Categoria: Adozioni

  • Stepchild adoption e unioni civili, a mancare è stata la chiarezza: le adozioni per coppie gay esistono già

    Stepchild adoption e unioni civili, a mancare è stata la chiarezza: le adozioni per coppie gay esistono già

    unioni-civili-gay-prideUnioni civili, stepchild adoption, e ddl Cirinnà sono stati gli argomenti che hanno caratterizzato per mesi l’agenda politica italiana. E hanno rappresentato anche lo spunto da cui siamo partiti per il nostro viaggio alla scoperta di come funziona il sistema di adozioni e affidi, con particolare riferimento alla nostra città e alla nostra Regione. Tra favorevoli e contrari, il dibattito sulle unioni civili è stato un tema caldo, attorno al quale sono state montate campagne mediatiche importanti, non prive di strumentalizzazioni.

    Stepchild adoption: facciamo il punto

    È bene sottolineare che la stepchild adoption (in italiano adozione del figliastro o, più elegantemente, del “configlio”) è già prevista nell’ordinamento legislativo italiano dalla legge 184 del 4 maggio 1983, il cui art 44 “adozione in casi particolari”, riconosce al genitore non biologico il diritto di adottare il figlio, naturale o adottivo, del coniuge dopo tre anni di matrimonio. Nel 2007 questo diritto è stato esteso anche alle coppie eterosessuali non sposate, in grado di dimostrare di aver vissuto more uxorio (“secondo il costume matrimoniale”, ossia convivendo) per almeno tre anni. Nonostante questo, le coppie etero in questione, al momento della richiesta, devono risultare sposate.

    Con lo stralcio dell’articolo 5 del ddl Cirinnà si è sostanzialmente impedito che questo diritto fosse esteso anche alle coppie composte da due individui dello stesso sesso e non la possibilità che queste ultime potessero adottare un minore esterno alla coppia. L’adozione in casi particolari non è stata esclusa del tutto da quello che è stato definito il Cirinnà bis (approvato in Senato), ovvero l’ultima frase dell’art. 20 del maxi emendamento. Con il testo “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti” si mira di fatto alla conservazione della giurisprudenza in materia, che in alcuni casi ha riconosciuto la stepchild adoption a membri di coppie omosessuali.

    Il commento di Arcigay Liguria

    Illustrazione di Nicoletta MIgnone
    Illustrazione di Nicoletta MIgnone

    «La stepchild adoption esisteva prima del disegno di legge Cirinnà e continuerà ad esistere anche dopo – sottolinea Damiano Fiorato, Dirigente Nazionale e responsabile sportello legale Arcigay Genova in Italia qualche adozione da parte di un genitore omosessuale è già stata concessa. Quello che oggi non è previsto dall’ordinamento italiano è che una coppia eterosessuale non sposata o una coppia omosessuale possa adottare dei minori non legati biologicamente a un componente della coppia. Attualmente la legislazione per l’adozione è a un punto morto – continua Fiorato – è anche vero che una sempre maggiore applicazione dell’articolo 44 fa sì che venga sempre di più concesso l’affido del minore al cosiddetto genitore sociale, vale a dire al partner del genitore naturale anche se dello stesso sesso».

    
«La stucchevole strumentalizzazione della stepchild adoption, che in breve tempo ha tramutato il dibattito intorno al ddl Cirinà in una specie di sondaggio pro o contro gay – continua Fiorato è servita innanzitutto a edulcorare la proposta di legge originale e secondariamente, a impedire che si arrivasse a dimostrare, come accade in altre parti del mondo, che i figli delle famiglie gay sono in tutto e per tutto identici a quelli delle coppie eterosessuali. Questo, e lo dico in maniera provocatoria, ha creato anche un po’ di paura a chi oggi gestisce il business degli “orfanotrofi” perché porterebbe a una diminuzione degli ospiti e, di conseguenza, delle sovvenzioni, in un futuro non troppo lontano».

    Stando ai dati di Arcigay, il 5 % della popolazione italiana è dichiaratamente omosessuale. Questo dato può essere applicato anche alla popolazione ligure. Raccogliendo i nominativi degli iscritti a club culturali e ricreativi si può stimare che in Liguria sono circa 4600 le persone che orbitano nel mondo lgbt, con l’eccezione del capoluogo: «A Genova siamo forse un po’ sopra la media, intorno al dieci per cento – sottolinea Claudio Tosi presidente di Approdo Arcigay Genova – mentre gli iscritti direttamente ad Arcigay sono all’incirca 170, un dato comunque interessante, soprattutto se consideriamo il momento di sofferenza che sta vivendo l’associazionismo».

    
Conseguenze del dibattito sulla stepchild adoption in Liguria

    Le conseguenze del dibattito sulla stepchild adoption non sono state positive per le attività di Arcigay Liguria come racconta sempre Tosi: «La campagna diffamatoria fatta sulla legge Cirinnà, di fatto presentata come quella che avrebbe dato il via libera alle adozioni gay, ci ha creato diversi problemi con uno dei progetti a cui stiamo lavorando da tempo: creare delle campagne informative all’interno delle scuole».
    Le resistenze da parte degli istituti scolastici ad aprire le porte alle associazioni appartenenti al mondo lgbt sono già molte e il dibattito sul ddl Cirinnà non ha fatto altro che aumentarle, come sottolinea sempre il presidente di Arcigay: «Creando un’ampia disinformazione sulla legge in questione, non riusciamo più a fare attività di informazione nelle scuole perché diversi professori pensano che sia nostro obiettivo portare tra gli studenti elementi preoccupanti, mentre noi vogliamo far vedere che ci siamo e che siamo disposti ad ascoltare e ad aiutare chi ritiene di doversi rivolgere ad associazioni come la nostra».

    Le nuove sfide di arcigay: la questione profughi

    Molte nuove adesioni ad arcigy Liguria provengono, invece, da profughi che vogliono farsi riconoscere lo status di rifugiato come omosessuale: «In questo momento è l’emergenza numero uno – sottolinea Tosi – perché senza aver fatto la minima pubblicità veniamo contattati in media una volta a settimana per questo motivo. I profughi che si rivolgono a noi lo fanno per conoscerci e spesso portano con loro storie agghiaccianti. Come associazione ci stiamo muovendo per far sì che lo status di rifugiato come omosessuale venga applicato con maggiore intensità dalle commissioni d’esame».


    Andrea Carozzi

  • Adozioni internazionali, la Regione ci mette 20 mila euro

    Adozioni internazionali, la Regione ci mette 20 mila euro

    adozioni-internazionaliLa giunta regionale della Liguria ha approvato il rinnovo della convenzione con l’Agenzia regionale per le adozioni internazionali per il supporto delle famiglie liguri nel periodo adottivo, con un impegno di spesa di 20 mila euro. «Nonostante l’Italia resti il primo Paese al mondo per percentuali di adozioni rispetto alla popolazione – spiega la vicepresidente e  assessore regionale alle Politiche sociali, Sonia Viale – negli ultimi dieci anni il numero delle adozioni internazionali si è pressoché dimezzato».

    Secondo l’ultimo report della Commissione adozioni internazionali nel primo semestre del 2015 le adozioni internazionali in Liguria sono state 81, in progressivo calo rispetto agli anni precedenti: nel 2014 100, nel 2013 erano 119, nel 2012 147 e nel 2007 circa 213. «Sul territorio regionale – prosegue Viale – associazioni, consultori e Agenzia regionale hanno il ruolo di facilitare i passaggi burocratici di legge per le famiglie adottive ma anche di assistere le coppie prima e dopo l’adozione».

  • Sostegno a distanza, quasi mille genovesi aiutano bambini a crescere in tutto il mondo

    Sostegno a distanza, quasi mille genovesi aiutano bambini a crescere in tutto il mondo

    adozioni-africa-bambiniNon è solo una questione di termini. Quelle che per semplificazione sono conosciute come “adozioni a distanza” in realtà adozioni vere e proprie non sono. Certo, l’obiettivo è sempre aiutare uno o più bambini in difficoltà ma, in questo caso, a differenza di quanto abbiamo visto finora nel nostro speciale dedicato alle adozioni e agli affidi, cambiano decisamente i contesti e le procedure che rendono questa modalità di aiuto sociale molto più semplice e alla portata di tutti.

    Partiamo proprio dalle parole: il termine più adatto, come vedremo, è “sostegno a distanza”. Di questo, nei fatti, si tratta: sostenere economicamente il progetto di una comunità e dei suoi bambini, direttamente nel paese in cui vivono. L’uso del termine adozione è entrato nel linguaggio comune perché più facile da comprendere e più empatico. Un termine che “funziona” bene per far sentire i donatori più vicini ai destinatari del loro contributo. I progetti possono essere di diverso tipo: l’aiuto per garantire un ciclo scolastico, vaccinazioni o pasti. A svolgere un ruolo cruciale in questo contesto, sono le molte associazioni che si comportano sostanzialmente da intermediari: seguono dall’Italia i progetti, gestiscono le elargizioni economiche e affiancando direttamente le comunità in loco. Ed è proprio qui la chiave di tutto: benché il legame che finisce per instaurarsi tra chi sostiene un progetto e il bambino che ne beneficia sia molto simile a quello che si può facilmente sintetizzare con il concetto di “adozione a distanza”, nella forma è molto più corretto parlare di sostegno perché ad essere sostenuto concretamente non è un singolo bambino ma, appunto, un progetto.

    Sottigliezze formali a parti, abbiamo cercato di entrare più dentro a questo sistema, parlando con associazioni e realtà, più o meno conosciute, che si occupano da tempo di “sostegno a distanza” a a partire da Genova. Dalla nostra città, ad esempio, è partita l’avventura di CCS Italia che opera su tutto il territorio italiano; poi c’è AfricaOn che opera dall’Italia ma che in realtà ha sostenitori in tutto il mondo, non solo in Liguria. Da segnalare anche che, purtroppo, anche in questo caso, soprattutto fra le associazioni più piccole, ci sono state realtà costrette a cedere il passo perché basate sull’impegno dei volontari che non sempre riescono a dare continuità ai progetti.

    Il sostegno a distanza in Liguria

    Tra il grande numero di realtà a ispirazione cattolica e associazioni prettamente “laiche” che si occupano del sostegno a distanza, non è facile riuscire ad avere un numero complessivo di quanti genovesi e liguri si rendano ogni anno disponibili a questo tipo di aiuto né per quale somma.

    Tuttavia, per avere un’idea di quanto possa essere incisivo il fenomeno di cui stiamo parlando, ci possono venire incontro le cifre di Save the children: i sostegni liguri sono circa il 3% del totale nazionale e ammontano a circa 1650, di cui solo 880 nella provincia di Genova. Il dato, va precisato, si riferisce ai sostegni avviati e in corso prima del 2015; nell’ultimo anno, invece, si sono aggiunti 310 sostenitori liguri, di cui 160 genovesi.

    Al di là dei numeri, comunque, il sostegno a distanza è una formula di aiuto destinata ad avere sempre un discreto successo. Vista la specifica programmazione dei progetti, coordinati spesso in remoto dall’Italia, l’obiettivo spesso viene portato a fondo anche se non tutti i bambini che aderiscono al progetto riescono ad avere un sostenitore specifico, ovvero un genitore a distanza.

    Sia le piccole associazioni, sia le maggiormente strutturate, infatti, confermano che il periodo di crisi economica ancora in atto non sembra aver influenzato in maniera eccessiva il settore: sicuramente il contesto attuale porta ad una maggior riflessione dei privati alla base di un impegno del genere ma si può affermare che “l’adozione a distanza” venga apprezzata stabilmente negli anni. Se, infatti, dal lato di chi lo riceve, l’aiuto economico è più visto in funzione globale dell’utilità del progetto complessivo, dal lato dell’erogatore risulta più facile avvicinarsi a questo tipo di sostengo che non a quello di un progetto generico perché, nei fatti, si sente come un “genitore a distanza” potendo creare progressivamente un rapporto personale e diretto con il destinatario del finanziamento, ricevendo informazioni, disegni e fotografie del bambino assistito.

    Si può concludere, quindi, che il sostegno a distanza funziona anche perché direttamente si può vedere con occhi e toccare con mano dove vanno a finire i propri soldi, a fronte di un impegno economico che in media è di circa 70/80 centesimi al giorno.

    Le regole delle associazioni

    Altro aspetto che aiuta non poco la durata nel tempo di questo aiuto sociale è il fatto che le associazioni che curano la regia dei sostegni a distanza non devono sottostare ad alcun particolare obbligo di legge. Grandi o piccole che siano, nella stragrande maggioranza dei casi si danno un’autoregolamentazione, scegliendo di aderire, ad esempio, alle linee guida dell’Agenzia per le onlus (benché la stessa non esista più, ndr) per la redazione del bilancio o iscrivendosi al registro nazionale delle onlus o, ancora, aderendo a network di associazioni che hanno uno scopo comune. Ecco, dunque, perché risulta pressoché impossibile tracciare un bilancio complessivo accurato ed esaustivo di questo settore in virtù dell’elevata diversificazione dei progetti, delle modalità di intervento e dei contesti geopolitici in cui si inseriscono.

    Claudia Dani

  • Adozioni nazionali e internazionali, tutto passa per il lungo vaglio del Tribunale dei minori

    Adozioni nazionali e internazionali, tutto passa per il lungo vaglio del Tribunale dei minori

    famiglia-adozioniNell’ampio approfondimento che Era Superba sta dedicando al tema degli affidi e delle adozioni, abbiamo già cercato di raccontare quali siano le procedure e i contesti che possono portare alla creazione di una nuova famiglia. Ma in tutti questi percorsi, nulla può iniziare senza il vaglio della Procura e del Tribunale per i minorenni (in gergo, tribunale dei minori), a cui spetta il ruolo centrale di valutare e stabilire chi deve essere adottato e chi può adottare. Un lavoro delicato, svolto in coordinamento con altri attori, che ha come obiettivo quello del “superiore interesse del bambino”, frase citata oltre 20 volte nel testo della legge di riferimento la n°184 del 1983, e successive integrazioni.

    La sentenza di adottabilità

    Il requisito fondamentale di partenza è lo stato di abbandono morale e materiale del bambino o del ragazzo all’interno della famiglia, che deve essere accertato attraverso un percorso che tuteli il soggetto interessato, e che possa verificare eventuali strade alternative all’adozione. In altre parole, prima di arrivare a una sentenza così impattante sia per la famiglia ma soprattutto per la vita del minore, vengono valutate tutte le strade possibili di recupero.
    Le segnalazioni di un potenziale stato di abbandono possono essere fatte da chiunque, attraverso denuncia presso la procura per i minorenni. Esistono, tuttavia, dei soggetti che sono tenuti obbligatoriamente a segnalare i casi a rischio: la scuola, i servizi sociali, le forze dell’ordine e gli enti locali. La segnalazione è seguita da accertamenti svolti dalla procura, attraverso i servizi sociali e il personale di pubblica sicurezza, che può chiedere al tribunale di attivare la procedura di adottabilità. Viene quindi creato un fascicolo, affidato ad un giudice delegato (scelto secondo una previsione tabellare), il quale presenta il caso alla camera di consiglio, un organo collegiale composto dal presidente del tribunale, il giudice delegato, a cui è affidato il fascicolo, e due giudici onorari, un uomo e una donna. In questa sede, vengono presi i primi provvedimenti a tutela del minore, come l’affido al Comune o la collocazione del ragazzo in comunità se il caso presenta estremi di gravità e urgenza, oppure la nomina di un tutore e la convocazione dei genitori (cui viene affidato un difensore d’ufficio). Dopo questo passaggio, fondamentale per eventualmente mettere in sicurezza il bambino, partono le indagini, svolte dai servizi sociali e sanitari: si indaga fino al quarto grado di parentela, per verificare eventuali “risorse vicariali” che possono essere attivate all’interno della stessa famiglia. Durante questa fase istruttoria sono ascoltate le parti, compresi ovviamente i genitori (o chi ha tutela legale), secondo quanto stabilito dalla legge 173 del 2015; una volta terminate le indagini, gli atti vengono depositati alle parti, per eventuali osservazioni e conclusioni. In questa fase il pubblico ministero che ha attivato la pratica può esprimere il suo parere, anche se non vincolante: dopo una successiva camera di consiglio, il tribunale, sempre collegialmente, arriva a sentenza, che ovviamente può essere impugnabile in Corte d’Appello e eventualmente ricorribile in Cassazione. Nel fare le sue valutazioni, il collegio valuta in base all’interesse presente e futuro del minore e in base all’eventuale danno che determinate condizioni possono arrecargli; se le condizioni di pregiudizio (come la trascuratezza prolungata, l’incuria, il maltrattamento e l’abuso) sono accertate, ed è accertato che non siano recuperabili in tempo utile e compatibile per la salvaguardia della crescita e dello sviluppo del minore, e si ci trova in un contesto famigliare privo di risorse alternative, si arriva alla sentenza di adottabilità.

    In attesa che si esauriscano i tre eventuali gradi di giudizio, il tribunale può decidere per una “adozione a rischio giuridico”: il minore è affidato a una coppia avente i requisiti e che sia dichiarata disponibile anche per questo particolare tipo di collocamento famigliare, potenzialmente temporaneo, in attesa della sentenza definitiva. Questo istituto è stato pensato per garantire ancora una volta l’interesse del minore, non compatibile con i tempi lunghi della giustizia.

    L’abbinamento con la nuova famiglia

    adozioni-famiglia-bimboLe coppie che scelgono la via dell’adozione possono presentare domanda presso il Tribunale per i minorenni competente che, nei fatti, è una “dichiarazione di disponibilità” all’adozione; oltre ai requisiti che abbiamo già visto, da parte del tribunale e dei servizi sociali vengono valutate, attraverso diversi colloqui, alcune “predisposizioni”: il singolo, come la coppia, infatti, possono non avere elaborato differenti tipi di lutto, compresa l’impossibilità della filiazione biologica, oppure avere difficoltà ad accettare i potenziali cambiamenti e le novità, anche di dolore, che il minore adottato può portare con sé all’interno del nuovo nucleo famigliare; anche riuscire ad assimilare come simili la genitorialità adottiva e quella biologica viene presa in considerazione, il tutto sempre nella prospettiva di poter tutelare in primis il benessere del minore adottato. La mancata approvazione, stabilita con sentenza da parte del tribunale, può essere impugnata.

    Nel caso in cui ci sia una sentenza di adottabilità, e quindi ci sia un bambino da adottare, il tribunale convoca tutte le coppie disponibili: il giudice delegato illustra a tutti il quadro famigliare e la situazione sanitaria (ovviamente omettendo i dati sensibili), successivamente ogni coppia viene chiamata singolarmente a colloquio con la commissione, per parlare del caso, e dare la propria disponibilità per quella adozione; spetterà poi al tribunale, sempre attraverso decisione collegiale presa in camera di consiglio, decretare l’abbinamento. Il rifiuto da parte di una coppia sul singolo caso non preclude le future riconvocazioni.
    Nel caso di adozione internazionale, una volta accertata la presenza dei requisiti attraverso apposita sentenza, la coppia deve rivolgersi entro un anno ad una delle numerose onlus accreditate che l’accompagneranno nel percorso.

    I numeri liguri

    Come abbiamo visto, quindi, il lavoro del tribunale accompagna ogni passaggio che può portare a compimento l’adozione. Era Superba, grazie alla disponibilità del Tribunale per i Minorenni di Genova, nella persona della dottoressa Marina Besio e del giudice onorario Agostino Barletta, ha avuto accesso ai numeri relativi alla procura territoriale (che ha giurisdizione territoriale sulle quattro provincie liguri più quella di Massa).

    Nel 2015 sono state 308 le domande di adozione nazionale, mentre 88 quelle internazionale. I dati (che non concordano con quanto comunicato dagli uffici della Regione Liguria) sono in diminuzione rispetto al 2014 (rispettivamente 355 e 136): alla base di questo trend, che conferma quello degli ultimi anni, «probabilmente il miglioramento delle tecniche di fecondazione assistita – ci spiega la dottoressa Besio – e tutte quelle terapie che facilitano e favoriscono la genitorialità biologica». L’impatto della crisi economica degli ultimi anni non è verificabile, ma potrebbe essere un ulteriore fattore. La decrescita si riscontra anche nei numeri relativi alle sentenze di adottabilità, che sono passate da 25 nel 2014 a 17 nel 2015. «Questo può essere considerato un dato estremamente positivo – continua il presidente del tribunale – che è senza dubbio il risultato degli sforzi sia del tribunale sia dei servizi sociali per recuperare altrimenti situazioni di disagio, senza dover ricorre all’adozione».
    Per la cronaca nel 2015 sono stati registrati 7 casi di sentenze di adottabilità di figli di genitori ignoti (cioè che non riconoscono il figlio alla nascita), in leggero aumento rispetto all’anno precedente, quando ci furono 5 casi.

    Ma tutte le adozioni vanno a buon fine? Non tutte: in alcuni casi, infatti, il collocamento nella nuova famiglia deve essere interrotto, per diverse ragioni, sia relative alla coppia, sia alla specifica situazione del minore. L’incidenza di fallimento si assesta al 3%, in linea con quella nazionale: «Il giudice minorile lavora pensando al futuro, cioè pensando a quali modifiche siano necessarie rispetto alla situazione attuale. Va da sé che essendo molti i soggetti coinvolti, non sempre la decisione adottata è quella più funzionale a ottenere i cambiamenti sperati».

    La spada di Damocle della riforma

    tribunale-minoriIl 9 marzo scorso la Camera dei Deputati ha approvato un testo di legge delega che riforma il processo civile, intervenendo anche sui procedimenti della giustizia minorile, prevedendo la soppressione dei Tribunali peri Minorenni e dei relativi uffici di Procura. Le conseguenze, ovviamente, ricadranno su tutte le competenze del tribunale, e quindi anche sulla questione adozioni, e hanno provocato forti perplessità e preoccupazioni per gli addetti ai lavori e non solo. «Non è stata ascoltata la proposta di creare un Tribunale, con relativa procura, unico e autonomo per i minorenni e la famiglia – sottolinea Marina Besio – la materia minorile non può essere trattata alla stregua dei comuni affari civili o privati, il rischio è quello di far scomparire uffici altamente specializzati, impoverendo tutta la cultura della giurisdizione minorile». Decenni di lavoro ed esperienza, infatti, potrebbero finire schiacciati nel calderone dei grandi tribunali ordinari, notoriamente in affanno: «Stupisce che il legislatore abbia voluto intervenire in un settore che dà buoni risultati, tanto da essere preso a modello per istituti come la mediazione, la messa alla prova e l’irrilevanza del fatto». La grande differenza sta nella prospettiva: «Se per gli adulti prevale l’aspetto repressivo, in ambito minorile l’approccio è quello della riparazione e della rieducazione». Tutti quei passaggi necessari per fare la scelta migliore per il ragazzo o il bambino, anche in ambito di adozioni, quindi potrebbero essere a rischio.

    Un’ultima battuta sulla questione stepchild adoption e la relativa vorticosa polemica delle settimane scorse: «Noi ci basiamo sull’ordinamento giuridico, che è di competenza del legislatore; il nostro interesse rimane e rimarrà l’interesse supremo del minore». In qualsiasi caso.


    Nicola Giordanella

  • Affido, una poesia per raccontare un mondo di sentimenti. Il Comune lancia un concorso

    Affido, una poesia per raccontare un mondo di sentimenti. Il Comune lancia un concorso

    Logo concorso poesia sull'affidoIn queste settimane, su Era Superba vi stiamo parlando di adozione e affido. E lo stiamo facendo cercando di soppesare ogni termine, di misurare ogni parola perché quando si parla di sentimenti, leggi e istituzioni è molto facile perdere il filo portando il discorso da tutt’altra parte rispetto all’intenzione iniziale. Per questo motivo, certi argomenti sono più difficili di altri, perché il rischio di essere fraintesi o di giungere a conclusioni affrettate è più concreto e realistico quando in ballo ci sono emozioni e paure che tutti ci portiamo dentro.

    E mentre noi fatichiamo un po’ raccontarvi tutto questo…coincidenze. Il Comune di Genova lancia l’iniziativa “Versi d’incontro – Poesia dell’Affido” per dare voce a chi vive la realtà dell’affido, in occasione del 22° Festival Internazionale di Poesia “Parole Spalancate”. L’iniziativa è organizzata dal Servizio Affido del Comune di Genova, in collaborazione con ASL3 Genovese, Affidamento.net e con le Associazioni Comunità Papa Giovanni XXIII, ALPIM, Batya, Famiglie per l’accoglienza e il Circolo dei Viaggiatori nel Tempo. Ed è un’iniziativa coraggiosa, oltre che bella, perché se è probabile che una poesia parli di sentimenti, non è scontato che tratti un argomento che è comunque delicato, se non spinoso.

    Potranno partecipare i ragazzi dai 10 ai 21 anni e gli adulti. E potranno presentare, entro il 1° maggio, una poesia, un’opera di prosa poetica o un disegno attorno al tema dell’affido familiare. Tutti i soggetti a qualche titolo coinvolti nell’affido, dai ragazzi affidati ai figli delle famiglie affidatarie, dagli operatori dei servizi ai volontari delle associazioni potranno partecipare, mettendo in versi un loro vissuto, un’esperienza, un ricordo. E assieme al concorso di poesia è stato anche lanciato il concorso internazionale di disegni sullo stesso tema per bambini e ragazzi dai 3 ai 16 anni.

    Un bel modo, originale e intelligente, di uscire dall’imbarazzo che è quasi sempre presente quando si trattano i sentimenti ed anche un’occasione per discutere, conoscere ed avvicinarsi ad un mondo che forse ancora non ha ottenuto i riconoscimenti e lo sviluppo che sarebbe giusto attendersi. A volte, rivolgendosi direttamente al cuore, si riesce a dire di più.

    Le modalità di partecipazione e selezione delle opere sono indicate nel bando-regolamento, che si trova sul sito ufficiale del concorso www.versidincontro.it. I partecipanti dovranno inviare l’opera via e-mail all’indirizzo concorso@versidincontro.it, indicando dati anagrafici e recapiti, entro e non oltre le ore 24 di domenica 1 maggio 2016.

    La premiazione si svolgerà domenica 12 giugno a Palazzo Ducale. Ai vincitori della categoria ragazzi e della categoria adulti sarà offerta da Costa Crociere una crociera nel Mediterraneo.

    Bruna Taravello

  • Adozione internazionale? “Costosa ma la miglior spesa della mia vita”

    Adozione internazionale? “Costosa ma la miglior spesa della mia vita”

    Foto adozione internazionaleTutto è iniziato nel 2003: quando ci siamo sposati avevamo già l’idea di aspettare i due anni necessari per poter chiedere l’adozione, ma proprio quell’anno, le norme sono cambiate e si è iniziato a considerare come periodo valido anche la convivenza.

    Il nostro percorso, quindi, è iniziato subito. Davanti a noi due possibilità: adozione nazionale, ti iscrivi nel registro del Tribunale e stai 5 anni e più in lista di attesa, oppure l’adozione internazionale, attraverso associazioni dedicate, religiose o “laiche”. Questa scelta, più rapida, è decisamente più onerosa e bisogna essere disposti a spendere parecchio tra viaggi, permessi, visite, tasse varie. Noi abbiamo fatto questa seconda scelta perché, comunque, un bambino lo avremmo voluto subito. E’ una strada molto onerosa, bisogna essere disposti a spendere parecchio: tra viaggi, permessi e tasse varie, avremo speso almeno tra i 15 e i 20 mila euro. Oggi ritengo che sia stata la miglior spesa della mia vita.

    Ci siamo indirizzati sulla Russia, dove sappiamo che i minori adottabili solitamente sono ospiti di strutture adeguate, in cui ricevono, oltre al normale accudimento, anche l’affetto e la socialità necessarie per saper dare e ricevere amore.

    Inizialmente avevamo dato disponibilità per un bambino, due al massimo, ma, dopo aver superato i vari colloqui psicologici, sia singoli che in coppia, il controllo di casa nostra e dell’ambiente familiare, ci hanno avvisati che i bimbi per cui potevamo essere adatti erano tre, due femmine ed un maschietto di San Pietroburgo.
    Tutti gli interlocutori che per qualche motivo sono entrati in questa vicenda, dal personale del Tribunale ai servizi sociali, si sono rivelati affidabili e disponibili; tutti quanti sembravano credere nel nostro progetto, nessuno si è mai mostrato dubbioso o ha provato a scoraggiarci, anzi ci hanno spesso dato delle dritte per superare le difficoltà facendoci sempre sentire seguiti e protetti.

    Quando abbiamo saputo che i nostri bambini erano là e che sarebbero entrati nella nostra vita, abbiamo vissuto una fase frenetica e meravigliosa; abbiamo fatto un primo viaggio per farci conoscere dall’ente russo preposto alle adozioni per portare i nostri documenti e sottoporci alle visite psicologiche. Solo dopo aver superato questo passaggio, ci hanno richiamato per incontrare i bambini, che nel frattempo erano stati informati e preparati al grande cambiamento che stavano per vivere. Erano ospiti di strutture diverse perché la bimba più piccola non aveva ancora l’età per la casa famiglia in cui vivevano i due fratellini e si trovava in un istituto – nido assieme a un altro centinaio di bimbi come lei.
    L’incontro, il primo, è stato emozionante e coinvolgente, ma breve purtroppo.

    Dopo un mese però siamo tornati, abbiamo passato lì le nostre vacanze, in una casa che l’ente russo ci ha assegnato: abbiamo incontrato i bambini ogni giorno, cercando di comunicare e di conoscerci un po’ meglio; non abbiamo mai avuto problemi, loro erano felicissimi di noi, di venire in Italia, di essere di nuovo tutti e tre insieme; hanno iniziato prestissimo a dire le prime parole in italiano e dopo poco non hanno avuto più problemi. Visitavamo San Pietroburgo, ci incontravamo con gli educatori e con gli assistenti, anche loro sempre disponibili, gentili e collaborativi. E ci tengo a precisare che nessuno mai ha chiesto mazzette, bustarelle o “regalini”.

    So che non sempre va così e so che forse ora anche la Russia ha allungato i tempi per le adozioni: esistono stati che non hanno un sistema educativo adeguato, che non trattano bene i bimbi, che li traumatizzano chiudendoli in istituti lager con educatori totalmente inadatti, tutte realtà che non devono essere assolutamente incoraggiate. L’argomento è molto spinoso, ovviamente, in realtà chi è disposto ad occuparsi di bambini con gravi deficit psicofisici ha tutta la mia ammirazione ma occorre essere davvero preparati e motivati per farlo con successo. (Pur in mancanza di una Banca Dati Nazionale, si calcola che i fallimenti adottivi siano stati un centinaio ogni anno, negli ultimi 10 anni, fonte ARAI, ndr).

    Il momento più bello è stato quando sono venuti con noi a Genova. Il più difficile, invece, quando gli altri bimbi dell’istituto dove viveva la piccolina ci sono venuti a chiedere perché non avessimo scelto loro: avevamo portato un regalino per tutti, per lasciare un ricordo di loro tre che se ne andavano, ma non avevamo nessuna buona risposta per questa domanda.

    Noi ora siamo una famiglia affiatata e felice, i ragazzi “vengono su” bene e i problemi che possono avere sono gli stessi di qualunque altro ragazzo loro coetaneo.

    Personalmente, sentendo tutte le polemiche di questi giorni sulle adozioni da parte di single o coppie omogenitoriali, penso che una visita a questi istituti pieni di bimbi soli potrebbe far cadere parecchie certezze: è evidente che questi bimbi starebbero meglio con una qualunque famiglia che fosse in grado di garantire affetto e accudimento. Tutti partono da prese di posizione pregresse ma dell’interesse vero dei bambini importa sempre poco o niente.

    Paolo, professionista genovese, 42 anni
    *la storia di Paolo è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affido d’appoggio, quella telefonata del Comune che ha cambiato e arricchito la mia vita

    Affido d’appoggio, quella telefonata del Comune che ha cambiato e arricchito la mia vita

    Foto adozione internazionaleSono una ragazza single e, quasi sempre, penso che mi va benissimo così. L’idea, però, che per motivi di età, ad un certo punto, dovrò rinunciare al desiderio di avere un figlio, non è piacevole. Durante una serata in cui con le amiche ci si lamentava delle sempre più scarse probabilità di diventare mamme, una di loro mi parlò di una signora, ligure, mamma di 5 figli, tutti adottati o in affido; una figura che mi colpì molto e che decisi di conoscere.
    Incontrandola ho scoperto una persona molto speciale, per la quale non esistono rinunce ma scelte, e che mi ha parlato di tanti modi diversi di essere madre, incoraggiandomi ad iscrivermi ai seminari che periodicamente vengono organizzati per spiegare, sotto i vari aspetti, l’istituto dell’affido.

    Partecipando a questa serie di incontri, ho conosciuto casi concreti di persone affidatarie, e avuto informazioni e notizie di cui ero completamente all’oscuro. Ho imparato, ad esempio, che esiste l’affido near limitato al tempo in cui ci si prende cura di un minore in stato di abbandono mentre i servizi sociali completano le formalità per renderlo adottabile. C’è l’affido omoculturale quando una famiglia straniera, con figli che non riescono ad integrarsi, viene affidata ad altra famiglia culturalmente omogenea ma già inserita nel nostro contesto. L’affido può essere “d’appoggio” , in aiuto a un minore che ha almeno un genitore e una casa, oppure residenziale, quando il bambino entra per un periodo anche molto lungo in una famiglia; quest’ultima tipologia è concessa a nuclei in cui preferibilmente ci siano già dei figli naturali.
    Va detto, comunque, che lo strumento dell’affido è molto elastico, può essere adattato alle varie situazioni che via via si presentano, sempre ovviamente con l’obiettivo di tutelare il minore, mentre l’adozione è un istituto molto più rigido, definito e circoscritto nei tempi e nelle formalità.

    Passato qualche mese, sono andata in vacanza, senza pensare molto a questa possibile scelta e sarebbe forse rimasto tutto così se non avessi ricevuto una chiamata dai servizi sociali del Comune: avevano capito che ero interessata, non ero in lista ma sembravo adatta per dare il mio aiuto a una situazione di difficoltà che si era venuta a creare. Davvero non volevo saperne di più? Mi hanno spiegato che, con l’aiuto della mia famiglia, avrei potuto partecipare ad un affido “di appoggio”: sarebbe arrivato un minore, la cui situazione del momento richiedeva un sostegno, anche pratico, abitativo, ma forse limitato nel tempo.
    Senza rifletterci troppo sopra, lo devo ammettere, mi sono buttata in questa avventura che mi ha cambiato profondamente la vita; mi sono sottoposta ai controlli, colloqui e visite domiciliari (anche i “nonni”, i miei genitori, sono stati ovviamente coinvolti) e alla fine è arrivata questa bimba con la sua mamma. Non dimenticherò mai il nostro primo incontro: la mamma seduta sulla scalinata di San Lorenzo con la testolina di lei, della “mia” bimba allora piccolissima, che faceva capolino dietro la sua spalla. E’ stato amore a prima vista.

    Il mio è un affido consensuale, ottenuto cioè con il consenso del papà e della mamma, in questo caso non si passa attraverso il Tribunale perché c’è appunto questa doppia approvazione. Inizialmente, la mia disponibilità era di due weekend al mese, per aiutare la madre quando lavora nel fine settimana, ma ora ,dopo due anni, i rapporti sono molto più semplici, le diamo una mano ogni volta che serve: ora per esempio sono 10 giorni che la bimba è da me perché la madre aveva problemi. Siamo come due nuclei familiari fusi in uno solo: passiamo le feste assieme, guardiamo le partite in tv e ci organizziamo insieme per le vacanze. Le differenze culturali ci sono, a volte bisogna stare attenti a non urtare sensibilità che a noi sono estranee ma, con l’affetto e la voglia di stare insieme, le differenze si riescono sempre a superare.
    Ci sono stati anche momenti difficili: inutile negare che, a volte, mi sono trovata in mezzo a questioni che forse non mi competevano strettamente, ma ho cercato di affrontarle con i mezzi che avevo a disposizione, sempre con l’obiettivo di proteggere la bambina. Qualche volta certamente mi sono esposta troppo, ho rischiato ma per fortuna è andata bene; ho imparato a non sottovalutare le differenze di formazione e di cultura perché mi sono resa conto che il negarle ne evidenzia la profondità. Certo, a volte il pensiero che la mamma potrebbe tornare nel suo paese con la bimba (che non sarà cittadina italiana fino ai 18 anni, perché da noi vale lo ius sanguinis e non lo ius soli) mi procura un’ansia che però devo controllare, sapendo che si tratta di una persona che in ogni caso mette in primo piano il bene della figlia.

    La mia vita è cambiata molto ed ora è molto più impegnativa ma più ricca. Vedere la bambina che cresce bene, la sua mamma che è serena perché sa di poter contare anche sul nostro appoggio e tutto il surplus di affetto che questa situazione nuova ha creato è il miglior regalo che potevo farmi.


    Francesca, funzionario pubblico, 39 anni, single
    *la storia di Francesca è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affido familiare, un’istituzione per aiutare i minori a non perdere la propria strada

    Affido familiare, un’istituzione per aiutare i minori a non perdere la propria strada

    IMG_3542La nostra esperienza di affido familiare è iniziata con un pizzico di spavalderia e parecchia improvvisazione. Siamo in quattro in famiglia, abbiamo due ragazzi ormai grandi: una volta, parlando dell’argomento a tavola, ci siamo detti che avremmo, perché no, potuto farcela, eccome.
    Ho continuato a pensarci su e alla fine ho deciso di provarci: andando in Comune e consegnando la domanda, sono scattate tutte le incombenze burocratiche necessarie; ho dato la disponibilità per l’accoglienza in casa. A questo punto eravamo coinvolti tutti e quattro: abbiamo sostenuto dei colloqui psicologici, noi adulti prima singolarmente poi come coppia, e i ragazzi sia da soli, sia assieme a noi.
    Una volta superati i colloqui, ci sono stati gli incontri a domicilio: gli assistenti sociali, visitando l’abitazione, hanno visto che non avevamo ancora una cameretta pronta per il nuovo arrivato. Fermi tutti, come mai non avete previsto una camera? Semplice, credevamo di essere noi l’offerta, non la cameretta. Ci guardano colpiti e…«ok, un bambino arriverà da voi, siete idonei».

    Felicità, stupore, ansia: sono passati solo 5 mesi dalla domanda e ci comunicano che il bimbo è già stato individuato. Ha qualche problema e ci convocano nell’ufficio competente per darci le istruzioni del caso. In quel momento ci invitano a ripensarci, a prenderci del tempo se ne abbiamo bisogno, ma noi siamo ormai decisi e ansiosi di averlo con noi.

    Quando ci avvisano della data in cui lo avremmo conosciuto, ci comunicano anche che verrà direttamente a vivere con noi senza passare dalla Casa Famiglia e per questo siamo felici. Non sappiamo però nulla se non l’età, approssimativamente, nessuna foto, niente. Prepariamo un corredino di varie taglie, pappe ciucciotti e biberon, prendiamo tutti vacanza per essere presenti in questa giornata fatidica.
    Non dimenticheremo mai il momento in cui hanno suonato alla porta ed è entrato l’educatore con lui in braccio: piccino, piccino, silenzioso e tranquillo, tutto “mangiare e dormire”. Solo più tardi mi avrebbero spiegato che i bambini provenienti da storie di disagio, non reagiscono al distacco con pianti e urla, ma imparano a stare in silenzio.

    Oggi, i suoi problemi di salute ci impegnano molto, ma vediamo anche dei rapidi progressi: i primi passi, le prime parole, gli abbracci infiniti, che non sono scontati come quelli dei figli biologici, ma conquiste da meritarsi giorno dopo giorno.
    Sono passati ormai cinque anni da quel giorno, che sembra ieri e un secolo fa nello stesso momento; cinque anni, fatti di passeggini, biciclette, braccioli e piscina, pappe asilo e cartoni animati. Sia io che mio marito ci siamo tuffati nuovamente in questo mondo che pensavamo superato e, anche se a volte faticosamente, non abbiamo mai nemmeno immaginato di poterci risparmiare in qualche modo. I nostri figli più grandi hanno messo in campo un entusiasmo e una partecipazione che, lo ammetto, neanche io avrei creduto.

    Una volta al mese ci incontriamo con l’educatore, nello spazio famiglia, con i suoi genitori. Noi non ne siamo gelosi, non abbiamo nessun timore e il bambino percepisce questa tranquillità, non gli diamo “istruzioni” su che cosa dire o fare, né interrogatori su quello che è stato fatto o detto. Dopo qualche mese che il piccolo era con noi abbiamo anche conosciuto la nonna, una bella signora, molto gentile e dignitosa, ovviamente ferita da quello che era successo nella vita del bambino, ma sempre gentile ed estremamente disponibile con noi. Tuttora ha un bel rapporto con il nipote, si vogliono bene, si vedono e si sentono spesso, lei ha sempre cercato di colmare il vuoto affettivo che il bimbo ha provato; ricordo quando mi chiese se sentirmi chiamare mamma da lui mi emozionava, le risposi che io mi sento la sua mamma e ciò mi sembra normale.

    Ci siamo commossi molto la prima volta che, arrivando sotto casa, ha detto «finalmente a casa mia!», e quando all’asilo ha preparato il regalino di Natale per i suoi genitori, pensavo lo portasse all’incontro nello spazio famiglia e, invece, lo ha portato in casa nostra e ha detto «questo l’ho fatto per voi!».

    Quando abbiamo annunciato a parenti e amici che saremmo diventati nuovamente genitori, tutti hanno reagito ricordandoci l’età non proprio giovanissima, il rischio insito nel mettersi in gioco nuovamente e il dolore che ci avrebbe causato il rientro del bambino in famiglia. Oggi, invece, con l’affetto così palese che viceversa intercorre tra noi, più nessuno si mette a discutere sull’opportunità di quello che è stato, e quando ci viene prospettata la possibilità che il bambino un domani ci lasci per tornare dai genitori, rispondiamo sempre dicendo che anche lui, come tutti i figli, percorrerà la sua vita, perché l’amore è un legame ma non una catena. Il fatto di averlo aiutato a crescere, ad andare avanti con le sue gambe sarà stato, proprio come con i figli biologici, un grande successo.

    In questi giorni di grandi polemiche sulle adozioni, personalmente penso che si dovrebbe spingere di più sugli affidi: nessun figlio, neanche quello adottato, diventa nostro e a diciotto anni andrà dove la sua storia lo porterà. Stiamo comunque parlando di bambini con vissuti difficili, che, altrimenti sarebbero con la propria famiglia, per cui in realtà il ritorno a casa è spesso improbabile, talvolta escluso.
    La burocrazia degli affidi, molto più semplice e rapida rispetto all’adozione, la sua accuratezza e l’assistenza post affido, rendono questo istituto uno strumento molto valido e tempestivo, che può intervenire prima che i minori abbiano subito danni importanti.

    Noi possiamo solo dire di essere felici di aver fatto questa scelta, non tanto o non solo per quello che abbiamo potuto fare per lui, ma per quello che lui, senza saperlo, ogni giorno ci regala.

    Elisabetta, casalinga genovese, 48 anni, mamma di 3 figli
    *la storia di Elisabetta è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affidi e adozioni, perché vi stiamo raccontando solo belle storie e il dramma di parlare di fallimenti

    Affidi e adozioni, perché vi stiamo raccontando solo belle storie e il dramma di parlare di fallimenti

    Foto affido d'appoggioPrima tutti ti vogliono raccontare, presentare, far conoscere. Poi è più difficile. Per raccogliere queste testimonianze su affidi e adozioni non siamo volutamente passati attraverso le organizzazioni e le associazioni che di questo si occupano proprio per timore di ascoltare solo belle storie. Abbiamo invece raccolto comunque solo quelle perché parlare dei successi è molto più facile che raccontare i fallimenti. Di questi, sono mancati gli interlocutori perché certi insuccessi fanno molto più male di altri.

    Così, abbiamo perso i racconti di chi, nel corso di un’adozione internazionale, si è sentito talmente solo da aver concretamente paura di non farcela, di dover lasciare il proprio bimbo lì dove era stato chiamato a conoscerlo. Non abbiamo potuto parlare di come si arrivi a riportare indietro un bambino, disperati e con la sensazione di essere intimamente falliti come individui, né di come ci si possa trovare, a vent’anni da un’adozione “felicemente” arrivata, costretti ad ammettere che averla testardamente proseguita sia stato rovinoso per la vita di tutta la famiglia.

    Nessuno ne ha voluto parlare davvero. Eppure è un dramma che capita e coinvolge tutti, i servizi sociali che non hanno capito, i genitori che non si sono resi conto dei propri limiti, le organizzazioni di appoggio a volte distratte da altri obiettivi.

    Noi vi raccontiamo invece tre storie felici, come nella maggioranza capita che siano, e come quasi sempre avviene, se tutti sono onesti rispetto alle proprie capacità, possibilità, limiti.

    Leggetele con noi:

    > Il racconto di Paolo e della sua adozione internazionale

    > Il racconto di Francesca e del suo affido di appoggio

    > La storia di Elisabetta e del suo affido familiare


    Bruna Taravello

  • Adozioni e affidi a Genova, i numeri non bastano per raccontare la situazione in città e dintorni

    Adozioni e affidi a Genova, i numeri non bastano per raccontare la situazione in città e dintorni

    immagine-adozioni-bambinoDare una dimensione numerica ad adozioni e affidi a Genova non è facile. Le richieste per l’adozione di minori stranieri sono in diminuzione, le famiglie disponibili ad adottare rimangono tante mentre i minori dichiarati adottabili sono pochi. I dati che ci arrivano dalla Regione dicono che i minori che hanno trovato una famiglia a Genova nel 2015 sono 44, 11 italiani e 33 stranieri. Ci rendiamo conto che un unico dato, peraltro non confrontabile con gli anni precedenti, di certo non aiuta a chiarire la reale situazione di affidi e adozioni nella città. Ma le informazioni fin qui fornite da Asl 3, ente di riferimento sul tema, sono piuttosto carenti a riguardo.

    Il percorso che porta all’adozione è lungo e inizia un anno, per finire, nel caso di procedimenti “veloci”, dopo quasi due; tre sono gli anni minimi per le adozioni internazionali. Le indagini che portano a sentenza di adottabilità e quelle che riguardano le famiglie che hanno fatto domanda di adozione, invece, richiedono alcuni mesi mentre l’affido pre-adottivo dura almeno un anno prima di diventare adozione. Ecco perché è impossibile considerare realmente rappresentativi i dati annuali di adozioni e affidi.

    I numeri genovesi, quando abbiamo iniziato questa inchiesta, pareva fossero disponibili: come detto, è la Struttura Semplice Tutela Affido e Adozioni dell’Asl 3 genovese ad occuparsi della questione e ad avere, di conseguenza, i dati più aggiornati. Il servizio prende in carico il procedimento e segue minori e coppie nel percorso adottivo dal momento in cui il minore è dichiarato adottabile. Le stesse informazioni, però, sono diventate “misteriosamente” indisponibili in corso d’opera per “colpa” di un trasferimento di sede e di un’inaugurazione imminente (che onestamente non capiamo come possa avere direttamente a che fare con la reperibilità dei numeri) del servizio dell’ente. Ci ripromettiamo di tornare sui dati (e su questo pezzo), appena gli stessi saranno nuovamente disponibili.

    Adozioni e affidi Tribunale Minori GenovaProviamo a raccontare comunque, con i numeri del Tribunale per i minorenni di Genova, quale sia la situazione regionale, o meglio ligure e in piccola parte toscana visto che il territorio di competenza del Tribunale genovese comprende le provincie di Genova, Imperia, Savona, La Spezia e Massa.

    Le domande di adozione, nel 2014, sono state 492; le adozioni perfezionate di minori italiani sono state 35, mentre arrivano a 88 quelle di ragazzi stranieri. In 24 casi, i minori sono stati adottati dal coniuge; 4 famiglie hanno accolto minori stranieri per un affido finalizzato all’adozione, mentre risultano 30 le famiglie che hanno in affido un minore nato in Italia. I minori dichiarati adottabili, con genitori noti, sono in maggioranza rispetto a quelli senza genitori: 24 nel primo caso, 5 nel secondo.

    Percorrendo i dati che il Dipartimento per la giustizia minorile del Ministero della Giustizia mette a disposizione, negli ultimi 4 anni si è registrata una diminuzione delle domande da parte delle famiglie alla disponibilità ad adottare, scendendo dalle 641 del 2010 alle 492 del 2014, mentre sono più costanti i dati degli affidi, che rimangono fra i 30 e 40 nei 4 anni presi a riferimento. Le adozioni, infine, si aggirano fra i 200 e i 170 circa per lo stesso periodo.

    Ci sono, poi, i numeri dell’affido familiare (affido temporaneo di un minore presso una famiglia, finalizzato al reinserimento nella famiglia di origine una volta superate le criticità): il Comune ogni anno si occupa in media di 300 affidi temporanei di minori che riguardano casi particolarmente problematici di orfani o bambini con genitori alle prese con difficoltà non estemporanee, tra cui la tossicodipendenza, e che sono destinati a diventare successivamente adottati a tutti gli effetti.


    Claudia Dani

  • Adozioni, stepchild e affidi, ecco come ci si può prendere cura di un bambino e accoglierlo nella propria famiglia

    Adozioni, stepchild e affidi, ecco come ci si può prendere cura di un bambino e accoglierlo nella propria famiglia

    AdozioniIl decreto legge Cirinnà, apparentemente, non ha fatto felice nessuno, perlomeno nessuno che non si accontentasse. Un suo merito, però, è stato quello di riaprire il dibattito sulla situazione generale delle adozioni in Italia. La questione, infatti, è decisamente complessa e non è semplice fare chiarezza, vista anche la scarsità di dati aggiornati e dettagliati e la loro non omogeneità. Cercheremo di farlo rispondendo alle domande che noi per primi ci siamo posti, grazie anche al prezioso aiuto della professoressa Gilda Ferrando, ordinaria di Diritto di Famiglia all’Università di Genova, autrice di diversi libri sulla materia, la cui collaborazione è stata molto preziosa per tentare di ricostruire un quadro più completo possibile.

    L’evoluzione delle norme sull’adozione e il diritto del bambino alla propria famiglia

    Partiamo dalla norma. Così recita l’articolo 1 comma 1 della vigente legge n. 184/1983: “Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia”. La legge n. 149/2001 ha in parte modificato il testo, introducendo un capitolo specifico sul “Diritto del minore ad una famiglia”.

    Capire e conoscere l’evoluzione dell’istituto “adozione” è importante per pesare le parole che sono state spese da molti per dire che il bambino deve stare al centro del dibattito sulle adozioni. L’argomento è tornato all’attenzione di tutti con gli scontri sulla stepchild adoption (o, in italiano, adozione del configlio) proposta dal ddl Cirinnà sulle unioni civili, poi stralciata. Solo dal 1967, infatti, il bambino viene considerato un soggetto di diritti con la legge che introduce l’adozione speciale. Questa, nello specifico così chiamata per distinguerla dall’adozione ordinaria a cui si ricorreva per una questione di successione ereditaria del patrimonio e del cognome – vuole dare al minore il diritto a una famiglia.

    Con la legge del 1983 si scinde nettamente l’adozione del maggiorenne dall’adozione del minore. Si introduce anche l’affidamento familiare, visto come uno strumento di sostegno per la famiglia d’origine. Questo dovrebbe idealmente arrivare dopo altre forme di sostegno, per esempio quello economico (art. 2). È una premessa di cui tenere conto quando si considerano le difficoltà che riscontrano le coppie che sono in lista d’attesa per l’adozione.

    L’affidamento, la strada per l’adozione e i “casi particolari”

    Il presupposto per l’intero processo di adozione è che il bambino sia in uno “stato di abbandono morale e materiale”. Prima di decidere che la natura dell’abbandono sia definitiva, lo Stato, tramite gli enti locali come i servizi sociali, deve assistere la famiglia di origine nell’interesse del bambino: in un mondo ideale la povertà non dovrebbe essere una discriminante per condurre una vita degna con la propria famiglia.

    Mentre l’adozione è intesa a dare una nuova famiglia, in maniera irreversibile, a un bambino in stato di abbandono, l’affidamento è inteso come un supporto temporaneo al bambino e alla famiglia di origine, a cui dovrebbe fare ritorno. La distinzione mira a tutelare ancora una volta il diritto del minore “alla propria famiglia”.
    Ma chi può prendere in affidamento un minore? Abbiamo due possibilità: una famiglia (preferibilmente con figli minori) o una persona singola in grado di assicurarne il mantenimento, l’istruzione, l’educazione e le relazioni affettive. Da sottolineare anche che, giudicando esclusivamente l’interesse del minorenne, ci sono alcune sentenze che hanno concesso l’affidamento anche a coppie omosessuali. Nei casi in cui l’affido familiare non sembra possibile, inoltre, il minore può essere affidato a una comunità.

    Quando i problemi della famiglia d’origine sono considerati non risolvibili, cioè quando si è concretizzato lo stato di abbandono morale e materiale, il minore viene dichiarato adottabile. Anche in questo caso, le strade da percorrere possono essere due. L’interpretazione più rigida della legge porta a cercare una coppia di coniugi disponibili all’adozione e compatibili con quel bambino, per poi procedere all’affidamento preadottivo, della durata di un anno con possibilità di proroga per altri 12 mesi e al cui termine si può procedere all’adozione vera e propria, in genere in una famiglia terza rispetto a quella naturale e quella affidataria. La seconda strada è quella dell’adozione in casi considerati particolari: se durante l’affidamento prolungato il minore è dichiarato adottabile e la famiglia affidataria chiede di adottarlo, il tribunale ne tiene conto, sempre nell’interesse del bambino e può concedere l’adozione senza interrompere il rapporto con la famiglia d’origine.

    Una riforma dell’affido familiare è stata fatta con la legge n. 173/2015 “Sul diritto delle bambine e dei bambini alla continuità delle relazioni affettive”. Rimane la valutazione del giudice caso per caso, a sottolineare che l’affidamento prolungato non determina a priori la scelta dell’adottante, ma l’interesse di quel bambino. La giurisprudenza racconta anche di alcuni casi in cui i giudici non hanno tenuto conto dell’affidamento familiare, per i quali l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo. La recente riforma ha introdotto l’obbligo di sentire gli affidatari nel procedimento di adozione, che devono comunque avere i requisiti per l’adozione piena o possono tentare di ricorrere all’adozione in casi particolari.

    Sono interessanti i dati del Rapporto del 2014 del Gruppo CRC (gruppo di lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza) sugli affidamenti in Italia: “Il 56,7% dei minorenni – si legge – è affidato da più di due anni, confermando che la pratica dell’affido “a lungo termine” è ancora una realtà sulla quale è urgente un serio confronto; per avere un quadro più chiaro a questo riguardo, sarebbe necessario anche rilevare gli affidamenti familiari che partono come consensuali e che dopo due anni proseguono come giudiziari”. Al 31 dicembre 2012, il 74,2% degli affidamenti era giudiziale, cioè non richiesto dai genitori ma disposto dalla magistratura preposta; in testa la Liguria con il 94,8%. Il Rapporto lamenta invece la mancanza di dati sui tempi di permanenza in comunità. Lo strumento dell’affido, cioè l’allontanamento dalle famiglie d’origine, è concepito come ultima risorsa, preceduta da altri interventi.

    Adozioni nazionali: chi può adottare?

    Quando parliamo di adozioni, abbiamo un’ulteriore distinzione da fare, in base all’origine del minore. Per quanto riguardo quelle nazionali, possono adottare i coniugi (va da sé che per la legge debba essere una coppia sposata, dunque, per il nostro ordinamento, eterosessuale) che abbiano richiesto ed ottenuto il decreto di idoneità dal tribunale dei minori. I requisiti per presentare domanda di disponibilità all’adozione sono quelli di essere sposati da almeno 3 anni (può essere considerato anche un periodo di convivenza prima del matrimonio, se dimostrabile), di non essere separati, di poter provvedere economicamente al mantenimento del figlio, di avere una differenza di età non inferiore ai 18 anni e non superiore ai 45 per uno e 55 per l’altro coniuge rispetto al bambino (requisiti che possono variare in presenza di un figlio minore e per chi intende adottare due o più fratelli).
    I requisiti per ottenere l’idoneità all’adozione sono valutati dai giudici analizzando la documentazione presentata e tramite colloqui con gli aspiranti genitori e relative indagini finalizzate ad accertare la loro capacità a mantenere, crescere ed educare il minore. Questi ultimi due passaggi sono affidati ai servizi sociali presenti nella zona di residenza dei coniugi che invieranno una relazione dettagliata al giudice. Qualora fossero considerati idonei all’adozione, si guarda tra i minorenni in stato di adottabilità quello adatto alla coppia e viceversa. Dopo un anno di affidamento preadottivo (ossia quell’affidamento inteso a concludersi con l’adozione vera e propria e non come periodo di passaggio per sostenere difficoltà temporanee della famiglia d’origine) e sentiti i diretti interessati, il tribunale pronuncia la sentenza di adozione.

    Adozioni internazionali

    adozioni-internazionaliPer adozioni internazionali si intendono tutte quelle in cui il minore non sia cittadino italiano e ancora più genericamente quelle in cui adottante (la coppia di coniugi) e adottando (il minore) abbiano nazionalità diverse. Il caso più frequente e dibattuto è l’adozione da parte di italiani di un minore che risiede all’estero. La Convenzione dell’Aja, a cui la legge 183 si richiama nell’articolo 29, demarca le responsabilità dei due paesi eventualmente coinvolti nell’adozione. Al paese d’origine spetta decidere dell’adottabilità del bambino, mentre il paese di accoglienza decide dell’idoneità degli aspiranti genitori. Il raccordo è dato dalle autorità centrali e dagli enti autorizzati, che fungono da tramite per i due paesi.
    In Italia si svolge la prima fase con la dichiarazione di disponibilità all’adozione e l’idoneità. La seconda parte del lungo processo inizia nel paese d’origine del minorenne, con la sentenza di adozione disposta delle autorità, e si conclude con il trasferimento. Prima della sentenza di adozione si può ricorrere a un periodo di affidamento preadottivo, come nel caso dell’adozione nazionale. In Italia l’adozione piena prevede che non ci siano più contatti con la famiglia e deve esserci il consenso dei genitori naturali del minorenne, previa, ovviamente, omogeneità della giurisdizione in materia tra i due paesi.

    Un’altra possibilità sussiste quando una coppia o una persona singola residente all’estero abbia adottato un minore in questo paese. Una volta in Italia si presenta l’esigenza di riconoscere il provvedimento del paese di origine: adozione a tutti gli effetti o adozione ”particolare”, secondo l’articolo 44 della legge 184? In queste situazioni, la magistratura decide caso per caso.

    L’adozione in casi particolari: da dove arriva la stepchild adoption?

    L’adozione in casi particolari è disciplinata dall’articolo 44 della legge 184 e, come sottolinea la professoressa Ferrando, «si è prestata a garantire la formalizzazione di situazioni familiari di fatto nell’interesse del bambino».
    Le situazioni particolari si presentano quando non ci sono tutte le condizioni proprie viste in precedenza ma il minorenne ha comunque bisogno di un’altra famiglia che lo accolga. I casi eventuali sono indicati nello stesso articolo, come l’adozione da parte del coniuge di un genitore, previo consenso dell’altro genitore del bambino: si aggiunge, infatti, un adottante alla precedente situazione famigliare e si formalizza una cogenitorialità già esistente. Altra situazione è quella del bambino orfano di entrambi i genitori ma con parenti disposti a occuparsi di lui o persone con cui è già legato significativamente come amici di famiglia, insegnanti o il convivente di uno dei genitori defunti. Con un’adozione piena, il minore perderebbe ogni legame anche con i restanti membri della famiglia di origine, come i nonni, che invece l’adozione speciale conserva. C’è, infine, l’ipotesi in cui “vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo”: è la situazione più flessibile, ideata per poter formalizzare situazioni familiari di fatto, in cui il bambino è già legato ad altre persone.

    Come ricorda la professoressa Ferrando, prima che ci fosse la legge 40 del 2003 sulla procreazione assistita, la gestazione per altri, o maternità surrogata, non era vietata in Italia. Era proprio l’istituto dell’adozione in casi particolari a dare una formalizzazione giuridica a queste situazioni, con il marito, padre genetico, che riconosceva il figlio, e la moglie con la quale aveva condiviso il progetto di genitorialità. Questo strumento è stato usato anche per coppie omosessuali dalle Corti di Appello di Milano e Roma con sentenze motivate sempre dall’interesse del bambino, come prescritto dalla legge.

    La futura riforma della legge sulle adozioni

    Di che cosa non si occupa la nuova legge? Degli affidatari che non hanno i requisiti per l’adozione piena, vedi le persone single o non coniugate. La riforma dovrebbe andare in questa direzione rendendo la legge adatta ad una realtà più fluida e particolareggiata. La flessibilità richiesta potrebbe trovare il suo perno proprio nell’articolo 44 della legge vigente, quello sulle adozioni particolari. Un eventuale intervento dovrebbe certamente rispondere alle richieste della Convenzione Europea che l’Italia ha sottoscritto, normando le adozioni da parte di singoli e da parte di coppie omosessuali (anche se a livello comunitario questo aspetto è lasciato alla discrezionalità dei singoli Stati). Cirinnà o meno, quello che il legislatore dovrebbe tutelare, sono tutte le situazioni particolari che sono subentrate in questi anni, come quelli che di fatto saranno nuovi nuclei familiari.


    Kamela Toska