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  • Pronta la terza edizione della biennale “Le Latitudini dell’Arte”. A Palazzo Ducale dal 16 luglio

    Pronta la terza edizione della biennale “Le Latitudini dell’Arte”. A Palazzo Ducale dal 16 luglio

    Stefano Cagol
    Stefano Cagol

    Sabato 15 luglio 2017 alle 18.00, a Palazzo Ducale a Genova, nelle Sale del Munizioniere, sarà inaugurata la terza edizione della Biennale d’arte contemporanea “Le Latitudini dell’Arte“, promossa da Art Commission in collaborazione con Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura.

    La rassegna, ideata e curata da Virginia Monteverde, quest’ anno presentata da Carmelo Strano, è nata come interscambio artistico-culturale tra l’Italia e gli altri Paesi Europei. Per l’edizione del 2015, Paese ospite è stato l’Ungheria. Quella stessa rassegna il 9 agosto prossimo sarà presentata a Budapest, nel prestigioso Palazzo Vigado. Questa terza edizione 2017 mette al centro della Biennale il rapporto culturale e artistico fra Italia e Germania, entrambe quest’anno protagoniste assolute dell’arte contemporanea, tra la 57 Biennale di Venezia (dove il padiglione tedesco ha vinto il Leone d’Oro) e la quattordicesima edizione di Documenta a Kassel.

    In questa terza edizione della Biennale Le Latitudini dell’Arte, Genova propone, fino al 19 agosto, sessantuno artisti che operano e hanno operato nei due Paesi. Ciò con la collaborazione di gallerie, musei e fondazioni italiane ed estere. La rassegna si avvale della collaborazione di curatori, critici, galleristi e artisti i cui lavori offrono un ampio e sintomatico panorama di molteplici linguaggi visivi, sicché i visitatori godranno di un impatto stimolante ed efficace non solamente sull’arte dei due Paesi protagonisti, ma, indirettamente, dell’intera Europa.

    La mostra si completa con un catalogo pubblicato da De Ferrari Editore (Genova). “È proprio vero che l’arte ha una geografia tutta sua. Il concetto scientifico si può esaurire nel singolare: la latitudine. Per contro, l’arte consente addirittura a ciascun autore la propria latitudine. Oggi più che mai. […] dal testo di Carmelo Strano, catalogo della Biennale Le Latitudini dell’arte – Germania e Italia.

     

    ARTISTI GERMANIA: Josef Albers, Karin Andersen, Benjamin Bergmann, Joseph Beuys, Andreas Burger, Esther Burger, Martin Disler, Giulio Frigo, Jacob Ganslmeier, Claudio Gobbi, Hans Hermann, Friederike Just, Jan Kuck, Alessandro Lupi, Tillman Meyer-Faje, Natasha Moschini, Ben Patterson, Fried Rosenstock, Andrea Salvino, Michael Schmidt, Pavel Schmidt, Sophie Schmidt, Niels Schubert, Claudius Schulze, Daniele Sigalot, Nina Staehli, Günter Stangelmayer, Wolfgang Tillmans, Gunther Uecker, Claudia Wieser, Eli Zwimpfers.

    Mauro Ghiglione
    Mauro Ghiglione

    ITALIA: Matthew Attard, Matteo Basilè, Carla Bedini, Mats Bergquist, Silvia Berton, Stefano Bigazzi, Gregorio Botta, Vincenzo Cabiati, Virginia Cafiero, Stefano Cagol, Alessandra Calò, Francesco Candeloro, Tiziana Cera Rosco, Gianluca Chiodi, Roberto De Luca, Giorgia Fincato, Armida Gandini, Mauro Ghiglione, Lory Ginedumont, Francesca Guffanti, Davide La Rocca, Carmen Mitrotta, Veronica Montanino, Giuseppe Negro, Antonio Pedretti, Stefania Pennacchio, Davide Puma, Massimo Sacchetti, Christian Zanotto, Stefano Mario Zatti

    GALLERIE/MUSEI/FONDAZIONI Fondazione Rocco Guglielmo (Catanzaro), Guidi&Schoen (Genova), Galleria Michela Rizzo (Venezia), VisionQuesT 4rosso (Genova), Red Stamp Art Gallery (Amsterdam), Breed Art Studios (Amsterdam), C|E Contemporary (Milano), Atipographia (Arzignano, Vicenza), MAG (Como e Kyoto), Spazio46 di Palazzo Ducale (Genova), Unimediamodern (Genova), Mact/Cact Arte Contemporanea Ticino (Bellinzona), Fondazione Remotti (Camogli), C+N CANEPANERI (Milano), Galleria Ca’ di Fra’ (Milano), Castello Gamba Arte moderna e contemporanea Valle D'Aosta, Bernheimer Contemporary (Berlino), GALERIE SCHACHER – Raum fur Kunst (Stoccarda), SHAREVOLUTION contemporary art (Genova), Museo d’arte contemporanea Villa Croce (Genova), Grossetti Arte Contemporanea (Milano)

    Le Latitudini dell’Arte – Germania e Italia si avvale del patrocinio del Comune di Genova, della Regione Liguria e del Consolato Generale della Repubblica Federale di Germania di Milano, e della collaborazione e supporto del Goethe-Institut Genua e ART Commission Events. Partner e Sponsor: Basko, Siat Assicurazioni, Radio Babboleo, Engel & Volkers, Status, Barile, Marchese Adorno, Pitto P.Zeta Biennale –

    Inaugurazione

    sabato 15 luglio ore 18.00 Luogo Palazzo Ducale, Sale del Munizioniere Piazza Matteotti, 9 Genova

    orari mostra: da martedì a domenica dalle 16.00 alle 19.30
    Promozione a cura dell’associazione Art Commission

    info: artcommission.genova@gmail.com

    Palazzo Ducale, p.za Matteotti 9, Genova

    Organizzazione ART Commission Events

  • Artisti di Strada, il nuovo regolamento è realtà. Il Tavolo permanente di indirizzo verificherà la sua attuazione

    Artisti di Strada, il nuovo regolamento è realtà. Il Tavolo permanente di indirizzo verificherà la sua attuazione

    Susanna Roncallo
    Susanna Roncallo

    Il nuovo regolamento per l’Arte di strada del Comune di Genova è stato approvato dal Consiglio comunale, ed è immediatamente eseguibile. Superati i dubbi sorti in sede di commissione: inserito il vincolo per l’amministrazione comunale di consultare il Tavolo di indirizzo, a cui partecipano anche le associazioni degli artisti, per decide le aree di interesse e i metodi di gestione degli spazi.

    Approfondimento: Tutte le novità del nuovo regolamento

    La Sala Rossa approva alla quasi unanimità (voto contrario di Lega Nord) il nuovo testo che aggiorna la normativa per le esibizioni degli artisti di strada: nuovi spazi, nuovi parametri, allargamento delle location a tutto il territorio comunale. Il nuovo regolamento è stato presentato all’aula leggermente modificato rispetto a quanto licenziato dalla commissione preposta nei giorni scorsi: aumentate le distanze minime tra artisti “sonori” (che passano da 60 a 120 metri, parametro invariato per tutti le altre tipologie di performance) e introdotto l’obbligo di consultazione del Tavolo d’indirizzo per la scelta delle aree considerate “di particolare interesse” e la definizione del meccanismo di “prenotazione” relativo alle stesse.

    Proprio su quest’ultimo nodo si era acceso il dibattito: che metodo utilizzare per garantire la turnazione nei posti di maggior interesse, garantendo da un lato tutti gli artisti e la loro peculiarità “nomade”, e, al contempo, cittadini e commercianti? Al momento non è stato definito nessun meccanismo (la giunta aveva proposto un non meglio definito sistema di prenotazione attraverso mail), ma la “obbligatorietà” di essere consultati sulla questione ha fatto tirare un sospiro di sollievo agli artisti, anche oggi presenti in aula: «A Trieste stanno sperimentato una sorta di “libretto dell’artista” – spiegano Tatiana Zakharova e Lucilla Meola che funziona come il disco orario per i parcheggi, per cui l’artista segna orario di inizio e fine dello spettacolo su un documento, da esibire in caso di controllo». Una sorta di auto-regolamentazione, facilmente controllabile, che potrebbe rispondere alle necessità degli artisti di strada, garantendo la libera fruizione degli spazi; soluzione che potrebbe essere applicata anche nel capoluogo ligure.

    Genova, quindi, fa un passo avanti verso il suo futuro di “Città d’Arte” con una scelta che onora l’inizio della Primavera: sempre più suoni e colori potranno riempire le strade, i vicoli e le piazze della Superba, proprio come i fiori che, in questa stagione, sbocciano spontanei e meravigliosi, capaci di arricchire, con la loro presenza, la loro bellezza e il loro profumo, il vivere di ognuno di noi.

    Nicola Giordanella
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    Foto estratta dal video di Susanna Roncallo
    di Miguel Angel Gutierrez e Alberto Nikakis

  • Artisti di Strada, in arrivo il nuovo regolamento: Genova riconosce il valore dei “buskers”. Dubbi su sistema prenotazioni per luoghi di interesse

    Artisti di Strada, in arrivo il nuovo regolamento: Genova riconosce il valore dei “buskers”. Dubbi su sistema prenotazioni per luoghi di interesse

    lucilla-meola
    Lucilla Meola

    L’arte di strada è un valore aggiunto per una città che vuole dirsi turistica e, soprattutto, che, come Genova, ambisce a diventare, a livello europeo, un attrattivo polo culturale; ma non solo: quanto “benessere” regala “inciampare” nell’esibizione di un talento artistico durante l’ora d’aria tra il caffè e il ritorno in ufficio? Comune di Genova sembra essersene accorto, ed ha redatto la bozza di un nuovo “Regolamento dell’Arte di Strada”, oggi in discussione in commissione riunita Affari Istituzionali e Generali e Promozione della Città.

    «Dovevamo aggiornare il precedente regolamento – spiega l’assessore alla Legalità e Diritti Elena Fioriniper valorizzare questo fenomeno, cercando di venire incontro ai cittadini e ai commercianti, ma anche aiutare la polizia municipale a svolgere la propria attività di controllo in maniera più chiara».

    La bozza del regolamento, consultabile on-line sul sito del Comune di Genova, presenta diverse novità, e nei fatti inquadra meglio il fenomeno dei cosiddetti “Buskers”, la parola inglese che indica chi in strada esibisce, e condivide, la propria arte.

    Le novità

    Il precedente regolamento, datato 2004, non è mai stato completato in tutte le sue parti, lasciando ampi spazi di discrezionalità, e quindi di potenziale “scontro” tra la ruvida mentalità tipicamente genovese e l’estro artistico, soprattutto dei “foresti”.

    Diverse sono le novità introdotte dal nuovo testo. In primis lo spazio pubblico occupato temporaneamente senza oneri di sorta passa da 2 metri quadrati a 10. Le possibilità di esibirsi spazieranno su tutto il territorio comunale, ampliando quindi la potenziale offerta a tutti quei luoghi non prettamente “turistici”, limite che in precedenza comprendeva “solamente” Porto Antico, Centro Storico, Corso Italia e Boccadasse, Passeggiata Anita Garibaldi, Lungo Mare di Pegli, isole pedonali e parchi pubblici. Introdotto però il limite di 30 metri di distanza da rispettare per le strutture sanitarie, e le scuole e biblioteca durante gli orario di apertura. Limite di trenta metri che deve essere rispettato anche come distanza tra un artista e l’altro durante le loro esibizioni.

    Orari: lo svolgimento dell’attività degli artisti di strada sarà consentita entro due diverse fasce orarie; le performance che non producono emissioni sonore potranno avere luogo in qualsiasi giorno dell’anno dalle ore 09.00 alle ore 23.00, mentre le performance che producono emissioni sonore potranno avere luogo dalle ore 10.00 alle ore 22.00 in qualsiasi giorno dell’anno. L’esibizione non potrà superare i 60 minuti, allestimento escluso, e non potrà essere superiore a 60 minuti intercorrenti fra lo scoccare esatto di un’ora e quella successiva.

    Ovviamente le performance artistiche sono intese senza fini di lucro, e quindi è consentito solamente il passaggio “a cappello” tra il pubblico, senza alcun tipo di richiesta di pagamento. Per gli spettacoli che prevedono l’utilizzo del fuoco, dovranno essere presenti almeno un estintore, teli ignifughi e dovrà essere garantita la distanza di almeno 5 metri dal pubblico. Per i “madonnari” invece è fatto obbligo l’utilizzo di colorazioni lavabili dall’acqua piovana e l’utilizzo di prodotti non inquinanti. Rimane il divieto di utilizzare animali di qualsiasi specie, nemmeno per la mera esibizione.

    Possibili criticità

    Il nuovo regolamento introduce il concetto di aree di particolare interesse: la Giunta potrà individuare, con atto motivato, spazi considerati di particolare interesse; per queste aree, stando al testo, sarà predisposto un sistema di prenotazione on-line dedicato agli artisti, gestito dal Comune stesso. Proprio si questo punto si sono sviluppate le uniche critiche a quanto “pensato” dall’amministrazione: non è ancora chiaro come sarà gestita la prenotazione, le modalità e le “quantità”. Per gli artisti non genovesi, inoltre, questo sistema potrebbe essere penalizzante. «Su questo punto occorre fare chiarezza – afferma Tatyana Zakharova, volto noto dell’arte di strada genovese, presente in aula come rappresentante di Uga, Unione Giovani Artisti, associazione che ha seguito la stesura del testo – perché potrebbe non funzionare o essere motivo di “monopolio” da parte di alcuni».

    Un passo avanti

    Questo testo, comunque, segna senza dubbio un passo avanti: nero su bianco Comune di Genova sancisce l’importanza degli artisti di strada, riconoscendone il valore aggiunto in termini culturali e di attrattiva turistica; «Siamo contenti di questo passaggio – commenta il giovane chitarrista Rodolfo Bignardi, a margine dei lavori in Sala Rossa – un passaggio comunque non scontato»; «Bisogna ancora capire come sarà organizzato il discorso delle prenotazioni – chiarisce Lucilla Meola, cantante e chitarrista – perché è un meccanismo che potrebbe essere poco funzionale, gli artisti di strada ne hanno sempre fatto a meno, in qualche modo». Comunque, le norme previste, in qualche modo allargano le potenzialità di questa modalità espressiva sempre più “esplorata” anche da artisti “di fama” e di talento già riconosciuto. Passato in commissione, il nuovo regolamento dovrà essere approvato dal Consiglio comunale. La primavera è alle porte, e la città si prepara ad accogliere i tutti i germogli che il vento dell’arte generosamente porterà nelle nostre strade.

    Nicola Giordanella

  • Mimo Spyro, incontro con l’artista greco dei vicoli. «Non annoiarsi è molto prezioso»

    Mimo Spyro, incontro con l’artista greco dei vicoli. «Non annoiarsi è molto prezioso»

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    © Ciro Mennella

    Non annoiarsi è una cosa molto preziosa. Spyros Patros, mimo, performer e attore teatrale, fotografa con questa bella espressione l’opzione per l’incerto, piuttosto che per il certo, e la ricerca di un percorso di vita vicino alle proprie inclinazioni che abbiamo incontrato in molte delle storie dei “nuovi genovesi”. Arrivato in Italia nel 2013 spinto dall’amore e dal desiderio di mettere alla prova il proprio talento in un altro paese, Spyros ha lasciato un lavoro “sicuro” e ben retribuito per perfezionare in Italia un percorso artistico iniziato in Grecia con la fotografia e le prime performances. A Genova si è fatto conoscere come artista di strada con il suo personaggio di “Mimo Spyro”.

    Il mimo è una forma d’arte che ha origine proprio nell’antica Grecia, con la pantomima, breve rappresentazione comica o di eventi e caratteri della vita quotidiana. Il concetto contemporaneo di mimo è nato in Francia agli inizi del XX secolo. Indica una rappresentazione che fa del tutto a meno della comunicazione verbale per “parlare” e trasmettere concetti, sentimenti, emozioni solo attraverso i gesti e la mimica facciale. Il termine mimo indica sia la forma di spettacolo che l’attore che imita con espressioni del viso e movimenti persone, animali o situazioni. Oggi in Italia il mimo è molto praticato dagli artisti di strada. Simile, ma non identica, è la performance, legata alla tradizione dei tableaux vivants, delle “statue viventi” diffuse in molte città italiane, che compiono solo minimi movimenti degli occhi e del capo.

    L’interesse per tutte le forme di arte pubblica è negli ultimi anni in netta crescita anche in Italia. Grazie alle arti performative on the road di giocolieri, mimi, clown, statue viventi e musicisti di strada, a forme di street art quali il writing, la pittura murale, lo yarn bombing, alle mostre realizzate con installazioni in luogo pubblico, la creatività artistica sempre più spesso esce dai luoghi tradizionali per interagire con l’estetica e il tessuto sociale delle città.

    Due regioni, il Piemonte e la Puglia, hanno emanato negli anni scorsi leggi regionali per promuovere il libero esercizio delle arti sul loro territorio da parte degli artisti di strada o buskers. Molti comuni, fra cui anche Genova, hanno emanato regolamenti che riconoscono il valore culturale del loro lavoro. E’attiva una federazione nazionale degli artisti di strada, la Fnas, e c’è un ricco cartellone di Festival dedicati ai buskers in giro per l’Italia. Nella storia di Spyros, l’esperienza delle performance pubbliche di Mimo Spyro si è intrecciata con la pratica di altre forme d’arte come il teatro di prosa e la fotografia. L’approccio del mimo non è stato per lui solo una tecnica artistica, ma anche un mezzo per entrare in comunicazione profonda con le altre persone e la città.

    mimo-spyro-02Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Italia sono arrivato quasi 4 anni fa, nel marzo del 2013. In quel periodo abitavo a Rodi e lavoravo come cameriere, responsabile di sala. Il lavoro era sicuro e anche ben pagato, ma artisticamente mi sentivo un po’ costretto. A Genova sono capitato per amore, avevo già visitato la città alcune volte e incontrato una donna genovese. La città è simile a Rodi per il grande centro mediovale e il mare e l’ho sentita subito vicina al mio concetto di casa. Era un periodo in cui mi sentivo pieno di sentimenti e di emozioni, avevo un piccolo budget e nulla da perdere. Pensavo di fare un piccolo viaggio in Europa, ma mi sono detto: invece che respirare solo per un po’ un’aria diversa, perché non provarci? Anche senza sapere l’italiano. L’amore non è andato cosi’ bene, ma artisticamente mi sono lanciato moltissimo».

    Quali sono state le tue esperienze artistiche prima di arrivare a Genova?
    «Il mio percorso artistico è iniziato a 15 anni con la fotografia a livello amatoriale, in Grecia. A 18 anni mi sono trasferito in Germania per studiare biotecnologie. Non era il mio mondo, era una voglia non proprio mia, un’influenza della mia famiglia. Ma mi ha aperto gli occhi. In Germania ho riconsiderato la fotografia: la figura dell’artista è molto considerata e lo studio è difficile e serio. Tornato in Grecia per il servizio militare, ho lavorato presso un falegname per mettere da parte il necessario per dedicarmi allo studio della fotografia a Salonicco. Una città che mi manca, dove c’è una grande energia, ci dovrò tornare! Mi è stata offerta la possibilità di esporre in un Festival delle Arti. Avevo molte bellissime idee, ma pochi soldi per la stampa delle immagini e ho deciso di proporre una videoinstallazione con la proiezione delle fotografie. La mostra è andata molto bene e quando mi hanno di nuovo invitato, sempre molte idee e zero soldi, ho deciso di usare il mio corpo, mi sono avvicinato alla performance.
    La fotografia è stata un cerchio che si è chiuso e che mi ha portato verso la performance e il personaggio del mimo, Mimo Spyro. Nella performance, quando usi il tuo corpo, entra tutto quello che senti, tutto quello che sei, tutto quello che hai fatto: i sentimenti, le emozioni, la danza, lo sport».

    La tua esperienza artistica in Italia è quindi legata in primo luogo alle performance on the road di Mimo Spyro?
    «Sì, alcuni mesi dopo mi sono trovato in Italia, senza parlare l’italiano e il mimo mi ha aiutato. Mi sono lanciato in strada per comunicare con la gente. È’ stata un’esperienza meravigliosa nonostante la chiusura che spesso si percepisce a Genova. Io a livello emotivo mi ero già aperto, quando ho visto che la gente faceva fatica a interagire ho cambiato alcune cose del personaggio e del vestito. Per due anni sono stato con Mimo Spyro davanti a Palazzo Tursi, la gente iniziava a riconoscere il posto e il personaggio e ha iniziato a cambiare atteggiamento.
    Un incontro importante per il mimo è stato quello con Enrico Vezzelli, che lavora come social clown negli ospedali per la fondazione Theodora Onlus, con i ragazzini malati, anche in situazioni molto toste. Ho frequentato i suoi corsi, il clown riesce a fare comicità con le emozioni, come il mimo. È stato un matrimonio meraviglioso, il mio Mimo Spyro è diventato anche un po’ clown».

    In Italia negli ultimi anni sono nati molti Festival dedicati agli artisti di strada. Hai mai provato a partecipare e a portare il tuo Mimo Spyro in altre città italiane ed europee?
    «Ai Festival delle arti di strada per ora non ho mai provato ad andare, sono stato di recente alla Notte Bianca dei Bambini, alla Maddalena. Il mimo l’ho portato in diversi posti, viaggiare col mimo è sempre interessante, perché vedi come reagisce la gente, la diversità…percepisci che stai viaggiando. Sono stato a Torino, Marsiglia, Milano, Parma, Atene e a Napoli dove molti sembravano attori nati e anche le persone di settanta/ottanta anni volevano giocare».

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    © Ciro Mennella

    A Genova hai avuto altre esperienze di lavoro?
    «Posso dire di essere stato fortunato. Io sono sempre stato aperto, con la voglia di parlare e conoscere gente, e questo mi ha aiutato ad avvicinare persone simili. Ero arrivato da poco quando ho conosciuto i gestori dell’Ostello Manena, un ostello della gioventù appena aperto. Erano compagni di scuola della mia coinquilina e cercavano chi si occupasse dei walking tour, giri guidati della città a offerta libera. Un concetto che prima a Genova non esisteva e che ci ha aiutato ad avvicinare un pubblico che mai si sarebbe accostato a un tour tradizionale. Parto di lì, dal loro ostello, racconto la storia di Genova, la storia d’Italia dal mio punto di vista.
    Questa città è identificata anche per ragioni storiche con il mugugno, l’avarizia e la chiusura, ha un’età media molto alta, ma forse anche per questo è un luogo dove non è difficile trovare gente attiva e creativa, dove se c’è qualcuno che fa qualcosa di nuovo, di diverso lo riesci a trovare. Questa per me è la sua bellezza. Io sono riuscito a trovare le persone giuste sia a livello artistico che lavorativo. Certo qua ci vuole tempo, ma non è detto che sia una cosa negativa. A Genova col tempo sono riuscito a fare amicizie profondissime. Ci potrà volere molto, ma se qualcuno ti fa entrare in casa, è come se fosse casa tua. Ho avuto anche alcune esperienze di insegnante di inglese, come volontario nei corsi di lingue straniere dell’Associazione Pas à Pas e per una cooperativa dove ho insegnato inglese a ragazzi dai 15 ai 18 anni, molti di loro avevano abbandonato la scuola o erano stati bocciati. Anche questa esperienza, un progetto di tre mesi, è andata molto bene, i ragazzi volevano continuare».

    Puoi raccontarci il tuo percorso dalla performance pubblica di Mimo Spyro al teatro?
    «In Grecia, a Rodi, avevo fatto un corso di teatro. E nel teatro sono ritornato attraverso il corpo. La mia prima esperienza è stata una rappresentazione di teatro molto “leggero” legata a una raccolta fondi di beneficenza dell’associazione Mani Tese. Sono stato chiamato grazie al mimo, c’erano degli sketch in cui dovevo interpretare dei vestiti. Siamo stati anche al Teatro Carignano e al Teatro dell’Archivolto. Ho recitato in un monologo scritto da Antonio Sgorbissa, dovevo interpretare uno dei personaggi che stavano dietro all’interprete principale, eravamo in quattro. Siamo stati a Palazzo Ducale e in replica ai Giardini Luzzati.
    Vestiti e maquillage erano a cura di Margherita Marchese, che poi mi ha chiamato in altre occasioni per recitare dei personaggi che potevano “interpretare” i vestiti. Alcune volte, sempre grazie al mimo e soprattutto nel periodo estivo, ho lavorato con il Teatro Scalzo. In Primavera siamo in cartellone al Teatro dell’Ortica con “ Ududu-Za-Thora”, uno spettacolo scritto e diretto da Antonio Sgorbissa».

    Attualmente stai continuando a portare in giro il tuo personaggio del mimo?
    «In questo momento il mimo l’ho lasciato un po’ da parte, mi sto concentrando di più sul mondo dell’attore e del teatro. Voglio ritrovare un altro approccio, mi serve cambiare, se no mi annoio. Mi fa piacere non annoiarmi: non annoiarsi è una cosa molto preziosa. Il mimo cambierà un po’, ma tornerà in strada, scendere in strada mi dà sempre una bella energia. Ora sto avvicinandomi sempre di più al mondo della recitazione. Per lavorare come attore è molto importante anche parlare bene la lingua italiana, contano anche gli accenti. Non è un percorso ancora concluso, ma si va, vedo che si va».

    Andrea Macciò

  • La Claque, al via la nona stagione per superare i 13 mila spettatori dell’anno scorso

    La Claque, al via la nona stagione per superare i 13 mila spettatori dell’anno scorso

    la-claque-2016-2017Riparte dal 13 ottobre prossimo l’attività de “La Claque”, che ormai da nove anni  affianca la produzione del Teatro della Tosse, dando spazio e visibilità a nuove band e artisti emergenti con  spettacoli che viaggiano attraverso ogni tipo d’arte, dalla musica alla poesia, dalla prosa al cabaret. Il piccolo locale bistrot ha accolto nel tempo un pubblico eterogeneo di ogni fascia d’età, versatile, entusiasta, curioso, e, perchè no, amante del tirar tardi la sera, regolamento sulla movida permettendo. Come da tradizione, il cartellone presenta una cinquantina di spettacoli proposti fino a capodanno, e che continueranno fino a primavera: un calendario decisamente denso, che quest’anno vede un particolare accentuarsi dello spazio dato alle attuali tematiche sociali. L’anno scorso più di 13 mila persone hanno seguito gli spettacoli, spesso facendo il tutto esaurito: per questo motivo, da quest’anno, un nuovo sistema di prenotazione sarà attivato, con un “appoggio” anche su il sito web del Teatro della Tosse.

    Nel corso della stagione 2016/2017 si rinnoveranno molte delle collaborazioni con realtà operanti nel mondo dell’arte e della cultura attive a livello locale e nazionale: la direzione artistica de La Claque si conferma un punto di riferimento per la scena culturale non solo della nostra città. La Claque nasce nel 2009 da un’idea di Emanuele Conte; da diverse stagioni è affidata al coordinamento artistico di Marina Petrillo,  storica collaboratrice della Tosse, che affianca il direttore artistico Amedeo Romeo e il presidente Emanuele Conte nella direzione della Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse: uno spazio che si è costruito nel corso di questi anni una  reputazione a livello nazionale e internazionale allacciando rapporti e interscambi, partendo da un lavoro costante e capillare sul territorio d’origine, cercando di essere un luogo democratico assicurando a  band o artisti emergenti  le stesse condizioni di nomi già  affermati a livello internazionale.

    Il calendario de La Claque

    Tra le novità di quest’anno il nuovo murales creato dal progetto For Wall – Walk the Line eseguito da Fabio Petani e l’ omaggio a Lele Luzzati nel decennale della sua scomparsa con un’invenzione luminosa.

    Il primo appuntamento è con Interior/A un lavoro collettivo nato dentro la Claque e sviluppatosi attraverso l’incontro tra 6 diversi mezzi di interpretazione e creazione, 6 menti, 6 visioni, 6 anime: Suono – Corpo – Luce – Scenografia  – Regia – Fotografia. Interior/A è una produzione nata in residenza a La Claque. Un progetto articolato che fa confluire più forme d’arte in uno spazio comune e che sintetizza benissimo lo spirito che ha sempre contraddistinto La Claque in questi anni.

    Shades of a night è il titolo della  seconda serata in programma (14 ottobre): tre band genovesi si alternano sul palco con le loro diverse sfumature: BRICKLANE (Britpop, Indie Rock), ASHESTOASHES (Alternative Rock) e THE BOAT ENGINE MAKE NOISE (NoiseCore). La serata successiva saliranno sul palco il duo ligure  Marie and the sun che presenteranno il loro EP d’esordio, un lavoro dalle sonorità internazionali intriso di malinconia, amore e ritmi black.
    Il 16 ottobre appuntamento importante con lo spettacolo dei detenuti del carcere di Saluzzo che presentano Amunì uno spettacolo che parte dalla riflessione del tema della paternità vista dai detenuti. Lo spettacolo nasce da un progetto culturale di Voci erranti che ha diversi obiettivi sociali di reinserimento.

    Torneranno a calcare il palco le band della storica etichetta indipendente Black Widow Records con il live di Ingranaggi Della Valle e Cinquegrana Trio (19 novembre), I Pirati dei Caruggi invaderanno tutti i giovedì notte con la stralunata e contagiosa comicità di Fabrizio Casalino, Enrique Balbotin, Andrea Ceccon e Alessandro Bianchi, la musica contemporanea di Eutopia Ensemble guidata del Maestro Matteo Manzitti sarà protagonista di diverse serate (il programma completo è stato presentato alla stampa in questi giorni).

    Nel quadro della collaborazione con i Giardini Luzzati /il  Ce.STO il 21 ottobre verrà proiettato ufficialmente il cortometraggio sulle tematica dei rifugiati e richiedenti asilo Everywhere BetterGenoa is a place to be. La giornata proseguirà con incontri e tavole rotonde e si concluderà con lo spettacolo Lampemusa. Uno spettacolo di canzoni e racconti su Lampedusa di Giacomo Sferlazzo.

    Il 22 ottobre tornano i Fetish Calaveras il gruppo savonese che da più di dieci anni imperversa in tutti più importanti club musicali d’Italia. Il 26 ottobre Vincenzo Costantino Cinaski, poeta, scrittore e cantautore di culto che ha collaborato tra gli altri con Vinicio Capossela presenta il suo ultimo libro Nati per lasciar perdere.

    Il poeta/romanziere Claudio Pozzani, padre del festival internazionale della poesia di Genova, presenterà il 28 ottobre La realtà della speranza la nuova tournée di letture di Claudio Pozzani che sta toccando vari Paesi europei e non solo in cui  Pozzani fa incontrare le sue poesie con la musica, la danza, la fotografia e il video.

    Tra i nuovi appuntamenti di questa stagione anche Siamo uomini o caporali del Teatro di Camelot, uno spettacolo di teatro e musica ispirato ai diritti costituzionali diretto d Alberto Canepa che porta in scena attori con disabilità (29 ottobre).

    Altre collaborazione che si rinnovano sono quelle con Unconventional Cast che la notte di Halloween riprende il Rocky Horror Show sempre sold out la scorsa stagione e l’etichetta musicale Raindogs che il 27 novembre porta a Genova una tappa del tour europeo dei Jaga Jazzist gruppo sperimentale norvegese attivo da più di vent’anni. La scelta di includere Genova nel loro tour è il segnale di quanto autorevolezza La Claque ha assunto a livello europeo.

    Altro live da non perdere il 2 novembre, è quello dei RADIODERVISH il gruppo che più di ogni altro ha definito appieno una poetica e una visione del mondo schierata dalla parte di un’Italia ponte tra Europa e Mediterraneo.

    Il 12 novembre ritorna Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz che insieme a Giancarlo Onorato portano a Genova il loro Ex Live un vero e proprio concerto, in cui entrambi i musicisti portano sulle assi del palco, oltre ad alcune loro canzoni rilette con arrangiamenti scarni, anche una serie di brani di autori del rock mondiale (Lou Reed, The Velvet Underground, Beck, Nick Cave) che hanno inciso in modo ineluttabile sulle loro rispettive vite. Il tutto alternato da  alcune letture di Onorato dal libro Ex.

    La sera successiva (13 novembre) torna dopo il grande concerto dello scorso anno il Trio Bobo ovvero il cuore ritmico di Elio e le storie tese: Faso al basso, Meyer alla batteria e Alessio Menconi alla chitarra.

    Torneranno anche Federico Sirianni, presente già alla serata inaugurale de La Claque di nove anni fa, con un nuovo progetto dal titolo Il Santo (4 novembre) e Roberta Alloisio e Giovanni Giaccone con Harvey il coniglio, un talk concert surreale e ironico che rievocherà la figura del grande coniglio bianco amico di James Stewart nel film “Harvey” storico titolo del teatro e cinema  americano anni ’50 (17 dicembre).

    Ancora una volta i Rebis hanno scelto il nostro palco per presentare il loro nuovo lavoro dal titolo QUI (10 dicembre) e a un anno di distanza tornano l’Orage, il gruppo preferito da Francesco De Gregori, anche loro con un nuovo album in uscita, live a La Claque il 16 dicembre. Il genovese Paolo Gerbella dopo la presentazione di Io, Dino dello scorso anno torna con Tutto compreso amici inclusi(11 novembre).

    Tornano le sonorità brasiliane di Andrea Trabucco invece il 25 novembre con il live Ja è trip to Rio, già protagoniste di un concerto lo scorso anno. Il 26 novembre invece protagonista è il jazz di Paola Atzeni.

    La Claque sarà anche sede di alcuni appuntamenti della nuova edizione del Festival della Scienza di Genova. Il 5 novembre 1980 again, ovvero una serata in stile mods con una “guerra” a colpi di musica tra diversi gruppi. Ancora musica il 18 novembre con il cantautore Antonio Clemente mentre la prima parte dell’anno si chiude con due live molto attesi: il 21 dicembre il punk surreale di Chiazzetta e il 23 dicembre i Free Shots gruppo ligure che fa ballare a ritmo di Swing.

    E non finirà di certo qui! Tutti gli aggiornamenti li potete trovare sulla pagina Facebook de La Claque

     

  • Street Art, intervista a Opiemme: le immagini in parole e la poesia del fare del Buridda

    Street Art, intervista a Opiemme: le immagini in parole e la poesia del fare del Buridda

    Schermata 2016-06-08 alle 22.15.22Come è noto il Laboratorio Buridda è nuovamente sotto sgombero, poiché l’Università degli Studi di Genova ha deciso di provare a vendere l’edificio dell’Ex Magistero, divenuto una voce di spesa non più sostenibile. In questi mesi però i ragazzi del collettivo non si sono fermati, e anzi, hanno premuto l’acceleratore su molti progetti già in essere; tra questi il Fab Lab: recentemente è stata portata a termine la messa in funzione di un laser cutter auto costruito, dopo aver inaugurato un impianto fotovoltaico in grado di dare luce ai locali interni. Uno dei cambiamenti più evidenti e visibili alla città, però, è senza dubbio la nuova “veste” dell’edificio, terminata poco più che un mese fa. Autore di questo lavoro l’artista internazionale noto al mondo come Opiemme, che con i suoi apprezzati lavori è divenuto negli anni uno tra i maggiori esponenti di quella che genericamente è chiamata Street Art.

    Un’occasione ghiotta per cercare di entrare in questo mondo, troppo spesso considerato frontiera ambigua rispetto alla fruizione dell’arte classica e massificata; un’intervista che ci ha permesso di conoscere un artista complesso, esponente di un movimento non più di nicchia come un tempo, ma ancora in bilico tra pregiudizi e censure.

    Il nuovo volto del Buridda

    Opiemme, partiamo dal tuo lavoro “genovese”, la facciata del LSAO Buridda… un lavoro sicuramente importante, viste le dimensioni, e, forse soprattutto, la portata simbolica di dare una veste nuova ad un edificio degli anni 30, al momento sede di un’occupazione da più di un mese sotto la minaccia di uno sgombero. Come hai preparato il tuo intervento, su cosa hai lavorato e da cosa ti sei lasciato ispirare?

    E’ stata una riflessione lunga, che mi ha portato a studiare la cifra stilistica del Razionalismo, fino ad una progettazione minimalista fatta di sottrazioni. Volevo riscrivere la facciata in modo che il Buridda potesse presentarsi con eleganza ai passanti, e che fosse fuori dai canoni estetici di un “csoa“. Ho cercato di allontanarmi da certi modi operandi tipici dell’urban, del muralismo e della street art, con un’attenzione all’impatto urbanistico del lavoro, senza sconvolgerne o nasconderne i tratti architettonici.

     … e che significato può avere fare un’opera del genere, per una realtà come quella del Buridda, ad oggi sotto rischio sgombero? 

    Credo possa essere un messaggio importante davanti allo sgombero. “Non ci fermiamo, qui si fa, si sperimenta. Riusciamo”. Un modo inusuale per farlo. Lontano dai motti e modalità della “tradizione” antagonista. Sono per cambiare e ricercare nuove dinamiche, per l’apertura, il dialogo, gli esperimenti. Stare seduti a un tavolo a ripetere le stesse cose serve solo a imbastire i più giovani. L’esempio di impegno dato dal Laboratorio è propositivo. La poíesis del fare. Ho parlato con molti signori del vicinato, soprattutto alla bocciofila dello Zerbino che, una volta raccontate le attività del Laboratorio e il perchè dell’intervento, vedevano positivamente il tutto e si meravigliavano della riuscita, così in poco tempo e con poche risorse. Soprattutto si chiedevano cosa fosse avvenuto nell’edificio dell’ex facoltà di Economia prima occupato poi sgomberato. La risposta è niente.

    Opiemme 02Immagini da leggere, parole da guardare

    Attivo dal 1998, definito “poeta della Street Art”, sul tuo sito scrivi “Immagini da leggere, parole da guardare”… come sei arrivato a questa sintesi? qual è stato il percorso artistico che ti ha portato a mescolare parole, immagini, lettere e poesie?

    Fin dall’inizio ho ricercato nuovi modi con cui proporre poesia. Non sono mai stato un writer, non ho mai fato i graffiti, ma queste realtà mi hanno influenzato. E’ stato l’epoca che ho vissuto, gli amici, le crew (adc, dw, ots, alkazar, screw, bdm) che mi hanno portato a questo. Ho fatto studi fra il letterario e l’antropologia sociale, e avevo dalle superiori una passione per lo scrivere poesie e racconti. La domanda che fece iniziare tutto fu: «Come mai l’ambiente poetico è così aulico, distante dalle persone e non fa nessun tentativo di svecchiare i suoi modi?». Quei nuovi modi di proporre la poesia nacquero poco prima del 2000, per “svecchiarla”, portala incontro alle persone. Il resto è arrivato conseguente, influenzato dall’era. Fino alla poesia di strada, fino al decomporre immagini a parole.
    Ricorderò sempre le parole di un grande poeta italiano che mi esortò: «combattere combattere combattere per la poesia». Lui è Valentino Zeichen, mancato questo 5 luglio 2016 dopo un ictus. Avrei sempre voluto dipingere per lui qualcosa su muro, e con lui a fianco.
    Lo farò senza, alla memoria della sua poesia e spirito.

    Caso Blu: Quando la “street art” va nei musei, cose ne resta? Qual è la tua opinione in merito al fatto che l’artista abbia deciso di coprire i suoi graffiti?

    Blu è stato immenso come sempre. Simbolico, performativo, coraggioso, lontano da convenienze e compromessi. La qualità del suo lavoro li travalica. Ha cancellato tutto quello che restava dai muri di Bologna e non gli avrà fatto piacere. Immagino il dolore.
    Scelta sua, sua libertà e non sono lui. Eppure in molti giudicano il giusto e sbagliato di un’azione che non ci appartiene.
    Con quel gesto mi ha ricordato l’emozione di quando da piccolo guardavo i film coi buoni che lottavano e vincevano contro i “cattivi”. Non avrebbe voluto essere staccato. Così come Dem e Erica il Cane e altri. Preferiva svanire con l’effimero che contraddistingue questi interventi?
    Forse qualcun altro ha visto più convenienze nel prendere alcuni dipinti suoi che, se non si trovano a Bologna dove è “cresciuto artisticamente”, non so dove potrebbero trovarli, e offrire al mercato qualcosa che mancava nella follia collezionistica street. Chi ha un elenco di quanto sia stato staccato, oltre che esposto? Quale organo ha supervisionato l’associazione no profit di Roversi-Monaco rivolta a questa azione?
    Per quanto riguarda il discorso street art nei musei è complesso. Un conto è staccare o strappare, se c’è l’accordo dell’artista e i complessi “bla bla” connessi. Sono per non trasportate le mie cose in un museo, ma le situazioni vanno analizzate di caso in caso, artista per artista. Se un domani mi chiedessero di portare un muro e murales in un parco, mi farebbe piacere.
    Esiste land art senza land, e street art senza street e le sue “libere e spontanee” modalità?
    Su interventi con gallerie e musei sono pro, anche perchè sono molto vicino e nell’arte contemporanea, e penso che le derivazioni che l’arte di un artista possa prendere non debbano essere limitate da categorizzazioni, né da “fondamentalismi” a cui spesso è difficile restare coerenti.

    Opiemme 01Arte e Libertà

    In tutte le grandi città, i muri spesso sono la tela di parole di popolo, dalle più banali a quelle più di concetto, dal graffito calcistico all’aforisma alcolico, dal messaggio personale al proclama politico. La cosa genera ovviamente periodiche ondate di perbenismo che porta a derubricare queste pratiche come vandalismo. Secondo te, cosa possono rappresentare le scritte sui muri, dove finisce un eventuale “vandalismo” e dove incomincia la poesia?

    Quando lo smog sui muri sarà considerato vandalismo alla salute, parlerò di vandalismo anche per le scritte. Spesso c’è molta poesia nel vandalismo, dipende da quali sono le ragioni e gli intenti che lo stimolano. “Vandalism is beautiful as a rock in a cop face“, aveva scritto su una delle sue fender Kurt Cobain. Gli intonaci non sono eterni e sono un termometro dei pensieri dei luoghi e dei popoli. “Muri puliti, popoli muti”. Detto questo è “giusto” ci siano conseguenze legali per libertà che alcune persone (fra cui io) si arrogano su proprietà altrui, altrimenti salta un equilibrio etico-giuridico. Non sono per le giustificazioni artistiche, che vedo cercano alcuni colleghi, perchè non sono un esempio di etica, se non per il proprio interesse. Ragionamento di convenienza tipicamente italiano, direi. Inoltre tengo a sottolineare questo: senza i graffiti, i writers e i trainbombers, quelle incomprensibili tag che la gente odia, senza i pezzi lungo linea e lungo i fiumi, senza quell’evoluzione delle lettere, a spigoli o bombolose, non si sarebbe sviluppato e diffuso tanto il movimento della street art odierno o sia esso muralismo, o postgraffitismoPer cui lunga vita ai graffiti, e al vandalismo a fin di bene e per rivolta.

    Hai lavorato in moltissimi paesi del mondo; un mondo che mai come oggi appare diviso da frontiere, politiche, culturali, economiche. Nella nostra Europa, confini che credevamo sepolti e inutili, sono risorti, per fermare, dividere, “proteggere” persone. Un esempio incredibilmente vicino è Ventimiglia… quali suggestioni ti muove questo contesto?

    Viviamo in una succursale degli Usa. I Bad Religion in American Jesus del ’93 cantavano «potete venirci a trovare, ma non potete fermarmi». Il modello era già esistente, doveva essere esportato. Paura e individualismo dividono la forza che le persone possono trovare insieme, e si sfogano in magre frustrazioni sui social. E la vita vera? Ventimiglia mette in luce questo problema, il movimento No Borders è fondamentale ma molto frammentato, c’è difficoltà fra le diverse realtà, da quanto ho capito, nel coordinarsi, e questi sono segni di quanto ho premesso. La comodità e il debito sono le catene odierne del controllo. La gente se ne frega di migranti e confini e lo farà fino a quando non si troverà nella stessa situazione. E’ preoccupante vedere tanta indifferenza e pensare che molti ignorino il fatto che questi flussi siano conseguenze di un colonialismo e guerre firmate Europa. Cosa mi spaventa? I parallelismi storici con i periodi precedenti alla prima e seconda Guerra Mondiale.
    Nel 2003 durante i primi giorni di occupazione dell’Iraq, per quelle armi di distruzione mai trovate, come riportò l’Indipendent, scrissi una poesia che in parte dice:
    “Piovono le stelle,
    pioggia senza nuvole.
    Cadono le stelle,
    con gocce impoverite.”

    Nicola Giordanella

  • FuoriFormato, una tre giorni genovese tra danza, videodanza e performance

    FuoriFormato, una tre giorni genovese tra danza, videodanza e performance

    fuoriformato-logo-quadratoUltimi preparativi per FuoriFormato, la rassegna di danza, videodanza e performance in programma tra il 28 e il 30 giugno prossimi a Palazzo Ducale, Palazzo Bianco e Palazzo Tursi, nell’ambito del festival Genova Outside(R) Dance(R), già avviato da alcune settimane con appuntamenti in tutta la città. Organizzato da Comune di Genova, in collaborazione con Teatro Akropolis, Rete Danzacontempoligure, Augenblick Associazione Culturale e Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, FuoriFormato si propone come una tre giorni di approfondimento e ricerca interamente focalizzata sulla danza contemporanea, con un ricco ventaglio di eventi, tra ricerca e sperimentazione, che mettano in dialogo la proposta locale con una sempre crescente curiosità verso quanto accade su scala internazionale. L’ingresso alla rassegna sarà gratuito e aperto a tutta la cittadinanza ed Era Superba, media partner ufficiale della rassegna, accompagnerà questi giorni di attesa con curiosità e approfondimenti sugli eventi in calendario.

    La danza è un oggetto duttile, al centro di una verifica incessante che passa attraverso linguaggi e generi differenti. La sezione dal vivo di FuoriFormato, diretta da Teatro Akropolis e Rete Danzacontempoligure, vedrà il costituirsi di un programma di spettacoli con oltre trenta artisti coinvolti, un grande contenitore dove troveranno spazio e sintesi alcune delle più interessanti realtà nel campo della danza contemporanea ligure. L’occasione è unica per assistere, in forma organica, ai risultati delle ricerche dei danzatori più importanti attivi sul territorio, nel tentativo di rispondere alla domanda sul senso e le prospettive della danza oggi, a Genova, in Italia e non solo. La selezione degli artisti coinvolti evidenzia immediatamente la pluralità delle proposte e delle visioni che animano la comunità artistica della nostra regione, declinandosi secondo stili, percorsi e anche generazioni differenti, accomunati dal confronto con le tendenze nazionali e internazionali. Se nel merito dei singoli spettacoli potremo certamente tornare nel corso dei prossimi giorni, i nomi delle realtà coinvolte parlano già chiaro: alla danza urbana di KoinéGenova (Tra_Passato_Remoto) si affiancheranno l’assolo di Roberto Orlacchio (Un canto costante), le ricerche di Once Danzateatro (Soggezione), di Cristiano Fabbri (Tracciati), di Nicoletta Bernardini e Matteo Alfonso (Mamihlapinatapai – Un’indagine sulla relazione), il work in progress di Francesca Pedullà e Sabrina Marzagalli (Soliloqui a due #1), le performance di Maria Francesca Guerra (Sinfonia per corpo solo), Davide Francesca e Olivia Giovannini (BodyCaking®[Belladonna]) e Nicola Marrapodi (Ecce puer).

    Alla sezione dal vivo si affiancherà – novità pressoché assoluta per Genova – il contest di videodanza internazionale Stories We Dance, a cura di Augenblick Associazione Culturale. Inseguendo un principio di trasversalità dei linguaggi, il focus sulla videodanza, genere al centro di una sempre più fertile discussione ed evoluzione nel panorama contemporaneo, ha portato al lancio di una call internazionale, cui hanno aderito 98 candidature da tutto il mondo. Tra queste, solo 14 e quasi tutti in anteprima italiana sono stati i film selezionati per la serata di proiezione finale, giovedì 30 giugno a partire dalle ore 21 a Palazzo Ducale. Alla proiezione dei film seguirà il giudizio di una giuria di esperti, composta da Lucia Carolina De Rienzo, project manager di COORPI – Coordinamento Danza Piemonte, Emilia Marasco, docente di Storia dell’Arte Contemporanea e scrittrice, Gaia Clotilde Chernetich, critica e studiosa di danza e teatro, Gaia Formenti, scrittrice, sceneggiatrice e filmmaker, e Simone Magnani, danzatore, coreografo e insegnante. A loro spetterà l’assegnazione di un primo premio in denaro (500 Euro) e delle menzioni alla miglior regia, alla miglior coreografia, al miglior performer e al miglior story-concept. Anche il pubblico presente alla serata finale sarà chiamato a esprimere la propria preferenza, determinando il film vincitore di un premio ad hoc. Ad anticipare la serata finale, una tavola rotonda – mercoledì 29 giugno alle 18 a Palazzo Ducale – composta da Augenblick e dagli stessi membri della giuria, il cui obiettivo sarà un confronto sui diversi approcci alla videodanza attraverso gli sguardi eterogenei di chi programma i festival, di chi fa critica, di chi studia e lavora con il linguaggio e la comunicazione legata agli audiovisivi. Una tappa importante nella discussione attorno a un’arte in contatto con il proprio tempo, della quale Genova potrà conoscere alcuni dei risultati più sorprendenti nel panorama internazionale contemporaneo.

    Marco Longo

  • Segni nel fango: un’asta benefica e un libro di illustrazioni per gli alluvionati genovesi

    Segni nel fango: un’asta benefica e un libro di illustrazioni per gli alluvionati genovesi

    segni-nel-fango-asta-beneficenzaUn’iniziativa artistica per raccogliere fondi utili al sostegno delle attività genovesi colpite dalle recenti alluvioni: questo il concetto che sta alla base di Segni Nel fango, il nuovo progetto benefico lanciato da Genoa Comics Academy e Anonima Illustratori.

    Si tratta di una una raccolta di opere di artisti attivi nei campi dell’illustrazione, fumetto e arti figurative in genere,  sensibili agli eventi che hanno colpito Genova, con una poetica universale ispirata al tema “Alluvione a Genova volontari nel fango con la voglia di aiutare, ricostruire, ricominciare…nonostante tutto!”

    Segni nel fango prevede un’asta di beneficenza il giorno 19 dicembre presso il Museo del Mare Galata alle ore 16.30 in cui si venderanno le opere che gli artisti hanno realizzato per l’iniziativa, e la realizzazione di un volume contenente tutte le illustrazioni,  stampato e distribuito nelle librerie associate alla Librerie Indipendenti Genova.

    Tutti i ricavati (sia delle opere editoriali che dell’asta degli originali) saranno raccolti in un fondo dedicato, gestito da Confesercenti e distribuiti alle realtà commerciali e culturali colpite dall’alluvione.

    Il pubblico può partecipare o contribuire durante l’asta del 19 dicembre, le opere saranno tutte su Ebay e l”asta si potrà vedere in streaming sul canale Youtube legato a Segni nel Fango.

    Inoltre, in alcune librerie accreditate si potrà fare una donazione di 10 € per avere in regalo il catalogo delle opere.

    L’iniziativa è sostenuta dalla RivistaAndersen e realizzata con il sostegno del Municipio 1 Genova Centro Est.

    Le illustrazioni sono di Akab; Baldi Brunella; Baricelli Cristiano; Belsito Katia; Bonaccorso Lelio; Camuncoli Giuseppe; Carosini Gino; Celestini Oscar; Corda Tullio; Dalena Antonello; De Pieri Erica; Dentiblù; Enoch Luca; Fereshteh Najafi; Ferrari Antonigionata; Ferraris Andrea; Forcelloni Claudia; Gabos Otto; Giannotta Gregorio; Giorgetti Argentina; Ingranata Roberta; Lauciello Roberto; Longo Fabrizio; Macchiavello Enrico; Manca Antonietta; Martino Tatiana; Mastroianni Marco; Matarese Giorgia; Mazza Irene; Montanari Eva; Muzzi Michela; Muzzi Valentina; Novelli Sara; Olivieri Bruno; Ozenga Lisalinda; Parodi Alessandro; Parrella Nicola; Perkins Will; Piccardo Andrea; Raso Alex; Scagni Stefano; Spugna; Tavormina Maurilio; Tessaro Gek; Valgimigli Alberto; Wolfsgruber Linda

    Testi di Ferruccio Giromini; Anselmo Roveda; Giulia Cocchella; Angelo Calvisi.

  • Arte e poesia di strada a Genova: in arrivo la mappa della street art cittadina

    Arte e poesia di strada a Genova: in arrivo la mappa della street art cittadina

    street-art-writer-murales-CStreet art, graffiti, street action: ormai nel resto del mondo (Banksy docet) questo tipo di comunicazione artistica è stata sdoganata da qualsiasi pregiudizio ed è assurta a pieno titolo al rango di Cultura con la C maiuscola. La novità è che da qualche tempo questo approccio all’arte di strada sta diventando sempre più popolare anche nella refrattaria Italia, e nella ritrosa Genova. Lo dimostra la maggiore attenzione e sensibilità delle stesse amministrazioni locali, che iniziano (è il caso di Milano con Blu e altri) a ingaggiare writers famosi per decorare zone della città fatiscenti, organizzare esposizioni e supportare iniziative sul territorio.

    Festival Internazionale di Poesia di Strada: da Milano a Genova

    La street art tradizionale si evolve in forme di espressione più moderne e poliedriche, che declinano l’uso tradizionale della bomboletta in modi nuovi. È il caso dell’artista Pao e dei suoi panettoni-pinguino per le strade di Milano, o ancora dei geniali cartelli stradali di Clet Abrahams, in giro per tutta Italia (e non solo). Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, citiamo ancora, non a caso, Ivan Tresoldi (http://www.i-v-a-n.net). Ai più attenti alle novità della scena underground nostrana non sarà sfuggito questo  artista milanese, classe ’81, che da ormai oltre 10 anni con le sue “scaglie” si è imposto sulla scena artistica mondiale: chi frequenta Milano, dalla Darsena ai navigli, avrà notato le sue poesie, brevi frasi sparse in giro per la città, come piccole perle nascoste (“chi getta semi al vento farà fiorire il cielo” o “Il futuro non è più quello di una volta”). Con le sue scaglie Ivan ha il merito di aver aperto il fronte della Poesia di Strada e di aver riportato in auge la poesia, che oggi pare (il mercato editoriale parla chiaro) dimenticata, obsoleta, superata.

    Proprio da una sua idea, nel maggio 2013 si è svolto a Milano un primo sperimentale Festival Internazionale della Poesia di Strada. Una tre giorni di eventi, con decine di poeti di strada da tutta Italia, slam, performance e musica, all’interno del Cs Cantiere ma soprattutto fuori, per le strade della città. L’esperienza ha avuto successo e si è scelto di ripeterla anche nel 2014, questa volta a Genova: sabato 17 e domenica 18 maggio, il capoluogo ligure ha ospitato la seconda edizione del Festival, che ha preso per l’occasione il nome di PAGE – Public Art in Genoa.

    La street art a Genova, l’esperienza di PAGE

    Durante PAGE, sono stati scelti simbolicamente per essere invasi da poesia e colore i quartieri di Prè, Ghetto e Maddalena. Daniela Panariello, una delle organizzatrici di PAGE, ci spiegava qualche tempo fa: “L’idea di PAGE, come dice il nome, era quella di vedere la città come una pagina da ri-scrivere: non qualcosa di totalmente vuoto e da riempire, ma una uno spazio che ha già una propria storia e va ripensato”.

    PAGE ha travolto la città con performance di poeti urbani che hanno scelto le saracinesche del centro come spazio in cui trascrivere le loro emozioni. Hanno partecipato oltre 40 poeti da tutta Italia, ciascuno condividendo parole e colori per scrivere una nuova pagina di poesia collettiva (tra i vari, Fischidicarta, Francesca Pels, Ste-Marta, Mister Caos, lo stesso Ivan Tresoldi, Poesie Pop Corn). Si è trattato di un evento totalmente auto-prodotto: gli artisti si sono inoltrati nel cuore pulsante dei caruggi “zeneizi” e hanno colorato le saracinesche del centro, terminando il percorso nel Ghetto e anticipando l’inaugurazione di Piazza Don Gallo.

    Dopo PAGE, le iniziative per la rigenerazione dello spazio urbano

    L’iniziativa ha avuto un valore sociale di rigenerazione dello spazio urbano: lo scopo era quello che, dopo questi due primi progetti pilota, si potesse estendere questa formula ad altre città, rendendole più cosmopolite (sul modello di Berlino, con la East Side Gallery e la Tacheles, e di Parigi, con La Tour 13). E così è stato: dopo PAGE, ora Genova sta realizzando una mappatura della street art sul territorio cittadino per l’avvio di uno “street art tour”, che sarà inserito all’interno di una mappa internazionale online. La mappa sarà visibile sul blog aperto solo qualche giorno fa http://pagenova.wordpress.com. L’itinerario artistico, rivolto a un turismo giovane e dinamico, sarà reso possibile grazie al lavoro degli organizzatori di PAGE, in collaborazione con altre realtà locali e non, come i ragazzi di Trasherz Organisation di Sampierdarena. Per il momento la mappa comprenderà i lavori realizzati nel corso del festival PAGE di maggio, ma sarà costantemente arricchita, andando ad elencare nuovi progetti.

    «Gli street art tour ormai sono abbastanza comuni nelle capitali europee – racconta Daniela Panariellovogliamo iniziare a importali anche in Italia, per svecchiare il turismo nostrano e valorizzare non solo i reperti antichi ma anche le nuove espressioni, che sono opere d’arte a tutti gli effetti. Ci piaceva partire da Genova, la città più “vecchia” d’Italia in termini di età media, per attirare giovani visitatori in zone solitamente meno battute ma piene di valore sociale e culturale».

    Inoltre, prevista anche la proiezione di video sulla street art alla Maddalena, in collaborazione con il Teatro Altrove. Saranno presenti anche artisti, esperti, critici, per avviare un dibattito attorno all’argomento: il tutto, entro novembre.

     

    Elettra Antognetti

  • Fabio Gremo, il giovane musicista genovese e la sua chitarra classica

    Fabio Gremo, il giovane musicista genovese e la sua chitarra classica

    Nel 2012 l’occasione che non ti aspetti. Scrivere due brani per chitarra classica da inserire in un progetto didattico per le scuole elementari: dopo quella esperienza Fabio Gremo decide che è arrivato il momento di tornare al vecchio amore, dopo anni come bassista nel mondo del rock e del prog e le tournée internazionali con la band genovese Il Tempio delle Clessidre.

    Dopo oltre un anno ecco il disco “La mia voce“, il primo da solista, brani strumentali per chitarra classica, ognuno accompagnato da una fotografia e una descrizione testuale.

    Passare da un ruolo di bassista in un gruppo già molto attivo a un progetto solista. È un po’ come rimettersi in gioco?

    «Suonavo la chitarra classica già prima di entrare nel Tempio delle Clessidre (e in tutti gli altri progetti in cui ho suonato il basso, ad esempio i Daedalus), pertanto è stato più che altro un tornare al mio primo strumento. Sin dai tempi del conservatorio sognavo di realizzare un album tutto mio con la chitarra ed ho sempre tenuto viva questa idea, nonostante le vicende successive mi avessero allontanato da quell’ambito. Effettivamente posso dire di essermi messo in gioco sotto molti punti di vista… È stato un lavoro denso ed impegnativo, più volte ho temuto di non farcela e solo quando ho avuto il disco finito tra le mani ho potuto tirare un colossale sospiro di sollievo!».

    Sei compositore, arrangiatore, orchestratore, autore di testi, nonché bassista; come cambia l’approccio a queste diverse attività e quale ti stimola maggiormente?

    «Ogni settore ha le sue peculiarità ed il suo fascino, in ciascuno di essi riesco sempre a trovare qualche stimolo ed ispirazione. Sicuramente la differenza maggiore si pone tra le attività che posso svolgere da solo, per le quali sono libero di seguire il mio istinto fino in fondo, e quelle che necessitano della partecipazione di altre persone, con cui occorre necessariamente raggiungere un equilibrio. Vivo con molto trasporto il momento in cui un’idea melodica si affaccia alla mente dandomi la possibilità di costruirvi sopra un brano, si innesca qualcosa di magico… Lo stesso accade quando mi trovo da solo ad improvvisare sulla chitarra, ma d’altro canto è così trascinante ed intenso poter calcare il palco con un gruppo! La condivisione delle esperienze ha un sapore dolce».

    Quali sono state le reazioni del pubblico al tuo ultimo lavoro?

    «Il disco è stato accolto con entusiasmo da chi lo ha ascoltato, forse perché i pezzi che contiene sono molto melodici ed offrono spunti per viaggiare con la fantasia. Ho ottenuto alcune belle recensioni in Italia e all’estero. Purtroppo la diffusione non è ampia, ora come ora mi sto occupando personalmente della distribuzione, forse le cose migliorerebbero se avessi il supporto di una etichetta discografica».

    Cosa significa secondo te essere un artista/musicista oggi? Cosa ti spaventa di più e cosa ti dà l’energia per andare avanti? È ancora possibile vivere di musica?

    «L’attività di musicista oggi si inserisce in un panorama decisamente saturo: viviamo in un’epoca che ha già visto numerose rivoluzioni in ambito musicale, pertanto è assai difficile proporre qualcosa di veramente originale. Credo che la cosa più importante, tuttavia, sia riuscire a comunicare attraverso la musica, definendo un personale linguaggio che permetta di esprimere agli altri i propri sentimenti. Per quanto mi riguarda non c’è nulla di più entusiasmante del riconoscere in chi ascolta le stesse emozioni che mi hanno permesso di creare la musica che suono. Ciò non toglie che vivere di musica sia comunque un’impresa eroica: gestire in autonomia un lavoro complesso, con molteplici aspetti da tenere sotto controllo, richiede parecchie risorse economiche, fisiche e mentali, perciò si può essere tentati a scendere a compromessi ad esempio suonando cover, sottostando ai dettami di una direzione artistica o ricoprendo il ruolo di turnista/orchestrale. È la ben nota diatriba tra il vivere di musica o della propria musica: il primo caso ha una valenza quasi impiegatizia, seppur rispettabilissima, il secondo permette a mio avviso una completa espressione artistica, ma è drammaticamente più arduo».

    Con la band Il Tempio delle Clessidre hai girato molti palcoscenici mondiali, dalla Corea agli Stati Uniti. Come cambia l’approccio al mestiere del musicista, pensi ci sia più propensione all’ascolto rispetto al nostro paese?

    «Per quel che ho potuto constatare, l’unica vera differenza rispetto all’Italia è nel modo in cui il musicista viene considerato: all’estero l’attività musicale è semplicemente trattata come un qualunque altro impiego, con la sua dignità ed il rispetto che merita. Non c’è alcun pregiudizio, né ci si sente in imbarazzo affermando di lavorare nel settore, qualunque sia l’interlocutore. In Oriente in particolare questa sensazione diviene quasi viscerale, per il profondo senso di devozione e riguardo che si respira. Per quanto concerne gli appassionati di musica c’è molta curiosità, ma non mi sento di recriminare su quanto accade nel nostro Paese; forse in altre nazioni è più diffusa la consuetudine di frequentare concerti con regolarità, ma devo ammettere che in ogni nostra esibizione abbiamo sempre riscontrato un calore ed una amicizia veramente forti da parte del nostro pubblico».

     

    video a cura di Daniele Orlandi e Claudia Baghino

  • Silvia Robertelli, incontro con l’illustratrice genovese: il viaggio è un movimento solitario

    Silvia Robertelli, incontro con l’illustratrice genovese: il viaggio è un movimento solitario

    silvia-robertelliViaggiare e cercare di cogliere il senso del luogo in cui ci si trova. Coglierlo per immagini, e farlo attraverso un sottile segno di matita che su un quaderno delinea, a tratti snelli e veloci, l’impressione che quel luogo, con le sue evocazioni e i suoi particolari irripetibili, ha generato dentro di noi. Questo è ciò che più di tutto viene fuori dal lavoro di Silvia Robertelli.
    Immagini di luoghi consegnati allo sguardo dello spettatore, che si immedesima ma rimane in qualche modo “insoddisfatto”, perché i disegni di Silvia mostrano solo un frammento, un angolo, e il resto sta all’immaginazione, tanto da far venir voglia di andare a vedere di persona i posti rievocati sulla carta: «Scegliendo che cosa esporre (per la mostra presso Cibi&Libri, ndr), in modo molto spontaneo è emerso dai miei lavori il tema del viaggio, e soprattutto delle città. Mi sono accorta quasi per caso che questo tema ritornava spesso nelle mie rappresentazioni e ho pensato che potesse assumere un significato accostare questi lavori che appartengono a momenti di vita molto diversi – dal 2011 ad oggi. Per me il viaggio è un movimento solitario verso e attraverso realtà nuove; non importa la lontananza, essere dall’altra parte del mondo o nella tua stessa città: è intraprendere strade nuove, sentieri mai percorsi e stupirsi voltando l’angolo. In questo senso ci sono molte affinità con la creazione artistica: necessariamente a confronto con se stessi, si percorrono strade nuove e si sorride con stupore».

    silvia-robertelli-3A vent’anni Silvia ha iniziato a viaggiare: «Il mio primo viaggio da sola è stato in Spagna nel 2009, per andare a trovare mia sorella in Erasmus ad Alicante, approfittandone poi per passare qualche giorno da sola a Valencia. In allegra compagnia di un’australiana, di un messicano e di un newyorkese, incrociati casualmente e spontaneamente, mi son lasciata trasportare nella vita della città e mi sono innamorata del viaggiare da sola».
    Poi, il trasferimento a Urbino per perfezionare i propri studi, e l’inevitabile scoperta che anche questa occasione stava generando nuove riflessioni, finite tutte in un taccuino che poi è stato stampato e rilegato, diventando una sorta di racconto breve per immagini accompagnate da frasi concise: «Questo librino, poco più che un quaderno di schizzi, è nato raccogliendo disegni di vari moleskine durante il primo anno a Urbino, dove mi ero trasferita per frequentare l’Isia, i brevi ritorni a Genova, e i lunghi tragitti in treno». Così si spiega la bellissima visuale soggettiva con cui Silvia sembra mostrare allo spettatore ciò che lei vedeva, attraverso i suoi stessi occhi: «Erano tutti disegni fatti per esercizio, dal vero, senza un intento preciso. Erano ritratti rubati di passeggeri addormentati in treno, le colline fuori dalle finestre durante le lezioni, momenti in città seduta al sole, la nuova casa e la casa di sempre. Rimescolando le immagini, il racconto è venuto da sé, le parole sono uscite fuori dai disegni stessi, per guidare e suggerire un percorso nella quotidianità. Questo mio lavoro parla delle emozioni contrastanti dell’iniziare a vivere in un posto nuovo: la ricerca di un’intimità con il luogo, trovare i propri “posti segreti” dove rifugiarsi, la meraviglia e la scoperta, il piacere delle piccole cose, ma anche la malinconia e la lontananza. Un lungo viaggio, insomma».

    da "Ritorno a Genova", Silvia Robertelli
    da “Ritorno a Genova”, Silvia Robertelli

    Così da queste immagini esce qualcosa che suggerisce un indefinito senso di riflessiva e malinconica intimità. Viaggiando, guardando, incontrando, ti allontani da ciò che è noto, diventi permeabile e ti lasci attraversare dall’ignoto, forse fuggi, in parte, per perdere e ritrovare te stesso alla fine del viaggio. Tornando al punto di partenza, come nella grande stampa “Ritorno a Genova”. Sul noto tema della fuga e ritorno alla nostra città, spesso madre ostile, racconta: «Genova è difficile, attrae e respinge al tempo stesso. E’ facile cercare (e soprattutto trovare) molto altro altrove, lamentarsi di quanto manchi alla città e quindi andar via; ma al tornare si percepisce quanto sia mancata, unica e bellissima in tutte le sue contraddizioni, quanti “giardini segreti”, quanti tesori nasconda nei suoi vicoli».

    Che si tratti di Urbino o di Parigi, il luogo determina lo stile e il risultato e in ogni caso quel che conta è sperimentare il più possibile: «Cambio molto stile e tecniche nei miei lavori; da un lato sicuramente perché sto ancora scoprendo tante cose e non ho ancora trovato il mio stile “definitivo”. D’altra parte vorrei sempre continuare a sperimentare e confrontarmi con tecniche e modi differenti e non fossilizzarmi su un solo modo di fare illustrazione. Del resto, le proprie creazioni riflettono quel che siamo e io sento di cambiare costantemente. La serie di illustrazioni di Parigi è del 2011, e credo che il momento che stavo vivendo spieghi sia la tecnica utilizzata che il tipo di atmosfera. Stavo frequentando l’ultimo anno della triennale in Disegno Industriale e mi trovavo in Erasmus. E’ stato in quel momento che ho scoperto che potevo usare in modo creativo gli strumenti digitali che mi avevano insegnato per la progettazione grafica, che ho scoperto qualcosa di più dell’illustrazione e che ho iniziato a immaginare di poter percorrere questa strada. Facevo uno stage in un’agenzia di comunicazione e tra un lavoretto di grafica e l’altro (per lo più noiosa manovalanza) avevo iniziato, per divertimento, a illustrare Parigi: tutti i suoi colori e la miriade di piccole sorprese che di giorno in giorno scoprivo in quei mesi. Un modo per portare la vita frizzante che c’era fuori all’interno di quell’ufficio un po’ noioso».

    Tra una sperimentazione e l’altra, inoltre, Silvia ha avuto l’opportunità di essere illustratrice per Garante Infanzia e Città Amica, esperienza cui è giunta «grazie a due buoni amici: Massimiliano Salvo, giornalista per Repubblica, è curatore del sito Garanteinfanzia.it, un portale di informazione legato all’Unicef dedicato sia ai ragazzi sia a genitori che insegnanti, dove si parla di attualità, diritti dei bambini e dei ragazzi, scuola. Daniele Salvo, suo fratello, è laureando in Urbanistica e sta seguendo il progetto Genova Città Amica dell’Infanzia e dell’Adolescenza, promosso dal Comitato Unicef Genova. Si tratta di un’indagine condotta in tutte le scuole della provincia sulla percezione dello spazio urbano da parte dei ragazzi, con l’obiettivo di coinvolgerli nella definizione degli spazi. Il progetto nazionale Città Amica ha un logo ufficiale ma il Comitato Unicef Genova mi ha chiesto di realizzare questo logo per l’iniziativa genovese proprio per caratterizzarla maggiormente. Spero che anche questo piccolo contributo possa servire a darle rilievo e che il progetto venga ben recepito dalle istituzioni e che si possa davvero tradurre in reali interventi di riqualificazione urbana a vantaggio dei ragazzi. Sono entrambe bellissime iniziative e sono felice di esser stata coinvolta».

    Scegliere di fare l’illustratrice come lavoro: è possibile farlo qui o no? Paure e speranze? «Mi piacerebbe provare a lavorare come illustratrice da Genova… sono molto ottimista per le possibilità che offre internet e quindi credo che con una buona conoscenza delle lingue, qualche viaggio di esplorazione e un po’ d’intraprendenza si possa lavorare anche per qualche cliente straniero dal proprio atelier genovese, dopo una soleggiata pausa pranzo in terrazzo. Almeno, questo è il mio sogno! Purtroppo è vero che la quantità di possibilità che ci sono all’estero (ma anche solo in altre città italiane, Bologna per dirne una) e soprattutto il livello di considerazione nei confronti dell’illustrazione (e del visivo e della cultura in generale) non sono paragonabili alla realtà genovese. Ma sto scoprendo e conoscendo tanti altri ottimi illustratori e fumettisti genovesi, silenziosamente qualcosina si muove e io da inguaribile ottimista credo che possiamo insegnare a Genova ad apprezzare e valorizzare questa bellezza». L’importante è metterci sempre tantissimo spirito d’iniziativa. Per esempio, visto l’amore per l’estero e per i viaggi, «insieme a Lisa Fruehbeis, un’amica di Augsburg (Germania) abbiamo creato il progetto comune lively-lines.com specializzandoci soprattutto nell’illustrazione esplicativa di idee, spesso in grande formato. In questo momento, ad esempio, siamo a Parigi e disegneremo durante OuiShare Fest, interessantissimo festival di economia collaborativa. Grandi idee meritano grandi disegni!».

     

    Claudia Baghino

  • Giorgia Marras, Munch before Munch. La graphic novel della giovane artista genovese

    Giorgia Marras, Munch before Munch. La graphic novel della giovane artista genovese

    munch-marras-particolareSe amate la figura e l’opera di Edvard Munch, o se avete visitato la mostra a Palazzo Ducale e vorreste scoprire di più sull’inquieto artista, è appena uscito un libro perfetto per voi: “Munch before Munch”, graphic novel scritta e illustrata dalla giovane Giorgia Marras, che ha dato vita a un’opera interamente dedicata alla figura adolescente del tormentato artista: «Innanzitutto con Silvia Pesaro, editrice di Tuss, volevamo dare vita a un’opera che riguardasse Munch» racconta Giorgia. «All’inizio avevamo pensato a un libro illustrato, ma la mia passione per le biografie storiche, combinata al linguaggio del fumetto a me più familiare, ci hanno portato a optare per una graphic novel su Edvard Munch. Forse molti non lo sanno ma Edvard scriveva tantissimo. Teneva molti diari in cui annotava pensieri, situazioni, ricordi, dialoghi. Ecco, credo che una delle cose che mi ha affascinata di più da subito siano state le sue parole, il suo speciale sguardo verso le cose del mondo». La coincidenza con la mostra genovese «è stata una felice casualità e una buona occasione per presentare questo lavoro partendo da Genova. Gli stimoli più grandi in realtà sono stati due: la ricorrenza del 150° anniversario della nascita di Edvard Munch e il bisogno di scavare negli aspetti della sua persona ancora poco conosciuti qui in Italia».  

    munch-marrasMa come funziona il lavoro quando sei a un tempo illustratore e romanziere? Dare vita a una storia non solo attraverso la trama ma pensandone anche ogni singola immagine è un lavoro complesso e faticoso eppure proprio per questo molto più appagante, una volta che il risultato comincia a prendere forma: «È stato difficile, ma questo è il tipo di lavoro che preferisco in assoluto, quindi è stata una fatica “sana”. Solitamente parto da immagini o scene che considero importanti e belle, che immagino e che lascio “maturare” nella mia testa. Dopodiché realizzo una scaletta, tenendo conto della struttura della storia e poi passo ai dialoghi:  li scrivo di getto, li butto, li riscrivo… forse è uno dei momenti più delicati. Infine disegno uno storyboard per rendermi conto delle inquadrature, dei ritmi e delle esigenze visive della storia e, per ultimo, concludo con i definitivi». Parlando della tecnica usata per le sue tavole in bianco e nero, Giorgia spiega: «Ho scelto una tecnica che potesse in qualche modo rimandare ai lavori grafici di Munch (molti dei quali sono sconosciuti ai più). Ho utilizzato della carta a grana ruvida e un pennarello-pennello molto popolare tra i fumettisti, il Pentel-Brush Pen, che usato in una certa maniera conferisce al tratto un segno “graffiato”. Ho completato il tutto con della matita nera sfumata, per i mezzi toni».

    Sullo squisito sfondo di una perfetta ed evocativa ambientazione d’epoca, ricreata nei minimi dettagli dalle strade alle architetture, dalle acconciature agli abiti di fine Ottocento, «protagonisti sono gli anni di formazione di Munch, ovvero da quando ha circa diciassette anni e decide di abbandonare gli studi d’ingegneria per intraprendere una carriera artistica fino ai suoi trentacinque anni, quando per la prima volta ottiene un riconoscimento dall’ambiente culturale norvegese. La vita di Munch è stata densa di avvenimenti e anche altri fasi della sua esistenza sono degne di essere raccontate, ma ho scelto di focalizzarmi sui primi anni – precisa l’artista – perché affrontano delle tematiche a me più care, forse anche perché anche io mi trovo in un momento di crescita/formazione».

    munch-marras-2Ambientare il racconto in Norvegia non è stata cosa facile per Giorgia, dal momento che non ci ha mai vissuto né l’ha visitata personalmente, ma ha investito grandi energie per ovviare a tale mancanza, documentandosi in ogni modo possibile: «La difficoltà maggiore credo sia stata quella di provenire da una cultura totalmente diversa da quella scandinava. Diciamo che quando disegno e scrivo scene ambientate a Parigi o in Germania mi sento più a mio agio perché ho vissuto in quei paesi e ho assorbito un certo modo di fare. Ho un grande repertorio visivo, d’atmosfere. Ecco, io non ho avuto la possibilità di vivere un po’ la Norvegia, d’incontrare e interagire con norvegesi. Allora ho cercato di compensare con le preziose indicazioni di Silvia (Pesaro, editrice di Tuss, ndr), che si è recata ad Oslo per documentarsi e per intervistare la curatrice della Galleria Nazionale e il responsabile dell’Archivio dei diari di Munch presso il Munch Museet. Inoltre ho letto tutte le pubblicazioni possibili riguardanti Munch, ho visto film norvegesi, ho cercato foto d’archivio di quell’epoca».

    La lettura dei diari dell’artista, dalla nota personalità depressa e nevrotica, è stata fondamentale per carpire più informazioni possibili sul suo carattere e riuscire poi a farle riemergere nei disegni: «Uno su tutti “Frammenti sull’arte”, una selezione di scritti di Munch tradotti dal norvegese dallo psichiatra Marco Alessandrini. Questa è stata una delle poche documentazioni trovate in italiano. Per il resto solo documenti in inglese e francese, come il dettagliatissimo libro di Atle Næss, “Munch, les couleurs de la névrose”».

    Ed ecco che l’Edvard adolescente ha preso lentamente forma, le parole dei suoi stessi diari venendo assorbite e poi filtrate dalla penna e dalla fantasia dell’artista: «Ho cercato di essere il più fedele possibile agli scritti in mio possesso, ma credo che scrivere una storia biografica acquisti senso nel momento in cui va oltre un elenco oggettivo di fatti accaduti. Ho provato molta empatia nei confronti di Edvard, leggendo i suoi diari, i suoi pensieri, le sue annotazioni. Ho cercato di capire quali sentimenti potesse provare in determinate situazioni, che gesti avrebbe compiuto, che tipo di fisicità avrebbe posseduto. Da lì sono partita per creare il “mio” Edvard che ha una base di veridicità storica ma anche delle sfumature che appartengono al mio mondo».

    Gestazione e realizzazione del libro sono avvenute in diverse città, il che dà un sapore molto “europeo” a questo lavoro: «Il lavoro di ricerca, scrittura e storyboard l’ho realizzato a Genova; in Austria, a Linz (dove Giorgia ha vinto una residenza artistica nell’ambito di un programma della Commissione Europea) ho realizzato i definitivi. L’esperienza a Linz di per sé è stata davvero arricchente perché ho vissuto in mezzo ad artisti contemporanei molto in gamba provenienti da tutta Europa. Vivere con loro ha significato scambiarsi opinioni, pensieri, modi di pensare e di lavorare. Essendo io la più piccola ho cercato di assorbire come una spugna tutti gli input che mi venivano dati».

    Il piacere della lettura sta soprattutto nel riuscire a immedesimarsi in ciò che si legge, e il protagonista di questa storia, con tutte le sue paure, le sue ossessioni, la sua inclinazione alla depressione, ben riflette le angosce esistenziali che attraversano i nostri tempi: «Questo è un nodo focale che mi ha guidato fin dal primo momento della creazione della storia. Mi sono subito chiesta: che senso ha raccontare di una persona morta da settant’anni, che non ho mai conosciuto e che appartiene a una cultura e un’epoca lontana dalla mia? Io credo che tutto questo acquisti un senso nel momento in cui si cerca di raccontare la complessità dell’animo umano (e l’animo umano non resta forse sempre lo stesso, nelle sue caratteristiche fondamentali, nonostante lo scorrere delle epoche?) di Edvard, dei suoi problemi, delle sue angosce e delle sue aspirazioni, così tanto simili a un qualsiasi giovane che ha un sogno e  che lotta per esso con tutte le proprie forze. Per esempio, Munch ci ha messo quindici anni per ottenere un riconoscimento dall’ambiente culturale norvegese, che lo ha criticato aspramente e ha ottenuto un grandissimo successo e importanti commesse prima in Germania e solo molto tempo dopo nel suo paese natio. Questa situazione non è attualissima, oggi?».

     

    Claudia Baghino

  • Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta - Frame castelli di sabbia 45x70cmFino al 30 aprile è possibile visitare l’esposizione di Giulia Vasta, classe ’84, diplomata in Pittura all’Accademia Ligustica. La mostra si intitola “Le forme dell’assenza” ed è ospitata dalla Unimediamodern Gallery.

    Frammenti di vita di altri, colti per caso su una spiaggia dopo una mareggiata, luoghi abbandonati, scanditi da vecchie finestre rotte da cui filtra una luce opaca, vecchie porte di legno tarlato e consumato dal tempo, tenute chiuse da un fil di ferro arrugginito… Questi sono solo alcuni dei soggetti immortalati da Giulia durante la sua ricerca, utilizzando media diversi.

    Osservando le foto esposte, si finisce col cercare di immaginarsi la storia del vecchio stivale che giace sulla sabbia, o di come sia arrivato fin lì il piccolo rosario dai grani sbiaditi che pende da un vecchio tronco bianco lavato dall’acqua salata: «Il mio modo di lavorare – spiega Giulia –  nasce e si sviluppa a seguito dell’accumulo di materiale. Provo un grande fascino per tutto ciò che è trascurato, tralasciato, abbandonato. Raccolgo frammenti, fotografie, oggetti, qualsiasi cosa attiri la mia attenzione, in qualsiasi momento. Mettendo insieme le cose, in qualche modo il lavoro nasce. Tutto trova la giusta combinazione».

    È così che accanto alle immagini di questi oggetti prendono posto radici vere e proprie, prelevate e portate fino alla piccola sala dove sono adesso esposte insieme alle fotografie. Radici fotografate e radici fisicamente presenti: «Le radici e le ramaglie sia esposte che fotografate sono le stesse che hanno attraversato il corso del fiume e che ho raccolto, in questo caso sulla spiaggia dopo la mareggiata. Il loro significato risiede nella loro essenza, nel loro percorso, nel loro viaggio, nel loro passato e in tutto ciò che le ha portate fino a lì».

    Giulia Vasta - CanniccioVicino, un video manda l’immagine di un tratto del Bisagno, l’acqua che scorre rapida lambendo i grossi piloni di cemento grigio: al tema del ricordo, rappresentato dagli oggetti e dai luoghi, si unisce il tema del flusso: «La mia ricerca si muove nell’ambito dell’esistenza e la ricerca del “senso”. In particolare questa mostra nasce da un’immagine: rami piegati, accumulati e incastrati nei piloni dei ponti dei fiumi. Questa immagine mi ha dato un senso profondo di resistenza, qualcosa che, nonostante tutto, non si lascia trascinare dalla corrente. Ricordi, tracce, tutto ciò che resta. E poi il fiume, con la sua forza irrefrenabile, il suo continuo movimento, il suo perenne passare. Per “immortalare” questa immagine ho deciso di utilizzare una vecchia telecamera e fare diverse riprese, inquadrature dell’acqua che scorre sotto il ponte. Da questo video ho scelto alcuni fotogrammi: dal flusso, quindi, ho estrapolato alcune immagini».

    Giulia Vasta - Frame cambiamento 45x70cmSu una delle pareti, il concetto di flusso è ribadito chiaramente da lunghe sequenze di frame da video digitali: acqua che scivola via dalle mani a coppa, una costruzione di sabbia che si consuma sotto l’onda, una saponetta che si scioglie tra le mani. Panta rei: il tempo ci scorre tra le dita prima ancora che ce ne accorgiamo, gli istanti non tornano più: «Esattamente, è lo scorrere inesorabile del tempo e le tracce lasciate dal suo passare.“…Non ti bagnerai mai due volte nella stessa acqua di un fiume, perché tutto cambia continuamente, vi è una sola cosa che non cambia, il cambiamento (Eraclito)».

    Diversi mezzi artistici, diverse opportunità per trovare la via più adatta a ciascuna creazione: «La pittura per me è un modo di guardare il mondo. In accademia ho studiato pittura, e tra le altre, fotografia, arti performative e video. Dopo il primo approccio accademico alla pittura ho iniziato a sperimentare. Sono partita dall’informale e ho iniziato ad utilizzare diversi materiali per poi concentrarmi su quelli edili: stucco, cemento, gesso e da lì sono nati i miei “muri”. Le crepe, le sbeccature hanno dato inizio alla mia riflessione sul tempo. Il tempo è diventato il tema fondamentale del mio lavoro e ho iniziato ad esprimere questo concetto attraverso diversi linguaggi. Credo che l’importante sia sapere cosa si vuol dire e cercare il modo (mezzo) migliore per esprimerlo».

    Il video del Bisagno è girato in 4/3, con una vecchia telecamera analogica appunto, con cui l’artista ha potuto dare sfogo al suo amore per la tecnologia passata: «Ho una grande passione per la fotografia soprattutto analogica, ho anche una bella collezione di macchine fotografiche tra le quali una Rolleicord degli anni cinquanta. Le foto in mostra però sono digitali. La fotografia digitale, grazie alla sua immediatezza, è di grande aiuto nel mio lavoro perché mi permette di accumulare un gran numero di immagini, anche se cerco sempre di non “sprecarle”. Uso la fotografia non come fotografia fine a se stessa ma come raccolta di immagini».

    Il lavoro analogico però mette in contatto con ciò che si sta creando in maniera infinitamente più viscerale rispetto alle tecniche digitali: «Sono d’accordo con te, stampare in camera oscura è un’esperienza incredibile dove il tempo diventa rivelatore di immagini. Anche questa esperienza è stata fondamentale nel mio lavoro (Giulia ha seguito il corso di camera oscura di Alberto Terrile, ndr). Tuttavia la praticità della fotografia digitale è di grande aiuto per il mio lavoro di “accumulatrice”».

    Se è vero che il lavoro dell’artista nasce da una pulsione personale alla creazione, è vero anche che il suo approdo finale è davanti al pubblico: una congerie di sguardi, nell’insieme tutti indistinti eppure così diversi l’uno dall’altro. L’idea è quella di riuscire a comunicare qualcosa a tutti loro: «Spero che chi guarda il mio lavoro sia stimolato dal punto di vista emotivo. Spero che le persone si mettano in relazione con il lavoro che stanno osservando, spero che arrivi la sensazione di “ricordo”, “vissuto”, qualcosa che appartiene a tutti, qualcosa di condiviso e difficilmente comunicabile».

     

    Claudia Baghino

  • Accademia Ligustica di Belle Arti: l’impegno di responsabili e volontari, si intravedono segnali di ripresa

    Accademia Ligustica di Belle Arti: l’impegno di responsabili e volontari, si intravedono segnali di ripresa

    Accademia Belle ArtiTorna anche questa settimana il nostro appuntamento con il tour dei musei genovesi (qui l’approfondimento): per una volta abbiamo abbandonato la strada dei musei civici e abbiamo optato per una realtà diversa da tutte le altre. Siamo stati all’Accademia Ligustica di Belle Arti, nel cuore di Genova, tra Piazza De Ferrari e il teatro Carlo Felice. Si tratta di una realtà che coniuga due anime, accademica dal 1751, e museale dal 1980. Oggi la Ligustica offre – accanto a una galleria di dipinti, ritratti, sculture e opere d’arte – anche la consueta serie di corsi (pittura, scultura, grafica, ecc.), da qualche anno equiparati a tutti gli effetti a quelli universitari. Si tratta di una delle cinque accademie private storiche d’Italia, assieme a quella di Perugia, Bergamo, Verona, Ravenna. 

    Non più tardi di qualche anno fa – era il 2011 – sui media locali si faceva un gran parlare dell’Accademia e dei gravi problemi economici (tali da far gridare alla chiusura), legati in primis ai tagli governativi voluti dall’allora Ministro all’Economia Tremonti che le alienarono una cifra di circa 750 mila euro all’anno, facendole accumulare tra 2007 e 2009 un debito di quasi 300/400.000 euro annui e costringendola alla vendita di 30 opere alla Fondazione Carige.

    Come se la passa oggi la Ligustica di Genova? Come di consueto, noi la abbiamo visitata nel corso di #EraOnTheRoad e abbiamo fatto queste domande a a Giulio Sommariva e Giorgio Devoto, rispettivamente direttore del museo e responsabile dei corsi.

    La formazione artistica e i corsi

    pennelli-pittura-mostre-arte-d3

    Fondata a metà del ‘700 dall’aristocrazia genovese, sulla scorta delle idee illuministe che si diffondeva in Europa, l’Accademia genovese è nata un anno dopo quella di Venezia (1750), ma prima di quelle di Parma (1757), Napoli (1752) e anche Brera (1776).

    Fin dalla sua fondazione, a Genova erano presenti corsi di Pittura, Scultura, Architettura, con sezioni di Disegno elementare e Disegno dal rilievo e dal nudo, una Scuola di disegno dai gessi e una di Incisione. A partire dall’Ottocento sono stati inseriti nuovi corsi e il suo prestigio è cresciuto, fino al crollo nel XIX secolo, in cui ha perso appeal. È stato negli anni ’70 del Novecento che l’Accademia si è aperta definitivamente alla città, istituendo corsi di formazione professionale nel settore del restauro del patrimonio artistico e corsi quadriennali di istruzione artistica superiore.

    Oggi l’offerta complessiva prevede 7 corsi principali per il triennio (pittura, scultura, scenografia, didattica dell’arte, decorazione, grafica, progettazione artistica per l’impresa, di cui i primi tre si svolgono nella sede principale di Largo Pertini, mentre le altre nelle succursali di Via Bertani e Museo di Sant’Agostino), e 4 biennali (pittura, decorazione, scenografia, scultura). Da dieci anni, infatti, si è passati dal corso quadriennale allo sdoppiamento secondo il modello universitario: un diploma breve di tre anni e uno di specializzazione di due anni, conformi ai dettami ministeriali. Da qualche anno, poi, in base alla legge 508/99 il titolo rilasciato dalle Accademie è stato equiparato alle lauree universitarie.

    «Nell’anno accademico 2013 abbiamo registrato un incremento del 20%, oggi gli studenti in totale sono circa 450. L’equiparazione dei diplomi di certo ci ha facilitato le cose perché gli studenti sono più stimolati a iscriversi. A dispetto di quel che si potrebbe pensare – commenta il direttore Devoto – in questo momento di crisi non abbiamo avvertito cali, anzi: al contrario, la crisi generale, investendo ogni settore disciplinare e lavorativo, permette agli aspiranti artisti di avvicinarsi a questo mondo, nella consapevolezza che oggigiorno la strada è in salita per tutti, tanto per i laureati in legge che per quelli in scultura. Di recente abbiamo visto che le iscrizioni si registrano soprattutto in settori che hanno ricadute pratiche sulla società: meno pittori, più grafici, e più decoratori, nella speranza di un inserimento lavorativo nel ricco contesto ligure e genovese».

    Inoltre, attualmente vengono svolte attività artistiche per bambini, workshop fotografici, collaborazioni con il Conservatorio e l’Ufficio Politiche Giovanili del Comune di Genova, ed esiste anche un piano di mobilità LLP Erasmus. Anni fa gli studenti avevano perfino dato vita a una free-press, “Accade”, e non mancano le collaborazioni con facoltà universitarie, musei civici e statali genovesi (Villa Croce, Galata, Musei di Nervi) e teatri dal Carlo Felice al Cargo di Voltri.

    Insomma, la Ligustica offre un’alternativa al classico percorso universitario e si fa carico del difficile compito non solo di formare giovani artisti, ma anche di immetterli in un mondo del lavoro da sempre ostile ai creativi. Tra gli studenti illustri della Ligustica ci sono stati i pittori Cesare Viazzi, Giannetto Fieschi, l’artista performativo Cesare Viel, l’italo-britannica Vanessa Beecroft, oggi residente a New York e affermata a livello internazionale.

    Il museo dell’Accademia

    museo-accademia-ligusticaTra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, alla scuola si è affiancato anche un museo, aperto in realtà solo dal 1980. Qui sono state radunate le tante opere della pittura ligure di cui la scuola già disponeva: un patrimonio ingente e prestigioso, se si pensa che fino all’istituzione delle Soprintendenze regionali i rettori e professori della scuola svolgevano la funzione di “commissari” e accumulavano molto materiale all’interno della Ligustica.

    Fino a tempi non troppo lontani, il museo era una sorta di osservatorio, di officina (workshop, diremmo oggi) per i giovani artisti in erba, che potevano disporre delle opere, tenerle nelle loro classi, usarle a fini artistici e compositivi. Oggi purtroppo questo non succede più: è necessario conservare le opere in un luogo apposito e protetto, come il museo, per garantirne l’integrità e preservarne il valore. In tempi recenti, in particolare dal 2002, direttore del museo è Giulio Sommariva, che ha allestito personalmente l’attuale percorso, adottando un criterio cronologico che, partendo dal 1700, arriva fino ai giorni nostri. Ci sono state e ci sono tutt’oggi donazioni importanti da parte di privati che permettono di aggiornare e rinnovare costantemente l’offerta museale.«Ho avuto carta bianca nella gestione fin dall’inizio – racconta Sommariva – quando sono arrivato, questi locali erano vuoti, era appena stata smontata una mostra allestita in occasione del G8 del 2001 e dedicata a Mirò. Era febbraio quando ho assunto l’incarico, e ricordo che mi hanno chiesto di prepararmi alla riapertura del museo entro l’estate: un’impresa impossibile. Alla fine, comunque, abbiamo riaperto a novembre, un buon risultato. Ho voluto un percorso cronologico perché il museo deve servire da manuale di storia dell’arte per gli studenti della scuola».

    Vanto della gestione Sommariva è la gipsoteca, unica galleria ligure di sculture e opere in gesso, e la galleria di autoritratti. Inoltre, nei depositi sono conservati oltre duemila disegni, quattromila incisioni, maioliche e porcellane, calchi in gesso, studi e bozzetti originali.

    «Scuola e museo sono un tutt’uno, c’è sintonia e sinergia: il museo accoglie anche opere degli studenti, e si svolgono spesso mostre in cui sono coinvolti i nostri giovani. Un peccato che ancora molti non conoscano questa realtà, fortemente rappresentativa del mondo artistico ligure: non facciamo parte dei musei civici né di quelli statali, ma collaboriamo con entrambi e siamo in rete. Svolgiamo attività in comune, mostre in collaborazione con la GAM di Nervi e altri, offriamo gli stessi incentivi anche in termini di biglietteria, siamo anche in pieno centro, e questo dovrebbe aiutare la nostra popolarità, ma non è così. Tuttavia, negli ultimi 10 anni ci stiamo impegnando molto: si è costituita l’Associazione Amici dell’Accademia Ligustica, un gruppo attivo che coordina le iniziative, organizza incontri frequenti (uno o più a settimana), si occupa di internet e Facebook. Questo ci ha aiutati: nel 2013 abbiamo registrato un +82% di entrate. Il bilancio è risicato e non ci permette di fare molto, ma l’aiuto dei volontari è fondamentale: ad esempio, grazie a loro apriamo il museo anche di sabato».

    Un bilancio degli ultimi anni

    Non è facile sopravvivere, non ci sono sovvenzioni a livello comunale e locale, solo fondi ministeriali (che sappiamo aver subito una brusca riduzione) e  entrate interne, tra scuola e museo: non molto, visto che gli iscritti sono circa 450 e le rette sono di 800-900 euro l’anno, con lievi variazioni a secondo dei corsi. Anche la bigliettazione, pur con l’incremento elevato, non basta a sostenere il museo: non basta per il Louvre, dice Sommariva, figuriamoci per la Ligustica!

    Tuttavia, da qualche anno a questa parte le cose vanno meglio: scongiurata la chiusura, arginato il debito, ora 30 opere dei depositi e da restaurare sono state vendute alla Fondazione Carige e si trovano nel locali di Via Chiossone, aperte al pubblico una volta a settimana con visita guidata.

    Tra le altre novità che si prospettano nei prossimi tempi, anche la statizzazione dell’Accademia: sempre in base alla alle legge 508/99 in decreto attuativo, nei capoluoghi sprovvisti di istituzioni statali, gli Istituti non statali legalmente riconosciuti che abbiano presentato apposita domanda devono essere pareggiati a quelli statali e legalmente riconosciuti.

     

    Elettra Antognetti

     

    Qui l’intervista al presidente dell’Accademia ed ex sindaco di Genova Giuseppe Pericu

  • Genova città “amica” degli artisti di strada, il regolamento è fra i meno restrittivi d’Italia

    Genova città “amica” degli artisti di strada, il regolamento è fra i meno restrittivi d’Italia

    Arte di Strada teatro attoriLi incontriamo tutti giorni, con il sole ma spesso anche sotto la pioggia, andando al lavoro, facendo la spesa, in coda al semaforo o più semplicemente passeggiando tra i caruggi. Ma spesso non ci facciamo più neppure caso. Siano essi eccellenti musicisti, pittori brontoloni, giocolieri colorati, acrobati illusionisti, artigiani creativi, writer “naturalisti” o suonatori fantasiosi e magari un po’ fastidiosi. Non ci facciamo quasi più caso perché, ormai, fanno parte del nostro dna o, almeno, di quello della nostra città. C’è chi qualche anno fa voleva dar loro una sorta di carta d’identità professionale, chi voleva istituire un vero e proprio Registro… stiamo parlando degli artisti di strada, quelli che lo stesso regolamento approvato nel 2004 dal Consiglio comunale di Genova (qui il pdf), definisce “fenomeno culturale” e ne valorizza “le varie forme espressive”.

    Insomma, Genova capitale europea della cultura sapeva bene che cultura non vuol dire solo musei, teatri ed eventi istituzionali. Genova, città creativa e dai mille fermenti, sa ancora oggi che per far nascere i fior dal letame bisogna lasciare che il terreno cresca libero e fertile. È probabilmente per questo che il nostro regolamento per l’arte in strada è uno dei meno restrittivi d’Italia e punta a valorizzare la libertà di espressione artistica piuttosto che imbrigliarla dietro norme burocratiche e soffocanti. O almeno questo vorrebbe provare a fare.

    Certo, le stesse norme comunali fanno rifermento a una fantomatica istituzione di un albo professionale, ma non è così chiaro a che cosa possa servire visto che, per potersi esibire, basta una semplice autocertificazione “attestante lo svolgimento di attività di tipo artistico o, in alternativa, il tesserino di appartenenza alle associazioni di categoria”. A parte gli annunci, dunque, del registro degli artisti di strada non pare che se ne sia mai sentito effettivamente il bisogno. Ed è probabilmente per questo che dal 2009 è sparito sostanzialmente dalla circolazione, complice anche l’avvicendamento amministrativo a Palazzo Tursi.  Ma l’assessore alla Cultura, Carla Sibilla, assicura che si tratta di un percorso non del tutto abbandonato: «Stiamo lavorando anche assieme a chi si fa in qualche modo portavoce degli artisti di strada per vedere se c’è la possibilità di apportare aggiornamenti e miglioramenti al regolamento che ben si addicano al nostro territorio».

    In quest’ottica, grande attenzione è stata posta anche ad altre realtà nazionali per cercare di capire se fosse stato possibile cogliere qualche suggerimento utile per la normazione delle esibizioni dei cosiddetti artisti “a cappello”: «I tecnici – spiega ancora Sibilla – si sono soffermati soprattutto su Milano ma hanno trovato una modalità onerosa e burocratica, sia per l’amministrazione che per gli artisti stessi. Noi, invece, vorremmo andare nella direzione di apportare eventuali miglioramenti allo status quo».

    Ecco allora un possibile allargamento del raggio d’azione a tutti gli artisti indipendenti, con particolare attenzione ai più giovani che non trovano spazio nei luoghi più istituzionalizzati della Genova artistica e culturale: «Abbiamo ripreso in mano il regolamento, che nel 2004 era stato seguito soprattutto dal settore Commercio del Comune piuttosto che dall’area culturale – prosegue l’assessore – perché vorremmo far rientrare in questo discorso anche la valorizzazione di tutto il mondo dei creativi genovesi e degli artisti indipendenti. Per cui, il regolamento e anche il tema del registro degli artisti di strada, che non aveva avuto più alcun seguito, può diventare un’opportunità per valorizzare l’arte indipendente, come già cerchiamo di fare con il progetto Cresta, e rispondere a un’esigenza piuttosto sentita dal territorio».

    Se anche queste siano destinate a rimanere soltanto promesse sarà il tempo a dirlo. Resta comunque il fatto che Genova vuole, o quantomeno vorrebbe, prestare continuamente attenzione a chi nasce con una particolare abilità artistica e non ha paura di offrirla agli altri, pur non riuscendo magari a farne fonte di reddito primario.

    Ma chi è, in fin dei conti, l’artista di strada? Trovare una definizione non è così semplice. Ci ha provato il già citato regolamento comunale che all’articolo 2 enuncia: “Sono considerati artisti di strada coloro che svolgono attività di tipo artistico, culturale o ludico in forma spontanea, non finalizzata a lucro”.
    Già da questi passaggi si capisce come non siamo di fronte a prescrizioni bacchettone. Ma qualche norma, com’è giusto che sia, c’è. Intanto, l’occupazione del suolo, che viene concessa a titolo gratuito, non può superare nel complesso i 2 metri quadrati e, naturalmente, può essere effettuata solo con strutture facilmente rimuovibili. Le performance, poi, non devono costituire intralcio al traffico veicolare, ai pedoni e all’accesso agli esercizi commerciali e devono ovviamente rispettare il decoro urbano.

    Nelle more del regolamento sono individuati alcuni spazi in città ritenuti idonei per le manifestazioni degli artisti di strada. Ce n’è per tutti i gusti: da un generico Centro storico al Porto Antico, da corso Italia e Boccadasse alla Passeggiata di Nervi e al Lungomare di Pegli, dai parchi e giardini pubblici alle isole pedonali. Il tutto, naturalmente, con la possibilità di ampliamenti o restrizioni temporanee stabilite direttamente dai Municipi (in realtà, l’ormai datato regolamento parla ancora di Circoscrizioni…).

    Inoltre, se è vero che l’artista di strada non può chiedere il pagamento di un biglietto, è invece assolutamente consentito il cosiddetto “passaggio a cappello” con l’invito a una “libera elargizione” da parte del pubblico.

    Soprattutto per quanto riguarda il Centro Storico, non sono mancate negli anni le lamentele di chi vorrebbe vietate le esibizioni canore e musicali. Ma il regolamento non prevede nulla di tutto ciò. Anzi, all’articolo 9 recita: “Le esibizioni musicali e/o canore sono consentite purché non venga arrecato disturbo a terzi e venga osservata la normativa vigente sull’inquinamento acustico. Il suono degli strumenti musicali potrà essere diffuso anche da piccoli impianti di amplificazione purché le emissioni sonore non superino i decibel consentiti dalla normativa vigente”. Un limite, invece, viene imposto alla durata della performance, non solo musicale, che non può superare i 60 minuti continuativi nella stessa postazione, se ci si trova nei pressi di edifici residenziali o esercizi commerciali.

    L’unico divieto perentorio, invece, è riferito all’utilizzo di “uno o più animali di qualsiasi specie”. Niente circhi improvvisati, dunque, salvo concessioni ad hoc. Hanno, invece, via libera i cosiddetti “madonnari”, che devono però avere l’accortezza di utilizzare per i propri quadri su strada materiali non danneggianti i selciati. I ritratti, comunque, non possono essere realizzati sul sagrato di una chiesa, di un luogo di culto o in altre zone cittadine considerate di alto pregio, oltre naturalmente a tutti i muri verticali.

    Simone D’Ambrosio