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  • Prossima fermata Ventimiglia, la paura dell’Uomo Bianco arriva sul confine. La testimonianza di Progetto 20K

    Prossima fermata Ventimiglia, la paura dell’Uomo Bianco arriva sul confine. La testimonianza di Progetto 20K

    20k 01Ventimiglia è una realtà sospesa, in bilico su un baratro che potrebbe rivelarsi più tragico della realtà oramai cristallizzata da anni. La crisi umanitaria legata alla presenza di centinaia di migranti, è sempre più un’emergenza politica. Dopo i fatti di Macerata e Firenze, un’ombra inquietante ha raggiunto il comune frontaliero, sospeso tra l’inadeguatezza istituzionale e legale di un paese in perenne campagna elettorale.

    Il sindaco Ioculano ha ricevuto una lettera minatoria, con all’interno un messaggio inequivocabile: “Basta negri! (…) l’Italia agli italiani! L’eroe di Macerata insegna. Anche Ventimiglia avrà la sua strage con te in testa e una decina di sporchi negri. Contaci!”. Firmato “Eroe Vendicatore”. Chiarissimo. Un sottile filo nero, quindi, che attraversa il paese, dal cuore fino ai suoi confini. E se a Macerata la strage non si è compiuta, a Firenze un “negro” è divenuto bersaglio, tra tanti, della follia.

    Tensione

    Ma qual è oggi la situazione nel capoluogo frontaliero? Ne abbiamo parlato con gli attivisti di Progetto 20K, il collettivo che da alcuni mesi sta provando ad arginare la tragedia umanitaria, attraverso assistenza sanitaria, legale e logistica per le persone in viaggio che attraversano Ventimiglia. “Oggi assistiamo ad una situazione di completo disagio e abbandono da parte delle istituzioni locali – ci raccontano – che è culminato con l’emergenza neve e gelo, che ha spinto molte persone a trovare rifugio ammassati sotto il ponte, visto che il campo della Croce Rossa è in sovraffollamento”.

    Ma il clima che si respira è peggio del freddo: “La tensione post elettorale si sente anche qua”, e coinvolge anche i cittadini italiani, costretti ad una convivenza col disagio cavalcata dalle forze politiche che propongono il pugno duro verso i clandestini, il “prima gli italiani”. Non è un caso che a Ventimiglia la Lega sia il primo partito con quasi il 30% e che Casapound abbia conquistato l’1,22%, tra i risultati migliori su scala nazionale.

    C’è tensione anche tra migranti stessi – ci spiegano – oggi sono circa 150 a vivere nell’alveo del Roja”. Qualche giorno fa una pesante discussione all’interno del gruppo ha esacerbato gli animi, portando in strada una rissa: “Sono volate anche delle pietre, che hanno danneggiato qualche macchina. La reazione delle popolazione è stata immediata: mobilitazioni, incontri con sindaco e richieste di sgombero del campo informale“.

    [quote]La cosa ha portato tensione e timore: i ragazzi essendosi accorti del cambio di clima, si sono rintanati sotto il ponte. Le condizioni sanitarie sono terribili e precarie[/quote]

    Secondo gli attivisti questo ha giustificato un giro di vite da parte della Questura: “Sono stati fatti diversi arresti, in città come davanti al nostro info-point, plateali. La cosa ha portato tensione e timore: i ragazzi essendosi accorti del cambio di clima, si sono rintanati sotto il ponte. Le condizioni sanitarie sono terribili e precarie”.

    Paura

    C’è paura. Ma questa volta è la paura dell’uomo bianco. “Temiamo azioni vere, ispirate a Macerata e Firenze. A Ventimiglia il terreno è fertilissimo per certe dinamiche – continuano i 20Ks – Abbiamo dovuto chiudere lo sportello, addesso andiamo direttamente sul Roja a distribuire vestiti, prestare assistenza sanitaria, supporto legale e logistico”.

    Davanti a questo fallimento sociale e politico non possiamo non sottolineare ancora una volta la necessità di soluzioni ragionate e strutturali – si legge nel comunicato diffuso dal collettivo – la migrazione stessa è un fenomeno strutturale, per cui è necessario dare risposte lungimiranti”.

    [quote]Le operazioni di “decompressione della frontiera” sono giornaliere ma l’emergenza sanitaria e sociale è senza soluzione di continuità: è diventata periferia. Una periferia attraversata da vecchie e nuove paure e precarietà,[/quote]

    E’ nell’aria uno sgombero. Non sarebbe il primo, e non sarebbe l’ultimo, probabilmente. Non esistono numeri ufficiali, ma il flusso delle persone “in attesa” è costante da anni oramai. Le operazioni di “decompressione della frontiera” sono giornaliere ma l’emergenza sanitaria e sociale è senza soluzione di continuità: è diventata periferia. Una periferia attraversata da vecchie e nuove paure e precarietà, che sta barcollando verso una strada politica evidente.

    Ma è il contesto nazionale costellato da episodi inquietanti ad aver aumentato il potenziale di criticità che in questi anni è stato lasciato radicarsi nel comune frontaliero. Ventimiglia è ancora una volta, quindi, confine. Un confine da riconoscere prima di ritrovarsi ad averlo già attraversato.

     

    Nicola Giordanella

    (Foto 20K)

  • Ventimiglia, al Campo della Croce Rossa mancano letti, cibo e cure mediche

    Ventimiglia, al Campo della Croce Rossa mancano letti, cibo e cure mediche

    campo-rojaL’ultima settimana a Ventimiglia è stata bollente, senza dubbio, ma la contrapposizione alimentata dai media mainstream tra istituzioni e attivisti No Borders ha messo in qualche modo in secondo piano il vero dramma che continua a consumarsi nel comune frontaliero da più di un anno: il disastro umanitario che coinvolge centinaia di migranti sta peggiorando e sembra non avere fine. Negli ultimi mesi, abbiamo assistito ad un progressivo, quanto previsto, peggioramento della situazione; oggi l’attenzione pubblica è incentrata sul problema “ordine pubblico”, ma nei fatti siamo di fronte a una crisi politico-umanitaria, nazionale e comunitaria, le cui dimensioni sembrano crescere di giorno in giorno.

    Da gennaio sono arrivate in Italia 88 mila persone: secondo stime Ansa sono 138.312 i migranti presenti nel sistema di accoglienza, 30 mila in più rispetto allo stesso periodo del 2015. 103 mila sono ospitati in strutture temporanee, tra cui oltre 12 mila minori non accompagnati. Dall’inizio del 2016, sono oltre 3 mila le persone che sono morte in mare, nel tentativo di raggiungere le nostre coste. Non è solo Ventimiglia che sta scoppiando, ma tutto il “sistema Europa”.

    Il campo del Parco Roja

    L’evento che ha dato il via al “caos” dei giorni scorsi è stata la marcia dei migranti dal campo della Croce Rossa verso il confine. Per capire le ragioni di questa scelta, siamo andati direttamente in loco, verificando qual è la situazione all’interno della struttura che da qualche settimana ospita, in maniera temporanea, oltre 600 persone (stando al numero di colazioni che Caritas ha distribuito il 10 agosto). La prima impressione è che all’interno del campo siano molte le cose a non funzionare. I servizi e il cibo sono insufficienti: nelle docce non c’è acqua per tutti, come ci riporta un uomo sudanese che incontriamo all’interno. «Il cibo è troppo poco – ci racconta – due scatolette di tonno, un pugno di pasta, una mela e due biscotti divisi in due pasti. Spesso la gente è costretta a fare la fila due volte per prendere da mangiare a sufficienza, quando ne rimane». Anche i letti non bastano. Ci fa vedere le brandine all’interno del container dove ci troviamo: i prefabbricati hanno una capienza di quattro posti, ma spesso gli ospiti per ogni singola unità sono il doppio. Decine di persone sono costrette a dormire all’aperto, su delle brandine da campo senza materasso. Non ricevono cure mediche adeguate e spesso sono costretti ad aspettare ore o giorni per essere assistiti. Dopo migliaia di chilometri di fuga da guerre, miseria e morte, si sentono in trappola: vogliono lasciare l’Italia ma non sanno come fare. «Siamo bloccati qui e non sappiamo per quanto» conclude il nostro contatto. Alcuni ragazzi lamentano la mancanza di interpreti, cosa per la quale sono stati costretti a firmare documenti senza averli potuti leggere e tanto meno capire. Le carenze organizzative da parte delle istituzioni italiane sono piuttosto evidenti: una situazione che ricorda più le carceri nostrane che un campo di accoglienza.

    campo 02Le carenze del campo della Croce Rossa

    A peggiorare la situazione, il recente sgombero del campo informale, ricavato da una stalla in disuso presso il fiume Roja. A fine luglio, le utenze di acqua e gas erano state tagliate da personale tecnico accompagnato da funzionari della Digos, a quanto pare nonostante il parere del sindaco Ioculano che in precedenza aveva “garantito” la fornitura essenziale dell’acqua. Dopo pochi giorni, il 31 luglio, lo sgombero. Molti degli oltre trecento migranti che lì avevano trovato rifugio sono stati portati nel campo della Croce Rossa: il livello di sovraffollamento è quindi diventato insostenibile, mettendo in luce tutta l’inadeguatezza della logistica. Amelia Chiara Trombetta e Antonio Curotto, due medici dell’Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta (AAICA), ci riportano la loro esperienza dentro il campo in cerca di strumenti medici per intervenire sul alcune ferite presentate da alcuni ragazzi: «Alla nostra richiesta ci è stato risposto che l’ambulatorio mobile è chiuso e che, comunque, non hanno materiale medico – spiega la dottoressa – perché ad uso esclusivo del personale ASL e loro (il personale della Croce Rossa, ndr) non possono assolutamente accedervi. Ci è stato riferito che per un’analoga situazione di rimozione punti, avevano dovuto aspettare per due giorni l’arrivo di un medico autorizzato».

    Quello che non si dice…

    Fuori dal campo, sono ancora molte le persone prive di ogni assistenza. Numerosi gli accampamenti spontanei che sorgono e scompaiono nel giro di una notte, al fine di evitare i controlli della polizia: continuano, infatti, i trasferimenti coatti da Ventimiglia verso altri centri di accoglienza sparsi per il paese; centri da cui, come abbiamo visto, ripartono puntualmente i viaggi della speranza verso i confini, come in un incessante gioco dell’oca, alimentato da un corto circuito giuridico sempre più imbarazzante tra diritti delle persone, convenienze diplomatiche e strategie politiche. Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, nella sua recente visita in Liguria ha dichiarato che i migranti devono essere spostati da Ventimiglia, per alleggerire la tensione nella città: la cosa probabilmente non risolverà il problema, forse posticiperà il precipitare della situazione. Quello che in questi giorni sembra essere diventato un problema di ordine pubblico, pare essere un problema di volontà politica, sia a livello nazionale che a livello europeo: possiamo spostare le persone ma continueranno ad esistere, possiamo arrovellarci sulle cause delle migrazioni ma la realtà è che esistono e continueranno a esistere finché esisteranno guerre, sfruttamenti e sperequazioni. Chiudere le porte e i confini non risolve nulla: ieri Idomeni e Calais, oggi Ventimiglia e Como. E domani?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Ventimiglia, da crisi umanitaria a crisi di civiltà. Il campo al Parco Roja sarà insufficiente

    Ventimiglia, da crisi umanitaria a crisi di civiltà. Il campo al Parco Roja sarà insufficiente

    carabinieri-ventimigliaI primi moduli abitativi hanno fatto il loro ingresso nell’ex parco ferroviario del Roja, a Ventimiglia. Nel giro di pochi giorni, forse, il nuovo campo potrà accogliere circa tra i duecento e i trecento migranti. Voluto dall’amministrazione comunale per arginare una situazione ogni giorno più delicata, l’allestimento del campo, di fatto costringe il governo a riconoscere l’emergenza umanitaria di Ventimiglia; dopo appena due mesi dalla visita del ministro Alfano, quindi, viene sancito il fallimento della linea portata avanti dalle istituzioni e dai partiti politici italiani. La crisi umanitaria è diventata anche crisi politica: il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, il mese scorso ha lasciato il Partito democratico mentre il governatore di Regione Liguria, Giovanni Toti, è entrato in rotta di collisione con Roma, per tenere salda l’alleanza con la Lega Nord di Rixi. Tutto questo mentre la Protezione civile, che avrebbe i mezzi per intervenire, rimane immobile, in balìa dell’impasse istituzionale.

    Prassi quotidiana

    Ogni mattina la Caritas serve tra le ottocento e le mille colazioni. Il numero è in crescita e non tiene conto delle molte altre persone sparpagliate sul territorio. Ogni giorno nuovi migranti arrivano, e nuovi migranti vanno: chi prova in qualche modo a passare il confine (c’è chi ci riesce e chi non ci riesce), e chi viene fermato dalla Polizia, che controlla e pattuglia le strade. Ogni giorno la polizia francese porta in Italia decine di irregolari intercettati appena oltre confine e, ogni giorno, le forze dell’ordine trasferiscono decine di migranti da Ventimiglia a Genova, dove saranno ridistribuiti nei vari centri di prima accoglienza sparsi nella penisola. Un sistema che come in molti avevano previsto, sta generando una vera e propria crisi umanitaria, che nei numeri sta replicando quanto già visto l’anno scorso. «Non è ancora chiaro come sarà gestito il nuovo campo – spiega Lia Trombetta, uno dei medici della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, che settimanalmente raggiungono il comune frontaliero per monitorare la situazione e mettere a disposizione le proprie competenze – probabilmente i migranti potranno stare alcuni giorni, anche senza essere identificati, per poi essere costretti ad abbandonare la struttura». Una struttura che, quindi, parte già inadeguata: «Con il caldo tutti i problemi si moltiplicano – ha sottolineato la dottoressa – anche se ad oggi non esistono criticità sanitarie endemiche, ma “solo” casi di malnutrizione e disidratazione». Diverse associazioni per i diritti umani si sono attivate per monitorare la situazione; nei prossimi giorni saranno decisi interventi in loco.

    Crisi Europea e del diritto

    Dopo migliaia di chilometri di viaggio, anni spesi tra deserti e prigioni africane, le persone in fuga da guerre, violenze e miseria rimangono intrappolate nelle maglie dei regolamenti europei, la cui messa in atto è lasciata di fatto all’arbitrarietà dei vari paesi. Come è noto l’identificazione dovrebbe essere fatta nel paese europeo in cui si è arrivati; ma, come è altrettanto noto, l’Italia non vuole reggere da sola l’impatto dei flussi migratori, più per motivi di politica interna che per altro. Tutto questo si gioca sulla pelle di centinaia di persone: gli appelli alla mobilitazione civica non si contano più, ma concretamente l’intervento solidale della cittadinanza è ostacolato e disincentivato dai governi. Questa stasi europea, politica e dei diritti, ha preso forma nella manifestazione del 18 giugno scorso quando un centinaio di attivisti hanno partecipato ad una biciclettata dimostrativa da Breil a Mentone, attraverso la Val Roja. La polizia francese ha seguito la manifestazione, mentre quella italiana ha bloccato la frontiera, impedendo a cittadini europei il passaggio. Schengen, questo sconosciuto. A termine della giornata alcuni attivisti hanno occupato simbolicamente un edificio della vecchia dogana francese, oramai abbandonato. Dopo cinque giorni, lo sgombero: alcuni manifestanti sono stati tenuti in arresto fino al 28 giugno in un Cra (Centro di detenzione amministrativa) a Nizza, dopo essere stati trattenuti per 16 ore in caserma, in attesa della sentenza sui dispositivi di interdizione dal suolo francese, disposti dalla polizia d’oltralpe in virtù dello stato di emergenza in vigore in Francia a seguito dei recenti attentati terroristici, che concede alla polizia di infliggere preventivamente la massima pena. La sentenza, successivamente, ha dichiarato illegittimo il provvedimento, smentendo e contraddicendo la linea politica del governo francese.

    Nervi tesi

    Domenica 3 luglio, centinaia di migranti hanno manifestato, sfilando in corteo verso la frontiera alta. Uno schieramento della polizia italiana li ha bloccati poco prima del confine: la situazione è rimasta in stallo per circa 36 ore, fino a quando sono partite le cariche delle forze dell’ordine che hanno disperso l’assembramento. Durante i tafferugli, diverse persone sono rimaste contuse, tra cui un’osservatrice francese di Amnesty International, Teresa Maffels, che ha riportato ferite a un braccio e alla schiena. Alcuni attivisti italiani presenti sono stati fermati, ricevendo il “foglio di via” da Ventimiglia e dai comuni limitrofi. Pratica ormai sempre più consueta, soprattutto nei confronti di attivisti più o meno organizzati, come gli appartenenti ai cosiddetti “No Borders”. Nelle ultime settimane sono oltre venti i provvedimenti del genere, per i quali sono già stati attivati i ricorsi da parte dei relativi legali.

    Crisi di civiltà

    Da un lato, quindi, la società civile che in qualche modo prova a organizzarsi, mentre dall’altro lato i governi europei che si rimpallano le responsabilità, provando a nascondere un problema, che oltre ad essere umanitario è politico; come è politica la volontà di non riconoscere il fatto che il flusso migratorio non sia un’emergenza ma un dato strutturale, da anni. Ed è altrettanto politica la decisione di non assistere in maniera adeguata queste persone: secondo i recenti dati del Fondo Monetario Internazionale, l’Italia è l’ottavo paese del mondo per Pil, (la Francia è quinta, mentre la Germania è al quarto posto), e ogni anno arrivano nel paese 150 mila persone, lo 0,25% della popolazione italiana; davvero non siamo capaci di gestire ed assicurare la dignità di una quantità di persone pari al pubblico di tre concerti di Vasco Rossi?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Medici Senza Frontiere, entro pochi giorni la decisione sull’intervento a Ventimiglia

    Medici Senza Frontiere, entro pochi giorni la decisione sull’intervento a Ventimiglia

    Bourbon Argos Rescue August 2015Il 20 giugno l’Onu ha celebrato la Giornata Mondiale del Rifugiato. E mentre le istituzioni si fermano e si interrogano, da inizio anno, quindici persone al giorno muoiono per raggiungere l’Italia. Da questo dato parte il nostro colloquio con Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere Italia, in città come ospite del Suq: «Da gennaio abbiamo contato 2.856 morti nel Mediterraneo ed è un dato incredibile, che dovrebbe far riflettere, parecchio». Di pochi giorni la decisione dell’ong di interrompere e rifiutare ogni finanziamento da parte dell’Unione Europea, per protestare contro le recenti scelte comunitarie sul “problema immigrazione”, e per marcare le differenze sostanziali nelle scelte e nelle modalità di approccio alla questione. «Una scelta quasi d’obbligo – spiega De Filippi – che è conseguenza diretta dell’aver criticato in maniera molto dura il trattato Ue-Turchia, un accordo sbagliato e cinico, e che non risolve la situazione relativa ai migranti, provando a esternalizzare il problema». Un documento che dovrebbe entrare effettivamente a regime nelle prossime settimane e che potrebbe addirittura essere usato come modello per altre aree di criticità «Questo assetto si riflette anche nel cosiddetto “Migration Compact”, in cui si fa riferimento all’accordo con Ankara come fosse un cosa che funziona e come se fosse cosa buona, da seguire e riproporre. Noi crediamo che sia profondamente sbagliato e per questo motivo non prenderemo più fondi dalla Ue e dai paesi membri». Una scelta di coerenza che farà scomparire dal bilancio dell’organizzazione circa 63 milioni di euro, fino a ieri arrivati per interventi di Msf in collaborazione con l’Unione Europea; il ramo italiano della ong, in realtà, non prende finanziamenti istituzionali già dagli anni novanta: «Ovviamente da oggi dovremo dare più energia alla campagna di raccolta fondi – sottolinea il presidente – ma lo facciamo con piacere, perché crediamo che la coerenza non abbia prezzo. Speriamo che altre organizzazioni riflettano sull’opportunità di criticare l’Europa, prendendone poi i soldi». Europa insignita del Nobel per la Pace nel 2012: «Come noi, nel 1999 e il presidente Obama nel 2009, lo stesso che, lo scorso dicembre, ha bombardato il nostro ospedale a Kunduz, in Afghanistan». Un bombardamento che provocò la morte di 50 persone, compresi 14 medici volontari di Msf.

    L’intervento a Ventimiglia

    Nelle prossime ore l’organizzazione internazionale potrebbe decidere di intervenire anche a Ventimiglia, dove la situazione dei migranti appare ogni giorni più critica, come Era Superba sta documentando da settimane: «Abbiamo monitorato la situazione fin dall’inizio, cioè da quando i No Borders hanno suonato il campanello d’allarme – racconta Loris De Filippi – abbiamo fatto valutazioni e siamo pronti a intervenire. Nei prossimi giorni verrà presa la decisione definitiva: potrebbe essere pensata inizialmente una missione di supporto psicologico, come già facciamo in altri siti critici del territorio nazionale, per poi eventualmente allargare con altre tipologie di supporto medico, a seconda delle reali necessità». L’analisi non può prescindere da una visione di contesto più larga e complicata: «In questo momento non ci sono forze politiche istituzionalizzate che stanno dalla parte dei più deboli e c’è forte confusione su che cosa dovrebbe fare l’associazionismo e quello che deve fare uno stato di diritto come il nostro. Ma finché continuerà questa situazione è giusto che la società civile si organizzi in qualche modo. È assurdo che le persone debbano stare in certe condizioni – continua l’attivista, presidente di Msf Italia – ma per quanto sia rifiutabile la sostituzione allo stato, che dovrebbe fare quello che fanno le associazioni, delegando per convenienza politica mascherata da impossibilità economica, noi dobbiamo agire; agire, perché è necessario e doveroso, ma anche protestare ogni giorno…».

    Secondo le stime di Msf la situazione potrebbe complicarsi ulteriormente nella seconda metà dell’anno, quando migliaia di migranti dovranno lasciare gli hotspot e che non potranno essere rimpatriati perché provenienti da paesi con cui il governo italiano non ha accordi in materia: il rischio è che vadano a cercare rifugio nei sempre più numerosi e disumazzanti accampamenti spontanei, come già raccontato dalla ricerca “Fuori Campo” presentata a Genova qualche settimana fa.

    Un vuoto collettivo di memoria

    L’occasione della Giornata Mondiale Onu del Rifugiato è anche spunto per una riflessione più larga sullo stato della consapevolezza collettiva a proposito dei flussi migratori: «Diciamo spesso cose inesatte – sottolinea De Filippi – come ad esempio il fatto che l’Europa abbia chiuso i muri negli ultimi due anni; nei fatti però siamo di fronte a un politica che dura da almeno 15 anni, tra respingimenti e varie politiche di deterrenza». Una serie di scelte che, non da oggi, sta creando una crisi umanitaria senza precedenti: «Per questo credo che oggi ci sia il bisogno di prendere decisioni molto coraggiose e coerenti, come noi abbiamo fatto sui fondi UE, perché qualcosa deve cambiare in maniera viscerale. Tutte le associazioni e tutti i singoli devono prendere una posizione, forte, inequivocabile, e “stare da una parte” in maniera anche radicale». Prima che sia troppo tardi.


    Nicola Giordanella

  • Ventimiglia, emergenza umanitaria senza fine. Sul tavolo l’ipotesi di aprire un centro Sprar

    Ventimiglia, emergenza umanitaria senza fine. Sul tavolo l’ipotesi di aprire un centro Sprar

    pullman-ventimiglia-migrantiA Ventimiglia l’emergenza migranti non ha fine. Dopo le convulse giornate della settimana scorsa, a riflettori spenti, il flusso di persone dirette verso la frontiera con la Francia è ricominciato, alimentato dal continuo e crescente numero di sbarchi sulle coste italiane. Le quasi 700 presenze della scorsa settimana nel comune frontaliero, ben più del doppio rispetto all’esordio del cosiddetto “Piano Alfano”, sono leggermente diminuite negli ultimi giorni. Le forze dell’ordine trattengono gli stranieri irregolari che si trovano in città o che arrivano in stazione e, insieme con quanti vengono respinti dalla polizia francese alla frontiera, li caricano su pullman per trasferirli in centri di accoglienza o identificazione nel sud Italia. Dopo l’ordinanza di sgombero del campo sotto al ponte dell’autostrada, la nottata nella chiesa di San Nicola e infine la sistemazione provvisoria nella chiesa di Sant’Antonio, dal 4 giugno a oggi, i migranti potrebbero essere spostati nuovamente. Nonostante istituzioni locali e associazioni avessero intavolato delle trattative per aprire un centro di accoglienza per migranti in transito, il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, ha annunciato il trasferimento dei migranti al Palaroja, il palazzetto dello sport di Roverino, quartiere di Ventimiglia. La decisione, che ha messo in luce il livello di emergenza istituzionale sull’argomento, ha provocato l’immediata reazione degli abitanti del quartiere, che hanno protestato vivacemente contro la presenza di migranti vicino all’asilo, arrivando a bloccare la strada di accesso all’impianto. Una situazione difficile, nonostante il numero non troppo corposo dei manifestanti; tra le tante parole di quelle ore, ne abbiamo raccolto alcune che ben evidenziano la situazione di tensione, alimentata da un evidente affanno istituzionale e dalla dialettica politica nazionale sul tema: «Non possiamo lasciare i neri vicino alle donne e ai bambini» oppure «Non possono stare nel parcheggio?». L’esasperazione, si sa, può giocare brutti scherzi, come accaduto a un signore di origini sudanesi, in Italia da oltre 20 anni e quindi con regolare carta di identità, che con la sua presenza ha spaventato tutti i manifestanti: «Eccoli, arrivano uno a uno!» è stato il grido, spaventato, di un’abitante della zona.

    Nelle ultime ore è stata messa sul piatto anche l’ipotesi di costituire un centro Sprar (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), che però richiederebbe fondi ministeriali e sicuramente tempi non proprio immediati. Questa opzione è scaturita a seguito del sopralluogo di due senatori, Donatella Albano ed Enrico Buoemi, e del presidente della provincia di Imperia, Fabio Natta. Al momento, però, si sta cercando di tamponare l’emergenza: il Palaroja, quindi, rimane una soluzione per l’immediato, benché considerata temporanea.

    Caccia all’uomo (senza documenti)

    migranti-ventimiglia-striscioneSe le istituzioni sono all’empasse, nelle strade e nelle stazioni della Liguria, in questi giorni si sta concretizzando una vera e propria caccia all’uomo (senza documenti). Da diversi giorni, infatti, in tutte le grandi stazioni della regione e su tutti i treni diretti al confine, pattuglie della polizia effettuano controlli tra i passeggeri; il discrimine sembra essere è il colore delle pelle. Questo, mentre da Ventimiglia ogni giorno partono uno o due pullman da 50 posti diretti verso l’aeroporto di Genova, per trasferire i migranti nelle strutture di accoglienza del Meridione. Da lì ricomincerà il loro viaggio verso la Francia o altre mete, rincorrendo una legalità che forse non verrà loro mai riconosciuta.

    Questo sistema, oltre a non risolvere il problema, rappresenta sicuramente un costo collettivo: ogni migrante è accompagnato durante questi trasferimenti forzati da personale delle forze di polizia, con un rapporto di uno a uno. Mettendo in conto i costi di un simile dispiegamento di forze, viene naturale chiedersi se tutto ciò abbia senso dal punto di vista economico, oltre che da quello umanitario. Dietro, rimane il dramma umano di centinaia di persone in fuga da guerra e povertà, che si trovano sospese in un limbo politico-istituzionale. R., pakistano, 30 anni è stato fermato dalla polizia mentre si aggirava in stazione ed è rimasto ore chiuso per ore nella sala di attesa della stazione di Ventimiglia; I., dal Sudan, ha provato a passare il confine otto volte, ma è stato sempre respinto. La sua fidanzata è incinta di tre mesi. Diversi gli episodi di violenza riportati dai migranti ad opera degli agenti della polizia francese: pare, addirittura, che un ragazzo sia stato spinto giù dagli scogli, subendo la frattura di una vertebra. Lo testimonia il medico Antonio Curotto, dell’Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta, che riferisce di aver personalmente prescritto un busto ortopedico al ragazzo, respinto dal Pronto Soccorso per mancanza di posti.

    L’Europa dei Diritti e della Memoria

    I riflettori mediatici si accendono e si spengono molto velocemente ma la situazione umanitaria si fa sempre più grave e pressante. Una situazione paradossale che pone in evidenza tutte le contraddizioni e le inefficienze di un sistema di accoglienza che semplicemente non esiste.
    La situazione di Ventimiglia è sintomatica di quanto stia succedendo nel Mondo: popoli africani e asiatici, oppressi da guerre, dittature e povertà che si mettono in cammino nella speranza di trovare l’Europa dei Diritti e della Memoria e che, invece, si trovano a essere illegali, clandestini, vessati da un dispiegamento burocratico e normativo caotico e contraddittorio, quanto disumanizzante e discriminatorio. Ancora una volta, quindi, dovremmo interrogarci sull’ampiezza e le radici di certi fenomeni e su quanto piccola e corta sia la nostra memoria collettiva.

    Ilaria Bucca

  • Ventimiglia, domenica pomeriggio lo sgombero dei migranti. Ballerini: “Senza interprete, espulsione non valida”

    Ventimiglia, domenica pomeriggio lo sgombero dei migranti. Ballerini: “Senza interprete, espulsione non valida”

    carabinieri antisommossa ventimigliaGiornate convulse a Ventimiglia: la “questione Migranti” sta prendendo in queste ore una dimensione nazionale. Dopo l’auto-sospensione dal Pd del sindaco Enrico Ioculano, oggi la firma dell’ordinanza che predispone lo sgombero del campo sul Roja; il documento, notificato alle 13 di oggi, prevede 48 ore di tempo per liberare l’area. Dopo poche ore la prefettura di Ventimiglia, attraverso un comunicato stampa, fa sapere che “qualora non venissero rispettate le prescrizioni sindacali, si darà corso con immediatezza al piano di allontanamento e trasferimento in apposite strutture dei migranti”. Che, visto l’assenza di centri di accoglienza in loco, vorrebbe dire il ricollocamento coatto dei circa 200 migranti in strutture di accoglienza e identificazione sparse sul territorio italiano, come già avvenuto in precedenza a seguito della visita in loco del Ministro dell’Interno Angelino Alfano.

    Il quadro politico

    La questione migranti, inoltre, ha aperto una crisi politica che travalica i confini del comune ligure e della nostra regione. Ieri l’auto-sospensione dal Partito democratico da parte del sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, ha smosso le acque: «Nonostante le nostre continue richieste – commenta il primo cittadino – da Roma non è arrivata nessuna risposta. Il mio gesto, mio e dei consiglieri compagni di partito, vuole essere un segnale per far capire che così non possiamo andare avanti, perché è a rischio la salute stessa dei migranti e l’incolumità dei cittadini». Le dimissioni dall’incarico, invece, non sono mai state prese in considerazione: «La solidarietà del Pd Ligure si è fatta sentire – prosegue Ioculano – e mi ha incoraggiato a dare continuità alla amministrazione, soprattutto in una fase di emergenza come questa».

    Anche il presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, è tornato sulla questione, ricordando come il “piano Alfano” prevedesse tre step: «Il primo – come riporta l’agenzia Dire – era la chiusura del centro accoglienza, uno scandalo nel cuore della città; il secondo doveva provvedere ad un dislocamento diverso dei migranti presenti; il terzo passaggio avrebbe dovuto garantire controlli su treni e strade in modo tale che su Ventimiglia si alleggerisse il tema dei migranti. Spero che il problema possa essere risolto nelle prossime ore, altrimenti saremmo costretti a dire che le cose non hanno ancora una volta non funzionato». Sulle polemiche sollevate dalla Lega Nord, che puntavano il dito sulla presenza del presidente della Regione alla “passerella elettorale” del ministro Alfano, Toti risponde ammettendo che: «Rixi mi aveva sconsigliato di andare, ma ritengo sia un dovere del presidente della Regione andare a informarsi e vedere che cosa succede se il ministro dell’Interno viene sul proprio territorio. Mi auguro che per una volta il governo colga il grido di dolore di una città e di una regione e si comporti efficacemente di conseguenza».

    La situazione al campo

    Nonostante la notizia dell’ordinanza, nell’insediamento informale sul fiume Roja la situazione, al momento, sembra essere tranquilla: al campo i migranti continuano con le loro solite attività. Le persone accampate lungo il fiume con l’aiuto di alcuni solidali hanno costruito una cucina da campo. Sotto a un tendone di plastica sono stati posizionati due bracieri, pentole e altri utensili. In mattinata si è fatto vedere per una breve visita anche il vescovo di Ventimiglia, Antonio Suetta, senza rilasciare commenti alla stampa.

    Alcuni ragazzi chiedono assistenza ai medici volontari accorsi per prestare aiuto; uno di questi, genovese, che ci ha chiesto l’anonimato, racconta che spesso le visite sono anche momenti di testimonianza: un ragazzo sudanese di 25 anni, infatti, gli ha riportato di essere stato sorpreso dalla polizia francese al di là del confine, e quindi riconsegnato alle autorità italiane. Durante il fermo in caserma, pare abbia subito percosse tali da lesionargli il timpano: il trauma è stato refertato da Antonio Curotto, dottore della Società Italiana Medicina delle Migrazioni, ai medici del Pronto Soccorso di San Remo. Un ragazzo eritreo, in coda per farsi medicare la caviglia slogata, racconta di aver pagato il viaggio sul barcone verso l’Italia 1500 euro, e di aver lavorato cinque anni in Libia per raccimolare quella cifra. Se dovesse essere espulso, tutto sarebbe perduto.

    Emergenza, confusione e diritti

    notifica ordinanzaCome abbiamo visto, la gestione della situazione appare confusa e spesso lasciata all’arbitrio di chi deve poi gestirla nei fatti. Alessandra Ballerini, avvocato che da anni si occupa di diritti umani e migranti sottolinea come l’applicazione delle più basilari norme di diritto sia continuamente in balìa della volontà dei singoli: «Ai migranti non viene spiegato che hanno la possibilità di fare domanda di asilo – ci racconta  l’avvocato – e il decreto di espulsione, redatto in francese, inglese e italiano, non viene tradotto nella loro lingua, che spesso è solo l’arabo». Un difetto di forma, quello dell’assenza di un interprete, che è una causa invalidante del procedimento stesso. 

    L’ultimatum dello sgombero

    A partire dalle 13 di oggi sono scattate le 48 ore entro le quali le zone occupate dovranno essere liberate. Scaduto il termine, la Prefettura ha già chiarito che ci sarà un immediato sgombero coatto. Nelle prossime ore, quindi, la tensione è destinata a salire. Molte sono le questioni aperte, soprattutto una, della quale nessuno sembra poterne trovare la giusta soluzione: che cosa ne sarà di queste persone?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Ventimiglia, notificato lo sgombero ai migranti sul fiume Roja. C’è tempo fino alle 13 di domenica

    Ventimiglia, notificato lo sgombero ai migranti sul fiume Roja. C’è tempo fino alle 13 di domenica

    notifica ordinanzaDopo la movimentata giornata politica di ieri, durante la quale il sindaco di Ventimiglia si è autosospeso dal Partito democratico insieme con altri undici tra assessori e consiglieri, oggi la notizia dell’ordinanza di sgombero delle aree utilizzate come campo informale da parte di quasi 200 migranti: l’accampamento sulle sponde del fiume Roja, all’altezza del cavalcavia dell’autostrada, e alcuni ricoveri di fortuna nei pressi della stazione ferroviaria.

    Alla pubblicazione del provvedimento ha fatto seguito la notifica, tramite affissione di avvisi pubblici su transenne collocate in loco: l’ultimatum di 48 ore, disposto per liberare le zone in questione, scadrà quindi alle 13 di domenica 29 maggio.

  • Ventimiglia, il campo informale tra emergenza sanitaria e diritto alla salute

    Ventimiglia, il campo informale tra emergenza sanitaria e diritto alla salute

    migranti-ventimiglia-campo-improvvisatoDopo l’attuazione del piano Alfano, non potendo più dormire in spiaggia, un centinaio di migranti ha trovato riparo sotto al ponte dell’autostrada, lungo il fiume Roya, a Ventimiglia; meno di una decina di tende, un accampamento piccolo, ma destinato a crescere, stando alle previsioni per la prossima estate. Un posto che solo il rispetto nei confronti di queste persone, che lottano perché la loro dignità di esseri umani sia riconosciuta, impedisce di definire squallido. Mentre nei palazzi si discute sul come gestire l’emergenza migranti, Era Superba è andata a verificare e documentare quello che sta succedendo in uno dei tanti luoghi di confine fra legalità e clandestinità che stanno sorgendo nel nostro Paese.

    I migranti, per paura di possibili ripercussioni, lasciano malvolentieri l’accampamento. Mangiano una volta al giorno il pasto della Caritas e dormono per terra, sui sassi, perché le tende non bastano per tutti. Alcuni abitanti del quartiere si fermano a osservare dalla strada, ma non si avvicinano. Ci sono alcuni solidali che cercano di aiutare, organizzando distribuzioni di cibo, di vestiti e di coperte, e accompagnando chi ha bisogno al Pronto Soccorso. Fra i pochi italiani che incontriamo, un giovane medico di Torino, che ha deciso di trascorrere una giornata all’accampamento per visitare chi ha bisogno di cure: si tratta per lo più di ragazzi con disturbi poco gravi, problemi gastrici legati alla cattiva alimentazione o influenze e raffreddori dovuti al clima freddo. C’è anche qualcuno che lamenta dolori alle articolazioni, raccontando di percosse subite da alcuni agenti di polizia.

    Anche il dottor Antonio Curotto e la dottoressa Amelia Chiara Trombetta, della Società Italiana Medicina delle Migrazioni (SIMM), hanno visitato l’accampamento. Anche se in Italia gli stranieri hanno diritto all’assistenza del Servizio Sanitario Nazionale, chi non ha presentato la richiesta d’asilo ha solo una tessera per straniero temporaneamente residente (Tsp), che dà diritto alle cure e all’assistenza a malattie croniche. La dottoressa ci spiega anche che la SIMM si batte perché gli stranieri in transito abbiano gli stessi servizi di tutte e altre categorie, anche perché il “transito” di queste persone copre un periodo di tempo lungo e il viaggio da cui sono reduci è traumatico. In Italia non esiste un regolamento che affronti questa emergenza: la situazione è variegata e solo alcuni ospedali si sono dotati di Uffici per stranieri, gestiti da volontari. «I medici del pronto soccorso – afferma la dottoressa – non possono rifiutarsi di curare gli stranieri. Qualche anno fa era stato paventato da parte del governo l’obbligo di denuncia degli irregolari, provvedimento osteggiato dai vari ordini nazionali di categoria: la norma non venne successivamente approvata ma provocò comunque un crollo di accessi al Pronto Soccorso». Tuttavia, il servizio di pronto soccorso non risulta essere adeguato a una situazione del genere: la Asl locale dovrebbe farsi carico di quella che Trombetta definisce come una «piccola emergenza sanitaria: le persone vivono in situazioni precarie, esposte all’umidità del luogo e alle intemperie, non possono cambiarsi i vestiti, cosa grave nel caso in cui si diffondessero infezioni. Sono molto probabili le infezioni semplici, per esempio alle vie urinarie, per l’assenza di bagni, e l’eventuale contagio di altre già in atto e derivanti dal viaggio. Ci sono ragazzi, madri, bambini a cui noi impediamo il movimento e non garantiamo il diritto alla prevenzione e alla protezione della salute, che è garantito e tutelato non solo dalle leggi nazionali, ma dalle normative comunitarie e dall’ONU. Le istituzioni europee parlano della salute come di un diritto fondamentale, i parametri determinanti il livello di salute sono l’abitazione, l’acqua, l’accesso alle cure e alle infrastrutture: queste persone non hanno, o quasi, accesso a nessuna di queste cose».

    I migranti che si trovano all’accampamento sono per lo più uomini, si contano meno di una decina di donne e due bambini piccoli. Tra loro sono presenti due famiglie: un papà e una mamma eritrei, con un piccolo di 9 mesi, e tre sorelle, una delle quali incinta, accompagnate dal marito di una di loro e dalla loro bambina di un mese. Si tratta in prevalenza di migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana: per attraversare il deserto, raccontano, hanno dovuto pagare dei passeur e dopo una settimana, o più, di viaggio in jeep, sono arrivati in Libia, dove li attendeva la prigione. Clandestini e senza documenti, vengono trattenuti in carcere per un anno: raccontano di percosse e maltrattamenti dei secondini locali. Una volta fuori, ricominciano il viaggio: ancora passeur e ancora denaro per attraversare il Mediterraneo e arrivare in Italia.

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015Tra le storie più commoventi, quella di R. un ragazzo pakistano di 30 anni: partito per la prima volta dalla regione di Sialkot nel 2007 e sbarcato a Lampedusa. Dopo il suo trasferimento a Crotone e il respingimento della domanda di asilo, ha ricevuto il foglio di via ed è stato rimpatriato. Ma non si è arreso: nel 2015 è partito di nuovo per andare in Libia e, da lì, con un barcone, in Sardegna. Dopo un altro diniego di asilo, è stato incarcerato a Oristano: 6 mesi e 15 giorni di cui non ha voluto raccontare nulla, se non che in carcere non gli era concesso telefonare e che lavorava 4 ore al giorno, 6 giorni alla settimana per 212,12 euro mensili. Ci ha mostrato una foto, fatta in occasione della prima identificazione: sulla fototessera, si vede un ragazzo giovane, con i capelli folti, lo sguardo fiero. L’uomo che ci siamo trovati davanti è dieci anni più vecchio e soprattutto stanco, triste e spaventato.

    La gestione sanitaria in essere, o meglio, questa “non gestione” da parte delle istituzioni che abbiamo documentato, nell’immediato futuro potrebbe portare a conseguenze gravi, soprattutto se le previsioni numeriche dei flussi migratori dell’estate oramai alle porte si concretizzassero. L’assenza delle istituzioni mette centinaia di persone a serio rischio, negando di fatto il diritto alla salute; in questi accampamenti, e in tutta l’enorme questione dei migranti, sempre meno si riesce a riconoscere quell’Europa dei diritti di cui crediamo di fare parte.


    Ilaria Bucca

  • Ventimiglia, l’emergenza umanitaria continua. E la solidarietà ai migranti è sempre più difficile

    Ventimiglia, l’emergenza umanitaria continua. E la solidarietà ai migranti è sempre più difficile

    Bourbon Argos Rescue August 2015Giovedì 12 maggio, 50 stranieri irregolari, bloccati a Ventimiglia, sono stati trasportati in pullman a Genova, dove li ha attesi un volo charter, un aereo delle Poste, per il trasferimento coatto verso altri centri di identificazione. L’aeroporto è stato blindato per ore dalle forze dell’ordine. Sabato scorso il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, aveva visitato il comune ligure, annunciando la chiusura del centro di accoglienza della Croce Rossa di piazza Cesare Battisti e il trasferimento forzato degli stranieri che vivono nella città frontaliera. Il piano del ministro si è concretizzato nel dispiegamento di 60 uomini della polizia e altrettanti dell’esercito, che si sono aggiunti alle forze dell’ordine già presenti sul territorio. La soluzione per risolvere l’emergenza che Alfano ha annunciato è già, quindi, in atto: nei giorni scorsi, i controlli della polizia si sono intensificati e, stando alle testimonianze di alcuni attivisti, anche i maltrattamenti. Un deciso colpo di spugna per cercare di risolvere la “questione migranti”: l’allontanamento coatto permette, forse, di nascondere il problema ma, di certo, non lo risolve. Ancora una volta a pagarne le conseguenze sono i migranti. Si moltiplicano i tentativi disperati di passare il confine: martedì pomeriggio scorso, 40 persone hanno bloccato la ferrovia nei pressi del confine con la Francia, tentando di attraversarla in pieno giorno. Mercoledì mattina, gli agenti si sono recati sulla spiaggia di Ventimiglia per “sgomberare” un gruppo di stranieri che si era spontaneamente ritrovato sull’arenile per condividere qualche coperta e trovare riparo dal freddo notturno; secondo alcuni testimoni questo episodio avrebbe generato violenze: pare addirittura che un ragazzo eritreo, dopo aver subito percosse, abbia tentato di suicidarsi impiccandosi a un cavo elettrico. Secondo il ministro Alfano, questa è la fine dell’emergenza. In realtà, ciò a cui stiamo assistendo sembra l’inizio di una tragedia ancora più grande.

    L’ordinanza Ioculano

    I fatti di questi giorni si inseriscono in un contesto che va avanti da mesi, complicato da un quadro normativo locale che non ha precedenti: il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, già nel luglio scorso aveva vietato ai cittadini la distribuzione di cibo ai migranti. L’ordinanza 120/2015, “Divieto di somministrazione cibi nelle aree pubbliche ospitanti i migranti da parte di persone non autorizzate”, in vigore dal 2 luglio 2015, prevede che le persone non autorizzate, e quindi non in possesso dei requisiti igienico-sanitari, non possono dare da mangiare ai clandestini. Il provvedimento sottolinea che è la Croce Rossa ad essere incaricata della distribuzione di alimenti e considera anche che le alte temperature estive potrebbero danneggiare i cibi.

    Abbiamo cercato di capire il funzionamento e la reale applicazione dell’ordinanza andando direttamente in loco. Alcuni giorni fa, abbiamo assistito a Ventimiglia a una distribuzione di cibo, organizzata da alcuni cittadini della zona che, senza striscioni né forme di presidio permanente, stavano portando un po’ di riso bollito, verdure e cous cous ai migranti sulla spiaggia. L’intervento delle forze dell’ordine non si è fatto attendere e si è concretizzato con l’identificazione dei presenti. Due agenti hanno provato a illustrare la ratio della norma: si tratta, dicevano, di un problema igienico-sanitario che ha a che fare con il pericolo botulino, derivante dalla possibile mal conservazione degli alimenti. I poliziotti si sono appuntati i nomi di tutti i presenti (anche il nostro) e, successivamente, hanno trasmesso i dati alla centrale per un controllo. Gli identificati erano abitanti del Comune di Ventimiglia o di paesi limitrofi che portano, quando riescono, qualche pasto caldo o qualche alimento preconfezionato alle persone in spiaggia o alla stazione. Non temono la multa, perché, di fatto, è impossibile prenderla. L’ordinanza sindacale è fatta rispettare “solo” attraverso i controlli e le identificazioni da parte delle forze dell’ordine. È stato proprio uno dei due agenti a rimarcare il fatto quando gli veniva chiesto il perché non fossero state elevate sanzioni amministrative: «Noi non facciamo le multe, facciamo i fogli di via». In realtà, le misure sono più blande e si limitano, appunto, alle identificazioni, anche ripetute: uno degli attivisti presenti, infatti, era la sesta volta che finiva nella lista dei “cattivi”.

    Niente impronte, niente cibo

    Greenpeace and MSF - Lesvos, GreeceL’ordinanza è entrata in vigore l’estate scorsa, quando sulla spiaggia di Ventimiglia sorgeva ancora il presidio spontaneo nato dall’occupazione degli scogli da parte dei migranti, simbolo delle manifestazioni “No Borders”. All’epoca, questo provvedimento impediva agli attivisti di distribuire alimenti ai clandestini accampati sulla spiaggia, con il chiaro intento di arginare il fenomeno dell’occupazione e limitare i contatti fra la popolazione italiana e gli stranieri. L’ordinanza oggi rischia di ridurre alla fame le decine di persone che non ricevono i pasti dalla Croce Rossa ma solo un parco rancio della Caritas che, fino a qualche giorno fa, consisteva in quattro biscotti, una mela e una scatoletta di tonno, decisamente insufficienti a soddisfare le esigenze nutritive giornaliere di un adulto. La Croce Rossa, infatti, distribuisce i viveri solo ai migranti che sono stati già identificati. Chi si trova in strada, invece, rifiuta di fornire le proprie generalità, altrimenti non potrebbe più lasciare l’Italia. Lo dice il regolamento di Dublino, in vigore dal luglio del 2013, che impone agli immigrati di rimanere nel paese in cui vengono identificati: in altre parole, una volta forniti i propri dati, si deve attendere in Italia il giudizio della Commissione che si pronuncia sul permesso di soggiorno o sull’eventuale richiesta d’asilo. Ma l’obiettivo di molti, come è noto, è oltrepassare il confine con la Francia e, in alcuni casi, di andare in Inghilterra. Inoltre, non sono pochi i “clandestini” che dicono di non voler rimanere in un paese, il nostro, che potrebbe offrire loro un’accoglienza solo sommaria, in attesa di ricevere i documenti regolari che non sempre arriveranno. Peraltro, se tutti i migranti fossero identificati, il sistema di accoglienza italiano collasserebbe, come testimonia la ricerca di Medici Senza Frontiere, presentata pochi giorni fa a Genova.

    Solidarietà e attivismo come via d’uscita

    «L’attivismo è la soluzione». Questa è stata la conclusione di Giuseppe De Mola, il civil society officer di Medici Senza Frontiere, che sabato 7 maggio ha presentato a Palazzo Ducale “Fuori Campo”, il dossier sugli accampamenti informali che, in Italia, ospitano circa 10 mila immigrati rimasti fuori dal sistema di accoglienza. Secondo le stime di Msf, stando così le cose, nel corso della prossima estate sarà possibile sfamare e accogliere queste persone solo con l’aiuto di cittadini e associazioni di volontari. Le previsioni della ong sono state estese a Ventimiglia, dove, sempre secondo De Mola, si dovrà far fronte all’arrivo di un numero massiccio di migranti: un appello alla cittadinanza per nulla velato.

    Nonostante l’opinione espressa dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, la situazione, quindi, appare sempre più come un’emergenza umanitaria destinata a peggiorare nelle prossime settimane. Nella cittadina ligure, a pochi chilometri dal confine francese, arrivano profughi africani e asiatici: sono sudanesi, senegalesi, nigeriani, siriani, pakistani e non solo, intenzionati a passare la frontiera a ogni costo. Ci provano in treno o in auto, o con l’aiuto, pagato caro, dei passeur; ma anche a piedi, di notte, lungo la ferrovia. Sono uomini, donne (alcune anche incinte) e bambini disperati e affamati, che in testa hanno solo la fuga. E, negli occhi, la paura.

    Ilaria Bucca

  • Ventimiglia, centro accoglienza in chiusura. Ma Mfs avverte: concreto rischio di crisi umanitaria

    Ventimiglia, centro accoglienza in chiusura. Ma Mfs avverte: concreto rischio di crisi umanitaria

    Greenpeace and MSF - Lesvos, GreeceIl ministro dell’Interno, Angelino Alfano, sabato in visita nel ponente ligure, ha annunciato l’imminente chiusura del Centro di Prima Accoglienza di Ventimiglia, aperto l’anno scorso per far fronte all’emergenza migranti. La notizia è stata accolta con grande soddisfazione dal presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, e dal sindaco Enrico Ioculano, che considerano questa decisione una grande vittoria politica per il territorio e la popolazione.

    Tutto ciò succedeva mentre a Genova, a Palazzo Ducale, Medici Senza Frontiere presentava il dossier “Fuori Campo: una ricerca che ha studiato e documentato le centinaia di insediamenti informali sorti in tutto il paese, in risposta alla mancanza di strutture predisposte e alla inefficienza burocratica.
    I dati raccolti riguardano il 2015 ma oggi, con la chiusura della cosiddettaRotta Balcanica” e la paventata blindatura delle frontiere interne alla UE (vedi Brennero), il rischio è quello di una situazione decisamente peggiore: «Negli anni scorsi – spiega Giuseppe de Mola, civil society officer di Msf, e autore della ricerca – il sistema di accoglienza italiano ha “retto” solo perché i grandi flussi migratori passavano da un’altra parte. Oggi il contesto è diverso, e stando così le cose, si rischia il collasso».

    La “macchina” dell’accoglienza istituzionale, infatti, si è rivelata inefficiente e quantitativamente inadeguata rendendo in qualche modo necessarie delle alternative: dagli accampamenti spontanei alle forme più organizzate e autogestite di accoglienza.

    Le dimensioni del problema

    I numeri restituiscono la gravità della situazione: secondo il dossier di Msf, infatti, sarebbero circa 10.000 i richiedenti asilo e i rifugiati che nel nostro paese vivono in queste condizioni, in balia della precarietà e della marginalità sociale, senza alcuna assistenza istituzionale e, quindi, con uno scarso accesso alle cure mediche, in decine di siti informali sorti spontaneamente su tutto il territorio nazionale.
    La causa principale di questa situazione è la mancanza di un sistema di accoglienza strutturato, ma non solo: il labirinto delle leggi italiane ed europee, con i suoi meccanismi e le sue tempistiche, complica la situazione. Lo illustra lo stesso De Mola, presentando ad Era Superba il suo lavoro: «La legge prevede che con la formalizzazione della domanda di asilo si ha diritto ad accedere al servizio di accoglienza, in attesa dell’eventuale riconoscimento. Non essendoci però le strutture adeguate, abbiamo verificato che questa formalizzazione viene appositamente ritardata, lasciando nel limbo il richiedente, che in qualche modo si organizza per sopravvivere». Il sistema, infatti, è saturo: solo nel 2015 sono arrivate circa 80.000 richieste di asilo, a fronte di 30.000 posti disponibili nelle strutture d’emergenza.

    Il quadro generale dei flussi migratori che attraversano il nostro paese parla di circa 150.000 persone che in qualche modo sono arrivate in Italia solo nel 2015. Siamo di fronte, quindi, a un vero e proprio esodo, che però non possiamo più derubricare come emergenza: «È dal 2010 che i flussi sono iniziati a crescere, portando alla situazione attuale in modo del tutto prevedibile – sottolinea De Mola – e i picchi sono stati a seguito dei grandi e noti stravolgimenti politici verificatisi in nord Africa, in Medio Oriente, dalle primavere arabe, alla caduta di Gheddafi, per arrivare alla guerra in Siria. Tutto ampiamente calcolabile».

    La procrastinazione dello stato emergenziale, inoltre, porta ulteriori problemi: le prefetture, in mancanza posti nelle strutture ordinarie, sono costrette ad attivare i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), allestendo appositamente edifici e immobili abbandonati o in disuso, dove vengono sistemati i migranti. In questi luoghi, ogni tipo di assistenza o servizio è in qualche modo delegato all’associazionismo, ai volontari e agli enti caritatevoli. Le istituzioni, per mancanza di risorse, quindi, letteralmente abbandonano al loro destino centinaia di migranti: questi, dopo un anno, sono tenuti a lasciare i centri, ritrovandosi sulla strada, senza aver fatto alcun tipo di percorso inclusivo o formativo.

    Ventimiglia, verso una nuova crisi

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015«Le previsioni per il prossimo futuro sono ancora peggiorative – sottolinea Giuseppe De Mola – la chiusura della “rotta balcanica” porterà nel nostro paese un flusso migratorio crescente, e, con la paventata chiusura delle frontiere del Brennero e con la Francia, avremo una situazione sicuramente ancora più difficile».

    Alla luce di ciò, quindi, è facilmente presumibile che questa estate a Ventimiglia si presenti nuovamente una situazione complicata e, a livello umanitario, molto grave; la decisione di chiudere il CPA appare quindi in contrasto con quanto nella realtà stia succedendo.

    Medici Senza Frontiere non risponde ufficialmente e direttamente al ministro, ma l’occasione della presentazione di “Fuori Campo” permette una riflessione più allargata: «Risulta evidente – risponde De Mola – come non ci sia una vera progettazione e programmazione da parte delle istituzioni. Si continua a agire in emergenza e con decisioni prese senza uno studio di lungo periodo, senza una prospettiva basata sulla realtà». Le stesse istituzioni che non sono state in grado di proteggere chi aveva veramente bisogno: secondo i dati di Msf solo l’anno scorso oltre 5000 minori non accompagnati sono scomparsi dai centri, e nessuno sa che fine abbiano fatto.

    In altre parole, nei prossimi mesi l’Italia potrebbe essere raggiunta da molte, moltissime persone e, come ha concluso Giuseppe De Mola, «dobbiamo essere pronti al peggio».


    Nicola Giordanella

  • Migranti, da emergenza a flusso strutturale. Ventimiglia a rischio nuova crisi umanitaria

    Migranti, da emergenza a flusso strutturale. Ventimiglia a rischio nuova crisi umanitaria

    profughiIn occasione della due giorni di Medici Senza Frontiere a Palazzo Ducale, Giuseppe De Mola, civil society officer della ong, presenta la sua ricerca “Fuori Campo”: un rapporto condotto su base nazionale, che fotografa la situazione dei rifugiati che, nel nostro paese, risiedono e gravitano intorno ai cosiddetti insediamenti informali.

    Se da un lato, infatti, il sistema di accoglienza emergenziale ha predisposto una serie di strutture per garantire assistenza a chi scappa dal proprio paese raggiungendo l’Italia, dall’altro lato questa “macchina” si è rivelata inefficiente e quantitativamente inadeguata, rendendo in qualche modo necessarie delle alternative: dagli accampamenti spontanei alle forme più organizzate e autogestite di accoglienza, fuori dai meccanismi delle istituzioni.

    I numeri restituiscono la gravità della situazione: secondo il dossier di Msf, infatti, sarebbero circa 10.000 i richiedenti asilo e i rifugiati che nel nostro paese vivono in queste condizioni, in balìa della precarietà e della marginalità sociale, senza alcuna assistenza istituzionale e, quindi, con uno scarso accesso alle cure mediche, in decine di siti informali sorti spontaneamente su tutto il territorio nazionale.

    La causa principale di questa situazione è la mancanza di un sistema di accoglienza strutturato, ma non solo: il labirinto delle leggi italiane ed europee, con i suoi meccanismi e le sue tempistiche, complica la situazione. Lo illustra lo stesso De Mola, presentando ad Era Superba il suo lavoro: «La legge prevede che con la formalizzazione della domanda di asilo si ha diritto ad accedere al servizio di accoglienza, in attesa dell’eventuale riconoscimento. Non essendoci però le strutture adeguate, abbiamo verificato che questa formalizzazione viene appositamente ritardata, lasciando nel limbo il richiedente, che in qualche modo si organizza per sopravvivere». Il sistema, infatti, è saturo: solo nel 2015 sono arrivate circa 80.000 richieste di asilo, a fronte di 30.000 posti disponibili nelle strutture d’emergenza.

    Il quadro generale dei flussi migratori che attraversano il nostro paese parla di circa 150.000 persone che in qualche modo sono arrivate in Italia solo nel 2015. Siamo di fronte, quindi, a un vero e proprio esodo, che però non possiamo più derubricare come emergenza: «È dal 2010 che i flussi sono iniziati a crescere, portando alla situazione attuale in modo del tutto prevedibile – sottolinea De Mola – e i picchi sono stati a seguito dei grandi e noti stravolgimenti politici verificatisi in nord Africa, in Medio Oriente, dalle primavere arabe, alla caduta di Gheddafi, per arrivare alla guerra in Siria. Tutto ampiamente calcolabile».

    Negli insediamenti informali, però non ci sono solo persone in attesa della formalizzazione della richiesta di asilo, ma anche moltissimi migranti che dall’Italia vorrebbero solamente transitare, per poi raggiungere altri paesi europei: il problema, già da mesi al centro del dibattito comunitario, sta nel fatto che secondo le normative attualmente vigenti, nel paese dove si viene identificati, si deve rimanere in attesa che la burocrazia faccia il suo lungo, interminabile giro. Questo ovviamente porta molte persone a evitare l’accoglienza “istituzionale”, cercando sistemazioni alternative.

    Negli scorsi anni, inoltre, sono state fatte scelte politiche che hanno in qualche modo contribuito a creare questa situazione: «La prima emergenza, iniziata nel 2012, è stata dichiarata finita dal governo nel 2013, portando quindi alla chiusura delle strutture: in questo modo circa 20.000 persone si sono ritrovate in mezzo alla strada e – continua l’incaricato di Msf – durante il nostro lavoro abbiamo incontrato moltissime persone che provengono da quei contesti».

    La procrastinazione dello stato emergenziale, inoltre, porta ulteriori problemi: le prefetture, in mancanza posti nelle strutture ordinarie, sono costrette ad attivare i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), allestendo appositamente edifici e immobili abbandonati o in disuso, dove vengono sistemati i migranti. In questi luoghi, ogni tipo di assistenza o servizio è in qualche modo delegato all’associazionismo, ai volontari e agli enti caritatevoli. Le istituzioni, per mancanza di risorse, quindi, letteralmente abbandonano al loro destino centinaia di migranti: questi, dopo un anno, sono tenuti a lasciare i centri, ritrovandosi sulla strada, senza aver fatto alcun tipo di percorso inclusivo o formativo.

    «Le previsioni per il prossimo futuro sono ancora peggiorative – conclude Giuseppe De Mola – la chiusura della “rotta balcanica” porterà nel nostro paese un flusso migratorio crescente, e, con la paventata chiusura delle frontiere del Brennero (e la probabile richiusura del confine con la Francia, come successo l’estate scorsa a Ventimiglia, ndr), avremo una situazione sicuramente ancora più difficile».

    Ventimiglia, verso una nuova crisi

    immigratiVentimiglia, appunto. In mattinata il ministro Angelino Alfano ha dichiarato che il centro di accoglienza verrà chiuso, chiudendo in questo modo l’emergenza profughi anche se la situazione nel comune frontaliero non si è mai risolta: moltissimi migranti sono ancora in attesa di poter passare la frontiera per proseguire il proprio viaggio, cercando di sopravvivere (perché di questo stiamo parlando) giorno per giorno, potendo contare solamente sull’aiuto e la solidarietà di volontari e attivisti. Medici Senza Frontiere, ad oggi, non ha fatto partire progetti specifici a Ventimiglia. Le previsioni, però, sono chiarissime: questa estate, il Comune rivierasco potrebbe diventare la “nostra Idomeni”. Per questo motivo è in essere un monitoraggio specifico da parte di Msf.

    Una situazione emergenziale, quindi, che attraversa il paese e la nostra regione, e che si innesta su quella che, però, non può più essere considerata un’emergenza: i flussi migratori sono e saranno una componente ordinaria del nostro presente, come la storia dell’umanità ci ha insegnato con ripetute e spesso tragiche lezioni.


    Nicola Giordanella

  • Ventimiglia, cercasi idee e progetti per eventi culturali estivi

    Ventimiglia, cercasi idee e progetti per eventi culturali estivi

    ventimigliaIl Comune di Ventimiglia ha pubblicato un bando informale rivolto ad artisti, professionisti e associazioni culturali per trovare idee e proposte per organizzare eventi e rassegne nel corso della stagione estiva 2012: l’idea è stendere un programma di appuntamenti a ingresso gratuito da svolgersi tra il 1 luglio e il 31 agosto 2012.

    I luoghi dove si svolgeranno gli spettacoli sono: Belvedere ResentelloPiazza della Cattedrale in Ventimiglia altaPiazza San Bartolomeo in Frazione Latte, Piazza della Stazione in Frazione Beveral e Piazza Caduti della Libertà in frazione Torri. I progetti verranno selezionati sulla base di due criteri: costi da sostenere e coerenza con il programma di eventi del Comune.

    La domanda regolarmente compilata deve essere inviata entro le ore 13.00 di lunedì 23 aprile 2012, via email all’indirizzo e.viale@comune.ventimiglia.it o via posta a Comune di Ventimiglia -Piazza della Libertà n.3 – 18039 Ventimiglia (IM).

    Marta Traverso

  • A Ventimiglia il primo film a costo zero realizzato via Facebook

    A Ventimiglia il primo film a costo zero realizzato via Facebook

    cinepresaLa trama è di quelle che più scontate non si può, soprattutto di questi tempi in cui sembra che la tv la faccia sempre e comunque da padrone: un padre di famiglia che per tutta la vita ha lasciato inespressa la sua passione per il canto decide di fare un provino per un talent show.

    La ragione per cui Pugni chiusi può rivelarsi un film interessante è un’altra: si tratta di un lungometraggio realizzato a costo zero tramite Facebook. Il regista Marioandrea Barbantini ha scelto come location la sua città natale, Ventimiglia, reclutando tramite il social network cast, ambientazioni e strumenti.

    Proprio per il suo carattere web il progetto del regista si può definire social movie, e nel suo genere richiama i B movie che hanno avuto molto successo negli anni Settanta: trama ridotta all’osso, cast composto interamente (o quasi) da esordienti, ambientazioni e attrezzature di scena essenziali, budget minimo se non addirittura nullo.

    La prima del film avverrà giovedì 24 novembre (ore 21, ingresso gratuito) al Cinema Teatro di Ventimiglia. Per prenotazioni si può contattare il numero 331 3715638.

    Marta Traverso

  • Autostrade gratis e pubbliche, si può fare. Italia e Francia fanalino di coda dell’Europa

    Autostrade gratis e pubbliche, si può fare. Italia e Francia fanalino di coda dell’Europa

    Martina e Andrea, una giovane coppia di genovesi che da qualche anno vive a Lucerna, nella Svizzera tedesca, nei primi giorni del nuovo anno sono andati in posta per comprare la “vignetta”, un talloncino di riconoscimento colorato (quello per il 2020 è rosso) che chiunque viaggi sulle autostrade svizzere deve tenere esposto sul parabrezza. Costo complessivo 40 franchi svizzeri, equivalenti a circa 37 euro. «Con questa – raccontano a Era Superba – possiamo viaggiare su tutte le autostrade e qualche altro tipo di strada che la richiede, fino a gennaio del 2021». I 40 franchi pagati da Martina e Andrea sono andati nelle casse del governo centrale, che con i soldi incassati si occupa dei lavori di manutenzione. La gran parte delle infrastrutture autostradali svizzere è infatti di proprietà pubblica: federale, cantonale o comunale.

    In un momento in cui il tema delle concessioni autostradali è in cima all’agenda politica nazionale e interessa in modo particolare Genova e la Liguria, può essere utile allargare lo sguardo e dare un’occhiata a come altri Paesi hanno deciso di gestire le proprie infrastrutture per il trasporto di persone e merci su gomma, con quale tipo di proprietà e con quali costi. Per scoprire che il modello italiano non è l’unico esistente. Anzi. Ma non è l’unico modello possibile.

    Abbonamenti annuali e autostrade pubbliche e gratuite. Si può fare

    La Svizzera non è l’unico Paese europeo a usare il sistema delle “vignette”, in vigore, per esempio, anche in Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, Romania, Slovenia e Slovacchia. In Austria l’abbonamento annuale per circolare in autostrada costa 87 euro, e viene versato a una società completamente controllata dallo Stato, che mantiene di fatto un controllo pubblico dell’infrastruttura.

    Si tratta di Paesi di dimensioni medio-piccole o con reti autostradali ancora non molto sviluppate, quindi con caratteristiche forse non paragonabili alla situazione italiana. Ma non vuol dire che Paesi più grandi debbano rinunciare alla gestione pubblica. L’esempio classico è la Germania, dove la gestione delle autostrade è federale e l’utilizzo completamente gratuito, anche se da qualche anno il governo centrale e quello della Baviera stanno considerando l’ipotesi di privatizzare, almeno parzialmente, la rete. Gratuite sono anche le autostrade in Belgio, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, dove si pagano solo alcuni tratti della M6 (la maggiore autostrada del Paese) e la “tassa sul traffico” per entrare in macchina nelle aree urbane di Londra e di Durham.

    Ancora diversa è la situazione in Spagna, dove le autostrade sono gestite con un sistema di collaborazione tra pubblico e privato (e dove si paga il pedaggio solo sul 20% circa della rete) e in Portogallo, dove i prezzi si avvicinano a quelli italiani ma il sistema è completamente elettronico.

    Italia e Francia: grandi concessioni, grandi introiti

    Il Paese con il sistema più simile al nostro è la Francia, anche se la sua rete autostradale è lunga circa 12mila chilometri contro i quasi 7mila (dato dicembre 2017) della rete italiana. Come da noi, gli automobilisti che transitano in Francia pagano al casello, sulla base dei chilometri percorsi, con prezzi diversi a seconda della tratta percorsa. Con la Francia l’Italia si gioca anche il non invidiabile primato di Paese con le autostrade più care. Una puntata della rubrica di approfondimento Dataroom della giornalista Milena Gabanelli di giugno del 2018 attribuiva il primato all’Italia, ma altre analisi hanno evidenziato come il risultato cambi a seconda della tratta considerata. La ex conduttrice di Report, infatti, aveva preso a esempio per le autostrade italiane la tratta Bologna – Ventimiglia, che ha la sfortuna di includere il tratto Genova – Ventimiglia, allora il più caro dello stivale con i suoi 19 euro e 30 centesimi di costo di percorrenza, circa 12 centesimi a chilometro.

    Forse non a caso è simile, in Italia e in Francia, anche il sistema delle concessioni, con gran parte della rete gestito da grandi gruppi privati. Solo che mentre in Italia il processo di privatizzazione a cavallo tra gli anni 90 e l’inizio del 2000 ha visto emergere il gruppo Autostrade Spa (oggi Autostrade per l’Italia del gruppo Atlantia, che con il gruppo Gavio si spartisce i ¾ circa del mercato) e la famiglia Benetton, in Francia, più o meno negli stessi anni, si è imposto il gruppo Vinci, una delle più grandi aziende di costruzioni mondiali, che oggi gestisce quasi la metà della rete complessiva.

    La concessione infinita ad Autostrade Spa

    In Italia, all’evidente concentrazione della maggior parte del mercato nelle mani di pochi, grandi gruppi, si aggiunge quello delle concessioni lunghe, che soffocano ulteriormente la concorrenza. Come abbiamo più volte raccontato su queste pagine la mancata applicazione della direttiva europea Bolkestein per quel che riguarda le concessioni di tratti di lungomare ai gestori degli stabilimenti balneari, allo stesso modo l’Italia si è storicamente dimostrata sorda ai richiami dell’Unione europea anche quando questa la invitava a mettere a gara le concessioni per le gestioni autostradali. Anzi. Ad aprile del 2018 l’allora governo Gentiloni chiedeva e otteneva dalla Commissione europea (dopo lunga trattativa avviata dal precedente governo Renzi) un’ulteriore proroga della concessione ad Autostrade per l’Italia, che spostava la data di scadenza dal 2038 al 2042. Il prolungamento veniva concesso ad alcune condizioni tra cui la promessa di un piano d’investimenti che includeva, tra le altre cose, anche la realizzazione della Gronda di Genova.

    Questo, però, succedeva prima che il ponte Morandi crollasse, e prima del recente caos legato alla gestione delle infrastrutture autostradali, fatto da incidenti, crolli e indagini della magistratura su una rete che ogni giorno che passa sembra essere più fragile. Oggi, rispetto ad allora, la proposta di riportare in mani pubbliche la gestione della rete autostradale è al centro della discussione e, tra le principali forze politiche, è appoggiata soprattutto dal Movimento Cinque Stelle, attualmente primo gruppo in Parlamento e socio di maggioranza del governo attuale come di quello precedente. Decisamente contrario è invece Italia Viva, il nuovo partito di Matteo Renzi non altrettanto rappresentato ma decisivo per le sorti del governo giallo-rosso. Ma al di là di chi avrà la meglio tra i due schieramenti, i termini del dibattito, dopo il 14 agosto del 2018, sono cambiati completamente. Ma in Italia si sa, spesso tutto cambia, per poi non cambiare nulla.

     

    Luca Lottero

     

     

     

     

     

  • Liguria regina delle Bandiere Blu ma bocciata da Goletta Verde. I conti non tornano

    Liguria regina delle Bandiere Blu ma bocciata da Goletta Verde. I conti non tornano

    Lo scorso 23 giugno è stato pubblicato il primo report di Goletta Verde 2018, la nave di Legambiente che monitora l’inquinamento dei mari sulle coste italiane. Il risultato delle Liguria, da cui il report “navigante” è partito, è stato quanto meno deludente: su 23 test effettuati, 14 hanno dato il responso di un mare inquinato o molto inquinato.

    Un dato che potrebbe stupire, forse: lo scorso maggio, infatti, sono stati pubblicati i verdetti del programma sulla sostenibilità delle spiagge turistiche “Bandiera Blu”, che ha incoronato la Liguria come regina delle spiagge italiane con ben 27 località “fregiate”, anche quest’anno, dell’ambito vessillo. Alcune di queste località, però, compaiono nella black list di Goletta Verde: i conti non tornano. O meglio, tornano, ma non per il mare.

    Verdetti contrapposti

    Partiamo da Genova. Secondo le campionature di Legambiente, risultano fortemente inquinate le acque di Nervi, Recco, Chiavari e Lavagna. In queste due ultime località il problema sta nella foce dell’Entella, risultato inquinato con residui fecali bel oltre la soglia limite. Ma proprio due spiagge a levante e ponente del fiume sono state fregiate della Bandiera Blu: parliamo del Lungomare di Lavagna e della Zona Scogli di Chiavari, separate dalla foce dell’Entella da poche decine di metri e dai due porti turistici. Abbastanza per “depurare” le acque?

    Savona non se la passa troppo meglio. Per Goletta Verde sono due le località da “bollino rosso”: Pietra Ligure e Ceriale, di cui questa seconda premiata con la Bandiera Blu. Nel primo caso è il torrente Maremola, nel centro del litorale di Pietra Ligure, a risultare fortemente inquinato, mentre nel secondo caso Goletta Verde segnala lo sbocco del canale di Lungomare Diaz 161, nel centro esatto della costa, tra stabilimenti e spiagge.

    A Imperia male Diano Marina, Ospedaletti, Ventimiglia e Arma di Taggia. In quest’ultima località è la foce del torrente Argentina ad essere portatrice di abbondanti residui intestinali, ma anche Arma di Taggia ha la sua Bandiera Blu.

    Infine la provincia di La Spezia. Tre le località fortemente inquinate: Monterosso e Riomaggiore nelle Cinque Terre, e Lerici. Per quest’ultima allarme per la spiaggia conosciuta come Venere Azzurra, contaminata dalla foce del canale ivi presente; ma anche qua sventola anche per quest’anno la Bandiera Blu.

    Punti di vista

    Ma da dove nasce questa incongruenza, verificatasi in questi cinque casi? Le ragioni forse le possiamo trovare sia nell’approccio alla materia, sia nei soggetti coinvolti nel giudizio. Legambiente, con il suo progetto Goletta Verde, punta ad evidenziare situazioni critiche legate alla “maladepurazione” o al “vizietto” degli scarichi abusivi. Si muove seguendo le segnalazioni raccolte durante l’anno dai circoli territoriali o da cittadini. Come da normativa “il punto di monitoraggio è fi­ssato dove si prevede il maggior flusso di bagnanti o il rischio più elevato di inquinamento in base al pro­lo delle acque di balneazione”, rifacendosi ai limiti di fissati dalle normative europee del 2006, recepite dall’ordinamento italiano nel 2010.

    [quote]ma anche qualità dell’acqua di balneazione, che “è un criterio imperativo – come si legge nel sito ufficiale del programma – solo le località, le cui acque sono risultate eccellenti nella stagione precedente, possono presentare la candidatura”[/quote]

    Il progetto Bandiera Blu, invece, ha un approccio più allargato: la finalità è, infatti, quella di “promuovere nei Comuni rivieraschi una conduzione sostenibile del territorio attraverso una serie di indicazioni che mettono alla base delle scelte politiche, l’attenzione e la cura per l’ambiente”. In altre parole sostenibilità della balneazione, progetti educativi, gestione corretta dei rifiuti, servizi, sicurezza ma anche qualità dell’acqua di balneazione, che “è un criterio imperativo – come si legge nel sito ufficiale del programma – solo le località, le cui acque sono risultate eccellenti nella stagione precedente, possono presentare la candidatura”. Ma tutte queste cinque spiagge liguri Goletta Verde 2017 aveva evidenziato forti livelli di inquinamento, come quest’anno.

    Per partecipare alla eventuale distribuzione degli ambiti vessilli, i soggetti interessati devono presentare una autocandidatura, rispondendo ad un questionario in 12 punti oggetto poi di valutazione. Sono gli stessi “richiedenti” a fornire quindi i dati, dovendone poi rispondere in caso di verifica.

    Ma chi valuta le candidature? Stando a quanto riporto il sito web del programma la giuria è composta, tra gli altri, anche da un coordinamento degli Assessorati al Turismo delle Regioni, e i sindacati dei Balneari. Risulta quindi evidente l’attitudine promozionale della “Bandiera Blu”, visto che tra chi “esamina” ci sono anche gli “esaminandi”. Tra partner inoltre figurano Associazione Nazionale Comuni Italiani e la Federazione Italiana Imprese Balneari.

    Blu, verde, marrone

    Se “Bandiera Blu” ha una connotazione più promozionale, quindi, Goletta Verde vuole mettere in evidenza problemi alla gestione delle acque nere: depurazione insufficiente e difettosa, scarichi abusivi, sversamenti. La palla come al solito poi passa alla politica, che dovrebbe tarare le proprie priorità nell’amministrare un territorio in base alle necessità vere; sicuramente investire soldi pubblici in depuratori può essere difficile, come difficile potrebbe risultare combattere gli abusivismi edilizi e idraulici. Sicuramente è più facile far garrire una bandiera dietro la quale nascondere i problemi, e lasciare galleggiare cittadini e turisti in un mare “marrone”.

     

    Nicola Giordanella