Categoria: Storia di Genova

La storia di Genova, un viaggio fra il presente e il passato della città

  • Storia di Genova: Garaventa, la famigerata nave scuola

    Storia di Genova: Garaventa, la famigerata nave scuola

    Nicolò Ggaraventa

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    Garaventa, toponimo sconosciuto nella memoria delle giovani generazioni, ma che padri e nonni ricordano ancora con  disagio, quello che seguiva la minaccia di essere mandati a sperimentare la rigida educazione della famigerata nave-scuola, se non si tenevano comportamenti corretti. Questa istituzione prende il nome dal suo fondatore, Nicolò Garaventa (Uscio 1848-Genova 1917), insegnante di matematica del Liceo Andrea Doria, appartenete ad  una famiglia di filantropi che annoverava, tra gli avi, don Lorenzo, ispiratore delle prime “Scuole della carità”, opere pie che si facevano carico dell’istruzione dei ragazzi abbandonati alla mercé della strada. Memore del motto del suo antico congiunto “ubi caritas, ibi Deus” (dove c’è la carità, c’è Dio), decise di offrire una chance di vita migliore a tanti poveri orfanelli,  a fanciulli di famiglie indigenti, ad adolescenti problematici figli di prostitute o di detenuti: li raccoglieva sulla spianata dell’Acquasola e, parlando loro in dialetto per farsi ben intendere, li convinceva ad aderire alla sua iniziativa ed a frequentare quella primitiva “officina” che aveva sede poco distante, in una specie di catapecchia, fatta di semplici assi di legno.

    Qui, dal 1° dicembre 1883, i ragazzi si riunivano per fare piccoli lavori ma, soprattutto, si impegnavano nell’apprendere un mestiere che avrebbe costituito il passaporto per il reinserimento nella vita sociale. Fu solo nel 1892, in occasione dell’esposizione colombiana, che gli venne offerta una vecchia nave a vela, quale sede per la sua scuola, sede trasferitasi, l’anno successivo, sul brigantino Daino, ribattezzato” Redenzione”, ancorato al Molo Giano, una vecchia nave dismessa dalla Marina Militare Sarda (varato 1844-demolito 1900). Fu qui che l’istituzione assunse la vera veste di collegio galleggiante, una “fucina di salvezza”, basata sui principi disciplinari e morali della marineria.

    Contraddistinti da una divisa militare, i giovani garaventini, impegnandosi nello studio e nel lavoro, passavano le loro giornate a bordo, giornate  che iniziavano, all’alba, adempiendo al rito dell’alzabandiera con tanto di picchetto e di musica e, alla sera, si concludevano con  quello  dell’ammaina. Il progetto, inizialmente, suscitò molte perplessità  in merito alla validità delle regole educative, ma la tenacia del suo ideatore, che continuava, instancabilmente, a girare nei quartieri più poveri in cerca di nuovi adepti, sempre fedele alla sua filosofia  di “prevenire e redimere”, divenne, in seguito, un modello imitato da altri in Italia e all’estero.

    Si stima che siano passati, per i ponti della nave-scuola, dal momento della sua fondazione fino alla sua definitiva chiusura nel 1977, più di dodicimila ragazzi, in un’età compresa tra i 6 e i 17 anni.

    Nel suo lungo cammino, altre imbarcazioni divennero la casa-rifugio  dei giovani. Nel 1904, infatti,  i ragazzi vennero trasferiti su una cannoniera in disarmo, il Sebastiano Veniero, che, però, venne affondato sotto il bombardamento inglese del  1941  e i garaventini vennero ridistribuiti nei vari collegi cittadini. Solo nel 1951, fu messo a disposizione un nuovo natante, l’ex posamine Crotone, ormeggiata a Calata Gadda. Da quell’anno la direzione passò a Carlo Peirano, dopo essere passata ai figli di Garaventa, Giovanni e Domingo, che la mantenne fino al 1975, quando la scuola venne commissariata e dopo due anni chiusa definitivamente.

    Chissà quante storie vi potrebbero raccontare quei fanciulli di ieri, oggi ingrigiti dal tempo, o lo stesso don Andrea Gallo, figura nota nella nostra città, per l’impegno che profonde nella lotta alla tossico-dipendenza, che visse, in questa struttura, una breve esperienza, quale Cappellano,  storie che potrebbero incominciare con “c’era una volta una nave un po’ speciale…” e concludersi con “La Garaventa è ferma nel porto, ferma da anni, immobile nel tempo, fissata alla terra da forti gomene e al fango del fondo da grosse catene..” (Anton Virgilio Savona).

     

    Adriana Morando

     

  • Storia di Genova: il parco dell’Acquasola

    Storia di Genova: il parco dell’Acquasola

    acquasola

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    Bimbi in bicicletta sulla ghiaia che scricchiola, una banda musicale che suona poco lontano, dondolii di altalene, grida di bimbi, un pallone che sfreccia nell’aria, alberi secolari  e tanta pace, interrotta solo dal passaggio di qualche vecchia automobile che arranca rumorosa: questo è un  Parco dell’Acquasola che rimane, solo, nel ricordo infantile di qualche mamma, già negli anta, e nella memorie di nonne ultraottantenni.

    Il presente, fatto di incuria e transenne, è il risultato di una storia ventennale di cattiva politica. Un “incompiuto”: né area verde, come era, né posteggio a tre piani, come avrebbe dovuto essere e, fortunatamente, non è stato.

    Una storia già ampiamente trattata anche da Era Superba e che si arricchisce di un nuovo capitolo con l’avviso di garanzia notificato a una funzionaria della sovraintendenza dei Beni  Architettonici e Paesaggistici della Liguria, a cui potrebbero essere aggiunti, dopo essere stati sentiti dal pm Francesco Albini Cadorna, altri tecnici tra quelli comunali o della società “Sistema Parcheggi”.  Nel mirino delle indagini sono, infatti, coloro che avevano espresso pareri favorevoli sulla fattibilità dell’opera, chiaramente in contrasto con quanto prescritto dalla Carta di Firenze del 1981 che, all’art.14, vieta espressamente la costruzione di parcheggi in aree di interesse pubblico. Per la precisione, alla funzionaria, una delle ultime firmatarie del nulla osta per l’inizio dei lavori, si contesta la violazione dell’articolo 170 del Codice dei Beni Culturali che proibisce  la costruzione di opere con uno scopo  “incompatibile con il loro carattere storico od artistico o pregiudizievole per la loro conservazione o integrità”.

     

    LA STORIA DEL PARCO DELL’ACQUASOLA

    L’Acquasola è stato il primo giardino pubblico di Genova ma anche uno dei primi in Italia, i cui natali si perdono nel tempo. Già tra il 1320 e il 1347 , vi era, qui, una spianata contenuta in una cinta muraria, demolita nel ‘500 per far posto alle nuove mura dell’architetto Olgiati: un paesaggio di chiese e conventi in cui non mancava pure un “bosco sacro” o perlomeno considerato tale fino al 1468, che si estendeva da qui fino a Soziglia, dedito più ad incontri segreti di innamorati che a pratiche religiose.

    Un varco interrompeva la continuità della fortificazione: la Porta di San Germano dell’Acquasola, toponimo quest’ultimo di incerta origine: qualcuno sostiene derivi da ” Lacca”,  dea a cui era dedicato il bosco, sorella di  Camulio o Camuggio, il “Sole”;  per altri verrebbe da “Acca”, in sanscrito “madre”, e da “Solis” una delle Diadri; altri ancora lo fanno discendere da “Arca Sol” (residenza degli  Arcadi) o dagli Acquizzoli, canali che raccoglievano le acque del Rio Multedo che scendevano da circonvallazione a monte.

    Nel XVI secolo, questa area, citata col nome dei “muggi”, per i detriti accumulati nella realizzazione di via Garibaldi, via Balbi, e via Giulia (l’attuale via XX Settembre), divenne una discarica, cui solo faceva eccezione  il Fossato che era adibito ad una specie di “stadio” per il gioco delle bocce ma, soprattutto, della palla genovese, il  pallamaglio, svago considerato “bestiale e pericoloso” per le frequenti pallonate con cui venivano colpiti i passanti.

    L’uso  di questo spazio  fu sospeso, nel 1657, per essere usato come fossa comune degli appestati  e, per lungo tempo, rimase un luogo incolto ed inospitale. Nel 1818 con la demolizione del Convento medievale di S. Domenico (area del Carlo Felice), anche il Fossato fu colmato e, due anni più tardi, su progetto di Carlo Barabino, iniziarono i lavori per renderlo spazio pubblico.

    Carlo Barabino, il documentario – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    La spianata fu cinta da un possente muraglione che inglobò l’antica Porta dell’Olivella, vecchie pietre che nascondevano, nottetempo, gli incontri clandestini degli affiliati alla carboneria di cui, tra i più noti, si annoverano Giuseppe Mazzini, i fratelli Ruffini, Cesare Bixio (fratello del più celebre Nino), Giorgio e Raimondo Doria, quest’ultimo indicato come delatore ed informatore della polizia. Il luogo delle riunioni viene identificato nel punto in cui il muraglione aggettava  sulla Contrada degli Orfani, l’attuale via Galata. L’infame traditore pare che abbia compiuto un’unica opera meritoria: come compenso  per la sua voltagabbana avrebbe richiesto che si dotasse il parco di illuminazione pubblica.

    Come fosse l’Acquasola lo ricorda lo scrittore inglese Charles Dickens: “il giardino che appare tra i tetti e le case, tutto fiorito di rose rosse e fresco per le acque delle piccole fontane…..dove le nobili famiglie della città, con gli abiti della cerimonia, se non con perfetta saggezza, girano intorno con le carrozze di gala…”.

    Un’epoca in cui questo parco era tanto famoso che, a Mosca, decisero di copiarne il nome per una loro elegante passeggiata, così ameno da essere stato visitato da Gustavo di Svezia e dall’Imperatore d’Austria (1784), dagli Arciduchi di Milano(1786) e dal Principe Condè, nel 1789. Ricordi che raccontano le lamentele, tra cui quelle di Martin Piaggio, per  la velocità eccessiva delle carrozze, le sentite contestazioni del Banchero che giudicava, giustamente, indecente la distinzione sociale per cui l’aristocrazia “misurava cento volte un lato (quello sinistro), anziché di fare l’intero giro” per non mescolarsi con il popolo che passeggiava su quello destro e, non ultimo, il richiamo indignato di Mark Twain che giudicava indecoroso fumare durante le passeggiate e sbeffeggiava i raccoglitori di mozziconi la cui attesa,  per una “cicca” ancora fumante, era paragonata  a quella di “quel becchino di San Francisco che soleva visitare i letti dei malati e, orologio alla mano, calcolare il tempo in cui quelli sarebbero diventati cadaveri”.

    Tra i flashback, anche, i primi scontri tra conservatori e progressisti del 1797, il banchetto offerto ai reduci di Crimea nel 1855, i festeggiamenti riservati agli Zuavi,  venuti a combattere in Italia (1859) e  distintisi, in quell’anno, nella battaglia di Pastrengo, nonché quelli per i Chioggiotti, dopo la liberazione del Veneto.

     

    Adriana Morando

    Foto di Daniele Orlandi

    acquasolaacquasola

  • Storia di Genova: i carbunè del Porto, Pietro Chiesa e le cooperative

    Storia di Genova: i carbunè del Porto, Pietro Chiesa e le cooperative

    Gru del porto

    Il Porto di Genova, la storia in un documentario – GuidadiGenova.it

    Sulla Calata Giaccone, ancor oggi, si imbarca e si sbarca una fonte, ahimè, molto inquinante, di energia, il carbone, cuore “calorico” della città, tonnellate di ciottoli neri che hanno accompagnato la vita del porto di Genova, groviglio di uomini, macchine, lingue, sudore e fatica. Da oltre 100 anni, opera qui l’antica Compagnia Portuale Pietro Chiesa che impiega per la movimentazione, oggi, uomini che possono usufruire delle più moderne tecnologie ma una volta…

    …Le immagini si sfuocano, il rumore del traffico cittadino si perde lontano e, con un salto dimensionale, si materializza un’immagine color seppia, brulicante di mille attività frenetiche, speculare realtà in cui si muovevano maestri d’ascia, velai, camalli, pescatori di arselle (a loro era affidato il compito di pulizia delle acque portuali), e a cui faceva eco la vita della città che giungeva da  poco distante, portando gli odori speziati di oscure drogherie, l’oleoso odore di piccole friggitorie o salumerie, il vociare stridente delle pescivendole che, come dice il Maggiani, fendevano l’aria di “comprèee ma no tocché!!”.

    All’orizzonte, tozzi piroscafi, si addensavano, stretti gli uni agli altri con le loro prore capienti, ricolme di preziose “perle” nere, in attesa paziente di elargire il loro tesoro.  Nelle loro oscure pance, uomini, invisibili all’osservatore, sulla cui pelle, resa nera dalla fuliggine, stillavano rivoli di sudore, alacremente spalavano, scavavano, zappavano  e colmavano grandi ceste che poi, attraverso argani a vapore, raggiungevano lentamente la luce, per essere raccolti sulla coperta. Dopo la “pesa”, robusti caricatori li ponevano sulle spalle di una folla di uomini seminudi che sembravano cedere, per un attimo, sotto il peso delle coffe ricolme di antracite. Iniziava, poi, in un via vai incessante che saliva e scendeva, quello che sembrava una pericolosa danza di giocolieri. Su strette assi, posizionate orizzontalmente o inclinate in maniera ripidissima, vere lame di spada  che si flettevano paurosamente al passaggio, i facchini si muovevano in fretta, in un precario equilibrio che sembrava, in ogni attimo, venir meno, per portare il loro carico su vagoni merci di lunghi treni che, immobili, in partenza o in manovra,  occupavano il “par terre” di questo mondo.

    Alla sera, i carbunè o carbunin, prima della costruzione di 180 docce, volute dalla “Compagnia Filippo Corridoni”, tornavano a casa con la loro “coltre” nera che nessun sapone riusciva ad allontanare completamente.

    Seguendo l’antica propensione alle consorterie, sembra che, anche i carbonai, si siano riuniti in cooperativa già dal XII secolo, ma se ne hanno notizie certe solo grazie ad uno statuto di tre secoli dopo.  E’ soltanto nel 1892 che, però, viene fondata la prima “Lega di miglioramento fra i lavoratori del carbone”, nata con l’intento di battersi per salari più equi, per turni meno faticosi ma, soprattutto, per affrancarsi dal potere dei Confidenti, un moderno caporalato, gestito solitamente da un ex facchino, che curava prevalentemente gli interessi dei commercianti e faceva da tramite tra questi e la manovalanza.

    Unico “padrone” dell’ingaggio alle banchine, la cosiddetta “chiamata”, stabiliva orari e tariffe e non teneva conto delle regole del bagon (il tradizionale turno), agendo in totale arbitrarietà. Da queste prime rivendicazioni, si dipana una lunga storia che, oggi chiameremo lotta di classe, di cui Pietro Chiesa fu uno strenuo sostenitore. Di origini piemontesi (Casale Monferrato 1858), si stabili a Sampierdarena dove si impiegò come operaio verniciatore. A causa del suo impegno politico, subì molte vessazioni che lo costrinsero ad un esilio di due anni dal quale ritornò, nel 1900, per dar vita alla prima Camera del Lavoro sul modello della Chambre du Travail Marseillaise (1896) e per essere eletto deputato, primo operaio italiano a sedersi in Parlamento.

    In questi anni turbolenti, i lavoratori in banchina erano circa 7000, divisi tra facchini, pesatori, caricatori e scaricatori, tutti operanti in condizioni durissime, causa di continui malcontenti che sfociarono, nel 1902, in una “serrata (sciopero) del porto” di ben 20 giorni. La comunione di intenti portò quegli antichi contestatori ad unirsi nella Cooperativa caricatori del Carbone con lo scopo di promuovere iniziative solidali.

    Per dar voce ai dissidenti,  la fondazione sostenne la nascita di un nuovo quotidiano, Il Lavoro, grazie ad un’autotassazione che raccolse le 6000 lire necessarie, oltre a promuovere la costruzione di una sede provvista di mensa, mensa aperta, anche, a tutti i poveri della città. Come si legge tra le pagine di una vecchia coppia del Secolo XIX, è il 9 aprile dell’anno 1903, sul molo Lucedio, presso il ponte Paleocapa, là dove sorge il Lazzaretto e si concentrano le silhouette delle gru, l’avvocato Gino Murialdi e lo scultore D’Albertis si avviano, per concordare le ultime rifiniture, verso una struttura a due piani provvista di un’ampia cucina, di dispense, di cantine, di bagni, di  lavatoi, di un’ampia sala per  riunioni e di un presidio per l’assistenza medica. I due professionisti, poi, vista l’ora di pranzo, chiedono di fare la stessa “merenda” dei lavoratori e si vedono presentare ”un salame squisito, una minestra in brodo casalinga ma saporitissima, non so quante fette di rosbif degne del più rinomato rosticciere, un paio d’ova toste, il tutto largamente innaffiato d’un vinetto  eccellente delle colline del Monferrato”, un pranzo dal costo di 3-4 lire in una normale trattoria, erogato a tutti  al prezzo “sociale” di 80 centesimi.

    Nel 1909, dissidi interni porteranno allo scioglimento della cooperativa e alla sua divisione in tre distinte congregazioni. Solo nel 1927 con la nascita della Compagnia portuale Filippo Corridoni si riparlerà di unità, obiettivo che si raggiungerà l’anno successivo  in cui le sei compagnie, esistenti all’epoca, si consorzieranno nell’unica associazione, la Compagnia Portuale.

    Sarà questa che procederà, nel 1931, alla costruzione di un nuovo massiccio fabbricato di 5 piani, a pianta rettangolare, con un ampio cortile interno (235 mq),  su un’area di 1575 mq, la Casa dei lavoratori del Porto di Genova, su progetto dell’ingegnere Vittorio Giannini che, successivamente, passerà alla Compagnia Portuale Pietro Chiesa, ancor oggi presente con una sede nel palazzo. Ricordi di sacrifici, sudore, sofferenza, in questa remota storia i cui veri protagonisti sono quegli oscuri eroi che, muovendosi in un’atmosfera resa opaca dalle particelle di un nero veleno, hanno offerto la loro salute all’antracosi o alla tubercolosi affinché  la “superba” città, che ritroviamo tornando alla realtà, potesse continuare a crescere incastonata tra l’azzurro del mare e il verde aspro dei suoi monti.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: la Lanterna, il simbolo della città

    Storia di Genova: la Lanterna, il simbolo della città

    Sono tanti anni che la guardo da lontano, rassicurante presenza protettiva, dando per scontato che la “Signora” mi avrebbe, comunque, aspettato, torreggiando superba nello scorrere del tempo. Con una comoda passeggiata di pochi minuti, che, alta, aggetta sull’intero porto, partendo da Via Milano, tra il parcheggio dello Shopping Center del Terminal Traghetti e l’hotel Columbus Sea, si giunge sulla piccola rocca, ultimo residuo della collina di “Promontorio”, chiamata anche capo di Faro (popolarmente detto Codefà) o di San Benigno, in onore dell’antico convento, dove solenne e maestosa risiede, dal 1543, La Lanterna.

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  • Storia di Genova: il trenino di Casella

    Storia di Genova: il trenino di Casella

    Trenino Genova-Casella

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    Un vecchio ritaglio di giornale, dimenticato tra le pagine di un libro polveroso, un’immagine di una scolaresca in gita e, in sottofondo, lui, il trenino di Casella,  protagonista di questa “storia”, immutato nel tempo, a parte quel colore rosso sgargiante che originariamente corrispondeva ad un bicolore blu-panna a cui si è tornati dopo il recente restauro.

    Costruita in epoca fascista, la ferrovia Genova-Manin, sotto lo sguardo imponente del Castello di Mackenzie, si arrampica, per 25Km, tra colline alle spalle della città, su, fino a Casella, coprendo un dislivello che parte dai 93 metri della partenza fino ai 405 metri dell’arrivo, con una punta massima nei 458 metri di  Canova/Crocetta.

    Questa linea è servita da un trenino che ricorda quello del bambini, composto da un locomotore, qualche vagone e una carrozza bar, stile “belle époque”,  prenotabile per eventi particolari come feste, gite collettive e spettacoli. La capienza massima  è di 129 persone che potranno trovare posto su sedili, tutt’altro che ergonomici, in solido legno, per un viaggio fuoriporta  che lambisce la Valbisagno, la Valpolcevera e la Valle Scrivia.

    Le tre carrozze originali, portanti ancora inciso il monogramma dell’antico marchio delle officine Carminati & Toselli, in cui furono assemblate con componentistica elettrica CEMSA, TIBB di Vado Ligure, risalgono al 1929 e sono caratterizzate da un arredamento ligneo con rifiniture in bronzo ed ottone. La motrice, la  più antica locomotiva elettrica in attività, tuttora, in Italia, fu costruita nel 1924 e mostra orgogliosa il suo vecchio tachigrafo, arrotolato e appeso ad uno dei carrelli.  Completa il convoglio la carrozza bar, costruita dalla ditta Brema (1929) che riserva ai  passeggeri  un’atmosfera   “retrò”  in  stile Oriente-Express, sfoggiando un tetto rivestito in tela olona, romantiche abatjours dalla luce soffusa, un’antesignana macchina da caffè ed  un erogatore per la birra di datata memoria, costituito da una colonna in ceramica ed ottone.

    Il trenino, nato per essere impiegato nel tratto Spoleto-Norcia (Umbria), dopo 30 anni di onesto lavoro,  subì un primo restyling delle parti esterne che gli conferì il look attuale ma, fu solo nel 1971, che, ritornato in Liguria, modificato lo scartamento da 950 a 1000mm (allargamento delle assi per adattarlo alla larghezza dei binari), potenziato l’impianto frenante,  prese servizio sull’attuale tratta.

    L’impiego usuale, infatti, è risalire o scendere dall’Appennino ligure  per trasportare lavoratori e studenti che preferiscono evitare le tortuose curve  delle strade statali  e nel contempo godere di attimi di puro relax, lontani dal traffico che si intravvede, a scorci, scorrere lontano.

     

    Qui il tempo sembra essersi fermato:  si rivede il vecchio controllore che oblitera il biglietto, forandolo con una stellina, simbolo evidente di un attento controllo, ci si dimentica del riscaldamento, retaggio di tempi troppo moderni e lungo le tredici gallerie, che variano in lunghezza dai 30 ai 150 metri,  si rischia di passare dalla luce  abbagliante del sole al buio più completo, se il solerte bigliettaio si scorda di attivare l’impianto elettrico che, naturalmente, è rigorosamente manuale.

    Durante il viaggio si è “cullati” da un rumoroso sferragliare, passando su tratti a precipizio che offrono paesaggi “mozzafiato” sia per lo sguardo che può perdersi all’orizzonte sia per il timore da cui si è assaliti quando, nell’affrontare una curva in modo alquanto brusco, si viene letteralmente “shakerati” e si ha la sensazione di rotolare lungo l’erta scarpata.

    Trenino di Casella

    Nonostante ciò,  è un’esperienza imperdibile: un percorso che inizia salendo a mezza costa, tra arbusti e ginestre, sulla destra del Bisagno, lungo l’antico acquedotto medievale, da dove si può scorgere, ad est, l’azzurro lontano del mare dalle cui acque emerge, prepotente, il promontorio di Portofino e continua  verso i monti dove incombono le minacciose roccaforti dello Sperone, del Puin e del Diamante. Raggiunta la galleria di Trensasco, lasciato con rapido sguardo il Santuario della Madonna della Guardia, il tragitto si snoda  per lunghi tratti, tra pareti verdi di robinie, interrotte da muri a secco e sentieri boschivi, salendo con ampie curve, come una reale ferrovia di montagna, fino alla stazione di Sardorella , dove un edificio di tipo rurale e un pergolato ombroso offrono tavolini e giochi per una serena giornata all’aperto.

    Chi si prefigge di raggiungere S. Olcese, nella stagione opportuna, potrà cogliere l’occasione per improvvisarsi cercatore di funghi o raccoglitore di castagne ma, sicuramente, non potrà esimersi dal peccato di gola rappresentato dal celebre salame, da accompagnare alle fave e a una buona compagnia.

    Per chi è naturalista, poi, è d’obbligo un’escursione lungo  i 665 metri del Sentiero  Botanico, in cui si possono ammirare più di 30 specie diverse tra le piante appartenenti alla flora ligure e che offrirà, anche, l’opportunità di raggiungere un rifugio attrezzato con 14 posti letto o ammirare il piccolo borgo medievale di Ciaè.

    Per i pigri la fermata ideale è Crocetta d’Orero: per raggiungere i prati non sono necessari più di cento metri!  Ed , infine,  per chi si annovera tra buongustai, tutte le fermate sono buone; basta farsi consigliare dagli pendolari “habitués” e vi sapranno indicare una delle tante trattorie che si trovano lungo il tragitto dove, con una spesa relativa si potranno gustare autentici piatti tradizionali.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: la Commenda di Prè

    Storia di Genova: la Commenda di Prè

    La Commenda di PréNel XII secolo, superata Porta di Vacca, altrimenti conosciuta come Porta Sottana per distinguerla dalla sorella levantina Porta Soprana, il viaggiatore diretto verso la Valpolcevera incontrava ampi fondi agricoli, i “praedis” (prati da cui Prè) e un piccolo villaggio “Borgus Praedis”, come si legge in un documento medievale. La via da percorrere, nota al tempo dei romani come l’antica via consolare Emilia Scauri/Postumia (148 a.C), partiva da Genova e attraversava la pianura Padana per giungere ad Aquileia.

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    Sestiere di Pré, la storia di Genova – vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

     

     

     

    Di queste perdute memorie rimangono alcune tracce: oggetti di uso quotidiano risalenti ad un periodo compreso tra il II secolo a.C. e il I d.C., come anfore e ceramiche, una macina da mulino, un capitello corinzio, reperiti sui fondali antistanti  l’antico Arsenale della Repubblica così come fu sorprendente il ritrovamento di una pietra miliare, datata tra il 312 e il 324, rinvenuta nelle cripta della chiesa di S. Tommaso al Caput Arenae, demolita per la costruzione della Stazione Marittima, unico indizio del perduto tracciato.

    Lasciati consoli e centurioni, facciamo un salto nel tempo: A.D. 1100, sorge, in questo mondo agreste, un  sobrio edificio a tre piani, in mattoni e pietra grigia di promontorio, caratterizzato dalla presenza di un’antistante loggia  a tre ordini di colonne (ricostruita nel 1508), a cui si aggiungeranno, a formare un complesso unitario, due chiese una sovrapposta all’altra, nel 1180. La Commenda di Prè, voluta da Guglielmo, un frate appartenente ai Cavalieri Gerosolimitani, nasce dapprima come convento ed ospedale (ospitaletto) a cui segue  la funzione di alloggiamento per pellegrini ed armigeri in partenza per la Terrasanta.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: il borgo di Boccadasse

    Storia di Genova: il borgo di Boccadasse

    Boccadasse

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    Si dice che i primi ad approdare sulla spiaggia di Boccadasse furono dei navigatori spagnoli. Le imbarcazioni improvvisamente si imbatterono in una forte mareggiata e fu proprio la piccola insenatura a salvarli da una morte certa. Per questo decisero di insediarvisi, dando vita ed anima a quello che tutt’oggi è uno dei borghi più belli della nostra città.

    Leggenda a parte, le origini di questo antico borgo di pescatori sono ancora incerte. Il nome, con tutta probabilità, fa riferimento al torrente Asse che percorreva l’attuale via Boccadasse per poi sfociare nella baia nei pressi di via Aurora, da li’ probabilmente il termine “Bocca dell’ Asse”. Un’altra teoria afferma che il nome sia semplicemente “l’italianizzazione” del termine genovese “boca d’aze” ovvero bocca d’asino, proprio a causa della particolarissima forma dell’insenatura.

    Oggi Boccadasse e’ un quartiere di 5 km quadrati di superficie e conta 5.000 abitanti, ma il caratteristico colpo d’occhio offerto dalla particolarissima conformazione del borgo è pressoché invariato da almeno trecento anni.
    Dopo la costruzione dell’arteria stradale di corso Italia nei primissimi anni del ‘900, Boccadasse diventa il punto di ritrovo di moltissime famiglie genovesi dopo la classica passeggiata della domenica pomeriggio.

    Nel borgo fiorirono le prime botteghe, come l’antica latteria igienica du sciu Amedeo, divenuta gelateria negli anni sessanta, una delle prime in Italia a produrre gelato artigianale per tutto l’anno. A pochi passi di distanza sorgeva la storica bottega del Lallo, il maestro d’Ascia, abile artigiano costruttore di barche in legno per pescatori. La bottega ha definitivamente chiuso la propria attivita’ nel dicembre dell’anno scorso, portando via con sé un patrimonio immenso di antichissimi attrezzi e segreti del mestiere.

    Sin dalle antiche origini Boccadasse era un borgo di pescatori. Si narra che sul finire del XIX secolo quasi tutti i giorni, soprattutto nei mesi estivi, la spiaggia diventava vero e proprio mercato a cielo aperto frequentato da tutti gli abitanti della “Genova bene”, gli unici in grado di raggiungere agevolmente la spiaggia visto che corso Italia ancora non esisteva. Oggi si possono ancora ammirare, soprattutto alle prime ore del giorno, pescatori che rammendano reti… consapevoli continuatori di una tradizione plurisecolare.

    Si dice che la famosa “gatta” cantata da Gino Paoli fosse uno dei tanti gatti che ancora oggi siedono sulle barche dei pesactori in attesa di un piccolo spuntino. Il cantautore, infatti, abitò a Boccadasse per molti anni.

    Un’ultima curiosità che forse molti di voi non sanno: Boccadasse da il nome ad un quartiere di Buenos Aires in passato prevalentemente occupato da emigrati genovesi. Il quartiere in questione è la Boca, patria natia della famosa squadra di calcio Boca Juniors, soprannominata proprio per questo motivo dagli argentini “zeniexes”, in onore delle antiche origini genovesi.

     

    Foto e video di Daniele Orlandi

    BoccadasseBoccadasse

  • Storia di Genova: villetta Di Negro e il Museo di Arte Orientale

    Storia di Genova: villetta Di Negro e il Museo di Arte Orientale

    Villetta Di Negro

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    Guardo con occhi sognanti le offerte esposte nella vetrina, tentatrice, di un agenzia di viaggi: parlano di mete lontane e paradisi esotici, forse gli stessi che Colombo immaginava cercando la Cina e finendo in America ma, lungi da imbarcarmi su traballanti caravelle, preferisco cercare un angolo di Oriente che, con poca fatica e altrettanto poca spesa, posso trovare in un cantuccio verde della nostra città. Nel quartiere di Portoria guardando a monte, lasciata alle spalle l’elegante Piazza Corvetto, si può scorgere il parco di Villetta Di Negro, al cui interno, celato da una flora rigogliosa, è ubicato il Museo di Arte Orientale Edoardo Chiossone.

    Varcati i cancelli del parco, voluto agli inizi dell’Ottocento da Gian Carlo Di Negro, tortuose salite si snodano lungo un percorso su cui si incontrano, in un chiaro- scuro disegnato dalla vegetazione, sassose grotte, cascatelle artificiali, intimi pergolati e aerei ponticelli che aggettano su pozze colorate da pesci rossi. Su, in alto, dove la collina spiana, da un belvedere corredato da panchine, lo sguardo spazia sui tetti della città fino alla Lanterna che si erge, solitaria, sul molo.

    Qui, tra la quiete rotta solo da un’eco lontana del traffico, non troviamo fantasmi errabondi ma tenere coppiette in cerca di discrezione o scanzonati scolari, “bigiatori” per un giorno, che godono di un luogo dove fino al 1802, anno in cui fu acquistato dall’omonimo marchese, si ergeva il bastione cinquecentesco di Luccoli, ormai smilitarizzato.

    Sulla vendita della collina, fissata in 22 mila lire, gravava l’impegno di fondare e sovvenzionare un centro botanico che vi avesse sede per almeno 6 anni. Smantellata l’antica roccaforte, dunque, su progetto dell’architetto Carlo Barabino, fu costruita una palazzina neoclassica, in posizione panoramica, che venne circondata da un grande giardino all’inglese.

    Dopo il decesso del nobile (1857), la proprietà passò nuovamente nelle mani del Comune con varie destinazione d’uso, fino al 1942, quando l’edificio abitativo venne distrutto nel corso di un bombardamento.

    Mentre il Marchese Di Negro passeggiava lungo i viali della sua nuova dimora, nasceva ad Arenzano Edoardo Chiossone (21 gennaio 1832), pittore ed incisore: cugino del più noto David, medico, filantropo e autore di numerose commedie di successo, giovanetto, approdò all’Accademia Ligustica delle Belle Arti dove si distinse per le sue pregevoli incisioni su rame, conservate, oggi, nel Museo Nazionale di Roma.

    La litografia, la nascente fotografia e, argomento non trascurabile per un genovese, l’amore per il “denaro” lo portarono ad operare presso la Banca Nazionale del Regno d’Italia, a cui seguì una specializzazione a Francoforte e un soggiorno in Inghilterra. Il suo interesse, a dispetto dei malpensanti, era rivolto alla creazione di banconote “perfette” e quindi non falsificabili: questo suo lavoro non sfuggì ai giapponesi che erano impazienti di allinearsi sugli standard occidentali, dopo i venti di innovazione portati dalla rivoluzione del 1868, per cui, al fine di diffondere una moderna immagine della finanza giapponese di Stato, fu chiamato a fondare e a dirigere, a Tokio, l’Officina Imperiale di carte-valori.

    Profondo cultore dell’arte giapponese, divenne un importante raccoglitore di opere d’arte grazie al fatto che l’impoverimento di molte famiglie aristocratiche, dovuto alla guerra, aveva messo sul mercato opere di inestimabile valore. Alla sua morte (Yokohama, 11 aprile 1898), pur lontano, si ricordò della sua patria e dell’Accademia Ligustica, “mia madre in arte”, a cui lasciò la sua collezione. Fu così che 96 grandi casse, con all’interno 15 mila reperti preziosi, giunsero al porto di Genova, senza spese di trasporto e di dogana, per essere accolti nei locali del Palazzo dell’Accademia in Piazza De Ferrari, dove venne allestito un primo museo, inaugurato il 30 Ottobre 1905 alla presenza di Vittorio Emanuele III, Re d’Italia.

    Smantellato, durante la guerra, riprese a “vivere” nel luogo dove abbiamo lasciato le macerie dell’antico palazzo Di Negro. Grazie ad un progetto di Mario Labò, infatti, al loro posto venne costruito un sobrio e razionale edificio che ricorda l’essenzialità delle case nipponiche e nel quale questi inestimabili manufatti trovarono la loro sede definitiva (1971).

    Statue bronzee cinesi e giapponesi insieme ad elmi, maschere, campane, accolgono il visitatore all’inizio di un percorso circolare che si snoda lungo le cinque gallerie a sbalzo, poste ai lati del salone. In questo cammino armi e armature di samurai, smalti cloisonné, ceramiche, lacche, specchi, porcellane, piccoli stupa (tabernacoli a forma di pagoda), bodhisattva dorati (essere vivente, sattva, che aspira all’Illuminazione, bodhi), stampe policrome, strumenti musicali, costumi, tessuti, inrô a scomparti (astuccio), paraventi decorati, strumenti musicali, tessuti, monete, bronzistica, dipinti su carta e seta (dal XI al XIX sec.) etc, si susseguono in un rincorrersi di stupore e di ammirazione.

    Un mondo di arte che si rinnova, di volta in volta, per le esposizioni cicliche a cui sono sottoposte le opere per una migliore conservazione e che si arricchisce, a marzo, maggio, giugno, di celebrazioni particolari in analogia alle feste che si svolgono in Giappone, rispettivamente la “Festa delle bambine, delle bambole e dei fiori di pesco”, “la Festa dei maschietti, delle carpe volanti e dei fiori di Iris”, “la Festa delle stelle e dei desideri”.

    Questo autentico salto nel tempo del periodo Meiji (periodo del regno illuminato) ci dona una pausa di autentico relax Orientale prima di riaffrontare il frenetico e caotico andirivieni del mondo Occidentale.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: piazza della Nunziata e i balestrieri genovesi

    Storia di Genova: piazza della Nunziata e i balestrieri genovesi

    Ingresso Basilica di Piazza dell'Annunziata

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    Nel caos del traffico cittadino c’è una piazza, un po’ snobbata dalle guide e dai percorsi turistici anche perché, diciamolo, soffocata dal transito rumoroso di mezzi di tutti i tipi, con palazzi smorti nel loro non-colore che avrebbero bisogno di un provvido restyling e in perdente competizione con le più nobili e vicine Via Cairoli, via Balbi nonché tutto il cuore pulsante del Centro Storico. Eppure Piazza della Nunziata potrebbe stupire con tanti racconti che l’hanno vista muta testimone di passate vicende umane.

    Campeggia in questo luogo la monumentale chiesa dedicata alla SS. Annunziata del Vastato. Piccola pieve, limitata nella superfice dalla presenza di due torrentelli, oggi incanalati nel sottosuolo, il rio di Carbonara e il rio di Vallechiara, vide gli albori nel 1228 con il nome di S. Maria del Prato.

    Dai Fratelli della Regola degli Umiliati, primi religiosi a curarne la costruzione, passò ai Conventuali di S. Francesco di Castelletto che la ingrandirono (1520-1530), grazie al congruo contributo in denaro di Francesco Spinola e la dotarono di un ampio sagrato, previa demolizione di alcune case, azione da cui deriverebbe il termine “guastato” o del “vastato”, anche se qualcuno sostiene che il toponimo è da riferirsi ad “a-stu”, luogo all’aperto dove antichi liguri si riunivano in parlamento.

    Fu grazie, però, ai nobili Lomellini se i nuovi proprietari, i Frati minori Osservanti dell’Annunziata di Portoria, la completarono nelle sue attuali forme barocche(1591-1625), rendendola un vero museo della storia dell’arte genovese del ‘600. Mirabili sono la facciata di Taddeo Carlone, il pronao neoclassico con il grandioso timpano, sorretto da sei colonne, di Carlo Barabino, gli affreschi della navata centrale dei fratelli Giovanni e Giovanni Battista Carlone o quelli delle due navate laterali dove, insieme ai più noti Grechetto, Fiasella, Cambiaso, Strozzi, troviamo opere di ben altri 19 pittori, tra le quali alcune di grande valore artistico come Il Cenacolo (G.C. Procaccini) che campeggia sopra l’ingresso o l’Annunciazione (D. Piola) in una delle cappelle laterali.

    Il Paradiso, affresco di Andrea Ansaldo, che impreziosisce la cupola centrale, è famoso, poi, per essere stato causa di un agguato, teso al pittore da colleghi invidiosi, dal quale si salvò miracolosamente. La querelle tra artisti, rosi da gelosie e rivalità, erano molto frequenti in quei tempi, come lo testimonia il fatto che l’Ansaldo era già scampato ad un episodio analogo. Venuto a conoscenza che era stato affidato al rivale Giulio Benso l’incarico di dipingere “S. Antonio fra gli Angeli”, per l’Oratorio di S. Antonio Abate, su cui, pare, vantasse dei diritti di prelazione, l’artista affrontò con decisione il concorrente che, però, più giovane e armato di un “ferro”, lo ridusse così a mal partito che per poco non ne morì.

    Basilica di Piazza dell'AnnunziataBasilica di Piazza dell'Annunziata

    Meno fortunato fu Luciano Borzone che, mentre dipingeva il Presepe, visibile a sinistra dellacappella maggiore, cadde maldestramente dall’impalcatura e perì. Deceduti per peste, anni più tardi (1645) anche i suoi figli chiamati a terminare l’opera del padre. Sorte infelice, ugualmente, per il duca Giuseppe Bouffleurs, giunto con le sue truppe a difendere Genova da un possibile ritorno degli austriaci. Poco più di un anno dopo (1747), come si legge in un antico testo, il vaiolo chiamò il poveretto “ad altra gloria”. La stima dei genovesi, che “lo piansero a calde lacrime” perché “ avevano ammirato in lui il modello d’ogni virtù cristiana”, indusse il Senato dell’epoca a conferirgli un posto nel libro d’oro della nobiltà genovese. Questo privilegio aveva come conseguenza l’opportunità di inserire lo stemma della Repubblica nel blasone di famiglia e la possibilità di essere sepolto in una chiesa, scelta che cadde su quella dell’Annunziata, dove ancora giace davanti alla cappella dedicata a S. Luigi.

    Spostiamoci sul “Vastato” e caliamoci nell’anno 1601: nella piazza una grande forca è stata allestita per l’impiccagione di Giovanni Giorgio Leveratto. La triste storia inizia quando Maria de’ Medici, moglie di Enrico IV di Francia, fu costretta a soggiornare a Portofino per le pessime condizioni del mare. Qui conobbe un certo Gian Battista Vassallo che, seguitala in Francia, per accrescere il suo prestigio agli occhi della regina, progettò di consegnare Genova ai francesi. Per ordire la congiura, si rivolse al cognato Leveratto, medico genovese, che pensò di introdurre i nemici nella città attraverso una piccola porta nei pressi di Carignano. Ma il tradimento di Antonio Morasso, proprietario della casa da cui sarebbero dovuti partire i cospiratori, fece fallire il piano, piano prontamente confermato dal traditore al primo “rendez vous” con gli strumenti di tortura. Spettacoli molto più ameni si tenevano, invece, nei giorni festivi, ma per scoprirne i protagonisti, bisogna prima parlare di un’antica e terribile arma: la balestra.

    Il “Vastato” era l’ampio spiazzo davanti alla chiesa di piazza della Nunziata, dove nel XIII secolo, si esercitavano i balestrieri, così come, dopo le funzioni religiose nei giorni festivi, si poteva assistere alle loro esibizione a Prè, a Sarzano, sulla spianata dell’Acquasola e in tutte le piazze antistanti le parrocchie. Vere e proprie competizioni, accompagnate da un tifo da stadio con applausi, fischi, discussioni, risse, si concludevano con l’assegnazione di ricchi premi: “ille qui primo dabat in signo” (chi per primo risultava vincitore) riceveva “una tazza de bono ariento”, il secondo 10 paia di braccia di tessuto di lana, il terzo una nuova balestra completamente accessoriata. Se ne trova memoria nei libri amministrativi delle spese: esborso di 10 lire per la valle di Voltri (1338) usate per l’acquisto di due tazze di argento, così per gli anni successivi, sceso a 6 lire e 5 soldi, per una sola tazza in tempi di crisi (1415) ect.

    Col nome di “Balistariis” erano il vero corpo “d’elitte” delle milizie genovesi, famosi per perizia, precisione, sprezzo del pericolo e prendevano il nome dalla terribile arma di cui erano equipaggiati: la balestra. Le origini di questo strumento bellico sono incerte ma, comunque, antichissime, basti pensare che, nel 500 a.C., viene citata nel trattato cinese dell’Arte della Guerra, in cui il capo militare Sun Tzu ne descrive i mirabili pregi: “il potere è come la contrazione di una balestra, la tempestività come lo scoccare di un dardo…”. Dalla Cina si diffuse in Medio Oriente nel 900 d.C. e fu importata in Europa intorno all’XI secolo.

    Antenata della balestra, in uso presso greci e romani fin dal II secolo a.C., era la “balista”, una grande macchina da guerra in grado di scagliare enormi pietre con cui far saltare le merlature delle mura. Parente più prossima era, invece, quella chiamata “streva”, denominata in seguito “a gamba” o “a tibia”, perché si ricaricava a terra utilizzando la staffa in ferro al centro dell’arco. Poco veloci da riarmare, avevano bisogno dei Pavesari, uomini armati di lancia e scudo (pavese) per proteggere il balestriere durante questa manovra. Facile e maneggevole era la “manesca”, usata per difesa personale ma, a Genova, si usava la ”balestra a staffa”, più grande di quella cinese e più piccola di quella “da posta” (difesa statica) ma così micidiale da superare le altre per gittata (più di 400 m) e con potenza tale da forare una corazza o trapassare un cavallo, tanto da essere etichettata come “arma infernale e sconveniente per i cristiani” da Papa Innocenzo II, nel corso del Concilio Laterano del 1139.

    Il fusto in faggio, in rovere o in tasso italiano, la corda fatta di canapa intrecciata, un peso complessivo di 6 chili erano alcune caratteristiche di una vera opera d’arte la cui realizzazione era affidata a specialisti, riuniti nella corporazione dei “Balistari” (1275), mentre i dardi erano forniti da privati, i “Quarellarii” detti anche “Magister Verretonorum”, o dalla Zecca. In questo ultimo caso erano detti “buoni” e, per statuto, non potevano mancare su navi o in roccaforti da difendere. E’ proprio nella registrazione del carico delle navi, che partirono per la prima crociata (1098), dove troviamo notizie certe della presenza dell’arma nella nostra città ma, solo alla fine del 1100, venne istituito un vero corpo di armigeri che in pochi anni diventò la punta di diamante dell’esercito di S. Giorgio, con una precisa organizzazione che prevedeva la suddivisione in “bandiere”, composte ciascuna da 20 uomini, comandate da un conestabile.

    Regolarmente salariati, avevano una “ferma” di 3-6 mesi e un ”garante” che rimborsava lo stipendio esborsato dalla Repubblica, pena il carcere, in caso di loro defezione. Lo stesso Comune permetteva di requisire, con l’esposizione di un cippo contrassegnato dalle loro insegne, qualsiasi terreno fosse necessario per l’allenamento e, nel 1352, lo stesso Comune giunse ad acquistare un terreno dell’Abbazia di S. Stefano per questo scopo.

    Tra il 1100 e il 1400 furono la milizia più addestrata e meglio pagata d’Europa da cui i genovesi cercarono di trarne profitto “affittandoli”. Il loro primo impiego mercenario data 1173, quando venne firmato un trattato tra il marchesato di Gavi e Genova, con l’impegno di un intervento in caso di bisogno, seguito da quello del 21 febbraio 1181 in cui ,“in nomine Domine”, i Consoli liguri si impegnavano a fornire ad Alessandria 200 arcieri, e 10 “maestri” (balestrieri). Con un capovolgimento di fronte, fu ad Asti (1245) che furono “locati”, per un mese, “100 balestrieri appiedati e 20 a cavallo da impiegare contro la vicina città di Alessandria”. La loro temibile fama fu quella che indusse Federico II a rilasciare un gruppo di prigionieri, dei 500 mandati a difendere Milano (1245), privati di un occhio e della mano destra perché non potessero tornare ad esercitare la loro arte bellica. Genova, riconoscendo il loro sacrificio, cosa inconsueta per quei tempi e per la proverbiale tirchieria, istituì per loro una regolare pensione. Finita la carriera con l’avvento delle armi da fuoco, oggi, per chi vuole saperne di più, esiste nella nostra città la Compagnia dei Balestrieri del Mandraccio, con sede presso la Casa del Boia, in piazza Cavour, dove è allestito un Museo di armi e costumi.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: l’antico Comune di Sestri Ponente

    Storia di Genova: l’antico Comune di Sestri Ponente

    Sestri PonenteEra il “Sextum lapis ab Urbe Janue”, ovvero la “sesta pietra miliare dalla città di Genova” sulla strada romana che univa l’antica Gallia con la Capitale. Il villaggio “Sextum” sorse sulla collina nel II Secolo, quando ancora il mare occupava tutta la parte pianeggiante, e il nome Sestri deriva proprio dalla volgarizzazione di questo toponimo latino.

    Rimase villaggio marinaro e agricolo per tutta la sua storia, ma già al tempo dell’Impero Romano l’attuale Sestri Ponente era uno dei centri maggiormente abitati del “genovesato”.

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  • Storia di Genova: S.Valentino, tradizioni e celebrità genovesi

    Storia di Genova: S.Valentino, tradizioni e celebrità genovesi

    Piazza dello Amor Perfetto, GenovaA Genova la festa degli innamorati si festeggiava, anticamente, a S. Giovanni. Intorno ai falò, le giovani coppie traevano auspici sulla durata del loro amore osservando il consumarsi di fiaccole votive. Alla vigilia della festa, le nubili mettevano sul davanzale un fiore di cardo che, se si fosse schiuso, avrebbe assicurato marito e fedeltà. Le stesse recitavano “un pater, ave, gloria a onö de Sant’Antonin ch’o me dagghe bon galante e bon cammin”.

    Se una donna portava uno stelo di basilico in seno, l’attrazione sarebbe stata irresistibile così come, se avesse cucito un capello nell’orlo del vestito, il marito era assicurato. Stesso risultato si otteneva buttando, a Capodanno, una pantofola verso l’uscio sperando che cadesse con la punta rivolta all’esterno e, per conoscere il nome del fortunato, si prendevano tanti bigliettini, si scrivevano i nomi dei “favoriti” (più uno lasciato in bianco) e si arrotolavano. Alla mattina seguente, se un foglietto si era “magicamente” disteso bastava leggere chi era l’eletto ma, se risultava bianco, c’era da aspettare un altro anno.

    Più arcana era la “piombomanzia”: si lasciavano cadere, in acqua, poche gocce di metallo fuso e, a seconda della forma che assumevano nel raffreddarsi (ad esempio una barca= marinaio), era svelato il lavoro del futuro marito.

    Anche nell’antica tradizione genovese troviamo coppie celebri come quella del Paciugo e la Paciuga, coniugi del XI secolo, che vivevano nel quartiere di Prè. Lui marinaio catturato dai Saraceni, lei devota alla vergine di Coronata, dove ogni sabato si recava a pregare per la salvezza del marito. Costui, tornato incolume dalla prigionia, non trovò la moglie ad attenderlo ma solo malelingue che insinuarono in lui, per quelle misteriose assenze, il dubbio di incontri amorosi. Il dramma si compie: il marito porta la consorte in barca e l’uccide. Il subitaneo e sincero pentimento dell’uxoricida e la devozione della donna spinsero, però, la Madonna a salvare dalle onde una resuscitata Paciuga che, sulla spiaggia, andò incontro al marito per lo scontato felice epilogo.

    Tommasina Spinola (1502) elesse Luigi II a “suo intendio” nella Villa Cattaneo Adorno (Albaro) e l’intendio rimase anche dopo la partenza del re. Quando, il 25 aprile 1503, le fu data la fallace notizia della morte del sire, nella battaglia della Cerignola, la poveretta non resse al dolore e morì nel suo palazzo dell’Amor Perfetto, toponimo che qualcuno, in modo meno idilliaco, associa alle antiche case di meretrici, ubicate sulle falde del colle di Montalbano.

    Storia tragica quella di Anna Giustiniani, figlia del barone Schiaffino e della contessa Corvetto. Sposata al vecchio, arci-conservatore marchese Stefano Giustiniani (1826), fece del suo salotto genovese un “covo” del nuovo “esprit” d’oltralpe portatore di venti rivoluzionari ai quali non fu immune il giovane Camillo Cavour, in forza alla caserma presso Porta degli Archi (attuale Ponte Monumentale). La “galeotta” politica si concluse con il trasferimento a Torino del “giacobino” conte e con l’esilio errante della giovane irredentista, prima a Milano, Torino, Vinadio ed infine a Voltri, una prigione dorata dalla quale partivano, alla volta dell’amato, lettere appassionate (150 in un anno). Nel ’35 Nina tentò la fuga ma, arrestata ad Asti, venne nuovamente riportata nella dimora genovese dove trovò la morte gettandosi dalla finestra, essendo fallito un precedente tentativo di suicidio col veleno.

    Ritratto di Luca CambiasoUn’altra storia ci parla del pittore Luca Cambiaso che, rimasto vedovo, s’invaghi della bella cognata Argentina Schenone. Il rapporto, etichettato come incestuoso secondo i dettami del tempo, lo portò in Spagna presso Filippo II, nel tentativo di ottenere un’intercessione regale presso il Papa, ma il veto non fu revocato e l’infelice innamorato morì consumato da “mal d’amore”, lontano dalla patria.

    Guglielmo di Ventimiglia e Recupero di Portovenere, notissimi corsari, furono salvati dalla forca grazie ad un’insurrezione di gentili donzelle che, conquistate dal loro fascino piratesco, sfidando gli armigeri, presero a sassate la corte del Podestà. Questo episodio insieme al fatto che il decesso non fu immediato convinsero le autorità a concedere la grazia.

    Più sfortunato fu Luis François Armand du Plessi, inviato a Genova per proteggerla dagli austriaci. Invaghitosi di Pellina Lomellini, sposa di Rodolfo Brignole Sale, ottenne da questa solo grandi rifiuti nonostante l’omaggio quotidiano di fiori, le visite assillanti, i tentativi di ingelosirla con una ballerina, l’improvviso fervore religioso per compiacere la sua devozione e il tentativo di ubbriacarla, da cui usci sbronzo solo lui. Recatosi ad un incontro galante, sollecitato da un insperato invito, non trovò l’amata ma solo una tal madama de Valdo, cinquantenne dalla “faccia listata di macchie di calore, e per tutta bellezza possedeva una certa pinguedine“.

    Il plebeo Filippo Casoni ebbe l’ardire di innamorarsi (1691) della nobile Apollonia Acquarone. Con 4 soldati corsi e qualche contadino della Valpolcevera rapì l’amata e con essa riparò in quel di Coronata. Ritrovati prontamente, il Casoni fu spedito al Palazzetto Criminale con una condanna a 20 anni di carcere dal quale uscì, nel1695, perché ammalato di tisi e con l’esborso di 1000 scudi d’argento. Non pago, si innamorò della protestante Anna Maria Stiston con la quale, per superare le differenze religiose, cercò di maritarsi col rito “manzoniano”. Incarcerato nuovamente, fu liberato il mese successivo e, sanate le pratiche necessarie, si ritrovò felicemente maritato.

    Oscar WildeStoria lacrimevole anche quella del giovane Manzoni, giunto nella nostra città alla ricerca dell’innamorata Luigia Visconti, solo per scoprire che l’oggetto dei suoi desideri era andata in sposa al marchese Gian Carlo Di Negro. Riposa in pace, presso Staglieno, Constance Lloyd, infelice moglie del celebre scrittore Oscar Wilde che, imprigionato per omosessualità, al suo rilascio preferì tornare dal suo giovane amante, lasciandola in un’inutile, dolorosa attesa che terminò solo con la sua morte… ma anche questo è amore.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: da San Pier d’Arena a Sampierdarena

    Storia di Genova: da San Pier d’Arena a Sampierdarena

    SampierdarenaIl Comune di San Pier d’Arena fu costituito autonomo il 2 febbraio del 1131, anche se rimase per tutta la sua storia assoggettato alla vicina Genova. Prese il nome dall’antica chiesa di San Pietro dell’Arena, oggi nominata Santa Maria della Cella.

    Centro di agricoltori e pescatori, Sampierdarena (spesso erroneamente scritto Sampiardarena) conobbe a partire dal XII secolo un periodo di grande ricchezza. La spiaggia in sabbia fine, caso raro nel litorale genovese, e la vicinanza con la Superba (sin dal 1128 la spiaggia era dominata ad est dal “grande faro” di Genova) favorì infatti il piccolo comune che fino al Settecento veniva considerato ambitissima residenza estiva per nobili e signori dell’alta società. Unica testimonianza di quel periodo di fasti sono villa Scassi, villa Grimaldi e villa Spinola, mentre la spiaggia a partire dal 1927 sparì per fare spazio alle nuove banchine del porto.

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  • Storia di Genova: il Borgo degli Incrociati

    Storia di Genova: il Borgo degli Incrociati

    borgo incrociati

    La Storia di Genova, Borgo Incrociati – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Il Borgo degli Incrociati e’ un antichissimo borgo medievale sviluppatosi sul confine est della citta’. Il nome “Incrociati” deriva da un’antica chiesa che si trovava a pochi passi dall’ingresso della strada dalla parte della stazione Brignole e che venne demolita i primi del Novecento.

    Il vecchio ponte di Sant’Agata, che in origine contava ben 28 arcate e che nel medioevo venne costruito sui ruderi di un ponte romano, collegava questa chiesa con quella di Sant’ Agata nell’attuale San Fruttuoso vecchia. Borgo Incrociati, infatti, prima della costruzione dell’ultimo tratto di via Canevari, affacciava sul Bisagno, il ponte raggiungeva direttamente le abitazioni e l’ultimissimo tratto e’ oggi ancora visibile fra le case del borgo.

    Negli anni trenta la struttura della zona era ancora ben diversa da quella che possiamo ammirare oggi. Anche dopo la demolizione della chiesa, infatti, poco prima del tunnel che si collega alla Stazione, sorgeva un archivolto (ancora oggi in buono stato) attraverso il quale si giungeva in un’ampia piazza, in minima parte ancora riconoscibile. La piazza, denominata appunto “dell’Archivolto”, venne sacrificata durante la costruzione di corso Monte Grappa.

    Nei primi quarant’anni del secolo scorso Borgo Incrociati fu il borgo delle donne: sostavano fuori dai portoni, vestivano lunghi abiti neri con i capelli raccolti, vendevano frutta di stagione e in inverno profumatissime caldarroste (le famose “rustie”). All’interno degli appartamenti il matriarcato aggiustava le tomaie delle scarpe e si adoperava in lavori di cucito e di pellame. Tenevano le porte di casa sempre aperte e per 5/10 centesimi di lira riparavano le scarpe dei passanti. Queste instancabili madri di famiglia erano famose in citta’ anche per una “bizzarra” particolarita’: sotto gli abiti neri non portavano le mutande, per poter fare i propri bisogni restavano in piedi, allargavano le gambe e si liberavano negli angoli del borgo. Bisognava lavorare, non c’era tempo da perdere…

     

    Lungo la via degli Incrociati c’era il barbiere, diverse latterie ed osterie, il carbonaio (che vendeva carbone, patate e cipolle) e i vecchi antiquari (si chiamavano repessin e vendevano ogni genere di usato).

    borgo incrociati
    Il “landun” di Borgo Incrociati

    Gli uomini durante il giorno si vedevano poco, erano in citta’ a lavorare e uscivano la sera per bere nelle osterie. Si puo’ attraversare ancora oggi, all’altezza della fermata degli autobus, il celebre “landun”, un piccolo tunnel dove gli uomini ubriachi si nascondevano dalle mogli e terminavano le loro bevute.

    Gli anni 50/60 furono gli ultimi anni di splendore per il Borgo degli Incrociati. Lo storico bar Mangini divenne il punto di ritrovo per eccellenza degli sportivi genovesi, tifosi e calciatori. La domenica dopo le partite i calciatori di Genoa e Samp usavano fermarsi al bar per una bevuta e per discutere con i tifosi. Fu proprio in quel periodo che Marcello Lippi, ex ct della Nazionale e ai tempi libero della Sampdoria, conobbe la sua attuale moglie, che lavorava nella pescheria di famiglia a pochi passi dal bar.

     

    Ringraziamo per le preziose testimonianze Lina e Remo Toffan

     

    borgo incrociati

    borgo incrociatiborgo incrociati

  • Genova e i grandi cantieri navali: da Ansaldo a Fincantieri

    Genova e i grandi cantieri navali: da Ansaldo a Fincantieri

    Il Porto di Genova, documentario video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Genovesi grandi navigatori di cui Colombo ne è l’emblema, ma non solo: grandi cantieri navali che hanno fatto la storia della navigazione transoceanica, quando gli aerei erano ancora un miraggio e questi giganti del mare rappresentavano la via più sicura per raggiungere terre lontane.

    Il primo a capire l’importanza di aprire nuove rotte commerciali verso l’Oriente, e di qui “conquistare” il mondo, fu Raffaele Rubattino (1809-1891), più noto come l’armatore dei “Mille”, che nel 1868 inaugura una linea regolare, di passeggeri e merci, tra Genova ed Alessandria d’Egitto.

    All’apertura del Canale di Suez il 17 novembre 1869, è del Rubattino la prima nave italiana ad attraversare il nuovo passaggio cui seguiranno collegamenti regolari, in partenza il 24 di ogni mese, verso Assab, in Dancalia, pezzo di costa comprata per 6.000 talleri, luogo in cui viene costruito un impianto carbonifero di rifornimento per i piroscafi con rotta verso Aden e Giava.

    Nel 1864 le linee vengono prolungate fino a Singapore e a Bombey ma, soprattutto, le prime navi italiane raggiungono l’Argentina dando vita a quel flusso di migranti delle cui storie sono piene le pagine dei giornali di fine secolo.

    Quattro anni prima anche l’industria genovese Ansaldo aveva iniziato la produzione di navi. Il gruppo Ansaldo nasce nel 1846 dall’acquisizione di una preesistente società fondata da Filippo Taylor, ingegnere meccanico inglese, e Fortunato Prandi, uomo d’affari torinese, un’officina meccanica in Sampierdarena, alle porte di Genova, che si occupava di materiale ferroviario. Passata allo Stato nel 1852, viene riceduta, dopo pochi mesi, per 810 mila lire, alla neonata Soc. Gio Ansaldo (Giovanni Ansaldo, Carlo Bombrini, Giacomo Filippo Penco e Raffaele Rubattino) che si dedica alla produzione di locomotive per lo Stato piemontese.

    La costruzione di navi inizia, come detto, nel 1860, con la realizzazione di due piccole cannoniere per la flottiglia del Garda ma il salto di qualità si ha nel 1886 con l’acquisizione del cantiere Cadenaccio (Sestri Ponente), importante realtà nautica della città comprovata dal fatto che, qui, era stato costruito il Cosmos, il più grande veliero in legno italiano.

    Dalla parte opposta della città, Enrico Cravero, già proprietario degli ex cantieri Westermann, anch’essi ubicati a Sestri, nel 1890, prende in affitto, dal Comune, l’Arsenale di Genova e unifica le due strutture sotto un’unica direzione, privilegiando la costruzione di navi passeggere in quello della Foce, mentre le commesse militari continuano ad essere evase a ponente. Nel dopoguerra, la chiusura di questi due poli industriali, apre vasti spazi per l’ampliamento dell’Ansaldo che, con uno sviluppo crescente, saprà mostrare tutte le sue grandi potenzialità. Infatti, il 1° agosto 1931, viene varato il mitico Rex, ricordato nel film di Fellini “Amarcord”, il più  grande transatlantico italiano in grado di competere con quelli dell’epoca: alla presenza di Vittorio Emanuele II e della regina Elena, entra nella storia con le sue 4 turbine che azionavano altrettante eliche di 5 metri di diametro e una potenza, dichiarata, di 136000 cavalli. L’inaugurazione ufficiale si tiene, invece, il 25 settembre 1932,  alla presenza dell’Arcivescovo che dichiara la cappella della nave “parrocchia” di Genova e a cui segue la partenza, il giorno dopo, con 1872 passeggeri.

    In uno dei suoi tanti viaggi, riesce a conquistare il Nastro Azzurro (agosto 1933), trofeo per la traversata più veloce. Nello stesso anno, l’Ansaldo entra a far parte dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri) e, nel  marzo ’48, della società finanziaria Finmeccanica, segnando un nuovo traguardo perché, già dal 1950, riceve l’ordinazione di sette navi per un totale di 73 mila tonnellate di stazza lorda. Da qui esce l’Andrea Doria (1951), la gemella Cristoforo Colombo (1953), la Leonardo da Vinci (1960) e i suoi due “diamanti” (1965) la Michelangelo e la gemella Raffaello.

    Dal 1966 il cantiere viene scorporato dall’Ansaldo e passa sotto il controllo della Fincantieri. Storie di mare, di tecnologia, di naufragi, che fanno da cornice alle luci sfavillanti dei saloni, all’allegria delle feste, ma anche a tante miserevoli storie di emigranti che, da sotto la Lanterna, partivano con il bagaglio, solo, dei loro sogni e, negli occhi, il ricordo nostalgico di quei monti che da Righi scendono al vicino mare, come recita la celebre canzone genovese (1925) di Mario Cappello “Ma se ghe pensu”.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: gli Spinola e il palazzo della Prefettura

    Storia di Genova: gli Spinola e il palazzo della Prefettura

    “Omnia tempus habbent”: Massimiliano Spinola osò far apporre questa targa -una incauta provocazione diretta niente di meno che al re – sul portone della sua dimora che svetta, tuttora, in Largo Eros Lanfranco e che è sede della Prefettura di Genova.

    L’aneddoto si riferisce al rifiuto opposto, dal nobile, alla nomina di Ciambellano del re, conferitagli da Vittorio Emanuele I.

    Genova e dintorni, la guida online

     

    Massimiliano Spinola e l’affronto a Sua Maestà – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it