Categoria: Storia di Genova

La storia di Genova, un viaggio fra il presente e il passato della città

  • Urbanistica, quando il sogno dei 2 milioni di abitanti è divenuto incubo di cemento. Ma sbagliare è ancora possibile

    Urbanistica, quando il sogno dei 2 milioni di abitanti è divenuto incubo di cemento. Ma sbagliare è ancora possibile

    corte-lambruschini-uffici-siaeUna città non è il luogo dove abitano tante persone, ma è il posto dove una comunità organizzata  ha deciso di mettere casa. Questa distinzione è molto importante se vogliamo provare a spiegare (rapidamente) in che modo Genova ha assunto l’aspetto che ora  conosciamo, e per raccontare, come faremo nelle prossime puntate di questa panoramica, la storia di alcuni quartieri e di alcune parti della città.

    Nel giro di una sessantina d’anni Genova è infatti passata, nell’opinione comune degli italiani, dall’immagine di elegante città ricca di storia e monumenti a ingrigita metropoli dalle periferie indefinite e inquinate, per poi tornare ad essere, nell’ultimo decennio, una meta turistica di viaggiatori curiosi e spesso stupiti.

    Non è successo per caso

    Nel dopoguerra una Genova stremata, che usciva da cinque anni di bombardamenti costanti a causa sia della presenza strategica del porto sia delle numerose industrie essenziali per la produzione bellica, aveva necessità di ricostruire un patrimonio abitativo distrutto. Si calcola che almeno 11.000 case fossero state abbattute o gravemente danneggiate durante gli attacchi: le strade erano un cumulo di macerie, edifici storici ed ospedali apparivano in gran parte compromessi e solo in città si contavano oltre 50.000 persone senza più una casa abitabile.

    Anche dal punto di vista lavorativo il capoluogo era in gravissima difficoltà poiché né le industrie né i cantieri navali riuscivano a mantenere i ritmi produttivi e gli organici del periodo bellico, così che i militari di ritorno dal fronte si ritrovavano spesso senza lavoro e con la casa distrutta.


    Il Governo italiano per porre rimedio  a questo dramma comune a tutto il paese varò nel 1950 i “Piani di Ricostruzione” proprio per facilitare le licenze edilizie e la stesura dei vari Piani Regolatori, che a Genova fu emanato nel 1959.

    Il Piano teoricamente voleva dare una sorta di continuità ai municipi che erano stati riuniti nella Grande Genova nel 1926, migliorando le vie di collegamento e razionalizzando i servizi di zona: in realtà per 15 anni fu inteso come un vero lasciapassare, in nome del progresso e della rinascita.

    La manodopera in eccesso venne rapidamente assorbita dai cantieri edilizi che in breve occuparono tutto lo spazio sino al margine dei boschi che circondavano la città, e nel giro di pochi anni anche le zone verdi furono inglobate nell’area urbana.

    [quote]Fu ipotizzata quindi una metropoli che, grazie alle grandi industrie che avrebbero ripreso a produrre a pieno regime, in breve avrebbe potuto raggiungere i due milioni di abitanti, perccui si autorizzarono nuovi insediamenti senza alcuna resistenza politica di rilievo.[/quote]


    prestito genova cementoFu ipotizzata quindi una metropoli che, grazie alle grandi industrie che avrebbero ripreso a produrre a pieno regime, in breve avrebbe potuto raggiungere i due milioni di abitanti, perccui si autorizzarono nuovi insediamenti senza alcuna resistenza politica di rilievo. Una sorta di  “urban sprawl”  al sapore di pesto, ma che comunque si manifestò attraverso consumo di suolo, lottizzazione selvaggia,  progettazioni dissennate e dispersione urbana.

    In realtà nel momento di maggiore espansione Genova raggiunse al massimo circa 800.000 abitanti, e finalmente nel 1976 (ma diventerà legge solo nel 1980) venne emanato un nuovo Piano Regolatore, che pose un limite ridimensionando le pretese espansive, sia sociali che economiche, quindi anche edilizie, di Genova. Ma ormai il danno era stato fatto.  Mentre la città cresceva in termini di metri cubi si perdevano  migliaia di posti di lavoro nell’industria: era solo l’inizio, ma ancora non lo si sapeva.

    Al termine degli anni ’70 il patrimonio residenziale si calcolò aumentato del 77% rispetto al dopoguerra, con insediamenti in gran parte nelle zone collinari: Sampierdarena, Lagaccio, Oregina, San Teodoro, Quezzi, Borgoratti e Sestri Ponente. In molti casi l’autostrada in costruzione passava di fianco ai caseggiati, spesso di edilizia popolare, ma questo apparentemente non rappresentava un problema per i nuovi residenti.

    L’impulso a costruire andò comunque avanti ancora nel decennio successivo, quando sorsero i quartieri più “residenziali” dedicati ad una classe media che stava rapidamente crescendo, ed acquistava gli appartamenti ancora in fase di progettazione. Voltri, Pegli, Quarto, S.Eusebio avrebbero dovuto essere quartieri autosufficienti dotati di servizi ed arredo urbano di qualità.

    I Centri direzionali in città si moltiplicarono, oltre a Piccapietra che fu la prima (sulle macerie dell’antico quartiere) ecco il Centro dei Liguri (quartieri Molo e Portoria) e poi San Benigno, nell’area della Lanterna, Corte Lambruschini a Brignole, costruita praticamente in riva al Bisagno, dove prima era il vecchio mercato dei fiori. Un totale di 800.000 metri cubi di acciaio, cemento e vetro di cui, francamente, non si sentiva alcun bisogno, poiché il declino era ormai sotto gli occhi di tutti.

    Molti profeti, pochi padri e nessun colpevole

    Gli effetti di una cementificazione così rapida ed estesa non tardarono purtroppo a farsi sentire, dall’alluvione che dal 1970 ciclicamente si ripropone, e di cui abbiamo più volte diffusamente parlato (ma non è argomento tale da essere esaurito una volta per tutte, purtroppo) ad un’emergenza ambientale divenuta continua. Emergenza che adesso ha molti profeti, pochi padri e nessun colpevole, pur essendo chiaro a tutti che un territorio così fragile e complesso avrebbe dovuto essere trattato con maggiore cautela ed attenzione; solo in questo modo, forse, si sarebbero evitati gran parte degli episodi drammatici che tutti ricordiamo.

    [quote]Il risultato di questa inesistente o dissennata politica ambientale è che la città perde in molti quartieri proprio la definizione che ne abbiamo dato all’inizio, creando agglomerati dove a qualcuno, anzi a molti, capita di abitare per svariati motivi, ma che non diverranno mai veramente casa.[/quote]

    bassa-valbisagno-marassi-via-montaldo-burlandoIl risultato di questa inesistente o dissennata politica ambientale è che la città perde in molti quartieri proprio la definizione che ne abbiamo dato all’inizio, creando agglomerati dove a qualcuno, anzi a molti, capita di abitare per svariati motivi, ma che non diverranno mai veramente casa. Il quartiere di Begato, le costruzioni a ridosso dei Forti, il palazzo nel letto del torrente Chiaravagna o la palazzina in cemento armato in Via Sottoripa accanto alle facciate rinascimentali e medievali sono solo alcuni esempi, da completare a piacere.

    In realtà, saldandosi con quanto preesistente (poco), e grazie all’attaccamento tipicamente ligure alla proprietà, molti quartieri costruiti negli anni dello scempio hanno mostrato caratteristiche ed unicità proprie, e fra i residenti, comunque fossero capitati lì, si è andato creando un senso di appartenenza che sembra essere peculiare rispetto ad analoghi agglomerati di altre zone d’Italia. In effetti molti urbanisti, parlando di Genova, la vedono come una città composta da molti paesi con la periferia al centro, che rimane decisamente diverso da qualsiasi altro; né salotto buono né covo di delinquenza, o forse sì ma con molto altro ancora.

    Una città comunque indefinibile, come molte volte è già stato detto, ma con la caratteristica di muoversi e cambiare apparendo sempre immobile; immobilità che sembra essere la critica più frequentemente mossa al nostro capoluogo.

    Genova è cambiata

    Invece “a poco a poco e poi improvvisamente” anche Genova cambia,  e all’inizio degli anni ’90 con 200mila abitanti in meno rispetto al 1970 e con le aziende siderurgiche ormai decimate, con la cantieristica in crisi profonda ed il ridimensionamento inevitabile dell’indotto, si trova a doversi reinventare un ruolo e un’identità. Dimostrando uno spirito combattivo ed intraprendente che mal si sposa con la filosofia del “maniman” riesce ad organizzare l’Expo del 1992, il G8 nel 2001 e ad essere Capitale della Cultura nel 2004.

    Certamente non si trattò di una passeggiata: fra convegni, progetti, accordi e disaccordi furono anni pieni di polemiche ma anche di creatività ed entusiasmo, sempre mescolato con il nostro solito, inguaribile mugugno. Al netto di aspettative eccessive e progetti lasciati a metà molto resta ancora da fare, molte buone proposte sono rimaste lettera morta ma ci furono anche geniali intuizioni e risultati di cui la città continua tuttora a beneficiare.

    IMG-20180129-WA0000Risanare il centro storico, ridipingere le facciate di Sottoripa: sembrava banale dirlo ma costò molto, in termini sia di denaro sia di perdita di attività, poiché molti piccoli operatori furono allontanati per aprire i cantieri e alla fine non tornarono più nel medesimo luogo.

    Anche riportare il mare alla città, cosa che può apparire ovvia a chi abbia meno di trent’anni, fu invece una delle conquiste più ardue dati i non sempre facili rapporti fra Autorità Portuale ed Enti locali, tanto che inizialmente consentirono solo l’apertura ad orari stabiliti; oggi sembra impossibile pensare Genova senza l’Area Expo.

    Sempre nel 1992 si inaugura il rinnovato teatro Carlo Felice e si apre l’Acquario con il timore, a pochi giorni dall’evento, che non arrivino in tempo tutti i pesci o che manchino attrezzature e servizi; ad oggi sono fiori all’occhiello della città, insieme al Museo del Mare e della Navigazione inaugurato nel 2004.

    I Palazzi dei Rolli e una consistente parte del Centro Storico diventano, nel 2006, Patrimonio Unesco mentre i turisti in città continuano ad aumentare pur non diventando mai le folle scomposte e ciabattone di altre mete storiche, e gli stessi genovesi sono tornati a passeggiare nei vicoli e al Porto Antico come nelle stampe di fine ottocento.  

    Nel frattempo nelle aree dismesse ex industriali sono nati centri commerciali, come a Campi o a Bolzaneto o spazi di attrazione e shopping center, come alla Fiumara. In alcuni casi hanno disatteso quelli che erano i progetti sulla carta, rimanendo poli puramente economici; in altri, come in ValBisagno, la costruzione o il recupero di infrastrutture sportive e sociali hanno invece fatto da collante ad insediamenti altrimenti sparsi.

    Certo sono aumentati quelli che gli urbanisti chiamano “i luoghi del rifiuto”, cioè quelle parti di città che gli abitanti non riescono a vivere e che non si inseriscono nei programmi di sviluppo. Aree industriali dismesse e degradate, quartieri abitati in gran parte da immigrati che diventano off limits per etnie differenti, costruzioni di edilizia popolare abbandonate e parti di terreni fra le lottizzazioni: sono questi i luoghi dove nasce e cresce l’isolamento, dove si sviluppa la criminalità per bande o dove, semplicemente, si ammucchiano detriti.

    I Genovesi cambiano?

    La sfida del futuro si giocherà qui: dare vita a queste parti del territorio potrebbe, nei prossimi anni, fare davvero la differenza: non solo Blueprint, stadio sul mare o funicolari ma periferie attraenti, vivibili, partecipate.

    [quote]Ma non tutti vivono la sfida del futuro, alcuni pensano ancora in stile “seventies”: ad esempio il sindaco Marco Bucci, che a novembre rispondendo in diretta alla domanda di un cittadino aveva dichiarato di voler aumentare gli abitanti di Genova fino a 50-100mila unità in più.[/quote]

     

    Lavatrici di PràMa non tutti vivono la sfida del futuro, alcuni pensano ancora in stile “seventies”: ad esempio il sindaco Marco Bucci, che a novembre rispondendo in diretta alla domanda di un cittadino aveva dichiarato di voler aumentare gli abitanti di Genova fino a 50-100mila unità in più.  A dicembre, presentando la nuova “Agenzia per la Famiglia” ha parzialmente corretto l’impegno, limitandolo  a “40-50mila abitanti in più da qui a fine mandato”. Ovviamente agendo sul fronte del lavoro, quindi difendendo i posti di lavoro che già ci sono (i lavoratori Ericsson sono quindi al sicuro?) ed attirando nuovi investimenti, in che modo però non lo ha spiegato.

    Anzi, spulciando il programma elettorale vediamo quantificati in 30.000 i posti di lavoro in più, 15.000 i nuovi alberi che sarebbero stati messi a dimora nelle aree verdi, 15 i chilometri di pista ciclabile (dalla Lanterna a Capolungo) con l’aggiunta della Valletta dello Sport al Lagaccio e l’inevitabile lucidatura delle strade.

    Il paesaggio  genovese reggerebbe? Forse, chissà. Per ora è Inevitabile chiedersi dove abiterebbero, questi 40, 50, 100mila genovesi in più: dovrebbe forse ripartire l’edilizia con il consumo di suolo? Neanche questo è stato spiegato dal Sindaco, che ovviamente conoscerà benissimo gli errori sciagurati del passato e non vorrà, speriamo, replicarli. Forse il Sindaco pensa  a riempire le numerose case che risultano essere vuote (le statistiche dicono il 21,98%) ma prima sarebbe interessante capirne le ragioni, sia delle case vuote, sia del bisogno di annunciare sempre numeri sensazionali come se solo su questo a Genova  si giocasse la partita elettorale.

    Certo che immaginare una città capace di assorbire in pochi anni un tale aumento di abitanti riesce difficile, soprattutto pensando ai quartieri che abbiamo appena raccontato, alle difficoltà di chi tutti i giorni deve inventarsi un parcheggio, oppure farsi posto su un autobus sgangherato o su di un treno affollato.

    La consapevolezza della nostra storia ci ricorda che gli obiettivi si possono raggiungere anche quando assomigliano ai sogni, e ci è utile per valutare i progetti di quello che potrà essere Genova domani: ma per gli incubi abbiamo già dato.

    Bruna Taravello

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    Fonti:
    L’urbanistica della ricostruzione. Genova dal dopoguerra agli anni sessanta, di Bruno Giontoni – Ed. Ideaxs 2017
    La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova , di Andrea Vergano – Ed. Gangemi 2015
    Progetti di paesaggio per i luoghi rifiutati, a cura di Annalisa Calcagno Maniglio – Ed. Gangemi 2010
    Genova e il suo urban sprawl, di Rinaldo Luccardini  – Ed Sagep 2008
    Conferenza strategica 1997 – Comune di Genova 
    La biografia progettuale della città,  di Luca Salvetti – www.urbanisticainformazioni.it 
    La Republica, articoli vari

     

     

  • Eccidio de la Squazza, commemorazione nel 72° anniversario della strage fascista a Borzonasca

    Eccidio de la Squazza, commemorazione nel 72° anniversario della strage fascista a Borzonasca

    Partigiani_mortiroloSabato 18 febbraio, alle ore 10.30, in località La Squazza a Borzonasca, si terrà la commemorazione dell’eccidio avvenuto in quel luogo il 15 febbraio 1945, nonché del sacrificio del partigiano Antonio Cabane “Nino”, caduto al passo della Forcella il 10 aprile 1945. Il programma prevede, dopo la deposizione di corone, l’orazione commemorativa di Laura Repetto, consigliera della Città Metropolitana di Genova.

    Reportage: Il racconto del Convegno nazionalista 

    Gli archivi dell’Anpi riportano l’accaduto e le motivazioni dell’ eccidio: «In risposta all’uccisione di un alpino della Divisione Monterosa della Repubblica di Salò, il 15 febbraio 1945, in località La Squazza, furono prelevati dal carcere di Chiavari e fucilati senza processo dalle brigate nere 10 partigiani della divisione garibaldina “Coduri”: Fortunato Acquario “Ercole”, Vittorio Annuti “Califfo”, Otello Beorchia “Venti”, Armando Berretti “Quattordici”, Augusto Betti “Titti”, Renato Colombo “Pesce”, Giovanni De Ambrosis “Cian”, Erminio Labbrati “Spalla”, Domenico Mori “Lanzi”, Ubaldo Noceti “Kobah”».

  • Genova e le leggi anti-Movida di seicento anni fa: la secolare lotta tra ceti sociali

    Genova e le leggi anti-Movida di seicento anni fa: la secolare lotta tra ceti sociali

    medioevo-movidaA Genova impazza la movida. E’ un dato di fatto. La recente ordinanza volta a regolamentarne modi e tempi ha creato scalpore, tanto che il sindaco Doria, di fronte alle proteste degli esercenti, s’è detto disponibile a rivedere la norma, in modo da tutelare sia i residenti, sia i commercianti, sia quella massa crescente di turisti che vediamo la domenica vagare tra serrande chiuse e strade deserte (ebbene sì: pare che qualcuno non abbia ancora compreso quale sarà il futuro di questa città). D’altronde, se decidi d’abitare in un luogo che possiede circa 2500 anni di storia, devi necessariamente fare i conti col passato. Ma la movida è un’altra cosa. Bere e fare chiasso paiono aver ben poco a che fare col manufatto storico-artistico, anche se vi sarà pur un motivo per cui un luogo come il nostro centro storico esercita un fascino crescente su giovani e meno giovani. D’altra parte, si tratta degli stessi luoghi dove, grossomodo seicento anni fa, si svolgeva ben altro tipo di movida. Le recenti ordinanze anti-gozzoviglio sono paragonabili – naturalmente mutatis mutandis – ad alcune norme rientranti nel complesso più generale delle cosiddette leggi suntuarie, volte a disciplinare l’ostentazione del lusso; e ciò, per evitare contrasti tra i ceti sociali (o, forse, per evitare un’eccessiva mescolanza tra ceti?). Tali norme, infatti, non erano rivolte soltanto alle vesti e agli ornamenti, bensì anche alla conduzione di banchetti, magari in occasione di battesimi e matrimoni.

    Ordinanze e magistrature

    Austerità e decoro erano le parole d’ordine, in particolare per il nuovo Ufficio delle virtù istituito a Genova nel 1466, volto a circoscrivere i vizi, consistenti essenzialmente nell’andare a donne, nell’abbandonarsi al gioco e nell’immergersi nelle crapule. A quanto pare, tuttavia, le ordinane dell’Ufficio non apportarono giovamento alcuno, sì che, nel 1482, fu necessario procedere nuovamente alla nomina di magistrati appositi: Lodisio Centurione, Giovanni Bigna, Pietro di Persio e Giovanni Francesco Fieschi, i quali istituirono un sistema che potremmo definire delatorio, basato su qualcosa di simile alla ronda. E’ in questo periodo che compare, infatti, nel giuramento dei gonfalonieri e dei rettori delle conestagerie cittadine (per semplificare, i quartieri), la seguente formula: “Se voi saverei che in le conestagie sean zoveni discoli e mal acostumé, o altre persone le quali fessen mangiaressi o altre cose excessive e dezoneste, voi le manifesterei a lo spectabile messer lo Vicario Ducà e a lo Officio deputao”.

    Scontro generazionale

    Zoveni discoli e mal acostumé”, dunque. E il pensiero non può che ritornare all’oggi. D’altra parte, non si trattava unicamente di differenze cetuali, bensì – oggi come allora – d’uno scontro generazionale. Se l’uomo maturo era abituato a destreggiarsi tra l’amministrazione della casa, della bottega, degli affari, della cosa pubblica, degli uffici religiosi, i giovani, al contrario, ostentavano leggerezza, abbandonandosi agli ozi, agli amori, ai divertimenti e agli scherzi. E’ il caso, ad esempio – siamo in pieno Seicento – d’un gruppo di svogliati assiepati in Sottoripa, intenti a lanciare uova e bucce d’arancia ai mercanti indaffarati e a tendere cordicelle in modo da farli inciampare. Non di rado, l’obiettivo principale era la molestia: di giovani fanciulle, ovviamente. Gli esempi si sprecano. Racconta un certo Giuseppe Giovo, abitante alla Chiappella (e, cioè, nell’omonimo borgo, che si trovava ai piedi del colle di San Benigno, ora spianato; per intenderci, di fronte al Terminal Traghetti), di come quattro nobilissimi fratelli facessero “in essi contorni grossi disbaratti e spropositi, con gravi lamente di quel popolo”, impadronendosi sulla pubblica via d’una giovane donna con l’intento di sollazzarsene. La ragazza, tuttavia, riuscì a sfuggire loro di mano e, “tirando una savata, ne ferì uno di detti signori in testa”. La scena doveva essere piuttosto frequente. Secondo il nostro: “Tutto dipende dal commercio che essi signori hanno tutti quattro d’accordio con diverse cortigiane di bassa conditione habitanti ivi alla Chiappella in le case di Nicolò Vertema, con le quali tutta la notte loro signori e suoi servitori inquietano tutto quel vicinato; et ognuno dice che se da chi comanda fussero discacciate da quel luogo sarebbe cosa ottima”. Nome e cognome, dunque, e solo possiamo immaginare gli esisti dell’esposto recato ai magistrati. Insomma, eccessi a parte – ovviamente da sanzionare, e in maniera esemplare –, nulla di nuovo sotto il sole.

    Antonio Musarra

  • Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

    Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

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    Genova in una litografia del 1400

    E così il Blue Print vacilla. La notizia non mi stupisce, vista la lentezza elefantiaca con cui procede l’ammodernamento del paese e la messa in sicurezza delle nostre città. Genova, naturalmente, non è da meno. Soltanto qualche mese fa, la Commissione europea metteva l’accento su quella che continua a essere una vera e propria emergenza ambientale, con ricadute pesanti su ciascuno di noi in termini di salute e buon vivere. Pare che l’ampliamento della area delle riparazioni navali, proprio di fronte al nostro centro storico, possa portare a un aumento del biossido d’azoto, che proprio in questi giorni ha fatto schizzare le centraline cittadine. Tutto ciò ha fatto rizzare le orecchie a più d’un ambientalista; anche a uno come me, che di mestiere (primario) fa il papà e che ha a cuore il posto dove vive. Intendiamoci, il waterfront è qualcosa di estremamente importante per la nostra città, soprattutto in termini d’appetibilità turistica oltre che di maggiore funzionalità delle strutture portuali, anche se – devo dire – sarebbe forse il caso che i nostri amministratori pensassero prima (o, perché no, anche) a problemi più cogenti: dalla viabilità (quanto ci vuole a mettere qualche rotonda in più anche fuori dal centro?) alla pedonalizzazione di tutti i nostri borghi storici cittadini (questa è una mia proposta, della quale sono pronto a discutere, magari in un prossimo intervento) alle nostre periferie, al nostro mountainfront (si dice così?), ai nostri riverfronts, che definire grizzle è poco. La città avrebbe bisogno di un restyling completo. La spinta del 2004 pare essersi infranta di fronte alla spending review degli ultimi tempi.

    La nascita dei primi moli

    Ciò non toglie che l’area portuale abbia rivestito per secoli il primo e principale biglietto da visita della nostra città. Di questo dobbiamo essere consci; soprattutto, prima di compiere scelte azzardate (non pensate, forse, che scavando il mitico canale del Blue Print non vengano fuori strutture antiche?). Com’è noto, la Genova medievale non possedeva una grande piazza pubblica. Nessuna Piazza del Campo o Piazza della Signoria, per intenderci. Era il porto, con la sua ripa e le sue volte, sede di botteghe artigiane e magazzini, a costituire il luogo delle relazioni: il vero fulcro della vita cittadina; forse, è proprio questo il concetto che una buona architettura deve recuperare. Anche se ciò va incontro a diversi ostacoli.
    Possediamo, infatti, poche notizie sullo sviluppo dell’area portuale. E il motivo è semplice: le strutture antiche sono state smantellate. Conservatesi per secoli nel sottosuolo, hanno subito i pesanti lavori di rifacimento del waterfront (appunto) degli anni Novanta del secolo scorso. Per saperne qualcosa di più, pertanto, è necessario volgerci alle fonti scritte, non sempre esaustive. Secondo Caffaro, nel 1162 i consoli cittadini avrebbero ordinato l’abbattimento di alcune taverne situate sulla riva del mare, nella zona di Pré, in modo da ospitare nuovi scali. È, questa, una delle prime attestazioni di lavori eseguiti nell’area portuale, in particolare laddove sarebbe sorta la darsena, oltre la porta occidentale della cinta «del Barbarossa»: la Porta dei Vacca. Il cuore del porto, a ogni modo, era situato nella parte diametralmente opposta, nell’attuale quartiere del Molo. La costruzione del molo primitivo, lungo una cinquantina di metri e largo dieci, addossato a una penisola naturale degradante in mare, occupò gran parte del XII secolo. Lungo di esso si concentravano gli scali: uno alla radice; altri tre nei pressi della chiesa di San Marco, innalzata a partire dal 1173, dove aveva luogo anche l’attività cantieristica. Scali ulteriori sorgevano nell’area del Mandraccio; a ponente, tra la chiesa del Santo Sepolcro e il monastero di San Tommaso; a levante, nei pressi della marina di Sarzano. Le operazioni commerciali avevano luogo lungo la ripa maris, una spiaggia sabbiosa su cui inizialmente erano alate le imbarcazioni, contornata progressivamente da volte e magazzini; quindi, da case e torri sopraelevate.

    Le navi crescono

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    Il porto di Genova nel XVII secolo

    Il progressivo ingigantimento delle navi avrebbe costretto a modifiche significative già a partire dal Duecento, quando furono eretti dei pontili di legno lunghi una cinquantina di metri, in modo da raggiungere fondali di sei o sette metri. Si trattava ancora di strutture deboli, esposte ai marosi, che non mancavano di causare gravi danni. Nel 1248 il molo, bisognoso di restauri, fu dichiarato opera pia, in modo da beneficiare dei lasciti testamentari. Nei decenni successivi sarebbe stato creato l’ufficio dei Salvatores portus et moduli, deputato a conservarne le infrastrutture – i pontili, l’acquedotto che correva di fronte alla ripa, i due grandi fari che abbracciavano il seno genovese (da rifornire periodicamente d’olio), i fondali, dai quali doveva essere asportato lo zetto (i detriti) – e al controllo, anche fiscale, del movimento navale. Nel 1260, per volere del primo capitano del popolo, Guglielmo Boccanegra, ebbe inizio, invece, la costruzione del primo palazzo pubblico (sino ad allora s’era fatto uso di palazzi privati o della chiesa cattedrale), progettato dal domenicano Oliverio di Sant’Andrea di Sestri, al quale si deve anche la sistemazione dei portici di Sottoripa. Utilizzato successivamente come sede della dogana e di altre magistrature, l’edificio avrebbe ospitato, al principio del Quattrocento, la Casa di San Giorgio.

    L’arsenale genovese

    L’ampliamento delle strutture portuali sarebbe proceduto lentamente, attraverso la costruzione d’una raiba e d’una raibetta, destinate alla conservazione delle merci (in particolare del grano), situate tra il «ponte del vino» e il «ponte Streiaporco», che prendeva il nome, al pari di altri ponti, dalla famiglia che possedeva delle case al suo limitare. Nel 1276 ebbe inizio la costruzione d’una prima darsena, situata nei pressi della chiesa di San Marco (presso l’attuale Calata Marinetta). Una nuova darsena, più ampia, sarebbe stata allestita a ponente, oltre la Porta dei Vacca, utilizzando – a quanto pare – una parte del bottino della battaglia Meloria (con buona pace dei Pisani). Nel corso del Trecento, l’area sarebbe stata utilizzata per il ricovero invernale delle imbarcazioni; soltanto nel Quattrocento, sotto il governatorato francese, avrebbe acquisito una fisionomia prettamente difensiva, grazie all’erezione di mura poderose e di alte torri, oggi scomparse. A quest’altezza, anche l’arsenale, deputato alla costruzione delle galee, aveva ormai raggiunto un certo grado di sviluppo. Sorta a ridosso della darsena a partire dal 1285, la struttura era costituita da una serie di pilastri, sovrastati da tettoie a spiovente. La parte interna era suddivisa in navate, le quali potevano ospitare sino a quattordici galee, in costruzione o in riparazione: un numero piuttosto modesto, se paragonato alle analoghe strutture di Venezia o Barcellona; del resto, gran parte della produzione cantieristica avveniva fuori città, presso i borghi di Sampierdarena, Sestri e Voltri. Nel 1416 l’arsenale sarebbe stato cinto da una muraglia; tuttavia, l’area sarebbe andata incontro a un progressivo abbandono, necessitando di continui lavori di restauro dei quali è rimasta traccia nelle carte del tempo. Tali lavori saranno affidati all’Ufficio dei Padri del Comune, che, tuttavia, darà la precedenza all’opera di prolungamento del molo, necessaria per permettere l’attracco d’imbarcazioni di grande tonnellaggio, e alla sostituzione dei pontili di legno con moli in muratura. L’arsenale, dunque, cadrà presto in disuso, diventando fatiscente.

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    La spiaggia di Sampierdarena in una cartolina del 1929

    Nel corso dell’età moderna, il waterfront genovese subirà ulteriori modificazioni: il molo sarà ingrandito sino a sfiorare i cinquecento metri di lunghezza; nel Seicento, nei pressi della Lanterna sarà edificato il cosiddetto Molo Nuovo. Dopodiché, le strutture portuali subiranno una fase di stallo, dovuta – per dirla in soldoni – al mutamento d’interessi delle grandi famiglie cittadine, le quali, sino ad allora, avevano animato l’attività commerciale del porto genovese. E’ solo a partire dal XIX secolo che si tornerà a mettere mano sulle strutture portuali, grazie alle quali Genova tornerà a far parle di sé nel mondo.

    Antonio Musarra

  • San Giovanni, un patrono per tutti. La storia controversa del culto per il Santo dei Genovesi

    San Giovanni, un patrono per tutti. La storia controversa del culto per il Santo dei Genovesi

    cappella-san-giovanniNell’ottobre del 1797, un viaggiatore inglese di nome Thomas Watkins, di passaggio a Genova, assistette in un’osteria cittadina a una singolare disputa tra due veneziani e i genovesi presenti. La discussione verteva – afferma Watkins, con un po’ di stupore – sui meriti dei rispettivi santi patroni: san Giovanni Battista e san Marco. Secondo i genovesi, il Battista aveva compiuto molti miracoli e per questo era da considerarsi il più grande tra i santi. Per i veneziani, san Marco era senz’altro superiore poiché sedeva in Cielo a fianco alla Vergine. Gli animi dovettero scaldarsi: un genovese, evidentemente indignato per l’affronto subìto, estrasse un pugnale e trafisse al cuore il veneziano gridando: «Ti manda questo San Giovanne; che ti guarìano le osse di San Marco!». Watkins, che riporta l’episodio nel proprio libro di memorie, ne attribuisce la causa all’odio secolare tra le due città, sviluppatosi in quel Medioevo dei commerci che le aveva viste tra le principali protagoniste. Un Medioevo nel quale i santi patroni tifavano naturalmente per i propri protetti.

    Il “furto” delle ceneri

    Il culto di Giovanni Battista ha origini antichissime. A Genova, se ne colgono le tracce già attorno al 1130. Molte volte, gli annalisti cittadini del Duecento ricordano le processioni effettuate in suo onore, generalmente per sedare marosi e tempeste. Tuttavia, è solo alla fine del Duecento che tale culto conosce un impulso decisivo grazie alla grande opera dell’arcivescovo Iacopo da Varazze. Nella sua “Istoria sive legenda translationis beatissimi Iohannis Baptiste” egli narra di come, nel corso della prima crociata, poco dopo la presa di Antiochia del giugno 1098, alcuni crociati genovesi, di ritorno in patria, fossero sbarcati nei pressi dell’antichissima città di Myra, in Anatolia, alla ricerca delle reliquie del beato Nicola. Trovando che i sacri resti erano già stati trafugati, i Genovesi si misero ugualmente a scavare sotto l’altare Santo, di fronte agli sguardi sconsolati dei monaci presenti. Poco dopo, s’imbatterono in una cassa marmorea che portarono di corsa alle proprie navi. Solo allora, i monaci confessarono loro, tra le lacrime, la reale consistenza del tesoro. Non si trattava, infatti, delle reliquie di Nicola, ma di un premio maggiore: le ceneri di san Giovanni Battista. I Genovesi non poterono che rallegrarsene: divisero il bottino tra le imbarcazioni e ripresero il mare, guadagnando il porto di Genova dopo aver superato i marosi e i venti contrari con la forza di una fede rinnovata.

    Le ceneri sarebbero giunte a Genova nel 1099, al termine di un periodo di aspre lotte intestine tra i sostenitori della riforma della Chiesa e i loro oppositori. Si era allora in piena lotta per le investiture e, da circa un cinquantennio, la città era retta da personaggi aderenti al partito filo-imperiale. L’elezione del filo-papale Airaldo era stata fortemente avversata. Secondo Iacopo da Varazze, l’arrivo delle ceneri avrebbe avuto l’effetto di sedare le discordie intestine e di spingere i Genovesi all’organizzazione di una nuova spedizione. Tuttavia, una volta insediatosi, il nuovo vescovo, di concerto con i consoli e i rappresentanti del governo civile, decise di operare ulteriori accertamenti: i crociati in procinto di partire per la Terrasanta avrebbero dovuto recarsi a Myra, conferire con i monaci e sincerarsi del racconto dei propri concittadini. Solo in quel modo si poté essere certi dell’autenticità dei sacri resti, i quali, da allora, iniziarono a essere venerati «maiori devotione atque reverentia».

    Un patrono per tutti

    Sin qui la leggenda. Ma quanto di vero v’è nelle parole del prelato? In realtà, la domanda è, in sé, mal posta: il Medioevo è pieno di racconti di questo genere, che rientrano in un filone specifico, quello dei “furta sacra”. Non è tanto importante, dunque, cercare di comprendere quanto il racconto si avvicini alla realtà, bensì valutare quanto esso pesasse nella mentalità comune, quanto abbia influito sulla vicenda cittadina. Impresa assai ardua, naturalmente, circa la quale, però, qualcosa è possibile dire. D’altra parte, risulta senz’altro singolare il fatto che Caffaro, il primo cronista cittadino, contemporaneo agli eventi, non faccia menzione alcuna dell’avvenimento. Che non si fosse ancora cristallizzata una leggenda relativa all’arrivo a Genova delle ceneri del Precursore? E’ obiettivamente difficile spiegarne il silenzio postulando l’esistenza di cronache espressamente dedicate; tanto meno affermando (come è stato fatto) ch’egli intedesse dare avvio ai propri Annali dalla spedizione successiva, quella del 1100, la quale fu effettivamente una spedizione importante, partecipata da tutta la cittadinanza, finalmente pacificata alla notizia della conquista di Gerusalemme. Probabilmente, il culto del Battista non aveva ancora ricevuto l’attenzione che meritava.

    Tuttavia, è probabile che esso fosse già in auge nel 1130. Ne rimangono tracce, infatti, in corrispondenza dell’erezione della diocesi genovese ad arcidiocesi. Numerose, inoltre, sono le attestazioni superstiti per la seconda metà del XII secolo e per tutto il XIII. Iacopo da Varazze, dunque, non fece altro che rileggerne il culto alla luce delle esigenze del proprio tempo, forse con l’obiettivo di trasformarlo in qualcosa di simile a una “religione civica”, nella quale i Genovesi di ogni fazione, in perenne lotta tra loro, avrebbero potuto identificarsi. Da questo momento in poi, infatti, le attestazioni si moltiplicano: nel 1299, nel bicentenario dell’arrivo delle ceneri, l’arcivescovo Porchetto Spinola approvò, dunque, la costituzione di una «consortia» (e, cioè di una confraternita) dedita esplicitamente al culto del santo; il 13 febbraio del 1312, l’imperatore Enrico VII stabilì che chi avesse voluto pregare a suo vantaggio (e a suffragio dell’imperatrice Margherita, da poco defunta e sepolta in San Francesco di Castelletto a Genova) avrebbe dovuto recarsi presso l’altare del Battista: nel 1319, le reliquie furono portate in processione dalla parte guelfa, vincitrice sui ghibellini della Riviera di Ponente. Bisognerà attendere, però, il 1323 perché, su iniziativa di due privati cittadini – Benedetto e Nicolò Campanari (forse appartenenti alla «consortia» di recente approvazione) – le ceneri trovino accoglienza in una cappella apposita nella cattedrale, e il 1327 perché, per volontà dell’influente famiglia Fieschi, il Battista sia finalmente dichiarato «Patrem civitatis».

    Tra arte e diplomazia

    Nonostante ciò, il culto battistino stenterà ad assumere un carattere ufficiale. Basti pensare agli affreschi trecenteschi della cattedrale: il Santo non possiede affatto un ruolo di preminenza. Poche, inoltre, sono le chiese e le cappelle dedicate al Battista nel territorio genovese. Senza dubbio, il Battista ebbe un peso nel segreto delle coscienze: nel corso della grande peste di metà secolo, ad esempio, le catene che assicuravano l’arca delle ceneri furono oggetto di particolare venerazione, giacché il solo toccarle – pare – assicurava protezione. E’ sintomatica, tuttavia, la vicenda della concessione da parte di Urbano VI, il 26 settembre 1386, per la festa della natività del Battista, delle stesse indulgenze godute dalla chiesa di San Marco a Venezia per la solennità dell’Ascensione: i Genovesi non si curarono affatto di richiedere al papa i termini esatti dell’indulgenza, bastando loro d’essere equiparati alla città rivale! Soltanto nel XV secolo, le ceneri avrebbero acquisito un valore simbolico in ordine all’accrescimento della potenza genovese, venendo ospitate nella splendida cappella del Gagini, nella navata sinistra della cattedrale di San Lorenzo. Per il momento, tensioni e spaccature evitarono che il culto – sostenuto solo da parte della popolazione (nello specifico dalla parte guelfa) – divenisse realmente espressione corale della cittadinanza.

    E oggi? Oggi si festeggia il 23 giugno, col grande falò di piazza Matteotti, che ricorda i grandi fuochi d’età moderna, seguito da un inspiegabile Ghost Tour che sa molto di notte di tregenda… e dalla tradizionale processione delle ceneri al mare, il 24. Ce n’è per tutti.


    Antonio Musarra

  • San Giovanni e il sogno di una magica notte di mezz’estate, tra sacro e profano, magia e tradizione

    San Giovanni e il sogno di una magica notte di mezz’estate, tra sacro e profano, magia e tradizione

    fuoco-san-giovanniCarica di magia e presagi, quella di San Giovanni (23 giugno) è la notte che decide i destini dell’intero anno solare: pratiche divinatorie, lavacri di purificazione, falò rituali, raccolta notturna di rugiada ed erbe benefiche (iperico, agnocasto, lavanda, artemisia, verbena, ruta, ribes, rosmarino).

    L’ipotesi più probabile è che il Cristianesimo integrò all’interno della propria liturgia le due feste pagane (del 24 giugno e del 25 dicembre) rievocative del solstizio estivo e invernale e che, in epoca romana, con i nomi di Fors fortuna e Sol invictus, erano state parte integrante della religione del Sole. Le credenze legate a questa ricorrenza sono numerose. La più antica narra che, in questa magica notte, una trave di fuoco attraversi il cielo e su di essa ci siano Erodiade e la figlia Salomè, che aveva ottenuto da Erode, su un piatto d’argento, la testa di San Giovanni Battista. Disperate vagherebbero nel cielo gridando: “Mamma perché me lo chiedesti! Figlia perché l’hai fatto”. A tale leggenda è riconducibile il divieto di fare in questa data il bagno a mare.

    All’alba, anche nel sole ci sarebbe qualcosa d’oscuro: i più anziani raccontano che il 24 giugno la sfera sia più luminosa del solito e sembra quasi che a delimitarne il contorno ci sia un cerchio di fuoco che gira instancabilmente per qualche ora. Chi, tra le ragazze da marito, riuscirà a vedervi la testa di San Giovanni decapitato, si sposerà entro l’anno.

    Il Precursore è anche conosciuto come il protettore delle innamorate. Diffusa in tutta Italia, la divinazione delle nubili attraverso il sistema delle tre fave. Le giovani, devono mettere tre fave sotto il cuscino, avendo cura di mischiarle prima di addormentarsi. Il mattino seguente ne scelgono una a caso, sperando di pescare quella con la buccia, che annuncia ricchezza. Nel caso di una fava sbucciata a metà, dovranno accontentarsi di una posizione sociale intermedia. Meglio cambiare marito, se la preferenza ricade su quella senza buccia.

    San Giovanni non porta inganni

    La sacra notte del Battista è un momento propizio per fare previsioni perché, come dice il detto, “San Giovanni non vuole inganni”. Un rito divinatorio che si è tramandato fino ai nostri giorni, è quello delle chiare d’uovo nell’acqua. La sera della vigilia (23 giugno), prima di andare a letto, bisogna versare l’albume in un bicchiere e lasciarlo fuori tutta la notte. Al sorgere del sole, la più anziana cercherà di scrutare il destino, in base alla forma assunta dal bianco d’uovo. In particolare: una barca è segno di partenza; una bara o un coltello, morte in famiglia; una casa, lunga vita; una bottiglia, felicità; un uovo, maternità in arrivo.

    Secondo la tradizione, chi nasce in questa notte avrà poteri speciali e sarà protetto dal malocchio e dalle potenze malefiche. Un famoso detto recita: “San Giovanni con il suo fuoco brucia le streghe, il moro, il lupo” ovvero tutti i malanni dell’anno. Tantissimi i consigli e le prescrizioni legate a questa festa, che trovano riscontri in varie regioni d’Italia. Esporsi, nella notte della vigilia, alla rugiada, curerebbe ogni male, compresa la sterilità. I garofani piantati in questa notte, crescono rigogliosi. Non possono essere catturate le lucciole perché in esse sarebbero incarnate (proprio in quelle ore) anime vaganti in cerca di refrigerio.

    A mezzanotte si deve cogliere un ramo di felce e tenerlo in casa per aumentare i propri guadagni. Allo stesso scopo si deve comprare l’aglio perché “Chi non compra l’aglio di San Giovanni, sarà poveretto tutto l’anno!”.

    San Giovanni in cucina e nell’orto

    Tra i consigli culinari, fare scorpacciate di “lumache” con tutte le corna (che assumono il significato di discordie). Mangiarle è di buon auspicio: significa distruggere le avversità. Nella ricorrenza del Battista si prepara il nocino, ottenuto dall’infusione delle noci non ancora mature nell’alcol, con l’aggiunta di cannella e i chiodi di garofano. Il liquore sarà bevuto dopo almeno sessanta giorni, per riacquistare le forze nei momenti del bisogno. L’albero della noce era considerato sacro dalle streghe ma non dai contadini che lo piantavano a distanza da altri alberi da frutto perché era radicata la credenza che quest’albero fosse velenoso.

    Il santo che battezzò Gesù era inflessibile con i traditori degli amici, da questo deriverebbe l’usanza di stabilire legami di comparatico proprio nel giorno dedicato al Santo. Si tratta di parentele spirituali, basate sulla fiducia reciproca, che vanno oltre la parentela di sangue.

    Tuttora, a Bosco, piccolo comune in provincia di Salerno, le nubili, il 24 giugno si scambiano la promessa di essere commari (madrine). Il rito inizia con una stretta di mano seguita dalla nenia: “Commari ni facimo, commari ri San Giuanni, ni vattiamo li panni” (da oggi siamo comari di San Giovanni, ci battezziamo anche i vestiti).La funzione termina scambiandosi tre baci sulle guance ed una composizione di spighe di grano e garofani, simbolo del vincolo affettivo creato.

    San Giovanni e la letteratura

    Questa usanza è ricordata anche da Verga nei Malavoglia: “La Barbara perciò aveva mandato in regalo alla Mena il vaso del basilico, tutto ornato di garofani, e con un bel nastro rosso, che era l’invito a farsi commari”. Simili riti ebbe modo di annotare il Petrarca, visitando Colonia, la sera di San Giovanni, quando vide innumerevoli donzelle, fregiate di erbe odorose, accorrere sulla sponda del Reno e immergere a vicenda nel fiume le mani e le braccia. Nella magica notte di mezza estate, quando il sole è nell’apogeo, al mondo possono accadere cose prodigiose.

    Scettici o sognatori, vi lascio con un incantesimo d’amore, rubato a chi più di tutti, ha celebrato e reso immortale questo giorno: “Ciò che il tuo occhio al risveglio vedrà, il tuo vero amore diventerà”. Chi riconosce l’autore senza usare Google?

    Emilia Fortunato,
    antropologa, esperta di Tradizioni Popolari

  • Quelle strane crociate dei Genovesi

    Quelle strane crociate dei Genovesi

    genova-crociata-bambiniIl legame tra Genova e le crociate è, in certo qual modo, strutturale. Caffaro, il decano dell’annalistica genovese, non esita a coniugare il sorgere della “compagna” – e, cioè, di quell’organismo dai labili tratti pattizi e istituzionali dal quale sarebbe scaturito il comune di Genova – alla partecipazione dei propri concittadini alla prima crociata, consumatasi nel decennio a cavallo tra XI e XII secolo. La crociata – si può dire – fu un fatto nuovo e per molti versi totalizzante, che avrebbe impregnato la mentalità collettiva per secoli. E di ciò i Genovesi sarebbero stati testimoni e partecipi. La stessa storiografia genovese avrebbe fondato sulla crociata la rappresentazione dei propri concittadini, affatto tratteggiati nelle vesti di mercanti – con buona pace della nota equivalenza Ianuensis ergo mercator – bensì di combattenti, anzi, di milites Christi, a dimostrazione di quanto quell’esperienza fosse penetrata nel profondo.

    Ciò nonostante, grande fu lo stupore, a Genova, quando, nel 1212, giunse in città una nutrita massa di pellegrini – giovani, poveri, vagabondi e senza radici, o più semplicemente esclusi –, che diede vita a quella che è passata alle cronache come la “crociata dei fanciulli”. L’episodio – su cui si è scritto molto, spesso a sproposito – si inserisce nel quadro delle cosiddette “crociate popolari”: movimenti spontanei di uomini e donne, talvolta armati, speso usi alla violenza (in alcuni casi si parla perfino di cannibalismo, come nel caso dei Tafur della prima crociata), pienamente rientranti nel contesto più generale del movimento crociato, essendone sostanzialmente una delle variabili possibili e storicamente realizzate.

    A incidere sull’immaginario dei cosiddetti pueri – i semplici – del 1212 furono le aspettative di rinnovamento della chiesa e le inquietudini mistico-religiose del tempo, corroborate dall’inizio delle campagne di predicazione volte a contrastare manu militari (ma col sostegno della croce) gli albigesi della Linguadoca – meglio conosciuti come catarie i saraceni della penisola iberica, il cui messaggio conteneva pressanti appelli alla semplicità apostolica e alla penitenza. La volontà di liberare il Santo Sepolcro senza armi – vista anche l’ingloriosa fine della spedizione del 1202-1204, che era giunta a conquistare nientemeno che Costantinopoli – guidava quella turba di disperati, parte della quale, partita dai Paesi Bassi, dalla Renania e dalla Francia settentrionale tra la primavera e l’estate, era giunta a valicare le Alpi, alla ricerca di un modo per recarsi nel levante.

    L’arrivo di un gruppo consistente di pellegrini a Genova è testimoniato dall’annalistica locale, che costituisce, a tutti gli effetti, una delle poche fonti riguardanti l’episodio. Secondo l’annalista Ogerio Pane, nel corso dell’estate giunsero in città, guidati da un certo Nicola – che sappiamo da altre fonti essere originario dei dintorni di Colonia – circa settemila persone tra uomini, donne e bambini:

    [quote]Nel mese di agosto, di sabato, otto giorni prima delle calende di settembre, un certo fanciullo tedesco di nome Nicola entrò nella città di Genova, poiché era in pellegrinaggio, e con lui un’enorme moltitudine di pellegrini che portavano croci, bordoni e scarselle, oltre settemila tra uomini, donne, fanciulli e fanciulle, a giudizio di un uomo di senno. E la domenica seguente uscirono dalla città; ma molti uomini, donne, fanciulli e fanciulle di quella schiera rimasero a Genova.[/quote]

    La turba, dunque, avrebbe sostato per qualche tempo in città, o, più verosimilmente, al di fuori delle mura, probabilmente nei pressi della commenda ospitaliera di San Giovanni di Pré, che segnava allora il limite occidentale dell’abitato.

    Qualche particolare è aggiunto da Iacopo da Varagine nella sua Chronica civitatis Ianuensis, composta alla fine del secolo (nonostante egli collochi erroneamente l’episodio nel 1222). A quanto pare, Nicola aveva promesso ai propri seguaci l’apertura del mare e l’agevole accesso alla Terrasanta. Ma, sfortuna volle, che il miracolo tardasse a manifestarsi. Ciò deluse le speranze collettive, sì che, dopo qualche tempo, la maggior parte dei presenti decise di abbandonare l’impresa e di fare ritorno alle proprie case. Iacopo, anzi, afferma che i Genovesi avrebbero insistito perché i pellegrini se ne andassero, sia perché diffidavano della loro giovane guida, sia perché avevano paura che il gran numero di persone presenti in città provocasse una carestia o, più in generale, problemi di natura igienica, sia, infine, per motivi di natura politica: il giovane Federico II Hohenstaufem aveva abbandonato la città da poco tempo, il 25 luglio; la presenza di una gran massa di tedeschi, ancorché pellegrini, avrebbe potuto dare adito a fraintendimenti, visti i contrasti in corso tra il sovrano e Ottone di Brunswick per il controllo della corona imperiale. L’impegno crociato dei pueri tedeschi, dunque, pareva del tutto fuori luogo.

    La crociata delle donne

    genova-crociata-donneQualche decennio dopo, in pieno 1300, un altro episodio avrebbe fatto parlare di sé. In quell’anno, i mongoli, provenienti dalle steppe, calarono in Siria, sconfiggendo alcune armate mamelucche che controllavano la regione. La notizia – squisitamente falsa – della riconquista di Gerusalemme, contribuì a risvegliare gli animi, afflitti da quando, nel 1291, con la caduta di Acri, tutta la Terrasanta era stata perduta. Nell’estate del 1301, un francescano savonese, un certo Filippo Busserio, si fece latore presso papa Bonifacio VIII dei voleri di alcune nobildonne genovesi, appartenenti a famiglie dai nomi altisonanti – per citarne alcune: Carmadino, Ghizolfi, Grimaldi, Doria, Spinola, Cibo… –, le quali, «mente viros in corpore fragili», desideravano vestire lorica e corazza e partire alla riconquista dei Luoghi Santi. Inizialmente, Bonifacio accolse con soddisfazione i loro propositi, tanto più che a guidare la spedizione (definita significativamente «passagium quasi particolare» e, cioè, non proprio una crociata ma qualcosa di simile) sarebbe stato Benedetto Zaccaria, l’ammiraglio genovese che aveva trionfato sui Pisani alla Meloria nel 1284.

    Il 9 agosto, il papa diramò alcune lettere nelle quali esaltava l’ardimento delle donne genovesi e denigrava l’atteggiamento di principi e dei potenti nei confronti della Terrasanta:

    [quote]O miracoli, o prodigi! Le donne prevengono gli uomini nel soccorso della Terrasanta![/quote]

    Al contempo, ordinava al frate minore Porchetto Spinola, amministratore dell’arcivescovado genovese, di predicare la croce in città, ingiungendo ai membri dell’ordine francescano di accompagnare la spedizione. Bonifacio si spinse sino a chiedere allo Zaccaria d’informarlo dei piani d’azione. Tuttavia, poco dopo, tornò sui propri passi, vietando alle dame genovesi di partire.

    Perché? Difficile dirlo. Il sospetto è che il problema fosse rappresentato dallo stesso Zaccaria – un personaggio scaltro e facoltoso, dalla biografia degna d’un romanzo – che desiderava probabilmente ritagliarsi un dominio personale lungo la costa siro-palestinese. Il tutto, dunque, finì in una bolla di sapone.

    E di quelle ardite femmine non si seppe più nulla.

    Antonio Musarra

  • Storia di Genova: il Palazzo della Meridiana (Palazzo Grimaldi)

    Storia di Genova: il Palazzo della Meridiana (Palazzo Grimaldi)

    Palazzo della Meridiana

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    Palazzo Grimaldi, meglio conosciuto come Palazzo della Meridiana, dall’affresco dell’orologio solare che campeggia sulla facciata sud dell’edificio, costituisce una delle prime testimonianze del rinnovamento architettonico cui andrà incontro, più tardi, questa zona della città, con la costruzione della Strada Nuova (1550), attuale Via Garibaldi.

    Edificato (1536-1544) lungo l’erta pendenza di Salita San Francesco, fu commissionato da Gerolamo Grimaldi, figlio di quel Giorgio Oliva che, entrato  a far parte del Patriziato Genovese, aveva potuto iscriversi, dietro lauto compenso,  nell’Albergo Grimaldi ed acquisirne, di diritto, il nome, insomma una “primogenitura” che ricorda il racconto biblico delle lenticchie di Esau. Acquisito un nome altisonante  tra la nobiltà della città e forte di un ingente patrimonio che gli era derivato dal suo “mestiere” di banchiere (in Spagna, ebbe il monopolio della riscossione delle tasse di Granada e di Cordoba, una specie di  moderna “Equitalia”), Gerolamo Oliva Grimaldi,  rientrato a Genova nel 1516, sentì l’esigenza di corredarsi di una dimora consona al suo rango. Sul committente vi è, in realtà, qualche incertezza poiché alcune fonti riportano che sia stato in realtà il figlio Giovanni Battista, sta di fatto che, quest’ultimo, ne fu certamente il destinatario che ne portò a termine il compimento, chiamando in cantiere architetti e pittori di prestigio quali il Bergamasco (vero nome G.B. Castello, forse autore del progetto), Galeazzo Alessi, Bernardo Spazio, Bernardo Cantone, Giovanni Ponzello e Luca Cambiaso.  Infatti, con il testamento del 1550, Gerolamo Grimaldi lasciò “in fedeicommissum” il Palazzo all’unico figlio maschio, Battista, al quale si deve, sicuramente, il decoro della facciata più alta con le “Storie di Ercole”(Aurelio Busso) e degli affreschi cinquecenteschi interni.

    L’impianto architettonico dell’edificio, tipico del ‘500, presenta una facciata principale che, per pendenza del declivio e assenza di altra via di comunicazione,  fu orientata su Salita San Francesco ove si apre l’adito di accesso che, anticamente, era costituito da due cortili comunicanti, oggi chiusi da una vetrata. I chiostri erano, e sono, circondati da un colonnato con campate ricoperte da volticelle circolari, ottagonali, quadrangolari, riccamente decorate che, come quelle dei saloni e delle scale,  sono da attribuirsi (1565 e il 1573) al Bergamasco. Il prospetto sud, originariamente  occupato da uno dei tre giardini che completavano la struttura del palazzo,  è stato ampiamente rimaneggiato per la  costruzione della via Nuovissima (1778–1786), attuale via Cairoli.

    Palazzo della Meridiana

     

     

     

     

     

     

     

    Grazie ad un vasto sbancamento e livellamento del terreno fu realizzata la piazza antistante (Piazza Meridiana), fu aggiunto l’attuale avancorpo (opera di Giacomo Brusco),  fu recuperato un piano,  furono aumentati gli assi delle finestre e la parete venne fregiata con la meridiana.

    Dall’ Ottocento iniziarono, poi, vari passaggi di proprietà, dai Grimaldi ai Serra di Cassano, agli Odero, ai De Mari e ai Mongiardino ed infine, agli inizi del ‘900, fu affittato alla Società di Assicurazioni di Evan Mackenzie, che incaricò Gino Coppedé  della ristrutturazione degli ambienti e a cui dobbiamo i “fantasiosi” interventi in stile Liberty (1907). Avvalendosi della collaborazione del pittore, architetto, frescante Nicola Mascialino (1854-1945), Coppedè dispose  la copertura del cortile con un ampio lucernaio, tra i cui vetri si intersecano disegni floreali, velieri e stemmi immaginari, nonché curò l’affresco delle volte del colonnato che si arricchirono di originali motivi ornamentali  tra cui primeggiano racemi, girali, ghirlande, anfore e dei curiosi “intrusi” legati all’attività del committente quali  timoni, salvadanai, ancore. Anche la volta dello scalone che porta ai piani superiori è riccamente decorata con fregi che si sovrappongono a quelli cinquecenteschi, creando una fitta ragnatela  tra le  lesene in aggetto e tra il gioco degli stucchi. Al piano superiore, troviamo   un susseguirsi di stanze, con pavimenti in seminato veneziano impreziosito da  frammenti di corallo, Sala Rosa, Salone del Camino, Sala Gialla, Sala Arazzi, Sala Calvi, quest’ultima con volta a padiglione, sottesa da 12 lunette e motivo centrale raffigurante il dio del Sole, Apollo, sul suo carro infuocato (Lazzaro Calvi).

    Mirabile, però, è il Salone Cambiaso, il cui soffitto è interamente occupato da un affresco a tema mitologico, “Ulisse saetta i Proci con l’aiuto di Minerva e di Telemaco“, che, tra le pieghe del racconto omerico, sublima il potere e la ricchezza della potente famiglia nobiliare. Non a caso, tra le figure che fanno da cornice alla scena centrale, troviamo il ritratto di Gerolamo Grimaldi, nei panni di Numa Pompilio, re romano ricordato per le sue grandi riforme ed apportatore di pace e benessere,  in posizione opposta al quale siede Carlo V, a simboleggiare la protezione del re spagnolo sul casato Grimaldi. Aldilà dei contenuti celebrativi, il dipinto è importante perché segna una svolta evolutiva nell’arte pittorica genovese. Ricordiamo che i soffitti delle dimore nobiliari, ancora ubicate tra gli stretti “caruggi”, erano costruiti prevalentemente in canniccio e come tali poco propensi a portare decori e stucchi. Non si era, quindi, sviluppata una vera scuola di maestri d’arte in questo settore.

    Luca Cambiaso, rifacendosi alla visione pittorica michelangiolesca, per primo in Genova, cercò di imprimere alle sue figure un movimento dinamico, realizzato  con giochi di prospettica, studio della luce, rapporti figura-spazio: un arto proteso, uno sgabello che cade, il bordo di un abito che ondeggia, danno volume e profondità alla superficie piana che si dilata ad accogliere forme e colori.  In questa stessa sala si trova, poi, un camino monumentale cinquecentesco, una sapiente cornice di  marmo,  opera di Gian Giacomo della Porta o dello stesso Bergamasco, che ricorda i laggioni islamici (piastrelle decorate in rilievo), nelle cui trame sono inseriti lo stemma e le armi  del casato.

    La storia dell’edificio non finisce qui, nell’ultimo secolo è stato adibito ai più disparati usi: sede di una Compagnia di navigazione, asilo, scuola, uffici Comunali, Ospedale Militare durante la prima guerra mondiale. Nel 2004 è stato acquistato dal Gruppo Viziano che ne ha finanziato il restauro, riaprendolo alla sua funzione museale accanto ad attività più moderne come sede per eventi e ricevimenti, residenzialità (alcune zone sono riservate ad appartamenti di prestigio) e al commercio come l’apertura di un prossimo ristorante, ma, soprattutto, ridandogli il giusto prestigio dovuto ad un edificio che, nel 2006, è entrato a buon diritto tra i “Palazzi dei Rolli”, dichiarati Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

    Adriana Morando
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Storia di Genova: San Lorenzo, il piazzale medievale

    Storia di Genova: San Lorenzo, il piazzale medievale

    Cattedrale S.Lorenzo

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    Se sei nato a Genova non ci fai caso, ma qui tutto è parsimonioso, proprio come ci insegna la tradizione che vuole i suoi abitanti corredati dal “braccino corto”, marchio d’infamia che pare dobbiamo a Sir Francis Drake, navigatore, corsaro e politico inglese, e ai poco accorti nostri antichi concittadini del ‘500 che decisero di schierarsi con gli spagnoli nella guerra contro l’Inghilterra. Furono proprio i genovesi, infatti, a finanziare “l’invincibile armata”, costituita da 130 vascelli e da 24000 uomini, ma l’esito disastroso della spedizione insegnò loro, da quel giorno, ad essere più oculati nell’aprire i cordoni della borsa, nonché ad ostentare quella diffidenza verso i “foresti” che è un altro “pregio” che si ascrive ai liguri.

    Parsimoniosi, dunque con il denaro, con il sorriso ma anche con lo spazio, conteso al mare e ai monti  metro su metro, oggi come ieri, battaglia che si rispecchia nelle sue caratteristiche creuze, nei suoi angusti vicoli, nella sua scarsità di ampie piazze. Non stupisce, dunque, che il sagrato a che si apre davanti alla Cattedrale di San Lorenzo, unico slargo degno di questo nome, fosse, nel Medioevo, uno spazio pubblico dove si svolgeva la maggior parte della vita civile, economica e politica della città.

    A partire dal 1300, qui, aveva luogo la designazione del doge: erano riunioni popolari spesso tumultuose come quella in occasione dell’elezione di Simon Boccanegra (1339), primo doge di Genova (a cui si ispirò Giuseppe Verdi per la composizione dell’omonima opera),  durante la quale, scalmanati avversari politici, appartenenti al vecchio regime, bruciarono, nel piazzale, i libri dei crediti della Repubblica, naturalmente, tra le grida esultanti degli spettatori.

    Nel quotidiano, mentre lungo i muri della chiesa stazionavano i besagnini, esponendo i loro prodotti ortofrutticoli, Piazza San Lorenzo era occupata dalle “caleghe” (dal latino callegarii, ovvero aste pubbliche), un variopinto mercato dell’usato non dissimile da quello che si  tiene a Palazzo Ducale, la prima domenica del mese. Nel 1615, però, in seguito alla morte di un gabelliere per mano di un “repessin”, le autorità furono indotte ad abolire tale pratica.

    Incontro rituale era, poi, quello che si svolgeva durante la festa del santo patrono della città, San Giovanni Battista: per questa occasione, ci si recava a comprare le “benedizioni”, cioè foglie di noci, rami di sambuco ed altre piante perché, secondo le antiche credenze, le erbe bagnate dalla rugiada  di quella notte “magica” avevano straordinarie proprietà curative. Nel giorno del solstizio d’estate, infatti, il sole e la luna,  a detta della tradizione, si univano in matrimonio, riversando sulla terra  energie positive che inducevano effetti miracolosi come quello di fare fiorire le felci. Una fioritura effimera, di una sola notte, che, se raccolta, avrebbe avuto il potere di far piegare qualunque volontà.

    Il fascino di un “ sogno di una notte di mezza estate”, come direbbe lo stesso Shakespeare, lasciava il posto, spesso, nell’arco dell’anno, ad episodi  non proprio bucolici: ne rimangono tracce sulla porta laterale della Cattedrale, Porta di San Gottargo, dove sono visibili i buchi impressi dai micidiali dardi delle balestre o le fenditure alla base delle colonne, conseguenze di un incendio divampato durante le lotte tra Guelfi e Ghibellini, nel 1296.

    Cattedrale S.LorenzoSan Lorenzo, pozzanghera

     

     

     

     

     

     

     

    Ricordiamo, poi, che le chiese e le loro pertinenze godevano dell’immunità giudiziaria, diritto di asilo emanato da una bolla papale ed in essere fino al XVIII secolo. Tutte le chiese ne fruivano ed accoglievano rei di tutti i tipi ad eccezione di quelli condannati per omicidio volontario. Non è difficile immaginare che qualche “furbetto” strumentalizzasse tale prerogativa per trarne un illecito vantaggio. E’ il caso di “o Serronetto”, lestofante settecentesco che aveva eletto a domicilio proprio la Cattedrale. In agguato e pronto a colpire, quando individuava l’oggetto delle sue malefatte, scendeva nella piazza, metteva in opera la sua bricconata e, con altrettanta rapidità, riguadagnava i “sacri” scalini dove era al sicuro dalle pene della legge. Si racconta, ad esempio, che il mattino del 2 settembre 1729, con un suo provvido intervento, avesse liberato un camallo accusato per una questione di tabacco  e nello stesso giorno avesse fatto oggetto di una fitta sassaiola i gendarmi di passaggio. Quel satanasso “che stando sopra la scala… fa tutto il giorno molte insolenze” fu infine preso e condannato a dieci anni da trascorrere nelle patrie galere ma, il giorno stesso, evase per rifugiarsi nella Chiesa degli Incrociati.

    La piazza è stata, anche, testimone di eventi più edificanti: qui transitavano notai e cancellieri che si recavano nel Chiostro per redigere atti importanti; vi passavano i poveri che andavano a elemosinare un piatto di minestra, vino e focaccia distribuiti dai Canonici o la attraversavano i 13 indigenti, prescelti tra i senza tetto, a cui,  in occasione del Giovedì Santo, dopo la lavanda dei piedi da parte del Reverendo Capitolo, capeggiato dall’Arcivescovo, veniva offerto un pranzo completo.

    Come in ogni angolo di Genova che si rispetti, non può mancare un po’ di “noir”. Il 26 febbraio 1799, Sebastiano Biagini, giornalista e politico (fu uno dei fautori della caduta della vecchia Repubblica) fu pugnalato a morte  dal collega Queirolo, mentre si trovava all’interno della farmacia Dodero, prospicente la piazza. La parte più horror della vicenda, però, fu il funerale che ne seguì: il cadavere non fu messo in una bara ma seduto, come se guidasse, su un carro trainato da sei cavalli bianchi e, così, traslato alla Basilica di Carignano. Qui, fu composto, sempre seduto, al centro di una macabra scenografia: nelle mani gli fu messa una copia della Costituzione,  a destra, una statua della Storia nell’atto di incoronarlo, a sinistra, un effige del Genio Ligure che bruciava una serpe, incarnazione dell’avversario che ne aveva causato la morte, alle spalle, una stele simboleggiante l’Eternità dietro cui occhieggiava, funerea, la Morte. Sopra tutta questa “artistica” composizione, che fu lasciata in esposizione per ben due giorni, campeggiava un’aerea Fama provvista di tromba.

    Per tornare a cose più amene, fa sorridere, oggi, la denuncia di un anonimo (1745) che segnalava “il disordine scandaloso di vedere, alla notte, uomini e donne frammischiati sopra la scalinata di San Lorenzo” o la riprovazione che veniva manifestata nei confronti di giovani nobili per un comportamento giudicato disdicevole: questi bricconi impenitenti solevano, infatti,  bivaccare sulla piazza, nell’imminenza delle funzioni religiose, per “sbirciare” le caviglie delle giovanette che scendevano dalle carrozze.

    Tante storie, dunque, curiose, tristi o tragiche raccontate da una piazza molto diversa da quella attuale perché, nel 1830, fu necessario un profondo restyling, demolendo alcuni edifici che erano stati costruiti a ridosso della cattedrale, al fine di restituirle un po’ di spazio. Il Palazzo dei Fieschi, che trovate, sulla sinistra, ponendovi con le spalle alla Cattedrale,  è un esempio evidente di questo “recente” ridimensionamento:  se guardate attentamente, potrete constatare, infatti, che ne è stata asportata una “fetta”, come si evince dalla facciata che risulta arretrata rispetto all’originale.

     

    Adriana Morando
    foto di Daniele Orlandi

  • Storia di Genova: i palazzi dei Rolli, patrimonio dell’umanità Unesco

    Storia di Genova: i palazzi dei Rolli, patrimonio dell’umanità Unesco

    Palazzo Rosso

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    I Rolli di Genova, un incontro imperdibile, un viaggio a ritroso nel tempo per immergersi negli antichi splendori di una città che, per la sua gloriosa storia, vanta a buon diritto l’appellativo di Superba, una riscoperta di quelle antiche dimore genovesi, sobrie all’esterno, ma che ammagliano per lo sfarzo che si può ammirare all’interno, seguendo con occhi abbagliati, i sapienti stucchi, gli affreschi magistrali, le preziose dorature, i capolavori d’arte e il luccichio dei marmi di Carrara.

    Siamo lontani dalle povere case in legno che fino al 200 il Cintraco andava ad ispezionare nei giorni di quel “vento d’Aquilone” che tanto si temeva in caso di incendi, siamo tra i palazzi che sorsero sempre più alti, ricoperti di preziosa pietra nera di Liguria, l’ardesia, siamo tra le nobili abitazioni che si affacciano sul percorso delle Strade Nuove che si snodano da piazza De Ferrari, attraversando tutto il centro medievale, fino al Palazzo de Principe, Andrea Doria, valente Ammiraglio ed abile politico, unico Principe di Genova, di fatto se non di diritto.

    Due secoli di continui rinnovamenti a partire dall’antica via Montalbano, da cui le “signorine” furono sfrattate per far posto ad una strada, larga 7 metri, via Aurea (odierna via Garibaldi), fatta con l’argento e l’oro proveniente dal nuovo mondo, allestita per ospitare le residenze di prestigio delle nobili famiglie genovesi che volevano allontanarsi dalle anguste case della Ripa Maris, troppo vicine ai moli e ai mercati.

    Spianata la collina di Castelletto, tra il 1551 e il 1558, ed allontanato il postribolo, l’arteria si presentava con un unico ingresso da piazza Fontane Marose perché dall’altro lato, oggi piazza della Meridiana, era chiusa dai giardini di Palazzo Ducale. Gli edifici che individuiamo col nome altisonante dei loro antichi padroni, i Pallavicini, gli Spinola, i Grimaldi, i Lomellini , i Lercari, i Cattaneo-Adorno, i Brignole-Sale, ammaliano per gli immensi atrii, gli imponenti scaloni, le volte a crociera, i loggiati aggettanti su splendidi giardini che, per quelli a monte, giungevano fino a Castelletto, architetture talmente imponenti che indussero Pietro Paolo Rubens a disegnare i palazzi della via e di tutta la città perché diventassero un modello per i costruttori di Anversa (tavole pubblicate nel 1662).

    Spicca tra gli altri il cosiddetto Palazzo delle Torrette, posizionato di fronte a Palazzo Tursi, che l’architetto Giacomo Viano volle più arretrato rispetto agli altri per dare maggior luce al  “più nobile” dirimpettaio ma, soprattutto, per nascondergli  la vista, poco decorosa, degli edifici  del sestiere della Maddalena in cui si era spostato il meretricio.

    Tra il 1602 e il 1613 (completato nel 1655), un secondo percorso viene delineato per diventare la strada residenziale di un’altra potentissima famiglia genovese, i Balbi, che realizzano La Grande Strada del Vastato. Ai lati sorgono palazzi “degni del congresso di un re”  come li aveva definiti Madame de Stael  e infatti si sono  fregiati  della presenza, persino, della regina Elisabetta di Inghilterra.

    Palazzo RealePalazzo Reale

     

     

     

     

     

     

     

    Logge, scalee, colonnati, saloni affrescati  e tanto marmo che la Repubblica concedeva di utilizzare solo alle famiglie che avevano operato “qualche fatto egregio in utilità della Patria”, sono il denominatore comune di queste dimore che raggiungono il più alto grado di magnificenza nel  Palazzo Reale, divenuto dal 1823, residenza ufficiale di casa Savoia. Il cortile con tre arcate che da accesso al giardino da cui si gode una magnifica vista sul porto, la sua loggia, i suoi saloni che accolgono   più di 200 dipinti e mobili originali genovesi, piemontesi, francesi della metà del XVII secolo fino all’inizio del XX secolo, la superba Sala del trono, le volte affrescate, sembrano quasi scomparire davanti alla mirabile bellezza settecentesca della  Galleria degli Specchi dove si ha la sensazione di perdersi in un mondo di luce.

    La Strada Nuovissima (via Cairoli) fu completata alla fine del ‘700, dopo monumentali opere di sbancamento atte ad unire la via Aurea a via Balbi, lungo il cui tracciato si possono ammirare le antiche dimore di Gio Carlo Brignole, di Antoniotto Cattaneo, di Nicolò Lomellini e di Cristoforo Spinola.

    Ma i palazzi dei Rolli non sono solo questi, se ne annoverano, infatti, 83 di cui 42, dal 13 luglio 2006,  sono consacrati, dall’Unesco, come Patrimonio dell’Umanità. Potete trovarli scendendo nel cuore della città medievale lungo quell’antica valle di Luccoli che vide gli insediamenti dei Doria, dei De Mari, degli Spinola, rispettivamente a San Matteo, a Banchi e a San Luca. Nascosti in oscuri vicoli o in anguste piazzette incontriamo le dimore degli Imperiali, dei De Marini, dei Durazzo, di Domenico Grillo (sede della Fondazione De André), dei Della Rovere, dei Salvago, dei Saulli, dei Senarega, solo per citare alcuni tra i nomi non ancora menzionati, ognuno con la sua storia ma tutti  insieme per raccontare le gesta gloriose di Genova.

    Un incontro da non perdere, come dicevo, percorrendo un dedalo di viuzze, talora mai esplorate, alla ricerca di quelli che, come cita il biografo di Cola di Rienzo  “erano maravigliosamente belli i palazzi di Genova, che specchiano le fronti di niveo marmo nel nostro mar glauco”, in compagnia di un curioso interrogativo: perché si dicono palazzi dei Rolli?

    Nel 1500 non esistevano gli equivalenti dei nostri alberghi o la disponibilità di strutture pubbliche atte ad accogliere ospiti di riguardo. Si poneva, dunque, il problema di dove trovare un alloggio decoroso per i visitatori stranieri. Fedeli al loro spirito parsimonioso, i nobili ben si guardavano di aprire le loro dimore a questi illustri personaggi, per cui, le autorità si videro costrette ad imporre una forzosa accoglienza. Si censirono, dunque, 150 dimore nobiliari, classificandole in 3 distinte categorie in base alla raffinatezza degli arredi, all’ubicazione, al confort abitativo ed ad altri requisiti che sono ben specificati in 5 editti risalenti al 1576. Ad ognuna di esse, poi,  fu assegnata una certa tipologia di ospiti, Papa, Cardinali, Principi, notabili o semplici turisti di rango. Gli edifici prescelti venivano contrassegnati da un “rollo” (rotolo di carta) che veniva inserito in un bussolotto da cui, in una specie di estrazione del Lotto, si “pescava” quello “fortunato”, il cui padrone, giocoforza, era obbligato a prendersi cura del forestiero.

    Come si può desumere facilmente, soprattutto perché parliamo dei proverbiali avari genovesi, nessuno si dimostrava entusiasta di tale oneroso incarico, come testimoniano le numerose lamentele che giungevano al Doge, sia per l’esborso  di vil denaro sia per  i comportamenti, talora, esuberanti di quei, non voluti, coinquilini. La visita ai Rolli è un’occasione unica, dunque, per scoprire, come dice Edoardo Grendi, “una città bellissima ma che, per una ragione o per l’altra, non si scopre mai”.

     

    Adriana Morando
    foto di Daniele Orlandi

  • Storia di Genova: le antiche porte della città

    Storia di Genova: le antiche porte della città

    Porta Sottana o dei Vacca, Genova

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento sulle antiche mura e la difesa della città – GuidadiGenova.it

    Pietre millenarie che raccontano una storia di antiche glorie, guardiane sentinelle poste a sbarramento di eserciti invasori, occhi di rigidi gabellieri veglianti sulle merci in transito: queste erano le porte di Genova, unici varchi aperti  in quella cinta invalicabile di mura che cingevano la città.

    La loro funzione è chiaramente descritta in una lapide sistemata  a Porta di S. Andrea (1161) o Soprana (per indicare la sua posizione dominante) che recita: “…sono difesa da uomini, circondata da mura mirabili e col mio valore respingo lontano le armi nemiche. Se porti pace è lecito toccare queste porte, se chiedi guerra ti allontanerai triste e vinto…”.

    A dispetto delle sua magnificenza, Porta Soprana ha subito numerosi offese come quella del 1576 quando fu destinata a casa in affitto o quando, durante la Rivoluzione Francese,  divenne area adibita alla ghigliottina e ai servizi del famoso boia, Samson, lo stesso che aveva decapitato Luigi XVI. A dispetto dello scempio operato intorno a essa  con la distruzione della collina di S. Andrea, della demolizione del convento, del carcere, del vecchio borgo dei lanaioli, del Rivo Torbido e, più recentemente, del quartiere di via Madre di Dio, rimane ancor oggi uno dei simboli più autorevoli della potenza genovese del passato.

    A lei si contrappone la coetanea  gemella porta di Santa Fede (dal nome della chiesa templare che sorgeva nei paraggi) o  porta Sottana (per distinguerla dalla sorella levantina), chiamata anche Porta dei Vacca, a partire dal XIII secolo, dal nome della famiglia che aveva dimora nella zona. Risulta molto diversa da quella originale per le modifiche apportate nel corso del tempo anche se recenti restauri hanno cercato di porvi rimedio.

    Scendendo verso il porto incontriamo porta Siberia (o Porta del Molo), oggi sede del Museo Luzzati, che deve il suo nome alle cibarie che attraverso di essa venivano portate ai magazzini della Ripa Maris. Realizzata su progetto dell’architetto Galeazzo Alessi (1512-1572), ispiratosi per la sua realizzazione alla Porta di San Miniato di Firenze (Michelangelo),  è una solida costruzione in pietra di Finale, una roccia ligure chiara che reca le tracce di conchiglie. Sul piazzale antistante, si innalzavano le forche per le impiccagioni  di quei condannati che dalle carceri di Sant’Andrea venivano condotti, lungo la salita del Prione,  fino al molo. Dai bastioni laterali della porta, che erano forniti di potenti cannoni, si dipartivano le imponenti mura di Malapaga così chiamate perché ospitavano le carceri per i debitori insolventi.

    Vi sono, poi, porte che si sono date al vagabondaggio e, lontano dalla loro sede originale, aspettano solo di raccontarvi la loro storia. La più irrequieta, cioè quella che ha viaggiato di più, è Porta Pila, dedicata alla Regina di Genova, la Madonna. Sita originariamente al termine dell’antica via Giulia (dove oggi Via XX Settembre incrocia via Fiume), elegante e maestosa, si narra fosse destinata alle fortificazioni di Porto Maurizio ma fu , infine, mandata a Genova per volere dei i Padri del Comune, tra il 1647 e il 1649. Nel 1891 si pensò di abbatterla insieme alla demolizione delle “Fronti basse” delle Mura Nuove ma,  grazie ad un provvido ripensamento, nel 1899, fu inserita nel bastione Montesano, alle spalle della piccola stazione di Brignole. Intorno al 1940, quando anche questo bastione venne abbattuto per l’ampliamento del nodo ferroviario, la porta si rimise in cammino verso la sua ubicazione definitiva che fu trovata tra i palazzoni di via Imperia. A memoria di questo peregrinare, rimane una lapide, scritta in latino, che riporta il racconto  dei suoi passati “traslochi”. Pare, però, che il suo errabondo cammino non sia ancora esaurito: esiste, infatti, un progetto per il suo spostamento  in Piazza Verdi, di fronte alla stazione.

    Sulle stesse Mura Nuove, ma a ponente, si ergeva la porta che dal faro prendeva il nome: Porta della Lanterna. Costruita tra il 1633 e il 1643 fu lasciata in pace fino al 1827 quando ne venne costruita  una più larga, a fornice doppio, a pochi centinaia di metri. Questi antichi varchi, infatti, prevedevano un solo accesso ed erano insufficienti al crescente traffico di persone e merci. Diventata, dunque, di intralcio alla viabilità, la porta seicentesca fu malamente distrutta, nonostante una petizione popolare con più di diecimila firme che ne chiedeva la salvaguardia; oggi rimane a ricordo solo una statua della madonna e l’iscrizione “posuerum me custodem”. La nuova porta ottocentesca ebbe sorte migliore: salvata dalla demolizione, quando fu spianato il colle di san Benigno, nel 1930, prese la via “dell’esilio” per essere collocata ai piedi della lanterna.

    Porta degli Archi, più antica delle precedenti perché facente parte delle mura cinquecentesche, anch’essa rivestita di pietra di Finale, faceva bella mostra di se all’altezza dell’attuale Ponte Monumentale. Per far posto alla nuova strada in costruzione (1892), Via Giulia, attuale via XX Settembre, fu spostata a Carignano ed inserita su un portello delle Mura delle Cappuccine, all’altezza dell’attuale via Banderali. Era conosciuta anche come Porta di Santo Stefano per la vicinanza con l’omonima chiesa e, ancora oggi, si fregia di una statua del santo, opera scultoria di Taddeo Carlone.

    Tra le porte che resistono al tempo vi è quella dell’Olivella, a lungo chiusa per la sovrapposizione delle mura cinquecentesche e poi riaperta, nel 1825, quando, su progetto di Carlo Barabino, venne risistemata l’area della spianata dell’Acquasola. Pur nascosta da pertinenze della ferrovia di Casella, sussiste anche la Porta di San Bartolomeo, unica  con ponte levatoio che veniva alzato per mezzo di contrappesi sferici e che deve il suo nome alla vicina chiesa. La porta successiva che possiamo incontrare proseguendo fino a via del Carso e poi continuando a destra lungo le antiche mura, è quella di San Bernardino, di cui si ricorda che, fino al 1896, restava chiusa dalle 21 alle 4 e mezza di mattina.

    Arrivando a Righi, troviamo la Porta delle Chiappe o di San Simone, a fianco dell’Osservatorio Astronomico, il terzo ed ultimo passaggio  dal lato est delle fortificazioni. A ponente,  si può cercare la porta di Granarolo, transito per l’antica strada proveniente da Begato, uno stretto passaggio con fornice in arenaria, sormontato da uno stemma marmoreo che, lasciata per anni in stato di abbandono, è oggi visibile solo dall’esterno, seguendo un ripido sentiero da via Ai Piani di Fregoso.

    Similmente è possibile ammirare la Porta degli Angeli, lungo la salita omonima, adito di una delle strade che collegavano Genova a Sampierdarena e alla Valpolcevera. Più centrale è la Porta di Carbonara, in cima alla via da cui prende il nome, di cui si intravvedono le tracce nel grande arco trasformato in deposito.

    Malasorte, invece, per la più occidentale delle entrate che si aprivano nella cinta muraria urbana trecentesca: la Porta di San Tommaso. Si trovava tra le attuali piazza Acquaverde e Piazza Principe e doveva la sua toponimia al monastero che sorgeva presso il Caput Arenae, di fronte al mare. L’antico complesso monasteriale è ricordato perché qui visse Santa Limbania, religiosa a cui sono legate leggende di fatti prodigiosi. Quando fu realizzata la ferrovia, l’accesso fu demolito ma, si dice, sono rimaste tracce sepolte nel tratto compreso tra la stazione metro e quella ferroviaria.

    Stessa sorte per la porta Aurea (da cui trae il nome il quartiere di Portoria) che, sita sul colle di Piccapietra,  fu spazzata via dalle sciagurate manipolazioni urbanistiche degli anni 50-60, insieme alle sue due torri a ferro di cavallo, già ridimensionate nel XVIII secolo. Analoga fine per la modesta Porta Romana, collocata all’imbocco di via San Vincenzo, la cui denominazione derivava dalla strada romana che, provenendo da vico Dritto Ponticello (attuale zona piazza Dante), proseguiva attraverso Via San Vincenzo fino a Borgo Incrociati. Stesso epilogo  per la Porta dell’Acquasola (posizionata al limite settentrionale della spianata),  per la Porta di Murtedo (ubicata alla cima della salita di santa Caterina davanti alla prefettura) e per la Porta di S. Agnese (situata presso la Piazza del  Vastato odierna Piazza dell’Annunziata).

    Perduta ogni traccia, anche, delle primitive porte carolinge, Porta San Pietro, a fianco della chiesa di San Pietro in Banchi, Porta di Serravalle, attuale zona via Tommaso Reggio, Porta di Castri, nella zona Sarzano-Santa Croce, che con la Porta Superana (porta Soprana) facevano parte di quella primitiva cinta muraria della città di cui si hanno notizie certe. Per concludere, ricordiamo che esistevano anche passaggi pedonali (portelli) come quello di S. Egidio o quello più famoso di Portello, cui si deve il nome della piazza fra le gallerie Bixio e Garibaldi.

     

    Adriana Morando
    Foto di Daniele Orlandi

     

  • Storia di Genova: la cittadina di Arenzano

    Storia di Genova: la cittadina di Arenzano

    Arenzano

    GuidadiGenova.it – Arenzano e Cogoleto, luoghi da visitare

    Se una domenica non sapete cosa fare e volete lasciare la città ma non avete voglia di farvi inscatolare, per troppo tempo, in quella quattro ruote che già vi accompagna, quotidianamente, nel traffico caotico di Genova, imboccate l’autostrada che porta verso il ponente ed uscite ad Arenzano, una piccola e ridente cittadina marinara, sita in un’insenatura naturale chiusa da Capo San Martino.

    Un nome antico come le sue origini che, pare, risalgano ai tempi dei romani come testimonierebbe “ Arentianis” (possedimenti della famiglia di Aurentius), toponimo di chiara derivazione latina. Un’altra fonte ipotizza  che il nome  tragga origine dalla presenza di “un’ara di Giano”, divinità bifronte che viene chiamata in causa anche per la denominazione  della nostra metropoli.

    Aensèn o Rensèn, in ligure, stretta tra il mare e i monti, col suo territorio interamente compreso nel Parco Naturale del Beigua, offre un’immagine di serena tranquillità che stride con i suoi trascorsi storici, tempi lontani che la videro preda delle incursioni dei saraceni che qui crearono una delle più importanti basi per la pirateria del Mar Ligure. A questi scomodi ospiti è legata un’antica leggenda, quella del “pozzo sparito”. Si narra che, nel luglio 1260, le vele  dei predatori mussulmani apparvero all’orizzonte incutendo, negli arenzanesi, un ben motivato terrore. A difesa dei beni più preziosi, decisero di nascondere le fanciulle e gli oggetti pregiati in un pozzo che si era inaridito per l’estrema siccità, sito nel centro della città. Ricopertolo accuratamente e cancellate tutte le tracce, attesero che la scorribanda avesse termine e poi corsero a recuperare i loro tesori ma non furono in grado di ritrovare il luogo di quel nascondiglio così ben celato. Può sembrare incredibile ma, ancora nell’ottocento, nei contratti di compra-vendita di terreni,  veniva inserita una clausola che imponeva, nel caso del rinvenimento del pozzo, di cederne il contenuto al primitivo proprietario.

    Cacciati i saraceni, nel medioevo, Arenzano venne a far parte della Marca Obertenga, ampio territorio sotto il dominio di una dinastia longobarda, il cui capostipite era Oberto, marchese di Milano e conte di Luni. Fu questo un periodo di grande crescita per il piccolo borgo che si trasformò in un fiorente centro commerciale, sede  di importanti cantieri navali  e che raggiunse il massimo sviluppo, nel XIII secolo, quando la cittadina poteva vantare oltre 50 barche a vela che svolgevano i loro traffici nel Mediterraneo.

    Con l’avvento delle navi a vapore, l’attività portuale si ridusse gradualmente per lasciare il posto ad un’altra ricca fonte di introiti, il turismo, di cui ne è testimone il famoso Grand Hotel, inaugurato nel 1915 e tuttora esistente, situato a pochi passi dal Parco Comunale (di proprietà del marchese Cambiaso).

    Per chi è in cerca di relax “dinamico”, si può raggiungere Cogoleto percorrendo la pista ciclabile che collega i due centri rivieraschi, uno splendido lungomare dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André, o avventurarsi a “Cü du Mundu”, località conosciuta per i suoi percorsi torrentizi e alpinistici. Se, al contrario, preferite qualcosa di più tranquillo vi aspetta la Villa Negrotto Cambiaso (XVI secolo), oggi sede del municipio, e il suo verde prato all’inglese. Non mancate di fare una visita alla chiesa parrocchiale, costruita su progetto dell’architetto Giovanni Antonio Ricca tra il 1703 e il 1717 che vi accoglierà con la sua facciata barocca, cui fanno da cornice due campanili e il vicino oratorio quattrocentesco di Santa Chiara.

    L’edificio ecclesiale, una ricostruzione fedele operata sulle macerie del bombardamento aereo del 1944, mostra un interno, di forma ellittica, impreziosito dagli affreschi di Andrea Semino e da ampie vetrate colorate, ritraenti san Giovanni Battista e i santi Nazario e Celso, a cui è dedicata. In alto, affacciato sul mare, si erge il Santuario del Bambino di Praga, fondato dai Carmelitani scalzi nel 1905. Il culto del piccolo ”re” vede la luce in questo luogo con il dono di una statua in cera da parte della principessa Polissena Lobkowitz, nel 1628, che fu sostituita con l’attuale, nel 1902, offerta dalla marchesa Delfina Gavotti,  ed incoronata ufficialmente nel 1924.

    Naturalmente non si può lasciare Arenzano senza visitare il bellissimo museo dedicato alle tecnologie per l’ambiente. Il suo nome è “Muvita” ed è nato 11 anni dopo il più grande disastro navale del Mediterraneo che vide disperdersi in mare le 144.000 tonnellate di petrolio contenute nelle stive della “Haven”, relitto che ancora giace sui fondali a 70 m di profondità. L’edificio, il Casone, in cui è sito il “science center”,  è una vecchia cartiera del seicento con un caratteristico tetto a nave rovesciata che  ricopre una struttura  di quattro livelli: i primi due sono divisi in sette aree di percorsi interattivi, il terzo è dedicato alla biblioteca e ad un laboratorio di biochimica, il quarto ospita un auditorium da 300 posti, il tutto per un totale di 2600mq di superficie. Unico nel suo genere in Italia, si propone di educare al rispetto dell’ambiente attraverso la conoscenza del clima, delle varie forme di energia, dello sfruttamento delle biomasse, dei modelli di crescita sostenibile.

    Per partecipare alla festa patronale in onore dei santi Nazario e Celso, che non manca di processioni, bancarelle di tutti i generi e di fuochi d’artificio, dovrete, però, aspettare il 28 luglio e, soprattutto, non potete mancare alla festa di San Bartolomeo il 24 agosto, in località Terralba, occasione irrinunciabile per poter gustare le melanzane ripiene, specialità del luogo.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: alla scoperta del forte San Giorgio

    Storia di Genova: alla scoperta del forte San Giorgio

    Il Forte San Giorgio di Genova

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    Passi e ripassi per via Ugo Bassi senza vederlo perché si nasconde diedro gli edifici di una città che gli è cresciuta attorno, assediandolo col suo abbraccio di pietra, ma se si imbocca la stradina laterale che si trova nel tornante, appena passata la chiesa di S. Tommaso nel quartiere di Oregina, ecco apparire un imponente cancello, l’entrata di forte san Giorgio.

    Non è possibile andare oltre: se si supera quella parete di ferro, che si apre lentamente solo dopo aver dichiarato le proprie generalità e sotto lo sguardo vigile di austere telecamere, il marinaio di guardia, affiancato da un carabiniere in divisa, vi invita a tornare sui vostri passi: siamo in zona militare, perché qui è ubicato, attualmente, l’Istituto idrografico della Marina Militare Italiana.

    Questa roccaforte nasce sulle macerie di uno dei 19 bastioni, inglobati nelle mura cinquecentesche di Genova , posizionato sull’erta costa di S.Ugo, alle spalle del porto,  che in seguito ad una sollevazione popolare, fu parzialmente distrutto e dato alle fiamme, nel 1848. Dopo alcun anni venne decisa la realizzazione della nuova fortezza col compito di difendere il sottostante Arsenale Militare, edificato, a sua volta, sull’antico complesso monasteriale di Santo Spirito.

    Il contributo del genio sardo, coniugato ad una maggiore disponibilità di mezzi, fu fondamentale nell’architettura della nuova costruzione: all’uso della pietra locale venne aggiunto, infatti, l’impiego dei mattoni il che rese possibile la realizzazione di una struttura dinamica costituita da ampi spazi, connessi fra loro da gallerie o ampie rampe,  per uno spostamento veloce in senso verticale od orizzontale, lungo le quali si aprono improvvisi ballatoi o passaggi per un perfetto collegamento tra i vari reparti organizzativi. Il compito iniziale dell’edificio fu quello di scongiurare eventuali sommosse dovute all’insofferenza  verso la nuova dominazione sabauda, come si evince da alcuni elenchi  sugli armamenti dell’epoca nei quali si legge che  nei due forti cittadini, quello di S. Giorgio e di Castelletto, era prevista una potenza di fuoco di 23 cannoni di grosso calibro, 8 mortai e 28 cannoncini.

    Successivamente, fu presa in considerazione l’ipotesi di un utilizzo come polveriera che, allora, era ubicata nell’area del Lagaccio, dove attualmente si trova l’ex-caserma Gavoglio. Infine si risolse di adibirla ad Osservatorio Astronomico, funzione ricordata anche dal toponimo della via di accesso, “passo all’Osservatorio“, e alla produzione di  cartografia nautica. Nacque, così, l’Istituto Idrografico, Ente deputato all’elaborazione di tutte le carte per la navigazione del Mediterraneo dal meridiano 8, che passa al largo della costa sarda di ponente fino al  meridiano 22 che taglia il Peloponneso tra capo Gallo e capo Matapan.

    E’ indubbio che la cartografia genovese abbia tradizioni antichissime che chiama in causa la Corona Lusitana del ‘400 la quale commissionava ad abili disegnatori liguri tale compito, accecandoli a lavoro terminato perché non svelassero i segreti militari ivi contenuti. Certamente, le carte medievali non raggiungevano la  perfezione che si ottiene oggi grazie all’alta tecnologia, ma erano banalmente dei “ferri” del mestiere, ricavati da semplice schizzi, inviati a Genova per l’elaborazione, da naviganti che percorrevano un tratto di costa e ne disegnavano il profilo (non vi erano ancora macchine fotografiche). A questo primo abbozzo si inserivano, via via, dati aggiuntivi  riportati da altri viaggiatori fino a diventare delle vere “enciclopedie” indispensabili a chi andava per mare.

    Quanto a segretezza… i genovesi, abili commercianti, furono pronti ad improntare un florido commercio internazionale senza troppo interessarsi  delle coste nazionali. Fu, infatti, Nelson il primo a richiedere una carta  dei litoranei siciliani così quando, nel 1872, l’Idrografico iniziò la sua attività, affidato alla direzione di G. B. Magnaghi, Ammiraglio della Regia Marina, la cartografia italiana era praticamente inesistente e si dovette incominciare col mettere in essere un vero osservatorio  astronomico, un opificio per le incisioni su rame, un apparato per la stampa calcografica e solo, tra il 1877 e il 1878, si fu in grado di approntare navi corredate da strumenti per le rilevazioni dei dati idrografici. I primi versanti  ad essere interessati furono quelli del Tirreno, dalla costa francese fino a quella calabra ed alcuni tratti dell’Adriatico, ad esempio, la costa veneta. Per la Sicilia si dovette aspettare il 1908, dopo il terribile terremoto di Messina e nell’intervallo 1912-1914 si incominciò a scandagliare il Mar Rosso. Nel periodo fascista l’attenzione fu portata verso i litorali delle colonie e delle nazioni prossimali come quelli dell’Eritrea, della Somalia, della Cirenaica, della Tripolitania, dell’Albania, delle isole Greche e quelle lontanissime del Polo Nord dopo la tragica spedizione del “dirigibile Italia” (1928).

    Durante l’ultima guerra l’Istituto Idrografico lasciò la sua sede genovese per Montecatini e, poi, per Baveno (Lago Maggiore), tornando, definitivamente, nella nostra città solo nel 1947. Storia nella storia si potrebbe dire, la stessa che si può toccare con mano salendo lungo l’acciottolato carrabile fino ai piedi di  uno squadrato edificio rosso, emergente dalle antiche muraglie, dove, ai lati di un imponente porticato fanno da guardia due minacciosi cannoni. Poco più in là, vicino all’asta della bandiera i simboli della marineria, due nere ancore che ci ricordano il legame col mare. Una lunga , larga scalea, incuneandosi nel cuore dell’edificio, s’inerpica verso l’alto, impreziosita da una riproduzione dell’antico porto di Genova e da un bassorilievo di Gelio Repetto, raffigurante S. Giorgio nell’atto di uccidere il drago.

    Non manca la biblioteca in cui sono raccolti volumi di pregio alcuni dei quali risalenti ai primi dell’ottocento, oltre a più di 2000 carte calcografiche pubblicate tra il 1600 e gli inizi del novecento. Continuando la salita, si riemerge all’esterno in una “piazzetta” circondata dal corpo del fabbricato e da cui si accede ai locali dove ferve l’attività di tecnici qualificati che hanno il compito di “tradurre” i dati, raccolti dalle navi idrografiche, in carte nautiche.

    Dalle ampie vetrate, la vista si estende sul porto per spingersi lontano fino alla Torre della Specola da cui partiva, alla fine dell’ottocento lo “sparo del cannone di mezzogiorno“. A quei tempi, infatti, l’Idrografico provvedeva a segnalare l’ora esatta alle navi del porto e alla città, attraverso cronometri distribuiti in punti strategici e, nel contempo, avviava un congegno elettrico che azionava il cannone posto in un casotto vicino alla torre.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: Quinto al Mare

    Storia di Genova: Quinto al Mare

    Quinto, Genova

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    Il quartiere di Quinto al Mare (poco più di 8.000 abitanti) come lo vediamo e conosciamo oggi, prese forma a partire dagli anni 50 del secolo scorso, quando venne avviata una massiccia espansione edilizia terminata nel decennio successivo con la costruzione di Corso Europa a monte dell’Antica via Romana e della napoleonica Aurelia a mare.

    Come accaduto per i quartieri di Quarto dei Mille e Sestri Ponente, Quinto deve il nome alla collocazione sulla Via Aurelia antica di epoca romana (ad Quintus Milium – quinto miglio dalla città di Genova). La via romana attraversava Genova perpendicolarmente al torrente Bisagno e al torrente Sturla (i ponti di S.Agata in Borgo Incrociati e quello detto appunto “romano” di via delle Casette a Sturla ne sono testimonianza), era l’asse di accesso alla città da Levante lungo i borghi di Nervi, Quinto, Quarto e Sturla. A prova della sua importanza, in molti testi medievali veniva indicata con l’appellativo di Strada. L’attuale Via Antica Romana di Quinto conserva tratti di quell’antichissimo asse di vitale importanza per il commercio e le comunicazioni.

    Gran parte della storia di Quinto al Mare si concentra fra codesta strada e il mare. Eh già, il mare… Scontato evidenziare quanto la presenza del mare abbia segnato la vita di questa terra e delle genti che nella storia l’hanno abitata. Testi storici evidenziano la tradizione marinara di Quinto in più di un’occasione; sin dal Medioevo il borgo fu costretto a difendersi dai continui attacchi dei saraceni provenienti dal nord africa e dalle tante imbarcazioni di pirati che riuscivano più facilmente a raggiungere le coste dei borghi limitrofi, piuttosto che tentare di penetrare nel porto di Genova. Per questo motivo venne eretta un’imponente fortezza a difesa delle abitazioni, che rimase in piedi sino ai bombardamenti inglesi del 18esimo secolo. Ulteriore conferma della tradizione di questa terra, negli anni in cui la flotta della Repubblica di Genova era fra le più potenti ed attrezzate del mondo, la quasi totalità degli abitanti maschi del borgo erano arruolati sulle navi genovesi.

    Inoltre, secondo l’ipotesi di alcuni storici, fu proprio Quinto a dare i natali a Cristoforo Colombo; il navigatore genovese sarebbe nato in una villa nella zona a monte dell’attuale corso Europa, in località Terra Rossa, alle pendici del monte Moro, in cui avrebbero abitato i familiari. Si sa, pero’, quante tesi e ipotesi ci siano su questo tema, il più delle volte contraddittorie. Colombo è rappresentato in un affresco nella chiesa di San Pietro situata sulla via Antica Romana.

    Durante il periodo napoleonico il borgo conobbe le prima trasformazione in seguito ai lavori per l’apertura dell’Aurelia a mare (oggi SS1). Nei primi decenni del novecento era diventato sede di due importanti opifici, oltre che di un grande molino granario, e di diversi frantoi per la produzione dell’olio. E quando nel 1926 fu annesso alla Grande Genova, l’economia agricola del borgo aveva appena conosciuto la spinta dello sviluppo “industriale”, con il conseguente aumento della popolazione e la costruzione di nuove abitazioni.

    Tutto ciò rese insufficiente lo scalo della stazione imponendo il suo ampliamento mediante lo spostamento a monte della linea ferroviaria. (A ricordo della vecchia sede ferroviaria resta solo una galleria all’inizio di via Gianelli oggi adibita ad autofficina…)

    Foto e video di Daniele Orlandi

    QuintoQuinto

  • Storia di Genova: i Truogoli di Santa Brigida e l’antico monastero

    Storia di Genova: i Truogoli di Santa Brigida e l’antico monastero

    Piazza dei Truogoli di Santa Brigida

    La Storia di Genova, articoli e video su GuidadiGenova.it – Vai all’approfondimento sul Sestiere di Pré

    “Superba ardeva di lumi…Genova…  dal suo  arco marmoreo di palazzi” (Giosuè Carducci), edifici, come dice l’ode citata, eburnei, imponenti, che incombono granitici su quell’antica “via Nuova” (via Balbi)  che i nobili Durazzo e Balbi, insediatisi nel quartiere nel XVII secolo, vollero a monte dell’angusta via di Pré, per dotare le loro ricche dimore di un agevole sbocco viario verso  il ponente.

    Tra queste solenni residenze s’incuneano angusti viottoli che scendono ripidi e tortuosi verso il porto o s’inerpicano,  in salita, verso il monte tra un affastellarsi di case sovrapposte. L’attuale aspetto è il risultato di quel rimaneggiamento edilizio ottocentesco che intrappolò,  nei loro intricati meandri, piccole creuze nella cui toponomastica riecheggia il glorioso passato della Repubblica Marinara e dei suoi domini:  via di Famagosta, di Montegalletto, salita di Balaclava, di Montebello, tutte nate da un unico sentiero: salita Santa Brigida.

    Lasciata, dunque, l’ampia piazza del Vastato (l’attuale piazza della Nunziata) e  procedendo in direzione della Stazione Principe, percorrendo  quella  “Strada delli Signori Balbi”, ricchi banchieri genovesi,  si giunge in quel tratto di via dove un dimesso “stendardo”, che ben poco ha di storico, ci annuncia di essere giunti nel luogo dove, il 24 marzo 1403, l’arcivescovo di Genova, Pileo de Marinis, pose la prima pietra di quel monastero che dalla santa prese il nome. Sulla destra, un sottopasso, seguito da una scalinata, da accesso ad una piccola piazzetta dove il tempo sembra essersi fermato: le facciate, completamente rinnovate, di tipiche case medievali,  che sembrano gioire dei loro nuovi  vestiti gialli e rossi, fanno da cornice ai vecchi truogoli (gli antichi lavatoi di Santa Brigida), approvvigionati , da una fonte detta Bocca di Bove, un angolo di silenzio dove tendendo l’orecchio pare ancora  di percepire il garrulo chiacchiericcio delle allegre lavandaie.

    Sulla vetusta tettoia, brillante di restauro, si specchia una preziosa edicola, unico ornamento di spicco nell’essenzialità della piazza. A sinistra, un solido arco, antico ingresso del monastero,  continua in un dedalo di vicoli, ricchi di storia,  che s’inerpicano in alto, scalando la collina, fino in Corso Dogali.

    Sono questi i luoghi dove giunsero, provenienti dalle turbolente alture di Sarzano, le monachelle agostiniane con l’intento di costruire una chiesa e di dedicarla alla santa, Brigida, di cui seguivano la regola (la regola dell’Ordine del Santissimo Salvatore di Santa Brigida  è un’integrazione, in 27 capitoni,  di quella di Sant’Agostino).

    Appartenente alla famiglia reale svedese, Brigida (1303-1373), sposa giovanissima del nobile Ulf Gudmarsson e madre di 8 figli, alla morte del marito  si spogliò dei suoi beni  per darsi a una vita di fede. In uno dei tanti pellegrinaggi, fatto a piedi o a dorso di un mulo, giunse a Genova dove trovò ospitalità, per qualche mese, nell’abbazia di San Gerolamo di Quarto, in attesa di imbarcarsi per Roma, ospitalità che certo non ricambiò se, come narra la leggenda, dall’alto del Peralto, volgendo gli occhi verso la città ne abbia vaticinato la completa rovina.

    Truogoli di Santa BrigidaIl monastero brigidino di Genova aveva una caratteristica peculiare:  era pensato per una “coabitazione”, seppur rigorosamente separata, tra  frati e suore, entrambi di clausura, il che impose la costruzione di passaggi labirintici che ci danno conto delle  future creuze. Oltre alla chiesa  vi erano stanze, dormitori, mense, biblioteche per i religiosi, laboratori ed officine per gli operai, nonché ampi spazi esterni  come campi ed orti: una costruzione enorme, che occupavano quasi l’intero poggio. Era inevitabile che una così prossima contiguità fosse fonte di tentazioni e che, nel tempo, desse adito a malevoli sospetti, cui cercò di porre rimedio, nel 1600, Papa Clemente VIII, il cui  intervento, atto a porre fine all’ “onta” rappresentata dal convento “misto”,  si concretizzò, nel 1606, con la dipartita  dei poveri fraticelli. Rimaste sole in tanto spazio, le suore misero in vendita i loro terreni, la cui cessione permise, due secoli dopo, la costruzione di via Balbi.

    Ma i guai non erano finiti: alla fine del settecento, in linea con le idee giacobine che giungevano dalla vicina Francia, molti ordini religiosi furono soppressi e molti possedimenti confiscati tra cui quello conventuale di santa Brigida: tutti gli edifici furono riadattati ad uso abitativo, stessa sorte che  toccò alla chiesa, demolita per fare posto a tre palazzotti  conosciuti come “palazzi Dufour”, dal nome del casato del compratore. Prima di questa triste fine subì  la “vergogna” di essere  adibita, prima, ad officina di un fabbro e, successivamente, trasformata in filanda.  Dell’antica abbazia rimane solo l’arco d’ingresso, una colonna, una finestra, un muro, un residuo di affresco sotto un’arcata, tracce nascoste che potete trovare, dopo un’attenta ricerca, tra le ombre dell’intreccio dei vicoli.

     

    Adriana Morando