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Articoli di storia. Genova com’era un tempo, la musica e i grandi personaggi del passato

  • #EraOnTheRoad alla scoperta delle botteghe storiche genovesi: lo storify del tour

    #EraOnTheRoad alla scoperta delle botteghe storiche genovesi: lo storify del tour

    botteghe-storiche-genovaNon solo Rolli Days nel weekend genovese. Oltre alle visite guidate ai palazzi che hanno fatto la storia della nostra città e all’ormai consueto appuntamento con il campionato mondiale di pesto al mortaio, un gustoso antipasto delle tipicità della nostra tradizione è stato servito questa mattina con un tour guidato alla scoperta delle botteghe storiche di Genova. Si è trattato di un evento di per sé riservato alla stampa nazionale, pensato soprattutto per far conoscere Genova fuori dai confini liguri, all’interno di una tre giorni “promozionale” molto articolata, ma è un’occasione che Era Superba non si è voluta far scappare per conoscere più da vicino alcune delle piccole, grandi eccellenze della nostra tradizione, che magari incrociamo tutti i giorni sul nostro cammino ma di cui non siamo pienamente consapevoli.

    botteghe-storiche-genova-barbiere-caprettariParliamo di botteghe che hanno sede in edifici antichi, inseriti nel tessuto del centro storico, con architetture, arredi, attrezzature e documenti d’epoca, che testimoniano attività dal sapore antico ma sempre apprezzate.
    A Genova, per preservare questo autentico patrimonio, è stato istituito un “Albo regionale delle botteghe storiche” nel quale vengono inseriti gli esercizi che sono in attività da almeno 70 anni e che soddisfano tutta una serie di requisiti richiesti dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici. «Grazie a un rinnovato accordo con Sovrintendenza e Camera di commercio – ci ha spiegato l’assessore a Cultura e Turismo del Comune di Genova, Carla Sibilla – il numero delle Botteghe storiche genovesi è potuto salire negli ultimi mesi da 14 a oltre una ventina. Le botteghe fanno domanda e si sottopongono alla valutazione della Sovrintendenza. Solo dopo un riscontro effettivo di tutti i requisiti possono entrare a far parte di un circuito di valorizzazione importante per la città e sostanzialmente unico a livello nazionale».

    L’elenco, dunque, è sempre aperto. Certo, l’aggiornamento non è così rapido dal momento che oltre una cinquantina di altre botteghe sono in attesa di valutazione: ma la Sovrintendenza si prende il suo tempo e il fatto di non poter limitarsi a certificazioni sulla carta ma di dover verificare con studi e approfondimenti sul posto l’esistenza dei requisiti necessari, di certo non velocizza le procedure. «Si tratta di uno dei numerosi patrimoni che può promuovere il turismo della nostra città facendo leva su una delle sue eccellenze – sottolinea l’assessore Sibilla – per questo vogliamo valorizzare al massimo la rete delle botteghe storiche e renderla nota sia all’esterno che agli stessi genovesi, che non sempre la conoscono nel dettaglio».

    Ecco lo storify della puntata speciale di #EraOnTheRoad. Siamo partiti dalla storica Farmacia Alvigini, in via Petrarca, a pochi passi da De Ferrari per poi risalire via Roma fino alla camiceria e cravatteria Finollo. A quel punto abbiamo fatto qualche passo indietro per scendere nell’imperdibile tripperia di vico Casana per raggiungere poi la Confetteria Romanengo in piazza Soziglia. Dopodiché siamo risaliti verso via Garibaldi, passando per la polleria Aresu in vico del Ferro per poi raggiungere in via di Fossatello la Pasticceria Cavo Marescotti. Ma non ci siamo fermato al programma ristretto del tour guidato. Ci siamo spinti nei vicoli e vi abbiamo fatto conoscere tante altre botteghe antiche della nostra città.

    Simone D’Ambrosio

     

     

  • L’autore di canzoni, da mantenuto a professionista: le radici nella cultura contadina

    L’autore di canzoni, da mantenuto a professionista: le radici nella cultura contadina

    londra-musicista-covent-gardenDILa canzone come traccia/ testimonianza/ segno/ simbolo/ icona sonora di un determinato periodo storico è un tema che abbiamo trattato a lungo lo scorso anno. Ma, nell’avvicendarsi delle trasformazioni storiche, c’è anche qualcos’altro che ha subito profonde modificazioni. Certo, da un lato c’è – chiamiamola – la “spontanea creatività popolare”, ossia il fatto che da sempre c’è chi crea canzoni e musica spontaneamente. Basti pensare alle filastrocche o alle ninna nanne che vengono tramandate oralmente da centinaia e centinaia di anni: chi le ha composte? Nessuno lo sa. Sono il frutto di un’attitudine creativa che si riscontra in tutte le società umane e ne costituisce un comportamento antropologicamente rilevante. Da un altro lato c’è chi ha composto anonimamente musiche destinate ad accompagnare i più diversi culti religiosi. Basti pensare ai flauti, sonagli e cembali che nell’antica Grecia omerica accompagnavano i cortei degli invasati epopti del tiaso di Dioniso, piuttosto che i salmi e gli inni nella religione ebraica e nelle religioni cristiane,unitamente ai canti gregoriani. Chi ha composto queste musiche? Nella quasi totalità dei casi non si sa. Tuttavia questi sono aspetti che potremmo ritenere costanti, comportamenti che, pur nella varietà dei singoli casi, possiamo facilmente rilevare anche oggi.

    Ciò che invece più ci interessa e che progressivamente si è profondamente trasformato è l’insieme delle relazioni sociali che, nel tempo, hanno costituito il contesto in cui hanno vissuto e creato i musicisti “professionisti” che componevano musiche varie e ballate (le antenate delle canzoni). Muoviamo quindi le nostre considerazioni partendo dal medioevo. In quel periodo, un futuro musicista quasi sempre apprendeva le regole della disciplina musicale – ancora bambino – presso gli oratori delle varie parrocchie oppure presso la cappella di corte o nei conventi. Diventato musicista a tutti gli effetti – se non prendeva i voti – come laico poteva riuscire a vivere solo grazie all’ala protettiva dei nobili che, assumendolo a corte si facevano carico del suo mantenimento, a volte corrispondendogli anche una qualche forma di salario e inquadrandolo come facente parte della servitù.

    Solo musicisti straordinari (ad esempio Mozart) potevano godere di una certa autonomia e libertà. Pensiamo però che Haydn (1732-1809, considerato il “padre” della sinfonia e del quartetto d’archi), ad esempio, era tenuto ad indossare in pubblico la livrea come i domestici e che nel periodo in cui ha vissuto, il musicista di corte poteva essere tenuto ad onorare eventuali debiti contratti dal suo predecessore. Haendel (1685-1859) fu uno dei primi musicisti a comporre per un pubblico borghese e pagante, dato che l’Inghilterra si trovava nel pieno di una grande espansione economica con annessi tutti i radicali cambiamenti che le rivoluzioni economiche comportano. In generale possiamo sostenere che per tutto il Rinascimento, e in piccola parte fino a tutto l’ottocento, i musicisti campavano grazie alla protezione di mecenati – nobili e successivamente alto borghesi- che, mantenendoli, gli permettevano di comporre le loro opere.

    Lo stesso Verdi, per un certo periodo, poté continuare a comporre grazie al sostegno di un magnate. Nel ventesimo secolo l’industrializzazione ha imposto nuovi rapporti sociali e la nascita dell’industria discografica, unitamente alla diffusione di strumenti di comunicazione di massa impensabili fino a pochi anni prima (e sviluppati secondo criteri industriali), ha favorito la nascita di nuove forme di espressione, inedite modalità compositive, nuovi stili e quindi nuovi percorsi artistici e profili professionali.

    Una figura professionale comparsa recentemente ed “esplosa” nell’immediato dopoguerra è proprio l’autore di canzoni, espressione dell’industria culturale. La canzone moderna e tutta la cosiddetta musica leggera non avrebbero raggiunto l’invasività che conosciamo se non ci fosse stata l’invenzione del disco – soprattutto del 45 giri – e della radio. Ma questo tipo di prodotto musicale può esistere solamente nella città: nasce e si sviluppa nelle metropoli, ne porta l’impronta, segue i suoi ritmi e, come si diceva all’inizio, ne costituisce un segno avvertibile… anzi, udibile! Il mondo contadino e le sue tradizioni musicali millenarie avrebbero potuto benissimo continuare ad esistere senza le città. La storia ci ha mostrato come proprio i fenomeni di inurbanizzazione e industrializzazione selvaggia, espressione di un capitalismo criminale e predatorio (tutt’ora attivo e in splendida forma), abbiano fortemente compromesso tutta la cultura contadina nel suo insieme.

    La musica popolare

    aran-natura-verde-ambiente-green-DIMa nel tracciare anche per sommi capi una storia della canzone, occorre riconoscere un ruolo di particolare importanza alla musica popolare,  in particolar modo in Italia. È infatti proprio nell’ambito dell’area sociale definibile come “popolare” che maggiormente si evidenzia la presenza di un prodotto musicale, indicato come canzone, che instaura un rapporto diretto col sottostante mondo che lo ha prodotto, in termini di “custode”, di memoria, racconti di vita quotidiana e tradizioni. In tutto questo, oltre all’immediata produzione di senso, c’è l’importanza della continuità tra un “ciò che è stato” e “ciò che è”, almeno fino al momento in cui quella particolare canzone è stata scritta (e spesso come si è detto, non si è in grado di risalire ad un autore certo).

    Ci sono decine e decine di canzoni popolari che presentano variazioni nel testo, oltre che nella melodia, così come sarà possibile rinvenire linee melodiche utilizzate in diverse canzoni. Ma questo “slittare” di un testo, oltre che l’impiego parziale di linee melodiche, rientra in una pratica diffusa nel mondo popolare, ne costituisce un elemento di vitalità, e non è assimilabile al concetto di “copiare”. Tuttavia, per comprendere bene questo discorso dobbiamo aver chiaro che l’espressione “mondo popolare” va riferita ad una realtà che oggi –  penso sia lecito dire: purtroppo – non esiste più; un mondo che nulla ha a che vedere coi “quartieri popolari” delle grandi città, o con il sottoproletariato delle periferie degradate delle metropoli. Parliamo di una realtà sociale che in Italia, tuttalpiù può essere datata fino ai primi anni ’50 del secolo scorso, quando, appunto, la cultura contadina non era stata ancora assassinata e l’assassino (ossia il capitalismo industrialmente e tecnologicamente avanzato) non aveva ancora mostrato il suo vero e unico volto.

    Dobbiamo pensare (o forse ricordare?) ad una società semplice, fatta di lavoro duro, una società che, sbrigativamente, tutti noi definiremmo come “arretrata”, con un tasso di mortalità infantile e di analfabetismo molto alto. Ma in questi vissuti, prima dell’avvento dei mass media, del “villaggio globale”, di Mc Luhan e dello “Shock del futuro” di Toffler (importante libro edito nel 1970), i cantastorie svolgevano un ruolo essenziale. Non guardiamoli con occhi viziati di romanticismo: probabilmente non erano consapevoli dell’importanza che gli sarebbe stata riconosciuta successivamente. Erano agenti palesi al servizio della memoria, veicoli di conoscenza, tradizione, storia.

    Non è illegittimo identificare una linea di continuità tra gli antichissimi aedi e i cantastorie che, in un comprensorio relativamente vasto, si muovevano di paese in paese. Erano loro a tramandare le storie o le leggende e con i loro racconti cantati/recitati contribuivano a testimoniare la continuità dell’identità di una collettività. C’è un vecchio adagio che dice:  “canta che ti passa”, ma si potrebbe aggiungere: “canta che ricordi”. Gli antichi aedi, spesso ciechi, eseguivano tutto a memoria, con una declamazione ritmica, forse sostenuta da qualche appoggio strumentale o scarne linee melodiche che, appunto, facilitavano la memorizzazione.

    I cantastorie non erano ciechi, in linea di massima, non raccontavano di gesta epiche, di dei e di eroi. Le loro erano storie ambientate nelle vicende quotidiane; a volte si trattava di favole con una morale finale. A ciò che cantavano/raccontavano aggiungevano poi spontaneamente la cronaca dei fatti che acquisivano nello spostarsi da un paese all’altro: erano loro l’informazione, visto che i giornali avrebbero parlato di cose lontane e incomprensibili… e poi… chi li sapeva leggere?

    Gianni Martini

    [foto di Diego Arbore]

  • Viaggio alla scoperta della canzone d’autore: musica e parole appartengono alla comunità

    Viaggio alla scoperta della canzone d’autore: musica e parole appartengono alla comunità

    ChitarraLa canzone è una forma musicale di grandissima popolarità e notevole potenziale espressivo – comunicativo. Ognuno di noi ha certamente una o più canzoni che negli anni ha amato o a cui si sente maggiormente legato. Magari semplicemente perché una canzone gli ricorda episodi della sua infanzia della sua adolescenza. Insomma le canzoni – è noto – muovono i ricordi, legate come sono a volti, vicende personali e/o collettive racchiuse nella nostra memoria (a questo proposito qui è possibile consultare gli articoli della stagione scorsa, dedicati alla “Musica Nuova“). Ma oltre a questi aspetti psicologici, affettivi e privati (anche quando riguardano migliaia di persone) ci sono caratteristiche che rendono la canzone immediatamente un “oggetto sociale”. Anzi, possiamo certamente sostenere che la canzone sia già frutto di un’attività sociale: la canzone è indice di (e spesso favorisce le) relazioni sociali.

    Banalmente, si scrivono canzoni per poi cantarle o perché siano cantate da qualcuno. Anche la canzone “rimasta nel cassetto”, in realtà avrebbe voluto spiccare il volo verso il mondo. Ben difficilmente qualcuno scriverebbe solo ed esclusivamente per se stesso, in quel caso, come dire, si tratterebbe di “canzoni catatoniche”… Magari si scrive e poi vien meno il coraggio di fare ascoltare le proprie canzoni agli altri per paura dei giudizi (ecco una possibile genesi per le canzoni che rimangono nel cassetto…). Ma d’altra parte qualsiasi “oggetto ideale” – come è una canzone nella fase embrionale – diventa una canzone vera e propria solo quando qualcuno inizia ad ascoltarla, ossia quando diventa socializzabile/comunicabile/ripetibile/giudicabile.

    La popolarità e/o il successo rappresentano poi una ulteriore sfaccettatura che riguarda (e necessariamente segue) la creazione/produzione di una canzone. A questo punto mi sembra utile inserire un distinguo tra “popolarità” e “successo”. Certo, un brano di successo diventa, per forza di cose, popolare, nel senso di “conosciuto a livello di massa”. Ma il termine – almeno in un’accezione del suo significato – mi sembra che rimandi ad un contesto storico particolare e recente. Le canzoni (e i cantanti-interpreti) di successo sono esplicitamente un fenomeno successivo alle consistenti innovazioni tecnologiche – applicate alla realtà/mercato dei mass media – che hanno caratterizzato la prima metà del ventesimo secolo: la radio; le tecniche di registrazione; il disco e poi la cassetta audio, la televisione, la possibilità di amplificare ed elaborare il suono ecc… E parallelamente il formarsi/nascere dell’industria culturale, che tutti questi mezzi ed opportunità offerte dalla tecnologia userà a spada tratta, abusandone.

    Però il successo può anche finire, essendo legato molto spesso alle mode. Quindi una canzone/cantante di successo dopo non molto tempo potrebbe sparire dalla memoria, all’insegna dell’effimero. Il termine “popolare”, invece, mi sembra maggiormente legato alla memoria, al ricordo: la popolarità si guadagna, è frutto di un lavoro costruito nel tempo, un traguardo, non il risultato di invasive strategie promozionali e pubblicitarie; c’entra relativamente con i risultati delle vendite e le Hit parade. Prendiamo ad esempio Blowind in the wind, We shall overcome, O sole mio, Il ragazzo della via Gluck, Fischia il vento, La canzone del sole, Nel blu dipinto di blu (Volare). Queste sono canzoni “popolari” perché rimaste nella memoria storica e ne vanno ad arricchire la tradizione musicale. E in quanto vanno a sedimentarsi negli strati più o meno profondi della tradizione/costume/cultura di una collettività, le canzoni diventano traccia/segno/simbolo/icona sonora di quella stessa comunità. Ogni canzone, anche la più dimenticata, costituisce comunque la traccia di un particolare periodo storico.

    Tuttavia, in quanto prodotto culturalmente complesso, la canzone diventa, da elemento semplicemente residuale, “segno”  di quel determinato periodo: fornendoci delle informazioni (aspetti formali e strutturali, caratteristiche del giro armonico, rapporto col testo, tecniche di registrazioni e supporto audio eventuale…) ci aiuta ad identificarlo. Se poi quella canzone fosse (o fosse stata) molto popolare, addirittura potrebbe assurgere a simbolo di un’epoca, una vicenda storica, una comunità, un gruppo di persone. Canzoni-simbolo possono considerarsi : Like a rolling stone di B. Dylan, La locomotiva di F. Guccini,  Bella ciao, Sapore di sale di G. Paoli, Satisfaction dei Rollig Stones, e ovviamente altre.

    Dopo queste doverose premesse, nella prossima uscita iniziaremo il nostro viaggio attraverso la “forma canzone”…

    Gianni Martini

     

  • La musica nuova morta per eccesso di novità: la colpa non è solo del mercato

    La musica nuova morta per eccesso di novità: la colpa non è solo del mercato

    musica-concerti-pianoforteLa riflessione sviluppata in questa serie di articoli, partiva dalla constatazione della “scomparsa della novità”. Il concetto stesso di “novità” è stato progressivamente banalizzato, svuotato. Qualsiasi prodotto industriale, in uscita sul mercato viene presentato come “novità” che renderà superate le precedenti edizioni, ormai declassate a scarto/rifiuto/riciclo. È come se si vivesse in una continua “ansia da novità”: tutto deve sempre cambiare in continuazione senza fermarsi, con il risultato di una sorta di “crisi da eccesso”: la “novità” è uccisa dall’eccesso stesso di novità (o pseudo tali) gonfiata fino a scoppiare.

    I prodotti tecnologici (telefonia in testa) rappresentano al meglio i dettami consumistici suggeriti dalle strategie persuasive delle case produttrici. In ambito artistico, credetemi, le cose non sono poi così diverse. Certo, i messaggi e le strategie di vendita forse non presentano toni così grossolani e di cattivo gusto, ma la sostanza non cambia. Tutto il sistema produttivo contemporaneo può essere visto come un’immensa “fabbrica di novità”.

    Certamente, personalmente, non riconosco alcuna autorevolezza agli apparati promozional-pubblicitari dell’industria culturale che, subdolamente, cercano di stabilire che cosa sia da ritenersi “novità”. Ma la “novità” è scomparsa anche per altri motivi. È come se la tecnologia l’avesse erosa, mangiata dall’interno. Intendo dire che la velocità di comunicazione/diffusione e riproduzione di qualsiasi “originale”, rendendo subito alla portata di tutti – supponiamo – l’esito di una certa ricerca musicale, inevitabilmente lo esporrà al rischio di banalizzazione: ciò che si presenta come nuovo in pochi giorni verrà sezionato in tutti i particolari, commentato, raffrontato, copiato. Idealmente potremmo allineare mille cloni di un originale, in una sorta di continuum dove ciascun elemento manterrà tratti più o meno simili (= copiati) all’originale. Il fatto è che questo trand comportamentale caratterizza tutti gli aspetti della quotidianità.

    Spesso, quindi, si può provare la stancante sensazione di vivere in un appiattimento generalizzato, dove i grandi riferimenti culturali sono venuti meno; la fede nel progresso crollata, il futuro appare con il volto della minaccia; i rapporti sociali – di qualsiasi tipo- assumono sempre più lo statuto di provvisorietà. Certo, questi aspetti sono solo tendenziali, ma ciò non ne rende meno avvertibile la presenza.

    E poi c’è l’argomento centrale del discorso: la mancanza di ciò che ho definito “sentore comune, un qualcosa fatto di consapevolezza sociale, pensiero critico, espressione di idee, ma anche speranza e fiducia che le cose si possano – si potessero – cambiare (Bob Dylan nei primi anni ’60 cantava “ The times they are a changin’”). Oggi questa fiducia non c’è più e in questo scenario di incertezza e sbando globalizzati, diventa rassicurante e sedativo “guardare indietro”. Riproporre stili musicali, canoni estetici, mode e stili di vita già sperimentati, soddisfa quel crescente (e sempre più isterico) bisogno di sicurezza che tanto oggi si insegue: gli anni “mitici” si trasformano in una specie di caverna protettiva dove ci nascondiamo consumando la nostra incapacità di affrontare lo scuro e incerto futuro.

    Viviamo quindi nell’orizzonte di tante “poetiche solitarie”, che rispecchiandosi in mille altri simili, proprio nel gioco degli specchi e della rifrazione, sviliscono la loro portata innovativa. Indubbiamente si corre il rischio che così l’arte (intendo la parte più viva di essa) perda la sua carica eversiva e di rottura e venga meno alla sua peculiarità: quella di testimoniare il presente, prefigurando altri mondi possibili.

    Che dire? Bisogna rassegnarsi? Indubbiamente occorre avere la consapevolezza che il cupo periodo che stiamo vivendo potrebbe durare a lungo. Ma allora si impone di resistere, continuando ad affilare le armi (culturali s’intende…) in attesa di tornare ad usarle, laddove il suono si fa parola e la parola diventa suono. A proposito… mi sembra di vedere qualche crepa nel muro… mah, speriamo!

     

    Gianni Martini

  • La novità in musica? Una continua ricapitolazione degli anni 70

    La novità in musica? Una continua ricapitolazione degli anni 70

    woodstockNel confrontare i nostri giorni con la grande esplosione creativa degli anni ’60 e ’70, emerge l’assenza di condizioni di vita, simboli, accadimenti, contesti diffusi in tutto il mondo occidentale (e non solo) che riescano ad attivare processi identitari in grado di far maturare quel “sentore comune” da cui possano nascere nuove interpretazioni del mondo, espresse da nuovi linguaggi. Ed è proprio in questa assenza di “nuovo” che risiede il tema centrale di questa rubrica.

    Concerto musica liveLe esperienze innovative che, come in un tracciato, troviamo disseminate in questi ultimi 30 anni, sono tutte fortemente debitrici della grande “avventura creativa”, costituita dagli anni ’60 e ’70. Certo – lo si è già affermato – ciò che è diventato il “suono della storia” non è stato solo il frutto della creatività di tanti singoli individui isolati, ma un fermentò che animò parte della società (soprattutto le giovani generazioni) e che, dopo una prima fase sotterranea di incubazione, esplose successivamente, dilagando e travolgendo le vecchie concezioni del mondo.

    Ciò che oggi mi incuriosisce e mi stupisce è il contesto di grande criticità economica sociale in cui versa oggi il mondo intero, in particolare l’occidente (l’enorme area denominata “Cindia” è economicamente in ascesa, per quanto non sia fuori da problemi più di quanto il suo devastante sviluppo esponenziale non ne crei): da una simile situazione di disagio ci si aspetterebbero nuovi segnali di rivolta. Oltretutto la rete, permettendo una diffusione delle informazioni con una densità inimmaginabile fino a 15 anni fa, si pensava potesse facilitare enormemente la crescita dei movimenti. Intendiamoci: in parte è avvenuto e sta avvenendo (gli indignados in Spagna, i fatti della Grecia, la “Primavera araba”, anche qui in Italia c’è abbastanza trambusto…), ma tutti questi segnali tangibili di malcontento non sono – per ora – riusciti a determinare una svolta radicale, un nuovo ’68.

    Come dire… non riescono a configurarsi momenti unificanti da cui potrebbero scaturire nuove aperture sociali e svilupparsi inedite modalità e linguaggi espressivi. Nell’epoca della globalizzazione dove ad una vicinanza, ad una “amicizia” solo virtuale, come quella di facebook, si contrappone una reale dislocazione/ smembramento/ allontanamento/ nascondimento dei grandi processi economici e finanziari, il potere riesce sempre a circoscrivere e gestire ciò che succede a livello locale.

    Per quanto riguarda specificamente la musica va osservato che i circuiti ufficiali internazionali continuano sostanzialmente a promuovere la stessa musica, con varianti che suonano di maniera e che non rimettono in discussione alcunché. È come se vivessimo in una continua e unica ricapitolazione degli anni ’60 e ’70 ma, come canta Gian Piero Alloisio: “…anni ’60 senza boom“!!!

    Se poi prendiamo in considerazione un paese come l’Italia non si può non rilevare il devastante ruolo esercitato dal mastodontico apparato socio-culturale (oltre che economico, chiaramente) che fa capo a Berlusconi. Vent’anni di berlusconismo hanno prodotto un livello di idiozia di massa sconcertante, oltre ad un preoccupante imbarbarimento della vita civile. Ma, Italia a parte, ciò che mi sembra manchi – appunto – sono contesti, accadimenti, simboli, condizioni esistenziali che possano dar vita a processi identitari in grado di veicolare un “sentore comune”. Proprio questo penso sia il punto.

    La ribellione esplosa alla fine degli anni ’60, come già si è analizzato, ha incubato per oltre 50 anni, con ideali di giustizia e libertà risalenti addirittura alla rivoluzione francese, ma ben presenti nella testa e nel cuore di tante persone, come patrimonio di “memoria storica”. Tuttavia, ciò che ha reso possibile una diffusione così rapida in tutto il pianeta dei fermenti rivoluzionari e innovativi, penso sia dovuto ad una inedita condizione di relativa omogeneità che tutto il mondo avanzato si trovò a vivere. I principali fattori uniformanti mi sembrerebbero questi:

    1) condizione di prostrazione post bellica generalizzata sia tra i vinti che tra i vincitori

    2) conseguente imponente azione di ricostruzione industriale e sociale

    3) connesso sviluppo industriale con nuovi assetti tecnologici che determinarono il raggiungimento di un certo livello di benessere

    4) programmi di istruzione obbligatoria allargati a tutti i ceti popolari

    5) diffusione della tecnologia mass-mediatica a livello internazionale (tv, radio, telefonia ecc…)

    6) prime generazioni di giovani cresciute in condizioni esistenziali totalmente diverse rispetto alle generazioni precedenti

    7) abnorme sviluppo delle città

    8) partiti politici e sindacati (soprattutto di sinistra) in pieno sviluppo con apparati ideologici e organizzativi di grande rilievo

    9) progressiva presa di coscienza dei livelli di sfruttamento capitalistico

    10) critica e rifiuto del mondo diviso in due blocchi.

    Ecco questi mi sembrano i più importanti fattori che, diffusi in maniera relativamente omogenea in tutto il mondo, abbiano fatto da “contesto vitale” per ciò che sarebbe esploso nel ’68.

     

    Gianni Martini

  • La creatività messa al bando: ecco gli anni ’80 e la musica commerciale

    La creatività messa al bando: ecco gli anni ’80 e la musica commerciale

    musica-live-concertoLa fine degli anni ’70, caratterizzata dal “riflusso”, vedrà nuovamente il mercato vittorioso. La musica non commerciale sopravviverà con difficoltà ai margini del mercato. Ogni tanto qualche improvvisa “graffiata creativa” sveglierà dal torpore una scena musicale molto addomesticata. Ma si tratterà sempre di una rivisitazione di linguaggi già praticati e non di una nuova era.

    Dunque nell’arco di tempo che va dall’inizio degli anni ’60 alla seconda metà degli anni ’70 – come più volte si è affermato- la creatività musicale esplose investendo il mercato discografico, addirittura facendo nascere un diverso modo di gestire la discografia. Il dato sociale peculiare e inedito fu che si trattò di una spinta creativa spontanea, proveniente dal basso (e comunque relativamente trasversale rispetto ai ceti sociali di provenienza). Come dire… il presente, il “suono della storia”, partiva dalle inquietudini, dalla rabbia dei contesti quotidiani e si esprimeva, conseguentemente, in maniera diretta, grezza, acerba, senza mediazioni, come d’altronde sempre crudi e diretti sono i fatti storici.

    L’espressività nel rock, blues, jazz e ancor più nella canzone non era frutto, nella maggioranza dei casi, di compiuti studi accademici. Questo da un lato. Dall’altro una tale forza espressiva così dissacrante, necessitava di interlocutori – sulla sponda discografica – in grado di sapere in modo lungimirante cogliere/intuire l’impatto enorme che questa diversità comunicativa, grezza, rabbiosa avrebbe potuto avere soprattutto sulle masse giovanili delle metropoli.

    Per tutti questi aspetti prendiamo come esempio i Beatles. Ragazzini di estrazione popolare, inquieti figli di una città industriale (Liverpool), i Beatles iniziarono a suonare da autodidatti ancora in età scolare. Giovanissimi, fecero gavetta in Germania, ad Amburgo, dove suonarono nei locali del quartiere a luci rosse. Il loro primo provino presentato alla “Decca” non venne giudicato interessante. Tornarono all’attacco con la casa discografica “La voce del padrone” che invece li mise sotto contratto: nel 1962 (50 anni fa) uscì “Love me do”. Il resto è storia nota.
    Ma se il suono, le parole, l’urlo che si forgiava nella scansione temporale degli eventi stessi, componevano l’immagine visionaria di milioni di voci che parlavano e cantavano di un cambiamento possibile, aspettandolo e prefigurandolo come in un sogno, quelle stesse voci, diventate coscienza, si resero conto di quanto poco le cose stessero cambiando, se non addirittura peggiorando.

    Allora, il mercato, neutro ai sommovimenti emotivi dovuti alle delusioni politico-sociali, tornò a dettare  le sue leggi. Si, il mercato che silenziosamente aveva piano piano riconquistato le posizioni perdute, ed anzi, adeguando velocemente i propri mezzi alla nuova realtà, era nuovamente pronto, più temprato e aggressivo che mai. Gli spazi di relativa libertà creativa che si erano aperti in seno alle grandi case discografiche (…se la rivoluzione fa vendere i dischi, che problema c’è? Viva la rivoluzione: il mercato è onnivoro!!!) si richiusero ai primi segni evidenti di riflusso.

    Ancora una volta, risulta istruttiva l’analisi di ciò che è successo, soprattutto in ambito pop e rock. Trattandosi di settori in cui si muove molto denaro, meglio si riescono a cogliere gli orientamenti del mercato. Con l’inizio degli anni ’80 tutte le etichette discografiche – anche quelle piccole ed escludendo solo una piccola parte di quelle indipendenti – imporranno lo standard secondo il quale la durata media di un brano deve stare tra i 2’50 e i 4’10. Questo, appunto, mediamente. Aboliti sviluppi e divagazioni strumentali, aperture armoniche azzardate, introduzioni in crescendo ecc… Le eccezioni a questo imperativo saranno ben poche. Ovviamente non stiamo parlando dell’Italia, ma – purtroppo- del mercato internazionale.

    La creatività messa al bando, esiliata, sopravviverà in anfratti sconosciuti ai più. Ogni tanto qualche vampata squarcerà la staticità della scena musicale. Una prima energica scossa – prendendo sempre come esempio l’ambito rock- fu data dal punk, fenomeno che rifiutò nettamente di integrarsi negli orizzonti del “vivere borghese”. Poi, negli ’80, ci fu la meteora “Metal” e, negli anni ’90, il “Grunge”. Bagliori, brevi falò il cui impatto, fu comunque sempre al di sotto delle speranze che alimentò: la bocca che urlava si era ormai richiusa (a volte accennava un movimento, emettendo un suono indecifrabile: un urletto? uno sbadiglio? Più probabilmente un lamento di dolore) e questi suoni coraggiosi non riusciranno ad imporsi ed essere riconosciuti come suoni epocali.

     

    Gianni Martini

  • Anni 60/70, etichette indipendenti: linea rossa, linea gialla, linea verde

    Anni 60/70, etichette indipendenti: linea rossa, linea gialla, linea verde

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    La canzone, lo si è detto, fu uno strumento straordinario per la diffusione delle idee. Nacque così una “linea rossa” ossia una canzone dichiaratamente politica e militante, antagonista della canzone commerciale; una “linea verde” composta da cantautori che, sulla linea dei provos olandesi e dei pacifisti americani manteneva posizioni politicamente più aperte e una “linea gialla”, termine inventato dai discografici per indicare una canzone giovanile ma sostanzialmente di un anticonformismo di maniera e finto.

    Il ruolo esercitato da queste etichette di frontiera (successivamente sarebbero state chiamate “etichette indipendenti”) rivestì, anche in Italia, un’importanza fondamentale. Le già citate Toast Records, L’Orchestra, Ultima Spiaggia, I Dischi del Sole, I Dischi dello Zodiaco, ecc… permisero a gruppi, jazzisti e cantautori minori (o inizialmente tali) di pubblicare e far conoscere i loro lavori. Spesso i titolari avevano una conoscenza diretta degli artisti che producevano e sovente condividevano le motivazioni sociali ed espressive che stavano alla base della loro musica.

    E, indubbiamente, questo lavoro di testimonianza le piccole etichette lo svolgono – con estrema fatica – ancora oggi: è solo la passione e l’intendimento di non mollare che li fa andare avanti, non certo i riscontri di vendite. Anzi, ciò che balza in evidenza rispetto agli anni ’70 è proprio la differenza notevole nei livelli di vendite e, conseguentemente, nello spazio economico, operativo e di diffusione delle idee.

    Prendiamo come esempio due etichette per molti aspetti complementari: I Dischi del Sole e I Dischi dello Zodiaco. Già alla fine degli anni ’60 il catalogo de I Dischi del Sole comprendeva collettivi politicamente schierati come il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano e lavori di jazzisti “colti” come G. Gaslini oltre a compositori contemporanei come B. Maderna, L. Nono, G. Manzoni. L’ambiente che gravitava intorno a questa etichetta comprendeva alcuni intellettuali e operatori culturali di primo piano. Parliamo di – limitandoci a pochi nomi – M. Ovadia, G. Marini, S. Liberovici, R. Leydi, U. Eco, F. Fortini, M. L. Straniero, E. Jona, P. Ciampi, I. Della Mea. Tutti sostenevano apertamente il rifiuto della canzone/musica commerciale e promuovevano una canzone di dichiarato impegno politico. Diversi fra loro provenivano dall’esperienza del collettivo torinese Cantacronache e, certamente, vedevano nel libro “Le canzoni della cattiva coscienza” (1964) un punto fermo da cui partire. La scelta di una canzone militante portò alla costituzione di una “Linea Rossa” (uscì anche un manifesto che ne esplicitava la progettualità politico-culturale).

    Questo aspetto della “linea” mi sembra molto interessante perché contribuisce a far comprendere quale fosse l’attenzione, in quel periodo (siamo alle porte del ’68), rivolta alla “canzone”, intesa come strumento di propagazione (e per alcuni di propaganda) delle idee. Nacque infatti una “linea verde” che comprendeva cantautori – in alcuni casi con contratti stipulati con grosse case discografiche – impegnati ma su posizioni politiche più aperte (F. De Gregori, i Nomadi, F.Guccini ecc…) e una “linea gialla” che, invece, faceva capo a quella canzone finto-impegnata e, sostanzialmente, sganciata da tematiche e ambienti politicizzati.

    Quando nel 1970, in Cile, ci fu la vittoria elettorale del socialista Allende (primo esempio di accesso al governo di un paese da parte di un partito di sinistra, per via elettorale), le due etichette in questione iniziarono a pubblicare la “nueva cancion cilena” (Inti Illimani, Victor Jara, Violeta e Angel Parra ecc…) con riscontri in vendite notevolissimi, aumentati ancora dopo l’11 settembre 1973 a causa dell’orrore internazionale suscitato dal feroce colpo di stato fascista – diretto dagli americani – del generale A. Pinochet. Il grosso riscontro di vendite di quel tipo di etichetta era, sostanzialmente, dovuto al fatto che buona parte del loro catalogo rispecchiava ciò in cui il “movimento” si riconosceva: che si trattasse di gruppi rock o progressive, jazz o canzone, quello era il “suono della storia”, il suono di quella parte di persone che, in Italia come in molte parti del mondo, si dichiarava contro il perbenismo ipocrita, le ingiustizie, il moralismo, gli atti criminali del capitalismo.

    Ciò che si intende sostenere è  che la vitalità politico-sociale di quegli anni (e la progettualità politica che ne scaturiva), fecero fiorire una protuberanza anomala nella fisiologia del mercato; una zona, in espansione, di relativa libertà, non controllata dai grandi gruppi di potere. E questa apertura si verificò non solo nella discografia ma anche nell’editoria, nella produzione cinematografica, come nel mondo dell’arte, della moda, del costume. Per un breve – e illusorio momento – si ridisegnarono nuovi equilibri.

     

    Gianni Martini

  • Il boom della discografia e l’affievolirsi della creatività musicale

    Il boom della discografia e l’affievolirsi della creatività musicale

    Muse concerto liveNelle scorse uscite abbiamo confrontato il rifluire dei movimenti sociali e rivoluzionari degli anni ’70 con l’affievolirsi degli spunti creativi di gruppi e solisti, sottolineando l’emergere di una tendenza: il grosso successo commerciale e di pubblico, riducendo il “progetto artistico” a “prodotto di mercato” come tutti gli altri, tende a eroderne la credibilità, in termini di autenticità espressiva. E questo è quello che accadde dopo i primi anni di slancio del Movimento.

    L’allargarsi dei tentacoli delle grosse case discografiche determinò, almeno nelle linee generali, quanto segue:

    1) successo internazionale di tutti i gruppi rock, progressive ecc… più significativi, in una scena musicale quasi esclusivamente dominata dalle band anglo-americane, fonte d’ispirazione per migliaia e migliaia di gruppi e musicisti in tutto il mondo. Successo dai riscontri economici, in alcuni casi vertiginosi (partendo dai Beatles e dai Rolling Stones, occorre citare almeno: Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin, Police e altri, ovviamente; considerevoli, anche in ambiti più vicini al jazz, Miles Davis, Keith Jarret, ad esempio).

    2) progressivo inquadramento delle produzioni musicali in strategie di mercato, a loro volta animate da strategie promozionali, tramite poderosi uffici-stampa, apparati di merchandising, trovate pubblicitarie, finalizzate alla vendita di un prodotto che, soprattutto in ambito rock, cominciava ad avere costi di realizzazione piuttosto elevati.

    3) questo “inquadramento” portò ad uno svilimento della portata creativa dei progetti musicali e, quando non ne fu il principale responsabile, certamente non aiutò la creatività.

    È un discorso piuttosto complesso che implica quindi una giusta digressione, al fine di ben comprendere, e forse far cadere, qualche luogo comune un po’ ingenuo. Da un lato, infatti, dobbiamo considerare la relativa caduta d’ispirazione – fatto probabilmente fisiologico – che a volte poteva iniziare a farsi sentire già dopo i primi album (sembrerebbe praticabile una messa in relazione tra il rifluire dei movimenti sociali e l’affievolirsi della spinta creativa di rottura sul piano dei linguaggi espressivi. Ne parleremo…), da un altro lato non dobbiamo pensare che i musicisti e i gruppi di quel periodo fossero dei martiri pronti ad immolarsi sull’altare della purezza musicale, almeno non tutti. Certo, tenevano all’originalità dei loro progetti, ma la possibilità di avere un buon contratto con un’importante casa discografica (e con l’indotto che questo avrebbe comportato: stampa, tournèe, nuove registrazioni, popolarità, royalties ecc…), magari dopo anni di prove in cantina… insomma, se uno fa il musicista di professione si augura di poter vivere con la propria musica, no?

    Ma il contratto con una grossa casa discografica, come dire… aveva dei vincoli. Nel senso che quasi sempre occorreva rapportarsi con “figure professionali di mediazione” come il “produttore artistico” e/o il “produttore esecutivo”. Spesso queste figure, appartenenti allo staff della casa discografica, seguivano il gruppo molto da vicino, spingendo nella direzione di accontentare i gusti di un pubblico più vasto, rispondendo quindi a “ciò che vuole la gente” (quante volte ho sentito questa frase…). Se il gruppo aveva un forte potere contrattuale, oppure, semplicemente si aveva la certezza di un certo riscontro di vendite, queste spinte potevano esercitare un’influenza solo marginale; in altri casi, invece i produttori artistici e le case discografiche potevano intervenire pesantemente, avendo sempre come obbiettivo la realizzazione di un prodotto il più vendibile possibile.

    Va comunque ribadito che non è vero che tutti i produttori artistici o esecutivi delle case discografiche non capivano (o non capiscono) nulla. Questo mi sembra, francamente, un atteggiamento contrappositivo un po’ sterile. Certo, molti sono incompetenti, altri rimangono vittime della logica spicciola del mercato, ma esistono (ed esistevano) anche produttori seri e competenti. Ed è ovvio che nel dire questo, mi baso sulla mia modesta esperienza personale, svoltasi in Italia, ma non credo che in Inghilterra e in America fosse (sia tuttora) molto diverso. Parallelamente a tutto questo, rivendicando un modo diverso di fare discografia, più rispettoso dell’autonomia creativa di ogni singolo artista, nacquero delle nuove etichette, spesso fondate da musicisti. Basti pensare alla Island e alla Vertigo, etichette inizialmente piccole che misero sotto contratto gruppi come i King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Jethro Tull, Jentle Jiant, Traffic e altri, ovviamente.

     

    Gianni Martini

    [foto di Claudia Baghino]

  • Il business della musica ribelle: la fortuna delle major negli anni 70

    Il business della musica ribelle: la fortuna delle major negli anni 70

    giradischi-vinileDopo i primi anni di cambiamenti sociali (metà anni sessanta), periodo in cui i movimenti innovatori vivono un’esistenza prevalentemente “underground”, le grandi case discografiche – intuendo l’enorme business – iniziano a inserirsi nel gioco, da un lato mettendo sotto contratto gli artisti espressione autentica di quei movimenti, dall’altro producendo ad hoc artisti completamente inautentici, purché avessero il sapore della trasgressione, che semplicemente la evocassero.

    Contatto tra i nuovi fermenti musicali e le majors fu il “talent scout”. Questa figura professionale tipica di quel periodo, spesso era un giovane che, facendo parte di quell’ambiente, ne conosceva anche le espressioni artistiche. Improvvisamente, quindi, da qualche costola delle odiate “major” si affacciarono sul mercato etichette discografiche fondate ad hoc per i nuovi linguaggi espressivi; oppure etichette nate come “indipendenti”, nel giro di qualche anno vennero assorbite dalle grosse case discografiche che, tutt’al più, lasceranno loro la facciata di etichetta indipendente semplicemente per non perdere quel segmento di possibili acquirenti; ma soprattutto iniziano a comparire sul mercato discografico, prodotti “finti”, ossia realizzazioni di un “qualcosa che assomigliasse” nel suono, negli atteggiamenti, nell’immagine, nel logo, nei testi, nel “gesto musicale”, alle produzioni espressivamente più significative. Il tutto coniugato in una scala di “novità” pseudo originali, con l’obiettivo di accontentare tutti.

    Ciò che veniva a mancare – banalmente – è “solo” l’insieme delle profonde e autentiche motivazioni che spinsero a quelle creazioni originali. Quando poi si arriva a sentire Beethoven, Miles Davis, Hendrix, Doors o F. De Andrè impiegati come “colonna sonora” di spot pubblicitari…beh…ciao!! Ormai, la loro carica innovatrice è stata centrifugata e restituita come schiuma da barba!

    Certo, tutto questo è successo – e succede tuttora – in particolare per la “musica giovanile”: rock, pop, canzone, funky, rap… ossia in pratiche musicali di maggior vendibilità. Meno, per quanto riguarda la scena jazz, blues e classico-contemporanea. Anche se occorre ricordare che il cosiddetto “easy listening” della fine degli anni ’70- e tuttora presente, in costante attualizzazione/adattamento – di grande riuscita discografica (l’etichetta americana “GRP” di D. Grusin e L. Reetenour ne fu una delle massime espressioni) altro non è stato che confezionare un prodotto di ascolto immediato (in grado, cioè, di raggiungere un più vasto pubblico di consumatori – appassionati di musica) che potesse vantare grandi interpreti/autori, un alto livello qualitativo delle esecuzioni, un richiamo a sonorità jazz e blues, lasciandone cadere, tuttavia, gli aspetti espressivamente più spigolosi (e autenticamente “di rottura”), rendendo il suono più “moderno”, senza escludere riferimenti stilistici, vicini al pop e al rock.

    E volendo aggiungere un esempio nell’ambito della canzone, si potrebbe ricordare quella che Luigi Tenco menzionò nel suo drammatico e chiarissimo messaggio d’addio: “La rivoluzione” cantata al Festival di Sanremo del 1967 da G. Pettenati. Canzone finto-trasgressiva/protestataria che, titolando esplicitamente “La rivoluzione”, parola tabù, cercava di suggerire un’immagine di anticonformismo giovanilista. Oltre vent’anni dopo un altro esempio di produzione musicale finto-ribelle trovò sempre nel palco del Festival di Sanremo (e il fatto non va ritenuto un caso) il contesto “ideale”. E si tratta di un cantante, Scialpi, che, se non ricordo male, si presentò con i blue jeans mezzi stracciati, con una curatissima mise pseudo punk/pseudo trasandata/pseudo ribelle. A chi intendevano rivolgersi G. Pettenati e Scialpi? Obiettivo dei loro produttori era evidentemente quello di agganciare quella parte di pubblico giovanile che si sarebbe accontentata di atteggiarsi a “ribelle”, non intendendo minimamente esserlo sul serio: uno scambio giocato tutto sul piano simbolico (il modo di vestire, i gadgets, l’ascolto musicale…), tenendosi ben lontani dai processi sociali reali che quei simboli crearono.

    Anche la musica classica non fu estranea a questo fenomeno. Ricordo un ensemble, “Rondò veneziano” che proponeva brani strumentali di sapore rinascimental-barocco, come dire una musica rilassante, melodica che non creava tensioni, rivolta trasversalmente ad un pubblico anonimo e conformista. Infatti sogno del direttore generale di qualsiasi major ritengo sia quello di produrre un catalogo in grado di accontentare, come si diceva, “tutti” e semplicemente spingendo il prodotto che in quel determinato momento si ritiene possa vendere di più. 

     

    Gianni Martini

  • Fine degli anni 70: festival, musica negli stadi e istituzionalizzazione

    Fine degli anni 70: festival, musica negli stadi e istituzionalizzazione

    Paul Mccartney in concertoConsiderando a distanza i movimenti storici, culturali, artistici si pone in evidenza un tratto comune: il massimo livello di carica espressiva viene raggiunto nel periodo in cui già si fanno sentire le prime avvisaglie di “crisi”. Anche il periodo da noi affrontato in questa lunga serie di scritti non sfugge a questa “regola”, infatti l’impatto sociale massimo si ebbe nella seconda metà degli anni ’70, quando già si riconoscevano i primi segni del riflusso. L’energia creativa liberata tenne, tuttavia, banco ancora per diversi anni, da un lato recepita a posteriori dalle istituzioni; dall’altro tenuta in vita, artificialmente, dall’industria culturale unicamente per scopi commerciali, in scenari socio-economici globalizzati e ormai radicalmente modificati, dove la creatività continuerà a vivere come “ricerca individuale” impossibilitata a divenire – nell’orizzonte di oggi – comportamento diffuso e condivisibile.

    Se l’espressione artistica, nelle sue punte più avanzate, spesso “anticipa la storia” (intendendo con questo la capacità visionaria di prefigurare nuovi mondi possibili, indicare faticosi sentieri per un cambiamento praticabile, segnare direttamente la linea di rottura con linguaggi/schemi sociali/concezioni del mondo/abitudini e costumi radicati e tradizionali…), parallelamente libera energie creative che nel loro impatto con la società, continueranno a dare frutti (…”cattivo esempio”?…) per un periodo più o meno lungo, anche quando il magma rivoluzionario avrà ormai attenuato la propria incandescenza e le spinte più spontanee e anarcoidi saranno rifluite o addomesticate. Segno di questa “bolla di energia” potrebbero essere considerate da un lato la linea di continuità creativa e produttiva di musicisti, gruppi, etichette etc…che rimarranno in attività, con tutte le difficoltà esterne, dovute ad un paesaggio sociale ormai radicalmente mutato, ed interne, “psicologiche”, dovute ad un senso di isolamento, straniamento, crisi di identità (sentimento che, bruciante, toccò soprattutto i compositori di ari colta). Questo da un lato, dall’altro una risposta “istituzionale” – di necessità in ritardo sulla storia viva – che comunque recepì i desideri di cambiamento.

    Nel nostro paese l’epopea dei grandi festival iniziò verso la fine degli anni ’70, quando già si iniziavano ad intravedere i primi effetti del “riflusso”. Nuovi amministratori negli enti locali – conseguenza diretta di un diverso assetto politico-istituzionale – permisero e/o attuarono (grosso modo fino alla seconda metà degli anni ’90) una programmazione, a volte coraggiosamente aperta alle correnti espressive più recenti. Molti compositori contemporanei e “sperimentali” (pur in piena crisi di identità, come si è appena ricordato) ricevettero concrete proposte di lavoro e le loro opere vennero messe in cartellone, insieme ai classici. Anche il jazz e il blues uscirono dalla dimensione “underground” per raggiungere, grazie a importanti rassegne come Umbria Jazz, Siena Jazz, Pistoia Blues etc…un più vasto pubblico di appassionati. La riuscita di questi appuntamenti di grande risonanza si dovette anche ad un impegno istituzionale impensabile fino a qualche anno prima.

    Per la canzone d’autore – che , come si è visto iniziò in sordina e accompagnò in crescendo tutta l’evoluzione della vita politica italiana – ora, mentre il movimento stava rapidamente spegnendosi, arrivò l’epoca dei grandi concerti negli stadi: la tournèe di “Banana Republic”, di F. De Gregori e L. Dalla, i concerti di Vasco e, un po’ dopo, Ligabue. I nuovi equilibri politico-partitici portarono ad una riforma del servizio pubblico radio-televisivo (…possiamo pure leggere “lottizzazione”…): nacque “Rai tre”, più sensibile alle tematiche socio culturali care alla sinistra. Il fenomeno di una maggiore considerazione istituzionale riguardò, con precipue caratteristiche, anche le arti visive, la poesia, il teatro (ad esempio Dario Fo e Giorgio Gaber, figure molto vicine al movimento approdarono in Tv). Ma se nei primi anni ’60 tutto avveniva magmaticamente, nel “fuoco degli eventi” (…non solo in senso figurato…), dove c’era chi si improvvisava organizzatore, impresario, discografico, conduttore radiofonico, cantautore (molti che oggi sono affermati iniziarono così), ora – negli anni ’80 – tutto diventerà “attività professionale” con i ricordi dell’entusiasmo movimentista ormai alle spalle. Ecco, a questo punto il mercato – che di solito è colto di sorpresa dai sommovimenti sociali realmente innovatori – iniziò a dare consistenza ai tentativi di recuperare terreno, cavalcando l’onda della grande diffusione delle “nuove idee”.

     

    Gianni Martini

  • Genova Radio (Icb): la stazione di Quarto, patrimonio da valorizzare

    Genova Radio (Icb): la stazione di Quarto, patrimonio da valorizzare

    Le antenne di Genova Radio a QuartoGenova-Radio (Icb), nel cuore del quartiere di Quarto, proprio davanti alla storica Via Romana della Castagna, è una ex stazione radiofonica fondata nel 1952 e all’epoca usata per comunicazioni in ambito marittimo. Composta da due diverse stazioni -quella ricevente nel quartiere levantino, l’altra dislocata a pochi chilometri, sul Monte Righi – i suoi trasmettitori si trovano oggi all’interno dell’antico forte denominato “Il Castelaccio” (sembrerebbe che lo stesso Guglielmo Marconi abbia definito questo luogo “una delle migliori postazioni d’Italia per le radiotrasmissioni”). Entrambe le stazioni, ricevente e trasmittente, erano impiegate per adempiere a diverse funzioni: trasmissione di messaggi in codice Morse tra nave e radio; invio di telegrammi, ad esempio ai parenti, durante la permanenza in mare lontano da casa; uso del sistema telex per la trasmissione di dati commerciali; invio di chiamate di soccorso 24 ore su 24, 365 giorni l’anno. 

    due tralicci di oltre 60 metri che ancora svettano nel bel mezzo dell’antico abitato di Quarto e la passione di alcuni “agguerriti” amatori, tengono in vita la memoria di questa eccellenza genovese e di un mestiere, quello del radiotelegrafista, ormai scomparso.
    Era luglio 2013, con la diretta di #EraOnTheRoad vi avevamo portato sul posto per farvi vedere queste strutture, simbolo di un’attività ormai scomparsa. Abbiamo parlato con radioamatori, tecnici o con chi semplicemente ha vissuto gli anni d’oro di Genova-Radio: ci siamo fatti raccontare la storia e spiegare il suo funzionamento, trovando grande amore, passione e nostalgia.

    La radiotelegrafia a Genova

    radio-quarto-storicaMentre le prime operazioni erano svolte grazie allo sfruttamento di onde corte, a varie frequenze, la chiamata di soccorso sfruttava le onde medie a 500 kHz: usata per circa 90 anni nell’ambito del Servizio Radio Mobile Marittimo per la sicurezza in mare, tutte le stazioni radio che utilizzavano la radiotelegrafia in onda media avevano l’obbligo di assicurare l’ascolto continuo su questa frequenza, con un operatore preposto o tramite un ricevitore, in modo da ricevere in ogni momento SOS e messaggi di “urgenza”, per  salvaguardare la sicurezza della vita umana in mare. Solo nel 1999, la 500 kHz è stata rimpiazzata da sistemi digitali satellitari. Era possibile anche sfruttare queste tecnologie per permettere a chi si trovava in mare di utilizzare un sistema radiotelefonico e fare telefonate a casa anche se, molto dispendiose in termini di consumi di corrente e di tempi di organizzazione, questo tipo di chiamate non potevano svolgersi troppo di frequente.

    Gli operatori, radiotelegrafisti capaci e ben preparati, derivavano la loro conoscenza da precedenti impieghi a bordo di navi e imbarcazioni: perlopiù facevano parte di una categoria di Ufficiali della Marina Mercantile, esistente all’epoca in cui ancora le comunicazioni avvenivano per via telegrafica, ed erano chiamati “marconisti”, nome coniato in memoria dello stesso Guglielmo Marconi, padre delle radiocomunicazioni. Tutti quelli che aspiravano ad un impiego nelle radiocomunicazioni su navi mercantili o aeromobili civili dovevano conseguire un apposito brevetto, un certificato per radiotelegrafisti rilasciato dal Ministero delle Poste. Un mestiere affascinante e motivato da grande passione personale, che oggi è scomparso, dovendo soccombere ai progressi della tecnologia. Le apparecchiature utilizzate da Genova-Radio erano degne di nota e tutte di qualità: dapprima, i trasmettitori Collins BC-312 e BC-3124, poi gli italiani Allocchio-Bacchini OC-11.

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    Queste caratteristiche – e non solo – hanno reso importante la stazione genovese negli anni del dopoguerra, come ci racconta Lino Esposito, appassionato e collezionista di apparati radiofonici Collins (gli stessi usati inizialmente da Genova-Radio): «Il mio interesse per le vicende di questa radio è forte, mi ha sempre affascinato il suo funzionamento e il ruolo che rivestiva: quando si lavora a bordo delle navi, si è in mezzo agli oceani e l’unico contatto con la terraferma è la radio. Genova-Radio si è assunta questo importante compito e ha svolto il suo lavoro in un’epoca in cui la tecnologia non aveva ancora raggiunto gli sviluppi cui siamo abituati oggi. Chi partiva per mare, non aveva altri mezzi per comunicare con i famigliari a casa, né con i tecnici o con i soccorsi a terra. Ricordo che, dopo vari tentativi da parte mia, sono stato autorizzato ad avere accesso alla stazione ricevente di Quarto, dove ho incontrato alcuni anziani radiotelegrafisti (che spesso erano anche radioamatori e riuscivano ad coniugare lavoro e passione) e ho potuto visitare di persona la stazione ricevente, dotata di una postazione per radiotelegrafisti, ricevitori, comandi dei rotori delle antenne direttive, e una serie di strumentazioni tecniche per la comunicazione marittima. Inoltre, ricordo che avevano per antenna una filare lunga 600 metri e alta 60 metri da terra: per questo, quelli usati da Genova-Radio erano gli unici ricevitori a non risentire delle interferenze causate dalle Broadcastings sulle frequenze vicine. I ricevitori impiegati a Genova, inoltre, erano usati anche da altre stazioni radio costiere italiane con funzione analoga a quella genovese, come Roma-Radio(Iar), Trieste-Radio(Iqx), Livorno-Radio, Cagliari-Radio, ed altre».

    Cosa è rimasto oggi di Genova-Radio?

    Lino Esposito ci illustra la situazione attuale: «Difficile ripercorrerne le vicende, si dispone di poche informazioni. Si sa, però, che dapprima, non più tardi di qualche anno fa, Genova-Radio (Icb) è passata dal Ministero delle Poste e Telecomunicazioni alla Telecom Italia e i servizi (telegrafia e fonia in bande hf) sono stati accorpati a quelli di Roma-Radio (Iar): completamente “ristrutturata” e “remotata”, oggi la stazione genovese è quasi totalmente automatizzata e viene controllata in remoto dalla stazione di Roma-Radio. Alla fine del 1992, gli ultimi ricevitori Collins furono tolti dal servizio e sostituiti da moderni ricevitori della Rohde-Schwarz. Così Genova-Radio ha visto arrivare la sua fine e ormai da qualche anno non è più operativa, se non per pochi servizi ancora gestiti dalla capitale, in remoto».

    Oggi Genova-Radio ha quindi perso la maggior parte delle funzioni di un tempo e, costretta a soccombere di fronte alle nuove tecnologie, resta perlopiù inutilizzata. Visto l’interesse riscontrato, l’ipotesi di creare un museo delle radiocomunicazioni in questi luoghi, con le apparecchiature di una volta, non sembra fuori luogo: un’opportunità di rilancio e promozione di un mestiere scomparso? Perché no…

     

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

    [immagini storiche gentilmente fornite da Lino Esposito]

    Per approfondimenti di tipo tecnico:

    http://i0yqx.jimdo.com/

    http://www.linoesposito.it/geradio_it.php

  • Genova ricorda il golpe cileno di Augusto Pinochet: proiezioni e incontri

    Genova ricorda il golpe cileno di Augusto Pinochet: proiezioni e incontri

    cinemaL’11 settembre: una data evocativa e carica di significati. Oltre ai noti fatti terroristici del 2001, in quella stessa data, circa 30 anni prima in Cile aveva luogo il golpe militare di Augusto Pinochet, che reprimeva nel sangue l’esperienza del Governo socialista di Salvador Allende, democraticamente eletto dal popolo cileno appena tre anni prima. Era il 1973: proprio quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario. In occasione di questo avvenimento, associazioni e istituti culturali genovesi hanno deciso di organizzare una serie di manifestazioni (proiezione di film, incontri, conferenze) per ricordare l’accaduto.

    biglietto cinema
    All’iniziativa partecipano Circuito Cinema Genova, Associazione per un Archivio dei Movimenti, Fondazione Casa America, CGIL Liguria, CISL Liguria, UIL Liguria, Circolo Ricreativo Culturale Sertoli, Biblioteca Civica Berio, Compagnia Unica dei Lavoratori e Merci Varie “Paride Batini”, Circolo Autorità Portuale, Club Amici del Cinema, Europa Cinemas, GhettUp tv, Associazione Giovani Amici Uniti, Coordinamento Associazioni tutela Antico Acquedotto. Le istituzioni: Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura, Comune e Provincia di Genova, Università di Genova (DAFIST), Municipio Centro-Ovest, Municipio Media Val Bisagno.

    Fitto il calendario di eventi, che si svolgeranno nell’arco dell’intero mese di settembre.
    Circuito Cinema Genova organizzerà presso il Cinema Sivori una rassegna per riflettere sul significato politico, storico e culturale di quella tragica esperienza. Sono previste tre proiezioni di film e documentari (il 9, il 16 e il 23 settembre, dalle ore 20.30; costo ingresso: 4 euro), corredate da video-interviste con testimonianze di protagonisti di allora e di oggi, realizzate in collegamento diretto col Cile e a cura di Bruno Rolleri con Ghettup tv.

    Fitto anche il programma di eventi a cura di Archivio del Movimenti. Già tempo fa, le organizzatrici Paola De Ferrari e Francesca Dagnino annunciavano l’evento in anteprima ad Era Superba.  Oggi, Paola De Ferrari conferma la buona riuscita di quello che allora era solo un progetto lontano e ci racconta: «Siamo riuscite a dare vita a un programma ricco e siamo contente di poter ricordare questo momento storico importante: vera e propria tragedia che ha provocato migliaia di morti, desaparecidos, torturati, incarcerati e profughi. L’11 settembre 2013 è una data che Genova non può lasciar passare inosservata, perché proprio in questa città, e in tutta la Liguria, si svolsero importanti manifestazioni di solidarietà verso Allende e di lotta verso la dittatura. Per questo, tutti insieme abbiamo deciso di tornare a riflettere oggi su quell’esperienza: uno stimolo per le sfide del presente, che si ripropongono in Italia come in Cile, in Europa come in tutta l’America latina».

    casaamericaInfine, non poteva mancare anche la Fondazione Casa America, portavoce a Genova della cultura e del mondo latino-americano, che fino al 13 settembre ospita la mostra di Eduardo Carrasco Salvador Allende, un uomo, un popolo (un hombre, un pueblo) – 40 anni dopo il golpe di Pinochet 11 settembre 1973. E ancora, l’Università degli Studi di Genova, con una serie di conferenze e incontri, e la Biblioteca Civica Berio, che propone una serie di letture a cura del gruppo di lettura in spagnolo (che ogni mese si riunisce nei locali di Via del Seminario) dal titolo “La poesia cilena ai tempi della dittatura”, aperte a tutti. Infine, sempre alla Berio (nello spazio Berioidea al piano terra), sarà possibile vedere esposizioni multimediali e consultare le proposte di lettura del percorso “Cile: storia e letteratura”.

    Ecco alcuni degli eventi in programma per il mese di settembre:

    1 settembre

    ore 11.00, incontro pubblico con la sindaca di Santiago Carolina Tohá presso Fondazione Casa America, Villa Rosazza, piazza Dinegro 3, Genova

    4 settembre

    ore 17.30, inaugurazione della mostra “Salvador Allende, un uomo, un popolo (un hombre, un pueblo) – 40 anni dopo il golpe di Pinochet 11 settembre 1973”, di Eduardo Carrasco (dal 29 agosto al 13 settembre presso Fondazione Casa America, Villa Rosazza, piazza Dinegro e dal 16 al 24 settembre presso il Municipio IV)

    Dal 9 al 20 settembre

    Iniziative in Valbisagno a cura del Municipio IV, del Circolo Sertoli, della Gau e altre associazioni, tra cui una mostra fotografica sul gemellaggio “Genova – Victoria, la mostra di Mono Carrasco”, un

    concerto e letture di poesie, la proiezione di film, l’inaugurazione di Via “Donne della Resistenza”

    9 Settembre 2013
    ore 20.30, anteprima del film “Violeta Parra – Went To Heaven”, di Andrés Wood (in lingua originale con sott. in italiano)

    11 settembre

    ore 18.00, “Un garofano rosso per il Presidente”, via Allende, Genova

    11 settembre

    ore 21.00, “Cile, dall’esilio politico all’esilio economico… tra milicos(soldataglia) e burocratas”, Giardini Luzzati

    Manifestazione musicale con video-proiezione a cura di Ghettup tv, “Tributo a Victor Jara”, seguita da Pedro Navaja SoundMachine – Fiaccolata ai desaparecidos

    12 settembre ore 17.30

    Inaugurazione della mostra documentaria con filmati e audiovisivi a cura dell’Archivio dei Movimenti, “Il Cile in Italia: solidarietà, lotte e politiche della sinistra”, presso Palazzo Ducale dal 12 al 29 settembre, dalle 15 alle 19, ingresso libero

    13 settembre ore 17.00

    “Il golpe cileno: storia e testimonianze di una stagione di solidarietà a Genova”, intervengono il professor Raffaele Nocera, Università “L’Orientale” di Napoli, Vincenzo Sparagna, redazione de “Il Male”, a cura dell’Associazione per un Archivio dei movimenti presso il Circolo dell’Autorità Portuale di Genova

    14 settembre ore 21.00

    Spettacolo teatrale su Salvador Allende, Teatro di Bogliasco, sala Bozzo. Compagnia teatrale e musicale di Fabrizio Maiocco

    14 settembre ore 17.00

    “La poesia cilena ai tempi della dittatura”, incontro di lettura in spagnolo e in italiano aperto a tutti gli interessati, presso Biblioteca Berio, a cura del “Grupo de lectura en español”

    dal 14 al 28 settembre

    esposizioni e proposte di lettura “Cile:storia e letteratura”, spazio Berioidea al piano terra della Biblioteca Berio

    16 Settembre 2013
    ore 20.30, “No – I giorni dell’arcobaleno”, di Pablo Larrain

    23 Settembre
    ore 20.30, “Post Mortem”, di Pablo Larrain (in lingua originale con sott.in italiano)

    24 settembre

    ore 21, “Salvador Allende”, di Patricio Guzmán – Belgio, Cile, Francia, Germania, Messico 2004

    27 settembre

    dalle ore 18.30, “Interviste dal Cile e altri contributi”

    “Inti Illimani – Dove cantano le nuvole”, di Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli Italia 2007

    “Machuca”, di Andrés Wood – Cile, Spagna, GB 2004

     

    Elettra Antognetti

  • Il riflusso: la fine degli anni 70 e dell’impegno politico e civile

    Il riflusso: la fine degli anni 70 e dell’impegno politico e civile

    Bologna, strage stazioneLa strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 imprimerà il sigillo della strategia della tensione di marca fascista sull’uscita dagli anni ’70. Le piazze per un po’ non si riempiranno più perché le giovani generazioni, cresciute con i telefilm americani saranno occupate più a ballare che a pensare. I nuovi comportamenti sociali indicano un ritorno al privato in luogo di una dimensione di confronto/impegno collettive. In pochi anni etichette, case editrici, punti di aggregazione legate al “movimento” chiuderanno o diventeranno altro.

    La raggiunta consapevolezza dell’impossibilità di arrivare all’apertura di una fase rivoluzionaria, gettò nello sconforto – come si è già scritto – più di una generazione, sia in senso politico che anagrafico. Si iniziò quindi a parlare di “riflusso”, già verso la fine degli anni ’70. Questo fenomeno sociale fu caratterizzato da specifici comportamenti collettivi – almeno a livello giovanile – primo fra tutti il rifiuto di tutto ciò che potesse costituire una qualche forma di “impegno”. Ovviamente, fu innanzitutto l’impegno politico a crollare vertiginosamente, ma anche, più genericamente, l’impegno e la riflessione culturale, fattori entrambi indispensabili per qualsiasi azione autenticamente creativa e innovativa.

    Nel dilagare del riflusso vorrei ricordare qualche dato, per costituire un minimo di ambientazione storica, sollecitando la nostra memoria. Nel 1978 verrà eletto presidente della Repubblica Sandro Pertini, anziano leader e figura carismatica di quella parte del partito socialista che mal tollerava la svolta rampante e “imprenditoriale” di Bettino Craxi. Questa elezione è certo figlia di quel nuovo clima politico che portò il PC al sorpasso della DC. Sempre nel ’78 verrà invece eletto Papa Wojtyla, grande comunicatore, pontefice “moderno” nelle apparenze, ma schierato in realtà su posizioni conservatrici, quasi a esorcizzare le aperture, più vicine a Papa Giovanni XXIII, che Papa Luciani aveva espresso nei suoi 33 giorni di brevissimo pontificato (tra l’altro la sua uscita di scena così repentina ha lasciato non pochi dubbi…).

    Tra il ’78 e il ’79 inizieranno a dilagare, in una Tv ormai a colori, telefilm e telenovele americani, portatori sani del “virus terribilis” dell’idiozia indotta. Due film, “Il cacciatore” e “Apocalipse now” saranno i primi dedicati alla guerra in Vietnam, mostrando atrocità e crudeltà commesse da ambo le parti. Nel 1979 arriverà il “walkman”, oggetto con cui inizierà a modificarsi la maniera di ascoltare musica, in senso sempre più “comodo” e superficiale.

    E penso che a chiusura di questo arco di 20 anni così denso di cambiamenti e fatti importanti, vada collocata per il significato che ebbe in relazione alla storia di quel periodo, la strage fascista della stazione di Bologna (85 morti e 200 feriti). La strategia della tensione siglò nel sangue di quest’ultimo assurdo e folle episodio, l’uscita da una arco di tempo in cui i cosiddetti “poteri occulti” cercarono costantemente di stroncare con le bombe i progetti di emancipazione sociale e le spinte al cambiamento delle classi lavoratrici, di cui un primo segno di una diversa presenza nella società fu dato dai fatti di Genova del 30 giugno del 1960.

    Ecco, in questa rapida ricostruzione spesso ho nominato la musica – centro delle nostre considerazioni – solo marginalmente. Ma è proprio così che occorre procedere, secondo il mio tipo di approccio, ovviamente. Come scrissi nei primi articoli di questa rubrica, per comprendere al meglio le produzioni artistiche, per coglierne la carica espressiva autentica occorre parallelamente indagare (descrivere, comprendere) i contesti storico-sociali in cui quelle nuove idee sono germogliate e maturate. Solo successivamente si potrà così arrivare ad una valutazione più obbiettiva delle specifiche produzioni artistiche.

     

    Gianni Martini

  • Archivio dei Movimenti a Genova, foto e documenti sugli anni 60 e 70

    Archivio dei Movimenti a Genova, foto e documenti sugli anni 60 e 70

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    «Un’associazione per raccogliere le testimonianze orali, documenti e quant’altro possa servire a tramandare l’esperienza del ‘68, con il femminismo, le lotte operaie e la lotta armata, e tutto ciò che si è manifestato come forma di “antagonismo” e di spirito sovversivo negli anni ‘60/’70». Questa è l’Associazione per un Archivio dei Movimenti, raccontata attraverso le parole di uno dei suoi fondatori Giuseppe Iose Varlese. L’Associazione, nata a Genova nel marzo 2009, sotto la presidenza di Paola De Ferrari, si occupa di censire, raccogliere, archiviare il patrimonio (fondi documentari e materiale fotografico) prodotto nella Liguria degli anni ’60-’70 dai vari movimenti politico-sociali-culturali, fino ai giorni nostri: conservati spesso da privati, protagonisti e testimoni di quel periodo, o da associazioni politiche e affini, i documenti sono confluiti da ormai 4 anni negli archivi dell’Associazione.

    Dall’ottobre 2010, inoltre, l’Associazione ha creato, in collaborazione con la Biblioteca Civica Berio, il servizio archivistico di consultazione di documenti ARCHIMOVI: grazie a questo servizio è possibile reperire i fondi documentari raccolti dall’Associazione e consultarli. Un bene culturale, un bene comune nato dalla collaborazione tra privati e Enti pubblici, per la fruizione da parte di tutta la comunità. Per non dimenticare.

    ASSOCIAZIONE PER UN ARCHIVIO DEI MOVIMENTI E ARCHIMOVI

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    Si tratta di un’Associazione nata nel 2009 dall’iniziativa di un gruppo di amici, ex militanti del ’68 e della stagione calda dei movimenti  di  Genova. Lo scopo, quello di raccogliere e mantenere la memoria degli avvenimenti dell’epoca: fondi documentari, materiale grafico e fotografico dei movimenti politico-sociali a Genova e in Liguria dagli anni ’60 in poi sono entrati a far parte dell’Archivio e sono oggi consultabili all’interno dei locali della Biblioteca Civica Berio, presso il fondo archivistico ARCHIMOVI. Quest’ultimo è un servizio della Biblioteca, che dal 2010 si occupa della raccolta, l’ordinamento e la conservazione delle testimonianze storiche già contenute nell’archivio dell’Associazione, integrate con quelle di proprietà della Biblioteca Berio e con le donazioni da parte di privati. Il tutto è a disposizione del pubblico degli studiosi o di semplici curiosi. ARCHIMOVI nasce dalla volontà di salvaguardare dall’oblio e dall’azione del tempo la memoria del ’68 e delle battaglie civili di quegli anni: per questo, una serie di documenti per permettere a ciascuno di formarsi una coscienza storica personale e di valutare un complesso periodo della storia nostrana, con echi a livello mondiale. Al  progetto partecipano anche la Fondazione Palazzo Ducale e la Soprintendenza Archivistica per la Liguria, con la sponsorizzazione della Compagnia Portuale Pietro Chiesa. Nella gestione dell’Archivio, l’Associazione svolge un ruolo primario, non solo permettendo l’approccio al materiale documentario, ma anche con l’organizzazione di gruppi di studio, ricerca e valorizzazione culturale.

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    Perché un archivio dei movimenti a Genova? Terra della Resistenza, Genova -e la Liguria intera- ha avuto un ruolo attivo sia ai tempi delle contestazioni sessantottine che negli anni successivi. Così la presidentessa dell’Associazione, Paola De Ferrari: «Il servizio ARCHMOVI è un bell’esempio di sinergia tra enti pubblici, come la Berio, e soggetti privati, quali siamo noi soci dell’Associazione: prima del nostro progetto, a Genova non c’era niente di simile. Mentre noi seguiamo le fasi di reperimento e di valutazione dei documenti, lo staff della Berio si occupa della catalogazione e dell’inserimento sul database Aleph dei volumi. Qui, possono essere reperiti da chiunque sia interessato, e grazie ad Aleph si viene immediatamente ricollegati alla nostra Associazione. Anche se non è possibile prendere in prestito i libri e i documenti (tutti esemplari storici e spesso unici), si può fare richiesta di consultazione e accedere in breve tempo al materiale, sotto la supervisione dei bibliotecari e presso i locali della Berio che ci sono stati messi a disposizione. Prima i locali erano inutilizzati, e così abbiamo svolto anche il servizio –oltre a quello storico, di ripristino di fondi che giacevano dimenticati nelle cantine e negli archivi- di rimettere in funzione uno spazio prima abbandonato».

    Oggi, l’Associazione dispone di oltre 40 fondi e conta più di un centinaio di libri, tutti risalenti al secondo dopoguerra, con particolare attenzione per il periodo dal ’68 agli anni ’80, fino a tempi più recenti. Continua Paola: «Ci occupiamo non solo di storia passata ma anche –soprattutto!- del presente. La storia contemporanea è quella che ci interessa, ma riteniamo che per comprenderla sia necessario ripercorrere prima le nostre radici: per questo, per arrivare ad occuparci –come facciamo- di G8 o delle contestazioni successive, o ancora degli sviluppi di internet e ai problemi conseguenti (dagli hacker ad Anonymous, con la conseguente creazione di nuova etica), pensiamo che sia giusto prima conoscere la storia da cui veniamo che, pur essendo relativamente recente, resta spesso conosciuta solo in modo superficiale».

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    I FONDI E I PROGETTI

    Tra gli oltre 40 fondi -passati, presenti e futuri- raccolti dall’Associazione possiamo ricordare il fondo “Generazioni di donne”, creato nel maggio 2012, quando una serie di libri sono stati raccolti dall’omonimo gruppo “Generazioni di donne” e donati ad ARCHIMOVI. Il gruppo è nato anch’esso nel 2009, dall’incontro di un gruppo di donne che tra gli anni ’70-’80 hanno condiviso l’esperienza del Coordinamento Donne FLM – Federazione Lavoratori Metalmeccanici e che, con questo progetto, organizzano incontri di riflessione su temi ancora attuali come donne e lavoro, corpo e sessualità, prostituzione. Dallo scorso gennaio, poi, ARCHIMOVI sta seguendo un nuovo progetto: si tratta del fondo “CSOA Emiliano Zapata”, suddiviso in tre gruppi di documentazione e consistente di vari faldoni, manifesti, raccolte di numeri di Lotta Continua e del Manifesto, appunti opuscoli, volantini e molto altro. Il fondo raccoglie gran parte della produzione degli ultimi tre decenni di gruppi politici degli anni ‘70 e documenti prodotti dagli anni ’80: la catalogazione non è ancora stata ultimata, a causa della gran mole di testi e documenti a disposizione, che hanno dilatato l’archiviazione.

    Tra gli altri progetti, quelli video: attualmente sono stati prodotti due documentari, e un altro è in fase di ultimazione. Il primo è stato quello di Gianfranco Pangrazio, “Genova, autobiografia del sessantotto. Prima parte: le occupazioni studentesche, la Chicago Bridge”, presentato ufficialmente in occasione dell’inaugurazione dell’Archivio, il 14 ottobre 2010, e basato su interviste originali ai protagonisti dell’epoca, coinvolti sia nelle contestazioni studentesche che in quelle della fabbrica Chicago Bridge. E poi ancora, presentazioni di film (l’ultimo, “Terramatta”, in Sala Sivori) e di libri (come la presentazione dell’ebook di Carola Frediani a Palazzo Ducale sul caso Anonymous). Un’attività a tutto tondo, che il prossimo settembre sfocerà anche in un maxi-evento (con concerti, convegni, e altro), in occasione del quarantennale del golpe cileno.

     

    Elettra Antognetti

  • Gaber e il movimento del ’77: da rivoluzionari a polli d’allevamento

    Gaber e il movimento del ’77: da rivoluzionari a polli d’allevamento

    giorgio-gaberNel 1978 Giorgio Gaber uscì con il nuovo lavoro, scritto sempre con S. Luporini, “Polli di allevamento”. Spettacolo decisamente amaro, duro e violentemente polemico, venne contestato più di una volta. Infatti il “ Signor G” in questo testo non si limitò ad ironizzare sulle miserie piccolo-borghesi di tutti noi, sui grandi mali che affliggevano (e tuttora affliggono) l’Italia, no, questa volta parte dei monologhi e delle canzoni era rivolta direttamente all’area del “movimento del ‘77”; quell’area che spesso aveva seguito i suoi spettacoli e gli riconosceva una lucidità politica non comune, quell’essere “sempre avanti”, fuori dagli schemi (capacità che Gaber seppe mantenere fino alla fine).

    “Polli di allevamento” fu per molti una doccia ghiacciata. Gaber accusava pesantemente le ultime generazioni “impegnate” di comportamenti modaioli, standardizzati e massificati in un nuovo consumismo a misura di tutti; di perdita di quel rigore, di quella spinta ideale indispensabile per un autentico cambiamento; di essere incazzati per frustrazione e non per scelta; di nascondere dietro ad una pratica violenta un’angosciante vuoto esistenziale e progettuale che solo per poco tempo il “sogno rivoluzionario” aveva riempito.

    Traspariva una profonda amarezza per come la carica rinnovatrice del ’68 fosse naufragata nell’isteria e nell’imbecillità più totale. Simbolo di quel naufragio può essere considerato il festival di “Re nudo”, svoltosi a Milano nel ’77 (parco Lambro), con gli stand degli alimentari presi d’assalto dal “proletariato giovanile” e le successive partite a “pallone”… con i polli arrosto!!! Sembrava impossibile che l’intendimento politico di non delegare, di voler affrontare da protagonisti le proprie problematiche – spinta che aveva portato ad una dura contestazione di Luciano Lama (allora segretario generale della CGIL) all’università La Sapienza di Roma – fosse in così breve tempo scaduto in una rabbia isterica, autoreferenziale e priva di progetto politico.

    In questo vuoto di azioni e pratiche politiche “sensate” giunge ai massimi livelli l’impatto (e la follia) dei gruppi armati. Il 16 marzo 1978, in via Fani, a Roma, le BR rapirono Aldo Moro (allora presidente della democrazia cristiana, che venne poi ucciso dopo oltre 50 giorni di prigionia), uccidendo la scorta. Sono molti gli episodi di “gambizzazioni” e uccisioni in questo periodo di “delirio armato”. Sempre nel 1978 i fascisti ammazzeranno due ragazzi del centro sociale milanese Leoncavallo, impegnati nella lotta contro gli spacciatori di eroina.

    Già, l’eroina, mortale protagonista degli ultimi anni ’70 e di buona parte degli anni ’80. L’eroina, di fatto, andò a riempire per molti/tanti/troppi lo spazio e il tempo prima dedicati all’impegno politico. Ed il pensiero, la creatività? Azzerati, brutalmente. Ed è difficile non scorgere, dietro alla mafia degli spacciatori, una gestione politica nella diffusione dell’eroina (val la pena di ricordare anche negli Stati Uniti l’organizzazione radicale delle “Black Panters” fu annientata dalla diffusione, all’interno del movimento, dell’eroina). Dunque, eroina da una parte, repressione poliziesca dall’altra, idiozia neo consumistica al centro… non male, vero?!

    Certo, si potrebbe obiettare che questa non è tutta la società, ma solo una parte di essa. Rispondo che, abitualmente, non mi occupo degli “ontologicamente imbecilli”, dei servi, degli infimo-borghesi, delle teste vuote se non per combatterne la loro pestilenziale presenza e diffusione. E ritengo che l’amarezza di Gaber fosse proprio questa: vedere una razza che avrebbe potuto essere realmente diversa, bruciarsi il cervello. Intanto nel 1977 arriverà la televisione a colori; il primo di gennaio il mitico “Carosello” andrà in pensione; gli americani lasceranno il Vietnam: sconfitta di una guerra mai ufficialmente dichiarata; di lì a poco il “grande intrallazzatore” inizierà la sua ascesa, succhiando vergognosamente soldi che una ancor più vergognosa classe politica gli lascerà succhiare. È un sipario pesante quello che sta calando.

     

    Gianni Martini