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  • Ferrovia Genova Casella, niente apertura entro fine anno. Si allungano i tempi, futuro incerto

    Ferrovia Genova Casella, niente apertura entro fine anno. Si allungano i tempi, futuro incerto

    Trenino di CasellaDicembre è arrivato eppure della riapertura del trenino di Casella non si vede neppure l’ombra. Prima dell’estate, la fine dell’anno era stata indicata come data certa per la riattivazione di quei 24 km di linea ferroviaria che uniscono il capoluogo al suo entroterra, fermi dall’11 novembre 2013.

    La vicenda è nota (qui l’approfondimento di Era Superba). Già alla fine del 2009 era iniziato il lento e inesorabile percorso di dismissione dell’impianto, in parte risollevato con il passaggio di mano della gestione dalla Regione ad Amt. A fine 2013, tuttavia, fu l’intervento dell’USTIF (l’Ufficio Speciale Impianti e Trasporti Fissi del Ministero delle Infrastrutture) a chiudere definitivamente la linea finché non fossero stati realizzati i lavori di ristrutturazione di due ponti metallici (Crocetta e Fontanassa), insieme con la messa in sicurezza del sedime roccioso che accompagna il trenino lungo tutto il suo percorso.
    «Ci era stato detto che i lavori sarebbero partiti e avrebbero avuto una durata breve in grado di giungere a compimento entro fine anno» dice con un po’ di amarezza il sindaco di Sant’Olcese, Armando Sanna.

    Alluvioni e rischio frane hanno certamente complicato la situazione, allungando a dismisura e in maniera piuttosto incerta il cronoprogramma dei lavori di messa in sicurezza. Portata a termine la risistemazione delle rocce e delle pareti montuose lungo il percorso, sono quasi completate anche le opere di riqualificazione del ponte Crocetta, che dovrebbero rispettare la tempistica prevista inizialmente. Ancora da iniziare, invece, la messa in sicurezza del ponte Fontanassa.
    In questo caso è sicuramente colpa della critica situazione meteorologica che sta vivendo la nostra città: il via ai lavori era, infatti, previsto il 6 ottobre; da allora, naturalmente, fermi tutti in attesa di tempi migliori. Ma non sono solo questi i danni provocati dall’acqua: frane sulla linea, pulizia e riarmamento dei binari, parziale risistemazione della linea area, nuovo controllo della fragilità dei terreni che circondano il trenino storico, si parla della necessità almeno di ancora 1 milione di euro. Una cifra che il Comune non ha certamente nelle proprie casse, avendo anche terminato i fondi a disposizione per le somme urgenze. Si va perciò all’impossibile ricerca di nuove fonti di finanziamento, in attesa delle risorse che potrebbero arrivare da Stato ed Europa per affrontare l’emergenza idrogeologica.

    Eppure, come ricorda in una nota il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti), gli investimenti della Regione per il trenino ammontano «ad alcuni milioni di euro: 4 solo per l’acquisto di un nuovo treno, oltre a 700 mila euro per la manutenzione annuale e 2,5 milioni per investimenti sulla linea». Cifre importanti che non bastano tuttavia ad affrontare la nuova emergenza e rischiano di essere buttate al vento se, nel frattempo, «non sarà predisposta una puntuale programmazione sul piano del marketing territoriale e della promozione dei territori interessati dalla linea ferroviaria. Non vorremmo che il futuro della ferrovia fosse lasciato al caso, in totale assenza di una programmazione precisa degli interventi non solo di manutenzione ma anche di marketing. Sarebbe un errore gravissimo sia dal punto di vista dei collegamenti, già carenti, del nostro entroterra sia dal punto di vista turistico, viste le potenzialità di attrattiva del trenino storico e delle bellezze paesaggistiche che attraversa nel suo percorso».

    Più duri i toni del leghista Rixi, che chiede la rimozione dei vertici Amt: «Vista la precaria di Amt, non vorremmo che anche la Genova-Casella subisse tragiche conseguenze dopo quasi un secolo di onorato servizio e non venisse trascinata nel fallimento generale del trasporto pubblico locale. Addirittura – prosegue il consigliere comunale e regionale – il Comune di Genova aveva inserito nel Pum 2010-2014, il piano urbano di mobilità elaborato dalla giunta Vincenzi e in gran parte rimasto lettera morta, un’implementazione del collegamento con la realizzazione di una funicolare in sotterraneo che avrebbe collegato la stazione di Manin con quella di Brignole, con un bacino d’utenza teorico di 25 mila persone su un percorso di 750 metri. A 7 anni dall’elaborazione di questo avveniristico progetto, gli abitanti della Valle Scrivia non solo si trovano senza la promessa funicolare, ma anche e soprattutto senza quel trenino un po’ retro ma molto utile che dal 1929 anni assolveva al proprio compito».

    Al di là delle polemiche più partitiche che politiche, resta il fatto che ogni giorno circa 200-300 pendolari devono continuare ad affidarsi al servizio sostitutivo su gomma. «Non ci sono novità sulla riapertura» conferma l’assessore ai Trasporti del Comune di Sant’Olcese, Enrico Trucco. «Avevamo in campo un’attività di pulizia delle stazioni che competono al nostro territorio ma aspettavamo una convocazione da Amt per fare il punto della situazione. Per quanto riguarda il nostro Comune, non sono tanto le frane post-alluvionali ad aver creato problemi, quanto gli stessi lavori di sistemazione della ferrovia che hanno comportato diverse difficoltà a valle del tracciato con la pioggia capiente caduta nelle ultime settimane, soprattutto nelle zone di Torrazza e Vallombrosa».
    Intanto, voci corridoio parlano di un prolungamento di 6 mesi dell’accordo tra Regione, Amt e Genovarent, l’azienda privata che realizza il servizio sostitutivo: se queste indiscrezioni dovessero essere confermate, risulta piuttosto evidente come la stessa partecipata del Comune, in questi giorni decisamente impegnata su altri tavoli, abbia perso ogni speranza di sbloccare la situazione quantomeno prima della prossima estate.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • “Da grande voglio fare il cuoco”: la cucina genovese fra mestiere e tradizione, il lavoro più ambito

    “Da grande voglio fare il cuoco”: la cucina genovese fra mestiere e tradizione, il lavoro più ambito

    PestoIn principio erano Bergese con il Ristorante La Santa, nel Centro Storico, aperto nel secondo dopoguerra, e più recentemente Angelo Paracucchi, che nel 1976 con la sua Locanda dell’Angelo ad Ameglia, nell’estremo levante ligure, salvò quasi letteralmente le sorti della cucina italiana che in quegli anni era completamente appiattita su standard internazionali che rischiavano di cancellarne ogni ricchezza. Stiamo parlando di cuochi, grandi cuochi per l’esattezza, e di una cucina, quella ligure, che si pretende sempre di aver riscoperto ma che alla prova dei fatti a livello nazionale è spesso trascurata se non per l’immancabile binomio pesto- trofie.
    Ciò nonostante, anche se non ci sono più in Liguria i grandi Maestri della cucina italiana (ma domani, chissà), resiste per fortuna la consapevolezza di quanto è stato fatto e ottenuto in questi ultimi anni da una ristorazione sempre più preparata e attenta.
    Poche sorprese, comunque, dall’uscita annuale delle Guide Gastronomiche più note, la Michelin 2015 e quella ai Ristoranti d’Italia de L’Espresso, dove il nostro territorio è presente ma non particolarmente blasonato, anzi: a causa del trasferimento da Nervi ad Arenzano del Ristorante “The Cook”, è andata persa l’unica stella Michelin del Comune.

    Eppure dovrebbe essere il nostro momento, vista l’attenzione per una cucina “di prossimità” più sana ed anche attenta alle calorie. Proprio nella cucina di magro – come recitava il titolo di un ancora attualissimo libro di ricette del 1880 “La cucina di strettissimo magro” di Padre Gaspare Dellepiane frate genovese dell’ordine dei Minimi di San Francesco da Paola – la nostra terra ha sempre trovato la sua caratteristica migliore. Questo antico ricettario è una vera sorpresa per la gustosa modernità dei piatti suggeriti, molti dei quali farebbero la gioia di un vegetariano e alcuni anche adatti a vegani di stretta osservanza, che già a quel tempo mostravano la capacità di utilizzare con sapienza quanto il territorio metteva a disposizione. Eh sì, perchè cucinare in Liguria non significa, come a volte i nostri vicini piemontesi o lombardi malignamente suggeriscono, tenere un occhio fisso al portafoglio e un altro alla tasca cucita, ma è la capacità di utilizzare le materie prime in una zona dove certo non sono presenti allevamenti intensivi o estese coltivazioni agricole.

    VernazzolaCome si mangia in Liguria? Che cosa offriamo ai turisti, o ai liguri stessi, disposti a fare anche un po’ di strada pur di passare un paio d’ore soddisfacenti a tavola?

    A settembre, prima delle alluvioni che ancora una volta ci hanno devastato, Oscar Farinetti, fondatore di Eataly, parlando al Festival della Comunicazione a Camogli, ha raccontato di una Liguria che ha forse l’agroalimentare più vario, bello ed interessante d’Italia, compreso il pescato, ma che a causa di una sorta di “pancia piena”, così l’ha definita, non si ingegna nel trasformare e lavorare le materie prime che le sono state regalate. Ad esempio il pesce, ha detto, molto migliore di quello dell’Adriatico, eppure cucinato con enorme minor cura, meno fantasia, sempre confidando nella bontà del prodotto stesso.  «Ma – ha aggiunto – vedo molte persone interessanti che si muovono, che cercano di recuperare il troppo tempo perduto».

    Ne abbiamo parlato con Roberto Avanzino, insegnante, cuoco professionista e skipper, che subito mi avverte: «Sono d’accordo con queste parole, certo il suo è un punto di vista esterno, ma ha parzialmente ragione. I ristoranti dovrebbero osare di più, ma è anche vero che il cliente, specialmente il turista, raramente ha voglia di sperimentare, e ti chiede sempre le stesse cose, gli stessi piatti. Per me la cucina innovativa di oggi, la vera rivelazione, risale ad almeno duecento anni fa. Sto parlando di quello che oggi viene chiamato street food, che noi abbiamo da generazioni, con le friggitorie che ti vendevano il cono di carta con dentro i pignolini fritti, la vecchietta che nella sciamadda (farinotto) ti preparava la rosetta con in mezzo la farinata o i venditori di caldarroste che erano in cima a via XX Settembre».

    Avanzino è insegnante Tecnico pratico di cucina all’Istituto Alberghiero Marco Polo: «Per i miei ragazzi ogni tanto preparo una lezione in strada che io chiamo “bread à porter” e li porto in giro ad assaggiare proprio quelle preparazioni povere e sapienti della nostra cucina che ormai sono nella storia. Fra panini con sottolii e acciughe sotto sale tutto fatto in casa, prosciutto stagionato di 26 mesi, magari con verdure grigliate e limone, oppure con il minestrone genovese, un altro street food dei tempi antichi».

    «La cucina di strada è una meravigliosa risposta alle esigenze di oggi – continua Avanzino – non tanto per le ridotte tempistiche, che comunque nel cibo di strada sono soddisfatte, ma per la composizione dei cibi stessi, ingredienti pregiati e molto costosi che raramente la cucina ligure utilizza, essendo sapientemente basata su ingredienti quasi di scarto, o comunque decisamente poveri, per costruire piatti speciali.
    Pensiamo alla cima. Una parte di manzo, la pancia, che serve a ben poco, unita a frattaglie, bietole dell’orto, qualche uovo. Eppure, una delizia solo ligure. Ancora, i pansotti, il mio piatto preferito: espressione massima, se fatti bene, della genovesità. Pochi ingredienti, poco condimento, anche quello povero, perché ricordiamoci che un albero di noce vicino a casa c’era quasi sempre. Lo stesso discorso si può fare con i ravioli con il tocco, con il minestrone genovese, così denso da essere tirato su con il pane, e così via.
    Un altro piatto della nostra cucina geniale e modernissimo, genuinamente moderno, sono le torte di verdura, un vero piatto nobile che oggi può essere inserito fra i “cibi metabolici” cioè quei cibi che più si avvicinano alla nostra alimentazione storica e ci aiutano a difendere la salute.
    D’altra parte, quando si dice noi siamo quello che mangiamo si dice una cosa ovvia: il nostro stomaco assume da migliaia di anni lo stesso genere di cibi, e noi siamo il risultato, la risposta a questi secoli di alimentazione. Se li cambiamo, se inseriamo cibi non “antropologici” estranei al nostro patrimonio genetico, il nostro corpo si ribella e si indebolisce; questo potrebbe spiegare l’esplosione delle intolleranze alimentari nella nostra società.
    Per questo, anche per questo, noi dobbiamo difendere maggiormente un patrimonio che sta scomparendo rapidamente, ovvero i ricettari di famiglia, quei quadernetti unti e spiegazzati che le nonne lasciavano alle figlie e alle nipoti, dove era gelosamente annotata la ricetta della cima di quella famiglia, del cappon magro o del minestrone. Questi ricettari erano anche quelli che preservavano la diversità, a volte molto marcata, dei modi di cucinare la stessa cosa in zone diverse, anche non lontane, della nostra terra: rappresentano una fonte primaria di cucina e di storia che deve essere difesa e valorizzata”.

    Roberto si anima nel raccontare, segno di una passione viva e concreta: «La nostra quindi è una cucina che può essere a basso costo, può essere molto sana, ma non è sbrigativa, purtroppo o per fortuna. Per lavorare i nostri ingredienti ci vuole tempo, questo in parte può essere la spiegazione della famigerata “tipica ospitalità ligure”, quando vorremmo che il cliente pagasse senza neanche sedersi, e magari glielo lasciamo anche capire…»
    Insomma, proprio per le sue peculiarità, quella ligure è una cucina molto impegnativa e molto stancante, «mettere una fiorentina sulla brace è ben più semplice che fare una cima o un cappon magro».

    cuoco-cucinaCome si mangia nei ristoranti genovesi? «In media si mangia bene anche perché purtroppo a causa della crisi chi non era granché in gamba ormai ha chiuso; anche chi era bravo ma non organizzato purtroppo ha chiuso. Io vado spesso al ristorante, nell’entroterra ed in città, e sono un abitudinario quindi tendo a tornare dove sono stato bene; però ogni tanto voglio sperimentare, oppure vedere come è gestito un locale.
    Bisogna tener presente che a Genova, con un calcolo un po’ approssimativo, durante la settimana fra tutti si dividono un migliaio di coperti; pochi, decisamente pochi, eppure chi va avanti conta su questi, perché i coperti del week end non possono bastare. Un bravo ristoratore, oltre ad offrire una buona cucina, deve anche essere un conoscitore dei prodotti che utilizza, ed utilizzare quelli che conosce; saper far ruotare le scorte in modo che durante tutta la settimana sappia offrire pasti con varietà senza mai far percepire al cliente che sta mangiando degli avanzi, anzi è durante la settimana che deve fidelizzare il cliente, offrendo un servizio più meditato e tranquillo, facendo sì che il cliente torni. Quando un ristoratore può contare su una quarantina (più o meno) di persone che in settimana ruotano intorno al locale è riuscito nel suo lavoro».

    Ai suoi allievi Roberto ricorda  sempre che il talento è indispensabile, ma in cucina non basta: «la cucina è sacrificio e fatica, sempre e comunque, quindi al netto delle comparsate in tivù, devono sapere di aver scelto una carriera dura che, certo, può dare molte soddisfazioni se si ha questa passione. Ma che costa molta, molta fatica e molte rinunce».

    E per vedere se Roberto è riuscito nel suo intento abbiamo incontrato un alunno proprio del Marco Polo, Tommaso Berti, che ha 17 anni, e ha scelto questa scuola, ci racconta, «perché ho la passione per la cucina da sempre, nella mia famiglia tutti me ne hanno passato un pezzetto: ho aiutato fin da piccolo mia mamma a fare i dolci, lei è brava e mio papà golosissimo, quindi ne facevamo parecchi; poi i miei nonni avevano una friggitoria di quelle tradizionali, li guardavo preparare il baccalà fritto, le panissette, la pasqualina e pensavo che avrei voluto cucinare anch’io. Dopo mio padre mi ha insegnato ad accendere il fuoco e a fare la cucina da campo nei boy scout, ed anche quello mi ha coinvolto e mi piaceva farlo; quindi, quando è stato il momento, la scelta è stata proprio la mia, senza nessuna pressione da parte della famiglia».
    Ebbene sì, l’Avanzino insegnante sembra essere riuscito a fare passare il messaggio, perché il ragazzo aggiunge: «il Marco Polo è una buona scuola e i più bravi dopo il diploma trovano lavoro, ma io vorrei ancora fare l’Università per migliorarmi: so di aver scelto l’ambito più difficile perché vorrei fare il cuoco, ma so benissimo che quello che si vede in tivù è spettacolo, nella realtà ci vuole tanto sacrificio e tanta esperienza. Ma io spero di farcela».

    E come lui sperano di farcela tutti i ragazzi che in questi anni stanno rendendo affollate le classi dei vari Istituti per i servizi alberghieri, ormai secondi solo all’inevitabile liceo scientifico; nelle scelte di indirizzo, i due terzi preferiscono la cucina rispetto ai servizi di sala, confermando la potenza dell “effetto Masterchef “, ma anche degli altri programmi, e sono davvero tanti, dove il cuoco è una vera rockstar, che si può permettere di essere scompigliato, bizzoso e al limite anche un po’ maleducato.

    cuochi-cucinaPer concludere ascoltiamo anche chi nella ristorazione a Genova lavora da una ventina d’anni: Enrico Reboscio ne è un rappresentante poliedrico e per ciò forse un po’ anomalo, attratto anche da nuove e diverse sfide (DotVocal srl, un’ azienda che progetta e realizza applicazioni vocali, anche per chi può interagire con un computer esclusivamente tramite la voce : ma questa è, come si dice, un’altra storia).

    Quale è l’ errore che secondo te si commette più spesso nella ristorazione ligure, e in quella genovese in particolare?

    «Dico subito che c’è molta confusione sotto il sole, nel senso che si vuol fare innovazione, e questo sarebbe anche giusto, ma senza una conoscenza approfondita della nostra storia, della tradizione: questo porta molti cuochi a ricercare il piatto che stupisce, inaspettato, ma senza vere basi resta un “coup de theatre” fine a sé stesso, e si sgonfia subito».

    Pensi che a Genova sia più facile mangiare bene o mangiare male, per un cliente che va a naso ma è comunque disposto ad esplorare?

    «A Genova si può mangiare bene, ed anche molto bene, se si spende un po’, diciamo dai 40 euro in sù. Sotto, se stiamo sui 32- 35 euro è molto facile rimanere delusi.
    Purtroppo è così, il prezzo in questo caso è una discriminante, a buon mercato c’è molto poco e ci si deve rivolgere magari ad un tipo di cucina diversa. Io stesso sono un esplorativo, perché dopo essere stato in sala per molti anni, adesso curo dal punto di vista amministrativo un ristorante, dove si fa antica cucina genovese e siamo gli unici fuori dal comune di Siena in grado di offrire carni senesi di alta qualità del consorzio agricolo.
    Personalmente gestisco un altro tipo di locale, un pub e ristorante in stile Est Europa: per questi motivi adesso ho tempo e modo di girare per ristoranti, anche perché sono appassionato di gastronomia, e ti posso assicurare che purtroppo non è facile mangiare bene sotto questo limite di prezzo.
    D’altra parte, se un titolare (che sia anche chef o no, poco importa) acquista merce di prima qualità, utilizza personale regolarmente assunto e formato, ben difficilmente può stare sotto questa cifra. Certo, se il lavapiatti è un extracomunitario che pago in nero, il cameriere uno studente che lavora due sere alla settimana pagato con un voucher, la spesa la faccio tutta dal grossista, beh, allora qualcosa di meno si può far pagare».

    Tu quali difficoltà hai trovato quando hai iniziato a fare questo mestiere? E un giovane quali difficoltà potrebbe trovare per emergere, oggi, in Liguria?

    «Io ho iniziato come imprenditore, in proprio: le difficoltà maggiori sono state quelle burocratiche, una vera e propria giungla dove rischi di perderti e che rappresentano un grandissimo sperpero di tempo, denaro ed energia. Purtroppo queste pastoie sono aumentate di anno in anno, quindi chi inizia si trova a dover affrontare le stesse che ho incontrato io vent’anni fa e quelle nuove, che a dispetto della semplificazione ogni anno spuntano come funghi e non sono mai state coordinate o sfoltite. Se invece parliamo di un ragazzo che va come dipendente in un locale, la cosa peggiore è capitare dove il livello di preparazione non è adeguato, oppure c’è ma il giovane viene solo sfruttato per lavorare frettolosamente senza darsi il tempo di insegnare, di trasmettere le conoscenze e l’esperienza indispensabili per la carriera, per magari proporsi altrove, anche in un’altra città . Di essere bloccato, insomma».

    Gli istituti alberghieri registrano ogni anno un boom di iscrizioni, nonostante la crisi che potrebbe far ripiegare su lavori più “sicuri”. Invece, tutti pensano che in questo ambito ci siano prospettive, ed in effetti è così. Però gli insegnanti lamentano che tutti vogliono diventare chef, trascurando altre specializzazioni, come il maitre o il cameriere.

    «Guarda, io  cucinavo solo certi piatti di carne, preparavo il menu, ma il mio lavoro principale era stare in sala, accogliere i clienti: per questo so di che cosa parlo. E dico che, a parte che le passioni non si discutono, se un ragazzo volesse diventare maitre sceglierebbe un lavoro veramente importante, fondamentale direi: accogliere le persone che entrano nel locale, farle accomodare mettendole a loro agio, scambiare due chiacchiere di benvenuto e poi cercare di capire cosa vorrebbero assaggiare, come vorrebbero stare da te è una cosa che rasenta la filosofia, non esagero. Ti mette in contatto con bisogni profondissimi dell’animo, quello dell’accudimento, quello di sfamarsi; è quasi uno spirito materno che ti mette in grado di comprendere i bisogni del cliente e cercare di soddisfarli».

     

    Bruna Taravello

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  • Caserma Gavoglio, entro un anno il Comune deve presentare il progetto di riqualificazione. A che punto siamo?

    Caserma Gavoglio, entro un anno il Comune deve presentare il progetto di riqualificazione. A che punto siamo?

    gavoglio-lagaccioIeri, in occasione del consueto sopralluogo in diretta Twitter di #EraOnTheRoad, siamo andati a far visita alla Caserma Gavoglio, il gigante di oltre sessantamila metri quadrati ubicato nel cuore del Lagaccio. L’area, come è noto sostanzialmente dismessa da diversi decenni, potrebbe costituire un mezzo di sviluppo e maggiore vivibilità per il quartiere che la ospita, afflitto come è dalla carenza di spazi e dall’eccessiva quantità di edifici.
    Era Superba si è occupata a lungo del futuro della Gavoglio (qui l’approfondimento): la Caserma è ancora quasi totalmente sotto la responsabilità del Ministero della Difesa, che si è tuttavia impegnato a cedere gratuitamente l’area al Comune di Genova a fronte della presentazione di un progetto di riqualificazione complessivo. La scadenza di questo processo è stata fissata esattamente fra un anno, nel dicembre del 2015.

    Nel frattempo, come primo passo del passaggio di proprietà della Caserma, al Comune è stato ceduto piazzale Italia, la piazza antistante la struttura: per questa porzione dell’area è stato approvato un progetto di ristrutturazione minimale, che sarebbe servito a rendere almeno la piazza immediatamente fruibile per il quartiere.

    Abbiamo contattato Enrico Testino, attivista del comitato Voglio la Gavoglio, che ci ha spiegato come questi lavori dovessero essere pronti per giugno dell’anno corrente, quando in realtà si è ancora lontani dalla loro positiva conclusione. Come si può facilmente vedere appena giunti al cospetto della struttura, gli interventi fino ad oggi realizzati sono transennamenti e impianto di reti per tutelare la sicurezza immediata delle persone, ma ancora manca quella parte della ristrutturazione volta a rendere pienamente fruibile lo spazio alla cittadinanza. Ancora attesa, infatti, la nuova asfaltatura del piazzale e il ripristino, preventivato dal progetto iniziale, di una stanza all’interno delle costruzioni della Caserma destinata ad associazioni e comitati del quartiere: «A quanto ci risulta sono stati anche stanziati diciannovemila euro per questi lavori – ci spiega Testino – non capiamo quindi il motivo che ci ha portato ad oggi in questa situazione».

    Per il resto dell’area, come accennato, il processo di  trasferimento di proprietà al Comune è in atto, ed è subordinato alla presentazione di un progetto complessivo di recupero che dovrà anche essere concertato con la Soprintendenza, visto che parte degli stabili sono vincolati per il loro valore storico. Abbiamo incontrato l’Assessore all’urbanistica Stefano Bernini che ci ha fatto il punto della situazione circa lo stato della procedura e del futuro della Caserma Gavoglio.

    Con la Giunta Vincenzi era stato ipotizzato un percorso per il recupero dell’area che faceva perno sulla edificazione di nuova cubatura a destinazione residenziale, infatti ci spiega l’assessore: «Fino a poco temo fa la Caserma era considerata un bene dello Stato che  se il Comune voleva avere a disposizione doveva pagare ben quattro milioni e mezzo di euro, fatto che rese necessario trovare il modo per recuperare quei soldi. La Giunta Vincenzi pensò di affidare ad una immobiliare il compito di effettuare una stima ed un progetto che prevedeva appunto il finanziamento attraverso le nuove abitazioni, sollevando numerose proteste. Noi, anche grazie all’accordo con la Difesa, abbiamo cambiato il piano regolatore, e abbiamo stabilito che lì non si possono realizzare nuovi volumi, al massimo si può abbattere qualcosa di quello che non è protetto dalla Soprintendenza, bisogna salvaguardare lo spazio pubblico, con particolare attenzione al verde. Il Patrimonio e la Soprintendenza devono ora, sulla base di queste direttive, elaborare un progetto».

    È stato affidato a Ri.Genova, la società a responsabilità limitata partecipata dal Comune e specializzata in operazioni immobiliari e di riqualificazione urbana attraverso il mercato finanziario ordinario, il compito di presentare nei prossimi giorni un piano di intervento relativo ad un primo lotto, sicuramente entro fine anno. «Stiamo parlando della parte bassa della Caserma. Sicuramente una parte degli stabili esistenti, nel rispetto delle caratteristiche architettoniche che gli sono proprie, andrà recuperato ad un uso residenziale, così da poter finanziare la realizzazione del parco, degli spazi pubblici e di quelli destinati all’associazionismo. Si tratta per altro di una parte dalla Caserma che già originariamente era destinata a questo tipo di utilizzo. Poi gli edifici di minore pregio secondo me potrebbero essere abbattuti per dare maggiore respiro al quartiere, già densamente cementificato. Bisogna procedere a pianificare per lotti il lavoro, individuando un cronoprogramma sicuro, almeno per la fase di progettazione, al fine di rientrare el termine della fine dell’anno prossimo, obiettivo che credo proprio riusciremo a raggiungere».

    Per quanto riguarda i tempi della conclusione vera e propria dei lavori non è ancora possibile fare previsioni realistiche. «Ora la priorità è trovare chi è in grado di portare il progetto avanti e finanziarlo, considerato che le casse del Comune sono in crisi anche a causa delle alluvioni, avremo a breve un incontro con il Patrimonio per stabilire queste questioni, unitamente ad un cronoprogramma preciso. Io ho consigliato di appoggiarsi a Ri.Genova per la realizzazione degli altri lotti (così come è avvenuto per il lotto più a mare, senza dimenticare che in tutto questo processo dobbiamo coinvolgere e condividere progetti ed idee con la cittadinanza e con la Soprintendenza): l’azienda potrebbe trovare risorse sul mercato».

    Chiediamo a Bernini se immagina necessarie altre fonti di finanziamento dell’opera, o se ritiene sufficiente la ricerca di capitali di investimento esterni a Tursi: “Il Patrimonio potrebbe decidere di destinare delle risorse a questo lavoro, e credo che comunque sarà necessario, almeno per quanto riguarda la progettazione iniziale».

    Un ulteriore problema per il quale abbiamo chiesto lumi all’assessore è la presenza di amianto nelle coperture dei capannoni della Caserma: «La Difesa ci ha assicurato di avere compiuto tutti gli adempimenti atti a mettere il materiale in sicurezza. Certamente con i lavori andrà rimosso, e sarà uno dei costi grossi dell’operazione».

    Non rimane che augurarsi che l’Amministrazione nel suo complesso riesca a non perdere l’occasione di recuperare questo grande spazio, che potrebbe diventare un importante polmone verde  per il Lagaccio, un quartiere piuttosto congestionato, sia da un punto di vista della viabilità , sia dal punto di vista della densità abitativa.

    Carlo Ramoino

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  • L’Inail e la relazione incompleta sugli infortuni sul lavoro. Il punto sull’ente

    L’Inail e la relazione incompleta sugli infortuni sul lavoro. Il punto sull’ente

    Un saldatore a lavoro, di Roberto Manzoli
    Fotografia di Roberto Manzoli

    Di sicurezza sul lavoro ci occuperemo anche nel numero 57 della nostra rivista in uscita l’1 dicembre. Ma se in quell’occasione ci concentreremo maggiormente sul tema dei controlli e dei fondi investiti per le attività di controllo soprattutto a Genova e in Liguria, in questa sede intendiamo fare il punto sull’attività di InailIstituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro– e sui dati relativi agli infortuni e ai morti sul lavoro.

    Secondo il monitoraggio dell’Inail, infatti, la serie storica del numero degli infortuni sul lavoro in Italia prosegue con andamento decrescente: “Sono state registrate poco meno di 695 mila denunce di infortuni accaduti nel 2013 – si legge nella relazione annuale 2013 dell’Inail – Rispetto al 2012 si ha una diminuzione di circa il 7%; sono il 21% in meno rispetto al 2009. Gli infortuni riconosciuti sul lavoro sono poco meno di 460 mila, di cui più del 18% “fuori dell’azienda” (cioè “con mezzo di trasporto” o “in itinere”). Delle 1.175 denunce di infortunio mortale (sono state 1.331 nel 2012) gli infortuni accertati “sul lavoro” sono 660 (di cui 376, quasi il 57%, “fuori dell’azienda”): anche se i 36 casi ancora in istruttoria fossero tutti riconosciuti “sul lavoro” si avrebbe una riduzione del 17% rispetto al 2012 e del 32% rispetto al 2009″.

    Dati assai diversi, però, sono quelli puntualmente raccolti dall’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro – fondato dal metalmeccanico in pensione e pittore Carlo Soricelli, attivo dal 1 gennaio 2008 in ricordo di Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demani, i sette giovani operai della ThyssenKrupp di Torino, morti nella notte del 5/6 dicembre 2007 – che denuncia a gran voce: “I morti sui luoghi di lavoro non sono mai calati da quando è stato aperto l’Osservatorio Indipendente. Anzi, addirittura sono aumentati del 5,9% rispetto al 24 settembre del 2008 e dell’8,6% rispetto al 24 settembre del 2013“. Per Soricelli «L’Inail deve dire chiaramente che monitora le morti esclusivamente tra i propri assicurati, e non tra quei milioni di lavoratori che non risultano iscritti a tale istituto. Le partite Iva individuali sono diventate milioni e non sono assicurate all’Inail, tanto per fare un esempio. Come scrivo da anni i morti sui luoghi di lavoro non sono mai calati, bensì si sono solo “trasferiti” tra i precari, le partite Iva, i lavoratori in nero».
    L’Osservatorio – che dall’inizio dell’anno 2014 ha già censito 549 morti sui luoghi di lavoro (oltre 1100 con i morti sulle strade e “in itinere”) – chiuderà i battenti il 31 dicembre 2014, a sei anni dall’apertura «Chiuderà per indifferenza – chiosa Soricelli – l’indifferenza di questo Governo e della politica tutta, oltre che della classe dirigente di questo Paese».

    Il presidente dell’Inail, Massimo De Felice, nel luglio scorso – in occasione della presentazione dei risultati del 2013 – per la prima volta ha pubblicamente ammesso: «Il problema della “completezza” dei dati è ben noto, e non può essere risolto in via autonoma. I dati dell’Inail si riferiscono ai suoi assicurati, non coprono l’intero perimetro del mondo del lavoro (non comprendono, in particolare, le forze armate e di polizia, il corpo nazionale dei Vigili del fuoco, i volontari della protezione civile). L’Inail è disponibile a ricevere ed elaborare altri dati per completare il perimetro, e assolvere il compito di “authority delle conoscenze per la sicurezza e salute nei luoghi di lavoro”, così come è stato auspicato dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza nella “Relazione programmatica 2014-2016”».

    «Uno degli obiettivi della strategia di Inail è appunto ampliare la platea degli assicurati – aggiunge il Direttore regionale Inail Liguria, Carmela Sidoti – Il fenomeno infortunistico è trasversale, e non esistono categorie immuni. In effetti, ci sono alcuni settori di non assicurati: ad esempio i lavoratori autonomi non artigiani, i liberi professionisti, ecc., che se conteggiati potrebbero avere un’incidenza sulla rilevazione statistica complessiva».

    Che cos’è Inail e quali sono le sue funzioni?

    lavoro-ingegnere-geometra-appaltoL’Inail, ente pubblico non economico che gestisce l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, ha come obiettivi principali: ridurre il fenomeno infortunistico e le cosiddette morti bianche, assicurare i lavoratori che svolgono attività a rischio, garantire il reinserimento nella vita lavorativa e sociale degli infortunati sul lavoro. Parliamo di un istituto che, anche a seguito di recenti innovazioni normative, ha assunto il ruolo di sistema integrato di tutela che spazia dal monitoraggio continuo sull’andamento degli infortuni, agli interventi di prevenzione nei luoghi di lavoro, fino all’erogazione di prestazioni sanitarie ed economiche.
    L’assicurazione, obbligatoria per tutti i datori di lavoro che occupano lavoratori dipendenti e parasubordinati nelle attività che la Legge individua come rischiose, tutela il lavoratore contro i danni derivanti da infortuni e malattie professionali causati dalla attività lavorativa, ed esonera il datore di lavoro dalla responsabilità civile conseguente ai danni subiti dai propri dipendenti.
    “Nel 2013 sono state censite dall’Inail circa 3 milioni e 800 mila posizioni assicurative (territoriali) – si legge nella relazione  – C’è stata una moderata riduzione rispetto al 2012 (-1,11%); analoga situazione si registra sul conteggio delle aziende (-1,04%)”. Il valore dei premi accertati, relativi alla gestione industria e servizi, è di circa 7 miliardi e 933 milioni di euro con un decremento del 3,46% sul 2012. La gestione agricoltura ha segnato un decremento dell’importo dei premi, dell’8,70% (604 milioni contro 662). Sostanzialmente stabile, rispetto al 2012, l’importo dei premi per l’assicurazione in ambito domestico. Anche i “premi dovuti” del settore navigazione hanno segnato una diminuzione (-2%) rispetto al 2012, persistendo nel trend decrescente registrato tra il 2012 e il 2011 (-1,68%)”.

    L’Inail da un lato riceve i premi dai datori di lavoro – premi basati sul totale delle retribuzioni annuali di ogni impresa (importo economico determinato dal rischio infortunistico, a seconda della tipologia di lavoro, delle mansioni ricoperte dai lavoratori, dal numero di questi ultimi, ecc.) – e dall’altro reinveste le risorse che detiene in eccedenza, il cosiddetto “tesoretto” Inail, al fine di promuovere campagne informative di sensibilizzazione alla sicurezza sul lavoro, sviluppare iniziative di formazione e consulenza rivolte alle piccole e medie imprese in materia di prevenzione, finanziare le aziende che investono in sicurezza.
    Negli ultimi tempi, però, l’istituto ha dovuto attuare un processo di revisione dei premi e delle prestazioni – in ottemperanza al dettato della “legge di stabilità” – e dunque dovrà prestare una maggiore attenzione al bilancio. Tuttavia, l’Inail rimane un ente economicamente solido, come sottolinea la relazione: “I dati del preconsuntivo 2013 mostrano che si sono avute entrate di competenza per 10 miliardi e 111 milioni di euro (con un decremento di quasi il 5% delle entrate contributive rispetto al 2012); le uscite di competenza si sono attestate a poco meno di 9 miliardi e mezzo (con prestazioni istituzionali in lievissima diminuzione, rispetto all’anno precedente): il risultato finanziario è quindi positivo (719 milioni). L’eccedenza delle entrate contributive sulle uscite istituzionali si è mantenuta intorno ai 2 miliardi e mezzo, con valori stabili rispetto al 2012; il risultato economico si è stabilizzato vicino al miliardo, e ciò ha migliorato il risultato patrimoniale (giunto a 5.017 milioni di euro)”.

    In Liguria la Direzione regionale dell’Inail conta tre sedi territoriali – Genova (comprende Genova e Chiavari), La Spezia, Savona (comprende Imperia, Albenga, Carcare) – per un totale di 265 dipendenti e, nonostante la riorganizzazione necessaria in ottica di spending review, nel prossimo futuro intende continuare a garantire il servizio con gli standard di qualità odierni.
    «All’Inail il legislatore affida una funzione di facilitatore rispetto allo sviluppo di azioni finalizzate a migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro – spiega il direttore della Direzione regionale Inail Liguria, Carmela Sidoti La nostra ragione di esistere non è quella di incamerare gli indennizzi economici relativi agli infortuni sul lavoro, bensì di promuovere la cultura della prevenzione, affinchè il numero degli infortunati diminuisca. Tramite campagne informative, attività di sensibilizzazione, erogazione di incentivi economici alle imprese che investono in questo campo. Noi abbiamo un rapporto assicurativo basato su un tasso medio di norma applicato all’azienda. Questo tasso può oscillare, generando di conseguenza una riduzione del premio legata alla realizzazione di ulteriori misure di prevenzione e sicurezza rispetto a quelle standard previste dalla legge. Ogni anno le imprese possono presentare domanda con la quale comunicare gli interventi da loro attivati, e ottenere così la riduzione del premio da versare ad Inail».

    Il numero di imprese riconosciute virtuose a seguito dell’istanza per l’agevolazione tariffaria (per meriti di prevenzione), si legge nella relazione, continua a crescere: “…sono state 29.000 nel 2010, 34.000 nel 2011, 41.000 nel 2012; le istanze presentate nel 2013 per interventi effettuati nel 2012 sono circa 71.000. La riduzione complessiva dei premi è stata nel 2012 di oltre 300 milioni (era stata di 155 milioni nel 2010 e di 274 milioni nel 2011)”.

    Inail in Liguria, finanziamenti alle imprese e prestazioni sanitarie

    erzelli-progetti-edilizia-lavoro-sicurezza-cantiere-d7Per quanto riguarda i finanziamenti economici alle imprese, lo strumento principale sono i bandi di finanziamento per incentivi alla sicurezza (ISI). Nel 2013 l’intervento di Inail è stato più consistente in confronto ai bandi precedenti sia a livello nazionale, con 307 milioni di euro stanziati, sia a livello regionale, con 9.098.608 di euro destinati alla nostra regione. A seguito del click-day, svoltosi il 29 maggio 2014 in Liguria, le imprese collocatesi in posizione utile per conseguire il finanziamento sono state 160, a fronte di un numero complessivo di 310 aziende che hanno inviato la domanda telematicamente.

    Dunque, non tutti i possibili destinatari riescono ad usufruire del bando ISI, per diversi motivi. Innanzitutto bisogna premettere che, in generale l’Italia ed in particolare la Liguria, si caratterizzano per l’assenza di una sufficiente cultura ricettiva rispetto a tali opportunità di finanziamento. Tuttoggi, infatti, la prevenzione spesso assume i connotati soltanto di un costo. La responsabilita è anche delle istituzioni, chiamate ad implementare le fonti di accesso a questo tipo di informazioni.
    «Da 2-3 anni le procedure sono online, e nella prima fase ciò ha comportato alcuni problemi, poi risolti – sottolinea il responsabile regionale Sidoti – Comunque, il primo passo è il click-day. La richiesta è notevole, ma non tutte le risorse sono state erogate. Inail deve verificare le domande e la rispondenza dei progetti a requisiti amministrativi e tecnici, inoltre i finanziamenti vengono erogati in base alla rendicontazione degli interventi effettivamente realizzati. La finalità dei bandi ISI è il miglioramento delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, ad esempio tramite la sostituzione e/o l’adeguamento di macchinari, materiali, ecc.».
    Per favorire gli investimenti in prevenzione delle piccole e medie imprese – le realtà produttive più presenti in Liguria – da quest’anno Inail mette a disposizione il bando di finanziamento FIPIT (per progetti di innovazione tecnologica), a livello nazionale circa 30 milioni di euro, per la Liguria 775 mila euro. Agricoltura, edilizia, e lapidei (settore estrattivo), sono i tre settori a cui devono appartenere le aziende (piccole e micro, anche individuali purchè iscritte all’Inail) per poter beneficiare del finanziamento. Dal 3 novembre 2014 e fino alle ore 18.00 del 3 dicembre 2014 le imprese hanno a disposizione, nella sezione Servizi online del sito web di Inail, una procedura informatica per inserire la domanda di partecipazione, secondo le modalità previste dal bando.

    L’Inail fino alla riforma del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), nel 1978, erogava anche molteplici prestazioni sanitarie ai propri assicurati, a partire da cure mediche e chirurgiche per tutta la durata dell’inabilità temporanea ed anche dopo la guarigione clinica. La L. 833/78, però, ha sancito che tutti i compiti in materia di promozione, mantenimento, e recupero della salute di tutta la popolazione fossero trasferiti al SSN, ivi compresa l’attività di assistenza ospedaliera degli Enti previdenziali. Di conseguenza Inail ha ceduto alle Regioni i propri Centri traumatologici ospedalieri (CTO), e ha conservato le competenze relative alla sola fornitura di apparecchi protesici e di presidi sanitari (realizzati al Centro protesi di Vigorso di Budrio, in provincia di Bologna), alla concessione di cure idrofangotermali ed elioterapiche, oltre che le funzioni concernenti le attività medico-legali ed i relativi accertamenti e certificazioni.
    «Con la Regione Liguria da tanti anni esiste una convenzione che presso gli ambulatori di tutte le sedi Asl consente l’erogazione delle prime cure agli infortunati Inail – spiega il direttore Sidoti – Inoltre, nell’ambito della medesima convenzione, Inail eroga, presso alcuni suoi ambulatori, prestazioni di riabilitazione fisiochinesi terapiche. Recentemente abbiamo firmato con la Regione un nuovo accordo (protocollo d’intesa del 26 marzo 2013) per l’erogazione di prestazioni riabilitative integrative. I Lea (livelli essenziali di assistenza) restano a carico del Servizio Sanitario Nazionale, mentre i Lia (livelli integrativi di assistenza), per quanto riguarda gli infortunati sul lavoro, nel prossimo futuro saranno a carico dell’Inail. Oggi abbiamo già contattato diverse strutture accreditate per stipulare apposite convenzioni».
    A livello nazionale “Nel 2013 sono state effettuate circa 7 milioni e mezzo di “prestazioni sanitarie” – leggiamo nella relazione – le prestazioni per “prime cure” effettuate presso i 131 ambulatori dell’Inail sono state circa 683 mila, 70.000 in più dello scorso anno, di cui il 95% richieste a seguito di infortuni (la quota residua per malattia professionale). Sono state fornite a 2.800 pazienti circa 95.000 prestazioni riabilitative e 7.040 visite fisiatriche negli 11 centri di fisioterapia attivi in 5 Regioni; il Centro protesi di Vigorso di Budrio ha registrato l’afflusso di 11.000 assistiti”.

     

    Matteo Quadrone

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  • Pra’, al via i lavori per il Parco Lungo. La corsa contro il tempo del Comune dopo anni di immobilismo

    Pra’, al via i lavori per il Parco Lungo. La corsa contro il tempo del Comune dopo anni di immobilismo

    cantiere-stazione-praL’onda lunga dell’alluvione rischia di estendersi fino a Pra’. Secondo alcune notizie circolate nei giorni scorsi, l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Renzo Guccinelli, starebbe pensando di recuperare alcune risorse per le imprese, disastrate dalle ultime catastrofi ambientali, dai lavori non ancora conclusi dei Por. Tra questi, appunto, gli interventi più sostanziosi della riqualificazione di Pra’ marina. Un rischio che ha subito messo in allarme i consiglieri comunali Caratozzolo (Pd), Repetto (Udc) e Pastorino (Sel) che hanno chiesto all’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, quali siano le azioni che l’amministrazione ha intenzione di mettere in campo per scongiurare quella che sarebbe «una vera e propria iattura per tutta la città».

    «Non vogliamo porci in contrapposizione con la Regione – ha esordito l’assessore Crivello – perché siamo ben consapevoli di quanto sia importante tutelare le imprese in questo momento ma i fondi vanno individuati altrove, non si possono cercare nella realtà dei Por». In sintesi, i soldi di Pra’ restino a Pra’. Per passare dalle parole ai fatti, tuttavia, c’è bisogno di una concreta velocizzazione dell’apertura dei cantieri. Anche su questo punto Crivello vede positivo e annuncia la richiesta all’Europa di una proroga sul termine inflessibile di fine 2015: «È indubbio che stiamo continuando a lavorare sul filo e che dovremmo proseguire ventre a terra ma, per non rischiare di andare lunghi, proprio oggi (ieri per chi legge, NdR) abbiamo scritto con il sindaco una lettera a Burlando e Guccinelli chiedendo che si facciano intermediari con l’Europa per una richiesta di proroga, in virtù della situazione di emergenza che stiamo vivendo sul territorio. E per questo chiediamo una mano anche ai parlamentari liguri nazionali ed europei».

    pra-canale-calma-fascia-rispetto-3Il rischio, però, è che quella dell’alluvione diventi una coperta per nascondere altre responsabilità. Se, infatti, è vero che il Por di Pra’ ha subito una serie di rallentamenti non imputabili all’amministrazione (ritrovamento di amianto, richieste di variante al progetto iniziale, ostacoli burocratici da Regione e Provincia) è altrettanto vero che il progetto è in ballo ormai da sei anni: «Rischiamo di perdere 15 milioni di euro per un territorio che ha patito tutto il patibile – commenta con rabbia il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – e adesso andiamo a dire ai cittadini “scusate, ci siamo sbagliati”? Sinceramente non credo che si possa realmente tornare indietro perché per alcuni lavori siamo arrivati alla firma dei contratti, ci sono gare ormai aggiudicate e si dovrebbero pagare penali salatissime in caso di revoche. Qualche preoccupazione in più c’è sicuramente per quei lavori che devono ancora essere assegnati. Ma non è possibile arrivare sempre all’ultimo secondo: non credo sia normale dover ancora far partire i lavori a un anno dalla scadenza. Non è più possibile andare avanti così: siamo un Paese troppo contorto, bisogna semplificare le procedure, nel rispetto della legge, perché la gente non le capisce e non le accetta più».

    «Non credo – ha replicato Crivello, di cui tutti hanno sottolineato la determinatezza a portare a compimento questi lavori – che la richiesta di proroga oggi possa essere considerata una giustificazione non realistica e non concreta: basta spostarsi pochi chilometri da Pra’ per capire come sia critica la situazione in Val Cerusa. Gli uffici tecnici che si stanno occupando dell’emergenza frane sono gli stessi che dovrebbero seguire le pratiche dei Por. Sarebbe un paradosso perdere quei soldi in una situazione in cui abbiamo visto riconosciuto uno stato di calamità per l’alluvione dei primi di ottobre e ne abbiamo chiesto altri per le successive. Non credo che l’Europa possa, da un lato, riconoscere la tragedia e, dall’altro, non considerare l’evento come straordinario negando una proroga di alcuni mesi».

    In attesa dell’eventuale proroga, la prima parte dei lavori del Parco Lungo dovrebbe essere contrattualizzata con la ditta Unieco entro dicembre: l’amministrazione sembra essere intenzionata a chiedere la calendarizzazione dei lavori sul doppio turno giornaliero, con una serie di premialità in corso d’opera per la riduzione dei tempi di consegna. Entro fine gennaio dovrebbero partire anche la seconda parte di lavori per il Parco lungo e i cantieri del Parco di Ponente, la cui gara verrà pubblicata la prossima settimana. In questo caso, come per il nuovo approdo Navebus (gara in partenza entro la metà di dicembre, apertura offerte a metà febbraio, inizio lavori a marzo), i tempi di realizzazione sono più brevi e la consegna dovrebbe arrivare entro settembre/ottobre 2015. L’obiettivo, almeno per il momento, resta fissato a fine dicembre 2015 come per tutti gli altri Por, pena restituzione all’Europa dei fondi non utilizzati e di quelli già investiti.

    Simone D’Ambrosio

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  • Smart RainFall, misurare le precipitazioni in tempo reale con le parabole satellitari

    Smart RainFall, misurare le precipitazioni in tempo reale con le parabole satellitari

    alluvione6-DITante volte, ahinoi, in questo funesto autunno ci siamo imbattuti nella ricerca di informazioni per quanto riguarda le precipitazioni. Previsioni d’ogni sorta, quelle “ufficiali” formulate dall’Arpal e quelle disponibili nei tanti siti e nelle tante applicazioni meteo. Tra un’allerta e l’altra, nelle scorse settimane Era Superba si è guardata intorno e ha scoperto che proprio un’azienda genovese, insieme all’Università di Genova, sta lavorando ad un progetto innovativo. Non una soluzione definitiva, certamente, ma qualcosa che parte da un punto di vista diverso da quelli conosciuti e che può integrare le strumentazioni attualmente a disposizione. Abbiamo chiesto di raccontarci la storia di Smart RainFall System ad Andrea Caridi di Darts Engineering srl e al Professor Daniele Caviglia dell’Università di Genova.

    Che cosa è Smart RainFall System?

    Uno strumento per il monitoraggio delle precipitazioni in tempo reale. «Ciò significa che ci collochiamo – spiega Caridi – in uno spazio ben preciso che non è quello della previsione ma del monitoraggio». Lo scopo non è prevedere che tempo farà domani ma monitorare con precisione quello che sta accadendo in quel preciso momento.
    Due gli elementi di innovazione del sistema rispetto agli strumenti che vengono utilizzati normalmente. Il primo è il fatto che la misurazione sia effettuata in real time, le strumentazioni utilizzate oggi, infatti, forniscono nuovi dati secondo scadenze, cioè ogni 10 minuti, ad esempio.
    Il secondo elemento è rappresentato dalla possibilità di poter localizzare in maniera fine, dettagliata l’evento atmosferico, cioè può fornire mappe pluviometriche (quelle che ci siamo ormai abituati a vedere sempre più spesso come immagine correlata alle notizie) ad alta risoluzione. Questo perché il sistema progettato utilizza dati provenienti dalle parabole satellitari, che permettono di raccogliere informazioni su ciò che sta accadendo intorno a loro in tempo reale nello spazio fra esse e il satellite – in media 36mila km separano parabola e satellite – «il fenomeno precipitativo avviene più vicino alla terra, tipicamente si tratta di 3/6 chilometri difronte alla parabola, questo permette di avere quei dati precisi e dettagliati» spiega Caridi.
    L’analisi del segnale satellitare fornisce il numero in millimetri orari di pioggia caduta in tempo reale. Il sistema funziona quanto più è fitto di parabole, «mettendo insieme i dati di diversi satelliti è possibile costruire una mappa pluviometrica il più possibile dettagliata», aggiunge il prof Caviglia.
    Le parabole già ci sono sui nostri tetti o balconi, basterebbe posizionare su di loro il sensore che raccoglie i dati e li mette in rete.
    Si tratterebbe di una soluzione poco costosa dato che l’infrastruttura esiste, manca il “raccoglitore, elaboratore e distributore” delle informazioni. Questo strumento, grosso come una scatola di caramelle, è al centro del lavoro di Darts e Università. Si tratta di inserire fra decoder e satellite il sensore che raccoglie i dati, elabora le mappe e le mette a disposizione su internet. «Il nostro dato può essere inserito nei sistemi attuali dei modelli idrologici per dare una previsione a brevissimo termine di quello che succederà al suolo – continua Caridi – non diventa uno strumento di previsione ma dà l’opportunità ad altri di esserlo, apre molte porte al sistema di previsione».
    Senza contare che avere i dati in tempo reale disponibili sul web, potrebbe aprire altre strade riguardo alla comunicazione durante le emergenze, i dati sarebbero certo nelle mani dei tecnici e studiosi, ma potrebbero essere destinate anche alle istituzioni per una tempestiva comunicazione e ai media, ad esempio, fino al singolo cittadino.

    Come avvengono oggi le previsioni meteo?

    Oggi non vediamo informazioni in tempo reale, sottolineano da Darts, le mappe che vediamo sono aggiornate normalmente con scadenza di una decina di minuti e non sono così dettagliate rispetto al territorio. Radar e pluviometri non possono da soli essere così precisi. Il Radar (in Liguria ne abbiamo uno che monitora l’intera regione) è uno “scanner” spaziale che ci racconta che succede in una zona con un raggio di circa un chilometro, e impiega del tempo a visionare tutta la regione. I pluviometri (circa 200 in Liguria) sono, in parole povere, dei “secchi” che informano su quanto sta piovendo in quella precisa zona nella quale si trovano.

    Pare proprio che Smart RainFall possa rappresentare un aiuto concreto nel monitoraggio delle precipitazioni. Nel frattempo è partita una sperimentazione sulle città di Genova e Firenze, che proseguirà almeno per 12 mesi ed è stato depositato un brevetto congiunto fra Darts e Università sia a livello italiano che europeo che è in attesa di esito.

    Smart RainFall è parte di un progetto più ampio co-finanziato dalla Regione il cui tema è la mobilità urbana. Ultima novità la fondazione di uno spin off universitario che si configurerà come una start up (Artýs – Advanced enviRonmental moniToring and analYsis Systems) orientata a fornire servizi innovativi nell’ambito del monitoraggio ambientale.
    L’obiettivo è quello di poter coinvolgere la cittadinanza che può diventare parte attiva nella complesso tema della sicurezza urbana, magari proprio offrendo la  parabola sul terrazzo per l’installazione del sistema.

    Vedremo, intanto aspettiamo i primi report sull’attività di sperimentazione.

    Claudia Dani

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  • Valletta Carbonara, il sogno dei cittadini può diventare realtà. Via libera a verde e orti urbani?

    Valletta Carbonara, il sogno dei cittadini può diventare realtà. Via libera a verde e orti urbani?

    Valletta Carbonara San NicolaIl futuro della Valletta San Nicola (o Carbonara) ci è sempre stato a cuore. Sarà perché si intravede la possibilità di recuperare uno dei pochi polmoni verdi così preziosi rimasti in città, sarà perché questo recupero muove imprescindibilmente da un progetto nato dai cittadini, quella politica dal basso che tanto sosteniamo e che, per una volta, può effettivamente avere uno sbocco concreto. Fatto sta che su Era Superba abbiamo sempre dato conto dell’iter istituzionale che, finalmente, sembra aver piantato un mattoncino importante per quest’aera, che sorge alle spalle dell’Albergo dei Poveri e sale fino alla collina di San Nicola, che per decenni ha ospitato le serre comunali.

    Qualche settimana fa la giunta ha approvato una delibera che dà il via libera a un nuovo contratto d’affitto fino alla fine del 2015 tra l’amministrazione, beneficiaria dei terreni, e l’Istituto Brignole, proprietario. Si tratta, in sostanza, della riproposizione di un accordo esistente fin dal 1970 e rinnovato tacitamente fino a fine 2001 quando l’Istituto inviò una lettera di sfratto al Comune. In realtà, l’area non è mai stata totalmente abbandonata per la necessità da parte di Tursi di mantenere in loco il vivaio pubblico (compresa la storica collezione di felci e piante tropicali) nonché alcune attività di rimessaggio di Amiu. Questa situazione, tuttavia, ha dato luogo a un complicato contenzioso tra Comune e Regione, da cui dipende l’Istituto Brignole, nel momento in cui quest’ultimo è stato messo in liquidazione a fine 2012.

    «La vertenza per quanto riguarda il pregresso – spiega Simone Leoncini, presidente del Municipio I Centro Est – è piuttosto complicata e, di conseguenza, l’iter per l’accordo di programma va un po’ a rilento. Ma il Patrimonio e l’Istituto Brignole stanno ragionando su alcune permute che potrebbero far chiudere anche questo capitolo e arrivare alla quantificazione del diritto di superficie a lunga durata in favore del Comune».

    La soluzione definitiva è sancita proprio dalla delibera accennata ma è maturata soprattutto in virtù del confermato orientamento da parte di Tursi a non modificare l’attuale destinazione d’uso agricola e di verde pubblico dell’area (prevista anche nel nuovo Puc) in favore di speculazioni edilizie, dando attuazione a quanto previsto dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e dalla volontà testamentaria del primo proprietario, Emanuele Brignole. In attesa di una soluzione del pregresso (ovvero gli ultimi 13 anni di occupazione della Valletta da parte del Comune) e della sigla di un contratto di locazione a lunga gittata o di un diritto di superficie il più possibile permanente, la Regione ha dato il proprio nulla osta per concedere nuovamente l’area in affitto al Comune fino alla fine del prossimo anno, escludendola di fatto dai beni alienabili da parte del liquidatore dell’Istituto Brignole.

    L’accordo tra istituzioni

    Impensabile, tuttavia, che gli oltre 25 mila metri quadrati continuino a restare semi-abbandonati, fatte salve quelle poche aree di diretto interesse per l’amministrazione. Ecco, allora, che contestualmente al nuovo contratto di locazione tra Comune e Istituto Brignole, la delibera approvata in giunta dà il via libera anche a un accordo di indirizzo tra tutti gli enti interessanti alla gestione e alla valorizzazione degli spazi. Tra questi, infatti, c’è anche l’Università che sta completando la riqualificazione del confinante complesso monumentale dell’Albergo dei Poveri, su cui l’ateneo ha acquisito il diritto di superficie per i prossimi 50 anni, e che si è detta pronta a mettere a disposizione il proprio know-how a supporto delle nuove attività che coinvolgeranno la Valletta in cambio di qualche spazio verde per il nascente Campus.
    Regione e Comune, invece, si sono impegnati a ricercare finanziamenti pubblici, magari sotto forma di bando europeo, per la copertura degli investimenti necessari alla realizzazione del progetto che verrà.

    La proposta

    Ma qual è il progetto che le istituzioni hanno in mente per riqualificare la Valletta? Negli accordi fin qui siglati di certo resta solo la vocazione agricola e il verde pubblico, il resto è ancora tutto molto fumoso. Sul futuro dell’area, si sa, sta lavorando ormai da parecchio tempo il comitato “Le Serre”. La proposta dei cittadini (qui l’approfondimento) punta molto sulla gestione partecipata del verde pubblico, con la realizzazione di orti urbani che fungano da naturale spazio di aggregazione sociale, affiancati ad attività ricreative, didattiche e turistiche, con la valorizzazione delle serre storiche, e produttive, attraverso l’insediamento di un polo botanico per la produzione orticola e vivaistica prettamente locale. Alcune attività sono meglio delineate in una mozione, presentata da Marianna Pederzolli (Lista Doria) e approvata a larga maggioranza dal Consiglio comunale a giugno 2013, in cui si fa esplicito riferimento all’assegnazione in comodato d’uso gratuito di alcune aree a progetti innovativi nel settore della green economy, della ricerca e della produzione agro-alimentare. Inoltre, si prevede la realizzazione di un Osservatorio del paesaggio rurale, con la regia delle facoltà umanistiche dell’Università e dell’Orto botanico, che funga da coordinatore e promotore di azioni di valorizzazione del patrimonio culturale, urbanistico e rurale della città, e si impegnano sindaco e giunta a inserire il complesso della Valletta Carbonara – San Nicola, una volta recuperato, all’interno dei percorsi museali del centro di Genova.

    «Proprio venerdì scorso – ci racconta Leoncini – abbiamo fatto un incontro all’assessorato all’Ambiente a cui ha partecipato anche il comitato Le Serre. Dal momento che l’area è passata fino a fine 2015 tutta al Comune dobbiamo iniziare a capire come far diventare da subito protagonisti i cittadini: certamente si può partire con una pulizia accurata degli spazi ma l’obiettivo è quello di giungere all’affido almeno di una parte del verde. Insomma, le cose si stanno muovendo e presto faremo un altro sopralluogo».

    «Finalmente riprende quel percorso partecipativo che speriamo ci permetta di entrare a pulire e zappare un po’ la terra veramente a breve» conferma Franco Montagnani del comitato “Le Serre”. «Dopo i primi passi della primavera scorsa, il confronto si era un po’ bloccato per dar modo al Comune di chiudere l’accordo con l’Istituto Brignole. Adesso possiamo tornare alla carica chiedendo l’affido della Valletta, in modo da poter iniziare a valorizzare questo bene pubblico insieme con altre associazioni. Anche perché oltre all’affitto fino a fine 2015 ci sono ipotesi concrete per il futuro diritto di superficie».

    Ci stiamo, dunque, avvicinando quantomeno a un primo riuso temporaneo (tema che tratteremo ampiamente nel prossimo numero della nostra rivista, Era Superba 57, in uscita l’1 dicembre) che, con tutta probabilità, potrebbe aprire le porte alla riqualificazione complessiva e definitiva di un’area che sarebbe malauguratamente dovuta diventare un parcheggio e che, grazie alla spinta dei cittadini, al sostegno del Municipio Centro Est e all’ascolto di Consiglio e Giunta comunali, sta per tornare in un certo qual modo alla sua vocazione naturale. Un esempio virtuoso che può servire da sprone per tante altre aree abbandonate o sottoutilizzate che in città, certo, non mancano.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Carmine, fra vicoli dissestati e progetti fermi al palo. Il piccolo borgo riparte da Freak Antoni

    Carmine, fra vicoli dissestati e progetti fermi al palo. Il piccolo borgo riparte da Freak Antoni

    Borgo del Carmine, GenovaAd un anno dal nostro ultimo sopralluogo, #EraOnTheRoad torna al Carmine per documentare non solo lo stato di avanzamento degli ambiziosi progetti di abitanti ed associazioni per rivitalizzare questo bellissimo e prezioso angolo di Genova, ma anche la gravità del dissesto delle creuze, che negli ultimi mesi ha raggiunto dimensioni e velocità molto preoccupanti, una vera e propria emergenza.

    Arrivati in Piazza del Carmine ci dirigiamo in Piazza della Giuggiola dove abbiamo appuntamento con Marta Nadile, abitante del quartiere e titolare della “Giuggiola”, un laboratorio-negozio di abbigliamento; Marta è anche membro del Cantiere Idee per il Carmine, un attivo gruppo di residenti che si è da tempo distinto per le proposte e le attività poste in essere al fine di riqualificare la vita del quartiere. Già in Salita San Bernardino possiamo notare un certo dissesto della mattonata e delle pietre di fiume che costituiscono la pavimentazione storica di questi vicoli, oltre a vistose riparazioni realizzate alla meglio con asfalto e cemento.
    Ma è solo arrivando in Vico della Giuggiola che si può notare tutta la gravità della situazione: avvallamenti, buchi e piccole voragini rosicchiano la creuza, rendendo necessario muoversi con una certa attenzione per evitare storte o cadute.

    Purtroppo non va meglio in piazza, dove trovo Marta nel suo laboratorio; si tratta di uno spazio articolato in due ambienti, in uno dei quali spesso vengono ospitate mostre ed eventi culturali. Attualmente si può apprezzare una mostra di oggetti, dischi e foto dedicata allo scomparso cantante Freak Antoni, ma scopriremo più avanti qual è il legame fra questo personaggio e la zona della Giuggiola.

    Dissesto pavimentazione al CarmineMarta ci spiega che la situazione è piuttosto grave, va avanti da anni, ma negli ultimi sei mesi l’accelerazione del processo si è fatta veramente preoccupante. «Il problema– spiega –ha una doppia natura: da una parte, come in tutte le zone collinari del centro storico, ci sono dei rivi sotterranei che scorrono in dei canali costruiti centinaia di anni fa dei quali sostanzialmente non sappiamo lo stato di conservazione, ma il problema più grande sono i lavori avvenuti nel 2010 per un intervento sul sistema fognario. Questo intervento, realizzato dalla COSME Srl, è stato fatto in maniera non adeguata, e ci siamo subito resi conto di questa situazione. Il problema è stato il ripristino della pavimentazione che non è avvenuto assolutamente a regola d’arte, come abbiamo documentato fotograficamente e segnalato in Comune già allora inviando mail ripetute quando i lavori erano ancora in corso: non abbiamo mai ricevuto risposta. In molti punti sono sparite le originali pietre di fiume che componevano l’acciottolato, sono stati fatti rattoppi di cemento e asfalto che in breve si sono sgretolati, determinando un progressivo susseguirsi di crolli e piccole voragini».
    Marta mi fa notare, come esempio dello stile con cui sono stati condotti questi lavori del 2010, come la mattonata ad un certo punto sia stata interrotta da una gettata di cemento: «Nelle condizioni attuali l’accesso alla piazza rischia di essere proibitivo per persone con ridotte capacità motorie; recentemente è scomparso un anziano residente che negli ultimi tempi era costretto a spostarsi con una stampella, se fosse ancora qua non so come avrebbe fatto».

    Oltre al degrado grave della strada la cosa che preoccupa i residenti sono anche le lunghe crepe sul muro di Vico della Giuggiola: «Terranno questi muraglioni?», si chiede preoccupata Marta. «Oggi – continua – grazie all’interessamento dei media al problema e all’intervento della signora Valentina del sindacato dei piccoli proprietari che ha tempestato l’assessore Crivello di messaggi, abbiamo ottenuto un incontro con preventivo sopralluogo di tecnici comunali: ci hanno garantito che i lavori sarebbero iniziati in una decina di giorni. Non è la prima volta che ci dicono cose simili, e abbiamo paura che passino i mesi senza che accada nulla, come è già successo in passato; non è un problema di soldi, perché pare che i fondi ci siano effettivamente. La nostra preoccupazione è poi non solo che i lavori vengano fatti in fretta, ma soprattutto che vengano fatti in maniera adeguata, è un vero peccato trattare così una piazza di questo valore estetico e storico». Abbiamo poi raggiunto telefonicamente Stefano Bruzzone, responsabile dell’associazione Cantiere Idee per il Carmine, al quale abbiamo chiesto quale sia dal suo punto di vista la situazione, e a che punto sono i progetti di riutilizzo delle aree al centro dei loro progetti: «Attualmente gli sforzi del Cantiere sono rivolti prima di tutto all’emergenza Giuggiola, che per fortuna non è estesa con la stessa gravità ad altre zone del quartiere, che rispetto a tanti anni fa ha comunque un’altra faccia. Il mercato è stato rifatto, la piazza pedonalizzata, benché ci si trovino spesso macchine che non dovrebbero esserci, moltissimi palazzi hanno rifatto le facciate che una volta erano cadenti, insomma non ci sono solo novità negative; trovare un posto in affitto qua non è facile, la gente vuole venire a vivere qua. Un’altra direzione nella quale sono incanalate le residue forze dell’associazione è la realizzazione di “I love Freak: piazza della Giuggiola, un piccolo mondo da salvare”, un evento dedicato alla scomparsa voce degli Skiantos, che durante la Notte Bianca del 2008 fece uno storico concerto in piazza della Giuggiola».

    «Freak – spiega Stefano- era un mio caro amico e tornò spesso in Piazza della Giuggiola, ad esempio quando era di passaggio per un concerto in zona spesso si fermava a dormire da me, che abito proprio lì. L’idea è quella di attirare l’attenzione sul quartiere grazie alla memoria di personaggi che lo hanno amato per preservarlo e, se possibile, migliorarlo. Cerchiamo di creare una reazione ed un coinvolgimento simile a quella che si creò con i primi “Mi hanno rubato il prete”, la manifestazione che da tanti anni testimonia l’affetto del quartiere per Don Gallo, che come è noto fu l’amato parroco del Carmine fino al 1970».

    «Per quanto concerne gli altri progetti del Cantiere, come quelli che riguardano la Chiesa sconsacrata di San Bartolomeo in Piazza dell’Olivella o l’Abbazia di San Bernardino in cima all’omonima salita, purtroppo al momento sono destinati a rimanere tali per carenza di tempo e forze. Il Cantiere Idee è un piccolo gruppo, e poi purtroppo sono recentemente scomparsi due storici soci ormai in là con gli anni, sottraendo altre preziose energie al gruppo. Al momento dunque abbiamo accantonato quelle idee, ma non è detto che lo rimangano per sempre».
    Nel frattempo ci auguriamo che il Comune, pur in una fase in cui Genova vive la generalizzata emergenza dell’alluvione, non trascuri la manutenzione di un gioiello nascosto del cuore della città come è Piazza della Giuggiola.

    Carlo Ramoino

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  • Pedonalizzazione aree scolastiche, si riparte dall’esperimento di via Vallechiara?

    Pedonalizzazione aree scolastiche, si riparte dall’esperimento di via Vallechiara?

    largo-zecca-vallechiaraLa pedonalizzazione di via Vallechiara non incide negativamente sul traffico in zona Annunziata. O almeno non lo fa in maniera particolarmente significativa. È questa la sostanza di quanto riportato ieri pomeriggio in Consiglio comunale dall’assessore alla mobilità Anna Maria Dagnino in risposta a tre articoli 54 proposti dai consiglieri De Benedictis (Gruppo Misto), Nicolella (Lista Doria) e Lauro (Pdl – Forza Italia).
    Il provvedimento, arrivato a fine estate, aveva trovato diverse motivazioni tutte molto condivisibili. Intanto l’opportunità per centinaia di alunni di scuole elementari, medie, superiori e pure di un asilo, di giungere a destinazione in assoluta sicurezza, magari sfruttando uno dei tanti strumenti di mobilità sostenibile che hanno sempre più successo in città come il Pedibus. Un vantaggio anche dal punto di vista dell’attrattività turistica con un collegamento più immediato da Strada Nuova, e quindi da piazza De Ferrari, oppure dal Centro Storico verso il caratteristico borgo del Carmine. Infine, un’opportunità anche per “allungare” la pista ciclabile di via XX Settembre di prossima realizzazione.

    «Grazie al sistema di monitoraggio del percorso degli autobus – ha detto l’assessore in Sala Rossa – abbiamo dati molto precisi sul traffico che ci confermano la bontà delle scelte fatte quest’estate: il traffico in discesa da via Brignole De Ferrari e via Polleri in direzione piazza dell’Annunziata ha subito al massimo un rallentamento di 3, 4 minuti nelle ore di punta, su un tratto di circa 300 metri di lunghezza. Un sacrificio a mio avviso ampiamente sostenibile in virtù dei vantaggi che la chiusura di via Vallechiara ha portato ai cittadini, soprattutto dal punto di vista della messa in sicurezza di un percorso che porta a diverse scuole».

    La strada era stata chiusa durante i lavori di riqualificazione dei marciapiedi davanti all’istituto scolastico “Vittorio Emanuele II – Jacopo Ruffini” per rispondere a una richiesta di genitori e dirigente scolastico che giaceva inascoltata da anni: nei periodi del cantiere si è visto che la modifica temporanea della viabilità non creava particolari disagi al traffico tanto da poterla renderla definitiva. E i dati riportati ieri dall’assessore Dagnino sembrano fugare anche i dubbi di chi lamentava che i test fossero stati fatti con il sole estivo e non con la pioggia invernale che tradizionalmente congestiona la circolazione.

    L’opportunità della pedonalizzazione di via Vallechiara è tornata a far discutere ieri in Consiglio comunale soprattutto in seguito ad alcuni articoli della stampa cittadina che davano voce al malcontento degli automobilisti, da un lato, che si sentono penalizzati dall’allungamento del percorso e di alcuni commercianti, dall’altro, che si sentono tagliati fuori dalla circolazione (un concetto, in realtà, difficile da comprendere dato che anche prima della pedonalizzazione lo stretto collegamento stradale non consentiva certo la sosta delle vetture per fare shopping).

    «Non tutti i commercianti chiedono al Comune di tornare indietro – ha detto nel suo intervento la consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella, tra le principali fautrici della pedonalizzazione – perché sono ben consapevoli che, quando era aperta al traffico, via Vallechiara si trasformava in una sorta di camera a gas nelle ore di punta a causa dei veicoli fermi in coda al semaforo e con il motore acceso. Anche negli orari più tranquilli la situazione era pericolosa perché il semaforo verde in fondo alla via invitava gli automobilisti ad accelerare aumentando il rischio per i pedoni sullo stretto marciapiede. La pedonalizzazione di via Vallechiara si inserisce perfettamente nelle linee programmatiche dell’amministrazione ed è un ottimo esempio da tenere presente in altre zone della città che devono essere sottoposte a interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria per la messa in sicurezza di passaggi pedonali particolarmente delicati».

    La consigliera di Lista Doria ha addirittura rilanciato: «Questo intervento ha costituito un enorme beneficio per il quartiere, in termini di fruibilità e di sicurezza soprattutto per i bambini e ragazzi che entrano ed escono dalle scuole. Ci piacerebbe vedere realizzata una riqualificazione più completa della zona che identifichi la pedonalizzazione anche dal punto di vista dell’architettura urbana. Penso, ad esempio, a un’ottimizzazione dell’illuminazione e a una risistemazione del manto stradale».
    Un’idea che piace anche all’assessore Dagnino ma che ha il solito grande ostacolo: i soldi. «Al momento gli strumenti con cui è stata delimitata l’area pedonale sono da considerare provvisori: era però necessario creare una barriera evidente in modo che gli automobilisti non potessero sbagliarsi. Sicuramente ora dobbiamo cercare un po’ di soldi per poter abbellire il nuovo percorso anche dal punto di vista estetico. Sono, invece, piuttosto dubbiosa sull’eliminazione dei marciapiedi e il loro livellamento al piano strada: certo, potremmo togliere il cemento dalla corsia centrale e sostituirlo con un bel selciato, ma non livellerei tutto in modo che, in caso di future emergenze, il percorso possa essere riaperto anche alle vetture».

    Ma se è vero che via Vallechiara non può salire sul banco degli imputati, come si spiegano, allora, le sempre infinite code in una zona cruciale del traffico cittadino, soprattutto nelle ore di punta. «La colpa – ammette l’assessore Dagnino – è del doppio attraversamento di via delle Fontane che rallenta notevolmente il traffico perché costituisce una sorta di flusso continuo di pedoni. E una parte dei problemi credo vada addossata anche alla rotonda di piazza dell’Annunziata: personalmente non sono una grande sostenitrice delle rotonde soprattutto in zone così strette e critiche per la mobilità urbana. Infine, non dobbiamo dimenticare che la zona è stata ultimamente interessata da un intervento di Iren nel sottosuolo piuttosto invasivo. Resta comunque il fatto che la mobilità di questo nodo cruciale per la città abbia bisogno di qualche ritocco».
    Quali provvedimenti potrebbe prendere l’amministrazione per agevolare il traffico veicolare? «Facciamo tante Commissioni inutili – ha commentato il capogruppo Pdl Lilli Lauro – forse sarebbe il caso di convocarne una per decidere a tavolino come risolvere una volta per tutte questo nodo cruciale per il centro città». Sempre che una soluzione ci sia, oltre a quella di lasciare l’auto a casa.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Case popolari, fra alloggi sfitti e abusivismo si rischia una guerra fra poveri

    Case popolari, fra alloggi sfitti e abusivismo si rischia una guerra fra poveri

    arizona-molassana-edilizia-popolare-caseNelle periferie italiane sale la tensione, e tra insicurezza e abusivismo il risultato è una guerra tra poveri. I casi di Roma e Milano sono sulle pagine di tutti i giornali, simbolo di una disperazione alle stelle nei quartieri popolari delle grandi città, dove anno dopo anno si è accumulato un disagio sociale crescente, in zone già prive di servizi essenziali. Anche Genova non è esente da questo processo, ma qui per fortuna la conflittualità non ha ancora raggiunto il livello di guardia. Tuttavia, alcuni segnali indicano un pericolo concreto, se come sembra, l’intervento delle istituzioni si limiterà soltanto al fattore repressivo. Ci riferiamo in particolare al nuovo piano sgomberi del Comune di Genova, volto a stroncare il fenomeno delle occupazioni abusive delle case popolari. Parliamo ufficialmente di una trentina di occupanti abusivi segnalati al Comune e all’Azienda regionale territoriale per l’edilizia (Arte), anche se le occupazioni effettive sarebbero un numero più elevato – circa un centinaio – e presumibilmente in aumento.

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaI comitati di residenti, infatti, denunciano il dilagare di tale pratica, mentre il movimento di lotta per il diritto alla casa – che a Genova, va detto, si è concentrato soprattutto sull’occupazione di appartamenti sfitti proprietà di enti pubblici e privati, ad esempio talune fondazioni religiose – rivendica la legittimità di ogni azione finalizzata a dare risposta alla cosiddetta emergenza abitativa. Onde evitare manifestazioni di protesta «Il Comune, a partire da novembre, non darà più alcuna comunicazione agli occupanti abusivi in merito alla data e all’ora dello sgombero, il quale potrà avvenire in qualsiasi momento», hanno recentemente annunciato in commissione consiliare Welfare i responsabili dell’Ufficio Casa. «Appena la Polizia Municipale accerta l’occupazione abusiva gli occupanti vengono denunciati. In seguito del verbale dei vigili l’Ufficio Casa emette un provvedimento di rilascio dando 30 giorni per la riconsegna bonaria, ma spesso gli occupanti abusivi presentano ricorso. Dopo 30 giorni scatta lo sgombero. Fino a poche settimane fa veniva data comunicazione dello sgombero agli occupanti, adesso non più perchè sovente i nostri addetti si sono ritrovati di fronte a trenta persone dei centri sociali, rischiando anche per la propria incolumità fisica».

    Da qualsiasi punto si guarda la questione, però, sono dati di fatto l’aumento dell‘insicurezza generalizzata nei quartieri popolari, la cronica carenza di risorse destinate alla manutenzione dell’edilizia residenziale pubblica, il numero insufficiente di case rispetto ad una domanda sempre maggiore. Dunque, oltre al ripristino della legalità, occorre la messa in atto di strumenti concreti, in primis per velocizzare l’assegnazione agli aventi diritto di centinaia di alloggi popolari che tuttora rimagano sfitti per lunghi mesi, come ha spiegato a Era Superba l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti «Ogni anno si sfittano circa 350 alloggi del patrimonio complessivo Erp (Comune e Arte); solo l’8% viene messo subito a reddito per consegnarlo al Comune che procederà con l’assegnazione; l’80% di questi appartamenti viene mandato in manutenzione perché necessita di importanti interventi di ristrutturazione che ne impediscono l’assegnazione in tempi brevi».

    Il percorso di confronto comitati – sindacati inquilini – istituzioni: sicurezza e vivibilità le prime preoccupazioni

    [quote]Parliamo di circa 120 alloggi occupati, numeri decisamente inferiori rispetto a realtà metropolitane come Milano e Roma, in cui è palese l’esistenza di un sistema malavitoso che lucra sull’organizzazione delle occupazioni abusive. Ma i segnali non sono incoraggianti, quindi occorre agire per tempo[/quote]

    finestre-cemento-palazzi-casa-d1«Le condizioni di vivibilità dei nostri quartieri continuano a peggiorare – spiega Peppino Miletta presidente del coordinamento comitati quartieri collinari – Stiamo facendo diverse assemblee sul territorio, a Cà Nova (Prà) il 19 ottobre, a San Piero (Prà) il 12 novembre, al Diamante (Begato) il prossimo 23 novembre, per promuovere un percorso di confronto tra cittadini, sindacati inquilini (Sunia-Cgil, Sicet-Cisl, Uniat-Uil) e rappresentanti istituzionali di Comune e Regione. Oggi all’ordine del giorno c’è la questione sicurezza e l’aumento dell’abusivismo, conseguenza dei troppi appartamenti sfitti che, in assenza di una rapida assegnazione, vengono occupati abusivamente. A Genova non abbiamo raggiunto livelli preoccupanti come a Milano, dove le persone hanno paura di uscire perchè temono di ritrovare la loro abitazione occupata. Tuttavia, bisogna intervenire prima che anche qui la situazione degeneri. Il piano sgomberi, però, risolve solo il problema contingente, che subito dopo si ripresenterà puntualmente».

    In città, infatti, gli alloggi sfitti sono circa 800 «E nei quartieri stanno entrando personaggi, per così dire, preoccupanti aggiunge Francesco Corso, portavoce del coordinamento comitati quartiere Diamante – Non mi riferisco a famiglie disperate, bensì ad individui che nulla hanno a che vedere con le regolari assegnazioni degli alloggi popolari. Detto ciò, sappiamo benissimo che il bisogno abitativo è fortissimo. Il problema è che di questo passo rischiamo di innescare una guerra tra poveri».
    Stefano Salvetti, segretario del sindacato inquilini Sicet, da trentanni attivo sul fronte del disagio abitativo, sottolinea «Il fenomeno delle occupazioni abusive nei quartieri popolari genovesi non ha ancora assunto una rilevanza emergenziale. Parliamo di circa 120 alloggi occupati, numeri decisamente inferiori rispetto a realtà metropolitane come Milano e Roma, in cui è palese l’esistenza di un sistema malavitoso che lucra sull’organizzazione delle occupazioni abusive. Ma i segnali non sono incoraggianti, quindi occorre agire per tempo. In audizione presso la commissione consiliare Welfare del Comune io l’ho affermato chiaramente: la situazione non si risolve solo con un sistema repressivo. Il rispetto della legalità è un aspetto importante, ma insieme ci vogliono politiche abitative degne di questo nome, assenti da lungo tempo sia sul piano nazionale che locale».

    Il consigliere comunale di maggioranza Cristina Lodi (Pd), presidente della commissione Welfare, spiega «Quello che davvero esaspera gli abitanti, come è emerso nelle assemblee a cui ho partecipato, sono i fenomeni delinquenziali che si sviluppano intorno alle sacche di abusivismo. Mi riferisco a gruppi di persone, ben circoscritti e definiti, che presidiano il territorio con sopraffazioni e minacce. Gli anziani residenti, insomma, percepiscono un clima di insicurezza generalizzata e crescente, anche a causa dell’abusivismo. Il Comune ha risposto con il nuovo Piano sgomberi, ma il problema è più ampio, e richiede l’intervento congiunto di istituzioni e forze dell’ordine. Per questo a breve faremo una commissione sul tema con l’assessore alla Legalità, Elena Fiorini».

    Velocizzare l’assegnazione di alloggi sfitti tramite un sistema di monitoraggio e pre-affidamento

    castelletto-oregina-circonvallazione-monteI comitati di quartiere rivendicano l’efficace azione svolta per convincere la Regione Liguria a modificare la Legge 10 (Legge Regionale 29 giugno 2004, n. 10. “Norme per l’assegnazione e la gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica”, modificata con la Legge Regionale 11 marzo 2014, n. 3 “Modifiche ed integrazioni alla L.R. 29 giugno 2004, n. 10”), e adesso chiedono al Comune di Genova di fare la sua parte, modificando i criteri di assegnazione degli alloggi comunali e di Arte. «Gli appartamenti prima di essere assegnati devono essere messi a posto – spiega Peppino Miletta – Ma, vista la carenza di risorse, sarebbe ragionevole ipotizzare un affidamento agli aventi diritto che potrebbero intervenire con la messa in opera, a spese loro, successivamente scalabili dall’affitto. Così l’assegnazione sarebbe più rapida, eliminando nel contempo il motivo dell’abusivismo. Noi abbiamo proposto la creazione di una commissione ad hoc, comprendente oltre alle istituzioni anche il sindacato inquilini e i comitati, deputata ad esaminare periodicamente la situazione, individuando in tempo reale gli alloggi vuoti da ristrutturare e/o affidare. Queste cose le abbiamo ripetute in tutte le salse, presso tutti gli ambiti istituzionali, registriamo una disponibilità all’ascolto ma finora nulla di più». Francesco Corso, del coordinamento comitati Diamante, aggiunge «La Regione ha dato ai Comuni le linee guida per la redazione dei regolamenti di assegnazione, ora l’amministrazione ci lavorerà sopra. Fatto sta che le case non si possono tenere vuote per 10 mesi, bensì vanno assegnate immediatamente. Si tratta di circa 800 alloggi sfitti sul territorio. Bisogna trovare il modo di finanziare gli interventi di ristrutturazione. Attendiamo delle risposte, sennò non escludiamo di mettere in pratica iniziative di protesta eclatanti, come non pagare più gli affitti fin quando le cose non cambieranno».

    Secondo Stefano Salvetti, sindacato inquilini Sicet, pure l’Azienda regionale territoriale per l’edilizia ha delle precise responsabilità nella mal gestione degli alloggi pubblici (leggi la nostra inchiesta sugli enti case popolari) «Arte dovrebbe essere più presente e prendere subito in carico gli appartamenti che si liberano, è questo il suo ruolo, invece dispone soltantanto di due ispettori che, evidentemente, non possono tenere sotto controllo l’intero patrimonio immobiliare. La vigilanza potrebbe essere esercitata tramite un monitoraggio che si avvalga delle conoscenze dirette dei comitati e del sindacato, in modo tale da sapere quartiere per quartiere dove sono gli appartamenti sfitti. Oggi esiste già una mappa informale, ma il monitoraggio va reso organico e costante, magari sfruttando le potenzialità dei mezzi informatici».

    Per quanto concerne i meccanismi di assegnazione «Una proposta è quella dei pre-affidamenti – continua Salvetti – Quando un appartamento si libera, anche se è da ristrutturare, va subito pre-affidato al soggetto che ne ha diritto in base alla graduatoria. Intanto l’assegnatario diventa una sorta di angelo custode della casa: può andare a vederla, può controllarla, avendola ricevuta in pre-affido. E volendo, come stabiliscono le linee guida regionali, può anticipare le spese per la ristrutturazione, che poi saranno scalate dal calcolo dell’affitto. Questo sistema, però, deve essere affiancato da un sistema di fidi bancari che garantisca comunque una copertura economica, anche rispetto all’eventualità di incidenti nell’esecuzione dei lavori. Sarebbe già una buona cosa se l’amministrazione comunale di Genova si muovesse in questa direzione».
    «Allo stato attuale norma vuole che gli alloggi siano assegnati una volta ultimati i lavori – risponde il presidente della commissione Welfare Cristina Lodi – Ora stiamo avviando una procedura Comune-Arte per fare sì che, già in fase di chiusura dei lavori, l’alloggio venga affidato a chi ne ha diritto. In prospettiva futura si potrebbe parlare di pre-affidi, ovvero di assegnazione prima dell’esecuzione degli interventi, con possibilità di ridurre il canone all’assegnatario in base al riconoscimento dei lavori eseguiti. Il Comune adesso deve lavorarci. Inoltre, stiamo pensando di portare avanti un progetto che prevede un processo di analisi su alcuni condomini afflitti da problematiche di vario genere, scelti in base alle segnalazioni di criticità provenienti dai quartieri, e la sperimentazione di modalità operative che potranno essere replicate in altri contesti».

     

    Matteo Quadrone

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  • Rio Penego, al Comune l’onere della messa in sicurezza. E si riapre la storia infinita di via Shelley

    Rio Penego, al Comune l’onere della messa in sicurezza. E si riapre la storia infinita di via Shelley

    Via Shelley«È un anno è mezzo ormai che non seguo più costantemente le questioni di via Shelley, in attesa che venga approvato il nuovo piano regolatore» ci racconta, quasi sconsolato Lucio Parodi, geometra in pensione e già consigliere comunale a metà degli anni ’70. Una sconsolatezza piuttosto motivata, se si tiene presente che la realizzazione della nuova viabilità pubblica di collegamento tra corso Europa e via Monaco Simone, legata a doppia mandata con un significativo intervento edilizio proposto dal Consorzio cooperative Rio Penego 2 e la messa in sicurezza idrogeologica del medesimo corso d’acqua, va avanti dal 1981.

    Ricorsi, controricorsi, intervenuti della magistratura, conferenze dei servizi chiuse da commissari con mandato scaduto, quella che da sempre viene sintetizzata come “la storia via Shelley”, che a più riprese abbiamo raccontato sulle pagine di Era Superba, è uno dei più fulgidi esempi dell’assurdità della burocrazia italiana. Ma, adesso, finalmente qualche tassello sembra poter andare a posto. Il tutto per “merito” di un’emergenza idrogeologica che riguarda il rio Penego.

    Come dimostrato anche dagli allagamenti nell’autunno/inverno 2013-2014, con l’acqua che defluiva lungo via Shelley provocando anche la rottura del manto stradale, la tombinatura del rio Penego non risulta funzionale: accertamenti disposti dalla Provincia hanno dimostrato che l’unico tratto di tombinatura adeguato dal punto di vista idraulico è quello che riguarda i primi 120 metri del corso d’acqua, fatta eccezione per la necessità di un intervento di messa a norma del fondo. La seconda parte di tombinatura, invece, realizzata tra gli anni ’60 e ’70 dagli abitanti di via Shelley, presenta inadeguatezze tali da aver spinto il sindaco Marco Doria a emanare un’ordinanza di divieto di sosta dei veicoli nel tratto compreso tra il civico 11 e il civico 79 di via Shelley in caso di allerta meteorologica ,trasformabile all’occorrenza in interdizione al traffico veicolare e al transito pedonale.

    Via Shelley, Quarto

    Per eliminare in maniera definitiva l’emergenza, nel mese di marzo, il Comune di Genova aveva dato il via libera ai lavori per la messa in sicurezza della tombinatura dei primi 120 metri del rio Penego, su sollecitazione della Provincia. Ai restanti 370 metri avrebbero dovuto provvedere principalmente i residenti di via Shelley in maniera “urgente e imprescindibile in vista delle prevedibili piogge autunnali ai fini di tutela della pubblica/privata incolumità”, presentando un progetto di messa in sicurezza entro i primi di ottobre. Una scadenza non rispettata che ha portato la Provincia a commissionare al Comune anche la realizzazione di questa seconda parte di lavori accollandone i costi agli inadempienti: si parla di 650 mila euro per l’adeguamento del secondo tratto del rio Penego alla piena duecentennale secondo le norme previste dal piano di bacino.

    Sistemato il rio Penego, potranno partire anche i lavori per la realizzazione della nuova viabilità pubblica e per il progetto edilizio che, nel corso degli anni, è stato sensibilmente ridimensionato e dovrebbe limitarsi alla costruzione di quattro palazzine accoppiate alla base più una quinta distaccata. «D’altronde – ricorda il geometra Parodi – sono passati oltre 40 anni da quando il Consiglio comunale stava valutando l’opportunità di creare un collegamento più facile tra Apparizione e Corso Europa e si era bloccato proprio per approfondire le proposta del prolungamento di via Monaco Simone».

    Gli accordi iniziali tra Comune e Consorzio Penego 2 prevedevano, come oneri di urbanizzazione per l’operazione edilizia, l’adeguamento idraulico della tombinatura del primo tratto del rio Penego in carico a Tursi e la realizzazione della strada di collegamento tra corso Europa e via Monaco Simone in carico ai privati.  Un intervento dal costo complessivo di poco superiore ai 5 milioni di euro, già previsto nel piano triennale dei lavori pubblici 2014-2016. Oggi si dovrebbe sostanzialmente ripartire da qui, con l’aggiunta, come detto, dei lavori di messa in sicurezza della seconda parte del rio.

    Il progetto negli ultimi anni è stato bloccato per un ricorso al Tar vinto dagli abitanti di via Shelley, contrari a nuovi insediamenti nella zona. Ma il tribunale amministrativo ha sostanzialmente confermato la validità dell’istruttoria realizzata dalla Conferenza dei Servizi che, tuttavia, aveva approvato definitivamente il progetto quando il commissario ad acta era ormai stato formalmente rimosso dal suo incarico. Si tratta, dunque, di convocare una nuova Conferenza dei Servizi che non dovrà far altro che deliberare nuovamente i documenti già approvati. A quel punto potrà finalmente partire la gara per l’assegnazione dei lavori.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Ex piombifera Molassana, rischio impasse. Il confonto fra Comune e privati

    Ex piombifera Molassana, rischio impasse. Il confonto fra Comune e privati

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-2Addio parcheggio degli autospurghi in via Lodi. Ricupoil, società che si occupa principalmente di stoccaggio di oli esausti e che ha sede sulla sponda opposta del Bisagno, dovrà rinunciare a quella che ultimamente era diventata una sorta di rimessa abusiva di mezzi pesanti. La ditta ha acquisito gli spazi ex Moltini dal curatore fallimentare della Piombifera, il quale nel 2010 aveva chiesto l’avvio della conferenza dei servizi per approvare un progetto di conversione dell’ormai ex area industriale in funzione residenziale. La nuova proprietà, tuttavia, prima dell’estate ha formalizzato la propria rinuncia a portare avanti questa riqualificazione, probabilmente a causa degli eccessivi oneri urbanistici richiesti dal Comune e che riguardavano soprattutto la messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli e l’allargamento della sede stradale.

    «Il ritiro del progetto edilizio – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – farebbe venire meno la variante al Puc vigente che era stata approvata dal Consiglio comunale per dare via alla riqualificazione dell’area. Erroneamente qualcuno potrebbe pensare al ritorno in vigore dell’originaria destinazione produttiva, in realtà non è così: a fare fede è il preliminare del nuovo Puc approvato nel 2011 in cui è confermata la nuova destinazione prevalentemente residenziale. Per evitare qualsiasi equivoco, comunque, abbiamo pensato a una delibera ad hoc in cui ribadiamo con forza che nell’area dell’ex Piombifera non potrà essere riattivata la funzione produttiva dismessa nel 2005».

    Tirano un sospiro di sollievo gli abitanti della zona, molto preoccupati dal continuo passaggio di mezzi pesanti nei pressi della vicina scuola e in concomitanza con una strada piuttosto stretta, per di più con lunghi tratti di marciapiede inadeguato o addirittura assente.

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana«Il proprietario – riprende Bernini – pensava di poter fare una furbizia utilizzando l’area come parcheggio dei propri mezzi pesanti: ma si tratterebbe di utilizzare l’attività produttiva di un’azienda che in realtà ha cessato di esistere nel 2005 e che non si può riesumare dopo 9 anni pretendendo di far valere una norma generale che vorrebbe la possibilità di portare avanti l’attività nella stessa area solo con l’adeguamento delle norme di sicurezza».

    Il testo della delibera, ancora al vaglio della Commissione ma che entro fine mese dovrebbe con tutta probabilità approdare in Consiglio, prescrive per l’area di via Lodi la “riconversione per realizzare un nuovo insediamento con funzione principalmente residenziale e contestuale recupero di spazi per servizi pubblici di quartiere, mediante interventi di demolizione e ricostruzione degli edifici esistenti a parità di superficie agibile (circa 6 mila metri quadrati, ndr)”. Nell’area sono ammesse anche attività di artigianato minuto e non inquinante, servizi privati, connettivo urbano, esercizi di vicinato, servizi e parcheggi pubblici e anche parcheggi privati pertinenziali non interrati.

    «L’intervento di riconversione dell’area – ha spiegato l’architetto De Fornari della direzione Urbanistica – comporterebbe comunque la necessità di tenere presente gli obblighi di riassetto idrogeologico del rio Preli, con una riqualificazione del corso d’acqua attraverso interventi di rinaturalizzazione, il miglioramento dell’efficienza idraulica del sito anche attraverso il recupero di spazi verdi in piena terra e l’utilizzo di verde pensile sulle coperture. Il tutto potrebbe comportare anche la necessità di una riduzione sostanziosa della superficie edificabile».

    Nei prossimi giorni, nel corso di una nuova seduta della Commissione, dovrebbero essere ricevuti i lavoratori della Ricupoil preoccupati per il proprio futuro (anche se qualche voce vede la cosa più come una missione voluta dal datore di lavoro, dal momento che i dipendenti non sembrano essere sindacalizzati e quindi legati a doppia mandata al proprietario dell’azienda). L’intenzione dell’amministrazione, comunque, sembra piuttosto chiara: «Non siamo di fronte alla riduzione della capacità di lavoro di Ricupoil – sostiene il vicesindaco – perché le attività potranno tranquillamente continuare a essere svolte nella sponda opposta del Bisagno dove la ditta ha la propria sede. Il Comune non può farsi carico del rischio d’impresa di Alberti (proprietario della Ricupoil, ndr) che deve spostare il rimessaggio degli autospurghi attualmente a Fegino in un’area ormai venduta: starà a lui trovare altri spazi che non potranno essere quelli di via Lodi».

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-3Passate le forche caudine della Sala Rossa, il provvedimento potrebbe prestare il fianco a qualche ricorso da parte degli interessati, anche se gli uffici comunali hanno lavorato in modo certosino per garantire la maggior inattaccabilità possibile ai provvedimenti.
    A fianco alle questioni urbanistiche, infatti, potrebbero arrivare anche due ordinanze del settore Mobilità: «Abbiamo pensato a un provvedimento che interdica in maniera perpetua su tutta via Lodi il transito degli autocarri che superano le 7,5 tonnellate – spiega l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino – e una disposizione più restrittiva a 3,5 tonnellate negli orari di entrata e uscita dalla scuola». Si tratta di strumenti che garantirebbero maggiori possibilità di intervento al Comune qualora Ricupoil non dovesse attenersi alle confermate disposizioni urbanistiche, magari impendendo l’accesso alla civica amministrazione nelle aree ex Moltini.
    Secondo alcuni, tuttavia, le due disposizioni di mobilità potrebbero non essere sufficienti a evitare il parcheggio dei mezzi della Ricupoil in via Lodi. Per provvedimenti più restrittivi come l’interdizione totale ai mezzi superiori alle 3,5 tonnellate, però, sarebbe necessario un intervento più complicato di sicurezza stradale (tra l’altro di competenza dell’assessore Fiorini) e non di stretta mobilità che, invece, è subordinata ai parametri necessari per consentire il transito dei bus da 8 metri che servono la zona.

    Seguendo la via della legalità, alla società che ha da poco acquisito le aree non resterebbe che presentare al Comune un nuovo progetto di riqualificazione residenziale o tentare di rivendere a sua volta le aree. Ricupoil avrebbe potuto intraprendere il cammino della mediazione con Tursi: il parcheggio degli autospurghi sarebbe, infatti, probabilmente stato accettato a fronte di alcuni oneri di urbanizzazione come l’allargamento della sede stradale nei pressi della scuola e, naturalmente, la messa in sicurezza del rio Preli. Adesso, invece, la società rischia anche di non poter sfruttare le strutture acquistate neppure per trasferire i propri uffici dal momento che si ricadrebbe in una destinazione d’uso direzionale, non prevista dal nuovo Puc e dalla delibera in via di approvazione.

    Concretamente, gli scenari che potrebbero realizzarsi rischiano di ridursi a due: il sorgere di un infinito contenzioso tra pubblico e privato o la nascita dell’ennesima grande area dismessa e dimenticata in città. Anzi, a ben pensarci, le due situazioni sarebbero pure compatibili anche se, per una volta, forse ai cittadini potrebbe andare bene così, a patto che qualcun altro si occupi della messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Ad un passo da Gerusalemme: si avvicina l’ultima tappa del lungo viaggio del Capitano

    Ad un passo da Gerusalemme: si avvicina l’ultima tappa del lungo viaggio del Capitano

    bicicletta-alessandro-zeggioIl Capitano Alessandro Zeggio è arrivato in Israele, la missione è a un passo dal compimento. Alessandro è partito da Genova lo scorso settembre per raggiungere Gerusalemme in bicicletta, un’avventura che abbiamo seguito pedale per pedale. A noi forse è sembrato un attimo, in realtà Alessandro è in viaggio da quasi due mesi. In tutto, dalla partenza, finora ha macinato 3600 km, e avrebbero dovuto essere 200 in più nella parte più a sud della Turchia, se la guerra non ci avesse messo lo zampino. Era entrato nella Repubblica Turca il 5 ottobre, con parecchi timori, in parte giustificati. Intolleranze religiose, culturali, percorsi insidiosi in mezzo a montagne desertiche dove potevano nascondersi predoni e soprattutto cani, branchi di cani randagi numerosi e spesso molto, molto minacciosi.

    Non tutti i timori però si sono trasformati in realtà. Al posto dei predoni Alessandro ha incontrato persone meravigliose alle quali si è subito sentito come unito da un filo di grande umanità e voglia di capire e conoscere; i cani invece sì, quelli c’erano e in più c’era anche tanto e ostinato vento contrario. Poi l’arrivo a Istanbul coincidente con il terribile giorno dell’alluvione a Genova, con le notizie che si rincorrevano sull’allerta meteo che non finiva, i danni da contare, la città sotto choc: tutto questo ha fiaccato parecchio l’entusiasmo di essere giunto ad una tappa fondamentale del viaggio. Anche le amiche genovesi volate per condividere la visita della città (fra queste anche la nipote del Capitano, Anna D’Albertis) pur festeggiando Alessandro non erano certo nello stato d’animo più adatto per farlo.
    Adesso ci risiamo. Alessandro si avvicina a Gerusalemme per la tappa conclusiva e per le strade di Genova torna l’incubo alluvione, Allerta 2, ancora una volta. Da laggiù il Capitano fa gli scongiuri come tutti i genovesi, dita incrociate per un epilogo diverso rispetto ad un mese fa…

    Il viaggio del Capitano, la Turchia è alle spalle

    Solo a fatica, guadagnando strada grazie soprattutto alla straordinaria umanità dei turchi, Alessandro ha ripreso il ritmo, tornando a vedere il suo obiettivo più che mai a portata di pedale. «Momenti difficili – mi racconta al telefono – ce ne sono stati eccome. Ad esempio quando sono stato male, davvero male, con febbre intestinale e debolezza incredibile, bloccato in una specie di motel-officina-stazione di servizio in mezzo al nulla, letteralmente nulla, con il centro abitato più vicino a 60 km; ho dovuto ricorrere alla visita con uno pseudo medico autista di ambulanza al quale ho fatto capire i miei malanni mimandoli… Però questa sapevo che sarebbe passata. Il vero momento di scoramento l’ho avuto quando mi sono reso conto che, oltre alla situazione drammatica fra Palestina ed Israele, che si era fatta particolarmente violenta proprio poco prima della mia partenza, ora c’era l’avanzare delle truppe dell’Isis in Siria. Da voi se ne è parlato poco – continua –  ma da queste parti il clima era davvero bollente, si stava massacrando la popolazione curda in Siria, ed ovviamente i “fratelli” turchi reclamavano un aiuto dal governo centrale per difenderli. Invece non solo non è arrivato nessun aiuto, ma i curdi sono stati bombardati in patria, proprio dalla Turchia, tanto per far capire che al governo centrale dell’eccidio alla fine importava poco, anzi. Allora il Pkk, il partito dei lavoratori curdi, si è riorganizzato per difendere i propri fratelli a Kobane, mentre la Turchia si è alleata agli Usa nel bombardare l’Isis. Questo però ha fatto rivoltare i musulmani integralisti ed anche la Siria, che ha scoperto a transitare sul proprio confine dei guerriglieri iracheni che cercavano di entrare, aiutati proprio dalla Turchia. Ovviamente ciò ha scatenato scontri fra Musulmani, nazionalisti, curdi e l’esercito. Insomma, non mi dilungo ma la situazione era ed è pesantissima; c’è una tensione che puoi fiutare nell’aria, l’ultimo giorno ho visto i cortei che accompagnavano dei ragazzi riservisti che si arruolavano… danze urla pianti e bandiere, ad ogni stazione, decisamente troppo per un occidentale in transito».

    Così Alessandro è partito dalla Cappadocia, da Kaiseri, invece che da Hatay (Antiochia). Ma non demorde, e pur essendo atterrato a 70 km da Gerusalemme, che potrebbe raggiungere in un giorno, lui vuole tornare dove il cammino è stato interrotto dalle guerre. Quindi a nord, verso Acri, città sul confine con il Libano e di importanza storica per i pellegrini fin dall’antichità. Poi Nazareth, Tiberiade con il Santuario delle beatitudini; poi giù lungo la Valle del Giordano, Mar Nero Betlemme e Gerusalemme, per un totale di 400 km, gli ultimi, che Alessandro vuole gustare lentamente come la panna sulla torta.

    the-turchia-alessandro-zeggioNei suoi ricordi, rimarranno alcuni incontri e molti volti, su tutto i turchi come popolazione, «persone che sanno ancora fermarti per offrire un thé lungo la strada» (il famoso cay scaldato lentamente su fornelletti arrangiati, mentre le domande allo straniero fioccano). L’incontro con l’italiano che stava andando (ma che follia!) a piedi da Ancona a Gerusalemme per un progetto a sfondo religioso («mi sono fermato per fotografarlo e lui mi stava fotografando, inevitabile scoppiare a ridere e presentarsi»).

    La meraviglia della Cappadocia, la gioia di ritrovarsi nel verde dopo il deserto. I cani. Non tutti aggressivi, però: Alessandro ha mandato la foto di un cucciolo che gli è trotterellato incontro per avere un po’ di cibo, bloccando di fatto il branco che sembrava in procinto di attaccare.
    «Nell’affrontare i branchi di cani la mia tecnica si è affinata, ho visto che era utile farmi prima vedere da fermo. Poi passavo lentissimo davanti a loro, e tante volte si erano ormai abituati alla mia figura e mi ignoravano. A volte non funzionava e attaccavano, in quel caso io mi mettevo ad urlare e a sbracciarmi; non so come, ma funzionava. Però in realtà dove vedevo branchi troppo numerosi e isolati da tutto non sono passato, modificando un po’ il giro: i cani e la guerra sono stati le cose che mi hanno condizionato di più lungo la strada».

    Invece il vento, che certi giorni soffiava terribile, non gli ha impedito il cammino «Insomma – ammette – non lo ha impedito ma lo ha rallentato molto. Purtroppo a quanto pare ho beccato la stagione in cui soffia proprio nella direzione opposta alla mia, era tremendo! Con la sporgenza delle borse a volte dovevo pedalare anche in discesa, il risultato era che ho percorso certi tratti nel doppio del tempo previsto, perché più dei 10 km all’ora non potevo fare…»

    «Se dovessi dire “l’emozione più forte” – continua Alessandro – ancora non saprei, devo aspettare di finire la strada, e poi ripensare tutto. Senz’altro molto strana e molto piacevole la sensazione di essere da solo quando ho attraversato le montagne della Turchia; per decine e decine di chilometri non incontravo anima viva, una situazione qui da noi impensabile, che mi ha regalato delle emozioni particolari, era la prima volta che mi misuravo da solo con zone desertiche, se pure non un vero e proprio deserto. E poi altre, tante cose, ma ora è tutto troppo, ancora troppo “fresco”, troppo forte..

    Adesso Il Capitano si trova nel centro storico di Tel Aviv, a Jaffa; lì la vita notturna è vivacissima e può constatare che il detto “gli israeliani pregano a Gerusalemme e si divertono a Tel Aviv” ha ben più di un fondo di verità.
    Ma la prima cosa è stata andare alla vecchia stazione ferroviaria, ormai in disuso, del 1890, e ripetere la foto che il Capitano d’Albertis aveva fatto nel 1906, quando aveva preso il treno per Gerusalemme e poi per Damasco.
    Alessandro come sapete ha un legame forte con questa figura, e dice: «ho cercato di replicare la sua inquadratura, e, lo ammetto, mi son venuti i brividi dall’emozione».

    Buon arrivo a Gerusalemme, Capitano.

     

    Bruna Taravello

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  • Impianti sportivi, ecco i tre progetti in corsa per i finanziamenti europei

    Impianti sportivi, ecco i tre progetti in corsa per i finanziamenti europei

    piscina-massa-nerviNella più classica delle zone Cesarini la giunta comunale ha dato il via libera alla presentazione di tre progetti preliminari per la riqualificazione di altrettante strutture sportive cittadine a un bando regionale (scaduto il 31 ottobre) che punta a distribuire circa 25 milioni di euro “avanzati” dagli ex fondi Fas. A beneficiare di questi contributi, che in minima parte potrebbero essere affiancati da qualche spicciolo messo a disposizione del Comune, potrebbero essere due storiche piscine genovesi come la Mameli di Voltri e la Massa di Nervi, del cui stato di degrado abbiamo già più volte parlato sulle pagine di Era Superba. A questi si potrebbe affiancare anche una nuova sede per i galeoni delle regate storiche delle Repubbliche Marinare, che sarebbero custoditi sempre nel complesso del centro veliero di Prà ma in una struttura ad hoc. Da sottolineare come la realizzazione di tutti e tre i progetti preliminari sia stata sostanzialmente a costo zero: per il capannone del Galeone ci hanno pensato gli uffici comunali, per la Mameli il disegno è stato regalato al consorzio Utri Mare dall’architetto Marco Pesce, per la Massa la donazione è arrivata dall’architetto Luca Mazzari.

    «Non ci siamo fatti mancare nulla come amministrazione – scherza l’assessore allo Sport, Pino Boero – nel senso che appena sono arrivato mi hanno restituito le chiavi della piscina Massa. Abbiamo cercato delle soluzioni tampone per alcuni di questi impianti chiusi ormai da anni ma era necessario risolvere i problemi alla radice. Non si poteva fare un bando perché difficilmente si sarebbero trovate società disposte a investire in questo momento economico. Abbiamo dunque cercato di sfruttare la disponibilità della Regione Liguria sulla rimodulazione dei fondi Fas per gli anni 2007-2013 e naturalmente la programmazione per quelli 2014-2020 scegliendo questi progetti che chiederanno anche un esborso da parte del Comune, seppure minimale».

    Non sono riusciti a rientrare nel bando altre due strutture da tempo chiacchierate: la piscina Nico Sapio di Multedo, per cui non c’erano i tempi tecnici per giungere a un progetto neppure preliminare, e il complesso tennistico di Valletta Cambiaso, al contrario di quanto anticipato qualche mese fa dall’assessore Boero.

    Ora la palla passa alla Regione. «Non posso sapere come la Regione disporrà di queste risorse – dice Boero – ma a noi interessava dimostrare che davanti a strutture fatiscenti il Comune si è impegnato a cercare una strada sicura, seppure probabilmente non rapidissima, per avviare le riqualificazioni». E se i fondi non dovessero essere concessi? «Non voglio fare nessun piano B almeno finché qualcuno non mi deluderà sul piano A» dichiara l’assessore. «Non voglio certo dire che la Regione ci debba dare tutto e subito ma questi sono i progetti che abbiamo indicato ed è chiaro che qualcosa ci aspettiamo: se non tutto arriverà, aspetteremo il prossimo giro».

    Ma vediamo più da vicino i tre progetti in corsa per i finanziamenti.

    La piscina Massa di Nervi

    piscina-massa-nervi-2Il disegno della nuova piscina Massa, che con tutta probabilità verrà presentato ai cittadini nel corso di un incontro pubblico entro la fine del mese, prevede l’abbattimento delle gradinate che attualmente danno sull’asfalto, il rifacimento di tutti i locali interni e, soprattutto, la messa a norma della vasca che dovrebbe, quantomeno in via preliminare, allargarsi alle dimensioni regolamentari per la pallanuoto (33×20 metri con una profondità di 2 metri).

    «Purtroppo – spiega il presidente del Municipio Levante, Nerio Farinelli – non è stato possibile rendere partecipe la comunità prima della presentazione del progetto preliminare ma i tempi erano davvero molto stretti. Ottenere questi finanziamenti per noi sarebbe un grande successo perché ci abbiamo lavorato ininterrottamente da settembre anche grazie alla preziosa collaborazione dell’architetto Mazzari e del suo staff».

    L’aspetto forse più prestigioso di questo progetto è la richiesta di finanziamento per il rifacimento della pavimentazione di tutto il molo di Nervi per dare continuità alla Passeggiata Anita Garibaldi, che in questo modo arriverebbe fino al faro. E la piscina sarebbe anche un bel vedere grazie a un gioco di vetri e trasparenze, che garantirebbe appetibilità agli spazi interni pensati per convegni e altre attività non prettamente agonistiche.

    Costo complessivo: 3,5 milioni di euro, di cui 2 per la piscina e 1,5 per la riqualificazione viaria. «Si tratta di una struttura piuttosto semplice e leggera – riprende Farinelli – che si inserisce bene nel contesto del porticciolo e crea un collegamento naturale con il borgo e la passeggiata. Siamo riusciti ad avere il via libera per provare ad acchiappare i finanziamenti europei in extremis ed è una cosa che ci riempie di gioia. Peccato solo che arrivi in un momento in cui la città avrebbe bisogno di ben altri fondi su altre poste per riprendersi dall’alluvione: ma questi, purtroppo, sono finanziamenti vincolati e se non venissero spesi su queste partite sportive andrebbero persi».

    La Mameli di Voltri

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    Progetto riqualificazione Mameli di Voltri – Prospetto Est

    Altra storica piscina che potrebbe rinascere grazie all’intervento dei fondi europei è la Mameli di Voltri. Come noto, la struttura rientra nella concessione demaniale affidata al consorzio Utri Mari, una sorta di partecipata del Comune di Genova, che si occupa anche della gestione della società sportiva e della passeggiata ponentina. Il progetto di riqualificazione, realizzato dall’architetto Pesce socio del consorzio che ha chiesto l’intervento di Tursi per trasformare il disegno in realtà, prevede anche in questo caso il rifacimento integrale della vasca secondo le prescrizioni della FIN per la pallanuoto agonistica. Nuovi saranno anche gli spogliatoi dopo che le vecchie strutture erano state demolite da Autorità Portuale assieme a una desueta falegnameria. Tutta l’impiantistica interna sarà rivista per consentire un abbattimento dei costi di gestione che, tuttavia, potranno contare anche sugli introiti provenienti dalla spiaggia libera attrezzata prospiciente, anch’essa interessata dal restyling. Infine, è prevista anche l’eliminazione del “pallone” e la sua sostituzione con una copertura telescopica che consenta di fare attività al coperto in inverno (con la protezione anche di una parte delle gradinate) e all’aperto in estate.

    Piscina Mameli, Voltri«Una delle regioni per cui la pallanuoto ha perso molto del suo appeal – spiega il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – è stata il suo confinamento nei mesi invernali dentro le piscine. Non a caso società storiche come la Mameli o la Sportiva Nervi sono fallite. Con questo intervento, non solo architettonico ma anche funzionale con nuove attrezzature per il riscaldamento e il filtraggio delle acque, pensiamo a far rinascere una piscina storica aperta nel 1956. Speriamo che la Regione tenga conto anche dell’alto valore sociale di un impianto sfruttato dai bambini delle scuole, dai ragazzi differentemente abili, da chi non ha grandi disponibilità economiche e dai carabinieri subacquei di Voltri».

    I costi per l’intera riqualificazione dovrebbero aggirarsi attorno ai 3,3 milioni di euro (2,5 milioni per le strutture, 830 mila euro per l’efficientamento energetico).

    I tempi di realizzazione sono comunque ancora lunghi, come ci spiega Andrea Mariani, funzionario dell’assessorato allo Sport: «Se la Regione dovesse confermare i fondi in tempi piuttosto rapidi, abbiamo previsto un cronoprogramma che attraverso le necessarie procedure a evidenza pubblica arrivi ad affidare i lavori entro la fine del 2015». I cantieri a quel punto dovrebbero durare non meno di 2 anni. «I lavori sono piuttosto complessi – ricorda Mariani – ma il progetto prevede una realizzazione per lotti progressivi in modo che l’intero complesso possa riaprire le porte ai cittadini prima di tre anni».

    La speranza per il presidente di Municipio Avvenente è di poter vedere qualcosa di concreto entro la fine del suo secondo mandato (primavera 2017): «Sarei la persona più felice del mondo se potessi vedere la fine di una serie di opere come il Por di Prà e la riqualificazione della Mameli: potrei andarmene a pescare soddisfatto».

    Prà, nuova casa per il galeone storico

    Un po’ a sorpresa il terzo progetto che potrebbe rientrare nei finanziamenti ex Fas è il rifacimento della struttura che ospita i due galeoni storici utilizzati, negli ultimi anni con scarsissimi risultati, per le regate delle Repubbliche Marinare. Le imbarcazioni sono attualmente conservate nel capannone centrale del centro veliero di Prà; tuttavia, l’area è stata concessa quest’estate alla Federazione italiana canottaggio che realizzerà il primo centro di eccellenza nazionale per giovani promesse e grandi campioni.

    «Avere atleti provenienti da ogni dove che potranno trovare strutture adeguate per fare sport è una grande opportunità per il Ponente» dice Avvenente. «Con 450 mila euro dei Por riusciremo a sistemare il campo di regata e stiamo pensando anche all’accoglienza e alla ricettività: a Villa de Mari nascerà un ostello che lavorerà in simbiosi con gli impianti sportivi della Fascia di Rispetto». Così vedere nuotare nella piscina di Prà campioni internazionali del calibro di Ryan Lochte, come successo i giorni scorsi, o vogare i futuri eredi dei fratelli Abbagnale potrebbe trasformarsi da eccezione a norma.

    Ecco allora la necessità di spostare i due galeoni in una struttura che potrebbe fungere anche come una sorta di museo o, comunque, di polo attrattivo attraverso una superficie trasparente per dare visibilità a un’attività su cui l’amministrazione vorrebbe puntare nei prossimi anni. Qui i costi sono decisamente più bassi rispetto a quelli delle altre due opere e dovrebbero aggirarsi attorno ai 460 mila euro. 

    Nico Sapio a Multedo: verso una svolta?

    multedo-degrado-piscine-sapioC’era una terza struttura a Ponente che sarebbe rientrata volentieri tra gli impianti da riqualificare attraverso i fondi europei: stiamo parlando della piscina Nico Sapio di Multedo, la cui situazione purtroppo non si è potuta sbloccare per mancanza di un vero e proprio progetto di rilancio.

    «Mia nonna – sorride amaro il presidente Avvenente – diceva sempre che per poter sperare di vincere la lotteria di Capodanno bisogna almeno comprare un biglietto. Il biglietto in questo caso è rappresentato dal progetto che per la Sapio non c’è. L’assessore Boero sta valutando se far partire un altro bando oppure ragionare sull’utilizzo polifunzionale della struttura mettendo a gara anche i campetti da calcetto e tennis, che grazie all’impegno dei volontari sono stati riaperti gratuitamente a tutti i bambini della zona».

    Voci di corridoio dicono che l’amministrazione sia sempre più orientata verso un project financing per la riqualificazione complessiva delle strutture. Accantonato il progetto di Multedo 1930 che versa in cattive acque economiche, parrebbe che un’altra grande società sportiva cittadina si sia fatta avanti per rilevare l’intero compendio sportivo: si potrebbe, dunque, tonare a parlare di addio alla piscina ma, prima, bisognerà convincere gli abitanti.

    E Valletta Cambiaso?

    Fino a qualche settimana fa sembrava che all’interno di questa infornata di fondi Fas potesse rientrare anche la riqualificazione dei campi da tennis di Valletta Cambiaso che, invece, sono rimasti fuori dal bando. Ma anche per questo progetto, assicura l’assessore Boero, le acque non sono ferme: «La riqualificazione di questi impianti probabilmente andrà avanti su altre strade: potrebbe richiedere in futuro l’intervento di fondi Fas ma non dovrebbe esserci alcuna necessità di intervento da parte del Comune perché in questo caso ci penserebbero almeno in parte i capitali privati di My Tennis, che hanno in gestione gli spazi, ed eventualmente la Federtennis».

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Amt, la salvi chi può: i buchi aumentano, Tursi corre ai ripari, i lavoratori protestano, la Regione latita

    Amt, la salvi chi può: i buchi aumentano, Tursi corre ai ripari, i lavoratori protestano, la Regione latita

    autobus-amt-2Pomeriggio caldo in Consiglio comunale con i lavoratori di Amt giunti sugli spalti della Sala Rossa per chiedere con forza alla giunta di annullare il ritiro dei contratti integrativi annunciato negli ultimi giorni per la salvare le casse della partecipata. “Dite alla città che non ci sono i soldi per il trasporto pubblico”, “Amt è occupata, venite ad arrestarci coi manganelli”, “Annullate il ritiro” e qualche colorito coro agli indirizzi del PD sono stati gli slogan più gettonati dai manifestanti, giunti a Palazzo Tursi dopo aver iniziato la giornata di protesta con la simbolica occupazione degli uffici dei dirigenti dell’azienda.

    Dopo una prima sospensione dei lavori consiliari per consentire un incontro tra i rappresentanti sindacali e i capigruppo, i lavoratori hanno urlato a gran voce il proprio dissenso anche nei confronti del sindaco Doria. Il quale, a microfoni spenti, perdendo un po’ del suo proverbiale aplomb, ha ribattuto a gran voce accusando i manifestanti di impedire l’approvazione di un’importante delibera con alcuni provvedimenti urgenti in favore degli alluvionati. Con senso di responsabilità, la protesta si è dunque placata per concedere all’assemblea di presentare e votare i documenti. Al termine delle operazioni, onde evitare nuove tensioni, il sindaco ha ricevuto una delegazione di lavoratori e rappresentanti sindacali, in privato, nei propri uffici.

    «Doria – ha spiegato al termine dell’incontro Mauro Nolaschi, segretario di Faisa Cisal – ha confermato che la disdetta non verrà ritirata e che abbiamo tre mesi di tempo per ricontrattare l’integrativo».

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    Amt e l’Agenzia regionale per il trasporto pubblico >> Qui l’approfondimento 

    Più o meno gli stessi contenuti ripetuti più tardi, sempre in privato, ai consiglieri rimasti in Sala Rossa anche termine della seduta ordinaria di Consiglio. «Il sindaco – ci ha raccontato il capogruppo Pdl, Lilli Lauro – ha spiegato che essendo la previsione dei conti di Amt per il 2015 in disavanzo, il Comune è obbligato a mettere in campo qualche azione che scongiuri il fallimento e consenta all’azienda di sopravvivere fino alla gara regionale. Se, infatti, è vero che Amt al momento non potrebbe partecipare alla gara, quantomeno il Comune potrebbe contrattare la riassunzione di tutti i dipendenti in carico al soggetto vincitore».

    In ballo, per il momento, ci sono i 36 milioni di euro (25 milioni per la parte economica + 11 per quella normativa) del contratto integrativo, che corrispondono a una cifra variabile tra i 260 e 1000 euro al mese in busta paga. Certo, come ribadito da Tursi in un comunicato inviato nella tarda mattinata di ieri, la disdetta non significa “azzerare l’integrativo ma avviare una trattativa tra azienda e sindacati per salvare Amt”. Nella stessa nota si prospetta per la partecipata il rischio di fallimento nel 2015: nel bilancio dell’anno prossimo mancherebbero circa 8-9 milioni, pari al capitale sociale dell’azienda che, se azzerato, comporterebbe l’obbligo di portare i libri in Tribunale.

    «La soluzione prospettata dal Comune – mettono in allerta i sindacati – magari consentirà di avere gli autobus ancora per il prossimo anno ma costringerà comunque l’azienda ad andare in liquidazione nel 2016 perché, se le cose restano così, non ci sono le condizioni per partecipare alla gara regionale».

    Non è neppure detto che i conti fatti da Tursi siano sufficienti per tenere in bilico il bilancio Amt, che molto contava anche sulla possibilità di recupero dell’IVA in seguito al lancio del nuovo servizio su bacino unico per cui invece si dovrà ancora aspettare. La certezza arriverà solo dopo che la conferenza Stato – Regioni avrà stabilito l’ammontare preciso dei tagli ai trasferimenti in arrivo da Roma per il 2015. Se la ricontrattazione del contratto integrativo non bastasse è possibile che Amt si trovi costretta a chiedere ulteriori sacrifici ai lavoratori per non incidere eccessivamente sul servizio: si torna così a parlare di blocco degli straordinari e mezz’ora in più di lavoro a parità di retribuzione, provvedimenti che già tante difficoltà avevano creato alla giunta Vincenzi.

    Qualcuno pare avere messo sul banco anche una manovra prevista dalla legge per il taglio del 50% allo stipendio dei sindacalisti: un provvedimento che, tuttavia, pare non possa essere applicato alle partecipate ma solo ai dipendenti comunali “diretti”. Al momento, comunque, si tratta solo di congetture.

    A dare fastidio ai lavoratori non è tanto il rischio di doversi ancora una volta decurtare lo stipendio, quanto il fatto che la decisione sia stata presa unilateralmente dalla giunta senza prima un tavolo di confronto: «Quando c’è stata la necessità – spiega Nolaschi – non ci siamo mai tirati indietro dalle nostre responsabilità nel trovare una soluzione che consentisse all’azienda di restare in piedi ma non si può arrivare a una decisione tale dalla sera alla mattina, mettendosi d’accordo solo con pochi intimi tra i vertici aziendale».

    La Regione latita, attenzione al Consiglio metropolitano

    Va detto che, fino al momento, nessun aiuto è arrivato dalla Regione che, anzi, ha posticipato almeno di un anno l’ormai famosa gara per l’assegnazione del servizio pubblico nel bacino unico regionale. Tanto che inizia a circolare con sempre più insistenza la voce di una possibile via d’uscita alternativa, nel medio periodo, che chiamerebbe in causa le competenze della neo-nascente Città metropolitana. Secondo voci ben informate, spetterebbero alla nuova istituzione le responsabilità sul trasporto pubblico: si potrebbe così arrivare a un anticipo sui tempi della Regione da parte del Consiglio metropolitano, lanciando un bando autonomo per la gestione del TPL nel solo bacino metropolitano, pur secondo le regole previste dalla legge regionale. Una decisione difficile che metterebbe definitivamente in crisi i già critici rapporti tra istituzioni. Molto potrebbe dipendere dal percorso che deciderà di intraprendere Roberto Levaggi, sindaco di Chiavari ma soprattutto neo coordinatore del gruppo di lavoro della Città Metropolitana su urbanistica, lavori pubblici, trasporti, viabilità e polizia provinciale.

    Intanto, la protesta nei prossimi giorni si allargherà sicuramente anche ai palazzi di Piazza De Ferrari e via D’Annunzio. Per il momento, lo stato di agitazione prosegue ed è stata confermata l’occupazione pacifica degli uffici aziendali (“occuperemo fino al 2 febbraio, se occorre” hanno urlato i lavoratori in Sala Rossa). Ancora presto, invece, per parlare di sciopero: «Non vogliamo provocare ulteriore danno ai cittadini – dice Nolaschi – già alle prese con le enormi difficoltà per rialzarsi dopo l’alluvione: per questo, lo sciopero quando ci sarà, sarà regolare». Autobus assicurati all’incirca fino a fine mese, dunque, dato che la legge prevede che intercorrano almeno 10 giorni tra lo sciopero e la definitiva rottura di una trattativa che, tuttavia, non è ancora formalmente iniziata. Nel frattempo, venerdì prossimo è convocato un incontro in Confindustria, al quale difficilmente parteciperanno i sindacati: la condizione posta dai rappresentanti dei lavoratori, infatti, è il ritiro da parte del Comune della disdetta del contratto integrativo che, al momento, non sembra essere all’orizzonte.

    Il cammino, dunque, è ancora molto incerto. Di sicuro resta soltanto che anche quest’autunno (e quest’inverno) farà molto caldo sul fronte trasporti. Ma, ormai, i genovesi ci sono abituati.

    Simone D’Ambrosio

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