Tag: volontariato

  • Beni comuni, un nuovo regolamento per abbattere la burocrazia e favorire i progetti di cittadini attivi

    Beni comuni, un nuovo regolamento per abbattere la burocrazia e favorire i progetti di cittadini attivi

    Panchine recupero Città di GenovaUn regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura, la gestione e la rigenerazione in forma condivisa dei beni comuni urbani. E’ quanto si appresta a licenziare il Consiglio comunale di Genova su proposta dei consiglieri Nadia Canepa (Pd), Barbara Comparini (Lista Doria), Luciovalerio Padovani (Lista Doria) e Monica Russo (Pd). Come riportato dall’agenzia Dire,  il provvedimento, in attesa dei pareri dei Municipi per poter essere discusso nel dettaglio, è stato illustrato questa mattina in un’apposita seduta di Commissione a Palazzo Tursi e andrà a sostituire l’ormai vetusto “Regolamento sugli interventi di volontariato” risalente al 1999. Si tratta di una nuova iniziativa nella direzione di aumentare la partecipazione dei cosiddetti cittadini attivi, che si pone nello stesso solco tracciato dalle delibere di iniziativa popolare, già presentate in passato su “Era Superba”.

    «E’ una proposta consiliare di grande interesse – spiega il vicesindaco, Stefano Bernini – perché va a coprire alcuni vuoti nella capacità dell’amministrazione di rispondere ad alcune esigenze e ad attivare risorse umane e intellettuali presenti nei territori e che non trovano spesso la giusta attenzione nel dialogo con l’amministrazione». Il regolamento, una volta approvato, riprenderà in parte le funzioni un tempo svolte dall’ufficio centrale del volontariato, ora non più attivo, e il cui servizio era stato demandato ai Municipi con alterne fortune ma, soprattutto, senza uniformità d’azione. «Cambia il rapporto tra amministrazione comunale e cittadini attivi – evidenzia Bernini – perché il cittadino che ha un’idea e la vuole sviluppare spesso si trova di fronte a un percorso burocratico che scoraggia. Il regolamento cambia la filosofia: l’amministrazione deve compiere tutti gli sforzi affinché l’idea dei cittadini possa avere gambe e mettersi a disposizione del cittadino per collaborare, sviluppando convenzioni e accordi, naturalmente con la dovuta trasparenza».

    Recupero Risseu Cittò di GenovaIl regolamento segue l’esperienza iniziata a Bologna nel 2014 ed estesa ad altre città di grandi dimensioni come Torino. Nella prima versione redatta, viene esplicitata anche la possibilità di utilizzare questo strumento come “forma di riparazione del danno nei confronti dell’ente ai fini previsti dalla legge, ovvero quale misura alternativa alla pena detentiva e alla pena pecuniaria”, come progetto di servizio civile, di inclusione per migranti, per la riqualificazione dei beni confiscati alla mafia e in relazione a emergenze meteo. Esclusa l’erogazione diretta di contributi economici dal Comune ai cittadini ma sono previste alcune agevolazioni a partire dall’esenzione del canone di occupazione di suolo pubblico, qualora richiesto dal tipo di progetto proposto, fino alla messa a disposizione di materiale o personale comunale. Tra le altre agevolazioni possibili: l’uso a titolo gratuito di immobili di proprietà comunale e l’attribuzione all’amministrazione delle spese relative alle utenze e alle manutenzioni.

    «Il rapporto tra cittadini e Comune avverrà attraverso un patto di collaborazione quasi di natura privatistica – spiega la consigliera Monica Russo, tra le ideatrici del regolamento – un patto paritario, non standard perché verrà modulato a seconda degli obiettivi che i cittadini vogliono perseguire, senza molti degli scogli burocratici che i cittadini oggi devono affrontare». I patti di collaborazione, che normalmente non supereranno i cinque anni, saranno di due tipi: ordinari, con interventi semplici e diretti, di modesta entità e anche ripetuti nel tempo sui medesimi beni comuni; complessi, su spazi e beni comuni di maggiori complessità, che vedono coinvolti enti diversi o che hanno caratteristiche di valore storico, culturale, economico o dimensioni significativi. Potrà essere direttamente anche il Comune a individuare alcuni beni come possibile oggetto di amministrazione condivisa: «Sarà istituito un ufficio che si occuperà di amministrazione condivisa – spiega ancora Russo – in una logica di collaborazione con tutti i Municipi. Dopo l’approvazione in Consiglio, è prevista una sperimentazione di 6 mesi a cui seguirà un eventuale aggiustamento in corso d’opera».

  • Povertà, a Genova una lieve diminuzione nel 2015. Ma la mensa di Sant’Egidio ha servito 25 mila cene

    Povertà, a Genova una lieve diminuzione nel 2015. Ma la mensa di Sant’Egidio ha servito 25 mila cene

    I pacchi alimenti per i poveri di Sant'EgidioSono 3143 (2518 stranieri e 625 italiani) le persone che nel 2015 si sono rivolte ai due Centri Genti di Pace della Comunità di Sant’Egidio, nelle storiche sedi di via Vallechiaria e di Sampierdarena a Genova. Nella nuova mensa, inaugurata a febbraio 2015 e attualmente aperta 3 giorni alla settimana in piazza Santa Sabina, sempre nel centro genovese, hanno mangiato 2386 persone (1654 stranieri e 732 italiani) con una media di 400 pasti al giorno. I dati, riportati dall’agenzia Dire, sono stati illustrati questa mattina dalla Comunità di Sant’Egidio, che da sempre si occupa del servizio e dell’assistenza volontaria ai più bisognosi, in occasione della presentazione dell’edizione 2016 della guida “Dove mangiare, dormire, lavarsi”, giunta alla sua ventesima edizione, vademecum per “vivere nella povertà a Genova” pubblicato in 4 mila copie distribuite gratuitamente a persone senza dimora, stranieri, famiglie in difficoltà e operatori del settore. In 135 pagine tascabili e 14 sezioni sono contenuti oltre 500 indirizzi di luoghi d’accoglienza in città, tra cui 18 mense, 17 dormitori, 15 ambulatori privati, 4 presidi diurni con servizi di doccia e lavanderia, 110 centri di ascolto parrocchiali e non a cui affidarsi per vestiario e altre necessità.

    «Tra gli acessi alle distribuzioni di alimenti e di vestiti – dicono i responsabili del Centro Genti di Pace – abbiamo registrato nel 2015 una lieve diminuzione, prima volta dopo l’inizio della crisi nel 2008». Mentre il calo degli stranieri si era già verificato nel 2014, quest’anno il dato consolidato beneficia anche di una riduzione di accessi italiani.
    I pensionati italiani restano il gruppo che, pur rappresentando solo il 5% del totale di chi si affida al centro, ha il numero medio di accessi più elevato, circa 9 all’anno contro una media di 5. In calo anche le persone che si sono rivolte per la prima volta al centro, con un -37% di stranieri rispetto al 2013 e -13% degli italiani. Per la prima volta, gli italiani sono il primo gruppo nazionale per presenza, seguiti da ecuadoriani, romeni, marocchini, ucraini e albanesi. «Per gli italiani – commentano i responsabili del centro – la continuità degli accessi è più elevata per chi è arrivato al centro negli anni più duri della crisi, tra il 2011 e il 2012: il 38% di queste persone dopo quattro anni continua a frequentare i nostri servizi, mentre chi si è iscritto nel 2013 e 2014 raggiunge questa percentuale dopo soli due anni». Stabili invece i tempi di permanenza degli stranieri: dopo quattro anni, meno di uno straniero su quattro continua a rivolgersi a Sant’Egidio.

    I dati della nuova mensa di Sant’Egidio

    La novità più importante del 2015 è rappresentata dall’apertura della nuova mensa pomeridiana (100 posti a sedere a turno, dalle 17 alle 19) di piazza Santa Sabina, inizialmente aperta un giorno alla settimana, poi due e ora tre. «In poco più di un anno – dicono i volontari – oltre 2386 persone hanno mangiato qui, ovvero un genovese su 245. Di questi il 31% degli iscritti è italiano ma se consideriamo il totale di circa 37 mila pasti serviti fino ad oggi, l’incidenza degli italiani, che quindi vengono più spesso, sale al 44%». Alla mensa sono state fin qui rappresentate 87 nazionalità diverse ma stupisce la presenza di un solo iracheno e di un solo siriano: «Questo dato – commentano i volontari di Sant’Egido – oltre a dirla lunga sulla globalità della crisi, dimostra che a differenza di quanto si dice, Genova, come gran parte dell’Italia, non è stata per nulla toccata dalla più grande emergenza di rifugiati che ha interessato l’aera mediterranea negli ultimi anni».

    Con una media attuale di circa 5 mila pasti al mese, nel 2015 sono stati serviti circa 25 mila cene mentre per il 2016 si conta di arrivare a 60 mila con un costo medio di circa 1500 euro per giorno di apertura. «Tra gli italiani – analizzano i responsabili del servizio – il gruppo più cospicuo è rappresentato da persone senza dimora tra i 50 e i 60 anni, che trascorrono le notti nei dormitori cittadini. Sebbene non numericamente, è significativa anche la presenza di anziani che arrivano alla mensa da quartieri semiperiferici: una trentina di persone tra settanta e ottanta anni, di cui solo una decina straniera, alla ricerca non solo di cibo ma anche e soprattutto di socialità anche perché spesso fanno chilometri per venire a prendere pacchi aiuto dal valore commerciale molto esiguo». Sulla mensa fanno affidamento anche persone con problematiche di tipo psichiatrico, che dispongono di insufficienti pensioni di invalidità e non sono in grado di rispondere autonomamente alle proprie necessità. Per quanto riguarda gli stranieri, le tendenze confermano anche in questo caso gli ecuadoriani come gruppo più rappresentato, sebbene in percentuali inferiori rispetto alla massiccia penetrazione in città, seguiti da maghrebini e popolazione est europea (diminuiscono i romeni, aumentano bulgari e ucraini, soprattutto donne che lavorano irregolarmente come badanti e si trovano in difficoltà nel passaggio da un anziano da accudire all’altro). Infine, da segnalare la presenza di una ventina di minori albanesi non accompagnati che si ritrovano in Italia privi di assistenza e si affidano a Sant’Egidio per recuperare un pasto.

    Benché non sia prevista alcuna verifica di reale povertà, la prima volta che si arriva alla mensa di Sant’Egidio è necessario fare una tessera: «Non vogliamo certo schedare le persone – precisano subito i volontari – questo è soltanto un modo per dire a chi viene che ci interessa lui, la sua storia, il suo nome. Per alcuni il tesserino è persino l’unico documento che hanno, l’unica traccia che li identifica».

    L’interesse alla persona è mostrato anche dal fatto che non si tratta di una mensa self service ma che i commensali, per quei pochi minuti in cui si trovano seduti a tavola, possono dimenticare i problemi della povertà quotidiana e lasciarsi servire dai volontari. «Spesso – spiegano gli addetti – molte persone offrono anche il loro aiuto, un po’ perché hanno molto tempo libero e hanno bisogno di sentirsi utili e un po’ perché siamo una grande famiglia in cui tutti cercano di dare una mano».

    Ma non c’è il rischio che, senza controlli, si annidi tra i tavoli ben più di qualche furbetto? «Non possiamo certo avere la sicurezza assoluta – ammettono – ma c’è un dato che in questo senso è molto indicativo di quanto le persone appena possono non vengono alla mensa anche per un fatto di dignità personale. Nelle vacanze di Natale le presenze, dalle 400 ordinarie, si sono quasi dimezzate a 250-220. Questo perché durante le festività ci sono parrocchie che organizzazioni pranzi o eventi estemporanei, la gente per la strada è più disponibile a lasciare qualche offerta, gli anziani hanno più facilità ad essere invitati dai parenti. Insomma, se non c’è realmente bisogno, è difficile che qualcuno si approfitti della nostra mensa o dei nostri pacchi».

    L’obiettivo ora è trovare i fondi, rigorosamente privati e in parte derivanti dall’8 per mille, per tenere la mense aperta un quarto giorno alla settimana perché «mentre una volta il primo punto di incontro con nuovi poveri era il centro di via Vallechiara o di Sampierdarena, ora sono sempre più le persone che innanzitutto vengono alla mensa. Insomma, la mensa è la prima porta a cui bussano e che trovano aperta».

    Sostegno materiale e sostegno sociale

    «Tra i servizi della mensa e quelli di distribuzione pacchi del Centro Genti di Pace – concludono i volontari di Sant’Egidio – c’è poi la grande massa di persone che si appoggiano a noi non solo per ricevere un aiuto materiale ma anche per essere sostenuti in un difficile percorso di integrazione sociale, inserimento lavorativo e superamento della povertà. Nell’ultimo anno abbiamo contribuito reinserire nel mercato del lavoro circa una ventina di persone». Ma il bisogno di socialità, spiegano gli addetti, è testimoniato anche dal fatto che spesso le persone che vanno alla mensa si siedono agli stessi tavoli perché scambiare qualche parola con le persone che hanno incontrato qualche giorno prima.

    «Non siamo qui solo per fotografare la realtà dei poveri a Genova ma per fornire il nostro contributo nel tentativo di creare un percorso comune a tutta la città per uscire insieme dalla crisi. Vorremmo dare segnali utili alle istituzioni, ad altre associazioni, a chiunque voglia pensare politicamente al futuro della città per realizzare processi di inclusione». Un concetto che Doriano Saracino della Comunità di Sant’Egidio coniuga anche in “termini cattolici” ricordando la vocazione della comunità stessa: «Gli anziani e i poveri vanno cercati, non possiamo aspettare che vengano tutti da noi. Spesso vivono in tuguri e in situazioni di abbandono di cui ben pochi sono a conoscenza. Questi sono i sepolcri di oggi e la Pasqua per noi è aprire questi sepolcri». 

  • Il Punto Emergenza Prè raddoppia: non solo pacchi e viveri ma anche assistenza medica e sociale gratuita

    Il Punto Emergenza Prè raddoppia: non solo pacchi e viveri ma anche assistenza medica e sociale gratuita

    punto-emergenza-pre«Il bisogno è aumentato, servono più competenze». Lo dice la signora Bruna, giochicchiando distrattamente con una penna. Bruna Doglio è a capo dell’associazione Punto Emergenza Prè, eccellenza del volontariato genovese che in passato abbiamo già incontrato e raccontato sulle pagine di Era Superba. E il bisogno è talmente aumentato che stanno per essere avviati i lavori per il nuovo traguardo del Punto Emergenza, un progetto ad ora chiamato “Il Punto Emergenza a casa del Re” perché trova spazio in alcuni locali un tempo facenti parte del complesso di Palazzo Reale (sulla cui storia si vogliono anche organizzare alcune piccole lezioni per i bambini del Punto Emergenza a cura degli inservienti del Palazzo). Al numero 75 di via Prè, a fianco all’attuale sede, c’è l’intenzione di aprire un piccolo servizio materno-infantile in grado di rispondere alle crescenti esigenze degli strati più deboli della popolazione, immigrati o italiani che siano con l’obiettivo di garantire nuove assistenze pediatriche, oculistiche, dentistiche, psicologiche e consulenze legali e di orientamento al lavoro.
    «È di questo che c’è bisogno, meno parole e più fatti», riprende Bruna mentre si muove nel magazzino per preparare l’ennesimo pacco viveri, aiutata dal marito Giancarlo e dagli altri volontari.

    La storia del Punto Emergenza

    punto-emergenza-pre-2Da più di vent’anni sono nel vicolo. Il primo embrione di quello che sarebbe diventato il Punto Emergenza era un centro di distribuzione di beni per bambini frequentanti la scuola elementare San Giuseppe di Prè, legato alla Caritas. Successivamente, gli aiuti si sono estesi grazie al Banco Alimentare, poi è iniziata una collaborazione coi centri di ascolto parrocchiali del quartiere (sostanzialmente quelli delle chiese della Maddalena, di San Siro e del Carmine). Infine, quando si è capito che si stava costruendo qualcosa di nuovo e importante, nel 2009 è nata l’associazione autonoma. Nello stesso periodo sono arrivati i pediatri, medici che prestavano servizio di volontariato in un piccolo ambulatorio nel vicolo per bambini senza permesso di soggiorno e senza cure.

    Oggi il Punto Emergenza è una realtà nota, i cui interventi coprono i centri d’ascolto di tutta la città, in un’ottica sinergica di supporto materiale alle famiglie in difficoltà, concentrandosi specialmente sul nucleo famigliare madre-figlio. Sostanzialmente, si tratta di pacchi per bambini fino al primo anno di età con beni di prima necessità di vario genere (pannolini, bagnoschiuma, omogenizzati, vestiti…); poi, volta per volta, se la condizione di emergenza per la famiglia non è terminata, al compimento del dodicesimo anno del bambino, si valuta se proseguire l’assistenza attraverso la distribuzione di pacchi viveri per adulti.

    Il futuro del Punto Emergenza

    Il Punto Emergenza PrèIl nuovo progetto, che si affiancherà al lavoro già svolto di assistenza materiale, è un ulteriore salto di qualità. Negli anni, ci dice Bruna, si sono affinate le abilità dei volontari, si è cominciato a capire come dare un supporto anche morale oltre che materiale, quello che spesso serve di più alle persone in difficoltà. Parliamo di famiglie in gravissime condizioni economiche e con storie diversissime alle spalle, tutte terminate però nella grave indigenza. Famiglie italiane che sono state stroncate dalla crisi economica, ragazze-madri straniere che sono venute qui a studiare per costruire un futuro per sé e i propri cari, ex prostitute, vittime di violenze e via dicendo.

    Col passare del tempo l’utenza muta, seguendo i corsi e ricorsi storici: inizialmente molti degli assistiti erano italiani meridionali che abitavano nei vicoli, successivamente soprattutto ecuadoriani, ora per lo più mediorientali e africani oltre che, nuovamente, nostri concittadini colpiti dai problemi finanziari del nostro Stato.
    Chi per sfortuna, chi per scelte errate, tutte queste persone si sono ritrovare con la necessità di avere un aiuto. I volontari del Punto Emergenza hanno capito, col tempo, che questo aiuto non doveva limitarsi al mero pacco viveri.

    I “fatti” di cui parla Bruna sono questi, assolutamente necessari, ma sono anche il dialogo, la comprensione per capire come aiutare al meglio l’assistito: in una parola, l’accoglienza. I fatti devono essere orientati dalla conoscenza di chi si ha di fronte, della sua situazione e delle sue reali problematiche, per essere davvero efficaci. Un proverbio antico recita “se vuoi aiutare un uomo che ha fame, non dargli solo un pesce ma insegnagli a pescare”. Questa è diventata la politica del Punto Emergenza, non limitarsi a essere un bancomat ma diventare un luogo in cui chi attraversa un periodo difficile può trovare, oltre a una borsata di beni di prima necessità, parole di supporto per rialzarsi e consigli da parte di chi conosce un certo tipo di realtà. Per questo, il nuovo Punto Emergenza in casa del Re è importante, per implementare il dialogo con le famiglie avvalendosi anche dell’aiuto di esperti (tutti volontari), in grado di dare assistenza, pareri e consigli frutto delle proprie capacità professionali.

    Il presente del Punto Emergenza

    Il Punto Emergenza PrèQuesta è la vera accoglienza, quella che non si ferma alle sole parole né si limita alla mera distribuzione ma che unisce i due aspetti, egualmente fondamentali. D’altra parte, facendo un giro nel Punto Emergenza e nel suo fornitissimo magazzino in cui tutto è frutto di donazioni, pare che dopotutto l’accoglienza sia un campo in cui il popolo del mugugno eccella. «La gente ci crede, ci scommette» afferma Bruna. La realtà del Punto Emergenza si basa sulla carità dei cittadini ed effettivamente, sebbene si possa sempre fare di più, gli aiuti dei genovesi non mancano mai. La politica dell’associazione è che da volontari si è doppiamente responsabili: una volta verso i propri assistiti, per i quali bisogna fare tutto ciò che è considerato il meglio (anche quando questo significa dire dei no), un’altra verso i benefattori, chiunque siano, verso i quali ci si assume la responsabilità di usare al meglio le loro donazioni.

    Oggi, il Punto Emergenza Prè si occupa di più di 1600 interventi all’anno rivolti a 13 diverse etnie, italiani, senegalesi, ecuadoriani, marocchini e via dicendo. Un luogo in cui si dà valore alla persona a prescindere dalle sue origini e che insegna molto anche agli stessi volontari. Anche per questo, negli ultimi anni si sono avviati progetti per coinvolgere i giovani in questa straordinaria realtà di volontariato, perché da un lato possano offrire la loro energia per una giusta causa e, dall’altro, imparino sulla propria pelle cosa significhi “accoglienza” maturando una migliore comprensione delle culture e del mondo.

    Mentre parliamo con Bruna, una donna camerunense si affanna per sistemare in profondità nella sua borsa i pannolini. «Al mio paese va così» ci spiega un po’ in imbarazzo «pannolini e assorbenti si nascondono, non sta bene mostrarli». I volontari rispondono con un sorriso e delle bonarie prese in giro, come si fa con un amico piuttosto che con un cliente, strappando una risata anche alla signora.
    In questo luogo, che si apre sul vicolo con ampie vetrate illuminate e addobbate di giocattoli e vestitini, pare davvero che si concretizzino quelle tanto sbandierate (e troppo spesso nei fatti trascurate) forme di accoglienza e integrazione necessarie per far fronte al meglio ai nuovi melting-pot culturali che si stanno creando nelle nostre città, a causa delle fughe di intere popolazioni da quei devastanti conflitti che ben conosciamo.
    Se, in un momento socio-politico tanto critico una realtà come il Punto Emergenza sta crescendo, non può che essere un buon segno. Lasciandoci andare a un po’ di romanticismo, viene da pensare a un piccolo ma tenace fiore che riesce a crescere tra le fessure del selciato, ingrandendosi e colorando la strada.


    Alessandro Magrassi

  • Fablab, il laboratorio di fabbricazione digitale. Strumenti e competenze a disposizione di tutti

    Fablab, il laboratorio di fabbricazione digitale. Strumenti e competenze a disposizione di tutti

    fablabImparare a fare (quasi) tutto: un progetto ambizioso e interessante che vale la pena raccontare. Domenica pomeriggio, una splendida giornata di sole autunnale, sulla pagina Facebook di Fablab Genova vedo che il loro laboratorio di Corso Monte Grappa, di cui ho sentito parlare, dovrebbe essere aperto, quindi decido di andare a vedere di persona di che cosa si tratta. Il nome, così accattivante, proviene dal primo Fablab nato al Massachusetts Institute of Technologies, a Boston, dove un certo professor Neil Gershenfeld decise che sia gli studenti che gli insegnanti, se volevano, avrebbero potuto avere uno spazio dove non solo sperimentare quanto appreso in via teorica, ma anche condividerlo mettendo in rete le informazioni necessarie. Un apprendimento di tipo “partecipato” dove chiunque, avendo accesso alle tecnologie digitali, avrebbe potuto sviluppare in maniera autonoma un’idea nata da altri e da questi condivisa.

    Vengo accolta da quattro giovani, tre ragazzi ed una ragazza, rispettivamente due chimici, un architetto ed un informatico, che mi accompagnano spiegandomi con passione quello che stanno portando avanti nei locali messi a disposizione dal Laboratorio Sociale Occupato Autogestito (LSOA) Buridda.
    Il clima che si respira è informale, essenziale e un po’ grunge, nessuno sale in cattedra: «il Fablab è autogestito, e questa è una cosa che a volte facciamo un po’ fatica a far capire; non siamo una società di servizi, non si deve venire con la lista della spesa chiedendoci di fare una serie di cose, magari pagando, ma si può imparare a fare ciò che occorre con il nostro aiuto, e magari portando le competenze che ci mancano. Una vera e propria officina condivisa, insomma, dove chi ha voglia di capire di più su produzione e prodotti trova pane per i suoi denti».

    stampante-3d-fablab
    Stampante 3D

    Mi mostrano subito la stampante 3D che loro stessi hanno progettato e costruito, indubbiamente il vero “oggetto dei sogni” in questo momento, e infatti è la sola cosa per il cui utilizzo, mi dicono, occorre mettersi in lista online; poi una tagliatrice laser, un tornio ed alcuni computer, c’è persino un grande microscopio, non di ultima generazione ma ben funzionante. Hanno anche una fresa a controllo numerico computerizzato (CNC) e molte schede elettroniche, ovviamente costruite da loro partendo dal semplice foglio di rame.
    Nella stanza di falegnameria, alcuni utenti stanno costruendo degli sci artigianali larghi, per neve fresca: mi mostrano i materiali che hanno acquistato, legno, polimeri e fibra di vetro che vengono preparati e miscelati insieme e poi messi per 24 ore in una pressa pneumatica ovviamente costruita da loro.

    Continuando ad esplorare gli alti stanzoni un tempo adibiti a biblioteca, mi raccontano di come riescano, contando sul lavoro volontario di una decina di persone, a garantire la presenza durante gli orari di apertura al pubblico e a far funzionare tutta l’organizzazione.
    Le richieste di chi frequenta il laboratorio sono le più disparate, dal pezzo di ricambio per l’elettrodomestico fuori produzione, e quindi da ricreare con la stampante, alla semplice riparazione di chi non dispone di una saldatrice; molto spesso però chi si presenta ha un progetto in testa, un’idea, un prototipo ma non sa come realizzarlo, oppure non possiede gli strumenti per farlo e chiede collaborazione ed aiuto.

    Mi mostrano anche il prototipo di una mano bionica che funziona con il movimento del polso: è stata realizzata, raccontano, con la collaborazione condivisa fra il padre di un bambino nato senza mani a Città del Capo ed un team di ingegneri lontani migliaia di chilometri: attraverso la rete, il progetto è arrivato fin qui, sono stati in grado di riprodurla e, chissà, qualcuno potrebbe anche migliorarla, condividendo a sua volta quanto ottenuto.

    «Spesso qui arrivano architetti con progetti ben precisi, a volte sono studenti, a volte anche docenti; poi ci sono i professionisti che cercano magari di personalizzare alcuni strumenti di lavoro.Anche a loro diciamo di mettere a disposizione di altri quello che hanno studiato. In questo modo la produzione, grazie alle nuove tecnologie, diventa davvero “Open Source”».

    Cosa chiedete in cambio di questa condivisione di saperi, esperienze e strumenti?
    «Certo non denaro, anche se quello serve sempre. Noi ne utilizziamo poco perché il nostro grande costo sarebbe l’energia elettrica, però finché siamo qui seguiamo il destino del Buridda, e speriamo di resistere ancora per molto: questi primi quattro anni sono stati francamente molto esaltanti. Ogni tanto per finanziarci organizziamo una festa con musica e cibo, e facendo pagare il biglietto d’ingresso andiamo avanti parecchio».
    Unica condizione, chi viene e lavora qui deve lasciare la postazione di lavoro nelle condizioni in cui l’ha trovata. «Anzi, il 15 % più ordinata e pulita di come si è trovata!». E, se viene utilizzato del materiale consumabile, si deve reintegrare la scorta, oppure regalare un qualche utensile che non serve più, anche danneggiato.

    A giorni fissi vengono organizzati workshop, sia per insegnare ad utilizzare la “mitica” stampante 3D, che per realizzare progetti utilizzando Arduino, una piccola scheda elettronica di sviluppo Open Source per poter realizzare centinaia di creazioni.
    Qui la parola creatività ha decisamente un senso ampio e compiuto, e come a voler mitigare il mio senso di inadeguatezza nei confronti di chimica, informatica e fisica, l’architetto del gruppo mi mostra alcune verdure nate con la coltura idroponica, ossia cresciute in acqua: sono controllate da un piccolo processore che fa partire l’irrigazione ad intervalli regolari. Quando sono abbastanza grandi le trasferisce in una specie di vaso multiplo, che ovviamente ha creato lei stessa, utilizzando i vecchi contenitori della birra alla spina. «Lo stiamo preparando per la Maker Faire di Roma, dove già lo scorso anno abbiamo ricevuto una specie di “menzione d’onore”».

    Mi mostra poi le foto di un altro prototipo, apparentemente simile, da lei creato per ottenere la produzione di CO2 e che è stato rielaborato per lo sviluppo di alghe dalle quali ottenere idrocarburi puliti ed esposto alla Biennale di Venezia…

     

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale è pubblicato su Era Superba 62

  • Profughi a Genova, numeri e sistema di accoglienza: facciamo chiarezza

    Profughi a Genova, numeri e sistema di accoglienza: facciamo chiarezza

    vicoli-immigrazione-d1L’eco, a dire il vero neanche troppo lontana, degli sgomberi “No Borders” al confine italofrancese ha fatto passare in secondo piano quella che per settimane è stata la questione più dibattuta sulle pagine dei giornali locali e non solo: la prima accoglienza dei migranti in Liguria e il successivo processo di smistamento e integrazione nella vita genovese. Come abbiamo già cercato di dimostrare in passato, chi parla incessantemente di “invasione”, lo fa per lo più con finalità di strumentalizzazione politica e viene seccamente smentito dai numeri come illustrato dall’assessore alle Politiche sociali Emanuela Fracassi, nel corso di un aggiornamento in Commissione consiliare lunedì mattina. Così, recependo una proposta De Pietro (M5S) e Gioia (Udc), l’amministrazione dedicherà alcune pagine del proprio sito istituzionale alla corretta informazione sul tema dei migranti richiedenti asilo per cercare di stoppare sul nascere i proliferanti falsi luoghi comuni.

    Certo, il tema della prima accoglienza e dell’integrazione dei migranti è delicato e necessita di soluzioni concrete e non troppo improvvisate. Ma il fenomeno, sicuramente in espansione negli ultimi anni, ha senza dubbio la necessità di assestarsi prima di poter essere analizzato con la giusta prospettiva.

    Le misure di prima accoglienza a Genova

    [quote]Il flusso di profughi siriani è percentualmente irrilevante mentre sono molte le richieste di asilo che arrivano da donne nigeriane, che non provengono da zone di guerra ma da gravissime situazioni di violenza e per cui la decisione della concessione di protezione internazionale è molto delicata.[/quote]

    Con l’ultima circolare ministeriale che risale allo scorso 8 settembre, alla Liguria sono stati assegnati complessivamente 3980 posti per l’accoglienza di migranti richiedenti asilo. Di questi, 2914 sono già attivi su tutto il territorio regionale mentre circa 1300 si concentrano nella provincia genovese (e quasi esclusivamente nel Comune di Genova, per un’incidenza sulla popolazione residente pari circa al 2 per mille). Il Tavolo di coordinamento di questi flussi è gestito direttamente dalla Prefettura, emanazione territoriale del governo centrale, sia dal punto di vista del monitoraggio delle presenze sia da quello della messa in atto di soluzioni efficaci per rispondere alle necessità dell’accoglienza.

    Nella maggior parte dei casi, i profughi che arrivano a Genova sono in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, un procedimento gestito da una Commissione ad hoc che, finalmente, da 5 mesi è attiva con una sede anche nella nostra città. «Non dobbiamo più accompagnare i profughi a Torino – spiega l’assessore – ma i tempi di attesa tra l’identificazione e il riconoscimento dello status di rifugiato sono mediamente di 18 mesi, un’enormità rispetto ai 3 mesi previsti dalla legge». Per la cronaca, la commissione genovese ha accettato solo il 30% delle richieste: dopo un eventuale diniego è possibile fare ricorso e arrivare fino al terzo grado di giudizio ma naturalmente i tempi si allungano e quella che dovrebbe essere “solo” una prima accoglienza si trasforma in qualcosa di semi-permanente. «Benché un periodo di osservazione di 5 mesi non possa ancora avere rilevanza statistica – osserva l’assessore Fracassi – i flussi che riguardano Genova e la Liguria presentano già aspetti interessanti e caratterizzanti: ad esempio, il flusso di profughi siriani è percentualmente irrilevante mentre sono molte le richieste di asilo che arrivano da donne nigeriane, che non provengono da zone di guerra ma da gravissime situazioni di violenza e per cui la decisione della concessione di protezione internazionale è molto delicata».

    I migranti che arrivano in territorio ligure vengono accolti in strutture gestite da enti accreditati del terzo settore e hanno diritto a vitto, alloggio, beni di prima necessità, assistenza sanitaria, consulenza legale e mediazione culturale per l’apprendimento della lingua italiana. Secondo quanto previsto dalla normativa, per l’accoglienza di ciascun migrante lo Stato versa 35 euro al giorno, compresi 2,5 euro consegnati direttamente ai profughi per minime spese personali.

    Com’è noto dalle cronache cittadine, la prima attività di screening e assistenza sanitaria dei profughi giunti a Genova viene fornita attraverso due strutture: una a Campi, in corso Perrone, in sostituzione della originaria collocazione al Palasport,  l’altra nell’ex palazzina Q8 in viale Brigate Partigiane in via di ristrutturazione. Ma l’obiettivo dell’amministrazione è di riuscire a individuare a breve un grande “hub” cittadino o regionale, magari proveniente da qualche struttura acquisita gratuitamente da Tursi attraverso il federalismo demaniale e per la cui ristrutturazione sfruttare i finanziamenti messi a disposizione dal Ministero.

    Intanto, i profughi arrivati in città provano a darsi da fare lavorando gratuitamente per sentirsi utili e offrire un mutuo aiuto a chi li ha accolti. È il caso, ad esempio, di chi ha aderito all’azione di pulizia volontaria del parco dell’Acquasola e di villetta Di Negro. In attesa che arrivi la formalizzazione dello status di protezione internazionale, i migranti non possono stipulare regolari contratti di lavoro ma il Comune, attraverso la collaborazione dei Municipi, ha pensato a un apposito protocollo siglato con Prefettura e associazioni del Terzo settore per coinvolgere attivamente i profughi nella vita della città. Anche se c’è già chi mugugna che si tratti di una sorta di sfruttamento di mano d’opera.

    Dall’accoglienza all’integrazione

    Fin qui la cosiddetta “prima accoglienza”, su cui tuttavia il coinvolgimento di Tursi è soprattutto a livello logistico, consultivo e di coordinamento tra la Prefettura e le associazioni che si occupano del sociale. Più diretta, invece, è l’azione del Comune in un altro progetto di accoglienza che ricade nel sistema SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), finanziato dal Ministero dell’Interno fin dal 2001, con costi che si aggirano sui 40 euro giornalieri per ciascun assistito (45 euro per i minori). Si tratta della cosiddetta accoglienza di secondo livello, ovvero la realizzazione di percorsi di integrazione e autonomia  per chi si è visto riconoscere formalmente lo status di rifugiato e vuole rimanere a vivere in città. Attualmente sono 187 i posti che il Comune può mettere a disposizione, 170 adulti e 17 minorenni.

    I minori stranieri non accompagnati e accolti in città sono in realtà molti di più. Dal novembre 2014 è attivo un apposito progetto finanziato dal Ministero dell’Interno per 50 bambini suddivisi tra due strutture in via Serra e a Cornigliano. Inoltre, il Comune ha una propria struttura per la prima accoglienza in emergenza in grado di dare risposta a 12 minori. Infine, lo scorso aprile Tursi ha partecipato a un bando ministeriale per strutture di seconda accoglienza dedicate ai minori presentando un progetto per 40 posti ma gli esiti non sono stati ancora comunicati.

    Il ruolo fondamentale del terzo settore e le potenzialità dell’accoglienza diffusa

    Il fulcro del sistema di accoglienza, sia esso di primo o secondo livello, sono indubbiamente le associazioni che operano nel campo del sociale e i tanti volontari che vi collaborano. Secondo i dati forniti dalla Prefettura, al momento sono 22 le strutture nel Comune di Genova all’interno delle quale vengono ospitati i profughi. Si può fare di più? Secondo l’assessore Fracassi sì e i nuovi percorsi da intraprendere riguardano la cosiddetta accoglienza diffusa, che chiama in causa la partecipazione diretta delle famiglie genovesi, sempre sotto il coordinamento delle associazioni del Terzo settore. «Il modello da seguire è quello del Comune di Asti – ha tracciato la linea l’assessore – dove molte famiglie, per lo più di origine straniera, hanno scelto di ospitare alcuni profughi a casa propria, ricevendo 400 euro al mese dalle istituzioni come contributo al mantenimento». Certo, l’accoglienza in famiglia non può andare bene per tutte le situazioni ma è comunque un percorso che Genova non può lasciare intentato: «La scelta sul modello di accoglienza più adeguato per ciascun caso – conclude Fracassi – è molto difficile: l’inserimento di un profugo in una famiglia, ad esempio, non è indicato nella fase di prima accoglienza (ad Asti, ad esempio, avviene dopo un periodo di 3 mesi passati in un centro di accoglienza collettivo come quello di Campi, NdR) e può essere ugualmente problematico per i minori che potrebbero vedere acuiti i traumi del viaggio e della fuga».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    santa-maria-passione-solitudine-malinconia“C’è stato un momento in cui ho capito di non potermi fidare di nessuno”. Christian Abbondanza è un fiume in piena, una miniera di nomi e fatti che raccontano l’altra faccia della Liguria, quella che ormai è diventato difficile nascondere. Lui è il presidente della Casa della Legalità, osservatorio sulla criminalità e sulle mafie che nasce a Genova per espandersi poi in Liguria e nel Nord Italia con l’intento di essere un presidio sociale e un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la legalità, la giustizia ed i diritti. Christian, insieme ad Enrico D’Agostino segretario della Casa della Legalità, porta avanti questo lavoro fin dai primi anni 2000, un lavoro lento e paziente di cui si raccolgono i frutti solo sapendo aspettare. Un lavoro per cui Abbondanza ha pagato e sta pagando un prezzo decisamente alto fatto di minacce e intimidazioni. Christian ripercorre i procedimenti penali in cui la Casa della Legalità è stata coinvolta a seguito delle attività intraprese; annota su un tovagliolo da bar tante crocette quanti sono i procedimenti così da non perdere il conto. Alla fine siamo intorno alla cinquantina. “Ma come fate a difendervi? Dove trovate le risorse economiche per farlo?” Christian, si accende una sigaretta, sorride ma non si scompone “Per fortuna abbiamo dei legali che ci seguono con patrocinio gratuito”.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    Consultando il sito casadellalegalita.info è facile rimanere impressionati dalla mole di dati su cui si basano le inchieste, un archivio di testi e ricostruzioni frutto di anni di studio, un patrimonio libero e a disposizione di tutti i cittadini. «Il nostro lavoro parte tutto dalla mappatura – racconta Abbondanza – Abbiamo iniziato nei primi anni 2000 mappando le famiglie criminali attive su Genova. Da quel momento non fu difficile trovare una sovrapposizione con il mondo degli appalti pubblici. Allora mappammo i soggetti che avevano potere di assegnare appalti e, conseguentemente, mappammo soggetti che attraverso queste attività avevano la possibilità di prendere voti. Poi passammo al sistema di controllo, le forze dell’ordine e la magistratura. Questo lavoro documentale e il suo costante aggiornamento è alla base di tutto ed è un lavoro che porta risultati in tempi lunghi: basti pensare che stiamo vedendo oggi i risultati di indagini iniziate nel 2005. Tutto sta nel riuscire a dimostrare ai soggetti criminali che la loro forza di intimidazione non è invincibile. Non chinando la testa li possiamo fermare».

    Mafia e politica

    elezioniIn tutta onestà mi chiedo quanto il comune cittadino abbia la percezione di quello che fate. Poi ogni tanto succedono dei fatti eclatanti e le cose vengono a galla raggiungendo senza dubbio una massa critica più ampia. Negli ultimi mesi lo scandalo delle primarie e delle infiltrazioni malavitose nei gazebi di Certosa ha portato alla ribalta delle cronache temi e personaggi sui cui voi lavorate da tempo…

    «Parliamo di un episodio che ha sbattuto in faccia a tutti il motto “Noi facciamo quello che vogliamo” tipico della comunità criminale. L’episodio ha portato all’attenzione dei liguri i meccanismi di condizionamento del voto. Non parliamo di nulla di nuovo, dagli anni 70 ad oggi massoneria e criminalità organizzata hanno condizionato il voto in Liguria: ce lo dicono una serie di inchieste, dall’inchiesta Teardo in avanti ma dal punto di vista mediatico e sociale la cosa è sempre passata sotto silenzio. Questo sistema si è autoalimentato nel tempo arrivando a una spudoratezza che è esplosa con le primarie 2015. Questa volta è stato impossibile ignorare il problema. Ma le primarie sono state soltanto la punta dell’iceberg. La campagna elettorale della Paita, ad esempio, è stata costellata di episodi che meritano di essere evidenziati.  Vogliamo parlare di quel Paolo Cassani, sostenitore della Paita, responsabile di un comitato elettorale di Albenga nonchè prestanome di Carmelo Gullace, boss della ‘ndrangheta arrestato nel savonese? La Paita ha sempre sostenuto di non saperne nulla. Ma, tra le altre cose, il Cassani era stato inibito dall’esercizio di impresa, un dato facilmente recuperabile e difficile da ignorare. Inoltre è si è parlato della presenza ai seggi di Certosa di quell’Umberto Lo Grasso, ex consigliere IDV e già condannato per lo scandalo delle firme false raccolte per la presentazione della lista Burlando nel 2010. Abbiamo raccontato su casadellalegalita.info un episodio emblematico legato al Lo Grasso: Rosario Monteleone nel 2010 festeggia la sua rielezione nel ristorante del boss storico di Cosa Nostra a Genova. Monteleone non nega l’episodio della cena ma ne attribuisce l’organizzazione a Lo Grasso. E qui mi fermo. Intorno alle primarie la rete è fitta ma evidentissima».

    Nel caso delle primarie un elemento di novità, se così possiamo dire, è stato il pesante coinvolgimento delle comunità straniere.

    «Certo, anche le comunità straniere hanno giocato un ruolo importante. È evidente come questi soggetti abbiano una contiguità con la criminalità organizzata soprattutto per quel che riguarda la manodopera sia essa orientata ad attività illecite o legata ad attività lecite in ambiti quali l’agricoltura e l’edilizia. Sono soggetti fortemente esposti all’influenza del crimine organizzato e le primarie sono state la riprova di questo meccanismo».

    La mafia in Liguria non esiste: un preconcetto duro a morire

    [quote]Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più[/quote]

    L’uomo della strada direbbe “E pensare che siamo in Liguria”…

    «Purtroppo questa è una dinamica che si ripete spesso dalle nostre parti, anche da parte degli organismi di controllo. Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più.
    Sulla situazione ligure basti pensare che il Procuratore Granero, tornato a Savona dopo anni, ha dichiarato di aver trovato “il deserto giudiziario”. All’epoca di Teardo, membro di spicco del Psi, ex presidente della Regione a cui venne contestato nel 1983 il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, si spalancarono in Liguria le porte dei centri di potere alla criminalità organizzata. Di lì partì tutto. Se trovi porte spalancate perché non devi entrare? La politica che apre le porte della pubblica amministrazione, le banche che aprono le porte con coperture di mutui ingiustificati e con la mancata segnalazione delle operazioni di riciclaggio… L’elenco potrebbe essere molto lungo. Per dire, anche i notai fanno la loro parte: notai che fanno atti per privati vendendo beni demaniali. Quasi surreale. Questo per dirti che, parlando del nostro territorio, il sistema è completamente permeabile, ad ogni livello. A Genova tutto il potere ha sempre avuto un suo trait d’union, un punto d’incontro: la Carige. Carige era al centro di un sistema che ora è emerso nell’inchiesta Berneschi. Se vedi i soggetti coinvolti nell’inchiesta vedi rappresentati tutti i centri di potere presenti in città e, in senso più ampio, sul territorio. Per dire anche pezzi della magistratura sono permeabili all’influenza criminale. E anche la curia non è da meno: abbiamo ampiamente documentato su Casa della Legalità le vicende di una società savonese, dove diocesi di Savona e mappati terminali della ‘ndrangheta vanno a braccetto. Non dimentichiamoci il caso Boccalatte a Imperia. Un presidente di tribunale accusato di corruzione e arrestato non è cosa che si veda tutti i giorni. Questa è la Liguria».

    Politica e informazione

    [quote]Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando[/quote]

    giornaliFacendo uno zoom out e guardando dall’alto lo scenario che stiamo delineando, si nota un’inquietante trasversalità politica rispetto a questa situazione.

    «La criminalità organizzata ha con la politica un rapporto estremamente trasversale e nella trasversalità ha trovato la migliore forma di protezione possibile. Prendiamo i due poli opposti della nostra regione: Ventimiglia, storica roccaforte della destra, e Sarzana, da sempre legata alla sinistra. In entrambi i casi troviamo delle contiguità documentate con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata. Io non sollevo le questioni sulle collusioni della controparte e loro non solleveranno le mie. Nel momento in cui sollevo un fatto, la controparte mi ribalta la questione perchè anche io sono ricattabile. Questa trasversalità si specchia anche nell’approccio della criminalità organizzata al mondo economico e produttivo. Collusioni con le grandi imprese da un lato e dall’altro troviamo i legami con le cooperative rosse».

    Oggi in Italia ci sono nuovi soggetti politici, mi riferisco al Movimento 5 Stelle. Come si inseriscono in questo sistema?

    «Provo ad analizzare la situazione. La criminalità organizzata usa i Cinque Stelle in maniera diversa rispetto alle forze politiche tradizionali. Li usa da una parte per destabilizzare  e dall’altra per piazzare qualcuno così da renderlo condizionabile. Da parte nostra abbiamo sollevato una questione di contiguità tra la lista Cinque Stelle candidata alle Regionali e la famiglia Mafodda. Se si guardano le agenzie stampa e gli articoli precedenti alla nostra denuncia si nota che la Salvatore citava spesso l’inchiesta Maglio3, l’inchiesta La svolta, i rapporti della rete del Gullace con Paita. Dopo aver sollevato la questione Mafodda nulla di tutto questo è più stato citato. Se io sono, per così dire, attaccabile, su quel fronte non ho più diritto di parola. Alla fine è un modus che ritorna».

    Ma l’informazione come si comporta rispetto a tutto questo?

    «L’informazione ha un ruolo determinante. La criminalità organizzata così come le attività illecite della politica, qualunque esse siano, hanno, per prima cosa, bisogno di rendersi invisibili. Se c’è attenzione mediatica ci può essere anche attenzione giudiziaria. Il problema qual è? In Liguria c’è sempre stato, da parte dei mezzi di informazione, un atteggiamento non indipendente, tranne rare eccezioni. Parlo della Liguria ma è evidente che la stessa cosa vale a livello italiano. Dal punto di vista etico e di diritto all’informazione, la collusione, anche se non suffragata dalle prove necessarie per un condanna sul piano penale, ma comunque suffragata da intercettazioni e risultanze documentali meriterebbe secondo me di essere evidenziata. Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando. E, aggiungo io, qui si inserisce il ruolo dell’informazione, il dovere di far emergere proprio questi elementi. Comunque, per fortuna, abbiamo incontrato giornalisti ma anche agenti dei reparti investigativi, determinati e competenti, soggetti a cui affidare gli esiti del nostro lavoro e le testimonianze raccolte; così come abbiamo incontrato magistrati liberi e indipendenti che non hanno avuto remore nello scontrarsi con i poteri forti. Queste sono le persone che ci permettono di dire che ne è valsa la pena e che è importante continuare questo lavoro».

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba

  • Poggio Bike Park, il sogno dei cittadini è diventato realtà. Una storia di passione e partecipazione

    Poggio Bike Park, il sogno dei cittadini è diventato realtà. Una storia di passione e partecipazione

    bike-trialInizialmente era uno spazio verde pubblico, abbandonato all’incuria, come ce ne sono tanti a Genova e provincia. Poi un gruppo di ragazzi che da tempo frequentava la zona ha pensato di fare di quel luogo un bikepark. È la storia del Poggio Bike Park, un’area attrezzata per il biketrial a San Cipriano, il piccolo centro della Valpolcevera a pochi chilometri dai confini della città. Una storia che racconta la perseveranza dei cittadini che,  spinti dal desiderio di migliorare e valorizzare il proprio territorio in modo sostenibile e partecipativo, sono riusciti negli anni a portare a termine la loro impresa fino all’inaugurazione del nuovo park aperto agli appassionati di ogni età.

    Ci siamo fatti raccontare come è andata e che cosa succede oggi in quello spazio rinato.

    «Il percorso per la creazione del park è stato abbastanza lungo – raccontano – anticamente l’area, di proprietà comunale, era adibita a parco gioco per le abitazioni limitrofe, poi dismessa e abbandonata a se stessa per tanti anni. Noi ragazzi del posto ci andavano con le bici per costruire percorsi e salti improvvisati. Qualcun altro prima di noi, quello che poi sarebbe diventato il nostro maestro, per gli amici Johnny, aveva già adocchiato il piazzale e aveva iniziato a portarci materiale per costruire piste per il biketrial. Per un problema di permessi però, due anni dopo il Comune ha fatto togliere tutte le strutture, lasciandoci a mani vuote. È stato da quel momento che abbiamo deciso di prendere in mano la situazione e ampliare il progetto, aggiungendo anche un pistino in terra e una linea di salti ancora più grossi; così siamo andati in Comune a proporre l’idea…»

    L’idea è stata accolta con successo, ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo la burocrazia. Prima di ottenere il permesso è trascorso un anno, poi il raggiungimento di un accordo che ha concesso l’area ai ragazzi per un periodo di prova di quattro anni. Così è iniziato il via vai di camion di terra e poco alla volta il bikepark ha preso forma.  «Fortunatamente il Comune di Serra Riccò si è sempre dimostrato entusiasta del nostro lavoro, in questi quattro anni abbiamo lavorato con passione e il progetto è migliorato mese dopo mese. Scaduta la concessione il Comune ci ha suggerito di trovare un’associazione sportiva che gestisse l’area, per evitare la sua definitiva chiusura».

    bike-trial-sequenzaI ragazzi hanno così deciso di contattare una A.S.D. (Associazione Sportiva dilettantistica) genovese, non è stato difficile trovare nella Associazione Deep Bike e nella persona del suo Presidente Maurizio D’ippolito la figura adatta per poter prendere in affido il park. «Deep Bike ha completamente condiviso il nostro spirito contribuendo con le sue forze al raggiungimento dell’obiettivo. Solo alcuni condomini limitrofi all’area erano un po’ scettici, ma è bastato poco per farli ricredere».

    Il park oggi è aperto a tutti gli associati Deep Bike e la presenza di un responsabile è richiesta solo per gli ingressi giornalieri, o per la prima visita del nuovo associato. Generalmente gli associati richiedono l’abbonamento annuale comprensivo di chiavi per l’accesso al park, in questo modo possono entrare quando vogliono rispettando il regolamento interno (consultabile sul sito di Deep Bike).

    poggio-bike-parkChe cosa offre un bike park, c’è qualcos’altro di simile in Liguria?

    «Il bike park offre divertimento per tre diverse discipline, il bike trial, il dirt jump e la bmx, avendo un piazzale dedicato alle zone da trial, un anello pump track con salti in terra, gobbe e paraboliche, e una linea di salti da dirt jump. Questa sua caratteristica lo rende unico in Liguria. I bike park liguri sono generalmente dedicati al downhill e freeride, altrimenti ci sono davvero pochi luoghi dove poter praticare bike trial, o saltare in dirt o in pump track. Nessuno li unisce tutti e tre come il Poggio Bike Park!»

    Siete volontari? è il vostro lavoro? riuscite a viverne?

    «Siamo sei ragazzi volontari, con tanta passione e tanta voglia di fare, non avendo un luogo dove poter saltare, ce lo siamo costruiti! Non è il nostro lavoro anche se ci occupa parecchio tempo, abbiamo lavorato senza prospettare un guadagno, rimettendoci economicamente, ma ripagandoci di vita… cosa c’è di più bello che condividere momenti di sport e divertimento all’aria aperta in una struttura costruita grazie all’unione delle forze?. Il sorriso, il sudore lo sguardo felice delle diverse persone presenti all’inaugurazione (svoltasi il 7 giugno scorso, ndr) hanno ripagato l’impegno di tutti, Deep Bike compresa. Con gli introiti dell’ingresso giornaliero o dell’abbonamento annuale, speriamo di coprire le spese di manutenzione».

     

    Claudia Dani

  • Valletta Carbonara, il lavoro dei volontari e la prima apertura al pubblico: il progetto prende forma

    Valletta Carbonara, il lavoro dei volontari e la prima apertura al pubblico: il progetto prende forma

    valletta-san-nicola-2Valletta Carbonara, anche conosciuta come Valletta San Nicola, riapre le porte al pubblico. Solo per mezza giornata, sabato 23 maggio dalle ore 10 alle ore 15, i cittadini potranno vedere da vicino e toccare con mano il prezioso lavoro che i volontari del comitato “Le Serre” stanno realizzando negli spazi alle spalle dell’Albergo dei Poveri che, finalmente, il Comune ha reso accessibili. Dopo aver ricevuto le chiavi dall’amministrazione, una sessantina di volontari, quasi tutti abitanti tra San Nicola e Castelletto, ha dato vita a un intenso lavoro di pulizia e di rimessa in sesto dell’area. «Quello che vedranno i genovesi – ci racconta il portavoce del comitato, Franco Montagnani, che continua a ramazzare anche mentre parla con noi – è senza dubbio un cantiere aperto ma una valletta finalmente accessibile, pulita da una quantità immane di rifiuti e, in buona parte, potata». Quello di sabato sarà soprattutto un evento simbolico, a meno di due mesi dall’ingresso dell’associazione nelle terrazze ai piedi dei giardini Pellizzari di corso Firenze: nessuno è mai entrato in maniera così libera tra i viali della Valletta, quasi sempre osservata dall’alto. «I lavori – prosegue Montagnani – dureranno per tutto l’anno ma siamo arrivati a un punto tale da poter iniziare la prima semina nelle aiuole di prodotti orticoli e fiori».

    Antica sede delle serre comunali, la Valletta torna a piccoli passi alla sua vocazione originaria dato che il nuovo Piano urbanistico ne conferma la destinazione agricola e a verde pubblico, mettendo definitivamente fine alle mire espansionistiche del settore edilizio che, con i passati cicli amministrativi, puntava a realizzare un silos di parcheggi e, probabilmente, anche nuove abitazioni.

    valletta-san-nicola-verticaleL’intera area (circa 27 mila metri quadrati), di proprietà dell’Istituto Brignole, è in affitto al Comune di Genova fin dal 1970. Nel 2001 l’amministrazione ricevette una lettera di sfratto ma non abbandonò mai definitivamente l’area, dando vita a un contenzioso di non semplice soluzione, considerando anche che il Brignole è stato messo in liquidazione dalla Regione a fine 2012. Per il momento, in attesa di una soluzione del pregresso, un nuovo accordo siglato a fine 2014 lascia le chiavi in mano a Tursi fino al 31 dicembre 2015, per 40 mila euro all’anno. Ma che cosa succederà dal primo gennaio? «Le rispondo come farebbe un allenatore – sorride Montagnani – e cioè vediamo come va il campionato. È ancora troppo presto: noi cerchiamo di fare bella figura e raggiungere gli obiettivi dell’accordo, poi vedremo. Non credo ci saranno mai i presupposti per mandarci via, anche perché vorremmo creare una vera e propria rete fruttuosa con altre associazioni interessate alla valletta. Vorremmo evitare i soliti bandi fratricidi ma dare vita a un’opera collettiva».

    «Due sono le strade percorribili – ricorda il vicesindaco, Stefano Bernini – o sigliamo un nuovo contratto di locazione con la Regione o procederemo all’acquisto del diritto di superficie per un arco di tempo il più lungo possibile. Si tratta solo di capire quale sia la strada migliore e su cui si riuscirà a trovare l’accordo più vantaggioso ma il contrasto con i proprietari dell’area si può considerare rientrato».

    La speranza dei cittadini è di veder nascere un piccolo polmone verde pubblico a gestione partecipata, un nuovo luogo di aggregazione sociale che dia spazio ad attività ricreative, didattiche e turistiche, oltre naturalmente alla produzione floro-orticola-vivaistica. «Secondo la convenzione – entra più nel dettaglio Montagnani – al momento abbiamo a disposizione solo l’anello superiore della Valletta che comprende le cinque serre più grandi». La restante parte, quella più a ridosso dell’Albergo dei Poveri, è ancora in stato di abbandono. «Solo dopo aver messo a pieno regime la prima parte, potremo allargare l’attività a tutta la Valletta, come d’altronde previsto dal nostro progetto». Un progetto che, sostanzialmente, potrebbe essere suddiviso in tre fasi: pulizia, preparazione del terreno e inizio coltivazione, lancio delle attività a carattere sociale. «Dopo esserci dedicati alla ripresa della parte botanica – sottolinea il portavoce del comitato Le Serre – passeremo all’organizzazione di eventi, compreso un grande festival sul tema della valorizzazione del verde e dei beni pubblici che ospiteremo in autunno».

    La prime due fasi, come visto, sono in stato piuttosto avanzato avendo superato le difficoltà più grosse: una legata alla scarsa disponibilità di terra, risolta proprio ieri con la sigla di un accordo per l’ottenimento di una parte del materiale scavato per la copertura del Bisagno, che tanto spazio ha trovato nella cronaca locale degli ultimi giorni; l’altra legata allo smaltimento dei rifiuti. «Abbiamo avuto qualche difficoltà con Amiu – ammette Montagnani – per il recupero dei rifiuti che, naturalmente, abbiamo raccolto in maniera differenziata. Ma, adesso, con l’azienda abbiamo iniziato un percorso di stretta collaborazione che speriamo ci porti a diventare il punto di riferimento per la raccolta dell’umido quando, in autunno, arriveranno i cassonetti marroni anche nel nostro quartiere».

    Un po’ più complicata, invece, la realizzazione degli spazi dedicati alla terza fase, quella della socialità. «Nell’area più pianeggiante, dove in futuro dovrebbe sorgere una sorta di agorà – spiega Montagnani – è crollata la volta del rio Carbonara in seguito alle alluvioni dello scorso autunno (esattamente come la ben più famosa voragine di via Ausonia, poche centinaia di metri più in su, ndr). La zona, dunque, è stata recintata e non sarà accessibile fino al completo ripristino e messa in sicurezza». Un vero peccato perché il cantiere impedirà ai cittadini, che sabato faranno visita alla Valletta, di ammirare anche la splendida collezione di felci storiche collocata negli spazi più a sud, oltre i lavori.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Val Bisagno, il “lato b” dell’Acquedotto Storico: viaggio fra rifiuti e discariche abusive, frane e abbandono

    Val Bisagno, il “lato b” dell’Acquedotto Storico: viaggio fra rifiuti e discariche abusive, frane e abbandono

    acquedotto-storicoL’ultimo sopralluogo di #EraOnTheRoad ci ha portato a visitare un tratto dell’acquedotto storico di Genova: abbiamo scelto di partire da via di Pino, dando seguito alla segnalazione di una nostra lettrice, Antonietta, che ci ha accompagnato sul posto. Arrivati a Molassana abbiamo preso l’autobus 481 fino alla fermata successiva al campo sportivo; una volta scesi abbiamo incontrato Antonietta e Fausto, membro della sezione del CAI locale, ed abbiamo lasciato la strada asfaltata per giungere in pochi minuti, grazie ad un sentiero, sul tracciato dell’acquedotto.

    La segnalazione che ci è pervenuta informava la redazione del grave stato di abbandono in cui versa questo tratto dell’acquedotto storico, sia da un punto di vista di degrado materiale della condotta, sia dal punto di vista dell’inquinamento ambientale di una zona molto bella, tradizionalmente sfruttata dagli abitanti dei quartieri limitrofi per passeggiate ed escursioni.

    Incontriamo quasi subito una prima sezione dell’acquedotto la cui copertura in lastre di pietra è mancante: «In questo caso – sottolinea Antonietta – chi di dovere ha pensato bene di installare un paio di ringhiere e fare di fianco una gettata di ghiaia, non sarebbe stato più opportuno ripristinare le pietre a chiusura della condotta?» Mentre seguiamo il percorso dell’acquedotto Antonietta racconta che  «Da sempre è noto che questa zona è soggetta a frane e smottamenti, infatti in diversi punti è ancora oggi possibile apprezzare sdoppiamenti del condotto, frutto della sovrapposizione di diversi lavori di ripristino effettuati negli anni, almeno fino a quando l’acquedotto aveva un’importanza centrale perché veniva usato. Poi mano a mano è stata interrotta la manutenzione e ad ogni alluvione ci sono nuovi cedimenti e crolli».

    In pochi minuti raggiungiamo una frana che ha letteralmente tagliato la struttura della condotta: una gran massa di detriti si è staccata dal versante in occasione delle ultime violenti piogge, ed ha travolto la struttura, tranciandola di netto e rendendo difficoltoso il passaggio. «Tradizionalmente – spiega Antonietta – questa zona è meta di passeggiate per residenti, spesso anziani o bambini, per i quali ora è certamente più difficile fruire della bellezza e della tranquillità di questi luoghi. Fino a non molto tempo fa era possibile seguire agevolmente il tracciato della condotta anche in bicicletta, ma oggi per farlo è necessario in diversi punti portare la bicicletta in spalla. Ovviamente il problema è più grave per coloro i quali hanno minor facilità nei movimenti ed una peggiore condizione fisica».

    Superando la frana si possono notare alcuni interventi, realizzati con materiali di fortuna da residenti e volontari, volti a recuperare la fruibilità del passaggio almeno a piedi: «Sono diversi i lavori che gli abitanti della zona volenterosi portano avanti – racconta Fausto – a partire da piccoli lavoretti di ripristino, fino alla pulizia da rovi e vegetazione, che altrimenti in poco tempo invaderebbero i sentieri». Infatti l’importanza di questo tratto dell’acquedotto, oltre che dal valore d’uso per gli abitanti e dal valore storico della struttura, è costituita anche dalla fitta rete di sentieri e piccole strade mattonate che collegano il percorso della condotta al territorio circostante, formando una sorta di reticolo in grado di permettere lo spostamento da una zona ad un’altra a piedi, immersi nel verde. «Uno dei problemi – aggiunge Antonietta – è che non possiamo nemmeno ipotizzare in autonomia interventi più consistenti: opere di carattere permanente potrebbero essere considerate abusive, e chi le ha messe in pratica potrebbe anche rischiare dei problemi legali. Ci piacerebbe in questo senso che le istituzioni si preoccupassero di più di mettere in condizione cittadini e volontari di dare il loro contributo alla manutenzione dell’acquedotto. Avremmo bisogno per questo di una autorizzazione ad effettuare interventi, e magari, anche se sappiamo che in questo periodo le risorse in mano alle amministrazioni scarseggino, un piccolo sostegno, almeno in materiali, sarebbe opportuno: noi potremmo metterci gratuitamente la mano d’opera, in fondo non si tratterebbe di un impegno così oneroso».

    Nel frattempo la nostra visita continua gradevolmente offrendo scorci fantastici, anche se purtroppo continuiamo ad incontrare buchi nella copertura della condotta, a causa di lastre rotte o del tutto mancanti. In alcuni punti è anche possibile notare rattoppi realizzati in cemento, sicuramente destinati, vista la matura del materiale, ad un veloce deterioramento.

    Fausto spiega inoltre come il tracciato dell’acquedotto sia stato inserito dal CAI locale, del quale lui è un iscritto, in diversi itinerari escursionistici. In particolare il tratto di acquedotto che abbiamo visitato è compreso in un anello che conduce da via Piacenza, di fronte alla chiesa del quartiere San Gottardo, a visitare il forte Diamante, in vetta all’omonimo monte, le trincee napoleoniche a dente di sega, e le neviere di recente individuate e ripristinate grazie al CAI, per poi seguire il tracciato dell’acquedotto sulla via del ritorno. Questi itinerari escursionistici sono tra l’altro segnalati da apposite tabelle con le indicazioni realizzate ed installate da volontari appassionati come Fausto: «La cosa assurda – spiega lui – è che periodicamente qualcuno si prende la briga di distruggere questa nostra segnaletica, non riesco a capire chi possa fare una cosa simile, e a chi i cartelli che abbiamo posizionato, e che continueremo a rimettere, possano dare fastidio. Oltre alle bellezze della natura, gite simili sono anche in grado di far apprezzare e conoscere la storia locale, grazie a grandi opere architettoniche come l’acquedotto, o le fortificazioni, ma anche grazie ad opere certo meno imponenti ma altrettanto significative; basti pensare alle neviere, che sono la testimonianza degli usi e costumi che ci erano propri, in fondo non poi così tanto tempo fa».

    acquedotto-storico-trekking-4«Un altro peccato – continua Fausto – è quello di lasciare all’abbandono ed alla ruggine dei manufatti in ferro che hanno un certo pregio». Ed infatti in pochissimo incontriamo prima una ringhiera e poi un bel cancello in ferro: «Vedi – dice Fausto indicando le giunture degli oggetti – non si tratta di saldature, che al tempo non c’erano, ma di imbullonature realizzate a mano. Per me lasciare così degli oggetti simili dovrebbe essere un reato».

    È bene sottolineare che, fortunatamente, questo stato di abbandono non riguarda in generale l’intero tracciato dell’acquedotto; la porzione di opera che val ponte sifone fino a Staglieno è quella che presenta maggiori criticità, mentre dal ponte sifone in su, cioè verso monte le cose vanno meglio: «Il Circolo Culturale Via Sertoli fa un gran lavoro con la manutenzione di quella parte di acquedotto, però purtroppo non sono attivi su questa zona, che è dolorosamente lasciata a se stessa».

    Arriviamo in prossimità di un tratto del percorso che, mi viene spiegato, è gravemente inquinato da due tipi di rifiuti: materiale edile abbandonato, e una piccola baraccopoli, ora deserta, in cui i rifiuti la fanno da padrone. Residui di recinzioni, materiale plastico e le classiche reti rosse da cantiere non si fanno attendere, e fanno capolino dalla vegetazione, che inarrestabile le sta man mano inglobando. Ma ben più grave è lo spettacolo che troviamo al nucleo di baracche, la cui condizione, ci avevano anticipato Antonietta e Fausto costituisce un problema, anche igienico. Va sottolineato come la passata convivenza fra i residenti del quartiere e gli abitanti di questo piccolo villaggio abusivo non sia stata per nulla facile, ma ora che se ne sono andati, almeno a quanto sembra e a quanto i nostri accompagnatori ci riferiscono, i problemi non sono finiti: esiste infatti un seria necessità di bonificare il posto. “L’eco-villaggio”, come lo chiama Antonietta in maniera simpaticamente ossimorica, sorge lungo il tracciato dell’acquedotto, in prossimità di un rudere con le porte murate e senza tetto, adibito ad enorme cassonetto della spazzatura: l’edificio è infatti stato riempito di rifiuti di ogni genere, che per altro giacciono anche sparpagliati a terra tutto intorno. Le baracche sono una quindicina, tutte almeno apparentemente prive di inquilini abituali. La varietà ed il numero di oggetti, rotti e non, sparsi al suolo è piuttosto impressionante: si va dalla lavatrice, al passeggino fino al tostapane, si tratta ormai di una discarica abusiva. Dovrebbe essere inutile sottolineare la necessità di bonificare una simile situazione in posto così bello e prezioso intrinsecamente e grazie alla presenza di un bene di alto valore storico. Guardando con attenzione si può anche notare amche che alcune lastre di copertura dell’acquedotto sono state utilizzate come elemento costitutivo di queste improvvisate abitazioni.

    acquedotto-storico-trekking-5Abbandonato il deserto villaggio ci dirigiamo verso la meta finale del sopralluogo, deviando leggermente dal tracciato dell’acquedotto: si tratta di una splendida cascatella, che ristora gli occhi dopo il sopralluogo alla baraccopoli. «Qua –racconta Antonietta- era solito venire mio figlio in bicicletta a giocare quando era piccolo. Ora lui ha quarant’anni, ma è una sofferenza pensare che altri bimbi vengano privati di questo piacere e questa libertà, ai tempi lui ci veniva da solo e io non avevo alcun timore, non era pericoloso. Ora non credo sarebbe più possibile, senza dire che se continua questo abbandono totale dell’acquedotto si rischia letteralmente, fra crolli e vegetazione, la sua scomparsa».

    Durante la preparazione dell’articolo e del sopralluogo sull’acquedotto storico abbiamo fatto avere la documentazione fotografica realizzata agli assessori comunali Crivello e Garotta, oltre che a Gianelli, presidente del Municipio della Media Val Bisagno: rimaniamo in attesa di un commento o di una presa di posizione delle istituzioni sulle condizioni di questo prezioso patrimonio comune.

     

    Carlo Ramoino

  • Comunità di San Benedetto, orfani del Don. Incontro con il “Megu” Domenico Chionetti

    Comunità di San Benedetto, orfani del Don. Incontro con il “Megu” Domenico Chionetti

    Don GalloEra l’8 dicembre 1970 quando don Federico Rebora accoglieva nella canonica di San Benedetto al Porto don Andrea Gallo, allontanato da pochi mesi dalla “sua” parrocchia del Carmine. La storia della Comunità iniziava così, 44 anni fa, con una Messa: è una storia fatta di accoglienze, di vita al fianco degli ultimi, di giorni vissuti nel territorio. Un territorio che si è allargato a macchia d’olio in città, nel basso Piemonte e persino nella Repubblica Dominicana.
    Parlare e soprattutto scrivere della Comunità di San Benedetto qui, a Genova, non è mai facile. Il rischio di cadere nella solita retorica o nel ricordo di un passato che – ahinoi – non c’è più, è sempre dietro l’angolo. Ma se la Comunità, anche con qualche inevitabile zoppicatura, è riuscita a sopravvivere oltre un anno e mezzo senza il suo punto di riferimento, significa che i tanti semi lanciati lungo il cammino da don Andrea Gallo hanno trovato terreno fertile.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Nata dall’esigenza di accogliere i più reietti degli emarginati, ovvero i tossicodipendenti abbandonati nella strada da quella che allora era la nuova piaga dell’eroina, la Comunità apre ben presto le porte a chiunque bussasse in cerca di accoglienza. Quella che era una canonica diventa presto una casa. Il filo rosso era rappresentato dal lavoro: lavoro che operatori e accolti svolgevano fianco a fianco, nel tentativo di ridare dignità a chi l’aveva persa e, naturalmente, di autosostenersi dal punto di vista economico.
    Anche don Gallo nei primi anni lavorava come fattorino. A metà degli anni ’90 arrivano i fondi pubblici e la collaborazione con Asl e Sert: la Comunità può così ampliare i propri orizzonti, le proprie strutture, dal ristorante alle cascine, dalla libreria al centro di recupero di scarti alimentari fino a diventare una fucina di progettualità.

    [quote]Non riusciamo ad essere più quei catalizzatori di indignazione e di forte riflessione che il Gallo riusciva a concentrare su di sé. E credo che non sia una cosa che pesa solo sulle nostre spalle. Credo che quel senso di ebollizione che abbiamo vissuto al funerale di Andrea fosse proprio dovuto a questo, alla rabbia e alla paura che quella libertà, quella forza e caparbietà di opinione andassero disperse.[/quote]

    Come se la passa oggi la Comunità di San Benedetto al Porto? Ne abbiamo parlato con Domenico Chionetti, noto a tutti come “Megu”,  storico portavoce. «La Comunità è un luogo dove ci sono legami naturali, paritari, tra persone profondamente diverse tra loro: d’altronde questo è lo scopo dell’accoglienza. Al nostro interno non ci sono zizzanie, solo i normali problemi che possono derivare dall’autogestione. Ma questo esisteva anche quando c’era il Gallo, soprattutto negli ultimi anni: fino alla fine degli anni ’90 girava per tutte le strutture ed era presente a tutte le riunioni ma col passare del tempo, anche un po’ per la grande esplosione pubblica e mediatica che ha avuto, ha iniziato a smuovere le coscienze in giro per l’Italia. Ma le cose qui non potevano certo stare ferme: per questo il metodo è sempre stato quello dell’autogestione. Andrea non dava ordini: era un riferimento che noi cercavamo. Lui non dava direttive, non era un impositivo».
    L’autogestione, dunque, sembra essere lo strumento principale che ha aiutato la Comunità a sopravvivere al suo fondatore, unica via per dimostrare che don Gallo forse non aveva proprio tutti i torti nel portare avanti il suo messaggio. Quindi sono false quelle vocine che mettono un po’ in dubbio l’armonia all’interno della Comunità e la funzionalità della Comunità stessa dopo la scompare di don Gallo? «La cosa più complessa per noi, e forse quella che rischia di dare addito alle malelingue, è l’impossibilità di essere così inclusivi come lo eravamo quando c’era Andrea. La sola presenza del “Gallo” – se lo vedevi, lo ascoltavi, gli parlavi, lo toccavi – ti bastava per essere corrisposto e quasi incluso nella Comunità di San Benedetto. La sua figura garantiva molta più relazione con il territorio: la vera sfida per noi è mantenere l’eredità sconfinata delle sue relazioni e questo vale più di qualsiasi struttura, qualsiasi progetto. Ed è molto difficile farlo con l’umanità che ogni giorno è sempre più sofferente e sempre più incazzata».

    Ma non vi stanca il continuo paragone tra presente e passato, tra quello che era la Comunità con don Gallo e quello che è San Benedetto oggi? «Non è tanto questo che mi stanca quanto soprattutto il peso di non riuscire ad avere quella presa di voce che prima si aveva su tantissimi temi, dalla politica alla cristianità. Non riusciamo ad essere più quei catalizzatori di indignazione e di forte riflessione che il Gallo riusciva a concentrare su di sé. E credo che non sia una cosa che pesa solo sulle nostre spalle. Credo che quel senso di ebollizione che abbiamo vissuto al funerale di Andrea fosse proprio dovuto a questo, alla rabbia e alla paura che quella libertà, quella forza e caparbietà di opinione andassero disperse».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • Down Town Plastic, la rinascita dei Giardini di Plastica grazie all’impegno dei cittadini

    Down Town Plastic, la rinascita dei Giardini di Plastica grazie all’impegno dei cittadini

    arredi-urbani-giardini-plastica-2In molti forse ancora non sanno che da quasi quattro anni i Giardini Baltimora, meglio conosciuti come “Giardini di Plastica“, non sono più abbandonati al loro destino. Su Era Superba vi avevamo già presentato in più di un’occasione Down Town Plastic, il processo di riqualificazione del parco urbano nato in modo spontaneo nel 2010 per volontà di un gruppo di cittadini poi riunitosi nell’Associazione Giardini di Plastica. L’obiettivo dei volontari è stato sin dal primo momento quello di trasformare uno spazio semi abbandonato frutto di avventate politiche urbanistiche del passato (il centro direzionale e i giardini vennero costruiti dopo la demolizione dell’antico quartiere di via Madre di Dio),  in un luogo frequentato e vissuto dai cittadini, valorizzato per le sue caratteristiche e la sua posizione nel cuore di Genova a due passi dal centro e dalla Città Vecchia.

    arredi-urbani-giardini-plastica-3«Dal 2010 crediamo che sia stato fatto un passo fondamentale – raccontano i volontari  dell’Associazione Giardini di Plastica – i Giardini Baltimora sono usciti dall’ombra e si è deciso di investire su di loro e per loro. Soprattutto dall’estate 2013 il parco è diventato un luogo di musica e cultura, con la prima edizione di CRESTA e il nostro primo intervento più incisivo, la scritta bianca che sovrasta il pratone. Poi ci sono state due grandi azioni di pulizia promosse dall’Associazione che hanno migliorato notevolmente l’aspetto del parco: lo sfalcio dei rovi sulla collina sotto Via Del Colle e la rimozione delle siringhe, accumulate negli anni, nella scalinata (attualmente ancora chiusa all’accesso) che attraversa i giardini e collega la via con Piazza Faralli. Questa estate è stata ancora più ricca di eventi: grazie a CRESTA, alle nostre giornate di pulizia, Yoga e Contact e al progetto artistico Di Palo in Frasca che ha visto la decorazione di una parte del parco da parte dell’artista Gianluca Sturmann (autore, tra l’altro, di alcune copertine “storiche” di Era Superba, ndr)».

    Qualcosa è cambiato ai Giardini Baltimora anche per quanto riguarda l’attenzione delle istituzioni, stimolate dall’entusiasmo dell’Associazione. «Un nuovo interesse da parte del Comune è visibile anche nei lavori, alcuni conclusi altri da iniziare, per migliorare la viabilità e l’accesso ai disabili che hanno permesso di portare anche la corrente elettrica nel parco a servizio degli eventi. Il Municipio I Centro Est ha stipulato con noi una convenzione atipica, sperimentale rispetto a quella di affido del verde, che permette all’Associazione maggiori libertà di azione sull’area, come la possibilità di sperimentare arredi urbani temporanei, di proporre eventi ed azioni artistiche o di avere cura del verde. Ora chiediamo a chi amministra il territorio di creare un programma serio che unisca i diversi soggetti pubblici interessati (l’Assessorato all’ambiente, alla cultura, alle politiche giovanili, gestione del Patrimonio, legalità e diritti, il Municipio, la Soprintendenza…) che faciliti la progettazione e l’attuazione di azioni innovative e a lungo termine».

    E qui veniamo all’ultima tappa in ordine di tempo di questa avventura: DPT Lab Parco Fai da te, un laboratorio per ragazzi di analisi urbana e costruzione, realizzato grazie alla sovvenzione ricevuta nell’ambito del Programma europeo Gioventù in Azione.

    «Gli obiettivi del programma Gioventù in Azione coincidono largamente con quelli delle nostre associazioni, non è stato quindi difficile ideare a realizzare il progetto. Per la stesura non ci siamo affidati ad un europrogettista, abbiamo compilato il Formulario da soli. L‘Associazione il Ce.Sto in collaborazione con l’Associazione Giardini di Plastica e con il gruppo di progettazione SPLACE, ha creato un team di lavoro che accompagnasse i ragazzi in un laboratorio di analisi urbana e di costruzione, finalizzato alla progettazione e alla realizzazione di oggetti d’arredo urbano per i Giardini di Plastica, con un budget di 7000 euro».

    Così tra il 26 e il 30 agosto sono state costruite nove panche mobili e polifunzionali per il prato dei Giardini di Plastica, un processo che ha visto da aprile scorso otto ragazzi impegnati in tutte le fasi, dalla progettazione alla realizzazione. «Partendo dalla necessità di creare oggetti che rendessero più vivibile il parco, il valore aggiunto è che un gruppo di giovani (stranieri avviati in un percorso lavorativo e futuri architetti) abbiano imparato a conoscere meglio Genova e a concepire possibilità di modifica e intervento». Un’opportunità, insomma, per imparare tecniche di progettazione architettonica e costruzione, uno strumento per analizzare le problematiche dei giardini, un’occasione per contribuire alla restituzione del parco alla cittadinanza e un incentivo a incrementarne la fruizione. «Sfruttando una particolare occasione di lavoro condiviso si è cercato di rafforzare la coesione sociale e di rompere eventuali ghettizzazioni presenti sul territorio, di favorire la comprensione tra culture di Paesi diversi, di migliorare la qualità della proposta culturale. Essere cittadino significa anche sviluppare una sensibilità verso il mondo di altri coi quali si convive nei medesimi luoghi, significa incoraggiare il ritrovarsi e il riconoscersi nello spazio pubblico, significa riflettere sulla possibilità di rendere i luoghi di incontro il più inclusivi possibile».

    Il 5 settembre, inoltre, è arrivato un nuovo ospite ai Giardini Baltimora, un container issato con la gru da via D’Annunzio. «Il container è stato concesso in comodato d’uso al Municipio I Centro Est di Genova da parte del C.I.S.Co, “Council of Intermodal Shipping Consultants”, e posizionato come supporto, in primis, al progetto DPT Lab Parco fai da te e poi a tutte le future attività. Il container è il simbolo del processo in atto, del cantiere aperto, un presidio stabile e colorato che migliorerà ulteriormente le possibilità di intervento e l‘organizzazione logistica di ogni azione svolta nel parco. Fino ad oggi qualsiasi evento svolto ai giardini necessitava di trasporti continui o di guardiania, da oggi materiali e strumenti di lavoro potranno essere lasciati direttamente nel parco e ci sarà un luogo riparato per svolgere laboratori, incontri e riunioni. Il container per sua natura è un volume mobile e temporaneo, speriamo che nel processo in atto venga presto sostituito da qualcosa di più duraturo e che nel futuro non ce ne sia più neanche il bisogno».

    Un luogo in trasformazione, un’area degradata del centro cittadino che grazie alla fatica e alla costanza di cittadini volontari, in sinergia con le istituzioni, si sta trasformando in un luogo piacevole e vivibile, un nuovo punto di riferimento per la cultura e il divertimento. Domenica 14 il progetto DPT Lab verrà presentato alla cittadinanza con una festa, un picnik speciale aperto a tutti i genovesi. «Il programma delle attività ai Giardini è sempre piuttosto ricco e grazie alla collaborazione con tante associazioni, riusciamo a proporre almeno un evento al mese. Continueremo naturalmente a realizzare le attività ordinarie di pulizia e miglioramento del verde, cercando di coinvolgere sempre più volontari e cittadini. La prossima importante realizzazione curata dall’Associazione Giardini di Plastica e progettata da Splace prevede, all’interno del progetto di miglioramento degli accessi progettato dallo studio genovese Più Spazio, la costruzione, in autunno, di una grande rampa di accesso ai Giardini da Piazza Dante. La rampa eliminerà il muro e il salto di quota con Piazza Faralli, consentirà anche alle ambulanze di raggiungere i Giardini e costituirà un piccolo anfiteatro attorno all’area giochi».

    «Inoltre, ci stiamo ulteriormente impegnando nella ricerca di sponsor e finanziamenti per realizzare nuove attività e azioni di riqualificazione. Tra i prossimi obiettivi che ci poniamo c’è la creazione di un’area gioco per i cani in collaborazione con i tanti padroni che frequentano il parco, in modo che possano avere un’area libera e dedicata.
    Crediamo profondamente nelle potenzialità dei Giardini di Plastica e speriamo che sempre più persone abbiano voglia di dedicare un po’ di tempo a viverli e a migliorarli, siamo quindi aperti e disponibili a qualsiasi proposta da parte di tutti».

  • Biennale della prossimità, impegno civile e cittadinanza attiva: a Genova oltre 70 associazioni

    Biennale della prossimità, impegno civile e cittadinanza attiva: a Genova oltre 70 associazioni

    Piazza-lavagna-vicoli-centro-storico-D2Sempre di più nella società contemporanea avvertiamo problematiche e disagi a livello sociale, talvolta impensabili fino a qualche decennio fa: dal problema del diritto (spesso negato) alla casa, al diritto al lavoro, alla tutela dei consumatori. Si tratta di tematiche che siamo spesso impreparati ad affrontare, in una società che tende all’individualismo e all’esclusione, con un’amministrazione pubblica occupata a risolvere ben altri problemi. In questo contesto, forse molti di noi non si sono accorti che, per dare un risposta a questi bisogni, da tempo sono sorte associazioni locali no-profit e interessate al sociale, che lavorano in sordina e arrivano laddove chi ci amministra non riesce ad arrivare.

    Per rendere noto il lavoro di questi volontari, in autunno a Genova si svolgerà la prima edizione dell’evento nazionale “Biennale della Prossimità”. Si tratta di una manifestazione di 3 giorni, dal 10 al 12 ottobre, in cui per le vie del centro storico si altereranno incontri e convegni, e soprattutto tanti giochi, momenti ludici e di divertimento organizzati dalle oltre 70 associazioni partecipanti, provenienti da tutta Italia.

    L’iniziativa è stata promossa dalla Rete Nazionale per la Prossimità, un network di organizzazioni nato nel 2013 per la promozione della cittadinanza attiva, e di cui fanno parte il Consorzio Nazionale Idee In Rete, ISNet – Spesa Utile, Fondazione Ebbene, Social Club Torino, Social Club Genova, Consorzio Emmanuel – Emporio solidale Lecce.

    Ma cos’è nello specifico questo evento? E perché il nome “Biennale della Prossimità”? Ne parliamo con Sergio Revello, dell’associazione Co.Ser.Co. «Un appuntamento dedicato alle comunità locali, alle persone e alle loro esigenze, in ottica di “prossimità”. Durante la Biennale ci domanderemo come andare incontro ai bisogni sociali e proveremo a fare retePerché a mio avviso sulle tematiche del terzo settore non c’è la giusta attenzione da parte delle istituzioni. C’è stata prima una disaffezione culturale, poi una conseguente riduzione di fondi. Sono cambiate le priorità: non interessano i temi collettivi ma quelli privati».

    «Avremmo potuto chiamarla Biennale dell’impegno civile, della cittadinanza attiva o dell’auto-organizzazione, ma cercavamo qualcosa di più immediato anche per i non addetti ai lavori, qualcosa che non andasse spiegato: tutti sanno cosa significa “prossimità”. Il senso è di valorizzare la cooperazione volontaria e la mutualità, senza delegittimare le istituzioni, che devono svolgere il loro lavoro nel terzo settore senza trascurarlo come spesso fanno».

    L’idea è nata prendendo atto del fatto che «ci sono molte realtà del terzo settore che svolgono un ruolo di supplenza dello Stato, per quanto riguarda i diritti dei cittadini e i bisogni dei quartieri. Così abbiamo pensato di organizzare un momento di incontro tra soggetti come coop sociali, associazioni di volontariato e di promozione sociale. Oggi, infatti, queste realtà si accollano compiti più grandi delle loro reali possibilità: ci sono così poche iniziative nel terzo settore finanziate dalle amministrazioni locali che sono come una goccia nel mare. Il grosso del lavoro è fatto dalle associazioni, spesso senza finanziamenti e in autonomia totale. È anche difficile fare rete tra noi operatori perché siamo dislocati sul territorio e non disponiamo di grandi mezzi. Per questo, la Biennale dovrebbe servire ad avvicinarci e favorire lo scambio di idee, esperienze, progetti».

    I tre giorni saranno articolati in 4 aree tematiche. «La prima, dedicata al lavoro, alle innovazioni e alle nuove modalità di organizzazione, dal coworking alle altre forme di aggregazione. Si parlerà anche di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati e di tutto quello che ruota attorno a questo mondo. In secondo luogo, ci occuperemo di territorio: la visione urbana e il miglioramento della vivibilità dei quartieri. Contestualmente, si parlerà anche di diritto alla casa e risposta a bisogni concreti, con il coinvolgimento, tra le altre, delle associazioni genovesi legate alla situazione della ex Caserma Gavoglio e alla Val Bisagno».

    Terzo tema, i consumi sostenibili: «oggigiorno è difficile consumare prodotti di qualità perché in molti non se lo possono permettere. Per questo promuoviamo la conoscenza di gruppi d’acquisto e ambulatori sociali d’acquisto a prezzi calmierati, che garantiscono un buon rapporto qualità/prezzo». Da ultimo, la Biennale si occuperà di bisogni sociali, tossicodipendenze, disagio mentale e inclusione. «Si tratta di problematiche per cui c’era più attenzione in passato, a partire dagli anni ’70; ora, invece, sembra ci siano altre priorità e meno risorse, e per questo passano più inosservate».

    Dove si svolgerà la Biennale

    Piazza Banchi«Per ogni tematica, una location: Loggia dei Banchi sarà dedicata al tema del lavoro; alla Maddalena si parlerà di territorio; ai Giardini Luzzati di consumi; infine, alla Commenda di Pré, Santa Brigida e Via del Campo di inclusione. Abbiamo voluto privilegiare spazi aperti, invece dei soliti luoghi per convention e dibattiti, per aprirci alla cittadinanza e cercare un approccio diverso da quello tradizionale. Ci sarà un momento più convenzionale venerdì, il primo giorno, con discorso inaugurale e pres

    entazione delle associazioni; sabato e domenica, invece, ci saranno stand fieristici in giro per il centro. Daremo spazio a giochi, danze, performance in strada: ciascuno sarà libero di raccontare il proprio impegno sociale nel modo che gli è più congeniale, coinvolgendo i cittadini. Il nostro modello è quello del Festival della Scienza».

    Un evento ancora più importante perché di rilevanza nazionale… «Sì. Le 70 associazioni partecipanti provengono da 15 regioni d’Italia. Molte sono genovesi (come Yeast, Ama, CoSerCo, Il Laboratorio, Comunità di San Benedetto ecc., n.d.r.) o di aree limitrofe perché hanno budget ridotti e poca disponibilità di spostamento. Siamo contenti di poter ospitare un evento di questa portata».

    Come mai è stato scelto proprio il capoluogo ligure come sede? «Per due motivi: prima cosa, per la caratteristica urbanistica e sociale del centro storico, che tende a favorire l’inclusione identitaria, il recupero della dimensione comunitaria e nutrirsi della diversità, mantenendo caratteristiche non alienanti. Inoltre, c’è stata la richiesta di molti partner nazionali di ambientare l’evento a Genova perché è una realtà paradigmatica: a fianco di istituzioni autoreferenziali, trovano spazio tanto piccole iniziative volontarie, comitati di quartiere, associazioni no profit, ecc. Da Prà, al Lagaccio, a Molassana, passando per la Maddalena, non mancano iniziative spontanee e tentativi di fare rete per rispondere a bisogni contingenti. Genova in questo senso è molto più sviluppata di altre città italiane, in cui i bisogni sono gli stessi ma la capacità di aggregarsi è più arretrata. Ci sono qui realtà che si danno molto da fare: i Giardini Luzzati sono già consolidati, i Giardini di Plastica stanno emergendo, e ce ne sono moltissimi altri. Siamo una città effervescente e attiva».

    La Biennale sarà interamente auto-finanziata e non godrà di sostegno economico da parte degli enti pubblici. «Non percepiamo soldi pubblici, è un evento volontario e auto-finanziato dalle stesse associazioni, che per partecipare versano una quota di 100 euro a testa. Essendo 70 in totale, abbiamo un budget di 7 mila euro: lavoriamo a costo zero, visto che di norma per un evento del genere si dispone di cifre di 100 mila euro. Gli allestimenti saranno spartani, la comunicazione esterna nulla (ad esclusione dei social, Radio Gazzarra e altre due radio del sud che trasmetteranno la diretta degli eventi)».

     Il programma completo degli eventi è disponibile cliccando qui

    Elettra Antognetti

     

  • Omogenitorialità, a Genova il progetto per l’infanzia “Piccola biblioteca – Leggere senza stereotipi”

    Omogenitorialità, a Genova il progetto per l’infanzia “Piccola biblioteca – Leggere senza stereotipi”

    LibreriaI figli delle coppie omosessuali sono più felici di quelli che crescono nelle famiglie tradizionali: è una notizia che ha iniziato a circolare sul web qualche giorno fa, uno di quei titoli “virali” rilanciati dalle agenzie dopo la pubblicazione dei risultati di una ricerca universitaria. In questo caso l’assist è giunto dall’Australia, uno studio condotto tra 2012 e 2014 dall’università di Melbourne su un campione di oltre 300 genitori e 500 figli.

    Partiamo da questa “news” per presentare una realtà genovese sconosciuta ai più. Nella nostra città, infatti, è stata da poco attivata un’iniziativa per aiutare ad affrontare la tematica dell’ omogenitorialità e sconfiggere i conflitti all’interno della famiglia, decostruire gli stereotipi e combattere la violenza, di genere e non. Il bello di questo progetto è che si rivolge direttamente ai più piccoli, ai bambini fino ai 6-7 anni, attraverso la lettura di testi che trattano specificamente queste problematiche. L’iniziativa si svolge all’interno della Casa delle Donne di Salita del Prione ed è stata avviata nell’ottobre 2013. Scopriamo insieme di cosa si tratta.

    Omogenitorialità: il progetto “Piccola biblioteca – leggere senza stereotipi”

    di Mimma Pieri
    di Mimma Pieri

    Dallo scorso 17 ottobre 2013, le associazioni SpA Politiche di Donne e Usciamo dal Silenzio – in collaborazione con SNOQ e Arcilesbica e con il patrocinio del Municipio 1 Centro Est – hanno dato vita al progetto “Piccola biblioteca – Leggere senza stereotipi” e al servizio gratuito di Mediazione Famigliare, rivolto soprattutto ai bambini. L’attività delle due associazioni principali, UdS e SpA Politiche di Donne, si è sviluppata su due canali distinti ma paralleli: mentre la prima ha curato la parte legata alla biblioteca, la seconda si è occupata di mediazione. L’iniziativa nel suo complesso è proseguita fino a fine giugno e, visto il successo della prima edizione, dopo la pausa estiva riprenderà da dove si era fermata.

    Per quanto riguarda “Leggere senza Stereotipi”, in particolare, si tratta di un progetto per l’infanzia, per disinnescare la violenza attraverso prevenzione ed educazione. Nello specifico, parliamo di una biblioteca per i più piccoli, con libri in parte acquistati e in parte donati da case editrici di tutta Italia specializzate in queste tematiche, per sensibilizzare i più giovani (ma anche gli adulti) nei confronti di tematiche quali la discriminazione a vari livelli, l’accettazione, l’abbattimento di stereotipi di genere (femminile, come anche maschile e omosessuale).

    Ci racconta Bice Parodi, presidente di UdS: «Siamo nate a Genova come associazione femminista, negli anni (2006, n.d.r.) delle battaglie contro l’abolizione della legge 194 per il diritto all’aborto. Negli anni, confrontandoci e parlando tra noi, abbiamo capito che non dovevamo limitarci alla difesa dei privilegi già ottenuti, ma farci portavoce di battaglie per i diritti non ancora acquisiti. Così nasce, tra le altre cose, la Piccola Biblioteca: parliamo ai piccoli perché ancora incontaminati, nella speranza di un futuro senza stereotipi. Abbiamo cercato di sviluppare un approccio differente, consapevoli del fatto che spesso la violenza espressa in ambito famigliare e relazionale ha radici in un’educazione che, spesso inconsapevolmente, trasmette pregiudizi».

    L’aspetto principale è proprio il cambiamento di approccio alla questione: «Visto il fallimento del vecchio approccio alle tematiche di genere, discriminazione, violenza – ci racconta Martina Gianfranceschi, volontaria di UdS – ci interroghiamo sui ruoli classici definiti e proviamo a decostruirli. Ad esempio, in uno dei libri c’è un piccola principessa che non vuole essere tutta rosa e si interroga sul perché, invece, quello debba essere il suo colore; oppure si parla di bambini che, in base a stereotipi sociali, “devono” giocare a calcio, quando magari vorrebbero fare altro, magari ballare».

    I libri, infatti, toccano tutti temi diversi ma affini: dalla principessa che vuole fare l’ingegnere, alle famiglie moderne, in cui ci sono due mamme o due papà, o che sono allargate. Le case editrici che hanno fornito i libri (in parte sono stati acquistati, in parte donati dagli editori) sono tutte specializzate in tematiche di genere e si rivolgono a bambini in età compresa tra 0-7 anni, fino al primo ciclo delle scuole primarie. Inoltre, la scelta di proporre proprio una biblioteca non è casuale ma tiene conto della potenza evocativa di testi e immagini nell’approccio ai generi sessuali e ai diversi ruoli assegnati nelle attività quotidiane, nelle relazioni, in famiglia e nella società. Le immagini soprattutto sono in grado di segnare i più piccoli influenzando la costruzione di future relazioni sociali.

    Gli spazi della biblioteca in questi primi mesi di attività si sono aperti anche a genitori ed insegnanti e hanno permesso anche proiezioni di documentari sempre sul tema degli stereotipi nell’infanzia, tra “Libera Infanzia” sul tema dell’erotizzazione del corpo infantile da parte dei mass-media. «È un’iniziativa indirizzata ai bambini – dice Bice Parodi – ma abbiamo cercato di coinvolgere anche gli adulti perché qui nascono spunti di riflessione e di discussione che devono essere portati avanti dentro la famiglia e a scuola».

    Quello della Piccola Biblioteca è un appuntamento fisso settimanale (si svolgeva ogni giovedì dalle ore 18), aperto a tutti. Per quanto riguarda la risposta dei genovesi, è stata buona, anche se certo è difficile farsi conoscere, come raccontano Bice e Martina: «L’affluenza varia in base al periodo ed è stata altalenante: alle volte era più scarsa, altre più soddisfacente, soprattutto da quando l’iniziativa ha iniziato a svolgersi in concomitanza con le lezioni di lingua italiana (altro servizio fornita dal centro, n.d.r.).Le donne – perlopiù arabe – che venivano qui a fare lezione, portavano con sé i bambini, che nel frattempo leggevano con noi le storie. Certo, è un progetto ancora giovane e dobbiamo farci conoscere: per questo ad esempio lo scorso maggio eravamo in Piazza De Ferrari per Coloratamente e abbiamo partecipato al Ninin Festival di Bogliasco».

    Elettra Antognetti

  • Lanterna: apertura sino a dicembre grazie all’accordo con i Giovani Urbanisti. E il futuro?

    Lanterna: apertura sino a dicembre grazie all’accordo con i Giovani Urbanisti. E il futuro?

    Lanterna, di Daniele OrlandiAvviso ai naviganti: la Lanterna non chiuderà i battenti, i genovesi potranno dormire sonni tranquilli. Lo comunica il Comune di Genova, che lo scorso 30 giugno ha firmato un protocollo d’intesa con Provincia e Municipio Centro Ovest per la gestione del complesso di Lanterna, parco, passeggiata e museo (qui la nostra visita, l’approfondimento e le foto).
    Il protocollo, con
    durata semestrale, è attivo dal primo luglio e resterà in vigore fino al 31 dicembre. Tutte le operazioni sono state coordinate dall’assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune (soggetto capofila), che ha seguito la stesura dell’accordo e ha fatto sì che continuassero ad essere garantite le consuete visite annualmente svolte da circa 8 mila persone. 

    Dal 2004 al 30 giugno 2014 il complesso è stato amministrato esclusivamente dalla Provincia, concessionaria della proprietà demaniale. Da ora in poi, invece, i soggetti interessati nella gestione saranno tre e cercheranno non solo di salvaguardare questo luogo dal grande valore simbolico e affettivo, ma anche di dare slancio alle potenzialità turistiche del sito.

    Questo sarà possibile anche grazie alla collaborazione dell’associazione Giovani Urbanisti – Fondazione Labò (un gruppo composto da una decina di architetti e da un antropologo urbano), che si è assunta il compito di gestire il sito a titolo volontario, garantendo l’apertura e la fruizione turistica, svolgendo il servizio di bigliettazione e di prenotazione e occupandosi della pulizia. La Provincia, invece, da parte sua si farà carico della manutenzione ordinaria e straordinaria del complesso e dell’illuminazione del Museo e della Passeggiata, mentre il Comune si occuperà della promozione delle strutture e delle iniziative attraverso canali istituzionali come sito web, pagina facebook, newsletter e ufficio stampa (tutti e tre i soggetti saranno liberi di programmare manifestazioni ed eventi di carattere sociale e culturale). Esce di scena, dunque, la Fondazione Muvita, partecipata al 100% dalla Provincia, che gestiva il complesso.

    Qualche informazione pratica: con la nuova gestione, gli orari di apertura del museo e della Lanterna vanno dalle 14.30 alle 18.30 il sabato, la domenica e nei giorni festivi; per la passeggiata, ogni giorno dalle 8 alle 20 per tutta l’estate. Inoltre, per uniformare il sito alle altre strutture museali cittadine e per farlo entrare in rete, il prezzo del biglietto, dai 6 euro precedenti, è stato abbassato a 5 euro per l’intero e 4 per il ridotto. I proventi saranno devoluti alla Fondazione Labò, a supporto dell’attività svolta.

    Chi sono i Giovani Urbanisti che gestiranno il simbolo di Genova? Un gruppo di giovani laureati esperti delle dinamiche cittadine: si occupano di progettazione sugli insediamenti umani e ricerca delle problematiche con speciale riferimento ad aspetti urbanistici, storici, sociali e culturali. «Come urbanisti, ma soprattutto come genovesi, siamo molto contenti che ci sia stata data questa splendida opportunità – commenta il Dott. Andrea De Caro, presidente – Affronteremo i prossimi mesi con grande entusiasmo, ma soprattutto con la volontà di rilanciare, per quanto possibile, il nostro simbolo. Le precedenti azioni di volontariato nella risistemazione e pulizia di alcune aree ed elementi del Complesso Monumentale degli scorsi giorni, infatti, avevano come obiettivo primario quello di attirare l’attenzione e di sensibilizzare la città verso il proprio simbolo, che sebbene venga utilizzato per rappresentare Genova ovunque, troppo spesso viene messo in secondo piano, mentre dovrebbe essere il biglietto da visita per la città. Per tale ragione, piuttosto che vederla chiudere e cadere nel dimenticatoio, appresa la notizia, ci siamo proposti per “adottarla”. Allo scadere dei sei mesi certo non ci tireremo indietro, purtroppo ad oggi non è possibile fare previsioni precise, ma per la Lanterna ci saremo sempre».

    Gennaio 2015: il futuro della Lanterna

    I giovani volontari, dunque, non si tireranno indietro. Questi sei mesi saranno un banco di prova importante non solo per loro ma per tutti i soggetti coinvolti. Perché se è vero che ad oggi questa soluzione mette d’accordo tutti, di certo non si può affermare che si tratti di quella definitiva: tra sei mesi potrebbe ricrearsi una situazione analoga a quella che ha portato ad un passo dalla chiusura. Sarà importante, soprattutto, la collaborazione fra i volontari e il Comune, in quanto gestione e promozione – due facce imprescindibili della stessa medaglia – saranno di fatto attività svolte da due figure diverse.

    In questo il Comune, nella persona dell’assessore Sibilla,  assicura che l’obiettivo di Tursi è proseguire nella direzione della continuità e dell’assunzione di responsabilità, anche allo scadere dell’accordo. «Abbiamo recepito il grido d’aiuto della Provincia che non più in grado di sostenere economicamente Muvita. Abbiamo messo tutti i soggetti interessati attorno a un tavolo per stipulare il protocollo, mettendo in campo competenze, grande spirito d’iniziativa e tutte le nostre conoscenze. Il Comune è capofila, e si assume la responsabilità ultima del progetto: in questi primi 6 mesi non avremo costi diretti di gestione e sfrutteremo questo tempo per promuovere e mettere in rete il sito, e soprattutto per capire come si possa gestire al meglio in futuro. Ci sarà continuità: stiamo stringendo una convenzione specifica per regolare l’operativo e c’è volontà da parte del Comune di valorizzare il complesso».

    In Consiglio comunale, proprio il 1 luglio primo giorno della nuova gestione, Vittoria Musso, del gruppo consiliare Lista Musso, ha attaccato duramente la politica del Comune riguardo al simbolo della città. «L’atteggiamento del Comune negli anni passati mi ha fatta inorridire, non si è mai occupato né di seguire la gestione, né di promuovere la Lanterna. È aperta dal ’96 ma la possibilità di raggiungerla e visitarla era poco divulgata. Ora si deve pensare in un altro modo e si deve cercare una continuità che vada oltre il 31 dicembre: l’impegno economico per la gestione del complesso si aggira attorno ai 50 mila euro all’anno, non è eccessivo per il Comune, e se lo fosse si potrebbero trovare anche sponsor esterni». 

     Elettra Antognetti

  • Music For Peace, non solo Che Festival! Compie vent’anni una fra le Onlus più attive in città. La nostra intervista

    Music For Peace, non solo Che Festival! Compie vent’anni una fra le Onlus più attive in città. La nostra intervista

    music-for-peace-che-festival-14Il Che Festival! è un mondo perfetto, quello che tutti vorremmo idealmente: una sorta di Utopia. Ce ne siamo innamorati appena siamo arrivati lì, nel cuore di San Benigno qualche sera fa. Lo trovi soffocato da capannoni industriali, WTC, Torri Faro, nuovo complesso MSC, ma quando arrivi in Via Balladyer si apre un mondo nuovo. Il gruppo di Music for Peace è una delle organizzazioni più attive in città, è noto ai più il loro lavoro per portare aiuti umanitari in quelle parti del mondo particolarmente problematiche: da decenni organizzano eventi a Genova, prima itineranti poi da 4 anni stabili con il Che Festival!, per aiutare i più bisognosi. Si occupano di diritti umani e hanno messo in piedi una squadra di volontari che tutto l’anno si occupa di aiutare famiglie all’estero ma anche a Genova, formare giovani studenti sul tema della solidarietà, raccogliere generi di prima necessità. Il Che Festival! di giugno, insomma, è solo la punta dell’iceberg.

    Rapiti da tutto questo fermento, abbiamo deciso di tornare qui con#EraOnTheRoad per intervistare Claudia D’Intino, membro dello staff dell’organizzazione.

    Tanto per cominciare, raccontaci un po’ di voi: chi siete, cosa fate?

    «Siamo un’associazione umanitaria particolare, probabilmente l’unica nel panorama nazionale a lavorare come facciamo noi. Abbiamo 4 punti fermi, capisaldi attorno a cui ruota il nostro impegno: il primo, non raccogliamo denaro da privati ma generi di prima necessità. È una scelta difficile da mantenere, soprattutto quest’anno, ma per noi è importante che resti così: sia per dare un segnale di trasparenza alle persone che decidono di contribuire e aiutare la nostra causa, sia perché vogliamo accrescere la consapevolezza tra i soggetti che decidono di collaborare. Venire qui con un sacco della spesa o con oggetti di cancelleria, ad esempio, richiede uno sforzo diverso dal semplice andare a un concerto e pagare un biglietto. Il secondo punto, molto importante, è che i beni che raccogliamo vengono distribuiti personalmente da noi: diamo sostegno a famiglie bisognose sia in zone particolari come la Striscia di Gaza, sia a Genova (ogni anno aiutiamo oltre 250 famiglie). Inoltre, vogliamo sottolineare che, nel caso in cui non fosse possibile completare la distribuzione personalmente, non affidiamo la merce nelle mani di terzi ma torniamo indietro con tutto il materiale».

    «Ad esempio, ci è capitato lo scorso anno di restare bloccati tra Egitto e Striscia di Gaza, all’altezza del Valico di Rafah, per 35 giorni ma non abbiamo voluto abbandonare  la “merce” perché abbiamo scoperto in questi anni che c’è un vero e proprio business nei territori di confine che vale milioni di euro: spesso le associazioni abbandonano il materiale alla frontiera, ma non arriva mai a destinazione e viene rivenduto o ridistribuito in modo arbitrario da chi controlla questi luoghi. Per quanto ci riguarda, invece, collaboriamo direttamente con associazioni partner, ospedali, ecc. e ci assicuriamo che la distribuzione vada come previsto. Insomma, seguiamo tutte le fasi, dalla raccolta alla consegna. Infine, quarto punto: il nostro obiettivo è la sensibilizzazione. Chiediamo alle persone un atto pratico, quello di donarci beni di prima necessità, solo per obbligarle a riflettere. Cerchiamo di sensibilizzare le persone grazie alla sinergia con arte e divertimento, per coinvolgere tutti, al di là dei gusti, delle preferenze, dell’estrazione sociale. Ad esempio, il 2 giugno 2013 ricordo che qui al Che Festival! c’era su un palco Zulu dei 99 Posse e sull’altro un gruppo che faceva liscio: è l’unico festival di musica dove puoi venire con tua nonna, insomma».

    Un approccio diverso al volontariato e al mondo degli aiuti umanitari. Se non ricordo male anche i vostri esordi sono stati particolari…

    «Vero. Siamo partiti dalle discoteche, luoghi che tradizionalmente non vengono associati al volontariato e alla solidarietà. L’associazione Music for Peace nasce da un’idea di Stefano Rebora nel 1988. All’epoca, con un gruppo di amici, lavorava come direttore artistico in locali notturni tra Italia, Francia, Corsica e, con lo scoppio della Guerra del Kosovo, ha maturato l’idea di mettere il suo lavoro al servizio degli altri. Così nel 1994 da vita al gruppo dei “Creativi della Notte” e inizia a organizzare eventi particolari, in un momento in cui le discoteche iniziano a diventare luoghi controversi di divertimento sregolato (uso di droghe, ecc.). La prima proposta di Stefano è quella di far pagare per dieci giorni l’ingresso in discoteca con beni di prima necessità da inviare alle persone che vivevano negli scenari di guerra: un successo. È la stessa logica applicata al Che Festival!, in fondo: se vieni coinvolto facendo una cosa che ti piace e che ti diverte, sei più predisposto ad ascoltare. Non è vero che certe tipologie di persone (i giovani delle discoteche, i ragazzi con i dreadlocks) non sono solidali, è solo che le associazioni del terzo settore non gli parlano nel modo giusto e parlano solo a chi è già predisposto ad ascoltare. Da subito sono partite le prime missioni, ma non c’era una vera e propria associazione costituita: siamo diventati una Onlus solo nel 2002, quando Stefano, in partenza per l’Afghanistan, è stato obbligato dalla normativa di quel Paese a costituire una associazione di questo tipo. Music for Peace è stata fondata all’Aeroporto Cristoforo Colombo, poco prima della partenza. Anche il nome è stato scelto su due piedi: Stefano ha deciso di chiamare l’associazione come l’ultimo evento che aveva organizzato in discoteca. In seguito, la strada dei locali notturni è finita e gli eventi si sono spostati da lì ad altri luoghi: è nato il festival itinerante Zena Zuena, che è andato avanti per 10 anni. Da 4 anni, però, siamo diventati stabili, abbiamo trovato questa sede a San Benigno e abbiamo dato vita al Che Festival!».

    [quote]Se vieni coinvolto facendo una cosa che ti piace e che ti diverte, sei più predisposto ad ascoltare. Non è vero che certe tipologie di persone (i giovani delle discoteche, i ragazzi con i dreadlocks) non sono solidali, è solo che le associazioni del terzo settore non gli parlano nel modo giusto[/quote]

    Logisticamente come fate ad andare avanti? Cosa comporta la scelta di offrire un festival come questo gratuitamente?

    «È una scelta molto dura, anche se abbiamo aiuti: ad esempio, abbiamo deciso di pagare l’affitto di questo spazio che occupiamo a San Benigno, di proprietà dell’Autorità Portuale, ma abbiamo un canone agevolato al 90% stabilito dal Demanio. Quando siamo arrivati qui, molti di noi erano disperati: non c’era nemmeno l’asfalto, non c’era niente. Abbiamo fatto tutto da soli, grazie al lavoro dei volontari: qui non è mai entrata una ditta esterna, a meno che non fosse partner. Per il resto, abbiamo asfaltato, costruito il campetto aperto e gratuito tutto l’anno, il magazzino, gli infissi, le aule e i locali che usiamo per le nostre attività durante tutto l’anno. Non c’era nemmeno l’elettricità. Fino a 4 anni fa non avevamo una sede, solo un piccolo ufficio a Borgoratti 2 metri per 2, e ci appoggiavamo al VTE per il trasporto delle merci: la logistica non era delle migliori, ma abbiamo realizzato lo stesso oltre 20 missioni. Poi finalmente siamo arrivati qui, e anche se il lavoro è stato duro eravamo felici. Ora riceviamo, per fortuna, contributi da enti pubblici e privati, da sponsor, istituzioni e media partner, con i quali c’è un rapporto di cambio merci. Per esempio, da dieci anni collaboriamo con il gruppo Messina, che mette a nostra disposizione container per le missioni ed effettuano il trasporto fino al porto più vicino. Tutto quello che vedete qui è “spazzatura”, materiale di recupero: i tavoli vengono da una vecchia nave di Costa Crociere, poi ci sono pallet, una vecchia libreria che fino a qualche anno fa era al Palazzo della Borsa, parti recuperate dal mercato di Via Bologna. Le piante sono state donate da un commercialista e da un vivaio di Savona. Anche la copertura del palco è stata donata dal nostro sponsor, la birra DAB. E soprattutto: gli artisti si esibiscono gratuitamente e non percepiscono nemmeno un rimborso per il viaggio (alcuni vengono dalla Calabria o dalla Lombardia, per esempio)».

    Chi aiutate? Dove svolgete le vostre missioni umanitarie?

    music-for-peace-che-festival-7«Dal 2009 ci siamo concentrati sulla Striscia di Gaza perché abbiamo lasciato il cuore qui. È un contesto particolare: un’area grande come Genova, con 1,7 milioni di abitanti e sotto assedio, il che vuol dire che le merci non possono né entrare né uscire e non è possibile lo sviluppo economico. Sono negati tutti i diritti umanitari e proviamo a restituire loro qualcosa che hanno perso, anche se questo non è assolutamente comparabile al valore di quello che, umanamente, riportiamo indietro al termine della missione: queste persone ci insegnano molto. Prima siamo stati un po’ ovunque: Kosovo, Afghanistan, Su Sudan, Sri Lanka, Bosnia».

    Come si svolgono le missioni a livello pratico?

    «Siamo ospitati a casa di amici diversi di volta in volta, a seconda del Paese in cui operiamo. Restiamo circa 20, 30 giorni e abbiamo un referente sul posto che ci aiuta a trovare un magazzino in cui depositare le merci, e collaboriamo con associazioni locali e partner che si occupano di disabili, o ospedali, asili ecc. Le associazioni vengono al magazzino a prendere il materiale di cui hanno bisogno e lo distribuiscono direttamente all’interno della loro sede: i palestinesi hanno le merci direttamente dalle mani di altri palestinesi, non da noi occidentali perché si sta sviluppando una sorta di razzismo nei confronti degli attivisti…».

    Siete attivi anche a Genova, vero?

    «Sì, anche in città collaboriamo con associazioni attive sul territorio. Da due anni abbiamo firmato un patto di sussidiarietà con il Comune di Genova e abbiamo partner attivi su tutto il territorio che ci inviano schede con i dati di famiglie bisognose, che noi aiutiamo preparando loro la spesa e sostenendoli in vari modi. Il progetto si chiama “Dalla gente per la gente”».

    In città siete conosciuti soprattutto per il Che Festival! e per le vostre missioni, ma non siete solo questo, vero? Quali altri progetti seguite?

    «I nostri progetti si raggruppano sotto un grande contenitore che si chiama “Solidarbus”: al suo interno c’è Che Festival! da quattro anni, le missioni, Dalla gente per la gente, il tour solidale itinerante e Solidarscuola. Tutto l’anno, infatti, il lavoro qui prosegue, siamo sempre in movimento qui all’interno della sede di San Benigno: da gennaio a maggio lavoriamo con le scuole liguri (l’anno scorso c’era anche una di Milano) dalle elementari alle superiori, con un progetto gratuito per insegnare i diritti umani. Ogni giorno vengono qui, nella nostra Aula Vik, un centinaio di bambini e ragazzi. Prima ci occupiamo di una parte teorica, attraverso giochi o spunti di approfondimento; poi passiamo alla pratica: i ragazzi lavorano, fanno pacchi, confezionano materiale e preparano anche disegni e lettere per le persone che riceveranno il materiale. Ogni scuola apre un proprio punto di raccolta all’interno del proprio quartiere/città e ci consegnano il materiale da inviare alle popolazioni che aiutiamo. Durante il Che Festival! si esibiscono con recite, cori, balli per far vedere quello che hanno imparato».

    A proposito di San Benigno, come mai la scelta di stabilirvi qui?

    «Una scelta impopolare, ma c’è un motivo intanto logistico (siamo vicini ai container e al porto per l’imbarco delle merci), e poi simbolico: quello di ridare slancio a una zona tristemente nota per altre attività che non sono la solidarietà e schiacciata da attività portuali, industriale e uffici. Riuscire a far arrivare ogni giorno qui centinaia di ragazzi, ad esempio, è stata una scommessa: è difficile portare gente qui, ci si deve venire apposta, e ora in molti frequentano quest’area. Per esempio gli abitanti di Sampierdarena approfittano del nostro campetto per venire a giocare a calcio qui, e anche gli spazi interni sono tutti aperti alla cittadinanza. Inoltre, è stata una scelta anche simbolica: i primi camion diretti in Afghanistan nel 2002 sono partiti da qui».

    Le scorse edizioni e la presente: una previsione prima della fine?

    «Nel 2013 abbiamo raggiunto le 60 mila persone, ma quest’anno sta andando molto meglio e abbiamo fatto un vero salto di qualità. Non ci facciamo tanta pubblicità perché è un investimento che non possiamo permetterci, ma grazie al passaparola c’è stato un incremento e i liguri si sono affezionati a quella che è una manifestazione popolare dove ognuno può trovare una propria dimensione, affine ai propri gusti».

     

    Elettra Antognetti