Tag: alimentazione

  • Slow Fish, il ministro Martina inaugura la kermesse dedicata alla cultura del mare. Firmata la “Carta di Genova”. Hennebique sede fissa?

    Slow Fish, il ministro Martina inaugura la kermesse dedicata alla cultura del mare. Firmata la “Carta di Genova”. Hennebique sede fissa?

    slow-fish-2017Con la promessa di trovare una casa permanente a Slow Fish a Genova, si inaugura l’ottava edizione della manifestazione internazionale dedicata al pesce e alle risorse del mare, ospitata al Porto antico del capoluogo ligure fino al prossimo 21 maggio. «E’ un appuntamento ormai di riferimento per noi – afferma il ministro Maurizio Martina – il messaggio di quest’anno è la consapevolezza che sulla risorsa mare dobbiamo fare ancora tantissimo: c’e’ una pesca artigianale da tutelare di più rispetto a quanto fatto in passato». Tra gli altri temi citati dal vicesegretario del Pd, quello «della sostenibilità dei nostri mari. Dobbiamo lavorare bene e dobbiamo fare meglio sull’utilizzo delle risorse europee che abbiamo a disposizione per la nostra pesca e dobbiamo porci il tema di un maggiore coordinamento delle attività nel Mediterraneo».
    Presenti all’inaugurazione, tra gli altri, il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, il sindaco di Genova, Marco Doria, il presidente di Slow Food, Carlo Petrini, i candidati sindaco a Genova di centrosinistra e centrodestra, Gianni Crivello e Marco Bucci. «La testimonianza di Slow Fish – sottolinea Petrini – è di portare avanti caparbiamente la volontà di coniugare il lavoro di pescatori e chef con la responsabilità di mantenere un ambiente sano e una giustizia sociale per chi lavora. È nostro dovere lavorare perché la Liguria divenga il fulcro di un dialogo tra le sponde del nostro mare, per superare le difficoltà comuni e creare un’economia virtuosa”.
    Alla manifestazione partecipa anche la Regione Liguria con un proprio stand, caratterizzato dall’ormai immancabile hashtag di promozione turistica #lamialiguria, che nei quattro giorni coinvolgerà realtà del mondo della pesca, del turismo, dell’enogastronomia, dell’artigianato, delle imprese. «Il cibo è oggi uno dei più importanti crocevia su cui si deciderà il futuro del pianeta – spiega Giovanni Toti all’agenzia Dire – i problemi connessi a un pianeta che produce cibo per tutti ma che è diviso tra chi muore di fame e chi mangia troppo. Da questo dipenderà non solo la sussistenza e la salute  di miliardi di persone, ma anche la possibilità di creare condizioni di pace e di sviluppo equilibrate per tutto il mondo».
    La “Carta di Genova”
    Sempre in occasione dell’inaugurazione di Slow Fish, questa mattina nella Sala dorata della Camera di Commercio del capoluogo ligure, è stata firmata la “Carta di Genova”, un documento sulle politiche della pesca e dell’acquacultura, scaturito dalla commissione Politiche agricole e condiviso da tutte le Regioni che sarà sottoposto ai governatori nel corso della prossima Conferenza delle Regioni. «Come Regione Liguria – spiega l’assessore regionale alla Pesca Stefano Maisiamo stati i promotori di questo documento che contiene una sintesi delle principali azioni che riteniamo siano indispensabili per il rilancio e la valorizzazione del settore della pesca; abbiamo raccolto gli intenti dei territori su punti che riteniamo strategici per il futuro del comparto, come le lacune da colmare sulle attività di pescaturismo e ittiturismo, sugli impianti per l’acquacoltura o la tracciabilità del pescato».

    Hennebique sede permanente?

    slow-fish-2017-bisDurante l’inaugurazione Toti lancia la proposta: all’Hennebique, dove nelle intenzioni del centrodestra dovrebbe sorgere il nuovo Palazzo del mare di Genova, potrebbe trovare spazio anche un centro di ricerca permanente sulle tematiche di Slow Fish aperto a tutto il Mediterraneo. «Mi sono confrontato con Carlo Petrini per fare della Liguria un centro di eccellenza permanente di Slow Fish – spiega il governatore – per il confronto culturale all’interno del Mediterraneo, così come il porto di Genova è la capitale dei porti d’Italia».

    Petrini conferma: “Lavoriamo perché Genova e la Liguria siano sede permanente del dialogo del Mediterraneo – dice il presidente di Slow Fish – con sede fisica e una nave di ricerca pronte per la prossima edizione del 2019».
    Nei prossimi giorni diverse iniziative legate alla cultura del mare in chiave gastronomica: al via domani a Slow Fish 2017, dalle 17 alle 19, nello stand della Regione Liguria, la “Milano Sanremo del gusto”, la famosa corsa ciclistica in chiave gourmet. Per il lancio sono state scelte due apecar da streetfood, personalizzate col logo del progetto, a bordo delle quali si sfideranno, su ricette inedite, chef delle tre regioni con tre food blogger.
    Sabato, invece, dalle 10,00 alle 11,00 nell’ambito della manifestazione Slow Fish presso l’Acquario di Genova il WWF presenta lo studio “Da dove viene il pesce che metti in tavola?”, lo studio che chiarisce le interdipendenze tra la domanda europea, i flussi di mercato globali e le implicazioni sociali che questi comportano nelle comunità dei Paesi in via di sviluppo. Tra i relatori Giulia Prato – Marine Officer WWF Italia, Cinzia Scaffidi – Vice Presidente Slow Food Italia, Simone Niedermuller – WWF Austria, Abdoulaye Papa Ndiaye – pescatore rete Slow Food Senegal e Segretario generale del Comité Local des Pêcheurs (Clp) de Ngaparou (Senegal) (TBC).
  • Slow Fish e la “rete siamo noi”. Presentata la nuova edizione della kermesse dedicata alla cultura del mare

    Slow Fish e la “rete siamo noi”. Presentata la nuova edizione della kermesse dedicata alla cultura del mare

    slow-fish-pescatori-mare-pescaPuntuale come ogni biennio, dal 18 al 21 maggio, torna al Porto Antico di Genova “Slow Fish”, evento internazionale dedicato al pesce e alle risorse del mare che coniuga la convivialità alla conoscenza scientifica, organizzato da Slow Food Italia e Regione Liguria, in collaborazione con il ministero delle Politiche agricole. «Non era scontato essere qui anche quest’anno, soprattutto per le difficoltà di bilancio a causa dei tagli del governo – sottolinea il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti – questa manifestazione ha un valore anche sovranazionale rispetto ai contenuti che si trattano. Non sarà solo un’occasione conviviale».

    Il tema di questa ottava edizione dell’evento, nato nel 2004, sarà “La rete siamo noi”. Anche quest’anno arriveranno nella città della Lanterna 100 delegati di Terra Madre, a cui i genovesi potranno offrire la propria ospitalità aprendo le porte delle loro case, dando vita a un vero e proprio gemellaggio. «E’ nostro intendimento mantenere l’appuntamento di Genova come primario del nostro mondo– annuncia il presidente internazionale di Slow Food, Carlo Petrini, come riportato dalla agenzia Dire non vogliamo ridurlo a un appuntamento localista perché sosteniamo l’economia locale in un contesto globale. Slow Fish a Genova deve mantenere il distintivo mondiale e i 100 delegati di Terra Madre sono i nodi di questa rete». La figura simbolo di Slow Food ricorda che «l’unicità di questa iniziativa è data dal lavoro per l’educazione alimentare. Scelte alimentari consapevoli possono aiutare i nostri mari e le piccole comunità di pesca che hanno bisogno della complicità dei cittadini per andare avanti». E per questo motivo lancia un appello alle istituzioni: «Il patrimonio di Slow Fish è l’educazione – sottolinea Petrini- facciamo uno sforzo ciclopico perché vengano a Genova tutte le scuole della Liguria. Dobbiamo fare un’alleanza con le nuove generazioni, altrimenti non c’è storia per i nostri mari e le nostre comunità di pescatori».

    Tra degustazioni e conferenze, anche lo stand della Regione Liguria, 200 metri quadrati caratterizzati dall’ormai consueto marchio #lamialiguria. Lo stand sarà vetrina per tutto l’artigianato ligure. Durante i giorni della manifestazione, saranno organizzati anche percorsi artigianali guidati tra le botteghe storiche del centro di Genova che aderiscono al marchio “Artigiani in Liguria”. Il governatore Toti non perde l’occasione per un’anticipo di campagna elettorale: «Genova in questi mesi e nel prossimo anno tornerà a essere quello che penso meriti anche grazie a manifestazioni come questa – afferma il presidente regionale – a maggio ci sarà anche un forum economico di Ambrosetti, per la prima volta a Genova, la visita del Santo Padre, gli eventi estivi, nell’autunno le Paralimpiadi e all’inizio dell’anno prossimo le finali di Champions League di pallanuoto. Con lo sforzo di tutti, Genova torna ad acquistare centralità qualitativa e quantitativa”. Immediata la risposta di Elena Fiorini, assessore a Legalità e diritti del Comune di Genova: «Slow Fish è simbolo di buona cultura, una manifestazione che punta sull’accoglienza e la globalizzazione in positivo, che si coniuga con una città legata alle sue radici, al tema del mare, ma che guarda al futuro»

  • Ricibo, la rete contro lo spreco alimentare. Comune di Genova capofila per ridistribuire le eccedenze

    Ricibo, la rete contro lo spreco alimentare. Comune di Genova capofila per ridistribuire le eccedenze

    riciboLo spreco di cibo vale nel mondo circa 2.060 miliardi di euro. Secondo la Fao più di 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti ancora consumabili vengono ogni anno buttati via, un quantitativo che potrebbe sfamare per un anno intero 2 miliardi di persone.

    È stata presentata oggi nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi “RICIBO”, una rete di associazioni, imprese e servizi sociali per trasformare lo spreco alimentare in risorsa. Sono intervenuti – tra gli altri il sindaco Marco Doria, l’assessore alle Politiche socio sanitarie Emanuela Fracassi, l’assessore all’Educazione e Stili di Vita del Comune di Udine Raffaella Basana, rappresentanti delle associazioni e operatori dei servizi attivi nel territorio.

    Nel corso dell’incontro è stata presentata la pagina web del sito istituzionale del Comune di Genova, frutto del lavoro delle associazioni, dei Servizi sociali territoriali e della Direzione Politiche Sociali sul tema del contrasto allo spreco di cibo e della distribuzione di alimenti alle persone in difficoltà. La pagina rimanda anche alla fanpage Facebook RICIBO che ha lo scopo di collegare tra loro le associazioni e diffondere le iniziative e gli eventi che si organizzano in città. Nel dettaglio Ricibo è un progetto di rete a regia comunale che si pone l’obiettivo di ridurre lo spreco alimentare a Genova, implementando le strategie della nuova legge nazionale favorendo la connessione tra enti pubblici, associazioni no profit e aziende donatrici.

    In Italia, infatti, lo spreco costa lo 0,5% del Pil, oltre 8 miliardi di euro. Per una famiglia italiana questo significa una perdita di 1.693 euro l’anno. In Italia ogni anno finiscono tra i rifiuti dai 10 ai 20 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, per un valore di circa 37 miliardi di euro. Cibo che basterebbe a sfamare, secondo la Coldiretti, circa 44 milioni di persone. Dati che dovrebbero sollevare diversi dubbi su come è gestita la filiera alimentare nella nostra civiltà “occidentale”.

    Per questo motivo, la lotta allo spreco è diventata nel 2016 legge dello Stato. Un provvedimento organico sul recupero delle eccedenze nelle fasi di produzione, trasformazione, distribuzione e somministrazione di tali prodotti e sulla loro donazione per solidarietà sociale.

    A Genova è presente da anni un’ampia e diffusa rete di punti di distribuzione di alimenti in eccedenza alle famiglie in condizioni economiche difficili, con la regia comunale, gestita da vari soggetti pubblici, ecclesiali, del terzo settore e privati nel quadro di un’azione più ampia, volta al contrasto della povertà, dell’emarginazione e dello spreco di beni primari. Con questo progetto, la speranza è quella di attivare e mettere in comunicazione i diversi soggetti attivi, o attivabili, del territorio genovese, al fine di recuperare e ridistribuire tutto ciò che il mercato considera rifiuto alimentare. L’unione fa la forza: la scatola è stata fatta, ora servono i contenuti.

     

     

  • “Non mi sento straniera in nessun luogo”. Creatività, teatro, danza e canto nella storia di Norma Karaman

    “Non mi sento straniera in nessun luogo”. Creatività, teatro, danza e canto nella storia di Norma Karaman

    norma-karaman“Non mi sento straniera in nessun luogo”. Con questa bella parafrasi di una canzone catalana, la nuova genovese che conosciamo oggi, Norma Karaman, nata in Uruguay da una famiglia dell’Europa dell’Est, ha riassunto lo spirito libero e cosmopolita che caratterizza molte delle persone che abbiamo incontrato in questi mesi, arrivate a Genova per motivi familiari, per amore, per caso, per studio, per cercare migliori occasioni di vita e di lavoro.
    Nella nostra città, Norma ha trovato un luogo adatto per coltivare in modo approfondito la propria passione per la danza, il canto e il teatro. Dall’incontro con lei emerge il quadro di una città a volte dipinta come “chiusa” e refrattaria alle novità, ma caratterizzata da un notevole, spesso sotterraneo, fermento artistico, creativo, culturale. Il centro storico genovese spesso è il laboratorio nel quale nascono e si sperimentano forme di creatività innovativa o “alternativa”.
    Bellissima è la storia del Laboratorio Teatrale Gaucho, che si è consolidato negli anni fino a trasformarsi in un’apprezzata compagnia amatoriale invitata in varie zone d’Italia.

    Un altro elemento di riflessione emerso dall’incontro è quello legato all’alimentazione e al veganismo, lo stile di alimentazione e filosofia di vita che esclude ogni utilizzo umano dei prodotti di origine animale. La consapevolezza del ruolo centrale dell’alimentazione per la salute personale e per la salvaguardia ambientale del pianeta cresce di giorno in giorno in Italia e nel mondo. Come sappiamo, dal punto di vista medico, le posizioni sul veganismo non sono univoche. La riflessione etica e filosofica alla radice del veganismo è, in ogni caso, portatrice di un importante contributo: ci invita a riflettere sull’origine e la qualità di quello che mangiamo e sulla natura “politica” nel senso più nobile del termine dell’atto alimentare. Il modo in cui mangiamo influisce, infatti, non solo sulla nostra salute, ma anche sulle politiche agricole, sulle condizioni ambientali, sulla salute del pianeta Terra. E la cucina vegana, nella quale Norma si sta specializzando può diventare un’occasione per sperimentare nuovi sapori e per mettere alla prova anche in cucina la propria creatività.

    Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «Sono nata in Uruguay a San Xavier, un paese fondato da immigrati russi tra i quali i miei bisnonni materni. I miei nonni paterni invece erano originari lui della Moldavia, lei della Transilvania rumena. Ho studiato a Mosca, dove mi sono laureata in Filologia russa. Finita l’università, sono tornata in Uruguay e per qualche tempo ho lavorato come insegnante di russo nel mio paese natale. In Italia sono arrivata nel 1997 come turista, proprio qua a Genova. Arrivare non è stato difficile, per i cittadini uruguayani non era richiesto il visto. La città mi è piaciuta subito e, anche se in Uruguay lavoravo, per motivi personali, non legati a esigenze economiche, ho deciso di rimanere in Italia. Nel 2000 c’è stata una sanatoria e ho fatto tutti i documenti per diventare cittadina italiana. A Genova ho ritrovato un ragazzo che avevo conosciuto studiando in Russia e altri connazionali: si è formato così un piccolo gruppetto di uruguayani che mi ha permesso di non essere sola in quei primi anni; con molti di loro sono in contatto ancora oggi. Io sono una persona che si trova bene ovunque vada, in Uruguay, in Russia e ora a Genova. Parafrasando la canzone di un autore catalano, non mi sento straniera in nessun luogo».

    Una volta stabilita in Italia, hai cercato di restare a lavorare nel settore dell’insegnamento della lingua russa?
    «All’inizio ho provato a inviare curriculum ad alberghi, compagnie marittime e agenzie di viaggi, senza avere riscontri. Qua c’erano molti russi, quasi tutti laureati, ed era molto difficile per me, di madrelingua spagnola, competere, in un paese che non era il mio, con laureati di madrelingua russa. Poi hanno iniziato a propormi i lavori “classici” badante, mediatrice culturale…e non ho più avuto tempo di cercare. Ma ora non mi interessa più, vorrei fare altro: recitare, cantare, cucinare vegano».

    Come ti sei avvicinata al mondo del canto e del teatro? Avevi già avuto esperienze nel settore in Uruguay o in Russia?
    «In Uruguay per 6 anni ho fatto parte del gruppo di danze russe “Kalinka”. Il teatro, il canto e la danza mi sono sempre piaciuti, ma fino al mio arrivo in Italia non avevo altre esperienze specifiche. Nei primi anni a Genova, mentre studiavo italiano, ho organizzato con due compagni di corso un piccolo spettacolo di danze russe. L’esperienza più importante a livello teatrale è stata quella del laboratorio teatrale “Gaucho”, iniziata nel 2009. Mi sono avvicinata a questo laboratorio perché in quel momento mi sembrava più accessibile e adatto alla mia situazione di allora rispetto a una vera e propria scuola di teatro. Attualmente siamo 11/12 persone, il laboratorio si è trasformato in una piccola compagnia amatoriale, di non professionisti, molto affiatata. È una cosa che facciamo per diletto, per passione. Sarebbe bellissimo che questa passione si trasformasse anche in una professione. Per ora abbiamo fatto diversi spettacoli a Genova, in genere a offerta libera o a ingresso libero. Siamo stati invitati diverse volte anche fuori Liguria, tra cui una volta a Scansano, in Toscana, per un festival, e una a Roma. Abbiamo iniziato mischiando moltissimo musica, danza, teatro. Ora stiamo approfondendo i copioni teatrali e stiamo cercando di studiare alcuni autori in profondità. Gaucho è un laboratorio di teatro e recitazione, ma nei nostri spettacoli inseriamo sempre anche la musica e la danza. I nostri spettacoli sono sempre anche molto coloriti. È un’esperienza che mi ha permesso di conoscere anche la ricchezza delle culture regionali italiane. Io, un’uruguaiana, ho imparato a ballare la pizzica salentina per interpretare una “tarantata”. Il teatro mi ha aiutato anche ad avvicinarmi di più al canto. Il teatro aiuta il canto, e il canto aiuta il teatro. Ho imparato a modulare la voce, a respirare, e a lasciare da parte le inibizioni. Senza il laboratorio non sarei mai riuscita a cantare in pubblico. Ora faccio parte del coro “Le vie del canto” specializzato nei canti popolari e nella musica tradizionale delle regioni italiane».

    La tua creatività non si è espressa solo nel teatro e nella musica. So che ti sei interessata anche di grafica e di produzione video…
    «Nei primi anni a Genova ho lavorato come dipendente in uno “storico” negozio di magliette personalizzate in città; in seguito per qualche anno mi sono occupata come socia della parte creativa e grafica di un altro negozio specializzato nelle stampe personalizzate su t-shirt. Mi sono ritrovata a fare dei lavori davvero molto belli pur senza avere all’inizio una preparazione specifica. La produzione di video e documentaristica per ora è un’altra passione che ho tenuto per me: nel 2007 sono arrivata seconda al concorso Sguardi Latinoamericani organizzato dalla Fondazione Casa America».

    norma-karamanIl veganismo è un aspetto importante della tua esperienza in Italia. Ci racconti come ti sei avvicinata a questa filosofia e a questo stile di vita?
    «Sono diventata vegana nel 2009, per scelta etica. E’ stato un lungo percorso di avvicinamento e riflessione, iniziato quando ancora studiavo in Russia. Io sono sempre stata un’amante degli animali. Frequentando un mio fidanzato di allora che conosceva un’attivista per i diritti degli animali, ho iniziato a pensare che sarebbe stata più coerente un’alimentazione che evitasse loro ogni forma di sofferenza o sfruttamento e, nel 2001, sono diventata vegetariana. Ora sono convinta che chi fa questa scelta per ragioni etiche necessariamente finisca per approdare al veganismo. Il mio percorso è stato graduale, ho iniziato prima a non far entrare nessun derivato di origine animale nella mia cucina, nella mia casa. Qualche volta, quando mi trovavo fuori, derogavo: se capitava di prendere la brioche al bar la prendevo, anche perché non sempre era facile trovare prodotti vegani, poi gradualmente sono riuscita a eliminarli totalmente nella mia dieta. Io mi riconosco nel veganismo, ma non faccio parte attualmente di nessun gruppo o associazione, né di vegani, né di attivisti per i diritti animali. Sulla mia pagina personale www.ilmondodinorma.it ci sono moltissime ricette vegane mie e del mio compagno, presentate sia in lingua italiana, che in lingua spagnola. Ora sto cercando di curare una pagina facebook sulla pasticceria vegana, specializzata in “vegan torte”, dolcetti e muffin vegani».

    Hai un progetto, un sogno legato alla tua nuova esperienza amatoriale di “cuoca” vegana?
    «Il mio progetto sarebbe quello di aprire un “qualcosa” di vegano, un take away, una gastronomia. Il numero dei vegetariani, dei vegani, degli intolleranti al lattosio e ad altre sostanze di origine animale, di chi è alla ricerca di uno stile alimentare più salutare è in continua crescita. I vegetariani e vegani che lavorano fuori mica possono portarsi sempre il pranzo da casa. Da qualche parte dovranno pur mangiare, e non sempre è facile il locale adatto. La domanda di sicuro c’è, il problema è iniziare, trovare i locali, i finanziamenti, mettersi in proprio.
    Ora, dopo quasi 20 anni in centro storico, mi piacerebbe trasferirmi in campagna, restando vicino a Genova per non lasciare le mie passioni e le mie attività nel teatro, nella danza e nel canto. Vorrei una casa indipendente, terreno, verde, alberi, aria. Il mio vero sogno sarebbe quello di aprire un bed & breakfast con annessa una piccola trattoria dove proporre la cucina vegana. In campagna mi piacerebbe tenere anche, chiamando le persone adatte, corsi residenziali di alimentazione salutare e animalismo».


    Andrea Macciò

  • Home restaurant, Thérèse Theodor da Haiti a Genova per aprire le porte della sua cucina: «Ospito chi mi ospita»

    Home restaurant, Thérèse Theodor da Haiti a Genova per aprire le porte della sua cucina: «Ospito chi mi ospita»

    home-restaurant-therese-theodorL’incontro con la nuova genovese di oggi, Thérèse Theodor, nata ad Haiti e residente in Italia dal 1978, ci porta nel mondo dell’home restaurant. Per home restaurant si intende un servizio di ristorazione svolto all’interno della propria abitazione, una pratica nata nel 2006 a New York, estesa negli anni successivi in Europa e che grazie alle possibilità offerte dal web e dai social network si è estesa negli ultimi anni anche in Italia.
    L’home restaurant ha permesso a molte persone appassionate di arti culinarie di trasformare la propria cucina in un ristorante aperto occasionalmente alle altre persone, non solo amici e conoscenti, ma anche turisti e viaggiatori che possono così sperimentare la cucina originale dei luoghi visitati e ricette frutto dell’inventiva personale o delle tradizioni familiari.
    Al centro del nostro incontro con Thérèse Theodor c’è la cucina haitiana, non molto conosciuta nel nostro paese: scopriremo le affinità tra la cucina haitiana e molte tradizioni regionali e che oggi in Italia si può cucinare “haitiano” usando prodotti locali italiani.
    La ricchezza e la varietà delle tradizioni regionali in cucina, d’altra parte, è il piacevole risultato di secoli di contaminazioni e incroci culinari, che ci hanno regalato delle tradizioni naturalmente fusion, come la cucina siciliana della quale ci parlerà Thérèse.

    Attualmente in Italia l’home restaurant non ha ancora una propria disciplina specifica e viene esercitato come attività occasionale. Ci sono due proposte di legge in Parlamento, una del 2014 e una del 2015, per disciplinare lo svolgimento di questa attività, non ancora discusse e approvate. Può essere di sicuro una grande opportunità per tutte le persone con ottime abilità culinarie frenate nell’esprimere la propria creatività dai costi richiesti per l’apertura di un’attività di ristorazione tradizionale.
    Per i nuovi cittadini abili nel cucinare c’è un’opportunità in più: rovesciare il punto di vista del senso comune “ospitando chi li ospita”, come afferma Thérèse, e contribuire a diffondere la conoscenza reciproca e ad abbattere stereotipi. Quella culinaria resta un’area di diffidenza “interculturale”; una delle prime cose che si pensano rispetto a un paese che si conosce poco è: ma là, che cosa mangeranno?

    L’home restaurant fa parte di tutta quella serie di attività definite sharing economy, un nuovo stile di fare impresa basato sulla condivisione sociale e sull’incontro fra produttore e consumatore attraverso i servizi offerti dalla rete e dai social network, diffuso soprattutto nella gastronomia, nel turismo e nei trasporti. La sharing economy è un interessante ibrido fra l’esperienza gratuita della condivisione sociale e l’attività economica.

    La relazione fra il passeggero dei servizi di trasporto e il guidatore, ad uno sguardo immediato, ha le caratteristiche del passaggio gratuito fra amici e conoscenti pur configurando una transazione economica formalizzata. Qualcosa di simile accade nell’home restaurant: un’esperienza che fonde le caratteristiche dell’invito a cena in casa e del mangiare fuori, al ristorante.
    La convivenza con i servizi tradizionali di trasporti, ristorazione e turismo è piuttosto difficile per la concorrenza che si è creata a fronte di diversi inquadramenti legali e fiscali: per questo, molti auspicano una più precisa regolamentazione legale dell’home restaurant e di altre attività di sharing economy.
    Il vantaggio sarebbe una maggiore chiarezza e la possibilità di lavorare in modo non occasionale; c’è però il rischio che un’eccessiva regolamentazione possa ridurre l’aura di informalità che contribuisce ad accrescerne il fascino rendendo l’offerta della sharing economy sempre più simile a quella tradizionale. La discussione è aperta.

    home-restaurant-therese-theodorCome definiresti il tuo rapporto con la cucina?
    «La cucina è una passione che ho avuto fin da bambina. Una passione che ho cercato a volte di soffocare per fare altro….ma che, alla fine, si è sempre ripresentata!
    Io sono una persona molto curiosa, non mi piace solo la mia cucina, mi piace “la” cucina. Quella italiana è così diversa da regione a regione!
    Quando sento qualcuno che deve andare ad Haiti, la prima cosa che si chiede è: cosa mangeranno? Ognuno mangia più o meno quello che produce, non ci si può portare dietro tutto il bagaglio! C’è però un trait d’union tra la cucina haitiana e molti piatti regionali italiani. Alcune ricette siciliane, molto saporite, sono simili alle nostre; in Liguria, come ad Haiti, si usa molto lo stoccafisso, dalle frittelle all’accomodato e il pandolce genovese ricorda alcuni dolci haitiani; in Abruzzo, ci sono fagiolane simili alle nostre cucinate in modo quasi uguale; in Lombardia c’è la cassoeula che è molto simile ad un piatto haitiano che si serve proprio con la polenta! Quello che trovo sbagliato è che un francese vada a cercare all’estero piatti francesi, o un italiano la pasta o la pizza. Quando si viaggia è bello provare ad assaggiare ciò che non si conosce.
    Ad Haiti ho iniziato a lavorare nel catering a casa. Si lavorava soprattutto nei giorni di festa, o si preparavano matrimoni, cresime, comunioni in casa, e la persona veniva a ritirare l’ordinazione quando era pronta.
    A me piaceva soprattutto preparare le cose salate. Ho sempre pensato che ci sono tre cose che si condividono molto volentieri con gli altri: il cibo, la musica e lo sport. Davanti a una partita di pallone, non c’è colore della pelle che tenga! Il cibo, uguale! La musica, uguale!».

    Dopo il tuo arrivo in Italia, hai subito iniziato a lavorare nel settore della ristorazione?
    «In Italia sono arrivata nel 1978, con un contratto internazionale, quando gli italiani non sapevano neanche cosa fosse l’immigrazione. Per tre anni ho lavorato sempre in cucina in una casa privata, poi non mi trovavo bene e sono andata via. Ho abitato per un periodo a Torino, ho preso il diploma di parrucchiera ed estetista, mi sono fatta un famiglia; alla fine ho preferito tornare a lavorare nelle case.
    Da molti anni lavoro nella stessa, e cucinando anche per ospiti e amici, ora a Genova grazie al passaparola sono abbastanza conosciuta e mi sono chiesta: perché non inserire anche qualche piatto haitiano?
    Dentro una parte del mio cuore, c’è sempre stato il desiderio di esprimermi culinariamente. Così, dal gennaio del 2016, ho iniziato una mia attività di home restaurant».

    Ti piacerebbe che l’home restaurant diventasse la tua professione principale?
    «Vorrei che fosse cosi, forse presto lo sarà. E’ un sogno che vorrei portare avanti. Per ora è un’attività di tipo occasionale e per me ancora molto sporadica. Ora faccio home restaurant due volte alla settimana, e solo su ordinazione. Se dovesse concretizzarsi, diventerà la mia posizione professionale, e allora mi occuperò solo delle mie padelle, dei miei commensali».

    Attraverso quali canali i clienti sono venuti a conoscenza della tua attività?
    «Arrivano col passaparola. Il primo grande impatto è stato grazie ai media, ho anche cucinato in diretta tv per il Festival Suq. Molte persone si sono avvicinate alla mia attività dicendomi, ti ho visto sul giornale, ti ho visto in tv. Un gruppo è tornato di nuovo, e ha portato altre persone.
    Per essere a Genova è una cosa che stupisce, ma che non mi stupisce. So che il genovese si conquista col contagocce, ma una volta che ti conosce, diventi un’amica per la pelle. Qua mi sento accolta, e poi c’è il mare che mi aiuta a vivere!
    A tutti quelli che vengono al mio home restaurant chiedo di scrivere un pensiero, che sia una critica, che sia una lode, per vedere se posso migliorare, se ci sono dei cambiamenti da fare. Le persone che sono venute, almeno le prime, non le conoscevo nemmeno, credo che fossero di un livello sociale abbastanza alto, perché, quando gli ho chiesto di valutare con un prezzo menù, servizio, cortesia, hanno indicato un prezzo molto alto, non tutti possono permettersi di spendere così tanto per andare a mangiare fuori. Come età sono tutti dai 20 anni in su, ho avuto anche bambini accompagnati dai genitori».

    home-restaurant-therese-theodorChi ti contatta per una cena concorda già prima il prezzo e il menù o viene definito nel corso della serata?
    «Il prezzo è già definito, vieni e sai già quanto spendi! Il menù invece no, è al buio! L’unica cosa che chiedo è se ci sono intolleranze e allergie. Nella mia clientela ci sono anche diversi vegetariani e vegani. Non è vero che se uno non mangia carne, non mangia bene, il segreto è saper abbinare i piatti. Tutto quello che è stato creato di commestibile può essere piacevole al palato e allo spirito, basta solo saperlo cucinare».

    Negli ultimi anni, le cosiddette“cucine etniche” sono diventate piuttosto di moda in Italia. L’home restaurant può essere un’opportunità in più rispetto alla ristorazione tradizionale per far conoscere e condividere altre tradizioni e specialità culinarie e le culture che le accompagnano?
    «Per me è una grande opportunità. Tramite il cibo, tramite l’accoglienza casalinga, tu, ospite di un paese, ospiti chi ti ospita. Chi vede il tuo vissuto, chi varca la porta di casa tua, se aveva un’opinione negativa di te, si rende conto che era sbagliata. Avvicinarsi a una persona nel suo ambiente casalingo ti permette di capire che tipo di persona è, quali sono i suoi sentimenti, che cosa pensa. Per ogni immigrato sarebbe un’opportunità ospitare qualcuno a casa e avere la possibilità di parlargli di quello che ama!
    L’approccio casalingo, per me nato ad Haiti, in Europa e in America c’è già da molti anni. In Italia arriviamo sempre in ritardo, e quasi sempre si comincia da Milano e Roma. A Genova tanti hanno iniziato, non so quanti abbiano continuato. Io mi sono detta: voglio vedere se Haiti riesce a dire: ci sono, venite, ritornate».


    Andrea Macciò

  • Ogm, ne mangiamo tanti e non lo sappiamo. E spendiamo un sacco di soldi per farlo

    Ogm, ne mangiamo tanti e non lo sappiamo. E spendiamo un sacco di soldi per farlo

    Spighe di granoL’argomento è di quelli che fa discutere da una vita: ogm sì, ogm no. O meglio, veleno o risorsa? Sul tema non c’è mai stata molta chiarezza soprattutto se ci si chiede che cosa realmente arrivi sulle nostre tavole. Conosciamo il processo che porta dal seme al piatto, abbastanza da poter dare un giudizio? Forse non molto dato che neppure la filiera di produzione del Parmigiano Reggiano, del Grana Padano o del prosciutto di Parma, del San Daniele sarebbero esenti da “contatti” con sostanze geneticamente modificate, come i mangimi degli animi da cui sono prodotti.

    E’ su questo che si è provato a fare chiarezza nella sede genovese della Camera di commercio. E quello che è emerso dalle diverse opinioni è qualcosa che forse non immaginiamo neppure, e su diversi fronti, a partire da quello economico.

    Le incognite del mais e della soia importati

    «Ogni anno sborsiamo circa 800 milioni di per importare mais – spiega Roberto Defez, direttore del laboratorio Biotecnologie microbiche del Cnr di Napoli – questo perché l’Italia non ha scelto di migliorare le proprie piante. Nel 2004 eravamo autosufficienti, poi le piante sono diventate di così scarsa qualità che abbiamo dovuto iniziare a importare. Tutto perché abbiamo scelto di non puntare sull’innovazione». Non si sa quanto del mais importato sia geneticamente modificato, ma nel mondo almeno un terzo di quello prodotto ha questa caratteristica. «Finisce tutto insieme – prosegue Defez – e basta lo 0,9% nel mangime perché il prodotto sia etichettato come geneticamente modificato e sicuramente almeno l’1% lo raggiungiamo».

    Il discorso per quanto riguarda la soia non è molto diverso. Alcuni numeri: l’Europa produce circa il 5% della soia che consuma, ne importa il 95% e di questa percentuale l’85% è geneticamente modificata. Significa che per 365 giorni all’anno l’Italia consuma ben 10 tonnellate di soia ogm.

    Una spesa geneticamente modificata (a nostra insaputa)

    Salumi e formaggiSe sommiamo la spesa per importare soia e mais, nel 2015 sono usciti dalle tasche degli italiani circa 2,7 miliardi di euro: ovvero, solamente per questi due prodotti “bruciamo” tutto il guadagno delle esportazioni di Dop e Igp. E, finita questa partita, bisogna ancora importare metà del grano, metà delle carni, pomodori, olio e così via. Facile capire che così i conti vanno decisamente in rosso.

    «Ognuno può bruciare i propri soldi come meglio crede – continua Defez – ma sarebbe il caso di informare i cittadini che se avessimo coltivato lo stesso numero di ettari di mais dell’anno scorso con mais che rende di più, che non ha bisogno di insetticidi e più sicuro per la salute umana, non ci sarebbe tutta questa tensione, ma si tornerebbe a una banale questione economica».

    Tra gli scaffali dei supermercati la quasi totalità dei prodotti deriva da animali nutriti con mangimi ogm, a meno che non ci sia un’etichetta che indichi il contrario, e neppure i prodotti Dop e Igp sono esenti. Nella “lista dei cattivi” anche il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano o il prosciutto di Parma e il San Daniele.

    C’è chi pensa che gli ogm possano essere una speranza per sconfiggere la fame nel mondo, ma il fronte del “no” ribatte che l’argomentazione è decisamente debole. Di certo, non può bastare la genetica a risollevare la povertà. Intanto, non ci sono riforme agrarie. E poi, la gente non ha accesso al mercato, non ha soldi e deve comprare il cibo se non ha terra per coltivarlo. Chi introduce gli ogm non li regala, questo è sicuro: alla fine si tratta di merci e nulla più. Le terre fertili sono negate alle popolazioni perché occupate dalle multinazionali o affittate dai loro governi. Oltre a tutto questo, c’è una confusione normativa che non fornisce messaggi trasparenti. L’ultimo atto è andato in scena lo scorso 3 febbraio, quando il Parlamento europeo ha approvato un documento che chiede alla Commissione Ue di non autorizzare l’immissione in commercio di alimenti e mangimi contenenti tre nuovi tipi di soia geneticamente modificata. Insomma, il dibattito è aperto più che mai, tra scienziati, nutrizionisti e agricoltori. In mezzo a tutti questi fuochi però ci sono i consumatori, che meriterebbero di sapere che cosa portano a tavola tutti i giorni.


    Michela Serra

  • Il mestiere del pescatore a Genova e in Liguria, il “giro del pesce” dal mare alla nostra tavola

    Il mestiere del pescatore a Genova e in Liguria, il “giro del pesce” dal mare alla nostra tavola

    barche-pesca-d1Ami, esche, lenze, canne, fiocine, reti, nasse. Bolentino, gozzo, lampara e sagola. Ci siamo cresciuti in mezzo a questi termini, ce li insegnavano a scuola durante le immancabili uscite didattiche; eppure che cosa sappiamo, noi liguri, del pesce, che a volte ci dimentichiamo persino di comprarlo, e finiamo per cercarlo solo al ristorante?
    Molta parte del nostro essere liguri, entroterra e monti compresi, attinge essenza ed unicità proprio dalle acque che abbiamo di fronte, e noi, che non siamo molto disponibili a farci carico “anche” dei problemi del mare, alla fine non sappiamo bene cosa c’è dietro quelle onde e come succede che i suoi frutti, cioè il pesce, arrivino sulla nostra tavola.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 60  di Era Superba

    Abbiamo incontrato Stefano, pescatore dilettante e pescivendolo professionista nella grande distribuzione, che vuole mantenere l’anonimato perché, mi dice, se racconta tutto quello che ha imparato in questi anni rischia di perdere lavoro e clienti.
    La leggenda del pesce che arriverebbe prima a Milano che nel suo negozio genovese me la conferma, e, per la precisione, aggiunge che la nostra città è solo terza: «prima che da noi il pescato passa anche da Torino. Questo perché si tratta di città con un mercato ben diverso dal nostro, gli acquirenti sono disposti a pagare di più per lo stesso branzino che potrebbe essere venduto a Genova. Si parla ovviamente di grande distribuzione: in questo caso quando arrivano i pescherecci caricano il pesce sui camion che lo trasportano prima di tutto a Milano; quello che resta viene offerto a Torino e dopo quello che non ha trovato mercato in queste città riparte per la Liguria. Ciò è vero però solo se parliamo di pesce di una certa pezzatura, molto omogenea, ed anche un pesce pregiato, quello dei menu di livello». L’acciuga, ad esempio, pesce popolare altamente deperibile, non può certo permettersi di compiere un tale tragitto, ed è molto probabile che sia venduta a Genova e che, anzi, a Milano talvolta non arrivi nemmeno, perlomeno non quella ligure, se non espressamente richiesta.

    pesca-pesce-d3«Nella nostra regione – racconta sempre Stefano – il mercato del pesce più esclusivo spesso non passa neanche dalle pescherie, ma si conclude fra il pescatore ed il diretto acquirente, che sia un privato o un ristoratore. Io, ad esempio, ho una lista di persone che aspettano solo di essere chiamate: quindi se oggi pesco totani chiamo il cliente che mi ha detto che li vorrebbe, o quello che comunque li prende sempre; se pesco, che so, la ricciola, chiamo chi ho in lista per quello e così via. Non vado neanche a vedere i prezzi che fa il mercato per quei pesci, io voglio vendere il pescato e so che, avendo una bella lista di clienti, difficilmente mi rimarrà invenduto. Ecco, il milanese, il torinese, una cosa così non possono averla, devono passare comunque attraverso gli intermediari e non trattando direttamente con chi pesca è ovvio che molto spesso devono prendersi pesce di vivaio o proveniente dall’estero, spesso da Croazia e Grecia».

    Non c’è dunque un solo tragitto del pesce, ma bisogna distinguere fra vendita diretta e altri canali. Immaginiamo, però, che ciò non sia il massimo per pescatori professionisti e pescivendoli… «eppure secondo me c’è spazio per tutti – continua Stefano – il pescatore dilettante non è che ruba quote di mercato al super, peschiamo letteralmente in acque diverse, non mi sento in colpa, vado solo quando e se posso, per me è poco più di un passatempo. E poi devo dirlo, chi vuole del pesce sicuro al cento per cento deve per forza muoversi così…».

    Da questo punto di vista, un rapido giro nei supermercati sembrerebbe confermare questa tesi, il pesce, quando ha la provenienza indicata, tradisce molto spesso la propria origine remota e porta scritto “ Oceano Atlantico” oppure “Mare del Nord”. Ma come fa ad essere fresco?
    Proviamo a sentire qualcuno che dal “pan do ma” come chiamavano un tempo le acciughe, ricava la maggior parte del proprio reddito. Abbiamo rintracciato il capitano dell’Aquila Pescatrice, Simone Orecchia, pescatore professionista che fa da 10 anni questo lavoro. «Per quanto riguarda la grande distribuzione, come da noi partono i camion per Milano, anche a Genova arriva ogni giorno il camion con il pesce da Amsterdan, che è il mercato del Mare del Nord, da Sète in Francia e dalla Croazia. Arriva poi una volta alla settimana dalla Spagna, mentre dalla Grecia tutti i giorni, a volte anche con l’aereo. Questo pesce arriva con un aspetto davvero invitante, vengono preparate cassette appositamente con pesci di qualità diverse per farli sembrare più “artigianali”: un pagaro, una ricciola, un tonnetto, li spruzzano con acqua fredda, acido di limone e ghiaccio, talvolta pochissima acqua ossigenata se ci sono polpi o seppie. Niente di velenoso o nocivo, sia chiaro, però il cliente dovrebbe sapere che sta comprando il pesce che sembra fresco mentre ha già un paio di giorni. Quindi, prima di affermare il fatto che il pesce arrivi prima in un posto piuttosto che in un altro, bisognerebbe capire da dove arriva, intendo dire da dove arriva davvero».

    [quote] A noi pescatori fanno perdere un sacco di tempo ad etichettare le cassette indicando data ed ora di pesca e poi il negoziante per il timore di non vendere tutto il pesce spesso non espone neanche i cartelli; perché se non ci sono indicazioni il cliente magari non ci pensa, oppure il venditore può sempre dire che le acciughe sono tutte di Monterosso o di Camogli, e se sul banco c’è del pesce di importazione non sempre viene indicato, anzi…»[/quote]

    aquila-pescatrice
    Qui in Liguria ci sono 600 licenze di pesca attive, da professionisti – racconta il capitano dell’Aquila Pescatrice (nella foto) – e lampare grandi come la nostra ne esistono 13 in tutto, 5 a Genova, 3 a Sestri Levante, 1 ad Imperia e 4 a La Spezia: erano 20 una decina di anni fa, ma la pesca è decisamente un’attività in calo, specialmente quella tradizionale che pratichiamo noi“.

    L’Aquila Pescatrice va soprattutto ad acciughe, tempo permettendo tutti i giorni tranne il sabato notte, e riforniscono in questo momento due mercati: Genova e Savona. Questo perché le acciughe non possono fare tanta strada… «Appena sbarcati ci sono i camion del mercato di Genova e di quello di Savona, si caricano metà cassette ciascuno e vanno diretti al mercato. Se abbiamo molto pesce, o delle varietà diverse, una parte va al mercato in Darsena, che hanno chiamato Street Fish perché i clienti possono direttamente andare a comprare il pesce già cucinato in maniera semplice, quindi fritto, al forno oppure in carpaccio, e anche trovare quelle varietà che prima ho definito “diverse”, ovvero quelle che il pescivendolo magari non mette sul banco. A questo proposito devo dire che a noi pescatori fanno perdere un sacco di tempo ad etichettare le cassette indicando data ed ora di pesca e poi il negoziante per il timore di non vendere tutto il pesce spesso non espone neanche i cartelli; perché se non ci sono indicazioni il cliente magari non ci pensa, oppure il venditore può sempre dire che le acciughe sono tutte di Monterosso o di Camogli, e se sul banco c’è del pesce di importazione non sempre viene indicato, anzi».

    Abbiamo chiesto un intervento nel dibattito anche a Lorenzo Viviani, biologo e pescatore: «a volte i pesci dalla Spagna, Turchia o Croazia vengono trattati con il cafados, una sostanza vietata in Italia e che può diventare tossica ma che “cristallizza” l’aspetto del pesce, così che sembri sempre brillante e quindi fresco – spiega – però non interrompe il degrado interno delle carni, che continuano a produrre sostanze che possono essere nocive per l’uomo. Purtroppo l’unica arma di difesa è assaggiare, ma a quel punto l’acquisto incauto è già stato fatto. Poi, sia chiaro, magari il pesce d’importazione non è necessariamente trattato o necessariamente peggiore, ma in ogni caso il cliente deve essere messo in grado di scegliere, sapendo per che cosa sta spendendo il proprio denaro».

    Quindi possiamo affermare che il pesce può giungere in tavola direttamente dal mare davanti a casa o dopo un viaggio in aereo neanche troppo breve senza che ai nostri occhi faccia troppa differenza? E se l’unica garanzia è rivolgersi ad un pescatore “di fiducia”, questo crea danni al “sistema pesca”?

    darsena-barche-pesca-d4Risponde il capitano Orecchia: «A Genova e forse in tutta la Liguria circa il 75% del mercato locale è fatto dai venditori “abusivi” cioè i pescatori dilettanti che una sera ogni tanto escono, pescano quello che possono, e vendono ai loro clienti che aspettano pazientemente (come ci ha raccontato Stefano, n.d.a.). Il pesce è buono e nessuno fa danni alla salute altrui, ma al sistema sì perchè questi non hanno ovviamente partita Iva, non vivono sui proventi della pesca e non pagano le tasse». La Regione Liguria cerca di fare qualcosa, si parla del taglio alla pinna caudale per alcuni tipi di pescato da parte dei dilettanti, ai quali ha anche imposto l’obbligo di registrarsi per poter pescare in mare.
    «Tuttavia, a onor del vero, il rischio maggiore per il nostro lavoro non sono i dilettanti che vendono abusivamente, ma i grandi gruppi di pesca intensiva che battono il Meditarraneo rispettando solo le proprie regole. La Comunità Europea, ad esempio, ha sospeso la caccia al tonno, con ragione almeno fino a poco tempo fa, e noi dobbiamo vedere le tonnare cinesi di 80 metri nelle acque (internazionali, ma pur sempre del Mediterraneo) catturarli legalmente sotto i nostri occhi. In più, oltre che per il tonno, queste squadre praticano una pesca intensiva, non tanto per l’utilizzo del sonar, che usiamo anche noi per accorciare i tempi, ma perché quando scandagliano i fondali con lampare di 50 o 60 metri se trovano branchi di pesce non smettono finchè non li hanno tirati su tutti. Loro non rientrano mai nel porto, il personale fa i turni sulle barche d’appoggio e quando se ne vanno via non c’è più un pesce. Per fortuna ora hanno vietato l’uso dell’elicottero, perchè in questo modo dall’alto battevano i fondali palmo a palmo e chiamavano i pescherecci nella zona precisa dove c’era il branco. Qui da noi è tutto molto più artigianale, tradizionale, da noi pescare è ancora sinonimo di passione e mestiere, quello antico. Noi quando troviamo un branco, per esempio lo scorso inverno abbiamo catturato 140 ricciole, beh, ovviamente cerchiamo di prenderne finché si riesce, poi rientriamo. Magari là sotto ce n’erano più di 800… Questa è la nostra pesca».

     

    Bruna Taravello

    L’inchiesta integrale sul numero 60 di Era Superba

  • A tutto G.A.S.! Gruppi di Acquisto solidale in crescita, viaggio fra produttori e consumatori

    A tutto G.A.S.! Gruppi di Acquisto solidale in crescita, viaggio fra produttori e consumatori

    verdura-ortoNati nel 1994 a Fidenza, i Gas (Gruppi di acquisto solidale) in Italia sono in continua e costante crescita. Dopo vent’anni non hanno neanche più bisogno di grosse presentazioni, si tratta di gruppi di persone che si mettono insieme per condividere in modo continuativo l’acquisto di prodotti alimentari o di uso comune per poi ridistribuirli al loro interno; non si tratta di spendere meno, si tratta di spendere meglio e di avviare un processo virtuoso nel difficile ciclo produzione- commercio-consumatore. Una connessione dal produttore al consumatore quanto più possibilmente breve e rispettosa dei diritti di tutti gli attori, garantendo un salario dignitoso a chi lavora, una ricompensa adeguata per chi produce ed un prodotto biologicamente sano con un prezzo corretto per chi consuma.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 59 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    I Gas, negli anni successivi alla crisi del 2009, vantano un incremento dell’11% in valore assoluto, con 3 miliardi annui di giro d’affari: si calcola che circa il 20% degli italiani acquisti da fonti “alternative” rispetto alla grande distribuzione.
    In Italia il sito ufficiale conta circa 970 Gruppi di acquisto solidali, ma si calcola che moltissimi, forse addirittura altrettanti, potrebbero essere quelli che non hanno ritenuto di doversi registrare. La Liguria ne conta una quarantina, una trentina solo nel capoluogo, ma anche qui sono molto numerosi i “cani sciolti”.

    Il punto di vista dei consumatori

    mercato-frutta-verdura-sarzanoAbbiamo parlato con Enrica e Michele, una coppiache partecipa al gruppo Birulò di Genova Centro: «noi siamo in questo gruppo da quasi 15 anni, avevamo letto su un giornale dell’esistenza dei Gas, abbiamo partecipato ad un incontro e da lì in poi è nata la nostra collaborazione. Birulò, essendo un gruppo numeroso, è suddiviso in microGas formati da diverse famiglie con un denominatore comune, che può essere il posto di lavoro, la vicinanza di abitazione, il rapporto di amicizia o addirittura il condominio. Lo scopo principale è alimentare un’economia alternativa ai canali usuali, basata sui principi di equità, solidarietà e sostenibilità, soprattutto attraverso gli acquisti, possibilmente a chilometro zero, da produttori marginali o in difficoltà finanziaria, che sarebbero strangolati dalla grande distribuzione, scomparendo dal mercato».

    I gruppi non hanno bisogno di fare opera di ricerca per avere nuovi membri, anzi sempre più persone cercano di inserirsi in questo mercato parallelo, condividendone gli obiettivi e creando nuovi gruppi che si appoggiano a quelli già esistenti. «Nessuno ha un impegno minimo di acquisto, anzi certe famiglie partecipano solo ad un certo tipo di forniture ed altre si fanno vive solo attraverso internet per inviare gli ordini e ci si incontra semplicemente per il ritiro della merce. Voglio dire che non è obbligatorio socializzare, se si ritiene di non farlo, ma ci sono anche volontari che invece, oltre che occuparsi di tenere i contatti con il fornitore e riscuotere i pagamenti, tengono anche la contabilità interna, gestiscono le iniziative collaterali come la Banca del Tempo e si riuniscono periodicamente con rappresentanti di Gas fuori Regione per confrontarsi e scambiarsi conoscenze e competenze anche su argomenti diversi come le energie alternative ed altro».
    E riguardo alla scelta dei produttori? «Funziona il passaparola o la conoscenza diretta, noi li cerchiamo preferibilmente sul territorio ligure o comunque molto vicino ma, per gli agrumi, gestiamo personalmente il contatto con un consorzio di produttori della Sicilia dove abbiamo passato una settimana non solo di vacanza, ma visitato e osservato le tecniche agricole, instaurando anche una bella amicizia».

    Il punto di vista dei produttori

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareIl consorzio cui fanno riferimento Enrica e MIchele si chiama Le galline felici, è in provincia di Catania, collabora a sua volta con una piccola serie di cooperative sociali: ce lo racconta Beppe, lo abbiamo raggiunto al telefono mentre sta visitando i campi di produzione.
    «Noi siamo partiti in nove soci, eravamo proprio piccoli però il nostro socio fondatore aveva già le idee chiare. Ora siamo 23 persone, ci siamo divisi i compiti all’interno dell’azienda, che nasce come produttrice di agrumi siciliani e serve esclusivamente i Gas: niente negozi, niente privati, men che meno grande distribuzione. Il nostro scopo, fin dai primi passi, è stato produrre in maniera biologica, certo, ma soprattutto etica: io dico sempre che un arancio biologico raccolto da un extracomunitario sfruttato è più nocivo di uno cresciuto a pesticidi».

    Riguardo ai rapporti del consorzio con i Gas, Beppe aggiunge: «noi non vogliamo entrare in competizione con i produttori del nord, che sono magari vicini come area geografica a Gas nostri clienti: ad esempio i pomodori non li coltiviamo, perché sono ottimi anche quelli liguri, lombardi o piemontesi, e per arrivare nelle case dei clienti non attraversano l’Italia. Invece forniamo agrumi anche a gruppi francesi e belgi da molti anni ormai: e stiamo studiando una sorta di collaborazione, vorremmo avere i loro prodotti di eccellenza, come la birra, e scambiarli con i nostri, ma è una cosa un po’ complicata, non so ancora se e come la concluderem

    Abbiamo incontrato Enrica, titolare dell’Azienda Agricola Boccarda di Busalla (Ge) che ci racconta di essere diventata fornitrice del Gas Fratello Sole di Albaro tramite conoscenti comuni, perché «alla fine quello che conta è il passaparola, è la gente che ti fa buona pubblicità e parla bene di te dopo che ha assaggiato i tuoi prodotti».
    «Noi abbiamo anche provato ad avere la certificazione biologica – aggiunge – ma è molto costosa, e sinceramente neanche così rigorosa come si potrebbe pensare. Chi ci conosce sa benissimo i criteri con cui lavoriamo, volendo ci vengono a visitare in qualsiasi momento. Abbiamo un piccolo allevamento, dove gli animali sono alimentati con i nostri prodotti; abbiamo polli e galline e infatti al Gas vendiamo sempre le uova, ovviamente quando ci sono. In più, abbiamo il bollo Cee per il nostro Macello a Sarissola, e fra i piccoli produttori ormai siamo quasi gli unici ad essere autorizzati a macellare, e vengono da noi anche da fuori valle».

    Si dirà che sono lussi che non tutti possono permettersi ed in parte può essere vero: ma per qualcuno il lusso può essere anche un semplice panino al salame, a patto di conoscerne l’origine e la qualità.

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale su Era Superba #59

  • Otto Chocolates, dal Perù alla Liguria: il cioccolato biologico made in Zena

    Otto Chocolates, dal Perù alla Liguria: il cioccolato biologico made in Zena


    otto-chocolates-cioccolato-raccoltaBiologico, fair trade e senza glutine
    sono le tre parole d’ordine di Otto Chocolates, giovane azienda genovese attiva nella commercializzazione del cioccolato.

    Si tratta di un cioccolato di alta qualità, dove al rispetto per l’ambiente si aggiunge l’attenzione per chi produce: Otto Chocolates coinvolge infatti uno staff di operatori nel settore del cacao e della sua trasformazione in cioccolato che in molti anni di esperienze hanno messo a punto un network sostenibile tra coltivatori, tecnici locali, trasformatori del cacao in cioccolato ed operatori commerciali di rilevanza internazionale. Questo consente un abbattimento dei costi, garantendo al cliente finale un prodotto di alta qualità a un prezzo sostenibile e accessibile  e ai coltivatori di cacao un compenso significativo e il coinvolgimento attivo nello sviluppo di un progetto equosolidale comune.

    L’azienda genovese dedica anche grande attenzione alle qualità organolettiche della materia prima utilizzata per il cioccolato, per questo organizza delle degustazioni plurisensoriali del cioccolato per mettere alla prova non solo il senso del gusto ma anche l’olfatto dei visitatori.

    Abbiamo intervistato Francesca Ottonello, co-founder di Otto Chocolates, per capire in che modo è possibile commercializzare un cioccolato buono, sano e al giusto prezzo.

    Come è nata Otto Chocolates e quale è la vostra idea di cioccolato?

    Otto Chocolates nasce nella primavera del 2013 dalla volontà di un gruppo di imprenditori genovesi.
    L’obiettivo principale è quello di creare una linea di cioccolati di alta qualità biologica, ad un costo sostenibile e nel rispetto del lavoro delle persone, quindi in condizioni fairtrade. Otto Chocolates perciò mira a valorizzare e a sostenere la qualità del cacao producendo tavolette di cioccolato di alta qualità in 5 diverse ricette che possano accontentare i gusti di tutti. Ciò passa anche attraverso lo sviluppo di iniziative che mirino a sensibilizzare i consumatori alla degustazione e a capire i veri parametri del cioccolato che stanno mangiando.

    ‘Valorizzare ciò che vale, sostenere ogni qualità… dal cacao al cioccolato’ è uno dei principi su cui si basa la vostra azienda. In che modo riuscite a raggiungere questo obiettivo importante e quale tipo di materia prima utilizzate per i vostri cioccolati, dove viene prodotto il cacao e che filiera segue?

    otto-chocolates-vagliatura-saposoaStoricamente il cacao è sempre stato un alimento dall’alto valore simbolico, usato nei riti dalle civiltà precolombiane, come moneta di scambio o comunque a beneficio di classi sociali medio alte. Nel tempo il valore del cacao ha assunto costi e prezzi più accessibili spesso però a discapito della qualità.
    Il progetto di Otto Chocolates vuole ridare valore proprio alle peculiari caratteristiche di questo seme che se coltivato e lavorato in condizioni adeguate, e trasformato con cura e attenzione, diviene un eccellente cioccolato, degustabile da tutti sia per le sue caratteristiche morbide e delicate sia perché il costo sul mercato è sostenibile a più fasce di utenti. Il cioccolato buono, sano e a un prezzo accessibile rispetto i parametri di qualità biologica e di produzione che lo caratterizzano.
    Inoltre per noi di Otto Chocolates conoscere il luogo dove il cacao viene coltivato e prodotto è uno dei fattori centrali per la certificazione delle sue proprietà. La nostra azienda conosce bene la cooperativa Acopagro che si trova in Perù nella regione di San Martin, dove il cacao Trinitario Fino utilizzato per produrre il nostro cioccolato viene coltivato. La cooperativa ha la certificazione biologica poiché i terreni sui quali gli alberi di cacao crescono e si attuano i processi di fermentazione ed essicazione dei semi, non sono mai sottoposti a trattamenti chimici. Le proprietà organolettiche vengono conservate nella loro totalità sia in fase di crescita della pianta che di lavorazione successiva.
    Persino le sacche di Juta dove vengono conservate le fave essiccate che poi vengono spedite in Italia e che permettono al cacao di traspirare, vengono serigrafate con un colore naturale prodotto da un frutto biologico della piantagione!

    Il cacao una volta giunto in Italia viene trasformato in tavolette di cioccolato da un’azienda leader in Europa per la produzione di cioccolato biologico, dove abbiamo la garanzia che le nostre 5 ricette (Cioccolato Fondente 71%, Cioccolato al Latte 39%, Cioccolato Bianco, Cioccolato Fondente 60%, Senza Zucchero Cioccolato al Latte 36% Senza Zucchero) vengano prodotte rispettando le proprietà organolettiche del cacao. E infine l’impacchettamento con carta riciclabile e grafiche adatte alla facile comprensione di tutti gli elementi presenti all’interno del prodotto.

    In che modo riuscite a coniugare la produzione di cacao con i concetti di fairtrade, etica e sostenibilità?

    Otto Chocolates acquista il cacao dalla cooperativa Acopagro che ha la certificazione Fairtrade. La cooperativa produce cacao Trinitario Fino di qualità monorigine e il nostro cioccolato perciò è equo e solidale nella sua stessa essenza poiché nasce con presupposti etici che sono alla base della sua stessa produzione. Siamo quindi fortemente coinvolti nel collaborare con Acopagro e lo facciamo prima di tutto acquistando il cacao a un prezzo concordato e rispettoso dei parametri del costo del lavoro dei contadini della cooperativa, e in più sosteniamo la comunità con il finanziamento di progetti dedicati alle attività scolastiche. É il nostro modo di valorizzare la qualità, sostenere il lavoro di coloro che quotidianamente si spendono per rendere il nostro cacao pregiato e aiutarli a migliorare la loro vita e quella dei loro figli nel territorio delicato dal quale provengono.

    Cosa significa per voi il concetto di biologico e come pensate che il consumatore recepisca il cioccolato biologico?
    otto-chocolates-piantagione-cacao-crescta-picotaBiologico indica sia il cacao che gli altri elementi che caratterizzano il cioccolato: biologico è la qualità dei terreni su cui vengono coltivati gli alberi della pianta del cacao, il metodo con cui vengono trattati i semi della pianta dalla fermentazione all’essicazione e il processo di trasformazione dei semi nello stabilimento da cui viene prodotto il cioccolato.

    Otto Chocolates non è l’unica azienda italiana che produce cioccolati biologici ma quello che la differenzia sicuramente è l’elevata attenzione che ripone nel verificare che in tutte le fasi del processo il biologico sia protetto. E questo vale anche per l’attenzione che riponiamo affinché il cioccolato non abbia contaminazioni con il glutine, motivo per cui abbiamo ricevuto la certificazione spiga barrata su tre delle nostre ricette. Inoltre il biologico troppo spesso è associato alla dimensione della cura farmaceutica mentre il valore alla base del biologico è nel preservare le proprietà organolettiche dell’alimento che vuol dire difendere la qualità del prodotto per tutti.

    Il cioccolato è tra gli alimenti più amati, capace di coinvolgere anche emotivamente chi lo assapora. Ma che consiglio dareste ai consumatori per individuare un cioccolato di qualità?

    otto-chocolates-piantagione-peruQuando si mangia cioccolato in genere ci si vuole coccolare, in altri casi recuperare energia, comunque si tende a ricercare benessere. A causa della produzione massiva di cioccolati il mercato ha diffuso molti prodotti di scarsa qualità a basso prezzo che hanno deviato i parametri di valutazione della proprietà di un buon cioccolato. Noi di Otto Chocolates, che alla qualità e a far comprendere il valore del nostro lavoro ci teniamo molto, abbiamo costruito un breve codice di degustazione consapevole del cioccolato che invita a porre l’attenzione a tutti i 5 sensi al momento dell’assaggio. Una buona tavoletta si riconosce per esempio dal colore, nel caso del cioccolato fondente non deve essere troppo scura, indice di cattiva qualità dei semi o eccessiva tostatura, né avere tracce biancastre che indicano affioramento del burro di cacao. Quando la si spezza l’udito deve percepire uno “snap” secco e netto, l’odore deve ricordare aromi della pianta del cacao, che aumentano se lo si scalda tenendolo tra le mani. In bocca non deve impastarsi e il gusto deve richiamare a un sapore cremoso e persistente. Poche piccole attenzioni che permettono a chiunque di capire che cosa sta mangiando e se è di qualità.

    Otto Chocolates ha sede a Genova ma opera a livello mondiale. Quali sono le reazioni dei genovesi ai vostri prodotti, è difficile ‘fare i profeti in patria’?

    Otto Chocolates è un progetto giovane “Made in Genoa” che sorprende positivamente i genovesi, per la novità della nostra proposta, data l’inedita ricerca sulla qualità di un buon cioccolato, ed anche per la nostra modalità semplice e interattiva di comunicare. La nostra comunicazione infatti è semplice e punta far conoscere con facilità le proprietà del cioccolato sia attraverso i nostri media che nelle occasioni di proposta delle nostre degustazioni. A tale proposito abbiamo creato un progetto di degustazione polisensoriale del nostro cioccolato con il Profumificio del Castello di Genova con l’obiettivo di divulgare in modo inedito l’eccellenza del nostro prodotto in un’ottica di collaborazione con altre realtà prestigiose del nostro territorio.

    Che obiettivi avete per il futuro?

    Otto Chocolates è giovane e ha voglia di crescere e di farsi conoscere sempre di più per le sue qualità quindi l’intenzione è ampliare il proprio bacino di utenza, e rendere noto il marchio. Abbiamo inoltre in programma la produzione di nuove ricette e nuove prodotti e siamo proiettati verso nuovi mercati esteri, attenti e ricettivi alla nostra proposta di alta qualità.

     

    logo-otto-chocolatesOtto & Co. Srl

    Via B. Castello 17/r, 16121 Genova
    Ph. +39 010 8984600
    info@ottochocolates.com
    www.ottochocolates.com

     

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  • “Da grande voglio fare il cuoco”: la cucina genovese fra mestiere e tradizione, il lavoro più ambito

    “Da grande voglio fare il cuoco”: la cucina genovese fra mestiere e tradizione, il lavoro più ambito

    PestoIn principio erano Bergese con il Ristorante La Santa, nel Centro Storico, aperto nel secondo dopoguerra, e più recentemente Angelo Paracucchi, che nel 1976 con la sua Locanda dell’Angelo ad Ameglia, nell’estremo levante ligure, salvò quasi letteralmente le sorti della cucina italiana che in quegli anni era completamente appiattita su standard internazionali che rischiavano di cancellarne ogni ricchezza. Stiamo parlando di cuochi, grandi cuochi per l’esattezza, e di una cucina, quella ligure, che si pretende sempre di aver riscoperto ma che alla prova dei fatti a livello nazionale è spesso trascurata se non per l’immancabile binomio pesto- trofie.
    Ciò nonostante, anche se non ci sono più in Liguria i grandi Maestri della cucina italiana (ma domani, chissà), resiste per fortuna la consapevolezza di quanto è stato fatto e ottenuto in questi ultimi anni da una ristorazione sempre più preparata e attenta.
    Poche sorprese, comunque, dall’uscita annuale delle Guide Gastronomiche più note, la Michelin 2015 e quella ai Ristoranti d’Italia de L’Espresso, dove il nostro territorio è presente ma non particolarmente blasonato, anzi: a causa del trasferimento da Nervi ad Arenzano del Ristorante “The Cook”, è andata persa l’unica stella Michelin del Comune.

    Eppure dovrebbe essere il nostro momento, vista l’attenzione per una cucina “di prossimità” più sana ed anche attenta alle calorie. Proprio nella cucina di magro – come recitava il titolo di un ancora attualissimo libro di ricette del 1880 “La cucina di strettissimo magro” di Padre Gaspare Dellepiane frate genovese dell’ordine dei Minimi di San Francesco da Paola – la nostra terra ha sempre trovato la sua caratteristica migliore. Questo antico ricettario è una vera sorpresa per la gustosa modernità dei piatti suggeriti, molti dei quali farebbero la gioia di un vegetariano e alcuni anche adatti a vegani di stretta osservanza, che già a quel tempo mostravano la capacità di utilizzare con sapienza quanto il territorio metteva a disposizione. Eh sì, perchè cucinare in Liguria non significa, come a volte i nostri vicini piemontesi o lombardi malignamente suggeriscono, tenere un occhio fisso al portafoglio e un altro alla tasca cucita, ma è la capacità di utilizzare le materie prime in una zona dove certo non sono presenti allevamenti intensivi o estese coltivazioni agricole.

    VernazzolaCome si mangia in Liguria? Che cosa offriamo ai turisti, o ai liguri stessi, disposti a fare anche un po’ di strada pur di passare un paio d’ore soddisfacenti a tavola?

    A settembre, prima delle alluvioni che ancora una volta ci hanno devastato, Oscar Farinetti, fondatore di Eataly, parlando al Festival della Comunicazione a Camogli, ha raccontato di una Liguria che ha forse l’agroalimentare più vario, bello ed interessante d’Italia, compreso il pescato, ma che a causa di una sorta di “pancia piena”, così l’ha definita, non si ingegna nel trasformare e lavorare le materie prime che le sono state regalate. Ad esempio il pesce, ha detto, molto migliore di quello dell’Adriatico, eppure cucinato con enorme minor cura, meno fantasia, sempre confidando nella bontà del prodotto stesso.  «Ma – ha aggiunto – vedo molte persone interessanti che si muovono, che cercano di recuperare il troppo tempo perduto».

    Ne abbiamo parlato con Roberto Avanzino, insegnante, cuoco professionista e skipper, che subito mi avverte: «Sono d’accordo con queste parole, certo il suo è un punto di vista esterno, ma ha parzialmente ragione. I ristoranti dovrebbero osare di più, ma è anche vero che il cliente, specialmente il turista, raramente ha voglia di sperimentare, e ti chiede sempre le stesse cose, gli stessi piatti. Per me la cucina innovativa di oggi, la vera rivelazione, risale ad almeno duecento anni fa. Sto parlando di quello che oggi viene chiamato street food, che noi abbiamo da generazioni, con le friggitorie che ti vendevano il cono di carta con dentro i pignolini fritti, la vecchietta che nella sciamadda (farinotto) ti preparava la rosetta con in mezzo la farinata o i venditori di caldarroste che erano in cima a via XX Settembre».

    Avanzino è insegnante Tecnico pratico di cucina all’Istituto Alberghiero Marco Polo: «Per i miei ragazzi ogni tanto preparo una lezione in strada che io chiamo “bread à porter” e li porto in giro ad assaggiare proprio quelle preparazioni povere e sapienti della nostra cucina che ormai sono nella storia. Fra panini con sottolii e acciughe sotto sale tutto fatto in casa, prosciutto stagionato di 26 mesi, magari con verdure grigliate e limone, oppure con il minestrone genovese, un altro street food dei tempi antichi».

    «La cucina di strada è una meravigliosa risposta alle esigenze di oggi – continua Avanzino – non tanto per le ridotte tempistiche, che comunque nel cibo di strada sono soddisfatte, ma per la composizione dei cibi stessi, ingredienti pregiati e molto costosi che raramente la cucina ligure utilizza, essendo sapientemente basata su ingredienti quasi di scarto, o comunque decisamente poveri, per costruire piatti speciali.
    Pensiamo alla cima. Una parte di manzo, la pancia, che serve a ben poco, unita a frattaglie, bietole dell’orto, qualche uovo. Eppure, una delizia solo ligure. Ancora, i pansotti, il mio piatto preferito: espressione massima, se fatti bene, della genovesità. Pochi ingredienti, poco condimento, anche quello povero, perché ricordiamoci che un albero di noce vicino a casa c’era quasi sempre. Lo stesso discorso si può fare con i ravioli con il tocco, con il minestrone genovese, così denso da essere tirato su con il pane, e così via.
    Un altro piatto della nostra cucina geniale e modernissimo, genuinamente moderno, sono le torte di verdura, un vero piatto nobile che oggi può essere inserito fra i “cibi metabolici” cioè quei cibi che più si avvicinano alla nostra alimentazione storica e ci aiutano a difendere la salute.
    D’altra parte, quando si dice noi siamo quello che mangiamo si dice una cosa ovvia: il nostro stomaco assume da migliaia di anni lo stesso genere di cibi, e noi siamo il risultato, la risposta a questi secoli di alimentazione. Se li cambiamo, se inseriamo cibi non “antropologici” estranei al nostro patrimonio genetico, il nostro corpo si ribella e si indebolisce; questo potrebbe spiegare l’esplosione delle intolleranze alimentari nella nostra società.
    Per questo, anche per questo, noi dobbiamo difendere maggiormente un patrimonio che sta scomparendo rapidamente, ovvero i ricettari di famiglia, quei quadernetti unti e spiegazzati che le nonne lasciavano alle figlie e alle nipoti, dove era gelosamente annotata la ricetta della cima di quella famiglia, del cappon magro o del minestrone. Questi ricettari erano anche quelli che preservavano la diversità, a volte molto marcata, dei modi di cucinare la stessa cosa in zone diverse, anche non lontane, della nostra terra: rappresentano una fonte primaria di cucina e di storia che deve essere difesa e valorizzata”.

    Roberto si anima nel raccontare, segno di una passione viva e concreta: «La nostra quindi è una cucina che può essere a basso costo, può essere molto sana, ma non è sbrigativa, purtroppo o per fortuna. Per lavorare i nostri ingredienti ci vuole tempo, questo in parte può essere la spiegazione della famigerata “tipica ospitalità ligure”, quando vorremmo che il cliente pagasse senza neanche sedersi, e magari glielo lasciamo anche capire…»
    Insomma, proprio per le sue peculiarità, quella ligure è una cucina molto impegnativa e molto stancante, «mettere una fiorentina sulla brace è ben più semplice che fare una cima o un cappon magro».

    cuoco-cucinaCome si mangia nei ristoranti genovesi? «In media si mangia bene anche perché purtroppo a causa della crisi chi non era granché in gamba ormai ha chiuso; anche chi era bravo ma non organizzato purtroppo ha chiuso. Io vado spesso al ristorante, nell’entroterra ed in città, e sono un abitudinario quindi tendo a tornare dove sono stato bene; però ogni tanto voglio sperimentare, oppure vedere come è gestito un locale.
    Bisogna tener presente che a Genova, con un calcolo un po’ approssimativo, durante la settimana fra tutti si dividono un migliaio di coperti; pochi, decisamente pochi, eppure chi va avanti conta su questi, perché i coperti del week end non possono bastare. Un bravo ristoratore, oltre ad offrire una buona cucina, deve anche essere un conoscitore dei prodotti che utilizza, ed utilizzare quelli che conosce; saper far ruotare le scorte in modo che durante tutta la settimana sappia offrire pasti con varietà senza mai far percepire al cliente che sta mangiando degli avanzi, anzi è durante la settimana che deve fidelizzare il cliente, offrendo un servizio più meditato e tranquillo, facendo sì che il cliente torni. Quando un ristoratore può contare su una quarantina (più o meno) di persone che in settimana ruotano intorno al locale è riuscito nel suo lavoro».

    Ai suoi allievi Roberto ricorda  sempre che il talento è indispensabile, ma in cucina non basta: «la cucina è sacrificio e fatica, sempre e comunque, quindi al netto delle comparsate in tivù, devono sapere di aver scelto una carriera dura che, certo, può dare molte soddisfazioni se si ha questa passione. Ma che costa molta, molta fatica e molte rinunce».

    E per vedere se Roberto è riuscito nel suo intento abbiamo incontrato un alunno proprio del Marco Polo, Tommaso Berti, che ha 17 anni, e ha scelto questa scuola, ci racconta, «perché ho la passione per la cucina da sempre, nella mia famiglia tutti me ne hanno passato un pezzetto: ho aiutato fin da piccolo mia mamma a fare i dolci, lei è brava e mio papà golosissimo, quindi ne facevamo parecchi; poi i miei nonni avevano una friggitoria di quelle tradizionali, li guardavo preparare il baccalà fritto, le panissette, la pasqualina e pensavo che avrei voluto cucinare anch’io. Dopo mio padre mi ha insegnato ad accendere il fuoco e a fare la cucina da campo nei boy scout, ed anche quello mi ha coinvolto e mi piaceva farlo; quindi, quando è stato il momento, la scelta è stata proprio la mia, senza nessuna pressione da parte della famiglia».
    Ebbene sì, l’Avanzino insegnante sembra essere riuscito a fare passare il messaggio, perché il ragazzo aggiunge: «il Marco Polo è una buona scuola e i più bravi dopo il diploma trovano lavoro, ma io vorrei ancora fare l’Università per migliorarmi: so di aver scelto l’ambito più difficile perché vorrei fare il cuoco, ma so benissimo che quello che si vede in tivù è spettacolo, nella realtà ci vuole tanto sacrificio e tanta esperienza. Ma io spero di farcela».

    E come lui sperano di farcela tutti i ragazzi che in questi anni stanno rendendo affollate le classi dei vari Istituti per i servizi alberghieri, ormai secondi solo all’inevitabile liceo scientifico; nelle scelte di indirizzo, i due terzi preferiscono la cucina rispetto ai servizi di sala, confermando la potenza dell “effetto Masterchef “, ma anche degli altri programmi, e sono davvero tanti, dove il cuoco è una vera rockstar, che si può permettere di essere scompigliato, bizzoso e al limite anche un po’ maleducato.

    cuochi-cucinaPer concludere ascoltiamo anche chi nella ristorazione a Genova lavora da una ventina d’anni: Enrico Reboscio ne è un rappresentante poliedrico e per ciò forse un po’ anomalo, attratto anche da nuove e diverse sfide (DotVocal srl, un’ azienda che progetta e realizza applicazioni vocali, anche per chi può interagire con un computer esclusivamente tramite la voce : ma questa è, come si dice, un’altra storia).

    Quale è l’ errore che secondo te si commette più spesso nella ristorazione ligure, e in quella genovese in particolare?

    «Dico subito che c’è molta confusione sotto il sole, nel senso che si vuol fare innovazione, e questo sarebbe anche giusto, ma senza una conoscenza approfondita della nostra storia, della tradizione: questo porta molti cuochi a ricercare il piatto che stupisce, inaspettato, ma senza vere basi resta un “coup de theatre” fine a sé stesso, e si sgonfia subito».

    Pensi che a Genova sia più facile mangiare bene o mangiare male, per un cliente che va a naso ma è comunque disposto ad esplorare?

    «A Genova si può mangiare bene, ed anche molto bene, se si spende un po’, diciamo dai 40 euro in sù. Sotto, se stiamo sui 32- 35 euro è molto facile rimanere delusi.
    Purtroppo è così, il prezzo in questo caso è una discriminante, a buon mercato c’è molto poco e ci si deve rivolgere magari ad un tipo di cucina diversa. Io stesso sono un esplorativo, perché dopo essere stato in sala per molti anni, adesso curo dal punto di vista amministrativo un ristorante, dove si fa antica cucina genovese e siamo gli unici fuori dal comune di Siena in grado di offrire carni senesi di alta qualità del consorzio agricolo.
    Personalmente gestisco un altro tipo di locale, un pub e ristorante in stile Est Europa: per questi motivi adesso ho tempo e modo di girare per ristoranti, anche perché sono appassionato di gastronomia, e ti posso assicurare che purtroppo non è facile mangiare bene sotto questo limite di prezzo.
    D’altra parte, se un titolare (che sia anche chef o no, poco importa) acquista merce di prima qualità, utilizza personale regolarmente assunto e formato, ben difficilmente può stare sotto questa cifra. Certo, se il lavapiatti è un extracomunitario che pago in nero, il cameriere uno studente che lavora due sere alla settimana pagato con un voucher, la spesa la faccio tutta dal grossista, beh, allora qualcosa di meno si può far pagare».

    Tu quali difficoltà hai trovato quando hai iniziato a fare questo mestiere? E un giovane quali difficoltà potrebbe trovare per emergere, oggi, in Liguria?

    «Io ho iniziato come imprenditore, in proprio: le difficoltà maggiori sono state quelle burocratiche, una vera e propria giungla dove rischi di perderti e che rappresentano un grandissimo sperpero di tempo, denaro ed energia. Purtroppo queste pastoie sono aumentate di anno in anno, quindi chi inizia si trova a dover affrontare le stesse che ho incontrato io vent’anni fa e quelle nuove, che a dispetto della semplificazione ogni anno spuntano come funghi e non sono mai state coordinate o sfoltite. Se invece parliamo di un ragazzo che va come dipendente in un locale, la cosa peggiore è capitare dove il livello di preparazione non è adeguato, oppure c’è ma il giovane viene solo sfruttato per lavorare frettolosamente senza darsi il tempo di insegnare, di trasmettere le conoscenze e l’esperienza indispensabili per la carriera, per magari proporsi altrove, anche in un’altra città . Di essere bloccato, insomma».

    Gli istituti alberghieri registrano ogni anno un boom di iscrizioni, nonostante la crisi che potrebbe far ripiegare su lavori più “sicuri”. Invece, tutti pensano che in questo ambito ci siano prospettive, ed in effetti è così. Però gli insegnanti lamentano che tutti vogliono diventare chef, trascurando altre specializzazioni, come il maitre o il cameriere.

    «Guarda, io  cucinavo solo certi piatti di carne, preparavo il menu, ma il mio lavoro principale era stare in sala, accogliere i clienti: per questo so di che cosa parlo. E dico che, a parte che le passioni non si discutono, se un ragazzo volesse diventare maitre sceglierebbe un lavoro veramente importante, fondamentale direi: accogliere le persone che entrano nel locale, farle accomodare mettendole a loro agio, scambiare due chiacchiere di benvenuto e poi cercare di capire cosa vorrebbero assaggiare, come vorrebbero stare da te è una cosa che rasenta la filosofia, non esagero. Ti mette in contatto con bisogni profondissimi dell’animo, quello dell’accudimento, quello di sfamarsi; è quasi uno spirito materno che ti mette in grado di comprendere i bisogni del cliente e cercare di soddisfarli».

     

    Bruna Taravello

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  • Liquore al basilico, la ricetta per preparare un ottimo digestivo

    Liquore al basilico, la ricetta per preparare un ottimo digestivo

    Liquore al basilicoIngredienti (Dose per un litro di liquore)

    50/100 foglie di basilico, mezzo litro di alcool da liquori mezzo litro di acqua, 500 gr di zucchero

    Prendete le foglie di basilico (non lavatele per evitare che perdano il profumo e si anneriscano) e mettetele in una bottiglia; aggiungete l’alcool, chiudete e fatele macerare per una decina di giorni agitando e capovolgendo la bottiglia spesse volte.

    Passati i dieci giorni, mettete a bollire mezzo litro d’acqua con lo zucchero e mescolate; spegnete appena lo zucchero si è sciolto.

    Fate raffreddare questo sciroppo quindi unitelo all’alcool, mescolatelo e filtrate il tutto passandolo in un’altra bottiglia.

    Chiudete ermeticamente e lasciatelo riposare in luogo buio e fresco per 20 giorni, dopo i quali potrete gustare il liquore.

  • Cibo e agricoltura a km zero: Pino Petruzzelli ai Giardini Luzzati

    Cibo e agricoltura a km zero: Pino Petruzzelli ai Giardini Luzzati

    pino-petruzzelliSono sempre più numerose le esperienze di agricoltura sostenibile, biologica e di rinnovamento: singoli contadini o aziende agricole fanno scelte di questo tipo per garantire prodotti di maggiore qualità e distribuiti su distanze ravvicinate, nella logica del km zero.

    A questo tema è dedicato un incontro a cura di Aiab, l’associazione ligure dei produttori biologici, che giovedì 13 giugno (ore 19.30) è ospite ai Giardini Luzzati per la tavola rotonda Ricominciamo dal km0: un’altra idea di progresso.

    Sarà presente l’attore Pino Petruzzelli, che ha portato a teatro uno spettacolo intitolato proprio Chilometro zero.

    A seguire aperitivo vegan za cura del Collettivo Babette e concerto live di Matteo Castellano.

    (vuoi sapere cos’altro si può fare e vedere oggi a Genova e dintorni? Consulta l’agenda eventi di Era Superba)

  • Food revolution day ai Giardini Luzzati

    Food revolution day ai Giardini Luzzati

    giardini-luzzatiOgni anno il noto chef Jamie Oliver propone a maggio il Food Revolution Day: una giornata dedicata alla consapevolezza su ciò che si mangia e alla sensibilizzazione verso uno stile di vita più sano.

    In tutto il mondo vengono organizzati eventi e iniziative che hanno lo scopo di promuovere questi valori: a Genova il Food Revolution Day è ospitato ai Giardini Luzzati ed è organizzato in collaborazione con Collettivo Babette, AIAB Liguria e La Formica.

    Il programma del Luzzati Food Revolution (venerdì 31 maggio, dalle ore 17) prevede:

    ore 17, proiezione del film di animazione “Piovono Polpette” e biomerenda con budino, torta, bevanda (3 €)

    Ore 19: incontro pubblico sul tema Alle prese col cibo, tutto tranne quello che c’è al supermercato!

    Ore 20: cena bio-veg (prenotazioni a collettivobabette@gmail.com / sms 345 6203952).

    Ore 21: Paolo Bonfanti Duo in concerto.

    (vuoi sapere cos’altro si può fare e vedere oggi a Genova e dintorni? Consulta l’agenda eventi di Era Superba)

  • Ricette vegan e alimentazione corretta: il blog di Nicole Provenzali

    Ricette vegan e alimentazione corretta: il blog di Nicole Provenzali

    cucina vegDa sabato 16 a domenica 24 marzo 2013 torna la Settimana per la Prevenzione Oncologica: una settimana alla riscoperta della sana alimentazione, che è ritenuta uno dei fattori principali di prevenzione di malattie come il cancro.

    Gli eventi a Genova si svolgeranno sabato 23 e domenica 24 marzo a Palazzo Ducale e nel palazzo della Regione Liguria (qui il programma) e una degli ospiti principali, come già avvenuto lo scorso anno, è Nicole Provenzali, che nel 2008 ha aperto il suo blog ricetteveg e nel 2012 cucina consapevole, che gestisce insieme a Marilisa Bombonato.

    Cosa dobbiamo aspettarci dal programma di eventi genovese? «Anche quest’anno, grazie all’impegno di LILT, la prevenzione e la sana alimentazione saranno il cardine delle attività e delle manifestazioni in programma. Ci troveremo nuovamente insieme per lavorare e promuovere una scelta consapevole dei nostri consumi e dei nostri stili di vita. Tanti i soggetti coinvolti, ognuno con un bagaglio di esperienze diverso».

    All’evento è stato anche abbinato un concorso fotografico, che invitava i partecipanti a immortalare la propria dispensa. «Come l’anno scorso, abbiamo deciso di rendere questa settimana speciale con un concorso che premiasse l’attenzione consapevole ai propri consumi in materia di alimentazione. Anche questa volta la risposta del pubblico ci ha regalato grande soddisfazione: sono davvero tante le persone che si fermano a riflettere sulle proprie abitudini e che cercano di migliorarsi. Per noi, la vittoria più grande».

    Non si può definire Nicole una foodblogger (anche se il termine non le dispiace), quanto piuttosto una «ricercatrice del gusto consapevole». Su Era Superba abbiamo dedicato altre volte spazio all’esperienza di blogger specializzati in ricette: ciò che caratterizza Nicole è l’attenzione a uno stile di vita sano. «La soddisfazione più grande, da quando ho aperto il blog, è aver conosciuto meglio me stessa e tante persone che, come me, vogliono migliorare. La seconda è aver imparato tantissimo grazie a questi incontri. Infine, non posso negarlo, un’altra soddisfazione enorme è veder riconosciuto il proprio impegno: molte persone ci scrivono per complimentarsi, molte per avere consigli, moltissime ci seguono con affetto e molte altre hanno deciso di cambiare stile di vita anche grazie al nostro piccolo aiuto. Genova è una città difficile, non è semplice riuscire ad accattivarsi la curiosità della persone qui. Non di primo acchito, perlomeno. Poi, però, l’idea di un nuovo modo di prendersi cura di se e delle persone a cui vogliamo bene, cominciando dalla tavola, vince. Oggi nella nostra città ci sono tante iniziative, tante avventure come la mia, tante persone che stanno puntando al buon consumo: grazie alle forze di tutti, la sana alimentazione naturale e il consumo critico stanno diventando un importante tema attuale anche per i genovesi».

    Infine, Nicole propone per Era Superba un decalogo della corretta alimentazione, in parte rivolto anche a chi non sceglie la dieta vegetariana o vegana.

    01. Impegniamoci a ridurre e differenziare i nostri rifiuti.

    02.Impegniamoci a ridurre le filiere produttive: affidiamoci a GAS, mercati e produttori locali.

    03. Impegniamoci a consumare solo prodotti di stagione.

    04.Impegniamoci a evitare il cibo confezionato e a leggere le etichette, non acquistando i prodotti che contengono ingredienti “non identificabili”: ridurremo imballaggi e ne guadagneremo in salute.

    05. Impegniamoci a evitare l’utilizzo di carta da cucina: fazzoletti e strofinacci di stoffa sono perfetti.

    06. Impegniamoci a evitare l’acquisto di acqua in bottiglia: l’acqua appartiene a tutti e “ci costa la Terra, dappertutto”. [cit. Dawn to Earth]

    07. Impegniamoci a evitare il consumo di carne e di derivati animali: per un 1 kg di carne di manzo servono mediamente 7kg di cereali e 15.000 lt di acqua, abbiamo in mano la fame degli altri.

    08. Impegniamoci a ridurre al massimo lo scarto del nostro cibo: ricicliamo, riutilizziamo e reinventiamo le nostre ricette.

    09. Impegniamoci ad autoprodurre e scambiare quello che ci serve, magari in compagnia: ne guadagneremo in qualità, risparmio, ecologia e convivialità.

    10.Impegniamoci a sperimentare un piccolo orto, anche sul nostro balcone o sul davanzale: avremo uno spazio colorato, bellissimo e… gustoso!

    Marta Traverso

  • Bambini e alimentazione: cucina bio e vegana nelle mense scolastiche?

    Bambini e alimentazione: cucina bio e vegana nelle mense scolastiche?

    scuolaRicordate il fumetto di Mafalda, che si lamentava con la madre quando le imponeva di mangiare l’odiata minestra?

    La qualità di ciò che mangiano i bambini (per chi non ha figli, basta ricordare quanto e cosa si mangiava da piccoli) è ormai diventata un tema prioritario all’interno dei progetti educativi. Che si tratti di una moda o una conseguenza della crisi, negli ultimi tempi molte persone sono sempre più attente alla provenienza, alla qualità e ai benefici per la salute dei cibi che consumano.

    Anche le scuole della nostra città vogliono seguire l’esempio di altri Comuni virtuosi d’Italia, a partire da quelli dell’Emilia Romagna, che hanno istituito con Legge Regionale lo Sportello Mense Bio. Per questa ragione lunedì scorso (18 febbraio 2013, ndr) la Commissione Welfare del Comune di Genova si è riunita – insieme all’Assessore Pino Boero e ai rappresentanti dei Municipi – per discutere la qualità del servizio mensa nelle scuole cittadine, in particolare sull’utilizzo di prodotti km zero, biologici e con attenzione alla presenza di piatti vegetariani o vegani.

    Genova ha ufficializzato l’adesione a due progetti europei: Bampé (acronimo di Bambini e Prodotti agricoli d’Eccellenza), per favorire il consumo di prodotti tipici del territorio e far capire ai bambini il concetto di filiera corta; Fruttometro, ossia dare ai bambini durante la ricreazione una merenda a base di frutta, nella razione normalmente consumata a pranzo.

    Come conciliare, tuttavia, l’educazione alimentare scolastica con quella che i bambini ricevono a casa? Denise Filippin, nutrizionista e mamma di due bambini, ha creato a questo scopo la pagina Facebook Genitori (e non solo) vegani a Genova: «La pagina è stata creata ai tempi in cui il Comune non voleva accettare la nostra richiesta di menù vegano, per trovare altri genitori solidali, ma alla fine ci siamo dovuti muovere da soli. Molte famiglie vorrebbero che i loro figli mangiassero diversamente, non per forza vegano ma più sano: alcuni genitori ci scrivono sulla pagina, ma spesso non sono di Genova. Abbiamo inoltre avuto ottima partecipazione alle cene e ai picnic che organizziamo per far socializzare i bambini vegani, che di solito si trovano ad essere gli unici a seguire questo tipo di alimentazione nella cerchia di amichetti».

    Denise ha agito in prima persona perché le sue figlie (4 e 7 anni) avessero un menu vegano nella mensa scolastica: «Le mie figlie frequentano scuole a Sestri Ponente: la piccina va a una scuola materna privata con mensa interna e devo dire che il cibo è molto curato, ma monotono. Anni fa c’erano alimenti più variegati, poi sono stati tolti dal menù. La grande va in una scuola elementare pubblica, servono ai bambini pasti veicolati da una ditta, come accade nella gran parte delle scuole genovesi, ovviamente essendo tutto precotto la qualità è inferiore. A mio parere il menù proposto è molto monotono, con pietanze che mangiano tutti i giorni, senza “osare” piatti più salutari che magari a casa non vengono preparati. Capisco che sia uno spreco se i bambini non mangiano, ma sarebbe di certo più educativo. La mia insistenza sulla monotonia deriva dal fatto che, avendo analizzato menù di altre città, sono rimasta stupita di quanti piatti proponessero alcuni Comuni, difficile che si ripetesse la stessa pietanza più di una volta per diverse settimane».

    Marta Traverso