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  • Villa Ines e Casa Bozzo, il confronto tra i due centri di accoglienza. Come vincere la “paura dello straniero”

    Villa Ines e Casa Bozzo, il confronto tra i due centri di accoglienza. Come vincere la “paura dello straniero”

    villa-ines-struppa-migrantiL’arrivo di 50 migranti fra i 18 e i 22 anni, provenienti dai paesi del Centro Africa (Gambia, Nigeria, Mali, Costa d’Avorio) nel nuovo Centro di Accoglienza di Villa Ines, a Struppa, ha causato numerose proteste sia da parte degli abitanti del quartiere, sia da parte degli esponenti di alcuni partiti politici. Alessio Plana, esponente di Lega Nord, ha riassunto con queste parole la sua visione della situazione: «Ci vogliono più CIE per fermare quest’invasione». Anche se nel corso dell’incontro fra la cittadinanza e il Comune, alla presenza degli operatori del Centro, del 14 marzo, i cittadini hanno manifestato le loro preoccupazioni, il Comitato Tutela Futuro Struppa e Salita Canova il 16 marzo è sceso in piazza per protestare contro l’arrivo degli immigrati a Villa Ines. «Gli stranieri possono mettere ansia» è stato uno dei post it attaccati sui semafori a Struppa in occasione della manifestazione, insieme ad altri, se non del tutto contraddittori, almeno di difficile interpretazione: “Non abbiamo paura del diverso, preoccupiamoci del nostro futuro”.

    La presidentessa del Comitato per gli Immigrati e Contro Ogni Forma di Discriminazione, Aleksandra Matikj, che ha organizzato una manifestazione di solidarietà con gli ospiti della struttura, ha commentato: «Lega Nord e destra dovrebbero spiegare la pericolosità di giovani fra i 18 e i 22 anni arrivati nel padiglione D della Fiera di Genova e accolti a Villa Ines». Alla contro-manifestazione hanno partecipato il Pcl, la Federazione di Sinistra, Genova in Comune, Rifondazione Comunista, la Comunità di San Benedetto, Il Cesto, Sinistra Italiana, l’Anpi e il Forum per la Sinistra Europea.

    Casa Bozzo: dopo le proteste del Comitato di quartiere, ecco come è passata la paura

    struppa-migranti-post-it-inesLa vicenda di Villa Ines ricorda quanto è successo l’anno scorso, in occasione dell’apertura di un altro centro di accoglienza, presso Villa Edera, in Via Edera 22, a Quezzi. Casa Bozzo (è questo il nome della struttura) è gestita dalla Cooperativa Sociale Ceis Genova, di cui è presidente Enrico Costa. Nella stessa struttura, dovrebbero essere ospitati anche degli anziani (che non sono ancora arrivati oggi, a causa del ritardo nei lavori di ristrutturazione, dovuto agli alti costi). Anche in quella circostanza, gli abitanti del quartiere manifestarono preoccupazione per l’arrivo dei richiedenti asilo. Queste paure furono alimentate dalla diffusione di informazioni errate e non controllate, come quella che prevedeva l’inserimento di 300 persone, quando in realtà il numero fissato era di 50 (tra cui 25 minori). Enrico Costa ha cercato di gestire il conflitto rispondendo a tutte le domande, anche quelle più critiche, che venivano fatte dagli abitanti del quartiere, ricordando che «in questi casi, si tratta di una sistemazione temporanea, di un insediamento di durata non superiore ai due o tre anni».

    Anche a Quezzi la popolazione si è riunita in un Comitato di Quartiere che ha messo i piedi una vera e propria campagna di comunicazione contro la creazione del Centro. Hanno scritto lettere di protesta al sindaco Doria e al presidente della Regione Giovanni Toti, hanno fatto volantinaggio nel quartiere e hanno pubblicato una petizione sul web. In un’intervista, hanno descritto le loro iniziative con queste parole: «Non siamo razzisti, il quartiere è già ad alto tasso di immigrazione. E non ci fermiamo, siamo molto preoccupati». Marina Vella, membro del Comitato, ha commentato: «Vogliamo rassicurazioni sulla provenienza di questi profughi. Arrivano prima i profughi, per gli anziani ci vogliono più autorizzazioni e tempi più lunghi, abbiamo paura che gli anziani non vengano mai».

    Tuttavia, il Ceis Genova è andato avanti per la sua strada (anche perché aveva il diritto dalla sua) e ha dimostrato di saper gestire il conflitto, tanto che oggi la situazione sembra essersi completamente appianata. Michele Serrano, responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa del Ceis Genova, ha raccontato a Era Superba come la Cooperativa ha gestito con successo la crisi. «Il primo ingrediente del successo – ha spiegato – è stato ascoltare con attenzione le istanze di tutti, comprese le mail di insulti, le critiche di cittadini che spiavano le attività degli ospiti e poi le criticavano». La Ceis è sempre stata disponibile ad accogliere le richieste degli abitanti di Quezzi, al punto di far aprire un’altra strada, chiusa da tempo, riservata agli immigrati, che così non dovevano percorre la stessa dei “bianchi” in risposta ad una delle maggiori preoccupazioni evidenziata dalla popolazione locale che era quella per la sicurezza delle donne, dei bambini e degli anziani.

    L’apertura di una strada apposta per i “neri” è un atto di emarginazione, come Serrano stesso ha ammesso. Tuttavia, racconta «ci è sembrato più importante tutelare i nostri assistiti da calunnie più gravi», come quella, appunto, di poter in qualche modo nuocere all’incolumità di donne e bambini. «E’ chiaro che c’è del razzismo dietro alle richieste che siamo stati costretti ad accogliere – sottolinea Serrano – ma se questo è stato il prezzo da pagare per ottenere che i ragazzi venissero accettati, è andata bene così».

    Oggi, entrambe le strade sono usate sia dagli stranieri sia dagli italiani, ponendo fine a questo “mini Apartheid”, decisamente inaccettabile in un Paese che si definisce civile, la cui carta fondamentale si ispira ai principi antifascisti e ai Diritti dell’Uomo. Gli abitanti del quartiere sono stati “invitati” dentro la struttura, attraverso la costruzione di una Chiesa, aperta a tutti, i cui una volta al mese viene celebrata la messa. E’ stato predisposto un orto, di cui tutto il vicinato può usufruire. Piano piano, la paura del diverso si è dissolta e addirittura c’è chi si è “sbilanciato” in piccoli atti di solidarietà: «Un cittadino ci ha donato qualche libro per i nostri ragazzi”, racconta orgoglioso Serrano.

    Insomma, il sentimento che predomina in questa vicenda è la paura. E la paura se n’è andata quando i cittadini si sono accorti che i profughi sono certo diversi, sicuramente stranieri, ma totalmente innocui. L’esperienza di Casa bozza, con il suo percorso e il suo “successo”, può quindi essere un confronto importante per il territorio di Struppa, attraversato dalle stesse paure

    Come funziona Casa Bozzo: intervista a Federico Clarizio, Responsabile della struttura

    Per capire meglio come mai gli abitanti di Quezzi, spaventati inizialmente dall’arrivo degli ospiti della struttura, si siano in seguito tranquillizzati, parliamo con Federico Clarizio, Responsabile di Casa Bozzo, che ci descrive le attività in cui sono impegnati i ragazzi. «Gli ospiti della struttura, ora, sono 60, perché sono stati previsti 10 posti in più per ragazzi appena sbarcati in Sicilia – spiega – fra questi, ci sono 14 minorenni».

    Nel centro non sono necessari tantissimi operatori: i dipendenti sono tre, coadiuvati da altri che lavorano saltuariamente e vengono pagati in voucher, e che lavorano solitamente di notte. «Casa Bozzo, comunque, è sempre presidiata» precisa Clarizio. Il tentativo intrapreso è quello di dare ai ragazzi l’autonomia che consenta loro di vivere non come in un collegio, ma in una vera e propria abitazione: «Abbiamo fatto la scelta, per esempio, di dare loro la possibilità di fare la spesa e cucinare ciò che vogliono nelle cucine di cui è fornito ogni piano». Le stanze sono ampie (la struttura è molto grande), sono da due o da quattro persone. «La più grande ha tre letti a castello, ma misura 40 metri quadri».

    Il timore che i giovani ospiti rimanessero con le mani in mano tutto il giorno è stato subito allontanato, perché i ragazzi hanno in realtà una giornata piuttosto piena. Nella mattinata e nel pomeriggio fanno due ora di lezione di italiano, in strutture interne o esterne all’edificio. Sono anche impegnati per lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza del terreno, non solo dentro al giardino di Casa Bozzo. Collaborano con l’Associazione Orto Collettivo, sotto la supervisione della quale hanno “sistemato” il terreno che circonda il centro, ma anche quello collinare sovrastante, soggetto spesso a frane che aggravano la già difficile situazione del Ferregiano. Queste attività hanno suscitato l’entusiasmo non solo dei Municipi, ma anche del vicinato: ora succede spesso che qualcuno li chiami in casa per portare via mobili dismessi.

    Clarizio ammette che all’inizio non sono mancati i momenti di tensione: «Quando c’erano le proteste, all’inizio, la situazione era decisamente tosta», ma adesso le cose sono molto migliorate. «Pochi giorni fa un anziano ci ha chiesto di andare a prendere la sua poltrona… combinazione, poi, era una bella poltrona di pelle quasi nuova, e l’abbiamo tenuta», racconta Clarizio, «Anche gli enti privati sono contenti, a volte, di dare una mano: la Biblioteca Berio e la DeAmiciis, per esempio, ci hanno regalato qualche libro».

    Da che mondo e mondo le persone emigrano e le persone hanno paura di quello che non conoscono, soprattutto in periodi di crisi: il rapporto di causa-effetto che spesso lega questi due fenomeni, però, può essere disinnescato con l’esperienza e la “buona volontà”. Sicuramente la Politica dovrebbe occuparsi maggiormente di accompagnare questo percorso, senza cavalcare o alimentare tensioni. Per il bene di tutti.

    Ilaria Bucca

  • Verso l’8 marzo, la testimonianza di Anna, allontanata ed isolata dalla rabbia del marito violento

    Verso l’8 marzo, la testimonianza di Anna, allontanata ed isolata dalla rabbia del marito violento

    mamma-figliaAnna – il nome ovviamente è di fantasia – è una donna che non riesce ad uscire da una storia di molestie e persecuzioni, e di cui in passato ci eravamo già occupati. Anni dopo, ascoltando le sue parole, mi rendo conto che pochi passi avanti sono stati fatti nonostante una legge dedicata ed una sensibilizzazione estrema, o almeno così dovrebbe essere, per reati di questo tipo.

    Approfondimento:  Centri antiviolenza e uomini maltrattanti

    «Con il padre di mia figlia la relazione inizialmente sembrava felice, lui era interessante, brillante, si mostrava orgoglioso anche del mio lavoro che andava bene ma un giorno, per una banalissima assenza di poche ore, è esploso e mi ha dato il primo ceffone. Ho interrotto la relazione, l’ho allontanato e lui è scomparso. Sono passati mesi e poi un incontro, forse casuale forse no, e dopo le sue lacrime di pentimento e vergogna ho deciso di riprendere a vederlo. In realtà la sua famiglia conosceva già questo suo lato violento, ma quando ne ho accennato si sono ben guardati dal dirmelo, tutto si doveva e tuttora si deve nascondere. Ad un certo punto, lo so che sembra incredibile, mi sono resa conto che avevo iniziato ad avere paura di lui, delle sue esplosioni d’ira, dei suoi scatti di collera, della terra bruciata che mi aveva fatto intorno, allontanandomi dagli amici, dalla famiglia, anche dallo sport che adoravo. Allontanata ed isolata, ogni pretesto era buono per punirmi con calci e schiaffi: un barattolo fuori posto in frigo, un po’ di polvere sul mobile, persino la lampada accesa per leggere se lui voleva dormire».

    «Quando ho scoperto di aspettare un bambino –  continua a raccontare – sono stata felice, ed ho sperato che questo lo cambiasse, ma ha continuato con le violenze esattamente come prima, solo che adesso c’era anche l’obiettivo di allontanarmi da mia figlia»

    Questo ha fatto scattare qualcosa in Anna , che ha preso forza per raccontare ai proprio genitori quello che stava succedendo ma anche loro hanno dovuto fare i conti con la violenza fisica dell’uomo: «In seguito a queste lesioni gravissime ho ottenuto un primo provvedimento restrittivo per allontanarlo da casa».

    «Nel frattempo gli anni passavano, la bambina cresceva ed il mio desiderio di darle una vita serena senza rovesciarle addosso le patologie paterne è definitivamente crollato dopo parecchi anni di relativa tranquillità, in cui mia figlia vedeva il padre alla presenza di un educatore, la psicologa seguiva questo percorso ed entrambi una volta al mese tentavamo la mediazione familiare. Infatti, appena ha avuto nuovamente la possibilità di vederla da solo, ha iniziato a parlarle male di me, la madre sbagliata che cerca di rovinare la vita a tutti perché incapace di farsene una, a costringerla a stili di vita che a lei non piacciono e a rinfacciarle presunte inadeguatezze fisiche per poi ricominciare (lo aveva già fatto quando era molto piccola) con gli schiaffi e le violenze, fino a portarla a fuggire da lui chiedendo aiuto».

    Oggi? «Adesso siamo in attesa nuovamente di una sentenza, per fortuna crescendo i ragazzi possono scegliere di non vedere una persona che li terrorizza ma il mio pensiero è sempre lo stesso: perché si è permesso che si arrivasse a questo, perché si è prodotto un danno che poteva essere evitato»

    Lo sfogo di Anna, arriva anche a toccare il sistema istituzionale che dovrebbe aiutare le donne nella sua situazione: «I servizi sociali, il Tribunale, gli educatori hanno talvolta (in certi casi colpevolmente) trascurato l’evidenza dei fatti per rifugiarsi negli stereotipi, nelle dichiarazioni di facciata e hanno fatto pressione sulla parte debole, cioè noi, invitati a più riprese ad “accettare” il padre con i suoi difetti e le sue mancanze e, aggiungo io, le sue gravi patologie evidenziate nei resoconti ma mai adeguatamente considerate quando era il momento»

    «Certamente – conclude amara – scontrarsi è sempre difficile e può causare guai, alla fine le istituzioni sono fatte da persone, con le proprie debolezze, credenze ed anche, lasciatemelo dire, pregiudizi. Perché è facile essere inflessibili con un genitore maltrattante che magari non sa neanche negare i fatti riferiti, mentre è ben più complicato con una persona attrezzata a difendersi, probabilmente patologica ma certamente abile nel mostrare il profilo migliore, quello che sa che ci si aspetta da lui. Io però adesso voglio delle risposte rispetto alle cose che ha fatto, se non a me, almeno rispetto alla bambina. La verità è che io ho sempre avuto, per tutti questi anni, un faro puntato sulla mia vita, sulle mie relazioni, sulla mia conduzione della famiglia: da lui si accontentano di una parvenza di normalità perché, mi ha detto un assistente sociale, alla fine la ragazza deve accettare il padre che le è capitato».

    A cura di Bruna Tavarello

  • Lo chiamano amore ma è solo violenza. Centri antiviolenza, uomini maltrattanti e diseguaglianze sociali

    Lo chiamano amore ma è solo violenza. Centri antiviolenza, uomini maltrattanti e diseguaglianze sociali

    solitudine-donnaLo chiamano amore, troppo amore, amore criminale o amore malato: è solo violenza. In Italia, oltre 100 donne ogni anno vengono uccise da uomini, mentre è quasi impossibile calcolare quante riescano in qualche modo a salvarsi la vita dopo aver subito violenze; l’Istat stima che il 31.5% delle donne fra i 16 ed i 70 anni abbia subito violenze e per il 16% circa si è trattato di stalking (circa la metà da un ex partner) ma anche che 8 su 10 non si siano rivolte ad alcun ente per cercare aiuto.

    Genova e la Liguria non fanno eccezione rispetto a questi dati; è dello scorso anno l’uscita di un documento pubblicato dall’Ars (Agenzia regionale per la sanità) con i risultati di una ricerca condotta dall’Unità di Criminologia dell’Università di Genova: ebbene i dati di accesso ai vari Pronto Soccorso liguri mostrano 2.476 donne che nel 2013 hanno denunciato violenze domestiche; sono invece 1.121 le donne che nel 2015 si sono rivolte ai centri antiviolenza e poco meno di 800 nel 2016. Ma questi dati devono ancora essere interpretati, visto che ogni anno circa 400-500 donne vengono prese in carico dal centro e solo un terzo di queste ha sporto denuncia alla polizia contro il partner.

    Cifre gonfiate, ritorsioni, paura: ognuno può dare la propria interpretazione di questo fenomeno ma sembra difficile riuscire a sminuirne davvero l’impatto. Persino il procuratore Capo di Genova, Francesco Cozzi, in un recente intervento ha ammesso che senza un percorso di recupero e rieducazione maschile la recidiva è quasi inevitabile, ammettendo quindi implicitamente un certo “radicamento” del fenomeno all’interno di relazioni disturbate. EraSuperba si occupò di questo argomento nel 2014, al momento del varo del Patto di Sussidiarietà che ora dovrebbe essere andato definitivamente a regime.

    Centro Antiviolenza

    Ne abbiamo parlato con Rita, da diversi anni volontaria del Centro Antiviolenza di Via Mascherona a Genova:

    Come è attualmente la situazione? Rispetto al 2013, quando si è partiti con i patti di sussidiarietà, c’è stata una sistematizzazione dei vari servizi?
    «La gestione è affidata, proprio attraverso questo meccanismo, alle varie associazioni, cooperative e gruppi di volontariato che in questo modo riescono ad occuparsi in maniera autonoma dei vari aspetti così come richiesto dall’Ente. Il rovescio della medaglia è che a dividersi lo stesso piatto sono più soggetti, quindi in buona sostanza ci sono meno soldi per tutti. Questo dal punto di vista attuale, del qui ed ora, quando è ancora il Comune che gestisce e coordina questo servizio, senza che dal Governo centrale arrivino chiare disposizioni in materia».

    Lo Stato non si sta facendo carico di questi servizi?
    «Diciamo che per due anni, dall’insediamento del Governo Renzi che si era assegnato la delega alle Pari Opportunità, affidandole poi alla Boschi che le mantiene tuttora, un vero Ministero non c’è stato, e questa mancanza si è fatta sentire».

    La Regione Liguria non è intervenuta?
    «Si, in realtà l’assessore regionale alla Cultura con delega per le Pari Opportunità Ilaria Cavo ha dichiarato di avere intenzione di rimettere ordine nel settore, stabilendo in maniera univoca gli incarichi e le competenze, in modo da assicurare uniformità e continuità a tutti i Centri liguri coinvolti. Ci sono stati stanziamenti finanziari abbastanza significativi anche se ovviamente sono sempre molto inferiori alle reali necessità».

    Ecco, a questo proposito, quanti sono i Centri Antiviolenza in Liguria?
    «Abbiamo 7 centri, di cui 3 a Genova città, uno a Chiavari ed uno a testa per le altre tre provincie; poi ci sono gli alloggi sociali e le case rifugio ad indirizzo segreto, ma diciamo che questo esula un po’ da quello che è il nostro compito primario».

    …che sarebbe?
    «Sarebbe, anzi è, accoglienza per le donne che subiscono violenza, sia fisica che psicologica attraverso comportamenti minacciosi o persecutori; è l’ottenimento di una consulenza legale per informare la donna sulle procedure a cui andrà incontro in caso di denuncia ed è un supporto psicologico affinché tutto questo percorso sia sostenuto il più serenamente e consapevolmente possibile».

    Ed in presenza di eventuali figli come vi comportate?
    «Dipende ovviamente dal grado di violenza o tensione che ci viene riferito dalla madre. In ogni caso in presenza di minori devono sempre intervenire i servizi sociali, anche perché se la signora deve rifugiarsi in una struttura occorre l’autorizzazione di entrambi i genitori, per assurdo che possa sembrare, a meno che il padre non perda la patria potestà sui figli: ma sono casi delicati da giudice dei minori e che devono essere valutati singolarmente. Comunque per gli uomini esiste un Centro apposito, Lo Spazio Uomo Maltrattante, in Piazza Colombo a Genova, gestito da Il Cerchio delle Relazioni, al quale si possono rivolgere gli uomini che riescono ad ammettere di avere un problema grave e di volerlo affrontare».

    Uomini Maltrattanti

    disperazione-uomoA questo punto la persona più adatta per parlarci delle difficoltà anche maschili è proprio Manuela Caccioni, pedagogista, responsabile del Centro Antiviolenza Mascherona, che ci racconta di come fin dal 2012 la Cooperativa Il Cerchio delle Relazioni abbia emesso il bando per un Centro di ascolto per l’uomo, una vera novità in quel momento, che adesso funziona regolarmente e che non è neanche l’unico in città.

    «In ogni caso le persone vengono sempre ascoltate separatamente, non ci può essere mediazione di coppia quando il problema è la violenza – chiarisce subito – raramente gli uomini arrivano di propria iniziativa, molto spesso sono caldamente invitati a farlo dai Servizi Sociali o dalla Polizia. Però poi sono abbastanza collaborativi, anche perché allettati dalla possibilità di essere considerati con maggiore indulgenza se dimostrano voglia di cambiare».

    Dal 2012 ad oggi è comunque cambiato molto l’atteggiamento verso questo gravissimo problema, abbiamo potuto fare formazione per gli agenti di Polizia con cui lavoriamo con buona sinergia insieme ai Servizi sociali. Questa collaborazione non solo è utile perché, come dicevo, spesso le persone vengono inviate a noi in seguito a richieste di intervento, ma diventa indispensabile per evitare un appesantimento burocratico ed anche legale che di fatto annullerebbe gli effetti dei Centri: «Basti pensare che una donna che si allontanasse da casa con il bambino a causa delle botte potrebbe essere denunciata dal marito per sottrazione di minore ed abbandono del tetto coniugale, innescando un circolo dispendioso ed estenuante di ricorsi e citazioni in giudizio».

    Ma come ottenere la protezione delle istituzioni? «Se si parla di violenza fisica –  continua la dottoressa Caccioni – la cosa migliore è rivolgersi alla Polizia che, teoricamente, sarebbe anche il primo soggetto cui chiedere aiuto in tutti i casi, anche per maltrattamenti morali, persecuzioni, stalking insomma. In questo caso non è neanche necessaria una denuncia, viene avvisato il persecutore che non saranno tollerati ulteriori comportamenti di questo tipo e nessuna iscrizione giudiziaria viene posta sulla fedina penale del presunto colpevole, tranne i casi in cui sia procedibile d’ufficio, per concorso di altro reato o qualora la vittima fosse minorenne o perché il colpevole era già precedentemente stato ammonito»

    A questo proposito la pedagogista specifica: «lo stalking è comunque una forma di violenza vera e propria, per questo le donne che si rivolgono a noi, o che sono state inviate dalla Polizia di Stato, trovano una consulenza legale con il nostro avvocato, in modo che abbiano chiaro il percorso che dovranno affrontare e si preparino a seguirlo con serenità».  A volte, però, bisogno intervenire in situazione che stanno a metà strada: «può anche succedere che la donna arrivi da noi esasperata da una serie di comportamenti distruttivi del compagno – spiega Caccioni – ma che non voglia interrompere la relazione: in questi casi noi ci adeguiamo al suo volere, non cerchiamo mai di forzarne le scelte».

    Diseguaglianze sociali

    Quando si parla di questo argomenti, però, occorre considerare un altro aspetto: in Italia la diseguaglianza sociale è sempre stata una delle più marcate fra i paesi ad economia avanzata. Questo divario fra redditi alti e bassi è poi gradualmente diminuito dalla metà degli anni ’70 fino alla fine del 1991 quando iniziarono le prime contrattazioni flessibili. Negli anni 2000 è rimasta stazionaria ma dal 2008 ha ripreso a salire. La curva della povertà segue più o meno lo stesso andamento, con alcuni scostamenti in base all’età (fonte Istat).

    Ne consegue che le politiche sociali, così come quelle delle pari opportunità sono diventate qualcosa di diverso rispetto a quando furono create, e ancora di più lo saranno in futuro, se vorranno rispondere alle nuove e mutate esigenze dei cittadini, rendendo di fatto obsolete leggi emanate anche solo pochi anni fa.

    Risulta infatti evidente come sembrino inadeguate risposte uguali ad istanze diverse, che arrivano da una società sempre più stratificata e variegata; per fare questo occorrerà ripensare, riprogettare e sostenere i servizi alla persona ed in particolare quelli socio assistenziali. Per ritornare al nostro argomento, abbiamo visto come sia i servizi sociali, sia le associazioni alle quali il Comune delega i compiti assistenziali siano, a parte la cronica carenza di fondi, effettivamente presenti ed anzi preziosi per il presidio del territorio, e come rappresentino in ogni caso un punto di riferimento imprescindibile.

    Ma occorre attenzione: nell’ultimo film di Ken Loach “Io sono Daniel Blake” c’è un operaio che cerca di ottenere una risposta da una Pubblica Amministrazione che dovrebbe aiutarlo, ma che invece diventa spietata perché il suo problema non è codificato e nessuno è preparato a gestire la complessità: se le risposte sono uniformi, i problemi si devono uniformare. Ecco, questo è ciò che i nostri servizi sociali adesso non sono, ed è anche quello che non devono mai diventare per quanto ciò possa rappresentare uno sforzo sia economico che, soprattutto, mentale e culturale.

    Bruna Taravello

  • Dipendenti comunali, sempre meno e sempre più anziani. I dati della giunta Doria

    Dipendenti comunali, sempre meno e sempre più anziani. I dati della giunta Doria

    palazzo-tursi-D3Meno dipendenti e sempre più anziani. Questa è l’estrema sintesi del documento, presentato in Sala Rossa da Isabella Lanzone, assessore per le politiche di sviluppo e gestione del personale del Comune di Genova: negli anni della giunta Doria si è mantenuta la tendenza di riduzione del personale dell’ente, con un numero di pensionamenti più alto rispetto alle nuove assunzioni. Il dato che però allarma è la mancanza di turn-over: l’età media si alza, e molti uffici si svuotano, creando inefficienze e blocco di servizi.

    Riduzione del personale e dei costi

    Questi trend abbracciano tutte le varie categorie e i livelli: dai dirigenti, che passano dai 95 del 2011 ai 76 del 2016, ai funzionari, passati da 1332 a 1181, fino a insegnanti, operatori, collaboratori e operai, che nel 2011 erano 4648 ed oggi sono 4017. «In questi anni abbiamo dovuto cercare di bilanciare le esigenze tecniche con le normative sul personale sempre più stingenti – ha sottolineato Lanzone – In questi anni, però, abbiamo razionalizzato la macchina comunale, cercando di fare fronte a tutte le esigenze operative». I numeri parlano chiaro: la dotazione organica del Comune di Genova è passata dalle 6121 unità del 2011 alle 5297 del 2016. Ne è conseguita anche una riduzione della spesa sostenuta per gli stipendi del personale: da 250 milioni di euro lordi a 214. Entrando nel dettaglio, lo stipendio lordo dei dirigenti è stato contenuto, passando da 105 mila euro su base annua a 92 mila, con riduzione anche del fondo generale per le risorse accessorie dei dirigenti per circa 5 milioni di euro; il lordo dei dipendenti, invece, è in leggero aumento dopo le contrazioni del 2012: in media, il valore lordo delle retribuzioni mensili delle diverse categorie è aumentato di 359 euro. «Un piccolo aumento, che sicuramente non inciderà in maniera consistente sul reddito – spiega l’assessore – ma che vuole essere un segnale di vicinanza a chi porta avanti la macchina comunale, che da anni è in attesa del rinnova del contratto di lavoro nazionale». I lavoratori di categoria D, i funzionari comunali, sono la categoria che forse sta sentendo meno questa tendenza: lo stipendio mensile lordo è aumentato di oltre 400 euro dal 2011, e i numeri di unità di personale sono diminuiti in maniera più contenuta. I funzionari direttivi dei musei sono l’unica voce che non presenta una contrazione numerica.

    Sempre più vecchi

    Il dato però più allarmante è la crescita dell’età media dei dipendenti comunali: ad inizio del presente ciclo amministrativo l’età media era di 50 anni e 4 mesi, oggi è salita a 53 anni e 10 mesi. Questa tendenza evidenzia la mancanza di turn-over all’interno della macchina comunale, che sta invecchiando più velocemente della media cittadina, e che rischia di non riuscire più a sostenere il carico di lavoro. Sempre in meno, sempre più vecchi. Durante il dibattito in commissione consiliare proprio questo dato ha scatenato forti polemiche; in molti tra i consiglieri hanno ricordato le montanti lamentele dei cittadini raccolte, che denunciano soprattutto l’inefficienza di sportelli e uffici, dove sempre più spesso si trova poco personale alle prese con montagne di lavoro. Sotto accusa anche gli accorpamenti, dettati da esigenze di risparmio più che da necessità di servizio. «In questi anni – spiega Isabella Lanzone – abbiamo dovuto far fronte al blocco delle assunzioni deciso da Roma e al riassorbimento di parte del personale proveniente dalla cancellata Provincia di Genova: due fattori che hanno complicato la gestione del turn-over». Secondo l’assessore, inoltre, le competenze in arrivo dall’ente cancellato dal governo, non erano del tutto compatibili con le esigenze comunali, e quindi si è dovuto trovare spesso soluzioni temporanee. Un’altra problematica è legata alla formazione del personale, che sempre più si deve confrontare con strumenti e funzioni nuove per stare al passo con i tempi: «La formazione è stata gestita utilizzando le risorse interne all’ente – ha dichiarato l’assessore – cercando di “sfruttare” al meglio le diverse eccellenze che già fanno parte dell’organico».

    Diritti del lavoro e di lavoro

    «Non uno snellimento ma un “inscheletrimento”»; questa la reazione da parte dei sindacati di categoria, sul piede di guerra riguardo le politiche nazionali sul lavoro degli enti pubblici: la principale accusa rivolta alla attuale giunta è quella di non aver saputo contrastare neanche politicamente questo andazzo, adagiandosi sulle necessità contabili, impedendo una normalizzazione contrattuale dei molti precari comunali. L’inefficienza del turn-over, secondo i sindacati, si ripercuote sulla efficienza del lavoro e sulla salute del lavoratore stesso, visto che certe mansioni sono poco adatte e sopportabili per chi è avanti con gli anni.

    Questa relazione, quindi, a prescindere dalle responsabilità politiche di contesto e di contingenza, disegna un incubo perfetto: una macchina comunale invecchiata e impoverita, che arranca dietro alla rapidità dei cambiamenti sociali della collettività; una collettività che è sempre più frantumata nella precarietà e nella disoccupazione, e per cui, quindi, certe questioni sindacali risultano essere molto distanti. Non bisogna però cadere nella facile trappola della guerra tra più o meno poveri: da un lato la difesa dei diritti acquisiti deve essere causa comune, ricordandosi però che le “battaglie” per l’acquisizione di diritti per chi non li ha dovrebbero essere battaglie di tutti.

    Nicola Giordanella

  • Dall’Europa 40 milioni per migliorare i servizi urbani. C’è anche il percorso ciclopedonale in Val Bisagno

    Dall’Europa 40 milioni per migliorare i servizi urbani. C’è anche il percorso ciclopedonale in Val Bisagno

    valbisagno-staglienoIn arrivo entro il 2020 a Genova 37,7 milioni di euro di fondi strutturali europei Pon Metro, destinati a migliorare i servizi urbani e la qualità della vita nelle 14 città metropolitane italiane grazie a un importo complessivo per l’Italia di 893 milioni di euro, con maggiore riguardo alle realtà del Sud. E’ quanto emerge dalla presentazione ufficiale del progetto svoltasi questa mattina nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi, a cui hanno presto parte tra gli altri, il sindaco Marco Doria, gli assessori comunali Anna Maria Dagnino, Emanuela Fracassi, Isabella Lanzone, Emanuele Piazza e Giorgio Martini, dirigente dell’Agenzia per la Coesione Territoriale. «Non si tratta di interventi hard ma soft – spiega il sindaco, come riportato dall’agenzia “Dire”- le infrastrutture pesanti vengono finanziate in altro modo, qui si punta sui servizi».

    Quattro gli assi di intervento individuati per la realtà genovese: agenda digitale, mobilità, efficientamento energetico e inclusione sociale.
    «Nel settore dell’agenda digitale – spiega il sindaco – rientra il potenziamento dei servizi informatici delle amministrazioni pubbliche di tutti i Comuni dell’area metropolitana che condividono il progetto, in parte per la predisposizione di piani urbanistici, in parte per progetti di resilienza, ovvero capacità di reagire al dissesto idrogeologico». Per questo capitolo sono previsti 10 milioni di euro con cui si svilupperanno anche piattaforme digitali dedicate a tributi locali, una banca dati dell’energia per la pianificazione e il monitoraggio dei consumi, la digitalizzazione dell’iter amministrativo per lo Sportello unico dell’edilizia, un sistema informativo integrato delle opere pubbliche, una piattaforma informatica di raccordo tra impresa, istituzioni e ricerca.

    Cifra simile verrà investita nell’efficientamento energetico: 2,4 milioni per la sostituzione degli impianti di riscaldamento degli edifici di edilizia residenziale pubblica, 3,8 milioni per l’efficientamento termico di Palazzo Tursi e del Teatro Carlo Felice, 3,8 milioni sul miglioramento dell’illuminazione pubblica cittadina.

    Saranno, invece, 4,8 milioni i fondi destinati alla mobilità che si concentreranno tutti nella viabilità della Valbisagno per «interventi diffusi su nodi di traffico e impianti semaforici che renderanno più fluida la circolazione in quella direttrice, con impatto positivo sui Comuni limitrofi», come spiega Doria. In particolare, 2,4 milioni di euro saranno impegnati per la realizzazione dell’itinerario ciclopedonale in sponda sinistra con contestuale messa in sicurezza del tratto tra via Adamoli e Lungobisagno d’Istria; inoltre, verrà migliorata la viabilità in sponda destra con l’ottimizzazione del trasporto pubblico, l’ottimizzazione delle paline informative e il miglioramento degli impianti semaforici.

    Infine, attenzione particolare verrà dedicata all’inclusione sociale con circa 11,5 milioni che verranno utilizzati sia nel campo dei servizi che in quello delle infrastrutture: nel primo capitolo rientrano politiche di sostengo all’abitare, all’inclusione, all’accompagnamento socioeducativo, percorsi di autonomia e avvicinamento al lavoro, con interventi rivolti a famiglie con fragilità economica e in condizioni di disagio abitativo, a cittadini senza dimora e a comunità emarginate e giovani che risiedono in aree svantaggiate; il secondo capitolo riguarda, invece, manutenzione e recupero di alloggi di edilizia residenziale pubblica.

    Anche se buona parte di questi interventi andranno a beneficio del prossimo ciclo amministrativo, il sindaco Marco Doria sottolinea come l’importante sia «avviare al più presto i processi, in modo che i soldi comincino a spendersi e mettano in moto gli investimenti perché stiamo parlando di procedure un po’ lente avviate nel 2013. Dopo 3 anni di progettazione mi sento di poter dire che questi soldi verranno spesi bene, ora però bisogna anche vengano spesi presto». Possibile anche una premialità del 6% dell’importo complessivo se il Comune di Genova dovesse superare una prima verifica della messa in opera dei lavori a fine 2018.

  • Comune di Genova, ecco la “pezza” per salvare bilancio e giunta. Venerdì pomeriggio si vota in Consiglio

    Comune di Genova, ecco la “pezza” per salvare bilancio e giunta. Venerdì pomeriggio si vota in Consiglio

    Marco DoriaDa un buco di 7,7 milioni di euro a uno di “soli” 2,2 milioni da coprire con varie limature di bilancio che non incidano sensibilmente sull’erogazione dei servizi, in particolare nel settore sociale, scolastico e del trasporto pubblico. E’ questo l”obiettivo della delibera approvata mercoledì sera dalla giunta del Comune di Genova per rimediare ai due emendamenti critici presentati dall’opposizione e approvati dal Consiglio comunale martedì scorso per modificare le aliquote della tariffa Imu-Tasi. Il testo del nuovo provvedimento, diffuso dalla agenzia di stampa “Dire” dovrà ora essere approvato dalla seduta straordinaria di Consiglio comunale che si terrà venerdì pomeriggio alle 14.30. La data limite, imposta dalla legge, per approvare le aliquote sulla tassazione delle abitazioni è infatti sabato 30 aprile. Difficile che si arrivi ai 21 voti favorevoli, necessari per una maggioranza assoluta che significherebbe anche un ricompattamento politico attorno al sindaco, ma è più probabile che la delibera venga approvata a maggioranza relativa con qualche astensione strategica. «Se la proposta non passa – conferma il sindaco Marco Doria – ce ne andiamo tutti a casa».

    La controproposta della giunta

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D2Per quanto riguarda l”emendamento che proponeva di abbassare dallo 0,58% allo 0,29% l”aliquota per gli immobili A1 (dimore signorili) adibiti ad abitazione principale, che nel testo originario avrebbe provocato mancati gettiti per 2,7 milioni di euro, la giunta propone di limitarne la validità ai proprietari con età pari o superiore a 70 anni e con reddito familiare non superiore ai 20 mila euro. In tutti gli altri casi, l”aliquota resta dello 0,58%.

    Sull”emendamento che abbassava l”aliquota dallo 0,85% allo 0,58% per i proprietari che concedono in locazione immobili a canone concordato, che comporterebbe ammanchi al bilancio di Tursi per 5 milioni di euro, Doria e assessori propongono una riduzione più contenuta, dallo 0,85% allo 0,78%, pari cioè al 25% già concesso dalla legge di stabilità 2016, considerato anche che “tale agevolazione va ad aggiungersi a quella derivante dall”applicazione della ‘cedolare secca’ con cui viene tassato, nella percentuale del 10%, il reddito proveniente da tali contratti, determinando, per gli stessi, un regime particolarmente favorevole”.

    Ora si tratta di trovare i voti necessari per far passare la delibera: se il franco tiratore del Pd, Paolo Veardo, che aveva votato favorevolmente all’emendamento sulle abitazioni signorili, dovrebbe essere riportato nei ranghi dal partito, più incerto è il comportamento dei tre consiglieri (Caratozzolo, Vassallo e Gozzi) transfughi dem che hanno dato vita al nuovo gruppo consiliare di Percorso comune, il cui voto potrebbe essere decisivo.

    Tagli insostenibili

    In una nota, la giunta ha comunicato che la modifica proposta tiene conto degli emendamenti voluti dall’opposizione ma introduce “meccanismi più selettivi e attenti agli effetti sociali e comunque tali da non incidere drammaticamente sul bilancio del Comune con tagli ai servizi per i cittadini che sarebbero ingiusti e insopportabili”. La riduzione imposta dai due emendamenti passati martedì, infatti, provocherebbe per le casse di Tursi già falcidiate dai tagli dello Stato (165 milioni in meno dal 2011), la necessità di scaricarne le conseguenze sulle tasche dei cittadini. L’amministrazione si dice anche “consapevole che, vista la particolare diffusione delle case A1 nella nostra città, ci possono essere persone anziane che, pur avendo basso reddito, per storia familiare o per altre circostanze, abitano in alloggi catalogati di lusso; però la questione non deve essere risolta attraverso una agevolazione estesa a tutti, indipendentemente dal reddito“. La diminuzione del gettito, inizialmente quantificata in circa 8 milioni, spiega palazzo Tursi, se non fossero accettate le modifiche della giunta “ricadrebbe in modo inaccettabile sui cittadini”. Sindaco e assessori ricordano che non ci sono ”sprechi” da tagliare, e sottolineano che “le spese per il personale sono scese di cinquanta milioni, sono costantemente diminuiti i dipendenti e l’indebitamento del Comune”. In queste condizioni, prosegue la giunta Doria, “l’abbassamento indiscriminato dell’aliquota sulle case classificate come A1 di lusso, così come previsto da uno degli emendamenti, si risolverebbe in una grave ingiustizia perché toglierebbe soldi ai servizi, in particolare per i meno abbienti, concedendo invece agevolazioni fiscali a famiglie di reddito più elevato” mentre “nel definire le aliquote di imposta e le tariffe l’amministrazione comunale si è sempre ispirata a criteri di equità sociale, pur nelle ristrettezze finanziarie e dovendo rispettare i vincoli di legge”.

    La mozione di sfiducia del Movimento 5 Stelle

    palazzo-tursi-putti-paolo-M5S-D2Intanto, su Doria e assessori, nelle prossime settimane, potrebbe gravare un’altra scure. Il Movimento 5 Stelle, infatti, con un lungo j’accuse, chiede al sindaco di «dimettersi perché non ne possiamo più. Della sua inconsistenza amministrativa. Della sua inerzia a tutela dei poteri forti. Del suo aristocratico distacco. Della sua debolezza politica (ed il Consiglio di martedì ne è l’ennesima cartina tornasole)». I grillini annunciano che se il sindaco «non si dimetterà, prepareremo una mozione di sfiducia. Servono 16 firme di consiglieri; noi siamo 5. Chi vuole starci sa dove trovarci. A tutti gli altri, evidentemente, va bene così».

    La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo M5S, è stata il comportamento del primo cittadino nella gestione dell”emergenza sversamento greggio nel Polcevera e a mare a seguito della rottura dell”oleodotto Iplom. «Non è colpa del sindaco se è scoppiato il tubo – dicono – ma è colpa del sindaco non aver fatto nulla in questi 4 anni per mitigare questo ed altri rischi per i genovesi. E’ colpa di Marco Doria aver spinto le grandi opere che aggiungono distruzione e dissesto proprio lungo la Val Polcevera. E’ colpa di Marco Doria non aver incontrato i cittadini lunedì sera (24 ore dopo l’accaduto)». E’ ancora «colpa del sindaco non aver gridato ai quattro venti cosa sta succedendo a Genova. E’ colpa del sindaco non aver preso il primo volo per Roma ed afferrato per il collo ministro (che solo martedì è arrivato in visita) e presidente del Consiglio affinché mettessero a disposizione tutti i mezzi disponibili. Mandano l’esercito per i no-global ma non per un disastro ambientale. Vengono in delegazione per tagliare i nastri ma non per affondare i piedi nel greggio. Il petrolio della Val Polcevera è la goccia (milioni di miliardi di gocce) che fa traboccare il vaso». L”accusa, dunque, si allarga a tutte le istituzioni che «adesso, mentre la melassa nera scorrazza allegra oppure e” affondata oppure e” aspirata oppure chissà dicono che l”emergenza e” finita. Sono stati tutti bravi, impeccabili, tempestivi, presenti. Hanno finito le parole. Invece ne vogliamo sentire ancora cinque: scusate, siamo inadeguati. Ci dimettiamo».

  • Comune di Genova, l’opposizione “taglia” 8 milioni di euro. A rischio il bilancio 2016 e la giunta Doria

    Comune di Genova, l’opposizione “taglia” 8 milioni di euro. A rischio il bilancio 2016 e la giunta Doria

    palazzo-tursi-aula-dietro-D7Un doppio colpo di mano dell’opposizione, sostenuta anche da tutti i transfughi del Pd e, almeno in un caso, da un consigliere che ancora appartiene alle fila dei dem, mette in crisi la tenuta del bilancio previsionale 2016 del Comune di Genova e, ancora una volta, quella della maggioranza (?) che sostiene (?) il sindaco Marco Doria.

    Imu-Tasi, l’opposizione taglia aliquote su canoni concordati e case signorili

    La notizia, ormai, è nota. Nel corso del Consiglio comunale di martedì 26 aprile la giunta Doria è andata due volte sotto sulla delibera che decide le aliquote e le detrazioni sulla tassazione Imu-Tasi sulla casa per il 2016. L’aula, con parere contrario dell’assessore al Bilancio, Francesco Miceli, ha infatti approvato due emendamenti che, secondo i primi calcoli, provocano mancanti introiti alle casse di Palazzo Tursi per circa 8 milioni di euro, rendendo il bilancio stesso praticamente insostenibile.
    Il primo emendamento, proposto dal Movimento 5 Stelle, fa scendere l’aliquota per i canoni concordati (l’anno scorso 19500 in tutto il Comune) dallo 0,85% allo 0,58% e provocherebbe minori introiti per circa 3,8 milioni: la modifica è stata accolta con 20 voti favorevoli (tutta l’opposizione, compresi i due consiglieri di Federazione della Sinistra e i tre di Percorso comune); contrari solo i 17 consiglieri, sindaco compreso, che rappresentano ormai a stretta maggioranza della giunta Doria che, nei fatti, maggioranza non è più.
    Il secondo emendamento, riguarda la decurtazione del 50% del canone per l’abitazione principale di categoria A1 (abitazioni di tipo signorile, l’anno scorso 4163 nel territorio comunale ma non tutte “prime case”), che passa da 0,58% a 0,29%. La modifica è stata proposta da tutta l’opposizione ed è passata con 19 voti favorevoli, compreso quello del franco tiratore del Pd, Paolo Veardo; contrari i restanti 16 consiglieri di maggioranza, sindaco compreso, e i due rappresentanti di Federazione della sinistra.

    Bilancio 2016 e giunta in crisi: i numeri che mancano

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D2E dire che, poco prima del voto, lo stesso assessore Miceli aveva illustrato all’aula i conti previsionali per il 2016, in cui è necessario affrontare minori trasferimenti dallo Stato per altri 8 milioni di euro rispetto all’anno scorso.
    Dopo l’approvazione degli emendamenti, l’assessore molto scosso avrebbe pensato alle dimissioni. D’altronde, se il bilancio non trovasse l’equilibrio, sarebbe inevitabile l’arrivo di un commissario che, per prima cosa, alzerebbe tutte le aliquote e ridurrebbe tutte le agevolazioni per far quadrare i conti.
    In serata, però, lo stesso Miceli sembrava essere tornato a più miti consigli e volersi concentrare con gli uffici comunali per trovare una soluzione tecnica e politica possibile per salvare il bilancio. L’assessore ha però ricordato che «un emendamento che abbassa la tassazione sulle case signorili e rischia che venga intaccata la capacità di spesa per i servizi sociali e il trasporto pubblico è irresponsabile. Così si mette in discussione l’equilibrio di bilancio e si corre il rischio di togliere finanze ai cittadini più bisognosi».

    Per “metterci una pezza”, una strada potrebbe essere quella di portare in aula una nuova delibera che ripristini la situazione precedente all’approvazione degli emendamenti. Ma, al di là della fattibilità tecnica, Doria e assessori dovrebbero trovare i voti per far approvare dal Consiglio comunale una decisione in tal senso.

    A conti fatti, la maggioranza è ormai una minoranza. Sulla carta, compreso il proprio, i voti su cui il sindaco può contare sono solo 17 su 41, ovvero gli 8 consiglieri del Pd rimasti all’interno del gruppo e gli 8 di Rete a Sinistra (6 Lista Doria, 1 a testa Sel e Possibile). L’ago della bilancia, come ormai d’abitudine in Sala Rossa, è rappresentato dai 3 consiglieri di Percorso comune (Caratozzolo, Vassallo e Gozzi), gli ultimi ad aver abbandonato il Partito democratico, e dai 3 consiglieri del gruppo Misto ex Idv (Anzalone, De Benedictis e Mazzei). Poi, ci sarebbero anche i 2 rappresentati dell’Udc (Gioia e Repetto) che, pur essendo formalmente all’opposizione, in passato hanno spesso rappresentato un’importante ciambella di salvataggio per Doria; ma questo accadeva soprattutto prima che il centrodestra si insediasse in Regione con Giovanni Toti.

    Il bilancio previsionale 2016: da “lacrime e sangue” a “resistenza alla resa”

    tagli trasferimenti governo bilancio comune genovaIntanto, i documenti che riguardano il bilancio verranno esaminati da tutte le commissioni competenti a partire da lunedì prossimo. A differenza dello scorso anno, quello del 2016 non sarà più un bilancio in due tempi perché, almeno fino agli emendamenti dell’opposizioni, le entrate prevedibili erano pressoché certe. Se negli anni passati il bilancio preventivo del Comune di Genova era stato definito “drammatico” o di “lacrime e sangue”, per il 2016 l’assessore Francesco Miceli, presentandolo alla stampa, lo aveva sintetizzato come «di resistenza alla resa».

    «Questo è il quinto bilancio della nostra amministrazione – ricorda il sindaco Doria, il cui mandato era iniziato proprio con la gestione dei conti previsionali per il 2012 – in cui il Comune è in grado di presentare conti puliti, corretti, rispettando indicazioni e condizionamenti che la politica economica del governo ha dato ai Comuni italiani. Non abbiamo mi sforato il patto di stabilità, abbiamo progressivamente ridotto l’indebitamento Comune di Genova proseguendo il percorso già iniziato nel precedente ciclo amministrativo, dando un contributo notevolissimo a tenere in ordine i conti di un Paese a rischio di tracollo finanziario e che ha accollato ai Comuni i maggiori oneri per tenere in piedi il sistema della finanza pubblica».

    Come riportato dall’agenzia Dire, a livello complessivo, l’equilibrio si attesta attorno 1,668 miliardi di euro, che ne fanno il sesto bilancio comunale in Italia. La parte corrente, invece, si ferma a poco meno di 816 milioni di euro, con una contrazione di circa 12 milioni rispetto al bilancio preventivo del 2015. Le minori risorse sono dovute sostanzialmente a ulteriori tagli arrivati dal governo centrale per complessivi 7,75 milioni, compreso circa 1 milione di differenza da un mancato completo risarcimento degli introiti dall’eliminazione della tassazione sulla prima casa (circa 72 milioni nel complesso).

     «Dal 2011 a oggi – ha spiegato l’assessore Miceli – abbiamo ricevuto tagli complessivi per quasi 165 milioni di euro. Basti pensare che partecipiamo al Fondo di solidarietà comunale per 78 milioni ma ce ne tornano solamente 59».

    Non va dimenticato però che, l’anno prossimo, a Genova si andrà a votare per il rinnovo dell’amministrazione. Ecco, allora, che il sindaco Marco Doria la settimana scorsa annunciava che «spenderemo tutto quello che saremo in grado di poter spendere, nei limiti della sostenibilità di bilancio, senza aumentare il debito pubblico ma neppure senza premere sull’acceleratore per la sua riduzione». Tradotto, ci potranno essere nuovi investimenti, soprattutto sul capitolo manutenzioni, benché la possibilità dell’amministrazione di contrarre debiti sia limitata: «Non esiste più il patto di stabilità – spiega l’assessore Miceli – ma il bilancio del Comune deve stare comunque in equilibrio e dobbiamo sottostare ad altri vincoli come quello di indebitamento massimo di circa 70 milioni e adesso siamo attorno ai 56 milioni. E va considerato che una quota va sempre tenuta per eventuali somme urgenze». Le previsioni comunque parlano di un debito complessivo che scenderà sotto il muro di 1,2 miliardi di euro, con una contrazione di oltre 200 milioni nel giro di 12 anni. «E’ una cifra che va considerata non solo in valore assoluto – chiosa Miceli – ma per il suo valore anticicliclo. Mentre lo Stato aumenta il debito, gli enti locali pesano sulla spesa pubblica nazionale solo per 6-8% e il debito rappresenta solo 2% di quello complessivo».

    Per quanto riguarda gli investimenti, invece, nel complesso il Comune ha previsto per il 2016 circa 172 milioni di euro, tutti frutto di finanziamenti interni, tra tasse, avanzi di bilancio precedenti, indebitamenti e altre entrate.
    A proposito di entrate, la voce principale è naturalmente rappresentata dalle tasse pagate dai cittadini che contribuiscono per oltre 402 milioni, pari al 49,36% del gettito complessivo. Le direzioni comunali, invece, potranno spendere 82,7 milioni almeno finché non interverranno variazioni di bilancio. Il totale è di circa 7 milioni inferiore allo scorso anno.

    Prima dell’approvazione degli emendamenti sulle aliquote Imu-Tasi i tagli avrebbero inciso solo in minima parte sul sociale (900 mila euro in meno rispetto all’anno scorso) e sulle scuole (20 mila euro in meno). Rispetto al bilancio preventivo dell’anno scorso, nessun taglio dei contributi era previsto per Amt, anche se la cifra (86,8 milioni di cui 29,1 di contributo diretto del Comune) è inferiore di 2,4 milioni rispetto alla partita scritta nel bilancio consuntivo 2015 ma l’assessore Miceli aveva assicurato che nel corso dell’anno sarebbe stata garantita la continuità aziendale.
    A livello consolidato, sommando le capacità di spesa corrente e in conto capitale, e quindi anche il costo del personale, il settore in cui Palazzo Tursi spende di più è proprio quello relativo a trasporti, manutenzioni e mobilità (185 milioni in conto capitale, 137 milioni in parte corrente); segue lo sviluppo sostenibile e la tutela del territorio (36 milioni in conto capitale, 143 milioni di parte corrente), il cui dato è tuttavia inficiato dalla tariffa dei rifiuti. Al terzo posto le politiche sociali (17 milioni in conto capitale, 77 milioni in parte corrente).

    Ma il sindaco ricorda che «i bilanci vanno letti sia come preventivo che come consuntivo. le cifre che vengono spese sono da vedersi soprattutto a fine anno. Lo dico perché in quattro anni, tutte le volte, siamo stati costretti ad approvare un bilancio previsionale ad anno abbondantemente iniziato e poi operare in corso d’opera variazioni anche significative che ci consentivano di realizzare le nostre politiche. Questo perché, in anni di tagli, l’impegno dell’amministrazione comunale è sempre stato quello di garantire una spesa per i servizi sociali che non venisse falcidiata, massacrata perché la riteniamo politicamente qualificante».

  • Adozioni nazionali e internazionali, tutto passa per il lungo vaglio del Tribunale dei minori

    Adozioni nazionali e internazionali, tutto passa per il lungo vaglio del Tribunale dei minori

    famiglia-adozioniNell’ampio approfondimento che Era Superba sta dedicando al tema degli affidi e delle adozioni, abbiamo già cercato di raccontare quali siano le procedure e i contesti che possono portare alla creazione di una nuova famiglia. Ma in tutti questi percorsi, nulla può iniziare senza il vaglio della Procura e del Tribunale per i minorenni (in gergo, tribunale dei minori), a cui spetta il ruolo centrale di valutare e stabilire chi deve essere adottato e chi può adottare. Un lavoro delicato, svolto in coordinamento con altri attori, che ha come obiettivo quello del “superiore interesse del bambino”, frase citata oltre 20 volte nel testo della legge di riferimento la n°184 del 1983, e successive integrazioni.

    La sentenza di adottabilità

    Il requisito fondamentale di partenza è lo stato di abbandono morale e materiale del bambino o del ragazzo all’interno della famiglia, che deve essere accertato attraverso un percorso che tuteli il soggetto interessato, e che possa verificare eventuali strade alternative all’adozione. In altre parole, prima di arrivare a una sentenza così impattante sia per la famiglia ma soprattutto per la vita del minore, vengono valutate tutte le strade possibili di recupero.
    Le segnalazioni di un potenziale stato di abbandono possono essere fatte da chiunque, attraverso denuncia presso la procura per i minorenni. Esistono, tuttavia, dei soggetti che sono tenuti obbligatoriamente a segnalare i casi a rischio: la scuola, i servizi sociali, le forze dell’ordine e gli enti locali. La segnalazione è seguita da accertamenti svolti dalla procura, attraverso i servizi sociali e il personale di pubblica sicurezza, che può chiedere al tribunale di attivare la procedura di adottabilità. Viene quindi creato un fascicolo, affidato ad un giudice delegato (scelto secondo una previsione tabellare), il quale presenta il caso alla camera di consiglio, un organo collegiale composto dal presidente del tribunale, il giudice delegato, a cui è affidato il fascicolo, e due giudici onorari, un uomo e una donna. In questa sede, vengono presi i primi provvedimenti a tutela del minore, come l’affido al Comune o la collocazione del ragazzo in comunità se il caso presenta estremi di gravità e urgenza, oppure la nomina di un tutore e la convocazione dei genitori (cui viene affidato un difensore d’ufficio). Dopo questo passaggio, fondamentale per eventualmente mettere in sicurezza il bambino, partono le indagini, svolte dai servizi sociali e sanitari: si indaga fino al quarto grado di parentela, per verificare eventuali “risorse vicariali” che possono essere attivate all’interno della stessa famiglia. Durante questa fase istruttoria sono ascoltate le parti, compresi ovviamente i genitori (o chi ha tutela legale), secondo quanto stabilito dalla legge 173 del 2015; una volta terminate le indagini, gli atti vengono depositati alle parti, per eventuali osservazioni e conclusioni. In questa fase il pubblico ministero che ha attivato la pratica può esprimere il suo parere, anche se non vincolante: dopo una successiva camera di consiglio, il tribunale, sempre collegialmente, arriva a sentenza, che ovviamente può essere impugnabile in Corte d’Appello e eventualmente ricorribile in Cassazione. Nel fare le sue valutazioni, il collegio valuta in base all’interesse presente e futuro del minore e in base all’eventuale danno che determinate condizioni possono arrecargli; se le condizioni di pregiudizio (come la trascuratezza prolungata, l’incuria, il maltrattamento e l’abuso) sono accertate, ed è accertato che non siano recuperabili in tempo utile e compatibile per la salvaguardia della crescita e dello sviluppo del minore, e si ci trova in un contesto famigliare privo di risorse alternative, si arriva alla sentenza di adottabilità.

    In attesa che si esauriscano i tre eventuali gradi di giudizio, il tribunale può decidere per una “adozione a rischio giuridico”: il minore è affidato a una coppia avente i requisiti e che sia dichiarata disponibile anche per questo particolare tipo di collocamento famigliare, potenzialmente temporaneo, in attesa della sentenza definitiva. Questo istituto è stato pensato per garantire ancora una volta l’interesse del minore, non compatibile con i tempi lunghi della giustizia.

    L’abbinamento con la nuova famiglia

    adozioni-famiglia-bimboLe coppie che scelgono la via dell’adozione possono presentare domanda presso il Tribunale per i minorenni competente che, nei fatti, è una “dichiarazione di disponibilità” all’adozione; oltre ai requisiti che abbiamo già visto, da parte del tribunale e dei servizi sociali vengono valutate, attraverso diversi colloqui, alcune “predisposizioni”: il singolo, come la coppia, infatti, possono non avere elaborato differenti tipi di lutto, compresa l’impossibilità della filiazione biologica, oppure avere difficoltà ad accettare i potenziali cambiamenti e le novità, anche di dolore, che il minore adottato può portare con sé all’interno del nuovo nucleo famigliare; anche riuscire ad assimilare come simili la genitorialità adottiva e quella biologica viene presa in considerazione, il tutto sempre nella prospettiva di poter tutelare in primis il benessere del minore adottato. La mancata approvazione, stabilita con sentenza da parte del tribunale, può essere impugnata.

    Nel caso in cui ci sia una sentenza di adottabilità, e quindi ci sia un bambino da adottare, il tribunale convoca tutte le coppie disponibili: il giudice delegato illustra a tutti il quadro famigliare e la situazione sanitaria (ovviamente omettendo i dati sensibili), successivamente ogni coppia viene chiamata singolarmente a colloquio con la commissione, per parlare del caso, e dare la propria disponibilità per quella adozione; spetterà poi al tribunale, sempre attraverso decisione collegiale presa in camera di consiglio, decretare l’abbinamento. Il rifiuto da parte di una coppia sul singolo caso non preclude le future riconvocazioni.
    Nel caso di adozione internazionale, una volta accertata la presenza dei requisiti attraverso apposita sentenza, la coppia deve rivolgersi entro un anno ad una delle numerose onlus accreditate che l’accompagneranno nel percorso.

    I numeri liguri

    Come abbiamo visto, quindi, il lavoro del tribunale accompagna ogni passaggio che può portare a compimento l’adozione. Era Superba, grazie alla disponibilità del Tribunale per i Minorenni di Genova, nella persona della dottoressa Marina Besio e del giudice onorario Agostino Barletta, ha avuto accesso ai numeri relativi alla procura territoriale (che ha giurisdizione territoriale sulle quattro provincie liguri più quella di Massa).

    Nel 2015 sono state 308 le domande di adozione nazionale, mentre 88 quelle internazionale. I dati (che non concordano con quanto comunicato dagli uffici della Regione Liguria) sono in diminuzione rispetto al 2014 (rispettivamente 355 e 136): alla base di questo trend, che conferma quello degli ultimi anni, «probabilmente il miglioramento delle tecniche di fecondazione assistita – ci spiega la dottoressa Besio – e tutte quelle terapie che facilitano e favoriscono la genitorialità biologica». L’impatto della crisi economica degli ultimi anni non è verificabile, ma potrebbe essere un ulteriore fattore. La decrescita si riscontra anche nei numeri relativi alle sentenze di adottabilità, che sono passate da 25 nel 2014 a 17 nel 2015. «Questo può essere considerato un dato estremamente positivo – continua il presidente del tribunale – che è senza dubbio il risultato degli sforzi sia del tribunale sia dei servizi sociali per recuperare altrimenti situazioni di disagio, senza dover ricorre all’adozione».
    Per la cronaca nel 2015 sono stati registrati 7 casi di sentenze di adottabilità di figli di genitori ignoti (cioè che non riconoscono il figlio alla nascita), in leggero aumento rispetto all’anno precedente, quando ci furono 5 casi.

    Ma tutte le adozioni vanno a buon fine? Non tutte: in alcuni casi, infatti, il collocamento nella nuova famiglia deve essere interrotto, per diverse ragioni, sia relative alla coppia, sia alla specifica situazione del minore. L’incidenza di fallimento si assesta al 3%, in linea con quella nazionale: «Il giudice minorile lavora pensando al futuro, cioè pensando a quali modifiche siano necessarie rispetto alla situazione attuale. Va da sé che essendo molti i soggetti coinvolti, non sempre la decisione adottata è quella più funzionale a ottenere i cambiamenti sperati».

    La spada di Damocle della riforma

    tribunale-minoriIl 9 marzo scorso la Camera dei Deputati ha approvato un testo di legge delega che riforma il processo civile, intervenendo anche sui procedimenti della giustizia minorile, prevedendo la soppressione dei Tribunali peri Minorenni e dei relativi uffici di Procura. Le conseguenze, ovviamente, ricadranno su tutte le competenze del tribunale, e quindi anche sulla questione adozioni, e hanno provocato forti perplessità e preoccupazioni per gli addetti ai lavori e non solo. «Non è stata ascoltata la proposta di creare un Tribunale, con relativa procura, unico e autonomo per i minorenni e la famiglia – sottolinea Marina Besio – la materia minorile non può essere trattata alla stregua dei comuni affari civili o privati, il rischio è quello di far scomparire uffici altamente specializzati, impoverendo tutta la cultura della giurisdizione minorile». Decenni di lavoro ed esperienza, infatti, potrebbero finire schiacciati nel calderone dei grandi tribunali ordinari, notoriamente in affanno: «Stupisce che il legislatore abbia voluto intervenire in un settore che dà buoni risultati, tanto da essere preso a modello per istituti come la mediazione, la messa alla prova e l’irrilevanza del fatto». La grande differenza sta nella prospettiva: «Se per gli adulti prevale l’aspetto repressivo, in ambito minorile l’approccio è quello della riparazione e della rieducazione». Tutti quei passaggi necessari per fare la scelta migliore per il ragazzo o il bambino, anche in ambito di adozioni, quindi potrebbero essere a rischio.

    Un’ultima battuta sulla questione stepchild adoption e la relativa vorticosa polemica delle settimane scorse: «Noi ci basiamo sull’ordinamento giuridico, che è di competenza del legislatore; il nostro interesse rimane e rimarrà l’interesse supremo del minore». In qualsiasi caso.


    Nicola Giordanella

  • Adozione internazionale? “Costosa ma la miglior spesa della mia vita”

    Adozione internazionale? “Costosa ma la miglior spesa della mia vita”

    Foto adozione internazionaleTutto è iniziato nel 2003: quando ci siamo sposati avevamo già l’idea di aspettare i due anni necessari per poter chiedere l’adozione, ma proprio quell’anno, le norme sono cambiate e si è iniziato a considerare come periodo valido anche la convivenza.

    Il nostro percorso, quindi, è iniziato subito. Davanti a noi due possibilità: adozione nazionale, ti iscrivi nel registro del Tribunale e stai 5 anni e più in lista di attesa, oppure l’adozione internazionale, attraverso associazioni dedicate, religiose o “laiche”. Questa scelta, più rapida, è decisamente più onerosa e bisogna essere disposti a spendere parecchio tra viaggi, permessi, visite, tasse varie. Noi abbiamo fatto questa seconda scelta perché, comunque, un bambino lo avremmo voluto subito. E’ una strada molto onerosa, bisogna essere disposti a spendere parecchio: tra viaggi, permessi e tasse varie, avremo speso almeno tra i 15 e i 20 mila euro. Oggi ritengo che sia stata la miglior spesa della mia vita.

    Ci siamo indirizzati sulla Russia, dove sappiamo che i minori adottabili solitamente sono ospiti di strutture adeguate, in cui ricevono, oltre al normale accudimento, anche l’affetto e la socialità necessarie per saper dare e ricevere amore.

    Inizialmente avevamo dato disponibilità per un bambino, due al massimo, ma, dopo aver superato i vari colloqui psicologici, sia singoli che in coppia, il controllo di casa nostra e dell’ambiente familiare, ci hanno avvisati che i bimbi per cui potevamo essere adatti erano tre, due femmine ed un maschietto di San Pietroburgo.
    Tutti gli interlocutori che per qualche motivo sono entrati in questa vicenda, dal personale del Tribunale ai servizi sociali, si sono rivelati affidabili e disponibili; tutti quanti sembravano credere nel nostro progetto, nessuno si è mai mostrato dubbioso o ha provato a scoraggiarci, anzi ci hanno spesso dato delle dritte per superare le difficoltà facendoci sempre sentire seguiti e protetti.

    Quando abbiamo saputo che i nostri bambini erano là e che sarebbero entrati nella nostra vita, abbiamo vissuto una fase frenetica e meravigliosa; abbiamo fatto un primo viaggio per farci conoscere dall’ente russo preposto alle adozioni per portare i nostri documenti e sottoporci alle visite psicologiche. Solo dopo aver superato questo passaggio, ci hanno richiamato per incontrare i bambini, che nel frattempo erano stati informati e preparati al grande cambiamento che stavano per vivere. Erano ospiti di strutture diverse perché la bimba più piccola non aveva ancora l’età per la casa famiglia in cui vivevano i due fratellini e si trovava in un istituto – nido assieme a un altro centinaio di bimbi come lei.
    L’incontro, il primo, è stato emozionante e coinvolgente, ma breve purtroppo.

    Dopo un mese però siamo tornati, abbiamo passato lì le nostre vacanze, in una casa che l’ente russo ci ha assegnato: abbiamo incontrato i bambini ogni giorno, cercando di comunicare e di conoscerci un po’ meglio; non abbiamo mai avuto problemi, loro erano felicissimi di noi, di venire in Italia, di essere di nuovo tutti e tre insieme; hanno iniziato prestissimo a dire le prime parole in italiano e dopo poco non hanno avuto più problemi. Visitavamo San Pietroburgo, ci incontravamo con gli educatori e con gli assistenti, anche loro sempre disponibili, gentili e collaborativi. E ci tengo a precisare che nessuno mai ha chiesto mazzette, bustarelle o “regalini”.

    So che non sempre va così e so che forse ora anche la Russia ha allungato i tempi per le adozioni: esistono stati che non hanno un sistema educativo adeguato, che non trattano bene i bimbi, che li traumatizzano chiudendoli in istituti lager con educatori totalmente inadatti, tutte realtà che non devono essere assolutamente incoraggiate. L’argomento è molto spinoso, ovviamente, in realtà chi è disposto ad occuparsi di bambini con gravi deficit psicofisici ha tutta la mia ammirazione ma occorre essere davvero preparati e motivati per farlo con successo. (Pur in mancanza di una Banca Dati Nazionale, si calcola che i fallimenti adottivi siano stati un centinaio ogni anno, negli ultimi 10 anni, fonte ARAI, ndr).

    Il momento più bello è stato quando sono venuti con noi a Genova. Il più difficile, invece, quando gli altri bimbi dell’istituto dove viveva la piccolina ci sono venuti a chiedere perché non avessimo scelto loro: avevamo portato un regalino per tutti, per lasciare un ricordo di loro tre che se ne andavano, ma non avevamo nessuna buona risposta per questa domanda.

    Noi ora siamo una famiglia affiatata e felice, i ragazzi “vengono su” bene e i problemi che possono avere sono gli stessi di qualunque altro ragazzo loro coetaneo.

    Personalmente, sentendo tutte le polemiche di questi giorni sulle adozioni da parte di single o coppie omogenitoriali, penso che una visita a questi istituti pieni di bimbi soli potrebbe far cadere parecchie certezze: è evidente che questi bimbi starebbero meglio con una qualunque famiglia che fosse in grado di garantire affetto e accudimento. Tutti partono da prese di posizione pregresse ma dell’interesse vero dei bambini importa sempre poco o niente.

    Paolo, professionista genovese, 42 anni
    *la storia di Paolo è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affido d’appoggio, quella telefonata del Comune che ha cambiato e arricchito la mia vita

    Affido d’appoggio, quella telefonata del Comune che ha cambiato e arricchito la mia vita

    Foto adozione internazionaleSono una ragazza single e, quasi sempre, penso che mi va benissimo così. L’idea, però, che per motivi di età, ad un certo punto, dovrò rinunciare al desiderio di avere un figlio, non è piacevole. Durante una serata in cui con le amiche ci si lamentava delle sempre più scarse probabilità di diventare mamme, una di loro mi parlò di una signora, ligure, mamma di 5 figli, tutti adottati o in affido; una figura che mi colpì molto e che decisi di conoscere.
    Incontrandola ho scoperto una persona molto speciale, per la quale non esistono rinunce ma scelte, e che mi ha parlato di tanti modi diversi di essere madre, incoraggiandomi ad iscrivermi ai seminari che periodicamente vengono organizzati per spiegare, sotto i vari aspetti, l’istituto dell’affido.

    Partecipando a questa serie di incontri, ho conosciuto casi concreti di persone affidatarie, e avuto informazioni e notizie di cui ero completamente all’oscuro. Ho imparato, ad esempio, che esiste l’affido near limitato al tempo in cui ci si prende cura di un minore in stato di abbandono mentre i servizi sociali completano le formalità per renderlo adottabile. C’è l’affido omoculturale quando una famiglia straniera, con figli che non riescono ad integrarsi, viene affidata ad altra famiglia culturalmente omogenea ma già inserita nel nostro contesto. L’affido può essere “d’appoggio” , in aiuto a un minore che ha almeno un genitore e una casa, oppure residenziale, quando il bambino entra per un periodo anche molto lungo in una famiglia; quest’ultima tipologia è concessa a nuclei in cui preferibilmente ci siano già dei figli naturali.
    Va detto, comunque, che lo strumento dell’affido è molto elastico, può essere adattato alle varie situazioni che via via si presentano, sempre ovviamente con l’obiettivo di tutelare il minore, mentre l’adozione è un istituto molto più rigido, definito e circoscritto nei tempi e nelle formalità.

    Passato qualche mese, sono andata in vacanza, senza pensare molto a questa possibile scelta e sarebbe forse rimasto tutto così se non avessi ricevuto una chiamata dai servizi sociali del Comune: avevano capito che ero interessata, non ero in lista ma sembravo adatta per dare il mio aiuto a una situazione di difficoltà che si era venuta a creare. Davvero non volevo saperne di più? Mi hanno spiegato che, con l’aiuto della mia famiglia, avrei potuto partecipare ad un affido “di appoggio”: sarebbe arrivato un minore, la cui situazione del momento richiedeva un sostegno, anche pratico, abitativo, ma forse limitato nel tempo.
    Senza rifletterci troppo sopra, lo devo ammettere, mi sono buttata in questa avventura che mi ha cambiato profondamente la vita; mi sono sottoposta ai controlli, colloqui e visite domiciliari (anche i “nonni”, i miei genitori, sono stati ovviamente coinvolti) e alla fine è arrivata questa bimba con la sua mamma. Non dimenticherò mai il nostro primo incontro: la mamma seduta sulla scalinata di San Lorenzo con la testolina di lei, della “mia” bimba allora piccolissima, che faceva capolino dietro la sua spalla. E’ stato amore a prima vista.

    Il mio è un affido consensuale, ottenuto cioè con il consenso del papà e della mamma, in questo caso non si passa attraverso il Tribunale perché c’è appunto questa doppia approvazione. Inizialmente, la mia disponibilità era di due weekend al mese, per aiutare la madre quando lavora nel fine settimana, ma ora ,dopo due anni, i rapporti sono molto più semplici, le diamo una mano ogni volta che serve: ora per esempio sono 10 giorni che la bimba è da me perché la madre aveva problemi. Siamo come due nuclei familiari fusi in uno solo: passiamo le feste assieme, guardiamo le partite in tv e ci organizziamo insieme per le vacanze. Le differenze culturali ci sono, a volte bisogna stare attenti a non urtare sensibilità che a noi sono estranee ma, con l’affetto e la voglia di stare insieme, le differenze si riescono sempre a superare.
    Ci sono stati anche momenti difficili: inutile negare che, a volte, mi sono trovata in mezzo a questioni che forse non mi competevano strettamente, ma ho cercato di affrontarle con i mezzi che avevo a disposizione, sempre con l’obiettivo di proteggere la bambina. Qualche volta certamente mi sono esposta troppo, ho rischiato ma per fortuna è andata bene; ho imparato a non sottovalutare le differenze di formazione e di cultura perché mi sono resa conto che il negarle ne evidenzia la profondità. Certo, a volte il pensiero che la mamma potrebbe tornare nel suo paese con la bimba (che non sarà cittadina italiana fino ai 18 anni, perché da noi vale lo ius sanguinis e non lo ius soli) mi procura un’ansia che però devo controllare, sapendo che si tratta di una persona che in ogni caso mette in primo piano il bene della figlia.

    La mia vita è cambiata molto ed ora è molto più impegnativa ma più ricca. Vedere la bambina che cresce bene, la sua mamma che è serena perché sa di poter contare anche sul nostro appoggio e tutto il surplus di affetto che questa situazione nuova ha creato è il miglior regalo che potevo farmi.


    Francesca, funzionario pubblico, 39 anni, single
    *la storia di Francesca è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affido familiare, un’istituzione per aiutare i minori a non perdere la propria strada

    Affido familiare, un’istituzione per aiutare i minori a non perdere la propria strada

    IMG_3542La nostra esperienza di affido familiare è iniziata con un pizzico di spavalderia e parecchia improvvisazione. Siamo in quattro in famiglia, abbiamo due ragazzi ormai grandi: una volta, parlando dell’argomento a tavola, ci siamo detti che avremmo, perché no, potuto farcela, eccome.
    Ho continuato a pensarci su e alla fine ho deciso di provarci: andando in Comune e consegnando la domanda, sono scattate tutte le incombenze burocratiche necessarie; ho dato la disponibilità per l’accoglienza in casa. A questo punto eravamo coinvolti tutti e quattro: abbiamo sostenuto dei colloqui psicologici, noi adulti prima singolarmente poi come coppia, e i ragazzi sia da soli, sia assieme a noi.
    Una volta superati i colloqui, ci sono stati gli incontri a domicilio: gli assistenti sociali, visitando l’abitazione, hanno visto che non avevamo ancora una cameretta pronta per il nuovo arrivato. Fermi tutti, come mai non avete previsto una camera? Semplice, credevamo di essere noi l’offerta, non la cameretta. Ci guardano colpiti e…«ok, un bambino arriverà da voi, siete idonei».

    Felicità, stupore, ansia: sono passati solo 5 mesi dalla domanda e ci comunicano che il bimbo è già stato individuato. Ha qualche problema e ci convocano nell’ufficio competente per darci le istruzioni del caso. In quel momento ci invitano a ripensarci, a prenderci del tempo se ne abbiamo bisogno, ma noi siamo ormai decisi e ansiosi di averlo con noi.

    Quando ci avvisano della data in cui lo avremmo conosciuto, ci comunicano anche che verrà direttamente a vivere con noi senza passare dalla Casa Famiglia e per questo siamo felici. Non sappiamo però nulla se non l’età, approssimativamente, nessuna foto, niente. Prepariamo un corredino di varie taglie, pappe ciucciotti e biberon, prendiamo tutti vacanza per essere presenti in questa giornata fatidica.
    Non dimenticheremo mai il momento in cui hanno suonato alla porta ed è entrato l’educatore con lui in braccio: piccino, piccino, silenzioso e tranquillo, tutto “mangiare e dormire”. Solo più tardi mi avrebbero spiegato che i bambini provenienti da storie di disagio, non reagiscono al distacco con pianti e urla, ma imparano a stare in silenzio.

    Oggi, i suoi problemi di salute ci impegnano molto, ma vediamo anche dei rapidi progressi: i primi passi, le prime parole, gli abbracci infiniti, che non sono scontati come quelli dei figli biologici, ma conquiste da meritarsi giorno dopo giorno.
    Sono passati ormai cinque anni da quel giorno, che sembra ieri e un secolo fa nello stesso momento; cinque anni, fatti di passeggini, biciclette, braccioli e piscina, pappe asilo e cartoni animati. Sia io che mio marito ci siamo tuffati nuovamente in questo mondo che pensavamo superato e, anche se a volte faticosamente, non abbiamo mai nemmeno immaginato di poterci risparmiare in qualche modo. I nostri figli più grandi hanno messo in campo un entusiasmo e una partecipazione che, lo ammetto, neanche io avrei creduto.

    Una volta al mese ci incontriamo con l’educatore, nello spazio famiglia, con i suoi genitori. Noi non ne siamo gelosi, non abbiamo nessun timore e il bambino percepisce questa tranquillità, non gli diamo “istruzioni” su che cosa dire o fare, né interrogatori su quello che è stato fatto o detto. Dopo qualche mese che il piccolo era con noi abbiamo anche conosciuto la nonna, una bella signora, molto gentile e dignitosa, ovviamente ferita da quello che era successo nella vita del bambino, ma sempre gentile ed estremamente disponibile con noi. Tuttora ha un bel rapporto con il nipote, si vogliono bene, si vedono e si sentono spesso, lei ha sempre cercato di colmare il vuoto affettivo che il bimbo ha provato; ricordo quando mi chiese se sentirmi chiamare mamma da lui mi emozionava, le risposi che io mi sento la sua mamma e ciò mi sembra normale.

    Ci siamo commossi molto la prima volta che, arrivando sotto casa, ha detto «finalmente a casa mia!», e quando all’asilo ha preparato il regalino di Natale per i suoi genitori, pensavo lo portasse all’incontro nello spazio famiglia e, invece, lo ha portato in casa nostra e ha detto «questo l’ho fatto per voi!».

    Quando abbiamo annunciato a parenti e amici che saremmo diventati nuovamente genitori, tutti hanno reagito ricordandoci l’età non proprio giovanissima, il rischio insito nel mettersi in gioco nuovamente e il dolore che ci avrebbe causato il rientro del bambino in famiglia. Oggi, invece, con l’affetto così palese che viceversa intercorre tra noi, più nessuno si mette a discutere sull’opportunità di quello che è stato, e quando ci viene prospettata la possibilità che il bambino un domani ci lasci per tornare dai genitori, rispondiamo sempre dicendo che anche lui, come tutti i figli, percorrerà la sua vita, perché l’amore è un legame ma non una catena. Il fatto di averlo aiutato a crescere, ad andare avanti con le sue gambe sarà stato, proprio come con i figli biologici, un grande successo.

    In questi giorni di grandi polemiche sulle adozioni, personalmente penso che si dovrebbe spingere di più sugli affidi: nessun figlio, neanche quello adottato, diventa nostro e a diciotto anni andrà dove la sua storia lo porterà. Stiamo comunque parlando di bambini con vissuti difficili, che, altrimenti sarebbero con la propria famiglia, per cui in realtà il ritorno a casa è spesso improbabile, talvolta escluso.
    La burocrazia degli affidi, molto più semplice e rapida rispetto all’adozione, la sua accuratezza e l’assistenza post affido, rendono questo istituto uno strumento molto valido e tempestivo, che può intervenire prima che i minori abbiano subito danni importanti.

    Noi possiamo solo dire di essere felici di aver fatto questa scelta, non tanto o non solo per quello che abbiamo potuto fare per lui, ma per quello che lui, senza saperlo, ogni giorno ci regala.

    Elisabetta, casalinga genovese, 48 anni, mamma di 3 figli
    *la storia di Elisabetta è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affidi e adozioni, perché vi stiamo raccontando solo belle storie e il dramma di parlare di fallimenti

    Affidi e adozioni, perché vi stiamo raccontando solo belle storie e il dramma di parlare di fallimenti

    Foto affido d'appoggioPrima tutti ti vogliono raccontare, presentare, far conoscere. Poi è più difficile. Per raccogliere queste testimonianze su affidi e adozioni non siamo volutamente passati attraverso le organizzazioni e le associazioni che di questo si occupano proprio per timore di ascoltare solo belle storie. Abbiamo invece raccolto comunque solo quelle perché parlare dei successi è molto più facile che raccontare i fallimenti. Di questi, sono mancati gli interlocutori perché certi insuccessi fanno molto più male di altri.

    Così, abbiamo perso i racconti di chi, nel corso di un’adozione internazionale, si è sentito talmente solo da aver concretamente paura di non farcela, di dover lasciare il proprio bimbo lì dove era stato chiamato a conoscerlo. Non abbiamo potuto parlare di come si arrivi a riportare indietro un bambino, disperati e con la sensazione di essere intimamente falliti come individui, né di come ci si possa trovare, a vent’anni da un’adozione “felicemente” arrivata, costretti ad ammettere che averla testardamente proseguita sia stato rovinoso per la vita di tutta la famiglia.

    Nessuno ne ha voluto parlare davvero. Eppure è un dramma che capita e coinvolge tutti, i servizi sociali che non hanno capito, i genitori che non si sono resi conto dei propri limiti, le organizzazioni di appoggio a volte distratte da altri obiettivi.

    Noi vi raccontiamo invece tre storie felici, come nella maggioranza capita che siano, e come quasi sempre avviene, se tutti sono onesti rispetto alle proprie capacità, possibilità, limiti.

    Leggetele con noi:

    > Il racconto di Paolo e della sua adozione internazionale

    > Il racconto di Francesca e del suo affido di appoggio

    > La storia di Elisabetta e del suo affido familiare


    Bruna Taravello

  • Adozioni e affidi a Genova, i numeri non bastano per raccontare la situazione in città e dintorni

    Adozioni e affidi a Genova, i numeri non bastano per raccontare la situazione in città e dintorni

    immagine-adozioni-bambinoDare una dimensione numerica ad adozioni e affidi a Genova non è facile. Le richieste per l’adozione di minori stranieri sono in diminuzione, le famiglie disponibili ad adottare rimangono tante mentre i minori dichiarati adottabili sono pochi. I dati che ci arrivano dalla Regione dicono che i minori che hanno trovato una famiglia a Genova nel 2015 sono 44, 11 italiani e 33 stranieri. Ci rendiamo conto che un unico dato, peraltro non confrontabile con gli anni precedenti, di certo non aiuta a chiarire la reale situazione di affidi e adozioni nella città. Ma le informazioni fin qui fornite da Asl 3, ente di riferimento sul tema, sono piuttosto carenti a riguardo.

    Il percorso che porta all’adozione è lungo e inizia un anno, per finire, nel caso di procedimenti “veloci”, dopo quasi due; tre sono gli anni minimi per le adozioni internazionali. Le indagini che portano a sentenza di adottabilità e quelle che riguardano le famiglie che hanno fatto domanda di adozione, invece, richiedono alcuni mesi mentre l’affido pre-adottivo dura almeno un anno prima di diventare adozione. Ecco perché è impossibile considerare realmente rappresentativi i dati annuali di adozioni e affidi.

    I numeri genovesi, quando abbiamo iniziato questa inchiesta, pareva fossero disponibili: come detto, è la Struttura Semplice Tutela Affido e Adozioni dell’Asl 3 genovese ad occuparsi della questione e ad avere, di conseguenza, i dati più aggiornati. Il servizio prende in carico il procedimento e segue minori e coppie nel percorso adottivo dal momento in cui il minore è dichiarato adottabile. Le stesse informazioni, però, sono diventate “misteriosamente” indisponibili in corso d’opera per “colpa” di un trasferimento di sede e di un’inaugurazione imminente (che onestamente non capiamo come possa avere direttamente a che fare con la reperibilità dei numeri) del servizio dell’ente. Ci ripromettiamo di tornare sui dati (e su questo pezzo), appena gli stessi saranno nuovamente disponibili.

    Adozioni e affidi Tribunale Minori GenovaProviamo a raccontare comunque, con i numeri del Tribunale per i minorenni di Genova, quale sia la situazione regionale, o meglio ligure e in piccola parte toscana visto che il territorio di competenza del Tribunale genovese comprende le provincie di Genova, Imperia, Savona, La Spezia e Massa.

    Le domande di adozione, nel 2014, sono state 492; le adozioni perfezionate di minori italiani sono state 35, mentre arrivano a 88 quelle di ragazzi stranieri. In 24 casi, i minori sono stati adottati dal coniuge; 4 famiglie hanno accolto minori stranieri per un affido finalizzato all’adozione, mentre risultano 30 le famiglie che hanno in affido un minore nato in Italia. I minori dichiarati adottabili, con genitori noti, sono in maggioranza rispetto a quelli senza genitori: 24 nel primo caso, 5 nel secondo.

    Percorrendo i dati che il Dipartimento per la giustizia minorile del Ministero della Giustizia mette a disposizione, negli ultimi 4 anni si è registrata una diminuzione delle domande da parte delle famiglie alla disponibilità ad adottare, scendendo dalle 641 del 2010 alle 492 del 2014, mentre sono più costanti i dati degli affidi, che rimangono fra i 30 e 40 nei 4 anni presi a riferimento. Le adozioni, infine, si aggirano fra i 200 e i 170 circa per lo stesso periodo.

    Ci sono, poi, i numeri dell’affido familiare (affido temporaneo di un minore presso una famiglia, finalizzato al reinserimento nella famiglia di origine una volta superate le criticità): il Comune ogni anno si occupa in media di 300 affidi temporanei di minori che riguardano casi particolarmente problematici di orfani o bambini con genitori alle prese con difficoltà non estemporanee, tra cui la tossicodipendenza, e che sono destinati a diventare successivamente adottati a tutti gli effetti.


    Claudia Dani

  • Adozioni, stepchild e affidi, ecco come ci si può prendere cura di un bambino e accoglierlo nella propria famiglia

    Adozioni, stepchild e affidi, ecco come ci si può prendere cura di un bambino e accoglierlo nella propria famiglia

    AdozioniIl decreto legge Cirinnà, apparentemente, non ha fatto felice nessuno, perlomeno nessuno che non si accontentasse. Un suo merito, però, è stato quello di riaprire il dibattito sulla situazione generale delle adozioni in Italia. La questione, infatti, è decisamente complessa e non è semplice fare chiarezza, vista anche la scarsità di dati aggiornati e dettagliati e la loro non omogeneità. Cercheremo di farlo rispondendo alle domande che noi per primi ci siamo posti, grazie anche al prezioso aiuto della professoressa Gilda Ferrando, ordinaria di Diritto di Famiglia all’Università di Genova, autrice di diversi libri sulla materia, la cui collaborazione è stata molto preziosa per tentare di ricostruire un quadro più completo possibile.

    L’evoluzione delle norme sull’adozione e il diritto del bambino alla propria famiglia

    Partiamo dalla norma. Così recita l’articolo 1 comma 1 della vigente legge n. 184/1983: “Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia”. La legge n. 149/2001 ha in parte modificato il testo, introducendo un capitolo specifico sul “Diritto del minore ad una famiglia”.

    Capire e conoscere l’evoluzione dell’istituto “adozione” è importante per pesare le parole che sono state spese da molti per dire che il bambino deve stare al centro del dibattito sulle adozioni. L’argomento è tornato all’attenzione di tutti con gli scontri sulla stepchild adoption (o, in italiano, adozione del configlio) proposta dal ddl Cirinnà sulle unioni civili, poi stralciata. Solo dal 1967, infatti, il bambino viene considerato un soggetto di diritti con la legge che introduce l’adozione speciale. Questa, nello specifico così chiamata per distinguerla dall’adozione ordinaria a cui si ricorreva per una questione di successione ereditaria del patrimonio e del cognome – vuole dare al minore il diritto a una famiglia.

    Con la legge del 1983 si scinde nettamente l’adozione del maggiorenne dall’adozione del minore. Si introduce anche l’affidamento familiare, visto come uno strumento di sostegno per la famiglia d’origine. Questo dovrebbe idealmente arrivare dopo altre forme di sostegno, per esempio quello economico (art. 2). È una premessa di cui tenere conto quando si considerano le difficoltà che riscontrano le coppie che sono in lista d’attesa per l’adozione.

    L’affidamento, la strada per l’adozione e i “casi particolari”

    Il presupposto per l’intero processo di adozione è che il bambino sia in uno “stato di abbandono morale e materiale”. Prima di decidere che la natura dell’abbandono sia definitiva, lo Stato, tramite gli enti locali come i servizi sociali, deve assistere la famiglia di origine nell’interesse del bambino: in un mondo ideale la povertà non dovrebbe essere una discriminante per condurre una vita degna con la propria famiglia.

    Mentre l’adozione è intesa a dare una nuova famiglia, in maniera irreversibile, a un bambino in stato di abbandono, l’affidamento è inteso come un supporto temporaneo al bambino e alla famiglia di origine, a cui dovrebbe fare ritorno. La distinzione mira a tutelare ancora una volta il diritto del minore “alla propria famiglia”.
    Ma chi può prendere in affidamento un minore? Abbiamo due possibilità: una famiglia (preferibilmente con figli minori) o una persona singola in grado di assicurarne il mantenimento, l’istruzione, l’educazione e le relazioni affettive. Da sottolineare anche che, giudicando esclusivamente l’interesse del minorenne, ci sono alcune sentenze che hanno concesso l’affidamento anche a coppie omosessuali. Nei casi in cui l’affido familiare non sembra possibile, inoltre, il minore può essere affidato a una comunità.

    Quando i problemi della famiglia d’origine sono considerati non risolvibili, cioè quando si è concretizzato lo stato di abbandono morale e materiale, il minore viene dichiarato adottabile. Anche in questo caso, le strade da percorrere possono essere due. L’interpretazione più rigida della legge porta a cercare una coppia di coniugi disponibili all’adozione e compatibili con quel bambino, per poi procedere all’affidamento preadottivo, della durata di un anno con possibilità di proroga per altri 12 mesi e al cui termine si può procedere all’adozione vera e propria, in genere in una famiglia terza rispetto a quella naturale e quella affidataria. La seconda strada è quella dell’adozione in casi considerati particolari: se durante l’affidamento prolungato il minore è dichiarato adottabile e la famiglia affidataria chiede di adottarlo, il tribunale ne tiene conto, sempre nell’interesse del bambino e può concedere l’adozione senza interrompere il rapporto con la famiglia d’origine.

    Una riforma dell’affido familiare è stata fatta con la legge n. 173/2015 “Sul diritto delle bambine e dei bambini alla continuità delle relazioni affettive”. Rimane la valutazione del giudice caso per caso, a sottolineare che l’affidamento prolungato non determina a priori la scelta dell’adottante, ma l’interesse di quel bambino. La giurisprudenza racconta anche di alcuni casi in cui i giudici non hanno tenuto conto dell’affidamento familiare, per i quali l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo. La recente riforma ha introdotto l’obbligo di sentire gli affidatari nel procedimento di adozione, che devono comunque avere i requisiti per l’adozione piena o possono tentare di ricorrere all’adozione in casi particolari.

    Sono interessanti i dati del Rapporto del 2014 del Gruppo CRC (gruppo di lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza) sugli affidamenti in Italia: “Il 56,7% dei minorenni – si legge – è affidato da più di due anni, confermando che la pratica dell’affido “a lungo termine” è ancora una realtà sulla quale è urgente un serio confronto; per avere un quadro più chiaro a questo riguardo, sarebbe necessario anche rilevare gli affidamenti familiari che partono come consensuali e che dopo due anni proseguono come giudiziari”. Al 31 dicembre 2012, il 74,2% degli affidamenti era giudiziale, cioè non richiesto dai genitori ma disposto dalla magistratura preposta; in testa la Liguria con il 94,8%. Il Rapporto lamenta invece la mancanza di dati sui tempi di permanenza in comunità. Lo strumento dell’affido, cioè l’allontanamento dalle famiglie d’origine, è concepito come ultima risorsa, preceduta da altri interventi.

    Adozioni nazionali: chi può adottare?

    Quando parliamo di adozioni, abbiamo un’ulteriore distinzione da fare, in base all’origine del minore. Per quanto riguardo quelle nazionali, possono adottare i coniugi (va da sé che per la legge debba essere una coppia sposata, dunque, per il nostro ordinamento, eterosessuale) che abbiano richiesto ed ottenuto il decreto di idoneità dal tribunale dei minori. I requisiti per presentare domanda di disponibilità all’adozione sono quelli di essere sposati da almeno 3 anni (può essere considerato anche un periodo di convivenza prima del matrimonio, se dimostrabile), di non essere separati, di poter provvedere economicamente al mantenimento del figlio, di avere una differenza di età non inferiore ai 18 anni e non superiore ai 45 per uno e 55 per l’altro coniuge rispetto al bambino (requisiti che possono variare in presenza di un figlio minore e per chi intende adottare due o più fratelli).
    I requisiti per ottenere l’idoneità all’adozione sono valutati dai giudici analizzando la documentazione presentata e tramite colloqui con gli aspiranti genitori e relative indagini finalizzate ad accertare la loro capacità a mantenere, crescere ed educare il minore. Questi ultimi due passaggi sono affidati ai servizi sociali presenti nella zona di residenza dei coniugi che invieranno una relazione dettagliata al giudice. Qualora fossero considerati idonei all’adozione, si guarda tra i minorenni in stato di adottabilità quello adatto alla coppia e viceversa. Dopo un anno di affidamento preadottivo (ossia quell’affidamento inteso a concludersi con l’adozione vera e propria e non come periodo di passaggio per sostenere difficoltà temporanee della famiglia d’origine) e sentiti i diretti interessati, il tribunale pronuncia la sentenza di adozione.

    Adozioni internazionali

    adozioni-internazionaliPer adozioni internazionali si intendono tutte quelle in cui il minore non sia cittadino italiano e ancora più genericamente quelle in cui adottante (la coppia di coniugi) e adottando (il minore) abbiano nazionalità diverse. Il caso più frequente e dibattuto è l’adozione da parte di italiani di un minore che risiede all’estero. La Convenzione dell’Aja, a cui la legge 183 si richiama nell’articolo 29, demarca le responsabilità dei due paesi eventualmente coinvolti nell’adozione. Al paese d’origine spetta decidere dell’adottabilità del bambino, mentre il paese di accoglienza decide dell’idoneità degli aspiranti genitori. Il raccordo è dato dalle autorità centrali e dagli enti autorizzati, che fungono da tramite per i due paesi.
    In Italia si svolge la prima fase con la dichiarazione di disponibilità all’adozione e l’idoneità. La seconda parte del lungo processo inizia nel paese d’origine del minorenne, con la sentenza di adozione disposta delle autorità, e si conclude con il trasferimento. Prima della sentenza di adozione si può ricorrere a un periodo di affidamento preadottivo, come nel caso dell’adozione nazionale. In Italia l’adozione piena prevede che non ci siano più contatti con la famiglia e deve esserci il consenso dei genitori naturali del minorenne, previa, ovviamente, omogeneità della giurisdizione in materia tra i due paesi.

    Un’altra possibilità sussiste quando una coppia o una persona singola residente all’estero abbia adottato un minore in questo paese. Una volta in Italia si presenta l’esigenza di riconoscere il provvedimento del paese di origine: adozione a tutti gli effetti o adozione ”particolare”, secondo l’articolo 44 della legge 184? In queste situazioni, la magistratura decide caso per caso.

    L’adozione in casi particolari: da dove arriva la stepchild adoption?

    L’adozione in casi particolari è disciplinata dall’articolo 44 della legge 184 e, come sottolinea la professoressa Ferrando, «si è prestata a garantire la formalizzazione di situazioni familiari di fatto nell’interesse del bambino».
    Le situazioni particolari si presentano quando non ci sono tutte le condizioni proprie viste in precedenza ma il minorenne ha comunque bisogno di un’altra famiglia che lo accolga. I casi eventuali sono indicati nello stesso articolo, come l’adozione da parte del coniuge di un genitore, previo consenso dell’altro genitore del bambino: si aggiunge, infatti, un adottante alla precedente situazione famigliare e si formalizza una cogenitorialità già esistente. Altra situazione è quella del bambino orfano di entrambi i genitori ma con parenti disposti a occuparsi di lui o persone con cui è già legato significativamente come amici di famiglia, insegnanti o il convivente di uno dei genitori defunti. Con un’adozione piena, il minore perderebbe ogni legame anche con i restanti membri della famiglia di origine, come i nonni, che invece l’adozione speciale conserva. C’è, infine, l’ipotesi in cui “vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo”: è la situazione più flessibile, ideata per poter formalizzare situazioni familiari di fatto, in cui il bambino è già legato ad altre persone.

    Come ricorda la professoressa Ferrando, prima che ci fosse la legge 40 del 2003 sulla procreazione assistita, la gestazione per altri, o maternità surrogata, non era vietata in Italia. Era proprio l’istituto dell’adozione in casi particolari a dare una formalizzazione giuridica a queste situazioni, con il marito, padre genetico, che riconosceva il figlio, e la moglie con la quale aveva condiviso il progetto di genitorialità. Questo strumento è stato usato anche per coppie omosessuali dalle Corti di Appello di Milano e Roma con sentenze motivate sempre dall’interesse del bambino, come prescritto dalla legge.

    La futura riforma della legge sulle adozioni

    Di che cosa non si occupa la nuova legge? Degli affidatari che non hanno i requisiti per l’adozione piena, vedi le persone single o non coniugate. La riforma dovrebbe andare in questa direzione rendendo la legge adatta ad una realtà più fluida e particolareggiata. La flessibilità richiesta potrebbe trovare il suo perno proprio nell’articolo 44 della legge vigente, quello sulle adozioni particolari. Un eventuale intervento dovrebbe certamente rispondere alle richieste della Convenzione Europea che l’Italia ha sottoscritto, normando le adozioni da parte di singoli e da parte di coppie omosessuali (anche se a livello comunitario questo aspetto è lasciato alla discrezionalità dei singoli Stati). Cirinnà o meno, quello che il legislatore dovrebbe tutelare, sono tutte le situazioni particolari che sono subentrate in questi anni, come quelli che di fatto saranno nuovi nuclei familiari.


    Kamela Toska

  • Il Punto Emergenza Prè raddoppia: non solo pacchi e viveri ma anche assistenza medica e sociale gratuita

    Il Punto Emergenza Prè raddoppia: non solo pacchi e viveri ma anche assistenza medica e sociale gratuita

    punto-emergenza-pre«Il bisogno è aumentato, servono più competenze». Lo dice la signora Bruna, giochicchiando distrattamente con una penna. Bruna Doglio è a capo dell’associazione Punto Emergenza Prè, eccellenza del volontariato genovese che in passato abbiamo già incontrato e raccontato sulle pagine di Era Superba. E il bisogno è talmente aumentato che stanno per essere avviati i lavori per il nuovo traguardo del Punto Emergenza, un progetto ad ora chiamato “Il Punto Emergenza a casa del Re” perché trova spazio in alcuni locali un tempo facenti parte del complesso di Palazzo Reale (sulla cui storia si vogliono anche organizzare alcune piccole lezioni per i bambini del Punto Emergenza a cura degli inservienti del Palazzo). Al numero 75 di via Prè, a fianco all’attuale sede, c’è l’intenzione di aprire un piccolo servizio materno-infantile in grado di rispondere alle crescenti esigenze degli strati più deboli della popolazione, immigrati o italiani che siano con l’obiettivo di garantire nuove assistenze pediatriche, oculistiche, dentistiche, psicologiche e consulenze legali e di orientamento al lavoro.
    «È di questo che c’è bisogno, meno parole e più fatti», riprende Bruna mentre si muove nel magazzino per preparare l’ennesimo pacco viveri, aiutata dal marito Giancarlo e dagli altri volontari.

    La storia del Punto Emergenza

    punto-emergenza-pre-2Da più di vent’anni sono nel vicolo. Il primo embrione di quello che sarebbe diventato il Punto Emergenza era un centro di distribuzione di beni per bambini frequentanti la scuola elementare San Giuseppe di Prè, legato alla Caritas. Successivamente, gli aiuti si sono estesi grazie al Banco Alimentare, poi è iniziata una collaborazione coi centri di ascolto parrocchiali del quartiere (sostanzialmente quelli delle chiese della Maddalena, di San Siro e del Carmine). Infine, quando si è capito che si stava costruendo qualcosa di nuovo e importante, nel 2009 è nata l’associazione autonoma. Nello stesso periodo sono arrivati i pediatri, medici che prestavano servizio di volontariato in un piccolo ambulatorio nel vicolo per bambini senza permesso di soggiorno e senza cure.

    Oggi il Punto Emergenza è una realtà nota, i cui interventi coprono i centri d’ascolto di tutta la città, in un’ottica sinergica di supporto materiale alle famiglie in difficoltà, concentrandosi specialmente sul nucleo famigliare madre-figlio. Sostanzialmente, si tratta di pacchi per bambini fino al primo anno di età con beni di prima necessità di vario genere (pannolini, bagnoschiuma, omogenizzati, vestiti…); poi, volta per volta, se la condizione di emergenza per la famiglia non è terminata, al compimento del dodicesimo anno del bambino, si valuta se proseguire l’assistenza attraverso la distribuzione di pacchi viveri per adulti.

    Il futuro del Punto Emergenza

    Il Punto Emergenza PrèIl nuovo progetto, che si affiancherà al lavoro già svolto di assistenza materiale, è un ulteriore salto di qualità. Negli anni, ci dice Bruna, si sono affinate le abilità dei volontari, si è cominciato a capire come dare un supporto anche morale oltre che materiale, quello che spesso serve di più alle persone in difficoltà. Parliamo di famiglie in gravissime condizioni economiche e con storie diversissime alle spalle, tutte terminate però nella grave indigenza. Famiglie italiane che sono state stroncate dalla crisi economica, ragazze-madri straniere che sono venute qui a studiare per costruire un futuro per sé e i propri cari, ex prostitute, vittime di violenze e via dicendo.

    Col passare del tempo l’utenza muta, seguendo i corsi e ricorsi storici: inizialmente molti degli assistiti erano italiani meridionali che abitavano nei vicoli, successivamente soprattutto ecuadoriani, ora per lo più mediorientali e africani oltre che, nuovamente, nostri concittadini colpiti dai problemi finanziari del nostro Stato.
    Chi per sfortuna, chi per scelte errate, tutte queste persone si sono ritrovare con la necessità di avere un aiuto. I volontari del Punto Emergenza hanno capito, col tempo, che questo aiuto non doveva limitarsi al mero pacco viveri.

    I “fatti” di cui parla Bruna sono questi, assolutamente necessari, ma sono anche il dialogo, la comprensione per capire come aiutare al meglio l’assistito: in una parola, l’accoglienza. I fatti devono essere orientati dalla conoscenza di chi si ha di fronte, della sua situazione e delle sue reali problematiche, per essere davvero efficaci. Un proverbio antico recita “se vuoi aiutare un uomo che ha fame, non dargli solo un pesce ma insegnagli a pescare”. Questa è diventata la politica del Punto Emergenza, non limitarsi a essere un bancomat ma diventare un luogo in cui chi attraversa un periodo difficile può trovare, oltre a una borsata di beni di prima necessità, parole di supporto per rialzarsi e consigli da parte di chi conosce un certo tipo di realtà. Per questo, il nuovo Punto Emergenza in casa del Re è importante, per implementare il dialogo con le famiglie avvalendosi anche dell’aiuto di esperti (tutti volontari), in grado di dare assistenza, pareri e consigli frutto delle proprie capacità professionali.

    Il presente del Punto Emergenza

    Il Punto Emergenza PrèQuesta è la vera accoglienza, quella che non si ferma alle sole parole né si limita alla mera distribuzione ma che unisce i due aspetti, egualmente fondamentali. D’altra parte, facendo un giro nel Punto Emergenza e nel suo fornitissimo magazzino in cui tutto è frutto di donazioni, pare che dopotutto l’accoglienza sia un campo in cui il popolo del mugugno eccella. «La gente ci crede, ci scommette» afferma Bruna. La realtà del Punto Emergenza si basa sulla carità dei cittadini ed effettivamente, sebbene si possa sempre fare di più, gli aiuti dei genovesi non mancano mai. La politica dell’associazione è che da volontari si è doppiamente responsabili: una volta verso i propri assistiti, per i quali bisogna fare tutto ciò che è considerato il meglio (anche quando questo significa dire dei no), un’altra verso i benefattori, chiunque siano, verso i quali ci si assume la responsabilità di usare al meglio le loro donazioni.

    Oggi, il Punto Emergenza Prè si occupa di più di 1600 interventi all’anno rivolti a 13 diverse etnie, italiani, senegalesi, ecuadoriani, marocchini e via dicendo. Un luogo in cui si dà valore alla persona a prescindere dalle sue origini e che insegna molto anche agli stessi volontari. Anche per questo, negli ultimi anni si sono avviati progetti per coinvolgere i giovani in questa straordinaria realtà di volontariato, perché da un lato possano offrire la loro energia per una giusta causa e, dall’altro, imparino sulla propria pelle cosa significhi “accoglienza” maturando una migliore comprensione delle culture e del mondo.

    Mentre parliamo con Bruna, una donna camerunense si affanna per sistemare in profondità nella sua borsa i pannolini. «Al mio paese va così» ci spiega un po’ in imbarazzo «pannolini e assorbenti si nascondono, non sta bene mostrarli». I volontari rispondono con un sorriso e delle bonarie prese in giro, come si fa con un amico piuttosto che con un cliente, strappando una risata anche alla signora.
    In questo luogo, che si apre sul vicolo con ampie vetrate illuminate e addobbate di giocattoli e vestitini, pare davvero che si concretizzino quelle tanto sbandierate (e troppo spesso nei fatti trascurate) forme di accoglienza e integrazione necessarie per far fronte al meglio ai nuovi melting-pot culturali che si stanno creando nelle nostre città, a causa delle fughe di intere popolazioni da quei devastanti conflitti che ben conosciamo.
    Se, in un momento socio-politico tanto critico una realtà come il Punto Emergenza sta crescendo, non può che essere un buon segno. Lasciandoci andare a un po’ di romanticismo, viene da pensare a un piccolo ma tenace fiore che riesce a crescere tra le fessure del selciato, ingrandendosi e colorando la strada.


    Alessandro Magrassi