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Articoli di storia. Genova com’era un tempo, la musica e i grandi personaggi del passato

  • La fine drammatica degli anni 70, dalla rivoluzione all’eroina

    La fine drammatica degli anni 70, dalla rivoluzione all’eroina

    EroinaGli anni ’70 si chiuderanno drammaticamente. La grande voglia di cambiamento che, superate ben due guerre mondiali, era esplosa nel ’68, non riuscirà a realizzare le proprie parole d’ordine. L’immaginazione al potere rimarrà una frase, quasi poetica… La spinta creativa piano piano si smorzerà. La fantasia volerà su un paesaggio socio-politico devastato, fra compromessi “storici”, spaccio di eroina, trame nere, sterili azioni armate in nome di non si sa più quale proletariato, febbroni neo-consumistici che dal sabato sera si allargheranno a tutta la settimana.

    Vi fu una copertina dell’Espresso che riportò una celebre foto (pubblicata da tutti i quotidiani e diffusa da tutti i “TG”), ancora oggi ritenuta un segno eloquente di quel periodo: si tratta di un militante dell’autonomia operaia milanese, fotografato in una delle vie del centro città, che impugna una P38 nell’atto di sparare, durante una delle tante manifestazioni terminate con scontri violenti fra polizia e manifestanti. Come se il fare politica trovasse la sua massima espressione nello scontro di piazza. E va detto che non pochi, in quegli anni, ritenevano che in un tempo relativamente breve si potesse arrivare ad una fase di fermenti rivoluzionari. Deliri giovanilistici privi di qualsiasi meditato abbozzo di “progetto sociale”.

    Ma intanto nelle piazze si moriva davvero. La strategia della tensione aveva uno dei suoi punti, di non secondaria importanza, proprio nella gestione politica della repressione delle manifestazioni del movimento. Se poi ci scappava il morto, meglio: i poliziotti spesso sparavano ad altezza d’uomo. L’11 marzo ’77, a Bologna – città “rossa” per antonomasia – morirà, durante gli scontri di piazza, A. Lorusso. In quell’occasione il sindaco R. Zangheri (del P.C.I.), per contrastare le imponenti manifestazioni contro la repressione previste nei giorni successivi, avvallò una risposta istituzionale molto grave: l’esercito, con carri armati e mezzi cingolati, arrivò nel centro della città. Anni molto difficili e duri, non a caso passati alla storia come “anni di piombo”.

    Anche i gruppi terroristici di destra, sempre in combutta con i servizi segreti (personalmente sono sempre meno incline a considerarli “deviati” quanto, invece e all’opposto, pienamente funzionali al mantenimento di un certo “ordine”, che si vuole formalmente democratico, ma soprattutto rispondente ad esigenze di equilibrio che si misurano, globalmente, entro la cornice intoccabile dell’economia di mercato, svolta all’interno di relazioni inter-nazionali di “fede” atlantica), in questo periodo raggiungono la loro massima espressione criminale. In una recente puntata di “La storia siamo noi”, il generale Maletti ed un altro alto funzionario dei servizi segreti, in quanto persone, allora, “informate sui fatti”, hanno candidamente ammesso che, dal dopoguerra in poi, gli apparati dei servizi segreti e il sottobosco dei militanti di estrema destra hanno costantemente intessuto rapporti i cui effetti furono dati dalla sequenza di attentati e stragi che insanguinarono il nostro paese: dalla Banca dell’Agricoltura (12/12/1969) alla stazione di Bologna (2/08/1980).

    E con ancor più “realismo politico” si è puntualizzato che lo stato “andava difeso a qualunque costo” e che, considerando le cose in prospettiva, anche un costo in vite umane (leggi: attentati) avrebbe potuto essere messo in conto e sopportato. Il timore era quello che l’Italia, in seguito ad una significativa vittoria della sinistra, potesse mettere in crisi l’Alleanza Atlantica. Nella stessa intervista entrambi affermeranno che i massimi vertici della politica (ossia i nostri “governanti”) erano informati su ciò che stava succedendo. Il generale Maletti concluderà dicendo testualmente: “…di più non dico e non posso dire”. E difatti, di tutte quelle stragi, scandalosamente, nessun mandante effettivo è stato mai condannato.

    Questo era il clima, nelle profondità oscure della vita politica italiana di quegli anni, con agenti della C.I.A. e di altri servizi segreti impegnati a fornire esplosivi, coperture e “consulenze”. E su, in superficie cosa succedeva? Nel 1975 Lotta Continua, il gruppo extraparlamentare più numeroso, con decine di migliaia di militanti e sedi in tutta Italia, si “scioglierà nel movimento”. È un segnale pesantissimo, dal suono beffardo: il movimento, raggiunto il suo livello massimo, implode, in una liquefazione politica di cui gli “indiani metropolitani” con il loro tormentone “…scemi, scemi…” costituiranno l’isterica punta “creativa”. E se fino a qualche anno prima sembrava che la classe operaia potesse andare in paradiso, ora molti dei giovani convinti che in Italia potesse esserci la rivoluzione, si troveranno a morire di eroina in qualche buio vicolo o su una panchina.

     

    Gianni Martini
    [foto di Roberto Manzoli]

  • Il fallimento del Movimento e gli effetti devastanti del consumismo

    Il fallimento del Movimento e gli effetti devastanti del consumismo

    Anni 70, proteste studentiLa seconda metà degli anni ’70, come abbiamo visto nelle scorse uscite, registra alcuni fatti importanti. Da un lato, i movimenti e i partiti della sinistra raggiungeranno la loro massima punta partecipativa; dall’altro, inizieranno a comparire i segni di una crisi che investirà il “modo di fare politica”. Nel giro di pochi anni le spinte creative, aggredite da una violenta crisi economica, subiranno un tracollo. La diffusione dell’eroina accompagnerà, drammaticamente, il cosiddetto “ riflusso”. Si parlerà di un “ritorno al privato”. Per parlare di musica, tutte le grosse case discografiche chiuderanno le porte a qualsiasi  progetto non immediatamente vendibile e commerciale. Inizia la marcia trionfale dell’effimero e dell’idiozia che dilagheranno, da allora, indisturbati.

    Questi articoli di P. Pasolini, raccolti in due libri (che mi permetto di consigliare: “Scritti Corsari” e “Lettere luterane”), contenevano una costante denuncia degli effetti devastanti, sul piano delle coscienze, del consumismo e si dichiaravano apertamente contro l’appiattimento causato dalla televisione e il conseguente imbarbarimento della vita civile. Ma soprattutto, in una serie di articoli, Pasolini indicava esplicitamente i mandanti morali e materiali delle stragi, individuandoli nei vertici della Democrazia Cristiana e negli apparati controllati dal potere politico, arrivando a dire: “io so che sono loro ma non ho le prove”.

    Pasolini fu un intellettuale indipendente e scomodo e visse da relativamente isolato le sue coraggiose battaglie di denuncia del degrado della società italiana. O, forse, sarebbe meglio dire “lasciato solo” da quella mentalità conservatrice e gretta che caratterizzò tanta sinistra “popolare” italiana. Il suicidio di L. Tenco, prima, e l’assassinio di P. Pasolini, otto anni dopo, diedero, quindi, due scrolloni al torpore delle coscienze di cui si è parlato, non privi di conseguenze.

    La seconda metà degli anni ’70 rappresenta un momento cruciale per il nostro discorso. In quegli anni – soprattutto nel triennio ‘75/’77 – la spinta al cambiamento toccò la punta più alta e non solo in Italia. Possiamo affermare (con amarezza), che con la fine degli anni ’70 tramontarono i “sogni rivoluzionari”, ma anche le speranze più modeste e più realistiche di un cambiamento avvertibile della società italiana.

    Negli anni ’80 si inizierà ben presto a parlare di “globalizzazione” e la congiuntura economica mostrerà la carognesca faccia di pesanti ristrutturazioni. Interi settori industriali entrarono in crisi con migliaia di licenziamenti. La sinistra moderata era impegnata nella realizzazione del “compromesso storico”, ossia un’alleanza con i ceti moderati cattolici. Fare questo implicava – come obiettivo politico non secondario – isolare un’area politico-sociale tutt’altro che esigua, ossia il “movimento” che si collocava a sinistra del P.C.I.

    Purtroppo – vedendo le cose a distanza, con quella serenità di giudizio (ancorché radicale) che il tempo riesce, a volte, a donarci – occorre ammettere (altrettanto amaramente) che il movimento in 10 anni non riuscì a produrre quasi nulla di politicamente serio e utile. Velleitarismo, spesso tinto di comportamenti “modaioli”; una pratica politica sempre più autoreferenziale, condotta con una logica da “branco”; proclami e sterile esaltazione dell’azione violenta, fine a se stessa, porteranno ad un’incapacità di vedere politicamente in avanti, in una sorta di afasia politica. Questo, unito ai deliri dei gruppi armati, spinsero il “movimento” verso un vicolo politicamente cieco. La crisi economica, la forte repressione, i tanti morti nelle piazze, la fragilità e la stanchezza delle ipotesi e delle formule politiche fecero il resto.

    Ma torniamo per un attimo indietro, indicando sommariamente alcuni fatti importanti, relativi al periodo ‘75/’77. Nel 1975 i giovani diventano maggiorenni a 18 anni e potranno, perciò, andare a votare, aspetto molto importante perché la parte più viva ed impegnata della gioventù di allora era schierata a  sinistra (qui intesa in senso generale). Tra il ’75 e il ’77 il P.C.I. – guidato da E. Berlinguer – raggiunse un livello di consenso mai registrato prima: la DC arretra e nelle elezioni regionali viene superata, appunto, dal PCI. Questo fatto rende il clima politico-quotidiano incandescente. Fatti di grande impatto emotivo furono, nel 1976, il terremoto in Friuli e la nube tossica di diossina che avvolse la cittadina di Seveso, in Brianza. Nel 1977 l’ala più “dura” del movimento toccherà il livello di riscontro più elevato. A Bologna si terrà il “1° convegno contro la repressione”. In tutte le maggiori città italiane ci furono tra il ’76 e il ’77 molti episodi di guerriglia urbana.

     

    Gianni Martini

  • La Circonvallazione a Monte: storia dell’espansione urbana dell’800

    La Circonvallazione a Monte: storia dell’espansione urbana dell’800

    La “Circonvallazione a Monte”, la strada panoramica che attraversa le alture di Genova, da un capo all’altro della città vecchia, rappresenta uno dei più significativi risultati dell’urbanistica italiana dell’Ottocento. Oggi ha conservato il nome, diventando un passaggio obbligato per chi vuole conoscere la Superba osservandola dall’alto nel suo insieme ed è uno dei luoghi più pregiati dove abitare.

    Il libro “La Circonvallazione a monte: Genova – Storia dell’espansione urbana dell’Ottocento”  di Rinaldo Luccardini, edito da Sagep – che viene presentatato oggi (lunedì 3 dicembre) alle ore 17:45 presso la Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale; interverranno tra gli altri, Luca Borzani (Presidente Fondazione per la Cultura Palazzo Ducale), Stefano Bernini (Vice Sindaco di Genova) e l’assessore comunale a Culture e Turismo, Carla Sibilla – percorre i quaranta anni di questa leggendaria impresa iniziata quando c’era ancora il Regno di Sardegna e terminata ai primi del Novecento.

    Il volume descrive tutti i passaggi di uno sforzo collettivo «che mise alla prova l’ingegneria tecnica, quella finanziaria e quella del diritto patrimoniale – racconta l’autore del volume, Rinaldo Luccardini – e che tuttavia furono anche l’esercizio pratico delle prime tecniche urbanistiche, dal risanamento del centro storico alla nuova edilizia popolare, dai trasporti urbani meccanizzati all’intermodalità delle merci».

    Una ricerca senza alcun precedente nella storia della città che «si presta per innumerevoli altre esplorazioni poiché è basata sui documenti originali dell’epoca, tutti ancora disponibili – spiega Luccardini – Un’ enorme massa di informazioni che permette di analizzare i comportamenti delle persone: anche allora, come oggi, c’erano quelli che volevano le infrastrutture e quelli che le osteggiavano».

    Il libro è illustrato con le fotografie dell’epoca e con le planimetrie dei piani di ingrandimento urbano «In questi piani si vede anche la Genova che non è stato possibile realizzare – continua l’autore – perché la straordinaria bellezza della sua giacitura è anche il limite ai sogni dell’uomo».

    Nei cinquanta anni – tra il 1848 ed il 1898 – durante i quali il Comune di Genova ha costruito la Circonvallazione a Monte, gli uffici dell’epoca hanno conservato una rilevante quantità di documenti, ora custoditi dall’Archivio Storico del Comune, non solo progetti, contratti, dispute legali, ma anche appunti, volantini, manifesti. «I materiali si presentano commisti ad altri, senza un perentorio ordine cronologico o di genere, nello stesso ordine in cui vennero assemblati all’epoca dell’archiviazione, che spesso risale a più di centotrenta anni fa  – sottolinea Luccardini – Per riuscire a collegarli sequenzialmente è sufficiente metterli in ordine cronologico e questo è abbastanza facile perché in massima parte sono datati».

    Per riuscire a capire la strategia comunale, però «È necessario leggere simultaneamente i documenti dello stesso periodo, benché rivolti a gestire situazioni differenti sia sul piano locale che sul piano giuridico – conclude l’autore del libro – Confrontando queste “mosse” con ciò che accadeva in contemporanea in Italia e in Europa, si riesce a comprendere il valore di questa imponente impresa stradale, urbanistica ed edilizia».

     

    Matteo Quadrone

    [foto di Diego Arbore]

  • Luigi Tenco, Pier Paolo Pasolini: quando la tragedia sveglia le coscienze

    Luigi Tenco, Pier Paolo Pasolini: quando la tragedia sveglia le coscienze

    Luigi TencoSi è parlato di “torpore coscienziale”, condizione politico-culturale che caratterizzava, negli anni ’60 e ’70, larghi strati della popolazione. “Maggioranza silenziosa“, così veniva definito questo “blocco sociale” trasversale che dalla piccola e media borghesia arrivava a toccare anche i ceti popolari.

    Ritengo importante soffermarmi su questo “muro sociale” conservatore perché la sua presenza impalpabile e, appunto, silenziosa, giocò un ruolo significativo. Più che di arretratezza politica penso si trattasse di una ben più grave arretratezza culturale che si esprimeva in una mentalità chiusa e refrattaria alle novità. Sarebbe quindi sbrigativo ed erroneo liquidare come “di destra”, compattamente, quest’area sociale. Infatti, anche una parte della sinistra popolare, allora legata al P.C.I, condivideva nei fatti le stesse posizioni conservatrici che non esitarono a condannare l’arte d’avanguardia, i capelloni dei primi anni ’60, gli omosessuali.

    Eppure, in quegli anni ci furono almeno due fatti che, sul piano del costume, scossero la società civile, arrivando forse a smuovere un po’ anche le “maggioranze silenziose”: 1967 suicidio di L. Tenco e 1975 omicidio di P. Pasolini. La sociologia ci insegna che quando nella società civile si verifica un “evento traumatico” si possono determinare cambiamenti nei comportamenti sociali più o meno diffusi, in relazione all’entità dell’evento stesso. L. Tenco si suicidò nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967, mentre era in corso il festival di Sanremo. Nel drammatico messaggio che lasciò scritto sulla carta intestata dell’albergo si leggeva un’attestazione d’amore per il pubblico italiano, ma al tempo stesso una profonda delusione per il passaggio in finale di una canzonetta insulsa come “Io tu e le rose” e una finta canzone di protesta come “La rivoluzione”. L’opinione pubblica fu scossa soprattutto perché non ci si aspettava che il Festival di Sanremo potesse essere sconvolto da una tragedia simile. La morte di L. Tenco fece irrompere nella spensieratezza del tempio della canzonetta disimpegnata e leggera, del bel canto popolare, un’altra realtà: il fatto che si potessero scrivere canzoni frutto di un’ispirazione più autentica, canzoni che parlassero della vita concreta, non idealizzata e mistificata.

    Che le cose stessero iniziando a cambiare – con grida di scandalo di ben pensanti e reazionari di ogni risma – lo si era in realtà già capito da qualche anno, visto che il Festival di Sanremo aveva ospitato alcuni complessi di “capelloni” e canzoni di protesta. Comunque quasi tutta la stampa batté la strada del “cantante solo, incompreso, forse depresso e inacidito per il mancato successo”. Certamente il mondo della canzone, dopo quel tragico fatto, non fu più lo stesso. Nel 1972 nacque a Sanremo il Club Tenco e nel 1974 vi si tenne la prima “Rassegna della canzone d’autore”. Il Club Tenco (presieduto e fondato da A. Rambaldi), per statuto, si impegna a promuovere e diffondere un nuovo tipo di canzone, fuori dalle strategie delle case discografiche e della musica di consumo. Una canzone rivolta alla parte più sensibile e impegnata della società civile, già frutto di una vitalità socio- culturale, segno attuale dei tempi.

    E veniamo alla drammatica vicenda di P. Pasolini, ucciso barbaramente nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975. Gli occulti mandanti e le circostanze dell’omicidio non furono mai del tutto chiarite. Anche in questo caso l’impatto fu notevole soprattutto sulle componenti della società civile più sensibili e culturalmente attive. Buona parte della stampa, dopo aver riconosciuto o semplicemente riportato con distacco il valore dell’impegno artistico e intellettuale di Pasolini, si soffermò soprattutto sugli aspetti da “cronaca nera”. La stampa più retriva e moralista trattò il caso come “maturato negli ambienti omosessuali”. Per il resto ci si limitò con poche eccezioni a descrivere le scelte di vita di Pasolini. Si perse così (volutamente, sia chiaro), l’occasione per una discussione non solo sulla statura artistica di Pasolini ma su ciò che, come giornalista, scriveva su quotidiani e riviste importanti come “Il corriere della sera”, “Il tempo”, “Panorama”, “Rinascita”, “Il mondo” ecc, oltre a dichiarazioni rilasciate in interviste, anche televisive.

    Gianni Martini

  • Gli italo-americani più famosi nella storia degli Stati Uniti d’America

    Gli italo-americani più famosi nella storia degli Stati Uniti d’America

    Frank SinatraSono diversi e spesso di grande successo  i film che hanno per protagonisti cittadini americani – a volte fittizi, a volte realmente esistiti  – di origine italiana, i quali hanno fatto “carriera” nel mondo della malavita organizzata. Oltre a The Godfather (“Il padrino”) e Goodfellas (“Quei bravi ragazzi”), che abbiamo citato nelle scorse settimane, degno di essere menzionato è sicuramente The Untouchables (“Gli intoccabili”) di Brian De Palma, vincitore di svariati premi Oscar. Il film narra l’estenuante sfida tra il boss più famoso di tutti i tempi, Al Capone nato da genitori campani, e Eliot Ness, il poliziotto che riuscì a far condannare il famigerato gangster per evasione fiscale. “You’re nothing but a lot of talk and a badge,” (“Sei solo chiacchiere e distintivo”) dirà nel film Capone/Robert De Niro all’investigatore interpretato da Kevin Costner a seguito della condanna appena pronunciata dal giudice.

    Nel film diretto da Brian De Palma con colonna sonora realizzata dal “nostro” Ennio Morricone, un ruolo rilevante è quello del glaciale sicario di Capone, Frank Nitti, insediatosi al vertice della mafia di Chicago negli anni Trenta dopo l’uscita di scena del suo boss. Nitti, interpretato da Stanley Tucci, appare anche in un altro gangster movie ambientato nell’Illinois degli anni Trenta: Road to Perdition (in italiano “Era mio padre”), con Tom Hanks e Paul Newman.

    Ci si chiederà a questo punto se tra tanti criminali spietati e assetati di sangue e di potere sia esistito anche qualche italo-americano che abbia combinato qualcosa di buono. La risposta è ovviamente sì. La lista è molto lunga e sarebbe impossibile citare tutti gli esempi di individui che hanno dato lustro al nostro paese, fornendo un contributo eccezionale allo sviluppo degli Stati Uniti.

    Proviamo a fare comunque qualche nome partendo da quello di Fiorello La Guardia. Uno degli aeroporti di New York è stato dedicato alla memoria di questo sindaco di The Big Apple negli anni Trenta e Quaranta, figlio di un immigrato originario di Cerignola in Puglia.

    La lista prosegue poi con diversi crooner, tra i quali non solo annoveriamo Frank Sinatra, ma anche Dean Martin (nato Dino Paul Crocetti), voce di “That’s Amore”, e Perry Como, cantante di “Magic Moments”, fino ad arrivare ai giorni nostri con Madonna e Lady Gaga … Ops, chiedo scusa, avevo promesso che avrei parlato di figure illustri. Ci torniamo subito. Vale la pena per esempio menzionare il Mario Cuomo, esponente di spicco dei Democrats negli anni Ottanta e, dote rara per un politico, coerente e strenuo oppositore della pena di morte.

    Spostando l’attenzione sugli italo-americani di origine ligure, abbiamo già detto del luogo di provenienza della madre di The Voice, la signora Garaventa, che nacque in Val Fontanabuona. Dal Levante della nostra regione sono emigrati verso gli Stati Uniti anche i genitori del fondatore della Bank of America Amadeo Giannini, originari dell’entroterra chiavarese. Giannini rivoluzionò il sistema bancario, trasformandolo in un insieme di servizi accessibili non solo alle classi più abbienti, ma anche alla grande massa dei consumatori, ovvero l’esatto contrario del trend attuale …  See you!

    Daniele Canepa

  • Strategia della tensione e Movimento di protesta: gli “anni di piombo”

    Strategia della tensione e Movimento di protesta: gli “anni di piombo”

    Bologna, strage stazioneSarebbe interessante disporre di uno studio che mettesse in relazione, cronologicamente, fatti sociali particolarmente significativi per il loro impatto sulla società civile, sui meccanismi di “presa di coscienza” – da un lato – e nascita di “progetti espressivi” – dall’altro – per esplicitare ciò che stiamo sostenendo: la sorprendente esplosione di creatività in momenti storici di grandi trasformazioni.

    Negli anni ’70 le intenzioni di rinnovamento e l’impatto della contestazione attraversarono tutta la società italiana, senza risparmiare conseguentemente alcuni segmenti particolari. Oltre al mondo cattolico – come si è visto nella scorsa uscita – l’onda del dissenso invase terreni fino ad allora impermeabili ai movimenti sociali. Ad esempio, l’esercito. L’obiezione di coscienza raggiunse livelli mai visti prima di allora. Ci fu anche un “movimento dei soldati” spesso indicati come “compagni in divisa”, frutto diretto di concezioni anti militariste e pacifiste condivise da tutto il movimento.

    Poi, le “forze dell’ordine”, soprattutto la polizia e la finanza che videro nascere anche un movimento sindacale, una rivista, con poliziotti (ricordo un certo Fedeli…) che si impegnarono per un rinnovamento, attestando decisamente il loro antifascismo e la fedeltà ai valori repubblicani e democratici. E poi ancora apparati istituzionali come la magistratura, nel cui ambito presero vita organismi di orientamento politico diverso, come “Impegno Costituzionale” e “Magistratura Democratica”, presenti su tutto il territorio nazionale.

    Anche professioni dalle rilevanti implicazioni sociali, come i medici o gli insegnanti espressero, attraverso organizzazioni e associazioni di categoria (come “Medicina Democratica” e “CGIL – scuola”), una consapevolezza critica circa il ruolo e la funzione del loro lavoro, impensabile fino a 10 anni prima. D’altra parte questa presa di coscienza critica radicale, che poneva alla classe politica domande altrettanto radicali, nella direzione di una profonda azione riformatrice (a parte il movimento extraparlamentare che, almeno fino al 1977, pensava/sognava/sperava di poter “fare la rivoluzione…) era la conseguenza di un’insofferenza sempre più profonda nei confronti dei valori cardine della società borghese.

    Come si è visto, gravi e significativi fatti internazionali svolsero un ruolo di primaria importanza nel “risveglio delle coscienze”, ma anche alcune specifiche vicende italiane (oltre a quelle già sinteticamente riportate) contribuirono a dare uno scrollone violento alla condizione di “torpore coscienziale”, figlio del consumismo e della manipolazione – appunto – delle coscienze in cui viveva il popolo italiano. Mi sto riferendo, ad esempio, a tutti i loschi intrighi – quintessenza del potere che, in quanto tali, ben difficilmente potranno essere eliminati – che hanno costituito il “dietro delle quinte” della vita quotidiana degli italiani. Intrighi pericolosi, dove la finanza più spregiudicata e le mafie incontra(va)no politici senza scrupoli, preoccupati solo di mantenere i loro privilegi, funzionali al mantenimento di un ordine politico, sociale, economico che risultava sempre più lontano dagli interessi delle classi popolari e lavoratrici che, con le grandi lotte sindacali del 1969, avevano chiaramente espresso l’intenzione di non voler essere meramente un muto ingranaggio del sistema produttivo.

    Intrighi ancora più pericolosi furono tutti quelli che portavano la firma della “strategia della tensione”, di matrice golpista e fascista che, a colpi di feroci attentati cercarono di fermare ciò che era già in atto: l’avanzata politica/partitica di tutta l’area della sinistra. Questo rappresentava evidentemente un concreto pericolo per tutta la borghesia capitalistica, soprattutto per quella più “atlantica”, terrorizzata dal fatto che l’Italia potesse – a fronte di una vittoria delle sinistre – entrare nell’area di influenza sovietica.

    E così, dal 12 dicembre del 1969 (non a caso lo stesso anno delle lotte sindacali) fino al 1980 con le stragi di Bologna e di Ustica, passando per le bombe sul rapido Palermo-Torino (1970) e quelle di Piazza della Loggia e treno Italicus (entrambi i fatti sono del 1974, anno del referendum sul divorzio) fu un drammatico stillicidio, con centinaia di morti, senza mai poter arrivare agli effettivi mandanti. E in riferimento ad una intensa attività golpista (motivata come baluardo contro l’avanzata del comunismo, in difesa dei “veri” e “sani” valori dell’occidente) non si possono non ricordare i tentativi di golpe guidati rispettivamente dal generale De Lorenzo, nel giugno del 1964 (abortito sul nascere) e dal principe fascista Valerio Borghese.

    Un settimanale “L’Espresso”, fu in prima linea in quegli anni, nel denunciare questi fatti; connivenze che toccavano scandalosamente anche il Vaticano, con squallidi personaggi come il puttaniere Cardinale Marcinkus; sigle come la “P2”, la “rosa dei venti”, il “Sifar”, sconosciute alla gente normale, ma responsabili – per usare una metafora gaberiana – della peste, della cancrena della società italiana.

     

    Gianni Martini

  • Consumismo e società: pensieri di Epicuro, Pasolini, Terzani e Bauman

    Consumismo e società: pensieri di Epicuro, Pasolini, Terzani e Bauman

    Downshifting e decrescita rappresentano solo una parte di un movimento più ampio di critica alla società contemporanea le cui radici possono essere fatte risalire addirittura al IV secolo a.C.. Già nel pensiero del filosofo greco Epicuro ritroviamo il concetto di frugalità ripreso dalla teoria della decrescita. Nella lettera a Meneceo sulla felicità Epicuro scrive: «Consideriamo inoltre una gran cosa l’indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l’abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile. I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l’acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d’apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un’esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quando aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno. Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l’animo causa di immensa sofferenza.»

    Non vi sembra un manifesto della decrescita ante litteram? Avvicinandoci un po’ più ai giorni nostri ritroviamo nel pensiero di uno dei più grandi intellettuali del novecento, Pier Paolo Pasolini, un’aspra critica nei confronti della società dei consumi che era appena nata in Italia. Pasolini sosteneva che l’acculturazione e l’omologazione che il fascismo non era riuscito a ottenere erano state ottenute con una rapidità impressionante dalla società dei consumi il cui avvento aveva causato un vero e proprio genocidio culturale.

    Un altro grande intellettuale italiano, Tiziano Terzani, definiva così il capitalismo: «Oggi l’economia è fatta, per costringere tanta gente, a lavorare a ritmi spaventosi per produrre delle cose per lo più inutili, che altri lavorano a ritmi spaventosi, per poter comprare, perché questo è ciò che dà soldi alle società multinazionali, alle grandi aziende, ma non dà felicità alla gente. Io trovo che c’è una bella parola in italiano che è molto più calzante della parola felice, ed è contento, accontentarsi, uno che si accontenta è un uomo felice».

    Tra i pensatori contemporanei uno dei più attenti osservatori dei meccanismi del consumismo è sicuramente il sociologo polacco Zygmunt Bauman. Nelle sue  opere  Bauman analizza la società contemporanea usando le metafore di modernità liquida e solida. L’incertezza che attanaglia la società moderna, che lui definisce “modernità liquida”, deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. Nella nostra società l’esclusione sociale non si basa più sull’estraneità al sistema produttivo o sul non poter comprare l’essenziale, ma sul non poter comprare per sentirsi parte della modernità.

    Il sociologo polacco si sofferma ad analizzare la condizione di chi non ha un’occupazione. Si è passati dal concetto di disoccupazione nel quale il prefisso “dis-” indicava un distacco dalla norma, al concetto di esubero nel quale non vi è nessun accenno all’anormalità, all’anomalia. Esubero suggerisce un’idea di permanenza, una forma nuova di normalità dove le cose sono destinate a restare come sono. Essere in esubero significa essere in soprannumero, non necessari, inutili, addirittura paragonabili a dei rifiuti. La destinazione dei disoccupati, cioè l’esercito di riserva del lavoro, era quello di venire richiamati in servizio attivo. La destinazione dei rifiuti è invece la discarica. Addirittura le persone in esubero sono un problema finanziario e, osserva Bauman, c’è chi si interroga: «Possiamo permetterceli?».

    Il fronte di critica alla nostra società è quindi piuttosto ampio e quelli che vi ho illustrato sono solo alcuni esempi. La politica, appiattita sull’accettazione incondizionata del modello esistente, ha ignorato per troppo tempo queste istanze, ma forse questa crisi può rappresentare finalmente un’occasione per riformare la nostra società e uscire da un meccanismo che appare ormai definitivamente guasto.

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Anni 70: quotidiani politici, case discografiche e dissenso cattolico

    Anni 70: quotidiani politici, case discografiche e dissenso cattolico

    ViniliPeriodo di grandi fermenti sociali e artistici, quello compreso tra gli anni ’60 e i ’70. E la nostra tesi consiste nell’assegnare un rapporto diretto (non deterministicamente inteso, sia chiaro) tra l’impegno sociale e la vitalità artistica, tra la spinta politica che chiede un cambiamento radicale e i linguaggi espressivi che rompono con la tradizione, in nome di un rinnovamento dell’uomo.

    Un ruolo importante svolsero anche i quotidiani legati ai gruppi extraparlamentari che in quegli anni ebbero maggior riscontro: “Il Manifesto” (che aprì nel 1971) e poi “Lotta continua” e “Il quotidiano dei lavoratori”. Certo, si trattava di giornali politici, ma quasi quotidianamente, tramite inserti e servizi speciali, si occupavano di musica, cinema, arte e cultura. In ogni caso, la loro funzione trascendeva il semplice lavoro di informazione e controinformazione. Anch’essi, infatti, funzionarono da “agenti identitari”, anzi, direi di più: furono “segni identitari” in grado di evidenziare non solo una generica diversità nel modo di vivere e di pensare ma una specifica appartenenza politicamente orientata, collocata in maniera piuttosto precisa nello scenario sociale italiano di quel periodo.

    E poi, le case discografiche. Se da un lato le grosse Major (RCA, EMI, BMG, Fonit Cetra, Ricordi, Carosello ecc…) certamente cavalcarono l’onda del successo anche commerciale ottenuto dalla canzone di protesta e dalla “nuova musica”, dall’altro aprirono i battenti anche etichette indipendenti che avevano alle spalle, in alcuni casi, giovani discografici intenzionati a dar voce alle nuove tendenze (ricorderei almeno Nanni Ricordi). Vi furono anche etichette indipendenti fondate da musicisti e militanti dei gruppi extra-parlamentari che si occupavano di attività culturali. È il caso della cooperativa milanese “L’orchestra” di cui Franco Fabbri (musicista del gruppo Stormy six e autore di significativi libri di argomento musicale). Vanno ricordate anche: “I dischi del sole”, “I dischi dello zodiaco”, la “Crams”, la “Toast Records”, la “Divergo”, l’ “Ultima spiaggia” e (poche) altre.

    Ciò che occorre rilevare sono una certa disponibilità e attenzione che quasi tutte le case discografiche prestarono nei confronti della vitalità creativa. Intendo dire che molti progetti musicali “sperimentali” o “radicali”, trovarono la possibilità di essere pubblicati, risultato oggi impensabile. C’era un’effettiva considerazione per gli elementi di novità che potevano caratterizzare un determinato prodotto musicale. Addirittura le etichette che erano più vicine al Movimento, non di rado pubblicavano lavori che scaturivano da contesti e musicisti politicamente esposti, in nome di un impegno artistico militante. Ai già citati collettivi di “Cantacronache” e del “Nuovo canzoniere italiano” ritengo vadano almeno ricordati il “Gruppo folk internazionale” (nato intorno alla metà degli anni ’70, con elementi di spicco come Moni Ovadia) e cantautori spiccatamente politici come I. Della Mea, F. Amodei, P. Pietrangeli e altri.

    A Genova ci fu il gruppo “Assemblea musicale teatrale” che nacque nel 1975 da una costola del gruppo spontaneo “Teatro quartiere di Oregina”, animato da S. Alloisio e, almeno inizialmente, collocato nell’ambiente nelle comunità di cattolici del dissenso, di cui Don Zerbinati e Don Gallo furono figure di riferimento. E proprio nell’ambiente del dissenso cattolico (da cui nascerà il movimento “Cristiani per il socialismo”) presero vita due esperienze che ebbero un impatto enorme sulla società civile ed in particolare sui giovani. Cito per prima l’esperienza di Don Milani (con i ragazzi della scuola di Barbiana, paese del Mugello) che mosse una critica radicale alla scuola classista italiana. La sua denuncia divenne un libro, “Lettera ad una professoressa”, pubblicato nel maggio del 1967. Questo libro divenne uno dei riferimenti principali del “Movimento studentesco” che esplose, esattamente, un anno dopo. Vorrei poi ricordare l’esperienza vissuta da Don Mazzi a Firenze, nel popolare quartiere dell’Isolotto. Nel 1968 Don Mazzi venne sospeso dalla curia di Firenze perché il suo modo di praticare il vangelo non era ritenuto conforme all’ortodossia e per le posizioni politiche che l’intera comunità espresse: solidarietà con il popolo vietnamita, con i poveri e gli sfruttati, con gli studenti che erano in lotta. Le comunità di cattolici del dissenso si diffusero in tutto il paese e rappresentarono un esempio di come la società civile, in uno dei suoi segmenti più retrivi (il “mondo” cattolico, appunto) stesse iniziando a dare chiari segni di rifiuto del conformismo conservatore.

    Gianni Martini

  • Anni 60/70: radio libere, trasmissioni tv, riviste e quotidiani

    Anni 60/70: radio libere, trasmissioni tv, riviste e quotidiani

    Riviste degli anni '60In questa rubrica si sta cercando di riportare alcuni eventi culturali, politici, drammatici, di costume che – per così dire – hanno costituito ”l’ambientazione storica” del periodo compreso tra i primi anni ’60 e la fine dei ’70, periodo di grandi fermenti sociali e artistici. E la nostra tesi consiste nell’assegnare un rapporto diretto (non deterministicamente inteso, sia chiaro) tra l’impegno sociale e la vitalità artistica, tra la spinta politica che chiede un cambiamento radicale e i linguaggi espressivi che rompono con la tradizione, in nome di un rinnovamento dell’uomo.

    Nel periodo che va dai primi anni ’60 fino alla metà degli anni ’70 esercitarono un ruolo rilevante anche alcune trasmissioni radiofoniche e televisive, alcune riviste a tiratura nazionale e poi qualche discografico, dj, case editrici e quotidiani legati al “movimento”. Si tratta di un segmento importante della vita socio-culturale del nostro paese, proprio perché favorirà processi, squisitamente sociali, di “formazione identitaria”, in senso anticonformista, progressista e successivamente – almeno per alcuni – antagonista. Anche in questo caso poche citazioni e l’impossibilità di essere esaurienti.

    Le prime riviste esclusivamente rivolte ai giovani e al loro mondo, furono: “Ciao amici”, “Big”, “Giovani”, per arrivare, tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 a “Ciao 2001”, “Re nudo”, “Muzak”, riviste sempre più politicizzate e tutte, appunto, a distribuzione nazionale. Vorrei invece dedicare una citazione un poco più ampia a due riviste “locali”, entrambe di Milano, che furono al centro di feroci azioni repressive, a dimostrazione di quanto il clima stesse iniziando a scaldarsi. Citerò per prima “La zanzara”, rivista studentesca milanese che nel 1966 realizzò un’inchiesta sui costumi sessuali dei giovani. Scoppiò un enorme scandalo. La stampa benpensante, servilmente e istericamente, si lanciò a descrivere quell’inchiesta come un attacco alla morale comune, al senso del pudore ecc… dipingendo gli studenti che l’avevano realizzata come teppisti, incoscienti ecc…

    L’altra rivista fu “Mondo beat” che uscì per soli 6 numeri. Gli obiettivi del collettivo che l’animava (va ricordato almeno G. De Martino) erano quelli di arrivare ad essere un riferimento nazionale. E probabilmente ci sarebbero anche riusciti. Purtroppo ebbero la malaugurata idea di organizzare nel 1967 un campeggio libero in una zona periferica di Milano. Anche in questo caso scoppiò un putiferio. A rileggere gli articoli allora usciti sui quotidiani (riportati nel bel libro “Capelloni & ninfette” ed. Costa & Nolan) si capisce il timore borghese per il dilagare di un pensiero e un modo di vivere non conformista, opposto ai riti comportamentali di un perbenismo ipocrita e sempre più percepito come falso. La polizia intervenne pesantemente all’alba del 12 giugno, disinfestando tutta la zona, tagliando forzatamente i capelli ai ragazzi (va segnalato che alcuni genitori si unirono all’azione di “bonifica” della polizia).

    Il Corriere della sera, tanto per citare un esempio, soprannominò quel campeggio – iniziato il 1° maggio del 1967, con un regolare contratto di affitto per l’uso del terreno, valido fino al 31 agosto – “nuova barbonia”!!! La rivista “Mondo beat” fu ovviamente chiusa e alcuni membri della redazione arrestati. Tuttavia l’eco di questo episodio fu enorme e un po’ in tutta Italia iniziarono a diffondersi riviste, fogli, bollettini e poi fanzine con taglio locale.

    Come si è detto anche la radio acquistò importanza soprattutto per alcune trasmissioni condotte da giovani dj che sapevano bene interpretare i nuovi gusti musicali, poiché loro stessi appartenevano a quel mondo. Tra la prima parte degli anni ’60 e la metà degli anni ’70 citerei innanzitutto R. Arbore e G. Boncompagni e poi almeno D. Salvatori e R. Dagostino. Anche alcune trasmissioni radiofoniche televisive possono essere considerati alla stregua di “agenti identitari”, perché venivano seguiti da un tipo di giovane, culturalmente più aperto, spesso attivo nei movimenti che animavano le piazze di quegli anni. Parliamo di: “Bandiera gialla”, “Per voi giovani”, “Supersonic”, “Alto gradimento”, “Chi sa chi lo sa”, “Scacco matto” ecc…

    Arrivò poi la stagione delle “radio libere”: prima fra tutte la bolognese “Radio Alice”, che la polizia chiuse con una irruzione nel 1977, le romane “Radio radicale”, “Radio città futura”, “Radio onde rosse”, mentre “Radio popolare” trasmetteva da Milano. A Genova ci fu “Radio Genova ‘76”, a Padova “Radio Sherwood”. Queste radio (e molte altre da Bolzano a Trapani) diffondevano ovviamente le idee del movimento e le sue magmatiche pulsioni musicali.

    E poi le case discografiche. Se da un lato le grosse Major (RCA, EMI, BMG, Fonit Cetra, Ricordi, Carosello ecc…) certamente cavalcarono l’onda del successo anche commerciale ottenuto dalla canzone di protesta e dalla “nuova musica”, dall’altro aprirono i battenti anche etichette indipendenti che avevano alle spalle, in alcuni casi, giovani discografici intenzionati a dar voce alle nuove tendenze. Vi furono anche etichette indipendenti fondate da musicisti e militanti dei gruppi extra-parlamentari che si occupavano di attività culturali. È il caso della cooperativa milanese “L’orchestra” di cui Franco Fabbri (musicista del gruppo Stormy six e autori di significativi libri di argomento musicale). Vanno ricordate tra le altre anche: “I dischi del sole”, “I dischi dello zodiaco”, la “Crams”, la “Toast Records”, la “Divergo”, l’ “Ultima spiaggia” e (poche) altre.

     

    Gianni Martini

  • Collettivo Cantacronache e Folk studio, tutta un’altra musica…

    Collettivo Cantacronache e Folk studio, tutta un’altra musica…

    Folk Studio, RomaMi permetto, innanzitutto, di segnalare un bel libro… Si tratta di “Retromania” di Simon Reynolds, ISBN Edizioni. Il libro tocca almeno in parte il nostro argomento, a dimostrazione di quanto il senso di “mancanza di novità”, di continua (ed eterna?…) ricapitolazione ed il conseguente senso di smarrimento sia tema di profonda attualità.

    Nel 1958, nell’industriale Torino si formò il collettivo “Cantacronache”, che comprendeva un gruppo di musicisti, intellettuali, autori e scrittori (per fare alcuni nomi: M. L. Straniero, E. Jona, U. Eco, I. Calvino, F. Fortini, Margot, F. Amodei, S. Liberovici) che già esprimevano – in questo vicini alle tematiche care alla scuola di Francoforte, Adorno in primis – un giudizio decisamente critico nei confronti della nascente “industria culturale”, responsabile diretta della cultura di massa. Il movimento di “Cantacronache” (che poi sfocerà nel “Nuovo canzoniere italiano”) proponeva un tipo di canzone caratterizzata da una forte motivazione sociale; una canzone vissuta come impegno culturale e politico, che spesso traeva spunto da fatti di cronaca. Infine, una canzone che si voleva fuori dal circuito discografico/commerciale, fuori dalla logica del “prodotto di consumo”.

    Diversi fra i cantautori della prima ondata ebbero contatti più o meno episodici con i componenti di questo gruppo. Oggi è riconosciuta la notevole rilevanza culturale  che il collettivo “Cantacronache” esercitò in quegli anni e il ruolo di stimolo che continuò ad avere negli anni successivi, anche dopo lo scioglimento, ruolo importantissimo per la storia della canzone italiana e ancor più per la futura canzone d’autore.

    Nel 1960 nasce a Roma il “Folk studio”, rilevato nel 1967 da G. Cesaroni che lo fece diventare un punto di riferimento nazionale. La leggenda vuole che nei primissimi anni ’60 passasse dal “Folk studio” anche un giovane Bob Dylan agli inizi della sua carriera. Per il resto questo locale di Trastevere fu il ritrovo della “scuola romana” dei cantautori (F. De Gregori, A. Venditti, G Lo Cascio, R. Zenobi, R. Gaetano, E. Bassignano, S. Rosso, M. Locasciulli ecc…).

    Sempre nel 1960 ci furono i gravi fatti di Genova (sollevazione della popolazione per impedire un congresso nel partito neo-fascista M.S.I. con feroci cariche della polizia) che fecero registrare una forte partecipazione giovanile. Agli inizi degli anni ’60 F. De André inizia a scrivere le prime canzoni. Nel 1962 F. Guccini scriverà la struggente “Auschwitz”…

    Anche un altro gruppo di primissimo piano nella scena musicale italiana, I Nomadi, interpreterà molte canzoni di F. Guccini. In particolare “Dio è morto” (che la R.A.I. prontamente censurò) divenne un manifesto, così come importantissimo Lp di F. Guccini, “Folk-beat n1”, testimonianza di come si potessero scrivere le canzoni in maniera diversa, canzoni che erano espressioni del mondo di sentire, pensare, vivere delle giovani generazioni. Nella diffusione di questi primi fermenti di “controcultura” – in opposizione al modo di vivere borghese – per ora spontanei, esistenziali, e in questo senso pre-politici, giocarono un certo ruolo alcuni locali pioneristici che sorsero nelle più importanti città italiane. Locali diversi, frequentati da un pubblico forse più raffinato e anticonformista ma che, soprattutto, funzionavano da “luoghi identitari”, da “posti giusti”, in modo particolare per i musicisti e gli appassionati. Alcuni locali si ispiravano alle “caves” parigine frequentate dagli esistenzialisti. Sotto questo profilo non va dimenticato che per una buona parte dei primi cantautori il riferimento alla Francia e ai suoi chansonniers (C. Trenet, J. Greco, J. Brel, G. Brassens, L. Ferrè, ecc…) fu sempre molto importante.

    Si è detto che nel 1960 aprì i battenti a Roma il Folk studio. Ricordiamo almeno: il “Santa Tecla saloon”, “L’Aretusa” e la “Taverna messicana” a Milano dove suonavano G.Gaber e Jannacci, L. Tenco, A. Celentano e, successivamente, sempre a Milano, il “Capolinea”, ritrovo di molti jazzisti italiani e non, ed infine il “Derby club”.

    A Genova vanno ricordati i locali dell’ angiporto, il “Cafè borsa” e il “Ragno d’oro”, frequentati da G. Paoli, U. Bindi, B. Lauzi, F. De Andrè, i fratelli Reverberi, oltre i già citati G. Gaber e L. Tenco.

    Il 1962 fu anno di nascita del “Nuovo canzoniere italiano” che ebbe come figure di spicco G. Marini e il musicologo L. Pestalozza. Anche questo collettivo proponeva una maniera diversa di considerare e fare canzoni, impegnandosi in seri studi sulle tradizioni musicali popolari, nell’intento di salvaguardare l’identità e l’esistenza stessa della cultura operaia e contadina. Da ricordare un libro che ebbe culturalmente un notevole impatto, prodotto da questo ambiente: “Le canzoni della cattiva coscienza”.

    Gianni Martini

  • La questione sociale e l’arte nell’Italia del dopoguerra

    La questione sociale e l’arte nell’Italia del dopoguerra

    I Vitelloni di Federico FelliniAbbiamo già visto nella scorsa uscita alcuni titoli di libri che nel dopoguerra sino agli anni ’70 furono significativi e contribuirono alla formazione di una coscienza critica nel nostro paese nei confronti dell’ american way of life. Per quanto riguarda il cinema, il Realismo, il Neo-Realismo ed il successivo impegno di altri autori e registi misero allo scoperto la drammaticità dei contrasti sociali squisitamente italiani: le ruberie della classe dirigente, le menzogne della classe politica, l’ipocrita perbenismo della piccola borghesia, la miseria concreta e le drammatiche condizioni di vita delle borgate degli immigrati “interni”. Sullo sfondo il “boom economico”, la “ricostruzione” ed un “progresso” che ben presto mostrò i suoi lati più crudi e veri: inquinamento, sfruttamento, massificazione, consumismo, devastazione del territorio che corrispondeva alla devastazione interiore delle coscienze, inurbamento privo di qualsiasi programmazione, distruzione della cultura contadina.

    Citerò – per forza di cose – pochissimi titoli, con l’intendimento di farvi ricordare, di riuscire a tener viva la nostra “anima laica”: la memoria. Ecco dunque: “La grande guerra” (1959), “I vitelloni”(1953), “La dolce vita” (1960), “Il medico della mutua”(1968), e inoltre: “Il generale della Rovere”, “La ciociara”, “Il sasso in bocca”, “Il Gattopardo”, “Il giorno della civetta”, “L’accattone”, “La classe operaia va in paradiso”, “C’eravamo tanto amati”, e giù via fino a “Novecento” e “Un borghese piccolo piccolo” (1977), ormai verso la fine del periodo che stiamo analizzando.

    E poi, ancora, il teatro: Pirandello, E. De Filippo, Dario Fò con gli attori della comune a cui va il merito, insieme ad altri ovviamente, di aver diffuso il teatro militante di Bertold Brecth.

    Ecco, tutti questi avvenimenti culturali, in un certo senso, contrappuntavano le vicende quotidiane del nostro paese, a loro volta inserite sincronicamente nella scansione quotidiana internazionale. D’altra parte è solo collocando la “quotidianità locale” nella cornice delle relazioni internazionali che possiamo cercare di comprendere qualcosa di ciò che è successo.

    Nello scorso articolo ho riportato solo i più importanti fatti drammatici – di carattere naturale e sociale – che suscitarono profonda indignazione. Oggi ricorderò – sempre senza alcuna pretesa di esaustività – alcuni eventi, non solo drammatici, più immediatamente riconducibili all’ambito culturale, politico e sociale. Ne darò una sistemazione il più possibile ordinata cronologicamente, limitandomi a considerare i fatti dal dopoguerra in poi. Innanzitutto, ricorderei la presenza, diffusa su tutto il territorio nazionale, di tutti coloro che da partigiani – ma non solo – avevano combattuto il fascismo, spesso in giovane età. Questo aspetto (importantissimo ancora oggi) giocò un ruolo fondamentale nel far crescere – caduto il fascismo e vinto il referendum per la democrazia – una cultura critica nei confronti del costume, dei modi di vivere e di pensare tradizionali.

    Nel 1950 si suicidò Cesare Pavese, scrittore e poeta amatissimo (insieme a Montale) da tutta quella gioventù che già iniziava a dare segni di insofferenza, per ora avvertita soprattutto sul piano esistenziale. Gli anni ’50 furono caratterizzati da una forte migrazione interna, processo che durò almeno fino alla seconda metà degli anni ’60. Erano gli anni in cui, nelle città industriali del nord, comparivano i cartelli “non si affitta ai meridionali” (o, direttamente, “terroni”).

    Se da un lato la “questione sociale” toccò livelli di tensione altissimi, dall’altro mise a confronto (anche se forzatamente) mondi, persone, culture diverse. Nelle fabbriche e nell’ormai prossimo “movimento studentesco”, si svilupperà una solidarietà, non solo formale, partendo dalla constatazione che “tutti” si viveva nella stessa realtà di sfruttamento e ingiustizie sociali. Nel 1957, segno che i giovani (figli di una scolarizzazione più diffusa) iniziavano ad essere diversi dai fratelli maggiori, si tenne a Milano il primo “festival del rock ‘n’roll italiano”. I modelli della musica americana – che fecero esplodere il fenomeno degli urlatori – con la loro trasgressività iniziarono a diffondersi anche da questa parte dell’oceano. Il juke –box, il giradischi, il 45 giri e il successivo “mangiadischi” portatile risulteranno mezzi nuovi e formidabili per la diffusione di un nuovo costume e delle implicazioni sociali ad esso legate.

    Gianni Martini

  • L’invasione americana del dopoguerra e la coscienza critica

    L’invasione americana del dopoguerra e la coscienza critica

    New York È nel vivo degli eventi storici che si creano le condizioni socio-culturali da cui nasceranno le idee di cambiamento. L’espressione artistica ha quasi sempre registrato questa spinta al cambiamento, e nell’irrompere di nuovi linguaggi espressivi che sapessero superare la tradizione, l’arte ha spesso prefigurato nuovi mondi possibili. Il rifiuto dell’american way of life si saldò qui da noi con una consapevolezza critica che trovò alimento in specifici fatti ed eventi italiani.

    Nel cercare di identificare e descrivere le matrici, i contesti socio-culturali in cui crebbero i movimenti di opposizione politica e la “controcultura” giovanile, che di questo dissenso intellettuale e culturale fu uno spaccato significativo, abbiamo dedicato ampio spazio nelle uscite precedenti a ciò che succedeva negli Stati Uniti, e questo almeno per due motivi. Innanzitutto perché l’America, essendo il centro dell’impero, evidenziava scopertamente i tratti distintivi dell’economia e della società capitalistica: la “nuova frontiera” di Kennediana memoria rappresentò in uno slogan l’essenza del capitalismo (americano) sviluppato entro la cornice di una democrazia parlamentare. È quindi evidente che i primi rifiuti dell’american way of life si siano registrati proprio in America. In secondo luogo una considerazione di carattere storico – critico. Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra. Come la storia ci insegna la cultura e il modo di vivere dei vincitori furono sempre più o meno brutalmente imposti ai vinti. Dopo la seconda guerra mondiale questa imposizione… come dire… è stata più morbida; è avvenuta in maniera indolore, tanto che nessuno ha avuto l’impressione di subire un’imposizione, anzi… gli Stati Uniti ci hanno aiutato, hanno permesso la ricostruzione!!

    In compenso ci hanno inondato di prodotti, films, musica, tecnologia, televisione, consumismo e basi militari. In una parola: il loro modo di vivere!! Nel far questo, comunque, hanno proceduto semplicemente a consolidare ciò che già faceva parte della storia, visto che il “mito americano” era già tale nella seconda metà dell’ottocento, quando da tutta l’Italia (e da buona parte dell’Europa) si partiva a centinaia di migliaia dalle città e dalle campagne per cercare fortuna e un futuro in America.

    E così, mentre l’America esportava la (sua) libertà – oggi esporta la pace e la democrazia… con le guerre, ovviamente, a cui stanno scandalosamente cercando di cambiare nome – arrivarono insieme ai prodotti di consumo anche le idee di cambiamento (si sa, le idee – per fortuna – non si riescono a fermare…). L’opposizione alla massificazione e alla mercificazione, essenze del capitalismo americano, si alimentarono anche di fatti/eventi locali, nel nostro caso italiani.

    Nel passarne in rassegna alcuni mi limiterò a considerare solo momenti/eventi particolarmente importanti, consapevole dell’impossibilità di essere esaustivo. Innanzitutto, la traccia che lasciò la profonda amarezza nel dover partire per cercare lavoro, abbandonando i propri cari, la gente del proprio paese. Innumerevoli sono i testi delle canzoni che hanno come argomento l’immigrazione. Parallelamente ed intrecciato col problema dell’immigrazione (che durò oltre un secolo), la rabbia che seguì le tragedie naturali (terremoti, alluvioni, crolli, come quello, nel 1963, della diga del Vajont) con le mancate ricostruzioni, le speculazioni, gli insabbiamenti. L’incazzatura che seguì disastri ambientali come la nube di diossina che nel 1976 avvolse la cittadina di Seveso; la rabbia e il disgusto che crebbero nell’assistere pressoché impotenti alla distruzione dell’economia e del mondo contadino, con le sue tradizioni millenarie. E poi la devastazione criminale del territorio nazionale con cementificazioni selvagge che significarono orrendi quartieri popolari, scenario di periferie degradate e invivibili.

    E ancora la letteratura, la poesia, il cinema. Nel 1929 esce “Gli indifferenti” di A. Moravia; tra il 1935 e il 1950 C. Pavese scriverà “Il mestiere di vivere”, diario che lo accompagnò fino a pochi giorni dal suicidio; nel 1955 P. Pasolini pubblicherà “Ragazzi di vita” e sempre dalla sua penna uscirà nel 1959 “Una vita violenta”; nel 1960 ancora Moravia con “La noia” e nel 1974 E. Morante con “La storia”. Pochi titoli che aggiunti alla letteratura internazionale (Camus, Sartre, Borges, G. G. Marquez ecc…) contribuirono anche da noi alla crescita di una coscienza critica, di una consapevolezza radicalmente avversa al modello americano.

    Gianni Martini

  • La musica metropolitana negli anni ’70: un nuovo linguaggio espressivo

    La musica metropolitana negli anni ’70: un nuovo linguaggio espressivo

    GenesisMi sembra che già dopo i primi articoli di questa rubrica, inizi ad apparire chiaro quanta importanza rivesta la storia – e dentro di essa la vitalità sociale – nel determinare quell’humus culturale indispensabile perché si formino le energie espressive nuove, quelle in grado di sconvolgere la tradizione, in nome di istanze di cambiamento, spesso radicali, tanto sul piano artistico/estetico quanto socio/politico.

    Più in generale possiamo dire che tra la seconda metà degli anni ’40 e la seconda metà degli anni ’70, il blues, il jazz, la canzone folk e rock – con tutte le loro specifiche ed appropriate sfaccettature – sono stati la più significativa fonte di “suono culturale” (quindi espressione vissuta autenticamente, non invenzione del mercato discografico, almeno in origine) che abbia accompagnato gli eventi e le vite di quegli anni. Ma l’urgenza di un linguaggio espressivo “nuovo” che riuscisse a rompere e superare un formalismo ormai ritenuto vuoto e ripetitivo non riguardò solo l’ambientazione – per così dire – “popolare-metropolitana”.

    Il filosofo T. W. Adorno, ad esempio, nel trattare di musica, estetica e società, sviluppava una riflessione e una polemica tutta interna alla musica e al mondo “colto”. D’altra parte nel 1908 A. Schoemberg pubblicò i “klavierstucke”, op.31, ritenuta la prima opera atonale del 1900. E proprio con Schoemberg (ma anche Malher, Webern, Berg, Stravinsky, Varèse, Stockausen, Cage, Xenakis, Pousser… limitandomi a pochissimi nomi) iniziò un’avventura espressiva e linguistica che – sviluppando le innovazioni ereditate dai compositori del XIX secolo – seppe coraggiosamente rompere con la tradizione, sconvolgendo le modalità di ascolto degli ultimi 300 anni.

    Un fronte molto ampio, quindi, (anche se non compatto) che partiva dalla musica colta per arrivare ai suoni metropolitani. Se quindi sul terreno sociale e politico si parlerà di beat-nik, mods, provos, hippies, figli dei fiori, di intellettuali radicali e di giovani politicamente impegnati; di freak, “indiani metropolitani” (variante italiana) e proletariato giovanile; di movimenti di protesta ed obiettori di coscienza; di avanguardie politiche e sindacali…, sul terreno culturale musicale troveremo le nuove “poetiche d’avanguardia”, il jazz – nelle varianti be bop (dalla seconda metà degli anni ’40) e free jazz (metà anni ’60) – il blues, il rock, la canzone di protesta e poi la canzone d’autore. Cioè, in pratica, i suoni che accompagnarono le azioni politiche di quegli anni, e in cui le generazioni più recenti si riconoscevano. Anzi, non di rado chi componeva quelle musiche e quei testi, partecipava attivamente al “movimento”.

    Una cosa, però, ritengo vada precisata. Le avanguardie appartenenti agli ambienti della “musica colta” svilupparono una ricerca ed un’intenzionalità espressiva che, radicalizzando sempre più i linguaggi e gli esiti compositivi, portò ad un progressivo isolamento. Si parlò di crisi della musica e del compositore contemporanei, di autoreferenzialità della musica contemporanea (un bel libro, “Autobiografia della musica contemporanea” racconta di questo dibattito).

    Tutto ciò non successe alle aree espressive che indico come “musica metropolitana” che arrivarono a dei notevoli riscontri di vendite discografiche. Caso mai, all’opposto, per la scena blues/rock/jazz/folk/cantautoriale, gli aspetti da evidenziare – in apparente contraddizione – mi sembrano due: da un lato una relativa e progressiva commercializzazione che porterà ad una parziale caduta di motivazione da parte degli autori/compositori, affiancata da una produzione discografica, scopertamente volta a cavalcare l’onda del successo commerciale; dall’altro la testimonianza di come qualità e successo di vendite abbiano potuto anche convivere. In Italia ne abbiamo avuto un chiaro esempio con i riscontri di vendite di gruppi come: Genesis, Pink Floyd, E.L.P, Jethro Tull (ma anche i nostrani: P. F. M, Banco del M.S., Osanna, Area ecc…), e poi, intorno alla metà degli anni ’70 quando la canzone d’autore (soprattutto F. Guggini, F. De Andrè, De Gregori, L. Dalla e via dicendo) piazzerà i propri “LP” in vetta alle classifiche (erano gli anni in cui il movimento di opposizione extraparlamentare raggiungerà i suoi livelli più alti – in quegli anni nascerà “Democrazia proletaria” e si presenterà alle elezioni).

    Gianni Martini

  • La musica strumento delle idee: la canzone a tema sociale e la chitarra distorta

    La musica strumento delle idee: la canzone a tema sociale e la chitarra distorta

    Nella scorsa uscita abbiamo riportato una rapida – e per forza di cose incompleta – panoramica, da cui emerge un dato certo: il modello socio-economico che vede negli Stati Uniti la potenza egemone, entra in crisi; dietro i sorrisi a denti bianchi, mostra un altro volto.

    Se la crisi del 1929 riguardò soprattutto il fattore economico (contribuendo indubbiamente a dare uno “scrollone” alle coscienze), ora – siamo nella prima metà degli anni ’60 – i giovani e gli ambienti intellettuali muovono al “sistema” una critica radicale: dal modo di produrre al modo di consumare, dalla sessualità alla religione, dall’economia alla sociologia, dall’organizzazione del lavoro alla politica, dal mondo della finanza ai “valori” ritenuti ipocritamente eterni come famiglia, patria, stato, lavoro, fede, educazione, onestà, scuola… tutto viene messo in discussione.

    Si inizia a dire dei “no”, dei “basta”, e non si tratta più di pochi intellettuali visionari e isolati. Si era arrivati al punto di rottura: se i padri pensavano che i figli avrebbero dato continuità al mondo da loro costruito…beh…si sbagliavano! Dopo aver incubato per circa 30 anni ed essersi alimentata di tutte le brutture, le ingiustizie e gli orrori del mondo capitalistico-borghese, ora l’urlo della protesta trova la bocca da cui uscire.

    Le università sono in fermento. Certo, a Berkeley la mobilitazione riguarda principalmente l’opposizione alla guerra in Vietnam, ma ben presto si toccherà tutto l’arco dei temi sopra citati, nella determinazione di voler essere testimonianza e azione politica per costruire un possibile futuro diverso. L’Europa si muoverà parallelamente, avendo soprattutto in Francoforte, Parigi, Berlino, centri propulsori del pensiero filosofico radicale. E la musica? La musica si nutrì e crebbe in questo clima di rottura creativa e presto divenne uno strumento straordinario delle nuove idee di cambiamento.

    Dalle periferie degradate delle principali metropoli americane, arrivò con il blues e il jazz, il suono carico di rabbia e di voglia di riscatto delle comunità nere. Dall’altra parte, Joe Hill, Woody Guthrie e poi Bob Dylan e la comunità di artisti del Geenwich village, quartiere bohèmien di New York, proponevano una canzone attenta ai temi sociali, legata alla tradizione popolare americana e in parte al blues rurale. Questi componenti incontrarono uno snodo fondamentale. Come spesso succede, i giovani sono attratti dalle novità, soprattutto tecnologiche. Ebbene, i giovani delle metropoli americane fecero proprie le nuove sonorità che – quasi in sordina – stavano uscendo: sto parlando della possibilità di suonare una chitarra elettrica e poi di amplificare il suono, e poi il suono “distorto” e la possibilità di elaborare/filtrare/manipolare il suono. E proprio la chitarra elettrica distorta – un suono quindi sgradevole, acido, brutto, “sbagliato” – riuscirà ad esprimere al meglio, con il suo “ruggito”, la rabbia dei giovani delle metropoli. Il rock e la chitarra divennero il simbolo, forse più significativo, di quella parte di gioventù che “era contro”.

    Gianni Martini 

  • Anni 60/70: gli eventi storici alimentano lo sdegno… e la cultura

    Anni 60/70: gli eventi storici alimentano lo sdegno… e la cultura

    In questa rubrica si è cercato di indagare il senso di “mancanza di novità” che ha contraddistinto questi ultimi 15/20 anni. “Mancanza di novità” va qui inteso come assenza di un “suono”, una musica rappresentativa del periodo, “voce” del periodo storico. E per diventarlo non è sufficiente la personalità musicale di qualcuno. Piuttosto occorre che questo “qualcuno” dia voce ed emerga dalla vitalità storico-sociale del periodo considerato. Per cercare di suffragare questa tesi si è preso in considerazione l’arco di tempo anni ’60/’70, che invece ha avuto un suo “suono”… eccome!

    Ma ci sono volute vicende culturali/politiche/sociali che, segnando profondamente il tempo, hanno spinto molti a formare una voce che dicesse “basta” e l’arte penso che trovi il suo senso più autentico proprio nell’urgenza di esprimere la necessità di un cambiamento.

    Nel 1949 – a conclusione di un lungo periodo rivoluzionario- venne proclamata la nascita della Repubblica popolare cinese, guidata da Mao Tse Tung, evento che fece riaccendere in tutto il mondo nuove speranze per un mondo migliore (…e subito procurò nuove illusioni…). E poi non possiamo dimenticare fatti che suscitarono una grande emozione a livello internazionale, diventando immediatamente un simbolo di libertà, soprattutto per le giovani generazioni. All’inizio degli anni ’50 in tutti gli Stati Uniti venne imposto un clima da caccia alle streghe, il cui responsabile operativo fu J. McCarthy, incaricato di stanare ovunque oppositori e “nemici dell’America”. Era quindi sufficiente un minimo di apertura culturale e di impegno intellettuale per essere considerati “comunisti” e finire sotto processo. La vicenda dei coniugi Rosemberg, arrestati nel 1951, accusati, processati e giustiziati nel 1953 con l’accusa di essere spie dell’Unione Sovietica, suscitò internazionalmente grande sgomento. Nel 1963, a Saigon, un monaco buddista, per protestare contro la guerra, si bruciò in piazza. Nel 1965 ci fu a Washington la prima grande manifestazione (30000 persone) contro la guerra in Vietnam.

    Nel 1966 Mao Tse Tung, per conservare il potere, lanciò la “rivoluzione culturale”: almeno per un decennio, decine di migliaia di giovani in tutto il mondo mostreranno nelle manifestazioni di piazza il “libretto rosso” delle guardie rosse cinesi. Nel 1967 ci fu un colpo di stato militare in Grecia e l’uccisione in Bolivia di Ernesto “Che” Guevara, eroe rivoluzionario, amato da tutta la gioventù internazionale impegnata nelle lotte civili e politiche. Nel 1969 un altro giovane, Jan Palach, si arse vivo in Cecoslovacchia, per protestare contro l’invasione sovietica.

    Sempre in quegli anni suscitarono grande indignazione gli scandalosi governi filo-fascisti del Sudafrica e della Rhodesia, che imponevano un regime segregazionista (indicato con il termine “aparthaid”, figlio del colonialismo) contro chi quelle terre le aveva abitate da sempre. E poi ancora le violente rivolte scoppiate negli Stati Uniti, a seguito degli omicidi politici dei fratelli Kennedy, Martin Luther King e Malcom X; l’apprensione internazionale per il susseguirsi di esperimenti nucleari a fini bellici; la strage alle Olimpiadi di Monaco del 1972; la prima crisi petrolifera del 1973 a seguito dei conflitti arabo-israeliani.

    Infine, il sanguinoso colpo di stato in Cile -guidato dal generale Pinochet– finanziato e pilotato dalle multinazionali americane con il placet del governo degli Stati Uniti, resosi “necessario” per il potere capitalistico, perché in Cile nel 1970, per la prima volta a livello internazionale, si era insediato un governo socialista, arrivato al potere con le elezioni democratiche e non con una rivoluzione armata!!! Questo fatto, intollerabile per i potentati industriali (e politici) americani, andava stroncato. E così fu. Ma lo sdegno e le proteste sul piano internazionale furono enormi.

    Ecco, tutti questi fatti, politicamente gravissimi (limitandomi a considerarne solo alcuni fra i più importanti), vennero, per così dire, contrappuntati da eventi culturali o di costume che da un lato riflettevano e dall’altro amplificavano il senso di disgusto nei confronti del (finto) “quieto vivere” della società borghese che, dietro la ricerca e l’ostentazione del benessere economico, nascondeva un vuoto interiore, coperto da comportamenti ipocriti e falsi e da un’educazione bigotta e repressiva. Vediamo, sempre in sintesi, questi eventi.

    Nel 1937 il quadro di P. Picasso “Guernica” esprimendo artisticamente l’orrore della guerra suscitò una grandissima emozione. Nel 1955 il poeta americano Allen Ginsberg lesse per la prima volta in pubblico “Urlo”, poesia di impatto emozionale devastante che costituì fonte d’ispirazione in tutto il mondo per altri testi di denuncia (val la pena di ricordare che “Dio è morto”, canzone-manifesto di Francesco Guccini cantata dai Nomadi nel cantagiro del 1967- e brutalmente censurata- iniziava dicendo: “Ho visto la gente della mia età andare via…” e che una poesia di Riccardo Mannerini, inserita dai New Trolls– con la revisione/elaborazione di F. De Andrè- nel loro album “Senza orario senza bandiera”, apriva dicendo: “Ho veduto….” (entrambi gli incipit devono evidentemente a Ginsberg qualcosa….).

    Nel 1957 uscì “On the road”, romanzo di Kerouac, esponente di punta con Ginsberg, Corso e Ferlinghetti della “Beat Generation”. Anche altri libri e film rivestirono un ruolo decisivo nell’alimentare e rendere culturalmente rilevante la critica radicale al “sistema” (per usare una parola in voga all’epoca). Vediamo alcuni titoli: nel 1955 e nel 1964 escono due libri fondamentali di Marcuse, “Eros e civiltà” e “L’uomo ha una dimensione”; nel 1967 il situazioni sta Guy Debord pubblica “La società dello spettacolo”; un altro situazioni sta Vanegham, pubblicherà “Manuale del saper vivere a uso delle nuove generazioni”. E poi i libri rivoluzionari di W. Reich, fondamentali per la liberazione sessuale. Importanti anche film come “Il laureato” (1967) e musical come “Hair” e “Jesus Christ Superstar” di cui usciranno successivamente anche i film.

    Vorrei ricordare anche due testi importanti per l’animata riflessione estetica e musicale che si conduceva in quegli anni. Si tratta de “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”di W. Benjamin e “Filosofia della musica moderna” di T. V Adorno, esponente di punta della scuola di Francoforte, di cui occorre almeno nominare un altro libro importante: “Minima moralia”.

    Gianni Martini