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  • Profughi a Genova, numeri e sistema di accoglienza: facciamo chiarezza

    Profughi a Genova, numeri e sistema di accoglienza: facciamo chiarezza

    vicoli-immigrazione-d1L’eco, a dire il vero neanche troppo lontana, degli sgomberi “No Borders” al confine italofrancese ha fatto passare in secondo piano quella che per settimane è stata la questione più dibattuta sulle pagine dei giornali locali e non solo: la prima accoglienza dei migranti in Liguria e il successivo processo di smistamento e integrazione nella vita genovese. Come abbiamo già cercato di dimostrare in passato, chi parla incessantemente di “invasione”, lo fa per lo più con finalità di strumentalizzazione politica e viene seccamente smentito dai numeri come illustrato dall’assessore alle Politiche sociali Emanuela Fracassi, nel corso di un aggiornamento in Commissione consiliare lunedì mattina. Così, recependo una proposta De Pietro (M5S) e Gioia (Udc), l’amministrazione dedicherà alcune pagine del proprio sito istituzionale alla corretta informazione sul tema dei migranti richiedenti asilo per cercare di stoppare sul nascere i proliferanti falsi luoghi comuni.

    Certo, il tema della prima accoglienza e dell’integrazione dei migranti è delicato e necessita di soluzioni concrete e non troppo improvvisate. Ma il fenomeno, sicuramente in espansione negli ultimi anni, ha senza dubbio la necessità di assestarsi prima di poter essere analizzato con la giusta prospettiva.

    Le misure di prima accoglienza a Genova

    [quote]Il flusso di profughi siriani è percentualmente irrilevante mentre sono molte le richieste di asilo che arrivano da donne nigeriane, che non provengono da zone di guerra ma da gravissime situazioni di violenza e per cui la decisione della concessione di protezione internazionale è molto delicata.[/quote]

    Con l’ultima circolare ministeriale che risale allo scorso 8 settembre, alla Liguria sono stati assegnati complessivamente 3980 posti per l’accoglienza di migranti richiedenti asilo. Di questi, 2914 sono già attivi su tutto il territorio regionale mentre circa 1300 si concentrano nella provincia genovese (e quasi esclusivamente nel Comune di Genova, per un’incidenza sulla popolazione residente pari circa al 2 per mille). Il Tavolo di coordinamento di questi flussi è gestito direttamente dalla Prefettura, emanazione territoriale del governo centrale, sia dal punto di vista del monitoraggio delle presenze sia da quello della messa in atto di soluzioni efficaci per rispondere alle necessità dell’accoglienza.

    Nella maggior parte dei casi, i profughi che arrivano a Genova sono in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, un procedimento gestito da una Commissione ad hoc che, finalmente, da 5 mesi è attiva con una sede anche nella nostra città. «Non dobbiamo più accompagnare i profughi a Torino – spiega l’assessore – ma i tempi di attesa tra l’identificazione e il riconoscimento dello status di rifugiato sono mediamente di 18 mesi, un’enormità rispetto ai 3 mesi previsti dalla legge». Per la cronaca, la commissione genovese ha accettato solo il 30% delle richieste: dopo un eventuale diniego è possibile fare ricorso e arrivare fino al terzo grado di giudizio ma naturalmente i tempi si allungano e quella che dovrebbe essere “solo” una prima accoglienza si trasforma in qualcosa di semi-permanente. «Benché un periodo di osservazione di 5 mesi non possa ancora avere rilevanza statistica – osserva l’assessore Fracassi – i flussi che riguardano Genova e la Liguria presentano già aspetti interessanti e caratterizzanti: ad esempio, il flusso di profughi siriani è percentualmente irrilevante mentre sono molte le richieste di asilo che arrivano da donne nigeriane, che non provengono da zone di guerra ma da gravissime situazioni di violenza e per cui la decisione della concessione di protezione internazionale è molto delicata».

    I migranti che arrivano in territorio ligure vengono accolti in strutture gestite da enti accreditati del terzo settore e hanno diritto a vitto, alloggio, beni di prima necessità, assistenza sanitaria, consulenza legale e mediazione culturale per l’apprendimento della lingua italiana. Secondo quanto previsto dalla normativa, per l’accoglienza di ciascun migrante lo Stato versa 35 euro al giorno, compresi 2,5 euro consegnati direttamente ai profughi per minime spese personali.

    Com’è noto dalle cronache cittadine, la prima attività di screening e assistenza sanitaria dei profughi giunti a Genova viene fornita attraverso due strutture: una a Campi, in corso Perrone, in sostituzione della originaria collocazione al Palasport,  l’altra nell’ex palazzina Q8 in viale Brigate Partigiane in via di ristrutturazione. Ma l’obiettivo dell’amministrazione è di riuscire a individuare a breve un grande “hub” cittadino o regionale, magari proveniente da qualche struttura acquisita gratuitamente da Tursi attraverso il federalismo demaniale e per la cui ristrutturazione sfruttare i finanziamenti messi a disposizione dal Ministero.

    Intanto, i profughi arrivati in città provano a darsi da fare lavorando gratuitamente per sentirsi utili e offrire un mutuo aiuto a chi li ha accolti. È il caso, ad esempio, di chi ha aderito all’azione di pulizia volontaria del parco dell’Acquasola e di villetta Di Negro. In attesa che arrivi la formalizzazione dello status di protezione internazionale, i migranti non possono stipulare regolari contratti di lavoro ma il Comune, attraverso la collaborazione dei Municipi, ha pensato a un apposito protocollo siglato con Prefettura e associazioni del Terzo settore per coinvolgere attivamente i profughi nella vita della città. Anche se c’è già chi mugugna che si tratti di una sorta di sfruttamento di mano d’opera.

    Dall’accoglienza all’integrazione

    Fin qui la cosiddetta “prima accoglienza”, su cui tuttavia il coinvolgimento di Tursi è soprattutto a livello logistico, consultivo e di coordinamento tra la Prefettura e le associazioni che si occupano del sociale. Più diretta, invece, è l’azione del Comune in un altro progetto di accoglienza che ricade nel sistema SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), finanziato dal Ministero dell’Interno fin dal 2001, con costi che si aggirano sui 40 euro giornalieri per ciascun assistito (45 euro per i minori). Si tratta della cosiddetta accoglienza di secondo livello, ovvero la realizzazione di percorsi di integrazione e autonomia  per chi si è visto riconoscere formalmente lo status di rifugiato e vuole rimanere a vivere in città. Attualmente sono 187 i posti che il Comune può mettere a disposizione, 170 adulti e 17 minorenni.

    I minori stranieri non accompagnati e accolti in città sono in realtà molti di più. Dal novembre 2014 è attivo un apposito progetto finanziato dal Ministero dell’Interno per 50 bambini suddivisi tra due strutture in via Serra e a Cornigliano. Inoltre, il Comune ha una propria struttura per la prima accoglienza in emergenza in grado di dare risposta a 12 minori. Infine, lo scorso aprile Tursi ha partecipato a un bando ministeriale per strutture di seconda accoglienza dedicate ai minori presentando un progetto per 40 posti ma gli esiti non sono stati ancora comunicati.

    Il ruolo fondamentale del terzo settore e le potenzialità dell’accoglienza diffusa

    Il fulcro del sistema di accoglienza, sia esso di primo o secondo livello, sono indubbiamente le associazioni che operano nel campo del sociale e i tanti volontari che vi collaborano. Secondo i dati forniti dalla Prefettura, al momento sono 22 le strutture nel Comune di Genova all’interno delle quale vengono ospitati i profughi. Si può fare di più? Secondo l’assessore Fracassi sì e i nuovi percorsi da intraprendere riguardano la cosiddetta accoglienza diffusa, che chiama in causa la partecipazione diretta delle famiglie genovesi, sempre sotto il coordinamento delle associazioni del Terzo settore. «Il modello da seguire è quello del Comune di Asti – ha tracciato la linea l’assessore – dove molte famiglie, per lo più di origine straniera, hanno scelto di ospitare alcuni profughi a casa propria, ricevendo 400 euro al mese dalle istituzioni come contributo al mantenimento». Certo, l’accoglienza in famiglia non può andare bene per tutte le situazioni ma è comunque un percorso che Genova non può lasciare intentato: «La scelta sul modello di accoglienza più adeguato per ciascun caso – conclude Fracassi – è molto difficile: l’inserimento di un profugo in una famiglia, ad esempio, non è indicato nella fase di prima accoglienza (ad Asti, ad esempio, avviene dopo un periodo di 3 mesi passati in un centro di accoglienza collettivo come quello di Campi, NdR) e può essere ugualmente problematico per i minori che potrebbero vedere acuiti i traumi del viaggio e della fuga».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Il bilancio del Comune di Genova: terzo settore, cultura, mobilità, sport… facciamo i conti

    Il bilancio del Comune di Genova: terzo settore, cultura, mobilità, sport… facciamo i conti

    palazzo-tursi-D3Dopo gli zoppicamenti della prima giornata in cui il numero legale è stato assicurato dalla presenza in aula dei due consiglieri di Udc (Gioia e Repetto), la maggioranza allargata in Sala Rossa tiene sul bilancio e sui documenti collegati. La votazione definitiva è prevista, con tutta probabilità, nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio di domani ma non dovrebbero esserci particolari sorprese.

    Come già ampiamente raccontato nelle scorse settimane, si tratta di un bilancio previsionale ancora fortemente provvisorio. Manca, infatti, circa una ventina di milioni di trasferimenti da Roma che dovrebbero rappresentare il rimborso dei mancanti introiti per le nuove formulazioni dell’Imu e della Tasi. Per questo motivo, non possono essere considerati definitivi soprattutto gli importi a disposizione delle singole direzioni, ovvero quel famoso “plafond” che rappresenta una delle voci più interessanti delle uscite di parte corrente. Nel 2014, il bilancio preventivo per questa partita ammontava a 97,3 milioni mentre, in attesa della manovra correttiva che dovrebbe arrivare prima dell’estate, per il 2015 la cifra scende a poco più di 87 milioni.

    I numeri del bilancio del Comune di Genova, direzione per direzione

    Ma dove sono stati sottratti, almeno temporaneamente, questi 10 milioni e oltre? Come anticipato dall’assessore Miceli in sede di presentazione del bilancio, un po’ da tutte le direzioni. Ce ne sono alcune, però, per cui le cinghie si stringono particolarmente finché non verrà messa nero su bianco l’annunciata variazione. È il caso delle politiche sociali, la direzione con più risorse a disposizione di tutto il Comune, che si ferma a 29,5 milioni di euro: ben 6,5 milioni in meno rispetto alla “quota 36” che l’anno scorso era stata ritenuta come limite sotto il quale sarebbe stato impossibile mantenere l’offerta di servizi di welfare essenziali per la città. Molto più distanti, invece, sono i 40 milioni che rappresentano la cifra storica impiegata da Tursi e che con molta difficoltà potrà essere raggiunta anche con assestamenti di bilancio, ulteriori alla variazione già annunciata, o attingendo al fondo di riserva (7,5 milioni con una leggera contrazione di circa 300 mila euro rispetto alla scorso anno) come da tradizione.

    Anche quest’anno, si conferma seconda voce di investimento la direzione Scuola, sport e politiche giovanili per cui in parte corrente sono messi a disposizione poco meno di 27 milioni di euro. Presumibilmente la prossima variazione di bilancio interverrà anche su questo capitolo per superare l’asticella dei 30 milioni impiegati sia nel 2014 che nel 2013.

    Saranno poco più di 5 milioni i fondi a disposizione del Corpo di Polizia Municipale, mentre per Cultura e Turismo sono previsti solamente 2,6 milioni di euro, davvero pochi spiccioli per una città che undici anni fa si proponeva all’Europa come Capitale della Cultura e che ha provato, con scarso successo, a trasformarsi quest’anno nell’affaccio al mare dell’Expo milanese. Probabilmente i nuovi flussi governativi consentiranno di arrivare ai 3,7 milioni preventivati lo scorso anno ma ne servirebbero davvero molti di più. Attorno ai 2,5 milioni si attestano le cifre previste per le direzioni Sviluppo economico, Sistemi informativi, Politiche per la casa mentre meno di 1,7 milioni sono presenti alla voce Ambiente, Igiene ed Energia e qualche manciata di euro in più di un milione per la direzione Mobilità.

    Interessanti anche le cifre trasferite ai Municipi per una gestione legata alle dirette necessità del territorio. Già detto, in sede di presentazione del piano triennale dei lavori pubblici, del raddoppio delle risorse straordinarie a disposizione, sul capitolo plafond sono previsti più di 817 mila euro per i 9 parlamentini, con gli stanziamenti maggiori per Levante (104 mila) e Media Val Bisagno (102 mila).

    Gli investimenti in conto capitale

    A livello aggregato (quello che riguarda il bilancio complessivo del Comune di Genova che ammonta a circa 1,7 miliardi di euro e comprende, dunque, anche gli investimenti in conto capitale), invece, oltre al capitolo dedicato ai servizi generali, istituzionali e di gestione per il funzionamento della macchina amministrativa che da sempre rappresenta la spesa più corposa e quest’anno scende da 414 milioni a 337,5, a farla da padrone sono le competenze annuali previste per la missione dedicata a Trasporto e Diritto alla Mobilità per cui sono previsti circa 313 milioni di spesa a fronte dei 344 dell’anno scorso.

    Per Sviluppo sostenibile, Tutela del Territorio e dell’Ambiente si parla invece di 208 milioni, 15 in meno dello scorso anno, mentre Diritti sociali, Politiche sociali e Famiglia scende da 104,5 milioni a 97. Aumentano invece le competenze per Ordine pubblico e sicurezza (da 46 a 49 milioni), Politiche giovanili, Sport e Tempo Libero (da 7 a 9,5 milioni) e Sviluppo economico (da 7,5 a 8,8). Non cambia molto per quanto riguarda le previsioni di cassa delle stesse missioni: 322,5 milioni per il funzionamento generale di Tursi, 194 per la mobilità, 185 per ambiente e territorio, 101,5 per il welfare, 86 milioni per istruzione e Diritto allo studio, 63 per Ordine pubblico e sicurezza.

    Ma anche per quanto riguarda le cosiddette “missioni” si dovranno attendere le correzioni in meglio che arriveranno a seguito dei maggiori stanziamenti da Roma.

    In attesa della manovra correttiva, sono ancora molti gli scogli che il Consiglio comunale si dovrebbe trovare ad affrontare prima dell’estate: il regolamento sulla movida, la famosa mozione del Pd sul mercatino di Turati che sembra essere scomparsa nel nulla ma soprattutto l’ultima votazione in Sala Rossa sul nuovo Piano Urbanistico Comunale (prevista il 28 luglio) la cui recente accelerazione sta facendo mormorare parecchio tra i corridoi di Tursi. Secondo più di qualche voce, infatti, sindaco e giunta vorrebbero approfittare di questa almeno temporaneamente ritrovata compattezza (numerica) della maggioranza. Un po’ come dire: portiamo a casa il Puc entro l’estate e sul futuro politico di medio periodo si vedrà. Intanto, martedì prossimo il Consiglio potrebbe prendersi una pausa non tanto per celebrare il 14 luglio quanto per recuperare il tour de force di questa settimana, con tre sedute consecutive, e soprattutto per evitare calde concomitanze con lo sciopero dei dipendenti delle partecipate.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Comune di Genova, presentato il bilancio preventivo 2015: «tagli da Roma? Un dramma»

    Comune di Genova, presentato il bilancio preventivo 2015: «tagli da Roma? Un dramma»

    economia-soldi-D1Manca ancora una ventina di milioni che dovrà arrivare da Roma attraverso il fondo di compensazione per i mancati introiti Imu-Tasi ma il Comune di Genova non poteva indugiare oltre. Questa mattina gli assessori Miceli e Crivello e il vicesindaco Bernini (sindaco assente più o meno giustificato per impegni a Roma con l’Anci) hanno presentato il bilancio preventivo 2015. O, quantomeno, la sua prima parte.  A rischio, infatti, c’era il corretto funzionamento della macchina comunale e l’impossibilità di proseguire ad amministrare la città con l’esercizio provvisorio che, oltre a impedire una spesa mensile per servizio superiore a un dodicesimo del totale investito lo scorso anno, blocca qualsiasi possibilità di sfruttare gli avanzi del 2014, il fondo di riserva e impedisce di contrarre mutui ad esempio per avviare il piano straordinario dei lavori pubblici. «I saldi per uscire dalle pastoie dell’esercizio provvisorio sono stati chiusi circa un mese fa, non potevamo attendere ancora le titubanze di Roma» ha detto l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli. «C’è un trend consolidato da parte dei governi nazionali che si sono succeduti – fa eco il vicesindaco – di arrivare all’approvazione del bilancio a estate inoltrata: così, però, si mette in difficoltà la macchina comunale, dal momento che l’incertezza finanziaria si traduce in disservizi per le comunità da amministrare. Questo non può diventare il metodo ordinario di azione, soprattutto per le grandi Città metropolitane: i bilancio previsionali vanno approvati a dicembre dell’anno precedente».

    Bilancio preventivo 2015 del Comune di Genova, i numeri

    In attesa di entrare maggiormente nel dettaglio, magari provando ad approfondire le voci direzione per direzione in occasione della imminente Commissione a Tursi, il “primo tempo” del bilancio previsionale si assesta su un equilibrio di 1 miliardo e 709 milioni di euro. La parte corrente, invece, si ferma a 827 milioni di euro, circa 29 milioni in meno rispetto a quanto speso lo scorso anno (ma cifra sostanzialmente identica a quanto iscritto nella prima stesura del bilancio previsionale del 2014). Sarà qui che inciderà la manovra correttiva che esamineremo nel paragrafo successivo e, in particolare, nel plafond a disposizione dei vari servizi che l’anno scorso ammontava a 97,3 milioni di euro in bilancio previsionale e, per il momento, si ferma 89,3 milioni. La voce di uscita più corposa, come sempre, è quella relativa al personale (quasi 239 milioni), seguita dal complesso dai servizi Amiu (128 milioni – erano 126 l’anno scorso) e Amt (100 milioni – erano 105 l’anno scorso). Stabili i 111 milioni da sborsare per il servizio prestiti per la quota interessi e la quota capitale.

    Sul fronte delle entrate, come sempre, a farla da padrone sono i tributi versati dai genovesi: per il 2015 sono previsti oltre 542 milioni di euro, provenienti principalmente da Imu-Tasi (239 milioni) e Tari (127 milioni). In attesa della variazione, i trasferimenti si fermano a 100 milioni, di cui oltre 78 di provenienza regionale.

    In attesa della “manovra correttiva”…

    palazzo-tursi-aula-rossa-d22Quella illustrata oggi è solo la prima tappa di un bilancio che dovrà per forza di cose prevedere una corposa variazione, una volta definiti con certezza i trasferimenti del governo centrale, la cui dead line è fissata per il 10 luglio. «Oggi – ha spiegato Bernini – presentiamo il bilancio che porteremo nelle prossime settimane in Commissione e in Consiglio comunale per giungere all’approvazione entro i primi giorni di luglio. Nel frattempo speriamo venga pubblicato il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri e con esso l’ammontare preciso degli ultimi trasferimenti da Roma che dovrebbero aggirarsi sull’ordine di grandezza dei 20 milioni di euro». La cifra, in realtà, è soltanto una stima, frutto di una proporzione rispetto al fondo stanziato lo scorso anno: su 625 milioni disponibili per tutta Italia, Genova aveva ricevuto 27,5 milioni; ma quest’anno il fondo nazionale per i mancanti introiti della tassa immobiliare è sceso a 530 milioni. Entro l’estate, dunque, arriverà anche la seconda tappa, nelle forme di una variante che interverrà soprattutto nel rifinanziamento del plafond di spesa dei singoli servizi alla persona (spesa sociale, trasporto pubblico, scuola, cultura, turismo…).

    Difficile, di conseguenza, confrontare il bilancio previsionale del 2015 con quello dello scorso anno (qui l’approfondimento). Al momento, ad esempio, per il delicato settore del sociale sono stati stanziati solo circa 30 milioni, 6 in meno dello scorso anno, che tuttavia la giunta assicura verranno rimpinguati a dovere con l’annunciata variazione. «L’obiettivo – assicurano gli assessori – è quello di mantenere i servizi sostanzialmente in linea con quanto garantito lo scorso anno e, di conseguenza, anche i finanziamenti sulle singole partite».

    Al di là di queste incertezze, comunque, anche il bilancio di quest’anno conferma le ataviche difficoltà degli enti locali a salvaguardare la tenuta del sistema dei servizi. «Questa politica dei tagli – dice Miceli senza usare mezzi termini – comincia ad assumere aspetti drammatici. Negli ultimi 8 anni i Comuni hanno contribuito alle manovre di riduzione dei costi per 17 miliardi di euro, di cui 9 solo di riduzione di trasferimenti diretti. Per Genova tutto questo si traduce in 178 milioni di euro in meno dal 2011 ad oggi (avevamo affrontato il tema nel dettaglio in questo approfondimento, ndr)». La tenuta del sistema, dunque, è garantita solo grazie a politiche di razionalizzazione della macchina amministrativa: negli ultimi 5 bilanci, Tursi ha prodotto 55 milioni di risparmi solo per le voci principali di spesa relative al personale (attualmente vi sono 550 unità in meno rispetto al 2011), fitti passivi e interessi sui mutui. Ma ci sono anche voci su cui non è più possibile risparmiare, come il capitolo rappresentanza che nel 2014 ha prodotto “addirittura” 89 euro di uscita.

    «Abbiamo invertito la natura delle risorse a disposizione – spiega il vicesindaco Bernini – passando dal 60% di trasferimenti statali al 70% di finanza locale. Questo significa che il Comune di Genova fa da solo oltre i 2/3 degli investimenti necessari per l’amministrazione della città. Il tutto continuando a ridurre lo stock di indebitamento pubblico».
    A proposito di riduzione di debito pubblico, dopo la frenata del 2014 dovuta ai 38 milioni di nuovi mutui per la gestione dell’emergenza alluvionale, nel 2015 si stima un nuova riduzione di circa 13 milioni di euro, portando l’ammontare complessivo a 1 miliardo e 227 milioni; negli ultimi 12 anni, lo stock complessivo si è abbassato di oltre 177 milioni. Nonostante questo, come già dettagliatamente annunciato, anche nel 2015 sono previsti indebitamenti straordinari come quelli per la manutenzione di strade, verde e illuminazione.

    Ma c’è un’altra grande incognita che grava sul bilancio 2015: si tratta di un aspetto piuttosto tecnico che, tuttavia, riguarda una partita di ben 21 milioni di euro. Come abbiamo già accennato nelle scorse settimane, ogni anno il Comune deve prevedere come voce di uscita un fondo di dubbia esigibilità, dovuto ad esempio all’ammontare delle sanzioni elevate e non riscosse o a evasione ed elusione di tasse locali, che va a comprimere di conseguenza la capacità di spesa corrente: quest’anno, la finanziaria consente di iscrivere a bilancio questo fondo non per il suo importo totale ma per un minimo pari almeno al 55%. E così hanno fatto gli uffici di Tursi, avendo sostanzialmente a disposizione dal lato delle entrate il restante 45% di questo fondo, pari appunto a 21 milioni di euro che, tuttavia, l’amministrazione dovrà recuperare entro fino anno ad esempio attraverso avanzi di gestione (benché l’ammontare sia piuttosto elevato, non si tratta comunque di un qualcosa di impossibile dato che l’avanzo del bilancio 2014 ammontava a circa 20 milioni di euro). Di fatto, dunque, al momento al bilancio di Tursi non mancano solo i 20 milioni di Roma ma altri 21 che, seppure iscritti nelle varie poste, dovranno rientrare nei prossimi 6 mesi. Ciò che esce dalla porta, deve rientrare dalla finestra.

    Infine, assieme ai documenti del bilancio, ieri sera la giunta ha ufficializzato anche le aliquote di Imu-Tasi e Tari: nessuna sorpresa rispetto a quanto già raccontato, se non che il Comune è riuscito a finanziare il famoso fondo di solidarietà per coprire le situazioni di insolvenza dovute a gravi disagi economici. Al momento si tratta solo di 500 mila euro che verranno ripartiti secondo criteri da discutere con i sindacati, ma la cifra potrebbe anche aumentare nel caso dovesse arrivare qualche (improbabile) sorpresa positiva dai conti romani.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Chiude il “Diurno” di De Ferrari: stop a docce calde e ristoro per i senza tetto

    Chiude il “Diurno” di De Ferrari: stop a docce calde e ristoro per i senza tetto

    homeless1Tempi lunghi per la riapertura del Diurno di piazza De Ferrari, l’unico servizio pubblico in città che garantiva ai cittadini più bisognosi la possibilità di una doccia calda e un po’ di ristoro dal clima invernale. “Il diurno resterà chiuso da martedì 24 febbraio a lunedì 2 marzo” recita un cartello dietro la saracinesca che blocca l’ingresso al sottopassaggio di largo Pertini. Ma quella settimana di sospensione si è allungata a dismisura e al momento risulta impossibile prevedere una riapertura. Eppure nelle pagine del sito ufficiale del Comune si leggono ancora (beffardamente) gli orari di servizio: martedì, mercoledì, giovedì dalle 14 alle 18,30, venerdì, sabato e domeniche alterne dalle 8 alle 12.30. Erano circa 130 le persone che ogni giorno frequentavano le 14 docce, 2 vasche da bagno e servizi igienici gratuiti di piazza De Ferrari, per un totale di 16900 accessi nel 2014 e 3200 da inizio 2015. I costi annuali per il mantenimento del servizio per il bilancio comunale ammontano a 278 mila euro di cui metà per il personale e metà per il funzionamento: molto onerose, infatti, sono le utenze che vanno al di là di ogni canone di risparmio energetico con 48 mila euro spesi per l’acqua, 44 mila per il gas e 41 mila per la luce.

    «Il Diurno – ha spiegato ieri in Consiglio comunale l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi, rispondendo a tre articoli 54 dei consiglieri Villa (Pd), De Pietro (M5s) e Padovani (Lista Doria) – è stato chiuso per problemi di sicurezza legati a una botola all’entrata, all’ostruzione dell’uscita di sicurezza (di cui si dovrebbe servire anche il Teatro Carlo Felice, ndr) e al sistema di areazione». Circa 15 mila euro i costi preventivati per il ripristino necessario alla riapertura. «Ma non siamo sicuri che questi adeguamenti possano essere sufficienti – ha ammesso Fracassi – tanto che stiamo studiando alcune alternative per la riapertura nel breve periodo e per la definitiva sistemazione nel medio-lungo periodo, nella convinzione che la città non possa fare a meno di questo servizio».

    «L’igiene personale – rafforza il concetto il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani – ha a che fare con i bisogni primari per la dignità della persona. Non possiamo lasciare i nostri concittadini maggiorente in difficoltà senza la possibilità di esercitare un proprio diritto».

    Le strade percorribili nei prossimi giorni, affinché i cittadini più bisognosi possano nuovamente avere a disposizione una doccia calda senza accalcarsi nei servizi resi disponibili da alcune associazioni gravitanti principalmente nel centro storico (qui l’approfondimento), sono diverse; certo è che l’amministrazione deve serrare i tempi. La prima opzione, proposta dal consigliere Stefano De Pietro e in corso di verifica da parte dell’amministrazione, chiama in causa Bagni Marina: «La dottoressa Morgano (a.d. di Bagni Marina, ndr) – ha detto l’assessore Valeria Garotta – ha dato la propria disponibilità a patto che il Comune assicuri il pagamento delle utenze. Nei prossimi giorni faremo un sopralluogo per capire se è effettivamente possibile mettere in partica quello che sarebbe un buon esempio di solidarietà tra le aziende pubbliche». Si tratterebbe però di una soluzione ponte, intanto perché la stagione balneare si avvicina, ma soprattutto perché le docce in questione normalmente non erogano acqua calda e, comunque, non sono collocate in locali riscaldati.

    Le seconda ipotesi riguarda l’utilizzo dell’altro diurno di piazza De Ferrari: «Tempo fa – spiega l’assessore Fracassi – era stato fatto un preventivo di ristrutturazione di 400 mila euro per la realizzazione di un bar all’interno di un progetto sociale. Riprenderemo in mano il preventivo per capire se si possono fare lavori minimali di messa in sicurezza e aprire un doppio servizio, da un lato per le fasce deboli della popolazione, dall’altro, come già in progetto, per i turisti».

    La terza strada chiama in causa una ricognizione dei diurni chiusi negli altri quartieri cittadini: in particolare, si è parlato di una struttura, ristrutturata poco prima della dismissione, in via del Fossato. C’è poi la possibilità di un accordo con il terzo settore che, attraverso appositi finanziamenti pubblici recuperati dalle spese vive risparmiate per il Diurno di De Ferrari, potrebbe ampliare i servizi che già quotidianamente offre all’interno del patto di solidarietà per i cittadini senza dimora.

    L’ultima ipotesi resta, naturalmente, quella di realizzare i lavori di ripristino del servizio in piazza De Ferrari. Ma l’assessore Fracassi sembra considerarla come la meno percorribile. «Non capisco come il Comune non possa trovare 15 mila euro per tamponare questa situazione di emergenza e riaprire il diurno» ha commentato il consigliere Claudio Villa, che ha anche aggiunto: «Le difficoltà della struttura erano già state sollevate in una relazione tecnica del dicembre 2013, mi chiedo perché nel frattempo non sia stato fatto nulla».

    E sul medio-lungo periodo? La domanda non ha trovato risposta nelle parole dell’assessore Fracassi e il punto interrogativo rischia di rimanere ancora per molto tempo. «I tempi sono lunghi – commenta il consigliere Padovani – ma dobbiamo assolutamente trovare delle alternative perché Genova deve continuare a essere orgogliosa del proprio welfare e della propria capacità di dare risposte ai diritti di tutti i cittadini».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Senza fissa dimora: servizi sociali in difficoltà, la proposta del Comune alle associazioni

    Senza fissa dimora: servizi sociali in difficoltà, la proposta del Comune alle associazioni

    poverta-crisi-clochard-DIL’assessore Fracassi bussa alle porte del collega Miceli: «I servizi sociali e socio-educativi sono l’anello debole del bilancio comunale. Ogni anno – sostiene l’assessore alle Politiche socio-sanitarie – tutte le altre voci di partita corrente sono messe a copertura certa mentre questo capitolo viene lasciato flessibile e si riempie via, via durante l’anno a seconda di vari risparmi di cassa. Ma se vogliamo migliorare la gestione del welfare, dobbiamo cambiare prospettiva di bilancio e dire: ecco, qui ci sono i 40 milioni per il sociale mentre le incertezze le lasciamo ad altre partite». La frecciata è stata lanciata  in Commissione Welfare che aveva all’ordine del giorno il punto della situazione sui servizi destinati ai senza fissa dimora.

    Il Comune, come ormai d’abitudine, sta procedendo per dodicesimi: ogni direzione, dunque, può spendere al mese solo un dodicesimo dell’importo investito l’anno scorso, finché non sarà pronto il bilancio previsionale 2015. Una situazione di estrema precarietà e assoluta impossibilità di programmazione dovuta principalmente all’incertezza dell’ammontare delle risorse in arrivo dal governo centrale. «Ogni anno ci troviamo in questa situazione – ha accusato il consigliere Stefano Anzalone (Gruppo Misto) – ma è un problema tutto di questa amministrazione visto che ci sono altri Comuni che non aspettano i trasferimenti da Roma per approvare il bilancio». «Bisogna fare chiarezza – commenta la presidente della Commissione Welfare, Cristina Lodi (Pd) – se effettivamente si tratti di una necessità tecnica o se, comunque, dietro c’è una scelta politica».

    È in questo contesto che la discussione della Commissione si è concentrata sulle difficoltà economiche dei servizi dedicati alla popolazione senza dimora e a chi è costretto a vivere ai margini della società. Il sistema segue circa 900 utenti all’anno (l’ultimo dato aggiornato risale al 2013) ma una lettura più di dettaglio sarà possibile solo a fine 2015 grazie al potenziamento del sistema di analisi.  «Tuttavia – sostiene il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani – si evince piuttosto chiaramente una forte sproporzione tra il fabbisogno stimato di circa 2 mila persone in situazione di grave marginalità e le riposte che riusciamo a offrire».

    La chiave dovrebbe essere quella del salto di qualità, dalla sola presa in carico delle situazioni di emergenza a un precisa politica di prevenzione. «Prevenzione – sostiene Fracassi – vuol dire fare una seria politica nazionale per l’immigrazione, che oggi non stiamo facendo dato che non abbiamo costruito rapporti seri con i Paesi di provenienza e non abbiamo politiche europee adeguate a riguardo. Ma prevenzione sono anche le politiche del lavoro, quelle della casa assolutamente inesistenti a livello nazionale ormai da anni, e di contrasto alla povertà. Credo che se avessimo una seria misura di reddito minimo di inserimento, avremmo risolto molti problemi di chi non riesce neppure a pagare un affitto in casa popolare e le relative utenze, diventando così moroso, rischiando lo sfratto, l’abbandono in strada e la presa in carico dei servizi sociali».

    Ma, per fare prevenzione ci vogliono anche soldi. E, a proposito di difficoltà economiche, la situazione è resa ancor più complicata dal nuovo strumento che regola i rapporti tra il pubblico e le associazioni a cui il Comune “delega” la gestione di molti servizi. Se, infatti, Tursi gestisce direttamente solo il diurno di De Ferrari (attualmente chiuso per problemi di sicurezza) e la struttura notturna di Villa S. Teodoro (14 posti letto che diventeranno 24 quando saranno terminati i lavori di ristrutturazione dello storico Asilo Massoero) dal primo luglio 2014 è entrato in vigore il patto di sussidiarietà (caso simile per le strutture di accoglienza che combattono la violenza di genere, qui l’approfondimento): si tratta di un accordo di durata annuale, rinnovabile, che prevede che l’amministrazione sostenga finanziariamente fino a un massimo del 70% dei costi dei servizi per i senza fissa dimora mentre il restante 30% resta a carico degli operatori non più sottoposti a logiche di mercato per garantirsi appalti pubblici ma incentivati a fare sistema. L’attuale progetto, che oltre al capofila Fondazione Auxilium vede coinvolti le associazioni S. Marcellino, Massoero 2000, Compagnia della Misericordia, Afet, Ceis e Croce Rossa, prevede un investimento totale di 2.968.946 euro di cui 1.774.846 (il 60%) finanziato dal Comune di Genova.

    Il Comune copre la spesa grazie a 550 mila euro annui elargiti dalla Regione Liguria attraverso un fondo finalizzato e per la restante parte con il bilancio comunale. 
Il fondo regionale finalizzato è diminuito negli ultimi anni da 900 mila  euro del 2012 a 600 mila del 2013 fino a 550 mila dell’anno scorso. Per il 2015 la Regione non ha ancora comunicato l’entità del finanziamento e il Comune non ha versato la quota di propria competenza per il primo trimestre del 2015 che, di per sé, dovrebbe invece rappresentare una sorta di anticipo spese. «I ritardi riguardano sia il versamento da parte del Comune che il saldo spettante alle associazioni che hanno siglato il patto – spiega l’assessore Fracassi – ma sono imputabili sostanzialmente a lungaggini tecniche. Stiamo, infatti, parlando di uno dei primi patti di sussidiarietà così importanti e che chiama in causa circa 3 milioni di euro all’anno. La gestione contabile deve essere dettagliata e trasparente al massimo, per questo è molto complessa. Sono però molto fiduciosa sul miglioramento del sistema perché, quando i soldi ci sono, non ha senso essere così in ritardo».

    «La nostra permanenza all’interno del patto di sussidiarietà – ammette Angelo Gualco di Massoero 2000 – è garantita dalle risorse economiche versate da altre associazioni aderenti al patto attraverso l’associazione temporanea di scopo che abbiamo costituito. Ma per quanto ancora potremo sopravvivere in questo modo? Il nostro servizio si basa sul lavoro degli stessi ospiti che naturalmente deve essere retribuito: il 90% del nostro bilancio viene impiegato a questo scopo, come facciamo a sopravvivere dovendo reperire un 30% in più solo per l’autofinanziamento?».

    Certo, all’interno del patto di solidarietà ci sono realtà economicamente più solide ma che devono anch’esse fare i conti con i propri bilanci e i propri finanziatori e non potranno farsi carico all’infinito delle associazioni meno “ricche”. Anche perché l’importante fetta della gestione dei servizi sociali è sempre stata fonte di frizioni tra i vari attori in campo, soprattutto quando questa era soggette alle più classiche logiche di mercato. «O andiamo verso un’ottica di solidarietà tra gli enti aderenti al patto per cui il 30% viene contabilizzato come quota globale dell’associazione di scopo – sostiene l’assessore Fracassi – oppure gli enti meno capaci devono rimboccarsi le maniche e iniziare a intraprendere qualche soluzione alternativa e più efficace di fundraising». Ma se il patto di sussidiarietà dovesse continuare a dimostrare le proprie lacune, sono allo studio alcune ipotesi alternative: «L’unica terza via possibile – conclude Fracassi – è uscire dalla logica del patto di sussidiarietà. Per questo stiamo guardando con molto interesse al cammino che sta percorrendo il Comune di Brescia con un modo di gestire il terzo settore diverso ma sempre a partire dalla co-progettazione».

    Nel frattempo, però, avere qualche certezza in più dal bilancio previsionale potrebbe aiutare non poco ad affrontare il futuro in maniera più serena e soprattutto a non contrarre l’offerta di servizi imprescindibili per la sopravvivenza e la dignità della persona, la cui domanda è cresciuta esponenzialmente a causa della tragica situazione economica.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Il bilancio 2014 del Comune di Genova, tutti i numeri di Tursi

    Il bilancio 2014 del Comune di Genova, tutti i numeri di Tursi

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DÈ la delibera madre, il cuore da cui dipende il futuro ma soprattutto il presente del Comune inteso non solo come amministrazione ma anche e soprattutto come città. Si tratta del bilancio previsionale per il 2014 (qui l’approfondimento sul previsionale 2013), approvato dalla giunta la scorsa settimana e che sarà discusso nei prossimi giorni in Commissione prima di passare all’esame dell’aula consiliare forse già nella seduta del 22 luglio. Secondo quanto previsto dal governo, che tuttavia potrebbe nei prossimi giorni concedere una proroga a fronte dell’inadempienza di molti enti locali, la dead line per l’approvazione definitiva è fissata, infatti, al 31 di questo mese. Ottenuto l’ok in Sala Rossa, l’amministrazione potrà finalmente terminare l’esercizio provvisorio (che obbliga assessorati e direzioni a spendere ogni mese al massimo un dodicesimo della cifra totale avuta a disposizione l’anno precedente), e procedere con un po’ più di respiro alla programmazione finanziaria fino almeno alla fine del 2014.

    «È con qualche rammarico che mi accingo a presentare il bilancio di previsione per il 2014 soltanto a luglio – ha esordito l’assessore Francesco Miceli – anche quest’anno ad esercizio inoltrato, in un contesto normativo in continua evoluzione in cui è estremamente difficile avere un quadro preciso delle risorse disponibili e soprattutto averlo in tempi coerenti con una corretta programmazione finanziaria. Approvare il bilancio di previsione significa assumere una forte responsabilità nei confronti dei cittadini perché le cifre e i programmi qui scritti si traducono in azioni che incidono nella vita di tutti e determinano il benessere sociale della città».

    L’ammontare complessivo del bilancio per il Comune di Genova nel 2014 è stimato in poco più di 1,7 miliardi euro. La somma per la parte corrente è fissata, invece, in 828 milioni di euro: tale, dunque, sarà la capacità di spesa del nostro ente locale e altrettante dovranno essere le entrate. «Per avere questo livello di spesa – ha spiegato il sindaco Marco Doria – il Comune ha dovuto utilizzare anche le leve fiscali altrimenti, senza l’Imu e la Tasi che abbiamo, non avremmo potuto mantenere sostanzialmente invariati i grandi flussi di spesa».

    Solo due voci subiscono una drastica variazione ma si tratta di un dato positivo che riguarda il costo del personale e gli interessi sulla restituzione di capitale (altrimenti detto debito). «Il Comune di Genova è virtuoso da questo punto di vista – ha sottolineato il primo cittadino – perché ha diminuito la spesa pubblica e l’indebitamento complessivo». Per quanto riguarda il personale i contenimenti non riguardano gli stipendi pro-capite ma l’ammontare totale a seguito di un turnover solamente parziale. Sul fronte del debito, invece, la parte del leone l’ha fatta la riduzione dei fitti passivi grazie a una complessiva riorganizzazione degli uffici pubblici.

    «In 10 anni – sottolinea Miceli – lo stock di debito del Comune di Genova è diminuito di circa 200 milioni (pari al 14%), di cui 110 negli ultimi 3 anni e, ad oggi, si attesta a poco più di 1,2 miliardi». Questa contrazione, che evidenzia una controtendenza dei Comuni rispetto ai comportamenti dello Stato centrale, è stata possibile in funzione del patto di stabilità imposto agli enti locali che non possono spendere oltre una certa cifra e, di conseguenza, non possono indebitarsi. La diminuzione del debito, inoltre, ha come diretta conseguenza un immediato abbassamento degli interessi dovuti da Tursi alle banche.

    Così, nonostante 13 milioni di disponibilità in meno rispetto al 2013 (e 52 in meno rispetto al 2012), il plafond di spesa per i servizi erogati quest’anno resterà sostanzialmente immutato: 98,5 erano i milioni a disposizione delle direzioni nel 2013, 97,3 sarà il budget per il 2014. La differenza di 1,2 milioni di euro, dicono a Tursi, sarà ripartita in modo da non incidere sensibilmente sulla capacità di spesa di alcun servizio essenziale.

    Le entrate: arriva la nuova tassa sui rifiuti

    bollette-speseOltre il 70% (71,14% per la precisione) delle entrate del 2014 arriverà dalle tasche dei genovesi che, quindi, con un gettito di poco superiore ai 594 milioni si autofinanziano abbondantemente i propri servizi. Dallo Stato e da altri enti pubblici e privati, invece, dovrebbero arrivare solo poco più di 240 milioni.

    Dopo l’Imu che frutterà al Comune quasi 160 milioni, a cui si aggiungo i 75 della Tasi, ecco arrivare anche la Tari (qui l’approfondimento): la tanto temuta nuova tassa sui rifiuti però, almeno per quest’anno, sembra aver evitato l’ennesima stangata. «Si tratta della terza gamba della Iuc – ricorda il sindaco Marco Doria – le cui prime due gambe avevamo già visto due mesi fa con la Tasi e l’Imu».
    Com’è noto, tutti i costi di Amiu devono essere interamente coperti dalle “bollette della spazzatura” e la partecipata di Tursi ha in previsione un aumento di piano finanziario di circa 4 milioni, parti al 4%. Un gravame che, stando a quanto spiegato dall’assessore Miceli, non dovrebbe però ricadere più di tanto sui genovesi dato che verrebbe assorbito e compensato dall’annullamento dell’addizionale statale sulla tassa che in precedenza era pari a 30 centesimi al mq. Nel gettito complessivo che supererà i 126 milioni qualche aumento per i cittadini, comunque, ci sarà ma si tratterà mediamente di una quindicina di euro su base annua e solo per famiglie numerose e con abitazioni di notevole estensione: «Una rarità a Genova – assicura l’assessore – e comunque fino a quattro figli non è previsto nessun aumento».
    Diverso il discorso per le utenze non domestiche che parteciperanno ai costi per il 45% del totale: il numero delle imprese diminuisce e in alcuni casi le tariffe possono aumentare. «Ma è una situazione che si è verificata soprattutto lo scorso anno in virtù della riorganizzazione della ripartizione del gettito tra utenze domestiche e non domestiche che adesso corrisponde molto più alla situazione reale» assicura Miceli. «Quest’anno, invece, le cifre resteranno sostanzialmente invariate e, anzi, in molti casi si assisterà a una lieve riduzione».
    A differenza della Tasi, niente panico per i pagamenti: arriveranno i bollettini a domicilio con l’ammontare suddiviso in tre rate per le utenze domestiche (31 ottobre, 1 dicembre, 28 febbraio 2015) e cinque per le non domestiche (in più 30 settembre e 31 gennaio).

    Le uscite: direzioni invariate, raddoppia il budget per i Municipi

    economia-soldi-D4Ma dove vanno andranno a finire gli 826 milioni che il Comune avrà a disposizione? Nonostante la compressione dei costi raccontata dal sindaco, nella sezione uscite la voce più ingente è sempre rappresentata dalle spese per il personale che quest’anno ammonteranno a quasi 228 milioni. 111 saranno, invece, i milioni da sborsare per il servizio prestiti per la quota interessi e la quota capitale. Ci sono, poi, i contratti di servizio di Amiu (126 milioni) e di Amt (105 milioni).

    Infine, come si diceva, resta sostanzialmente invariato il plafond a disposizione dei vari servizi resi dai settori pubblici che ammonterà a 97,3 milioni.

    La prima voce, naturalmente, è rappresentata dalle politiche sociali per cui sono messi a bilancio 36,320 milioni: solo 200 mila euro in meno rispetto a quanto previsto lo scorso anno ma sempre sotto quella famosa asticella dei 40 milioni che è sempre stata ritenuta imprescindibile (qui l’approfondimento) e che probabilmente sarà raggiunta nel corso dell’anno con assestamenti di bilancio che potranno anche attingere al fondo di riserva (un totale di 7,8 milioni da cui però, potrebbero essere sottratti 4,3 milioni per ottemperare al famoso accordo su Amt siglato lo scorso anno ma che il Comune potrebbe non considerare valido in virtù del fatto che anche la Regione non ha rispettato i propri impegni che prevedevano, tra l’altro, la costituzione dell’Agenzia e del bacino unico regionale, qui l’approfondimento).

    Al secondo posto la macrovoce Scuola, sport e politiche giovanili con 30,259 milioni (mentre l’anno scorso erano 30,528). Poco meno di 4,5 milioni per la Polizia municipale mentre a Cultura e Turismo vanno solo 3,7 milioni di euro (200 mila euro in più rispetto allo Sviluppo economico): qui la diminuzione rispetto allo scorso anno è più sensibile e ammonta a circa un milione di euro ma la Giunta è convinta di poter recuperare anche in questo caso attraverso non meglio definite “altre risorse di bilancio” oltre a eventuali sponsorizzazioni.

    A livello aggregato, la maggior parte degli investimenti si concentrano su tutela del territorio, mobilità, politiche sociali e scuole.

    Via Montezovetto, Genova AlbaroAll’interno di questo quadro più generale, grande interesse suscita sempre la voce trasversale dei lavori pubblici, testimone concreto di quanto un’amministrazione tenga al decoro della propria città e provi a dare lavoro alla stessa. Per il 2014 l’assessore Crivello annuncia la disponibilità di 137 milioni di euro: 45 milioni sono accantonati per il mini-scolmatore del Fereggiano in attesa del via libera delle Corte dei conti alla convezione; 62 milioni sono previsti per una serie di interventi importanti sul territorio tra cui Galleria Mazzini, corso Sardegna e altri edifici pubblici; i restanti 30 milioni rappresentano invece un mutuo da avviare per il piano dei lavori pubblici di quest’anno. Si tratta di circa 4 milioni in più rispetto alla quota già presentata qualche settimana fa perché nel frattempo è intervenuta la necessità della previsione di un intervento manutentivo nel sottopasso di Caricamento, della messa in sicurezza di una frana Pra’ e della riqualificazione della scuola di piazza Palermo (800 mila euro) secondo le direttive del governo Renzi che danno priorità all’edilizia scolastica.

    Interessante capire come saranno distribuiti anche gli altri 26 milioni del piano triennale: intanto ci sono i 12,2 milioni confermati dallo scorso anno ad Aster; 4 milioni saranno invece impiegati per il completamento degli interventi pluriennali sulle criticità degli edifici scolastici (vie d’esodo, impianti idrici, impianti elettrici); 3,5 milioni andranno alle manutenzioni per il patrimonio comunale (mercati, cimiteri, uffici); 2,2 milioni previsti per il risanamento idrogeologico (700 mila euro muri e altrettanti per le frane, 500 mila euro per ponti e impalcati, 300 mila euro per opere marittime); 1,5 milioni alle ristrutturazioni per l’edilizia residenziale pubblica; 500 mila euro per alcuni interventi di bonifica da amianto. Da non dimenticare, poi, la quota messa da parte per imprevisti e somme urgenze che quest’anno sostanzialmente raddoppia: saranno, infatti, accantonati 5 milioni visto che in questi primi sei mesi del 2014 si è già raggiunta la quota di 2,5/2,6 milioni stanziata nel 2012 e nel 2013.

    Last ma, questa volta è proprio il caso di dirlo, per nulla least, i Municipi. Il 2015 sarà l’anno della Città Metropolitana (qui l’intervista al sindaco Doria e l’approfondimento) e in quest’ottica i Municipi dovranno assumere un ruolo sempre più vitale e (de)centrale. È anche per questo motivo che a partire da questo bilancio il budget a disposizione delle nove ex circoscrizioni aumenta sensibilmente. Oltre alla conferma degli “storici” 281 mila euro in conto capitale, ciascun Municipio riceverà quest’anno 200 mila euro per le manutenzioni. A tutto ciò si aggiunge il percorso già avviato nel 2013: i Municipi che hanno elementi critici nel proprio territorio, conserveranno al proprio interno i proventi economici derivanti dagli stessi. Così Ponente, Medio Ponente e Media Val Bisagno potranno sfruttare i contributi delle cave mentre di nuovo Medio Ponente e Val Polcevera riceveranno quelli di Scarpino. Ultima novità, anche i guadagni provenienti dai ribassi d’asta resteranno nei Municipi di competenza: non proprio una questione di spiccioli dato che per il por di Molassana (qui l’approfondimento), ad esempio, è in ballo circa 1 milione di euro.
    L’importanza politica di questa operazione è sottolineata anche dal sindaco: «Sono i Municipi che decideranno dove spendere questi soldi in più e quindi restituiamo discrezionalità di spesa al territorio».

    Le incognite: i tagli e i trasferimenti del governo

    Benché il sindaco, presentando i numeri alla stampa, abbia parlato del bilancio come «fotografia esatta della situazione attuale, rigorosa, senza immaginare entrate gonfiate» sulle casse di Tursi gravano ancora due grosse incognite.

    La prima riguarda la copertura da parte dello Stato del minore gettito dovuto alla differenza tra le aliquote Imu dell’anno scorso e la Tasi di quest’anno che ha raggiunto il tetto massimo del 3,3 per mille: Tursi ha messo a bilancio 40 milioni di entrate stimate sulla base di quanto previsto nella legge finanziaria del 2014 che, all’interno di questo capitolo, prevede un totale di 625 milioni per tutti i Comuni italiani. Ma questa somma è assolutamente ancora da confermare.
    Così come da confermare, ed eccoci alla seconda incognita, sono i tagli alla spesa pubblica imposti il 24 aprile da un decreto del governo Renzi per finanziare il famoso bonus degli 80 euro. A livello nazionale si tratta di una riduzione di spesa di 700 milioni a testa per Stato, Regioni e altri locali (Comuni e Province); per via Garibaldi dovrebbe comportare un sacrificio di 5,7 milioni di euro, cifra non mastodontica ma che certo avrebbe fatto comodo avere a disposizione come capacità di spesa corrente. Tutto però è ancora avvolto da una densa nube di incertezza che non si dipanerà almeno fino a fine mese.

    «Le stime – spiega l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli – dovrebbero essere piuttosto precise perché sono state facce con Anci e con la Ragioneria di Stato basandoci sulle voci ufficiali disponibili. Non c’erano i tempi per aspettare le decisioni definitive dello Stato che ci auguriamo arrivino entro fine mese e se dovessero esserci sorprese, speriamo siano in positivo».

     

    Simone D’Ambrosio

  • La Causa Giusta, raccolta fondi promossa da Regione, Caritas e Acli a sostegno della povertà

    La Causa Giusta, raccolta fondi promossa da Regione, Caritas e Acli a sostegno della povertà

    poverta-crisi-clochard-DIUna raccolta fondi che interessa l’intero territorio regionale, frutto della collaborazione fra Regione Liguria, Acli e Caritas diocesana Arcidiocesi di Genova. Il progetto “La Causa giusta” vuole sollecitare cittadini e aziende a fare donazioni alle due associazioni promotrici per un fondo finanziario rivolto al sostegno di progetti contro la povertà, sulla base delle risorse raccolte (obiettivo minimo 500.000 euro). L’operazione proseguirà per tutto il 2014.

    “Ad esempio – si legge nella nota stampa diffusa dalla Regione – questa campagna consentirà di ristrutturare una ventina di appartamenti di proprietà di ARTE, l’azienda regionale territoriale edilizia, che saranno messi a disposizione dalla Regione Liguria, per un valore stimato degli immobili di 4 milioni. Gli immobili saranno assegnati, anche in modo transitorio e a rotazione, sulla base di un intervento di social-housing rivolto a persone in condizioni di povertà economica o con problemi di residenzialità o in particolari condizioni di fragilità, anziani soli, disabili fisici o psichici, donne vittime di episodi di violenza domestica […] Accanto all’operazione di co-housing è prevista anche l’assegnazione di specifiche borse lavoro da parte della Caritas Diocesana e delle ACLI per inserire soggetti fragili in un percorso di inserimento lavorativo.”

    In Provincia di Genova 1 cittadino su 4 è a rischio povertà e sono oltre 200.000 le persone a rischio indigenza, circa la metà 103.000 vivono in famiglie che non superano i 950.000 euro mensili, 60.000 sono in situazione di grave insufficienza materiale, non riescono a pagare affitti o spese mediche e 42.000 risultano senza alcun reddito. La decrescita consolidata 2008/2012 si è attestata al – 6,9%, risultando di oltre 2 punti superiore alle medie del Nord ovest”.

    La campagna di raccolta fondi è articolata su più livelli: dal corporate fund-raising, donazioni da aziende, alle sponsorizzazioni fino agli eventi di strada in cui coinvolgere un’ampia fetta della popolazione.

    Sarà possibile donare sul conto corrente bancario IBAN IT 19FO501801400000000146676 intestato a ACLI liguria presso la Banca Etica di Genova o sul conto corrente dell’Arcidiocesi di Genova Caritas Diocesana IBAN IT81F0617501400000003364480 presso Banca Carige con la causale “La causa giusta”.

  • Centri antiviolenza, la Commissione a Tursi per i nuovi finanziamenti. Ecco il prospetto

    Centri antiviolenza, la Commissione a Tursi per i nuovi finanziamenti. Ecco il prospetto

    palazzo-tursi-D7Venerdì scorso, 7 marzo, si sono riunite le Commissioni del Comune II pari opportunità politiche femminili e la commissione VII Welfare per discutere dei finanziamenti ai centri antiviolenza. Nel 2013 la Regione ha stanziato una serie di fondi (90 000 euro) che sono stati suddivisi fra le varie strutture. Le associazioni stesse (che gestiscono le strutture di sostegno alla donna maltrattata, centro antiviolenza, case rifugio e sportelli di ascolto) erano presenti in Commissione.

    Sono intervenute Elisabetta Corbucci del Cerchio delle relazioni e Cosima Aiello del Centro per non subire violenza poi Marilena Chirivì UDI e Paola Ciampi dell’associazione Pandora. Le associazioni hanno spiegato quello che fanno per aiutare le donne il loro impegno. Si è trattato soprattutto di un chiarimento, per gli stessi presenti alla commissione per fare chiarezza sulle associazioni coinvolte.

    Gli interventi degli assessori Emanuela Fracassi (Welfare) Elena Fiorini (Pari Opportunità) hanno spiegato come i fondi erogati e nel 2013 dalla Regione siano stati distribuiti. In particolare Fracassi si è concentrata nello spiegare come si concretizzerà quello che viene definito patto di sussidiarietà fra Comune (o meglio la Conferenza dei sindaci) e associazioni del Terzo settore. Cioè il patto che regolerà la realizzazione di progetti e il loro sostegno tramite l’erogazione di finanziamenti.

    Nel 2013 i € 90.000 stanziati sono stati così suddivisi:
    – 47.954 al centro antiviolenza di via Mascherona;
    – 32.416 alla casa rifugio gestito dal centro per non subire violenza;
    – 3630 all’alloggio sociale di viale Aspromonte gestito dal cerchio delle relazioni;
    – 6000 agli sportelli dei comuni extra Genova gestiti da Pandora.

    Altri fondi sono arrivati direttamente dal Comune di Genova:
    64.840 € per la casa rifugio e € 18.231 per l’alloggio di viale Aspromonte.

    Lo scopo della Commissione era soprattutto quello di spiegare i passi successivi per poter finalmente regolarizzare la procedura di finanziamento dei Centri in modo strutturato. Questo percorso sarà realizzato con il patto di sussidiarietà.
    «Il patto di sussidiarietà – afferma Fracassi in Commissione – è uno strumento nuovo di collaborazione del Pubblico insieme al Terzo settore. I passi da compiere ora sono la definizione delle linee di indirizzo e i bisogni».
    Insomma l’esigenza è quanto prima istituzionalizzare il percorso di assegnazione dei fondi e presentazione dei progetti.
    Si tratta di istituzionalizzare un percorso che dovrà essere trasparente sia da parte delle istituzioni che da parte del terzo settore. L’auspicio è chiudere tutto entro maggio.

    Era Superba vi aggiornerà nei prossimi giorni; approfondiremo la questione con gli assessori e le associazioni per capirci qualcosa di più, in attesa di vedere il percorso terminato.

    Claudia Dani

  • Val Polcevera, C.r.e.a.: eccedenze alimentari al mercato di Bolzaneto

    Val Polcevera, C.r.e.a.: eccedenze alimentari al mercato di Bolzaneto

    mercato-frutta-verdura-sarzano Si chiama C.R.E.A.Centro Recupero Eccedenze Alimentari – ve ne avevamo parlato nel maggio 2012 (qui l’approfondimento di Era Superba), in occasione della presentazione del progetto risultato della collaborazione fra Municipio Val Polcevera, A.T.S. 41 (ambito territoriale sociale n. 41 del Comune di Genova) e Comunità di San Benedetto. Un’iniziativa che andava ad affiancarsi al già collaudato esperimento di Certosa, ovvero “Il Punto” di via Canepari (parrocchia del Borghetto a Certosa), basato sulla redistribuzione a favore delle persone in difficoltà economiche di prodotti che altrimenti non sarebbero venduti nei supermercati (causa prossimità della scadenza o piccoli difetti nel confezionamento) e quindi scartati, alimenti ancora perfettamente consumabili.

    Oggi il progetto C.R.E.A. può contare su un nuovo punto di distribuzione in Val Polcevera nel mercato comunale di Bolzaneto:  sarà inaugurato venerdì alla presenza del sindaco Marco Doria, si tratta di un banco vuoto che, grazie all’impegno del Civ e all’accoglienza degli altri operatori del mercato, sarà affidato ai volontari del progetto. Il punto coprirà il fabbisogno di 20 nuclei famigliari«prevalentemente anziani – racconta Simonetta Gadaleta coordinatrice A.T.S. 41 – ma contiamo a partire da gennaio di aprirci anche a nuclei famigliari più numerosi. La quantità di alimenti non manca, grazie alla encomiabile collaborazione del mercato ortofrutticolo di Bolzaneto, una disponibilità davvero oltre ogni aspettativa, senza proclami, con umiltà e sobrietà.»

    Se consideriamo anche “Il Punto” di Certosa – dove ogni tre mesi usufruiscono del servizio 80 persone –  si può parlare di un bacino di 100 nuclei famigliari della Val Polcevera interessati dal servizio dei volontari. Un primo importante risultato.

    «La differenza fra “Il Punto” e l’attività di C.r.e.a.  – spiega Gadaleta – è sostanzialmente nei prodotti che vengono distribuiti: da una parte “Il Punto” che collabora con Ipercoop e redistribuisce prodotti non freschi, dall’altra C.r.e.a. che riferendosi al mercato ortofrutticolo lavora con frutta e verdura che per forza di cose deve essere distribuita nella stessa giornata di raccolta».  Un’altra differenza riguarda il criterio di scelta dei soggetti destinatari del servizio: per quanto riguarda “Il Punto” vengono selezionati dall’A.T.S. 41 che attribuisce loro un punteggio –  seguendo alcuni criteri quali la composizione del nucleo famigliare oppure la presenza o meno di bambini – in base al quale i beneficiari possono convertire i punti in beni di prima necessità, mentre la sperimentazione sul nuovo punto di Bolzaneto sarà basata inizialmente su semplici segnalazioni e punterà ad un’assegnazione di alimenti il più possibile uguale per tutti.

     

    Le tre fasi del progetto C.r.e.a e la sperimentazione al quartiere Diamante ancora in stand-by

    Una prima fase conoscitiva e di coordinamento terminata nel dicembre 2012, la sperimentazione nei centri della Comunità di San Benedetto (escluso quello principale della Lanterna) da gennaio 2013 a settembre e ora la terza fase con l’inaugurazione del punto di Bolzaneto. «L’obiettivo è quello di coinvolgere più soggetti per aumentare la varietà di prodotti da redistribuire – conclude Gadaleta – e alzare il numero di nuclei famigliari a cui destinare gli alimenti».

    Unico “neo” in questo primo anno e mezzo di attività, il congelamento dell’esperienza al quartiere Diamante che avrebbe dovuto trovare “casa” nei locali del Municipio Val Polcevera in via Pedrini: «I locali si sono poi rivelati non utilizzabili e il discorso è rimasto in stand – by, ma potrebbe anche sbloccarsi in futuro, staremo a vedere».

     

    Gabriele Serpe

  • Tagli al sociale: il terzo settore è in mobilitazione permanente

    Tagli al sociale: il terzo settore è in mobilitazione permanente

     

    Ritrovarsi, guardarsi in faccia, riconoscersi per provare a comprendere come affrontare i terribili scenari che le manovre finanziarie degli ultimi mesi fanno presagire da qui a breve: cittadini, associazioni, cooperative, il mondo del sociale al gran completo, operante sul territorio della Valpolcevera, si è riunito venerdì 18 novembre a Teglia presso alcuni spazi del Municipio per fare il punto sulla mobilitazione in atto a tempo indeterminato promossa dal Forum genovese del Terzo Settore. Assemblee pubbliche che contemporaneamente si svolgono nei diversi quartieri della città (vedi Sestri Ponente) alla ricerca della formula migliore per manifestare il dissenso. Prossimi appuntamenti la manifestazione in Piazza De Ferrari, giovedi 24 e il presidio presso le assemblee consiliari di Comune e Regione, martedì 29, con l’obiettivo di farsi ricevere e ascoltare direttamente dalle istituzioni.

    “L’idea è quella di riunire tutte quelle persone, non solo appartenenti al terzo settore, ma anche istituti scolastici, associazioni di volontariato e cittadini comuni, che da tantissimi anni lavorano a contatto con realtà difficili – spiega Federico Persico, cooperativa Coopsse onlus – La Valpolcevera, dotata di un tessuto sociale storico e di un’efficace rete di relazioni che in questi anni hanno retto bene all’urto della crisi economica, rischia oggi di vedere compromesso un percorso virtuoso che ha ottenuto risultati concreti”.
    Si cerca il coinvolgimento di una vallata intera: le scuole di ogni ordine e grado, i residenti, le famiglie, tutta la cittadinanza è chiamata alla mobilitazione per scongiurare le ripercussioni negative conseguenti alla perdita di un’opportunità per i più deboli.

    In ballo ci sono due questioni prioritarie: garantire la salvaguardia di 500 lavoratori genovesi del comparto e difendere i servizi sociali attualmente forniti ai cittadini. Ma come comunicare nel modo migliore all’opinione pubblica il valore dei servizi e delle professionalità che rendono possibile erogarli? Questo è un’altro aspetto cruciale emerso dalla discussione in assemblea.
    “Il nostro problema è da sempre quello di non essere in grado di stabilire la rilevanza economica delle prestazioni che offriamo – racconta Persico – così facendo si evidenzia esclusivamente l’aspetto sociale che, seppur fondamentale, non è sufficiente a salvaguardare il nostro lavoro”.
    Il costo dei servizi forniti dal terzo settore ricadrà completamente sulla collettività ed è impossibile immaginare che il volontariato, in perfetta solitudine, possa sopperire.

    C’è anche una buona dose di autocritica nelle parole degli operatori. In sostanza il rammarico è dovuto al fatto di aver provato per oltre trent’anni a giustificare i fondi ricevuti perché destinati ad attività rivolte a soddisfare le esigenze dei più deboli. Forse, cinicamente, si è giunti alla conclusione che sarebbe più utile iniziare a ragionare in termini di convenienza. In particolare di convenienza politica. “Quanto vale come serbatoio elettorale il comparto sociale?” si chiedono i lavoratori. E con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative della primavera 2012 è una domanda che calza a pennello.

    “Bisogna mettere in chiaro quanto costano i tagli in termini di sicurezza del territorio e qualità della convivenza civile che verrebbero meno”, sottolineano le associazioni. Anche perché quando è utile, soprattutto a fini mediatici, la ricchezza del tessuto sociale della vallata, è spesso richiamata. Tutti ricordano il tragico episodio dell’aggressione all’anziano avvenuta qualche mese fa in via Jori, a Certosa, per cui si rispolverò (a torto) il fantasma delle bande latinoamericane. Il Municipio ma anche il Sindaco in persona davanti alle telecamere ribadirono come non esistesse un’emergenza sociale in Valpolcevera grazie soprattutto alla capillare presenza dell’associazionismo. Ebbene le stesse associazioni elogiate come un baluardo contro le derive provocate dal disagio sociale, nel prossimo futuro non potranno più esercitare la loro funzione di presidio.

    Ma in Valpolcevera quanti sono i soggetti che rischiano di non poter più usufruire di vari servizi?
    Ecco alcuni numeri: 30 anziani assistiti giornalmente, 150 bambini (da 1 a 14 anni) iscritti ad aree gioco e sostenuti nei compiti scolastici, 200 ragazzi e adulti orientati al lavoro, 200 ragazzi (tra i 12 e i 25 anni) impegnati in progetti educativi, 500 giovani a cui vengono offerte attività di animazione, 500 le famiglie coinvolte.

    Mentre per quanto riguarda Genova nel suo complesso, il documento redatto dal Forum parla di “riduzione o soppressione dei servizi di trasporto dei disabili, dell’assistenza domiciliare, degli affidi educativi e dei centri di aggregazione”. E Persico aggiunge “Sono 32 mila le persone che rischiano di non avere più servizi in vari ambiti, dall’assistenza agli anziani che rischia di essere azzerata nel 2012, ai progetti di reinserimento lavorativo, alle attività dedicate al tempo libero dei giovani disabili. Il dramma è che non sappiamo ancora quali saranno in concreto le cifre a disposizione. Ma L’Assessore comunale ai servizi sociali, Roberta Papi, ha dichiarato che nel 2012 le prestazioni diminuiranno del 50%”.

    L’obiettivo della mobilitazione è mettere pressione su Comune e Regione perché nonostante la pesante riduzione di trasferimenti statali agli enti locali e la conseguente diminuzione delle risorse a disposizione, secondo gli operatori, la volontà su come spendere i fondi dipende da precise scelte politiche. La prossima scadenza è la discussione del bilancio di previsione di Palazzo Tursi, prevista per metà dicembre.
    “Le scelte si fanno in quella sede– ricorda Persico – Gli enti possono decidere di eseguire tagli lineari oppure tagli che siano dettati da scelte politiche sulle priorità che si intendono difendere. Le risorse che oggi abbiamo sono appena sufficienti e devono rimanere tali. Al di sotto di questi parametri infatti non saranno garantiti i livelli essenziali di assistenza”. A rischio ci sono servizi che direttamente o meno agiscono anche da promotori dello sviluppo economico, come quelli dedicati al reinserimento lavorativo “Un giovane che riesce ad uscire da una situazione di disagio e ha la possibilità di reintrodursi nel mondo del lavoro rappresenta un fattore di crescita non solo personale ma anche per la collettività”, spiega Persico.

    Nel documento del Forum si parla apertamente di svuotamento dello stato sociale “Con le due manovre di luglio e agosto si aggrava ulteriormente una situazione già fortemente iniqua, sia perché si colpiscono ancora gli enti locali con conseguenti ricadute sui servizi e sulla spesa sociale dei territori, sia perché sono entrambe profondamente sperequative nel prelievo delle risorse, sia perché vengono colpiti non solo i singoli cittadini attraverso la loro personale responsabilità fiscale di lavoratori e pensionati ma anche i cittadini impegnati in organizzazioni di volontariato, in associazioni, in cooperative cui dedicano competenze professionali, passioni civili, tempo volontario”.
    E ancora “La riduzione di risorse agli enti locali, la riduzione di misure di vantaggio fiscale per le cooperative, il taglio lineare alle agevolazioni fiscali del mondo no profit, sia per quel che riguarda le agevolazioni fiscali dirette, sia per le erogazioni liberali, avranno forti ricadute sui servizi e sulla spesa sociale”.

    Preoccupa e molto la riduzione dei fondi statali di carattere sociale. In particolare il Fondo per la non autosufficienza è praticamente azzerato mentre quello per le politiche sociali passa dai 435 milioni del 2010 ai 70 previsti per il 2012, il Fondo per le politiche giovanili dagli 81 milioni del 2010 ai 13 per il 2012, il Fondo politiche della famiglia dai 174 del 2010 ai 53 milioni per il 2012.
    Inoltre il disegno di legge C. 4566 di delega fiscale e assistenziale avrà effetti significativi sulle tasche dei cittadini italiani. La pressione fiscale aumenterà attraverso misure di riforma fiscale e comprimendo drasticamente gli interventi nel comparto sociale, vale a dire riduzione dei servizi e retrazione dei sostegni economici diretti ed indiretti.

    Una serie di agevolazioni (regimi di favore, esenzioni parziali o complete) subiranno tagli lineari del 5% e 20% a partire dal 2012. Fra queste si annoverano quelle cui più comunemente ricorrono i contribuenti: detrazioni per le spese sanitarie, per gli interessi sui mutui, per i carichi di famiglia, le deduzioni per le spese di assistenza per i non autosufficienti, per gli ausili, le protesi e molti altri oneri che comunque rimangono in carico al contribuente e che riducono il reddito che effettivamente rimane a loro disposizione. Ma non è tutto. Fino ad ora le pensioni ai ciechi, invalidi civili, sordi, assegni di cura e qualsiasi altra provvidenza economica assistenziale, non erano imponibili ai fini irpef. Il disegno di legge prevede l’eliminazione (totale o parziale) anche di questa agevolazione, con gli effetti che si possono immaginare in termini non solo fiscali ma anche di vivenza a carico, di detrazione fiscale, di calcolo dell’ISEE. Pensioni, indennità, assegni e qualsiasi altra provvidenza assistenziale saranno considerati “reddito”.

    Il disegno di legge calpesta pure alcuni articoli della nostra Carta Costituzionale. L’articolo 117 della Costituzione, secondo comma, lettera m, affida in modo esclusivo allo stato il compito di determinare “I livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.
    Purtroppo però il disegno di legge non prevede alcun impegno nella definizione di quei livelli.

    “A livello nazionale con queste misure si cancella completamente la legge 328 e tutti i passi avanti compiuti in questi anni – spiega Caterina Najoleari, Centro servizi minori e famiglie del Municipio Valpolcevera – Per quanto riguarda i livelli essenziali delle prestazioni sociali (LIVEAS) previsti dalla legge 328, dal 2000 ad oggi non sono mai stati introdotti”.
    Suscita parecchie perplessità anche il previsto passaggio delle politiche sociali sotto le competenze del Servizio Sanitario Nazionale. Visti i pesanti tagli al Fondo Sanitario Nazionale (550 milioni nel 2010 e 600 milioni nel 2011), è probabile che a pagarne le conseguenze sia proprio il comparto sociale.

    Ma non tutte le speranze sono perdute. Almeno a livello locale. “Non siamo ancora giunti a raschiare il fondo del barile – spiega Etta Rapallo, Coopsse onlus – Una proposta potrebbe essere quella di programmare un anno del “riciclo” delle risorse disponibili. Vale a dire congelare per un anno alcune spese da destinare al terzo settore. La domanda da porsi è quali sono le priorità dell’amministrazione comunale? L’organizzazione di festival e manifestazioni culturali oppure i servizi sociali? L’obiettivo è presentarci di fronte alle istituzioni con numeri e proposte concrete che rendano possibile recuperare le risorse necessarie per il terzo settore”.

     

     

    Matteo Quadrone