell’attuale rettore.

    Come funzionano le elezioni dell’ Università di Genova

    Sono chiamati al voto docenti, rappresentanti degli studenti nel Senato Accademico, quelli del CdA e dei consigli delle Scuole, nonché dei Dipartimenti; inoltre, ricercatori, dirigenti e tecnici amministrativi, tutti se assunti a tempo indeterminato e con voto con valore pari al 20%. Le votazioni si svolgono in due turni, nel mese di giugno. Se nessuno dei quattro candidati otterrà la maggioranza assoluta, ci sarà un ballottaggio finale a luglio (9 e 10).

    L’incontro pubblico in via Balbi: dal tema Erzelli sino all’accoglienza

    universitaIeri, 21 maggio 2014, alle ore 16 nell’Aula Magna di Balbi 5 si è svolto un confronto diretto tra i candidati sulle tematiche più salienti di questa campagna. L’incontro pubblico è stato organizzato dall’associazione studentesca Idee Giovani UniGe in collaborazione con l’Ateneo. “Si tratta di un’iniziativa unica nel suo genere in Italia – commentava il presidente di Idee Giovani UniGe, Simone Botta, nel comunicato stampa –  non mi risulta che in alcun altro Ateneo gli studenti abbiano organizzato qualcosa di simile. Lo scopo è riportare l’Università vicina alla gente e agli studenti, che in larga maggioranza non conoscono la dinamicità dell’organismo-Ateneo, che è vivo e da ossigeno alla comunità e al territorio”.  Nel corso dell’evento, l’introduzione ai programmi elettorali dei candidati e un dibattito animato.

    Sedi distaccate

    Tra i punti salienti, a lungo si è discusso dei poli decentrati all’interno della Regione, dalla Spezia a Imperia, passando per Savona. Si tratta di un pratica in voga qualche anno fa e ormai un po’ obsoleta. All’epoca era stata una novità accolta positivamente da molti atenei italiani (uno su tutti, il caso di Torino), ma poi ci si è resi conto che l’apertura di nuove sedi, non specializzate ma equivalenti come offerta formativa alle proposte della sede centrale, era solo un dispendio di fondi ed energie. In Liguria ogni provincia ha una sua sede “forte” in uno specifico settore didattico: La Spezia ha puntato sulla nautica, Savona su energia e comunicazione e Imperia sul turismo. Nonostante la qualità, si tratta di realtà nate nel 2005 e da regolare nuovamente, alla luce della situazione attuale dell’Ateneo (la mancanza di fondi, il calo degli iscritti, la decrescita ecc.). In generale tutti i candidati sono concordi, senza colpi di scena, sull’idea di mantenere le sedi favorendo una specializzazione maggiore, diversificando l’offerta rispetto a quella della sede centrale. In particolare, la necessità è quella di rafforzare gli accordi con i partner provinciali per farli diventare competitivi, evitare che creino accordi con altri atenei limitrofi (già scongiurato il pericolo alla Spezia, dove esistevano fino a pochi anni fa corsi di informatica mutuati dall’Ateneo pisano, e c’erano accordi con Parma) e attirare studenti da fuori Regione.

    Verri, nel suo programma il Progetto Unige2020 stilato apposta per le elezioni, illustra alcune linee giuda: «Importante partire dalla Regione Liguria per aprirsi all’Europa: la Regione deve diventare interlocutore privilegiato per fare evolvere questi centri e migliorarli. Abbiamo il dovere di investire su questo perché, anche se il nostro polo universitario è in calo, dobbiamo attrarre anche dai territorio vicini».

    Scarso appeal, pochi servizi, accoglienza da migliorare

    Altro tema sul banco, la scarsa attrattiva di Genova sui giovani: durante l’incontro c’è chi ha affermato che Genova in realtà è una città giovane, c’è chi invece non è d’accordo. Fatto sta che se già la percentuale nazionale di iscritti all’università non è esaltante (attorno al 30%), il capoluogo ligure registra un trend particolamente negativo: si deve migliorare l’accoglienza, ad esempio rendendo più allettante la pagina web, dialogare con la scuola superiore per incentivare iscrizioni, cercare una sinergia con le istituzioni locali. Come sottolinea Comanducci: «Ad esempio a Pisa, il rapporto studenti-popolazione è molto alto, mentre per noi il dato scende sensibilmente, rasentando la soglia di Palermo. Dobbiamo diventare in grado di attrarre da fuori, oltre che di far restare qui gli studenti liguri».

    La percezione è anche quella di un’Università lontana, in certi casi, dal mondo del lavoro. Si parla di internship durante il percorso accademico, ma sappiamo tutti che si sono rivelati nella maggior parte dei casi un flop: non regolati, non retribuiti e senza possibilità di futuro inserimento in azienda. Ci sono comunque spiragli di miglioramento, grazie ad accordi siglati con la Regione per regolare l’apprendistato, oggi in fase preliminare. Commenta Martelli: «Abbiamo siglato il programma Garanzia Giovani, cui hanno aderito circa 28 corsi di studio (soprattutto in ambito scientifico), e ora vediamo come reagiranno le aziende. Tuttavia, per essere competitivi serve una cultura a tutto campo, che sia anche umanistica e non solo tecnico-scientifica».

    Gli Erzelli

    erzelliQuestione sicuramente spinosa, visto che la decisione di trasferire la ex Facoltà di Ingegneria sulla collina non avrà ricadute solo sul budget dell’Ateneo o sulla fama della Scuola Politecnica, bensì interesserà l’intera città. In genere i candidati tendono ad essere ancora cauti e a dire soprattutto che tale decisione non spetta al solo rettore, ma piuttosto al CdA dell’Ateneo. Come ricorda ancora Verri, si tratta di una faccenda datata: «Penso alla Facoltà di Architettura come esempio mirabile di progettualità genovese: c’era un progetto e un sogno da seguire che è diventato realtà. Si può fare la stessa cosa oggi agli Erzelli? Forse sì, ma ora l’idea di partenza è un po’ invecchiata e il progetto resta ancorato a un’epoca pre-internet. Non dico che non vada fatto, ma il mondo è cambiato e l’idea è obsoleta: ad esempio, lì si puntava molto e solo sulle competenze tecniche-ingegneristiche, mentre ora è richiesta sempre più l’integrazione con medici e umanisti».

    Si tratta di un investimento molto oneroso e di un progetto che chiama in causa anche la ridefinizione della mobilità genovese e che chiede una serie di accorgimenti per permettere a un numero enorme di studenti di raggiungere e di vivere una zona oggi pressoché isolata.

    Nonostante la generale cautela, il più duro è Massardo: «Nel luglio 2012 abbiamo detto no al trasferimento perché mancavano i fondi, però abbiamo lasciato aperti spiragli di dialogo e abbiamo proseguito, sperando di poter procedere ad ‘acquisto di cosa futura’, ed è stato un errore. Questa è una questione giuridica ed economica: ci avevano detto che si sarebbe fatta l’operazione a costo zero, poi la situazione è cambiata; ci siamo visti ridurre lo spazio a disposizione da 90 mila mq a 60; avremmo anche dovuto vendere Villa Cambiaso. Non dimentichiamo l’aspetto logistico: a lungo il problema è stato negato, in primis da Burlando. Ma finora nessuno risponde alla domanda su come sarà possibile trasferire così tante persone sulla collina. Venerdì 16 ho partecipato, in qualità di Preside della Scuola Politecnica, a un’assemblea pubblica per affrontare il nodo della logistica con i rappresentanti regionali, ma non abbiamo avuto riscontro».

    Inoltre, altre perplessità riguardano il piano industriale: cosa ci sarà agli Erzelli? Per ora ci sono due divisioni di multinazionali in affitto, e la stessa Esaote, promotrice del progetto, ha di recente detto no al trasferimento. Una situazione complessa, ancor più se si pensa che a giugno si riunirà di nuovo il CdA d’Ateneo per affrontare il tema.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Alla scoperta di NEMO geie, per la promozione delle Industrie Creative tra Liguria e UE

    Alla scoperta di NEMO geie, per la promozione delle Industrie Creative tra Liguria e UE

    Stefania BertiniQuesta settimana, in vista delle elezioni europee del 25 maggio, siamo andati alla ricerca delle connessioni tra dimensione locale e comunitaria. Un percorso che è iniziato ieri, parlando di europrogettazione (qui l’approfondimento): cos’è e come possiamo avvicinarci a questo settore. Oggi entriamo nello specifico e parliamo di un’esperienza concreta a Genova: NEMO geie, un “geie” appunto, cioè un gruppo europeo di interesse economico, fondato a Genova nel 2007 per la creazione e promozione di eventi, rassegne, spettacolo dal vivo, attraverso la partecipazione a bandi europei e con la cooperazione tra partner locali.

    Cerchiamo di capire più a fondo di cosa si tratta, attraverso le parole di Stefania Bertini, presidente e direttrice artistica e di produzione dal 2010.

    Tanto per cominciare, cos’è NEMO geie?

    «Come dice il nome, siamo un “geie”, gruppo europeo di interesse economico, un consorzio di imprese non a scopo di lucro. In Italia e in particolare a Genova, questa struttura è ancora relativamente sconosciuta ai più: pensare che a livello nazionale sono solo 3 (pochi di più sono quelli europei) e che siamo gli unici in Europa ad avere lanciato un geie che si occupa di cultura, musica, turismo e soprattutto promozione di spettacoli dal vivo. In generale, questo è il soggetto ideale, è l’interlocutore giuridico privilegiato per interagire con l’Unione Europea perché offre grandi garanzie rispetto a contributi, accesso a finanziamenti, impiego dei fondi. Inoltre, permette di lavorare su tre livelli, locale, nazionale ed europeo, ed è caratterizzato da una dimensione imprenditoriale forte».

    Come e quando è nata l’idea di fondare questo gruppo?

    «Siamo nati ufficialmente nel 2007, grazie alla lungimiranza di Pepi Morgia, allora vice-presidente nazionale di Assoartisti Confesercenti (poi presidente onorario, ma soprattutto artista, regista e designer genovese di fama internazionale, n.d.r.), il quale aveva capito – grazie a un’esperienza pluriennale in ambito internazionale al fianco di artisti importanti – che l’Italia si doveva adeguare ai cambiamenti che stavano avvenendo fuori sul piano artistico-culturale, per non soccombere ai tagli ministeriali. Io sono diventata presidente nel 2010 e non è stato facile: c’è voluto del tempo per farci conoscere soprattutto, ma anche per imparare noi stessi a far funzionare una macchina complessa e trovare il modo di accedere a bandi per finanziamenti europei». 

    Come opera in concreto NEMO geie?

    brundibar-nemo-geie«Il nostro obiettivo è supportare imprenditori e giovani realtà di tutta Europa nell’inserimento in un mercato difficile e generalmente chiuso. Per farlo, NEMO ha costruito una piattaforma di scambi e partnership tra operatori (enti pubblici e privati) per partecipare a bandi della UE e dar vita a progetti. In poche parole, quello che facciamo è creare progetti con i nostri associati e cercare le risorse per realizzarli; poi partecipare ai bandi per accedere a finanziamenti europei e, in caso di esito positivo, realizziamo piani di promozione di vendita, campagne pubblicitarie e facciamo PR per gli artisti del nostro circuito. Altra cosa che ci sta a cuore, la trasparenza: gestiamo soldi pubblici, di cui abbiamo grande rispetto, e dobbiamo rendere conto del modo in cui li investiamo. Insomma, per fare progettazione comunitaria non ci si può improvvisare: è un lavoro complesso e rischioso».

    Immagino serva una squadra ah hoc, un team di esperti…

    «Sì, assolutamente. In tutto, tra impiegati in loco e collaboratori esterni (sia in Italia che fuori), siamo circa in 30 persone, ma il numero e le professionalità variano a seconda del bando in questione e singolo progetto che decidiamo di portare a termine. In generale, comunque, siamo tutti figure specializzate in diversi settori. In generale puntiamo molto sulla comunicazione e abbiamo esperti ad hoc per web-marketing e social media. È un settore importantissimo per chi fa il nostro lavoro: anche se in Italia si preferisce non investire sulla comunicazione (spesso considerata inutile), in Europa è fondamentale e il 30-40% del budget per i progetti è destinato ad essa».

    Quali sono le sfide più grandi che avete dovuto affrontare per affermarvi?

    «La prima sfida, oltre a far crescere il progetto e farlo poi decollare, è stata quella di far capire agli artisti del nostro network l’importanza dell’apertura alla dimensione europea. Molti di loro non ne sentivano l’esigenza e anzi vedevano questo sistema, dotato di un pesante apparato burocratico, come un dispendio di energie non necessario. Per fortuna però, grazie alla collaborazione con Assoartisti e alla squadra capace che ci ha affiancati, siamo riusciti ad affermarci e a portare a casa i primi risultati, e ormai tutti sono consapevoli delle opportunità che la UE offre».

    A proposito di risultati, siete soddisfatti di quello che avete raggiunto finora?

    «Molto. Abbiamo organizzato già varie iniziative a livello europeo: le ultime, Music for Memory I e II e Euplay, entrambe rivolte ai giovani. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo vinto tre bandi della UE, e ne stiamo presentando altri (ad esempio nell’ambito di Creative Europe), di cui attendiamo i risultati. Inoltre, siamo orgogliosi anche della promozione che riusciamo a fare per i nostri artisti: di recente una ragazza che aveva partecipato a Music for Memory, la tredicenne Virginia Ruspini, si affermata professionalmente (tra le altre cose ha partecipato a Ti lascio una Canzone e cantato per il cartone Disney Frozen, n.d.r.) e sta avviando una sua carriera».

    Italia e Europa: voi che vi interfacciate con entrambe le realtà notate delle differenze di approccio nella promozione culturale?

    «Sì, eccome. Sono due dimensioni completamente diverse: tanto per cominciare, l’Italia è più indietro degli altri Paesi europei in materia di imprenditoria della cultura e project management. Inoltre, c’è una differenza di base: in Italia la prassi corrente è cercare soldi per finanziare singoli eventi; in Europa invece gli eventi non contano niente, sono solo una piccola fase di un progetto più articolato. Ad esempio, alla UE non importa di finanziare un grande concerto di Jovanotti, o del suo equivalente lituano – e sinceramente non importa nemmeno alla maggior parte di noi, no? – ma pensa soprattutto alle ricadute che un progetto proposto da un ente e finanziato a livello europeo possa avere sul territorio e sul target di riferimento, e agli effetti che può creare a lungo termine (aumento dell’occupazione, creazione di posti di lavoro ecc.)».

    Accennavi prima a Creative Europe: a Genova (su Era Supbera ne abbiamo parlato ripetutamente) sono in corso vari progetti per agevolare le Industrie Creative, le espressioni artistiche soprattutto dei giovani, e di recente l’assessore alla Cultura Sibilla ha proposto anche nuove linee programmatiche per il biennio 2014-2015. Voi che rapporto avete con le istituzioni locali: dialogate con gli altri soggetti o siete indipendenti?

    «A livello locale c’è poca interazione: lavoriamo in partenariato con altre realtà analoghe alla nostra all’estero, ma in Italia e soprattutto a Genova non facciamo rete. Ad esempio, il nostro metodo di accesso ai fondi europei è diverso da quello del Comune: noi partecipiamo direttamente ai bandi per sfruttare al meglio l’identità unica di NEMO geie, e facciamo un lavoro di europrogettazione vero e proprio; il Comune e altri soggetti, invece, accedono a finanziamenti per altre vie (ad esempio, la UE ha stanziato 1,8 milioni di euro complessivi per tutti gli Stati membri per il periodo 2014-2020, per la realizzazione di distretti creativi, n.d.r.). A Tursi sono molto concentrati sui loro progetti, anche se ciò non toglie che siamo stati varie volte patrocinati dall’assessorato alla Cultura per l’organizzazione di eventi a livello locale. Al contrario, lavoriamo molto e bene con la Regione, interagendo con l’assessore alla Cultura Angelo Berlangeri e con Casaliguria (sede della Regione Liguria a Bruxelles dal 2002, n.d.r.). 

    Quindi Genova è una realtà particolarmente difficile per far decollare un progetto come il vostro?

    «Sì, molto difficile. È una battaglia quotidiana, ma io sono una pasionaria e non mi stanco mai di combattere. Per fortuna incontro tanti che sono come me, dall’assessore Berlangeri a Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti Liguria. Genova è una città da educare alla promozione della cultura e dell’arte: ha tante risorse (gli artisti locali sono molto apprezzati in Europa e c’è una grande qualità), ma spesso non sa sfruttarle. In generale, vedo che per la Liguria ci sono speranze di miglioramento per gli anni a venire, e speriamo di restare al passo con gli obiettivi di Europa 2020».

    Il panorama culturale del capoluogo ligure: su cosa è meglio puntare per dare uno slancio al mondo artistico?

    «A parer mio giusto spingere sul binomio cantautorato/turismo fino a un certo punto: a livello internazionale a parte De André e pochi altri, i cantautori locali non sono conosciuti e sarebbe meglio puntare su altre eccellenze anche di nicchia, come quelle nella danza, o alcuni segmenti musicali del savonese».

     

    Elettra Antognetti

  • Concorso Lirico Internazionale Jole De Maria, per cantanti di tutti i registri vocali

    Concorso Lirico Internazionale Jole De Maria, per cantanti di tutti i registri vocali

    tosca-puccini-liricaSono aperte le iscrizioni dedicate a cantanti lirici di tutti i registri vocali – soprano, mezzosoprano/contralto, controtenore, tenore, baritono, basso – e di tutte le nazionalità della seconda edizione del Concorso Lirico Internazionale Jole De Maria che si terrà a Monterotondo (Roma) dal 27 al 29 giugno 2014. La scadenza del bando è fissata per il 15 giugno 2014 e tutte le informazioni per l’iscrizione sono visibili al link www.concorsoliricojoledemaria.eu.

    Ai vincitori saranno assegnati tre Premi: 1.500 euro al primo classificato, 800 euro al secondo classificato e 500 euro al terzo classificato. Tra gli ospiti che consegneranno i premi, l’attrice Francesca Valtorta (Baciami Ancora; Che Dio ci aiuti; R.I.S. Roma 2 – Delitti imperfetti; Freaks!; Immaturi – Il viaggio; Il Restauratore; Braccialetti Rossi; Squadra antimafia – Palermo oggi).

    Il Concorso a cura dell’Associazione Culturale Arcipelago, con la direzione artistica di Irene Bottaro e l’organizzazione di Eleonora Vicario, sostiene la ricerca sul cancro.

    Una giuria di cinque illustri Maestri giudicherà i concorrenti: Renato Bruson, baritono, Presidente della Giuria; M° Janos Acs, Ungheria, Direttore d’orchestra; Marco Impallomeni, dell’agenzia lirica Music Center Domani (MCD); Giorgio Gatti, baritono e Irene Bottaro, mezzosoprano, direttore artistico del Concorso. All’interno del Palazzo Comunale di Monterotondo – Palazzo Orsini, il 27 giugno si terrà la prova eliminatoria, il 28 giugno la prova semifinale, mentre la prova finale si terrà il 29 giugno con l’assegnazione dei premi ai vincitori che avverrà al termine dell’esibizione dei finalisti. La serata conclusiva, che prevede per tutte le partecipanti una sessione di trucco e parrucco offerta dal festival, sarà trasmessa in streaming dalla Bam Web Radio, che offrirà un premio al cantante votato dal pubblico radiofonico e sarà ripresa da una emittente televisiva e trasmessa in differita.

    Questo progetto – sostiene la direzione artistica – nasce per porre l’accento sulla Ricerca per sconfiggere il cancro, per divulgare la conoscenza della musica lirica e per sostenere nuovi talenti musicali. Inoltre, intendiamo promuovere Enti e Aziende che contribuiscono alla riuscita del progetto, favorendo la valorizzazione di Monterotondo, a 25 chilometri da Roma, poggiato su una collina che domina la valle del Tevere, con una lunga tradizione in campo musicale, collegandolo maggiormente all’Europa e stimolandone la crescita economica. Infine, vogliamo ricordare Jole De Maria, artista lirica morta di cancro nel 2007, che ha cantato in grandi teatri internazionali.

    Durante le tre giornate verranno raccolti fondi per la Ricerca sul cancro.

    Per maggiori informazioni
    www.concorsoliricojoledemaria.eu
    info@concorsoliricojoledemaria.eu
    cell 3664974891

    Facebook:https://www.facebook.com/pages/Primo-Concorso-lirico-internazionale-Jole-De-Maria/524430160933291

  • Città Metropolitana, Doria e Fossati incontrano i sindaci del territorio. Al via il percorso istituzionale

    Città Metropolitana, Doria e Fossati incontrano i sindaci del territorio. Al via il percorso istituzionale

    Prefettura Amministrazione ProvincialePassi avanti verso la Città Metropolitana. Ieri il sindaco Marco Doria e il commissario della Provincia Piero Fossati hanno incontrato in piazzale Mazzini i sindaci del territorio, un punto di partenza per il percorso istituzionale che porterà alla costituzione del nuove ente nel 2015. 

    «Il rispetto dei tempi sarà rigoroso»,  ha sottolineato Doria che dal 1° gennaio 2015 sarà sindaco metropolitano alla guida del nuovo ente.  Come indica la nota diffusa dalla Provincia “il primo traguardo sarà l’elezione della Conferenza statutaria, una piccola “assemblea costituente” che dovrà elaborare la prima bozza di statuto e concludere i lavori entro il 30 settembre prossimo, termine entro il quale dovrà poi essere eletto e insediarsi il Consiglio metropolitano“.

    Conferenza statuaria e Consiglio metropolitano saranno organi entrambi presieduti dal sindaco di Genova e composti da 18 consiglieri eletti dai sindaci e dai consiglieri comunali in carica di tutto il territorio. “Per l’elezione della Conferenza statutaria – si legge nella nota – si aspetterà l’esito del voto amministrativo che sul territorio coinvolge 45 Comuni su 67.  Se Rapallo dovesse andare al ballottaggio, l’elezione della Conferenza statutaria sarebbe indetta dopo l’8 giugno, mentre i tempi si accorcerebbero in caso di vittoria di un candidato sindaco al primo turno”.

    Come aveva già avuto modo di raccontare ad Era Superba in occasione dell’intervista di qualche mese fa, Marco Doria ha ribadito la sua idea di Città Metropolitana: «Il nuovo ente non sarà un Comune capoluogo che diventa più grande, tutti i Comuni
    continueranno ad esistere e funzionare e quelli che vorranno associarsi o unirsi saranno liberi di farlo. La Città Metropolitana raccoglierà l’eredità della Provincia e potrà svolgere altre funzioni specifiche, da riempire di contenuti in base alla legge, come lo sviluppo strategico, la pianificazione generale, i sistemi coordinati di servizi pubblici, in rapporto allo Stato e alla Regione e al servizio dei Comuni e dei cittadini».

    «In questi mesi dovrò studiare parecchio – ha ammesso il sindaco di Genova – e grazie a Piero Fossati e alla struttura della Provincia potrò fare corsi accelerati. Vorrei anticipare per certi aspetti il funzionamento dei futuri organi, incontrando periodicamente i sindaci e per informarli e sentire le loro opinioni».

  • Sanità digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico: Regione Liguria in ritardo?

    Sanità digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico: Regione Liguria in ritardo?

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DIDopo la pubblicazione, il 31 marzo scorso, delle linee guida per la presentazione dei progetti regionali (redatte dal tavolo tecnico coordinato dall’Agenzia per l’Italia Digitale e dal Ministero della Salute), si avvicina la data del 30 giugno 2014, termine ultimo entro il quale tutte le Regioni dovranno avere predisposto i rispettivi piani finalizzati alla realizzazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) – ovvero una piattaforma digitale comune, a livello territoriale, per l’archiviazione e la gestione informatica dei documenti sanitari dei cittadini, strumento funzionale ai professionisti per l’assistenza e la cura, in grado di facilitare la trasmissione di informazioni e semplificare gli adempimenti a carico dei cittadini. Poi, una volta ottenuta l’approvazione dei piani, le amministrazioni regionali avranno tempo fino al 30 giugno 2015 per l’attivazione effettiva del FSE.

    Dunque, la tanto decantata rivoluzione digitale in campo sanitario sembra essere in procinto di trasformarsi da parole in realtà, anche se, a dire il vero, soltanto in poche regioni – come ad esempio Emilia-Romagna, Lombardia, Trentino, Toscana, Veneto, Sardegna – il Fascicolo sanitario elettronico è già in fase avanzata, mentre in altre – tra cui la Liguria – il percorso è ancora tutto da impostare. Così è veramente arduo ipotizzare il rispetto della tempistica stabilita, e destano preoccupazione le possibili sanzioni previste per gli inadempienti, vale a dire una perdita del 3% nel riparto del Fondo sanitario nazionale, come ha spiegato il Ministero della Salute.

    Medici di famiglia e farmacisti esprimono parecchie perplessità sull’odierno livello di informatizzazione della sanità ligure, così come il sindacato autonomo Fials. D’altra parte è difficile dar loro torto, dato che si registrano diverse problematiche relative all’utilizzo della ricetta elettronica (non ancora diffusa capillarmente sul territorio regionale), mentre quella “dematerializzata” – in pratica la ricetta elettronica online – sarà avviata, a breve, solo in forma sperimentale. La ricetta dematerializzata, se vogliamo, rappresenta il preludio al Fascicolo elettronico, tuttavia manca il tassello fondamentale della tessera sanitaria magnetica individuale dotata di microchip che, oltre a contenere la storia medica di ogni singolo paziente, ci permetterà di acquistare i farmaci più rapidamente; peccato, però, che oggi, in Liguria, appena il 20% della popolazione possiede la tessera con microchip. Quindi, prima di parlare della realizzazione del FSE, occorre risolvere questi nodi critici, sennò rischiamo di partire con un progetto privo delle fondamenta necessarie.

    Cos’è il Fascicolo sanitario elettronico (FSE)?

    L’articolo 12 del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221), ha istituito il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), inteso come “l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e sociosanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito”.

    In altre parole il Fascicolo sanitario elettronico è una cartella virtuale che raccoglie e rende disponibili informazioni e documenti clinici relativi ad una singola persona, la quale può: consultare e stampare i referti delle prestazioni ricevute dal servizio sanitario; inserire documenti (referti di visite ed esami effettuati in strutture private, o di altre regioni, oppure prima dell’attivazione del FSE), ma anche oscurarne alcuni che ritiene non debbano essere visibili dai professionisti sanitari. La consultazione avviene in forma protetta, attraverso credenziali personali e, su consenso dell’interessato, il Fascicolo può esser consultato dal medico, o dal pediatra di famiglia, e dagli specialisti.
    La costruzione del FSE dell’assistito avviene tramite l’inserimento di diverse documentazioni (informazioni certificate), da parte di molteplici soggetti. Asl, ospedali e pronto soccorso: vaccinazioni, certificati, esenzioni, assistenza domiciliare, piani diagnostico-terapeutici, assistenza residenziale e semiresidenziale; prestazioni in ricovero e lettere di dimissioni, cartelle cliniche; verbali di assistenza in PS. Medici di famiglia (o pediatri) e medici specialisti: profilo sanitario sintetico del paziente (storia clinica e situazione corrente, dati clinici utili anche in caso di emergenza), prescrizioni di visite ed esami; prescrizioni; Laboratori e ambulatori (sia pubblici che privati) e farmacie: referti; farmaci e prenotazioni.

    In alcune regioni presso le quali il FSE è già funzionante, il cittadino può anche inserire informazioni facoltative in una sorta di “taccuino personale”. Come riporta il “Corriere della sera” (15/04/2014): “…. il Fascicolo riesce a diffondersi più velocemente e su grandi numeri se contiene strumenti che consentano al cittadino la gestione diretta della propria salute e gli permettano di svolgere un ruolo attivo nel processo di cura… il risultato più sbalorditivo lo ha ottenuto il Trentino dove, grazie al progetto del sito online “TreC – Cartella Clinica del Cittadino” (trec.trentinosalute.net) – in cento giorni (da dicembre scorso a marzo), l’adesione al FSE è schizzata al 93% quando è stata aggiunta una piattaforma di servizi “collaterale”. Si tratta del “Taccuino personale del cittadino”, una sezione del sito a lui riservata per offrire la possibilità di inserire dati ed informazioni personali, documenti sanitari, un diario degli eventi rilevanti e i promemoria per i controlli medici periodici”.

    Dalla ricetta elettronica alla ricetta dematerializzata

    La ricetta dematerializzata – o ricetta elettronica on line – dovrebbe essere il risultato finale di un progetto avviato con l’approvazione dell’art. 50 della L. 326/2003 “Monitoraggio della spesa farmaceutica e specialistica a carico del SSN”che ha introdotto la ricetta (cartacea) standardizzata, la tessera sanitaria e l’obbligo di invio dei dati di tutte le ricette da parte prima delle farmacie (2008) e poi dei medici (2011), allo scopo di realizzare misure di appropriatezza delle prescrizioni, attribuzione e verifica del budget di distretto, farmacovigilanza e sorveglianza epidemiologica. “Attualmente tutte le farmacie e tutti i medici sono tecnologicamente in grado di trasmettere al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), con modalità asincrona, i dati dei circa 600 milioni di ricette erogate ogni anno – si legge sul sito web di Federfarma (Federazione nazionale unitaria titolari di farmacia) – Il nuovo ambizioso obiettivo della ricetta dematerializzata è quello di rendere sincrone tutte le attività di prescrizione da parte del medico e di erogazione da parte della farmacia e, progressivamente, di eliminare i supporti cartacei“.

    Il D.L. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012 n. 221 recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”) ha definito un percorso per la graduale sostituzione delle prescrizioni mediche in formato cartaceo con le prescrizioni in formato elettronico, stabilendo che le Regioni e le Province Autonome “…provvedono alla graduale sostituzione delle prescrizioni in formato cartaceo con equivalenti in formato elettronico, in percentuali che, in ogni caso, non dovranno risultare inferiori al 60% nel 2013, all’80% nel 2014 e al 90% nel 2015”.

    La situazione in Liguria: la perplessità di medici, farmacisti e sindacati della Funzione pubblica

    «Il Fascicolo sanitario elettronico, in Liguria, semplicemente non esiste – afferma il dott. Angelo Canepa, che sta seguendo la questione per la Fimmg Liguria (Federazione italiana dei medici di medicina generale) – A livello regionale, noi medici di famiglia non abbiamo ancora ricevuto indicazioni unitarie, concrete e nette. A livello locale sono in corso alcune sperimentazioni, ad esempio a Savona (dove, però, abbiamo notizia di problemi legati alla scelta del software unico sia per medici del territorio che ospedalieri) e soprattutto a Chiavari, città in cui tutti i medici, poco più di un centinaio di professionisti, sono stati collegati allo scopo di utilizzare un comune meccanismo di verifica e scambio degli esami e dei referti sanitari che confluiscono in una sorta di fascicolo denominato Conto corrente salute, facoltativamente apribile dai pazienti».

    Le due realtà locali sopracitate «Sono quelle più avanti nella gestione delle reti informatiche chiamate a connettere i diversi attori del sistema sanitario – continua il dott. Canepa – A Genova, Imperia e La Spezia, invece, non c’è nulla di operativo. La stessa Datasiel, l’azienda informatica della Regione Liguria, seppure in maniera informale, ci ha fatto capire che, al momento, non esistono allo studio progetti con estensione regionale».
    Eppure, un domani tutti i dati dovranno confluire in una sola piattaforma, se davvero vogliamo parlare di Fascicolo sanitario elettronico. «La Regione Liguria, entro il prossimo 30 giugno, al massimo riuscirà a presentare un piano progettuale – sottolinea Canepa – I medici di famiglia non sono stati neppure chiamati per un confronto costruttivo sul da farsi».

    Sulla medesima lunghezza d’onda è il commento di Federfarma Genova, per voce del presidente, il dott. Giuseppe Castello: «In Regione Liguria il Fascicolo sanitario elettronico è un obiettivo lontanissimo. Per ora non ne sappiamo nulla, e con noi non ne hanno ancora parlato».

    Per quanto riguarda la parte pubblica, il discorso non cambia: «La Regione dovrà necessariamente fornire delle precise indicazioni alle strutture ambulatoriali e ospedaliere (nonché ai rispettivi medici e professionisti dipendenti) per poter procedere, ma finora non è arrivato alcunché – racconta Mario Iannuzzi, segretario del sindacato autonomo Fials – Sono anni che si parla di informatizzazione della Sanità. In Liguria, però, siamo decisamente indietro». Basta pensare che ad oggi, l’unica modalità per ottenere una copia della cartella clinica relativa al ricovero avvenuto presso un presidio sanitario dell’Asl 3, è pagare la stampa della stessa su carta (compreso il costo dei fogli bianchi). «Purtroppo non c’è da stupirsi, il livello nell’azienda genovese è questo», conferma Iannuzzi.

    La realizzazione del Fascicolo elettronico «Comporterà un significativo investimento in termini economici – continua il rappresentante Fials – E vorrei capire con quali soldi si ipotizza di progettare un piano adeguato a fronteggiare potenziali ostacoli di non poco conto, ad esempio la difficoltà di interfacciare le diverse piattaforme informatiche attualmente esistenti. Il 30 giugno 2014 penso che la Regione presenterà un piano molto vago, che in buona sostanza sarà soltanto un cronoprogramma, magari legato ad eventuali finanziamenti dedicati allo scopo».

    Senza dimenticare che «Per mettere in piedi un sistema del genere sarà inevitabile prevedere l’affidamento tramite gara ad una ditta privata – conclude Iannuzzi – E probabilmente il soggetto prescelto sarà l’azienda regionale Datasiel che continua ad agire in una sorta di regime di monopolio. Insomma, attuare il FSE è un’operazione terribilmente complicata, dal punto di vista tecnico e gestionale, dunque prevedo tempi assai lunghi prima di vedere un effettivo cambiamento».

    L’assessore regionale alla Salute e vicepresidente della Giunta, Claudio Montaldo, la pensa esattamente in maniera opposta: «La programmazione regionale prosegue e dovremmo essere quasi a tiro. Il piano esiste già, e le posso dire che è in fase di avanzamento. Rispetteremo i termini previsti dal Ministero».

    A ben guardare, però, la Liguria è rimasta indietro anche sul fronte delle prescrizioni mediche in formato digitale. Eppure, la ricetta dematerializzata è il passo successivo rispetto alla ricetta elettronica, in vista del futuro Fascicolo elettronico. «Siamo stati contattati per iniziare la sperimentazione della ricetta dematerializzata – spiega il dott. Angelo Canepa, Fimmg Liguria – Io sono uno dei medici di famiglia “sperimentatori” (appena 10 in tutta la regione, due per azienda sanitaria locale). La sperimentazione sarebbe dovuta partire a metà maggio, invece, partirà prossimamente. Oggi esiste la ricetta elettronica che i medici inviano al Sir (servizio informativo regionale) e da questo al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ma le ultime rilevazioni sull’utilizzo della ricetta in formato elettronico non sono certo incoraggianti: a Genova e Imperia la utilizza l’80% dei medici di famiglia, all’Asl chiavarese l’85%, ma a Savona e a La Spezia siamo intorno al 20%. Forse, prima di fare nuovi passi, bisognerebbe risolvere tale situazione».

    «La ricetta elettronica – continua Canepa – dovrebbe dar luogo alla ricetta dematerializzata (ovvero una serie di codici alfanumerici che indicheranno i nomi di medico, paziente, farmaci prescritti, ecc.), che prossimamente potrà essere inserita nella tessera sanitaria magnetica individuale dotata di microchip. Sicuramente non in tempi brevi, visto che in Liguria soltanto il 20% della popolazione possiede questo tipo di tessera, destinata a contenere tutta la storia medica del paziente». Allo stato attuale, dunque «La ricetta dematerializzata è un semplice foglio bianco (promemoria cartaceo) con una serie di codici alfanumerici che saranno decodificati da appositi strumenti informatici di cui si dovranno dotare, in primis le farmacie, ma pure tutte le strutture pubbliche e private del territorio – sottolinea Canepa – Da quanto ne sappiamo, però, tali sistemi, nella maggior parte dei casi, non sono ancora disponibili».

    «La ricetta dematerializzata consentirà al paziente di venire in farmacia con un promemoria cartaceo rilasciato dal medico, grazie al quale noi farmacisti richiameremo, tramite un collegamento al portale centrale, la relativa ricetta elettronica e consegneremo i farmaci richiesti – spiega il dott. Giuseppe Castello di Federfarma Genova – La sperimentazione a livello regionale partirà ufficialmente il prossimo 1 luglio. Per decodificare i promemoria utilizzeremo i nostri computer. Ma per noi il passaggio non sarà indolore, visto che dovremo rivedere in parte sia il software che l’hardware, con il conseguente esborso economico. Inoltre, anche se i medici coinvolti sono soltanto dieci, tutte le farmacie del territorio dal 1 luglio dovranno essere già pronte».

     

    Matteo Quadrone