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  • Sanità digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico: Regione Liguria in ritardo?

    Sanità digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico: Regione Liguria in ritardo?

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DIDopo la pubblicazione, il 31 marzo scorso, delle linee guida per la presentazione dei progetti regionali (redatte dal tavolo tecnico coordinato dall’Agenzia per l’Italia Digitale e dal Ministero della Salute), si avvicina la data del 30 giugno 2014, termine ultimo entro il quale tutte le Regioni dovranno avere predisposto i rispettivi piani finalizzati alla realizzazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) – ovvero una piattaforma digitale comune, a livello territoriale, per l’archiviazione e la gestione informatica dei documenti sanitari dei cittadini, strumento funzionale ai professionisti per l’assistenza e la cura, in grado di facilitare la trasmissione di informazioni e semplificare gli adempimenti a carico dei cittadini. Poi, una volta ottenuta l’approvazione dei piani, le amministrazioni regionali avranno tempo fino al 30 giugno 2015 per l’attivazione effettiva del FSE.

    Dunque, la tanto decantata rivoluzione digitale in campo sanitario sembra essere in procinto di trasformarsi da parole in realtà, anche se, a dire il vero, soltanto in poche regioni – come ad esempio Emilia-Romagna, Lombardia, Trentino, Toscana, Veneto, Sardegna – il Fascicolo sanitario elettronico è già in fase avanzata, mentre in altre – tra cui la Liguria – il percorso è ancora tutto da impostare. Così è veramente arduo ipotizzare il rispetto della tempistica stabilita, e destano preoccupazione le possibili sanzioni previste per gli inadempienti, vale a dire una perdita del 3% nel riparto del Fondo sanitario nazionale, come ha spiegato il Ministero della Salute.

    Medici di famiglia e farmacisti esprimono parecchie perplessità sull’odierno livello di informatizzazione della sanità ligure, così come il sindacato autonomo Fials. D’altra parte è difficile dar loro torto, dato che si registrano diverse problematiche relative all’utilizzo della ricetta elettronica (non ancora diffusa capillarmente sul territorio regionale), mentre quella “dematerializzata” – in pratica la ricetta elettronica online – sarà avviata, a breve, solo in forma sperimentale. La ricetta dematerializzata, se vogliamo, rappresenta il preludio al Fascicolo elettronico, tuttavia manca il tassello fondamentale della tessera sanitaria magnetica individuale dotata di microchip che, oltre a contenere la storia medica di ogni singolo paziente, ci permetterà di acquistare i farmaci più rapidamente; peccato, però, che oggi, in Liguria, appena il 20% della popolazione possiede la tessera con microchip. Quindi, prima di parlare della realizzazione del FSE, occorre risolvere questi nodi critici, sennò rischiamo di partire con un progetto privo delle fondamenta necessarie.

    Cos’è il Fascicolo sanitario elettronico (FSE)?

    L’articolo 12 del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221), ha istituito il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), inteso come “l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e sociosanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito”.

    In altre parole il Fascicolo sanitario elettronico è una cartella virtuale che raccoglie e rende disponibili informazioni e documenti clinici relativi ad una singola persona, la quale può: consultare e stampare i referti delle prestazioni ricevute dal servizio sanitario; inserire documenti (referti di visite ed esami effettuati in strutture private, o di altre regioni, oppure prima dell’attivazione del FSE), ma anche oscurarne alcuni che ritiene non debbano essere visibili dai professionisti sanitari. La consultazione avviene in forma protetta, attraverso credenziali personali e, su consenso dell’interessato, il Fascicolo può esser consultato dal medico, o dal pediatra di famiglia, e dagli specialisti.
    La costruzione del FSE dell’assistito avviene tramite l’inserimento di diverse documentazioni (informazioni certificate), da parte di molteplici soggetti. Asl, ospedali e pronto soccorso: vaccinazioni, certificati, esenzioni, assistenza domiciliare, piani diagnostico-terapeutici, assistenza residenziale e semiresidenziale; prestazioni in ricovero e lettere di dimissioni, cartelle cliniche; verbali di assistenza in PS. Medici di famiglia (o pediatri) e medici specialisti: profilo sanitario sintetico del paziente (storia clinica e situazione corrente, dati clinici utili anche in caso di emergenza), prescrizioni di visite ed esami; prescrizioni; Laboratori e ambulatori (sia pubblici che privati) e farmacie: referti; farmaci e prenotazioni.

    In alcune regioni presso le quali il FSE è già funzionante, il cittadino può anche inserire informazioni facoltative in una sorta di “taccuino personale”. Come riporta il “Corriere della sera” (15/04/2014): “…. il Fascicolo riesce a diffondersi più velocemente e su grandi numeri se contiene strumenti che consentano al cittadino la gestione diretta della propria salute e gli permettano di svolgere un ruolo attivo nel processo di cura… il risultato più sbalorditivo lo ha ottenuto il Trentino dove, grazie al progetto del sito online “TreC – Cartella Clinica del Cittadino” (trec.trentinosalute.net) – in cento giorni (da dicembre scorso a marzo), l’adesione al FSE è schizzata al 93% quando è stata aggiunta una piattaforma di servizi “collaterale”. Si tratta del “Taccuino personale del cittadino”, una sezione del sito a lui riservata per offrire la possibilità di inserire dati ed informazioni personali, documenti sanitari, un diario degli eventi rilevanti e i promemoria per i controlli medici periodici”.

    Dalla ricetta elettronica alla ricetta dematerializzata

    La ricetta dematerializzata – o ricetta elettronica on line – dovrebbe essere il risultato finale di un progetto avviato con l’approvazione dell’art. 50 della L. 326/2003 “Monitoraggio della spesa farmaceutica e specialistica a carico del SSN”che ha introdotto la ricetta (cartacea) standardizzata, la tessera sanitaria e l’obbligo di invio dei dati di tutte le ricette da parte prima delle farmacie (2008) e poi dei medici (2011), allo scopo di realizzare misure di appropriatezza delle prescrizioni, attribuzione e verifica del budget di distretto, farmacovigilanza e sorveglianza epidemiologica. “Attualmente tutte le farmacie e tutti i medici sono tecnologicamente in grado di trasmettere al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), con modalità asincrona, i dati dei circa 600 milioni di ricette erogate ogni anno – si legge sul sito web di Federfarma (Federazione nazionale unitaria titolari di farmacia) – Il nuovo ambizioso obiettivo della ricetta dematerializzata è quello di rendere sincrone tutte le attività di prescrizione da parte del medico e di erogazione da parte della farmacia e, progressivamente, di eliminare i supporti cartacei“.

    Il D.L. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012 n. 221 recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”) ha definito un percorso per la graduale sostituzione delle prescrizioni mediche in formato cartaceo con le prescrizioni in formato elettronico, stabilendo che le Regioni e le Province Autonome “…provvedono alla graduale sostituzione delle prescrizioni in formato cartaceo con equivalenti in formato elettronico, in percentuali che, in ogni caso, non dovranno risultare inferiori al 60% nel 2013, all’80% nel 2014 e al 90% nel 2015”.

    La situazione in Liguria: la perplessità di medici, farmacisti e sindacati della Funzione pubblica

    «Il Fascicolo sanitario elettronico, in Liguria, semplicemente non esiste – afferma il dott. Angelo Canepa, che sta seguendo la questione per la Fimmg Liguria (Federazione italiana dei medici di medicina generale) – A livello regionale, noi medici di famiglia non abbiamo ancora ricevuto indicazioni unitarie, concrete e nette. A livello locale sono in corso alcune sperimentazioni, ad esempio a Savona (dove, però, abbiamo notizia di problemi legati alla scelta del software unico sia per medici del territorio che ospedalieri) e soprattutto a Chiavari, città in cui tutti i medici, poco più di un centinaio di professionisti, sono stati collegati allo scopo di utilizzare un comune meccanismo di verifica e scambio degli esami e dei referti sanitari che confluiscono in una sorta di fascicolo denominato Conto corrente salute, facoltativamente apribile dai pazienti».

    Le due realtà locali sopracitate «Sono quelle più avanti nella gestione delle reti informatiche chiamate a connettere i diversi attori del sistema sanitario – continua il dott. Canepa – A Genova, Imperia e La Spezia, invece, non c’è nulla di operativo. La stessa Datasiel, l’azienda informatica della Regione Liguria, seppure in maniera informale, ci ha fatto capire che, al momento, non esistono allo studio progetti con estensione regionale».
    Eppure, un domani tutti i dati dovranno confluire in una sola piattaforma, se davvero vogliamo parlare di Fascicolo sanitario elettronico. «La Regione Liguria, entro il prossimo 30 giugno, al massimo riuscirà a presentare un piano progettuale – sottolinea Canepa – I medici di famiglia non sono stati neppure chiamati per un confronto costruttivo sul da farsi».

    Sulla medesima lunghezza d’onda è il commento di Federfarma Genova, per voce del presidente, il dott. Giuseppe Castello: «In Regione Liguria il Fascicolo sanitario elettronico è un obiettivo lontanissimo. Per ora non ne sappiamo nulla, e con noi non ne hanno ancora parlato».

    Per quanto riguarda la parte pubblica, il discorso non cambia: «La Regione dovrà necessariamente fornire delle precise indicazioni alle strutture ambulatoriali e ospedaliere (nonché ai rispettivi medici e professionisti dipendenti) per poter procedere, ma finora non è arrivato alcunché – racconta Mario Iannuzzi, segretario del sindacato autonomo Fials – Sono anni che si parla di informatizzazione della Sanità. In Liguria, però, siamo decisamente indietro». Basta pensare che ad oggi, l’unica modalità per ottenere una copia della cartella clinica relativa al ricovero avvenuto presso un presidio sanitario dell’Asl 3, è pagare la stampa della stessa su carta (compreso il costo dei fogli bianchi). «Purtroppo non c’è da stupirsi, il livello nell’azienda genovese è questo», conferma Iannuzzi.

    La realizzazione del Fascicolo elettronico «Comporterà un significativo investimento in termini economici – continua il rappresentante Fials – E vorrei capire con quali soldi si ipotizza di progettare un piano adeguato a fronteggiare potenziali ostacoli di non poco conto, ad esempio la difficoltà di interfacciare le diverse piattaforme informatiche attualmente esistenti. Il 30 giugno 2014 penso che la Regione presenterà un piano molto vago, che in buona sostanza sarà soltanto un cronoprogramma, magari legato ad eventuali finanziamenti dedicati allo scopo».

    Senza dimenticare che «Per mettere in piedi un sistema del genere sarà inevitabile prevedere l’affidamento tramite gara ad una ditta privata – conclude Iannuzzi – E probabilmente il soggetto prescelto sarà l’azienda regionale Datasiel che continua ad agire in una sorta di regime di monopolio. Insomma, attuare il FSE è un’operazione terribilmente complicata, dal punto di vista tecnico e gestionale, dunque prevedo tempi assai lunghi prima di vedere un effettivo cambiamento».

    L’assessore regionale alla Salute e vicepresidente della Giunta, Claudio Montaldo, la pensa esattamente in maniera opposta: «La programmazione regionale prosegue e dovremmo essere quasi a tiro. Il piano esiste già, e le posso dire che è in fase di avanzamento. Rispetteremo i termini previsti dal Ministero».

    A ben guardare, però, la Liguria è rimasta indietro anche sul fronte delle prescrizioni mediche in formato digitale. Eppure, la ricetta dematerializzata è il passo successivo rispetto alla ricetta elettronica, in vista del futuro Fascicolo elettronico. «Siamo stati contattati per iniziare la sperimentazione della ricetta dematerializzata – spiega il dott. Angelo Canepa, Fimmg Liguria – Io sono uno dei medici di famiglia “sperimentatori” (appena 10 in tutta la regione, due per azienda sanitaria locale). La sperimentazione sarebbe dovuta partire a metà maggio, invece, partirà prossimamente. Oggi esiste la ricetta elettronica che i medici inviano al Sir (servizio informativo regionale) e da questo al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ma le ultime rilevazioni sull’utilizzo della ricetta in formato elettronico non sono certo incoraggianti: a Genova e Imperia la utilizza l’80% dei medici di famiglia, all’Asl chiavarese l’85%, ma a Savona e a La Spezia siamo intorno al 20%. Forse, prima di fare nuovi passi, bisognerebbe risolvere tale situazione».

    «La ricetta elettronica – continua Canepa – dovrebbe dar luogo alla ricetta dematerializzata (ovvero una serie di codici alfanumerici che indicheranno i nomi di medico, paziente, farmaci prescritti, ecc.), che prossimamente potrà essere inserita nella tessera sanitaria magnetica individuale dotata di microchip. Sicuramente non in tempi brevi, visto che in Liguria soltanto il 20% della popolazione possiede questo tipo di tessera, destinata a contenere tutta la storia medica del paziente». Allo stato attuale, dunque «La ricetta dematerializzata è un semplice foglio bianco (promemoria cartaceo) con una serie di codici alfanumerici che saranno decodificati da appositi strumenti informatici di cui si dovranno dotare, in primis le farmacie, ma pure tutte le strutture pubbliche e private del territorio – sottolinea Canepa – Da quanto ne sappiamo, però, tali sistemi, nella maggior parte dei casi, non sono ancora disponibili».

    «La ricetta dematerializzata consentirà al paziente di venire in farmacia con un promemoria cartaceo rilasciato dal medico, grazie al quale noi farmacisti richiameremo, tramite un collegamento al portale centrale, la relativa ricetta elettronica e consegneremo i farmaci richiesti – spiega il dott. Giuseppe Castello di Federfarma Genova – La sperimentazione a livello regionale partirà ufficialmente il prossimo 1 luglio. Per decodificare i promemoria utilizzeremo i nostri computer. Ma per noi il passaggio non sarà indolore, visto che dovremo rivedere in parte sia il software che l’hardware, con il conseguente esborso economico. Inoltre, anche se i medici coinvolti sono soltanto dieci, tutte le farmacie del territorio dal 1 luglio dovranno essere già pronte».

     

    Matteo Quadrone

  • Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Piazza-Caricamento-palazzi-centro-storico-vicoli-DIl Servizio di leva obbligatorio è stato abolito, le case chiuse sono illegali e comunque servono molto più a distinti padri di famiglia che non a giovani sessualmente inesperti; anche avere l’agognato primo impiego che faccia da spartiacque fra il prima ed il dopo è diventato un sogno impossibile, visto che precario e provvisorio sono i due aggettivi più comunemente accostati al lavoro.

    E allora, quale è il rito rimasto ai ragazzi degli anni ’90 e 2000 per dire di essere diventati grandi? Senza dubbio  il viaggio, il viaggio da soli, ed in particolare, e soprattutto, il Progetto Erasmus. Tutti coloro che sono stati, saranno o sono ospiti di un paese che aderisce a questa iniziativa dividono la propria vita fra il “prima” ed il “dopo” averne vissuto l’esperienza.

    Il progetto è nato nel 1987 ed ha coinvolto, in questi 27 anni, oltre tre milioni di studenti e quindi ben più di una generazione; in estrema sintesi, per i pochissimi che non lo conoscono, consiste nella possibilità di passare un certo periodo (da tre mesi ad un anno) in una città straniera (i 28 paesi dell’Unione più Svizzera, Turchia, Islanda, Norvegia e Liechtenstein) frequentando la corrispondente facoltà universitaria locale e sostenendo un certo numero di esami in lingua inglese o locale: esami che ovviamente valgono per il proprio percorso di studi in patria. Il costo di questo soggiorno, sia chiaro,  è in gran parte sopportato dalle famiglie: la quota che l’Università mette a disposizione (attraverso una banca convenzionata, che può anticipare le somme) non è certo sufficiente per mantenersi all’estero. Tuttavia è comunque un aiuto, e l’iscrizione alla facoltà, ad un corso di lingua e alle attività sportive sono gratuiti.

    Via Balbi, Università di GenovaMa come vengono selezionati i ragazzi che chiedono di accedere a questo programma, ed in quale modo decidono la città di destinazione? Lo chiediamo al professor Marco Frascio, delegato per l’internazionalizzazione della Scuola di Scienze Mediche e Farmaceutiche. «La selezione avviene ovviamente in base al merito, in base alla conoscenza delle lingue ed in base alla motivazione, che verifichiamo in un colloquio una volta soddisfatti gli altri due criteri. I ragazzi scelgono la destinazione in base alla graduatoria, nel senso che il primo sceglie fra tutte le possibilità e l’ultimo si prende quello che è rimasto. Noi di Scienze Mediche stiamo collaborando molto con atenei dell’Europa dell’Est, Bulgaria, Repubblica Ceca, ma alla fine la destinazione è secondaria, è l’esperienza che, per un giovane, fa la differenza nel proprio bagaglio personale e di studio».

    «Per quanto riguarda il livello di gradimento dell’esperienza genovese, bisognerebbe chiederlo direttamente ai ragazzi, ma posso dirle che, sia in entrata che in uscita, l‘esperienza Erasmus è positiva probabilmente nel 99% dei casi, praticamente non so di problemi reali che non siano stati, in qualche modo, subito risolti. Certo, io parlo per Scienze Mediche, ma se ci fossero delle difficoltà anche altrove penso che ne saremmo a conoscenza. Poi, e voglio dirglielo anche come genitore, a livello personale un ragazzo è assolutamente arricchito da un’esperienza di questo tipo, mio figlio è stato a Lisbona e l’ho visto tornare da questa esperienza decisamente maturato e cresciuto. Non posso che consigliarlo, e non per dovere d’ufficio!»

    Questo  il parere di un addetto ai lavori, ma uno studente, in particolare uno studente dell’Università di Genova, che cosa e come si trova quando deve districarsi fra domande, questionari, dubbi e desideri? Ascoltiamo Chiara Fossa, 24 anni,  genovese, laureata in Lingue e Letteratura straniera ed un Erasmus concluso due anni fa, a Santiago de Compostela. «La mia esperienza è stata estremamente positiva, ma devo dire che mi ha impegnata molto, sia economicamente che dal punto di vista dello studio. L’Università ha sovvenzionato solo sei dei nove mesi in cui sono stata in Spagna, e quindi i genitori hanno contribuito per forza. In ogni caso pensare di trovare un qualche  lavoretto per sostenersi  è veramente complicato. Lo studente Erasmus, e chi ti offre un lavoro lo sa bene, ha poco tempo libero, problemi iniziali di sistemazione e ambientamento,  e comunque può garantire una continuità piuttosto breve. A meno di non arrivare in un paese avendo già dei contatti personali, è ben difficile che un datore di lavoro non preferisca contare su ragazzi del posto. Io al’inizio segnavo ogni minima spesa, avevo il terrore di finire i soldi, e infatti senza l’aiuto della famiglia non avrei potuto farcela». 

    E per quanto riguarda lo studio? C’è chi dice che l’Erasmus sia solo un susseguirsi di feste… «Riguardo allo studio me la sono cavata piuttosto bene, senza particolari difficoltà: e la burocrazia relativa alla pratica di richiesta, effettivamente un po’ complessa, è stata facilitata dalle persone che ho incontrato, sia a Genova che in Spagna, molto pazienti e disponibili, che mi hanno sempre aiutato a superare i vari intoppi. Lo so, l’Erasmus spesso viene considerato solo un susseguirsi di feste e incontri: in parte questo potrebbe essere vero, le occasioni per divertirsi sono molte, ma la prova di maturità è anche il saper gestire la tentazione di darsi alla pazza gioia, trasformando un’esperienza di studio in una vacanza totale. Io sono stata bene, mi sono divertita, ma ero comunque concentrata sullo studio. Riguardo alle prospettive professionali, invece, non mi ha aggiunto grandi competenze, a parte l’approfondita conoscenza della lingua spagnola, ma certamente mi ha reso più fiduciosa nella mia capacità di farcela e nel rapportarmi con le persone ai vari livelli».

    Come si trovano invece gli studenti che hanno scelto proprio Genova come sede per l’esperienza in Erasmus?

    L’Italia è il quinto fra i paesi partecipanti al progetto per capacità di attrarre gli studenti, superata da Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna. Si tratta di un buon piazzamento, certo migliorabile,  che vede Genova accogliere dai 500 ai 600 studenti all’anno, dato in costante incremento che con qualche “spinta” del mondo esterno all’Università potrebbe anche essere maggiore. La città soffre in maniera pesante gli effetti della profonda crisi dell’industria e della cantieristica, che si riflettono anche su tutto l’indotto, comprese le presenze dei lavoratori trasfertisti, ad oggi  drasticamente ridotti per quantità e per frequenza: non dovrebbe permettersi quindi il lusso di trascurare opportunità di nuovi mercati ed inaspettate occasioni di crescita.

    albergo-dei-poveri-universita-scienze-politicheSentiamo allora Mario Fernandez Gomez, 22 anni spagnolo di San Sebastian che ci parla della sua delusione appena arrivato in città, sentimento che ha presto lasciato posto a ben altre sensazioni… «Conoscevo Genova ma l’avevo vista solo dal porto, quindi non certo bene; alcuni amici me ne avevano parlato e appena arrivato l’ho trovata proprio diversa da come me l’aspettavo, perché non è certo una città piccola, ma l’offerta di “ocio” (tempo libero ndr) non era granché; non è che uno vada in Erasmus per le feste, per quelle sarei rimasto in Spagna, ma proprio sembrava aver poco da offrire ad uno studente. In più ero deluso anche dalle persone, non pensavo proprio che gli studenti di una facoltà come la mia, Lettere e Filosofia, potessero essere così chiusi! Proseguendo nel soggiorno, invece, mi sono abituato alla città e ho capito che le persone sono molto diverse l’una dall’altra, non tutti sono diffidenti! In realtà ci sono molte occasioni di divertimento per noi stranieri qui in Erasmus, molte sono organizzate da GEG- ESN ma volendo si trovano anche parecchie iniziative al di fuori dell’Organizzazione».

    «L’unica cosa che non mi piace molto – sottolinea Mario – è la percentuale di spagnoli sul totale degli stranieri, davvero enorme: il 70% . Subito mi sembrava impossibile, anche se ero lontano da casa praticamente vedevo più spagnoli che italiani!»

    «Consiglierei senz’altro ad un amico di fare l’Erasmus a Genova, ora sto molto bene qui, ma davvero vorrei dire che dovrebbero limitare la concentrazione di nazionalità in uno stesso luogo: in questo modo si creerebbe una specie di “Nazionalità Erasmus” e si potrebbe veramente interagire, con maggiori possibilità di scambi e conoscenze fra culture e lingue differenti, sarebbe bellissimo!»

    Geg-Esn, l’organizzazione per gli studenti stranieri

    Mario ha citato un’organizzazione, Geg-Esn (Gruppo Erasmus Genova), proviamo a capire di cosa si tratta: facciamo qualche domanda alla presidente del Gruppo Xhonjela Milloshi, studentessa genovese al secondo anno della Laurea specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche, attivamente impegnata nell’associazione. «È cominciato tutto proprio con l’Erasmus, che ho fatto a Magonza e che mi ha profondamente cambiata. Tornata a casa, sono entrata nel Gruppo Erasmus Genova inizialmente come volontaria e poi di ruolo: ogni Università ha un proprio gruppo, e dipendono tutti da Esn International con sede a Bruxelles, tramite Esn Italia. Noi collaboriamo con l’Ufficio Mobilità Internazionale che fornisce agli studenti in arrivo il depliant con i  nostri contatti e le iniziative di cui ci occupiamo: e spesso ci aiuta anche finanziariamente, perché noi siamo studenti volontari e non abbiamo sovvenzioni».

    Che cosa offre la nostra città agli studenti Erasmus che l’hanno scelta? «Come dicevo, dell’aspetto burocratico si occupa l’ufficio dell’Università, noi di quello pratico. Andiamo in stazione o all’aeroporto ad accogliere i ragazzi, perché la prima difficoltà a Genova sono i trasporti. Non a caso gli studenti del Nord Europa  notano subito la mancanza di un Campus (qui l’approfondimento di Era Superba sul futuro Campus universitario all’Albergo dei Poveri, ndr): da noi le strutture universitarie sono disperse nella città e gli alloggi spesso neanche vicinissimi. Ovviamente il servizio è gratuito, basta farne richiesta on line. Poi ci occupiamo anche di organizzare varie attività per aiutarli ad ambientarsi, sia attività sportive (la sezione basket di Genova ha vinto le Olimpiadi Erasmus che si sono svolte ad aprile ad Ascoli) che gite nelle città più famose, aperitivi, feste. Possono partecipare tutti gli Erasmus, purché abbiano la Esn Card che offre anche sconti per ingressi e altre strutture convenzionate».

    Secondo la vostra percezione, perché gli studenti scelgono Genova? «È una domanda che ovviamente facciamo sempre ai nostri ospiti… Ovviamente le risposte sono le più diverse, comunque Genova ha il grande fascino del mare, che attira molti, oppure con il passaparola vengono a sapere di precedenti esperienze Erasmus nella nostra città che sono state molto positive. Alcuni, specialmente gli spagnoli, scelgono l’Italia per via della lingua e Genova ha in questo uno dei suoi punti di forza: infatti l’Università organizza ottimi corsi per imparare o migliorare l’italiano. Questa è una iniziativa molto gradita dai ragazzi. Poi i metodi di insegnamento universitari genovesi sono molto apprezzati dagli studenti stranieri, dicono che riescono ad abituarsi molto facilmente e questo fa superare lo svantaggio di doversi spostare nella città».

    Quindi non solo mare… ma che problemi riscontrano maggiormente gli studenti stranieri a Genova?

    «Il primo e più importante è sicuramente quello dell’alloggio. I primi giorni a volte hanno proprio paura di non riuscire a trovare una casa, probabilmente i canali sono un po’ diversi a quelli a cui sono abituati: come dicevo, niente Campus da noi. Però l’Università offre le prime quattro notti nell’Ostello della Gioventù, noi di Geg diamo una mano per le cose pratiche e l’Università li aiuta a superare la burocrazia.

    Xhonjela ci racconta che un aspetto in cui la nostra città deve ancora migliorare è l’atteggiamento degli studenti locali, «spesso chiuso nei confronti degli Erasmus, nonostante spesso condividano corsi, sport e passatempi: ma raramente hanno la spinta di voler andare oltre l’incontro “istituzionale” e questo è un peccato, perché vivere un ambiente internazionale servirebbe anche a loro, non solo agli stranieri, che comunque sotto questo aspetto spesso sono un po’ delusi. Ma a parte questa nota non troppo positiva, quando si ambientano in città e con lo studio i  problemi sembrano superati, tanto che molti di loro decidono di ripetere l’esperienza, scegliendo Genova per svolgere dei tirocini, grazie ad Erasmus placement».

    Sia Mario che  Xhonjela, dunque, segnalano come fortemente migliorabile il rapporto fra gli studenti locali rispetto agli studenti Erasmus: un vizio antico verrebbe da dire, data la proverbiale chiusura ligure; ma chi è stato in Erasmus in qualsiasi paese ha sperimentato una sostanziale analogia nell’approccio, le conoscenze si fanno fra studenti e ben più raramente con i ragazzi locali. Chiunque però può testimoniare che ricevere maggiori attenzioni e trovare persone accoglienti anche non coinvolte direttamente nel progetto rappresenta una leva potente nel decidere di far ritorno in quel certo luogo e nel promuoverne la qualità. Insomma la diffidenza verso i “foresti” potrebbe essere un lusso che  non ci possiamo più permettere, e non solo noi liguri.

    Terminare il periodo di Erasmus, sia per quanto ci ha raccontato Chiara, sia per la testimonianza di Xhonjela, è triste perché si abbandona un mondo di relazioni che in qualche modo si vorrebbe mantenere, ma al quale, a ben guardare, in forme diverse in realtà si torna. E proprio sul tornare, sui tirocini, sulle prime esperienze lavorative molto si sta facendo ed ancora di più  si dovrà fare per reperire risorse ed aumentare una mobilità che non sia più una fuga a senso unico ma uno scambio vero tra chi parte, chi torna e chi resta.

     

    Bruna Taravello

  • Europrogettazione e finanziamenti europei: l’approfondimento e il focus su Genova e Italia

    Europrogettazione e finanziamenti europei: l’approfondimento e il focus su Genova e Italia

    italia-europa-politicaNel corso degli ultimi anni vi abbiamo presentato nel dettaglio tanti progetti realizzati a Genova finanziati e promossi dall’Unione Europa (da quelli legati alla cultura, come Creative Europe e Creative Cities, al nuovo Erasmus +, o ancora a quelli per lo sviluppo tecnologico come Mediatic, quelli del POR-FESR e del FES, e poi il “caso” Yeast). Cogliendo l’occasione delle vicine elezioni europee (domenica 25 maggio), vogliamo fare il punto, guardando la situazione da un punto di vista complessivo: parliamo del modo in cui tutti questi progetti nascono e, da Bruxelles, arrivano nelle nostre città. Spesso leggiamo che un progetto è “finanziato dalla UE”, ma non sappiamo di preciso cosa vuol dire. Soprattutto molti si chiedono quale sia l’iter che enti pubblici e privati devono affrontare per accedere a fondi comunitari: se io, cittadino, ho un’idea per un’iniziativa/evento, come posso farmi finanziare dalla UE? Ve lo raccontiamo qui.

    Che cosa significa europrogettazione?

    Per fare in modo che un progetto pensato in sede locale sia approvato e finanziato a livello europeo, si va incontro a un percorso di “europrogettazione”. Per prima cosa, i soggetti interessati a proporre un progetto partecipano a un bando europeo, compilano una application spesso con l’aiuto di figure professionali come gli europrogettisti, cercano partner a livello internazionale e poi attendono il responso della UE e gli eventuali finanziamenti. Sembra facile, ma non lo è. Infatti quando si parla di “programmi europei di finanziamento” molti si schermiscono: ai non addetti ai lavori sembra solo una dicitura generica priva di senso, e molti ne parlano senza centrare il punto.

    La dottoressa Lara Piccardo, esperta di europrogettazione, ci aiuta a fare chiarezza: «L’europrogettazione è un settore ancora desueto in Italia, Paese in cui c’è poca lungimiranza nel recepire influssi su scala europea; negli altri Paesi dell’Unione, invece, vive momenti più felici. In realtà, l’europrogettazione è semplicemente il processo con cui enti pubblici o privati rispondono a ‘calls’, bandi lanciati a livello europeo dalla Commissione. Questi bandi sono inseriti all’interno di un programma più generale, dedicato a un particolare settore di interesse comunitario come agricoltura, istruzione, cultura, ambiente, ecc. e con precise linee programmatiche. L’ente partecipante propone un proprio progetto, che ritiene particolarmente meritevole, importante e con ricadute positive per la società anche a lungo termine (creazione di posti di lavoro, aumento del tasso di impiego, ecc.) e, se la sua proposta viene valutata idonea, accede ai fondi».

    Facciamo un passo indietro: come faccio io, normale cittadino, ad entrare in contatto con la UE e venir a conoscenza di bandi e opportunità? «Le informazioni a riguardo ci sono, ma sono scarsamente accessibili per i profani: il sito ufficiale della UE risulta complicato. In genere, tutto si muove tramite marketing e passaparola, ma non solo: Comuni, Camera di Commercio, Provincia, Regione e Università sono tutte istituzioni che forniscono servizi dedicati agli “affari e fondi europei” (per esempio sui loro siti web). Tuttavia, c’è un duplice problema: da un lato, le persone sono abituate a pensare ad esempio alla Camera di Commercio come soggetto cui richiedere visure camerali e niente di più; dall’altro le stesse istituzioni fanno fatica a promuoversi come enti preposti a fornire informazioni a livello comunitario».

    I partner e l’internazionalizzazione

    Una volta trovato un bando che fa al caso nostro, per partecipare devo cercare di creare un partenariato con altri enti, per implementare la cooperazione internazionale. Di norma più sono i partner, più un progetto è apprezzato in Europa e ha possibilità di vincere il bando perché risponde al requisito di internazionalizzazione. In certi casi fare rete con soggetti esteri non è facile: si possono sfruttare le risorse messe a disposizione dalla UE (come database che raccolgono elenchi di possibili partner, che però sono pochi e scarni), o contatti personali. Un caso particolare è quello dei Comuni: questi spesso hanno la strada spianata perché possono sfruttare i famosi gemellaggi creati tra gli anni ’60-’70 con altre città del mondo.

    Si tenga presente che raramente la Comunità Europea reitera finanziamenti allo stesso partenariato: per ogni progetto si devono trovare nuovi partecipanti, con un gioco di alleanze e networking.

    Per ogni progetto, tra i partner viene scelto un capofila, che percepisce una quota maggiore di finanziamenti ma ha anche maggiori oneri burocratici. Di norma è il soggetto che meglio può garantire il successo del progetto, o che ha particolari capacità (gestione finanziaria e storno delle varie quote tra singoli partner, programmazione delle attività per la realizzazione del progetto finale, monitoraggio del lavoro dei partner per evitare fughe in avanti di uno dei soggetti).

    I programmi europei

    Per il cittadino o l’ente che voglia proporre un progetto all’Unione, c’è l’imbarazzo della scelta. I programmi sono molti e toccano tutti gli ambiti di interesse collettivo. Tra quelli lanciati di recente dalla Commissione (a novembre 2013, per coprire il periodo 2014-2020), oltre ai più noti Erasmus + e Jean Monnet per la formazione superiore e universitaria e la mobilità di docenti e alunni/studenti, ci sono anche programmi per la promozione di eventi sportivi, politiche del terzo settore (bandi FES e FESR), sviluppo del settore artistico con Europa Creativa. Inoltre, quelli per l’inserimento lavorativo dei giovani o per il re-inserimento di fasce deboli nel mondo del lavoro (disoccupati oltre i 45 anni, persone con scarso titolo di studio, che non hanno un particolare profilo professionale, ex carcerati ecc.), per l’assistenza agli anziani e per l’infanzia. Infine, il programma Alcotra Italia-Francia in ambito marittimo per la cooperazione tra porti.

    Molte delle nuove linee progettuali illustrate – soprattutto quelle legate a cultura e formazione – vanno a confluire all’interno di Europa 2020, strategia decennale per la crescita nell’ambito di occupazione, istruzione, ricerca, integrazione, riduzione della povertà, clima e energia.

    Vista la varietà dei programmi, è complicato riuscire ad avere un unico database (qui un esempio) che tenga conto delle modifiche biennali o quinquennali. Per ovviare al problema e creare meno confusione, l’UE sta cercando di mantenere immutate le linee progettuali per rendere l’utenza più preparata a rispondere ai bandi.

    Quale è la natura dei finanziamenti comunitari?

    Dopo aver visto come si fa a entrare in contatto con la UE e a fare domanda per un certo bando, parliamo di soldi. Se risulto vincitore, a quali finanziamenti avrò diritto e qual è la loro natura? Lo chiediamo alla dott.ssa Piccardo: «Una domanda non facile, si potrebbe quasi scrivere un libro con gli errori che circolano sull’argomento. Tra i più comuni, tanto per cominciare, l’idea che i finanziamenti siano a fondo perduto: non è così, la UE non è una banca che eroga prestiti. Inoltre, molti pensano ingenuamente che si possa rispondere a un bando e proporre un progetto europeo per avere un guadagno personale, ma non è così: gli attuatori in realtà sono persone che farebbero lo stesso quel progetto, con o senza fondi comunitari, a proprie spese. Un esempio, il caso dell’Università di Genova, che dovrebbe attivarsi in ogni caso per cercare convenzioni comunitarie per mandare i suoi studenti a studiare all’estero, ma approfitta del bando Erasmus + per avere vantaggi economici. Un soggetto interessato partecipa a un bando per spendere un po’ meno di quanto preventivato senza fondi esterni, ma di certo non ci guadagna nulla, anche perché le somme erogate dall’Unione non sono somme secche: coprono solo una parte delle spese e chiede al beneficiario di co-finanziare il resto».

    I fondi erogati (che normalmente coprono il 75% del totale), inoltre, decrescono con l’aumentare del valore del progetto: per un progetto che vale in totale 1 milione di euro, la UE contribuirà con 500 mila, ad esempio, mentre sarà chiesto al beneficiario/promotore di coprire la parte restante. Per questo il promotore dovrà valutare attentamente la sua disponibilità economica prima di lanciarsi in progetti ambiziosi: togliamoci dalla testa l’idea che intanto paga l’Europa! Naturalmente è necessario produrre anche una rendicontazione, schema delle entrate e delle uscite previste: se vengono effettuati controlli e i conti non tornano, interviene la Corte dei Conti a bloccare tutto e può anche decidere di revocare finanziamenti già concessi.

    Controlli e trasparenza

    Inoltre, la UE mette in atto strategie per favorire la trasparenza e limitare gli sprechi. Tanto per cominciare, una volta vinto il bando, i fondi sono stanziati non tutti insieme ma a tranches chiamate installments: gli enti devono redigere vari report (in itinere e finali) per illustrare alla UE come stanno spendendo i soldi e comunicare alla Commissione quando esauriscono la prima parte, in modo che questa possa erogare altre tranches. Viceversa, se i soldi non vengono spesi in toto, da Bruxelles si chiudono i rubinetti.

    Ma quindi, in questo sistema così ben pensato, è davvero difficile far sparire soldi pubblici? Quanti sprechi ci sono? «Quello di spreco è un concetto più generale: si può considerare spreco anche il fatto che vinca il bando un progetto che non lo merita. In genere, la UE fa sempre un monitoraggio incrociato, stringente ma non ossessivo, ma quello che poi manca è la verifica sul campo dell’implementazione del progetto: si controllano gli scontrini e le ricevute, ma non la ricaduta effettiva sul territorio, anche perché spesso questa supera il periodo di durata dei finanziamenti».

    Inoltre, sempre per favorire la trasparenza, la Commissione ha l’obbligo di pubblicare sul proprio sito l’elenco dei progetti finanziati, i beneficiari, l’ammontare dei fondi erogati e i report periodicamente inviati dal partenariato. Oltre a questo, la UE chiede ai beneficiari di aprire un sito internet ad hoc in cui pubblicare i dettagli del progetto. Tuttavia, manca ancora un modo univoco e pratico che permetta al cittadino di monitorare l’andamento dei vari progetti, in un quadro complessivo.

    Genova e l’Italia

    Ci accorgiamo della mancanza di un sistema univoco e completo di monitoraggio quando proviamo a concentrare l’attenzione sul caso del nostro Paese. Non possiamo sapere con sicurezza a quanto ammontano i fondi europei destinati all’Italia per tutti i programmi UE, né a che punto siano i progetti o quali settori interessino. Ad esempio, facendo una breve ricerca troviamo il portale www.opencoesione.gov.it, che si occupa solo dei fondi di coesione, ovvero quelli relativi a FSE e FESR (ovvero Fondo Sociale Europeo e Fondo Europeo di Sviluppo Regionale). Lo stesso vale per l’articolo apparso sul sito del Sole 24 Ore nel luglio 2013 (in cui si dice che le risorse FSE e FESR destinate all’Italia sono 49,5 miliardi), ma si tratta di informazioni sempre settoriali e ufficiose.

    In generale, il caso dell’Italia è particolarmente problematico: nonostante la forte partecipazione ai bandi UE, la percentuale di successo è una delle più basse, assieme alla Francia. Il rapporto tra progetti presentati e finanziati è circa 60 a 1. La sola Italia, all’interno di Europa 28, copre il 60% dei progetti presentati, ma se ne vede finanziare solo l’1%. Si punta, insomma, sulla quantità: più progetti propongo, più ho possibilità che qualcuno passi. Tuttavia, questa è anche un’arma a doppio taglio: se lo stesso soggetto risponde da solo a 10 bandi, di certo non ne vincerà più di uno.

    Emblematico anche il caso di Genova: come conferma la dottoressa Piccardo, «qui ci sono molti più progetti europei di quel che si pensa. Ad esempio, solo al dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova attualmente sono in corso ben 4 progetti finanziati e immagino a quanto possa ammontare il numero complessivo dei progetti attivi per l’intero Ateneo… Tuttavia non è possibile fare un quadro generale, né dell’Università né tanto meno all’esterno. Spesso, inoltre, non si sa che un dato progetto è promosso dalla UE: per esempio, molti pensano che Smart Cities sia un’idea nostra, ma non è così».

     

    Elettra Antognetti

  • Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    od-fulmine-claqueRieccoci di nuovo, dopo qualche settimana, alla Claque: tornare qui è sempre un grande piacere, che ogni volta fornisce un’ulteriore conferma del valore di uno dei palcoscenici migliori della città. Questa volta il palco è calcato da un gruppo made in Greenfog una delle realtà discografiche più vivaci e qualitative del genovese e, dunque, una garanzia per quanto riguarda il prodotto musicale. Se poi si tratta degli Od Fulmine, la garanzia diventa subito certezza matematica. Loro sono una realtà genovese indipendente e autoprodotta, in una città storicamente legata a questa filosofia artistica e musicale.

    Entriamo a bere qualcosa, e nel bar troviamo i musicisti che si intrattengono con fan e amici, creando quel legame saldo con il pubblico che si manifesterà in pieno di lì a poco, durante l’esibizione. Non esiste alcuna routine da camerino, noi ne approfittiamo subito per salutare Stefano Piccardo (chitarra, voce), Fabrizio Gelli (chitarra, voce) Saverio Malaspina (batteria) – quest’ultimo star del genovese soprannominato “l’ortolano” dopo l’apparizione a Unti e Bisunti 2 girata a Genova (qui il video) – e scambiamo due chiacchiere con Mattia Cominotto (chitarra, voce) e Riccardo Armeni (basso).

    >> Ascolta i brani suonati alla Claque su Spotify e Deezer

    La prima domanda riguarda il nome del gruppo e, per quanto banale nella sua intenzione di rompere il ghiaccio, risulta essere la più importante per capire il senso del disco stesso, dato che «Od Fulmine è un’espressione inventata all’interno di un lessico domestico tra di noi»; e rappresenta, inoltre, due elementi essenziali della storia che c’è dietro alle canzoni del concept: «Od è il nome del nostro unico mentore; una notte, in barca, in navigazione dopo ormai più di mese, si scatenò una tempesta e fummo colpiti da un fulmine. La barca fu spezzata e, da allora, noi e Od siamo disgraziatamente separati». Trovare le fonti di ispirazioni dimostra come, «per quanto il veicolo sia quello musicale, il gruppo nasce con il cinema di Hayao Miyazaki, lo steampunk e la letteratura di Kurt Vonnegut, a cui è ispirato il brano Ghiaccio9». E lo dimostra anche la grafica delle locandine e i disegni, realizzate da Andrea Piccardo (direttore di Genoa Comics Academy). La storia, che ha un ruolo così importante all’interno dell’album, «è stata rappresentata dai video dei pezzi, e verrà completata con la trilogia, di cui in realtà manca la seconda parte. Il primo, “Altrove2”, mostra noi 5 insieme a Od, “colui che stavamo seguendo alla ricerca di ciò che più desideriamo”; il terzo è “I preti dormono”, subito dopo il naufragio; e il secondo riguarderà proprio quest’ultimo».

    La serata inizia dall’area bar del locale, intrattenuta dallo sperimentalismo eclettico di Tommaso Rolando, polistrumentista genovese che, nel progetto Stoni, lavora alla modulazione del suono del contrabbasso e della sua voce. Prosegue con la piacevole esibizione di Tomaso Chiarella che canta, come il suo disco “trasparente” ben suggerisce, una quotidianità limpida e schietta, rifacendosi ai poeti e ai cantautori genovesi degli anni ’80. E, infine, salgono sul palco gli Od Fulmine.

    La serata è tutta per loro, quindi nessuna sorpresa che il pubblico si faccia sentire per acclamare la band. Tutti conoscono le canzoni a memoria, segno di un affetto già consolidato da parte dei fan. I pezzi sono forti e lo stile impressiona, nella sua dimensione viva, sul palco. Qui il rock indipendente è sprigionato in tutto il suo voltaggio, ma è contrastato, e quindi accentuato ancora di più, dall’anima folk di ogni brano, che ne scava i motivi più profondi e i sogni più lontani. Spiccano brani come i già citati “Altrove2”, “I preti dormono”, “40 giorni”, “5 cose” e il pezzo -forse- migliore del disco: “Ghiaccio9”.

    Ps Mattia Cominotto prima di salire sul palco ci racconta del furto subito recentemente dal Greenfog studio, qui l’appello alla città che contribuiamo a diffondere.

     

    Nicola Damassino

  • Patti d’area, lo strumento del Comune di Genova per l’apertura di nuove attività commerciali

    Patti d’area, lo strumento del Comune di Genova per l’apertura di nuove attività commerciali

    Centro Storico di Genova, negozi chiusiSi chiamano “Patti d’area” e sono un nuovo strumento messo a disposizione di tutti i Comuni liguri dall’ultima programmazione regionale sul commercio che dovrebbe favorire l’insediamento su uno specifico territorio di nuove imprese al fine di fornire allo stesso territorio una precisa identità dal punto di vista del mix merceologico offerto. Una proposta innovativa, soprattutto perché praticamente mai utilizzata prima, che tenta in qualche modo di porre un freno all’eccesso di liberalizzazione nell’universo commerciale.

    Questo specifico territorio commerciale a Genova ha un nome preciso e si chiama Civ, Centro integrato di via, già formalmente riconosciuto e perimetrato in maniera ben definita. E il Comune di Genova ha già in progetto di dare vita a tre Patti d’area che riguarderanno altrettanti Civ.

    Il primo, questione di settimane secondo le previsioni e le speranze strappate all’assessore allo Sviluppo economico Francesco Oddone, si concentrerà nella zona di Prè. Insieme con il nuovo regolamento della sicurezza che riguarderà il centro storico e che l’assessore Fiorini sta ultimando, dovrebbe rappresentare un efficace e produttivo strumento di riqualificazione. «Da un lato – spiega l’assessore Oddone – cercheremo di favorire l’insediamento di nuove imprese introducendo un calmiere sui canoni d’affitto che non potranno superare il valore di mercato dei locali; dall’altro, stileremo una lista di mix merceologico che andrà a definire e identificare una particolare area della città dal punto di vista commerciale e artigianale. Il tutto in stretta collaborazione non solo con le associazioni di categoria, la Camera di commercio, i Municipi e la Regione, ma anche con la questura, i carabinieri e la guardia di finanza per limitare quelle attività che rappresentano una servitù e un peso eccessivo, soprattutto in termini di sicurezza, per determinati quartieri».

    Inoltre, l’amministrazione conta su un altro strumento che funga da richiamo per l’apertura di nuove attività, sostituendosi in parte al ruolo che dovrebbero interpretare le banche ma che ormai non svolgono più da tempo: l’introduzione di un prestito a tassi molto vantaggiosi per aiutare imprese commerciali e artigiane a tirare su nuove saracinesche. «L’obiettivo – ci racconta Oddone – è quello di innescare un circolo virtuoso per cui nuove attività portino un maggior flusso di persone e un interesse rinnovato per alcune zone della città. Per fare questo utilizzeremo quel poco di risorse residuate da vecchi bandi e difese con le unghie e con i denti da richieste improprie da Roma che, oltre a non dare soldi nuovi, vorrebbe indietro anche gli spiccioli che sono stati risparmiati nel passato con azioni virtuose».

    Lo schema di base, naturalmente, sarà lo stesso per tutti i Patti d’area e per tutti Civ che intendessero muoversi in quest’ambito. Per questo motivo è necessario che il progetto pilota sia disegnato precisamente in tutti i suoi dettagli, in modo che gli altri possano poi seguirne la strada e muoversi in un percorso più agevole e già tracciato. «Anche perché – aggiunge Oddone – il rischio di ricorsi al Tar da parte di chi non vede di buon occhio il Patto e si vede respingere l’autorizzazione per l’apertura di una nuova attività è molto alto. Per cui dobbiamo avere la piena consapevolezza di quello che stiamo facendo per sbaragliare qualsiasi opposizione, un po’ come successo per il regolamento anti slot contro il gioco d’azzardo». Già perché, una volta siglato, il Patto d’area sarà vincolante per tutti i locali del territorio e non basterà più una Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) per dare via a un nuovo esercizio commerciale ma si tornerà al sistema delle concessioni di autorizzazione. «All’interno di tutto il perimetro del Civ si dovrà sottostare a quello che si deciderà nel Patto – sottolinea l’assessore allo Sviluppo economico – per cui se decidiamo che alcune attività sono troppo impattanti per un quartiere, certe merci non vi potranno più entrare». O, meglio, non potranno diffondersi più di quanto non lo siano già. «È evidente – prosegue Oddone – che se il proprietario di un locale ricevesse un’offerta sostanziosa da un nuovo possibile esercente, farà di tutto per vendere o affittare i propri muri e guadagnare il più possibile anche se l’attività economica che si andrebbe a insediare fosse nella “lista nera” del Patto d’area».

    Senza alcuna valutazione di merito, un esempio concreto però potrebbe aiutare a comprendere meglio. Se si decidesse che a Pré ci fosse una concentrazione eccessiva di “kebabbari”, nel Patto d’area ci sarebbe scritto che non potrebbero essere aperti altri esercizi di questo tenore. E l’imposizione non varrebbe solo per un determinato locale piuttosto che per un altro ma per tutto il territorio del Civ.

    «L’avvio dei Patti d’area assieme alle nuove norme di sicurezza per il centro che sono in via di definizione rappresentano due importanti tasselli nel processo di contenimento di una serie di fenomeni poco virtuosi che riguardano da vicino il nostro territorio» commenta Maria Carla Italia, assessore allo Sviluppo economico e alla Coesione sociale del Municipio I – Centro Est.

    La scelta di partire da Pré non è casuale. C’è sicuramente la necessità di riqualificare un quartiere lasciato andare un po’ troppo a se stesso ma non è il solo elemento che ha portato l’amministrazione a propendere per questa porzione del centro storico. In zona, infatti, il Comune è proprietario di diversi locali che potrà mettere a disposizione fin da subito per creare un po’ di massa critica insieme con altri spazi che la Sovrintendenza si è già resa disponibile a impiegare per le finalità del patto. Così, le istituzioni potranno fungere da esempio virtuoso per tutti i privati che vorranno aderire al patto mettendo a disposizione i propri possedimenti, alle condizioni condivise.

    «Avevamo individuato l’utilità dei Patti d’area fin da subito – prosegue Maria Carla Italia – probabilmente ancora prima del Comune, dato che in tempi non sospetti avevamo audito i dirigenti della Regione in un’apposita Commissione municipale. Crediamo siano uno strumento molto utile per individuare una tipologia di attività commerciali meritevoli di essere sfruttate. Attraverso i Patti d’area possiamo, infatti, dare respiro a un vero e proprio progetto di quartiere che ci consenta di puntare su alcune tipologie commerciali e artigianali che riteniamo più funzionali al raggiungimento delle finalità che ci siamo posti per quel particolare territorio».

    Dopo Pré ci si sposterà di pochi metri per lanciare il secondo Patto d’area alla Maddalena: qui è più difficile avere previsioni ufficiali ma il grande attivismo di cittadini e commercianti che vivono il Sestiere aiuterà certamente a bruciare le ultime tappe. La partecipazione di tutti i cittadini, in questo caso, assume un ruolo ancor più fondamentale per coinvolgere fin da subito i privati dal momento che il Comune, a differenza di Pré, non può contare su grandi proprietà. Terzo e, per il momento, ultimo patto dovrebbe riguardare i “voltini” di via Buranello, ovvero gli spazi sottostanti la ferrovia in zona Sampierdarena: il condizionale, però, è ancora d’obbligo perché Rfi, proprietaria degli spazi, non sembra essere particolarmente interessata a una collaborazione.

    Se dovesse funzionare, comunque, lo strumento del Patto d’area potrebbe essere esteso un po’ a qualunque area della città da levante a ponente, dalla costa alle valli. «Ad esempio – conclude Oddone – nulla vieta che nasca un Patto d’area in via XX settembre per salvaguardarne l’identità di centro commerciale urbano di qualità attraverso un progetto ben disegnato che vada incontro alle diverse istanze spesso sollevate dai negozianti».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Accademia Ligustica di Belle Arti verso la statizzazione. L’intervista al presidente Giuseppe Pericu

    Accademia Ligustica di Belle Arti verso la statizzazione. L’intervista al presidente Giuseppe Pericu

    Piazza de Ferrari accademia di belle artiDopo la visita di qualche settimana fa documentata in diretta con #EraOnTheRoad e il focus con Giorgio Devoto (responsabile dei corsi di studio) e Giulio Sommariva (direttore del museo), mancava ancora un tassello per completare il nostro approfondimento sull’Accademia Ligustica di Belle Arti, l’’istituzione cittadina che dal lontano 1751 si occupa della formazione artistica nella nostra regione. Abbiamo intervistato il neo presidente Giuseppe Pericu (sindaco di Genova dal 1997 al 2007, eletto il 25 novembre scorso presidente dell’Accademia e già membro dell’Assemblea), per capire quale sarà il futuro della “Ligustica” soffermandoci sul processo di statizzazione, vera e propria chiave di volta.

    Presidente, innanzitutto come sta l’Accademia?

    «Nonostante la sua semplicità, questa è una domanda complessa. Adesso l’Accademia sta bene perché è organizzata in modo da poter rilasciare titoli di studio di livello universitario legalmente riconosciuti, sia per la laurea breve che per la magistrale. Quindi, da questo punto di vista, siamo perfettamente allineati con le accademie statali. Tra le note positive, poi, c’è il museo che è una struttura fondamentale dell’Accademia ed è stato molto vivacizzato grazie alle attività dell’Associazione Amici dell’Accademia che è molto presente. Contemporaneamente, però, ci sono difficoltà legate al flusso di finanziamenti sempre minore rispetto alle esigenze dell’istituzione».

    Siamo sempre alle solite: i finanziamenti scarseggiano, figurarsi per l’arte e la cultura.

    «Pur essendo ristrette al minimo, il Consiglio d’amministrazione e l’Assemblea dei soci svolgono il proprio ruolo a titolo assolutamente gratuito, le spese di gestione sono sempre superiori ai fondi che abbiamo a disposizione. Questi ultimi arrivano soprattutto dal Comune e, poi, in quantità minore da Regione e Provincia. Ci sono poi le rette degli studenti, del tutto simili a quelle dell’Università degli Studi di Genova, il cui numero negli ultimi anni è andato sensibilmente aumentando, soprattutto grazie al riconoscimento del valore legale dei titoli a livello nazione ed europeo, a dimostrazione del fatto che siamo appetibili. Ma il saldo economico è sempre negativo».

    Da questo punto di vista, le difficoltà potrebbero essere definitivamente risolte con il pieno compimento del processo di statizzazione dell’Accademia.

    «Sono stato eletto proprio per portare a termine questo processo. Esiste, infatti, una legge che prevede che le Accademie private, come siamo noi, che siano le soli presenti in una Regione, possano essere statizzate ovvero inserite nel sistema delle Accademie statali non soltanto attraverso il riconoscimento del titolo di studio ma attraverso un processo di aggregazione più complessiva al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il raggiungimento di questo obiettivo darebbe sicurezza nel tempo all’Accademia».

    Lo Stato, dunque, garantirebbe una maggiore copertura economica?

    «Diciamo, più che altro, che non ci sarebbe più un problema di introiti perché il personale docente e amministrativo sarebbe pagato direttamente dal Ministero».

    E questo accorpamento riguarderebbe solo l’Accademia o comprenderebbe anche il museo?

    «Non possiamo ancora dirlo con certezza perché bisogna aprire il confronto con gli organi statali. Comunque, rispetto al dettato normativa, sembrerebbe che la statalizzazione comprenda solo i profili legati alla parte formativa e non quelli museali. Il museo comunque, che ha una dotazione molto forte che nasce sia come strumento per coadiuvare la formazione che come entità autonoma, ha solo un conservatore e un addetto alla struttura.

    Non resta che capire a che punto siamo all’interno di questo percorso.

    «Abbiamo inoltrato formalmente un’istanza al Ministero e sto seguendo attivamente gli sviluppi ma certamente il confronto con il governo in questo periodo di spending review non è facile. In Italia, nella nostra situazione, c’è solo un’altra realtà che è quella dell’Accademia di Perugia, unica accademia in Umbria che da statale può diventare privata: tutte le altre regioni, invece, hanno già una o più accademie statali».

    E nel frattempo, qualche progetto nel cassetto da realizzare durante il suo mandato?

    «Diciamo che il vero obiettivo è la statizzazione. Per il resto sto ancora prendendo le misure. Cercheremo di fare qualche bella esposizione e di valorizzare al massimo il museo ma i progetti più ambiziosi devono per forza di cose attendere gli sviluppi del rapporto con il Ministero. Ho certamente qualche idea, suggestione più che altro ma non sono ancora comunicabile neppure come ipotesi di progetto».

    Per chiudere, una domanda più personale. Qual è il rapporto di Giuseppe Pericu con l’arte? Sappiamo che da amministratore ha portato Genova alla ribalta internazionale come Capitale europea della cultura nel 2004, e nel privato?

    «Come amministratore pubblico della città di Genova, ho sempre ritenuto la cultura l’unica scommessa possibile da vincere. Per questo, dopo tutta la lotta sostenuta per ottenere nel 2004 il riconoscimento a Capitale europea della cultura, assunsi direttamente io come sindaco il ruolo di assessore alla cultura per preparare al meglio lo svolgersi dell’evento. Come privato cittadino, non può esserci una grande differenza perché la persona resta unica, inscindibile: io sono sempre stato appassionato di fenomeni culturali, fin dalla mia formazione tradizionale fatta al liceo classico. Quindi, l’arte e la cultura fanno parte del mio modo di essere».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Istituto comprensivo San Fruttuoso, la scuola di domani. Un esempio virtuoso nella nostra città

    Istituto comprensivo San Fruttuoso, la scuola di domani. Un esempio virtuoso nella nostra città

    ScuolaAvete mai fatto un giro all’interno delle scuole della città? Probabilmente, se avete più di 18 anni, e se non avete figli in età da scuole dell’obbligo, la risposta è no. Anche perché, direte voi, di anni sui banchi di scuola ne avete trascorsi anche troppi, e che senso avrebbe tornare lì dentro? Tanto non cambia mai niente; tanto si sa che la scuola è a pezzi e non può che peggiorare. Noi già qualche tempo fa, in una nostra inchiesta, vi avevamo dimostrato che le cose non stanno sempre così, e che le scuole di Genova cercano di adattarsi alle nuove esigenze e stare al passo con i tempi. Ora, grazie a #EraOnTheRoad siamo entrati all’interno della scuola media statale dell’ Istituto comprensivo San Fruttuoso e abbiamo parlato con la dirigente scolastica, la Dott.ssa Isabella Benzoni, che ci ha illustrato le novità introdotte all’interno della scuola a partire da settembre 2012, data del suo insediamento nel complesso.

    Arrivati nell’istituto di Via Berghini 1 (scuola media a indirizzo musicale, dieci classi e circa 230 alunni), incontriamo la dott.ssa Benzoni, che arriva subito al dunque: «Assumersi responsabilità, cooperare, riflettere sulle dinamiche di gruppo, socializzare, prendersi cura dei più piccoli, esplorare i propri limiti, mentre noi adulti li accompagniamo nel loro percorso verso il superamento dei limiti stessi: questo quello che vogliamo fare in questa scuola. Da settembre di due anni fa, da quando sono diventata preside qui, abbiamo dato avvio a una serie di progetti nuovi e non comuni. L’idea è nata da una programma già avviato e promosso da Carige, che si chiamava “I giovani migliorano la scuola”, per incentivare il percorso di cittadinanza attiva e cooperazione. Spesso, come sappiamo, nella scuola questo aspetto non è curato come si dovrebbe, e si riduce al poco, pochissimo tempo dedicato alla materia di educazione civica. Qui, invece, abbiamo dato avvio a una serie di progetti, tra cui il progetto accoglienza, che permette ai ragazzi di conoscersi all’inizio del primo anno di scuola media, seguendo un percorso partecipativo volto alla creazione del gruppo classe, per il miglioramento dell’apprendimento. Inoltre, un ciclo di assemblee mensili tra i ragazzi, gestite da rappresentanti di classe eletti dai compagni stessi, in cui i ragazzi sono chiamati a svolgere compiti specifici, con responsabilità crescenti dalla classe prima alla terza secondo il principio della peer education. E poi, i laboratori Matefitness, lo sport, ecc., tutto al fine di migliorare l’apprendimento attraverso la coesione interna al gruppo, che spesso viene trascurata a questo livello di istruzione: non si tiene conto di quanto questa sia un’età difficile, un periodo di passaggio in cui gli alunni sono sì abbastanza grandi, ma ancora troppo piccoli e in un momento troppo delicato per essere lasciati a loro stessi».

    I giovani migliorano la scuola: il progetto

    Assumersi responsabilità e, in questo modo, crescere: il progetto prevede l’istituzione di rappresentanti di classe (pratica di solito comune nelle scuole superiori) già nelle scuole medie, per il coordinamento di assemblee mensili, in cui vengono discusse proposte per il miglioramento della vita nella scuola e lo svolgimento di ‘compiti di realtà’. I rappresentanti, dopo ogni assemblea, si incontrano con docenti e dirigente scolastico per condividere le proposte emerse in classe e cercare una strategia di realizzazione.

    Racconta la direttrice: «Il ruolo dei rappresentanti di classe è di responsabilità: anche se c’è sempre la supervisione di un docente, i ragazzi sono gli attori del processo decisionale e gestionale. L’obiettivo delle assemblee è fare proposte per il miglioramento della scuola: ad esempio, l’anno scorso grazie all’idea dei ragazzi e alla disponibilità anche dei loro genitori (con finanziamenti del Comune di Genova), abbiamo ridipinto la scuola e realizzato murales al piano terra. I ragazzi devono affrontare ogni anno tre compiti di realtà nel corso delle assemblee, ovvero situazioni concrete, con caratteristiche e condizioni particolari, che devono gestire insieme, prendendo decisioni e cooperando verso una soluzione. I compiti variano per ogni classe: le prime e le seconde hanno organizzato il mercatino di Natale; le terze l’Open Day per l’orientamento aperto alle classi delle elementari, con laboratori di arte, danza, inglese, per dare assaggi delle attività svolte qui durante l’anno. I ragazzi, in questi contesti, curano tutti gli aspetti e prendono decisioni, assumendosi le responsabilità delle scelte. Alla fine, si rendono conto di essere in grado di fare molte più cose di quel che pensavano: esplorano le loro capacità, mettono in discussione i loro limiti. Inoltre, queste situazioni permettono anche ai docenti di esplorare le dinamiche del gruppo classe e di tenere a bada eventuali conflitti e prevaricazioni di un gruppo sull’altro».

    Inoltre, in ogni classe vengono nominati anche “incaricati“, ovvero, come spiega la direttrice: «soggetti di due tipi: i primi sono figure a rotazione, per la gestione dei ruoli all’interno della classe, come contattare i compagni assenti per dargli i compiti, ecc.; gli altri sono annuali, e si occupano di gestire temi importanti, partecipando a incontri con esterni, secondo il metodo della peer education».

    Questi ultimi, in particolare, sono persone preposte allo svolgimento di compiti stabiliti: ad esempio, vi sarà chi sarà incaricato di gestire la sicurezza in classe, oppure chi si occuperà della raccolta differenziata, e così via. Questi soggetti dovranno sottoporsi periodicamente a incontri e seminari con esperti, e poi dovranno informare e rendere edotti i compagni, trasmettendo loro le nozioni apprese, secondo un metodo piramidale. Come detto, il principio alla base è quello della peer education, per cui i ragazzi incaricati svolgono  il ruolo di guida per i compagni di classe, per la condivisione di conoscenze attinenti all’incarico. Il metodo, sperimentato ormai frequentemente e accreditato come efficace, fa in modo che gli incaricati, dovendo spiegare poi ai compagni, siano più stimolati ad apprendere e memorizzare nozioni, con una padronanza più profonda data dalla responsabilità dell’incarico. Dall’altra parte, i compagni di classe cui la spiegazione è rivolta sono più aperti e predisposti a fare domande e continuare la discussione.

    A questo proposito, sono andati a costituirsi due gruppi principali per ogni classe (cui di volta in volta, a seconda delle necessità, se ne possono aggiungere altri). Il primo si occupa della sicurezza, in cui gli “aprifila” e “chiudifila” di ogni classe si occupano di tematiche relative alla sicurezza dentro e fuori la scuole (evacuazione in caso di pericolo, primo soccorso). Gli incaricati incontrano rappresentanti dei vigili del fuoco, protezione civile, ecc. e poi trasferiscono ai compagni quanto emerso negli incontri. Allo stesso modo, l’altro gruppo si occupa della raccolta differenziata: qui gli incaricati approfondiscono tematiche di scientifico-ecologiche e legate al ciclo dei rifiuti, grazie ad esperti.

    È presente anche un comitato dei ragazzi, per concretizzare la partecipazione a forme di rappresentanza democratica e assunzione di responsabilità nelle decisioni.

    Il progetto “Accoglienza”

    Un progetto pensato per inserire gli alunni nel nuovo ambiente scolastico, creando un contesto emotivo coinvolgente dal quale scaturisca la motivazione ad apprendere. L’obiettivo è creare senso di appartenenza alla scuola: dalla reciproca conoscenza nasce una clima di fiducia. Il progetto prevede percorsi che coinvolgono ragazzi, docenti e anche i genitori degli alunni, che sono chiamati a rendersi disponibili e cooperativi in vari modi.

    «Il progetto coinvolge i genitori e gli alunni di prima per i primi dieci giorni di scuola, in cui vengono esposte le proposte progettuali e didattiche, e si svolgono attività ludiche per consolidare il gruppo classe. Poi ancora, nel corso dell’anno, ci sono altre attività, come uscite in barca a vela, trekking e settimana bianca, per studiare le dinamiche del gruppo fuori dal contesto strutturato e limitato della classe. L’accoglienza continua anche nelle seconde e terze classi, naturalmente in misura minore: in particolare, le terze svolgono attività di accoglienza delle future prime e fanno orientamento per i bambini delle elementari».

    Il progetto “Continuità”

    Un itinerario che, grazie alla cooperazione e disponibilità degli alunni delle medie, accompagna i bambini delle classi quinte delle scuole elementari alla scoperta della scuola secondaria. Per presentare le proposte formative e potenziare la collaborazione tra alunni delle due scuole, per rendere l’ingresso dei più piccoli nella nuova scuola meno traumatico. Gli alunni delle elementari hanno la possibilità di partecipare a laboratori didatti ed esperienze gestite da quelli delle medie, in cui hanno la possibilità di rivolgere domande a ragazzi e docenti.

     Cyber bullismo

    Un altro progetto cui la scuola aderisce, ministeriale, riguarda la problematica del cyber bullismo e dei problemi in cui possono incappare i più giovani nella rete. L’iniziativa nasce da “Safe Internet“, progetto che ha coinvolto un gruppo di alunni scelti per partecipare a corsi e seminari, sempre nell’ottica della peer-education. Lo scorso 30 aprile è stato presentato dalle classi un resoconto di quanto appreso nell’ambito di questa esperienza: non si può impedire ai ragazzi di avvicinarsi alla rete, si può in compenso monitorare ed educare.

    Progetto “Orientamento”

    Un percorso trasversale e interdisciplinare che si sviluppa nel corso del primo ciclo di istruzione, attraverso esperienze curriculari ed extra-curriculari per la conoscenza extrascolastica e del mondo delle professioni: un percorso per sollecitare nei ragazzi una riflessione sulle proprie attitudini e interessi. Il lavoro viene portato a termine nelle classi terze, tra settembre e febbraio (deadline per l’iscrizione alla scuola superiore) e comprende attività che coinvolgono ragazzi, docenti, genitori, Provincia e Regione. Oltre alla consuete visite al Salone dell’Orientamento e all’Open Day, anche il progetto PARI per un gruppo di alunni che potrà frequentare per 7 giorni un centro di formazione professionale della Provincia.

    Progetto “Sport e Ambiente”

    Attività di vela (in convenzione con Assonautica), scuola in montagna, trekking (in convenzione con CAI), con esperienza dedicata all’astronomia: un’iniziativa a tappe, che accompagna gli alunni in un percorso integrato di esplorazione diretta dei territori, della morfologia, storia e professioni, della natura animale e vegetale, in contesi meno familiari ai ragazzi.

    I laboratori

    Non mancano anche i laboratori: scientifico, Matefitness, di recupero linguistico e matematico, di conversazione in lingua straniera, di informatica, infine, di storia. Nel primo caso, i ragazzi sperimentano e scoprono le leggi della natura utilizzando un laboratorio attrezzato. Con Matefitness, invece, partecipano per tre mesi a incontri curati dal CNR di Genova, per sviluppare competenze logiche: inoltre, i trainer di Matefitness hanno formato 40 ragazzi della scuola media, che hanno poi trasferito le loro conoscenze ai bambini delle elementari, autonomamente e non coadiuvati dai loro docenti. Il laboratorio di conversazione in lingua straniera, inoltre, si svolge attraverso role play, simulazioni ambientate in un’aula appositamente attrezzata per stimolare situazioni di dialogo quotidiano«I risultati emersi sono interessanti: i ragazzi nell’ambito della peer education con Matefitness – racconta la direttrice – si sono mostrati preparati e disinvolti. Serve attenzione alle relazioni, vogliamo stimolare il senso di cura del grande nei confronti del piccolo, che spesso si perde nella società di oggi. È un modo per dare continuità».

    Attività gratuite e pomeridiane

    Oltre alle consuete attività pomeridiane a pagamento (per il conseguimento del patentino per il ciclomotore o per l’esame Trinity per la lingua inglese), non mancano poi anche attività gratuite in cui i ragazzi possono dedicarsi al giornalismo e alla redazione del giornalino di istituto, oppure alla creazione di murales (sì, avete capito bene), al latino e alla lingua inglese, ma anche a cose più strane come l’arrampicata sportiva, il cineforum e, visto che si tratta di una scuola a indirizzo musicale, è previsto anche tempo da dedicare alla nascita della band di istituto.

    Curiosità

    La direttrice e i docenti lavorano per introdurre un sistema di sanzioni rieducative: no alle sospensioni e punizioni fini a se stesse, che finiscono solo per allontanare i ragazzi; sì a sanzioni mirate, secondo il principio “chi sporca, pulisce”. Coinvolto già un team di psicologi e avvocati che, a titolo gratuito, offrono consulenze per fare un lavoro tarato sul tipo di comportamento scorretto messo in atto dal ragazzo. «Per fortuna non incontro grandi problemi nell’istituto – conferma la dott.ssa Benzoni – anche se un tempo la scuola aveva una cattiva nomea, e questo probabilmente influisce ancora oggi e limita il numero delle iscrizioni. Oggi invece la tendenza si è totalmente invertita e mi ritengo molto fortunata».

     

    Elettra Antognetti

  • Scarpino a rischio chiusura? Livelli anomali di acqua in discarica, allarme rosso dalla Provincia

    Scarpino a rischio chiusura? Livelli anomali di acqua in discarica, allarme rosso dalla Provincia

    Scarpino, discarica di GenovaAnticipato da un quotidiano locale, confermato dalla Regione: Scarpino rischia davvero la chiusura se entro 20 giorni Amiu non darà risposte concrete sul rischio frane e, soprattutto, su alcuni dati anomali riguardanti la quantità d’acqua presente in discarica, quello che tecnicamente si definisce “battente idraulico”. L’ultimatum arriva dalla Provincia che ha già provveduto a sospendere l’autorizzazione al conferimento di rifiuti a Scarpino 2, la parte di discarica attualmente in funzione: un provvedimento che diventerà operativo, appunto, nel giro di meno di tre settimane.

    Nel frattempo, la partecipata del Comune dovrà portare a compimento tutti gli studi e le verifiche tecniche per evitare che la “rumenta” di Genova e provincia debba essere smaltita fuori regione, con costi esorbitanti che non potrebbero far altro che ricadere sui cittadini attraverso un aumento delle bollette della spazzatura a partire dal 2015.

    L’assessore comunale all’Ambiente, Valeria Garotta, è apparsa comunque piuttosto tranquilla: «Amiu sta valutando con l’ausilio di tecnici esperti la stabilità della discarica sotto tanti gli aspetti che devono essere presi in considerazione. Gli strumenti topografici che monitorano gli eventuali spostamenti di terreno in discarica danno tutte le rassicurazioni del caso, nel senso che non ci sono spostamenti del corpo dei rifiuti neppure di un millimetro».

    Ma su questo punto ci aveva già rassicurato la scorsa settimana il presidente di Amiu (qui l’approfondimento), affermando che «anche nei periodi di maggiori piogge il terreno non si è spostato di un millimetro».

    Lo stesso Castagna, però, aveva ammesso che le verifiche di stabilità chieste dalla Provincia in merito alla quantità di acqua contenuta all’interno della discarica fossero ancora incomplete: «Nei 60 giorni che ci venivano dati a disposizione – ricordava Castagna – non potevamo far altro che utilizzare gli strumenti di rilevazione attualmente posizionati che, però, sono limitati e non ci forniscono una fotografia globalmente attendibile. Abbiamo perciò fatto una gara per dotarci di nuovi piezometri che andremo a posizionare nelle prossime settimane per avere a settembre un quadro più globale e completo».

     A questo punto, però, settembre è troppo tardi. Il futuro di Scarpino deve giocarsi su questo campo entro i prossimi 20 giorni. «Gli strumenti che rilevano il livello idrico della falda all’interno della discarica – spiega l’assessore Garotta – dicono che la situazione al piede di Scarpino è nella norma mentre sembra esserci un punto della discarica in cui il livello della falda è più elevato probabilmente a causa della presenza d’acqua. È qui che Amiu sta concentrando le proprie verifiche per capire che origine abbia quest’acqua. Siamo i primi ad essere interessati che la discarica sia sicura e stabile, per cui contiamo in questi giorni di avere tutti gli elementi necessari per capire se i rifiuti non solo del Comune ma anche della provincia di Genova potranno continuare ad essere abbancati a Scarpino».

    Intanto, però, una nota della Regione fa sapere che sono stati avviati i primi contatti informali con altre Regioni per la stipula di eventuali accordi di programma che consentano di trovare una soluzione immediata nel caso in cui dovesse essere confermata la chiusura del sito genovese.

    Simone D’Ambrosio

  • Regione Liguria, quando le “spese pazze” sono quelle non effettuate

    Regione Liguria, quando le “spese pazze” sono quelle non effettuate

    Palazzo della RegioneRitornello vuole che le casse degli enti pubblici siano sempre più vuote, eppure quando esistono strumenti finanziari concreti – siano essi fondi comunitari, risorse nazionali, o fonti miste di cofinanziamento – e sarebbe possibile usufuire di significative risorse, immancabilmente lo Stato e le sue articolazioni territoriali si fanno sfuggire l’occasione, soprattutto a causa della carenza di specifiche capacità progettuali e gestionali, sia a livello centrale che locale. È questo il caso della Regione Liguria e del mancato utilizzo del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) 2007-2013: su una disponibilità iniziale di 342 milioni di euro – poi ridottasi a circa 270 milioni, comunque sia un discreto salvadanaio – l’amministrazione ligure, finora, ne ha effettivamente rendicontati ai fini della richiesta di rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico, soltanto poco più di 53 (in pratica 1/6 del totale).

    «Le responsabilità della Giunta sono enormi – attacca Lorenzo Pellerano, consigliere regionale d’opposizione (Lista Biasotti) che ha sollevato, in particolare, la questione del non utilizzo dei finanziamenti dedicati a “Ricerca e Innovazione” (57 milioni di euro compresi nel più ampio contesto del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione), e che presto presenterà una serie di interrogazioni sul tema FSC – l’opportunità di ottenere queste risorse non è ripetibile, e sostenere, come qualcuno sta iniziando a fare, che gli stessi finanziamenti verranno “caricati” sui nuovi programmi di intervento, è fuorviante: quei fondi, una volta persi, sono persi e basta: non li vedremo più».

    Cos’è il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC)

    Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) è lo strumento finanziario alimentato con risorse aggiuntive nazionali attraverso cui lo Stato Italiano persegue il principio della coesione territoriale sancito dall’Articolo 119 della Costituzione. Il Fondo è stato istituito con la Legge Finanziaria 2003 come Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS).
    Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione e i Fondi Strutturali dell’Unione Europea condividono gli obiettivi generali di policy, la stessa tempistica di programmazione su cicli settennali – allo scopo di garantire l’unitarietà e la complementarietà delle procedure di attivazione delle rispettive risorse – e lo stesso Sistema di Monitoraggio Unitario, gestito dalla Ragioneria Generale dello Stato e alimentato con i dati dei progetti finanziati. Rispetto alle risorse comunitarie, la cui programmazione è strettamente articolata per Programmi Operativi, le risorse FSC vengono assegnate dal CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) con diverse modalità che nel corso del ciclo 2007-2013 hanno individuato Programmi Attuativi Regionali, Programmi di altra natura o specifici progetti finanziati mediante delibere con destinazione settoriale o territoriale.

    Le risorse totali originariamente assegnate al Fondo FSC per il settennio 2007-2013 ammontavano a circa 64 miliardi di euro, che a fronte della crisi economica degli ultimi anni e dei suoi effetti congiunturali sul bilancio dello Stato, sono stati progressivamente ridotti per la copertura di vari interventi di risanamento.
    Al 31 dicembre 2013, i circa 10 mila progetti finanziati con FSC visualizzati su OpenCoesione – iniziativa del Ministero per la Coesione Territoriale che mette a disposizione i dati delle politiche di coesione a cittadini, amministrazioni italiane ed europee, ricercatori e media (www.opencoesione.gov.it) – assorbono circa 19 miliardi di euro del Fondo, di cui 14,4 disponibili come assegnazioni CIPE e 4,7 come progetti in attuazione.
    Con riferimento ai progetti in attuazione “si evidenzia che rispetto ad un finanziamento FSC di 4,7 miliardi, il loro valore complessivo ammonta a 8,8 miliardi: questo rispecchia la caratteristica della programmazione FSC di attrarre in misura significativa anche ulteriori risorse finanziarie rispetto al Fondo, che si sommano quindi a quelle specificamente destinate alla coesione”.
    La data del 31 dicembre 2013 rappresenta la conclusione del settennio a cui fa riferimento il ciclo di programmazione 2007-2013, tuttavia non coincide con l’effettivo termine dell’attuazione dei progetti del ciclo stesso. In base alla regola dell’ “n+2” – che fissa al 31 dicembre 2015 il termine ultimo di ammissibilità della spesa rendicontabile alla Commissione europeai progetti dei Fondi Strutturali potranno continuare a beneficiare del contributo finanziario dei relativi Programmi per altri due anni, sovrapponendosi all’avvio nei prossimi mesi del ciclo di programmazione 2014-2020.
    Per i progetti della programmazione del Fondo Sviluppo e Coesione, invece, l’attuazione potrà proseguire anche oltre il 2015.

    Programma PAR-FSC 2007-2013 in Liguria

    Consiglio regionale LiguriaLa relazione sullo stato di attuazione del “Programma PAR-FSC (ex FAS) 2007-2013 al 31/12/2013“, redatta nel febbraio scorso al fine di fornire al Consiglio della Regione Liguria il quadro attuale della situazione in vista dell’imminente riprogrammazione 2014, spiega nel dettaglio le scelte regionali alla base del piano finanziario vigente (secondo l’ultima rimodulazione di novembre 2013) che dovrebbe garantire l’accesso alle risorse disponibili.

    La disponibilità iniziale per il programma regionale ligure ammontava a 342,064 milioni di euro (M) ridottasi a 320,562 M (deliberazione cipe 1/2009) e successivamente a 288,507 M (Legge 122/2010); la legge di stabilità 2014 riduce ulteriormente tale disponibilità a 270,548 milioni.
    Anche in presenza di riduzioni della dotazione finanziaria “la Regione ha comunque deciso di avviare un programma pieno – si legge nel documento – definito cioè sulla base della disponibilità iniziale (342,064 M, ndr), fermo restando il recupero delle economie derivanti dai ribassi d’asta, nonché dalla rinuncia di alcuni beneficiari, per ricondurre le somme alle disponibilità reali”.

    Il Par ha subito due modifiche relative rispettivamente: alla riprogrammazione 2012 “con l’adeguamento del programma alle sopravvenute esigenze (fenomeni alluvionali e mutate condizioni del quadro economico nazionale, nonché regionale), modifica che ha comportato l’introduzione dell’Asse E “Sanità” per 30 M e di una linea specifica per gli interventi sulla viabilità e su infrastrutture danneggiate dagli eventi alluvionali dell’ottobre-novembre 2011 per 16 M”; rimodulazione di novembre 2013 “con ulteriore riassestamento degli interventi sulla base delle reali capacità di realizzazione da parte delle stazioni appaltanti. In tal senso sono stati introdotti alcuni interventi (scolmatore del Bisagno, aggiustamenti in merito agli interventi sulle infrastrutture danneggiate dall’alluvione, minori risorse destinate ai vari progetti, sulla base degli importi rideterminati in relazione ai ribassi d’asta)”.

    Nel complesso – al 31/12/2013 – le stazioni appaltanti hanno perfezionato impegni complessivi per 155,970 milioni di euro, ed effettuato pagamenti per un totale di 116,624 M. Su tali importi l’impegno – in termini di quota FSC – ammonta a 79,194 M e la quota di spesa FSC rendicontabile ai fini del rimborso è pari a 53,702 milioni.

    Analizzando il piano finanziario e l’attuale livello di spesa scopriamo così che in diversi ambiti – molti dei quali strategici – le quote FSC effettivamente rendicontate ai fini della richiesta del rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico, sono spesso decisamente modeste.

    L’Asse A “Competitività del sistema economico” è suddiviso in Sub Asse A1 “Ricerca e Innovazione” e Sub Asse A2 “Accessibilità e mobilità sostenibile”. La quota FSC (secondo la rimodulazione di novembre 2013) prevista per il Sub Asse A1 è 57 milioni di euro complessivi (di cui 25 M “Insediamento Facoltà di Ingeneria nel Polo tecnologico degli Erzelli“; 25 M “Distretto ligure per le tecnologie marine”; 6,5 M “Poli universitari decentrati”; 20,5 milioni “Programma triennale per la ricerca e la innovazione”). Ebbene, fino ad oggi, la quota rendicontata è pari a zero euro per tutte e quattro le voci di impegno di spesa.

    Nel Sub Asse A2 (quota FSC prevista 90 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 22,9 M), tra gli impegni di spesa non rendicontati, oppure pagati in misura minima, spiccano: “Terzo lotto dell’Aurelia bis di La Spezia (25 M, zero euro rendicontati); “Tunnel stradale Fontanabuona (25 M, quota FSC pagata 1,3 M); “Interventi su viabilità e infrastrutture danneggiate dall’alluvione” (16 M, quota FSC pagata 1,7 M); “Costituzione di un fondo per la diffusione mobilità sostenibile” (563 mila euro, quota FSC rendicontata 6 mila euro).
    Per fortuna nel Sub Asse A2 c’è anche un esempio positivo, per altro l’unico in tutto il piano: “Metropolitana di Genova completamento De Ferrari-Brignole” (17,4 milioni di euro, quota Fsc rendicontata 17,4 M).

    L’Asse B “Competitività del sistema ambiente e territorio” è suddiviso in Sub Asse B1 “Miglioramento qualità ambientale e territoriale” (quota FSC prevista 69,8 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 8 M) e Sub Asse B2 “Tutela e valorizzazione risorse ambientali e culturali” (quota FSC prevista 71,2 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 6,2 M).
    Nel Sub Asse B1 gli impegni di spesa non rendicontati, oppure pagati in misura minima, sono: “Regimazione idraulica tratto terminale Entella” (8 M, quota FSC pagata 229 mila euro); “Regimazione idraulica tratto terminale Nervia” (4 M, quota FSC rendiconta 154 mila euro); “Riqualificazione Comune di Arcola” (8 M, zero euro rendicontati); “Riconversione del parchi ferroviari di Busalla e Ronco” (1,5 M, zero euro rendicontati); “Completamento infrastrutturazione viaria Polcevera” (2,4 M, quota FSC pagata 144 mila euro); “Nuove opere pubbliche completamento lungomare Deiva Marina” (1,6 M, zero euro rendicontati); “Programmi strategici regionali” (27,6 M, quota FSC rendicontata 3,3 M); “Scolmatore torrente Bisagno 1° Lotto (5 M, zero euro rendicontati).
    All’interno del Sub Asse B2 troviamo l’intervento – “Grandi schemi fognari e/o impianti di depurazione” – per cui è stata impegnata la quota FSC più sostanziosa, ovvero 33,5 milioni di euro. Tuttavia, la quota FSC effettivamente rendicontata è pari ad appena 240 mila euro.
    Ma meritano una menzione speciale anche i seguenti casi: “Interventi di valorizzazione del patrimonio culturale” (13,6 M, quota FSC rendicontata 2,1 M); “progetto integrato Sistema Parchi e Alta Via Monti Liguri” (7 M, quota FSC pagata 508 mila euro); “Completamento rete ciclabile ligure, valorizzazione e promozione” (5,5 milioni, zero euro rendicontati).

    Infine, nell’Asse C “Sviluppo capitale umano”, Sub Asse C1 “Modernizzazione sistema istruzione e formazione”(quota FSC prevista 17, 7 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 4,9 M) salta evidentemente all’occhio l’intervento “Alta formazione professionale – Istituti Tecnici Superiori” (4,1 M, zero euro pagati).

    Il documento regionale spiega poi nel dettaglio le modalità per ottenere in concreto le risorse allocate per le singole regioni. “A parte la prima erogazione prevista (a titolo di anticipo) all’approvazione del Programma, le successive erogazioni (acconti intermedi e finale) sono legate all’avanzamento del programma”. L’ultima certificazione effettuata dall’organismo di certificazione in data 14-02-2013 “ha consentito di formulare la richiesta relativa al secondo acconto e pertanto, allo stato attuale, risultano accertati in entrata 69,2 milioni di euro di rimborso. Viceversa l’attuale livello di spesa – 53,7 milioni – non è ancora sufficiente a formulare la richiesta per il successivo terzo acconto”, che consentirà di portare il rimborso a quota 92,3 milioni di euro (le soglie di spesa per la richiesta di acconti sono calcolate sull’importo complessivo intermedio di 288,5 M, mentre la disponibilità effettiva, dopo la Legge di Stabilità 2014, si riduce a 270,5 milioni).

    Per quanto riguarda l’imminente prossima riprogrammazione 2014 “il MISE (Ministero dello Sviluppo Economico, ndr) ha chiesto che venga effettuata una riprogrammazione ritarata sui 290-300 M, con un margine di circa il 10% rispetto alla dotazione ufficiale, onde assorbire le eventuali economie che si dovessero registrare prima della chiusura del programma”. La Regione Liguria “prevede una riprogrammazione con l’incremento delle risorse dedicate: all’Asse E “Sanità”; all’alluvione (estendendo gli interventi anche ai fenomeni del 2012); sulla base del rinvio alla successiva fase (2014-2020) degli interventi non realizzabili, e quindi non rendicontabili, nei tempi previsti dell’attuale ciclo di programmazione, delle rinunce dei beneficiari stessi, delle ulteriori economie derivanti da ribassi d’asta”.

    «Per spendere adeguatamente le risorse nazionali ed europee la Regione Liguria dovrebbe possedere una forte capacità strategica – spiega il consigliere regionale Lorenzo Pellerano – Con un sistema di progettazione, monitoraggio e rendicontazione ben strutturato. E competenze specifiche negli uffici regionali deputati ad occuparsi di queste tematiche. Io, invece, ho l’impressione che gli uffici interni, perlomeno, non siano adeguatamente valorizzati. La Regione, insomma, deve mettersi profondamente in discussione se vuole migliorare la performance di spesa del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione e dei Fondi Strutturali comunitari».
    «In corso d’opera la Regione ha introdotto alcuni indirizzi di spesa per accelerare l’utilizzo dei fondi su tematiche particolarmente urgenti, quali la Sanità (Asse E), e ciò può avere un senso – sottolinea Pellerano – Quello che, invece, non ha senso è nominare continuamente simili risorse, comunitarie e non, per ipotizzare gli impegni più svariati. Si tratta di un atteggiamento fuorviante perchè il FSC, ad esempio, è un fondo espressamente destinato a sostenere lo sviluppo e la coesione. Infine, per quanto riguarda la riprogrammazione 2014, non mi sembra ipotizzabile impiegare lo stesso schema che finora ha dimostrato di non funzionare».

    «Man mano che le stazioni appaltanti raggiungono determinate soglie di spesa l’amministrazione regionale può chiedere le contestuali tranche di rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico – risponde l’Autorità di gestione del programma FSC 2007-2013 Regione Liguria – Il termine ultimo del 31 dicembre 2015 si riferisce all’attuazione dei progetti compresi nel programma del ciclo 2007-2013. Per quanto riguarda molti di essi, in effetti, il termine è sancito al 31/12/2015. Per altri progetti, invece, quelli considerati “strategici” che finiranno in accordi di programma quadro, ad esempio tutti gli interventi relativi alla Sanità che inseriremo nella riprogrammazione 2014, il termine conclusivo previsto è la fine del 2018»».
    Dall’Autorità di gestione ostentano sicurezza affermando che gli interventi partiti riusciranno a concludersi entro il dicembre 2015, mentre i progetti ad oggi non ancora avviati, inevitabilmente, non potranno essere portati a termine.
    «Il piano di riprogrammazione 2014 – anticipa l’Autorità di gestione del programma FSC 2007-2013 – sarà tarato su circa 303 milioni. E l’amministrazione conta di accelerare per validare al più presto una soglia di spesa intorno ai 63-64 milioni, in modo tale da ottenere il terzo acconto del rimborso ministeriale».
    «Migliorare la performance di spesa della Regione Liguria è particolarmente difficile – conclude l’Autorità – considerando che le stazioni appaltanti, come i Comuni, si trovano a confrontarsi con il Patto di Stabilità ed altri vincoli stringenti, senza dimenticare i problemi che affliggono le piccole e medie imprese del territorio. Comunque sia, diversi uffici regionali, a seconda delle differente tematiche di interesse, sono attivamente impegnati sull’FSC così come sui Fondi Strutturali europei».

     

    Matteo Quadrone

  • Elezioni europee, il vademecum. Dalla Maddalena a Bruxelles, campagna di sensibilizzazione al voto

    Elezioni europee, il vademecum. Dalla Maddalena a Bruxelles, campagna di sensibilizzazione al voto

    Parlamento-europeoNei paesi dell’Unione Europea si vota dal 22 al 25 maggio per l’elezione dei 751 deputati del Parlamento Europeo. Domenica 25 maggio gli italiani saranno chiamati alle urne per votare i 73 deputati che rappresenteranno il Paese.

    Cosa sanno i giovani delle prossime elezioni, cosa pensano e soprattutto chi voteranno? A poche settimane dalle elezioni torna a sentirsi in giro un trito ritornello. I giovani italiani sono lontani dalla politica. Seguono pochissimo, non si interessano alle notizie quotidiane, ignorano nomi, cariche, provvedimenti in discussione in Parlamento così come le dinamiche di partiti e movimenti. E quindi, alla fine, neanche votano. Tutto vero? Non sembra proprio. Infatti, secondo un’indagine di #‎Eurobarometro e dell’Office for National statistics britannico, il quadro non corrisponde a quello che raccontano le tornate elettorali. Anzi: i ragazzi italiani fra i 18 e i 24 anni nel 71% dei casi ci hanno provato almeno una volta, a tracciare quella croce o scrivere quel nome. Per molti, vista l’età, è stata anche l’unica in cui hanno avuto l’opportunità di farlo, dunque si tratta di un patrimonio di partecipazione da tutelare. È un dato che ci mette in vetta a livello europeo davanti a Grecia, (66%), Francia (64%), Spagna (61%), Olanda (60%) e altri vicini come Germania, Polonia, Svezia, Ungheria e Regno Unito. In questi ultimi due Paesi il tasso scende addirittura sotto il 40%.

    Il 9 maggio, venerdì scorso, era la Festa dell’Europa nonché l’anniversario della Dichiarazione Schuman, il discorso che il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman tenne a Parigi nel 1950 per la creazione di una nuova forma di cooperazione politica che avrebbe promosso la pace tra le nazioni europee. La proposta di Schuman è considerata l’atto di nascita dell’integrazione europea. A Genova, e in contemporanea a Milano, Firenze, Perugia, Napoli,  Palermo e Ancona, è stata organizzata la campagna istituzionale Lascia in segno in Europa, una fitta rete di iniziative di informazione e sensibilizzazione al voto, organizzata nell’ambito del programma comunitario “Gioventù in azione” e rivolta a stimolare la partecipazione al voto dei giovani italiani e ad informare i giovani sulle opportunità culturali e formative offerte dall’Unione Europea.

    “Lascia il Segno” alla Maddalena

    L’evento genovese (organizzato da Yeast, associazione di Promozione Sociale Youth Europe Around Sustainability Tables, coadiuvata dall’associazione di quartiere Ama, Civ Maddalena e Cooperativa Il Laboratorio) si è svolto alla Maddalena, ragazze e ragazzi, famiglie, bambini, persone di tutte le età hanno affollato Piazza Lavagna e il resto del quartiere; hanno mangiato, bevuto (tutto grazie agli esercizi della piazza, convenzionati) e ballato. Non mancava nessuno: erano presenti tutte le realtà attive del quartiere, da A.Ma. al Civ Maddalena. C’eravamo anche noi e grazie ai tweet di #EraOnTheRoad (per i più distratti qui c’è lo storify) abbiamo raccolto le voci dei protagonisti. I soci di Yeast e Ama, e altri giovani volontari, si sono resi disponibili a dare informazioni, naturalmente non legate ad alcuna parte politica (era la Festa dell’Europa, non una campagna elettorale!), con l’allestimento di spazi informativi e la distribuzione di materiale divulgativo (fumetto, cartoline, video, materiale cartaceo del Parlamento europeo). Uno sconto nei bar della zona era previsto solo per coloro che si fossero prima fermati al gazebo informativo di Yeast, avessero preso volantini e materiale e avessero… fatto una foto, in un set molto particolare. Ecco alcuni dei risultati migliori.

    Elezioni europee, il vademecum

    L’importanza

    Le prossime elezioni europee segnano una svolta, perché per la prima volta i partiti hanno espresso in anticipo la preferenza sul futuro presidente della Commissione. La Commissione europea è l’organo esecutivo e di propulsione dell’Unione europea. L’art.1 del Trattato sull’Unione europea rappresenta “una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa, in cui le decisioni siano prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini.” Grazie al voto si può avere voce nel processo di integrazione in continuo divenire.
    Si eleggeranno i 751 deputati del Parlamento europeo, in carica per i prossimi cinque anni a rappresentare gli interessi degli elettori di fronte ai colleghi di tutta Europa. A seguito dell’adesione della Croazia all’UE nel luglio 2013, i deputati al Parlamento europeo sono diventati 766, ma questo numero sarà ridotto a 751 alle elezioni del 2014, in rappresentanza di oltre 500 milioni di cittadini. I seggi sono ripartiti secondo il principio di “proporzionalità decrescente”, per cui più deputati sono assegnati a Paesi più popolosi (in Italia verranno eletti 73 deputati: il numero più alto, dopo Germania con 96, Francia con 74, e a pari merito con UK)  e viceversa quelli con minore consistenza demografica saranno meno rappresentati (solo 6 rappresentanti per Cipro, Malta, Lussemburgo, Estonia, pur avendo più seggi di quanti sarebbero previsti applicando strettamente il principio di proporzionalità).

    In Italia le istituzioni della Ue per decenni sono state considerate secondarie, un ricovero per politici in pensione che non potevano riciclarsi nei rispettivi Parlamenti. Oggi qualcosa sta cambiando, per molti l’Europa è un trampolino di lancio verso una carriera internazionale e il ruolo ricoperto è di grande responsabilità e competenza: scegliere bene i candidati è fondamentale. Ad esempio, meglio preferire quelli che parlano uno o più lingue straniere, hanno competenze comprovate su tematiche di interesse generale e di ampio respiro, e portano avanti battaglie di dominio pubblico. Secondo la normativa dell’UE, diverse cariche sono incompatibili con quella di deputato al Parlamento europeo. Un deputato non può essere membro di un governo nazionale o di un parlamento nazionale, né un funzionario attivo di altre istituzioni europee.

    Quando?

    Le elezioni europee 2014 si svolgono nei 28 Stati membri dell’Unione in 4 giorni, dal 22 al 25 maggio. Ciascun Paese era libero di scegliere una data in cui recarsi alle urne. I risultati di tutti i 28 Stati saranno annunciati la sera di domenica 25 maggio.

    Quali sono i partiti?

    I movimenti politici transnazionali sono 13 (qui la lista), riuniti in vari gruppi confederali. I principali sono il Partito Popolare Europeo PPE e il Partito Socialista Europeo S&D (il Pse al Parlamento europeo fa capo al gruppo parlamentare S&D Socialisti e democratici). Cinque di loro hanno nominato un candidato alla presidenza della Commissione, che andrà a sostituire l’attuale leader Barroso. Il PPE ha nominato Jean-Claude Juncker, ex primo ministro del Lussemburgo ed ex presidente dell’Eurogruppo; il candidato dei socialdemocratici è Martin Schulz, attuale presidente del Parlamento Europeo, sostenuto anche dal premier Renzi e dal PD; Liberali e Democratici hanno indicato Guy Verhofstadt, ex primo ministro del Belgio e attuale leader del gruppo dei Liberali al PE; i Verdi, invece, hanno scelto una coppia di deputati, il francese José Bové e il tedesco Ska Keller; infine, candidato per la Sinistra Europea è Alexis Tsipras, leader del partito greco SYRIZA, in Italia rappresentato dal gruppo L’Altra Europa.

    Le novità di queste elezioni

    Questa è l’unica occasione a livello europeo in cui gli elettori sono chiamati ad esprimere una preferenza, mentre negli altri casi (Commisione europea ed elezione del Presidente) l’elezione non è diretta. Il Parlamento, unica istituzione europea eletta a suffragio diretto, è oggi uno dei cardini del sistema decisionale europeo e contribuisce all’elaborazione di quasi tutte le leggi dell’UE in parità con i governi nazionali.

    Inoltre, sono anche le prime elezioni dopo il 2009, anno di entrata in vigore del trattato di Lisbona, che ha conferito al Parlamento europeo una serie di nuovi poteri. In primis, una delle principali novità è che, quando i rappresentanti degli Stati Membri nomineranno il successore di José Manuel Barroso alla presidenza della Commissione europea (autunno 2014), dovranno tenere conto dei risultati delle elezioni e nominare il leader della maggioranza scelta dai cittadini (tra Juncker, Schulz, Verhofstadt, Bové e Keller, e Tsipras). La nuova maggioranza politica che emergerà dalle elezioni, inoltre, contribuirà a formulare la legislazione europea per i prossimi cinque anni in settori che spaziano dal mercato unico alle libertà civili.

    Come si vota?

    Le elezioni devono essere a suffragio universale diretto, gratuito e riservato. I membri del Parlamento europeo devono essere eletti sulla base della rappresentanza proporzionale, ma ciascuno può scegliere il sistema che preferisce, con liste aperte o chiuse. In ogni Stato si possono costituire circoscrizioni elettorali e suddivisioni territoriali (come avviene in Italia, in cui i voti sono espressi in collegi elettorali separati, anche se alla fine i risultati delle elezioni sono determinati a livello nazionale).

    In Italia

    Nel voto di domenica 25 maggio (urne aperte dalle 8 alle 22) i 73 seggi che spettano all’Italia saranno scelti con il principio proporzionale “tanti voti, tanti seggi”. Unico limite: la soglia di sbarramento al 4%. Quei partiti che a livello nazionale non raggiungeranno almeno quella soglia non entreranno nell’europarlamento.

    Il territorio nazionale è diviso in 5 circoscrizioni: Nord-Est (14 seggi), Nord-Ovest (20), Centro (14), Sud (17) e Isole (8). Possono votare tutti i cittadini che hanno compiuto 18 anni e sono eleggibili quelli che hanno compiuto 25 anni. Non sono previste coalizioni, con l’eccezione della possibilità di collegamento per le liste delle minoranze linguistiche con un’altra lista.
    L’elettore dovrà scegliere una delle liste candidate semplicemente facendo un segno sul simbolo relativo. Inoltre può esprimere fino a tre preferenze, scrivendo il nome dei candidati negli spazi accanto al simbolo.
    Il Parlamento ha appena introdotto una norma molto discussa sulle cosiddette quote rosa che entrerà in vigore a pieno nel 2019 ma che avrà parziali effetti anche per il voto del 25 maggio: in caso in cui venissero espresse tre preferenze per candidati dello stesso sesso, la terza preferenza sarà annullata. Quindi nell’esprimere tre preferenze bisogna ricordarsi che almeno una deve essere per un candidato di sesso diverso dagli altri due.

    Chi vincerà?

    Si legge sul portale dell’Europarlamento: “Basandosi sull’opinione pubblica negli Stati membri, il Parlamento europeo e TNS Opinion presentano ogni settimana le proiezioni dei seggi dell’emiciclo. Non si tratta di un sondaggio sulle intenzioni di voto, ma della situazione dell’opinione pubblica negli Stati membri sulle elezioni europee del 2014”. Ecco le proiezioni a inizio maggio (Fonte: collaborazione tra il PE e TNS Opinion).

     

    Elettra Antognetti
    con la collaborazione di Stefania Marongiu di Yeast Genova

  • Genova 2021, Città della Tecnologia: il progetto per lo sviluppo high tech. Cosa è stato fatto?

    Genova 2021, Città della Tecnologia: il progetto per lo sviluppo high tech. Cosa è stato fatto?

    Contrasto tra vecchio e nuovo a GenovaTre anni fa la presentazione del progetto Genova 2021 Città della tecnologia aveva attirato attenzioni e aspettative non solo fra gli addetti ai lavori. L’obiettivo dichiarato era e rimane quello di giungere entro il decennio al consolidamento e lo sviluppo dell’high tech a GenovaUn progetto che parte quindi da una forte volontà di matrice industriale, la “paternità” è, infatti, di Dixet (distretto dell’Elettronica e delle Tecnologie Avanzate, costituitosi a Genova nel febbraio del 2001, raggruppa oltre 110 aziende) e Confindustria Genova. «L’idea di fondo – racconta Fabrizio Ferrari presidente dell’Associazione Genova 2021 – è cercare di creare un momento condiviso per imprese e imprenditori per fare dei ragionamenti di tipo strategico su quali tipologie di tecnologie investire e puntare, quali competenze mettere in condivisione per poter creare delle eccellenze sul territorio».

    Le parole chiave sono due: start up e high tech. Gli ultimi dati aggiornati Dixet-Confindustria Genova (marzo 2014) stimano che l’occupazione nel settore high tech nell’area di Genova sia di 14.200 unità, con 150 imprese e 4 miliardi di fatturato. Il numero di start up registrate alla CCIAA all’inizio di aprile era di 26, numero piccolo che diventa ancor più piccolo se consideriamo che comprende non solo le start up innovative. «Va ricordato – aggiunge Ferrari – che il tessuto industriale di Genova è costituito, soprattutto da piccole e medie imprese, anche per questo motivo si è pensato ad un progetto che riunisse più forze in modo da aiutare e coinvolgere anche i più piccoli».

    Nel 2011 viene pubblicato il documento che descrive le intenzioni del progetto Genova 2021, il documento propone il quadro generale del settore sul territorio metropolitano, quali aziende vi operano, di cosa si occupano e quali sono le intenzioni per il futuro. Fra il 2012 e 2013 si cominciano a prospettare soluzioni che possano includere industria e giovani. Poi, la decisione di dare una forma giuridica agli intenti espressi e così, a maggio 2013, viene fondata l’Associazione Genova 2021 – Città della tecnologia. I soci fondatori sono Confindustria Genova e Dixet e quelli promotori (chi ha messo a disposizione il budget per poter realizzare attività) sono Telecom, Banca Intesa Sanpaolo, Banca Carige e Finmeccanica.

    Ecco come si definisce l’associazione sul proprio statuto: “L’Associazione ha per finalità lo sviluppo, la promozione e il coordinamento delle attività e delle iniziative finalizzate alla crescita dei settori ad alta tecnologia costituiti dalle imprese, manifatturiere e non, ubicate nell’area metropolitana di Genova”.

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    Che cosa ha fatto nel concreto l’associazione da quando esiste?
    Ha lanciato tre progetti, che lo stesso presidente ama definire “pensatoi”;  in qualsiasi modo si voglia chiamarli, si tratta di momenti in cui un gruppo di persone, parte di imprese, ognuno con le proprie competenze specifiche, si incontra per condividere le proprie idee riguardo ad un obiettivo comune. Lo scopo è cercare di fare pianificazione, capire cosa si vuol fare, dove si vuole arrivare e come.
    Si è partiti individuando alcuni ambiti di interesse, in parte perché radicati nel territorio e in parte per creare terreni fertili nei quali condividere le capacità esistenti e quelle da inserire nel tessuto economico. «Il fatto di avere più teste intorno al tavolo permette di intercettare trend a livello mondiale (certo non si tratta di rivelare i propri segreti industriali) che probabilmente una singola azienda non potrebbe fare da sola – aggiunge Ferrari – chiaro è che grandi gruppi come Finmeccanica e Telecom hanno fatto un po’ fatica all’inizio, ma poi hanno capito e sposato l’intenzione».

    Vediamo quali tavoli/pensatoi hanno preso il via. Il percorso comune di tutti i “tavoli” prevede l’individuazione di un coordinatore, una prima riflessione interna diretta degli imprenditori coinvolti a cui segue un’apertura e un coinvolgimento delle istituzioni e dell’università. I primi due tavoli sono fortemente verticali e tecnologici: Fabbrica Intelligente e Porto Intelligente. Il terzo, chiamato Smart up di impresa, è dedicato ad un tema orizzontale che può coinvolgere più ambiti imprenditoriali e industriali. Vediamoli nel dettaglio.

    Fabbrica Intelligente

    «Il territorio metropolitano possiede una tradizione di manifattura di alta qualità e per permettere che questa rimanga parte integrante del territorio è necessario che sia sempre più tecnologicamente avanzata” queste le parole del coordinatore del progetto Giorgio Cuttica.
    Digital manifactury (cioè l’uso di un sistema integrato basato su computer che comprende strumenti di simulazione, visualizzazione 3D, analisi e collaborazione, per il processo produttivo) e 3D Printing (stampa 3D o additive manufacturing è un processo di creazione di un oggetto solido tridimensionale di qualsiasi forma da un modello digitale. Si ottiene tramite un processo in cui vengono aggiunti strati successivi di materiale per creare la forma) sono gli ambiti sui quali si sta lavorando.
    L’approdo sul tavolo della stampa 3D si deve al fatto che abbia grande versatilità, sia cioè applicabile a più ambiti industriali e, in più, rappresenti un trend a livello mondiale.
    Proprio a proposito del 3D Printing è stata fatta una prima analisi a verifica della fattibilità per la realizzazione di una start up che se ne occupi. Ora è necessario che qualcuno prenda in carico l’azione e realizzi un business plan, ma in questo caso la situazione sembra di stallo.  Dovrebbero far parte di questa nuova impresa, per ora ancora solo sulla carta, imprenditori del territorio (grandi imprese) e giovani interessati all’attività.

    «La partenza di questo tavolo è stata vivace – racconta Cuttica – una serie di aziende del territorio hanno aderito all’iniziativa e il gruppo di lavoro si è attivato». Il passo successivo – che ancora non si è concretizzato – è trovare un imprenditore che si prenda la responsabilità di realizzare davvero il business plan per la creazione di una nuova impresa. Sicuramente sono molti gli interessati al progetto 3D Printing, ma la realizzazione è lenta. «Quello che conta è la forte volontà di realizzare, con metodi nuovi, manifactury 2.0 di cui il 3d printing è solo uno degli aspetti – sottolinea Cuttica –  vogliamo far nascere un laboratorio che possa mostrare alle aziende quale è il passaggio che devono compiere per essere al passo con i tempi, cioè con il cambiamento che i processi produttivi stanno affrontando. Fino ad oggi – continua il coordinatore – abbiamo perso, e continuiamo a farlo, i processi manifatturieri in cui ciò che contava era la manodopera a basso costo, ci salviamo invece quando a contare è la capacità delle nostre forze lavoro e tecnologie”.

    In parole più semplici è necessario individuare quali possano essere le difficoltà dell’impresa, trovare una soluzione tecnologica che le risolva e aiutare le PMI a inglobarla al proprio interno in modo da poterla utilizzare per fare profitto, fino ad attirare gli interessi delle multinazionali sull’eccellenza genovese.

    Porto Intelligente

    Genova e il suo porto. Commercio, turismo, sicurezza… La tecnologia quanto potrebbe aiutare le attività dello scalo genovese? A questa domanda cerca di rispondere Genova 2021 con il coordinamento di Fabio Bagnoli. «Lo scopo del tavolo di lavoro è definire un’offerta integrata di nuovi sistemi e servizi, che provenga da una filiera di aziende, sia grandi industrie che piccole e medie imprese, appartenenti al tessuto locale – racconta Bagnoli – vorremmo rinsaldare la collaborazione tra i soggetti industriali e le Autorità Portuali, in particolare quella di Genova, di modo da creare un polo di eccellenza a livello internazionale, anche facendo del Porto di Genova una vetrina della tecnologie e delle soluzioni delle nostre aziende».

    Sicuramente si tratta di un tavolo di non facile gestione perché gli attori coinvolti sono molti, e non va dimenticata la regolamentazione europea che governa tutte le pratiche che si svolgono all’interno di un porto. Ad oggi, da quanto ci ha raccontato l’ing Bagnoli, il tavolo si è occupato di fare una valutazione della situazione attuale e dei possibili sviluppi, legati sia alle esigenze degli operatori in ambito portuale sia agli aspetti normativi in via di definizione. Sulla base di quest’analisi e del confronto con l’Autorità Portuale di Genova, si stanno definendo una serie di possibili percorsi, legati ad aspetti di logistica e gestione processi, sicurezza (safety e security), reti di sensori e monitoraggio, sistemi di automazione ed efficientamento energetico.

    Smart up di Impresa

    Un pensatoio dedicato alle start up innovative, come aiutarle ad emergere e a fare profitto. Ne abbiamo parlato con Aldo Loiaconi coordinatore del tavolo.
    «Inizialmente, tramite interviste, è stata fatta una mappatura delle realtà attive sul territorio in modo da capire di cosa concretamente hanno bisogno. Lo scopo finale è realizzare un incontro fattivo fra il mondo industriale e quello delle start up. Mettere insieme strumenti che possano essere d’aiuto, cercare di aggregare tutto ciò che è presente sul territorio e inerente al tema». Fare sistema, dunque, anche sul tema delle start up evitando il proliferare di iniziative che corrono parallele ma non si incontrano né si confrontano.

    Il gruppo di lavoro che si occupa di questo tema è eterogeneo (membri di CCIAA, Università, Selex… e alcuni startupper stessi).
    La prima fase del tavolo ha portato al coinvolgimento diretto alcuni startupper per comprendere le difficoltà incontrate nella creazione di un’impresa. Il dato emerso è che la prima difficoltà è la mancanza di conoscenza del mercato, non riuscire a mettersi in rete, seguita ovviamente dalla mancanza di fondi.
    «Vogliamo arrivare alla definizione di un’organizzazione, un sistema che faccia da supporto a chi vuole creare un start up – sottolinea il coordinatore – se vogliamo usare una parola ricorrente: un incubatore».
    Il processo che dovrebbe portare alla creazione di questo “incubatore” è stato suddiviso in tre fasi.

    Fase 1: creazione di un punto informativo a cui lo startupper si possa rivolgere e confrontare per dare risposta ai suoi dubbi e trovare soluzioni ai problemi. «Una volta stimolata la nascita di un’idea imprenditoriale bisogna fare in modo che questa venga valutata – aggiunge Loiaconi – e fare in modo che si crei un collegamento on i possibili finanziatori e con i facilitatori».
    In questo senso si sta creando un database di persone (indicativamente over 50) che abbiano esperienza imprenditoriale alle spalle da poter investire per dare una mano ai giovani che hanno difficoltà a muovere i primi passi. Gli aiuti sono impiegati principalmente per confezionare la proposta, analizzare il dettaglio tecnico e per quanto riguarda la parte amministrativa e finanziaria.

    La fase 2 comprende tutte le azioni di formazione, tutoraggioL’obiettivo è fare in modo che si creino dei contatti fra chi vuole aprire una nuova impresa tecnologica e i professionisti in grado di aiutarli: un consulente del lavoro, un esperto sulla gestione del brevetto o marchio, ad esempio, o un esperto in fondi pubblici o finanziamenti e così via. Inoltre è stata individuata come possibilità concreta quella di fornire a queste persone un luogo nel quale lavorare, una sorta di co-working presso un’azienda ospitante che in qualche modo sia coinvolta nell’ambito di interesse, il fine ultimo auspicato è la collaborazione fra le due realtà.

    Infine una fase conclusiva di sostegno allo sviluppo, alla visibilità sul mercato e alla promozione per facilitare l’accesso alla rete d’imprese. «Le start up che sono ancora “vive” il secondo anno sono il 10%. In genere il primo anno si tratta di avvio, investimento, non si è ancora sul mercato, si è preso un brevetto, iniziato a lavorare sul prototipo ma il prodotto non è ancora sul mercato, ecco perché la terza fase è importante» conclude Loiaconi.

    Il più recente incontro dell’Associazione Genova 2021 ha fissato delle deadline riguardanti il progetto Smart up di Impresa. Entro luglio 2014 attivare e presentare un’ipotesi di modello e business plan dell’organizzazione/incubatore, entro novembre 2014 attivare e costituire la struttura.

    Nell’attesa qualcosa si è già mosso. Il gruppo di lavoro Smart up di Impresa ha permesso la nascita della start up Mirabilar (http://www.mirabilar.com/), costituitasi nei primi mesi del 2014 grazie alla messa in contatto degli startupper con consulenti ed esperti.

    Erzelli e Expo 2015

    Impossibile non inserire un commento sul Parco Scientifico e Tecnologico degli Erzelli di Genova che, come leggiamo sul white paper Genova 2021, è “una necessità urgente, per dare avvio ad una fase di sviluppo ordinato e sinergico delle molte potenzialità presenti sul territorio”.

    Come già vi abbiamo raccontato in passato (qui l’approfondimento), il progetto Erzelli è in stallo. «È un progetto ancora in fase embrionale – ha dichiarato Fabrizio Ferrari presidente di Genova 2021 – tutti i progetti di cui abbiamo parlato avrebbero la loro collocazione naturale al suo interno, non è nel potere dell’associazione far altro se non esprimere un suo interesse che questo venga realizzato. Il progetto va portato a termine, l’unica cosa sensata è risolvere le questioni in sospeso con buona volontà da parte di tutti nella ricerca di una soluzione univoca».

    Il presidente racconta che qualcosa si sta muovendo anche per Expo2015 «si sta pensando ad un quarto tavolo legato al mondo dell’ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) con un focus sulla realtà aumentata, tema tecnologico, oltre ad essere un tema su cui Telecom (socio promotore ndr) punta molto per l’Expo, abbiamo la speranza di riuscire ad aggregarci a tutta la tematica dell’esposizione».

    Come da premesse, il progetto è ambizioso e sicuramente importante per Genova, staremo a vedere se le attività in stallo si muoveranno e ci auguriamo che l’esempio di Mirabilar non rimanga il solo.

     

    Claudia Dani
    [foto di Daniele Orlandi]

  • La febbre dello spread, che imbroglio! A distanza di tre anni i numeri smascherano l’inganno

    La febbre dello spread, che imbroglio! A distanza di tre anni i numeri smascherano l’inganno

    economia-soldi-finanza-banche-DIUna volta avevamo una politica certo litigiosa e inconcludente, ma che almeno adempiva il compito minimo di alternarsi. Non che io sia un fan della logica del bipolarismo – sia chiaro. Tuttavia l’esistenza di forze di destra, da un parte, e forze di sinistra, dall’altra, salvaguardava almeno l’apparenza che esistesse una competizione per il potere e che questa competizione si misurasse alle elezioni, nei confronti dei cittadini. Poi tutto è cambiato.

    Vi ricordate che giorno era? Era il 5 agosto del 2011. Il giorno prima lo spread tra i nostri titoli di stato a 10 anni e quelli tedeschi aveva toccato quota 400; la BCE aveva cominciato a preoccuparsi e così ci recapitava la famosa letterina a firma Trichet e Draghi (rispettivamente governatore uscente e governatore entrante), con cui informava il premier Berlusconi che si rendeva «necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori». Insomma, era il momento che cominciassimo a svegliarci, perché l’eurotower, purtroppo, non poteva far nulla; se non (bontà sua) indicarci le priorità da seguire (possibilmente per decreto legge, ossia scavalcando il Parlamento):

    1. Misure per la “crescita”: privatizzazioni a tutto spiano, abolizione della contrattazione salariale collettiva, assunzioni precarie e licenziamenti facili;

    2. Misure per i conti pubblici: riduzione automatica del deficit, pareggio di bilancio (meglio se in Costituzione), alzamento dell’età pensionabile e spesa pubblica sotto stretto controllo;

    3. Misure generali: maggiore efficienza della pubblica amministrazione (introduzione di rigidi parametri di performance in tutti i settori) e abolizione delle provincie.

    Da allora è sempre stata questa la vera agenda di tutti i governi italiani. Berlusconi, che non aveva la forza per imporla, fu sostituito da lì a breve (complice un’impennata clamorosa dello spread fino a quota 575). Dopo di lui Monti varò tutte le misure per ridurre i conti pubblici (dal fiscal compact, al pareggio di bilancio, fino alla riforma Fornero), salvo poi ritrovarsi bocciato alle elezioni insieme con tutta la politica di austerità. Nessun problema, naturalmente: quello che era stato fatto era stato fatto. I nuovi governi avrebbero dovuto solo evitare di smantellare le riforme dell’ex-commissario europeo e dedicarsi al resto del programma. In questo Letta ebbe qualche oggettiva difficoltà; per cui fu necessario passare il testimone a Renzi. Ed in effetti oggi il premier è tutto dedito a fare “riforme” del lavoro, a battagliare con i sindacati, ad annunciare privatizzazioni e abolizioni delle provincie: tutto rigorosamente all’interno del solco tracciato dai governatori di Francoforte.

    Fin qui niente di strano: tutto sommato ci siamo legati mani e piedi all’Europa proprio perché avevamo bisogno di una “tutela” esterna, essendo noi così pigri, dissoluti e inaffidabili. Resta il fatto, tuttavia, che il segno tangibile della nostra inadeguatezza, con l’aggravante dell’emergenza (che rendeva impossibile discutere ulteriormente), fu proprio la febbre dello spread. L’Europa non ci stava imponendo nulla: stava solo giungendo in nostro soccorso, per aiutarci a fare quello che noi non avevamo saputo fare, mandando in fibrillazione i mercati. Gli investitori non si fidavano più, non compravano il nostro debito e lo spread saliva alle stelle, minacciando la bancarotta dello Stato: era la dimostrazione che eravamo incapaci di gestirci e non avevamo altra scelta se non farci guidare dalla mano severa, ma giusta, della BCE.

    Qualcuno, però, fece notare che l’impennata dello spread era solo speculazione finanziaria, determinata dall’ambigua politica monetaria della BCE, priva di un preciso mandato per l’acquisto di titoli di Stato (per cui gli investitori potevano scommettere sulla bancarotta di un paese membro). In questo contesto – proseguivano i critici – le politiche di austerità chieste dalla BCE non potevano essere realmente efficaci; mentre le misure proposte per la crescita (liberalizzazioni, privatizzazioni e abbattimento delle tutele al lavoro) non avevano alcuna relazione con il problema dello spread. Dunque – concludevano costoro – la governance europea stava usando la crisi del debito solo per imporre assetti penalizzanti per i lavoratori.

    Queste critiche venivano rigettate parlando di “complottismo” e sostenendo che la speculazione avesse un’origine reale: la nostra inaffidabilità, la crescita negativa e l’alto debito pubblico. Bisognava dunque rispettare gli impegni, ridurre il debito e favorire lo sviluppo senza fare ulteriore spesa: in ultima battuta sarebbe arrivata anche l’occupazione. Il successivo calo dello spread, coerentemente, fu attribuito al risanamento intrapreso da Monti; e non alle tre parole dette da Mario Draghi il 26 luglio 2012, quando, lanciando il programma OMT, promise di fare tutto il possibile («whatever it takes») per tenere in piedi l’euro (cioè quello che fanno tutte le banche del mondo senza dettare condizioni). Tutte queste spiegazioni, però, appaiono totalmente smentite.

    Già a fine 2011 il governo Monti prevedeva per l’anno successivo una lieve recesisione pari a un -0,4%: andò a finire che  crollammo al -2,4%. A metà 2012 sempre Monti prevedeva di nuovo un -0,4% per il 2013: finì con un pesante -1,9%. L’anno scorso il governo Letta prevedeva un +1% per quest’anno, subito contrastato dall’ISTAT che si limitava a un più blando +0,7%. L’altro giorno le previsioni dell’OCSE ci hanno dato al +0,5%, in ulteriore calo rispetto al +0,6% delle stime già aggiornate: qualcuno offre di meno? Se a questo quadro aggiungiamo anche il recente rinvio del pareggio di bilancio, si può ben dire che in termini sia di crescita che di affidabilità stiamo facendo pessime figure.

    Pure il debito pubblico non è in migliori condizioni. Le recenti stime della Commissione UE lo danno prossimo al 135,2% del PIL, mentre nel 2011 eravamo “solo” al 120,1%. Le stesse stime danno anche la disoccupazione a livelli mai raggiunti: 12,8%. In tutto questo bel contesto, che teoricamente dovrebbe essere il terreno ideale per la speculazione, cosa combina lo spread? Schizza alle stelle minacciando di riportarci alla bancarotta? Au contraire, mes amis. Lo spread segna il minimo storico degli ultimi tre anni: 150 punti base.

    Ora, nel 2011 io non ero tra quelli che avevano capito. Io avevo appena cominciato a rendermi conto che c’era qualcosa che non andava. Ma oggi c’è ancora qualcuno disposto a negare che lo spread è stato un imbroglio?

    Andrea Giannini

  • Intrecci Urbani, Genova si copre di lana. Un mese all’insegna dello yarn bombing

    Intrecci Urbani, Genova si copre di lana. Un mese all’insegna dello yarn bombing

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    Lo yarn bombing, letteralmente “bombardamento di filati”, è una nuova forma d’arte che nasce negli Stati Uniti nel 2005. Si tratta di un movimento internazionale che colora le città “vestendo” di lana e cotone statue, alberi, panchine e arredi pubblici. Una street art contemporanea che si esprime attraverso le antiche tecniche del lavoro a maglia e che usa la città come una tela da decorare con originali lavori artigianali

    Il successo della scorsa edizione, culminata in primavera con il grande evento al Porto Antico di Genova, è il biglietto da visita con cui si presenta l’edizione 2014 del progetto Intrecci Urbani. L’azione di yarn bombing (arte di strada che riveste gli arredi urbani e le strutture dei luoghi pubblici con coperture in filato colorato lavorate all’uncinetto o con i ferri) quest’anno coinvolgerà tutta la città. In questa seconda edizione compariranno ben nove installazioni di yarn bombing, nei parchi e nei giardini genovesi.

    Il progetto, promosso anche quest’anno dall’Assessorato Cultura e Turismo del Comune di Genova con la direzione artistica di Emanuela Pischedda dell’Associazione Culturale ColorInscena, si è potuto realizzare anche grazie alla collaborazione dei Municipi che hanno svolto un ruolo attivo nell’organizzazione e nel coordinamento delle attività a livello locale, nella creazione e tenuta delle reti dei partecipanti, nell’organizzazione degli eventi espositivi.

    Rispetto alla scorsa edizione si è passati da 80 a 97 gruppi di lavoro. Hanno aderito al progetto 38 associazioni culturali e della terza età, 12 scuole e istituti di formazione, 7 biblioteche e centri civici, 4 istituti per anziani e 24 strutture di vario genere tra cui asili privati, centri ricreativi e socio-sanitari per anziani e disabili, centri di educazione al lavoro, un gruppo di detenute del Carcere di Pontedecimo, la Banca del Tempo e centri di servizi educativi.

    Il tema sviluppato quest’anno è “Il Bosco Immaginario”. Elementi innovativi del progetto sono l’utilizzo di materiali di recupero e la realizzazione di manufatti tridimensionali. Vedremo quindi piante e animali di fantasia, “mostrilli” colorati e forme astratte realizzate non soltanto con lana ma anche con plastica, bottoni, stoffa, vecchi maglioni riciclati.

    Il programma di Intrecci Urbani 2014

    Il primo allestimento sarà inaugurato a Voltri nei Giardini di Piazza Odicini il 12 maggio alle ore 15. Questo l’elenco delle successive inaugurazioni:

    – Villa Scassi, Via Cantore, Sampierdarena (17 maggio, ore 14.30)
    – Giardini Piazza Manzoni, San Fruttuoso (22 maggio, ore 10)
    – Giardini Villa Bickley, Via Cervetto, Cornigliano (22 maggio, ore 15)
    – Giardini Magnanego, Via C. Reta, Bolzaneto (28 maggio, ore 16.30)
    – Giardini Pubblici della Doria, Struppa (30 maggio, ore 20)
    – Giardini Luzzati – vicino Piazza delle Erbe, Centro (30 maggio, ore 16.30)
    – Giardini G. Lercaro, Piazzale Rusca, Quinto (30 maggio, ore 14.30)
    – Giardino di Piazza Remondini – vicino Scuola Media Boccanegra, San Martino (6 giugno, ore 10.30)

  • Scarpino, il punto sulla discarica: emergenza percolato, sicurezza e nuovi impianti per l’umido

    Scarpino, il punto sulla discarica: emergenza percolato, sicurezza e nuovi impianti per l’umido

    Scarpino

    Finite le grandi piogge, con l’approssimarsi della bella stagione è terminato anche l’allarme percolato a Scarpino che nei mesi scorsi aveva attirato l’attenzione e la preoccupazione di tutta la città. Mentre gli esperti chiamati in causa da Amiu stanno continuando il lavoro che porterà alla messa sicurezza definitiva di Scarpino 1, la parte vecchia della discarica chiusa da una ventina di anni, la partecipata del Comune ha presentato una prima bozza del piano strategico di messa in sicurezza dell’emergenza, sempre relativa a Scarpino 1, e di nuova gestione dei rifiuti per quanto riguarda Scarpino 2, che la stessa Regione ha definito discarica strategica all’interno del piano dei rifiuti liguri.

    «Non si tratta di un vero e proprio piano industriale – precisa il presidente di Amiu, Marco Castagna – che abbiamo temporaneamente congelato e che vedrà la luce nel mese di giugno, quanto piuttosto di una road map per la messa in sicurezza di Scarpino che lunedì pomeriggio presenteremo in sede di conferenza di servizi preliminare». Controllo del percolato, potenziamento della raccolta dell’umido e nuovi impianti per il trattamento dei rifiuti, oltre naturalmente alla definitiva messa in sicurezza delle discariche di Scarpino 1 e 2, sono i punti cardinali di questo percorso di uscita delle emergenze di cui il sindaco Marco Doria è già stato messo a conoscenza.

    Messa in sicurezza definitiva di Scarpino 1

    «Il presupposto del nostro piano – spiega Castagna – è che Scarpino 1, ovvero la vecchia discarica che ci sta dando i maggiori problemi, venga trattata definitivamente come sito dismesso e segua il percorso sulla messa in sicurezza permanente dei siti industriali dismessi». Di conseguenza, anche i flussi di percolato dovranno essere distinti e dovrà essere potenziata la capacità di convogliamento di percolato. «Per quanto riguarda il percolato – aveva detto martedì l’assessore Garotta in Consiglio comunale,  rispondendo a un articolo 54 posto dal capogruppo di Lista Doria nonché membro storico degli Amici del Chiaravanga, Enrico Pignone – va ricordato che l’emergenza sversamenti è cessata lo scorso 11 aprile e attualmente, la vasca di accumulo presenta un livello inferiore di 3 metri a quello di massimo contenimento».

    Nel breve periodo, per evitare che il prossimo autunno si verifichino nuove situazioni allarmanti, prosegue il lavoro di regimentazione della acque piovane, attraverso la realizzazione di appositi pozzi, e l’impermeabilizzazione delle coperture per evitare la contaminazione del percolato. Ma le novità più importanti riguardano il noleggio di due impianti mobili di trattamento del percolato, che consentiranno di gestire eventuali esuberi di liquami per circa 100 metri cubi l’ora, e la “prenotazione” di una quantità di percolato smaltibile in altri impianti. «Dal momento che le aziende che smaltiscono percolato vendono in anticipo le quote di materiale che possono trattare – specifica il presidente di Amiu – ci siamo dovuti muovere tempestivamente con un’apposita gara che ha fissato la cifra massima intorno ai 7 milioni di euro spendibile nei prossimi due anni. Ma naturalmente pagheremo solo per la quantità di percolato che smaltiremo effettivamente: la speranza è che possa essere pressoché nulla». E se tutto ciò non dovesse ancora bastare sono pronte altre due vasche di accumulo temporaneo in grado di aggiungere ai 15 mila metri cubi già contenibili un’ulteriore capacità complessiva di quasi 3 mila metri cubi.

    In parallelo, sempre per quanto riguarda Scarpino 1, dovrà essere predisposto un piano più articolato di messa in sicurezza definitiva che tenga conto degli studi del pool di esperti che sta prendendo in esame l’opportunità di realizzare un impianto di trattamento di percolato direttamente nella discarica o in una zona più a valle.

    Potenziamento della raccolta dell’umido e nuova gestione di Scarpino 2

    Il secondo punto fondamentale del piano di uscita di Amiu dall’emergenza riguarda, invece, un nuovo sistema di gestione di  Scarpino 2, che dovrà sostanzialmente annullare la produzione di percolato e punterà sul potenziamento spinto della raccolta e del trattamento della frazione organica, indispensabile per ottenere il via libera della Regione all’autorizzazione per continuare a operare a Scarpino ampliando i volumi della superficie utilizzabile.

    «Dobbiamo raccogliere l’umido e smaltirlo separatamente» spiega ancora Castagna. «Partiremo quindi con una campagna intensiva di potenziamento della raccolta dell’organico presso le grandi utenze commerciali (alberghi, ristoranti, fruttivendoli…NdR) passando entro la fine dell’anno dalle attuali 600 a circa 2600. Poi, potenzieremo la raccolta nei quartieri già raggiunti dai cassonetti marroni mentre nel corso del 2015 la estenderemo a tutta la città». L’umido così prelevato verrà conferito a impianti fuori regione, in attesa che a fine 2017 entri in funzione il nuovo biodigestore. Nel frattempo, a luglio 2015 arriveranno due nuovi impianti di separazione secco/umido per quanto riguarda la raccolta indifferenziata che verranno posizionati nella aree Volpara e Rialzo per un importo complessivo di circa 4,5 milioni di euro.

    Il rischio frane

    C’è, tuttavia, ancora un elemento, sollevato dall’edizione genovese di Repubblica, che potrebbe preoccupare e riguarda il pericolo frane del terreno di Scarpino impregnato d’acqua. La questione si riferisce in particolare a due specifiche richieste inoltrate dalla Provincia ad Amiu un paio di mesi fa. La prima riguardava un nuovo piano di gestione dell’emergenza dal punto di vista dei livelli di criticità e relative informazioni agli enti a cui l’azienda ha già ottemperato. La seconda, invece, impegnava la partecipata a una verifica della quantità di acqua contenuta all’interno del corpo della discarica ai fini di una valutazione di stabilità della stessa.

    «Premesso che la discarica è costantemente monitorata sotto questo punto di vista e che anche nei periodi di maggiori piogge il terreno non si è spostato di un millimetro – specifica il presidente Castagna – abbiamo consegnato alla Provincia uno studio che noi stessi abbiamo ritenuto parziale. Nei 60 giorni che ci venivano dati a disposizione, infatti, non potevamo far altro che utilizzare gli strumenti di rilevazione attualmente posizionati in discarica che, però, sono limitati e non ci forniscono una fotografia globalmente attendibile. Abbiamo perciò fatto una gara per dotarci di nuovi piezometri che andremo a posizionare nelle prossime settimane per avere a settembre un quadro più globale e completo».

     Simone D’Ambrosio

  • Mercati comunali, la riqualificazione passa dai privati: Tursi promuove il nuovo modello di gestione

    Mercati comunali, la riqualificazione passa dai privati: Tursi promuove il nuovo modello di gestione

    mercato-frutta-verdura-sarzanoC’era una volta un mercato comunale alla Foce, all’incrocio tra corso Torino, via Ruspoli e via della Libertà, che contava 28 banchi al coperto. Dopo la mannaia della crisi economica, gli operatori rimasero 4, in una struttura alquanto vetusta e decadente, e decisero di riunirsi in Consorzio e chiedere al Comune di Genova la concessione del diritto di superficie per poter riqualificare e rilanciare l’area. Fu così che il Consiglio comunale, dopo un dibattito piuttosto acceso, si è trovato ieri ad approvare la delibera che ha stabilito la costituzione del diritto di superficie per l’area del Mercato comunale della Foce all’omonimo neo-costituito consorzio. Un provvedimento – passato con 20 voti favorevoli, 10 contrari (Lista Musso, Pdl, Lega e Udc) e 5 astenuti (M5S e Anzalone del Gruppo misto) – che ha suscitato polemiche in aula, soprattutto dal capogruppo Pdl Lilli Lauro che ha puntato il dito sulla mancanza di una gara per l’assegnazione dell’area pubblica oltre ad avanzare dubbi sulla buona fede del progetto: «In secondo luogo, 4 operatori avranno a disposizione 28 banchi: mi sembra chiaro che si tratta di un’operazione speculativa per guadagnare dalla vendita dei posti liberi. Mi stupisco che una giunta di sinistra tuteli il capitale piuttosto che il lavoro».

    «Se non ci fosse stata l’iniziativa di questi operatori, il destino del mercato sarebbe stato la chiusura» ha risposto Gianni Vassallo, consigliere Pd ed ex assessore al Commercio. «Se non sosteniamo queste iniziative imprenditoriali di riqualificazione a costo zero per il Comune, cos’altro dovremmo sostenere?».

    L’operazione, comunque, sembra avere tutti i crismi della regolarità, come confermato in aula dal segretario generale del Comune e come ribadito dall’assessore allo Sviluppo economico, Francesco Oddone: «Una delibera di indirizzo del 2009 circa la gestione dei mercati comunali rionali prevede che se almeno il 50% degli operatori si riunisce in consorzio, l’amministrazione possa concedere il diritto di superficie agli stessi». In realtà, il procedimento è un po’ più complesso. La delibera n. 87 del 24/11/2009 prevede, infatti, che il 51% degli esercenti attivi sul mercato possano formulare una comunicazione d’interesse per l’acquisizione del diritto di superficie della struttura; ottenuta dagli uffici comunali la stima per l’operazione, l’amministrazione può vagliare la richiesta secondo l’interesse pubblico qualora la stessa venisse formalizzata dal 75% degli operatori mercatali previa costituzione di un organismo consortile.

    Nessun problema, dunque, per il Consorzio Mercato Foce a cui ha aderito la totalità dei commercianti sopravvissuti. Per cui i 4 operatori, più altri soggetti che prima non operavano nell’area ma hanno aderito al Consorzio in previsione dell’apertura di nuove attività, investiranno complessivamente quasi 1,5 milioni di euro per far rinascere il mercato: 420 mila euro rappresentano il corrispettivo da riconoscere al Comune per l’alienazione del bene e il diritto di superficie di durata venticinquennale, poco meno di un milione di euro invece è la cifra preventivata per la riqualificazione dell’area sia dal punto di vista igienico-sanitario sia da quello strutturale e degli spazi esterni. Una cifra che le casse di Tursi non avrebbero assolutamente potuto sostenere nel breve periodo. «E comunque – prosegue Oddone –  il mercato non viene certo regalato ma ceduto in gestione a privati per 25 anni, con paletti molto precisi. Alla scadenza il bene ritorna al Comune che nel frattempo ha incassato i diritti di superficie e si dovrebbe ritrovare una struttura ristrutturata e riqualificata».

    C’è, poi, un ulteriore aspetto che non va dimenticato, ovvero la tutela del territorio e del commercio di prossimità. «Se si facesse una gara aperta con il trionfo del liberismo selvaggio – sostiene l’assessore – si dovrebbe puntare per forza di cose al massimo ricavo e con tutta probabilità vincerebbe qualcuno che avrebbe poco interesse al mantenimento del mercato quanto piuttosto alla realizzazione di qualcosa di più ampio, come un supermercato». Con questa operazione, invece, si va a “premiare” chi ha mantenuto vivo il mercato in questi anni e ha manifestato la disponibilità a sobbarcarsi un intervento economico non irrilevante per far ripartire la struttura. Una sorta di “second best”, come lo definisce lo stesso Oddone: «Non è il meglio in assoluto ma è un buon secondo perché riteniamo che il commercio di prossimità, contrariamente ai grandi centri commerciali, sia una risorsa che mantiene vivi i nostri quartieri, con un presidio importante per il territorio e la socialità. Certo, se avessimo le risorse pubbliche sufficienti, la nostra scelta prevalente potrebbe essere il modello di Barcellona con mercati pubblici che restano tali grazie all’investimento diretto dell’amministrazione ma all’interno hanno fiorenti operatori privati. Purtroppo, il mondo reale oggi non ci consente questa opzione. Possiamo parlare a lungo del perché non sia stato fatto in passato con una scelta che ritengo colpevole e scellerata ma sta di fatto che non siamo in grado di investire tutti i milioni di euro che servirebbero per i mercati genovesi». Da qui la necessità di affidarsi a strade alternative per evitare quella che altrimenti sarebbe stata inevitabilmente la chiusura di una struttura che ha perso l’85% dei suoi esercenti.

    Una strada non vista di buon occhio da Enrico Musso: «Siamo certamente favorevoli a promuovere l’iniziativa privata in questo settore – ha detto l’ex senatore – ma c’è un neo gigantesco in questa operazione. Bisogna, infatti, verificare con una procedura a evidenza pubblica che quella scelta dall’amministrazione sia per il Comune la migliore offerta possibile ricevuta, altrimenti si vanifica il valore dell’iniziativa stessa».

    Di diverso avviso Luciovalerio Padovani (Lista Doria): «Non è detto che il patrimonio pubblico debba necessariamente essere assegnato con un appalto. Qualora il soggetto proponente persegua finalità pubbliche condivise dall’amministrazione si possono configurare rapporti di tipo concessorio. In questo caso particolare, con una gara pubblica si rischierebbe di non garantire il commercio di prossimità ma di finire col favorire i grandi gruppi commerciali».

    mercato-comunaleSi delinea così sempre più una mappa cittadina di mercati di tipo nuovo, diversificato nella tipologia di gestione e interessante anche dal punto di vista dell’attrattività turistica. «Abbiamo il Mercato del Carmine – ricorda l’assessore Oddone – quello di piazza Sarzano, avremo questo della Foce e quello di Di Negro vorrebbe seguire lo stesso modello: mi piacerebbe che altri mercati entrassero in questo circolo virtuoso. Certo bisogna tenere presente le specificità di tutti: l’Orientale, ad esempio, che è un vero e proprio spettacolo anche dal punto di vista architettonico, ha molte risorse ma anche molti vincoli, vive bene, ha tanti turisti ma potrebbe anche vivere meglio». L’assessore guarda anche verso il futuro, puntando modelli virtuosi non così lontani dal punto di vista territoriale ma distanti anni luce dalle nostre concezioni imprenditoriali. «Dobbiamo superare certe resistenze culturali. A Barcellona, dentro ogni mercato rionale c’è un piccolo supermercato che si integra perfettamente con gli altri prodotti venduti dai banchi più tradizionali». Un sistema che funzionerebbe benissimo anche da noi. «In piazza Sarzano, ad esempio, di fronte al nuovo mercato c’è un supermercato che si aiuta vicendevolmente con gli operatori dei banchi. Se noi riuscissimo ad applicare questo modello, sollecitando gli operatori a riunirsi in consorzio che è la base giuridica da cui tutto deve necessariamente partire, avremmo risolto una buona parte dei problemi di riqualificazione e sostentamento di questo settore».

     

    Simone D’Ambrosio