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Articoli di storia. Genova com’era un tempo, la musica e i grandi personaggi del passato

  • Non solo giovani: intellettuali e politica al servizio del “cambiamento”

    Non solo giovani: intellettuali e politica al servizio del “cambiamento”

    Nella precedente uscita ci siamo soffermati sui giovani come nuova categoria sociale e abbiamo ricordato che intorno alla metà degli anni ’60 era diffuso presso i giovani contestatori di tutto il mondo uno slogan attribuito agli hippies americani: “non fidarsi di chiunque abbia più di 30 anni”.

    Oggi, questa frase potrebbe anche farci sorridere, ma allora era da intendersi molto seriamente: esprimeva l’intenzione di tagliare in modo netto con il mondo costruito dalle generazioni dei padri. Molti scapparono di casa (ma attenzione, non si trattava di fughe per capriccio) lasciandosi, spesso alle spalle, una posizione sociale benestante, ma divenuta esistenzialmente insopportabile; altri rifiutarono, in maniera più o meno radicale, la logica del lavoro, ma non perché non avessero la voglia di lavorare, piuttosto perché non volevano farsi prosciugare l’esistenza e oscurare i sogni sotto la scansione quotidiana di un lavoro alienante; tanti si rifiutarono di fare il militare o disertarono, esponendosi a pene molto severe. Negli Stati Uniti un certo numero di ragazzi, per sfuggire all’arruolamento che li avrebbe portati a combattere e a morire in Vietnam si tagliò l’indice della mano destra, come estrema, fisica, diretta protesta contro la guerra.

    Ebbene, contro tutti questi giovani (tantissimi, ed oggi, a rievocare quei fatti, mi salgono contemporaneamente commozione e una tristezza infinita) la stampa ben pensante e anche certa stampa di sinistra si scagliò contro violentemente, indicandoli come “legere”/fannulloni/delinquenti/capelloni/sporchi… Tuttavia, come già si è detto, la violenza di questo attacco obbediva ad un copione: isolare la protesta giovanile da altri settori della società civile, intellettuale e produttiva che già esprimevano un’intenzione critica, cercando di comprimerla/circoscriverla entro i limiti del conflitto generazionale, come si trattasse di una roba da “scapestrati”. Ma come si è sottolineato, la posta in gioco andava ben oltre.

    E poi non tutti erano giovani. Esisteva infatti un’area di intellettuali, persone di cultura e settori più avanzati e politicizzati della classe operaia (possiamo ipotizzarla come composta da “fratelli maggiori”, professori che si avevano all’università, poeti, scrittori, filosofi, artisti) che, attraverso scioperi e altri tipi di manifestazioni, esprimeva inequivocabilmente il proprio dissenso e/o antagonismo nei confronti della società capitalistica e del modo di vivere borghese. Ebbene tra questa area di pensiero e d’azione e le nuove generazioni ci fu un proficuo scambio, esattamente quello che si voleva impedire.

    Ma altri due aspetti fondamentali penso vadano considerati:

    1) la diretta sensibilità proprio delle giovani generazioni che ora avevano gli strumenti culturali adatti a leggere/interpretare la storia da un punto di vista non conformista

    2) la scansione degli eventi storici: ogni qual volta succedeva qualcosa di storicamente rilevante, il fiume della protesta s’ingrossava sempre più.

    Ecco, proviamo a saldare questi ultimi aspetti, cercando di identificare -sapendo già di risultare irrimediabilmente incompleti- il filo rosso che stimolò e spinse i giovani di tutto il mondo a lottare per un futuro diverso. Innanzitutto, va ricordata l’area di artisti, intellettuali che viveva nella Parigi della seconda metà dell’800: quel modo di vivere, ribelle, trasgressivo e anticonformista, indubbiamente fu un simbolo di libertà per le generazioni future. Non dimentichiamo che in quegli anni soffiava un vento rivoluzionario piuttosto forte. Molti musicisti (Listz, ad esempio) parteciparono alle rivolte che nel 1848 divamparono in Europa. Sempre nel 1848 uscì a Londra il manifesto del partito comunista, scritto da Marx ed Engels. Nel 1871 ci fu la comune di Parigi, primo tentativo- represso nel sangue- di inaugurare un diverso modo di vivere e di produrre. La lotta contro la tirannia, per le carte costituzionali, diventava anche lotta per abbattere le ingiustizie sociali e tentare di costruire un mondo migliore, più giusto. La rivoluzione in Russia, nel 1917, fece sperare che tutto questo fosse possibile, ed i poeti futuristi come Majakovski misero la loro poesia al servizio della rivoluzione. Le atrocità della prima guerra mondiale, il delirio criminale del nazifascismo, il rovesciamento delle speranze rivoluzionarie in una dittatura, quella sovietica, ideologica e repressiva, contribuirono a diffondere fra la parte più attiva della gioventù di allora, un sentimento di opposizione alla guerra e ai regimi totalitari. Anche la vicenda della Repubblica di Weimar, con l’implicito messaggio di speranza che conteneva, rimase impresso nella memoria.

    Gianni Martini

  • I giovani come nuova categoria sociale: studenti, lettori e ascoltatori

    I giovani come nuova categoria sociale: studenti, lettori e ascoltatori

    Figli dei FioriPartendo dalla constatazione che negli ultimi 15 anni (almeno) si lamenta la mancanza di una espressione musicale che riesca a risultare effettivamente rappresentativa di questi ultimi anni. In questa rubrica si cerca di ragionare intorno alle profonde motivazioni che rendono una forma musicale epocalmente rappresentativa. Per far questo occorre abbandonare il terreno specificamente musicale. Prendendo come esempio gli anni ‘60/’70, nel tentativo di comprenderne il grande slancio ricreativo e innovativo musicale, abbiamo indagato le vicende, i contesti storico-sociali in cui quelle energie creative hanno iniziato a muoversi. E d’altra parte la comprensione dei fatti musicali (e culturali) la si coglie pienamente solo se si inseriscono quelle particolari modalità del “fare musica” nel vivo delle relazioni storiche.

    Nella precedente uscita abbiamo visto come sul finire degli anni 50 iniziasse a serpeggiare un sentimento di ribellione. Ciò che immediatamente salta agli occhi è il soggetto sociale protagonista di questi fermenti e “disturbi” sociali: i giovani.

    “Giovani”, una categoria, una componente della società che fino alla prima metà del ‘900 non esisteva, dal punto di vista sociologico. La condizione di “essere giovani” esprimeva, nella concreta presenza corporea, un semplice dato anagrafico. Certo, è sempre esistita tutta una letteratura, anche poetica, sugli anni della gioventù, sulla spensieratezza, i palpiti e gli slanci amorosi ecc… ma nulla di tutto questo assomiglierà a ciò di cui si inizierà a parlare, diffusamente, soprattutto a partire dall’inizio degli anni ’60 (almeno in Italia). Fino ad allora i giovani non erano protagonisti, in senso sociale, non facevano sentire la loro voce e non erano considerati interlocutori. Semplicemente erano a carico della società e/o della famiglia e, in linea di massima, ne seguivano/subivano la tradizione, praticamente immobilizzati nel contesto/classe sociale a cui appartenevano.

    Questo secolare modello  (che già con le rivoluzioni borghesi dei secoli scorsi aveva allargato le proprie maglie) saltò sotto le spinte di profondi cambiamenti e sconvolgimenti sociali: da un lato le classi lavoratrici che chiedevano pane e lavoro- ma anche istruzioni e diritti- mosse dalla speranza di un futuro migliore che la rivoluzione russa aveva reso possibile; dall’altro, le innovazioni tecnologiche e le esigenze dei nuovi processi produttivi che richiedevano una manodopera non più analfabeta.

    I programmi di ricostruzione post bellica portarono ad un ridimensionamento del mondo contadino a favore di uno sviluppo esponenziale delle fabbriche e, conseguentemente, delle città, con grandi fenomeni migratori dal sud verso il nord e dalle campagne (che venivano abbandonate) verso le città (che venivano sovraffollate). Gli aumenti salariali di quel periodo, in parte dovuti al successo di grandi lotte sindacali, resero possibile una famiglia in cui, in linea di massima, i figli potevano frequentare la scuola anziché andare a lavorare. A partire dagli inizi degli anni ’50, la scuola pubblica – in tutta Europa e in particolar modo in Italia – registrò un incremento crescente che “esplose” negli anni ‘60, in cui si parlò esplicitamente di “scolarizzazione di massa”, fenomeno indubbiamente positivo che accompagnava il nostro paese verso una condizione di “capitalismo avanzato” (ed anzi ne era l’effetto).

    Per la prima volta nella storia, in tutto il mondo occidentale (prima in America e successivamente negli altri paesi, con l’Italia in posizione di maggior arretratezza) milioni di giovani, terminati i doveri scolastici quotidiani, si trovavano nell’inedita condizione di pensare a loro stessi: leggere libri, incontrarsi liberamente, andare al cinema, teatro, socializzare, scambiarsi idee/opinioni sulla vita, sul mondo, sulle proprie esperienze, amori, preferenze musicali, politica ecc… Quanta differenza rispetto ai giovani di poche generazioni precedenti, costretti ad andare in guerra o a lavorare spesso all’età di 8/10 anni!

    Ecco, è in questa inedita “condizione giovanile” che si farà strada pian piano, diffondendosi a macchia d’olio, una sensibilità e un pensiero critici, nei confronti del “mondo dei padri”. Val la pena di ricordare che intorno alla metà degli anni ’60 era diffusa presso gli hippies americani questa parola d’ordine, chiara e significativa: non fidatevi di chiunque abbia più di trent’anni. Tuttavia, sarebbe riduttivo considerare i profondi contrasti in atto in tutto il mondo occidentale (e non solo) esclusivamente entro i limiti di uno scontro generazionale. Certo, i giovani furono per molti aspetti i protagonisti principali di quegli scontri ma le rivendicazioni, i temi delle proteste andavano ben oltre. Ciò che veniva attaccato e rifiutato era il modello dell’ “american way of life”, perno della politica espansionistica e imperialistica americana.

    I giovani capelloni, contestatori, hyppie, beat, intendevano vivere la loro vita in maniera diversa, fuori dalle logiche mercificatrici del mercato capitalistico. E molti volevano realizzare questa utopia subito, “qui e ora”, senza attese di futuri “momenti opportuni”. In California, poi in gran parte dell’America e successivamente in tutto l’occidente, i figli dei fiori costituirono delle comuni, alcune anche molto grandi, dove si viveva liberamente -spesso abolendo quasi totalmente il denaro come strumento di mediazione – praticando il libero scambio. Queste rivendicazioni radicali, come si può facilmente capire, impensierirono molto i centri del potere politico ed economico, proprio perché, arrivate ad essere un fenomeno di massa, si temeva che le parole d’ordine libertarie e contrarie al sistema (war is over, peace and love ecc…) potessero arrivare a “contaminare “ anche altri settori della società.

    Gianni Martini

  • Rock around the clock, la “musica nuova” e l’ industria discografica

    Rock around the clock, la “musica nuova” e l’ industria discografica

    Gioventù BruciataTuttavia questo rifiuto dell’American Way of Life non riguardò solamente artisti ed intellettuali. Infatti, anche molti “giovani qualunque” avvertirono questo disagio e, benché sprovvisti degli strumenti culturali per individuarne le cause profonde, iniziarono a dare chiari segni di non accettazione di uno stile di vita freneticamente proteso all’accumulo di denaro, al “farsi una posizione” e, in definitiva,  ai loro occhi, senza senso.

    Certo, si parlerà di “gioventù bruciata” (di cui l’attore americano James Dean diventerà esempio e simbolo) protagonista di un ribellismo autodistruttivo, violento, senza sbocchi, senza “progettualità sociale” o voglia di riscatto: autoreferenzialmente proteso a “vivere l’oggi”, indifferente a tutto il resto. Può essere utile ricordare che il titolo originale di “Gioventù bruciata” – il film di N. Ray del 1955 con, appunto, James Dean, nel ruolo di protagonista – era “Rebel without cause” (ossia: “Ribelle senza causa”, titolo del libro di R. Lindner a cui il film si ispirava). E aggiungo che questo seguiva di soli due anni un altro film che illustrava un analogo tipo di “ribellismo perdente”: si tratta de “Il selvaggio” del 1953, con Marlon Brando, che a sua volta era contemporaneo de “Il seme della violenza” (1955), uno dei primi film sul disagio giovanile.

    In questo clima nasceranno le “bande”, le “gang”, fenomeno – almeno inizialmente – tipicamente metropolitano, tentativo di affermare, anche violentemente, un’identità con propri valori, leggi, comportamenti, linguaggi, in contrapposizione ad un mondo “esterno” che viene rifiutato, da cui ci si deve difendere e che tutt’al più, all’occorrenza si “usa” (ad esempio rifiutando radicalmente il modo di vivere “borghese” ma rivendicando fieramente la capacità di sapersi inserire, opportunisticamente, nelle pieghe della stessa opulenza borghese, usufruendo, ad esempio, dei sussidi sociali, vivendo di espedienti ecc…).

    A questo punto vorrei soffermarmi a rimarcare l’enorme importanza svolta da questi primi film, ambientati nel “mondo giovanile”. Tali film, infatti, vennero ad esercitare una duplice funzione: da un lato servirono da catalizzatori, da “riferimenti identitari”, per i giovani che già vivevano quei conflitti, dall’altro svolsero un ruolo amplificativo, mostrando certi atteggiamenti, mode, umori giovanili, nel loro svolgersi quotidiano. Ma c’è di più, non furono solo uno specchio dei comportamenti ribelli di una parte di quella generazione, con quei film, iniziò ad acquistare importanza la colonna sonora. Ebbero quindi un ruolo decisivo nella formazione e diffusione di un costume musicale in sintonia con i comportamenti sociali.

    Ad esempio, nella colonna sonora de “Il seme della violenza” c’era “Rock around the clock”, sconvolgente rock’n’ roll di Bill Halley, uscito nel 1954. E questa si che era una “musica nuova”: dissacrante, violenta, fisica (il corpo veniva messo in gioco liberamente, lontano da tutti i cliché dei balli correnti) sentita dai giovani americani (…e poi da tutti i giovani) come espressione sonora della loro rabbia e come affermazione di una diversa identità rispetto al quieto vivere borghese. Percepita come genuina perché – almeno nella fase iniziale – non fu un frutto delle “strategie discografiche” ma proveniva dai giovani stessi, dall’ambiente dei locali, finché qualche dj intraprendente, non iniziò di sua iniziativa a programmarla in qualche radio. Possiamo dire che “arrivò” alle case discografiche. Alcune addirittura, inizialmente, snobbarono queste nuove musiche ritenendole “roba da negri”. Tutte, ben presto, fiutarono l’enorme business internazionale e, in un certo senso, possiamo affermare che la moderna industria discografica nasce proprio in quegli anni, con il “rhythm & blues” e il “rock’n’ roll”.

    Gianni Martini

  • La generazione post conflitto mondiale e l’American Way of Life

    La generazione post conflitto mondiale e l’American Way of Life

    La Bandiera AmericanaPartendo dalla constatazione che negli ultimi 15 anni (almeno) raramente sarà capitato di ascoltare una produzione musicale realmente “nuova”, ho avviato una riflessione sul significato della parola “nuovo/novità”. Argomento piuttosto impegnativo ma al tempo stesso centrale rispetto alla riflessione musicale ed estetica contemporanea…

    Cessato il rombo dei cannoni, iniziò la “guerra fredda”, fatta di spionaggi, ricatti ed eventi  politicamente gravissimi che lasciarono il mondo, più volte, con il fiato sospeso per l’implicita minaccia di una nuova e più devastante guerra che contenevano. Basti ricordare nel 1956 e nel 1968, l’occupazione da parte sovietica, rispettivamente della Cecoslovacchia e dell’Ungheria e la “crisi cubana” del 1962. L’equilibrio del terrore- così venne definito – iniziò a scricchiolare con la venuta di Gorbaciov, alla guida dell’Unione sovietica. Il movimento di Solidarnosk in Polonia e il successivo abbattimento del muro di Berlino nel 1989, ne sancirono il crollo “definitivo” (che, bene intesi, non ha  significato fine di soprusi, ruberie, ingiustizie…).

    Ecco, questo nelle linee estremamente generali, sia chiaro,  è lo scenario storico di riferimento, almeno  per l’occidente. Bene. E noi? Bèh, noi giovani, nati dopo la fine della guerra  nel “mondo libero” (il sottoscritto è del 1952), siamo cresciuti secondo il modello “libero” americano, espressione dell’ “American way of  life” e del concetto di “nuova frontiera”, introdotto da J.F. Kennedy  (che fu presidente degli USA dal 1960) in un celebre discorso. Gli americani, infatti, intervennero corposamente, finanziando con diversi milioni di dollari, attraverso il “piano Marshall”, la ricostruzione del nostro paese. Non si trattava di un aiuto disinteressato, tutt’altro. Il problema, per gli americani, era quello di evitare che l’Italia – segmento di terra proteso nel mar mediterraneo, verso l’Africa, e quindi d’importanza strategica –  entrasse nell’area di influenza sovietica (non dimentichiamo che l’Italia già confinava con quella che allora era la Jugoslavia, paese satellite della Russia). Dunque, gli aiuti del “piano Marshall”, assicuravano che l’Italia entrasse a far parte, attraverso la Nato e il Patto Atlantico, dell’area di influenza americana.

    Con la ricostruzione, arriverà il consumismo (il mito dell’automobile, gli elettrodomestici ecc…) reso “piacevole” dalla pubblicità e contrappuntato dai film americani, dalla “musica giovane” – di cui il 45 giri fu l’emblema – e sostenuto in maniera sempre più melliflua e invasiva da lei… si…: la televisione!

    Ed è innegabile che noi giovani occidentali avessimo maggiore libertà rispetto ai nostri coetanei russi, cinesi o cubani. Tuttavia, questo mondo fatto di consumo, dove il “valore” (ipotetico) di una persona veniva misurato dalla somma degli oggetti che possedeva (e più erano di lusso più uno era ritenuto importante, ossia V.I.P. – very important person), cominciò ben presto a non convincere molti giovani, intellettuali, persone sensibili.

    Si iniziò a sospettare di questo “futuro libero”, bello, pronto e impacchettato, a disposizione di tutti (…coloro che potevano comprarselo…!!). E piano piano, il fascino del neon delle insegne delle metropoli, la forma slanciata della statua della libertà, lo sfavillio delle luci dei teatri di Broadway, il sorriso a denti bianchi dei finali dei film e telefilm americani, non riuscì più a coprire le ipocrisie di sempre, gli omicidi politici (i fratelli Kennedy, M. L. King, Malcom X), la segregazione razziale, la rovina dell’ambiente con un inquinamento crescente, la distruzione dell’economia e delle tradizioni contadine in nome del “progresso industriale” (nel film “Il laureato”, c’è una battuta che dice: “…ricorda ragazzo, il futuro è nella plastica…”), l’incubo nucleare e prima di tutto la guerra in Vietnam, una guerra – oltretutto – nemmeno mai dichiarata. In realtà già dalla seconda metà degli anni ’50, diversi giovani artisti e intellettuali iniziarono a non riconoscersi più in questa “libertà” che ritenevano, appunto, ipocrita e finta. Il loro disagio prendeva il connotato del “male di vivere”, della crisi esistenziale, consapevole espressione di un rifiuto dei valori dominanti.

    Gianni Martini

  • Il “nuovo” in musica, non bastano l’estro e la volontà individuale

    Il “nuovo” in musica, non bastano l’estro e la volontà individuale

    Partendo dalla constatazione che negli ultimi 15 anni (almeno) raramente sarà capitato di ascoltare una produzione musicale realmente “nuova”, diversa dal solito, ho avviato una riflessione sul significato della parola “nuovo/novità”.

    Certamente anche oggi, all’interno delle varie arie espressive, c’è chi sta conducendo una ricerca innovativa, magari in contrapposizione ai linguaggi correnti. Nonostante tutto – appunto – non sono sufficienti l’estro e la volontà individuali per arrivare ad essere una “novità”, nel senso epocalmente rappresentativo, che ho cercato di descrivere. Ciascuno di noi è sempre “storicamente situato”, come dire… si vive  nella storia.

    E allora, si tratta di saper interpretare la voglia di cambiamento, l’avvicinarsi del momento di rottura, momento in cui la storia stessa sembrerebbe poter compiere un balzo (…eviterei, prudentemente di indicare “direzioni”…). Ecco, quando l’intuizione creativa riesce a captare gli umori profondi, spesso il malessere di una o più generazioni; quando l’estro riesce ad incanalare l’energia che gira nell’aria, prodotta dai movimenti sociali, diventando la bocca che dà voce all’urlo delle generazioni che cercano/vogliono il cambiamento, allora dal palco della quotidianità e della storia nascono le figure effettivamente rappresentative.

    Inutile dire che tutto ciò è molto difficile, proprio perché – ripeto – bravura e volontà individuali non sono sufficienti. A volte ciò che successivamente diventerà rappresentativo (il “nuovo”), vive per anni in maniera sotterranea, in piccoli ambienti  ma, se ciò che sta esprimendo risulta condiviso/vissuto/sentito/partecipato/sognato, allora questo fermento cresce, dilaga, diventa contagioso, travalica i confini nazionali. Non servono muri, repressioni, scomuniche, filo spinato: è già oltre.

    Altri inizieranno a scrivere canzoni, dipingere, comporre musica, testi teatrali, poesie e manifesti filosofici. Coloro che sanno ascoltare/vedere/sentire ne percepiranno il movimento sotterraneo (…negli anni ‘60 non si parlava infatti di “movimento underground”?)

    Parente della talpa marxiana, questa ha connotazioni più esistenziali, è più anarcoide; la sua stessa esistenza è diretta testimonianza del suo disagio quotidiano, e al tempo stesso del  suo amore per gli slanci di libertà: niente maschere, solo intenzioni scolpite sui volti, sorrisi e rabbia senza mediazioni. E dire che, spesso, è proprio questa talpa esistenzial-estetica a preparare il terreno all’altra, si… quella “politica”e rivoluzionaria, eterna “apprendista streg(one)a” delle teorie dell’uomo “nuovo” (…toh la nostra parolina!) e degli “avvenire radiosi” che tanti danni ha fatto…

    Ho citato prima il “movimento underground”, bene… prendiamo ad esempio proprio il periodo che va dal primo dopoguerra alla fine degli anni ‘70, come ricorderete la guerra si chiuse con il mondo diviso in due blocchi: da una parte il mondo “libero” ossia l’occidente (Giappone e Australia inclusi), dall’altro il cosiddetto “blocco comunista” su cui primeggiava l’ Unione Sovietica (il mondo islamico per quanto riguarda la geografia politica, in quegli anni, era praticamente assente, assorbito nelle “sfere d’influenza americana o sovietica”.

    Continua….

    Gianni Martini

  • Gianni Martini, sulle tracce di una specie rara, la novità in musica

    Gianni Martini, sulle tracce di una specie rara, la novità in musica

    The BeatlesNei primi articoli di questa rubrica, vorrei toccare un argomento irto di spine, cercando di non farmi troppo male. Mi muoverò – quasi un “Indiana Jones musicale” – sulle tracce di una specie rara, da molti data per scomparsa: la “novità”. Ormai da almeno 15 anni sarà capitato anche a voi di avvertire, nettamente, la sensazione che non ci sia più “niente di nuovo” (e questo senso di stanchezza /vuoto/routine non riguarda solo la produzione musicale, ovviamente). Esce “l’ultimo” cd di un artista già conosciuto: ben suonato, ottimi arrangiamenti, sonorità coinvolgenti… eppure…sembra che manchi qualcosa. Lo stesso succede quando si ascolta un gruppo/interprete/strumentista “nuovo”.

    Certo, nuovo perché si tratta, supponiamo, del primo cd edito di quel determinato progetto musicale che, quindi, potremo trovare nello scaffale delle “novità”, ma non “nuovo” nel senso pieno del termine. Magari si tratta di un gruppo di ottimi musicisti e se – ipotizziamo – si analizzassero i brani potremmo, ad esempio, evidenziare degli aspetti compositivi interessanti, buone armonizzazioni, incastri ritmici complessi e insoliti, assoli espressivi, il tutto sorretto da una tecnica virtuosistica. Ecco… mi è capitato innumerevoli volte, in questi 15 anni, di aver ascoltato una produzione musicale recente e di aver pensato: bravissimi… come mille altri… e allora? Come dire?… non riesco a provare, nell’ascoltare, un’emozione particolare pur riconoscendone – ripeto – l’alto valore espressivo, tecnico ecc…

    A questo punto, probabilmente, parte del problema sta nel significato/senso che attribuiamo al termine “nuovo”. Per quanto mi riguarda, ritengo che il significato di “nuovo/novità” non sia da intendersi nel senso di “ultimo uscito” e non è sufficiente estenderne il significato, lasciando intendere “nuovo” come “innovativo” (molti prodotti musicale degli ultimi anni contengono a tutti gli effetti notevoli spunti innovativi). No, contestualmente con il termine “nuovo” intendo “rappresentativo” di un’epoca, un clima sociale, un ambiente culturale.

    Esempio: Charlie Parker, Ornette Coleman, Wes Montgomery, Miles Davis, Thelonius Monk, Charlie Mingus e poi la Mahavishnu orchestra, i Retourn to forever e i Weather report (per limitarmi a citare solo alcuni nomi della sponda jazz/fusion); e poi Jimy Hendrix, Led Zeppelin, Pink Floyd, King Crimson, Cream, Janis Joplin e prima di loro i Beatles, i Rolling Stones, Elvis Presley e tutti i bluesman storici come R. Johnson, M. Waters, L. Allison, J. L. Hooker (limitandomi a pochissimi nomi della scena rock- blues); così come, in ambito classico, Bach, Beethoven, Wagner e poi Deboussy, Berliotz, Mussorsky, Scoemberg, Stockausen, Cage, Boulez, Xenakis, tutti questi compositori/gruppi/interpreti sono stati delle “novità” nel senso che – come si diceva – hanno rappresentato un’epoca. La loro musica ha costituito la colonna sonora di periodi storici particolarmente significativi; sono riusciti ad interpretare e tradurre in suono, gli umori, le pulsioni esistenziali, le ansie/aspettative/crisi/disagi sociali di intere comuità o generazioni di giovani. A volte, la loro musica è diventata il simbolo di cambiamenti/sconvolgimenti sociali, e i loro volti delle icone. Ma non pensiamo che assurgere a linguaggio/simbolo/segno della crisi e della rottura con la tradizione, con il “disagio della quotidianità” e il “peso della storia” sia stato solo il frutto di una ricerca soggettiva e interiore, l’intuizione geniale di qualcuno che è riuscito a cogliere, metafisicamente, lo “spirito dell’epoca”.

    Il complesso rapporto tra atto creativo e storia, ho l’impressione che difficilmente si lasci ingabbiare in facili definizioni; è come se, nel tentativo di interpretarne la portata e la progressiva costruzione, restasse sempre un aspetto residuale dai tratti un po’ “misteriosi” (uso il termine in senso laico…) che, tuttavia, è proprio ciò che ci permette di tentare slanci interpretativi alternativi.

    Continua…

    Gianni Martini

  • L’angolo di Gianni Martini, un viaggio alla ricerca della “novità musicale”

    L’angolo di Gianni Martini, un viaggio alla ricerca della “novità musicale”

    A partire da domani, fa il suo esordio online la “storica” rubrica di Era Superba curata dal chitarrista genovese Gianni Martini. Un viaggio nella storia recente del nostro Paese, indagando sul concetto di “nuovo” applicato alla musica e al nostro tempo.

    Partendo dal dopoguerra e dall’ondata di “musica nuova” proveniente dall’America, il rock’n roll, si passa attraverso l’esigenza di cambiamento degli anni 60/70 dettata dalle nuove generazioni, “i giovani” come identità sociale e non solo per età anagrafica. In quegli anni la musica divenne diretta espressione di quel clima, testimone del tempo, situazione che determinò la spinta verso il “nuovo”.

    Dal sonno, al sogno, sino al brusco risveglio… Un cammino che riguarda un po’ tutti noi.

  • La storia delle Olimpiadi in pillole, tutte le edizioni dal 1896 al 2008

    La storia delle Olimpiadi in pillole, tutte le edizioni dal 1896 al 2008

    Il 2012, anno ricco di avvenimenti sportivi, avrà il suo culmine tra il 27 luglio ed il 10 agosto in quel di Londra, dove si svolgerà la 30° edizione delle Olimpiadi moderne. Mentre la Regina Elisabetta festeggerà i 60 anni di regno, Londra ospiterà per la 3° volta i giochi a 5 cerchi (le precedenti edizioni furono nel 1908 e nel 1948). Ecco la storia in pillole delle Olimpiadi moderne, edizione per edizione…

     

    ATENE 1896

    Il ripristino del mito dei giochi di Olimpia nell’antica Grecia, fu innanzitutto del Barone Pierre De Coubertin nel giugno 1894. Al termine del Congresso Internazionale di Parigi fu deciso che nel 1896 ad Atene si sarebbe svolta la 1° Olimpiade dell’ era moderna. La manifestazione si svolse dal 6 al 12 di aprile; vi parteciparono 13 nazioni ( l’ Italia no ) per un totale di 285 atleti. Nel medagliere i greci conquistarono il maggior numero di titoli ( 10 ori, 17 argenti, 19 bronzi ). Gli Stati Uniti vinsero più medaglie d’ oro (11 ori, 7 argenti, 2 bronzi ). Nella gara simbolo delle Olimpiadi, la maratona, ispirata al mito del messaggero Filippide ( che percorse 42 km e 195 m per annunciare la vittoria ateniese sui persiani ) il successo fu del greco Spiridon Louis, che divenne in breve tempo un eroe nazionale, diventando il primo atleta simbolo delle Olimpiadi moderne. Il Comitato Olimpico Internazionale dopo aver valutato l’opportunità di fare della capitale ellenica la sede fissa della manifestazione, optò per una scelta itinerante con cadenza quadriennale dei giochi a 5 cerchi, e quindi nel 1900 la 2° edizione si sarebbe svolta a Parigi.

     

    PARIGI 1900

    Quella parigina fu un edizione molto lunga e travagliata con ” molti intenti ma nulla di olimpico ” ( così sentenziò De Coubertin a conclusione della stessa ). Si gareggiò dal 20 maggio al 28 ottobre e ci vollero più di due anni per distribuire le medaglie, con gare ufficiali riconosciute ed altre dimostrative e di contorno. Nelle 20 nazioni partecipanti per 1066 atleti complessivi, ci fu anche l’ Italia, che portò a casa le prime medaglie olimpiche( 2 ori e 2 argenti ) divise tra scherma ed equitazione. La Francia dominò il medagliere conquistando 100 medaglie ( 25 ori, 41 argenti, 34 bronzi ) più del doppio della nazione seconda per podi conquistati : gli Usa ( 19 ori, 14 argenti, 14 bronzi ). Se nella prima edizione si esaltò il vincitore della maratona Spiridon Louis, Parigi applaudì le imprese dell’ americano Ewry Ray soprannominato l’ uomo caucciù ‘ visto che in gioventù fu colpito dalla poliomelite e che nonostante ciò fu in grado di vincere l’ oro nel salto in lungo e nel salto triplo da fermo. La 3° edizione, la prima oltreoceano, si sarebbe disputata a S. Louis negli Stati Uniti.

     

    S. LOUIS 1904

    La transvolata, la distanza, i costi ed anche un certo ostruzionismo fecero si che molte nazioni più che rinunciare dovettero dare forfait alla manifestazione statunitense ( Italia compresa )e quindi presenziarono solo 496 atleti di cui 432 americani. Gli atleti a stelle e strisce vinsero 77 ori 81 argenti e 78 bronzi, lasciando 41 medaglie complessive alle altre nazioni presenti. Tra gli atleti, da menzionare le prestazioni dell ‘americano Archie Hahn che vinse nell ‘atletica i 60, i 100 e i 200 metri piani; quest’ultimi vinti con il tempo di 21″6 che resterà record del mondo fino alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932. Tre vittorie anche per Harry Hillman ( 400m,200m ostacoli e 400m ostacoli ) e per il 22-enne Lightbody ( 800m,1500m e 2500 siepi ). << L’uomo caucciù >>, Ewry Ray si confermò nel salto in lungo da fermo. Nel 1908 si tornerà in Europa per la 4° Olimpiade moderna.

     

    LONDRA 1908

    Il congresso di Bruxelles del C.I.O nel 1905 assegnò i giochi olimpici a Roma su firti pressioni di De Coubertin ,ma il nostro governo con l’onorevole Giolitti in testa era contrario e quindi si dovette scegliere un’ altra sede che fu Londra. Le gare in programma daL 13 al 25 Luglio ,in realtà si svolsero da Aprile ad Ottobre,con l’ormai solita presenza di gare dimostrative. Le nazioni partecipanti furono 22 ed i padroni di casa britannici conquistarono 145 medaglie (56 O.51A.38B.) contro le 47 americane. L’ Italia vinse 2 ori e 2 argenti chiudendo nona nel medagliere. L’episodio più celebre è legato al fornaio di Carpi , Dorando Petri, che nella maratona giunse stremato e barcollante sul traguardo di una gara in cui era capoclassifica ma dove ormai stentava a restare lucido e cosciente;fu aiutato dal giudice Andrews a tagliare la linea di fine maratona, crollando esanime subito dopo. Petri lottò tra la vita e la morte per 24 ore, dopo essere stato trasportato in ospedale e la sua vittoria fu vana; infatti fu squalificato dopo il reclamo dell’americano Hayes,ma divenne un eroe per la sua mancata impresa. La Regina Alessandra gli donò una coppa d’oro e la sua popolarità varcò i confini nazionali procurandogli gloria e riconoscimenti. Si tenne poi un pranzo ufficiale, nel corso del quale il barone De Coubertin, in un discorso, lesse una frase divenuta il più famoso marchio di una competizione sportiva : << L’ importante in queste gare non è vincere ma partecipare >>, frase pronunciata la domenica precedente a una cena cui partecipò il barone De Coubertin e venne pronunciata dall’ Arcivescovo della Pennsilvania e non dallo stesso creatore delle Olimpiadi moderne come tanti credono.

     

    STOCCOLMA 1912

    La 5° edizione dei giochi olimpici moderni ,fu disputata nella capitale svedese, e venne all’unanimità applaudita per la perfetta organizzazione guidata dal buon Sigfrid Edstrom. Le gare si svolsero tra il 6 e il 15 luglio. Presenziarono 2541 atleti tra cui 57 donne,per la prima  volta presenti ai giochi (anche se in maniera semi clandestina alcune atlete presenziarono anche nelle prime edizioni). 28 le nazioni presenti,tra cui la nostra che conquistò 3 ori 1 argento e 2 bronzi,  con il già famoso Alberto Braglia ginnasta ed il 18-enne schermidore Nedo Nadi sugli scudi. La Svezia conquistò il maggior numero di medaglie(65) mentre gli Usa portarono oltre oceano più ori di tutti (25). Americano era anche l’atleta simbolo di Stoccolma 1912 il 23-enne pellerossa Jim Thorphe ,oro nel pentlathon e nel decathlon premiato personalmente dal monarca svedese Gustavo che lo definì << il più grande atleta  del mondo >>. Purtroppo per un indagine interna statunitense Thorphe  fu accusato di professionismo, violando il dilettantismo che vincolava gli atleti dei giochi a 5 cerchi,e costretto a restituire le 2 medaglie. Ricevette la solidarietà dello stesso De Coubertin ma non vi fu modo di  riavere i 2 ori , neanche negli anni seguenti. A Thorphe dedicarono anche un film <<Il gigante dello stadio >> con Burt Lancaster nel suo ruolo. Nel 1916 si sarebbe dovuto gareggiare a Berlino, ma ovviamente il conflitto mondiale rese impossibile la disputa delle Olimpiadi, si sarebbe ripreso a gareggiare nel 1920 sempre in Europa.

     

     

    ANVERSA 1920

    A due anni dalla conclusione del primo conflitto bellico,si riprese a disputare le Olimpiadi,come sede fu scelta Anversa,città belga.Presenti 29 nazioni che sfilarono per la cerimonia ufficiale davanti al Re Alberto.Il medagliere fu dominato dagli U.S.A.(41 Ori,27 Argenti;27 Bronzi),mentre il Belgio padrone di casa conquistò il 5° posto,nel computo totale(14 Ori;11 Argenti;11Bronzi).Fu un edizione florida di medaglie anche per la  nostra Nazione,che laureò 13 campioni olimpici,abbinati a 5 Argenti e 6 Bronzi. Ugo  Frigerio ,vinse i 3 Km ed i 10Km di marcia;la scherma con Nedo Nadi,stella assoluta,permise la solita incetta di allori limpici. Si vinse anche nel ciclismo,nel canottaggio,nei pesi,negli sport equestri e nella ginnastica. Un bronzo ,giunse  anche nella gara di tiro alla fune.Tra gli atleti,si posero all’attenzione,l’americano Charles Paddock,come migliore velocista a stelle e strisce degli anni venti,ed il grande finlandese Paavo Nurmi,che sarà protagonista anche nelle successive Olimpiadi (saranno infatti 9 i suoi Ori,tra Anversa 1920 e Parigi 1924).

     

    PARIGI 1924

    Si tornò a Parigi,dopo l’edizione del 1900,ed il numero delle nazioni presenti aumentò fino a 45,sopratutto europee.Gli atleti furono 3092(136 donne)e le gare furono distribuite tra maggio e luglio.Gli sportivi americani sfiorarono le 100 medaglie(45 Ori;27 Argenti;27 Bronzi),ed al secondo posto come “metalli pregiati” si piazzò la Finlandia(14-13-10) con Nurmi trascinatore dei finnici. Per la nostra nazione,8 ori,3 argenti e 5 bronzi,che fruttarono il 5° posto finale nel medagliere. La nazionale di calcio fu affidata a Vittorio Pozzo,il futuro C.T. dell’Italia,campione del mondo,nel 1934 e nel 1938,ma fu eliminata dalla Svizzera. Nel nuoto s’impose all’attenzione generale,un atleta americano Johnny Weissmuller,che divenne poi famoso,interpretando il ruolo di Tarzan al cinema.Da segnalare che nel 1924 cominciarono anche le Olimpiadi  invernali,con sede Chamonix,dedicata agli sport del ghiaccio, l’anno dopo il barone De Coubertin, passava il ruolo di presidente C.I.O. a Henrry De Baillet-Catour.

     

    AMSTERDAM 1928

    Si svolsero dal 28 luglio al 12 agosto,le Olimpiadi in terra d’Olanda;alla cerimonia d’apertura venne istituita la procedura,tuttora  vigente,in cui la Grecia sfila per prima ,e le altre nazioni a seguire in ordine alfabetico,e venne acceso con la fiaccola il braciere Olimpico,attivo per l’intera durata della kermesse dei giochi a 5 cerchi,3015 gli atleti presenti,290 delle quali donne,con 46 nazioni partecipanti. L’Italia conquistò 7 Ori;5 Argenti;7 Bronzi,conquistando il 5° posto assoluto nel medagliere,con gli  Stati Uniti davanti a tutti (22 Ori;18 Argenti;16 Bronzi). Nel torneo di calcio vinto  dall’Uruguay ci classificammo terzi rivelando alcuni elementi che formeranno in seguito  l’ossatura della squdra che avrebbe vinto i mondiali  di calcio del 1934(Combi,Rosetta,Callegaris,Schiavo).Weissmuller si ripetè nel nuoto(100Mt),mentre nel salto triplo  con la misura  di 15m e 21 cm, Mikio Oda,regalò al Giappone la prima vittoria olimpica.Nel 1932 si sarebbe attraversato l’oceano per gareggiare negli Stati Uniti,28 anni dopo Sant Louis con sede Los Angeles.

     

    LOS ANGELES 1932

    Si tornò negli USA,  come già annunciato,in un America ancora con i postumi della crisi economica del 1929,ma sempre pronta a cavalcare il  business dell’ evento, creando anche un villaggio olimpico ad hoc ,specie per gli atleti maschi. Si gareggiò dal 30 Luglio al 14 Agosto e pur essendo trascorsi 28 anni da St. Louis 1904, la distanza ed i costi fecero si che gli atleti  furono solo 1048 (127 donne)rispetto agli oltre 3000 di Amsterdam1928.Fu, come spesso degli Stati Uniti il primo posto nel medagliere con oltre 100 medaglie vinte (41 ori 32 argenti 30 bronzi), ma con gran soddisfazione ,dietro agli americani fu l’Italia a vincere più”trofei”(12 o. 12 a. 12 b.)Grande risalto ebbe la vittoria nei 1500 m piani di Luigi Beccali. Tra gli atleti si segnalarono lo statunitense Eddie Tolan ,che vinse i 100 e i 200 m piani , il finlandese Jarvinen, dominatore nel lancio del giavellotto e nelle gare del gentil sesso la 18-enne texana Mildred “Babe” Didrikson che fece suoi gli 80 m ostacoli ed il lancio del giavellotto,stabilendo in entrambi i casi il record olimpico e mondiale.Fu squalificata invece con una decisione discutibile nel salto in alto, altrimenti il suo carnet sarebbe aumentato ulteriormente.Furono squalificati per professionismo il francese Ladoumegue ed il leggendario finlandese Paavo Nurmi. Quest’ultimo venne invitato ed inserito  nei partecipanti alla Maratona ,ma non gli fu permesso di partire (!)  Nel 1936 si sarebbe ritornati in Europa e più precisamente a Berlino.

     

    BERLINO 1936

    La Germania ospitò le gare della XI Olimpiade, in una nazione ormai assoggettata alla dittatura hitleriana, con simboli nazisti in tutta Berlino e con il Fuhrer e i suoi gerarchi pronti a lasciare lo stadio per non applaudire e premiare atleti di colore e di stati considerati inferiori. L’ edizione fu comunque molto ben organizzata e la regista Leni Riefensthal girò un film a riguardo di Berlino 1936. Gli atleti( 4069 di cui 328 donne ) in rappresentanza di 49 nazioni sfilarono il 1° agosto per la cerimonia di apertura. Il medagliere arrise alla Germania ( 33 ori, 26 argenti e 30 bronzi ) davanti a Usa, Ungheria ed Italia ( 8 ori, 9 argenti e 5 bronzi ). La bolognese Trebisonda ‘Ondina’ Valla vinse gli 80 metri ostacoli; nella scherma brillammo come al solito e nel calcio battemmo in finale l’ Austria 2-1 guidati da Vittorio Pozzo e trascinati dall’ occhialuto Annibale Frossi autore della doppietta decisiva. L’ atleta simbolo di Berlino 1936 fu, comunque, l’ americano di colore Jesse Owens, nativo dell’ Alabama e capace di conquistare 4 ori tra gare di velocità e salto in lungo. Si narra che Hitler  per non complimentarsi con Owens, abbandonò lo stadio, ma il pubblico fece del grande Jesse un beniamino, applaudendo le sue imprese. Uno smacco per il Fuhrer che in terra germanica lo sportivo più ammirato sia stato un afroamericano. Quasi a chiudere un cerchio, Berlino fu l’ ultima Olimpiade disputata prima del secondo conflitto mondiale. Si sarebbe tornato a gareggiare nel 1948 a Londra. Intanto il 2 settembre 1937 moriva per una crisi cardiaca il barone Pierre de Coubertin, colui che aveva ripristinato i giochi a 5 cerchi e 1° presidente del C.I.O.

     

     

     

    LONDRA 1948

    Dopo la II Guerra mondiale, il neopresidente C.I.O Sigfried Edstrom assegnò i giochi a Londra, 40 anni dopo l’ edizione del 1908, quella di Dorando Petri. Le macerie post conflitto erano presenti ovunque e la parola d’ ordine fu: austerity; con il divieto per il comitato organizzativo di costruire nuovi impianti. Assenti per motivi comprensibili Germania e Giappone, furono 59 gli stati presenti, per un totale di 4383 atleti. La cerimonia d’ apertura si tenne il 29 luglio, alla presenza del re Giorgio VI, il padre di Elisabetta II. Nel medagliere Stati Uniti davanti a tutti ( 38 ori, 27 argenti e 19 bronzi ), precedendo Svezia, Francia e Ungheria. Per l’ Italia 5° posto, frutto di 8 ori, 11 argenti e 8 bronzi. Adolfo Consolini vinse nel lancio del disco; mentre tra gli atleti di altre nazioni si evidenziarono, l’ufficiale cecoslovacco Emil Zapotek che domina i 10000 metri, la olandese Fanny Blankers-Koen, vincitrice di 4 medaglie e il finnico Rautavaara, 1° nel lancio del giavellotto. Nella maratona, vinta dal corridore argentino Delfo Cabrera, il francese Gailly visse un finale di gara come il nostro Petri ( sempre in quel di Londra ), conclusosi fortunatamente senza gravi conseguenze,finendo in ospedale, completamente stravolto, dopo aver tagliato il traguardo.

     

    HELSINKI 1952

    La XV Olimpiade dell’ era moderna, si svolse in Scandinavia, più precisamente in Finlandia e venne inaugurata il 19 luglio dal Presidente Paasikivi. L’ ultimo tedoforo fu Paavo Nurmi, che sfilò con la fiaccola sotto la sua statua eretta nello stadio Olimpico; 18 sport presenti con 5867 atleti in rappresentanza di 69 stati. Tornarono a gareggiare anche sportivi russi e rientrarono tedeschi e giapponesi. Americani davanti a tutti nel carnet finale ( 40 ori, 19 argenti e 17 bronzi ),poi a seguire Urss, Ungheria e Svezia. Per gli azzurri 8 ori,9 argenti e 4 bronzi. Per il 5° medagliere assoluto, in una ipotetica classifica, i Mangiarotti nella scherma e Dordoni nella marcia( 50 km ), conquistarono grandi vittorie, ma salimmo sul podio più alto anche in gare di pugilato, ciclismo e vela. Nel nuoto giunse in semifinale dei 100 metri stile libero il 1° connazionale sceso sotto il minuto sulla distanza, il napoletano Carlo Pedersoli; in seguito divenuto il famoso attore Bud Spencer di tanti film pieni di sganassoni e umanità. L’ Ungheria trascinata dall’ossatura della Honved Budapest dominò il torneo di calcio ( 2-0 in finale sulla Jugoslavia ). L’ icona assoluta di Helsinki 1952 fu, senza ombra di dubbio, il cecoslovacco Zapotek, già protagonista a Londra 1948, vincitore con ampio margine dei 5000 e dei 10000 metri e della maratona. Il 1952 salutò l’ elezione alla presidenza C.I.O dell’ americano Avery Brundage. Nel 1956 la terza Olimpiade extraeuropea condurrà gli atleti in Oceania.

     

    MELBOURNE 1956

    Dopo aver disputato tutte le olimpiadi in Europa, tranne che nel 1904 e nel 1932 quando si gareggiò in Nord America, vennero finalmente calcati nuovi lidi. Non potendo disputare le gare in Africa ed in Asia per problemi innanzitutto organizzativi, la XVI Olimpiade si svolse in Australia, nella città di Melbourne, tra il 22 novembre e l’ 8 dicembre, visto che nel periodo estivo europeo in Australia c’è un clima opposto e quindi rigido, essendo posizionata nell’ altro emisfero. Più che per motivi logistici come nei casi S. Louis e Los Angeles, furono alcune questioni politiche ed economiche a far si che alcune nazioni rinunciassero a partecipare. Filippo di Edimburgo, marito di Elisabetta II, diede il via alla kermesse con 67 Stati presenti, per un totale di 3183 atleti. L’ Urss raccolse 37 ori, 29 argenti e 32 bronzi; gli Stati Uniti furono i migliori dopo i sovietici ( 32 ori, 25 argenti e 17 bronzi ). Buono fu anche il comportamento dei padroni di casa australiani che conquistarono 35 medaglie, per l’ Italia 8 ori, 8 argenti e 9 bronzi, Ercole Baldini vinse la gara nel ciclismo su strada, mentre la scherma ci regalò al solito grandi risultati, con il podio completo nella spada individuale: 1° Pavesi, 2° Delfino e 3° Edoardo Mangiarotti. Il russo Vladimir Kuts vinse i 5000 e i 1000 metri, mentre la maratona arrise al franco-algerino Alain Minoun. Nel 1960 si tornerà in Europa per la disputa della XVII Olimpiade, e precisamente in Italia, nella capitale, Roma.

     

    ROMA 1960

    Si svolse dal 25 agosto all’ 11 settembre con numeri da record la ‘nostra’ Olimpiade : 84 nazioni, 5915 atleti, 5337 partecipanti, 651 atlete donne. Molti impianti furono costruiti e diversi altri riadattati. Il giuramento fu letto da Adolfo Consolini, ex olimpico azzurro. Nel medagliere, alle spalle delle due nazioni-guida ( Urss ed Usa ) arrivò l’ Italia. Conquistammo 36 podi frutto di 13 ori, 10 argenti e 13 bronzi. Molteplici le storie e i protagonisti di Roma 1960. Nei 100 metri vinse il tedesco Armin Hary, nei 200 metri il torinese Livio Berruti, 23-enne strabiliò vincendo in 20” e 5′, stabilendo anche il record del mondo e conquistando le pagine d’ apertura anche dei giornali non sportivi. Gli Usa si rifecero nei 400 metri con Otis Davis, dopo le batoste dei 100 e 200 metri. Negli 800 metri il ‘ kiwi ‘ Peter Snell beffò il belga Roger Moens, mentre nei 1500 il grande Heribert Elliot, australiano, vinse con 2” e 8 di vantaggio sul francese Jazy. Dopo 25 anni crollò il record del salto in lungo di Jesse Owens, con Robertson che ‘ volò ‘  a 8,21 metri, mantenendo il marchio statunitense come primatista del record del mondo. I russi, come grandi protagonisti, presentarono lo schermidore Victor Zhdanovich, il ginnasta Boris Shakhlin e nel sollevamento pesi Jury Vlasson, che stabilì il nuovo record del mondo con 537,5 kg. Nelle gare femminili copertina d’ obbligo per la ‘ gazzella  del Tennesse ‘ Wilma Rudolph vincitrice di 3 medaglie d’ oro nei 100-200-4 x 100 metri piani. I fratelli Raimondo e Piero D’ Inzeo furono primo e secondo nel concorso del salto ad ostacoli individuali, montando i cavalli Posillipo e The Rock. Nel pugilato il titolo dei mediomassimi andò al diciottenne americano Cassius Clay ( in seguito Muhammad Alì ). La storia più bella, comunque, fu quella della maratona, che fu disputata in serata partendo dal Campidoglio e arrivando sotto l’ Arco di Costantino, in una Roma meravigliosamente illuminata. Vinse l’ etiope Abebe Bikila che vinse correndo a piedi nudi, incantato mentre tagliava il traguardo. Fu una grande Olimpiade, quella romana e la stessa economia nazionale ne ebbe beneficio, mentre è di recente bocciatura da parte dell’ attuale governo Monti la candidatura per le Olimpiadi del 2020, in un’ Italia più preoccupata da altre faccende. Nel 1964 un nuovo continente ospiterà per la prima volta i giochi olimpici.

     

    TOKYO 1964

    Il 6 maggio 1963, in una clinica di Losanna, moriva Marie Rothan, 101-enne, moglie del barone De Coubertin, mentre l’ anno dopo l’ Asia ospitava per la prima volta le olimpiadi con sede Tokyo ( Giappone ). Al solito, nonostante tanto celebrato spirito olimpionico, ci furono alcune rinunce o esclusioni per motivi politici e diplomatici ( Indonesia, Corea del Nord e Sud Africa ). Presenziarono 94 nazioni per un totale di 5541 atleti. Davanti a tutti nel medagliere gli Usa ( 36 ori, 26 argenti e 28 bronzi ), mentre i russi conquistarono il maggior numero di medaglie ( 96 ). I padroni di casa giapponesi laurearono 16 campioni olimpici, mentre i nostri atleti vinsero 27 metalli pregiati ( 10 ori, 10 argenti e 7 bronzi ). La Germania partecipò per l’ ultima volta come nazione singola, dal 1968 al 1988 saranno presenti Germania Est e Germania Ovest, divise dal muro di Berlino e non solo. L’ America vinse 21 trofei solo nell’ atletica leggera, con Bob Hayes vincitore dei 100 metri, Henry Carr dei 200, Mike Carrabee dei 400, Bob Schul dei 5000 e William Mils dei 1000 metri; quest’ultimo con una strepitosa volata finale. Il neozelandese Peter Snell, già conosciuto in quel di Roma dominò 800 e 1500 metri. Lo “zar” russo Valery Brumer vinse il salto in alto mentre Al Oerter ( Usa ) conquistò il terzo ‘alloro’ olimpico consecutivo. Joe Frazier ( Usa ) , lo storico rivale di Alì, recentemente scomparso, vinse l’ oro nel pugilato, categoria pesi massimi. Per l’ Italia da segnalare le imprese di Abdon Pamich, vincitore nei 50 km di marcia, il ginnasta Franco Menichelli, oro nel corpo libero, argento negli anelli e bronzo nelle parallele e l’ argento nei tuffi di Klaus Dibiasi. La maratona fu rivinta dal grande Abebe Bikila, l’ etiope, questa volta con le scarpe, rifilò un notevole distacco all’ inglese Heatley e al giapponese Tsuburaya.

     

    CITTA’ DEL MESSICO 1968

    Fu un anno di grandi lotte interne in più di una nazione ( Italia compresa ) e anche l’ olimpiade messicana fu anticipata dagli scontri tra polizia e studenti, mettendo a rischio la disputa delle gare a 5 cerchi che alla fine partirono ugualmente. Si sfondò il tetto delle 100 nazioni partecipanti ( 112 ) per un totale di 6626 atleti. Gli Usa vinsero 45 ori, 28 argenti e 34 bronzi, davanti a Russia e Giappone,mentre per l’ Italia la kermesse messicana rese solo 3 ori, 4 argenti e 9 bronzi. Le problematiche razziali emersero nella premiazione dei 200 metri piani, con la clamorosa protesta dei colored americani Tommie Smith e Johon Carlos ( oro e brozo olimpici ) che salirono sul podio, senza scarpe, con calze nere, pugno chiuso levato in alto e coperto da un guanto nero per evidenziare ulteriormente il disagio etnico tra bianchi e neri, scatenando poi ulteriori proteste e polemiche. Tornando alle gare Bob Beamon vinse il salto in lungo con l’ incredibile balzo di 8,90 metri, record poi rimasto imbattuto per 23 anni, Al Oerter fece poker nella sua specialità ( lancio del disco ), vincendo il 4° oro consecutivo dopo Melbourne, Roma e Tokyo, mentre Dick Fosbury vinse nel salto in alto rivoluzionando la tecnica di salto e semipensionando il “ vecchio “ ventrale. Nel pugilato, nei massimi vinse l’ americano George Foreman, terzo futuro big ad imporsi, dopo Clay a Roma e Frazier a Tokyo. I nostri ori arrivarono nel canottaggio con il duo Baran e Sambo, timoniere Cipolla ), nel ciclismo con Vianelli e nei tuffi con Dibiasi che conquistò il primo dei suoi ori olimpici ( vincerà anche a Monaco 1972 e Montreal 1976 ). La maratona fu vinta ancora da un atleta etiope: Mamo Wolde, mentre Bikila si ritirò al 17esimo km.

     

    MONACO 1972

    Fu un edizione insanguinata quella tedesca. Il 5 settembre un gruppo di fedayn entra nel villaggio olimpico, nel quartiere degli atleti israeliani, uccide 2 persone, cattura 9 ostaggi e chiede il rilascio di 200 palestinesi e di 3 aerei per lasciare la Germania. Le trattative diplomatiche sono vane, con somme di denaro ingenti proposte a smuovere i terroristi. Poi nella notte tra 5 e 6 settembre il massacro con i tiratori scelti bavaresi che sparano con il bollettino finale di : 1 elicotterista, 1 poliziotto, 4 fedayn e tutti gli ostaggi morti. Gare sospese per un giorno, poi si riprese, ma in un edizione comunque ben organizzata ancora oggi Monaco 1972 è innanzitutto ricordata per la strage avvenuta. A livello sportivo 127 nazioni al via per 7015 atleti. Medagliere dominato dai russi ( 99 podi ) contro i 94 americani, mentre la Germania est conquista 66 medaglie contro le 40 della Germania ovest. Per l’ Italia 18 medaglie frutto di 5 ori, 3 argenti e 10 bronzi, un terzo dei quali negli sport acquatici, grazie ai tuffatori Di Biasi e Cagnotto e alla giovanissima padovana Novella Calligaris che conquista 1 argento e 2 bronzi. Il finlandese Lasse Viren vinse i 5000 e i 1000 metri. Tra l’ altro in quest’ultima gara cadendo a metà e rimontando fino al successo finale. Mentre l’ ugandese John Akiibua regalò 400 ostacoli il primo oro olimpico alla sua nazione con record del mondo annesso. Nella pallacanestro maschile, con l’ Italia quarta, i russi sorpresero in finale gli Usa grazie al canestro decisivo di Alexander Belov che sancì in mezzo ad innumerevoli proteste americane il 51 a 50 finale, nei 3 secondi finali assegnati dagli arbitri. Comunque l’ atleta simbolo rimane il nuotatore Usa Mark Spitz che vinse nel nuoto 7 ori, stabilendo anche  7 record del mondo, impresa superata poi 36 anni dopo a Pechino da un altro atleta a stelle e strisce : Michael Phelps. Nel 1976 l’ olimpiade si svolgerà a Montreal, in Canada.

     

    MONTREAL 1976

    Mentre il clima da guerra fredda aumentava il Canada ospitò la manifestazione olimpica. Fu un edizione caratterizzata dal forfait di diverse nazioni, per motivazioni principalmente politiche. Sfilarono nella cerimonia d’ apertura 92 nazioni, che a gare avviate videro il ritiro di Tunisia, Egitto, Marocco e Camerun. Inoltre dopo il dramma di Monaco1972, il servizio d’ ordine venne notevolmente ampliato con più di duecentomila militari impegnati.L’ Urss dominò il medagliere ( 49 ori, 41 argenti e 35bronzi ) davanti ai tedeschi dell’ Est e agli Usa; mentre la raccolta italiana fu solo di 2 ori, 7 argenti e 4 bronzi. Klaus Di Biasi fu ancora il migliore nei tuffi, mentre l’ altro oro giunse dalla scherma grazie al mestrino Fabio Del Zotto che sorprese lo zar Aleksandr Romankov. Tra i 7 argenti da menzionare quello di Sara Simeoni nel salto in alto femminile e nei tuffi maschili quello di Franco Cagnotto, il papà della bravissima Tania. L’ americano James Montgomery scese sotto i 50 secondi ( 49’99’’ ) nei 50 metri stile libero di nuoto,vinse altre 3 medaglie ( 2 ori nelle staffette, 1 bronzo nei 200 stile libero ), John Naber dorsista di ori ne vinse addirittura 4, mentre in campo femminile la Germania est conquistò 11 ori. Sempre nelle gare femminili ci fu l’ impresa della ginnasta rumena Nadia Comaneci, 1,53 m per 39 kg. La 15enne nata ad Onesti, vicino ai Carpazi, meritò in pedana 3 ori, 2 argenti e 1 bronzo, prendendo in 6 occasioni il voto 10 dai giudici. Nelle gare di atletica il finlandese Viren bissò i titoli di Monaco nei 5000 e nei 10000 metri, il cubano Alberto Juantorena vinse i 400 e gli 800 metri piani ( 1° atleta a riuscirci ) e l’ americano Edwin Corley Moses, mister 13 passi, dominò i 400 ostacoli con il tempo record di 47”64. Moses è stato uno dei più grandi dominatori nello sport di ogni genere: vinse tra il 1976 e il 1987 122 gare ( 107 finali ) consecutive, e in tutta la carriera 178 corse su 187, rivincerà nel 1984 a Los Angeles, mentre nel 1980 non partecipò. Nel 1990 fu 3° in una gara di Coppa del Mondo di bob a 2 con il connazionale Brian Shimer. Il pugile cubano Teofilo Stevenson riconquistò l’ oro nel pugilato ( e si ripeterà anche a Mosca 1980 ).

     

    MOSCA 1980

    Sia l’ Olimpiade moscovita che quella statunitense di Los Angeles 1984 saranno caratterizzate da un clima da “ guerra fredda “, e se a Mosca le nazioni del gruppo “ americano “ non parteciparono, la stessa situazione si verificherà nel 1984 con diverse nazioni del gruppo “ comunista “ facenti capo alla Russia assenti. 81 nazioni gareggiarono dal 19 luglio al 3 agosto e ben 61 boicottarono le gare. L Italia partecipò dopo varie polemiche interne con la bandiera a 5 cerchi, invece che quella tricolore e senza l’ inno di Mameli,sostituito con quello dei giochi. L’ Italia vinse 8 ori, 3 argenti e 4 bronzi mentre i padroni di casa sfiorarono le 200 medaglie complessive ( 195 in tutto ). Alle spalle dei russi, la Germania est con 126 medaglie, Pietro Mennea vinse i 200 metri piani, Sara Simeoni il salto in alto donne, Maurizio Damilano la 20 km di marcia, negli sport di squadra da segnalare l’ argento del basket maschile; Dino Meneghin e compagni furono superati dalla Jugoslavia dopo aver sorpreso in semifinale l’ Urss. Gli inglesi Ovett e Coe, con una rivalità pari a quella di Coppi e Bartali si spartirono 800 e 1500 metri piani, e il tedesco dell’ est Waldemar Cierpinsky riconquistò la maratona dopo Montreal 1976, eguagliando il grande Abebe Bikila. Come già segnalato, visto che rifiutò di diventare professionista, Stevenson conquistò il terzo oro consecutivo nel pugilato.

     

    LOS ANGELES 1984

    La 23° olimpiade dell’ era moderna, caratterizzata dal boicottaggio di molti paesi dell’ era comunista, partì il 28 luglio con 140 nazioni e 6796 atleti. L’ America maestra dello show business organizzò una cerimonia d’ apertura memorabile e Edwin Moses lesse il giuramento degli atleti. Usa vincitori di 174 medaglie con la Romania sorprendentemente seconda. L’ Italia vinse 14 ori, 6 argenti e 12 bronzi; con il successo di Alberto Cova nei 10000 metri e il 1° trionfo dei fratelli Abbagnale; grandi furono anche le imprese del fiorettista Mauro Numa, del pesista Alessandro Andrei, della mezzafondista Gabriella Dorio, del lottatore Vincenzo Maenza, tutti vincitori olimpici. L’ uomo simbolo fu l’ atleta statunitense Frederick Carlton, “Carl” Lewis, nativo dell’ Alabama e vincitore di 4 ori tra il salto in lungo e gare di velocità, eguagliando il grande Jesse Owens. A fine carriera saranno 9 i suoi ori olimpici, e 1 argento, 8 i suoi titoli mondiali, 1 argento e 1 bronzo. Grandi furono le prestazioni del nuotatore tedesco dell’ ovest Michael Gross, detto l’Albatros, 2,02 metri di altezza e 2,27 d’apertura di braccia, che vinse i 100 farfalla e i 200 stile libero. Il ginnasta cinese Li vinse 3 ori, 2 argenti e 1 bronzo; Moses riconquistò i 400 ostacoli dopo lo stop forzato di Mosca 1980. La maratona fu vinta dal portoghese Carlos Lopez, mentre in quella femminile, vinta dalla statunitense Benoit, la svizzera Cristina Anderben visse una situazione che riportò alla mente Dorando Petri a Londra 1908, giungendo stremata al traguardo, completando in più di 18 minuti l’ ultimo km, ma portando meritatamente a termine la gara.

     

    SEUL 1988

    La 24° edizione olimpica si svolse in Corea del Sud, con 159 nazioni presenti ( fortunatamente i boicottaggi erano terminati ). La tv cominciava ad entrare prepotentemente negli eventi sportivi, il tennis tornava in gara dopo 64 anni. Il medagliere vide l’ Urss precedere Germania Est e Usa. I russi conquistarono 132 medaglie contro le 102 tedesche e le 94 americane. L’ Italia portò a casa 6 ori, 4 argenti e 4 bronzi con il bis olimpico dei fratelli Abbagnale e del timoniere Di Capua; l’ impresa di Gelindo Bordin nella maratona e Vincenzo Maenza capace di ripetersi nella lotta grecoromana come i fratelloni di Castellammare di Stabia nel canottaggio. Vinsero anche il terzo degli Abbagnale, Agostino, nei 4 di coppia con Poli, Farina e Tizzano; Stefano Cerioni nella scherma e il pugile Giovanni Parisi (vedi foto) nei pesi piuma, scomparso in un tragico incidente d’ auto nel marzo 2009. Seul 1988 è l’ olimpiade della famosa squalifica per doping del canadese Ben Johnson vincitore dei 100 metri piani con il tempo record di 9’79” e poi eliminato dalla gara dopo le controanalisi. L’ oro finì al collo di Carl Lewis. Furono 10 gli atleti squalificati per doping, ma ancora oggi per molti il simbolo negativo di Seul 1988 è il canadese a cui fu sottratto anche l’ oro mondiale di Roma 1987. Nei tuffi brillò la stella di Greg Louganis, l’ americano si ferì nelle qualificazioni sbattendo la testa contro la tavola flessibile del trampolino, ma vinse con oltre 25 punti la sua 4° medaglia d’ oro; nel nuoto Matt Biondi vinse 5 ori, 1 argento e 1 bronzo e la tedesca dell’ est Kristin Otto conquistò 6 ori. Altra atleta che si distinse fu l’ americana Florence Griffith vincitrice di 3 ori e 1 argento e nelle gare di atletica, personaggio eccentrico, si fece notare anche per i suoi body aderenti e variopinti. La Griffith morirà nel 1998 per una crisi epilettica ma anche su di lei si addensarono spesso voci di doping e assunzione di sostanze proibite. Nel 1992 si sarebbe gareggiato in Spagna.

     

    BARCELLONA 1992

    La caduta del muro di Berlino e lo scoppio del conflitto nei Balcani con la disgregazione della Jugoslavia fecero si che a Barcellona ’92 parteciparono 169 nazioni per un totale di 9367 atleti e se la Germania tornava a gareggiare sotto un’ unica bandiera, la comunità degli stati indipendent ( C.S.I ) prendeva il posto dell’ Urss. I giochi furono aperti da re Juan Carlos di Borbone il 25 luglio e videro proprio la C.S.I vincere più medaglie di tutti ( 112 ) contro i 108 degli Usa e gli 82 della Germania riunita. L’ Italia conquistò 6 ori, 5 argenti e 8 bronzi, con la epica vittoria nella pallanuoto maschile del ” Settebello ” di Ratko Rudic contro la Spagna ( 9-8 dopo 6 supplementari ) e il successo del ciclista Fabio Casartelli nella prova su strada ( poi scomparso tragicamente nel tour de France 1995 ); oltre all’ argento dei bicampioni olimpici Maenza e dei fratelli Abbagnale nelle rispettiva discipline. Furono fruttifere di medaglie anche la scherma e il tiro al volo. Ma  Barcellona ’92 è ancora oggi  l’ Olimpiade del “Dream Team”, la squadra dei sogni del basket Usa. L’ apertura al professionismo permise agli americani di schierare: Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird, Charles Barkley, Scottie Pippen, Karl Malone, John Stochton, Pat Ewing, David Robinson, Clyde Drexler, Chris Mullin e Chris Lettner, primo del draft Nba di quell’ anno. Guidati da Chuck Daly dominarono gli avversari e superarono in finale 117 a 85 la Croazia. Il russo Alexander Popov fu l’ uomo simbolo del nuoto, il ginnasta Vitaly Scherbo, bielorusso, vinse 6 ori nella ginnastica. L’ ucraina Tatiana Gutsu sempre nella ginnastica conquistò 2 ori, 1 argent e 1 bronzo. Nel 1996 si sarebbe celebrato il ” secolo olimpico ” e la scelta di Atene a 100 anni dalla prima edizione, pareva scontata ma il business e la Coca Cola resero vincente la candidatura statunitense.

     

     

     

    ATLANTA 1996

    Come detto la tradizione venne superata dal dio denaro e Atlanta fu preferita ad Atene. Parteciparono 197 paesi, tutti i membri del C. I.O, per un totale di 10328 atleti. Si cominciò il 19 luglio e il tedoforo che accese il braciere olimpico fu il grande Cassius Clay, Muhammad Alì, da anni affetto dal morbo di Parkinson. Usa primo nel medagliere con 101 metalli nobili ( 44 ori, 32 argenti e 25 bronzi ), davanti a Russia e Germania. Ottimo il bottino per l’ Italia con 13 ori, 10 argenti e 12 bronzi, con il signore degli anelli Yuri Chechi, la biker Paola Pezzo e gli schermitori grandi protagonisti. Roberto Di Donna nel tiro con la pistola ad aria compressa, s’ impose all’ ultimo tiro per 1/10 di punto sul cinese Yu Fu Wang. Lo zar Alexander Popov bissò il titolo nei 100 metri stile libero di Barcellona ’92, vinse anche i 50 stile libero e 4 argenti nelle staffette. Nel tennis maschile vinse Andre Agassi ( Usa ), nel pugilato categoria pesi super massimi l’ ucraino Wladimir Klitischko, nel ciclismo l’ iberico Miguel Indurain vinse la gara a cronometro, mentre in campo femminile Jeanne Longo ( Francia ) conquistò l’ oro su strada e l’ argento a cronometro. Nell’ atletica Lewis vinse il quarto oro nel lungo, Marie Jose Perec ( Francia )  vinse 200 e 400 metri piani, il texano Michael Johnson i 200 e 400m con la sua incredibile andatura, stabilendo il nuovo record del mondo nei 200 metri con 19’32”; nella maratona il successo del sudafricano Josia Thugnane. Il torneo di calcio fu vinto dalla Nigeria, mentre l’ Italia partita con propositi di medaglia uscì mestamente al 1°turno.

     

    SIDNEY 2000

    Per riavere le olimpiadi Atene dovrà attendere il 2004. Per l’ edizione del 2000 venne scelta l’ Australia e più precisamente Sidney, riportando in Oceania, 44 anni dopo Melbourne 1956 i giochi. Gli atleti furono 10651 e unanimi furono i consensi per l’ organizzazione e il clima gradevole della kermesse australiana. Gli ” aussie ” furono 4° nel medagliere dietro ad Usa, Russia e Cina, mentre il bottino italiano fu di 34 metalli pregiati con 13 ori, 8 argenti e 13 bronzi. Domenico Fioravanti, 1° italiano a vincere una gara olimpica nel nuoto, conquistò ia i 100 che i 200 metri rana ( fu poi costretto al ritiro negli anni seguenti per un’ anomalia genetica del cuore ). Paola Pezzo bissò nella mountain bike il successo di Atlanta ’96. Valentina Vezzali s’ impose nel fioretto individuale e di squadra ( con Daria Bianchedi e Giovanna Trillini ), gli spadisti vinsero il torneo a squadre maschile. Grandi applausi anche per gli atleti della canoa ( Antonio Rossi, Beniamino Bonomi Josef Idem ) e del canottaggio con Agostino Abbagnale che nel 4 di coppia vinse con Galtarossa, Ranieri e Sartori il 3° alloro olimpico personale. Massimiliano Rosolino portò a casa un oro nei 200 misti, un argento nei 200 stile libero; Fiona May fu argento nel salto in lungo, mentre la squadra di volley maschile mancò ancora il successo conquistando il bronzo; il nuoto propose alcuni grandi atleti: gli olandesi Inge De Bruijn 3 ori e 3 record del mondo, Peter Van De Hoogenband 2 ori; il “padrone di casa ” Ian Thorpe 3 ori e 2 argenti. L’ americana  Marron Jones vinse 3 ori e 2 bronzi diventando la donna copertina di Sidney 2000, ma fu poi squalificata e privata delle medaglie dopo l’ ammissione dell’ uso di sostanze dopanti, trascorse anche 6 mesi in carcere per falsa testimonianza. Michael Johnson ( U.S.A. ) rivinse i 400 metri piani, l’ inglese Steven Redgrave conquistò nel canottaggio il suo 5° oro.

     

    ATENE 2004

    Le olimpiadi dopo 108 anni tornavano in Grecia. Si partì il 13 agosto con 201 nazioni e 10500 atleti; se da un lato i casi di doping erano purtroppo in aumento, dall’altro le imprese di molti atleti fecero rivivere il mito di Olimpia. Gli americani vinsero 102 medaglie facendo meglio di Sidney 2000 ( 97 ) e precedendo Cina e Russia nel computo generale. L’ Italia conquistò 10 ori, 11 argenti e 11 bronzi con i successi di Paolo Bettini nel ciclismo su strada, Valentina Vezzali nel fioretto, del Setterosa nella pallanuoto ( 10-9 alla Grecia ) e di Stefano Baldini nella maratona. La gara era guidata dal brasiliano De Lima, quando il sacerdote irlandese Neil Horam, lo stesso che era entrato in pista durante il Granpremio di Gran Bretagna di Formula 1 2003, bloccò e ostacolò il carioca, favorendo il recupero  e il trionfo di Baldini nello sport di squadra. Podio per le nazionali maschili: argento nel basket e nella pallavolo, bronzo nel calcio; una sedicenne vinse l’ argento nei 200 stile libero: Federica Pellegrini. Il nuotatore Usa Michael Phelps cominciò a strabiliare nel nuoto dando vita a splendidi duelli con Ian Thorpe e Peter Van Den Hoogenband conquistando 6 ori e 2 bronzi. Il marocchino El Guerrouj s’ impose nei 1500 e nei 5000 metri, 80 anni dopo Paavo Nurmi. La russa Yelena Isinbayeva dominò il salto con l’ asta femminile. Tornando a noi il grande Yuri Chechi vinse il bronzo negli anelli a rinverdire la sua classe, mentre Igor Cassina vinse l’ oro nella sbarra.

     

    PECHINO 2008

    Dopo 20 anni le olimpiadi tornavano in Asia per la disputa della 29° olimpiade, che iniziò alle 8.08 locali dell’ 8 agosto 2008, visto che l’ 8 è il numero portafortuna della tradizione cinese. 204 le nazioni al via, per un totale di quasi 11000 atleti straordinariamente organizzata, l’ Olimpiade cinese diede spettacolo già nella cerimonia d’ apertura svoltasi nello stadio a nido d’ uccello. Cina protagonista nel medagliere con 51 ori, 21 argenti e 17 bronzi davanti alle due superpotenze classiche : Usa ed Urss. Gli ” azzurri ” vinsero 8 ori, 9 argenti e 10 bronzi. Terzo oro nella scherma per Valentina Vezzali, primo alloro per Federica Pellegrini nel nuoto, impresa di Alexander Schwarzer nella 50 km di marcia e Roberto Cammarelle davanti a tutti nella categoria supermassimi di pugilato. Al solito gli sport acquatici e di precisione, oltre alla scherma fornirono diverse medaglie, l’ eterna Jusefa Idem conquistò l’ argento nella canoa-kayak. L’ atleta simbolo rimane comunque l’ americano Michael Phelps che superò il record del mondo di Mark Spitz, vincendo 8 ori nel nuoto, con il fotofinish a decidere i 100 farfalla tra lui e il serbo Cavic. Grandiose anche le volate del giamaicano Usain Bolt che vinse i 100 e i 200 metri piani con relativo record del mondo ( 9’69” nei 100 e 19’30” nei 200 ) e nella staffetta 4×100 la zarina Isinbayeva bissò il titolo nel salto con l’ asta; Kenenisa Bekele vinse 5000 e 10000 metri maschili, mentre nel tennis lo spagnolo Rafael Nadal vinse nel singolare e lo svizzero Roger Federer nel doppio con Wawrinka. Negli sport di squadra l’ America vinse basket maschile e femminile, calcio femminile, volley maschile perdendo la finale femminile. Nel calcio maschile s’impose l’ Argentina guidata dal fuoriclasse Lionel Messi. Nel basket contribuirono al successo sulla Spagna le stelle Nba Kobe Bryant, Lebron James, Carmelo Anthony. La maratona fu conquistata dal keniota Samuel Kamau Wansiru. Il 24 agosto nella cerimonia di chiusura alla presenza del presidente C.I.O Jacques Rogge, avvenne il passaggio di consegne tra il sindaco cinese Guo Jincong e quello londinese Boris Johnson. A poco meno di 70 giorni dall’ inizio delle gare, per la 3° olimpiade  di Londra, la speranza è di vivere una manifestazione ricca di tradizione, cultura e con i valori sportivi e umani proposti dal barone De Coubertin sempre presenti a scapito, magari, di un business sempre più inarrestabile ed evidente.

     

    LONDRA 2012  (aggiornamento 12 agosto 2012)

    Con la favolosa cerimonia d’apertura, alla presenza di 95 Capi di Stato e con Sua Maestà Elisabetta II, che ha ufficialmente aperto la manifestazione, hanno preso il via il 27 Luglio scorso le trentesime Olimpiadi Moderne, le terze londinesi.
    Nella serata inaugurale organizzata dal regista Danny Boyle ( Trainspotting e The Milionare ) varie stars britanniche hanno partecipato: David Beckham, Daniel Craig (007 attuale), Rowan Atkinson (Mr Bean), J.K. Rowling (autrice di Harry Potter), Paul McCartney, solo per citarne alcune. Il tripode è stato acceso dagli ultimi 7 tedofori, giovani stars inglesi con età tra i 16 e i 19 anni. Per quanto concerne le gare gli atleti simbolo sono due: il nuotatore U.S.A. Michael Phelps che con le 6 medaglie conquistate ha chiuso la sua straordinaria carriera portando a quota 22 i suoi podi olimpici (18 O, 2 A, 2 B) a cui può aggiungere 33 titoli mondiali (26 O, 6 A, 1 B) e 36 record del mondo. Con 22 medaglie complessive Phelps, che ha vinto per la terza volta di fila sia i 100 farfalla che i 200 misti, ha battuto il precedente record della ginnasta russa Larysa Latynia a quota 18.
    L’altro uomo copertina è Usain Bolt, il corridore giamaicano che ha bissato tutti e 3 i titoli di Pechino 2008 (100, 200 e 4×100), facendosi anche regalare il testimone della staffetta dove con i connazionali Blake, Carter, Fraiter ha stabilito il nuovo record del mondo in 36”85. Sono 54 le specialità in cui il vincitore di Pechino 2008 si è ripetuto, per un totale di 131 ori.

    Sono caduti 44 record del mondo e 117 primati olimpici. Sono invece 85 le nazioni andate a medaglia con gli U.S.A. capoclassifica (46 O, 29 A, 29 B) davanti alla Cina e alla Gran Bretagna. I cinesi hanno fatto il pieno sia nel badminton (in quello femminile 8 atlete asiatiche sono state squalificate per comportamento antisportivo!) e tennis-tavolo ma anche nei tuffi sono giunti vari allori. Enormi gioie anche per la Gran Bretagna con la doppietta 5-10 mila metri di Farah, il 4° oro consecutivo del velista Ainslie, che ha eguagliato Orter (lancio del disco), Lewis (salto in lungo) ed Elvstrom (vela). La vittoria dello scozzese Murray su Federer nella finale di tennis maschile a Wimbledon, il successo del vincitore del Tour de France 2012 Wiggins nella gara a cronometro singolo.
    Per l’Italia 8° posto finale nel medagliere con 28 podi (8 O, 9 A, 11 B), con alcune sorprese positive e qualche boccone amaro. Valentina Vezzali (portabandiera azzurra nella cerimonia d’apertura) bronzo individuale e oro a squadre nel fioretto è ora con 9 medaglie complessive, la più vincente atleta italiana alle Olimpiadi, superando l’altra schermitrice Giaovanna Trillini, “ferma” a 8. Abbiamo migliorato il bottino di Pechino 2008 (27 medaglie complessive e 9° posto finale) con soddisfazione del Presidente della Repubblica Napolitano e del numero uno del Coni Petrucci. Brutta pagina la positività all’epo dell’oro di Pechino 2008 nella 50 Km di marcia Alex Schwarzer cui ha teso la mano Petrucci comunque condannando il gesto e chiedendo sincero pentimento e collaborazione. Sono 9 i casi di doping accertati e uno nel lancio del peso per steroidi sintetici è costato l’oro alla bielorussa Ostapchuk a favore della neozelandese Adams. Tornando all’Italia, oro nel fioretto a squadre, sia uomini che donne (Di Francisca-Errigo-Vezzali-Salvatori per le donne, Aspromonte-Baldini-Cassara-Avola negli uomini). Elisa Di Francisca ha anche vinto l’oro nella prova individuale su Arianna Arrigo (3° come detto la Vezzali), campioni olimpici sono anche l’arco a squadre uomini (Francilli-Calluzzo-Nespoli), Daniele Molmenti nella K1 slalom canoa, Jessica Rossi nella fossa olimpica con l’incredibile score di 99 centri su 100, nuovo record mondiale, Niccolò Campriani nella carabina 50m a 3 posizioni (argento anche nella carabina 10m) e nel taekwondo +80Kg Carlo Molfetta. Grida vendetta l’argento di Cammarelle nella categoria supermassimi contro l’inglese Joshua battuto da un verdetto troppo casalingo, mentre molti sono i quarti posto accumulati, due dei quali di Tania Cagnotto nei tuffi. Delusioni nel nuoto con il flop di Federica Pellegrini in primis.
    Negli sport di squadra con la palla, argento del Settebello e bronzo dell’Italvolley a livello maschile. Parlando dei titoli assegnati il Brasile non sfata il tabù dell’oro olimpico nel calcio perdendo 2-1 con il Messico la finale, il dream team U.S.A. vince di soli 7 punti con la Spagna di Scariolo (107-100), la Russia s’impone 3-2 nel volley contro il Brasile, la Serbia di Rudic vince il titolo nella pallanuoto, pallamano alla Francia.
    Rudisha (Kenya) vince gli 800m con 1’40”91 (record del mondo), 400m a James (Grenada), 400 ostacoli a Sanchez (Repubblica Dominicana), salto in alto a Ukov (Russia), lungo a Rutherford (Gran Bretagna), Harting (Germania) il lancio del disco, 110 ostacoli a Merrit (U.S.A.), 1500m a Makloufi (Algeria), salto triplo a Taylor (U.S.A.) con il nostro Donato 3°. Nella maratona successo dell’ugandese Stephen Kiprotich.

    A livello femminile basket e calcio agli U.S.A., volley al Brasile, pallamano alla Norvegia e ancora nel tennis singolare Serena Williams ( U.S.A. ) che vince anche il doppio con la sorella Venus, staffetta 4×100 agli U.S.A. con record mondiale (40”82), 4×400 sempre americana, 800m, 20Km di marcia e salto in alto con 3 ori russi: Salinova, Lashmanova, Chicherova. 100 ostacoli all’australiana Paerson e 100m alla giamaicana Fraser.
    Il 12 agosto la cerimonia di chiusura è stata preparata con la regia di Kim Gavin e la direzione artistica di David Arnold con 30 hits britanniche cantate da stars della terra d’Albione. Dopo la sfilata dei 204 stati partecipanti (per l’Italia, portabandiera era Daniele Molmenti) e il passaggio di consegne con Rio de Janeiro 2016 i discorsi di Sebastian Coe (leader del comitato organizzatore) e Jacques Rogge (presidente del C.I.O.) hanno preceduto l’ultimo atto ufficiale, la chiusura del braciere olimpico. Va in archivio così una Olimpiade molto ben organizzata e umanamente apprezzata, confermando le gare a 5 cerchi come la più grande manifestazione sportiva in assoluto, oltre che uno straordinario momento di aggregazione.

    a cura di Dino Perna

  • Storia di Genova: il Palazzo della Meridiana (Palazzo Grimaldi)

    Storia di Genova: il Palazzo della Meridiana (Palazzo Grimaldi)

    Palazzo della Meridiana

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    Palazzo Grimaldi, meglio conosciuto come Palazzo della Meridiana, dall’affresco dell’orologio solare che campeggia sulla facciata sud dell’edificio, costituisce una delle prime testimonianze del rinnovamento architettonico cui andrà incontro, più tardi, questa zona della città, con la costruzione della Strada Nuova (1550), attuale Via Garibaldi.

    Edificato (1536-1544) lungo l’erta pendenza di Salita San Francesco, fu commissionato da Gerolamo Grimaldi, figlio di quel Giorgio Oliva che, entrato  a far parte del Patriziato Genovese, aveva potuto iscriversi, dietro lauto compenso,  nell’Albergo Grimaldi ed acquisirne, di diritto, il nome, insomma una “primogenitura” che ricorda il racconto biblico delle lenticchie di Esau. Acquisito un nome altisonante  tra la nobiltà della città e forte di un ingente patrimonio che gli era derivato dal suo “mestiere” di banchiere (in Spagna, ebbe il monopolio della riscossione delle tasse di Granada e di Cordoba, una specie di  moderna “Equitalia”), Gerolamo Oliva Grimaldi,  rientrato a Genova nel 1516, sentì l’esigenza di corredarsi di una dimora consona al suo rango. Sul committente vi è, in realtà, qualche incertezza poiché alcune fonti riportano che sia stato in realtà il figlio Giovanni Battista, sta di fatto che, quest’ultimo, ne fu certamente il destinatario che ne portò a termine il compimento, chiamando in cantiere architetti e pittori di prestigio quali il Bergamasco (vero nome G.B. Castello, forse autore del progetto), Galeazzo Alessi, Bernardo Spazio, Bernardo Cantone, Giovanni Ponzello e Luca Cambiaso.  Infatti, con il testamento del 1550, Gerolamo Grimaldi lasciò “in fedeicommissum” il Palazzo all’unico figlio maschio, Battista, al quale si deve, sicuramente, il decoro della facciata più alta con le “Storie di Ercole”(Aurelio Busso) e degli affreschi cinquecenteschi interni.

    L’impianto architettonico dell’edificio, tipico del ‘500, presenta una facciata principale che, per pendenza del declivio e assenza di altra via di comunicazione,  fu orientata su Salita San Francesco ove si apre l’adito di accesso che, anticamente, era costituito da due cortili comunicanti, oggi chiusi da una vetrata. I chiostri erano, e sono, circondati da un colonnato con campate ricoperte da volticelle circolari, ottagonali, quadrangolari, riccamente decorate che, come quelle dei saloni e delle scale,  sono da attribuirsi (1565 e il 1573) al Bergamasco. Il prospetto sud, originariamente  occupato da uno dei tre giardini che completavano la struttura del palazzo,  è stato ampiamente rimaneggiato per la  costruzione della via Nuovissima (1778–1786), attuale via Cairoli.

    Palazzo della Meridiana

     

     

     

     

     

     

     

    Grazie ad un vasto sbancamento e livellamento del terreno fu realizzata la piazza antistante (Piazza Meridiana), fu aggiunto l’attuale avancorpo (opera di Giacomo Brusco),  fu recuperato un piano,  furono aumentati gli assi delle finestre e la parete venne fregiata con la meridiana.

    Dall’ Ottocento iniziarono, poi, vari passaggi di proprietà, dai Grimaldi ai Serra di Cassano, agli Odero, ai De Mari e ai Mongiardino ed infine, agli inizi del ‘900, fu affittato alla Società di Assicurazioni di Evan Mackenzie, che incaricò Gino Coppedé  della ristrutturazione degli ambienti e a cui dobbiamo i “fantasiosi” interventi in stile Liberty (1907). Avvalendosi della collaborazione del pittore, architetto, frescante Nicola Mascialino (1854-1945), Coppedè dispose  la copertura del cortile con un ampio lucernaio, tra i cui vetri si intersecano disegni floreali, velieri e stemmi immaginari, nonché curò l’affresco delle volte del colonnato che si arricchirono di originali motivi ornamentali  tra cui primeggiano racemi, girali, ghirlande, anfore e dei curiosi “intrusi” legati all’attività del committente quali  timoni, salvadanai, ancore. Anche la volta dello scalone che porta ai piani superiori è riccamente decorata con fregi che si sovrappongono a quelli cinquecenteschi, creando una fitta ragnatela  tra le  lesene in aggetto e tra il gioco degli stucchi. Al piano superiore, troviamo   un susseguirsi di stanze, con pavimenti in seminato veneziano impreziosito da  frammenti di corallo, Sala Rosa, Salone del Camino, Sala Gialla, Sala Arazzi, Sala Calvi, quest’ultima con volta a padiglione, sottesa da 12 lunette e motivo centrale raffigurante il dio del Sole, Apollo, sul suo carro infuocato (Lazzaro Calvi).

    Mirabile, però, è il Salone Cambiaso, il cui soffitto è interamente occupato da un affresco a tema mitologico, “Ulisse saetta i Proci con l’aiuto di Minerva e di Telemaco“, che, tra le pieghe del racconto omerico, sublima il potere e la ricchezza della potente famiglia nobiliare. Non a caso, tra le figure che fanno da cornice alla scena centrale, troviamo il ritratto di Gerolamo Grimaldi, nei panni di Numa Pompilio, re romano ricordato per le sue grandi riforme ed apportatore di pace e benessere,  in posizione opposta al quale siede Carlo V, a simboleggiare la protezione del re spagnolo sul casato Grimaldi. Aldilà dei contenuti celebrativi, il dipinto è importante perché segna una svolta evolutiva nell’arte pittorica genovese. Ricordiamo che i soffitti delle dimore nobiliari, ancora ubicate tra gli stretti “caruggi”, erano costruiti prevalentemente in canniccio e come tali poco propensi a portare decori e stucchi. Non si era, quindi, sviluppata una vera scuola di maestri d’arte in questo settore.

    Luca Cambiaso, rifacendosi alla visione pittorica michelangiolesca, per primo in Genova, cercò di imprimere alle sue figure un movimento dinamico, realizzato  con giochi di prospettica, studio della luce, rapporti figura-spazio: un arto proteso, uno sgabello che cade, il bordo di un abito che ondeggia, danno volume e profondità alla superficie piana che si dilata ad accogliere forme e colori.  In questa stessa sala si trova, poi, un camino monumentale cinquecentesco, una sapiente cornice di  marmo,  opera di Gian Giacomo della Porta o dello stesso Bergamasco, che ricorda i laggioni islamici (piastrelle decorate in rilievo), nelle cui trame sono inseriti lo stemma e le armi  del casato.

    La storia dell’edificio non finisce qui, nell’ultimo secolo è stato adibito ai più disparati usi: sede di una Compagnia di navigazione, asilo, scuola, uffici Comunali, Ospedale Militare durante la prima guerra mondiale. Nel 2004 è stato acquistato dal Gruppo Viziano che ne ha finanziato il restauro, riaprendolo alla sua funzione museale accanto ad attività più moderne come sede per eventi e ricevimenti, residenzialità (alcune zone sono riservate ad appartamenti di prestigio) e al commercio come l’apertura di un prossimo ristorante, ma, soprattutto, ridandogli il giusto prestigio dovuto ad un edificio che, nel 2006, è entrato a buon diritto tra i “Palazzi dei Rolli”, dichiarati Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

    Adriana Morando
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Storia di Genova: San Lorenzo, il piazzale medievale

    Storia di Genova: San Lorenzo, il piazzale medievale

    Cattedrale S.Lorenzo

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    Se sei nato a Genova non ci fai caso, ma qui tutto è parsimonioso, proprio come ci insegna la tradizione che vuole i suoi abitanti corredati dal “braccino corto”, marchio d’infamia che pare dobbiamo a Sir Francis Drake, navigatore, corsaro e politico inglese, e ai poco accorti nostri antichi concittadini del ‘500 che decisero di schierarsi con gli spagnoli nella guerra contro l’Inghilterra. Furono proprio i genovesi, infatti, a finanziare “l’invincibile armata”, costituita da 130 vascelli e da 24000 uomini, ma l’esito disastroso della spedizione insegnò loro, da quel giorno, ad essere più oculati nell’aprire i cordoni della borsa, nonché ad ostentare quella diffidenza verso i “foresti” che è un altro “pregio” che si ascrive ai liguri.

    Parsimoniosi, dunque con il denaro, con il sorriso ma anche con lo spazio, conteso al mare e ai monti  metro su metro, oggi come ieri, battaglia che si rispecchia nelle sue caratteristiche creuze, nei suoi angusti vicoli, nella sua scarsità di ampie piazze. Non stupisce, dunque, che il sagrato a che si apre davanti alla Cattedrale di San Lorenzo, unico slargo degno di questo nome, fosse, nel Medioevo, uno spazio pubblico dove si svolgeva la maggior parte della vita civile, economica e politica della città.

    A partire dal 1300, qui, aveva luogo la designazione del doge: erano riunioni popolari spesso tumultuose come quella in occasione dell’elezione di Simon Boccanegra (1339), primo doge di Genova (a cui si ispirò Giuseppe Verdi per la composizione dell’omonima opera),  durante la quale, scalmanati avversari politici, appartenenti al vecchio regime, bruciarono, nel piazzale, i libri dei crediti della Repubblica, naturalmente, tra le grida esultanti degli spettatori.

    Nel quotidiano, mentre lungo i muri della chiesa stazionavano i besagnini, esponendo i loro prodotti ortofrutticoli, Piazza San Lorenzo era occupata dalle “caleghe” (dal latino callegarii, ovvero aste pubbliche), un variopinto mercato dell’usato non dissimile da quello che si  tiene a Palazzo Ducale, la prima domenica del mese. Nel 1615, però, in seguito alla morte di un gabelliere per mano di un “repessin”, le autorità furono indotte ad abolire tale pratica.

    Incontro rituale era, poi, quello che si svolgeva durante la festa del santo patrono della città, San Giovanni Battista: per questa occasione, ci si recava a comprare le “benedizioni”, cioè foglie di noci, rami di sambuco ed altre piante perché, secondo le antiche credenze, le erbe bagnate dalla rugiada  di quella notte “magica” avevano straordinarie proprietà curative. Nel giorno del solstizio d’estate, infatti, il sole e la luna,  a detta della tradizione, si univano in matrimonio, riversando sulla terra  energie positive che inducevano effetti miracolosi come quello di fare fiorire le felci. Una fioritura effimera, di una sola notte, che, se raccolta, avrebbe avuto il potere di far piegare qualunque volontà.

    Il fascino di un “ sogno di una notte di mezza estate”, come direbbe lo stesso Shakespeare, lasciava il posto, spesso, nell’arco dell’anno, ad episodi  non proprio bucolici: ne rimangono tracce sulla porta laterale della Cattedrale, Porta di San Gottargo, dove sono visibili i buchi impressi dai micidiali dardi delle balestre o le fenditure alla base delle colonne, conseguenze di un incendio divampato durante le lotte tra Guelfi e Ghibellini, nel 1296.

    Cattedrale S.LorenzoSan Lorenzo, pozzanghera

     

     

     

     

     

     

     

    Ricordiamo, poi, che le chiese e le loro pertinenze godevano dell’immunità giudiziaria, diritto di asilo emanato da una bolla papale ed in essere fino al XVIII secolo. Tutte le chiese ne fruivano ed accoglievano rei di tutti i tipi ad eccezione di quelli condannati per omicidio volontario. Non è difficile immaginare che qualche “furbetto” strumentalizzasse tale prerogativa per trarne un illecito vantaggio. E’ il caso di “o Serronetto”, lestofante settecentesco che aveva eletto a domicilio proprio la Cattedrale. In agguato e pronto a colpire, quando individuava l’oggetto delle sue malefatte, scendeva nella piazza, metteva in opera la sua bricconata e, con altrettanta rapidità, riguadagnava i “sacri” scalini dove era al sicuro dalle pene della legge. Si racconta, ad esempio, che il mattino del 2 settembre 1729, con un suo provvido intervento, avesse liberato un camallo accusato per una questione di tabacco  e nello stesso giorno avesse fatto oggetto di una fitta sassaiola i gendarmi di passaggio. Quel satanasso “che stando sopra la scala… fa tutto il giorno molte insolenze” fu infine preso e condannato a dieci anni da trascorrere nelle patrie galere ma, il giorno stesso, evase per rifugiarsi nella Chiesa degli Incrociati.

    La piazza è stata, anche, testimone di eventi più edificanti: qui transitavano notai e cancellieri che si recavano nel Chiostro per redigere atti importanti; vi passavano i poveri che andavano a elemosinare un piatto di minestra, vino e focaccia distribuiti dai Canonici o la attraversavano i 13 indigenti, prescelti tra i senza tetto, a cui,  in occasione del Giovedì Santo, dopo la lavanda dei piedi da parte del Reverendo Capitolo, capeggiato dall’Arcivescovo, veniva offerto un pranzo completo.

    Come in ogni angolo di Genova che si rispetti, non può mancare un po’ di “noir”. Il 26 febbraio 1799, Sebastiano Biagini, giornalista e politico (fu uno dei fautori della caduta della vecchia Repubblica) fu pugnalato a morte  dal collega Queirolo, mentre si trovava all’interno della farmacia Dodero, prospicente la piazza. La parte più horror della vicenda, però, fu il funerale che ne seguì: il cadavere non fu messo in una bara ma seduto, come se guidasse, su un carro trainato da sei cavalli bianchi e, così, traslato alla Basilica di Carignano. Qui, fu composto, sempre seduto, al centro di una macabra scenografia: nelle mani gli fu messa una copia della Costituzione,  a destra, una statua della Storia nell’atto di incoronarlo, a sinistra, un effige del Genio Ligure che bruciava una serpe, incarnazione dell’avversario che ne aveva causato la morte, alle spalle, una stele simboleggiante l’Eternità dietro cui occhieggiava, funerea, la Morte. Sopra tutta questa “artistica” composizione, che fu lasciata in esposizione per ben due giorni, campeggiava un’aerea Fama provvista di tromba.

    Per tornare a cose più amene, fa sorridere, oggi, la denuncia di un anonimo (1745) che segnalava “il disordine scandaloso di vedere, alla notte, uomini e donne frammischiati sopra la scalinata di San Lorenzo” o la riprovazione che veniva manifestata nei confronti di giovani nobili per un comportamento giudicato disdicevole: questi bricconi impenitenti solevano, infatti,  bivaccare sulla piazza, nell’imminenza delle funzioni religiose, per “sbirciare” le caviglie delle giovanette che scendevano dalle carrozze.

    Tante storie, dunque, curiose, tristi o tragiche raccontate da una piazza molto diversa da quella attuale perché, nel 1830, fu necessario un profondo restyling, demolendo alcuni edifici che erano stati costruiti a ridosso della cattedrale, al fine di restituirle un po’ di spazio. Il Palazzo dei Fieschi, che trovate, sulla sinistra, ponendovi con le spalle alla Cattedrale,  è un esempio evidente di questo “recente” ridimensionamento:  se guardate attentamente, potrete constatare, infatti, che ne è stata asportata una “fetta”, come si evince dalla facciata che risulta arretrata rispetto all’originale.

     

    Adriana Morando
    foto di Daniele Orlandi

  • Bozzi: compie 202 annni la più antica libreria d’Italia

    Bozzi: compie 202 annni la più antica libreria d’Italia

    La Libreria Bozzi di via Cairoli nata nel 1810 a Genova, compie 202 anni, è la più vecchia d’Italia e viene celebrata anche da “Libreriamo”, il primo bookzine per la promozione dei libri e della lettura, nato dalla volontà di liberarli dal tempio della cultura alta, per rendenderli accessibili a tutti.

    Tra i visitatori più illustri della Libreria Bozzi, vi sono autori del calibro di Stendhal, Manzoni, Dickens, Melville, James.

    Da oltre due secoli il motto che l’accompagna è “Aut prodesse aut delectare”, ovvero dare uguale attenzione alla saggistica e alla letteratura, come spiega Tonino Bozzi, erede di una tradizione che dura da sette generazioni e che attualmente prosegue con le sue figlie «Oggi mi occupo solo della parte d’antiquariato. Portare avanti da 60 anni quest’attività è un pregio ma anche un peso, quello di essere all’altezza della prestigiosa storia».

    Il fondatore della libreria, Antonio Beuf, era un superstite della Rivoluzione Francese che giunse a Genova da Briançon nel 1807 assieme al fratello Carlo. Iniziò lavorando presso la tipografia di Gravier, per poi spostarsi assieme al fratello nella libreria aperta dalla stessa famiglia di librai genovesi. Attorno al 1810, Beuf aprì una sua libreria a pochi metri di distanza dall’altra. All’epoca, egli presentava così la sua libreria: “Gli amatori delle scienze e della letteratura vi troveranno un assortimento di libri matematici, legali, di letteratura e libri ascetici, tanto francesi che inglesi ed italiani, come pure libri di divozione legati elegantemente, globi terracqui e sfere di diverse grandezze”. Dopo due generazioni, nel 1927 la libreria fu ceduta ad Alberto Colombo, padre della prima moglie di Mario Bozzi, quest’ultimo padre di Tonino che nel 1930 ne acquisì la proprietà.

    «Tutto quello che i lettori non trovano nella grande distribuzione, lo si trova nella libreria indipendente – spiega Tonino Bozzi – Il calo delle vendite dipende per il 96% dalla crisi dell’economia mondiale. Il problema è che le librerie di catena si affidano molto di più ai cosiddetti libri di massa o instant, che a mio avviso stanno dimostrando la loro pochezza, mentre gli indipendenti si sono rifugiati in quella che è la parte acerba della mela, rappresentata dai piccoli saggi, meno in crisi grazie ai contenuti più seri. Questo perché le librerie indipendenti hanno mantenuto una forma di servizio, di personalizzazione, una clientela più fidelizzata sul territorio».

    E per quanto riguarda il futuro dell’editoria, sempre più rivolta al digitale e ai nuovi media, cosa ne pensa Bozzi? «Porteranno via una fetta abbastanza importante del mercato, ma non tutto, perché ci sono ancora i “nostalgici dell’odore della carta” e perché ci sono tipologie di libri, come quelli di letteratura, più adatti da leggere sul cartaceo. Il vantaggio del digitale sta nella possibilità di trovare informazioni in maniera più rapida, ma secondo me perde qualcosa rispetto al cartaceo».

  • Storia di Genova: i palazzi dei Rolli, patrimonio dell’umanità Unesco

    Storia di Genova: i palazzi dei Rolli, patrimonio dell’umanità Unesco

    Palazzo Rosso

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    I Rolli di Genova, un incontro imperdibile, un viaggio a ritroso nel tempo per immergersi negli antichi splendori di una città che, per la sua gloriosa storia, vanta a buon diritto l’appellativo di Superba, una riscoperta di quelle antiche dimore genovesi, sobrie all’esterno, ma che ammagliano per lo sfarzo che si può ammirare all’interno, seguendo con occhi abbagliati, i sapienti stucchi, gli affreschi magistrali, le preziose dorature, i capolavori d’arte e il luccichio dei marmi di Carrara.

    Siamo lontani dalle povere case in legno che fino al 200 il Cintraco andava ad ispezionare nei giorni di quel “vento d’Aquilone” che tanto si temeva in caso di incendi, siamo tra i palazzi che sorsero sempre più alti, ricoperti di preziosa pietra nera di Liguria, l’ardesia, siamo tra le nobili abitazioni che si affacciano sul percorso delle Strade Nuove che si snodano da piazza De Ferrari, attraversando tutto il centro medievale, fino al Palazzo de Principe, Andrea Doria, valente Ammiraglio ed abile politico, unico Principe di Genova, di fatto se non di diritto.

    Due secoli di continui rinnovamenti a partire dall’antica via Montalbano, da cui le “signorine” furono sfrattate per far posto ad una strada, larga 7 metri, via Aurea (odierna via Garibaldi), fatta con l’argento e l’oro proveniente dal nuovo mondo, allestita per ospitare le residenze di prestigio delle nobili famiglie genovesi che volevano allontanarsi dalle anguste case della Ripa Maris, troppo vicine ai moli e ai mercati.

    Spianata la collina di Castelletto, tra il 1551 e il 1558, ed allontanato il postribolo, l’arteria si presentava con un unico ingresso da piazza Fontane Marose perché dall’altro lato, oggi piazza della Meridiana, era chiusa dai giardini di Palazzo Ducale. Gli edifici che individuiamo col nome altisonante dei loro antichi padroni, i Pallavicini, gli Spinola, i Grimaldi, i Lomellini , i Lercari, i Cattaneo-Adorno, i Brignole-Sale, ammaliano per gli immensi atrii, gli imponenti scaloni, le volte a crociera, i loggiati aggettanti su splendidi giardini che, per quelli a monte, giungevano fino a Castelletto, architetture talmente imponenti che indussero Pietro Paolo Rubens a disegnare i palazzi della via e di tutta la città perché diventassero un modello per i costruttori di Anversa (tavole pubblicate nel 1662).

    Spicca tra gli altri il cosiddetto Palazzo delle Torrette, posizionato di fronte a Palazzo Tursi, che l’architetto Giacomo Viano volle più arretrato rispetto agli altri per dare maggior luce al  “più nobile” dirimpettaio ma, soprattutto, per nascondergli  la vista, poco decorosa, degli edifici  del sestiere della Maddalena in cui si era spostato il meretricio.

    Tra il 1602 e il 1613 (completato nel 1655), un secondo percorso viene delineato per diventare la strada residenziale di un’altra potentissima famiglia genovese, i Balbi, che realizzano La Grande Strada del Vastato. Ai lati sorgono palazzi “degni del congresso di un re”  come li aveva definiti Madame de Stael  e infatti si sono  fregiati  della presenza, persino, della regina Elisabetta di Inghilterra.

    Palazzo RealePalazzo Reale

     

     

     

     

     

     

     

    Logge, scalee, colonnati, saloni affrescati  e tanto marmo che la Repubblica concedeva di utilizzare solo alle famiglie che avevano operato “qualche fatto egregio in utilità della Patria”, sono il denominatore comune di queste dimore che raggiungono il più alto grado di magnificenza nel  Palazzo Reale, divenuto dal 1823, residenza ufficiale di casa Savoia. Il cortile con tre arcate che da accesso al giardino da cui si gode una magnifica vista sul porto, la sua loggia, i suoi saloni che accolgono   più di 200 dipinti e mobili originali genovesi, piemontesi, francesi della metà del XVII secolo fino all’inizio del XX secolo, la superba Sala del trono, le volte affrescate, sembrano quasi scomparire davanti alla mirabile bellezza settecentesca della  Galleria degli Specchi dove si ha la sensazione di perdersi in un mondo di luce.

    La Strada Nuovissima (via Cairoli) fu completata alla fine del ‘700, dopo monumentali opere di sbancamento atte ad unire la via Aurea a via Balbi, lungo il cui tracciato si possono ammirare le antiche dimore di Gio Carlo Brignole, di Antoniotto Cattaneo, di Nicolò Lomellini e di Cristoforo Spinola.

    Ma i palazzi dei Rolli non sono solo questi, se ne annoverano, infatti, 83 di cui 42, dal 13 luglio 2006,  sono consacrati, dall’Unesco, come Patrimonio dell’Umanità. Potete trovarli scendendo nel cuore della città medievale lungo quell’antica valle di Luccoli che vide gli insediamenti dei Doria, dei De Mari, degli Spinola, rispettivamente a San Matteo, a Banchi e a San Luca. Nascosti in oscuri vicoli o in anguste piazzette incontriamo le dimore degli Imperiali, dei De Marini, dei Durazzo, di Domenico Grillo (sede della Fondazione De André), dei Della Rovere, dei Salvago, dei Saulli, dei Senarega, solo per citare alcuni tra i nomi non ancora menzionati, ognuno con la sua storia ma tutti  insieme per raccontare le gesta gloriose di Genova.

    Un incontro da non perdere, come dicevo, percorrendo un dedalo di viuzze, talora mai esplorate, alla ricerca di quelli che, come cita il biografo di Cola di Rienzo  “erano maravigliosamente belli i palazzi di Genova, che specchiano le fronti di niveo marmo nel nostro mar glauco”, in compagnia di un curioso interrogativo: perché si dicono palazzi dei Rolli?

    Nel 1500 non esistevano gli equivalenti dei nostri alberghi o la disponibilità di strutture pubbliche atte ad accogliere ospiti di riguardo. Si poneva, dunque, il problema di dove trovare un alloggio decoroso per i visitatori stranieri. Fedeli al loro spirito parsimonioso, i nobili ben si guardavano di aprire le loro dimore a questi illustri personaggi, per cui, le autorità si videro costrette ad imporre una forzosa accoglienza. Si censirono, dunque, 150 dimore nobiliari, classificandole in 3 distinte categorie in base alla raffinatezza degli arredi, all’ubicazione, al confort abitativo ed ad altri requisiti che sono ben specificati in 5 editti risalenti al 1576. Ad ognuna di esse, poi,  fu assegnata una certa tipologia di ospiti, Papa, Cardinali, Principi, notabili o semplici turisti di rango. Gli edifici prescelti venivano contrassegnati da un “rollo” (rotolo di carta) che veniva inserito in un bussolotto da cui, in una specie di estrazione del Lotto, si “pescava” quello “fortunato”, il cui padrone, giocoforza, era obbligato a prendersi cura del forestiero.

    Come si può desumere facilmente, soprattutto perché parliamo dei proverbiali avari genovesi, nessuno si dimostrava entusiasta di tale oneroso incarico, come testimoniano le numerose lamentele che giungevano al Doge, sia per l’esborso  di vil denaro sia per  i comportamenti, talora, esuberanti di quei, non voluti, coinquilini. La visita ai Rolli è un’occasione unica, dunque, per scoprire, come dice Edoardo Grendi, “una città bellissima ma che, per una ragione o per l’altra, non si scopre mai”.

     

    Adriana Morando
    foto di Daniele Orlandi

  • “Banditi dell’Arte”, c’è un po’ di Genova nella mostra di Parigi Montmartre

    “Banditi dell’Arte”, c’è un po’ di Genova nella mostra di Parigi Montmartre

    Parigi, MontmartreSu quella collina (butte), che già in epoca gallica era consacrata a luogo di culto, si estende il quartiere di Montmartre che ospita la vita frivola di Parigi, una vera altura di 104 m sul livello della Senna, le cui vie più note, rue Fontaine, Banche, Pigalle, sono  fiancheggiate da caffè, ritrovi, teatri , cinematografi, sale da ballo, sonnolenti locali  che, al calar della sera, si animano di brillanti insegne luminose fino all’arrivo dell’alba. Sulla sommità, dietro l’imponente chiesa del Sacrè-Coeur, dove la rue Norvins incrocia Rue des Saules, si apre quello che, per antonomasia, è la culla della vita bohemiène di Parigi, Place du Tertre, punto pittoresco di ritrovo per poeti, mimi, ambulanti, pittori e per gli  immancabili ritrattisti che, in pochi minuti, immortalano sulla tela i volti multietnici dei turisti: è il mondo dell’arte e della poesia. Per capire l’atmosfera che si respira basta ricordare che in questo universo fuori dalle regole e dal tempo, in questo cosmo di sogni e sentimenti dove l’unica norma ammessa è la libertà di espressione, sono transitati artisti impareggiabili come Degas, Cézanne, Van Gogh, Renoir. Quale cornice migliore, dunque, per ospitare opere di autori “eccentrici” che cercano nell’improbabile un modo per evadere dall’emarginazione e dal disagio sociale in cui la sorte li ha relegati?

    Banditi dell’Arte”, nome della mostra presente nelle sale della Halle Saint Pierre (fino al 6 gennaio 2013), è un omaggio agli artisti italiani rimasti ai “margini” del sistema della cultura ufficiale. Viene definita “Art Brut”, opere realizzate fuori dai canoni stilistici di altisonanti accademie e che fioriscono nelle strade, nei manicomi, nei ricoveri per indigenti o anziani, sulle panchine dei senzatetto, cioè tra coloro considerati “rifiuti” della società, estromessi dal mondo benpensante  per quel “mal di vivere” montaliano che pervade la loro anima. Martine Lusardy e Gustavo Giacosa, (un italo-argentino che vive a Genova, in via Prè e lavora nella compagnia teatrale di Pippo Del Bono), hanno deciso di dare una chance di visibilità a tanti artisti italiani “hors normes” (fuori della norma), di ieri e di oggi, a partire da quello considerato il perno della mostra, Francesco Torris.

    Costui, nel 1890, apprende dalla sua compagna di essere in attesa di un figlio, notizia sconvolgente per un carabiniere (vigevano norme restrittive severissime in proposito) che lo porterà tra le mura dell’Ospedale psichiatrico di Collegno, dove inizierà quel genere di scultura che chiamerà “Nuovo  mondo”, fatta di allucinanti costruzioni realizzate con ossa di animali, recuperate dalla cucina della casa di cura. Non meno curiose appaiono le confezioni di chiffon di Giacomo Versino  (altro ospite del Collegno) che ricordano i mantelli degli sciamani, o le opere cosmologiche, cariche di misticismo, di Mario Bertola, le architetture favoleggianti di Giuseppe Righi, le iconografie religiose, ricche di toni policromi, di Giovanni Battista Podestà, i peluche e le bambole imbrigliate in cavi elettrici o in tubi di plastica di Franco Bellucci, gli idoli smisurati, dal sapore felliniano, di Pietro Ghizzardi o di Giovanni Galli e i disegni ostentatamente lascivi di Francesco Borello. In questo cammino tormentato della spirito c’è anche un angolo della nostra città che appare come un’oasi di pace: sono i graffiti variopinti di Melina Riccio.

    Un nome che si apre con un cuore ricavato dall’iniziale “M” e si conclude con una stella: questa è la firma di un’artista di strada contemporanea, genovese di adozione, che, quando parla, si esprime in rima e che qualcuno ha definito “una donna di fede che sogna di riempire il mondo di poesia” . Si potrebbe etichettarla superficialmente  una ”disadattata” che vagabonda per le vie della città, “decorandola” di messaggi di pace e di collage inneggianti un amore cosmico per la salvezza della natura ma, se si si ha occasione di incontrarla, insieme ad un dono che sempre offre sia esso un fiore, un cuore di stagnola o un ritaglio di stoffa,  regala un momento unico di comunicazione. Questa dolce signora di mezz’età, giocando col diminutivo del suo nome (Melina da Carmelina), si descrive come un piccolo pomo “mezzo marcio” e mezzo buono”, scartato dalla società in seguito ad un esaurimento nervoso, proprio come un frutto avariato. Ha, infatti, conosciuto la realtà del ricovero psichiatrico, in cui ha maturato un rigetto verso un mondo che, schiavo del denaro, non sa apprezzare le bellezze della vita e il lavoro delle persone. Lasciata la famiglia per inseguire quella che per lei è diventata una missione, proteggere la natura, si è dedicata alla sua particolare arte che estrinseca attraverso collage traboccanti di cuori,  scritti murari, ritmiche strofe e, come già detto, modesti piccoli omaggi che elargisce, con un sorriso, in segno di fortuna e di pace.

    Una mostra particolare, come si può ben evincere, che trasuda disagio, che scende nei meandri più inconsueti della mente, che coinvolge per la sua profonda umanità, una mostra che si sposterà a Bruxelles per poi approdare ad altri lidi, ancora da identificare, tra i quali, Giacosa, spera esservi anche Genova, città  in cui, come ci insegna la storia, i sogni di “libertà” sono un bene da difendere ad ogni costo.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: le antiche porte della città

    Storia di Genova: le antiche porte della città

    Porta Sottana o dei Vacca, Genova

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento sulle antiche mura e la difesa della città – GuidadiGenova.it

    Pietre millenarie che raccontano una storia di antiche glorie, guardiane sentinelle poste a sbarramento di eserciti invasori, occhi di rigidi gabellieri veglianti sulle merci in transito: queste erano le porte di Genova, unici varchi aperti  in quella cinta invalicabile di mura che cingevano la città.

    La loro funzione è chiaramente descritta in una lapide sistemata  a Porta di S. Andrea (1161) o Soprana (per indicare la sua posizione dominante) che recita: “…sono difesa da uomini, circondata da mura mirabili e col mio valore respingo lontano le armi nemiche. Se porti pace è lecito toccare queste porte, se chiedi guerra ti allontanerai triste e vinto…”.

    A dispetto delle sua magnificenza, Porta Soprana ha subito numerosi offese come quella del 1576 quando fu destinata a casa in affitto o quando, durante la Rivoluzione Francese,  divenne area adibita alla ghigliottina e ai servizi del famoso boia, Samson, lo stesso che aveva decapitato Luigi XVI. A dispetto dello scempio operato intorno a essa  con la distruzione della collina di S. Andrea, della demolizione del convento, del carcere, del vecchio borgo dei lanaioli, del Rivo Torbido e, più recentemente, del quartiere di via Madre di Dio, rimane ancor oggi uno dei simboli più autorevoli della potenza genovese del passato.

    A lei si contrappone la coetanea  gemella porta di Santa Fede (dal nome della chiesa templare che sorgeva nei paraggi) o  porta Sottana (per distinguerla dalla sorella levantina), chiamata anche Porta dei Vacca, a partire dal XIII secolo, dal nome della famiglia che aveva dimora nella zona. Risulta molto diversa da quella originale per le modifiche apportate nel corso del tempo anche se recenti restauri hanno cercato di porvi rimedio.

    Scendendo verso il porto incontriamo porta Siberia (o Porta del Molo), oggi sede del Museo Luzzati, che deve il suo nome alle cibarie che attraverso di essa venivano portate ai magazzini della Ripa Maris. Realizzata su progetto dell’architetto Galeazzo Alessi (1512-1572), ispiratosi per la sua realizzazione alla Porta di San Miniato di Firenze (Michelangelo),  è una solida costruzione in pietra di Finale, una roccia ligure chiara che reca le tracce di conchiglie. Sul piazzale antistante, si innalzavano le forche per le impiccagioni  di quei condannati che dalle carceri di Sant’Andrea venivano condotti, lungo la salita del Prione,  fino al molo. Dai bastioni laterali della porta, che erano forniti di potenti cannoni, si dipartivano le imponenti mura di Malapaga così chiamate perché ospitavano le carceri per i debitori insolventi.

    Vi sono, poi, porte che si sono date al vagabondaggio e, lontano dalla loro sede originale, aspettano solo di raccontarvi la loro storia. La più irrequieta, cioè quella che ha viaggiato di più, è Porta Pila, dedicata alla Regina di Genova, la Madonna. Sita originariamente al termine dell’antica via Giulia (dove oggi Via XX Settembre incrocia via Fiume), elegante e maestosa, si narra fosse destinata alle fortificazioni di Porto Maurizio ma fu , infine, mandata a Genova per volere dei i Padri del Comune, tra il 1647 e il 1649. Nel 1891 si pensò di abbatterla insieme alla demolizione delle “Fronti basse” delle Mura Nuove ma,  grazie ad un provvido ripensamento, nel 1899, fu inserita nel bastione Montesano, alle spalle della piccola stazione di Brignole. Intorno al 1940, quando anche questo bastione venne abbattuto per l’ampliamento del nodo ferroviario, la porta si rimise in cammino verso la sua ubicazione definitiva che fu trovata tra i palazzoni di via Imperia. A memoria di questo peregrinare, rimane una lapide, scritta in latino, che riporta il racconto  dei suoi passati “traslochi”. Pare, però, che il suo errabondo cammino non sia ancora esaurito: esiste, infatti, un progetto per il suo spostamento  in Piazza Verdi, di fronte alla stazione.

    Sulle stesse Mura Nuove, ma a ponente, si ergeva la porta che dal faro prendeva il nome: Porta della Lanterna. Costruita tra il 1633 e il 1643 fu lasciata in pace fino al 1827 quando ne venne costruita  una più larga, a fornice doppio, a pochi centinaia di metri. Questi antichi varchi, infatti, prevedevano un solo accesso ed erano insufficienti al crescente traffico di persone e merci. Diventata, dunque, di intralcio alla viabilità, la porta seicentesca fu malamente distrutta, nonostante una petizione popolare con più di diecimila firme che ne chiedeva la salvaguardia; oggi rimane a ricordo solo una statua della madonna e l’iscrizione “posuerum me custodem”. La nuova porta ottocentesca ebbe sorte migliore: salvata dalla demolizione, quando fu spianato il colle di san Benigno, nel 1930, prese la via “dell’esilio” per essere collocata ai piedi della lanterna.

    Porta degli Archi, più antica delle precedenti perché facente parte delle mura cinquecentesche, anch’essa rivestita di pietra di Finale, faceva bella mostra di se all’altezza dell’attuale Ponte Monumentale. Per far posto alla nuova strada in costruzione (1892), Via Giulia, attuale via XX Settembre, fu spostata a Carignano ed inserita su un portello delle Mura delle Cappuccine, all’altezza dell’attuale via Banderali. Era conosciuta anche come Porta di Santo Stefano per la vicinanza con l’omonima chiesa e, ancora oggi, si fregia di una statua del santo, opera scultoria di Taddeo Carlone.

    Tra le porte che resistono al tempo vi è quella dell’Olivella, a lungo chiusa per la sovrapposizione delle mura cinquecentesche e poi riaperta, nel 1825, quando, su progetto di Carlo Barabino, venne risistemata l’area della spianata dell’Acquasola. Pur nascosta da pertinenze della ferrovia di Casella, sussiste anche la Porta di San Bartolomeo, unica  con ponte levatoio che veniva alzato per mezzo di contrappesi sferici e che deve il suo nome alla vicina chiesa. La porta successiva che possiamo incontrare proseguendo fino a via del Carso e poi continuando a destra lungo le antiche mura, è quella di San Bernardino, di cui si ricorda che, fino al 1896, restava chiusa dalle 21 alle 4 e mezza di mattina.

    Arrivando a Righi, troviamo la Porta delle Chiappe o di San Simone, a fianco dell’Osservatorio Astronomico, il terzo ed ultimo passaggio  dal lato est delle fortificazioni. A ponente,  si può cercare la porta di Granarolo, transito per l’antica strada proveniente da Begato, uno stretto passaggio con fornice in arenaria, sormontato da uno stemma marmoreo che, lasciata per anni in stato di abbandono, è oggi visibile solo dall’esterno, seguendo un ripido sentiero da via Ai Piani di Fregoso.

    Similmente è possibile ammirare la Porta degli Angeli, lungo la salita omonima, adito di una delle strade che collegavano Genova a Sampierdarena e alla Valpolcevera. Più centrale è la Porta di Carbonara, in cima alla via da cui prende il nome, di cui si intravvedono le tracce nel grande arco trasformato in deposito.

    Malasorte, invece, per la più occidentale delle entrate che si aprivano nella cinta muraria urbana trecentesca: la Porta di San Tommaso. Si trovava tra le attuali piazza Acquaverde e Piazza Principe e doveva la sua toponimia al monastero che sorgeva presso il Caput Arenae, di fronte al mare. L’antico complesso monasteriale è ricordato perché qui visse Santa Limbania, religiosa a cui sono legate leggende di fatti prodigiosi. Quando fu realizzata la ferrovia, l’accesso fu demolito ma, si dice, sono rimaste tracce sepolte nel tratto compreso tra la stazione metro e quella ferroviaria.

    Stessa sorte per la porta Aurea (da cui trae il nome il quartiere di Portoria) che, sita sul colle di Piccapietra,  fu spazzata via dalle sciagurate manipolazioni urbanistiche degli anni 50-60, insieme alle sue due torri a ferro di cavallo, già ridimensionate nel XVIII secolo. Analoga fine per la modesta Porta Romana, collocata all’imbocco di via San Vincenzo, la cui denominazione derivava dalla strada romana che, provenendo da vico Dritto Ponticello (attuale zona piazza Dante), proseguiva attraverso Via San Vincenzo fino a Borgo Incrociati. Stesso epilogo  per la Porta dell’Acquasola (posizionata al limite settentrionale della spianata),  per la Porta di Murtedo (ubicata alla cima della salita di santa Caterina davanti alla prefettura) e per la Porta di S. Agnese (situata presso la Piazza del  Vastato odierna Piazza dell’Annunziata).

    Perduta ogni traccia, anche, delle primitive porte carolinge, Porta San Pietro, a fianco della chiesa di San Pietro in Banchi, Porta di Serravalle, attuale zona via Tommaso Reggio, Porta di Castri, nella zona Sarzano-Santa Croce, che con la Porta Superana (porta Soprana) facevano parte di quella primitiva cinta muraria della città di cui si hanno notizie certe. Per concludere, ricordiamo che esistevano anche passaggi pedonali (portelli) come quello di S. Egidio o quello più famoso di Portello, cui si deve il nome della piazza fra le gallerie Bixio e Garibaldi.

     

    Adriana Morando
    Foto di Daniele Orlandi

     

  • Palazzo della Meridiana: visite guidate domenica 6 maggio

    Palazzo della Meridiana: visite guidate domenica 6 maggio

    Palazzo della Meridiana
    Palazzo della Meridiana

    Domenica 6 maggio si tengono le visite guidate ai saloni di Palazzo della Meridiana, in occasione dell’ultimo giorno di apertura della mostra “Meravigliato Paesaggio: la scoperta della Liguria e i fotografi dell’800”.

    Come ogni prima domenica del mese, il Palazzo del centro storico genovese è aperto al pubblico per le visite guidate condotte da guide professioniste, che consentono di  visitare gli ambienti liberty progettati da Gino Coppedè ma anche i grandi saloni cinquecenteschi affrescati da Luca Cambiaso e Lazzaro Calvi.

    Inotre, dopo 3 mesi di apertura, volge al termine la mostra “Meravigliato paesaggio: La scoperta della Liguria e i fotografi dell’800”, curata da Pietro Boragina e Giuseppe Marcenaro che  raccoglie circa 120 fotografie in originale dell’800 ritraenti il paesaggio ligure.

    Durante l’ apertura straordinaria di domenica 6 maggio si poò acquistare un biglietto combinato per  la visita guidata al Palazzo e per la Mostra  al costo complessivo di 10 euro (ridotto 7euro).

    La partenza delle visite è prevista ad ogni inizio d’ora , dalle ore 14 alle 19 (ultima partenza: h 18).  E’ consigliata la prenotazione.

    Prezzo per la visita: Intero 7 euro a persona (comprensivo della visita guidata) e ridotto 5 euro a persona (comprensivo della visita guidata).

    Foto Daniele Orlandi