Categoria: Primo Piano

  • Rifiuti, ripartito il servizio di ritiro degli ingombranti a domicilio. Lavoratori ex Switch e Giglio assunti grazie a clausola sociale

    Rifiuti, ripartito il servizio di ritiro degli ingombranti a domicilio. Lavoratori ex Switch e Giglio assunti grazie a clausola sociale

    Degrado e rifiuti a RighiTorna operativo il servizio di ritiro dei rifiuti ingombranti a domicilio, sospeso mesi fa in seguito alla crisi legata alla vicende giudiziarie della società appaltante. Il nuovo contratto di affidamento del servizio, grazie ad una clausola sociale, ha permesso ad una quindicina di lavoratori finiti senza impiego, di tornare a lavorare. Da oggi, quindi, per disfarsi di un rifiuto ingombrate basta una telefonata.

    «Finalmente! La città attendeva da mesi la riattivazione di un servizio – commenta l’assessore all’ambiente del Comune di Genova Italo Porcile – così prezioso per i cittadini e per l’ambiente. In un momento di grande difficoltà Comune ed Amiu restituiscono ai genovesi la possibilità di smaltire i rifiuti ingombranti con una semplice telefonata. Ora occorre uno sforzo maggiore in termini di informazione e sensibilizzazione, unitamente a controlli e sanzioni più frequenti e più pesanti per chi continua ad abbandonare mobili e materassi sulle nostre strade. Insieme alle nuove isole ecologiche, all’allargamento della raccolta dell’organico, e alle raccolte domiciliari e condominiali, il ripristino del servizio di ritiro degli ingombranti, consente di mantenere la città più pulita, aumentare la differenziata e favorire riuso e riciclo dei materiali. Con il valore aggiunto, in questo caso, di restituire il lavoro a chi lo aveva perduto».

    Il lavoro operativo sarà svolto dalla cooperativa sociale onlus Archimede di Scarperia e San Pietro (Firenze), che si è aggiudicata la gara per la durata di due anni (valore 1,5 milioni di euro). Il nuovo affidamento del servizio prevede l’assunzione dei lavoratori ex Switch e Giglio, già impegnati nel precedente appalto (c.d. “clausola sociale” di salvaguardia). Si tratta di una quindicina di persone, che in questo modo ritrovano il lavoro e un reddito famigliare.

    «L’obiettivo in generale è una città più vivibile, pulita e accogliente – spiega Marco Castagna, presidente Amiu – attraverso il ritiro e lo smaltimento dei diversi rifiuti si offre un servizio puntuale contribuendo ad arginare il fenomeno degli abbandoni e delle mini discariche abusive. Un ulteriore motivo di soddisfazione è quello di aver ricollocato i lavoratori che erano occupati nell’appalto precedente e rimasti per molti mesi senza stipendio».

    Le modalità di attivazione del servizio sono le medesime: la trafila prevede un appuntamento per fissare una data e un orario preciso. Dopo aver prenotato, il rifiuto viene ritirato a casa secondo un costo stabilito per ogni pezzo. Riprende nello stesso tempo anche il ritiro nel portone, sempre di oggetti voluminosi e ingombranti (massimo tre pezzi). Si tratta di un servizio gratuito attivo in via sperimentale in alcune zone della città: Valpolcevera, Sampierdarena, San Teodoro, Centro Storico, e nelle aree della città coinvolte in progetti di raccolta differenziata Quarto Alto, Colle degli Ometti e Sestri Ponente.

    Tutti gli arredi ancora in buono stato saranno recuperati e riciclati alla Fabbrica del Riciclo che Amiu gestisce con la Comunità di San Benedetto al Porto, fondata da Don Gallo. Per le famiglie restano disponibili e gratuiti pure i servizi delle Isole Ecologiche o del camioncino EcoVan, a cui è possibile conferire i propri rifiuti in orari e giorni prestabiliti.

  • Regione Liguria e Demanio accordo per valorizzazione immobili. Dieci sono a Genova, tra cui Ex Magistero, San Raffaele e Ex Saiwetta

    Regione Liguria e Demanio accordo per valorizzazione immobili. Dieci sono a Genova, tra cui Ex Magistero, San Raffaele e Ex Saiwetta

    opiemme-buriddaVia libera dallo Stato alla riqualificazione di 45 immobili pubblici in tutta la Liguria. È il frutto dell’accordo firmato dal direttore dell’Agenzia del Demanio, Roberto Reggi, e dal presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti. Ville, ex caserme e case cantoniere dal valore complessivo stimato di circa 135 milioni di euro e che sarà nel tempo incrementato attraverso un percorso di valorizzazione, razionalizzazione e dismissione, anche con operazioni di finanza immobiliare. «Un accordo importante perché esprime un concetto di fondo – afferma Reggi – non importa chi è il proprietario, siamo in presenza di immobili pubblici che vanno valorizzato assieme che partono dalla regolarizzazione urbanistica e catastale. Un lavoro che possono fare solo enti pubblici e solo dopo coinvolgere i privati per l’acquisto e la valorizzazione. Siamo in presenza di beni di grande valore di cui però non è chiaro l’assetto proprietario, per cui il primo lavoro è fare chiarezza in questo senso». Per il governatore Toti, «quello pubblico è un gigantesco patrimonio spesso di grandissimo pregio e altrettanto spesso poco valorizzato e in alcuni casi sottoutilizzato. L’accordo di oggi, oltre a essere un buon segnale di collaborazione istituzionale, va nella direzione giusta, quella di utilizzare una serie di edifici di grande pregio, spesso non adeguatamente valorizzati che sono solamente un costo per l’erario pubblico senza alcun beneficio. La valorizzazione è una delle azioni concrete per dare sviluppo alla nostra terra che ha moltissimi oggetti di pregio».

    I dieci immobili di Genova

    Nell’elenco figurano anche beni di proprietà della Città metropolitana, del Comune di Genova dell’Università di Genova. Tra questi figurano l’ex San Raffaele, (valorizzato per 4,48 milioni), l’ex Magistero, attuale sede del laboratorio Buridda (4,2 milioni), l’ex Saiwetta (2,3 mln), Villa Podestà a Pra’ (1 milione), l’Accademia Marina Mercantile di via Oderico (1 milione), la Caserma dei Vvf di Chiavari (1,1 mln), la Villa Speroni di Recco (2 mln), l’impianto sportivo di Ronco Scrivia (5oo mila euro), Villa Carmagnola di Santa Margherita Ligure (di proprieta dell’Università di Genova, valorizzata per 413mila euro).

    Il sindaco di Genova e della Città Metropolitana, Marco Doria, sottolinea che «Dopo la caserma Gavoglio, i forti e la Casa del Soldato di Sturla, continua il lavoro di valorizzazione dei beni demaniali che a Genova conosciamo e stiamo facendo da tempo». Tutti i dati e le informazioni degli immobili saranno raccolti in un database realizzato dalla Regione per promuovere progetti di sviluppo immobiliare sia per iniziative complesse come i waterfront sia per il recupero di beni minori situati in contesti periferici.
    Con la firma dell’accordo, viene costituito un tavolo tecnico operativo nel quale l’Agenzia del Demanio si impegna a individuare ulteriori beni da valorizzare, mentre la Regione si occuperà di promuovere e coordinare i lavori del tavolo tecnico, coinvolgendo gli enti pubblici facenti parte del settore regionale allargato, facilitando il reperimento della documentazione e delle risorse finanziarie. «Si tratta di un’intesa strategica nazionale con una richiesta da parte dell’Agenzia del Demanio alle Regioni di censire gli immobili sul territorio e valorizzarli – spiegato l’assessore regionale al Demanio, Marco Scajolaalcune volte le realtà hanno bisogno di interventi di riqualificazione, altre volte di promozione per far conoscere quel patrimonio come si deve. Da qui la nostra adesione convinta, collaborando con tutte le realtà e i territori per la valorizzazione del patrimonio pubblico ligure, stabilendo criteri che evitino qualsiasi tipo di speculazione».
    Una valorizzazione che sicuramente è necessaria per i tanti manufatti che fanno parte del patrimonio collettivo; sulla carta, quindi, una buona notizia: la prova dei fatti sarà verificare la reale ricaduta per i territori e le comunità di questa operazione, che deve sapere mettere in salvo i beni di tutti da speculazioni, svendite e “privatizzazioni” selvagge.
  • 25 aprile, Regione diserta celebrazione della resa di Villa Migone. Per la prima volta presenti i nipoti del generale Gunther Meinhold

    25 aprile, Regione diserta celebrazione della resa di Villa Migone. Per la prima volta presenti i nipoti del generale Gunther Meinhold

    VillaMigone_Interno_SalottodellaResa
    @Foto Credits – visitgenoa.it

    Regione Liguria grande assente dalla celebrazione del 72° anniversario della resa delle truppe tedesche al Comitato di liberazione nazionale a Genova. Nei locali di Villa Migone, dove il generale Gunther Meinhold siglò l’accordo con i partigiani liguri il 25 aprile 1945, si sono ritrovati per la prima volta i discendenti dei protagonisti di quel momento storico che segnò la sconfitta tedesca nel capoluogo ligure prima ancora dell’avvento delle forze alleate. Nella dimora proprietà dell’ex senatore dei Ds Gian Giacomo Migone, sono arrivati, da un lato, le nipoti del comandante delle forze armate tedesche in Liguria, Wilko Meinhold e Mbarianne Doering, dall’altro, Guido e Jack Savoretti, rispettivamente figlio e nipote del medico partigiano Giovanni “Lanza” Savoretti, e Tania Scappini, nipote dell’operaio Remo presidente del Cnl ligure.

    Presenti tutte le autorità: il Comune con il sindaco Marco Doria e l’assessore Pino Boero, la Città metropolitana con il consigliere Enrico Pignone, l’europarlamentare Sergio Cobfferati, il vescovo vicario Nicolò Anselmi, prefetto, questore e il presidente del Tribubnale di Genova. Assente “solo” la Regione. Il cerimoniale di Palazzo Tursi fa sapere che l’invito era stato mandato direttamente al governatore, Giovanni Toti, il quale però ha cortesemente declinato per altri impegni istituzionali. Stona che non sia stato mandato alcun suo delegato, soprattutto alla luce delle recenti polemiche di campagna elettorale legate al tema dell’antifascismo, che il sindaco Marco Doria ha indirettamente richiamato nel suo intervento. «Oggi si sentono segnali che mi preoccupano – afferma il primo cittadino – in chiaro contrasto con quel percorso che tendeva a dare meno importanza ai confini nazionali e privilegiava tolleranza e integrazione. Quanto avvenne in queste stanze è una lezione che la storia ci dà: c’è bisogno di più impegno civile esattamente come allora, di valori profondi: L’attualità dell’antifascismo sta nel calarli nella realtà del 2017».
    Una prima volta  
    «Non avevano molta voglia di parlarne in famiglia, erano consci di aver fatto qualcosa di incredibile ma preferivano tenersela per loro. E’ il tratto in comune che riguarda la vita di chi il 25 aprile 1945, nei locali di Villa Migone a Genova, firmò la resa delle truppe tedesche al Comitato di liberazione nazionale prima dell’avvento delle forze alleate». Lo raccontano figli e nipoti, oggi per la prima volta riuniti dal Comune del capoluogo ligure in quelle stesse stanze, 72 anni dopo. Ci sono Wilko Meinhold e Marianne Doring, nipoti del generale Gunther Meinhold comandante delle forze armate tedesche in Liguria, Guido e Jack Savoretti, figlio e nipote del partigiano Lanza al secolo Giovanni Savoretti, e Tania Scappini, nipote dell’operaio Remo presidente del Cnl ligure. “Siamo a ricordare un giorno che ha cambiato la storia di Genova, dell’Italia, della Germania e dell’Europa- dice con convinzione Jack Savoretti- l’Europa che viviamo oggi è stata costruita da queste persone e sono molto orgoglioso che mio nonno ne abbia fatto parte. Ne parlava poco nella vita privata perché una volta girata la pagina dolorosa di un bruttissimo periodo della storia, hanno voluto mantenerla girata”. Il cantante britannico, di madre tedesca e padre genovese, noto supporter del Genoa, ha una parola anche per i colori rossoblu: «Il tifo genoano – afferm a- è legato ai valori della Resistenza». Infine, una tirata d’orecchie all’Italia: «In Inghilterra, chi vince se ne vanta. In Italia, i partigiani hanno vinto e ci vorrebbe un maggiore investimento per tenere vivo il ricordo nelle nuove generazioni»

    La risposta di Toti

    «Spiace constatare che anche dopo 72 anni c’è ancora chi non perde occasione per polemizzare inutilmente e strumentalmente su quella che dovrebbe essere la festa di tutti». Così il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, replica alla “Dire” a chi lo attacca per aver declinato l’invito alla celebrazione del 72esimo anniversario della resa dei tedeschi al Comitato di liberazione nazionale a Genova. «La mancata partecipazione agli odierni eventi legati al 25 aprile – spiega il governatore – è semplicemente dettata da precedenti impegni di amministrazione. Pertanto ribadiamo che ogni polemica possa essere legata solo a una irrispettosa ricerca di un vantaggio politico che non si addice alla profondità del momento». Toti ricorda poi che «l’attenzione di Regione Liguria per una ricorrenza fondativa della nostra Repubblica e della nostra democrazia è ben testimoniata dalle ‘Giornate Pertiniane’ in cui si è celebrato il ricordo di un grande partigiano e presidente, dal sostegno fattivo dell’ente agli istituti storici della Resistenza e, come già accaduto l’anno scorso, alla presenza alle celebrazioni di domani in piazza Matteotti». Non molto fortunato il rapporto tra il governatore e la festa della Liberazione: lo scorso anno in piazza a Genova era stato fischiato quando aveva parlato dei Marò, domani salirà nuovamente sullo stesso palco.

  • Quartiere Bernabò Brea, quando l’edilizia popolare e il welfare abitativo erano un “sogno” possibile. Un esempio virtuoso (e isolato) di volontà politica

    Quartiere Bernabò Brea, quando l’edilizia popolare e il welfare abitativo erano un “sogno” possibile. Un esempio virtuoso (e isolato) di volontà politica

    bernabò-brea-01«Il giorno in cui ci assegnarono le case eravamo tutti qui, nel  giardino più largo, sotto i pini. Aspettavamo di sentire quale casa ci sarebbe toccata, dove avremmo abitato, ma non era difficile essere contenti, erano tutte simili e tutte molto belle. Molto di più di quello che ci saremmo potuti permettere, e molto di più di quanto avevamo mai sognato».

    La storia del quartiere Bernabò Brea, spesso citato sui testi di architettura e sempre ricordato quando si parla della difficile sintesi tra edilizia popolare e welfare abitativo, potrebbe partire da qui, dalle parole commosse che questo anziano mi disse la prima volta che vidi le palazzine basse, adagiate in una conca verde e tranquilla, davvero  inaspettata in una città come Genova. Ma come si arrivò a quella mattina ai giardini?

    Il contesto storico

    bernabò-brea-02Nel dopoguerra Genova si trovò di fronte al problema di dover ricostruire quanto crollato sotto i bombardamenti sia aerei che navali, poiché la perdita del patrimonio edilizio nel territorio del  Comune era calcolata intorno al 23%. Ovviamente  era una condizione comune a quasi tutte le altre città italiane, e per questo nel 1945 il Parlamento approvò il decreto legge n. 154 contenente le norme per i Piani di Ricostruzione, strumento agile e prezioso che incentivò i Comuni ad utilizzare i finanziamenti messi a disposizione dotandosi di propri piani ad hoc. A Genova partecipò al concorso di idee fra gli altri l’architetto Luigi Carlo Daneri, che poi progettò e realizzo’ il quartiere Ina-Casa Bernabò Brea.

    Contemporaneamente all’emergenza abitativa, il dopoguerra poneva l’enorme problema della disoccupazione. Migliaia di uomini, tolta la divisa, faticavano a guadagnare qualcosa, poiché l’industri bellica si era fermata e molta parte degli stabilimenti industriali erano stati danneggiati nei bombardamenti. L’allora Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale Amintore Fanfani vide nel settore dell’edilizia il volano capace, assorbendo molta parte della manodopera non qualificata, di far ripartire il circolo virtuoso della produzione. Fu così emanata la Legge n. 43, che attraverso il lancio nazionale del piano Ina – Casa si proponeva di diminuire la disoccupazione costruendo nuove case per i lavoratori ed attraverso l’indotto dell’edilizia di sostenere il rilancio della produzione  che avrebbe creato altro lavoro.

    A quel punto era evidente che in nessuna città ricostruire  poteva significare solo ristrutturazione di quanto era crollato, meno che mai a Genova dove il dibattito su di un nuovo modello di sviluppo urbano si intrecciava con quello riguardante il recupero del centro storico. Qui moltissime erano le abitazioni completamente fatiscenti e pericolanti ma nonostante questo numerose famiglie  si ammassavano in case prive di servizi igienici e spesso anche dell’acqua. Le ipotesi in ballo a questo riguardo erano divise fra chi proponeva la distruzione, chi il diradamento, e chi invece il risanamento: la diatriba fu poi risolta con le trasformazioni, anche traumatiche, delle aree di Via Madre di Dio e di Piccapietra.  Era evidente che non si potevano comunque abbattere delle case senza costruirne di nuove, ed il Comune già nel periodo fra le due guerre aveva approvato insediamenti, anche di edilizia popolare, sulle alture della città. Questo portò a rendere urbane molte zone collinari alle spalle di Genova, mentre le preesistenti costruzioni rurali venivano abbattute o si ritrovavano circondate da enormi palazzi che ne soffocavano ogni bellezza.

    Molte speculazioni edilizie sia private che pubbliche si trovarono la strada spianata e le lottizzazioni continuarono almeno fino agli anni ’80, quando circa il 55% delle abitazioni genovesi poterono considerarsi “periferiche”. Ina-Casa ebbe invece il merito di perseguire un disegno più organico ed anche particolarmente innovativo e personalizzato, specialmente nel primo periodo, dal 1949 al 1956.

    Questo progetto si affiancò a quelli precedenti e seguenti di ricostruzione, e godendo di un percorso in un certo modo privilegiato ricoprì un ruolo che si potrebbe definire pionieristico – o quantomeno innovativo – di ripensare la città. Infatti i quartieri nati grazie a Ina-Casa dovevano, e lo fecero in molti felici casi, sorgere con l’idea di identificarsi nel concetto di comunità, ispirandosi a moderni standard abitativi che avrebbero anche dovuto avere effetti sulla costruzione in generale  delle periferie che invece in quegli stessi anni ebbero un’espansione  disordinata del tutto estranea a questo progetto.

    Architettura di rispetto: Bernabò Brea

    bernabò-brea-03In poco tempo a Genova  intorno al Piano si accese l’interesse degli addetti ai lavori, e per il quartiere di Bernabò Brea il bando fu assegnato all’architetto Luigi Carlo Daneri, che insieme Giulio Zappa e Luciano Grossi Bianchi presentò un progetto decisamente innovativo. Daneri era, all’epoca, ordinario alla Facoltà di ingegneria, e privilegiava un approccio all’architettura che fosse rispettoso del paesaggio ligure e delle sue linee; come progettista della Chiesa di San Marcellino e di Piazza Rossetti a Genova, della Casa del soldato a Sturla e di molte altre opere aveva ricevuto riconoscimenti sia in Italia che all’estero. Il progetto Bernabò Brea, molto particolareggiato, era stato tracciato da Daneri stesso non in pianta ma sul territorio, rispettando la piantumazione della valletta,  con le palazzine che seguivano le naturali curve orografiche ad eccezione di una costruzione più lunga, detta edificio-ponte, che prevedeva un percorso pensile per le attività commerciali. La zona pur essendo del tutto staccata da altri insediamenti non era isolata quindi, seguendo le indicazioni della legge, i costi per gli allacciamenti ai servizi essenziali – acqua gas e luce- non si presentavano eccessivi così come le strade confinanti,  Via Isonzo e Via Sturla, erano scorrevoli e servite dai mezzi pubblici in modo da agevolare il tragitto dei lavoratori verso le unità produttive.

    Fu chiamata architettura di rispetto, e tale fu, con le costruzioni basse ma non a schiera, alte dai tre ai cinque piani al massimo, mentre solo un edificio svettava sullo sfondo con i suoi nove piani, movimentando la linea dell’intero complesso. Le soluzioni architettoniche erano diversificate nei diversi lotti, alcune più riuscite altre meno fruibili ma in ogni caso mai fini a sé stesse, poiché in tutte vi era questa ricerca dello “stare bene”, del fare comunità anche e soprattutto partendo dal singolo nucleo per arrivare all’intero quartiere. Tutto questo possiamo vederlo ancora oggi, osservando alcuni particolari come le scale direttamente all’aperto su cui si aprono le porte dei singoli appartamenti, i loggiati, i balconi luminosi esposti al sole, a cercare proprio l’ambiente della piazzetta di paese.

    Effetto “leva” di questo progetto fu quello di alzare di molto il valore dei terreni adiacenti alla maggior parte delle realizzazioni, in quanto si trovavano ad avere già disponibili i servizi essenziali per edificare; altro  effetto fu quello di non riuscire, nei sette anni successivi alla prima parte del progetto, a reperire terreni  alle medesime condizioni. I complessi di Forte Quezzi e di Mura Angeli, infatti, ebbero certamente dei meriti ma scatenarono molte più critiche che applausi: Bernabò Brea rimase un’isola felice.

    Le colline

    brenabò-brea-04Nel 1956 Genova emanò il piano regolatore nel quale l’unica preoccupazione, a detta di molti autori, fu quella di ottenere consensi intorno al progetto. E se l’espansione a macchia d’olio delle periferie di città come Torino Milano o Roma fu  evitata, qui si risalirono sempre più i margini di colline e torrenti con le conseguenze che paghiamo tuttora. A quel tempo però l’aver evitato un allargamento chilometrico spropositato sembrò quasi un successo, solo in seguito ci si rese conto che l’aver progettato in pianta anziché in sezione, accettando di innalzare le costruzioni in modo da stipare più famiglie possibili nello stesso palazzo, aveva di fatto minato sia la qualità della vita di chi vi abitava sia la tenuta stessa del territorio.

    Dall’estero il progetto Ina Casa risvegliò molto interesse, portato ad esempio di soluzione felice fra le diverse esigenze dell’architettura e del welfare abitativo. L’Italia fu così per una stagione pioniera dell’edilizia popolare, per aver ideato uno strumento agile, efficace, veloce nelle realizzazione. In Italia nel primo ciclo, terminato nel 1955, era stato assorbito il 20% della manodopera disponibile, e oltre 147mila alloggi erano stati consegnati  a prezzi accessibili. Di questi, era previsto che un 50% fosse a riscatto, mentre la restante parte era data in locazione. In ogni caso l’esperimento Bernabò Brea rimane uno dei più efficaci fra quanti furono in quegli anni, e nei successivi, edificati.

    Una testimonianza

    Molti sono i testimoni di quella stagione e dalle loro esperienze si evince la qualità politica di certe scelte, prima ancora che urbanistica. Un passato che sembra lontano anni luce. Ecco la storia di Paolo, arrivato in Bernabò Brea nel 1956, a tre anni. La madre gli ha sempre raccontato che quella mattina tutte le famiglie assegnatarie si ritrovarono nei giardini (confermando il racconto dell’anziano riferito all’inizio) e, semplicemente, scelsero la casa in cui avrebbero preferito vivere. «Mia madre voleva una casa con il poggiolo, ne indicò uno, ma era già stato assegnato, allora un altro, ma aveva meno vani di quanti gliene servivano, alla fine lasciò scegliere all’impiegato».

    I ricordi di Paolo non sono, ovviamente, di quel giorno, perché era troppo piccolo, ma molte cose gli sono state tramandate: «le case furono assegnate tutte insieme, aspettarono di completare il complesso per darle. Gli alberi c’erano già, e anche i giardini, curati quotidianamente da un incaricato del comune. I giardini pubblici non erano come adesso, ma c’erano tre piscine, avevano forme diverse, arrotondate e irregolari: in una l’acqua ci arrivava fino al collo, a noi più piccoli».

    Immagini che arrivano da una città che forse non riusciamo neanche più ad immaginare: «non c’erano auto qui, nessuno ne aveva una; le cose iniziarono a cambiare un po’ alla fine degli anni ’60. Sopra al quartiere c’era una vecchia villa, abbandonata (ora c’è una palazzina residenziale, ndr) e un altra era dove adesso c’è la Residenza per anziani. Al posto della Scuola Collodi ora abbandonata c’era una fattoria, con tutti gli animali e persino un asino. La buttarono giù per costruire la scuola moderna, prefabbricata, e adesso è tutto abbandonato lì dentro». Noi ragazzini eravamo tantissimi, facevamo gruppo, era bello vivere qui. Ricordo mia madre che aveva i bollettini da pagare con l’affitto sempre pronti nel cassetto della credenza; i primi tempi era un vero e proprio affitto, dopo lo tramutarono in riscatto, così sia noi che molti altri diventammo proprietari senza grossi sforzi».

    Chiedo a Paolo se, guardando il progetto, ricorda che tutto quello indicato fosse realizzato e mi dice che si, in effetti c’erano dei negozi sotto i portici, un lattaio, un materassaio, forse poco altro. Però sicuramente per parecchi anni ci fu il Circolo Ricreativo, l’ambulatorio, un ufficio informazioni perché le persone non si sentissero abbandonate. Solo la piccola unità destinata alle persone sole lui non ha memoria che sia mai stata realizzata, «ma chissà – aggiunge – se da ragazzi avremmo notato questa cosa. Noi andavamo negli orti, mangiavamo la frutta, i fichi, le pere. Erano di tutti».

    Il parere tecnico

    Abbiamo chiesto un parere qualificato sulla realizzazione di Bernabò Brea ad un addetto ai lavori, l’architetto e urbanista Andrea Vergano, autore del libro “La Costruzione delle Periferie” uscito  per l’Editore Gangemi nel 2015. In questo libro, che si legge come un romanzo, vengono raccontati gli intrecci tra politiche urbanistiche e ricerca del consenso attraverso il tema abitativo, ed ovviamente si parla anche della realizzazione di Bernabò Brea.

    Questo progetto è stato molto celebrato, sia in Italia che all’estero: lei è dello stesso parere?
    «Bernabò Brea è stato un intervento urbanistico che ha goduto fin da subito di buona fama, un modello pubblicato e lodato sulle riviste di settore. Questo forse perchè è stato realizzato così come era nel progetto. O forse perché si è inserito con misura nel paesaggio del parco preesistente, o forse ancora perché è stata scelta accuratamente la posizione, separata ma non isolata dal contesto urbano».

    Secondo il suo parere di urbanista, questo progetto ha retto bene il passare degli anni o invece sarebbe da modificare, da rendere più “moderno”?
    «Questo progetto rappresenta ciò che di buono l’architettura e l’urbanistica moderna hanno saputo produrre in termini di qualità dell’abitare. Un documento-monumento da conservare così come si conservano le parti della città storica: in quanto moderno, testimonia il passato».

    Scusi?
    «Noi ci portiamo dietro una concezione di urbanistica che in realtà si potrebbe dire conclusa con gli anni ’80: in realtà questa non esiste più, ora servono spazi e servizi dove prima c’erano insediamenti industriali e case»

    Secondo lei un’esperienza del genere sarebbe ripetibile ai giorni nostri, a parte i cronici problemi finanziari che ovviamente incontrerebbe
    «Questo progetto, e allargando il discorso tutto il piano Ina-Casa, era perfettamente adeguato a quella società e a quelle esigenze: allora si parlava sempre e solo di crescita, c’era la crescita demografica, la crescita produttiva, la crescita salariale. Costruire agglomerati di case necessari ai numerosi lavoratori che arrivavano nelle città, che via via dovevano soddisfare bisogni, dal cibo alla casa alla macchina. Quel modello ormai si è esaurito. Adesso, ed è un adesso che dura da almeno vent’anni, l’esigenza non è più costruire, poiché non c’è più la crescita, l’espansione: adesso la domanda è di controllo e mitigazione dei rischi ambientali, di attenzione all’ambiente. Non dobbiamo costruire, dobbiamo ricostruire, riusare, riqualificare. Partendo proprio dalla periferia».

    Il quartiere Bernabò Brea, quindi, è al contempo “reperto” di una stagione politica e sociale del passato ed “esempio” di quello che si può fare quando si mettono a sistema esigenze, territorio e “visione”, parola tanto in voga in questi giorni. Oggi le necessità e le urgenze sono sicuramente cambiate, come anche il contesto e le prospettive: ancora una volta, però, la differenza può essere fatta dalla “qualità” della politica, chiamata a interpretare le richieste della collettività, presente e futura.

    Bruna Taravello

  • Animali domestici, il sogno della clinica veterinaria pubblica. Comune al lavoro per un servizio legato all’Isee

    Animali domestici, il sogno della clinica veterinaria pubblica. Comune al lavoro per un servizio legato all’Isee

    animali-domestici-caniUna clinica veterinaria comunale, che permetta l’accesso al servizio a tutti, con pagamenti in base al reddito. Questo il progetto “sogno” in fase di progettazione da parte dell’amministrazione civica, che risponderebbe ad una necessità sempre più diffusa, visto che Genova, come è noto, è tra le prima città italiane per numero di animali domestici per abitante.

    Se ne torna a parlare in Sala Rossa grazie all’interrogazione del Consigliere Pietro Paolo Repetto (Udc), che rilancia l’idea di un servizio pubblico che sappia garantire l’assistenza veterinaria a tutti, riconoscendo in questo modo il valore sociale e “sanitario” della compagnia di un animale domestico, a quattro zampe ma non solo. La risposta arriva direttamente dall’assessore per le Politiche Ambientali e per il benessere degli Animali del Comune di Genova, Italo Porcile: «Questa idea è condivisa dall’amministrazione civica, che da tempo sta valutando i vari aspetti legati a questa materia. La competenza è anche, e soprattutto, regionale, ma abbiamo attivato contatti anche con Asl e associazioni dei veterinari, oltre che con altre realtà territoriali legate alla gestione degli animali domestici. Sicuramente il “costo zero” potrebbe essere di difficile attuazione, ma lavorare sulle soglie Isee può essere una metodologia da seguire». Un altro aspetto fondamentale è la questione “location”: dove potrebbe sorgere questa struttura? «Un’ipotesi potrebbe essere gli spazi dell’ex canile di via Adamoli – ha sottolineato Porcile – ma al momento non possiamo sbilanciarci».

    L’idea, però, si sviluppa a pochi giorni dalla fine del mandato: «Sarà mia cura – ha assicurato l’assessore – di predisporre le linee guida per portare avanti il progetto, lasciandolo in eredità alla prossima amministrazione». Se la cosa andasse in porto, Genova potrebbe essere una eccellenza nazionale in materia.

     

     

  • Salone Nautico, pronta l’edizione del rilancio. Toti: «Deve essere certezza granitica, come il Natale e la Pasqua»

    Salone Nautico, pronta l’edizione del rilancio. Toti: «Deve essere certezza granitica, come il Natale e la Pasqua»

    salone-nautico-2017La 57a edizione del Salone Nautico organizzata da UCINA Confindustria Nautica a Genova, in programma dal 21 al 26 settembre prossimi, è stata presentata oggi nel capoluogo genovese alla presenza di Carla Demaria, Presidente di UCINA Confindustria Nautica, con la partecipazione di Giovanni Toti, Presidente della Regione Liguria, di Stefano Bernini, Vice Sindaco Comune di Genova, di Paolo Emilio Signorini, Presidente Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure occidentale e di Paolo Odone, Presidente di Camera di Commercio di Genova.

    «Il Salone Nautico compie 57 anni ed è felice di dimostrarli – ha dichiarato in apertura Carla Demaria, Presidente di UCINA Confindustria Nautica – il nostro futuro ha una grande storia e grazie a questa forza, consolidata negli anni, torniamo a crescere in maniera decisa. Abbiamo obiettivi ambiziosi non lo nascondiamo, ma coerenti con le risposte del mercato».

    La 57a edizione della kermesse sarà rivisitata in tutti i suoi aspetti. «La nuova disposizione degli spazi espositivi – ha spiegato Alessandro Campagna, Direttore Commerciale della manifestazione – risponderà alle esigenze di accresciuta estensione espositiva e accoglierà i visitatori coinvolgendoli in un percorso sempre più esperienziale,  perché il Salone Nautico vuole  che ogni  visitatore torni a casa e sia il primo promotore di questo straordinario settore». Il coefficiente di riempimento della Nuova Darsena registrerà  l’aumento più significativo, rispetto all’edizione 2016, sia in termini di nuovi espositori, sia di ampiezza di gamma esposta. L’area dedicata ai motoryacht e ai superyacht avrà un nuovo layout e una Business Lounge dedicata, cui si accederà attraverso un boulevard riservato che dall’ingresso porterà direttamente al centro della Darsena.

    «Le novità per la prossima edizione del  Salone Nautico non finiscono qui.  – ha concluso la Presidente Demaria – Il Salone, infatti, ha ricevuto un dono importante da Renzo Piano, una visione fatta di mare, sole e vento – di cui siamo onorati – che verrà interpretata dallo studio OBR dell’arch. Paolo Brescia, progettista tra l’altro della terrazza della Triennale di Milano e di altre opere di levatura internazionale, con un progetto di paesaggio e arte pubblica che guida il processo di rinnovamento del Salone. Sarà questo a fare gli onori della 57a edizione, accogliendo i visitatori».

    «Stiamo immaginando una nuova piazza sul mare che offra nuovi motivi di frequentazione e d’incontro – ha detto l’architetto Paolo Brescia –  in cui riscoprire il piacere di ritrovarsi in pubblico celebrando il rito dell’urbanità sul mare.  L’intervento prevede un’istallazione multisensoriale che interagisce con i fenomeni naturali del mare (sole, vento, onde), un giardino mediterraneo aromatico e il riutilizzo della precedente struttura del Redwall ripensata come opera d’arte pubblica collettiva, che coinvolgerà il pubblico dell’evento e gli abitanti della città, sancendo il legame indissolubile tra il Salone Nautico e Genova».

    Il sostegno di Regione Liguria

    Schermata 04-2457854 alle 19.32.14«Dobbiamo smetterla con i balletti su dove si fa il Salone: dopo 57 anni che si fa a Genova è ragionevole che si continui a fare qui, deve essere una certezza granitica, come la Pasqua e il Natale. Il Salone deve essere la punta di diamante di un’offerta integrata della nautica: fatta di tanti settori, per creare importanti sinergie intorno a chi compra una barca. E noi dobbiamo essere pronti a essere una vera capitale della Nautica». Lo ha detto il Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti oggi nel corso della presentazione del 57° Salone Nautico di Genova.  «Credo – ha continuato Toti – che abbiamo fatto quello che era il minimo che facessero le Istituzioni di una città che da 57 anni ospita il Salone Nautico e che si vuole candidare ad ospitarlo per altri 57 anni. Conterei di lasciarlo ai figli e ai nipoti di questa città il Salone Nautico. Ormai i tempi sono maturi: abbiamo vissuto un periodo di vacatio di potere dell’Autorità Portuale, soggetta a un’importante trasformazione di sistema e  oggi possiamo ragionare per il futuro, cioè creare le condizioni perché chi oggi produce l’eccellenza in Italia, come la Nautica, possa avere le migliori condizioni per conquistarsi fette di mercato sempre più importanti. Se il Salone dell’anno scorso aveva appena svoltato la china, quest’anno abbiamo messo un po’ di abbrivio».

    «Come Regione stiamo lavorando, insieme a Ucina, all’Autorità Portuale e alle altre Istituzioni per dare continuità e certezze a questo Salone – ha concluso Toti – integrando sempre di più le attività della kermesse con quelle produttive del territorio e anche con quelle di promozione turistica, è questa la strada per lo sviluppo e il successo di questa  Regione».

    Primi segnali incoraggianti

    Le iscrizioni sono state aperte lo scorso 21 marzo e, secondo i dati presentati oggi,  l’82% degli espositori ha già confermato la partecipazione, con il 51% che ha dichiarato di voler ampliare lo spazio o la gamma di imbarcazioni esposte. Il Pad. B terreno, nell’arco di 12 ore, è andato overbooked. Saranno presenti nuove partecipazioni da cantieri esteri, tra i quali Galeon, Regal, SeaRay, Wellcraft, Glastron, Four winns, Scarab Boats”.

    Positivi anche i riscontri del mercato interno: secondo i dati elaborati da Assilea Associazione italiana leasing, si registra un aumento dei contratti 2016 del 26% rispetto al 2015, a conferma dell’impatto registrato sul mercato a valle della scorsa edizione del Salone Nautico. Inoltre gli ultimi dati pubblicati da ICOMIA (la Federazione mondiale della nautica da diporto, alla quale UCINA aderisce) sulla tendenza del mercato nautico mondiale, testimoniano il consolidamento della ripresa del mercato Italiano e il ruolo dell’Italia come hub internazionale per la nautica da diporto. Il vento è tornato a soffiare nelle vele della nautica genovese?

     

  • Il Chiostro di Sant’Andrea e il lucchetto della discordia. Il cortocircuito della “lotta al degrado”

    Il Chiostro di Sant’Andrea e il lucchetto della discordia. Il cortocircuito della “lotta al degrado”

    chiostro-santandrea-casa-colomboChiuso dal 1 aprile, il Chiostro di Sant’Andrea risulta ancora inaccessibile, e lo sarà fino a data da destinarsi. Difficile decifrare la gestione di uno degli spazi più belli di Genova, chiuso proprio in concomitanza dei Rolli Days, celebrato appuntamento cardine per l’offerta turistico-culturale di Genova

    Come allo zoo: durante la kermesse decine di turisti si sono assiepati dietro le cancellate nuove di zecca, per scattare, increduli, qualche foto all’esemplare archeologico in cattività (come nei fatti è, essendo stato ivi ricollocato nel 1922); increduli e sbigottiti anche molti genovesi, soliti a frequentare quell’unico ed eccezionale ritaglio di verde, pace e arte durante la pausa pranzo, per far riposare il cervello a metà, o al termine, di una faticosa giornata di lavoro. Ma non c’è nulla da fare: il lucchetto comparso venerdì scorso cancella ogni speranza, come un immobile e insensibile guardiano dell’ordine. Ma di quale ordine stiamo parlando?

    La chiusura dello spazio attorno al Chiostro di Sant’Andrea è l’ultimo capitolo di una lunga storia: più di un anno fa, a seguito di alcuni episodi che generarono il più profondo sdegno pubblico (sporcizia, scritte, bivacchi e addirittura, lo ricorderete, effusioni amorose en plein air), il Municipio I Centro Est, si fece tramite del volere di alcuni cittadini chiedendo al Comune di provvedere alla chiusura di questa area. Arrivarono, quindi, le cancellate: non proprio una novità, visto che già in passato erano presenti delimitare l’area, ma che furono poi smantellate dalla civica amministrazione. Per mesi, però, il cancello rimane aperto, in attesa di un lucchetto, e soprattutto un accordo sulla gestione: chi, quando, come. La notte tra venerdì e sabato la svolta.

    Eccesso di zelo

    Diverse sono le segnalazioni che Era Superba raccoglie dai propri lettori fin dalle prime ora di sabato mattina: la coincidenza con i Rolli Days è molto strana (e assurda), per cui proviamo a chiedere all’assessore alla Cultura del Comune di Genova Carla Sibilla; la cosa sorprende anche lei, e dopo una telefonata di verifica ci spiega che «Il servizio di apertura è stato affidato a Coop Culture, la cooperativa che ha in gestione gli spazi museali delle torri di Porta Soprana e della Casa di Colombo». Ma cosa è successo? «Un eccesso di zelo: la sera di venerdì, la cooperativa non ha chiuso, per cui il Municipio è intervenuto chiudendo il lucchetto, ed è rimasto chiuso». Peccato, proprio in uno dei week end più affollati di turisti. Su suggerimento dell’assessore proviamo a contattare la Direzione Musei dello stesso Comune di Genova, ma la dirigente è molto occupata e dopo vari tentativi di trovarla libera per rispondere alle nostre domande, dalla segreteria ci consigliano di rivolgerci direttamente alla cooperativa, «Ciao e grazie», testuali parole. Perfetto. Cerchiamo un contatto di Coop Culture: sulla pagina dedicata alla Casa di Colombo (che per la cronaca ha come titolo di pagina, nella tab del browser, la dicitura Casa di CristofAro Colombo, ndr) troviamo un numero, al quale la classica voce registrata ci segnala che tutti gli operatori sono occupati. Gli affari evidentemente vanno a gonfie vele perché gli operatori rimarranno occupati giorni e giorni, senza mai risponderci.

    chiostro-santandrea-casa-colombo-02Andiamo in loco, per parlare direttamente con gli operatori. L’impiegato, alla nostra richiesta di chiarimenti, ci fa vedere un foglio arrivato dalla direzione, in cui viene ordinato di mantenere il cancello chiuso, fino a data da definirsi.L’operatore dovrà chiuderselo dietro quando si accompagnano i turisti sulle torri – si legge – se venissero a lamentarsi spiegare che noi lo utilizziamo solo di passaggio per entrare nella casa. La gestione dello spazio non rientra nelle nostre mansioni”. «Non può immaginare quanti vaffa abbiamo preso durante i Rolli Days». Posso immaginarlo, eccome. «Questione di ordini arrivati dal “principale” – sottolinea l’operatore – dopo una comunicazione del Municipio». Ci racconta anche un dettaglio che arricchisce con un pizzico di noir questa storia di “ordinaria follia”: chi ha messo il lucchetto venerdì notte, non si è accorto di aver chiuso dentro un ragazzo che, con il suo cane, si era “addormentato” tra gli ulivi. Il giovane è rimasto “prigioniero” tutta la notte, in dubbie condizioni di salute. Poteva finire peggio.

    Nel frattempo su Facebook , il presidente del Municipio I – Centro Est, Simone Leoncini, risponde alla richieste di chiarimento: «Dovete chiedere ad assessorato alla Cultura che è referente per l’appalto che regola casa di Colombo e chiostro… Le cancellate devono essere chiuse solo la notte a protezione del complesso monumentale. Quindi aperti fino almeno a sera, per libero accesso, ma chiuse di notte. Il municipio ha da tempo protestato e chiesto lumi sul casino che stanno facendo! Purtroppo non siamo noi i responsabili…». Perfetto. La trasparenza fa il suo giro: abbiamo completato il gioco dell’oca, senza avere risposte certe. Un cortocircuito burocratico. Dalla segreteria del Municipio ci fanno sapere che nei prossimi giorni potrebbe essere convocata una riunione per chiarire la questione.

    Cortocircuito

    Vedremo come andrà a finire; nei fatti è una settimana che il chiostro è chiuso, sottratto alla fruizione della collettività. Le inferriate, nate dalla “lotta al degrado” portata avanti da alcuni, paradossalmente sono diventate l’altra faccia del degrado stesso, avendo creato un “mostro burocratico” da gestire, senza che ci sia un “apparato” in grado di farlo. Quanto è stato perso dal punto di vista turistico e di immagine? Impossibile quantificarlo, ma sicuramente non proprio una bella pagina per una città che ambisce a diventare “turistica”. Per farlo, bisogna certo saper valorizzare e proteggere i propri “tesori”, ma se questo si traduce nel chiuderli dietro a dei cancelli, forse è il caso di “lasciar perdere”.

    Nicola Giordanella

     

  • Via Bertani, valore immobiliare dimezzato in un anno. Tra mercato, improcrastinabilità amministrativa e urgenza politica

    Via Bertani, valore immobiliare dimezzato in un anno. Tra mercato, improcrastinabilità amministrativa e urgenza politica

    Via Bertani 1
    Via Bertani 1, il Comune vende l’immobile

    Passa in Consiglio comunale il deprezzamento dello stabile di via Bertani che ospitò la Facoltà di Economia dell’Università prima e l’occupazione del Laboratorio Sociale Buridda dopo. La delibera che fissa il nuovo valore di vendita dell’immobile arriva dopo l’offerta di una Società di Gestione del Risparmio, controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha proposto un prezzo poco più che dimezzato. La congruità dell’offerta è stata certificata dall’Agenzia delle Entrate. Andamento del mercato e condizioni dell’edificio sono le “cause” ufficiali del ribasso.

    La genesi del prezzo

    Dopo l’impasse delle aste andate deserte in passato, la svolta arriva il maggio scorso quando la Società per la Gestione del Risparmio Invimit fa sapere al Comune di essere interessata all’edificio di via Bertani. Viene presentato anche un ipotetico prezzo di acquisto, frutto di una relazione affidata dalla società ad un esperto: l’ammontare è pari a 3.100.000 euro. A questo punto Comune di Genova, visto che la quantificazione è ben oltre la metà dell’ultima fissata (6.298.500 euro nel 2015) chiede all’Agenzia delle Entrate di fare una valutazione del valore dell’immobile: «è l’ente competente in materia – afferma l’assessore allo sviluppo economico Emanuele Piazzail quale si occupa di valutare gli immobili degli enti pubblici destinati alla vendita». La valutazione restituita dall’agenzia determina un prezzo poco più alto cioè 3.498.000 euro, con la possibilità di un ulteriore ribasso tra 5 al 10% in base a eventuali subentrate esigenze. Gli uffici tecnici del Comune confermano un ribasso del 7,5%; durante la discussione in Sala Rossa, grazie un emendamento della giunta stessa, però lo si elimina, per determinare il prezzo come da precedente valutazione dell’Agenzia delle Entrate

    Deprezzamento

    Nella delibera, tra le premesse, viene evidenziata la necessità, nell’interesse pubblico, di vendere l’immobile, non essendo più “procrastinabile ulteriormente la situazione del mantenimento di un immobile di tali dimensioni nel pieno centro cittadino, inutilizzato ed esposto a possibili occupazioni abusive sia ad un progressivo degrado anche manutentivo”. Ma se nel 2008 il primo prezzo fissato fu di 7,8 milioni di euro, e nel 2015 il ribasso arrivò a 6,2 milioni, come ha fatto, nel giro di pochi mesi, il valore dello stabile a “precipitare” in questo modo? «Probabilmente la prima valutazione fu fatta su una coda di un mercato immobiliare ancora solido – spiega Piazza – oggi quel mercato è molto cambiato, come è noto». Crollato, sarebbe meglio dire, visto che un immobile di pregio, in pieno centro città, ha perso il 50% del suo valore in pochi mesi. Sicuramente le condizioni dello stabile hanno contribuito, ed evidentemente le precedenti aste non andate a buon fine sono un segno evidente di una “proposta” poco appetibile. Va notato però che questa volta la procedura è stata diversa: se prima era l’amministrazione a fissare un valore, in questo caso l’input del prezzo è arrivato dal potenziale acquirente.

    Invimit, (Investimenti Immobiliari Italiani Sgr SpA) è una società di gestione del risparmio del Ministero dell’Economia e delle Finanze, nata nel 2013 per “cogliere le opportunità derivanti dal generale processo di valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, attraverso l’istituzione, l’organizzazione e la gestione di fondi comuni di investimento chiusi immobiliari”. Stando allo statuto della società, l’operatività di Invimit Sgr fa parte di un più ampio processo di “razionalizzazione e valorizzazione del patrimonio dello Stato, degli Enti Pubblici Territoriali e dagli altri Enti pubblici”, al fine di “contribuire alla riduzione dello stock del debito pubblico”. Dopo una prima fase di start up, la società sta iniziando a produrre buoni risultati, gestendo “masse” per 800 milioni l’anno, come dichiarato pochi giorni fa dal presidente Ferrarese.

    La particolarità dell’operazione è che, sia chi a proposto il prezzo, sia chi ha “controllato” il valore dell’immobile in questione, fa capo, seppure con meccanismi e autonomie molto diverse, allo stesso ente, cioè il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Se l’Invimit è controllata al 100% dal MEF, l’Agenzia delle Entrate, da statuto, è sottoposta alla vigilanza del Ministero, che ne detiene l’indirizzo politico, attraverso una convezione triennale che fissa obiettivi e relative risorse, pur essendo dotata di autonomia regolamentare, amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile e finanziaria.

    Il voto dell’aula

    Per la cronaca, la delibera che ha stabilità il nuovo prezzo è stata approvata con 17 voti favorevoli (Farello, Canepa, Guerello, Lodi, Pandolfo, Russo, Veardo e Villa del Partito Democratico; Comparini e Gibelli di Lista Doria; Malatesta di Possibile; Caratozzolo, Gozzi e Vassallo di Percorso Comune, Chessa di Sel, De Pietro di Effetto Genova e il sindaco Marco Doria), 7 contrari (Bruno e Pastorino di Fds; Musso Enrico e Musso Vittoria di Lista Musso; Grillo del Pdl; Nicolella e Pederzolli di Lista Doria) e 11 astenuti (Balleari, Baroni, Lauro del Pdl, Boccaccio del M5s, Putti, Burlando, Muscarà di Effetto Genova, Gioia e Repetto dell’Udc, De Benedictis del Gruppo Misto e Salemi di Lista Musso). Una composizione, quindi, molto eterogenea delle posizioni sul provvedimento che oscillavano dalla contrarietà di Guido Grillo motivata da «Un prezzo da svendita», alla opposizione più squisitamente politica di Antonio Bruno, che ha ricordato come questa operazione derivi da una «rottura della amministrazione con una parte della città che aveva allacciato un accordo attraverso un protocollo di intesa, accordo rotto a seguito di uno sgombero dettato da necessità economiche oggi dimezzate».

    Vendita/assist

    L’operazione, se andasse a buon fine, quindi, chiuderebbe un capitolo molto discusso della storia recente della nostra città. L’offerta nei fatti salva l’amministrazione (e anche quella che verrà) dal gestire una “patata bollente” sia dal punto di vista dei costi, sia dal punto di vista politico, dato che la sorte incerta dei ragazzi del Buridda (e della città che, ci piaccia o meno, rappresentano), oggi nuovamente a rischio, è iniziata proprio dallo sgombero di via Bertani. Oggi tutto ciò ha un valore, che è 3,4 milioni di euro; il prezzo è congruo?

    Nicola Giordanella

  • Slot, dopo la proroga da parte di Regione Liguria, Comune di Genova al contrattacco su orari di apertura

    Slot, dopo la proroga da parte di Regione Liguria, Comune di Genova al contrattacco su orari di apertura

    new_slot_doubleRegione Liguria, durante l’ultima seduta di Consiglio, ha approvato l’emendamento che sposta di un anno l’entrata in vigore della legge anti-slot del 2012, promettendo un tavolo per affrontare l’argomento e preparare il territorio. Nel frattempo Comune di Genova continua la sua offensiva, pensando a limitare gli orari, come previsto dal regolamento comunale vigente.

    Approfondimento: il regolamento Comunale anti-slot

    A dirlo in Sala Rossa è l’assessore alla Legalità Elena Fiorini, in risposta ad una interrogazione della consigliera Clizia Nicolella (Lista Doria, presidente dellaConsulta contro il gioco in denaro), che ha chiesto quali siano le intenzioni della giunta a seguito della decisione presa dal Consiglio regionale, ricordando la grande partecipazione alla manifestazione dei giorni scorsi: «La linea di questa amministrazione è chiara e non abbiamo intenzione di recedere – ha dichiarato l’assessore Fiorini – oggi non abbiamo notizia della convocazione del tavolo promesso da Regione Liguria, e nel frattempo stiamo valutando come portare avanti la nostra politica di contenimento dell’offerta di gioco».

    L’amministrazione civica, quindi, porta avanti la sua battaglia contro le slot: nei “piani” del Comune rimane il pressing verso Stato e Regione, anche attraverso Anci, nel perseguire l’obiettivo del contenimento delle patologie legate all’azzardo, con una regolamentazione più rigoroso dell’offerta di gioco. L’arma, però, più “affilata” ad oggi è la regolamentazione degli orari di apertura delle sale da gioco, argomento di competenza diretta del Sindaco, come previsto dal regolamento comunale e confermato dalla sentenza del Tar del Molise che ha respinto una sospensiva di una ordinanza simile del Comune di Campobasso.

    Stando al testo del regolamento comunale, approvato nel 2013, le sale slot dovrebbero attenersi all’orario di apertura previsto dalle 9 alle 19,30, cosa che, come evidente, eliminerebbe il “servizio notturno”. Nei prossimi giorni, quindi, potrebbe arrivare l’ordinanza del Sindaco che impone orari limitati per le sale slot.

    Nicola Giordanella

  • Sanità, introdotta la fecondazione eterologa nei Lea. 8,9 milioni in più per Regione Liguria, ma servizio ancora tutta da costruire.

    Sanità, introdotta la fecondazione eterologa nei Lea. 8,9 milioni in più per Regione Liguria, ma servizio ancora tutta da costruire.

    donna-incintaI nuovi Lea, in Gazzetta Ufficiale dal 18 marzo scorso, individuano chiaramente tutte le prestazioni di PMA che saranno erogate a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Una delle novità è rappresentata dall’introduzione della Fecondazione Eterologa (di fatto possibile in Italia da aprile 2014) cioè tramite ovulo o seme di donatori esterni alla coppia. Come si traduce questo nei centri genovesi? Abbiamo cercato di mettere insieme una quadro dell’attuale lavoro dei due centri e l’impatto che le novità avranno.

    In Liguria i centri pubblici che si occupano di procreazione medicalmente assistita (PMA) sono cinque. A Genova i due centri di III livello – che sono presso l’Ospedale Evangelico Internazionale e presso l’Ospedale San Martino – rispetto agli altri livelli, applicano procedure impegnative, tecniche complesse e invasive in base al tipo di infertilità da affrontare e che in alcuni casi richiedono un’anestesia generale.

    I due centri genovesi sono attrezzati “tecnicamente” per affrontare l’eterologa ma, come tutto il reparto medico della regione devono “operare” in carenza di risorse e soprattutto di personale. Il problema rimane quello di fornire una prestazione, la cui applicazione presenta alcuni aspetti poco chiari a livello di interpretazione e “coerenza” tra normativa nazionale e comunitaria: un esempio è il divieto tutto italiano di fornire rimborsi ai donatori, nemmeno per giornate di lavoro perse; oppure l’impossibilità di “acquistare” ovociti all’estero.

    I numeri a Genova

    I numeri dei centri della nostra città fotografano una richiesta di PMA in aumento sopratutto da coppie non più in età fertile, mentre rimane costante la richiesta (in età fertile) per coloro che soffrono di menopausa precoce o che devono sottoporsi a terapie che interferiscono sulla fertilità, come la chemioterapia. In complesso i due centri forniscono dai 600 ai 700 cicli di fecondazione omologa in un anno.

    L’ospedale Evangelico, come ci riferisce il Dottor Mauro Costa, responsabile del centro, effettua circa 400 fecondazioni all’anno. Presso l’ospedale San Martino sono circa 350 i cicli erogati durante l’anno, come ci conferma la Dottoressa referente Paola Anserini.

    Cosa cambia con l’introduzione dell’eterologa

    Dal punto di vista medico, tecnico nulla, nel senso che l’organizzazione, nei centri, è già strutturata per applicarla. Ovviamente col crescere della richiesta di prestazioni sarebbe necessario maggior personale. «E’ la procedura che manca – sottolinea il dottor Corsta – ad oggi non sappiamo quali esami saranno gratuiti, o quali ticket dovranno essere pagati. C’è bisogno della tariffazione delle prestazioni, in questo modo la Regione potrà stabilire priorità e distribuire le risorse», afferma il dottor Costa. La ripartizione del fondo sanitario nazionale 2017 ha previsto per la Liguria 3,53 miliardi di euro, 8,9 milioni in più rispetto alla ripartizione precedente.

    Chi ha bisogno dell’eterologa

    L’infertilità maschile e femminile, precisa Costa, hanno un’incidenza simile. Nel caso di infertilità maschile è quasi sempre possibile avere a disposizione almeno uno spermatozoo sano da impiantare: «Gli uomini nei quali questo non si può fare – aggiunge – nella mia esperienza sono in media non più di due all’anno».

    Le donne che hanno bisogno di donazione si dividono in due grandi categorie: chi è nell’età di usare le proprie uova ma per qualche motivo non le ha, come ad esempio la presenza di menopausa precoce, o ha subito terapie oncologiche; e chi non è più fertile per età. Le prime non rappresentano più del 10% di casi secondo il dottor Costa. La dottoressa Paola Anserini conferma la tendenza che vede cresescere sempre più la domanda da parte di richiedenti sempre più anziane.

    I dati dei centri

    Sono 20/25 i casi di infertilità in età feconda in un anno, quelli che registra il Centro dell’ospedale Evangelico. Su 1000 prestazioni chi chiede una prima consulenza sono 30 le donne e 5 gli uomini che scoprono di aver bisogno dell’eterologa. Numeri «Ampiamente copribili – aggiunge Costa – tramite una buona organizzazione dell’egg sharing, cioè la donazione di ovociti ad altri da parte di chi sta facendo già pratiche di PMA». Sono aumentati i cicli da ovociti congelati.

    Il centro dell’ospedale San Martino registra un totale di 350 cicli effettuati, di cui 250 sono i prelievi ovocitari e 100 quelli da scongelamento. Il numero che spicca, nella struttura, sono le 150 consulenze oncologiche annue (chi potrebbe aver bisogno di congelare i propri semi a causa di terapie che agiscono sulla fertilità) sul quale il centro avrebbe bisogno di risorse.

    Le donatrici e i donatori

    Donare il proprio ovocita o sperma significa sottoporsi ad esami, mettere in conto giorni nei quali non è possibile lavorare. Ne consegue, come già raccontavamo nel 2014 , che poter avere i donatori è faccenda complicata. A questo si aggiunga che in Italia non è possibile rimborsare la giornata di lavoro persa. «In un mese si perdono dalle cinque alle sette giornate di lavoro», precisa Costa. Cosa avviene oggi nei centri che forniscono l’eterologa? I centri pubblici o privati, in pratica, “comprano”termine inappropriato anche se traduce meglio ciò che realmente avviene cioè, pagano il servizio a centri stranieri che forniscono gli ovociti. Spetta al centro straniero la gestione e il rapporto con la donatrice. In Liguria, sulla carta è possibile fornire la fecondazione eterologa ma di fatto è impossibile metterla in atto per motivi di mancanza di donatori e per problematiche “burocratiche” di cui abbiamo detto sopra.

    “Egg Sharing”

    Una soluzione praticabile oggi è il cosidetto “Egg sharing”, che tradotto significa che colei che sta facendo un trattamento di PMA permette che le proprie uova possano essere utilizzate da altri nel momento in cui il proprio ciclo va a buon fine. Questa pratica, ovviamente, comporta una serie di procedure “rinforzate”, con ulteriori esami che si aggiungono a quelli sostenuti per il normale percorso di procreazione, e tempistiche più lunghe. Chi fornisce il consenso a questa pratica, se supera il primo ciclo con successo e ha delle uova avanzate, e decide di donarle, quindi lo può fare. «Nei centri pubblici – sottolinea Costa – questo è l’unico modo realmente praticabile oggi per la fecondazione eterologa. Credo sia difficoltoso, quando si farà un ragionamento sui costi, che la Regione possa permettersi di pagare 3000 per 6 ovociti a paziente». In media un centro pubblico o privato paga dai 2000 ai 3600 euro per avere 6 ovociti.

    Pare quindi che la ratio dei nuovi Lea sia quella di ampliare le possibilità, chiedendo un impegno importante alle regioni. Cosa risponde Regione Liguria? Come recepirà il decreto? Rimaniamo in attesa di una risposta dalla Regione sul riparto delle risorse, anche tenendo conto dei tagli alla mutualità inter-regionale, che permette di ottenere prestazioni che la propria regione non offre in altre, e su quali saranno le priorità.

    Claudia Dani

  • Fare il pescatore oggi, tra nuove leggi, sanzioni e scarsità di pesce. Un mestiere antico ma a rischio estinzione

    Fare il pescatore oggi, tra nuove leggi, sanzioni e scarsità di pesce. Un mestiere antico ma a rischio estinzione

    pescatori-genova-galata520 imbarcazioni per un totale di 1400 di pescatori. Sono i numeri nel settore della pesca ligure, cifre che si stanno vertiginosamente riducendo man mano che passano gli anni. Mentre il numero delle imbarcazioni diminuisce, ad alzarsi è l’età media dei pescatori, due dati che combinati insieme non prospettano nulla di buono per il settore. «E’ un mestiere che qui a Genova va avanti da oltre diciannove generazioni – dice Felice Mammoliti, pescatore professionistama ora è destinato a morire, nessun giovane vuole più farlo».

    Un lavoro quello del pescatore che oggi è messo a dura prova dalle nuove leggi, dalle sanzioni e dalle burocrazie locali, nazionali e internazionali e dalla concorrenza dei pescatori non autorizzati. «Per fare questo mestiere ci vuole tanta passione – continua Felice – perché se dovessi pensare al guadagno avrei già cambiato da tempo». Il profitto per i professionisti che lavorano in proprio arriva solo con la vendita della merce; questo significa che se le condizioni meteo non permettono di andar per mare o se non c’è passaggio di pesci, i pescatori rimangono a bocca asciutta. «Nonostante tutto sono contento di lavorare all’aria aperta e in mezzo al mare, infatti quando esco in barca dico sempre che vado a pesca e non a lavorare». E se Felice che ha cominciato questo lavoro nel ’78, dopo aver incontrato moltissime difficoltà non ha mai nemmeno pensato di mollare, vuol dire che la passione è l’ingrediente imprescindibile per essere un pescatore professionista. «Ne abbiamo passate di ogni, nel 2009 abbiamo dovuto svendere la barca, licenziare sette persone dell’equipaggio e rimanere solo io e mio padre a lavorare su un’imbarcazione piccola». – Continua Felice – «Comunque, non ho mai pensato di smettere, per me è un mestiere che vale milioni di euro perché mi riempie il cuore di gioia tutti i giorni».

    A costituire l’intera flotta ligure sono per la quasi totalità, l’80%, imbarcazioni per la piccola pesca ovvero barche al di sotto di 10 tonnellate che fanno uscite giornaliere e utilizzano attrezzi come reti da posta, tringali e palangare. «Esiste poi un reparto che si dedica alla pesca a strascico – spiega Daniela Borriello, responsabile regionale Coldiretti Impresa Pesca Liguriae una ventina di lampare in tutta la regione e solo due di queste si trovano a Genova».

    Ogni imbarcazione si dedica a un tipo di pesca differente: a strascico che con lunghe reti gettate sui fondali marini cattura triglie, totani, polpi, seppie e scorfani e le lampare si dedicano alla pesca delle acciughe. «Adesso noi che facciamo parte delle piccola pesca – racconta Mammoliti – stiamo utilizzando attrezzi da posta che caliamo il pomeriggio e salpiamo non appena sorge il sole per prendere totani, polpi, seppie, triglie e pesci adatti per la zuppa».

    Per ogni stagione viene utilizzato un attrezzo diverso e reti con maglie di grandezza differenti, un modo per evitare il danno ambientale e economico. Il dove si andrà a pescare, di preciso non si sa se non quando già ci si trova in mare. «Noi – continua il Felice – peschiamo in tutto il golfo di Genova, da Cogoleto a Portofino, andiamo dove c’è più movimento o dove ci suggeriscono i nostri colleghi».

    Problematiche del mestiere

    pescatori-barche-pesceIl pescato dei piccoli pescatori genovesi non finisce sui banchi del mercato del pesce di Ca’de Pitta, perché la quantità non soddisfa la richiesta. Fanno eccezione le acciughe che durante le stagioni vengono messe all’asta al mercato all’ingrosso e esportate oltre i confini regionali. Tranne le lampare, tutte le imbarcazioni della Darsena genovese non appena rientrate in banchina, vendono il proprio bottino direttamente al pubblico servendosi del piccolo mercato allestito al Porto Antico. «La burocrazia con i divieti di pesca su moltissime specie – spiega Mammoliti – ci ha tagliato le gambe senza darci un’alternativa». Dopo il fermo per la pesca dei bianchetti invernali (piccoli delle sardine) tutte le barche per la piccola pesca sono rimaste a terra. «Da gennaio a marzo non abbiamo potuto lavorare perché c’era il divieto – continua Felice – il “risarcimento” è stato di 800 euro a equipaggio». Secondo quanto riferito dai pescatori genovesi nonostante il recente fermo dei bianchetti il numero delle acciughe è diminuito. «Siamo d’accordo a tutelare l’ambiente e salvaguardare le specie marine, ma non crediamo che questa sia la strada giusta – spiega Mammoliti – alcuni biologi ci hanno confermato che le specie per essere tutelate devono essere stimolate e quindi anche pescate, se no smettono di riprodursi». Un altro problema che affligge questa categoria è la pesca sportiva che permette l’utilizzo di attrezzi professionali e non deve sottostare a tutte le regole che invece ha la pesca professionale. «Abbiamo chiesto che questo tipo di pesca venga regolamentato come la caccia – dice Mammoliti – perché molti che si spacciano per pescatori hobbisti sono veri e propri professionisti che lavorano in nero».

    Ma le problematiche nel settore non finiscono qui: la legge 154, normativa comunitaria approvata nel 2016 per effetto dell’applicazione di regole dell’Unione Europea, valida per tutti mari che bagnano i Paesi dell’Unione Europea, ha innalzato le sanzioni nel caso di trasgressione delle regole. «Applicare un’unica legge che vada bene in tutta Europa è un utopia – dice Boriello – ogni mare ha la propria peculiarità, la propria fauna e le proprie stagionalità». Del resto anche il lavoro del pescatore è decisamente differente se svolto nel Nord Europa o nel Mediterraneo. «Non possiamo essere paragonati alle grosse flotte che lavorano negli altri Paesi su acque più ricche e abitate da altri pesci». – Continua il pescatore – «Noi siamo piccoli pescatori che lavorano nel Mediterraneo che è un mare abitato da una determinata fauna, che possiede specifiche caratteristiche e peculiarità; e tutto questo va tenuto in considerazione». Con la nuova norma le sanzioni per la cattura di pesci al di sotto delle taglie imposte possono arrivare fino a 15 mila euro: «E’ vero che sono state abolite alcune ripercussioni penali – conclude Boriello – ma le multe sono sproporzionate e non garantiscono futuro all’impresa». Secondo i pescatori genovesi le leggi andrebbero fatte ad hoc valutando il tipo di mare e la quantità di pescato disponibile.

    Come diventare pescatori

    Per diventare pescatori professionisti non basta uscire in mare su un gozzetto e avere ami, lenze e reti. Tutt’altro, il percorso per guadagnarsi il titolo è lungo e articolato. Il primo passo da fare è presentare la documentazione necessaria rilasciata dalla capitaneria, fare una prova di nuoto e di voga e una volta superati questi step l’aspirante pescatore potrà prendere il tesserino che gli permette di imbarcarsi e cominciare la “gavetta” per arrivare al titolo. L’esperienza in mare è ciò che conta di più per diventare pescatore, ci vogliono minimo dodici mesi di imbarco insieme a un mozzo per poi accedere all’esame che, una volta superato, darà il titolo di conduttore e comandante. Solo in questo momento il pescatore sarà libero di uscire in mare da solo e svolgere la propria attività. Il tipo d’imbarcazione su cui lavorare e quindi il tipo di pesca che andrà a svolgere è a discrezione del professionista.

    E.C.

  • Che fine hanno fatto i “matti” di Quarto? Dalla legge Basaglia, passando per la causa contro Asl, fino ad oggi, tra rivoluzione e normalità

    Che fine hanno fatto i “matti” di Quarto? Dalla legge Basaglia, passando per la causa contro Asl, fino ad oggi, tra rivoluzione e normalità

    manicomio-quarto-D3L’ex Ospedale psichiatrico di Quarto è stato “raccontato” molte volte, e su queste pagine abbiamo più volte documentato le novità che talvolta lo vedevano protagonista della sempre pretesa rinascita cittadina, fino alla resa totale alle leggi del profitto basato sull’urbanizzazione selvaggia. In ogni caso, un luogo caro e fortemente simbolico, da Collina dei matti a Polo di attrazione culturale oltre che sanitaria e sociale.

    Oggi i progetti pubblici, seppur faticosamente, stiano andando avanti: il 23 Marzo, presso la sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale, è in programma un pubblico confronto fra il Municipio Levante ed il Coordinamento per Quarto da una parte, e rappresentanti delle istituzioni dall’altra, con l’intento di dar gambe all’accordo di programma da troppo tempo in sospeso.

    Intanto le iniziative all’interno del complesso di Quarto procedono con buon ritmo e sempre più genovesi entrano nell’ex manicomio in cerca di corsi di formazione, seminari, laboratori e molto altro ancora. A volte capita di incontrare qualche ospite di quello che era uno fra gli ospedali psichiatrici più affollati, e sorge spontanea la domanda: ma dove saranno andati tutti gli altri pazienti ?

    Che fine hanno fatto?

    Ne parliamo con il dottore Natale Calderaro, allievo ed amico di Antonio Slavich e Franco Basaglia, che fu psichiatra a Quarto dal 1978 al 1985. «Arrivai in questo ospedale a fine 1978 chiamato proprio dal direttore Slavich e, tranne un breve ed intenso periodo in cui fui al Galliera, nel 1979, rimasi a Quarto fino al 1985». Una tempistica irripetibile, visto la rivoluzione giuridica in atto: «Al mio ingresso trovai nel reparto circa 150 degenti, molto diversi per età e per patologia, e francamente mi resi subito conto che il lavoro da fare era molto, e che non sarebbe stato per nulla facile. I primi tempi furono, infatti, molto duri: la Legge 180 era appena entrata in vigore e c’era grande confusione nei vari Ospedali e anche nell’opinione pubblica, divisa come al solito fra opposte fazioni». In ogni rivoluzione, si sa, ci sono molteplici sfumature. «A parole tutti erano d’accordo nel reclamare condizioni più umane per i pazienti psichiatrici, ma sui giornali si discuteva – e molto – sul metodo. Antonio Slavich era invece ben deciso nel suo programma riformista: ricordo che per prima cosa sequestrò tutte le camicie di forza con la stoffa delle quali fece rivestire le poltrone Frau del suo studio, per ricordare a tutti da dove si stava partendo. Fece segare le sbarre dalle finestre delle camerate, cercò di circondarsi, per quanto possibile, di persone di sua fiducia, che credessero nel progetto di far rientrare ogni paziente nel proprio ambiente, in modo da permettergli di ritrovarsi e ritrovare gli affetti, la famiglia, ma dove fossero anche ben accolti, ovviamente».

    Un nuovo approccio che guardava non solo al presente ma anche al futuro dei pazienti: «Per questo le persone non venivano rispedite a casa come fossero stati degli oggetti, ma cercando prima di riallacciare la relazione con i familiari che erano invitati a venire in ospedale, superando la diffidenza che in certi casi era anche molto evidente». Ogni passaggio non era dato per scontato: «I pazienti erano accompagnati da noi (solitamente un dottore ed un infermiere) in visite “protette” nel loro ambiente – che talvolta sentivano come fortemente angosciante – finché il ritorno a casa non diventava una cosa del tutto naturale e comunque sempre seguita a distanza e in qualche modo monitorata prima da noi e poi dai SPDC». Un acronimo difficile che significava, e significa ancora oggi, perché esistono tuttora, Servizio psichiatrico diagnosi e cura. «Che poi eravamo sempre noi».

    Ecco, ascoltando la narrazione del dottor Calderaro questo sembra essere stato uno snodo assai importante, anzi fondamentale, per tutto quello che è venuto dopo e che ancora vediamo a Quarto.  «In ogni caso era importante non svolgere questo lavoro di reinserimento in maniera ideologica – precisa lo psichiatra – perché quando c’erano forti resistenze da parte delle famiglie era fondamentale procedere gradualmente e senza imporre nulla. Poi nella stragrande maggioranza dei casi che ho seguito ciò che rassicurava maggiormente i familiari era la consapevolezza che noi del Servizio c’eravamo sempre, che saremmo intervenuti in qualsiasi momento fosse stato necessario e che ogni crisi che avessero segnalato sarebbe stata seguita con la massima attenzione».

    Casa dolce casa, oppure no?

    Manicomio di Quarto«Comunque – prosegue – non sempre il poter andare a casa rendeva felici i pazienti, anzi, talvolta li inquietava, perché la libertà come sappiamo è difficile da gestire, quindi per queste persone il lavoro da fare era più lungo e complesso». Un lavoro che partiva dai pazienti stessi: «Nessuno di loro fu forzato ad andare via e parecchi decisero di rimanere all’interno della struttura come ospiti; non uscivano magari da più di dieci anni e la loro casa ormai era il manicomio. In questi casi si cercò di portare dentro quello che loro non volevano o temevano di cercare fuori, dare un’occupazione, risvegliare l’interesse per il mondo esterno attraverso varie forme».

    Una volta a “casa” il lavoro però continua: «Nel tempo abbiamo continuato a vedere questi pazienti ad intervalli regolari attraverso i Centri di Salute Mentale istituiti nel 1979 che hanno svolto, e tuttora svolgono, una funzione importantissima sul territorio, poiché si propongono non solo per l’emergenza ma anche per la prevenzione del disagio psichiatrico».

    Alcuni degenti sono stati dirottati verso strutture private, ma secondo il dottor Calderaro non sono stati un numero significativo: «Credo che forse inizialmente qualche caso ci sia stato, ma non credo siano stati numeri importanti. Alla fine erano circa ottanta le persone rimaste ospiti dell’ex Ospedale Psichiatrico». Nel 2012 arriva la notizia che i pazienti erano stati «messi all’asta», a gruppi di 20, per essere affidati alle strutture che avessero vinto la gara d’appalto: «Scoppiò un putiferio che, paradossalmente, aiutò la rinascita di Quarto stesso. Infatti, attraverso l’Associazione famiglie pazienti psichiatrici (Alfapp), l’Asl fu denunciata e perse la causa, ritirando il provvedimento; da allora hanno ripreso vigore tutte le associazioni attorno a questo complesso portando ai risultati ottenuti lo scorso anno, anche grazie ad una inedita collaborazione fra gli Enti».

    Semplicemente a casa

    Conclude il dottor Calderaro: «Ormai saranno una cinquantina le persone residenti all’interno della struttura, parecchi di loro hanno piccoli incarichi lavorativi, tengono il bar ordinato, puliscono gli spazi sociali, hanno stretto legami molto solidi. Alla fine ci fanno pensare che il lavoro fatto è stato molto, e che certamente non è stato inutile. Ma anche che continua e dovrà continuare».

    L’unica cosa che ci sentiamo di aggiungere ad una così completa relazione è che Quarto nell’immaginario collettivo ha il cuore in questa collina, matta per definizione: ed i suoi ospiti che qui vivono sono l’iconica presenza di un quartiere che guarda avanti ma che sempre da qui deve partire, qui dove tutto è cominciato.

    Bruna Taravello

  • Ricibo, la rete contro lo spreco alimentare. Comune di Genova capofila per ridistribuire le eccedenze

    Ricibo, la rete contro lo spreco alimentare. Comune di Genova capofila per ridistribuire le eccedenze

    riciboLo spreco di cibo vale nel mondo circa 2.060 miliardi di euro. Secondo la Fao più di 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti ancora consumabili vengono ogni anno buttati via, un quantitativo che potrebbe sfamare per un anno intero 2 miliardi di persone.

    È stata presentata oggi nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi “RICIBO”, una rete di associazioni, imprese e servizi sociali per trasformare lo spreco alimentare in risorsa. Sono intervenuti – tra gli altri il sindaco Marco Doria, l’assessore alle Politiche socio sanitarie Emanuela Fracassi, l’assessore all’Educazione e Stili di Vita del Comune di Udine Raffaella Basana, rappresentanti delle associazioni e operatori dei servizi attivi nel territorio.

    Nel corso dell’incontro è stata presentata la pagina web del sito istituzionale del Comune di Genova, frutto del lavoro delle associazioni, dei Servizi sociali territoriali e della Direzione Politiche Sociali sul tema del contrasto allo spreco di cibo e della distribuzione di alimenti alle persone in difficoltà. La pagina rimanda anche alla fanpage Facebook RICIBO che ha lo scopo di collegare tra loro le associazioni e diffondere le iniziative e gli eventi che si organizzano in città. Nel dettaglio Ricibo è un progetto di rete a regia comunale che si pone l’obiettivo di ridurre lo spreco alimentare a Genova, implementando le strategie della nuova legge nazionale favorendo la connessione tra enti pubblici, associazioni no profit e aziende donatrici.

    In Italia, infatti, lo spreco costa lo 0,5% del Pil, oltre 8 miliardi di euro. Per una famiglia italiana questo significa una perdita di 1.693 euro l’anno. In Italia ogni anno finiscono tra i rifiuti dai 10 ai 20 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, per un valore di circa 37 miliardi di euro. Cibo che basterebbe a sfamare, secondo la Coldiretti, circa 44 milioni di persone. Dati che dovrebbero sollevare diversi dubbi su come è gestita la filiera alimentare nella nostra civiltà “occidentale”.

    Per questo motivo, la lotta allo spreco è diventata nel 2016 legge dello Stato. Un provvedimento organico sul recupero delle eccedenze nelle fasi di produzione, trasformazione, distribuzione e somministrazione di tali prodotti e sulla loro donazione per solidarietà sociale.

    A Genova è presente da anni un’ampia e diffusa rete di punti di distribuzione di alimenti in eccedenza alle famiglie in condizioni economiche difficili, con la regia comunale, gestita da vari soggetti pubblici, ecclesiali, del terzo settore e privati nel quadro di un’azione più ampia, volta al contrasto della povertà, dell’emarginazione e dello spreco di beni primari. Con questo progetto, la speranza è quella di attivare e mettere in comunicazione i diversi soggetti attivi, o attivabili, del territorio genovese, al fine di recuperare e ridistribuire tutto ciò che il mercato considera rifiuto alimentare. L’unione fa la forza: la scatola è stata fatta, ora servono i contenuti.

     

     

  • Slot, Regione diserta commissione comunale. Da Sala Rossa secco no alla proroga ma avanzata ipotesi di una transizione

    Slot, Regione diserta commissione comunale. Da Sala Rossa secco no alla proroga ma avanzata ipotesi di una transizione

    slotmachineDopo la conferma di ieri di voler predisporre una moratoria di un anno all’entrata in vigore della legge regionale del maggio 2012 contro il gioco d’azzardo per giungere rapidamente a una riforma della stessa, Regione Liguria diserta la commissione comunale dedicata al regolamento genovese sulle sale da gioco e i giochi leciti. Durante la discussione in aula coro di no alla proroga, ma avanzata l’ipotesi di un periodo transitorio per permettere agli esercenti di “gestire” l’adeguamento alla normativa.

    La vicepresidente della giunta Sonia Viale e l’assessore allo Sviluppo economico, Edoardo Rixi non hanno risposto alla convocazione della Commissione consigliare convocata oggi per discutere dell’entrata in vigore del regolamento comunale (che si rifà alla norma regionale del 2012) che impone forti limiti territoriali per le slot sul territorio del Comune di Genova. Forti le critiche dei consiglieri: «La Regione non rispetta i rapporti istituzionali» ha tuonato la consigliera del Partito democratico, Cristina Lodi, ricordando come nei due anni di insediamento della attuale amministrazione regionale, nulla sia stato fatto per prevenire questa “crisi”.

    Presenti in commissione, come auditi, diversi rappresentanti degli esercenti, che hanno ribadito come un provvedimento del genere metterebbe a rischio la sopravvivenza di oltre mille esercizi pubblici, con relativi costi in termini di posti di lavoro. Reffaele Curcio, rappresentante Sapar, ha ricordato come «spesso la categoria è sul banco degli imputati, ma dobbiamo tenere conto che operiamo a norma di legge, una legge che ha permesso di far emergere il gioco illegale. La ludopatia è un termine trasversale – ha sottolineato – sarebbe stato più corretto se nel regolamento ci si fosse rivolti a tutti i giochi d’azzardo. Vanno trovate soluzioni equilibrate, che garantiscano i lavoratori e gli esercenti».

    «Non accetto il ricatto del lavoro – ha risposto Paolo Putti, di Effetto Genovariflettiamo sui come dare alternativa a quei posti di lavoro, ma se il gioco è dannoso va combattuto. I dati visti in questi giorni sulle pagine dei giornali e nelle dichiarazioni delle associazioni sono discordanti. Le statistiche ci dicono che però sarebbero 32 mila le persone a rischio patologia in Liguria». Gli fa eco Boccaccio, Movimento 5 Stelle: «Il problema è più grande delle competenze del Comune, però si può dare un segno politico: da qualche cosa si può incominciare e il comune può farlo dal luogo fisico. Bisogna trovare una soluzione che mantenga la frontiera la lotta al gioco d’azzardo, e accompagnare gli esercenti a dismettere, se si può. Ma se non si può preferiamo salvaguardiamo i cittadini dal gioco d’azzardo».

    Mirella Stefanini, responsabile Sert per Asl3 ha riportato la propria esperienza ricordando come sia «Vero che il gioco patologico dipenda dalle persone, ma il fatto di sviluppare una dipendenza davanti al portone di casa, ha aumentato i casi. Bisogna incominciare a pensare il gioco come tutte le altre dipendenze e questa patologia va trattata come tale». Inoltre, i danni che questa porta non sono quantificabili: «La dipendenza arriva anche in famiglia con depressione, violenze domestiche, depauperazione del patrimonio famigliare, assenza della educazione dei figli, disperazione».

    Lo spiraglio

    Un possibile spiraglio per questa crisi, che arriva in piena campagna elettorale per le “comunali” di maggio, arriva dai banchi di Lista Doria: «Dobbiamo dare un contenimento ad un fenomeno che ha un costo sociale, non quantificabile – sottolinea Clizia Nicolellama si può convocare un tavolo per ragionare sul come applicare questo regolamento, che deve essere attivato nei tempi previsti» Per superare le contrapposizioni propone «Un periodo di transizione, con agevolazioni e sanzioni ridotte, per permettere agli esercenti di adeguarsi alla normativa, tamponando il rischio di un dissesto economico».

    Da qua ripartiranno i lavori della Commissione, che è stata aggiornata a giovedì prossimo. Continua, quindi, la contrapposizione tra Comune e Regione, ribadita dallo stesso sindaco Marco Doria che in mattinata aveva dichiarato che “Non si devono fare passi indietro rispetto a un approccio che punta a contrastare quella che giudico una piaga sociale»

     

  • Cinghiali, protocollo tra Comune di Genova e Regione Liguria. Assessore Porcile: «Chiarite le rispettive competenze»

    Cinghiali, protocollo tra Comune di Genova e Regione Liguria. Assessore Porcile: «Chiarite le rispettive competenze»

    cinghialiContenimento e controllo della presenza di ungulati nelle aree urbane. È questo l’obiettivo del Protocollo che verrà firmato da Comune di Genova e Regione Liguria per adottare misure adeguate ad affrontare la diffusione di cinghiali in zone ad alta intensità abitativa. La Giunta comunale ha approvato nella seduta di ieri lo schema del documento di intesa, su proposta dell’assessore all’Ambiente Italo Porcile, di concerto con l’assessora alla Legalità e Diritti Elena Fiorini e dell’assessore ai Lavori pubblici e Manutenzioni Giovanni Crivello.

    Le azioni previste dal Protocollo sono molte e articolate. Si va da misure di prevenzione, quali la realizzazione di recinzioni metalliche o elettriche, al monitoraggio sistematico della gestione dei rifiuti soprattutto nelle aree in prossimità di zone boschive, fino a interventi per allontanare gli animali da zone ad alta densità abitativa.

    Il documento impegna la Regione – cui compete la gestione della fauna selvatica – a programmare, coordinare e curare l’organizzazione degli interventi di contenimento e rimozione. Compito della Regione – si legge nello schema di Protocollo – è anche assicurare consulenza e assistenza tecnica al Comune per l’impiego degli strumenti di prevenzione, quali appunto recinzioni, gabbie e dissuasori. Verrà istituito inoltre un apposito numero telefonico regionale che raccoglierà tutte le segnalazioni relative alla presenza di cinghiali negli ambiti urbani.

    Tra gli impegni del Comune c’è la realizzazione delle misure di prevenzione, d’intesa con gli agenti incaricati dalla Regione, nei punti critici dove si è riscontrato più frequentemente il passaggio dei cinghiali. Palazzo Tursi dovrà assicurare, attraverso Amiu, la rimozione dei rifiuti che rappresentano un facile richiamo per la presenza dei cinghiali. Sempre al Comune compete il compito di sanzionare tutti coloro che daranno cibo agli animali.

    Regione e Comune inoltre promuoveranno congiuntamente campagne periodiche di sensibilizzazione della cittadinanza relative sia al divieto di foraggiare i cinghiali sul territorio comunale, che alla necessità di provvedere alla pulizia delle aree incolte di proprietà privata nelle zone di confine tra bosco e territorio urbano.

    «Con l’istituzione della Città metropolitana – sottolinea l’assessore all’ambiente Italo Porcilela Regione ha avocato a sé la competenza per il controllo della fauna selvatica che prima veniva assicurato dalla ex Provincia e ha assorbito sette agenti specializzati della Polizia provinciale di Genova per svolgere tale compito. Il fenomeno della presenza di cinghiali in aree urbane ha assunto nel frattempo dimensioni preoccupanti e quella che doveva essere una normale attività di contenimento ha assunto veri e propri caratteri d’urgenza. La Regione si è sottratta negli ultimi mesi a compiti e attività che le competono. L’Amministrazione comunale ha fronteggiato la situazione evitando danni a persone e cose. Con questo protocollo si chiariscono finalmente i rispettivi ruoli».