Un progetto da 400 mila euro, per riqualificare appartamenti e spazi verdi, da assegnare in locazione a canone moderato rivolgendosi a quella fascia di popolazione che è appena sopra i requisiti Erp. L’iniziativa è cofinanziata da Regione Liguria, ma rimangono le distanze “politiche” tra Tursi e Piazza De Ferrari.
«Un intervento piuttosto sperimentale – afferma l’assessore alle Politiche della casa di Comune di Genova, Emanuela Fracassi – che permette di recuperare otto alloggi, oggi nelle disponibilità di Spim, ma che non sono stati venduti, e che quindi ritorneranno a Comune di Genova». L’inizio di un un nuovo canale di intervento che vuole riconoscere e rispondere ad un disagio sempre più impattante sulla società cittadini: «Dare risposte alla fascia reddituale che non può sostenere un affitto, ma che non ha i requisiti per entrare nelle liste Erp».
Il progetto
Spim, la società pubblica che si occupa della promozione del patrimonio immobiliare del Comune di Genova, è partner del progetto: il passaggio delle disponibilità sarà fatto attraverso delibera, forse entro questo ciclo amministrativo: «Su questo siamo cauti, ma va detto che il progetto è in fase avanzata – conferma l’assessore – e i lavori dovrebbero iniziare a concludersi nel 2018»
L’intervento sarà focalizzato inizialmente su 8 appartamenti, tra via Bologna e piazzale Pestarino, ma è previsto anche una seconda fase: «Stiamo iniziando la progettazione per un azione simile negli alloggi sociali di vico del Teatro Nazionale, dove però le caratteristiche strutturali e logistiche farebbero pensare a locazioni destinate ai giovani». Le tempistiche, in questo caso, al momento non sono quantificabili.
Distanza politica tra Comune e Regione
Questo progetto, come dicevamo, è stato cofinanziato da Regione Liguria per il 50% dell’importo: un investimento che inserito in un più ampio intervento di sostegno ai comuni liguri in materia per un importo complessivo di un milione e 300 mila euro. La cosa non basta a placare le polemiche tra enti, che sulla questione “Emergenza Casa” hanno idee e priorità politiche differenti: «Regione Liguria non ha confermato il fondo di 500 mila euro per l’Agenzia per la Casa – attacca Fracassi – scelta che la dice lunga sulle priorità politiche della giunta regionale». Recentemente però da Piazza De Ferrari sono arrivati i soldi per il fondo per la morosità incolpevole: «Si, ma erano soldi ministeriali, che Regione ha solamente “girato”».
Un ulteriore piccolo passo, quindi, per arginare quella che da qualche anno è diventata una delle principali emergenze di Genova e di tutto il paese. Sicuramente una notizia positiva; anche se un maggior coordinamento tra gli enti gioverebbe senza dubbio alla causa.
Possiamo parlare di casa, possiamo raccontare, ancora una volta, i problemi che a Genova incontrano migliaia di persone, senza ripetere il già detto? Difficile, indubbiamente, ma comunque utile. Perché la casa che non c’è, che si deve abbandonare, che non si riesce a pagare, è un dramma, non un contrattempo. Ed occorre vigilare affinché tutto il possibile sia fatto da chi ne è incaricato e perché nuove soluzioni e nuove possibilità abbiano modo di affacciarsi ed essere sperimentate. Recentemente il Comune di Genova ha licenziato il nuovo regolamento di assegnazione delle case Erp (edilizia residenziale pubblica), introducendo tra le novità il social housing: un piccolo passo, ma che va incontro ad alcune particolari situazioni.
La grande espansione abitativa
A partire dal secondo dopoguerra, il varo del piano nazionale “Ina Casa” emanato fra il 1949 ed il 1963 cambiò l’aspetto dell’Italia e, nella nostra città, in quell’arco di tempo furono rese edificabili importanti porzioni di territorio collinare attraverso il Piano Regolatore del 1959. Come sappiamo, i nuovi alloggi erano necessari per ospitare il flusso migratorio di operai in arrivo dall’entroterra e dal Sud, attratti dal lavoro offerto nelle grandi fabbriche e nei cantieri del ponente genovese.
Queste opere furono e sono tuttora duramente criticate poiché realizzate senza la contemporanea creazione (in verità spesso prevista dal progetto ma disattesa) di punti di aggregazione, locali commerciali, spazi pubblici che ne favorissero la caratterizzazione come nucleo abitativo. Negli anni successivi, l’edilizia popolare ha poi esaurito la sua spinta e le costruzioni più recenti sono state realizzate solo su base cooperativa e privata in convenzione (Quarto Alto, Sant’Eusebio o Granarolo). Per fortuna, possiamo dire adesso, sia per l’impatto ambientale che allora fu abbondantemente trascurato, sia perché negli ultimi anni il problema dell’edilizia pubblica sembra essere quello di vendere quanto già di proprietà o, al limite, riuscirne a fare la manutenzione minima necessaria.
Social housing: i primi passi
E’ su queste premesse che in Italia, e a Genova, arriva nel 2011 il social housing, preceduto dalla costituzione del Fia, Fondo Investimenti per l’Abitare, un vero e proprio Fondo d’Investimenti finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti che si propone di coniugare l’iniziativa dei privati con le finalità sociali degli enti. Se il mercato immobiliare, lasciato libero, non è in grado di andare incontro alle richieste di una gran parte della popolazione, occorre contemperare le opposte esigenze. Il fondo dovrebbe investire principalmente in quote di fondi locali (massimo 80%) sollecitando contemporaneamente la partecipazione di soggetti terzi (investitori qualificati) come banche, fondazioni, associazioni fra privati operanti nel campo dell’edilizia o del sociale. Quindi il cambio di rotta rispetto ai precedenti (e tuttora necessari, almeno in Liguria) finanziamenti a fondo perduto è evidente: qui si tratta di investimenti in grado di attrarre l’iniziativa dei privati poiché possonogenerare utile innescando, si spera, un circolo virtuoso.
Alla base del progetto c’è l’esigenza di rispondere alla nuova richiesta di abitazioni da parte di soggetti che non rientrano nei parametri dell’assistenza sociale, ma che, per vari motivi (lavori con contratto a termine, separazione coniugale, giovani coppie e immigrati a basso reddito) non riescono ad ottenere una locazione o comunque non riuscirebbero a sostenerla, se basata unicamente sulla legge del libero mercato. Per questa fascia di utenza, denominata “fascia grigia” e potenzialmente molto estesa, è stata anche istituita l’Agenzia Sociale per la Casa, una vera e propria agenzia immobiliare gestita dal Comune per far incontrare chi cerca casa e chi decide di metterla a disposizione.
Il 4 agosto scorso, la giunta Doria ha comunicato l’approvazione della proposta dell’assessore allePolitiche della casa, Emanuela Fracassi, e dell’assessore alle Manutenzioni, Gianni Crivelloper i progetti definitivi per gli interventi di manutenzione straordinaria ad alloggi Erp (Edilizia residenziale pubblica) sfitti e in disuso in varie zone della città. «A questo si aggiungono 70 alloggi a Begato – sottolinea l’assessore Fracassi – abbiamo lavorato bene, mi permetta di dirlo, perché lo Stato mette a disposizione questi finanziamenti solo su progetti molto specifici, dove la capacità di spesa sia minuziosamente dettagliata e quantificata. Sia chiaro, so benissimo che, se non è una goccia nel mare, è comunque solo una piccola parte di quanto occorre per aiutare le persone che hanno bisogni molto concreti: le liste di attesa sono sempre molto lunghe, e non aumentano non perché non ci sia necessità di alloggio ma solo per una sorta di disaffezione che scoraggia le persone dalrivolgersi all’ente pubblico. Stiamo cercando di facilitarne l’accesso con la possibilità di istituire delle coabitazioni fra persone che, non appartenenti allo stesso nucleo familiare ma con fragilità simili, si uniscano per dividersi il disbrigo della gestione domestica, il canone di affitto e le altre spese fisse. Questo ovviamente deve essere fatto in costante coordinamento con i servizi socio sanitari del territorio che meglio conoscono la situazione».
A fare da contraltare, il peggioramento della situazione economico-finanziaria di Arte (l’azienda regionale territoriale per l’edilizia)«che ha dovuto sobbarcarsi il carico degli immobili precedentemente delle Asl, mutui compresi – puntualizza l’assessore – ma le case di proprietà del Comune di Genova ce le teniamo strette, facendo solo vendite indispensabili, cercando di ottimizzare al massimo. Nonpossiamo pensare però che questa sia l’unica risposta al fabbisogno abitativo, specialmente se consideriamo le nuove emergenze che vanno a sommarsi alle precedenti: il social housing potrebbe essere qualcosa di più dinamico e rispondere meglio ai bisogni che, talvolta, facciamo fatica anche ad intercettare. Per questo abbiamo lavori in corso per una cinquantina di nuovi alloggi nella zona di via Maritano, dove abbiamo costruito sul già costruito: nel 2012 Spim (società del Comune per la gestione del patrimonio immobiliare, ndr) aveva abbattuto un vecchio edificio, e noi oltre alle abitazioni realizzeremo anche un parco pubblico, delle infrastrutture ecologiche e dei parcheggi. Questi appartamenti avranno un affitto certamente superiore a quello dell’edilizia pubblica, anche questo sarà calcolato in base all’Isee che non dovrà essere maggiore del doppio di quello necessario per accedere all’Erp. Le persone interessate dovranno rivolgersi all’Agenzia sociale per la Casa, che è il tramite istituzionale anche per chi fosse interessato ad affittare la propria abitazione ad un canone moderato».
Tuttavia, lo stesso assessore ammette che «finora questa iniziativa non è stata un successo, abbiamo assegnato alcune case a genitori separati e poco altro. Addirittura avevamo più case che richieste: prima pensavo che non fosse adeguatamente pubblicizzata, abbiamo contattato le associazioni dei genitori separati e i servizi sociali, ma alla fine la sensazione è stata che ci fosse più una lamentela generalizzata che non la reale esigenza da soddisfare. Ora mi chiedo se non è proprio che non piace agli inquilini, la reputano poco conveniente o forse troppo limitata e preferiscono aspettare un alloggio Erp, se ne hanno i titoli, o rivolgersi al privato».
Una domanda specifica all’assessore però non possiamo non farla: questa giunta sta finendo il suo mandato, lei rispetto agli impegni che si era ripromessa, come si posiziona? «Bella domanda…ho ancora parecchio lavoro da fare, ci siamo mossi, ecco, ci siamo mossi in una situazione molto difficile, abbiamo usato tutti gli strumenti che avevamo a disposizione per ottenere qualcosa. Abbiamo vissuto una fase molto critica con Arte, loro hanno deciso di vendere molta parte del patrimonio immobiliare ma alla fine il bilancio non è negativo, anche se prima del termine del mandato la mia sfida è realizzare qualcosa di concreto nell’ambito del co-housing, progetto in cui credo molto e che stiamo provando a concretizzare, con l’aiuto di tutti, associazioni di privati, singoli cittadini, enti».
Le difficoltà dei Servizi sociali
A proposito di co-housing, ad aiutare la diffusione nella nostra regione di politiche virtuose sul tema dell’abitare nel 2012 è nata l’associazione Ge-Coh che cerca di coniugare in chiave locale le esperienze positive nate nei paesi del nord Europa. Uno dei settori di intervento, come ci spiega Elisa Lidonnici, membro esterno della Commissione Welfare che ha lo scopo di coordinare i lavori delle varie commissioni sul tema delle Politiche sociali, e collaboratrice della Regione Liguria per le politiche socio sanitarie riguardanti anziani e disabili, è quello dei «genitori anziani – figli con disabilità, per creare una rete che tranquillizzi i genitori che vivono costantemente con il pensiero del dopo. I Servizi sociali, però, sono sempre oberati e la politica taglia sempre di più i fondi a loro destinati: ci troviamo sempre a gestire l’emergenza, ma dare alle persone in difficoltà una casa in cui non essere abbandonati a sé stessi è un progresso enorme sulla strada del recupero». Ed esiste già qualche esempio positivo a Genova. «Mi viene in mente, ad esempio, vico Biscotti – prosegue Lidonnici– dove è stato realizzato una sorta di hotel sociale, con badante in comune, custode, o altri (pochi) casi in cui si sono portati a coabitare degli over-65 con fragilità sociali diverse e che riescono a gestirsi come da soli non saprebbero fare. Per ora si stanno concretizzando due gruppi di lavoro:uno finalizzato a creare una cohousing di tipo agricolo-rurale, dove scambiarsi esperienze e capacità di lavoro agricolo mentre si porta avanti la stessa cascina e si condivide la stessa terra, recuperando tra l’altro territori abbandonati e improduttivi, l’altro in contesto urbano, anche se la difficoltà di trovare gli alloggi adatti è notevole, in quanto occorrono o grandi appartamenti, normalmente non presenti nel patrimonio pubblico, oppure bisogna ristrutturare edifici precedentemente adibiti ad altro, ma anche qui con un impegno per stanziare fondi e reperire risorse che non è facile in questo momento».
«Mi fa piacere sentire che l’assessore Fracassi si proponga il cohousing come sfida – prosegue la presidente dell’Associazione Ge-Coh, Paola Balbi – noi stiamo lavorando ad alcune opportunità che si sono prospettate, ma essendo quella del co-housing una prospettiva del tutto inedita manca proprio uno schema normativo per risolvere anche questioni molto pratiche, magari piccole ma che, sommate tutte insieme, ne rendono complicata la realizzazione concreta. Siamo dei volontari, in sostanza, e un sostegno occorre: non solo finanziario, quello si può anche ottenere, ma ci vogliono normative specifiche».
La mancanza dei fondi pubblici e le convergenze con i privati
Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della casa ed housing sociale della giunta Vincenzi, invece dei fondi che mancano ne parla chiaramente, ricordando che Arte in questi ultimi due anni si è concentrata a vendere una consistente porzione del proprio patrimonio immobiliare per poter far fronte ai meri costi di gestione degli immobili, limitandosi a ristrutturare gli appartamenti che via via si rendevano liberi. Se un appartamento ha bisogno di lavori più costosi, o si pensa possa essere appetibile sul mercato, spesso viene messo in vendita, ci conferma. Nei confronti del progetto di far eseguire piccoli lavori all’inquilino, è piuttosto perplesso: «Il 20-25% degli affittuari di edilizia popolare ha il problema di riuscire a pagare persino il costo base di una casa,bollette, piccole spese – sottolinea – figuriamoci se riescono a pagarne la ristrutturazione, pur se finanziata in qualche modo, o restituita attraverso lo sconto sul canone. Sia chiaro, questa è una mia valutazione personale, ma ci sono anche queste situazioni»
Poi aggiunge: «Riguardo al social housing vero e proprio, quello per il quale sarebbe interessata la cosiddetta “fascia grigia” che, lasciatemelo dire, è davvero una definizione infelice, vi posso dire che si tratta di un progetto molto interessante, che coinvolge privati e pubblico e che dobbiamo portare avanti con decisione. Un privato infatti può avere convenienza perchè se deve ristrutturare una porzione ampia dello stabile, o anche singoli appartamenti ma non ha la liquidità necessaria può accettare di affittare per un minimo di 15 anni a canone moderato, ottiene una contribuzione da parte dell’ente che arriva fino al 40% del costo dell’alloggio; maggiore il numero di anni per cui mette a disposizione l’immobile, maggiore è il contributo».
Questo, unito agli altri incentivi fiscali di cui godono le ristrutturazioni e a una parziale detassazione fa sì che lo strumento del social housing possa diventare facilmente appetibili per i privati proprietari di immobili sfitti.
Le risposte della Regione Liguria
Il percorso del social housing è visto di buon occhio anche dalla Regione Liguria e dalla giunta Toti. E’ dell’8 agosto la delibera con cui vengono stanziati 1,83 milioni di euro per 10 progetti di social housing aperti a tutti i Comuni liguri. Quasi contemporaneamente, la Regione però batte cassa presso il Comune di Genova che dovrebbe ad Arte 5 milioni di euro per la cattiva gestione delle morosità e dei mancati controlli anche nei confronti degli inquilini che avrebbero potuto pagare. Qui, però, si innesta una turbinoso scontro sulle responsabilità tra istituzioni presenti e passate, anche a prescindere dal colore politico. E qui, preferiamo fermarci, almeno per il momento, evitando di dare visibilità a scambi di accuse, pretese di correttezza ed esibizioni di colpevoli utili solo a cercare consenso politico e trarre compensi: perché quelli vengono via con poco, mentre chi sta lavorando davvero per concretizzare grandi sogni attraverso piccoli progetti, lì resta, ostinato e consapevole che, anche oggi, avrà ragione domani.
I muri di Genova parlano spesso parole di buon senso. Troppa gente senza casa, troppe case senza gente, è una sintesi assai densa di un’inchiesta sull’emergenza abitativa nella nostra città, pubblicata lo scorso anno su questa testata. I numeri parlano chiaro: a fronte di migliaia di richieste inevase, le istituzioni liguri riescono a garantire un alloggio a poco più di un centinaio di nuove famiglie all’anno.
Le ragioni, si dice, sono innumerevoli e complesse: crisi economica, graduatorie intasate, asfissianti requisiti, bandi mal pensati e peggio scritti, scarsità di alloggi, appartamenti in pessimo stato, fondi insufficienti, inquilini morosi, occupanti (illegali!). La verità è invece piuttosto banale. La politica non intende investire denaro pubblico per dare soddisfazione a un diritto fondamentale, ovvero il diritto a vivere con un tetto sulla testa.
Non mi pare sia questo il contesto per enumerare le fonti normative (dalle dichiarazioni internazionali sui diritti umani alla tanto invocata Carta costituzionale, scendendo poi a precipizio per leggi ordinarie, regionali, regolamenti, e via discorrendo) in cui tale diritto, nelle sue molteplici forme, è riconosciuto a tutti e ognuno di noi, allorquando ci trovassimo in una situazione di indigenza, con un reddito minimo o inesistente, incapaci di provvedere al pagamento di un affitto a prezzi di mercato. Si tratta di solidarietà, cooperazione, condivisione di risorse.
Fuori c’è il mondo reale. Quello in cui la politica non stanzia fondi sufficienti per affrontare l’emergenza abitativa. Non mi è dato sapere il perché. Immagino concause, forse monocolore. In quest’epoca in cui tutto è efficienza, un settore pubblico in perdita non è tollerabile. Soprattutto un settore che non costituisce un immediato bacino di voti, e che rischia di essere divorato dalla narrazione corrosiva dei media. Si odono voci dalla Regione Liguria, che vorrebbero vedere sanati i bilanci di A.R.T.E. (l’agenzia regionale che si occupa di edilizia pubblica). Dunque tagli e svendita del patrimonio immobiliare. E’ una logica liberista, una logica per cui il pubblico dovrebbe porsi gli stessi obiettivi del privato, ovvero il profitto. Dimenticando che il pubblico siamo noi, con le nostre tasse, versate per contribuire al benessere collettivo e la mutua assistenza, per garantirci servizi di eccellenza, dalla scuola alla sanità, sino alla casa, qualora ve ne fosse bisogno. E, dunque, ben venga un deficit di bilancio, se quel deficit ha consentito di rispondere alle nostre esigenze, alle esigenze di noi tutti, non solo di alcuni.
Mi capita, frequentando le aule di tribunale, di partecipare quale avvocato alla celebrazione di processi per occupazione (rectius, invasione di terreni o edifici, art. 633 del codice penale). Si tratta di un reato che prevede una pena sino a due anni di reclusione. Imputate, più spesso di quanto si creda, persone in attesa di una sistemazione, regolarmente in graduatoria, o comunque in possesso dei requisiti previsti dalla normativa. Persone prive di reddito, sfrattate dal precedente alloggio poiché incapaci di provvedere all’affitto. Persone che piuttosto che vivere in strada, hanno deciso di occupare un appartamento di edilizia pubblica. Un appartamento vuoto, e se occorre specificarlo, astrattamente destinato a loro. Una di quelle centinaia (migliaia?) di case vuote che per l’inerzia della politica vuote rimangono.
E mi capita altresì, nelle medesime aule di tribunale, di ascoltare strali sulla legalità, da persone che forse non sanno che detta parola (tanto abusata quanto male intesa) è vuota essa stessa, priva di contenuto, se non la si infarcisce di una vivificante iniezione di giustizia. Perché legalità significa aderenza alla regola. Niente di più. E qual è la regola? La regola è che non si può fare abusivamente ingresso e permanere in un immobile altrui. Ma, suggerisco, la norma, più ampiamente intesa, non vorrebbe altresì che gli aventi diritto ad un alloggio vedessero garantito tale diritto? E’ una legalità viscida quella invocata, prona all’affannosa ricerca di capri espiatori a buon mercato, a quella narrazione per la quale i poveri sono sempre colpevoli (migranti e rom, in particolare).
E, ancora, mi è capitato, sempre in un’aula di giustizia, di sentir rimproverare l’imputato di turno, un anziano che non potendo aspettare per strada che la politica si decidesse a finanziare il settore abitativo, ha pensato bene di occupare una casa vuota, un appartamento fatiscente, con mura scrostate, infissi venati di spifferi, senza riscaldamento, senza luce, acqua e gas.
Perché questo è un altro capitolo della guerra ai poveri che combattiamo in questo Paese. Con l’art. 5 del Piano Casa (2014) il governo Renzi ha chiarito che chi occupa non ha diritto alla luce, al gas, all’acqua. “Gli atti – recita la norma – aventi ad oggetto l’allacciamento dei servizi di energia elettrica, di gas, di servizi idrici e della telefonia fissa, nelle forme della stipulazione, della volturazione, del rinnovo, sono nulli, e pertanto non possono essere stipulati o comunque adottati, qualora non riportino i dati identificativi del richiedente e il titolo che attesti la proprietà, il regolare possesso o la regolare detenzione dell’unità immobiliare in favore della quale si richiede l’allacciamento”. In altre parole, ci è negato di ottenere l’erogazione di un servizio pubblico ed essenziale, se non abbiamo titolo legale per abitare un immobile. In poche righe abbiamo abdicato, tra gli altri, al principio di solidarietà. Ogni giorno, dall’entrata in vigore del Piano Casa, costringiamo migliaia di persone a vivere al freddo, con un fornello da campo per cucinarsi cena, e le bottiglie d’acqua per lavarsi. Tutto questo, ça va sans dire, è legale.
All’occupante rimproverato si contestava, in particolare, non solo di non aver titolo per rimanere nell’immobile, ma di aver sottratto quell’appartamento a qualcuno più bisognoso di lui. E’ la vittoria di una narrazione tossica che colpisce solo i deboli, che guarda il dito per non veder la luna. Perché discutere di una politica abitativa volutamente fallimentare, che ha abbandonato a se stesse le persone in stato di necessità? Il problema sono gli occupanti. I numeri, come accennavo in premesse, dimostrano il contrario. E i numeri hanno la testa dura, diceva Lenin. Ma i numeri, parrebbe, interessano a pochi.
L’emergenza casa a Genova è una piaga di cui nel recente passato ci siamo occupati approfonditamente, con una lunga inchiesta divisa in tre parti (parte 1, parte 2, parte 3) e pubblicata integralmente sul numero 59 della nostra rivista. L’ultimo caso di cronaca, il tragico suicidio di Sestri Ponente nel giorno dell’esecuzione dello sfratto, ha infiammato le pagine dei quotidiani e riportato al centro dell’attenzione dei più un male endemico che riguarda non solo Genova ma tutta la penisola.
Nei primi sei mesi del 2014 gli sfratti negli alloggi popolari genovesi sono stati 815, di cui 492 eseguiti e i restanti in via di esecuzione. E, a fronte di 3088 domande pervenute per l’ultimo bando di Edilizia Residenziale Pubblica, il Comune ad oggi ha assegnato 187 abitazioni. Bastano questi dati a rendere l’idea delle proporzioni del problema casa e dell’incapacità della pubblica amministrazione di affrontare ed estirpare la piaga con le proprie forze.
L’ultimo tentativo di palazzo Tursi per contrastare il dilagare del fenomeno è il Fondo per la Morosità Incolpevole avviato tramite l’Agenzia Sociale per la Casa. Si tratta di circa 671 mila euro provenienti da un Fondo nazionale creato ad hoc che garantiranno a persone che non hanno la possibilità di provvedere al pagamento di un affitto contributi fino ad 8000 euro da utilizzare per permettere la stipula di un nuovo contratto concordato o come pagamento parziale delle morosità per differire lo sfratto.
Il Fondo tiene conto dei criteri per l’accesso ai contributi stabiliti dal decreto ministeriale (contratto di locazione regolare, ISE non superiore a 35mila euro, ISEE non superiore a 26mila) che definisce la morosità incolpevole come “la situazione di sopravvenuta impossibilità a provvedere al pagamento del canone locativo a ragione della perdita o consistente riduzione della capacità reddituale del nucleo familiare”.
Per maggiori informazioni contattare l’Agenzia Sociale per la Casa, c’è tempo per presentare domanda sino al 31 ottobre.
Difficile capire come, di fronte a cifre di tale portata, l’assessore alle Politiche della casa del Comune di Genova, Paola Dameri, possa ritenere «positivo» il bilancio dell’attività svolta nell’ultimo anno di amministrazione. Nella nostra città, infatti, sono circa 4 mila le persone in lista di attesa per l’assegnazione di un alloggio pubblico, ma nel 2013 Tursi ne ha assegnati solo 240, a fronte dei 180 dell’anno precedente. E il prossimo bando arriverà a novembre, ancora con le vecchie norme perché non è arrivata la nuova legislazione regionale in merito.
«Per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica – spiega l’assessore Dameri – in quest’ultimo anno abbiamo recuperato 180 alloggi e altri 70 sono attualmente in corso di ristrutturazione per poter poi essere assegnati. In totale abbiamo investito 6 milioni e 300 mila euro, con fondi per lo più regionali. Inoltre, c’è in previsione un ulteriore investimento di 1 milione e 200 mila euro per altri 40 alloggi che dovremmo recuperare attraverso un bando regionale. L’obiettivo è quello di raggiungere, nel corso del 2014, un tasso di alloggi pubblici sfitti del 3% che può essere considerato strutturale». A livello concreto, si tratta nel brevissimo periodo di scendere da 280 alloggi sfitti (circa il 6% dell’attuale patrimonio pubblico) a 160-170.
«Certo – ammette l’assessore Dameri – è negativo avere un numero elevato di alloggi sfitti di fronte a una richiesta di case consistente. Ma, almeno per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica, il problema riguarda la disponibilità finanziaria per rimettere in sesto gli alloggi e poterli assegnare come previsto dalla legge». E in questo senso la totale latitanza dello Stato non aiuta. «Nella legge di stabilità 2012 – prosegue Dameri – si accennava a un fondo per il sostegno alle locazioni che però non è mai stato finanziato. E questa per i Comuni, in un momento di grave crisi economica, è stata una pugnalata alla schiena fortissima».
Tursi ha dunque provato a rimboccarsi le maniche e a recuperare parte dei fondi attraverso un’attenta lotta alla morosità. «Avevamo circa 700 pratiche di morosità inevase da parecchio tempo» racconta l’assessore. «Per questo è stata predisposta un’apposita task force che nei primi 9 mesi del 2013 ha recuperato 1 milione e 200 mila euro su un totale di poco inferiore ai 3 milioni. Quest’azione ha prodotto anche un positivo effetto psicologico su alcuni cittadini che si sono rivolti spontaneamente ad Arte per saldare il dovuto». Nell’opera di recupero crediti, il Comune ha distinto tra morosità colpevole e incolpevole, quella cioè di chi non paga perché non ha reale disponibilità economica. Per ragioni di «equità sociale» ci si è rivolti solo a coloro che non pagano pur avendone la possibilità, mentre per gli altri è stato utilizzato un fondo regionale di circa 300 mila euro, non sufficiente ad azzerare i debiti ma in grado almeno di ridurne l’importo. Resta ancora da affrontare lo zoccolo duro dei morosi pluriennali, una ventina di famiglie che comporta un mancato gettito alle casse comunali di circa 650 mila euro complessivi. «Su questo settore stiamo ancora approfondendo – dice Dameri – ma sembra che solo due situazioni siano seguite dai servizi sociali. La morosità cronica è assolutamente da evitare perché si fa presto a raggiungere cifre sempre più ingenti e di conseguenza insolvibili. Su cifre basse, invece, si può ricorrere a una rateizzazione del debito, tenendo anche presente che l’affitto di un alloggio di edilizia residenziale pubblica è commisurato alla capacità reddituale degli affittuari».
La piaga degli alloggi vuoti, sarebbero circa 15000 solo a Genova
Ammesso, e non concesso, che le cifre riguardanti l’edilizia residenziale pubblica possano essere ritenute accettabili, lo stesso non si può certo dire se si dà uno sguardo più complessivo alla piaga dell’emergenza abitativa. Cosa che, quantomeno a livello istituzionale, non sembra avvenire. Le stime parlano, infatti, di circa 15 mila alloggi vuoti a Genova, a fronte di un totale di alloggi costruiti in città intorno ai 220/230 mila.
«Di per sé – ci spiega Bruno Pastorino, già assessore all’housing sociale della giunta Vincenzi e attuale delegato regionale Anci per le politiche per la casa – i numeri parlerebbero addirittura di 30 mila alloggi vuoti, ma facendo un confronto con le grandi utenze realmente consumate questa cifra viene sostanzialmente dimezzata». Da quest’analisi emerge, dunque, un altro dato: ben 15 mila alloggi a Genova sono affittati “in nero”. «Al di là del problema del “nero” che in qualche modo deve essere affrontato, anche solo i 14-15 mila alloggi realmente disponibili – riprende Pastorino – sarebbero di gran lunga sufficienti a soddisfare il fabbisogno genovese che si attesta intorno ai 4 mila richiedenti. Una cifra in parte sottostimata perché, ogni anno, di fronte a un ente pubblico che non riesce sostanzialmente a venire incontro alla tua domanda, un 10-15% di cittadini rinuncia pure a spendere i 12 euro di bollo per rinnovare la richiesta perché tanto si ritroverebbe in fondo alla lista e non riceverebbe mai la casa».
Il fallimento dell’Agenzia per la casa e del canone calmierato
«Il nostro obiettivo – afferma Dameri, in una dichiarazione che ha molto di politico e troppo poco di concreto – è quello di fare in modo che nessuno resti per strada». Per questo motivo, la direzione delle Politche per la casa del Comune di Genova ha predisposto una sorta di piano emergenziale per chi si ritrova senza un tetto a causa di uno sfratto esecutivo da alloggio privato. «Abbiamo arredato 13 alloggi di proprietà pubblica, che entro l’anno dovrebbero arrivare a 20, in cui abbiamo accolto famiglie che, non avendo rete amicale o parentale a sostegno, si sarebbero ritrovate per strada. Abbiamo già seguito 47 casi, per lo più riguardanti nuclei famigliari con minori». Si tratta di un primo passo di assistenza che prosegue con l’assegnazione provvisoria di alloggio popolare, qualora vi fossero i requisiti, o con la concessione di un affitto a canone concordato. «Ci siamo dati due anni come limite temporale per risolvere definitivamente i casi da quando iniziamo a seguirli – spiega l’assessore – ma al momento siamo riusciti a sanare tutte le situazioni entro l’anno. Sul tema degli sfratti da privati ci stiamo muovendo molto sul territorio, cercando di capire se è possibile intercettare i singoli casi con il giusto anticipo, che ci consenta di intervenire in modo più efficace con il programma di emergenza abitativa».
Tra le soluzioni possibili all’emergenza abitativa ci sarebbe anche l’Agenzia per la casa che, tuttavia, per ammissione della stessa Dameri, non ha un grande seguito. Si tratta sostanzialmente dei tanto famosi affitti di alloggi privati a canone calmierato, ma la disponibilità da parte dei proprietari a “concedere” i propri immobili è risultata al momento parecchio limitata. «Tra le 4 mila domande di alloggio residenziale pubblico ci sono molti cittadini con un reddito tale da consentire il pagamento di un affitto calmierato» sostiene l’assessore. «Il problema è che l’offerta è quasi inesistente nei confronti di una domanda, invece, molto ingente. Per provare a rilanciare questa opportunità, a breve inaugureremo in via Balbi una sorta di sportello–agenzia immobiliare proprio per gli affitti privati calmierati».
Le occupazioni abusive e l’appello dell’assessore
In questo quadro già di per sé piuttosto tragico, resta ancora da affrontare il delicato tema delle occupazioni. «Per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica – afferma Dameri – nell’ultimo anno sono state esaminate 120 pratiche ed eseguiti 40 sgomberi, solo nei casi in cui non vi fossero soggetti fragili (anziani, bambini, disabili). Ma in molti casi è socialmente difficile poter intervenire». L’assessore, poi, si aggrappa alla stampa per lanciare un appello: «Vorrei ricordare a tutte le famiglie che l’occupazione abusiva di un alloggio pubblico è un reato perseguibile d’ufficio. La questura, su nostra indicazione, sta lavorando molto per intercettare tutte le persone che utilizzano questo strumento illegale anche attraverso il consiglio e l’aiuto di altri soggetti. Bisogna far sapere che, quando una famiglia occupa un alloggio pubblico, viene automaticamente esclusa dalla lista di assegnazione di case comunali. Capisco che la situazione sia grave ma a quel punto noi non abbiamo più strumenti per poter intervenire in aiuto. E per me è un grande dispiacere».
Tutto vero. Ma è opportuno precisare ancora una volta che la questione riguarda solo le occupazioni di alloggi pubblici. Per quanto riguarda l’occupazione di un alloggio privato, invece, prima che si configuri un reato è necessaria la denuncia della parte lesa. E, secondo le informazioni in nostro possesso, non si verrebbe comunque esclusi dalla graduatoria per l’assegnazione di un alloggio popolare pubblico. Ma, incalzata sulla questione, l’assessore Dameri non ha saputo rispondere. Ad ogni modo, è proprio per questa sottile ma assolutamente non lieve differenza che le occupazioni che tentano di arginare in modo “artigianale” la piaga dell’emergenza casa si stanno sempre più rivolgendo verso alloggi abbandonati di proprietà private. Esattamente come accaduto nella storia raccontata qualche tempo fa di Simone e sua mamma Barbara che, dopo essere stati sfrattati dal loro alloggio di Certosa, hanno occupano un’abitazione delle Opere Pie in piazza Cernaia, anche grazie al sostegno dello Sportello per il diritto alla casa.
«Sull’emergenza casa – chiosa Bruno Pastorino – esiste un deficit di rappresentanza da parte delle istituzioni. E di fronte a una rete pubblica che non è in grado di recuperarti, se non riesci a stare dentro al mercato risulti automaticamente espulso. Gli unici che sembrano veramente interessarsi a questi bisogni sono i movimenti per la casa che stanno nascendo in molte città italiane, Genova compresa, anche se sono ancora un po’ deboli rispetto a quanto succede in altri Stati come Francia, Spagna, Portogallo e persino Israele. Il loro obiettivo dovrebbe essere quello di diventare più larghi e inclusivi possibili e soprattutto di intrecciare fattive collaborazioni tra le diverse realtà esistenti sul campo».
Mentre Governo e Parlamento discutono di Imu, continua a dilagare l’emergenza casa che oggi coinvolge nuove categorie sociali, improvvisamente private del reddito da lavoro. È uno dei tanti paradossi italiani: migliaia di famiglie non riescono a pagare l’affitto e, nell’indifferenza generale, finiscono in mezzo alla strada. Come accade ogni anno, i dati forniti dal Ministero dell’Interno certificano uno stillicidio senza fine: in Italia, nel 2012, gli sfratti eseguiti per morosità sono stati oltre 60 mila (sul totale di quasi 68 mila).
«È incredibile, soltanto nel nostro Paese non c’è attenzione politica nei confronti di questo tema – denuncia Stefano Salvetti del Sicet Genova (Sindacato Inquilini Casa e Territorio) – è una questione soprattutto psicologica: tutta la classe dirigente italiana, in maniera trasversale, appartiene alla lobby dei proprietari. Eppure, in Italia ci sono 4 milioni di famiglie in locazione. E gli alloggi pubblici sono appena 700 mila. Basta guardare i numeri dei nostri vicini europei per rendersi conto che qualcosa non torna».
Per quanto riguarda Genova, nel 2012, gli sfratti eseguiti per morosità sono stati 945, ai quali si aggiungono i 343 del resto della Provincia per un totale di 1288, ovvero il 90 % del totale degli sfratti (1436, di cui 148 finite locazioni). Ma le richieste di sfratto, nell’intera Liguria, hanno sfiorato quota 2500 (2006 quelli diventati esecutivi).
«Bisogna considerare, però, che alcune persone decidono spontaneamente di uscire dall’abitazione, onde evitare di far subire il trauma dello sfratto ai loro figli– racconta Salvetti – quindi l’esecuzione non la subiscono perché si allontanano prima che l’ufficiale giudiziario bussi alla porta. Anche la vergogna gioca la sua parte. Gli sfratti “sommersi” sono in aumento e sfuggono alle rilevazioni statistiche».
Nel 2013 la situazione non sembra migliore, anzi «Prevediamo una stima ancora più alta – continua Salvetti – ogni giorno nei nostri uffici passa un’elevata percentuale di nuclei familiari colpiti soprattutto dalla perdita del lavoro. Categorie sociali che, prima d’ora, non vedevo frequentemente: muratori e badanti (italiani e non), ex impiegati in uffici e studi di professionisti, ex commercianti costretti a chiudere bottega, ecc. Un mondo variegato e completamente abbandonato a se stesso». I numeri dell’emergenza, secondo il Sicet, rimangono sottostimati «Il vero dramma è che la maggioranza delle persone ormai neppure presenta domanda per l’assegnazione di un alloggio popolare – sottolinea Salvetti – Hanno perso la speranza. Noi, invece, li invitiamo a farlo, perché la domanda rappresenta il termometro dell’emergenza. La politica di fronte a questi numeri dovrebbe finalmente svegliarsi».
La scorsa settimana, in occasione dell’incontro con il Sindaco Marco Doria, Salvetti ha ribadito le sue proposte «Ho chiesto al primo cittadino di attivarsi con gli altri sindaci delle aree metropolitane affinché si instauri una seria interlocuzione con il Governo: è necessario riaprire il corridoio centralizzato del sostegno all’affitto che in questi anni è stato azzerato; poi occorre studiare un nuovo dispositivo di graduazione degli sfratti, in modo tale da garantire una qualche forma di tutela ai morosi».
I tempi dei servizi sociali, infatti, sono troppo lunghi «Quando si verifica un terremoto la prima risposta è quella di allestire una tendopoli – continua il rappresentante del Sicet – allo stesso modo, se vogliamo fronteggiare l’emergenza casa, iniziamo a requisire le caserme, gli edifici, tutti gli spazi pubblici che possono diventare alloggi».
I soldi per rilanciare l’edilizia residenziale pubblica (Erp) ci sono, quello che manca è la volontà politica. «Sarebbe sufficiente che la Cassa Depositi e Prestiti, invece di finanziare dei fondi immobiliari per realizzare case destinate a rimanere invendute, finanziasse le Aziende regionali territoriali per l’edilizia (ex Istituti autonomi per le case popolari), come Arte Liguria, nella realizzazione di una nuova rete di alloggi sociali – spiega Salvetti – Inoltre, man mano che si recuperano le risorse frutto dell’evasione fiscale nel mattone, bisogna reimpiegarle al fine di Erp».
Il Sicet ha sollecitato anche la Regione «Il governatore Claudio Burlando dovrebbe porsi la questione delle famiglie liguri che non riescono a pagare l’affitto – conclude Salvetti – Le Aziende regionali territoriali per l’edilizia non sono finanziate ma, nel contempo, le case popolari pagano l’Imu e non godono della detassazione per il risparmio energetico».
Insomma, non finanziamo l’Erp ma la tassiamo, eccolo l’ennesimo paradosso italiano.
Due alloggi destinati a nuclei famigliari sfrattati, in attesa di nuove soluzioni abitative, sono stati consegnati ieri a Pontedecimo, in via Coni Zugna 16. Il Comitato” Piazza Carlo Giuliani” ha reso possibile l’operazione provvedendo all’acquisto dell’arredo e al montaggio dello stesso.
“Continuano a crescere gli esecutivi di sfratto e gli enti locali in parte riescono a dare una risposta con l’edilizia residenziale pubblica – spiega Bruno Pastorino, Assessore comunale alle politiche della casa – ma la differenza tra domanda e offerta rende necessario battere anche altre strade”.
È l’avvio di un progetto di 12 alloggi complessivi, patrimonio di Palazzo Tursi, con cui il Comune prova a fronteggiare l’emergenza abitativa. Ospitalità transitorie per chi è rimasto improvvisamente senza casa, 3 mesi rinnovabili fino ad un massimo di 6.
Parliamo di famiglie che possono essere già inserite nelle graduatorie – proprio in questi giorni è uscito un nuovo bando – oppure che vivono un passaggio temporaneo in attesa di reinserirsi sul mercato privato.
“Fino a qualche tempo fa il Comune affidava queste persone a strutture alberghiere minori – spiega Bruno Pastorino, – Oggi decidiamo di intervenire con strutture di sollievo che permettono un risparmio per l’ente e sono indubbiamente più accoglienti per i destinatari”.
E sulla base di esperienze simili, ad esempio quella di Torino, anche a Genova nascerà un albergo sociale
“Lo realizzeremo presso una proprietà comunale in vico del Duca – conclude Pastorino – il progetto prevede 19 posti letto suddivisi in 9 mini alloggi”.
Presentato stamattina dall’Assessore comunale alle politiche abitative, Bruno Pastorino, un nuovo bando per l’assegnazione di alloggi popolari che si rendano disponibili nel Comune di Genova.
Un concorso finalizzato all’inserimento di nuove domande ma funzionale anche all’aggiornamento della graduatoria esistente.
“Per il momento non voglio azzardare numeri relativi agli alloggi di edilizia residenziale pubblica che riusciremo ad assegnare – spiega Pastorino – Invitiamo tutti a fare domanda e l’amministrazione cercherà di ottenere il miglior risultato possibile”.
La priorità nell’assegnazione sarà data ai soggetti sfrattati per finita locazione e in possesso di requisiti quali la presenza in famiglia di persone disabili, di anziani con un’età superiore ai 65 anni, di minori. Le domande di partecipazione devono essere compilate in tutte le loro parti su appositi moduli in distribuzione presso gli uffici comunali e devono essere presentate direttamente, oppure spedite a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, improrogabilmente entro il 22 febbraio 2012 all’Ufficio Protocollo – Archivio Generale del Comune, piazza Dante 10.
“Il disagio abitativo ormai è un dato strutturale del nostro Paese – aggiunge Pastorino – il Ministero delle Infrastrutture ha stimato recentemente in 3 milioni e mezzo, il numero di famiglie a rischio casa. Praticamente il 13% delle famiglie italiane”.
“Inoltre – continua l’assessore – il Fondo nazionale di sostegno all’affitto è stato azzerato passando da 143 a 14 milioni. 4200 famiglie genovesi finora, grazie all’aiuto del Fondo, sono riuscite a conservare gli alloggi ma per il futuro c’è una doverosa preoccupazione”.
Un solo dato è sufficiente per comprendere la gravità dell’emergenza. Nel 2008 sono stati assegnati 191 alloggi di edilizia residenziale pubblica, nel 2011 ben 315.
“Questo sostanzioso aumento è il frutto degli sforzi compiuti negli ultimi anni – sottolinea Pastorino – e per ancora un paio di anni vedremo i benefici del nostro lavoro che ci ha permesso di raggiungere il livello più alto dal 2000 ad oggi”.
Ma qual è la situazione attuale e come procedono i progetti in corso?
I programmi di intervento promossi e gestiti dal Comune – sostenuti da finanziamenti statali e regionali – coinvolgono soggetti privati e l’Arte di Genova. Gli alloggi previsti – destinati alle fasce più deboli della popolazione – sono 789. Appartengono al patrimonio di edilizia residenziale pubblica, al patrimonio disponibile del Comune oppure sono proprietà di Arte.
Finora gli immobili ristrutturati e recuperati per uso abitativo sono 294.
“Ma i cantieri che sono già avviati ci fanno ben sperare – puntualizza Pastorino – e per quanto riguarda il prossimo anno sono convinto che potremmo ottenere risultati interessanti”.
Sono infatti rispettivamente 86 e 156 gli alloggi che hanno lavori oppure appalti in corso. E oltre 200 sono i progetti di intervento che il settore politiche della casa intende sviluppare.
La partenza a singhiozzo della nuova corsia ciclabile in Corso Italia (causa pioggia e dubbi sulla sicurezza) ci dice che servirà ben più di qualche striscia di vernice per cambiare il modo in cui le persone si muovono in città. Dice bene il sindaco Marco Bucci, quando dice che i genovesi dovranno cambiare mentalità. Ma ci vorrà anche molto altro.
Nei prossimi mesi, forse anni, la convivenza con il Covid-19 ci costringerà a limitare i posti sui mezzi di trasporto pubblico per garantire il distanziamento sociale. È plausibile inoltre che molti, specialmente nei primi tempi, sceglieranno di evitare bus e treni per paura di contagiarsi. Se la bicicletta non diventerà davvero un’alternativa alle automobili per gli spostamenti quotidiani per una buona fetta di popolazione, c’è il rischio che città congestionate come Genova si trasformino definitivamente in inferni di traffico, parcheggi e smog.
Per questo, in queste settimane, diverse città europee stanno mettendo su in fretta e furia modifiche urbanistiche (a volte piuttosto audaci, anche se spesso provvisorie) per stimolare l’uso di biciclette e monopattini, cercando di tradurre precipitosamente in pratica una serie di concetti come mobilità dolce o sostenibile di cui negli ultimi anni si è spesso parlato spesso in modo un po’ teorico.
Più bici e monopattini, meno auto e moto: una tendenza europea
Il Comune di Milano, per esempio, ha in programma di realizzare entro settembre 23 chilometri di nuovi percorsi ciclabili, e altri 12 entro la fine del 2020. Piani per la mobilità d’emergenza (quindi, almeno per il momento, provvisori) sono stati pensati in diverse altre città italiane più o meno estese come Torino, Roma, Firenze, Rimini e altre, forse stimolate dalle misure del decreto rilancio. Il decreto, infatti, pur non prevedendo fondi per i Comuni per la realizzazione di piste ciclabili, sul tema introduce un bonus fino a 500 euro per l’acquisto di biciclette per chi vive in aree metropolitane e soprattutto modifiche al Codice della Strada che introducono il concetto di “corsia ciclabile” (cioè uno spazio riservato alle bici ma non separato fisicamente dalle corsie per le auto) e di “casa avanzata”, cioè una linea d’arresto ai semafori più avanzata per bici e monopattini . E una “corsia ciclabile” – cioè uno spazio per le bici separato solo dalla vernice dalle corsie delle auto – è anche la nuova corsia di Corso Italia, come i prossimi interventi in programma. Per le “piste” vere e proprie dovremo aspettare.
I tentativi di Genova si inseriscono dunque in una tendenza piuttosto estesa. Un’ulteriore difficoltà per il capoluogo ligure sarà superare i limiti di una conformazione poco spaziosa e pianeggiante che la rende una città meno ospitale di altre per le biciclette. Del resto anche la città portuale Marsiglia, a cui Genova è spesso paragonata per caratteristiche, sta affrontando difficoltà simili. La corsia ciclabile tra Piazza De Ferraris e Boccadasse dovrebbe essere – almeno nelle intenzioni dell’assessore alla mobilità Matteo Campora – solo il primo passo di un progetto complessivo di mobilità dolce che dovrebbe arrivare fino a Sampierdarena a ovest e toccare la Val Bisagno e la Val Polcevera a nord, passando per quartieri come Marassi e Staglieno.
Un’iniziativa pensata già da tempo, resa più urgente dalla pandemia e in questi giorni spinta anche mediaticamente da #genovaciclabile, una petizione rivolta al sindaco Bucci e all’assessore Campora che chiede la realizzazione in tempi rapidi di progetti di mobilità alternativa, che nel momento in cui scriviamo questo articolo conta 8.418 firme e un gruppo Facebook di 7.482 membri, che ogni giorno si scambiano articoli e idee sulla mobilità sostenibile e seguono appassionatamente i lavori in corso a Genova.
Segno che il tema è sentito e che una domanda di mobilità sostenibile esiste anche a Genova. Genova, del resto, avrebbe avuto bisogno di un ripensamento radicale della propria mobilità da ben prima che il coronavirus sconvolgesse le nostre esistenze.
Una città congestionata
Genova è tra le città più congestionate del Paese tradizionalmente con il più alto rapporto tra automobili e abitanti d’Europa. Secondo i dati raccolti dalla multinazionale Tom Tom basandosi sul segnale gps di auto e cellulari, nel 2019 Genova è stata la sesta città italiana per “livello di congestione” (dietro a Roma, Palermo, Napoli, Messina e Milano) e la 128ᵃ a livello globale. L’anno scorso il livello di congestione del capoluogo ligure era del 30%, in calo rispetto al 31% del 2018. Significa che a Genova un automobilista impiega in media il 30% in più del tempo a percorrere un certo tratto di strada rispetto al tempo che impiegherebbe senza traffico. Una percentuale che sale al 53% per l’ora di punta mattutina e al 54% per quella serale, quando si impiegano in media 46 minuti a compiere un viaggio che ne richiederebbe 30. Valori risultato di una media di una serie che va dalla congestione del 9% del 15 agosto (il giorno con meno traffico) al 69% del 22 novembre, il giorno invece con più code e ingorghi. Sempre secondo i dati di Tom Tom, nel 2019 in media ogni genovese ha passato nel traffico 121 ore, cioè cinque giorni e un’ora.
Ma come è noto non tutto l’inquinamento da motori a combustione arriva dal traffico privato: il porto merci e passeggeri, collocato nel centro geografico della città contribuisce enormemente ad aumentare i livelli di inquinamento:parlare di sostenibilità di Genova, quindi, significa progettare un piano della mobilità di lungo periodo, non “obbligato” dall’emergenza di turno, e, inoltre non può e non deve prescindere dal convitato di pietra che è il nostro porto, e che tutti i giorni, dalle sue banchine avvelena un po’ tutti noi, ciclisti compresi.
Il trasferimento dei depositi petrolchimici di Multedo è argomento spinoso, che spesso giace dimenticato per mesi silenziosi, salvo tornare alla ribalta con fiammate di annunci e proposte. In queste ore le varie istituzioni discutono, a porte chiuse, dell’ipotesi formulata in questi giorni di dislocare gli impianti sulla diga del Vte a Pra’, cercando di dare seguito in questo modo alle promesse della non più recente campagna elettorale delle comunali 2017.
Se i primi incontri tra Comune di Genova, Regione Liguria, Autorità Portuale e aziende posso essere derubricabili come primi passi formali per sondare quella che sembra essere rimasta l’ultima delle possibilità, il “dibattito” sembra essere partito con il piede sbagliato. Ad oggi sono solo accennati in questa discussione gli aspetti ambientali e di sicurezza, mancando di fatto la voce di altri enti preposti a tutelare interessi collettivi che vanno ben oltre il quadro di una eventuale sostenibilità economica dell’operazione.
Costi vs Benefici
Essenzialmente manca un progetto a lungo periodo sulla città, e un’idea di città vogliamo essere, al di là della puerile retorica che sta ammorbando il dibattito pubblico con i vari slogan e refrain su una ancestrale e arcadica “meravigliosità”, tutta da verificare.
Gli spettri del recente passato devono mettere in guardia sulle rassicurazioni che nei prossimi mesi saranno tratte fuori dal cilindro. Tralasciando momentaneamente le pur giustificate ansie “dal basso” che già sono in circolo e che mettono in relazione effetti devastanti di un clima che sta cambiando, vedi le imponente mareggiate e bufere degli ultimi mesi, oppure potenziali “errori umani”, vedi Torre Piloti, con impianti a rischio di incidente rilevante collocati in mezzo al mare e a pochi centinaia di metri dalle ultime spiagge di un ponente la cui anima marinara è stata baratta per un sviluppo industriale oggi in apparenza alle ultime pagine, quello che sembra non tornare già è il “conto economico” di tutto ciò. L’analisi “costi-benefici” di un’operazione del genere deve essere rigorosa: chi pagherà eventuali lavori? Chi si occuperà delle manutenzioni delle eventuali pipeline? Che tragitto faranno? Lo sversamento di Fegino e ponte Morandi sono lì a ricordarci come funzionano certe cose.
Vogliamo però contribuire al dibattito, perché in realtà i “benefici” sono noti. Era Superba già in passato ha provato a fare due conti, e i risultati sono stati quanto meno “miseri”: stando ai bilanci sono poco più di 50 i lavoratori dei due impianti in questione, per un lascito sul territorio, tra stipendi e indotto vario, di poco più di 5 milioni l’anno. Questo è il ‘più’ di avere questi due impianti in casa. Lo spostamento sulla diga del porto di Pra’ avrebbe l’indubbio beneficio di togliere il rischio industriale ai quasi 5 mila abitanti di Multedo, appioppandolo, però, ai 4500 lavoratori del Vte. I sindacati cosa dicono a riguardo?
L’oste che non arriva mai
E poi tutte le questioni tecniche e di sicurezza, a cui oggi è difficile dare una risposta. Per gli stabilimenti oggi presenti a Multedo, infatti, non abbiamo ancora i Piani di Emergenza Esterna, che come è noto, predispongono la risposta ad eventuali incidenti che travalicano i “confini” degli impianti. Li aspettiamo dal 2015: prima dell’estate dalla Prefettura ci dissero che in autunno sarebbero stati pronti, ma ad oggi non sono ancora state calendarizzate le consultazioni pubbliche. Visto l’incerto futuro degli stabilimenti, e visto che cambiando sito e impianti i Pee andrebbero comunque rifatti, probabilmente si sta aspettando di capire le scelte della politica, ma il limbo in cui si sta vivendo è, per lo meno, inquietante. E soprattutto impoverisce il dibattito pubblico sulla questione.
Quello che manca sul tavolo, “l’oste che non arriva mai”, e che in una progettualità del futuribile di una grande città nel bel mezzo di una spesso più “cantata” che realizzata “rigenerazione” dovrebbe essere onestamente considerato è l’“ipotesi zero” considerata per l’interesse ampio della collettività. Dire addio a certi impianti, garantendo tutti i paracaduti possibili per i lavoratori e aziende, dovrebbe essere un’ipotesi da contemplare seriamente. Ma per fare ciò ci vuole coraggio e capacità politica, oltre che manageriale, qualità da diversi decenni davvero molto rara a Genova. Per non svegliarci domani ancora in uno ieri che non tramonta mai.
Regione Liguria sblocca i soldi destinati al Fondo per la Morosità Incolpevole a sostegno degli inquilini morosi titolari di contratto di locazione e soggetti a provvedimenti di sfratto: 3 milioni di euro per 23 comuni liguri; la cifra comprende i soldi del 2015 e del 2016. Per il Comune di Genova il fondo arriva a 1.223.249,58 euro.
La firma arriva nel corso della riunione della giunta regionale odierna, proprio mentre in Sala Rossa l’assessore alle Politiche della Casa e housing sociale, EmanuelaFracassi, in risposta ad una interrogazione (art 54), denunciava ancora una volta il ritardo e il silenzio di Regione Liguria. «I nostri uffici hanno lavorato a lungo sulla destinazione e la suddivisione del fondo – sottolinea l’assessore regionale per le Politiche Abitative MarcoScajola – ma con la firma di oggi si potrà intervenire a livello regionale per supportare un numero di famiglie compreso tra le 250 e le 400 unità»
Morosità Incolpevole
Questo fondo interviene per sostenere quelle famiglie che non riescono più a pagare l’affitto per subentrati problemi di liquidità, come ad esempio la perdita del lavoro o della pensione di un caro estinto. L’intervento pubblico è ovviamente inteso come temporaneo, ma può risultare utilissimo per permettere a nuclei famigliari in difficoltà di non perdere la casa, mentre si tenta di risolvere il problema, o con una riformulazione del contratto, o con una locazione alternativa; ad beneficiare del fondo, quindi, anche i proprietari degli immobili, che in questo modo sono “sicuri” di ricevere comunque il canone d’affitto. Un meccanismo pensato anche per mantenere più fluido il mercato delle locazioni, tentando di favorire una più ampia offerta. L’origine di questo finanziamento è statale, e dalle regioni viene suddiviso ai vari comuni in base alle necessità rilevate sul territorio. Il ritardo fino ad oggi accumulato aveva messo in seria difficoltà le politiche sulla casa dei vari comuni, e in special modo a Genova, dove la “Emergenza Casa” è in fase espansiva.
Regione Liguria, sbloccando il fondo, ha individuato 23 comuni in tutta la Liguria a cui destinare quote di finanziamento; cinque in Provincia di Genova: Genova (oltre 1,2 milioni di euro), Chiavari (84.000 euro), Rapallo (124mila), Sestri Levante (66mila euro), Arenzano (32mila euro); otto in provincia di Imperia: Imperia (177.500 euro), Camporosso (12mila euro), Diano Marina (17mila euro), Vallecrosia (28.500 euro), Bordighera (26.500 euro), Taggia (73.800 euro), Ventimiglia (61.700 euro), Sanremo (178mila euro); sei in provincia della Spezia: La Spezia (329 mila euro), Arcola (25 mila euro), Ortonovo (20milaeuro), S. Stefano Magra (18.500 euro), Sarzana (40.500 euro), Lerici (33.500 euro), e quattro in provincia di Savona: Savona (224mila euro), Albenga (78 mila euro), Cairo Montenotte (32.500 euro) Loano (56 mila euro). «Oltre ai 3 milioni da destinare ai Comuni – continua Scajola – abbiamo previsto inoltre uno stanziamento di 150mila euro di fondi regionali a favore di Filse, la Finanziaria della Regione, per il potenziamento del fondo di garanzia della locazione che si andranno ad aggiungere ai 500mila già in dotazione per soddisfare la richiesta di garanzia, sia dei proprietari che degli inquilini morosi che potranno così non essere sfrattati»
Dialogo tra sordi
Durante la seduta del Consiglio Comunale, in risposta ad un articolo 54 a firma Padovani (Lista Doria) che chiedeva aggiornamenti sulla questione, l’assessore alle Politiche della Casa Emanuela Fracassi ha dichiarato che il Comune d Genova: «Non ha più avuto notizie da Regione Liguria riguardo questi soldo che sono già stati versati dal ministero. Questo ritardo – ha aggiunto – ha provocato uno stop agli interventi dei nostri uffici». Questo succedeva mentre in giunta regionale veniva firmato lo sblocco di questi soldi, senza che nessuno avesse evidentemente avvertito la giunta comunale. Due notizie, quindi, una buona e una cattiva: quella buona è che finalmente sono arrivati soldi destinati ad aiutare chi oggi rischia di perdere il tetto sotto il quale dormire; la cattiva è che, su un tema politico e sociale così importante e delicato, le istituzioni si muovono in maniera non coordinata e senza il giusto, e dovuto, dialogo. Una sordità decisamente colpevole.
«Il bisogno è aumentato, servono più competenze». Lo dice la signora Bruna, giochicchiando distrattamente con una penna. Bruna Doglio è a capo dell’associazione Punto Emergenza Prè, eccellenza del volontariato genovese che in passato abbiamo già incontrato e raccontato sulle pagine di Era Superba. E il bisogno è talmente aumentato che stanno per essere avviati i lavori per il nuovo traguardo del Punto Emergenza, un progetto ad ora chiamato “Il Punto Emergenza a casa del Re” perché trova spazio in alcuni locali un tempo facenti parte del complesso di Palazzo Reale (sulla cui storia si vogliono anche organizzare alcune piccole lezioni per i bambini del Punto Emergenza a cura degli inservienti del Palazzo). Al numero 75 di via Prè, a fianco all’attuale sede, c’è l’intenzione di aprire un piccolo servizio materno-infantile in grado di rispondere alle crescenti esigenze degli strati più deboli della popolazione, immigrati o italiani che siano con l’obiettivo di garantire nuove assistenze pediatriche, oculistiche, dentistiche, psicologiche e consulenze legali e di orientamento al lavoro. «È di questo che c’è bisogno, meno parole e più fatti», riprende Bruna mentre si muove nel magazzino per preparare l’ennesimo pacco viveri, aiutata dal marito Giancarlo e dagli altri volontari.
La storia del Punto Emergenza
Da più di vent’anni sono nel vicolo. Il primo embrione di quello che sarebbe diventato il Punto Emergenza era un centro di distribuzione di beni per bambini frequentanti la scuola elementare San Giuseppe di Prè, legato alla Caritas. Successivamente, gli aiuti si sono estesi grazie al Banco Alimentare, poi è iniziata una collaborazione coi centri di ascolto parrocchiali del quartiere (sostanzialmente quelli delle chiese della Maddalena, di San Siro e del Carmine). Infine, quando si è capito che si stava costruendo qualcosa di nuovo e importante, nel 2009 è nata l’associazione autonoma. Nello stesso periodo sono arrivati i pediatri, medici che prestavano servizio di volontariato in un piccolo ambulatorio nel vicolo per bambini senza permesso di soggiorno e senza cure.
Oggi il Punto Emergenza è una realtà nota, i cui interventi coprono i centri d’ascolto di tutta la città, in un’ottica sinergica di supporto materiale alle famiglie in difficoltà, concentrandosi specialmente sul nucleo famigliare madre-figlio. Sostanzialmente, si tratta di pacchi per bambini fino al primo anno di età con beni di prima necessità di vario genere (pannolini, bagnoschiuma, omogenizzati, vestiti…); poi, volta per volta, se la condizione di emergenza per la famiglia non è terminata, al compimento del dodicesimo anno del bambino, si valuta se proseguire l’assistenza attraverso la distribuzione di pacchi viveri per adulti.
Il futuro del Punto Emergenza
Il nuovo progetto, che si affiancherà al lavoro già svolto di assistenza materiale, è un ulteriore salto di qualità. Negli anni, ci dice Bruna, si sono affinate le abilità dei volontari, si è cominciato a capire come dare un supporto anche morale oltre che materiale, quello che spesso serve di più alle persone in difficoltà. Parliamo di famiglie in gravissime condizioni economiche e con storie diversissime alle spalle, tutte terminate però nella grave indigenza. Famiglie italiane che sono state stroncate dalla crisi economica, ragazze-madri straniere che sono venute qui a studiare per costruire un futuro per sé e i propri cari, ex prostitute, vittime di violenze e via dicendo.
Col passare del tempo l’utenza muta, seguendo i corsi e ricorsi storici: inizialmente molti degli assistiti erano italiani meridionali che abitavano nei vicoli, successivamente soprattutto ecuadoriani, ora per lo più mediorientali e africani oltre che, nuovamente, nostri concittadini colpiti dai problemi finanziari del nostro Stato.
Chi per sfortuna, chi per scelte errate, tutte queste persone si sono ritrovare con la necessità di avere un aiuto. I volontari del Punto Emergenza hanno capito, col tempo, che questo aiuto non doveva limitarsi al mero pacco viveri.
I “fatti” di cui parla Bruna sono questi, assolutamente necessari, ma sono anche il dialogo, la comprensione per capire come aiutare al meglio l’assistito: in una parola, l’accoglienza. I fatti devono essere orientati dalla conoscenza di chi si ha di fronte, della sua situazione e delle sue reali problematiche, per essere davvero efficaci. Un proverbio antico recita “se vuoi aiutare un uomo che ha fame, non dargli solo un pesce ma insegnagli a pescare”. Questa è diventata la politica del Punto Emergenza, non limitarsi a essere un bancomat ma diventare un luogo in cui chi attraversa un periodo difficile può trovare, oltre a una borsata di beni di prima necessità, parole di supporto per rialzarsi e consigli da parte di chi conosce un certo tipo di realtà. Per questo, il nuovo Punto Emergenza in casa del Re è importante, per implementare il dialogo con le famiglie avvalendosi anche dell’aiuto di esperti (tutti volontari), in grado di dare assistenza, pareri e consigli frutto delle proprie capacità professionali.
Il presente del Punto Emergenza
Questa è la vera accoglienza, quella che non si ferma alle sole parole né si limita alla mera distribuzione ma che unisce i due aspetti, egualmente fondamentali. D’altra parte, facendo un giro nel Punto Emergenza e nel suo fornitissimo magazzino in cui tutto è frutto di donazioni, pare che dopotutto l’accoglienza sia un campo in cui il popolo del mugugno eccella. «La gente ci crede, ci scommette» afferma Bruna. La realtà del Punto Emergenza si basa sulla carità dei cittadini ed effettivamente, sebbene si possa sempre fare di più, gli aiuti dei genovesi non mancano mai. La politica dell’associazione è che da volontari si è doppiamente responsabili: una volta verso i propri assistiti, per i quali bisogna fare tutto ciò che è considerato il meglio (anche quando questo significa dire dei no), un’altra verso i benefattori, chiunque siano, verso i quali ci si assume la responsabilità di usare al meglio le loro donazioni.
Oggi, il Punto Emergenza Prè si occupa di più di 1600 interventi all’anno rivolti a 13 diverse etnie, italiani, senegalesi, ecuadoriani, marocchini e via dicendo. Un luogo in cui si dà valore alla persona a prescindere dalle sue origini e che insegna molto anche agli stessi volontari. Anche per questo, negli ultimi anni si sono avviati progetti per coinvolgere i giovani in questa straordinaria realtà di volontariato, perché da un lato possano offrire la loro energia per una giusta causa e, dall’altro, imparino sulla propria pelle cosa significhi “accoglienza” maturando una migliore comprensione delle culture e del mondo.
Mentre parliamo con Bruna, una donna camerunense si affanna per sistemare in profondità nella sua borsa i pannolini. «Al mio paese va così» ci spiega un po’ in imbarazzo «pannolini e assorbenti si nascondono, non sta bene mostrarli». I volontari rispondono con un sorriso e delle bonarie prese in giro, come si fa con un amico piuttosto che con un cliente, strappando una risata anche alla signora.
In questo luogo, che si apre sul vicolo con ampie vetrate illuminate e addobbate di giocattoli e vestitini, pare davvero che si concretizzino quelle tanto sbandierate (e troppo spesso nei fatti trascurate) forme di accoglienza e integrazione necessarie per far fronte al meglio ai nuovi melting-pot culturali che si stanno creando nelle nostre città, a causa delle fughe di intere popolazioni da quei devastanti conflitti che ben conosciamo.
Se, in un momento socio-politico tanto critico una realtà come il Punto Emergenza sta crescendo, non può che essere un buon segno. Lasciandoci andare a un po’ di romanticismo, viene da pensare a un piccolo ma tenace fiore che riesce a crescere tra le fessure del selciato, ingrandendosi e colorando la strada.
Mettere il becco negli affari della Chiesa non è mai compito semplice. Ancor di più in una città dall’animo fortemente conservatore come Genova, sede arcivescovile, cardinalizia e del presidente della Cei. Dalla Curia alle Opere Pie, dalle associazioni religiose ai lasciti testamentari dei fedeli, l’universo Chiesa nel suo complesso è considerato uno dei più grandi proprietari immobiliari della nostra città, in particolar modo del Centro Storico.
Ne abbiamo parlato con l’assessore Fracassi che, nella prima parte di questa nostra inchiesta dedicata all’emergenza abitativa genovese (leggi qui), neanche troppo velatamente, ha accusato la Chiesa di non dare una grossa mano alle istituzioni pubbliche, quantomeno dal punto di vista della disponibilità di alloggi da utilizzare per locazioni a canone moderato. «Ad oggi non esiste una vera e propria collaborazione con i grandi proprietari della città (qui la seconda parte dell’inchiesta dedicata alle società a partecipazione pubblica, ndr) – dichiara l’assessore – Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità (17 famiglie inserite nella struttura “boschetto” dell’Istituto don Orione, ndr) perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato».
«L’assessore – ribattono dalla Curia – forse si dimentica le tante persone bisognose che i servizi sociali rimbalzano ai nostri Centri d’ascolto vicariali».
Certamente, nessuno può mettere in dubbio il grande servizio che la Chiesa svolge nel campo assistenziale, spesso sostituendosi alle gravi mancanze degli enti pubblici. A venire in mente è, innanzitutto, la Caritas, la Fondazione Auxilium ma sono davvero tante le associazioni di stampo cattolico e le iniziative di laici che si impegnano nell’aiuto alle persone più emarginate.
«Avere una casa è un grande dono ma è un dono ancora più grande poterla mantenere e avere un lavoro che consenta di farlo – commenta mons. Marino Poggi, direttore della Caritas diocesana – la vera emergenza non dipende tanto dalla presenza o meno di case ma dal fatto che, chi ha bisogno di case, non è nelle condizioni economiche di mantenerle, di viverci con tutte le spese che ciò comporta».
Va bene. Ma che cosa fa, in concreto, la Chiesa di Genova per rispondere a questa emergenza anche e soprattutto laddove i servizi pubblici latitano? Ancora don Poggi: «Ci sono i centri d’ascolto vicariali che, pur con le risorse limitate che hanno a disposizione (e che provengono soprattutto dai proventi dell’8 per mille e dalle offerte dei parrocchiani, ndr), aiutano a pagare bollette e affitti: a ciò si aggiunge un certo numero di case da dare gratuitamente per rispondere alle emergenze più gravi». C’è chi dice, però, che questi alloggi, rispetto a quello che è il patrimonio immobiliare della Chiesa, potrebbero essere molti di più… «Ultimamente – risponde il direttore della Caritas – stiamo cercando di ampliare la disponibilità di questo tipo di alloggi, soprattutto grazie ai lasciti dei privati. Si tratta di sistemazioni che non possono pretendere affitti altrimenti si tornerebbe al problema iniziale. Ma devono essere sistemazioni provvisorie per consentire alle persone di trovare un aiuto per il tempo in cui non avrebbero possibilità di abitare dignitosamente, magari in attesa di una risposta definitiva da parte delle istituzioni pubbliche. Stiamo cercando di lavorare su questo anche in sinergia con altre realtà genovesi. Ad esempio, la fondazione Carige ci sta mettendo a disposizione nei vicoli un palazzo per cui stiamo cercando i fondi per completare i lavori di ristrutturazione. Si cerca di fare quel che si può».
Difficile, se non praticamente impossibile, capire se “quel che si può”, quantomeno a livello di patrimonio abitativo messo a disposizione, potrebbe essere di più. Le proprietà ecclesiastiche sono gestite da un ente dedicato, il C.A.P.E. (Consorzio per l’amministrazione del patrimonio immobiliare enti dell’arcidiocesi di Genova), il cui presidente, ragionier Emilio Nichele, si è più volte sottratto alle nostre domande. Così come parecchie difficoltà abbiamo avuto ad entrare in contatto con i responsabili dell’ufficio amministrativo ed economato della Diocesi.
Non si è tirato indietro, invece, il direttore della Caritas, mons. Marino Poggi: «Esistono delle case che hanno come presidente l’arcivescovo: le Opere Pie Riunite ne hanno un centinaio nel proprio patrimonio e qualcosa meno ha anche il Magistrato di Misericordia. Ma si tratta di organizzazioni che devono, comunque, mantenersi in piedi per cui possono mettere a disposizione gratuitamente o a condizioni particolarmente vantaggiose solo un certo numero di case, altrimenti i loro servizi complessivi non starebbero in piedi. Naturalmente si spera che la gestione degli appartamenti che vengono affittati secondo le logiche di mercato più tradizionali sia fatta con la giusta attenzione e non “a coltello”. Certo, probabilmente si potrebbe fare di più e di meglio ma solo il Signore sa se la conduzione di queste proprietà è la più oculata e generosa possibile».
Qualche dubbio in proposito lo nutre Bruno Pastorino, l’ex assessore comunale alle Politiche della casa che ci ha accompagnato in questa lunga inchiesta: «Esiste una distribuzione multiforme della proprietà ecclesiastica che viene gestita unitariamente da questo ente che avrebbe come scopo il sostentamento economico del clero. E vista l’ingente dotazione immobiliare – dice sorridendo sarcasticamente – possiamo affermare che si propone di sostenere molto bene il suo clero». Al di là delle battute, Pastorino sostiene che la Chiesa quando applica regimi locativi non abbia una vocazione sociale particolarmente evidenziata e, anzi, si allinei senza difficoltà ai valori di mercato spesso disimpegnandosi nella gestione degli immobili e facendo ricadere sugli inquilini oneri di ristrutturazione come la messa in sicurezza degli impianti che, di per sé, spetterebbero alla proprietà.
«La dimostrazione della scarsa attenzione sociale – prosegue l’ex assessore – ha delle manifestazioni concrete: alcuni Comuni liguri, come Celle e Noli, si sono impegnati a cercare partenariati con istituti religiosi locali per presentare progetti di edilizia destinati alla locazione calmierata con contratti di 15 anni o permanenti. Nonostante fossero garantiti sostanziosi contributi a fondo perduto, di fronte alla previsione di dover affittare per un periodo prolungato i propri alloggi a canoni moderati, questi istituti hanno chiuso la porta al pubblico preferendo disporre liberamente degli immobili a canoni desiderati o vendendoli».
Quasi 4000 cittadini genovesi in lista per una casa popolare, senza contare il numero di sfratti che ogni anno colpisce sempre più famiglie. L’emergenza abitativa, che investe la nostra città ma anche l’intera penisola e tanti altri Paesi europei, oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. Nella prima parte della nostra inchiesta (leggi qui) ci siamo soffermati sull’analisi dei dati e delle politiche degli enti locali, Comune e Regione in primis.
A complicare ulteriormente un quadro piuttosto desolante e con scarsissime probabilità di ripresa, ci si mette una nuova tendenza che negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede: molte operazioni immobiliari non trovano più soddisfazione all’interno del real estate tradizionale ma vengono utilizzate come un vero e proprio strumento neo-finanziario. Gli immobili, cioè, non vengono più costruiti o acquisiti per essere abitati ma come strategica voce di bilancio per grandi aziende da sfruttare per un più facile accesso al credito nel confronto degli istituti bancari o per riequilibrare situazioni economiche altrimenti fallimentari. Per le grandi imprese, dunque, avere nel proprio patrimonio alloggi vuoti non rappresenta un gravoso onere finanziario ma diventa piuttosto un pass par tout per l’accesso al credito. Operazione, tra l’altro, che in un certo qual modo sembra essere stata avvallata dai piani alti della politica nazionale dato che le imprese edili sono state risparmiate da una serie corposa di oneri fiscali sugli invenduti.
La questione diventa ancora più grave se ad essere chiamati in causa sono soggetti pubblici o aziende partecipate dallo Stato e da enti locali che sacrificano alla divinità immobiliare beni patrimoniali che potrebbero altrimenti essere impiegati per ben più nobili scopi sociali. Politica e istituzioni segnano così una decisa migrazione da ruolo di mediatori sociali a vero e proprio supporto e assistenza al mercato finanziario. Se, infatti, una parte di questi alloggi venisse riproposta sul mercato a prezzi calmierati, la domanda abitativa potrebbe essere in buona parte assorbita. E gli incentivi per intraprendere questo cammino non sarebbero così complicati: basterebbe, infatti, una politica fiscale che punisse chi detiene alloggi vuoti per un certo numero di anni.
Una situazione da cui anche Genova non è immune. Secondo stime approssimative, gli addetti ai lavori parlano di almeno 400 alloggi che potrebbero essere messi in circolo se si puntasse a valorizzare in chiave sociale questa categoria di immobili vuoti e proprietà di enti che hanno qualcosa a che fare con il settore pubblico. Nella nostra città, i due casi più eclatanti riguardano il Gruppo Iren e Poste Italiane: nel primo caso, si parla di un’azienda che chiama in causa per quasi la metà della sua proprietà i Comuni di Genova, Torino e Reggio Emilia, e che rappresenta l’élite della trasmissione dell’energia nel nostro Paese con grandi escursioni nei mercati emergenti; nel secondo caso, invece, il controllo pubblico avviene attraverso Cassa Depositi e Prestiti.
Per quanto riguarda il Gruppo Iren, bisogna risalire a dicembre 2013 quando il Consiglio comunale diede il via libera all’operazione di liquidazione di Sportingenova, la partecipata del Comune che aveva in gestione i principali impianti sportivi della città. Per far fronte a circa 10 milioni di debito maturati nella gestione, il Comune ha sostanzialmente “riacquistato” gli impianti coprendo l’esposizione nei confronti dei creditori attraverso una significativa operazione di permuta immobiliare. Sono così passati da mano pubblica a mano para-privata i seguenti immobili: il mercato di Pontedecimo, un complesso ex industriale nella zona dell’Eridania a Sampierdarena, una palazzina a Nervi, alcuni appartamenti nella zona del Lagaccio e di Brignole, un ex asilo comunale a Trasta, un’ex scuola in via Pagano Doria e il famoso palazzo delle Poste di Borgo Incrociati. I creditori hanno un’identità ben precisa: si tratta di Cae, Mediterranea delle Acque e Iren Mercato, tutte appartenenti al Gruppo Iren. Che, a circa un anno e mezzo dall’ottenimento, si è fin qui dimostrato indisponibile a qualsiasi ipotesi progettuale volta a riutilizzo in chiave abitativa sociale di questi edifici, anche quando le proposte sono giunte da aziende pubbliche. Una tendenza confermata anche dalla mancata partecipazione di Iren all’ultimo bando regionale che elargiva fondi per la riqualificazione di immobili esistenti da convertire a edilizia sociale fino a un massimo di 500 mila euro.
Un’accusa che il professor Luca Beltrametti, presidente di Mediterranea delle Acque e noto uomo di sinistra, rispedisce sostanzialmente al mittente: «Non sono assolutamente in grado di rispondere per conto di tutto il gruppo Iren ma, per quanto ci riguarda, il fenomeno è molto circoscritto. Abbiamo ricevuto dal Comune 3 immobili a saldo del credito di Sportingenova ma non ci siamo mai inoltrati deliberatamente nel settore immobiliare per fini speculativi». Di questi ci risulta facciano parte l’ex scuola di via Pagano Doria e una porzione dell’ex palazzo delle Poste di Borgo Incrociati: «Effettivamente – ammette Beltrametti – questi immobili avrebbero anche una valenza residenziale ma li abbiamo ricevuti in condizioni pessime e non certo abitabili. Sono stati messi in sicurezza ma ci vorrebbero investimenti nell’ordine del milioni di euro per edificio per una ristrutturazione completa. E non si può chiedere a un gruppo che si occupa di acqua e depuratori di investire queste cifre in questioni non solo non riguardano il nostro business ma neppure obiettivi statutari o sociali: se decidiamo di fare un intervento nel sociale, lo facciamo nei nostri settori».
«Ci sono poi altri immobili nella nostra dotazione patrimoniale – conclude il docente universitario – ma derivano da vicende industriali del passato che avevano a che fare con le attività tipiche dell’azienda e che non riguardano edifici con uso abitativo».
A destinazione residenziale o meno, nel frattempo gli edifici restano vuoti e i genovesi assistono impotenti al depauperamento di strutture fortemente insediate nel tessuto urbano e il cui recupero creerebbe riqualificazione del territorio oltre, naturalmente, a fornire un’opportunità per alleviare la domanda abitativa locale, laddove possibile.
Il secondo capitolo, come detto, fa riferimento a Poste Italiane. Oltre a una serie di patrimoni sparsi in città, la società è proprietaria di circa un centinaio di alloggi in via Linneo, al Cige di Begato, in un complesso unitario vuoto ormai dal 2001 e prima destinato a scuola professionale con foresterie per gli impiegati in arrivo da fuori città. Rifiutata la proposta di affitto da parte del Comune tra fine 2011 e inizio 2012 per convertire la struttura a esigenze abitative sociali, Egi (partecipata di Poste italiane che ne amministra il patrimonio) ha più volte richiesto invano a Palazzo Tursi una variante urbanistica per riconvertire l’immobile a uso abitativo privato, destinazione al momento esclusa dal Puc, e quindi avere il via libera all’ennesima speculazione edilizia.
A nostra precisa domanda circa un chiarimento su questa totale mancanza di sensibilità sociale da parte di aziende almeno parzialmente pubbliche, l’assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova, Emanuela Fracassi, risponde: «A me questa cosa non risulta. Ne prendo atto». Commenti e riflessioni, ai lettori.
Tremilaottocento. Dietro questa cifra si nasconde uno dei più gravi drammi sociali del nostro tempo: il disagio abitativo. A tanto ammontano i nuclei familiari a Genova che fin qui hanno fatto richiesta di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, ovvero una casa in affitto a canoni fortemente calmierati. Solo una minima parte di questi genovesi emarginati riuscirà a trovare una risposta efficace al proprio bisogno vitale. La nuova graduatoria per assegnare gli appartamenti che il Comune avrà a disposizione si chiuderà a fine aprile, dopo una proroga concessa per le difficoltà conseguenti all’entrata in vigore del nuovo metodo per calcolare il reddito ISEE. Ma già ora si può sapere con certezza che non basterà una manciata di case a rispondere in maniera efficace a questa piaga. Una piaga che non riguarda solo la nostra città ma che è estesa a tutta la penisola e ai Paesi dell’Europa mediterranea.
«Quella che stiamo vivendo – è la tesi di Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova sotto la giunta Vincenzi e delegato di Anci Liguria sullo stesso tema – è una crisi abitativa radicalmente diversa da quelle che hanno contraddistinto la storia recente del nostro Paese. Nel Dopoguerra o negli anni ’60, in seguito al flusso migratorio che ha portato città come Torino quasi a raddoppiare il numero dei propri abitanti, l’unica risposta possibile era quella di avviare un massiccio piano edificatorio.Chi ha pensato di affrontare con strumenti analoghi la crisi iniziata nel 2007 ha compiuto una sorta di terapia omeopatica che non ha avuto alcun effetto positivo». Senza considerare gli effetti nefasti per l’ambiente, a causa di una crescente impermeabilizzazione del suolo, in seguito all’aumento della possibilità edificative che si sono succedute con i vari “piani casa” nazionali a partire dal 2008. Insomma, il problema oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. In altre parole, l’analisi del reale ci racconta di un surplus abitativo paradossalmente non in grado di soddisfare in alcun modo la crescente domanda abitativa: domanda e potenziale offerta non si parlano.
Questa sensazione viene confermata anche dai numeri. Dai dati censuari del 2011 è emerso che in Italia, nell’ultimo decennio, abbiamo avuto una crescita di oltre 1,5 milioni di alloggi. Ad aumentare sono state anche le unità familiari – non certo per un boom delle nascite quanto piuttosto per una crescita di separazioni e nuclei monofamiliari – ma il numero di abitazioni non occupate si attestano attorno ai 2,7 milioni in tutta la penisola. Ed è la stessa realtà a confermarci la veridicità di quest’analisi. A Genova, ad esempio, basta vedere le altissime quote di invenduto che conoscono le più gradi speculazioni edilizie degli ultimi anni, una su tutte le Torri Faro di San Benigno. Una situazione che si replica in quasi tutte le città italiane.
A livello locale, la regia delle politiche per la casa è quasi interamente in mano alla Regione, a cui compete per legge la programmazione delle risorse finalizzate a sostenere le fasce più deboli e la determinazione dei requisiti e dei criteri per l’assegnazione e la gestione degli alloggi ERP. Ed è proprio la Regione a entrare nel mirino delle critiche di Bruno Pastorino: «Da piazza De Ferrari è stata dimostrata una forte insensibilità alla crisi dell’abitare mentre molta attenzione è stata posta agli interessi cementificatori, nel percorso di ricerca di consensi elettorali tra le élite economiche del territorio». Sono tre gli indizi che rafforzano la tesi di Pastorino. Il primo è rappresentato dalla promozione di un bando da parte della Regione per la realizzazione e la rigenerazione di alloggi sociali, destinati all’affitto: 7 milioni di euro ai quali se ne sono aggiunti altri 7 da parte dei Comuni partecipanti, per realizzare complessivamente meno di 95 alloggi. La classica montagna che partorisce il topolino, con l’aggiunta di un’ingente spesa di denaro pubblico. Tra l’altro i fondi sono arrivati a Comuni ragionevolmente poco oberati dalla domanda abitativa a carattere emergenziale ma piuttosto attrattivi dal punto di vista immobiliare come Porto Venere, Sestri Levante, Santa Margherita, Alassio. Secondo indizio: poche settimane fa, la Regione ha deciso di non confermare la dotazione economica per i fondi di sostegno agli affitti per le famiglie con i redditi più bassi, a cui ogni anno veniva elargito complessivamente circa 1 milione di euro. Terzo elemento: all’interno di una legge omnibus, la Regione ha inserito tra le proprie politiche per la casa il sostegno all’acquisto, anche attraverso la possibilità di concedere fideiussioni per la contrazione di mutui, e all’affitto. «In sostanza – commenta Pastorino – la Regione compensa con una quota di risorse pubbliche le attese di redditività di un mercato in crisi. Il sostegno all’affitto per gli alloggi di proprietà privata consente al mercato di mantenersi su prezzi elevati senza dover calmierare i canoni fino a incontrare le necessità della domanda. Tutti elementi che, oltre a non cogliere l’esigenza del potenziamento dell’affitto calmierato, non si pongono l’obiettivo di abbassare le pretese economiche del mercato. Così, anche a livello locale, troviamo una totale trascuratezza nei confronti di chi ha più bisogno a fronte di una sottomissione ai poteri forti dell’edilizia».
Focus su Genova
Come detto in apertura, a bando ancora aperto, le domande giunte al Comune di Genova per l’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica sfiorano la soglia di 4000. Si tratta di affitti mediamente attorno ai 100 euro mensili ma la fascia più bassa, che è quella più “popolosa” e rappresenta il 42% degli aventi diritto, non supera i 35 euro al mese. Indicatore ancor più significativo del disagio abitativo è il numero degli sfratti (da alloggi privati, ndr): a Genova abbiamo ogni anno circa 1000 famiglie che devono abbandonare la propria casa perché non sono state in grado di sostenere l’affitto. Gli ultimi dati ufficiali disponibili parlano di 835 sfratti eseguiti nel 2012 e 970 nel 2013, a fronte rispettivamente di 2496 e 2929 richieste. Esisterebbe un fondo dedicato al sostegno della morosità incolpevole che consentirebbe di tamponare almeno un centinaio di sfratti l’anno ma non è stato finanziato dalla Regione. Il Comune, dal canto suo, non ha le risorse economiche per prendersi in carico tutte le situazioni di sfratto. Esiste un servizio di emergenza abitativa (che rientra nel “Programma per l’emergenza abitativa” attivo dal 2012 in forma sperimentale, ora definitivo con delibera approvata ieri 16 aprile 2015, ndr) che interviene nelle situazioni più gravi ma riguarda un numero esiguo di casi (un’ottantina di famiglie nel 2014) e offre soluzioni temporanee attraverso alloggi, talvolta anche in regime di coabitazione, presso strutture protette.
A questo punto, alle famiglie non resta che rivolgersi all’edilizia residenziale pubblica che, tuttavia, non è assolutamente in grado di fornire una risposta efficace all’emergenza come spiegato dall’assessore alle politiche abitative del Comune Emanuela Fracassi: «Negli anni scorsi eravamo in grado di assegnare circa 250 alloggi ma nel 2014, soprattutto per problemi di Arte (la partecipata di Regione Liguria a cui è delegata la gestione e la manutenzione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica) ci siamo fermati a un centinaio (124 attraverso la graduatoria del bando 2012, utilizzata da luglio 2014, per cui sono giunte 4227 domande di cui 3595 idonee. In precedenza, la graduatoraia del 2011 utilizzata da gennaio a luglio 2014 aveva portato all’assegnazione complessiva di 334 alloggi, ndr)».
I dati di Arte e del Comune non corrispondono
A Genova ci sono circa 9100 mila alloggi Erp, 5100 di proprietà di Arte (a cui vanno aggiunti altri 700 alloggi non in regime Erp) e 4 mila del Comune. Benché questa tipologia di dati sia in costante mutazione, sorprende abbastanza la differenza tra quanto comunicato da Arte e dal Comune di Genova: secondo la partecipata regionale, al momento gli alloggi sfitti si attesterebbero attorno a 130 unità, una sessantina di proprietà di Arte e una settantina del Comune. Più gravi e dettagliati, invece, i numeri forniti da Tursi. L’amministrazione comunale parla di 8470 alloggi regolarmente assegnati: per quanto riguarda la proprietà comunale, 50 appartamenti sono in fase di ristrutturazione, altri 120 attendono di essere finanziati dal Piano casa nazionale e 115 sono ancora da periziare; per la proprietà di Arte, invece, si parla di 201 alloggi in ristrutturazione, 23 in manutenzione ordinaria, 120 da periziare e 101 inseriti in piano di vendita.
Si stimano attorno all’11% i nuclei familiari morosi a cui l’amministrazione cerca di andare incontro attraverso piani di rientro del debito spalmati su più anni: tuttavia, salvo situazioni di particolare disagio e incolpevolezza, se la situazione non si regolarizza, interviene lo sgombero (nel 2014 ne sono stati eseguiti 34 su 91 programmati). Secondo Arte, 76 sono le case occupate abusivamente, 48 del Comune, 28 della partecipata della Regione a cui vanno aggiunti 14 appartamenti “murati”.
Ogni anno mediamente avvengono 350 abbandoni di alloggi Erp ma non sono altrettanti gli appartamenti che vengono rimessi in circolo: nell’80% dei casi, infatti, è necessaria una manutenzione radicale per cui mancano le risorse; solo circa un 20% degli appartamenti può essere riassegnato con una rapida rinfrescatura.
Il problema maggiore per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica genovese è proprio la manutenzione ordinaria. «Fino a qualche anno fa – spiega l’assessore Fracassi – era prevista la presa in carico da parte di Arte di un forfait di 100 alloggi all’anno ma nel 2014 ne sono stati manutenuti meno di 20. È un problema grave a cui Arte deve rispondere velocemente».
«Effettivamente – ammette l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti – nel 2014 c’è stato un ritardo imputabile agli stanziamenti regionali: le ditte che eseguono i lavori di manutenzione non possono anticipare le spese né possiamo farlo noi per tutti gli alloggi. Ma per il 2015 è già stato finanziato il recupero di 90 appartamenti e nel mese di aprile dovrebbero essere terminati anche 70 alloggi in via Sertoli. Insomma, a fine 2015 contiamo di arrivare a circa 200 ristrutturazioni, recuperando un po’ i ritardi dell’anno scorso».
In proposito, l’assessore Fracassi sta pensando a un percorso di assegnazione parallelo alla graduatoria standard, ovvero la consegna di alloggi Erp, che non necessitano di riqualificazioni straordinarie ma solo di piccoli ritocchi, ai quei nuclei famigliari in grado di farsi direttamente carico degli interventi stessi in cambio di uno sconto sui canoni di locazione dovuti alla proprietà pubblica. Si è parlato di una soglia massima di 5 mila euro ma il percorso sembra piuttosto difficile perché in molti sarebbero pronti a chiamare in causa la regolarità dei bandi e delle graduatorie per l’assegnazione.
Ma la soluzione a un problema così vasto e radicato non può essere lasciata esclusivamente nelle mani del pubblico. Occorre che il mercato privato, soprattutto quello dei grandi proprietari immobiliari, sia coinvolto all’interno di programmi di locazione a canoni moderati. Solo così si riuscirà a impostare una risposta efficace.
«Manca un coordinamento rispetto a una politica di contrasto al disagio che coinvolga anche i grandi i proprietari – ammette l’assessore Fracassi – Ad oggi non c’è. Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato». Ma la questione non riguarda solo la Chiesa, come vedremo nella seconda parte di questa lunga inchiesta (leggi qui).