Autore: erasuperba

  • Regione Liguria, riforma della Legge Urbanistica e piano territoriale regionale

    Regione Liguria, riforma della Legge Urbanistica e piano territoriale regionale

    Guido Guardavaccaro
    di Guido Guardavaccaro

    Nel febbraio scorso (04-02-2014) la Giunta della Regione Liguria ha approvato la proposta di adeguamento della Legge urbanistica della Liguria con il dichiarato intento di rivisitare, in un’ottica di razionalizzazione, sia alcuni contenuti degli strumenti di pianificazione del territorio previsti ai diversi livelli – regionale, provinciale e comunale, con la contestuale introduzione della pianificazione della Città Metropolitana (qui l’intervista al sindaco Marco Doria) – sia, soprattutto, le procedure di formazione di tali piani. Il ddl di riforma della vigente L.R. n. 36/1997 e s.m. (Legge urbanistica regionale) è stato predisposto in parallelo all’elaborazione del PTR (Piano Territoriale Regionale) in corso di ultimazione.
    Dietro la legittima esigenza di ridurre i piani territoriali sovra comunali e semplificare i procedimenti amministrativi, tuttavia, si nasconde il rischio di un minore coinvolgimento dei cittadini e dunque di un minore controllo da parte loro sulle scelte fondamentali che riguardano la trasformazione di un territorio già di per sé fragile, ma nonostante ciò pur sempre meta prediletta di chi nella cementificazione cerca la via più veloce per arricchirsi.

    “L’attuale assetto istituzionale troppo articolato e sovrapposto, l’eccesso di pianificazione e di sovrapposizione tra i piani, un pesante sistema di vincoli, alcuni imposti da leggi nazionali, ma moltissimi frutto della pianificazione territoriale generale e di settore – PTCP (Piano territoriale di coordinamento provinciale) e Piani di Bacino – la crescente debolezza del livello locale rispetto alla complessità delle valutazioni tecnico-amministrative e la conseguente lentezza dei procedimenti, rendono la Liguria, allo stato attuale, poco attrattiva per gli investimenti sia di capitale interno che, soprattutto, di capitale esterno”, così si legge in un documento redatto nel maggio 2013 da Gabriele Cascino, assessore regionale alla Pianificazione Territoriale e Urbanistica. L’assessore Cascino sottolinea come il disegno di legge punti a razionalizzare la formulazione dei nuovi PUC-Piani urbanistici comunali «Oltre sedici anni di operatività della legge regionale 36/1997 hanno messo in evidenza l’inadeguatezza delle procedure amministrative per l’approvazione dei piani urbanistici dei Comuni, caratterizzate dalla farraginosità dei molteplici passaggi e dalla sovrapposizione della valutazioni di Regione, Province e enti coinvolti, oltreché progressivamente superate dalle normative sopravvenute, specie per quanto riguarda la Valutazione ambientale strategica (VAS) dei Piani in applicazione delle direttive comunitarie».
    Dopo l’approvazione in Giunta adesso il ddl sta seguendo il consueto iter nella commissione consiliare competente della Regione Liguria (Commissione VI Territorio e Ambiente) con l’audizione dei vari soggetti interessati (sia istituzionali, sia rappresentativi delle componenti sociali e produttive) che hanno l’opportunità di presentare osservazioni in merito.

    L’associazione ambientalista Italia Nostra, recentemente audita in sede regionale, dopo aver premesso di esser favorevole all’opzione “consumo di suolo zero”, ha evidenziato la principale criticità insita nella proposta di riforma della Legge urbanistica regionale (LUR). «Bisogna distinguere i due aspetti: burocrazia da un lato e tutela dall’altro – spiega Roberto Cuneo, presidente di Italia Nostra Liguria – Ovvero i passaggi burocratici si possono anche semplificare e/o ridurre, ma non a scapito del processo democratico. Nella nuova versione, invece, la LUR non è sufficientemente attenta ad incentivare la partecipazione dei cittadini. Infatti si pensa più all’informazione che alla partecipazione, quest’ultima intesa quale vero ascolto delle opinioni della popolazione in fase di redazione dei piani e non come mera illustrazione di una pianificazione già stabilita, come purtroppo spesso accade».

    La pianificazione territoriale di livello regionale

    castelletto-oregina-circonvallazione-monteIl Piano Territoriale Regionale (PTR) andrà a sostituire gli attuali 6 piani territoriali regionali ed insieme ai Piani di Bacino – da rivedere e coordinare con la pianificazione urbanistica – costituirà il riferimento per la pianificazione dei Comuni, con diversificati livelli di efficacia e norme di flessibilità che lo rendano adeguabile alle esigenze della pianificazione comunale, senza che questo comporti complessi e discrezionali processi valutativi che caratterizzano attualmente la gestione delle varianti al PTCP.
    «Se la Regione assume un ruolo di guida, considerando che in Liguria abbiamo numerosi Comuni e spesso di piccole dimensioni, per noi non è un fatto negativo – spiega Cuneo, Italia Nostra Liguria – Sempre che sia garantita la massima trasparenza».

    Dalla riformulazione dei contenuti dell’articolo 11 della LUR (prevista nell’articolo 11 del ddl) relativo al quadro strutturale, si evincono i connotati essenziali che contraddistinguono il PTR come Piano sia strategico, sia di riferimento fondamentale per l’assetto paesaggistico, urbanistico ed infrastrutturale del territorio ligure, con l’individuazione anche degli ambiti territoriali e degli interventi di rilevanza strategica da attuare con progetti da svilupparsi e da approvarsi da parte della Regione.
    Vediamo nel dettaglio l’articolo 11 (Quadro strutturale), comma 3: “Il quadro strutturale stabilisce, sulla base delle pertinenti articolazioni territoriali e tematiche: a) la disciplina di tutela, salvaguardia, valorizzazione e fruizione del paesaggio in ragione dei differenti valori espressi dai diversi contesti territoriali che lo costituiscono; b) le indicazioni sulla suscettività d’uso del territorio, con specificazione degli obiettivi da perseguire, delle funzioni compatibili e dei criteri per la disciplina degli interventi; c)per quanto di livello regionale, le infrastrutture per la mobilità, l’approvvigionamento energetico, le discariche, gli impianti ecologici, tecnologici e speciali, nonché le strutture della grande distribuzione commerciale; d) il sistema della portualità commerciale e la localizzazione dei porti turistici; e) la localizzazione dei servizi di scala regionale quali sedi universitarie e grandi impianti di tipo ospedaliero, sportivo, ricreativo e fieristico. Il comma 4 specifica: “Con riferimento ai contenuti di cui al comma 3, il quadro strutturale può individuare ambiti, aree ed interventi di interesse regionale i cui progetti sono promossi, adottati ed approvati dalla Regione mediante ricorso alla procedura di cui all’articolo 16bis ovvero mediante accordo di pianificazione di cui all’articolo 57″.

    L’articolo 13 riguarda l’efficacia del PTR; al comma 1 si legge: “Le previsioni contenute nel PTR possono assumere i seguenti livelli di efficacia di: a) linee guida e di indirizzo della pianificazione territoriale di livello provinciale e comunale nonché delle politiche di settore aventi implicazioni territoriali e previsioni di orientamento ad efficacia propositiva, il cui mancato recepimento, totale o parziale, comporta l’obbligo di specificarne la motivazione; b) prescrizioni che impongono alla Città Metropolitana ove costituita, alle Province ed ai Comuni l’obbligo di adeguamento dei rispettivi piani entro un congruo termine a tal fine stabilito dal piano stesso, comprensive della relativa disciplina transitoria operante fino al loro adeguamento ed avente immediata prevalenza sulle diverse previsioni dei PUC; c) con esclusivo riferimento ai contenuti di cui all’articolo 11, comma 3, lettera a), e comma 4, prescrizioni e vincoli che prevalgono immediatamente sulle previsioni dei piani provinciali e comunali sostituendosi ad esse“.

    Infine si evidenzia che l’articolo 17 del ddl inserisce un nuovo articolo 16 bis della LUR (Progetti in attuazione del PTR di approvazione regionale) per prevedere la promozione ed approvazione – da parte della Regione – di progetti, a scala urbanistica (PUO-Progetti urbanistici operativi) o edilizia, per l’attuazione degli ambiti, delle aree o degli interventi individuati dal PTR come di interesse regionale.
    Leggiamo il comma 3 dell’articolo 16 bis: “I progetti sono adottati dalla Giunta regionale, anche su proposta della Città Metropolitana ove costituita, delle Province e degli Enti locali interessati…”. Mentre il comma 4 aggiunge: “Tali progetti sono approvati con deliberazione della Giunta regionale, sentito il Comitato tecnico regionale per il territorio, nei successivi novanta giorni dal ricevimento dei pareri ed assensi previsti dalla vigente legislazione in materia. Il provvedimento di approvazione è comprensivo del rilascio dell’autorizzazione paesaggistica della Regione e dalla VAS ove prescritta ai sensi della l.r. 32/2012 e s.m. ed ha valore di titolo edilizio“.

    Paolo Baldeschi, professore di urbanistica dell’Università di Firenze e studioso del paesaggio, manifesta parecchia perplessità a proposito di questa innovazione: “...I progetti sono di esclusiva competenza della Giunta, mentre il Consiglio non ha voce in capitolo, né tanto meno gli enti locali e i cittadini di cui non si prevede alcuna forma di partecipazione. La Giunta potrà così decidere in esclusiva su inceneritori, impianti di smaltimento di rifiuti, centrali di produzione energetica, bretelle stradali, ma anche porti, ospedali, carceri: insomma, tutto quello che non rientra direttamente nelle grandi opere della Legge obiettivo“. E i Comuni? Si domanda ancora il prof. Baldeschi: “…devono subire (ammesso che sia vero) i progetti della Giunta, ma allo stesso tempo riacquistano una pressoché totale autonomia nella pianificazione locale con due semplici mosse – scrive Baldeschi sul sito web specializzato in urbanistica, politica e società “Eddyburg” (www.eddyburg.it) – La prima: mentre nella legge vigente le prescrizioni del PTR dovevano essere recepite da Province e Comuni, pena l’esercizio di poteri sostitutivi, questa fondamentale clausola è scomparsa nella proposta. Non è chiaro, perciò, cosa avverrà qualora i Comuni non adeguino disciplina o previsioni del Piano urbanistico comunale (PUC) entro il termine fissato… La seconda: né Regione né Provincia, né Città metropolitana eserciteranno più alcuna forma di controllo sul Piano urbanistico operativo (PUO), lo strumento conformativo degli usi del suolo in cui si coagulano gli interessi privati e le pressioni speculative. Se ora la Provincia può annullare un PUO non conforme alle prescrizioni regionali o provinciali, in futuro le istituzioni sovraordinate si troveranno inermi rispetto a un Piano operativo che ignori le disposizioni del PTR, del Piano provinciale e dello stesso Piano comunale“.

    La pianificazione territoriale di livello comunale

    Secondo le norme della legge del 1997 i Comuni difficilmente riuscivano a concludere il procedimento di approvazione del Piano urbanistico in quattro anni, ed in molti casi neppure sei-sette anni erano sufficienti. «Tutto questo a causa del fatto che la legge urbanistica in vigore obbliga il Comune a redigere due piani urbanistici, prima quello preliminare e poi quello definitivo, ma in pratica senza alcuna effettiva differenza, con un conseguente ed inutile raddoppio di tutte le delibere e delle fasi di pubblicità e partecipazione dei cittadini – spiega l’assessore regionale Cascino – Al punto che la ripetizione dei procedimenti e delle fasi di valutazione da parte di Regione e Provincia anziché costituire momento di effettiva conoscenza e partecipazione, diventa spesso un motivo di confusione e disorientamento. La complessità e l’elevato costo del procedimento amministrativo è uno dei motivi per cui la Legge urbanistica del 1997 non ha avuto particolare successoaggiunge Cascino – considerato che in 17 anni poco meno del 40% dei Comuni liguri sono riusciti a dotarsi del Piano urbanistico comunale».
    La novità più significativa contenuta nel ddl consiste, dunque, nell’eliminazione dell’attuale articolazione del procedimento di formazione del PUC nelle due distinte fasi, con l’introduzione, invece, di un procedimento unico, assicurando, al contempo, la necessaria integrazione con le procedure di Valutazione ambientale strategica (VAS).

    Le nuove modalità di formazione del Piano urbanistico comunale prevedono poi il ricorso alla Conferenza di Servizi che «Permetterà al Comune di poter dialogare direttamente con la Regione Liguria e gli altri Enti, agevolando le fasi di illustrazione e valutazione del Piano e coordinando in un unico procedimento sia la fase di valutazione degli impatti ambientali del piano che quella dell’esame di merito del progetto urbanistico», sottolinea Cascino.
    Italia Nostra Liguria, però, contesta tale scelta «Con l’inserimento della Conferenza dei sevizi viene di fatto esclusa definitivamente la partecipazione dei cittadini e delle associazioni rappresentative di interessi collettivi e diffusi, trasformando la gestione territoriale ed urbanistica in una questione prettamente politica (Giunta) con un Consiglio comunale messo ai margini. Le Conferenze dei servizi, infatti, negli anni recenti sono state spesso utilizzate in modo improprio, rappresentando una semplice operazione di superamento dei vincoli posti dalla pianificazione».

    Inoltre, per tenere conto della differente complessità tra i Comuni di maggiore dimensione e quelli minori, è stata introdotta la figura del Piano urbanistico semplificato (vedasi il nuovo articolo 38 bis del ddl), caratterizzato dall’assenza di previsioni di trasformazione del territorio (distretti di trasformazione) e prevalentemente rivolto alla conservazione ed al recupero del patrimonio edilizio esistente (che sia conforme ai piani territoriali di livello sovracomunale), con conseguente riduzione dei costi per la sua elaborazione ed utilizzo dei sistemi informativi territoriali messi a disposizione gratuitamente dalla Regione Liguria anche per quanto riguarda le verifiche ambientali.

    Anche per le varianti ai PUC «Sono stabilite regole chiare per superare la vigente normativa che, con l’espressione tecnica degli “aggiornamenti”, consentiva ai Comuni di apportare modifiche al Piano urbanistico senza alcuna forma di pubblicità e partecipazione dei cittadini – spiega ancora l’assessore regionale Cascino – Le nuove norme stabiliscono confini precisi tra le varianti che i Comuni possono apportare con un procedimento più rapido, ma comunque caratterizzato dall’evidenza pubblica, rispetto alla varianti sostanziali al piano che seguono lo stesso procedimento di approvazione del PUC».
    Con riferimento alle procedure di variazione del PUC si segnala innanzitutto che nella riformulazione dell’articolo 43, commi 1 e 2 della LUR (prevista nell’articolo 47 del DDL) è stato meglio definito l’istituto dei “margini di flessibilità” del PUC, in base al quale è consentito – a fronte della predefinizione delle condizioni delle cosiddette “non varianti” – di attuare direttamente gli interventi che rientrano in tali margini, senza ricorso né ad aggiornamenti del PUC, né tantomeno, a sue variazioni.
    Italia Nostra Liguria ritiene decisamente negativa questa previsione «Si riducono le varianti di piano a favore di maggiori margini di flessibilità, riducendo però il controllo sul territorio da parte dei cittadini – spiega il presidente Roberto Cuneo – in tale prospettiva saranno gli uffici comunali a decidere, neppure gli organi politici, e questo è assai pericoloso».

    Va sottolineato che nel nuovo comma 3 del nuovo articolo 43 il campo di applicazione della procedura di aggiornamento del PUC è stato definito in modo più oggettivo e, di conseguenza, l’ambito di applicazione delle vere e proprie varianti del PUC risulta individuato in via residuale. In particolare sono state ricomprese in tale procedura le modifiche relative alla tipologia dei servizi pubblici di livello comunale (sempreché i relativi vincoli siano ancora operanti) nonché quelle volte alla localizzazione di nuovi servizi pubblici, le modifiche di adeguamento ad atti legislativi, di programmazione e di indirizzo statali o regionali, le modifiche della disciplina urbanistico-edilizia degli ambiti di conservazione, di riqualificazione e di completamento nonché dei distretti di trasformazione purché non comportanti l’individuazione di nuovi distretti di trasformazione e l’incremento del carico urbanistico complessivo già previsto dal PUC.

    Con riferimento alla struttura ed ai contenuti del PUC vanno segnalate, in particolare, le innovazioni relative all’aggiornamento della disciplina dei territori di produzione agricola, di presidio ambientale e dei territori prativi, boschivi e naturali, in coerenza ed in raccordo con i contenuti della pianificazione territoriale di livello regionale, metropolitano e provinciale, come delineati dal presente ddl (vedasi i nuovi articoli 35, 36 e 37 della LUR previsti negli articoli 37,38 e 39 del ddl): in proposito si sottolinea che al PUC viene demandata la fissazione della specifica disciplina urbanistica e paesistica a livello locale degli interventi ivi ammessi, nel rispetto dei connotati peculiari di tali territori ridelineati dal ddl.
    «In queste aree l’aspetto edilizio e di trasformazione del territorio assume un rilievo maggiore rispetto a quanto già previsto nella LUR – afferma Italia Nostra Liguria – Inoltre viene a mancare l’identificazione di aree esclusivamente destinate a protezione ambientale. Noi chiediamo di inserire normative che garantiscano maggiore tutela per le residue aree non urbanizzate di interesse ambientale e per le aree agricole urbane e periurbane».
    In Liguria ci sono ancora molti territori agricoli all’interno di aree edificate «Siti che non devono essere modificati – aggiunge il presidente dell’associazione ambientalista, Roberto Cuneo – Occorre più tutela e meno libertà ai Comuni di modificare. Questa è una legge che dovrebbe avere la finalità di salvaguardare il territorio seguendo le indicazioni politiche che vengono dall’Europa – conclude Cuneo – In tal senso auspichiamo che le nostre osservazioni, come quelle di altri, possano essere utili per realizzare una buona legge».

     

    Matteo Quadrone

  • Comune e GAI: via al progetto di rigenerazione degli spazi urbani con attività creative

    Comune e GAI: via al progetto di rigenerazione degli spazi urbani con attività creative

    I palazzi del Centro Storico di GenovaQualche giorno fa la Giunta comunale ha approvato una delibera relativa al progetto di rigenerazione degli spazi urbani del centro storico, da assegnare ad associazioni ed enti che si occupano di attività creative. È previsto il restyling di 5 locali del centro storico, al piano strada di altrettanti edifici, i quali saranno prima dotati delle attrezzature necessarie, poi assegnati in gestione ad “associazioni, imprese, professionisti che si occupano di attività creative”.

    La proposta è stata avanzata da “GAI Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani”, unione di 40 soggetti – fra capoluoghi, Province e Regioni italiane -, a sostegno della creatività giovanile. L’idea verrà realizzata in 17 città, allo scopo di mettere in relazione proposte culturali di imprese e associazioni di giovani con programmi di riuso di immobili da parte di proprietari pubblici e privati. Anche Genova farà parte delle città coinvolte: questa formula è stata ben accolta dall’assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Genova, Carla Sibilla, di concerto con l’Assessore allo Sviluppo Economico, Francesco Oddone, ed è stata presentata come una felice congiuntura tra mondo culturale e aspetto finanziario.

    Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

    Il progetto nel Centro Storico

    Si tratta di un progetto di durata triennale, che partirà nell’autunno 2014 e riguarda, appunto, il recupero di 5 locali del centro, la dotazione di attrezzature e l’assegnazione a soggetti che si occupano di industrie creative. Le formule di gestione saranno quelle del co-working e fablab, e prevedono dunque la creazione di contesti lavorativi in cui le varie personalità possano condividere competenze per realizzare progetti comuni (qui l’incontro con Talent Garden, progetto di coworking agli Erzelli).

    Per quanto riguarda la strumentazione messa a disposizione, in ogni spazio saranno allestite postazioni con spazio comune, wi-fi, stampanti anche 3D. Sarà presente un’attività di tutoring che agevoli e coordini lo sviluppo di progettazioni individuali ed integrate, comunicazione, aspetti giuridici e gestionali, costruzione di reti. Non mancheranno nemmeno seminari formativi brevi su argomenti trasversali legati a gestione, progettazione, fund raising, tecnologie, e gli spazi funzioneranno come “aggregatori” per il confronto di idee e “acceleratori” della progettazione.

    Le aree da recuperare saranno individuate nei quartieri di Pré e Maddalena (113 ettari), dove sorgeranno nuovi centri culturali, incubatori e spazi commerciali. Gli interventi di rivitalizzazione saranno sviluppati in coerenza con le attività del Patto per lo Sviluppo della Maddalena, con l’obiettivo di potenziare i processi di riqualificazione in atto e migliorare la vivibilità dell’area. Gli spazi in questione saranno gestiti secondo una formula mista tra pubblico e privato: bandi o chiamate permetteranno l’ingresso di privati nel progetto, ma si cercherà il dialogo con soggetti pubblici, dal momento che il progetto nasce come emanazione dell’Assessorato alla Cultura e allo Sviluppo Economico. L’amministrazione, infatti, vuole agire da “facilitatore” e  favorire il consolidarsi di questa nuova modalità di fare cultura.

    Il progetto si inserisce nelle linee strategiche dell’amministrazione comunale (qui l’approfondimento), che punta sulle industrie creative (qui l’approfondimento) come vettore di sviluppo economico e sociale. Un dibatto che si era aperto già con l’adesione a livello europeo a Creative Cities, nel 2010. Successivamente, l’endorsement politico nel programma del candidato sindaco Doria e l’inserimento del concetto di industrie creative nel PUC; poi, i primi risultati e gli investimenti nel settore audiovisivo e tecnologico, con la partecipazione al progetto europeo Medi@tic.

    Oggi parrebbe che a Genova sia stata recepita la tendenza, già europea e sempre più anche italiana, ad investire nei settori della cultura e delle professioni creative: questo sembra favorire lo sviluppo sociale ed economico, con considerevoli ricadute positive in molteplici settori, dall’economia al turismo, al rilancio economico del centro storico.

    Così si legge nel testo della delibera: “L’industria creativa e culturale italiana, ed in particolare quella genovese, è composta soprattutto da aziende piccole e micro imprese, fortemente specializzate, ma che difficilmente riescono ad essere competitive sul mercato internazionale. Sulla base dei dati pubblicati dalla Camera di Commercio di Genova, a fine 2011 le imprese creative presenti sul territorio cittadino superavano le 2700 unità, a cui si aggiungevano quasi 1700 imprese di attività connesse e che pertanto la creatività è presente nel panorama cittadino con quasi 4500 attività operative. Dal 2007 al 2011 il numero di Industrie Creative genovesi è aumentato di circa il 22%; nel 2010 Genova ha preso parte a Creative Cities. La cultura è una delle leve fondamentali del turismo per la città: i vantaggi degli investimenti in ‘cultura’ si ripercuotono sull’insieme dell’economia cittadina e che da essi dipendono gli esercizi alberghieri e commerciali e la stessa attrattiva delle crociere”.

    Elettra Antognetti

  • Le piante più adatte per realizzare una cassetta primaverile ed estiva

    Le piante più adatte per realizzare una cassetta primaverile ed estiva

    1Questa settimana forniremo un esempio di come sia possibile realizzare una cassetta primaverileestiva mediante l’impiego di piante disposte in modo molto naturale o spontaneo e poi di un contenitore di impianto più classico e tradizionale.
    Nel primo caso si potrebbero inserire nella cassetta semplici tutori o rametti di legno e poi seminare, alla base di questi ultimi, semi di nasturzio. Questi germinano in pochissimo tempo, sono assai economici e producono, nella varietà rampicante, rami verde brillante che si abbarbicano rapidamente ai loro sostegni.

    2Le infiorescenze sono molto appariscenti, gialle, arancioni e rosse scarlatte. Queste ultime si susseguono incessantemente dai primi caldi fino all’inizio dell’autunno e possono, in quanto edibili, essere persino aggiunte alle insalate.
    Nel caso in cui si volesse invece ottenere un insieme misto di piante, suggeriamo di mescolare, insieme ad un geranio centrale, alcune delle seguenti piante: petunie, piante del tabacco, lobelia ed edera sia verde che bianco verde. Se la pianta centrale sarà rosa, quelle di contorno potranno essere bianche azzurre o violette in modo da ottenere un effetto cromatico che sottolinei, tra il verde acceso dell’edera, i colori del geranio. Nel caso in cui quest’ultimo fosse bianco, vi sarà maggiore libertà nella scelta dei colori abbinabili, sconsigliamo però, perché in genere esteticamente poco gradevoli insieme a quel colore puro, i rossi, gli arancioni ed i gialli.

    3Nel caso si tratti poi di collocare la cassetta in un cavedio o in luoghi poco illuminati o umidi, si potrà senza dubbio optare per contenitori di sole felci o di sola edera. Il risultato sarà molto soddisfacente, garantirà di ottenere un angolo di verde che richiede una minima manutenzione e che si mantiene, quasi inalterato, negli anni. Nel caso in cui si mescolino poi diverse tipologie di edere o di felci o eventualmente le due essenze tra loro, si riuscirà, in poco spazio, a ricreare un piccolo spaccato di sottobosco.

    4A questo punto possiamo invece passare a descrivere un esempio di cassetta di impianto decisamente più formale. In questo caso, come abbiamo già accennato in un nostro precedente articolo, si procederà mediante l’impiego di piante dal portamento più rigido, regolare e scultoreo.
    Nel caso che descriveremo si partirà dalla collocazione di due piantine di edera, da posizionarsi ai due lati della cassetta. Si potrà optare tanto per l’edera bianca e verde, da abbinarsi a piante fiorite nei toni del rosa, dell’azzurro, del violetto e del bianco oppure per quella verde scuro che consiglio nel caso si impieghino annuali o cespugli dalle colorazioni accese (rosso, giallo, arancione…). Generalmente suggeriamo di collocare dei rami secchi ai lati del contenitore ed infilati nel terreno, proprio al fine specifico di permettere all’edera di avere, durante la fase del suo sviluppo, un sostegno intorno al quale avvilupparsi.

    5Quest’ultimo verrà, in breve tempo, completamente ricoperto, rimanendo sommerso dal rampicante. A questo punto sarà possibile optare o per lasciare che l’edera si sviluppi in modo spontaneo ed irregolare oppure contenerla, conferendole una forma conica o sferica a seconda delle esigenze. Nel mezzo della cassetta sarà possibile collocare piante fiorite o piccoli arbusti, i cui colori e le cui dimensioni possono variare in base al gusto ed alle esigenze del singolo caso. E’ anche possibile prevedere delle sostituzioni che permettano di impiegare piante più propriamente primaverili, in una prima fase, cui subentreranno essenze tipicamente estive. Certe tipi di campanule, le bulbose (narcisi, tulipani, irsi, giacinti…) non permettono, con la loro fioritura, di coprire l’intero periodo che va da marzo a settembre, di conseguenza dovranno essere rimpiazzate con altre essenze.

    Verso fine primavera ed inizio estate si potranno quindi piantare, in loro sostituzione, fiori di vetro, gerani, begonie o cespugli di margherite, potentille… La manutenzione della cassetta è estremamente semplice, essendo sufficienti innaffiature costanti e non eccessive. Anche i costi di gestione e di sostituzione delle piante saranno minimi, potendosi tranquillamente optare per annuali o comunque per gerani ed affini ben poco dispendiosi.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Cipro, Era Superba al training course sulle elezioni europee 2014. La nostra esperienza

    Cipro, Era Superba al training course sulle elezioni europee 2014. La nostra esperienza

    time-for-action-cipro-3Ci hanno “mandati a quel Paese”, e a farlo è stato YEAST, associazione genovese che si occupa, tra le altre cose, di scambi e mobilità internazionale dei giovani nei Paesi europei. Siamo stati ospiti a Cipro per frequentare un training course dedicato alle prossime elezioni europee di maggio 2014, dal titolo “European Elections 2014: Time for Action”.

    Assieme a noi, delegati di Era Superba con la missione di portare Genova in Europa, un’altra ventina di partecipanti under 30 da vari Paesi (Spagna, Grecia, Romania, Bulgaria, Croazia, Polonia, Slovenia) che tra 21 e 27 marzo hanno partecipato assieme a noi ai seminari e alle attività organizzate dall’associazione cipriota E-Youth.

    Abbiamo deciso di partire prima dell’inizio del corso, e siamo arrivati sull’isola qualche giorno prima, il 19 marzo, per guardarci un po’ attorno e andare alla scoperta della “real Cyprus” (come Adela Quested, che nel romanzo di E.M. Forster andava alla disperata ricerca di “the real India”, perdendosi nelle grotte di Marabar). Vi avevamo dato qualche anticipazione, confidandovi le nostre aspettative, le speranze e il fermento pre-partenza. Poi vi abbiamo portato con noi alla scoperta dei posti più belli, grazie a un live tweet  da cui è nato anche uno storify. Ora vi raccontiamo per filo e per segno com’è andata.

    Training course “European Elections 2014: Time for Action”

    european-union-house-ciproIl progetto è stato organizzato dal gruppo E-Youth di Cipro, in partnership con Youth Business Network (Grecia) e un team di ricerca della Democritus University della Tracia. Si tratta di un corso inserito all’interno dello Youth in Action Programme 2007-2013, approvato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dei Ministri nel dicembre 2006. Rivolto a giovani tra i 15 e i 28 anni residenti in uno dei 27 Paesi membri UE, coinvolge istituzioni locali, organizzazioni, enti non-profit. Scopo del progetto, facilitare l’inclusione dei ragazzi all’interno della società e incoraggiare lo spirito di iniziativa, promuovendo una migliore comprensione delle diversità in Europa.

    Youth in Action si articolava in 5 programmi: Youth for Europe; European Voluntary Service; Youth in the World; Youth Support Systems; Support for European cooperation in the youth field.

    Dal 2014 Youth in Action è stato inglobato all’interno del nuovo Erasmus + 2014-2020, progetto per educazione, formazione, gioventù e sport che combina LLP, YiA e altri 5 programmi di cooperazione internazionale. In particolare, il nostro training course sulle elezioni si è svolto a proprio a Nicosia, all’interno del Youth Hostel Zemenides Mansion, e nei sei giorni di training abbiamo partecipato a workshop, lavori di gruppo, street actions; abbiamo discusso di argomenti di attualità e messo in atto simulazioni di sedute della Commissione e del Parlamento Europeo, cercando di approfondire il programma dei vari partiti, anche mediante ricorso a quiz, giochi, momenti partecipativi.

    time-for-action-cipro-2Si è cercato di approfondire tematiche come quelle legate al mondo LGBT e alla rappresentanza omosessuale all’interno del nuovo Parlamento Europeo dopo maggio 2014: abbiamo scoperto che Cipro sembra non recepire le tendenze internazionali ed europee e resta perlopiù esclusa dal processo di tutela della comunità LGBT e di riconoscimento dei diritti fondamentali. Ci ha sorpreso constatare la scarsa informazione della maggior parte dei cittadini ciprioti interpellati, molti dei quali non avevano mai sentito l’acronimo “LGBT” e per i quali la confusione a riguardo sembrava regnare sovrana. Ci siamo confrontati con i nostri colleghi su temi come ambiente e sostenibilità; legalizzazione delle droghe leggere, allargamento dei confini della UE. Abbiamo partecipato a un incontro con alcuni dei responsabili della European Union House Cyprus in cui si è parlato delle dinamiche all’interno delle “stanze dei bottoni” della UE, delle differenze tra Commissione e Parlamento europeo, dell’importanza del voto e della partecipazione dei cittadini, che attraverso la UE possono dire la loro e avere un impatto su un piano ulteriore rispetto a quello nazionale: “act, react, impact”, non a caso, è lo slogan delle elezioni di maggio.

    Nicosia

    Nicosia, città interculturale, ponte sul Mediterraneo, avamposto europeo al confine con il continente asiatico. Capitale che si affaccia su Turchia, Siria, Libano, Grecia; città dall’animo ellenico ma a soli 70 chilometri dalle coste ottomane, dalle quali la separa solo un lembo di mare; metropoli con grattacieli e villaggio di agricoltori: questa moltitudine di anime rende Nicosia così affascinante e difficile da inquadrare all’interno degli schemi tradizionali.

    Atterriamo sull’isola di notte mentre ci accoglie una luna rosso sangue che spunta dal mare, proprio come dal mare era spuntato il Sole, quella mattina, a Genova. E così ci sentiamo già un po’ più di casa, in una Cipro che a volte ci ricorda Rimini, a volte il Salento. E, nonostante il mare verde cristallino e le scogliere scolpite dal vento, l’isola non è solo la sua costa. I collegamenti al suo interno sono semplici: lunghe superstrade uniscono rapidamente le più importanti città a Nicosia, a cui tutte convergono naturalmente come in una sorta di raggiera. In poco meno di un’ora di bus, tra distese di uliveti, dolci onde collinari e altopiani rocciosi, raggiungiamo la capitale. La stazione dei bus si trova su quello che solo in un secondo tempo capiremo essere un bastione delle antiche mura veneziane della città, perfettamente conservato come tutti gli undici che la difendono. È una cinta muraria imponente, una delle meglio conservate del Mediterraneo, il cui impatto è tanto forte da non aver lasciato indifferente un’architetto del calibro di Zaha Hadid, impegnata nel progetto dell’Eleftheria Square. Se la prima cosa che un turista vede di Nicosia sono le sue mura, le dimentica immediatamente dopo attraversando la città, grazie al calore e alla cordialità della sua gente. Percorrendo la strada principale, da cui si ramificano una serie di stradine ricche di locali che sprigionano i profumi dei narghilè fumanti, si arriva molto in fretta al CheckPoint, unico ingresso del muro che divide ancora l’ultima capitale del mondo in due. Prendiamo “coraggio”, non tanto per il timore, quanto per il fascino che la cosa comporta: passiamo dal controllo passaporti, compiliamo il visto, lo restituiamo per i timbri e, finalmente, siamo nella parte turca di Nicosia. E sembra immediatamente di essere in un altro continente. Le voci, i canti dai minareti, le stradine piene di botteghe e artigiani, il Bazar carico di incensi e tessuti, le pietre e i gioielli orientali, la cattedrale di S. Sofia convertita a Moschea, le bandiere turche e i soldati in appostamento. La parte turca di Nicosia affascina per tutte queste cose insieme. Ma ancora di più affascina perché la gente ha la stessa identica cordialità e lo stesso identico calore di quella dall’altra parte. E si intuisce, allora, che a dividerli sia solo una striscia di muro militarizzata e di filo spinato. Sarebbe bello che, anche rimanendo così le cose, pur rimanendo divisi, si mandassero a casa i soldati e si abbattesse quella barriera. Magari tutti si accorgerebbero che, in effetti, non ce n’era affatto bisogno.

     

    Elettra Antognetti e Nicola Damassino

  • Industrie creative a Genova: di cosa stiamo parlando? Lo chiediamo all’Ufficio Città e Cultura del Comune

    Industrie creative a Genova: di cosa stiamo parlando? Lo chiediamo all’Ufficio Città e Cultura del Comune

    pittore-pittura-disegno-arte-CAvete mai sentito parlare di industrie creative? Una definizione che prende sempre più campo anche a Genova, suona bene e richiama immagini positive, ma allo stesso tempo trasmette vaghezza ed evocatività. Si tratta di imprese nate dalla creatività individuale, che sfruttano abilità e talento culturale/intellettuale per generare profitti e posti di lavoro. Il concetto è stato sviluppato a partire dal 2001 in Gran Bretagna, e la definizione sopra citata si deve all’allora Ministero della Cultura, Media e Sport, vero iniziatore di questo processo che si spinge fino ad oggi e che ha valicato i confini britannici per spingersi in tutta Europa.

    Oggi, infatti, sono attivi vari programmi promossi e finanziati dall’Unione Europea per il sostegno alle industrie creative: un processo che nel corso di questi anni ha subito continue evoluzioni, verso un miglioramento testimoniato dal trend positivo che questo modello di business registra.

    Ma perché le attività imprenditoriali che puntano su una propria idea e sulle proprie capacità ora devono essere chiamate industrie creative? Siamo davanti ad una banale etichetta priva di senso? Molti – sia gli addetti ai lavori del mondo dei media, sia gli outsider – sembrano convinti di questa ipotesi. Per questo ci rechiamo all’Ufficio Città e Cultura del Comune di Genova e ne parliamo con Egidio Camponizzi e Fabio Tenore, che seguono lo sviluppo di queste attività sul territorio genovese.

    In che settori operano le industrie creative?

    Le industrie creative si riferiscono a una serie di attività economiche che si occupano della produzione e/o dello sfruttamento di conoscenze e informazioni, ovvero quelle imprese che hanno la loro origine nella creatività individuale, abilità e talento, e che hanno un potenziale di ricchezza di posti di lavoro attraverso la generazione e lo sfruttamento della proprietà intellettuale.

    Esse includono tutto ciò che ha a che fare con la produzione di cultura a ogni livello: non solo la performance dell’artista sul palco, ma anche il mondo che si cela dietro come ad esempio pubblicità, video, architettura, musica, arte e mercati antiquari, spettacolo dal vivo, computer e videogame, editoria, artigianato, software e design, tv, radio, moda. Oltre ai 13 settori indicati a livello generale, in Italia è contemplato anche il settore dell’industria del gusto, secondo l’indicazione fornita qualche anno fa da Walter Santagata.

    L’Europa e l’Italia

    Il progetto “Industrie Creative” nasce a livello europeo, all’interno di progetti più grandi come Creative Cities, Mediatic e Creart, che tutti insieme si occupano di incentivare e tutelare in vari modi le esperienze professionali legate al mondo della cultura, dell’arte, della creatività, favorendo la mobilità artistica tra i Paesi dell’UE.

     Oggi le aziende di questo tipo coprono il 9% del PIL europeo.

    Come si legge qui  “A livello strategico l’Unione europea sta puntando molto sulle industrie creative come principale vettore capace di trainare le economie occidentali fuori dalla crisi, tanto da dedicare un intero programma, nella prossima tranche di finanziamenti (previsti per i primi mesi del 2013, n.d.r.), alla creatività, con un investimento complessivo di 1,8 miliardi di euro per il periodo 2014-2020. Secondo i dati di Eurostat nel 2005 in Europa c’erano 5,8 milioni di lavoratori impiegati nelle industrie creative pari al 3,1% della popolazione europea”.

    Venendo al caso dell’Italia, nel nostro Paese nello specifico sono 400 mila le aziende che rientrano sotto l’etichetta di “industrie creative” e 1,4 sono gli occupati in questo settore, con una copertura del 4,9% del PIL nazionale.

    Genova

    via venti settembre genovaA Genova, ci raccontano Camponizzi e Tenore, il progetto è stato accolto positivamente prima dall’allora giunta comunale (in particolare dall’assessorato alla Cultura, che ha inserito il programma nella sua agenda), poi dall’attuale sindaco Doria, che aveva inserito il tema delle industrie creative all’interno del suo programma di candidato sindaco, con una sorta di “endorsement” pubblico al progetto.

     

    «Oggi è entrato a buon diritto all’interno del programma politico della giunta comunale – conferma Camponizzi – e gode del duplice appoggio del settore culturale e finanziario: pochi giorni fa è stato firmato un atto deliberativo congiunto tra assessorato allo Sviluppo Economico e alla Cultura per la realizzazione di interventi di rigenerazione urbana in luoghi da destinare alla produzione artistica. Il progetto non è ancora stato finanziato, ma è un passo avanti verso un lavoro congiunto, che apra anche all’erogazione di fondi a livello locale, oltre a quelli stanziati a livello europeo e nazionale, per il sostegno alle realtà creative».

    Ad oggi, inoltre, alcuni incentivi arrivano anche a livello regionale (che fornisce un sostegno strutturale), senza contare le richieste a terzi, che decidono di aderire a ipotesi di sviluppo. In generale, i progetti e le attività presi in considerazione hanno come riferimento sia le risorse umane (Direzione Cultura e Turismo – Ufficio cultura e città del Comune di Genova, collaborazioni professionali esterne per progetti europei, collaborazioni con vari settori del Comune, reti di associazioni artistiche); sia risorse finanziarie, tra cui fondi dei progetti europei, finanziamenti dal Piano Locale Giovani e sponsor privati. In totale, dal 2011 al 2013 a Genova sono stati destinati alle industrie creative oltre 700.000 euro.

    Stando ai dati forniti dalla Camera di Commercio e aggiornati all’ottobre 2013, nel capoluogo ligure sono 2787 le Imprese Creative, con un numero medio di 3,7 occupati per azienda (si tratta quindi di piccole e micro imprese), pari al 6,6% del comparto produttivo cittadino. Dal 2007 al 2011, inoltre, il numero di industrie creative a Genova è aumentato del 22,03%, e il trend più alto è stato registrato soprattutto nel settore delle imprese di produzione e distribuzione di software, videogame e dell’innovazione tecnologica.

    Ci dicono i nostri interlocutori: «Genova ha un sistema culturale molto articolato e un tessuto creativo vario e di alto livello. È importante promuovere la creatività dei giovani: è una grande opportunità, in questo contesto, oltre che un dovere collettivo. Il fatto che ogni impresa permetta l’assunzione di circa 3 dipendenti ciascuna è un dato positivo e apre nuove potenzialità a livello non solo europeo ma soprattutto locale, in un momento in cui si registrano perlopiù trend negativi collegati ad altre esperienze produttive, industriali e imprenditoriali. Una controtendenza, un successo che viene sia dal sostegno europeo, sia dall’adeguamento a nuovi modelli di comunicazione e cultura, diversi dal passato: sono settori in evoluzione, oggi basta un semplice pc per creare cultura, o il crowdfunding, o altri sistemi nuovi. A differenza dell’industria pesante, in crisi anche perché richiede strumenti costosi  e ricercati, le industrie creative sono sostenibili, rispondono a nuove esigenze e aprono a nuovi mercati».

    Il quadro appare certamente positivo, ma non nascondiamo qualche perplessità. Ci sembrano – dobbiamo confessare – conclusioni un po’ troppo semplicistiche e avulse dalla realtà, i numeri non bastano a farci cambiare idea. Perciò chiediamo: in concreto, quali sono le ricadute positive delle cosiddette industrie creative nella realtà genovese? Dopo l’iniziale momento di perplessità, la risposta: «Buona domanda, è difficile stabilirlo con precisione».

    Palazzo Ducale, Genova«In generale possiamo dire che dopo la presentazione dei nuovi progetti europei in autunno, lavoreremo per valorizzare e promuovere le figure professionali dietro le quinte del mondo creativo, a vari livelli. Pensiamo di individuare uno o due ambiti specifici in cui muoverci: un esempio, il settore audiovisivo, a Genova già consolidato e coperto da realtà come Cineporto, e in cui è più facile concentrare i finanziamenti. Inoltre, pensiamo di sostenere iniziative legate all’arte contemporanea, che non ha mai attecchito a Genova, nonostante gli sforzi di Villa Croce. In tutto ciò, naturalmente lavoreremo rivolgendoci allo sviluppo delle nuove tecnologie e il loro impiego all’interno dei vari settori delle industrie culturali, verso l’affermazione della Smart City. L‘approccio è cambiato radicalmente: non più solo industrie culturali e cultura vecchio stile, finora sostenuta in modo passivo, ma industria creativa che diventa capace di autofinanziarsi e offrire impiego, rigenerarsi, trovare finanziamenti in modo indipendente. È il processo che viviamo ora: all’inizio, nel 2007, anche le linee del programma della UE erano più “passive”, come formalizzato dal progetto Cultura 3007-2013; ora, con Creative Europe questo status è cambiato». La non risposta conferma i nostri dubbi».

    A livello locale, inoltre, il Comune di Genova è orientato a puntare sulla valorizzazione del patrimonio culturale, per il radicamento dell’industria creativa nel tessuto urbano attraverso analisi e monitoraggio del territorio, favorendo i collegamenti interni e con la rete europea. Si parla anche del riutilizzo di spazi cittadini attualmente vuoti e dismessi, adibiti a luoghi di creazione di cultura. Esiste un progetto di rigenerazione urbana con finanziamenti ministeriali, approvato all’interno del decreto legge Valore-Cultura approvato nell’ottobre 2013, che “prevede la destinazione di immobili di proprietà dello Stato a studi di giovani artisti italiani e stranieri, per favorire il confronto culturale e la realizzazione di spazi di creazione di arte contemporanea (art. 6)”.  Se sia sostenibile o no, se sia fattibile in tempi brevi o meno, non lo sappiamo, e non lo sanno nemmeno i nostri interlocutori all’Ufficio Città e Cultura, che commentano «Ora almeno c’è questa possibilità, poi vedremo cosa succederà. Serve l’aiuto di amministrazione locale e statale».

    I progetti in Europa per le industrie creative

    Creative Cities: È un progetto europeo di durata triennale, finanziato dal programma europeo Central Europe che prevede la partecipazione di cinque città dell’Europa centrale che stanno vivendo una fase di trasformazione post-industrale con un passaggio da un’economia industriale ad un’economia creativa (nello scorso triennio Genova ha partecipato al progetto Creative Cities, purtroppo in città se ne sono accorti in pochi a causa della scarsa promozione. L’approfondimento sul numero 38 di Era Superba, ndr). Grazie a Creative Cities vengono indicati principali campi d’azione di un’impresa creativa: dalla pubblicità e commercio, all’architettura e compagnie di distribuzione, industria cinematografica, musica, attività museale, vendita (sia diretta che al dettaglio) di beni culturali, ecc, al fine di  creare una rete a livello europeo fra gruppi di imprese operanti nel campo della produzione creativa. Per farlo, ci si serve di gruppi di lavoro e corsi di formazione, azioni di marketing transnazionale e collaborazioni con altri settori del mercato. Il fine del progetto è favorire le capacità imprenditoriali e la competitività delle industrie creative locali, aprire nuovi mercati e attrarre investimenti.

    Mediatic: Progetto europeo triennale (dicembre 2011-dicembre 2014) che prende le mosse dal precedente Creative Cities, per lo sviluppo economico del settore audiovisivo e dei mezzi di comunicazione. Anche in questo caso Genova fa parte del progetto insieme a nove partner europei – Siviglia, San Sebastian (Spagna), Kristiansand (Norvegia), Derry (Regno Unito), Bielsko-Biala (Polonia), Cork (Irlanda), Balzan (Malta), Donegal (Irlanda), Vidzeme (Lettonia). Il budget complessivo a disposizione del progetto è pari a 1.747.721 euro.

    Creart: Progetto del 1 marzo 2012, coordinato dalla città di Valladolid, vede Genova partecipante con altri 13 partner, per un sistema permanente e professionale di mobilità artistica. Creart è finanziato nel quadro del programma Cultura 2007 -2013 e ha durata di 5 anni, con finanziamenti pari a 3.437.300 €.

    Creative Europe: Nuovo programma di finanziamenti europei 2014-2020. Ha un budget di 1,46 miliardi di euro e deriva dalla fusione di due precedenti programmi, “Cultura” e “Media” 2007-2013, e da un fondo di garanzia per il settore culturale. Possono partecipare enti pubblici e privati di uno dei Paesi membri, attivi da almeno 2 anni nel settore creativo. I primi bandi sono stati presentati nel dicembre 2013.

    I progetti a Genova

    Chiediamo ai nostri interlocutori qualche nome, qualche riferimento preciso di industria creativa a Genova, per aiutarci a inquadrare l’oggetto della nostra discussione e scendere dal piano teorico a quello pratico. Ma incontriamo qualche difficoltà, e alla fine escono fuori solo gli esempi di CreSta, di cui vi avevamo già parlato, ma anche – dice Egidio Camponizzi –  Yarn Bombing: «A Genova l’idea è nata nel 2012, nell’ambito di un servizio civile per cercare di sviluppare le relazioni tra generazioni diverse, come quella dei giovani e quella degli anziani. Fin dal primo anno abbiamo avuto una partecipazione straordinaria, con 70 tra scuole, comitati e associazioni che si sono offerti di collaborare per “vestire” la città. Quest’anno il numero è cresciuto a 100, e gli sponsor sono entusiasti: ad esempio, i produttori di lane e filati, ma non solo, che hanno deciso di aderire e finanziare il progetto, rendendolo indipendente».

    Ma anche in questo caso si può parlare di industria creativa, o si tratta piuttosto di un evento collettivo e partecipativo, che – pur essendo creativo – esula dalla definizione di “industria”? Le idee restano confuse: «Anche se in questo caso non si parla di vera e propria impresa, Yarn Bombing è un modello virtuoso, bisogna andare avanti e incentivare la compartecipazione. È un modo come un altro di sostenere quello che sta attorno alla cultura. Cerchiamo di adeguarci a nuove tecnologie e forme di fare eventi».

    L’impressione generale – e totalmente personale – è che nonostante gli ottimi progetti e i buoni tentativi dell’amministrazione locale, regni ancora un po’ di confusione circa le industrie creative, il loro potenziale sul territorio genovese e la loro forza nel creare lavoro per i giovani “artisti”, di qualunque tipo. Come potenziare il sistema, come aprire le industrie creative e renderle fruibili per l’intera città? Al momento queste domande sono destinate a restare senza risposta.

    Elettra Antognetti

  • Permiso de Soñar, un documentario che lega la Liguria all’Ecuador. Progetto del collettivo Escuelita

    Permiso de Soñar, un documentario che lega la Liguria all’Ecuador. Progetto del collettivo Escuelita

    ChiavariPermiso de Soñar è un film del collettivo Escuelita, nato da un laboratorio video animato da Cristina Oddone, Zelmira Pinazzo, Claudia Sbarboro, Gianluca Seimandi, Simone Spensieri. È l’ultimo progetto video diretto dalla regista genovese Oddone che, dopo il successo del documentario “Loro Dentro” (qui l’approfondimento di Era Superba), si è avvalsa ancora della collaborazione degli operatori del Laboratorio di Sociologia Visuale, del Centro Frantz Fanon di Torino e ASL 4, allargando il cerchio anche all’Escuelita di Chiavari.

    Il film racconta la migrazione di un gruppo di giovani che dall’Ecuador sono arrivati in Italia per ricongiungersi con le loro madri, partite anni prima sperando di trovare un’occupazione nel nostro Paese. Permiso de Soñar affronta i problemi aperti legati all’accoglienza nel nostro Paese e soprattutto in Liguria, alle leggi, agli ambienti “devianti” in cui i migranti spesso si trovano a vivere.

    Il titolo, com’è facilmente intuibile, significa “Permesso di sognare”: una formula che richiama anche fonicamente il concetto di “permesso di soggiorno” ed evoca le difficoltà di ottenere un documento che legittimi la presenza di questi soggetti sul territorio e restituisca loro la speranza di un progetto di vita concreto.

    Nel dicembre 2012, una versione ancora embrionale era stata presentata a Genova in occasione dell’Ecuador Festival. Si trattava di un piccolo premontato di circa 18 minuti. In seguito, questo lavoro è stato integrato con altre immagini e contributi: un docu-film di circa 50 minuti, in formato HD (fotocamera Canon 70D e telecamera SONY HVR Z1), da distribuire in festival, circuiti televisivi, dvd, formazioni sul tema delle migrazioni e della sofferenza sociale. Per questo, dallo scorso 27 gennaio è stato aperto il crowdfunding: chi vuole, può fare una donazione entro il 15 maggio 2014 e aiutare la realizzazione del documentario.

    La Escuelita e i “figli sospesi”

    «Al momento gli incontri all’Escuelita si svolgono una volta a settimana – racconta la regista Cristina Oddone – ma siamo fermi con le riprese perché stiamo cercando finanziatori per poter ideare un progetto organico. Per ora abbiamo optato per il fundraising e ci siamo affidati a Produzioni dal Basso, ma abbiamo in programma anche un incontro con il consolato ecuadoriano per cercare di sbloccare la situazione: anche loro sono sensibili alle tematiche che trattiamo perché negli ultimi anni si sta riscontrando un ritorno dei migranti nel Paese di origine».

    Il progetto nasce grazie all’iniziativa di “La Escuelita”, collettivo di giovani immigrati per lo più ecuadoriani, che da ormai 6 anni opera nel territorio del Tigullio – tra Chiavari e Lavagna – e lavora sulle problematiche di esclusione e marginalizzazione. Si riunisce con la supervisione dello psichiatra Simone Spensieri del Centro Frantz Fanon di Torino e segue il percorso complicato di questi giovani stranieri – molti dei quali frequentano anche il SERT -, occupandosi di cittadinanza e processi di socializzazione. Nel 2013 Escuelita ha deciso di dare avvio alla realizzazione di un documentario sui sogni dei ragazzi che ospita e sulla loro difficoltà nel trovare nuovi orizzonti di vita nell’area del Tigullio, collegando a doppio filo Liguria e Sud America. Chiavari, nello specifico, è uno scenario particolare: è una “provincia ricca”, meno problematica e complessa di Genova. Anche se si tratta di una città di migranti (diretti proprio verso il Sud America), oggi qui la società è conservatrice, i giovani stranieri danno più nell’occhio, sono stigmatizzati e devono fare spesso i conti con una forte sorveglianza.

    Inoltre, il motivo della formazione di una comunità così importante proprio nella nostra regione è dovuta al fatto che, come si sa, l’età media degli abitanti è alta, la popolazione è anziana e bisognosa di cure: per questo molte donne sudamericane hanno scelto di vivere qui, lavorando come badanti. Poco dopo, il ricongiungimento dei coniugi e dei figli, per la ricostruzione del nucleo famigliare. Solo che, mentre le madri hanno trovato impiego presso le famiglie chiavaresi, i figli sono rimasti sospesi «tra un passato sfumato e un futuro che non riesce a configurarsi», come racconta la regista. Sono in Italia da ormai una decina di anni, sono arrivati quando erano adolescenti e frequentavano le scuole superiori; adesso hanno circa 27-28 anni, molti di loro hanno una famiglia, le loro storie sono sfaccettate e complicate. Da un lato non vogliono andarsene dal nostro Paese, ma le dinamiche di inclusione e il contesto sembrano ostili; dall’altro mitizzano la patria lasciata e vorrebbero tornarvi, soprattutto adesso che – complice la crisi dell’occidente – l’Ecuador è un Paese emergente, con più possibilità sotto il profilo professionale e dell’istruzione, e con maggiori incentivi sul piano edilizio.

    In bilico tra restare e tornare, tra inclusione ed esclusione in un contesto ostile, questi migranti hanno anche molti ostacoli legali davanti a sé: ottenere la cittadinanza italiana, avere i documenti in regola e un permesso di soggiorno permetterebbe loro di costruirsi una vita “regolare”, trovare un lavoro che non sia in nero e che non li renda ricattabili, fare progetti per la loro famiglia.

    Permiso de Soñar: il documentario

    Dallo scorso anno si è cominciato a introdurre nei tradizionali incontri dell’Escuelita una riflessione sull’immagine e la narrazione di sé, realizzando interviste e girando scene all’aperto, nei luoghi normalmente frequentati dai ragazzi, cercando di coglierne l’aspetto quotidiano. Si è pensato di trasformare i consueti colloqui individuali in incontri di gruppo tra individui con problemi simili, in cui i soggetti potessero tirare fuori le proprie emozioni, ascoltarsi e  imparare anche a usare la macchina da presa e la strumentazione.

    Il girato si snoda in periferie e spazi urbani in stato di abbandono, e – come succedeva in “Loro dentro”, documentario girato all’interno del carcere di Marassi – l’obiettivo è instaurare un narrato intimistico e creare un livello di confidenza con i personaggi, spingendoli a parlare delle proprie storie perché a loro agio con gli operatori.

    L’approccio è etnopsichiatrico e tratta le problematiche dei vari soggetti non come se fossero separate dallo scenario di riferimento, ma contestualizzandole e facendo riferimento al gruppo etnico di riferimento: cade il giudizio etnocentrico e vengono messe in luce le specificità di certi disturbi non appartenenti a categorie psichiatriche universalmente riconosciute.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Caserma Gavoglio, le immagini in mostra al Ducale. Il gigante del Lagaccio si apre alla città

    Caserma Gavoglio, le immagini in mostra al Ducale. Il gigante del Lagaccio si apre alla città

    gavoglio de angeli-36Fino al 4 aprile è possibile visitare, presso lo Spazio 46 Rosso di Palazzo Ducale, la mostra fotografica di Federica De Angeli sulla caserma Gavoglio al Lagaccio. L’esposizione fornisce un’eccellente panoramica su quest’enorme area urbana le cui sorti hanno sempre suscitato particolare interesse e preoccupazione nei residenti (qui l’ approfondimento di Era Superba).

    Le associazioni di quartiere, che si sono prestate attivamente alla creazione del comitato “Voglio la Gavoglio” per il recupero della zona e per la sua restituzione alla collettività, hanno finalmente visto un punto di svolta il 20 marzo con la cessione a titolo gratuito, da parte del Demanio al Comune, di un primo lotto degli oltre 60.000 metri quadrati dell’area (qui maggiori informazioni), precisamente della parte più antica, tra l’altro sottoposta a vincolo dalla Soprintendenza in quanto bene culturale.
    A latere si è tenuta, sempre a Palazzo Ducale, una conferenza sul tema, dal momento che l’area – se riconvertita e recuperata – potrebbe essere la chiave di volta per la riqualificazione di un quartiere penalizzato da decenni di edilizia selvaggia, da una viabilità pessima e dalla mancanza di servizi essenziali.

    La Gavoglio è solo un tassello del grande mosaico genovese di luoghi abbandonati da restituire alla comunità: il lavoro fotografico documentario di Federica De Angeli sta progressivamente mettendo insieme le numerose tessere di questo mosaico (la scorsa tappa è stata la mostra fotografica su Valletta Carbonara presso l’Albergo dei Poveri, ndr). Le tappe «sono state tante in questi anni: il mercato di Corso Sardegna, il Parco dell’Acquasola, Ponte Parodi, Calata Gadda, gli Erzelli, ma uno dei più importanti è il progetto che si è concluso dopo tre anni di lavoro sulla bonifica dell’area di Cornigliano dal titolo Ilva Cornigliano 2006-2008 con una mostra a Palazzo Rosso nel marzo 2012 e un catalogo a testimonianza. Il lavoro l’ho condiviso con Ivo Saglietti, grande maestro dell’immagine» racconta Federica.

    A volte il lavoro viene portato avanti a quattro mani dunque, altre volte sono stati messi insieme gruppi di lavoro più numerosi che hanno fornito diversi punti di vista, questa volta invece la fotografa ha lavorato da sola: una macchina fotografica e 60.000 metri quadri da percorrere in lungo e in largo alla ricerca dell’inquadratura giusta. «Sono curiosa, da tanto tempo pensavo a quell’area semiabbandonata, inaccessibile e proibita alla gran parte della popolazione. Per anni ho cercato di avere i permessi per fotografare, finalmente l’anno scorso qualcosa si è mosso e ho ottenuto l’autorizzazione. La motivazione è sempre quella di lasciare traccia documentale di un luogo che non sarà mai più».

    gavoglio de angeli-32Per questo tipo di lavori la fotografa parte sempre «da un progetto personale, dall’individuazione di aree che possano essere di interesse pubblico e faccio una ricerca. Nessuna commissione da parte di enti, di associazioni e comitati. Devo essere libera di testimoniare con il mio punto di vista. Il taglio è rigoroso, lavoro con il cavalletto, in pellicola BN proprio per evidenziare il lavoro documentaristico. Chiaro che racconto come vedo, non faccio cronaca ma racconto attraverso il mio punto di vista».

    L’intenzione di dare un taglio prettamente documentaristico non impedisce comunque a molte di queste immagini di essere anche evocative e poetiche, come per esempio l’istantanea di una stanza abbandonata con tanto di scrivania vuota, telefono impolverato e sedia. A tal proposito impressiona particolarmente l’aspetto di “interruzione” che emerge da questi luoghi abbandonati: nonostante i locali siano per lo più vuoti, alcune stanze è come se fossero state lasciate all’improvviso – invece che per un processo di dismissione – e le loro soglie mai più varcate: «Sì, è vero, ho avuto la sensazione di una fuga più che un abbandono. Infatti speravo ingenuamente di trovare all’interno della caserma tracce “militari”, invece non ho trovato nulla che mi riportasse alla vita di caserma, di officina militare. Tutto ripulito meticolosamente, tranne qualche rara traccia negli alloggi degli ufficiali o come lo chiamo io: “il monumento al proiettile” che spicca appena varcato il primo cancello, a memoria, a perenne ricordo».

    Per eseguire il lavoro Federica ha percorso meticolosamente corpi di fabbrica, cortili, giardini e viali: «Nelle immagini della mostra sono ripresi tutti i luoghi “fotografabili”, ho dovuto lasciare fuori gli edifici dove ancora risiedono la Marina Militare e il deposito della Guardia di Finanza, inaccessibili per divieto militare e un deposito della Croce Rossa Italiana. Alcuni di questi edifici sono ristrutturati (quelli occupati), altri in stato di abbandono e degrado».

    Formato 6×6 e bianco e nero conferiscono all’insieme omogeneità e rigore, a tutto vantaggio della funzione documentale. La fotografa ci spiega il suo modus operandi: «Lavoro anche in digitale ma prediligo la pellicola soprattutto per i lavori di documentazione, è una sorta di valenza in più. Lavoro con l’Hasselblad e il banco ottico (in questo caso con Hasselblad), mi “gusto” l’inquadratura con molta cura, la foto che viene stampata la ri-conosco da subito. In pratica la scelta delle immagini è a monte, in fase di ripresa e non in fase di stampa o di lettura del provino. Le fotografie di questa mostra sono stampate a mano ai sali d’argento su carta baritata, mi sono avvalsa della preziosa professionalità del laboratorio De Stefanis di Milano».

    La mostra permette a tutti perciò di conoscere per immagini una realtà cittadina preziosa e ricca di possibilità per la comunità. Finanziata dall’Ordine degli Architetti di Genova, rimarrà presso la loro sede una volta terminato l’allestimento a Palazzo Ducale ma – aggiunge Federica – potrebbe essere esposta in occasione di altri eventi.

     

    Claudia Baghino

  • Il Narciso: una bulbosa facilissima da coltivare in vasi ed aiuole

    Il Narciso: una bulbosa facilissima da coltivare in vasi ed aiuole

    1narcisoQuesta settimana parleremo di una delle bulbose più semplici da coltivare e che, nonostante sia indubbiamente interessante e di facilissima gestione, viene impiegata abbastanza poco nei giardini italiani.
    I narcisi sono piante tipicamente europee, appartenenti alla famiglia delle Amaryllidaceae (che comprende anche i bucaneve). Sono bulbose primaverili, che crescono spontanee in natura, nei boschi e nei prati di molti paesi dell’Europa centrale.

    2narcisoLe infiorescenze, singole o a gruppi di piccoli fiori a trombetta, sono piuttosto vistose, nei toni del bianco puro e delle diverse varietà del giallo, dal più tenue al più intenso. I bulbi producono, nel tardo inverno ed in primavera, foglie lanceolate verdi scuro, dal cui centro dipartiranno gli steli floreali. Partendo da quelli spontanei in natura, sono state create decine di cultivar, assai diversi tra loro, semplici e doppi (ossia con fiori dai petali molto numerosi). Secondo me le varietà originali, dai gialli pallidissimi, e quelle bianco puro sono in assoluto le migliori.

    3narcisoI fiori sono indubbiamente più piccoli, l’effetto cromatico meno vistoso ma i cespugli che questi bulbi creano sono molto più naturali. Debitamente collocati nelle aiuole, nei prati e soprattutto sotto gli alberi nei boschi, questi narcisi avranno poi il vantaggio di sembrare spontanei ed apparire da sempre in quel luogo. I narcisi crescono, infatti, con estrema facilità e rapidità, in quasi tutti i suoli, tanto in vaso che in terra piena. E’ sufficiente collocare i bulbi nel terreno in autunno e “dimenticarsi” di loro. Faranno tutto da soli, fiorendo copiosamente di primavera in primavera, per moltissimi anni. Le piante si naturalizzano poi con grande facilità e si moltiplicano da sole, creando grandi gruppi di foglie verdi intenso, lanceolate. In caso si voglia accelerare il processo ed i bulbi si infoltiscano troppo, si potrà procedere, dopo averli dissotterrati, alla loro divisione ed al loro distanziamento.

    4narcisoIn generale, a differenza di altre bulbose come i tulipani (di origine turca e quindi sensibili al freddo), i narcisi non necessitano di essere annualmente rimossi dalla terra in inverno, cosa che agevola molto la loro coltivazione. Più che in Italia, questi bulbi sono molto utilizzati nei paesi nordici, dove crescono benissimo e sono assai apprezzati. In Gran Bretagna vi era persino, negli anni Trenta, un apposito treno, il “Daffodil Special” gestito dalla Great Western Railway, per portare i londinesi a raccogliere ed acquistare narcisi al confine tra Gloucestershire e Herefordshire, zona ricchissima di cespugli spontanei e di loro coltivazioni.

    5narcisoIl celebre poeta William Wordsworth ha poi dedicato alla pianta una nota poesia “Daffodils”, incentrata sulla campestre “beatitudine della solitudine”. Spettacolari sono, infatti, le distese infinite di questi impalpabili fiori, nella luce del tardo inverno che cede alla primavera e nella foschia a mezz’aria dei boschi del Lake District.
    Infine, si dice che il nome di questo bulbo derivi dal mito greco di Narciso: il capo chino del fiore ricorderebbe il giovane nell’attimo in cui si specchia sopra un laghetto.
    Ai Kew Gardens di Londra utilizzano poi questa pianta persino per studiare gli effetti dei cambiamenti climatici sul Pianeta. Con assoluta precisione si è stimato che, se negli anni Ottanta del Novecento, i narcisi fiorivano intorno al 12 febbraio, nel 2008 a causa dell’aumento della temperatura, circa il 27 gennaio, ben sedici giorni prima…

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Terzo Valico: grande opera, poco lavoro. Quante sono le aziende genovesi?

    Terzo Valico: grande opera, poco lavoro. Quante sono le aziende genovesi?

    demolizione-palazzo-pontedecimo-via-pieve-di-cadore-terzo-valicoA Trasta, Val Polcevera, nell’ex sottostazione elettrica delle Ferrovie in via Polonio, prosegue la costruzione del villaggio con 400 casette prefabbricate che ospiteranno altrettanti operai “foresti” prossimamente impegnati nei cantieri per la realizzazione del Terzo Valico ferroviario, opera finanziata con soldi pubblici (6,2 miliardi di euro) della quale, tuttavia, è difficile conoscere i dati ufficiali in merito all’effettivo impiego di manodopera locale e non, ma anche i nomi e la provenienza delle ditte alle quali il consorzio di imprese Cociv (Consorzio collegamenti integrati veloci, oggi composto da gruppo Salini-Impregilo al 64%, Società Italiana per Condotte d’Acqua al 31% e Civ S.p.A al 5%) – general contractor, ovvero soggetto unico gestore degli appalti – ha affidato parte dei lavori, in corso di svolgimento, del primo lotto costruttivo (sei lotti complessivi) del Terzo Valico dei Giovi. Un campo base è previsto pure in località Maglietto (nel Comune di Campomorone in Val Verde), dove presumibilmente saranno ospitati circa 200 lavoratori fuori sede, mentre l’area della Biacca a Bolzaneto ha di recente cambiato destinazione trasformandosi da campo base a deposito di materiali semilavorati e attrezzature, previo stoccaggio di circa 70 mila metri cubi di terra di scavo (qui l’approfondimento di Era Superba e il ricorso al Tar presentato dagli abitanti).

    Nonostante diversi tentativi, la società di comunicazione a servizio del Cociv (Chiappe Revello Associati s.r.l.) non ci ha ancora fornito il prospetto con l’elenco delle imprese appaltatrici trincerandosi dietro la mancanza delle autorizzazioni previste (da parte di RFI, società del gruppo Ferrovie dello Stato S.p.A., committente dell’opera, e dello stesso Cociv) a diffondere informazioni che a rigore di logica dovrebbero essere pubbliche già da un pezzo. Ricordiamo che il general contractor può dare in affidamento diretto in forma di subappalto il 40% delle opere, mentre per il 60% è prevista la procedura a evidenza pubblica con bando di gara internazionale. Per accorciare i tempi delle operazioni i lavori del primo lotto sono tutti compresi nel 40% di affidamento diretto: in pratica è il general contractor a decidere a chi affidare – tramite procedure negoziate – l’esecuzione dei lavori .

    Le presunte ricadute occupazionali – soprattutto sul territorio ligure e genovese – sono sempre state enfatizzate dai maggiori sponsor istituzionali della grande opera, in primis dall’assessore regionale alle Infrastrutture, Raffaella Paita, che in questo senso, proprio una settimana fa, ha annunciato «I dipendenti di Metrogenova licenziati dopo l’ultimazione dei lavori della metropolitana (una trentina, ndr) sono stati chiamati dal Cociv per il Terzo Valico. L’attenzione al lavoro locale è doverosa – ha aggiunto Paita – Anche segnali come questo devono essere d’incentivo e di stimolo per continuare. Stiamo parlando di una grande infrastruttura in grado di dare risposte precise in termini di occupazione a un territorio particolarmente provato dalla crisi». A dire il vero, da quel che si riesce a comprendere, almeno finora tale affermazione pare essere smentita dai fatti. Secondo i sindacati, infatti, al momento sarebbero impegnati nei cantieri complessivamente circa 200-250 lavoratori nelle ipotesi più ottimistiche, tra personale amministrativo, tecnici ed operai (circa 50-60 unità), di cui pochissimi residenti a Genova. Le aziende appaltatrici locali dovrebbero contarsi sulle dita di una mano. D’altra parte l’unico intervento importante sul fronte genovese del valico sarebbe quello relativo all’esecuzione delle gallerie Borzoli-Erzelli e delle opere di completamento all’aperto della nuova viabilità tra via Borzoli-via Erzelli e via Chiaravagna, lavori affidati ad un raggruppamento di imprese composto dalla società napoletana Cipa S.p.A. (capogruppo) e dalla società genovese Pamoter s.r.l. Per altri interventi minori, come quello riguardante il cantiere di Fegino, alcune fonti riferiscono dell’avvenuto affidamento ad un paio di imprese genovesi ma, ad oggi, i lavori sarebbero pressoché fermi.

    I numeri sull’occupazione prevista

    terzo valico trasta2Ma inizialmente quali erano i numeri del possibile assorbimento occupazionale legato alla realizzazione della grande opera ferroviaria? Le stime più recenti le troviamo nell’edizione del “Giornale della Giunta” della Regione Liguria del 10 aprile 2013, dove a tal proposito si leggeva: “Il Terzo Valico porterà in dote lavoro per 4000 persone. È quanto emerso dalla riunione tecnica tra le istituzioni locali, il Cociv, e le organizzazioni sindacali e dei costruttori. Ma ci vorrà del tempo, circa tre-quattro anni, per arrivare a queste cifre: intanto si comincerà con circa 200 lavoratori entro fine anno (2013, ndr) per arrivare a 300 nel 2014 e giungere appunto al picco nel 2015 e 2016“. Ma visti i ritardi nei lavori non è detto che il traguardo venga raggiunto nei tempi.

    Sei mesi prima – precisamente l’11 ottobre 2012 – un protocollo d’intesa sottoscritto da Regione Liguria, Cociv e sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, stabiliva di “…prestare particolare attenzione al problema delle infiltrazioni mafiose, grazie all’osservatorio regionale sui contratti pubblici e al protocollo sulla legalità in via di sottoscrizione con la Prefettura di Genova; di assumere in via prioritaria manodopera locale; attivare un presidio sanitario nei pressi del cantiere per garantire la sicurezza sul lavoro; di istituire un servizio mensa ad opera di Cociv per i lavoratori e le imprese affidatarie, coinvolgendo i servizi di ristorazione locali”. Il protocollo – in merito all’occupazione – specificava la necessità di “…privilegiare, nel rispetto di tutte le norme di legge, di contratto e di accordo, aziende e manodopera del territorio attraverso la verifica delle professionalità richieste; le assunzioni saranno rivolte a lavoratori espulsi dal circuito lavorativo anche attraverso percorsi di riqualificazione professionale; prevedere nei contratti di appalto e subappalto l’integrale recepimento del presente protocollo”.

    Il j’accuse del presidente di Ance Genova

    Su circa 480 milioni di euro complessivi del primo lotto costruttivo del Terzo Valico, Cociv finora ha appaltato pochissime decine di milioni, soprattutto sul fronte piemontese. Eppure sono questi gli unici lavori appetibili per le imprese locali. «Ma finora la ricaduta sull’occupazione è stata davvero minima – spiega Federico Garaventa, presidente Ance Genova (Associazione nazionale dei costruttori edili) – Tutti a parole dicono che deve essere favorito l’incremento del lavoro sul territorio ma le procedure guarda caso vanno nella direzione opposta».

    Per la parte di opere propedeutiche affidate in via diretta con gare negoziate «Noi come Ance ci siamo prodigati a fornire una lista di aziende locali che sono tuttora all’attenzione del Cociv – continua Garaventa – Ad oggi, però, le imprese genovesi appaltatrici secondo le informazioni in nostro possesso sono soltanto 2-3. Ci auguriamo che anche altre realtà locali possano partecipare agli interventi del primo lotto che dovrebbero essere appaltati e poi avviati nei prossimi mesi». Per quanto riguarda, invece, la quota di opere (il 60%) da affidare necessariamente con procedure internazionali, probabilmente quelli relativi al secondo lotto costruttivo «Le imprese liguri e genovesi non sono adeguatamente attrezzate per concorrere – sottolinea Garaventa – Parliamo di lavori complessi in galleria a cui potranno ambire pochissime imprese italiane e nessuna locale».

    Ma il presidente di Ance Genova lancia un vero e proprio j’accuse all’odierna disciplina del general contractor in Italia «Un conto è affidare la gestione di una grande opera al general contractor, altro discorso è se lo Stato abdica completamente alla sua funzione di controllo lasciando mano libera a tale soggetto che così bada esclusivamente al proprio interesse di impresa». Ma non va dimenticato che lo stesso affidamento diretto – senza una gara a evidenza pubblica – ad un soggetto unico gestore degli appalti (general contractor), ha suscitato le critiche dell’Unione Europea all’Italia perché non ha garantito l’apertura al mercato e alla concorrenza. E sovente tale scelta ha comportato un risultato di non economicità: opere che dovevano essere già terminate sono ancora in corso di realizzazione e nel frattempo i costi sono ampiamente lievitati (vedi la nostra precedente inchiesta del 2012 sul Terzo Valico dei Giovi). Poi Garaventa rincara la dose «Vista l’esperienza di altri colleghi impegnati nella realizzazioni di simili grandi infrastrutture non so neppure quanto sia conveniente aggiudicarsi gli appalti, considerando che spesso le aziende appaltatrici finiscono con le gambe all’aria. La normativa attuale, infatti, prevede un pesante squilibrio a favore del general contractor. Con la scusa che il soggetto unico sta appaltando con soldi pubblici, in buona sostanza può decidere il prezzo che vuole. È evidente che se il general contractor appalta sotto costo le imprese rischiano di non stare dentro a quelle cifre». Quindi, piuttosto che rinunciare al lavoro in un periodo di crisi nera, partecipano lo stesso, cercando di risparmiare magari sulla manodopera e sulla qualità dei materiali, con conseguenze immaginabili quali ritardi nell’esecuzione degli interventi e contenziosi giudiziari, quando va bene, fallimento delle aziende quando va male.

    La posizione dei sindacati

    I sindacati all’unisono denunciano l’andamento troppo lento dei cantieri e chiedono al consorzio Cociv di rispettare il protocollo d’intesa a tutela della manodopera locale, sottoscritto nell’ottobre 2012. «Per il momento le notizie che abbiamo descrivono una realtà che vede, dal punto di vista temporale, i flussi di manodopera previsti traslati di almeno sei mesi – racconta Fabio Marante, segretario generale Cgil Fillea Genova – Non arriviamo neppure a 250 lavoratori attualmente impiegati in tutti i cantieri propedeutici del Terzo Valico. Si tratta di un campione non rappresentativo, per questo motivo ancora non c’è stato un grido d’allarme da parte dei sindacati». I prossimi bandi di gara internazionali ovviamente avranno un ampio respiro aprendo il campo ad imprese provenienti da fuori regione ma pure da fuori Italia. «Noi stiamo provando a sollecitare le istituzioni affinché sia garantita una ricaduta occupazionale anche sul territorio – continua Marante – Ma le imprese locali non sono sufficientemente strutturate per partecipare a questi lavori. Sono imprese mediamente piccole con pochi dipendenti: o si consorziano tra di loro, oppure non potranno competere con realtà aziendali ben più grandi». Se invece, come probabile, ad aggiudicarsi gli appalti saranno imprese foreste (come in gran parte è avvenuto finora) «Solleciteremo l’assunzione di manodopera disponibile in loco – conclude il segretario Cgil Fillea Genova – Ma considerando la crisi dell’edilizia anche queste ditte avranno del personale da ricollocare dunque non sarà per nulla semplice tutelare gli interessi dei lavoratori genovesi e liguri».

    «Noi con il Cociv siamo rimasti al protocollo firmato un anno e mezzo fa – spiega Roberto Botto, segretario provinciale Feneal Uil Genova – Dopo di che il Cociv si è reso invisibile, e non comunica neppure con noi». Allo stato attuale, secondo il rappresentante sindacale, non c’è nessun effetto positivo tangibile sul territorio. «Se parliamo di operai inquadrati con contratto edile oggi nei cantieri sono impegnate soltanto qualche decina di unità – sottolinea Botto – Mentre diversi lavoratori hanno altre tipologie contrattuali. Si prevede che per la tarda primavera, forse inizio estate, dovrebbe verificarsi un maggiore assorbimento occupazionale. Però, ad oggi, non c’è alcuna garanzia da parte di Cociv in merito al rispetto del protocollo d’intesa dell’ottobre 2012. E il consorzio Cociv rifiuta il confronto con le parti sociali».

    «Il discorso con Cociv è aperto – afferma Paola Bavoso, responsabile Filca Cisl Genova – adesso l’obiettivo è attivare un tavolo comune per cercare di trovare la maggior collocazione possibile almeno per determinati profili professionali disponibili sul territorio. Per Genova, se parliamo di lavori specializzati in galleria, dobbiamo ammettere di non avere aziende pronte ad operare in simili contesti. Tuttavia, insieme alle altre sigle sindacali, stiamo creando un elenco locale comprendente singole figure professionali con caratteristiche idonee dal quale attingere per la futura richiesta di manodopera».

      Matteo Quadrone

  • Testimonianze ricerca azioni, al via la rassegna curata da Teatro Akropolis

    Testimonianze ricerca azioni, al via la rassegna curata da Teatro Akropolis

    teatro-akropolisGiunge alla V edizione Testimonianze ricerca azioni,  il festival di ricerca teatrale organizzato dal Teatro Akropolis di Sestri Ponente. Dall’1 aprile al 4 maggio la rassegna porterà a Genova alcuni fra gli artisti più rappresentativi nell’ambito del teatro di ricerca e delle arti performative a livello internazionale.

    Per la direzione artistica di Clemente Tafuri e David Beronio, Testimonianza ricerca azioni 2014 si articola in sette spettacoli, cinque laboratori, quattro seminari e un progetto di residenza, “tutti eventi indirizzati a un pubblico sempre più ampio e variegato – si legge nella nota stampa –  con una particolare attenzione a chi al teatro intende avvicinarsi con strumenti critici sempre più approfonditi”. Oltre ovviamente al teatro di Sestri Ponente, gli eventi si svolgeranno anche a Palazzo Ducale, Villa Bombrini (Cornigliano) e Villa Rossi (Sestri Ponente).

    Con il sostegno di Regione Liguria, Comune di Genova, Municipio VI Medio Ponente e Società per Cornigliano, anche quest’anno la rassegna sarà raccontata attraverso la pubblicazione di un volume edito da AkropolisLibri e Le Mani Editore (Teatro Akropolis – Testimonianze ricerca azioni vol. quinto), “che raccoglie gli interventi di tutti gli artisti e gli studiosi che partecipano all’iniziativa, consentendo di approfondirne la conoscenza e di accedere a materiali utili al confronto con la scena”.

    Inoltre “grazie alla partnership tra Teatro Akropolis e BlaBlaCar sarà possibile usufruire del servizio di ride-sharing per raggiungere il teatro e partecipare alle attività del festival. Chi verrà in teatro offrendo o ricevendo un passaggio in auto tramite il servizio BlaBlaCar.it, avrà diritto al biglietto ridotto per l’ingresso agli spettacoli, a uno sconto del 10% sull’iscrizione ai laboratori e riceverà in omaggio lo shopper di Teatro Akropolis contenente la borraccia di BlaBlaCar”.

    Gli ultimi tre giorni della rassegna (dal 2 al 4 maggio) saranno dedicati ad un interessante iniziativa chiamata Finestre sul giovane teatro che coinvolgerà quattro compagnie (Teatro dei Venti di Modena, TeatrInGestAzione  di Napoli,
 Teatro Ridotto di Bologna e Teatro Akropolis). Si tratta di “un progetto annuale del Teatro Ridotto di Bologna di cui quest’anno viene riproposta da Teatro Akropolis l’edizione del 2013. Quattro gruppi teatrali si incontrano in tre giorni di lavoro e di scambio di pratiche di lavoro attraverso un laboratorio che coinvolge gli artisti dei rispettivi gruppi. A disposizione cinque posti per altrettante persone che vogliano partecipare gratuitamente ai tre giorni di laboratorio insieme ai quattro gruppi.
 Due ulteriori posti sono disponibili per uditori che desiderino solo assistere al lavoro“.

    Gli spettacoli

    Institutet-for-ScenkonstApre la rassegna giovedì 3 aprile lo spettacolo La logica della passione – Opus Genovamesso in scena dal duo svedese Magdalena Pietruska e Roger Rolin (direttori dell’Institutet för Scenkonst – in residenza al Teatro Akropolis – istituto svedese fondato da Ingemar Lindh, allievo di Decroux), con gli artisti del network internazionale X-Project. Domenica 6 a Villa Bombrini in programma L’Eremita contemporaneo – MADE IN ILVA a cura della compagnia Instabili Vaganti di Bologna e mercoledì 9 si torna all’Akropolis con Il Fascino dell’Idiozia di Zaches Teatro (Firenze).
    Venerdì 11 Festa a Villa Rossi Martini, una serata di festa durante la quale andranno in scena due spettacoli: Senza Niente a cura di L’Attore di Teatro Magro (Mantova) e Elogio Dell’attesa / La figura del cavolo di Davide Frangioni (UBIdanza, Genova). Il giorno dopo Senso Comune all’Akropolis della compagnia modenese Teatro dei Venti e il 17 aprile sempre all’Akropolis chiude C Credo. L’unico spettacolo al mondo con una sola lettera! di Teatro Belcan (Brescia).

    I laboratori

    In programma 4 (ore 18-22), 5 e 6 aprile (ore 14-20) al Teatro Akropolis Essere del fare curato da Roger Rolin e Magdalena Pietruska, Institutet för Scenkonst. L’ 8-9-10-11 aprile ore 18.30-21.30 presso l’auditorium dell’ex manifattura tabacchi di Sestri Ponente Laboratorio di ritmica applicata all’azione fisica di Stefano Tè e Igino L. Caselgrandi del Teatro dei Venti. Il 13-14-15-16 aprile ore 18-22, nuovamente al Teatro Akropolis, Il mestiere dell’attore con Massimiliano Civica (tra i principali registi e pedagoghi del teatro italiano) e infine i giorni 28-29-30 aprile ore 18.30-21.30, Teatro Akropolis, Il gesto come (cre)azione curato da Davide Frangioni / UBIdanza e rivolto ad attori, danzatori e performer.

    Gli incontri e i seminari

    Si parte l’1 aprile alle ore 17 in Sala gradinata-Informagiovani (Palazzo Ducale) con Opus Genova, incontro con l’Institutet för Scenkonst / X-Project. Il 9 e 10 aprile ore 9-18.30 presso Villa Bombrini #Comunicateatro, seminario condotto da Simone Pacini/fattiditeatro sulla comunicazione applicata agli eventi culturali nelle sue forme più innovative, low budget, virali e 2.0. L’11 aprile ore 14-18 e il 12 aprile ore 10-14 (luogo da definire) Viaggi teatrali: dalla tournée alla spedizione antropologica tenuto da Marco De Marinis, studioso, storico del teatro e direttore del DAMS di Bologna. Infine, il 4 maggio alle 18.30 Carlo Angelino e Gerardo Guccini chiudono al Teatro Akropolis con La dimensione perduta del teatro, teatro e sapienza nell’opera di Alessandro Fersen.

  • Pechakucha Night e Sala Dogana: cercasi idee, artisti, creativi a Genova

    Pechakucha Night e Sala Dogana: cercasi idee, artisti, creativi a Genova

    La mostra nella galleria d'arteIn un caso si tratta dello spazio espositivo per eccellenza rivolto ad artisti emergenti genovesi e non, nell’altro dell’ormai ottava edizione dell’evento dedicato alle industrie creative. Il comune denominatore è la ricerca di idee e artisti pronti a mettersi in gioco per far conoscere ed esporre le proprie opere. Stiamo parlando di Sala Dogana e di PechaKucha Night, due occasioni da non perdere per gli artisti e i creativi genovesi.

    Sala Dogana cerca nuove idee

    Aspettiamo i vostri progetti artistici“. Con queste parole l’organizzazione di Sala Dogana apre come di consueto le porte alle idee made in Zena e non solo. Per la programmazione dei prossimi mesi è partita la ricerca di buone idee e progetti da realizzare e presentare la propria candidatura è molto semplice: nominativi e curriculum degli artisti coinvolti, una cartella di descrizione del progetto, l’indicazione del target a cui il progetto si rivolge, necessità tecniche e tempi di realizzazione. La Sala sarà ceduta in comodato d’uso gratuito. A questo indirizzo è possibile scaricare tutta la documentazione necessaria e richiedere maggiori informazioni.

    PechaKucha Night, giovedì 8 maggio via all’ottava edizione

    “Designer, architetti, grafici, fotografi, artisti, stilisti, scrittori, fumettisti, musicisti, videomaker, inventori, scienziati, professionisti che si occupano di comunicazione o editoria, chiunque abbia un’idea, una passione o un progetto creativo e voglia condividerlo e farlo conoscere”, si legge sulla nota stampa diffusa dallo staff di PechaKucha.

    Una parola giapponese che significa chiacchiera e con cui ormai abbiamo preso confidenza, un evento internazionale nato a Tokyo che interessa ormai più di 740 città in tutto il mondo e che a Genova è già arrivato all’ottava edizione.

    I candidati avranno l’oppurtunità di presentare e condividere i propri progetti sul palco della Claque in Agorà giovedì 8 Maggio 2014. Partecipare è molto semplice ed è gratuito; è sufficiente scaricare la scheda di partecipazione e il format di presentazione power point e inviare il tutto entro domenica 20 aprile all’indirizzo pkn.genova@gmail.com (scheda di partecipazione, in italiano e in inglese, 7 slide di presentazione di cui almeno 1 rappresentativa del progetto, foto o logo).

    Ogni creativo avrà a disposizione 6’40’’ e 20 immagini, ogni immagine dura 20’’. Un software gestirà la sequenza delle immagini e dei creativi e non sarà possibile bloccare la sequenza. Quindi è consigliabile strutturare il proprio intervento basandosi su queste indicazioni per evitare di essere interrotti bruscamente. L’orario di avvio delle danze non potrà che essere anche per questa edizione primaverile il doppio 20…

    Per maggiori info o cambi al programma http://www.facebook.com/pages/PechaKucha-Genova/339366006077341

  • L’autore di canzoni, da mantenuto a professionista: le radici nella cultura contadina

    L’autore di canzoni, da mantenuto a professionista: le radici nella cultura contadina

    londra-musicista-covent-gardenDILa canzone come traccia/ testimonianza/ segno/ simbolo/ icona sonora di un determinato periodo storico è un tema che abbiamo trattato a lungo lo scorso anno. Ma, nell’avvicendarsi delle trasformazioni storiche, c’è anche qualcos’altro che ha subito profonde modificazioni. Certo, da un lato c’è – chiamiamola – la “spontanea creatività popolare”, ossia il fatto che da sempre c’è chi crea canzoni e musica spontaneamente. Basti pensare alle filastrocche o alle ninna nanne che vengono tramandate oralmente da centinaia e centinaia di anni: chi le ha composte? Nessuno lo sa. Sono il frutto di un’attitudine creativa che si riscontra in tutte le società umane e ne costituisce un comportamento antropologicamente rilevante. Da un altro lato c’è chi ha composto anonimamente musiche destinate ad accompagnare i più diversi culti religiosi. Basti pensare ai flauti, sonagli e cembali che nell’antica Grecia omerica accompagnavano i cortei degli invasati epopti del tiaso di Dioniso, piuttosto che i salmi e gli inni nella religione ebraica e nelle religioni cristiane,unitamente ai canti gregoriani. Chi ha composto queste musiche? Nella quasi totalità dei casi non si sa. Tuttavia questi sono aspetti che potremmo ritenere costanti, comportamenti che, pur nella varietà dei singoli casi, possiamo facilmente rilevare anche oggi.

    Ciò che invece più ci interessa e che progressivamente si è profondamente trasformato è l’insieme delle relazioni sociali che, nel tempo, hanno costituito il contesto in cui hanno vissuto e creato i musicisti “professionisti” che componevano musiche varie e ballate (le antenate delle canzoni). Muoviamo quindi le nostre considerazioni partendo dal medioevo. In quel periodo, un futuro musicista quasi sempre apprendeva le regole della disciplina musicale – ancora bambino – presso gli oratori delle varie parrocchie oppure presso la cappella di corte o nei conventi. Diventato musicista a tutti gli effetti – se non prendeva i voti – come laico poteva riuscire a vivere solo grazie all’ala protettiva dei nobili che, assumendolo a corte si facevano carico del suo mantenimento, a volte corrispondendogli anche una qualche forma di salario e inquadrandolo come facente parte della servitù.

    Solo musicisti straordinari (ad esempio Mozart) potevano godere di una certa autonomia e libertà. Pensiamo però che Haydn (1732-1809, considerato il “padre” della sinfonia e del quartetto d’archi), ad esempio, era tenuto ad indossare in pubblico la livrea come i domestici e che nel periodo in cui ha vissuto, il musicista di corte poteva essere tenuto ad onorare eventuali debiti contratti dal suo predecessore. Haendel (1685-1859) fu uno dei primi musicisti a comporre per un pubblico borghese e pagante, dato che l’Inghilterra si trovava nel pieno di una grande espansione economica con annessi tutti i radicali cambiamenti che le rivoluzioni economiche comportano. In generale possiamo sostenere che per tutto il Rinascimento, e in piccola parte fino a tutto l’ottocento, i musicisti campavano grazie alla protezione di mecenati – nobili e successivamente alto borghesi- che, mantenendoli, gli permettevano di comporre le loro opere.

    Lo stesso Verdi, per un certo periodo, poté continuare a comporre grazie al sostegno di un magnate. Nel ventesimo secolo l’industrializzazione ha imposto nuovi rapporti sociali e la nascita dell’industria discografica, unitamente alla diffusione di strumenti di comunicazione di massa impensabili fino a pochi anni prima (e sviluppati secondo criteri industriali), ha favorito la nascita di nuove forme di espressione, inedite modalità compositive, nuovi stili e quindi nuovi percorsi artistici e profili professionali.

    Una figura professionale comparsa recentemente ed “esplosa” nell’immediato dopoguerra è proprio l’autore di canzoni, espressione dell’industria culturale. La canzone moderna e tutta la cosiddetta musica leggera non avrebbero raggiunto l’invasività che conosciamo se non ci fosse stata l’invenzione del disco – soprattutto del 45 giri – e della radio. Ma questo tipo di prodotto musicale può esistere solamente nella città: nasce e si sviluppa nelle metropoli, ne porta l’impronta, segue i suoi ritmi e, come si diceva all’inizio, ne costituisce un segno avvertibile… anzi, udibile! Il mondo contadino e le sue tradizioni musicali millenarie avrebbero potuto benissimo continuare ad esistere senza le città. La storia ci ha mostrato come proprio i fenomeni di inurbanizzazione e industrializzazione selvaggia, espressione di un capitalismo criminale e predatorio (tutt’ora attivo e in splendida forma), abbiano fortemente compromesso tutta la cultura contadina nel suo insieme.

    La musica popolare

    aran-natura-verde-ambiente-green-DIMa nel tracciare anche per sommi capi una storia della canzone, occorre riconoscere un ruolo di particolare importanza alla musica popolare,  in particolar modo in Italia. È infatti proprio nell’ambito dell’area sociale definibile come “popolare” che maggiormente si evidenzia la presenza di un prodotto musicale, indicato come canzone, che instaura un rapporto diretto col sottostante mondo che lo ha prodotto, in termini di “custode”, di memoria, racconti di vita quotidiana e tradizioni. In tutto questo, oltre all’immediata produzione di senso, c’è l’importanza della continuità tra un “ciò che è stato” e “ciò che è”, almeno fino al momento in cui quella particolare canzone è stata scritta (e spesso come si è detto, non si è in grado di risalire ad un autore certo).

    Ci sono decine e decine di canzoni popolari che presentano variazioni nel testo, oltre che nella melodia, così come sarà possibile rinvenire linee melodiche utilizzate in diverse canzoni. Ma questo “slittare” di un testo, oltre che l’impiego parziale di linee melodiche, rientra in una pratica diffusa nel mondo popolare, ne costituisce un elemento di vitalità, e non è assimilabile al concetto di “copiare”. Tuttavia, per comprendere bene questo discorso dobbiamo aver chiaro che l’espressione “mondo popolare” va riferita ad una realtà che oggi –  penso sia lecito dire: purtroppo – non esiste più; un mondo che nulla ha a che vedere coi “quartieri popolari” delle grandi città, o con il sottoproletariato delle periferie degradate delle metropoli. Parliamo di una realtà sociale che in Italia, tuttalpiù può essere datata fino ai primi anni ’50 del secolo scorso, quando, appunto, la cultura contadina non era stata ancora assassinata e l’assassino (ossia il capitalismo industrialmente e tecnologicamente avanzato) non aveva ancora mostrato il suo vero e unico volto.

    Dobbiamo pensare (o forse ricordare?) ad una società semplice, fatta di lavoro duro, una società che, sbrigativamente, tutti noi definiremmo come “arretrata”, con un tasso di mortalità infantile e di analfabetismo molto alto. Ma in questi vissuti, prima dell’avvento dei mass media, del “villaggio globale”, di Mc Luhan e dello “Shock del futuro” di Toffler (importante libro edito nel 1970), i cantastorie svolgevano un ruolo essenziale. Non guardiamoli con occhi viziati di romanticismo: probabilmente non erano consapevoli dell’importanza che gli sarebbe stata riconosciuta successivamente. Erano agenti palesi al servizio della memoria, veicoli di conoscenza, tradizione, storia.

    Non è illegittimo identificare una linea di continuità tra gli antichissimi aedi e i cantastorie che, in un comprensorio relativamente vasto, si muovevano di paese in paese. Erano loro a tramandare le storie o le leggende e con i loro racconti cantati/recitati contribuivano a testimoniare la continuità dell’identità di una collettività. C’è un vecchio adagio che dice:  “canta che ti passa”, ma si potrebbe aggiungere: “canta che ricordi”. Gli antichi aedi, spesso ciechi, eseguivano tutto a memoria, con una declamazione ritmica, forse sostenuta da qualche appoggio strumentale o scarne linee melodiche che, appunto, facilitavano la memorizzazione.

    I cantastorie non erano ciechi, in linea di massima, non raccontavano di gesta epiche, di dei e di eroi. Le loro erano storie ambientate nelle vicende quotidiane; a volte si trattava di favole con una morale finale. A ciò che cantavano/raccontavano aggiungevano poi spontaneamente la cronaca dei fatti che acquisivano nello spostarsi da un paese all’altro: erano loro l’informazione, visto che i giornali avrebbero parlato di cose lontane e incomprensibili… e poi… chi li sapeva leggere?

    Gianni Martini

    [foto di Diego Arbore]

  • Festival dell’Eccellenza Femminile, dietro le quinte dell’edizione 2014. L’incontro con la direttrice

    Festival dell’Eccellenza Femminile, dietro le quinte dell’edizione 2014. L’incontro con la direttrice

    sede-festival-eccellenza-femminileQuante sono le iniziative culturali che si impongono nel panorama genovese, ne varcano i confini e si affermano a livello nazionale/internazionale? Qualche tempo durante #EraOnTheRoad siamo stati in Via Ponte Calvi 6, nella sede del Festival dell’Eccellenza Femminile (FEF), dove abbiamo conosciuto gli organizzatori della manifestazione, che si svolge a Genova dal 2005.

    Con loro abbiamo parlato del lavoro di preparazione della IX edizione della manifestazione, che si svolgerà dal 14 al 25 novembre 2014. Tema di quest’anno sarà la “conciliazione”, una scelta da attribuire all’Unione Europea, che per il 2014 l’ha indicata come tematica da valorizzare in ambito lavorativo, famigliare e non solo. La scelta cade ancora più a proposito, se si pensa che nel 2014 ricorre il 20° anniversario dell’Anno Internazionale della Famiglia, iniziativa promossa dalle Nazioni Unite.

    Nel frattempo, abbiamo parlato anche degli eventi “fuori festival”, che sono cominciati durante la prima settimana di marzo (9-10) e che proseguiranno fino ai primi di maggio, per accorciare i tempi fino all’avvio della manifestazione vera e propria.

    Il Festival dell’Eccellenza Femminile

    Quello del FEF è un successo indiscusso, se si pensa che in Italia i festival nel corso degli ultimi anni sono moltiplicati, ma solo pochi riescono a sopravvivere alle edizioni successive. Soprattutto a Genova questa situazione è evidente: dal 2000 ad oggi sono nate molte iniziative, ma se ne sono consolidate poche, e poche sopravvivono, incrementando il numero di spettatori e aumentando l’offerta (oltre a FEF, il Festival della Scienza).

    FEF è una manifestazione culturale nata nove anni fa che ruota attorno alla figura femminile: la donna, vista e interpretata in tutte le sue declinazioni, raccontata da altre donne e rappresentata sulla scena teatrale.

    Il festival, come ci racconta la direttrice Consuelo Barilari, è nato dall’idea di allestire lo spettacolo teatrale “Matilde di Canossa” in giro per le città italiane, affrontando il tema della donna al potere, del segreto e della macchinazione: è la storia di una potente feudataria dell’Alto Medioevo, sostenitrice della Chiesa e del Papato, che ha acquisito un potere inconsueto per l’epoca ed è stata di assoluto primo piano in un momento storico in cui le donne erano considerate inferiori. Tra intrighi, dolori e umiliazioni, ha mostrato forza straordinaria e attitudine al comando, riunendo sotto il suo potere un regno che comprendeva tutti i territori a nord dello stato pontificio e che aveva il suo centro a Canossa. «Fu persino seppellita a San Pietro – racconta Consuelo – e lo stesso logo di FEF, con i melograni e la verga, rende omaggio alla sua figura: i due elementi simboleggiano rispettivamente la fertilità e il potere, finalmente coniugati nella sua figura».

    In breve tempo il festival si è staccato dal progetto iniziale e ha iniziato a proporre già fin dalla prima edizione eventi collaterali rispetto allo spettacolo teatrale, con incontri, conferenze, proiezioni allo scopo di approfondire e attualizzare la tematica principale. Si era parlato, in quella prima edizione, di potere femminile nell’ambito lavorativo, di teologia e di temi cristiani; le tematiche si sono fatte pian piano sempre più specifiche e approfondite.

    FEF 2014, appuntamento a novembre

    Per quanto riguarda il 2014, quest’anno la “conciliazione” verrà trattata in tutti i suoi significati e in tutte le sue sfumature. Ci saranno in totale 7 progetti durante tutto l’anno, da febbraio a settembre, e si ricalcheranno le orme dell’edizione precedente in cui sono stati proposti eventi come: Rassegna Teatrale sul Mito, “Il Mito e i Diritti”, legato agli eventi di Lampedusa; Premio Ipazia all’Eccellenza al Femminile Nazionale ed Internazionale; Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia; mostra Lady Truck, imprese eccellenti al femminile; progetto di Arte Contemporanea Svelamenti; progetto sulla città e la violenza sulle Donne Genius Loci; Show Cooking.

    Si proseguirà sempre sulla scia dell’edizione 2013, con manifestazioni continuative, dal pomeriggio alla sera, dislocati in varie location (tra cui Palazzo Spinola, altri palazzi storici e istituzionali di tutta la città); non mancheranno gli ospiti internazionali, gli incontri, tavole rotonde e spettacoli teatrali, proiezioni in anteprima nazionale di film, presentazioni di libri e varie performance artistiche. Accanto alle donne, non mancano nemmeno gli uomini, presenti nelle iniziative dedicate all’approfondimento dell’evoluzione del ruolo maschile nella nostra società.

    Per quanto riguarda il pubblico, ci si aspetta per questa edizione un incremento e si punta a superare il risultato di 20 mila persone raggiunto nel 2013, anno che ha consolidato nuove fasce di pubblico, non solo genovese ma proveniente anche da altre regioni. Infatti, ormai che si è consolidata, l’esperienza di FEF supera i confini genovesi e assume dimensioni nazionali, con eventi dislocati anche a Roma, alla Biblioteca e Museo teatrale del Burcardo.

    Il premio Ipazia

    All’interno di FEF è stato istituito il Premio Ipazia all’Eccellenza femminile nazionale e internazionale e alla Nuova Drammaturgia, dedicato a Ipazia di Alessandria, intellettuale poliedrica del III secolo d.C., filosofa, matematica e astronoma, considerata l’iniziatrice della scienza moderna. Il premio all’Eccellenza Femminile, istituito nel 2010 in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, è composto da due sezioni: una dalla risonanza internazionale, consegnato nel 2013 alla regista tedesca Margarethe Von Trotta; l’altro di interesse nazionale, assegnato alla giurista Eva Cantarella.

    Il premio, come scrivono gli organizzatori sul sito di FEF, è il “riconoscimento per una donna che si sia notevolmente distinta ed abbia contribuito con il proprio operato al miglioramento culturale, sociale ed economico del proprio Paese e/o tramite le proprie battaglie, al progresso nell’ottenimento dei diritti femminili”. Tra le premiate più illustri delle passate edizioni, Carla Fracci, l’attrice Elisabetta Pozzi, le due blogger Lina Ben Mhenni e Asma Maafoz, rispettivamente di nazionalità tunisina ed egiziana, candidate nel 2011 al Nobel per la Pace, la poetessa Maria Luisa Spaziani.

    Il Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia, invece, è stato istituito solo due anni fa e giunge quest’anno alla sua seconda edizione. Ideato dalla direttrice Consuelo Barilari nell’ambito dell’edizione 2012, lo scopo è mettere in contatto esperti nel settore teatrale con giovani attori e drammaturghi, creando nuove opportunità di lavoro e mettendo in risalto l’eccellenza femminile in campo culturale, economico, etico, scientifico, per contribuire alla lotta per la difesa dei diritti delle donne e della loro immagine del teatro e nello spettacolo.

    Il tema dell’edizione 2014 è “Mi affermo, rinuncio, concilio? Amore, lavoro, società”: autori e autrici partecipanti proporranno testi con tematiche legate al mondo femminile e al tema principale.

    Dopo l’uscita di un bando nei mesi scorsi, la presentazione ufficiale dell’evento quest’anno si è svolta a Roma il 13 marzo scorso, mentre un prossimo incontro si terrà a Genova mercoledì (26 marzo ndr), alla Biblioteca Museo dell’Attore di Via del Seminario. Altri incontri si terranno in tutta Italia da marzo a settembre, e parteciperanno critici, studiosi, docenti universitari, direttori teatrali, e altri addetti ai lavori, allo scopo di promuovere il bando, far conoscere le linee guida della produzione teatrale a livello nazionale e aprire un dibattito tra addetti ai lavori e pubblico sull’attuale situazione del Teatro.

    Elettra Antognetti

  • Unlearning, il lungo viaggio di una famiglia genovese alla scoperta di nuovi stili di vita

    Unlearning, il lungo viaggio di una famiglia genovese alla scoperta di nuovi stili di vita

    UnlearningConoscere per disimparare. Unlearning è l’iniziativa di una famiglia genovese – Anna, Lucio e la piccola Gaia – che il prossimo 5 aprile partirà dalla Fiera Primavera di Genova per intraprendere un viaggio molto particolare, un documentario lungo sei mesi alla ricerca di modi diversi di stare al mondo, diversi dalla routine cittadina e dalle tante certezze che immobilizzano la nostra vita. Un’esperienza documentata passo per passo, una “guida” per famiglie e persone curiose alla ricerca di nuove idee per costruire un’economia più a misura d’uomo adatta alle proprie reali esigenze. Si sente ormai sempre più spesso parlare di sharing economy o economia collaborativa, Unlearning vuole provarci sul serio e, soprattutto, vuole coinvolgerci, attirare la nostra attenzione, vuole stimolarci. 

    «L’idea di abbandonare la routine quotidiana è venuta dopo aver visto mia figlia disegnare un pollo a quattro zampe. La bambina, abituata alle confezioni del supermercato che contengono quattro cosce di pollo, dava per scontato che tutt’e quattro appartenessero allo stesso esemplare, non avendo mai avuto modo di vederne uno dal vivo».

    Era Superba è media partner di questa bella iniziativa, seguiremo gli spostamenti dei nostri concittadini e vi aggiorneremo sulle loro attività per tutta la durata dell’esperienza fino alla pubblicazione del documentario.

    La parola d’ordine di Unlearning è il baratto. Le esperienze che verranno documentate avranno proprio il concetto dello scambio come punto di partenza: couchsurfing, woofing, scambio linguistico, banca del tempo, scambio di appartamenti. Proveranno a vivere in fattorie biologiche e in spazi condivisi, metteranno in gioco i propri talenti e le proprie capacità in cambio di ospitalità. Le prime due tappe sono già fissate, il resto del viaggio no. Molto dipenderà dagli eventi, da quello che Lucio, Anna e Gaia incontreranno lungo il cammino. «Sulla nostra pagina Facebook abbiamo pubblicato le richieste di passaggio con Bla Bla Car per raggiungere le prime due destinazioni. Poi tutto sarà in balia degli eventi: magari ci troviamo malissimo e cambiamo itinerario, oppure scopriamo una cosa nuova e cambiamo… Sarà anche questo uno dei temi del documentario Unlearning».

    «La nostra prima tappa è un Ecovillaggio in Sicilia, poi saremo ospitati da una famiglia che accoglie viaggiatori da tutto il mondo grazie al sito Workaway, sarà poi la volta di un artista pugliese che ci mostrerà le realtà alternative della zona, una scuola libertaria, una transition town inglese, e comunità di vario stampo: che siano animate da uno spirito hippie, religioso, sociale o dall’attenzione verso l’ecologia, le famiglie che abbiamo scelto per il nostro itinerario hanno impostato i propri tempi e spazi in modo non convenzionale».

    La preparazione di questa avventura è durata più di un anno, periodo in cui in tanti hanno manifestato curiosità e solidarietà nei confronti dell’iniziativa, a conferma di ciò gli oltre 2000 euro raccolti con la campagna di crowdfunding per la produzione del dvd del documentario. Un’organizzazione che ha richiesto tempo ed energie: «Abbiamo cercato tutti i vari modi di usare il baratto e lo scambio e abbiamo studiato spostamenti che fossero sostenibili per una famiglia. Non dimentichiamo che con noi c’è una bambina di cinque anni…»

    Tanto interesse ha suscitato il vostro bel progetto, una discreta cifra raccolta grazie al crowdfunding… un orgoglio per voi, e sicuramente anche una responsabilità. Come vivete la partenza che si avvicina?

    «La viviamo bene! Stiamo ancora lavorando molto all’organizzazione, ma siamo felici e non vediamo l’ora di partire con questa esperienza, per noi così importante. Sapere che c’è chi ci ammira e ci sostiene ci regala una grande energia».

    Cosa vi aspettate e cosa invece vi augurate di non incontrare…

    «Ci aspettiamo di disimparare un po’ della nostra vita di città e delle nostre certezze accumulate negli anni. Speriamo di incontrare persone che non mettano delle barriere e che capiscano le motivazioni che ci hanno spinto a mettere in piedi questo progetto che nasce proprio dall’esigenza della nostra famiglia di lasciare la vita di routine, abbandonare la nostra “zona comfort” e partire alla scoperta di nuovi mondi. Come si vive in un ecovillaggio? Si può coabitare con altre famiglie? Come funziona una scuola senza aule? E una città senza petrolio? Si può essere energeticamente indipendenti? Tutti parlano di “tornare alla natura” ma come ci si sente con i piedi nel fango? Ci aspettiamo di vivere diveramente per sei mesi e di confrontarci attivamente con persone che sono state più coraggiose di noi. Cosa ci auguriamo di non incontrare? La morte, troppa pioggia e cibi frittissimi».

    Buon viaggio ad Anna, Lucio e Gaia e a risentirci presto su Era Superba per gli aggiornamenti dai “nuovi mondi”…

  • Violenza sulle donne: servizi e centri antiviolenza a Genova. Numeri e finanziamenti nel 2013, le prospettive per il futuro

    Violenza sulle donne: servizi e centri antiviolenza a Genova. Numeri e finanziamenti nel 2013, le prospettive per il futuro

    violenza-donnePiù di 750 donne si sono rivolte, nel corso del 2013, ai centri antiviolenza di Genova, 84 quelle che  si sono affidate agli  sportelli d’ascolto dei comuni extra territoriali di Busalla, Campomorone e Mignanego. Infine sono 14 le donne ospitate nelle residenze protette e 17 i minori con loro. I numeri del 2013 relativi alla violenza di genere sul territorio genovese raccontano una crescita: sono di più le donne che utilizzano i servizi pubblici, che si affidano alle associazioni del terzo settore per essere aiutate e sostenute. Cosa significa questo dato in crescita? Che le donne sono più consapevoli? Che il numero dei maltrattanti aumenta?

    Lo abbiamo chiesto a chi queste strutture le gestisce dando supporto alle donne e alle famiglie in difficoltà. «Probabilmente si tratta di maggiore sensibilizzazione circa il fenomeno della violenza sulle donne – commenta Elisabetta Corbucci, coordinatrice del Centro Antiviolenza Mascherona – Comune di Genovail nostro impegno associativo è cresciuto in termini di presenza sul territorio grazie a convegni, iniziative, incontri nelle scuole e incontri per consolidare una rete efficace tra gli enti che lavorano su questi temi. Le donne arrivano ai centri antiviolenza perché ne hanno sentito parlare da altre donne che si sono rivolte a noi in precedenza».

    «Le donne che si rivolgono al nostro sportello sono in crescitaconferma  Paola Campi della Mignanego Cooperativa Sociale Onlus che gestisce gli sportelli di ascolto di Mignanego e Bolzaneto si parla più del tema».  Sensazione confermata anche da Cosima Aiello del Centro per non subire violenza ex UDI.  Da una parte assistiamo quindi ad una maggiore presa di coscienza della situazione e dall’altra la presenza di ‘luoghi’ di sostegno a libero accesso che favoriscono la crescita del numero di contatti. I dati del territorio genovese trovano conferma a livello mondiale. La violenza fisica o sessuale colpisce più di un terzo delle donne nel mondo (35%) e la violenza domestica inflitta dal partner e’ la forma piu’ comune (30%), ha dichiarato a giugno 2013 l’OMS.

    Centri antiviolenza, sportelli d’ascolto e residenze protette. Era Superba ha cercato di fare chiarezza su come questa macchina al contempo meravigliosa e complicata funzioni e quali sono le forze in campo (economiche e non) e le prospettive future per l’anno da poco iniziato.
    Il punto dal quale partire è l’impegno già preso nel 2013  – da riconfermare – dalla Conferenza dei Sindaci (costituita  da tutti i sindaci dei Comuni il cui territorio è compreso nell’ambito territoriale dell’ASL 3) nel cercare di individuare un percorso che possa rendere ancora più efficace e semplice il funzionamento di queste strutture tramite il patto di sussidiarietà.

    Cosa è il patto di sussidiarietà e come funziona?

    Pavimentazione nel Centro StoricoI patti di sussidiarietà sono uno strumento finalizzato alla realizzazione di attività, servizi e interventi sociali e socio sanitari in cui è prevista la contemporanea partecipazione dell’Amministrazione Pubblica insieme a enti e associazioni, organizzazioni senza scopo di lucro. La compartecipazione deve essere collaborativa e non competitiva. In parole povere, l’Amministrazione individua  un obbiettivo da raggiungere e chiede agli enti/associazioni del Terzo Settore di aderire al progetto. Si tratta di mettere a rete le forze del pubblico e quelle del sociale. Le risorse messe in campo per la realizzazione del progetto provengono sia dalle casse pubbliche che dagli enti. Si tratta di progettare e gestire insieme un progetto. Gli enti/associazioni/organizzazioni coinvolte nel progetto dovranno poi costituirsi in Associazione temporanea di Scopo.

    La Commissione consiliare che si è riunita  lo scorso 7 marzo a Tursi aveva proprio l’obiettivo di fare il punto della situazione e raccontare come sono state finanziate le diverse strutture nel corso del 2013. Erano presenti le associazioni, oltre agli assessori Emanuela Fracassi ed Elena Fiorini. La Conferenza dei Sindaci dello scorso novembre, infatti, aveva incaricato il Comune di Genova, quale capofila della Conferenza, di effettuare l’analisi e la fattibilità, la definizione dei tempi e delle modalità di costruzione del patto di sussidiarietà fra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore.

    I commenti delle associazioni sulla Commissione consiliare

    «Ho percepito la buona intenzione di fare chiarezza, dopo il silenzio da novembre e chiarire a chi sono stati destinati i fondi – dichiara Elisabetta Corbucci (Centro Antiviolenza Mascherona)   – è un buon punto di partenza per istituzionalizzare il percorso di gestione dei centri antiviolenza sul territorio, sarà un modo per avere uno strumento di qualità contro la violenza di genere, ora aspettiamo le linee guida». Anche Paola Campi (Mignanego Copperativa Sociale Onlus) giudica in modo positivo «il fatto che siano state coinvolte le associazioni direttamente in un percorso che può dare buoni frutti e vuole coinvolgere tutti coloro che si occupano del problema, in modo da poterlo fare in maniera strutturata da poter garantire continuità al servizio». Aggiunge «noi lavoriamo già tramite patti di sussidiarietà per l’assistenza agli anziani, nel progetto ci sono momenti di ascolto con i servizi pubblici, si fa il punto della situazione e i dati vengono discussi a più livelli, noi ci confrontiamo con il nostro referente che poi si interfaccia coi servizi sociali».

    «La mia impressione è che vi sia tutta l’intenzione di costruire una rete che possa rispondere ai vari bisogni territoriali e si sta prendendo un impegno molto preciso, cercare di coinvolgere i centri che fanno attività in questo senso, l’intenzione c’è, bisogna vedere come questo verrà tradotto in azioni», commenta Cosima Aiello (Centro per non subire violenza ex Udi).

    Marilena Chirivì, responsabile Archivio Biblioteca “Margherita Ferri” di UDI, esprime «la speranza che quella del patto di sussidiarietà possa essere una soluzione per istituzionalizzare il percorso di finanziamento ai centri antiviolenza». Insomma un primo passo che era necessario compiere, come confermano le parole della Presidente della Commissione Maddalena Bartolini, consigliere comunale Lista Doria:  «È stato molto importante soprattutto per chiarire il buco informativo dall’ultima commissione di novembre e le scelte di finanziamento fatte per la garanzia della continuità del servizio. Ora è necessario che la giunta dia il via libera, che gli assessori definiscano le linee guida del patto di sussidiarietà così da poter convocare le associazioni del Terzo Settore».

    Innanzitutto va chiarito che, mentre la gestione del Centro Antiviolenza Mascherona, gli sportelli d’ascolto, l’alloggio sociale e la Casa Rifugio hanno un percorso a vari gradi istituzionalizzato e finanziato, le stesse associazioni che gestiscono queste strutture offrono poi, altri servizi contando solo sulle loro forze e sul volontariato. Altri servizi e aiuti che sarebbero tutti da raccontare e che qui possiamo solo elencare. In poche parole: ogni associazione oltre all’impegno “istituzionale” ha una vita propria di servizi e aiuti alle donne che autogestisce con successo.  Si tratta di gruppi di donne che hanno condiviso le singole professionalità e le hanno rese disponibili per chiunque ne avesse bisogno.

    Il Cerchio delle Relazioni gestisce da febbraio 2013 il Centro Antiviolenza Mascherona, l’alloggio sociale di viale Aspromonte e gli sportelli d’ascolto di Busalla e Campomorone. All’interno delle strutture operano volontarie formate appositamente per essere il primo contatto con il centro e professioniste negli ambiti legale, di counseling, psicologico e psicoterapeutico. Nel 2013 le donne che si sono rivolte al centro sono state 381; 53 agli sportelli d’ascolto e 5 sono state inserite nell’alloggio sociale.

    Il centro è stato finanziato con 47.954 euro dalla Regione Liguria. L’alloggio sociale ha percepito 3.630 di fondi regionali e  18.231 euro dal Comune di Genova. Gli sportelli hanno percepito parte dei 6000 euro destinati a tutti i servizi di sportello dei comuni extra territoriali. Oltre a questo l’associazione si occupa di gestire sportelli scuola, ha creato lo spazio dell’uomo maltrattante e offre punti di ascolto donna. Gestisce l’appartamento Artemisia (per accogliere donne in pericolo) a Busalla e la struttura per minori la Chiocciola a Campomorone.

    Il Centro per non subire violenza ex Udi gestisce la Casa Rifugio, all’interno della quale può ospitare, per un massimo di 6 mesi le donne e i bambini che non possono restare nella loro casa perché in situazione di pericolo. Nel 2013 sono state 9 le donne ospitate con 14 minori. Ha ricevuto finanziamenti dalla Regione per 32.416 euro e dal Comune di Genova 64.848. Oltre alla Casa Rifugio, il Centro si occupa di gestire l’appartamento di accoglienza il Melograno, una struttura madre-bambino e due sportelli scuola e può contare esclusivamente sulle forze di tre educatrici e due psicologhe oltre alle volontarie (una pedagogista, un’insegnate, la coordinatrice Aiello e le volontarie formate dal centro stesso che rispondono al telefono).

    Infine, ma senza alcun ordine di priorità, ci sono gli sportelli del Comune di Mignanego e del Municipio Val Polcevera (Bolzaneto) gestiti dalla Mignanego Società Cooperativa Sociale ONLUS tramite lo sportello Pandora che offre consulenza psicologica, supporto legale e mediazione. All’interno dello sportello operano due psicoterapeute, una mediatrice interculturale, un’avvocatessa e la coordinatrice CampiGli sportelli avrebbero dovuto essere finanziati dal contributo della Regione destinato agli sportelli extracomune di Busalla, Mignanego e Campomorone, ma a quanto ci racconta la coordinatrice Campi loro non hanno ricevuto alcun finanziamento. La cooperativa gestisce molti altri servizi di sostegno al cittadino e nell’ambito della violenza si occupa di organizzare alcuni interventi nelle scuole.

    Il chiarimento sulla “questione UDI”

    Per anni il Centro per non subire violenza ex Udi e la sede della Biblioteca Archivio Margherita Ferri dell’UDI sono stati accomunati o meglio si è sempre pensato che in entrambi i casi si facesse riferimento all’associazione Unione Donne in Italia. In realtà si tratta di due realtà diverse. Ognuna con un proprio statuto e regolamento. A far confusione ha contribuito la denominazione del centro per non subire violenza ex Udi che utilizza il logo Udi nazionale, insieme al fatto che entrambe le associazioni abbiano sede nella stessa via cittadina, ma a civici differenti.

    Per fare chiarezza una volta per tutte (la situazione non ha mancato di suscitare qualche polemica), abbiamo interpellato oltre alla coordinatrice del Centro Cosima Aiello anche Marilena Chirivì, responsabile dell’archivio e biblioteca Udi, sede di Genova.

    Come detto, entrambe la realtà hanno sede in via Cairoli a Genova – per essere corretti al civico 6 vi sono Archivio e Biblioteca di genere dell’UDI-Genova e al civico 7 il Centro –  e senza dubbio il sito web del Centro complica le cose inserendo il logo dell’Udi nazionale. Ma una semplice verifica sul sito nazionale UDI chiarisce che il ‘Centro per non subire violenza ex UDI’ è un ente separato e indipendente e non appare nelle sedi liguri dell’associazione. Diverse sono le nature proprie dei due enti, uno associazione culturale e politica (UDI) il cui scopo è fare cultura e informazione, azione politica e non offrire servizi , un altro che al contrario nasce proprio dalla ‘pratica’ dalla messa in atto di attività a servizio delle donne che ne abbiano bisogno. Insomma l’obiettivo è il medesimo (sostenere la donna) ma le modalità di azione sono differenti.

    Chiarito che si tratta di due soggetti diversi e che agiscono in modi diversi, resta innegabile il fatto che il Centro abbia le sue radici nell’UDI, presente e impegnato per il sostegno alle donne a Genova già dagli anni 60/70, e che da lì abbia avuto origine.

    Ora che è stato messo un punto sulla situazione finanziamenti e gestione della lotta alla violenza di genere per il 2013, non rimane che attendere i prossimi passi di Giunta, Conferenza dei sindaci e Associazioni verso il patto di sussidiarietà. Era Superba vi terrà aggiornati.

    Claudia Dani