Tag: pittori

  • Giorgia Marras, Munch before Munch. La graphic novel della giovane artista genovese

    Giorgia Marras, Munch before Munch. La graphic novel della giovane artista genovese

    munch-marras-particolareSe amate la figura e l’opera di Edvard Munch, o se avete visitato la mostra a Palazzo Ducale e vorreste scoprire di più sull’inquieto artista, è appena uscito un libro perfetto per voi: “Munch before Munch”, graphic novel scritta e illustrata dalla giovane Giorgia Marras, che ha dato vita a un’opera interamente dedicata alla figura adolescente del tormentato artista: «Innanzitutto con Silvia Pesaro, editrice di Tuss, volevamo dare vita a un’opera che riguardasse Munch» racconta Giorgia. «All’inizio avevamo pensato a un libro illustrato, ma la mia passione per le biografie storiche, combinata al linguaggio del fumetto a me più familiare, ci hanno portato a optare per una graphic novel su Edvard Munch. Forse molti non lo sanno ma Edvard scriveva tantissimo. Teneva molti diari in cui annotava pensieri, situazioni, ricordi, dialoghi. Ecco, credo che una delle cose che mi ha affascinata di più da subito siano state le sue parole, il suo speciale sguardo verso le cose del mondo». La coincidenza con la mostra genovese «è stata una felice casualità e una buona occasione per presentare questo lavoro partendo da Genova. Gli stimoli più grandi in realtà sono stati due: la ricorrenza del 150° anniversario della nascita di Edvard Munch e il bisogno di scavare negli aspetti della sua persona ancora poco conosciuti qui in Italia».  

    munch-marrasMa come funziona il lavoro quando sei a un tempo illustratore e romanziere? Dare vita a una storia non solo attraverso la trama ma pensandone anche ogni singola immagine è un lavoro complesso e faticoso eppure proprio per questo molto più appagante, una volta che il risultato comincia a prendere forma: «È stato difficile, ma questo è il tipo di lavoro che preferisco in assoluto, quindi è stata una fatica “sana”. Solitamente parto da immagini o scene che considero importanti e belle, che immagino e che lascio “maturare” nella mia testa. Dopodiché realizzo una scaletta, tenendo conto della struttura della storia e poi passo ai dialoghi:  li scrivo di getto, li butto, li riscrivo… forse è uno dei momenti più delicati. Infine disegno uno storyboard per rendermi conto delle inquadrature, dei ritmi e delle esigenze visive della storia e, per ultimo, concludo con i definitivi». Parlando della tecnica usata per le sue tavole in bianco e nero, Giorgia spiega: «Ho scelto una tecnica che potesse in qualche modo rimandare ai lavori grafici di Munch (molti dei quali sono sconosciuti ai più). Ho utilizzato della carta a grana ruvida e un pennarello-pennello molto popolare tra i fumettisti, il Pentel-Brush Pen, che usato in una certa maniera conferisce al tratto un segno “graffiato”. Ho completato il tutto con della matita nera sfumata, per i mezzi toni».

    Sullo squisito sfondo di una perfetta ed evocativa ambientazione d’epoca, ricreata nei minimi dettagli dalle strade alle architetture, dalle acconciature agli abiti di fine Ottocento, «protagonisti sono gli anni di formazione di Munch, ovvero da quando ha circa diciassette anni e decide di abbandonare gli studi d’ingegneria per intraprendere una carriera artistica fino ai suoi trentacinque anni, quando per la prima volta ottiene un riconoscimento dall’ambiente culturale norvegese. La vita di Munch è stata densa di avvenimenti e anche altri fasi della sua esistenza sono degne di essere raccontate, ma ho scelto di focalizzarmi sui primi anni – precisa l’artista – perché affrontano delle tematiche a me più care, forse anche perché anche io mi trovo in un momento di crescita/formazione».

    munch-marras-2Ambientare il racconto in Norvegia non è stata cosa facile per Giorgia, dal momento che non ci ha mai vissuto né l’ha visitata personalmente, ma ha investito grandi energie per ovviare a tale mancanza, documentandosi in ogni modo possibile: «La difficoltà maggiore credo sia stata quella di provenire da una cultura totalmente diversa da quella scandinava. Diciamo che quando disegno e scrivo scene ambientate a Parigi o in Germania mi sento più a mio agio perché ho vissuto in quei paesi e ho assorbito un certo modo di fare. Ho un grande repertorio visivo, d’atmosfere. Ecco, io non ho avuto la possibilità di vivere un po’ la Norvegia, d’incontrare e interagire con norvegesi. Allora ho cercato di compensare con le preziose indicazioni di Silvia (Pesaro, editrice di Tuss, ndr), che si è recata ad Oslo per documentarsi e per intervistare la curatrice della Galleria Nazionale e il responsabile dell’Archivio dei diari di Munch presso il Munch Museet. Inoltre ho letto tutte le pubblicazioni possibili riguardanti Munch, ho visto film norvegesi, ho cercato foto d’archivio di quell’epoca».

    La lettura dei diari dell’artista, dalla nota personalità depressa e nevrotica, è stata fondamentale per carpire più informazioni possibili sul suo carattere e riuscire poi a farle riemergere nei disegni: «Uno su tutti “Frammenti sull’arte”, una selezione di scritti di Munch tradotti dal norvegese dallo psichiatra Marco Alessandrini. Questa è stata una delle poche documentazioni trovate in italiano. Per il resto solo documenti in inglese e francese, come il dettagliatissimo libro di Atle Næss, “Munch, les couleurs de la névrose”».

    Ed ecco che l’Edvard adolescente ha preso lentamente forma, le parole dei suoi stessi diari venendo assorbite e poi filtrate dalla penna e dalla fantasia dell’artista: «Ho cercato di essere il più fedele possibile agli scritti in mio possesso, ma credo che scrivere una storia biografica acquisti senso nel momento in cui va oltre un elenco oggettivo di fatti accaduti. Ho provato molta empatia nei confronti di Edvard, leggendo i suoi diari, i suoi pensieri, le sue annotazioni. Ho cercato di capire quali sentimenti potesse provare in determinate situazioni, che gesti avrebbe compiuto, che tipo di fisicità avrebbe posseduto. Da lì sono partita per creare il “mio” Edvard che ha una base di veridicità storica ma anche delle sfumature che appartengono al mio mondo».

    Gestazione e realizzazione del libro sono avvenute in diverse città, il che dà un sapore molto “europeo” a questo lavoro: «Il lavoro di ricerca, scrittura e storyboard l’ho realizzato a Genova; in Austria, a Linz (dove Giorgia ha vinto una residenza artistica nell’ambito di un programma della Commissione Europea) ho realizzato i definitivi. L’esperienza a Linz di per sé è stata davvero arricchente perché ho vissuto in mezzo ad artisti contemporanei molto in gamba provenienti da tutta Europa. Vivere con loro ha significato scambiarsi opinioni, pensieri, modi di pensare e di lavorare. Essendo io la più piccola ho cercato di assorbire come una spugna tutti gli input che mi venivano dati».

    Il piacere della lettura sta soprattutto nel riuscire a immedesimarsi in ciò che si legge, e il protagonista di questa storia, con tutte le sue paure, le sue ossessioni, la sua inclinazione alla depressione, ben riflette le angosce esistenziali che attraversano i nostri tempi: «Questo è un nodo focale che mi ha guidato fin dal primo momento della creazione della storia. Mi sono subito chiesta: che senso ha raccontare di una persona morta da settant’anni, che non ho mai conosciuto e che appartiene a una cultura e un’epoca lontana dalla mia? Io credo che tutto questo acquisti un senso nel momento in cui si cerca di raccontare la complessità dell’animo umano (e l’animo umano non resta forse sempre lo stesso, nelle sue caratteristiche fondamentali, nonostante lo scorrere delle epoche?) di Edvard, dei suoi problemi, delle sue angosce e delle sue aspirazioni, così tanto simili a un qualsiasi giovane che ha un sogno e  che lotta per esso con tutte le proprie forze. Per esempio, Munch ci ha messo quindici anni per ottenere un riconoscimento dall’ambiente culturale norvegese, che lo ha criticato aspramente e ha ottenuto un grandissimo successo e importanti commesse prima in Germania e solo molto tempo dopo nel suo paese natio. Questa situazione non è attualissima, oggi?».

     

    Claudia Baghino

  • Carta fatta a mano, tè e caffè: “Drina A12”, i ritratti dell’artista genovese Grazia Buongiorno

    Carta fatta a mano, tè e caffè: “Drina A12”, i ritratti dell’artista genovese Grazia Buongiorno

    drina-a12-grazia-buongiorno-2Immaginate di essere artisti. Immaginate poi di lavorare in un’antica cartiera seicentesca, e di ritrovarci una vecchia partita di bellissima e antica carta fatta a mano, su cui liberare tutta la vostra creatività. Questo è ciò che è successo a Grazia Buongiorno, artista genovese nonché direttore artistico dell’associazione culturale Cartiera41 di Mele (associazione nata proprio negli spazi della cartiera, acquistata e restaurata a partire dal 2000 – dopo anni di abbandono – dalla famiglia Buongiorno-Canepa).

    Grazia ha infatti ritrovato queste vecchie giacenze nello stenditoio della cartiera (dove si lasciavano ad asciugare i fogli appena confezionati e quindi ancora bagnati) e ha compreso subito l’unicità del materiale e le possibilità che esso offriva: la carta fatta artigianalmente a partire dagli stracci, come si faceva anticamente prima dell’avvento della cellulosa, è estremamente pregiata e resistente e si presta perfettamente ad essere utilizzata come supporto per dipingere, per non dire del fatto che le qualità tattili e visive ne fanno un elemento di composizione se non alla pari, quanto meno al secondo posto dopo la mano dell’artista: «Lavorare su del materiale così risulta una cosa parecchio esaltante» racconta Grazia, che ha cominciato il suo viaggio nell’arte da bambina: «dai racconti di mia madre pare che anche quando si andava in giro e non si aveva la possibilità del foglio partivo alla ricerca dei classici pezzi di mattone e li utilizzavo a mo’ di matita in ogni dove».

    Da lì agli studi d’arte il passo è breve, e l’attività creativa nelle sue declinazioni più ampie diventa una costante sospesa solo per un anno: «ho provato a vedere come si viveva senza la presenza costante del disegnare, dipingere, inventare e costruire (e in tutta sincerità non mi è piaciuto molto); il resto è stato una continua evoluzione o involuzione  – a seconda di come si vuole leggere il percorso – ho continuato, continuo e immagino continuerò a disegnare, dipingere, inventare e costruire». D’altronde per lei queste attività sono parte imprescindibile della sua vita: «È semplicemente il mio modo di esistere, non potrebbe essere altrimenti» aggiunge.

    drina-a12-grazia-buongiorno-3Il progetto che Grazia ha sviluppato e sta portando avanti tutt’ora a partire proprio dalla carta fatta a mano si chiama Drina A12 ed ha la peculiarità di avere una durata di vita limitata alla disponibilità dei fogli rinvenuti in cartiera: esaurita questa la serie di opere “driniane” sarà inevitabilmente conclusa: «Ogni volta che mi propongo con qualche cosa di nuovo inizio da capo con tutto, dimentico gli allori precedenti se ce ne sono stati, dimentico il nome, la tecnica, lo stile, mi piace ricominciare e mi piace farlo da zero, mi sembra un bel gioco e una giusta sfida, è un rinnovamento della pelle» racconta Grazia.

    Nello specifico del nome scelto per questo progetto «Drina è un fiume della penisola balcanica che segna il confine tra Bosnia ed Erzegovina e Serbia, in passato era la linea di demarcazione tra Impero Romano d’Oriente e Impero Romano d’Occidente. A12 è l’autostrada Genova-Roma; sono entrambi due passaggi, due cammini, due vie di comunicazione, sono un percorso».

    La tecnica che Grazia usa per le sue opere “driniane” non è affatto semplice: le mezzetinte che caratterizzano l’immagine di partenza vengono sostituite da puri bianchi e neri (ma sarebbe meglio dire beige e neri) ottenendo un soggetto ipercontrastato e ridotto all’essenziale, con un effetto finale che ricorda molto i poster.

    A questa modalità esecutiva l’artista è giunta per gradi: «Prima che nascesse Drina A12 non ho dipinto per un po’ di anni. In questo periodo da buona curiosa ho sentito il bisogno di conoscere nuove cose, ho imparato a costruire mobili e a progettarli, ho studiato ceramica ad alta temperatura e dico studiato perché mi sono rimessa sui libri e ho fatto delle abbuffate di chimica (che tra l’altro prima di allora non sopportavo,  invece applicata è una cosa meravigliosa) insomma mi sono buttata in un mondo rigoroso e pieno di regole ferree ma felice di poter sperimentare un materiale così complesso e affascinante».

    drina-a12-grazia-buongiorno-4È interessante sentire come Grazia racconta la genesi del nuovo stile. Praticamente una sorta di presa di coscienza del necessario cambiamento che l’imparare cose nuove produce dentro di lei: «Nel mio caso quando capisco di avere una soddisfacente conoscenza del mezzo o del materiale ritengo concluso il periodo di apprendimento. Il guaio – o la fortuna – è che a quel punto non si è più quelli di prima, nonostante la voglia di disegnare sia sempre la medesima. L’istinto è quello di misurarsi con l’atto creativo nella maniera più semplice, “faccio quello che già so fare”» ma non è più la stessa cosa:  «Il cambiamento ormai si è insinuato e quello che era semplice prima diventa un gesto sconosciuto adesso; attendo il nuovo personaggio, la nuova tecnica, il nuovo stato d’animo… so che sta per arrivare, è già qui! Bisogna solo trovare il momento giusto perché esca. Poi un giorno qualsiasi mentre scarabocchio, coloro o non so, improvvisamente arriva la soluzione, guardo e so che quella è la strada giusta da seguire».

    Ed ecco come il cambiamento si è manifestato dalla serie precedente a Drina: «I lavori precedenti sono assolutamente coloratissimi, astratti, giocosi, istintivi, progettati nella forma ma non nell’accostamento dei colori. Drina è esattamente l’opposto: rigorosa, scura, con una progettualità lunghissima al punto che l’atto creativo non si attua nella realizzazione ma nella progettazione».

    drina-a12-grazia-buongiorno-5Partendo da una fotografia, Grazia semplifica le forme «fino a trasformarle in macchie mantenendo la fisionomia del volto; finito questo passaggio cerco di semplificare ulteriormente fino ad arrivare ai minimi termini» al punto che spesso i lavori visti da vicino perdono leggibilità e finiscono nell’astrazione, così che per cogliere senso e interezza dell’immagine bisogna osservarli alla giusta distanza.

    [quote]Alle persone vorrei arrivasse ciò che vogliono che gli arrivi, Drina è solo il mezzo. Ognuno di noi fruisce le immagini in base alle proprie esperienze e alla propria sensibilità, è inutile fare tante parole e dare tante spiegazioni, un lavoro quando è finito non appartiene più al suo ideatore ma a tutti».[/quote]

    In queste immagini primi piani di volti, lettere singole e numeri si affastellano creando una bellezza prima di tutto grafica, un vero e proprio “piacere visivo”:  «A volte le scritte hanno un significato preciso – soprattutto quando il personaggio ritratto mi è familiare – allora lì mi diverto a nascondere messaggi; altre volte invece lettere e numeri hanno una funzione puramente grafica».
    Ma nei dipinti di Drina compaiono anche improvvise chiazze di colore, rivoli spesso vermigli, lampi inquietanti che a prima vista ricordano il sangue e, almeno in chi scrive, rievocano certe foto di guerra dove il sangue scende a rivoli da corpi coperti di polvere. Grazia spiega che «ogni tempo ha le sue immagini. Queste sono le immagini del mio tempo, quello attuale e quello passato sono la somma di quello che si è stati e di quello che siamo, di quadri tutti colorati e giocosi, di strisciate rosse sopra volti stinti, di regole ferree e seghetti alternativi per costruire cose; sono la somma della mia vita, tra dieci anni Drina forse non esisterà più, ci saranno altre immagini, un altro nome, un nuovo percorso e questo è bene perché vuole dire che non mi sono fermata. Si va avanti, sempre».

    drina-a12-grazia-buongiornoUna parte altrettanto suggestiva del lavoro riguarda i materiali utilizzati sul fondo di carta di stracci: insieme a pastelli ad olio e colori acrilici, Drina usa tè e caffè: «Quello di usare generi alimentari per dipingere è un vizio che mi porto dietro un po’ da sempre. In precedenza utilizzavo farina, pane grattato ed altro per fare i fondi dei quadri, oggi uso caffè e tè in egual maniera per i fondi a più strati». Una vera e propria tecnica anche questa: «Faccio un miscuglio di caffè e tè che faccio marcire: è poco carino da raccontare ma i due elementi andando a male creano una serie di sedimenti che lasciano delle macchie sulla carta che mi piacciono da matti, in seconda mano faccio le colature di caffè – l’unica cosa più o meno casuale in tutta la realizzazione del lavoro – dopodiché faccio la tracciatura delle macchie e di conseguenza il riempimento con l’acrilico che in realtà non è nero ma un tono di marrone scurissimo che si vede solamente con il sole diretto sul quadro, tutto questo sulla carta fatta a mano dai mastri cartai che lavoravano nella vecchia cartiera dove abito». Come già detto «finita questa scorta, finita Drina che lavora su carta fatta a mano. Ho già in mente un nuovo supporto, ma questa è un’altra storia».

    Con questa serie, comprensiva di pezzi eseguiti su commissione, l’artista ha esposto in alcune gallerie genovesi e si prepara a partecipare ad altri eventi: «Ultimamente lavoro spesso con Satura, recentemente ho partecipato a Venti d’Arte e a Arte Genova 2014, in futuro di sicuro c’è “Venti d’Arte l’esperienza del contemporaneo” presso il MAEC Milan Art & Event Center a marzo e Satura International Contest a maggio».

    Claudia Baghino

  • Edvard Munch, grande mostra del pittore norvegese a Palazzo Ducale

    Edvard Munch, grande mostra del pittore norvegese a Palazzo Ducale

    Palazzo Ducale, GenovaGenova e l’Italia rendono omaggio al grande pittore norvegese Edvard Much nel 150esimo anniversario della sua nascita con una grande mostra a Palazzo Ducale dal 6 novembre 2013 al 27 aprile 2014.

    Il percorso espositivo racconta grazie a oltre 120 opere tutta l‘evoluzione artistica di Munch, il suo percorso artistico ed esistenziale e il passaggio da un naturalismo di stampo impressionistico a una pittura nuova e audace, che contribuì in maniera determinante a sconvolgere tutta l’arte del 20esimo secolo.

    Il curatore della mostra Marc Restellini, racconta così l’artista: «Munch dipinge ciò che vede, ma oltre le proprie paure ha anche una nuova visione dell’arte che è pura avanguardia e in questa mostra saranno esposte le sue opere più belle, sentite, amate e sofferte».

    «Un uomo capace di staccarsi da tutte le convenzioni alle quali erano legati gli artisti e i movimenti precedenti, che si oppone a ciò che vede e conosce, creando una nuova forma artistica contraria e lontana dalle regole sociali del tempoprosegue Restellini. Munch si accanisce sugli strati di colore, solca la superficie pittorica o lascia le sue tele esposte alla pioggia e alla neve, trasferisce fotografie e fotogrammi di film muti all’interno dei suoi dipinti e dei suoi lavori grafici. Stupefacente è anche l’audacia con cui sopprime i confini tra i supporti e le tecniche, nelle sue incisioni, sculture e fotografie, come nei suoi quadri, collage e film. Autentico innovatore per quanto riguarda l’apporto della cinetica all’arte, egli fu anche un modello in termini di avanguardia e di rottura con i modelli precedent

    Inoltre, è prevista in contemporanea, in anteprima assoluta per l’Europa, anche la mostra Warhol after Munch, una serie di opere realizzate da Andy Warhol e ispirate alla produzione di Munch, un binomio inedito, con l’artista dei sentimenti più oscuri interpretato dall’artista pop per eccellenza.

    «La natura è l’opposto dell’arte. Un’opera d’arte proviene direttamente dall’interiorità dell’uomo. (…) La Natura è il mezzo, non il fine. Se è necessario raggiungere qualcosa cambiando la natura, bisogna farlo. (…) L’arte è il sangue del cuore umano». Edvard Munch (1863-1944).

    Informazioni sulla mostra

    6 novembre 2013 – 27 aprile 2014
    Orari: da martedì a domenica (ore 9-19), lunedì (ore 14-19). La biglietteria chiude un’ora prima.
    www.mostramunch.it
    Infoline prevendita +39 010 986 80 57
    Informazioni e prenotazioni scuole +39 010 557 40 04
    biglietteria@palazzoducale.genova.it

    La mostra è curata da Marc Restellini e promossa dal Comune di Genova e da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, ed è prodotta da Arthemisia Group e 24ORE Cultura – Gruppo 24 ORE.

    Il comitato scientifico della mostra Edvard Munch è composto da Richard Shiff, Øyvind Storm Bjerke, Petra Pettersen e Ina Johannesen.

  • Sandra Levaggi e i suoi dipinti da toccare: incontro con la pittrice

    Sandra Levaggi e i suoi dipinti da toccare: incontro con la pittrice

    Sandra Levaggi PaliSandra Levaggi, classe 1955, è una pittrice genovese autodidatta in bilico tra forte realismo e impronta metafisica, una donna piena di energia capace di raccontare le proprie opere con passione ma anche con un certo distacco, tipico di chi non ama incensarsi.

    La incontriamo in un luogo fuori dagli schemi ordinari della cultura genovese, una mostra ospitata presso lo studio Elseco – corporate & tax consulting del dottore commercialista Giancarlo Pau e curata da Paolo Basso: «Un buon modo per avvicinare e coniugare due mondi lontani anni luce ma che in realtà hanno più di un punto in comune», ci racconta Pau, che si augura di ospitare in futuro altre esposizioni artistiche trasferendo anche a Genova una pratica già molto diffusa nel resto d’Italia, cioè quella delle mostre d’arte in luogi insoliti.

    Le opere di Sandra Levaggi sono esposte in tutte le belle stanze dello studio Elseco di via Venti Settembre 8: le immagini essenziali e armoniche, i colori tenuti, la calma apparente, nascondono dopo un’osservazione più approfondita prospettive inaspettate, anche grazie all’utilizzo di materiali non convenzionali all’interno delle opere stesse come stucco, plastica, legno, metalli. La ‘pittoscultrice‘ propone un’immagine che sembra vuota ma sempre suggestiva, all’osservatore il compito di riempirla e attribuirle un significato.

    sandra-levaggi-caffe-al-tramontosandra-levaggi

    «La pittura è stata la mia passione fin da bambina nonostante gli studi tecnici che ho condotto, ben lontani dall’arte, e l’avversità dei miei genitori, che vedevano l’arte come un hobby più che come una prospettiva futura di vita. Inizialmente ero innamorata degli impressionisti, Monet, Van Gogh, Degas. Mi sono avvicinata alla tecnica pittorica riproducendo i quadri di Gauguin per accontentare le richieste di amici che apprezzavano le mie capacità».

    La tua arte è però molto distante da quella degli impressionisti…

    «La rottura con l’impressionismo è avvenuta, inaspettatamente, quando ho visitato il Museo D’Orsay a Parigi. Un luogo incredibile, un’emozione fortissima, finalmente potevo ammirare da vicino le opere immense di questi pittori che da sempre mi appassionavano. Ma dopo la full immersion parigina, ho aperto gli occhi e ho avvertito che l’impressionismo, pur amandolo alla follia, non rappresentava quello che volevo esprimere con i miei quadri, non era la tecnica adatta a me. Da lì in poi ho iniziato a sperimentare cercando un mio percorso artistico e la mia ispirazione, fino ad arrivare alla tecnica pittorica attuale, molto legata alla materia e più vicina all’essenzialismo. Utilizzo dei colori acrilici e nei miei quadri inserisco materiali differenti, spesso di recupero, stucco, plastica, legno, metalli, grazie alla tecnica dell’alto rilievo».

    elseco-studio-commercialistaelseco-sudioOsservando le tue opere, che tu inviti a ‘toccare’, non ci si accorge quasi della presenza di materiali non convenzionali, la loro percezione ad una prima vista è minima…

    «Inizialmente utilizzavo più materiali, erano molto invasivi ed erano sempre molto evidenti anche a un primo sguardo. Dopo varie sperimentazioni però, ho deciso di prendere un’altra direzione, di rendere i quadri sempre più essenziali, utilizzandoli per dare prospettive particolari o evidenziare alcune caratteristiche dell’opera. Ho sperimentato molti materiali, poi ho trovato uno stucco capace di regalare allo sguardo quella tridimensionalità e quella prospettiva che cercavo da tempo. L’obiettivo è proprio quello di coinvolgere e incuriosire l’osservatore dell’opera, attrarlo e toccare il quadro per capire da dove provengono quelle proporzioni. Proprio per questo consiglio sempre di toccare i miei quadri».

    Sono i materiali a ispirare le tue opere o li scegli solo dopo aver trovato l’idea giusta per il quadro?

    «Non c’è uno schema preciso, dipende dalle situazioni. È capitato in più occasioni di trovare un materiale particolarmente ispiratore e di costruirci attorno un quadro. Ma capita anche spesso che le idee per le mie nuove opere arrivino prima dei materiali, grazie a una percezione personale, una fotografia, un quadro, un paesaggio o un panorama a cui ispirarmi».

    sandra-levaggi-il-viaggioI tuoi quadri sono essenziali, l’inquadratura è centrale, i colori sono quasi sempre tenui e regna un certo ordine. Inoltre si nota la mancanza del soggetto umano…

    «Mi piacciono i paesaggi essenziali, nei miei quadri preferisco che emerga l’essere non l’avere. L’essenzialità deve essere il punto di partenza per osservare le cose. I colori  che utilizzo sono tenui, qualcuno mi fa notare che le mie opere sono spesso cupe e trasmettono un certo pessimismo, ma io non mi ritrovo in questa veste, anzi, molte mie opere possono essere lette anche con una visione ottimistica. D’altronde tutte le esperienze negative della mia vita  mi hanno portata a creare qualcosa di artistico e sono servite. La figura umana invece è assente per una scelta precisa, sono delusa dal genere umano, non mi interessa rappresentarlo nei miei quadri. Preferisco lasciare degli indizi sul passaggio dell’uomo, piccoli particolari che rivelano una presenza umana passata poco prima del ‘fermo immagine’ del mio quadro».

     

    Manuela Stella e Marco Brancato

  • Mariagiovanna Figoli, il disegno che racconta l’architettura genovese

    Mariagiovanna Figoli, il disegno che racconta l’architettura genovese

    Quadro di Mariagiovanna FigoliMariagiovanna Figoli, originaria di Vernazza, vive a Genova dove ha lavorato tutta la vita: architetto, ha insegnato per decenni presso la facoltà di architettura della nostra città. Nell’ambito del suo ruolo di docente, ha improntato la sua ricerca, e di rimando anche l’attività didattica, a un principio per lei fondamentale: la comprensione dello sviluppo urbano in rapporto alla morfologia del territorio e al rispetto del carattere dei luoghi. Terminata l’attività lavorativa ha continuato la medesima ricerca declinandola in modo del tutto nuovo: attraverso l’arte. Dipingendo l’architettura che tanto ama, cercando di raccontare il nostro tessuto urbano attraverso le immagini.

     

     

    Lei è architetto. Come è giunta a fare pittura?

    «La mia storia comincia da lontano: io sono stata un’allieva del liceo artistico genovese, quando c’erano Verzetti, Scanavino, Bassano, Bertagnin, Fieschi… artisti estremamente importanti, credo che la mia generazione sia stata molto fortunata ad incontrarli. Per me è stato un inizio appassionante, ho scoperto il mondo della pittura imparando a guardare “dentro” i quadri. La mia volontà poi di fare architettura mi ha portata ad abbandonare questo ambito, anche se solo in parte: ho dovuto frequentare la facoltà di architettura al Politecnico di Milano perché a Genova ancora non c’era, e i costi erano sostenuti. Io sono originaria di Vernazza, e d’estate stavo là: dipingevo e vendevo quadri coi cui proventi riuscivo a pagare le tasse universitarie. Terminata l’università feci per un periodo l’architetto presso diversi studi, ma capii che la professione era un po’ difficile per me, perché non ero capace di farmi pagare dai clienti! Poi ci fu un incontro casuale con un professore presso lo studio dove lavoravo allora. Mi vide lavorare e notò che ero molto brava nel disegno; sotto suo suggerimento iniziai ad avvicinarmi alla carriera universitaria, facendo l’assistente nei corsi di disegno dal vero e progettazione, fino all’incarico ufficiale di docente di progettazione architettonica, ruolo che ho ricoperto fino a che sono venuta via dall’università, avendo raggiunto i 40 anni di anzianità di servizio».

    Quadro di Mariagiovanna Figoli«Facendo progettazione io ho sempre dedicato particolare attenzione alla città, alla sua forma e sviluppo in rapporto alle vicende storiche, questo è sempre stato un mio interesse: pensavo che gli studenti non potessero progettare alcuna cosa senza prima conoscere la storia e l’evoluzione architettonica del luogo oggetto di studio, nello specifico Genova, non ignorando ovviamente anche tutto ciò che accadeva nel resto del mondo a livello di progettazione, ma imparando a inserirsi in un contesto precostituito e di valore com’è il tessuto architettonico genovese. Ho sempre perseguito questo obiettivo, con fatica anche, perché insegnare progettazione non è una passeggiata. Terminato il lavoro come docente, mi sono trovata a dover decidere cosa volevo fare, non potevo stare senza far nulla. Ma anche lì, le cose sono accadute per caso: non avevo mai pensato di mettermi a dipingere, e non considero nemmeno pittura quello che faccio, lo vedo piuttosto come un proseguimento della mia ricerca sulla città e sulle sue architetture, solo fatta in modo un po’ diverso; l’incontro casuale con un’amica che ha sempre dipinto mi ha messo in testa l’idea e ho cominciato a fare qualcosa. A me i primi risultati non piacevano molto, agli amici sì; un giorno incontro Raimondo Sirotti e gli chiedo di dare un’occhiata a questi lavori, chiedendogli di essere assolutamente sincero. Con mia grande meraviglia mi dice che nelle mie immagini c’è “una grande forza”, e un modo di comporre che non usa nessuno. Decide di organizzarmi una mostra: cosa lontanissima da me, io avevo cominciato con l’idea di regalarne e al limite vendere qualche quadro ad amici e conoscenti! Così mi sono ritrovata a fare la mia prima mostra personale nel gennaio del 2009 presso la Fondazione Garaventa».

    Come incide il suo essere architetto sulla visione che ha delle cose e sul suo approccio all’arte?

    «Moltissimo, non lo posso ignorare. Saper leggere, capire l’architettura, vederne le contraddizioni e gli aspetti positivi è il tema, il mio tema. Però non sono una paesaggista: il paesaggio è una visione estatica di una certa particolarità panoramica, con l’intento di fermarne un certo momento, con quei certi colori… la mia è una cosa diversa, io studio l’architettura da dentro, ne studio il rapporto con il territorio. Ci vogliono anni di studio, e il pittore che dipinge il paesaggio non ha questo retroterra, non gli è indispensabile, nessuno glielo chiede. Per me che nasco come architetto, che sono un architetto che dipinge, è importante far vedere interno ed esterno di un edificio: è un’immagine abbastanza normale pensandoci, un’immagine che tutti abbiamo. Faccio un esempio semplice, riferendomi alla mostra che ho fatto di recente sui teatri genovesi: io del Carlo Felice conosco un prima e un dopo, una distruzione e una ricostruzione, una collocazione che è Piazza De Ferrari, un percorso per arrivarci che mi fa passare per certe vie… quello che cerco di fare è condensare in un’immagine tutto ciò che so del soggetto».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliQuindi è presente anche l’elemento temporale…

    «Sì. Di fatto, la mia pittura è un racconto. Credo che molti pittori lo facciano, ognuno con un linguaggio diverso. Questo è ciò che io voglio fare».

    La leggerezza dell’acquerello e delle svelte linee di contorno, i piani sovrapposti su cui si affastellano scorci di luoghi ed edifici. Può spiegare queste scelte stilistiche?

    «L’immagine che noi abbiamo delle cose non è puramente estetizzante, l’estetica è composta da cose vere, da strutture, materiali, emozioni… esce fuori quello che uno pensa di quell’oggetto, e quell’oggetto è necessariamente percepito in tanti momenti diversi. Certo poi interviene la composizione che deve essere equilibrata. Uso acquerello e tempera perché sono trasparenti, e la trasparenza mi permette di realizzare tutto ciò che ho detto, con l’olio non potrei. Qualcuno mi fa notare che il disegno nei miei quadri mantiene una certa prepotenza, forse è vero… io cerco di cancellarlo, però fa parte di me. Io alle medie non facevo economia domestica, disegnavo! Mi avevano dato da decorare una lampada per il preside… Il disegno è stato davvero il leit motiv di tutta una vita. Infatti quando si è imposto il computer ho avuto grossi problemi! Coi miei studenti del primo anno mi sono rifiutata di lasciare che iniziassero a disegnare col computer. Si inizia a mano, è importante, poi di certo si usa il computer, ma dopo: è come voler guidare l’auto senza aver prima imparato a camminare. Il disegno è un linguaggio, e come tale sta alla base della comprensione delle cose. Disegnare non è un dono di natura, si impara, e a qualunque età tra l’altro».

    Un tipo diverso di scrittura insomma…

    «Ma esatto! Tutti scriviamo, mica scriviamo tutti quanti dei romanzi o siamo tutti poeti, né entriamo a far parte della storia della letteratura. Scriviamo perché abbiamo bisogno di comunicare».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliQuanto influisce il fatto di essere ligure nella percezione degli spazi urbani e non?

    «È un discorso molto complesso. Essere ligure non è così importante secondo me, ma l’ho capito dopo. Genova ha un certo impianto e si è evoluta in relazione al territorio; ho cominciato a fare confronti tra Genova e il resto della Liguria, e ho trovato che esiste un comun denominatore, uno standard: gli antichi erano estremamente seriali e organizzati, con una capacità di legarsi al territorio e usarne i materiali. Partendo da questo ho potuto fare confronti con altri territori e altre realtà, come Venezia o Roma, ed è stato allora che ho capito che sono ligure perché riesco a capire come la Liguria sia stata costruita, e quando l’ho capito è stata una scoperta affascinante.
    La storia dell’architettura non è fatta dai monumenti, che sono come dei vestiti firmati, degli standard, che arrivano uguali per tutti, in un certo periodo, con un certo stile, e sono la chiesa, il palazzo, il castello. La vera storia è nelle case… l’abitare segue l’evoluzione culturale dell’uomo, è testimonianza dei bisogni di quel momento, ma anche del governo e dell’economia del territorio del tale periodo. E allora in un territorio delicato come quello ligure – e che è delicato ce ne accorgiamo solo in occasione dei disastri – perché non guardiamo come hanno costruito le case prima? Che sono sempre lì? Mentre quelli che vengono giù sono gli interventi dagli anni trenta in poi? Non abbiamo alcuna capacità di leggere criticamente: è per questo che sono molto preoccupata per le scuole d’architettura, perché non insegnano più queste cose».

    Cosa crede sia importante trasmettere in quest’ottica agli studenti?

    «Ho sempre chiesto loro che prima di fare qualunque traccia su un foglio bianco sapessero che non abbiamo bisogno di inventare niente. Nella storia, nessun artista e tantomeno nessun architetto ha inventato nulla: ha semplicemente trasformato le cose con i bisogni, che spingono a risolvere i problemi che pongono. I territori non sono tutti uguali, hanno strutture adatte a una cosa piuttosto che un’altra, possibilità e limiti. Bisogna porre attenzione a ciò che hanno fatto le comunità quando si sono insediate in un luogo. I Romani assecondavano il territorio. Ora, con tutti gli strumenti che abbiamo, è possibile che non riusciamo a capire nulla? Che per fare delle case in collina anziché adattarsi all’andamento naturale si debba sbancare l’intera collina per poi fare la casa come si farebbe in pianura? Ma perché? Non si può fare quello che si vuole, in architettura dovrebbe essere proprio proibito, e il primo obbligo, che è ciò che deve insegnare chi insegna urbanistica, è proprio questo: rispettare il territorio. Non possiamo continuare a cementificare tutto. E ci sono tante di quelle case sfitte e inabitate. Si arriva al paradosso, che mi provoca un vero dolore, in cui i discorsi sul recupero e sulle possibili soluzioni non li fanno gli architetti, ma altri. Almeno gli architetti dovrebbero ascoltare e saper interpretare le nuove necessità».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliLei è stata anche assessore provinciale, quindi direttamente a contatto coi problemi e le specificità del nostro territorio…

    «La mia esperienza di politica attiva risale ai primi anni novanta. Ambiente e territorio erano le mie competenze, ambiti che erano appena “esplosi”, proprio nell’ ’88-’89 erano uscite le prime importanti leggi territoriali. La mia formazione culturale mi ha aiutata molto su come intervenire. Era importante organizzare il territorio, vederne le priorità; come assessore all’ambiente era chiaro che mi occupassi dei problemi idrici! Mettevo intorno al tavolo i sindaci di una vallata per cercare di risolvere e organizzare a livello collettivo, non potevo certo risolvere un problema per un comune sì e un altro no. Devo dire che nonostante le difficoltà iniziali poi questo approccio lo capivano, e si riusciva a collaborare. Io non ero portata a distribuire un po’ di finanziamenti a tanti comuni per non risolvere nulla in generale: era indispensabile organizzare; approvvigionamento e smaltimento delle acque era uno dei temi principali per me visto il ruolo che ricoprivo. Ho fatto guerre tremende per far rispettare il programma elettorale, perché si dicevano delle cose ma poi i fatti erano altri. Certo che i comuni preferiscono spendere per fare le sagre, ma esistono delle priorità, le responsabilità a riguardo sono troppo importanti, e se le cose non vengono fatte bisogna renderne conto. Infatti sono uscita perché ho capito che o si ha un gruppo con cui si riesce ad andare avanti, o da soli non si riesce a fare niente. Questa però è una grossa sconfitta per la politica, che rinuncia al proprio ruolo».

    Tornando alla sua attività artistica. Quali sono i suoi soggetti preferiti e perché?

    «Il soggetto fondamentale è la città, Genova ma non solo. All’interno di essa, gli spunti sono infiniti. Ho trovato bello individuare dei temi, come ho già fatto: il ponente, i teatri… la mia prossima mostra avrà come tema le ville. E la città ne suggerisce tanti altri, vie storiche, chiese… il mio cuore è sempre sulle strade comunque, e vicino a tutto ciò che su di esse si affaccia. La chiave di lettura è usare un linguaggio originale. Fare la prima mostra è stato come spogliarsi, perché nei tratti del dipinto esce fuori la persona, malgrado tutto».

     

    Claudia Baghino
    [foto e video di Daniele Orlandi]

  • Raimondo Sirotti, una vita in pittura: incontro con l’artista ligure

    Raimondo Sirotti, una vita in pittura: incontro con l’artista ligure

    Raimondo SirottiRaimondo Sirotti è nato a Bogliasco nel’34. Alla pittura e alla ricerca artistica ha sempre affiancato l’attività di docente, prima al liceo e poi presso l’Accademia di Belle Arti di Genova, di cui è stato successivamente vicedirettore, direttore e per la quale oggi ricopre l’incarico di presidente. È l’autore degli arazzi che ornano il foyer del Teatro Carlo Felice, e suoi sono diversi interventi sul patrimonio artistico genovese. Ha lavorato alla decorazione degli interni di grandi navi, e ha realizzato opere per edifici pubblici di Genova, Chiavari, Camogli, Bogliasco. Per dieci anni è stato anche sindaco della natia Bogliasco. A lui Edoardo Sanguineti ha dedicato un sonetto nel 2005.

    Abbiamo intervistato il pittore nella sua casa di Bogliasco. Lo studio dà su un bellissimo e raccolto giardino; il gatto, “che a volte ha combinato qualche disastro qui in studio”, salta su e giù dal divano mentre discorriamo. Fuori, il silenzio tiepido di un mattino d’autunno in riviera: la stessa luce e gli stessi colori che escono dai suoi quadri e dalla sua arte.

    Un po’ di storia, dai primissimi inizi a quando ha capito che dell’arte voleva fare un mestiere…

    «Mio padre mi aveva iscritto a ragioneria all’istituto Tortelli, perché c’era già mio fratello che frequentava il liceo artistico, quindi poteva sembrare un po’ esagerato che due figli su due volessero fare gli artisti; fortunatamente ci fu l’incontro con un docente di lettere che vedendomi disegnare convinse mio padre. Non ci fu nemmeno bisogno di insistere troppo, devo dire che fu davvero molto comprensivo, e passai al liceo artistico. Poi, quello che serve è la voglia rabbiosa di chi ha intenzione di fare un certo tipo di lavoro di cercarsi le solidarietà giuste nei docenti e nei compagni, compagni con cui si condivide e ci si fomenta a vicenda, e quindi lievita la voglia di perseguire questo obiettivo. Come ho detto, bisogna farlo quasi con rabbia, bisogna essere convinti, non avere indecisioni e farsi prendere dalla pittura. O forse è la pittura che ci prende fin dalla nascita. Non so, può darsi che sia già un germe dentro di noi».

    Ancora oggi chi decide di vivere di arte o di musica viene visto leggermente come outsider… all’epoca come venivate visti dalla generazione precedente?

    «Un po’ strani, come d’altronde è sempre stato visto l’artista. Quando per anni sono stato sindaco di Bogliasco, i giornali parlando di me scrivevano “il sindaco pittore” mentre se uno è ingegnere, geometra o altro non scrivono “il sindaco geometra”: questo dà la misura di come l’artista sia considerato fuori dal normale. Forse è anche colpa, o merito, dell’artista che in fondo vuole essere fuori da certi schemi. Per me dipingere, vivere al cavalletto momenti che ho già vissuto sono come un liberare dei sentimenti, delle voglie. Alla fine, è una voglia di libertà».

    Nel suo percorso, come molti genovesi, è andato a Milano, dove chi guardava i suoi quadri le diceva “si vede che sei ligure”… cosa intendevano?

    «Altri compagni di scuola erano già andati, io li raggiunsi. All’epoca Milano era, in Europa, una delle città più vive di fermenti artistici, con un dibattito dialettico apertissimo tra la forma geometrica e la non forma; per mio essere mi sono orientato verso l’informale. In questo tipo di pittura si va sul colore, si fanno dei gesti (componenti principali dello stile informale sono la gestualità e il colore, n.d.r.)… e così veniva fuori la mia natura. Siamo tutti condizionati dagli ambienti in cui viviamo, e qui c’è un condizionamento dei luoghi talmente forte che basta una pennellata di bianco per capire che è stata data da uno che ha assorbito i nostri climi».

    Il legame con la nostra terra sembra essere molto forte in tutti gli artisti liguri, mi viene in mente anche la scuola cantautorale genovese per esempio…

    «Credo che tutti, non solo i liguri, siano influenzati dal contesto. Ma il sapore della nostra luce ligure è qualcosa di veramente penetrante, che ci condiziona sempre. Giustamente ricordava i cantautori, certamente questo elemento è presente anche presso di loro».

    Come nascono le sue opere? È qualcosa di meditato interiormente e poi esplicitato in immagini o la costruzione avviene direttamente sulla tela?              

    «Ormai ho un processo mentale acquisito che deriva dalla tanta pratica. Quando mi metto davanti a un albero, evidentemente, anche senza rendermene conto, il processo formativo dell’immagine è già dentro di me. Ciò significa che io vedo già l’albero come lo farò. Ho detto albero perché mi sono avvicinato alla natura, dopo aver fatto tutto il percorso dell’informale, onde evitare di finire in un accademismo di cui avevo sincero terrore. La natura mi ha dato la possibilità di fare cose nuove utilizzando l’esperienza che avevo accumulato con l’informale. Spesso quando mi pongo di fronte alla natura creo degli appunti su cui lavorare, e spesso lavoro su fotografie.  Ma quando poi vado in studio e sono davanti al cavalletto, devo lavorare soprattutto sulla memoria di quello che ho visto. Altrimenti sarebbero soltanto banali ingrandimenti di un’immagine più piccola».

    Più di cinquant’anni di attività… cosa la emoziona ancora abbastanza da portarla davanti alla tela? Non si corre il rischio di ripetersi o annoiarsi?

    «Un momento di stanchezza può capitare. Mi succede per esempio di buttare all’aria un quadro che la sera mi sembra andare bene e invece la mattina dopo, sceso in studio, non mi soddisfa più. Ma è proprio questo che mi spinge davanti alla tela, tornare sulle cose, cambiandole e inventandone nuove. Lavorare sempre di certo rischia di far cadere nella routine, ma avviene che di fronte al momento di stanchezza ci sia uno “scatto”, ed è lì che il quadro matura, giunge a completamento. Se no il resto è preparazione, quasi un pregustare… a volte mi viene in mente di mettere una cosa in un quadro, e non la metto, aspetto, come lasciarsi il dolce per la fine del pasto, e il massimo godimento è quando poi inserisco quel particolare, alla fine».

    E se qualcuno guardando una sua opera percepisce qualcosa di completamente diverso da quello che aveva dentro quando l’ha realizzato?

    «Questo capita ed è capitato non tanto sul piano di ciò che io volevo esprimere, quanto sul piano della piccola forma. Faccio un esempio banale: qualcuno legge magari una figura laddove una figura non c’è. E devo dire che la mia pittura ha anche questa possibilità di lettura, ci si possono vedere delle cose diverse.
    D’altronde dal momento in cui l’arte ha smesso di raccontare i fatti, la storia, la sua vicinanza alla musica si è fatta sempre più forte: nella musica uno può pensare cose sempre diverse, e così nell’arte, nella pittura quando non è più legata alla funzione descrittiva».

    Lei ha insegnato per molti anni: qual è la cosa più importante che ha insegnato ai suoi studenti, e cosa ha tratto invece da loro?

    «Credo che una delle doti più autentiche e utili di un docente sia l’onestà intellettuale. Far dipingere gli studenti scimmiottando per esempio Pollock può essere divertente per un po’, ma non insegna niente. Ho sempre detto ai miei allievi che l’esercizio quotidiano, il saper disegnare, il saper dipingere sono il lasciapassare per ogni tipo di libertà, perché se uno decide di fare una certa cosa quando ha tutti gli strumenti in mano, decide con coscienza e sa che è una scelta; se invece parte con una limitazione nel fare, è chiaro che quella è l’unica strada che ha, non potrà più cambiare e non sarà più libero di decidere.
    Dagli studenti ho tratto moltissimo. Sembra un luogo comune, ma è vero che nella vita c’è sempre da imparare, da tutti. Nei giovani c’è voglia, vivacità intellettuale e soprattutto curiosità».

    Cosa si sente di dire a un giovane che vuole fare arte oggi?

    «Credo che le istituzioni preposte alla formazione artistica debbano cercare assolutamente il rapporto con l’esterno: se la scuola chiude le porte, quando le apre per far uscire chi ha finito il ciclo di studi finisce per sbatterlo in mezzo alla strada, quindi è giusto che si facciano lavorare i ragazzi già durante la formazione, che ci siano coinvolgimenti esterni. Questa è la strada».

    La pittura oggi ha ancora un senso? Molti giovani artisti che usano tecniche diverse definiscono morta la pittura.

    «Se io mi esprimo è ovvio che dica che nella pittura ci ho sempre creduto e ci crederò sempre. Se dipingo è perché ci credo fino in fondo».

     

    Claudia Baghino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Bordighera Art Festival 2013: bando di concorso artistico

    Bordighera Art Festival 2013: bando di concorso artistico

    Sono aperte le selezioni per la prima edizione del Bordighera Art Festival, un’estemporanea artistica dedicata alla valorizzazione dell’arte emergente che si terrà dal 19 al 23 giugno 2013.

    È possibile iscriversi in una o più delle seguenti sezioni: pittura, scultura, grafica e poesia.

    Le selezioni sono aperte dal 1 settembre 2012 al 4 marzo 2013 e sarà possibile inviare fino a tre opere.

    Per partecipare al concorso bisogna essere maggiorenni e presentare opere originali e libere da diritti. L’iscrizione avviene registrandosi al sito bordighera.art-festival.eu e caricando un’immagine per ciascuna opera, un’autobiografia lunga fino a 300 battute e una descrizione delle opere presentate in concorso ( massio 120 battute per ogni opera).

    Requisiti delle opere.

    Pittura: opere dipinte con tecnica ad olio, acrilico, tempera, tecniche miste e vari tipi di inserti; potranno misurare al massimo cm.70 x 100 e al minimo cm. 30x 40, escluse le cornici.

    Grafica: tutte le tecniche di grafica finalizzata alla stampa, quali calcografie tratte da matrici metalliche (bulini, puntesecche e acqueforti) e xilografie tratte da matrici lignee; potranno misurare al massimo cm.70 x 100 e al minimo cm. 30 x 40, escluse le cornici.

    Scultura: misura massima di cm. 50 su ciascuna delle tre dimensioni.

    Poesia: lunghezza massima di 36 righe, comprese le eventuali righe bianche tra una strofa e l’altra.

    Una giuria selezionerà gli artisti finalisti, che verranno contattati preventivamente: le opere finaliste saranno 100 dipinti, 50 sculture, 100 opere grafiche e 100 poesie, che saranno pubblicate in un catalogo in lingua italiana e inglese.

    Per ogni settore verranno scelte le tre opere vincitrici, che riceveranno premi in denaro.

    Premi Sezione Pittura
    Primo Premio: € 3.000 il Trofeo BordigherArtFestival e tre copie del catalogo
    Secondo Premio: € 2.000 e due copie del catalogo
    Terzo Premio: € 1.000 e una copia del catalogo

    Premi Sezione Scultura
    Primo Premio: € 3.000, il Trofeo BordigherArtFestival e tre copie del catalogo
    Secondo Premio: € 2.000 e due copie del catalogo
    Terzo Premio: € 1.000 e una copia del catalogo

    Premi Sezione Grafica
    Primo Premio: € 3.000, il Trofeo BordigherArtFestival e tre copie del catalogo
    Secondo Premio: € 2.000 e due copie del catalogo
    Terzo Premio: € 1.000 e una copia del catalogo

    Premi Sezione Poesia
    Primo Premio: € 1.500, il Trofeo BordigherArtFestival e tre copie del catalogo
    Secondo Premio: € 1.000 e due copie del catalogo
    Terzo Premio: € 500 e una copia del catalogo

    Premi Estemporanea “Un angolo di Bordighera”
    Primo premio: € 1.500, il Trofeo BordigherArtFestival e una copia del catalogo
    Secondo premio: € 1.000 e una copia del catalogo
    Terzo premio: € 500 e una copia del catalogo

    Tutte le opere selezionate per l’Estemporanea , che si svolgerà nel corso del Festival, rimarranno all’Organizzazione che le devolverà alla “Croce Rossa Italiana” Sezione di Imperia.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Gianni Carrea,”Io e l’Africa”: incontro con il pittore naturalista

    Gianni Carrea,”Io e l’Africa”: incontro con il pittore naturalista

    Era Superba Genova, intervista Gianni CarreaFino al 30 settembre è possibile vedere, presso il Museo di Storia Naturale G.Doria, il documentario Io e l’Africa, realizzato da Gianni Carrea, pittore naturalista e fotografo, classe ‘42. Innamorato da sempre del continente africano e delle sue bellezze naturali, Carrea ha dedicato tutta la vita alla rappresentazione di queste attraverso la pittura; nei suoi continui viaggi inoltre ha realizzato videodocumentari e fotografie analogiche e digitali, passando a studiare sempre più a fondo il comportamento animale e tribale. Il filmato proiettato è stato realizzato nell’agosto 2011 durante uno dei suoi numerosi safari fotografici (ad oggi più di 260) e riporta scene di vita animale riprese in Kenya nelle zone dei Parchi Nazionali Lago Nakuru, Lago Bogoria, Lago Baringo, Santuario Sweetwaters e Samburu Park, Masai Mara.

    Come ti sei formato artisticamente e come svolgi la tua ricerca artistica?

    «Io ho sempre amato gli animali e fin da bambino sognavo l’Africa (conosciuta attraverso i film di Tarzan trasmessi in tv), che poi è diventata il soggetto unico del mio lavoro.  All’inizio della mia carriera ho fatto anche della pittura informale e figurativa, fino a quando non ho imparato l’iperrealismo a scuola dal maestro Aurelio Caminati. Erano gli anni settanta ed andava di moda il concettuale; io mi misi a fare concettuale usando gli animali. Nel luglio 1978 andai per la prima volta in Kenya, e lì rimasi letteralmente stregato dalla bellezza del continente africano: da allora ci sono sempre tornato, circa due volte l’anno, per lunghi safari fotografici: oltre al Kenya, ho visitato Tanzania, Congo, Sudafrica, Zambia, Zimbabwe, Botswana, Namibia… trovo tuttavia che i luoghi migliori per osservare gli animali siano i grandi parchi naturali di Kenya e Tanzania. Adesso ormai personalizzo il viaggio, conosco i luoghi abbastanza bene da organizzare gli spostamenti e le zone da visitare come voglio io, in certi casi accompagnando anche altre persone; lì ormai mi sento come a casa. Vado, fotografo, studio il comportamento animale, e dopo trasferisco su tela le emozioni del momento, con pennello e colori ad olio oppure con l’aerografo. Amo in particolare gli occhi degli animali, così espressivi e profondi, e su quelli concentro maggiormente l’attenzione, ritraendo sempre il soggetto nel momento in cui li tiene bene aperti, spesso mentre guarda verso l’obiettivo».

    Hai iniziato un percorso di questo tipo in anni in cui non c’erano l’attenzione e la consapevolezza odierne riguardo l’importanza della salvaguardia degli ecosistemi né la coscienza dei danni che si stavano facendo e che si continuano a fare; in questo senso, se oggi un artista si mostra sensibile verso questi temi non c’è da restare sorpresi, ma all’epoca eri un outsider in mezzo a una valanga di concettuali…

    «In effetti adesso i documentari video e fotografici sugli animali non si contano, c’è un interesse costante verso questa realtà e un continuo aumento di amatori che approcciano direttamente queste esperienze fotografiche grazie alla semplificazione portata dal digitale. Pensa invece cosa significava verso la fine degli anni settanta, con l’attrezzatura analogica, seguire a piedi i gorilla nella giungla per ottenere lo scatto giusto che mi permettesse di realizzare il quadro che volevo…non c’era ovviamente la possibilità di controllare subito l’immagine sul display! Era tutto molto diverso, era un’avventura in cui io andavo a caccia di emozioni per poterle poi trasmettere agli altri. L’Africa era per pochi eletti, gente che aveva i soldi, oppure che aveva una passione incontenibile, e magari non mangiava per poter andare in Africa. Oggi, crisi a parte, è alla portata di quasi tutti, sia economicamente sia perché c’è molta più conoscenza, veicolata appunto dai documentari come anche dalle riviste specializzate in viaggi, e nei mesi delle migrazioni l’affluenza a parchi come il Masai Mara è davvero altissima. Devo dire che all’inizio mi divertivo di più, ora passi lungo la strada e alla vista di un rinoceronte si fermano cento macchine…il sogno di vedere l’Africa almeno una volta nella vita è diventato molto più accessibile. Solo che a me una volta non è bastata! (ride) Parto questo agosto per la novantaduesima volta, e conto poco più di 260 safari».

    Era Superba Genova, intervista Gianni Carrea

    Era Superba Genova, intervista Gianni Carrea

     

     

     

     

     

     

     

    È cambiata molto l’Africa in questi 35 anni?

    «Sì, moltissimo, soprattutto a causa del turismo. Prima c’erano pochissimi lodges (strutture ricettive all’interno dei parchi, n.d.r.) e di certo non si trovava la cocacola, ma nemmeno l’acqua minerale. Ora si trova tutto, compreso il lusso delle camere d’albergo, quasi hollywoodiano. D’altro canto però è cresciuta anche la tutela nei confronti del patrimonio naturale dei parchi: tieni presente che il ranger che accompagna i visitatori ha l’obbligo di mantenersi sulle strade e se lascia il tracciato per più di 15 metri per avvicinarsi all’animale gli viene revocato il patentino. Io in tanti anni di continue visite sono riuscito ad avere permessi speciali per avvicinarmi di più, ma altrimenti le regole sono molto precise. Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta invece non c’era controllo, addirittura si facevano correre gli animali per fotografarli in movimento».

    Tutta la tua ricerca artistica ruota intorno a questo continente: animali e persone dell’Africa. Cosa ti ha spinto a questa scelta monografica?

    «Non sono stato solamente in Africa, ho girato abbastanza il mondo. Sono stato in Cina un mese, in America girando per diverse parti degli Stati Uniti, in Polinesia, alle Mauritius, alle Seychelles, in India…ma io sono nato per studiare gli animali e l’Africa in questo senso è perfetta. Osservare il comportamento degli animali ci insegna molto sulla vita. E un’altra cosa: noi qui abbiamo tutto tranne il sorriso; là è l’opposto. Questo mi riempie emotivamente e si riversa nel mio lavoro».

    E infatti gli occhi dei tuoi animali colpiscono per la loro profondità, sono umani… in una mostra hai anche accostato primi piani di persone a primi piani di animali, entrambi con gli sguardi rivolti allo spettatore.

    «Esatto. Inoltre viaggiando da solo, o al massimo con qualche amico, mi concentro per dare tutta l’espressività possibile alle immagini, cercando la luce e la posizione migliori che danno volume all’animale; mentre la luce del mezzogiorno appiattisce, il mattino e la sera hanno una luminosità eccezionale».    

    Nel documentario che presenti al museo non c’è voce narrante: questo fa riflettere di più sulle immagini e permette di godere appieno le emozioni che esse suscitano perché non c’è il filtro della spiegazione…

    «Infatti i miei ultimi due documentari si intitolano Io e l’Africa e Safari in poltrona. Questo perché voglio dare al fruitore la possibilità di godersi il safari come se fosse fisicamente presente alla scena, quindi sviluppando le proprie emozioni e i propri pensieri, senza essere “pilotato” dal narratore. Voglio che si senta come se fosse davvero sulla jeep! L’unica aggiunta è il sottofondo musicale, rilassante, ma in certi momenti si interrompe per lasciare posto ai rumori della savana, registrati durante le riprese. Io faccio iperrealismo, e questo vale anche nei video: voglio illustrare la realtà, senza truccare nulla, ciò che vedono i miei occhi vedrà anche lo spettatore».

    Che differenza c’è perciò tra l’artista che usa il video e la fotografia e il fotografo naturalista o il documentarista video?

    «Loro realizzano un prodotto diverso, fanno un video più tecnico, scientifico. Il mio è un approccio più naturale ed emotivo, quello che si vede sullo schermo è esattamente quello che ho fatto».

    Claudia Baghino 
    [foto di Daniele Orlandi]

    Il documentario ha una durata di 40 minuti circa, gli orari delle proiezioni sono:
    11.00; 13.00; 15.00; 17.00 (salvo conferenze). Per info tel. 010/564567

  • Luiso Sturla, incontro con il pittore ligure: da Chiavari alla beat generation

    Luiso Sturla, incontro con il pittore ligure: da Chiavari alla beat generation

    Luiso Sturla, pittore, nasce a Chiavari nel 1930. Ha fatto parte di uno dei più importanti movimenti artistici italiani, il MAC, ha visto nascere la Pop Art a New York, è stato amico di Gregory Corso, poeta della beat generation. Pittore informale, continua ancora oggi un’instancabile attività. Ci ha accolto nel suo studio di Chiavari per parlare della sua vita e della sua arte.

    Come è avvenuta la sua formazione artistica e come ha scoperto di voler dipingere?
    Il padre di amici era un pittore dilettante: prendeva una rosa o una calla dal giardino e ce le faceva copiare. Io ero piccolino, avevo sei anni, e ho cominciato così a disegnare. Mi piaceva. Tanto che  ho fatto il liceo artistico, e quella è stata la mia formazione; lì ho conosciuto i pittori e gli scultori liguri importanti (come Verzetti, Alfieri, Micheletti) di due generazioni antecedenti la mia. Dovevo successivamente fare architettura, mi ero iscritto a Torino e avevo fatto un anno, però poi ho incontrato qui a Chiavari due “delinquenti” (ride) molto bravi, Bartolomeo Sanguineti, che faceva il falegname ma era un bravissimo pittore astratto, molto colto, e Vittorio Ugolini; ho cominciato una frequentazione con loro. Ma non c’eravamo solo noi: in quel momento a Chiavari – parlo del ’48-’50, appena dopo la guerra – c’era tutta un’aria novecentista che si era formata proprio lì, e che ci portava a interessarci di ciò che accadeva in Europa, a conoscere; avevamo fame di conoscere. Io, Costa e Ugolini siamo poi confluiti nel MAC, il Movimento d’Arte Concreta (il celebre movimento artistico fondato a Milano nel ’48 da Atanasio Soldati, Bruno Munari, Gillo Dorfles, n.d.r.). Già allora qui mi sentivo stretto, e a Milano ho avuto l’opportunità di conoscere tutti i grandi artisti italiani del mondo dell’astrattismo. Sono andato avanti con l’astrazione sette anni, fino al 1958 quando il movimento si è esaurito. Inoltre non riuscivo più a stare nei canoni dell’astrazione geometrica pura, ero troppo pittore, vivevo! E penetravo il tessuto pulsante della vita; bazzicavo già Firenze e conoscevo in quel periodo, presso la Galleria Numero, i pittori informali che suscitavano in me un interesse particolare. Così da Firenze sono partito, insieme ad un’amica, per New York, dove ho visto l’arte statunitense prendere forma: un vero scatto nel senso di formazione di un gruppo avveniva giusto in quegli anni, con la nascita della Pop Art. Nel mio anno di permanenza ho visto quella realtà, sono diventato amico di Gregory Corso, Michael Goldberg, Larry Rivers e altri tra poeti e artisti. Tornare non è stato facile. Le misure non erano le stesse, qui era tutto piccolo in confronto, a partire dagli atelier, che là erano enormi ex-capannoni industriali dismessi. Piano piano mi sono rimesso in corsa, con tante difficoltà, prima di tutto sul piano della vita, perché comunque era difficile vivere di pittura. Ho arricchito così il mio informale con qualcosa che appartenesse alla mia terra: attraverso l’uso della luce e del colore mi sono rivolto di più alla Liguria. Non so se sia stato un bene o un male, ma è stato così, il mio era un informale ligure. Attualmente invece i miei lavori sono incentrati sul mondo del sogno, dell’onirico, dei fantasmi. Il fare artistico è tutto un divenire, non sai mai dove arrivi, la fantasia ti porta dove non avresti mai pensato, quasi ad arrivare all’assurdo dell’immagine.

    Oggi c’è l’impressione che l’atteggiamento più comune sia la mera constatazione dell’amara realtà che ci circonda. Non slanci propositivi, ma ripiegamento. Vede questo anche nel mondo dell’arte?
    In realtà sono un po’ di anni che non seguo tanto i movimenti artistici, non conosco bene i giovani; è difficile anche perché oggi sono un esercito, allora eravamo meno, ma mi pare che oggi un movimento vero e proprio non esista.

    Certe sue opere mi ricordano un po’ Turner… c’è qualche artista del passato o un periodo che l’ha influenzata particolarmente?
    Non proprio. Turner, Monet, come dispersione della luce e dell’immagine, erano già dentro di me, e probabilmente erano insiti anche nella nostra luce ligure che si avvicina molto a quella francese; questa è una domanda che mi hanno posto in molti, perché ho dei quadri che si disfano e diventano luce. È interessante il fatto che a volte ci si trovi a riscoprire il passato rivedendolo in un altro mondo, attraverso una voce nuova. Io sono arrivato a certe immagini involontariamente, era il mio stesso tessuto pittorico che mi portava in quella direzione. Oggi vorrei cancellare 15-20 anni della pittura che ho fatto, proprio perché era troppo legata a un approccio fisico alla natura, a luce, mare, alberi…

    Per molti poeti e musicisti liguri il fatto di avere questa terra dentro è stato determinante. Per lei essere ligure ha significato qualcosa?
    La Liguria non l’ho cercata, semplicemente faceva parte di me, ce l’avevo dentro dalla nascita. Come artista informale ligure ho fatto parte di una tradizione ricca di artisti, Fasce, Repetto e molti altri. Noi avevamo una luce molto più ricca di colore rispetto ai lombardi per esempio, avevamo più suggestione lirica; anche se non avessimo visto i succitati Turner e Monet, o se li avessimo voluti cancellare, sarebbero tornati sempre, nella nostra luce, nel tessuto pittorico.

    C’è un colore che predilige o che l’ha tormentata?
    Tormentare no, comunque l’azzurro. È un colore su cui ho lavorato molto, forse troppo. Ora infatti non sono più tanto portato verso questo colore, ho in testa altre immagini.

    In più di cinquant’anni di attività, c’è un momento in cui passa la voglia?
    Cosa vuoi che ti dica, sono malato e vado avanti nella malattia! La prima cosa che penso la mattina è di scendere in studio e mettermi di fronte alla tela… ma è una malattia personale. Pensiamo tutti, io e gli altri miei colleghi, di andare alla stazione e prendere ancora un altro treno, ma il treno non passa più, ormai. Però dentro di noi ci costruiamo il nostro modus vivendi, chi scrive, chi dipinge. Io sono quello che dipinge.

    Oggi cosa la ispira ancora?
    Il mistero, il raccontarmi sottilmente, con pudore, il raccontare situazioni avvenute qui, nel mio giardino, sul fiume, episodi della mia storia che voglio tradurre in chiave più moderna, più astratta, meno figurativa, con la figurazione però. Voglio una figurazione che non sia figurativa, il che complica tutto! (ride).

    Parte da dentro di sé o da fuori quando approccia la tela?
    Il quadro si fa via via, non puoi mai dire “so cosa faccio”. Parto con un’idea che credo di poter dipingere, poi mentre lavoro il quadro diventa un’altra cosa, perché la pittura informale è così, l’immagine cambia come cambiano i miei pensieri, è un’unione tra la mia psiche e la materia pittorica; finché non sento che è finito, non abbandono il quadro, anche a costo di distruggerlo, ma non lo distruggo mai, voglio sempre portarlo a termine, in tutti i modi… non ho niente da dire, ma voglio dirlo lo stesso.

    Claudia Baghino
    [foto e video di Daniele Orlandi]

  • Museo Sant’Agostino, ecco “Cena in Emmaus”, l’affresco restaurato

    Museo Sant’Agostino, ecco “Cena in Emmaus”, l’affresco restaurato

    Cena in EmmausÈ stato di recente esposto al pubblico un affresco – salvato dalle ingiurie del tempo e riportato a nuovo splendore – di Domenico Piola, celebre pittore genovese seicentesco (1627-1703). L’affresco in questione (191 x 125 cm), un monocromo raffigurante l’episodio descritto nel Vangelo di Luca, ha una storia piuttosto travagliata: in origine si trovava a decorare la chiesa di Santa Maria in Passione in Sarzano, gravemente mutilata dai bombardamenti della seconda guerra e successivamente colpita da crolli strutturali. Del patrimonio di affreschi di tale luogo il più andò quindi perso; la Cena in Emmaus fu salvata dalla soprintendenza del tempo, nel 1947.

    «L’affresco – dice Adelmo Taddei, conservatore del museo – venne strappato (purtroppo, poiché è una tecnica più distruttiva della superficie pittorica rispetto allo stacco) quando, a seguito di forti piogge, nel 1947, tutto il muro di destra della chiesa di Santa Maria in Passione crollò e questa monocroma subì un forte dilavamento. Dopodiché venne portata nella chiesa di Sant’Agostino. L’opera, intelaiata con una cornice e una struttura posteriore a croce, venne sommariamente pulita ed integrata, probabilmente nel 1959».

    L’affresco, di un originario color porpora, si presentava, prima del restauro, completamente ingrigito: ciò fa supporre che «dopo il 1959 l’opera non abbia più conosciuto restauro». Per quanto riguarda invece il particolare colore scelto per questo monocromo (solitamente i monocromi sono grigi) Taddei spiega: «E’ mia opinione che il porpora sia stato scelto in ragione della stessa titolazione della chiesa, dedicata alla Passione di Cristo. In particolare, ad esempio, la zona della chiesa nella quale si trovavano i quattro affreschi monocromi dei quali faceva parte questo in oggetto mostrava: nella volta, la Vergine addolorata, in controfacciata e nelle parete laterali le scene a monocroma con l’Apparizione del Cristo alla Madre, Le pie donne al Sepolcro e l’Ascensione, oltre alla Cena in Emmaus».

    Il restauro – affidato a una ditta privata – è stato sostenuto dall’associazione Amitié Gênes-Monaco e diretto dalla Soprintendenza ai Beni Artistici, Storici ed Etnoantropologici, e ha permesso di risarcire i danni consistenti nei già citati dilavamento e ingrigimento del colore superficiale; l’opera così restaurata è ora visibile al secondo piano del museo, dove è stata inizialmente ordinata una piccola mostra didattica e le sono state affiancate due tele (sul medesimo soggetto) del contemporaneo Roberto Altmann. Al proposito dell’accostamento antico-moderno Taddei spiega: «Roberto Altmann presenterà nei prossimi mesi una propria mostra personale in Museo, probabilmente negli ampi spazi della ex chiesa di Sant’Agostino. Ci è parso che il suo tipo di fare artistico potesse presentare suggestioni reciproche e sul sentimento dell’opera antica – se ne veda la riproduzione fatta da Altmann – e sulla base comune di fattualità che ogni artista presenta. In questo ultimo senso è importante ricordare che Altmann si cimenta spesso con l’affresco. Inoltre, e più in generale, il Museo di Sant’Agostino ospita spessissimo lavori d’arte contemporanea, poiché ci pare che lo spazio moderno del Museo, ma basato sul sedime antico del chiostro triangolare e del chiostro quadrangolare presenti una vitale tensione irrisolta fra antico e moderno, amplificata dal percorso dedicato alle opere ‘classiche’. In questo spazio concettuale, in questo dialogo continuo si inseriscono sempre adeguatamente le opere degli artisti che vengono ospitati, ed abbiamo notato, oltre al gradimento del pubblico (il Museo ha aumentato di circa diecimila unità le visite negli ultimi cinque anni), che effettivamente il sommesso colloquio fra opere d’arte antica e opere ed installazioni contemporanee frutta una moltiplicazione delle possibilità di fruizione e comprensione per entrambe le parti».

    Il Museo di Sant’Agostino è aperto tutti i giorni tranne il lunedì, con orario 9-19 nei feriali e 10-19 sabato e domenica. Per info si può contattare il numero 010/2511263.

    Claudia Baghino

  • Fiera Mercato ArteGenova, al via le selezioni per il 2013

    Fiera Mercato ArteGenova, al via le selezioni per il 2013

    Sono aperte le selezioni per la prossima edizione della fiera mercato Artegenova dedicata all’arte contemporanea che  si svolgerà dal 22 al 25 febbraio 2013. Il bando (a breve online sul sito www.satura.it) scadrà il 30 luglio ed è rivolto ad artisti interessati a promuovere la propria immagine in una prospettiva di crescita professionale e di mercato.

    Lo staff di Satura è disponibile a dare informazioni agli artisti dal martedì al sabato dalle ore 15:00 alle ore 19:00 ai numeri di telefono 010.24.68.284 – 010.66.29.17.

    Nella scorsa edizione di ArteGenova sono state più di 90 le gallerie ospitate nel complesso fieristico, opere dei movimenti artistici del secolo scorso e contemporanei, dando ampio spazio agli artisti emergenti e alle manifestazioni innovative come l’arte digitale e la videoarte.

    Autori del calibro di Balla, Carrà, De Chirico, De Pisis, Sironi, Severini, Morandi, Schifano accanto ai più noti protagonisti della Storia dell’Arte Moderna come Picasso, Utrillo, Chagall, Dalì, Hartung, Warhol ma anche opere contemporanee come quelle della Transavanguardia Italiana, dell’arte concettuale di Agnetti, Castellani, Bonalumi, dell’Informale di Burri, Capogrossi e Vedova, dello Spazialismo di Lucio Fontana fino all’arte povera di Boetti, Calzolari, Pistoletto.

    [foto di Constanza Rojas]

  • “Si scrive Arte e si legge Pittura”: ciclo di incontri sui pittori liguri

    “Si scrive Arte e si legge Pittura”: ciclo di incontri sui pittori liguri

    Incontrare dal vivo chi fa arte, avere davanti agli occhi l’opera e l’artista che ha creato l’opera stessa è cosa abbastanza rara e sicuramente una delle situazioni di maggior interesse per chi ama l’arte; ma è uno spunto e un motivo di approccio anche per chi se ne sente più distante: quale occasione migliore, infatti, per capire le opere, per avvicinarsi a questa realtà o semplicemente soddisfare le proprie curiosità a riguardo, se non quella in cui è possibile porre le proprie domande direttamente all’artista, senza il filtro del critico d’arte, del curatore o del catalogo di mostra?

    Genova Cultura Associazione, in collaborazione con la Fondazione Lorenzo Garaventa, organizza a tal proposito un ciclo di incontri dedicati ai pittori liguri contemporanei, dal titolo “Si Scrive Arte e si legge Pittura”.

    «Gli incontri saranno sei e ad ognuno di essi parteciperà un artista: tre pittori e tre pittrici racconteranno la propria storia e ricerca artistica, e risponderanno alle domande del pubblico – dice Lucia Marcello, membro dell’associazione – inoltre ciascun incontro sarà corredato dall’esposizione di opere dell’artista protagonista di quella data, compresi alcuni inediti». I presenti avranno quindi la possibilità di osservare lavori mai esposti prima.

    Quadro di Luiso Sturla

    Il primo della serie di incontri si svolgerà domani (giovedì 28 giugno) dalle 16 alle 20 presso la sede dell’associazione in Via Roma 8b/9, ospite il pittore chiavarese Luiso Sturla: classe 1930, esponente dell’arte informale e membro del MAC di Milano, ha vissuto in Spagna e a New York dove ha visto nascere la Pop Art. Conosciuto in Italia e all’estero, continua tuttora la sua attività dividendosi tra lo studio di Milano e quello di Chiavari. Modererà il dibattito l’Arch. Rossella Soro, curatrice della recente mostra di Sturla presso Palazzo Reale.

    L’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti e non è prevista prenotazione; sarà inoltre servito un rinfresco. Il secondo e il terzo incontro si terranno rispettivamente a settembre e a dicembre, i restanti tre nel 2013. Per tutte le info si può contattare l’associazione al numero 010/3014333.

     

    Claudia Baghino

  • Recco: a Villa Dufour “En plein air”, giornata sull’acquerello

    Recco: a Villa Dufour “En plein air”, giornata sull’acquerello

    recco villa dufourVenerdì 20 aprile 2012 a partire dalle 17 si terrà nel parco di Villa Dufour (Mulinetti, vicino a Recco) un incontro sul tema dell’acquerello dal titolo En plein air.

    L’evento è a cura di Farida Simonetti (Direttore della Galleria Nazionale di Palazzo Spinola a Genova), che parlerà del tema “Vivere” e non “visitare”. Seguiranno gli interventi di Ferruccio Giromini (storico e critico dell’illustrazione) su “Dipingere con l’acqua: breve storia dell’acquerello” e di Andrea Musso (acquarellista, illustratore, grafico) su “Quando dipingo ”en plein air”.

    Saranno inoltre esposti alcuni acquerelli di Andrea Musso realizzati a Monterosso e nelle Cinque Terre.

    Seguirà aperitivo.

    Per maggiori informazioni si può contattare la villa al numero 338 6825696.

  • Il quadro più costoso del mondo: “I giocatori di carte” di Cezanne

    Il quadro più costoso del mondo: “I giocatori di carte” di Cezanne

    Lo Stato del Qatar ha acquistato in un’asta il celebre dipinto del pittore francese Paul Cezanne “I giocatori di carte”, conservato al Musée d’Orsay di Parigi.

    250 milioni di dollari, questa la cifra versata, superiore rispetto al precedente record fatto registrare per un dipinto di Jackson Pollock, venduto a 140 milioni di dollari nel 2006.

    “I giocatori di carte” è una delle opere più belle realizzate da Cezanne, dipinto tra il 1890 ed il 1895, negli ultimi anni della vita dell’artista francese.

  • Marco Goldin porta a Genova Monet, Van Gogh e Gauguin

    Marco Goldin porta a Genova Monet, Van Gogh e Gauguin

    Marco Goldin
    Marco Goldin, curatore

    Il 12 novembre apre a Palazzo Ducale la mostra “Van Gogh e il viaggio di Gauguin”, attesissima per il livello di eccellenza delle opere esposte, e soprattutto per il prestito epocale del celeberrimo “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” di Gauguin, concesso dal Museo di Boston per la quarta volta soltanto nella sua storia, e solo per la seconda in Europa. Oltre a opere dei due grandi artisti cui la mostra dedica il titolo, saranno esposti nomi del calibro di Friedrich, Turner, Monet, Kandinsky, Hopper, Rothko. Abbiamo incontrato Marco Goldin, curatore della mostra.

    Per quale motivo scegliere Genova per ospitare questa mostra?
    Abbiamo firmato un primo contratto biennale con Palazzo Ducale e il programma biennale è stato dedicato a due temi centrali per Genova, il primo è il Mediterraneo (con la mostra fatta tra 2010 e 2011), il secondo è il tema del viaggio, e Genova è la città in Italia che meglio di ogni altra avrebbe potuto ospitare una rassegna dedicata all’idea del movimento, del viaggiare.

    Siete riusciti a portare “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” di Gauguin, che non era quasi mai stato spostato dalla sua sede a Boston, fino a Genova. Come avete fatto? Come si dispiegano le forze per ottenere un pezzo così straordinario?
    Un lavoro di rapporti, confidenze, fiducia nei miei confronti da parte del museo di Boston, col quale collaboro personalmente da diversi anni; loro hanno prestato e stanno continuando a prestare alle mostre che faccio molti quadri importanti. È stato un lavoro diplomatico ai fianchi, perché era già un azzardo anche solo pensare che questo prestito potesse andare a buon fine.

    Quando ho messo in piedi questo progetto sul viaggio (oltre due anni fa) ho pensato subito a questo quadro, ho coltivato per qualche mese l’ambizione di chiederlo. Poi ho pensato di non farlo perché mi sembrava una cosa troppo complicata, l’avevano concesso in Europa una sola volta in un secolo -quindi questo dà già il senso dell’eccezionalità del prestito- ed era stato circa dieci anni fa in una mostra dedicata a Gauguin nella Polinesia, prodotta dal museo di Boston insieme al Grand Palais di Parigi e che poi è andata a Boston, quindi un’occasione molto speciale, poi non è stato più concesso in Europa e solo un paio di volte negli Usa.

    Per molti mesi ho accantonato l’idea fino a che, un po’ più di un anno fa, ho detto “ci provo” e sono cominciati alcuni viaggi a Boston, anche per altri quadri che mi servivano (qui alla mostra di Palazzo Ducale ci saranno, del Museo di Boston, due quadri di Monet – un ponte giapponese e una versione delle ninfee – e un meraviglioso quadro di Van Gogh a Auvers, uno degli ultimissimi dipinti dell’artista olandese). Poi loro sono venuti in Italia all’inaugurazione della mostra “Mediterraneo”, e insomma, il mio proposito è diventato realtà.

    Contano il rapporto di fiducia e naturalmente anche poter rischiare dal punto di vista economico per un prestito assolutamente oneroso: la sola assicurazione ci costa 300.000 euro, il quadro ha un valore di 300 milioni di euro, non ho mai avuto un quadro così costoso in tutta la mia attività, e ci costa circa 200.000 euro farlo venire qui, per il trasporto speciale, la scorta armata che lo seguirà da Boston all’aeroporto di New York, una cassa speciale di 6 metri per contenerlo. Ci ha aiutato uno dei due principali sponsor della mostra, Unicredit, che ha aderito alla mia richiesta di aiutarci a pagare le spese di trasporto e assicurazione.

    Come prendono forma le vostre mostre? Viene prima l’idea, il tema, o può a volte essere un’opera a suggerire il dipanarsi del filo rosso su cui si imposta la mostra?
    Le mostre che curo nascono sempre da un pensiero, molte volte da un’emozione. Alcune sono nate dentro di me viaggiando, molto spesso quando visito dei musei per dei prestiti specifici per una mostra che sto organizzando, guardando opere di altra natura che magari non c’entrano niente con la mostra, nascono emozioni diverse, nascono prime pagine di appunti. Ho quaderni che riempio, quando giro per il mondo, con piccoli pezzi di poesie, sensazioni davanti a un quadro, o davanti a paesaggi lontani da quelli della mia terra. Quindi ci sono tante cose che crescono anche così, improvvisamente, inaspettate e da queste nascono mostre. Progetti allo stato embrionale ne ho tanti in questi fogli sparsi, poi bisogna però rendere concreti questi progetti, certo l’idea è determinante, ma poi la concretizzazione avviene attraverso i prestiti delle opere, e questo è l’aspetto veramente complicato.

    Il motivo conduttore dell’esposizione è il viaggio, naturalmente non solo materiale, spaziale, ma anche e soprattutto interiore. Il viaggio interiore è qualcosa che richiede coraggio e grande onestà con se stessi, qualcosa che oggi spesso si fugge. Si preferisce guardare fuori. La mostra culmina nel climax della stanza buia in cui campeggia “Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo”: sono i quesiti assoluti, quelli che hanno accompagnato tutta la storia dell’uomo con la loro forza dirompente. Pensa che il tema della mostra riuscirà a portare lo spettatore, oltre la mera fruizione estetica, a guardarsi dentro?
    Questa è sempre stata la mia ambizione come curatore – c’è chi anzi mi accusa di portare il visitatore troppo verso questo aspetto – anche con gli spettacoli che scrivo e che da tanti anni ormai portiamo in giro nei teatri italiani. Per me è importante, e vedo che la gente reagisce benissimo a questo tipo di approccio rispetto all’arte, portare lo spettatore in contatto con la propria anima più profonda.

    Direi che questa mostra dedicata al tema del viaggio lo fa in misura straordinaria, forse tra tutte le mostre che ho fatto non ce n’è un’altra che più di questa possa arrivare a toccare quel punto segreto, profondo, lontano che mette in contatto la nostra quotidianità col tempo primo del mondo. Per me questa è veramente l’ambizione massima, anche perché mi piace molto lavorare su una sorta di grande intreccio, di grande armonizzazione tra la parola, l’immagine, la musica, anche il pensiero filosofico sicuramente. Io credo che la gente abbia molta voglia di questo, e che la semplice nozione di carattere accademico non sia sufficiente.

    Gli storici dell’arte si possono forse accapigliare su un’unghia marrone o gialla di Veronese, di Tintoretto, di Rembrandt, sono però temi che possono interessare non dico nemmeno a tutti gli storici dell’arte, forse a una parte. Io credo invece che la pittura debba essere detta e raccontata in un modo che deve assolutamente essere comprensibile per le persone; chi fa il mio mestiere ha un compito straordinario che è quello di porgere la Bellezza alle persone che vengono a vedere le mostre, con un linguaggio piano, chiaro, semplice, fluente e questo si fa non soltanto parlando della tecnica dei pittori, dei movimenti artistici, delle successioni nella storia dell’arte, tutto importantissimo ovviamente, ma tutto ciò dev’essere mescolato per far sì che le persone vadano ad incontrare le cose e non se ne sentano respinte.

    Nel 2010 la cultura (musei, teatri, musica, cinema) ha generato valore per 40 mld di euro in Italia, a fronte di un investimento da parte dello Stato di 1,5 mld (dati Repubblica). Sono più i biglietti venduti per il teatro che per il calcio. (Con la differenza che la cultura produce non solo ricavi ma anche valore sociale. I paesi del Nord Europa hanno moltiplicato gli investimenti nella cultura in risposta alla crisi, sapendo che a lungo termine tali investimenti pagheranno). Cosa pensa del fatto che qui ci si ostini a considerare istruzione e cultura come uno dei primi campi (un’opzione) cui tagliare fondi invece che come un bene imprescindibile?
    Be’ la risposta è ovvia per chi fa il mio mestiere e per chi crede fermamente, anche mettendoci denaro proprio, in una visione della cultura aperta, libera, di confronto, di nuova conoscenza, quindi la posizione a me, come a tantissime persone, pare assurda. Come giustamente detto, la cultura non produce soltanto un valore che è sociale, che è arricchimento delle persone, che è incontro, che è conoscenza, ma produce anche ricchezza economica, quindi non arrivo a comprendere fino in fondo perché ci sia questa diabolica necessità di andare a tagliare sempre e soltanto questo aspetto della nostra vita.

    Una miopia assoluta credo, i dati però sono sotto gli occhi di tutti, quindi è difficile immaginare -se non secondo l’antica logica per cui per la politica la cultura sia qualcosa che non interessa- perché ci sia questa situazione, perché in realtà ormai lo vediamo tutti, il teatro piace, la musica piace, i festival che si fanno ovunque, dalla filosofia, alla scienza, alla storia sono sempre pieni di decine di migliaia di persone, le mostre pur in un momento di difficoltà continuano a essere punti di attrazione, i musei pure, anche se in Italia forse avrebbero bisogno di una rilucidatina (però speriamo che prima o poi ci si possa arrivare).

    Purtroppo non possiamo che constatare questa situazione con la speranza che presto si possa effettivamente cambiare registro. Non so nemmeno se si guardi al breve termine: tutte le ricerche delle università, Bocconi in testa, hanno dimostrato che la ricaduta economica di un avvenimento culturale sul territorio è molto importante, e in effetti sentiamo levarsi le voci delle varie associazioni di categoria che chiedono con forza che le città possano predisporre degli eventi culturali. Questi hanno una durata di quattro, cinque mesi, ciò vuol dire che quasi metà dell’anno è occupata da un evento che può richiamare tante persone che devono mangiare, dormire, acquistare… Quindi non è una visione miope solo in prospettiva, ma anche nell’immediatezza.

    Certo senza programmazione non si fa assolutamente nulla. Una mostra come quella che apriremo fra poche settimane ha avuto bisogno di oltre due anni di lavoro, quindi non si può pensare di fare tutto nel giro di due mesi. Le mostre, soprattutto quando sono di questo livello, hanno bisogno di un tempo lungo di preparazione e bisognerebbe fare una cosa che purtroppo in Italia non si fa mai: programmare. Questa è una cosa che la stessa politica mostra di fare in modo piuttosto labile, è una tradizione italiana da sempre, non sto parlando di destra o sinistra. Non abbiamo proprio questa cultura.

    Ricordo un aneddoto personale che si è ripetuto infinite volte quando una quindicina di anni fa iniziai a fare esposizioni di carattere internazionale, quindi a fare i primi giri nei musei europei e americani. Ero sconosciuto ovviamente, e venivo da una cittadina di provincia, insomma tutte le condizioni peggiori per iniziare a fare questo lavoro, e avevo l’aggravante di essere italiano, una cosa che tutti quelli che fanno il mio mestiere vivono sulla loro pelle: essere italiano vuol dire che non garantisci la necessaria serietà nel lavoro e soprattutto che ti trovavi a fare le richieste di prestito per un quadro anziché i due, tre anni prima canonici nel mondo internazionale, magari cinque, sei mesi prima, e ti dicevano “il solito italiano che non è capace di programmare”. Purtroppo è un aspetto che ci contraddistingue e mi pare che ancora adesso sia così.

    Il quadro generale in Italia è desolante attualmente. Chi è giovane e guarda davanti a sé vede un futuro che definire incerto e aleatorio è un eufemismo. Molti ci consigliano di fuggire all’estero, ma è un consiglio che, nemmeno troppo implicitamente, racchiude la convinzione che non ci sia speranza alcuna. Lei cosa direbbe a proposito?
    Credo di avere un buon osservatorio perché rappresentando una realtà abbastanza importante nel mondo dell’organizzazione delle mostre (anche se siamo una piccola azienda, quindici persone che lavorano con me) riceviamo decine di richieste ogni mese per venire a lavorare con noi. Effettivamente gli sbocchi per i giovani, penso anche al campo della cultura in senso generale, non sono molti. Servirebbe la possibilità di far aprire piccole cellule, piccole società, piccole realtà che possano fare questo tipo di lavoro. È difficile, però bisogna provarci.

    di Claudia Baghino