Autore: erasuperba

  • Fresno, il lato b della California: quando l’apocalisse è vita di tutti i giorni

    Fresno, il lato b della California: quando l’apocalisse è vita di tutti i giorni

    Fresno, CaliforniaL’asfalto era screpolato come la pelle di un elefante al sole,  sudava bitume caldo e oleoso e il vapore saliva alto creando miraggi di antropomorfe figure. I condor tracciavano inquietanti traiettorie nel cielo, con i loro occhi attenti scrutavano il terreno alla ricerca di carcasse di animali e perché no, di esseri umani. Seguivano un coyote magro e affamato che serpeggiava tra cactus e scheletri di macchine dimenticate in quell’oblio arido come la porta dell’inferno.

    Fresno, “la più bella piccola città degli Stati Uniti”, così recava la scritta all’ingresso del paese che campeggiava proprio sopra la Ford stanca e impolverata dalle miglia percorse. Cercavo un officina per controllare un rumore metallico proveniente dal motore, non volevo passare la notte all’addiaccio nel deserto, la strada era ancora lunga e in America le distanze tra le città sono così grandi da non dover tralasciare mai nulla durante il viaggio. Ho parcheggiato vicino ad un cinema probabilmente nato negli anni sessanta e ancora ricco di fascino, una vecchia torretta sovrastava il cartellone con le lettere intercambiabili, la locandina de La guerra dei mondi con Tom Cruise dimostrava che era ancora in funzione anche se in quel momento era chiuso.

    Mi sono avvicinato per curiosare, mi ricordava il cinema dove andavo da bambino, quando, seduto sulle poltroncine rosse i miei piedi non toccavano ancora il pavimento e mia nonna mi comprava il cornetto gelato che si scioglieva a sempre a metà riproduzione. Le pareti tappezzate dai poster di film di ogni epoca formavano un tunnel di visi e nomi impossibili da dimenticare, il profumo dei popcorn faceva parte dell’arredamento così come il carretto dei gelati e la cassa con la doppia entrata, era un pezzo di storia vivente. Seguito dallo sguardo minaccioso di Al Pacino sono uscito e ho iniziato a percorrere la via alberata che conduceva in centro, era movimentata da poche anime e roditori grandi come gatti, le serrande erano chiuse e il traffico inesistente.

    fresno3-DiLa fontana nella piazza principale zampillava acqua torbida, al suo interno un uomo di colore tendeva i suoi grandi muscoli in pose da culturista osservato da alcuni piccioni spettatori curiosi. Forse vittima di un colpo di sole oppure di qualche droga (avevo letto da qualche parte che Fresno era famosa per la produzione di droghe sintetiche particolarmente dannose), qualunque sia stato il motivo quell’uomo non era in sé e ho deciso di fare finta di nulla. Una delle panchine ai lati del viale era occupata da un senzatetto che dormiva profondamente al sole, per un attimo ho pensato potesse essere un cadavere ma quando si alzò di scatto, come quegli zombie dei film horror che improvvisamente prendono vita, ho capito che era meglio guardare avanti. Altre persone dormivano per terra o vagavano senza una meta apparente, quello che sembrava uno scenario apocalittico era la vita di tutti i giorni.

    La voce calda di Johnny Cash arrivò alle mie orecchie, era Jackson, una delle sue canzoni più belle che mi attirava come uno dei bambini del pifferaio magico. Proveniva da un negozio di alimentari, si chiamava  El Mexico, l’insegna era verde con la scritta gialla e un grosso sombrero era appeso alla lettera X come un attaccapanni. Il titolare stava riordinando la frutta all’esterno della vetrina, mi sono avvicinato per chiedere informazioni, era chinato con il sedere che usciva dai pantaloni lisi e lerci. Era basso e tarchiato con i baffi a punta, assomigliava in maniera sorprendente al sergente Garcia di Zorro, indossava una camicia verde pistacchio con degli aloni sotto le ascelle diventati indelebili nel tempo, i capelli erano una fitta trama nera come il fil di ferro tra i quali restavano imprigionate foglie e piccoli insetti.

    Si è alzato a fatica e in modo sgraziato, poi mi ha guardato allungandomi una cassa di banane. “Un momento, amigo”, aspettavo e lo osservavo ordinare le altre casse fino a posizionare la mia in bella vista davanti alle altre. Mi faceva cenno di seguirlo in negozio, io non avevo ancora aperto bocca, ma sono comunque entrato attraversando una tendina rossa da macellaio. “Cosa cerchi amigo?” diceva alzando le folte sopracciglia fissandomi negli occhi da dietro il bancone, da quella posizione si sentiva il re del negozio e mi metteva in soggezione. “Una Coca Cola”, pensavo che acquistare qualcosa fosse il miglior modo per ottenere informazioni. “Solo Pepsi amigo”. Ho allungato sul banco due dollari e mi sono rivolto a lui come se lo avessi pagato per avere informazioni riservate: “Cerco un’officina e credo tu mi possa aiutare”. Il suo sguardo si era illuminato,  sorrideva con una dentatura massiccia ma gialla come l’oro. “Tienes suerte amigo, mi hermano Jorge es meccanico”.

    Sopra un foglio di carta marrone che abitualmente usava per fasciare le uova, tracciava le linee creando una mappa della zona con la strada da percorrere, sapevo di avere il navigatore in macchina ma sarebbe stato maleducato  interromperlo. Come ringraziamento ho acquistato ancora un pacchetto di nachos e due platani, ci siamo salutati con una calorosa stretta di mano e sono ritornato verso la macchina. Era rimasta al sole tutto il tempo, il volante era ustionante e ho usato una t-shirt come presina, l’abitacolo era un forno,  l’aria condizionata faceva fatica a partire ma la radio funzionava bene e passava Oyo como va di Santana.

    Impostato l’indirizzo sul navigatore ho attraversato Fresno, pur essendo al centro della California, in città si respirava un’aria tipicamente sudamericana. Era l’ora più calda della giornata, una signora si riparava con un ombrello dai raggi del sole, camminava sul marciapiede con il passo lento per non sudare troppo. Due bambini che giocavano con un idrante la presero di mira accompagnandola con un getto d’acqua fino alla parte opposta della strada.

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    Arrivato all’indirizzo giusto mi sono guardato intorno, l’officina sembrava un semplice garage e non aveva insegne, forse non ne aveva bisogno, pensai che fosse molto conosciuto o probabilmente era semplicemente l’unico in zona. Jorge era seduto su una sdraio, non aveva molto lavoro in quel momento e sembrava non avesse molta voglia di prendersi in carico la mia auto ma nessuno dei due aveva scelta, così gli ho descritto il problema e lasciato le chiavi, in attesa di ritirare la macchina sono andato a visitare quel poco che rimaneva di Fresno.

    Le strade vuote erano un ambientazione perfetta per la rivisitazione moderna di un film di Sergio Leone, vagavo nel silenzio attraverso folate di vento caldo alla ricerca di qualcosa, non sapevo nemmeno io cosa; decisi di aspettare sotto l’ombra di una palma appoggiato al vaso avvolto da un mosaico bianco e turchese, dallo zaino ho tirato fuori la pepsi e la cartina degli States e pazientemente mi sono seduto.

    Se prima avevo avuto l’idea di dormire a Fresno adesso volevo solo scappare via, il luogo e i personaggi incontrati non mi rendevano tranquillo, dovevo solo pregare che la macchina fosse pronta senza ulteriori intoppi. Jorge era seduto su una sdraio, nella stessa posizione in cui l’avevo trovato, sembrava non si fosse mai alzato e questo certo non mi confortava. Quando mi ha visto arrivare si è acceso una sigaretta e con un gesto svogliato della mano mi ha fatto cenno che era tutto ok, potevo ripartire. Mi ha chiesto cinquanta dollari, non so per cosa ma non aveva importanza, provava a spiegarmelo Jorge, io non capivo e pochi minuti dopo stavo già schiacciando l’acceleratore lungo la statale che taglia l’interno della California.

    Il colore dei campi di grano era tinto dei raggi arancioni di un sole che volgeva al termine la giornata, i camion rilasciavano per strada i contadini assunti per un solo giorno, la mattina seguente sarebbero tornati al punto d’incontro per mettersi in coda e trovare un impiego nei campi. Il sole calava dietro la linea dell’orizzonte sfumando il cielo di rosso e giallo, la luna aspettava paziente l’arrivo delle stelle e l’oscurità avanzava rendendo sempre più buia la salita verso il Sequoia Park.

     

    Diego Arbore
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  • Stephen Steinbrink from USA to Maddalena, due mesi in giro per l’Europa con la chitarra

    Stephen Steinbrink from USA to Maddalena, due mesi in giro per l’Europa con la chitarra

    stephen-steinbrink (1)Il suo tour europeo è partito quindici giorni fa da Berlino e quella di Genova al Teatro Altrove è l’ottava data in due settimane. Due mesi in giro per l’Europa con la chitarra a tracolla, di teatro in teatro di club in club. Stephen Steinbrink è giovane, ha 26 anni, ma fa il musicista in tour dal lontano 2001 e ha già pubblicato sei dischi. Non ha tempo da perdere: «No, non ero mai stato a Genova prima di oggi, ma non ho il tempo di visitarla, ho fatto un giro per raggiungere il teatro e nulla più, purtroppo devo subito ripartire, lunedì suono a Roma…». Scambiamo due chiacchiere dopo la performance, neanche il tempo di posare la chitarra e sparisce dietro il tendone nero per fiondarsi al banchetto dei dischi e trasformarsi in venditore. Non se la cava neanche male, tre LP venduti, il pubblico genovese ha gradito la sua performance, nel foyer del teatro i commenti sono molto positivi, anche se Stephen non li coglie perché non parla una sillaba di italiano.

    stephen-steinbrink (3)Canzoni brevi, non seguono la struttura classica strofa e ritornello, in sala il pubblico è curioso, ascolta con attenzione questo giovane americano con gli occhiali grossi e tondi e la camicia rossa. Gioca con l’accordatura della sua chitarra acustica amplificata e segue le dita con una voce sottile e precisa, intonata e piacevole. Sarà l’accento americano molto marcato alle nostre orecchie italiane “poco educate”, ma la mente va subito a Simon & Garfunkel… senza Garfunkel. Le linee melodiche dolci e malinconiche, riportano alle tracce più celebri della canzone d’autore americana. Sensazioni che ascoltando altri brani di Stephen su bandcamp mutano e richiamano maggiormente le sonorità pop, la resa delle canzoni suonate chitarra e voce sul palco dell’Altrove è infatti diversa rispetto a buona parte delle registrazioni in studio.

    stephen-steinbrink (2)Un’esibizione senza fronzoli, “la mia voce non è il mio corpo” canta Steinbrink. Rimane immobile davanti al microfono dalla prima all’ultima canzone e il ponte mobile che per un attimo scivola dal microfono e cade a terra è l’unico strappo che scompone l’atmosfera densa ed avvolgente.  ““, “” e “” sono brani che meglio di altri raccontano il concerto di Stephen Steinbrink alla Maddalena, concerto che si chiude con la bella ““.

     

  • La crisi dei servizi pubblici per l’impiego: Italia e Liguria, i dati sono negativi

    La crisi dei servizi pubblici per l’impiego: Italia e Liguria, i dati sono negativi

    lavoroMentre il premier Matteo Renzi nomina i servizi pubblici per l’impiego (SPI) nel suo “Jobs act“, ovvero il pacchetto di azioni per rilanciare l’asfittico mercato del lavoro italiano – che per molti commentatori è soltanto un libro dei sogni anche se in realtà il Governo, nel corso del Consiglio dei ministri di mercoledì scorso, ha varato un decreto legge sulle misure più urgenti e un disegno di legge delega al Governo che affronta gli altri temi del Jobs act, ma con tempi di approvazione più lunghi – due nuove indagini rispettivamente dell‘Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per l’ennesima volta, confermano le criticità endemiche dell’attuale sistema imperniato sulla rete dei centri per l’impiego (CPI) che operano a livello provinciale (qui il nostro approfondimento sui CPI della Provincia di Genova) secondo gli indirizzi dettati dalle Regioni.

    Occorre «Un’agenzia unica federale per l’occupazione che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali», questa la proposta contenuta nel piano di Renzi che punta a rendere più efficiente il sistema – oggi troppo disomogeneo ed incapace di garantire i livelli essenziali di servizio sull’intero territorio – tramite la messa in rete di tutti i protagonisti. Nel frattempo qualcuno già si porta avanti, come la Regione Toscana, che sta ragionando intorno ad un’ipotesi di agenzia regionale per il lavoro. «L’idea di costituire un’agenzia regionale per il lavoro – ha spiegato Gianfranco Simoncini, assessore regionale alle Attività produttive e Lavoro (Adnkronos, 12 marzo 2014) – rappresenta una soluzione organizzativa, sia in vista della revisione della governance dei servizi per l’impiego, a livello nazionale, sia per superare le differenze nella gestione dei servizi che esistono a livello territoriale, sia infine in vista di una diversa attribuzione delle competenze delle Province».

    Secondo Romano Benini, esperto di servizi per l’impiego e consulente del Ministero «Il sistema dei servizi per l’impiego, costituito dai 576 centri provinciali, da numerosi sportelli e da altri servizi costituiti in ambito provinciale, che in tutta Europa costituisce una scelta di fondo come presidio pubblico necessario delle politiche del lavoro, in Italia appare del tutto inadeguato, per le risorse investite ed il personale impegnato, rispetto alla forte domanda sociale. L’attivazione del programma Garanzia giovani (attraverso il quale in Italia arriveranno 1,4 miliardi di fondi per far ripartire l’occupazione) e della strategia di rafforzamento dei SPI prevista dall’Agenda 2014-2020 tra le priorità dei fondi europei rende urgente una scelta sul rafforzamento del sistema dei CPI che sia in grado di appoggiare su una precisa identificazione di competenze e di responsabilità».

    In questo quadro si inserisce il recente studio Isfol “Lo stato dei servizi pubblici per l’impiego in Europa: tendenze conferme e sorprese”, curato da Francesca Bergamante e Manuel Marocco, che affronta il tema partendo da tre elementi indicativi quali costi, organizzazione e risultati.

    Ebbene, in controtendenza rispetto alla maggior parte dei paesi europei «La crisi economica, in Italia, si sta traducendo in un depotenziamento del servizio pubblico – spiegano i due ricercatori – Ma invece che soffermarsi sulla contrapposizione tra pubblico (CPI) e privato (cioè le agenzie private per il lavoro, ndr) occorrerebbe puntare l’attenzione sul perché si continui a ricorrere alla mediazione informale piuttosto che a quella professionale, pubblica o privata che sia». Lo studio evidenzia che «L’Italia ha bisogno di potenziare il sistema – sottolineano Bergamante e Marocco – aumentando il numero degli operatori, adeguando qualità e quantità dei servizi offerti, attuando la normativa relativa all’accreditamento dei soggetti privati, impegnando maggiori risorse pubbliche con un monitoraggio da parte dell’amministrazione centrale, per valutarne i risultati e per coglierne i punti di difficoltà».
    Il primo Rapporto sul “Monitoraggio dei servizi per l’impiego”, curato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali “Nasce dall’esigenza di conoscere in dettaglio l’organizzazione e le risorse umane disponibili nei servizi per l’impiego, nonché gli utenti degli stessi – si legge nella presentazione – al fine di disegnare strategie di intervento finalizzate a rendere più efficiente il funzionamento degli SPI e ad assicurare standard comuni nella fornitura di servizi agli utenti”.

    Lo studio Isfol: il confronto impietoso con l’Europa

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DIVediamo nel dettaglio i numeri che emergono dalla ricerca Isfol. Per quanto riguarda le risorse finanziarie l’Italia dedica ai centri per l’impiego (CPI) lo 0,03% del Pil, contro una media Ue dello 0,25%. Ciò si traduce in un investimento di circa 500 milioni di euro, pari quasi alla metà di quanto spende la Spagna e ben distante dagli 8 miliardi e 872 milioni della Germania o dai 5 miliardi e 47 milioni della Francia.
    Inoltre, tra il 2008 e il 2011, i principali paesi dell’area euro hanno reagito alla crisi finanziando ulteriormente i servizi pubblici per l’impiego, agendo sulla spesa e sugli addetti; l’Italia, al contrario in termini assoluti ha investito quasi 200 milioni di euro in meno rispetto al 2008. Un quadro analogo è quello relativo agli operatori che nel nostro Paese non arrivano a 9.000 contro gli 11.000 della Spagna, i 115.000 della Germania e i 49.000 della Francia.

    Francia e Germania hanno anche incrementato il numero di operatori dei Spi rispettivamente di 22 e di 18 mila unità, il Regno Unito di oltre 11 mila – spiegano i ricercatori dell’Isfol – L’Italia, invece, si distingue per una riduzione di circa 1500 operatori, dagli oltre 10 mila del 2008 agli attuali 8575 (dato del 2011, ndr)”.
    In Italia il 33,7% dei disoccupati contatta un Cpi e solo il 19,6% si rivolge alle Agenzie private per il lavoro (Apl). L’80% mostra comunque una maggiore fiducia nella capacità di intermediazione delle reti informali e il 66,6% nella diretta richiesta di lavoro alle imprese.
    Nel 2011 la quota di persone collocate dalle Apl in Europa è pari all’1,8% di tutti gli occupati dipendenti che hanno trovato lavoro nell’anno di riferimento. I dati per singoli paesi variano da un minimo di 0,3% della Grecia al massimo del 2,9% per l’Olanda. L’Italia si attesta sullo 0,6%. Dalla ricerca Isfol, dunque, emerge chiaramente una maggiore capacità di collocazione dei CPI. “Nel 2011, infatti, la media Ue a 15 raggiunge il 9,4%, con punte del 10,5% per la Germania e 13,2% per la Svezia – si legge nello studio – In Italia gli intermediati sono il 3,1% del totale dei dipendenti occupati nell’anno, valore cinque volte più elevato di quello delle Apl”.
    Infine viene sfatata l’idea che i CPI costino troppo allo Stato: “In realtà non è così: in Italia la spesa media per il collocamento di una persona è pari a 8.673 euro, rispetto ai 51.100 euro dell’Olanda, i 44.202 euro della Danimarca, i 21.593 euro della Francia e i 15.833 euro della Germania”.

    L’indagine del Ministero del Lavoro sul sistema CPI

    cercare-lavoroL’attività di monitoraggio del Ministero – svoltasi nel corso del 2013 – consente di analizzare i dati disponibili più recenti, cioè quelli relativi al 2012. Il corposo documento (92 pagine) fornisce diversi spunti di riflessione in generale sulla situazione italiana ed in particolare sulle singole realtà regionali.

    Partiamo dagli utenti dei servizi pubblici per l’impiego. In Italia nel 2012 gli individui che hanno effettuato la DID (Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro rilasciata al servizio competente: CPI e altro organismo accreditato in conformità alle norme regionali e delle province autonome) sono stati oltre 2 milioni e 215 mila. Nello specifico per la Liguria parliamo di circa 79 mila persone.

    Tuttavia, per comprendere con maggior dettaglio la pressione esercitata dalla platea dei cittadini richiedenti servizi, è possibile calcolare il numero medio di coloro che hanno effettuato la DID nell’anno 2012 per singolo CPI a livello regionale. In Italia si stimano mediamente poco più di 3.900 individui sottoscrittori di DID per singolo CPI. Si collocano al di sopra di tale valore medio buona parte delle regioni del Mezzogiorno, ma non solo. “Il sistema regionale di servizi per l’impiego che presenta il dato stimato più elevato è quello delle Marche con 7.745 individui per CPI, cui segue quello della Puglia (5.816) e della Liguria (5.679) – spiega l’indagine del Ministero – Più contenuto il numero medio di individui per CPI della Valle d’Aosta (1.708), della Provincia Autonoma di Trento (2.012) e della Toscana (2.354)”.

    In merito alla dotazione di personale dei centri per l’impiego556 CPI sparsi su tutto il territorio – l’Italia può contare su 8713 operatori (7686 con contratto a tempo indeterminato) di cui 6255 impegnati in attività di front office. In Liguria nei 14 CPI provinciali lavorano 189 operatori (154 a tempo indeterminato) di cui 131 in front office e 58 in back office.
    “Disaggregando i dati rilevati per le due macro-funzioni di back office e front office, la quota di operatori dedicata al rapporto con il pubblico, in mancanza di informazioni aggiuntive, può indicare, seppur indirettamente, il livello di burocratizzazione del sistema CPI, dato che le attività di accoglienza, screening del cittadino ed erogazione dei servizi costituiscono alcuni dei compiti centrali che il centro pubblico deve assolvere – sottolinea l’indagine ministeriale – Se a livello nazionale circa 7 operatori su 10 sono dedicati proprio alle attività di front office (6.255 individui), in tre delle più grandi regioni meridionali l’incidenza sul totale del personale impiegato è molto più contenuta: si tratta di Sicilia (49,4%), Calabria (62,5%) e Campania (66,2%). Ma anche altri sistemi regionali si collocano al di sotto del valore dell’Italia: è questo il caso di Marche (67,2%), Valle d’Aosta (68,8%), Liguria (69,3%)”.

    Con riferimento, invece, al rapporto esistente tra personale impiegato e soggetti presi in carico, il numero medio di individui che hanno effettuato la DID per operatore – indice del carico esercitato su ciascuna struttura dalla platea dei cittadini richiedenti servizi – è particolarmente elevato in Lombardia (516 soggetti che hanno effettuato la DID per operatore), Puglia (451), Liguria (421), Provincia Autonoma di Bolzano (416), mentre appare esiguo in Sicilia (103), Molise (138) e Calabria (151).

    Il parere degli esperti

    «Lo Stato italiano deve recuperare anni di ritardo e di disattenzione rispetto al posizionamento ed alla qualità dei servizi pubblici per il lavoro – spiega Romano Benini su “Work Magazine”, testata specializzata da lui diretta – Attualmente manca quasi tutto: sistemi informativi nazionali per le politiche attive e le richieste delle imprese, standard dei servizi condivisi ed esigibili, programmi nazionali finanziati ed efficaci di politiche attive». Per questo motivo, secondo l’esperto, oggi appare del tutto improbabile che lo Stato ed il Ministero del Lavoro possano passare direttamente dall’attuale funzione e capacità del tutto marginale di intervento sul mercato del lavoro alla gestione di tutti i soggetti pubblici che intervengono sullo stesso, in primo luogo i centri per l’impiego. Peraltro, sottolinea Benini «La scelta di un’agenzia nazionale di erogazione dei servizi per l’impiego, presente in molti paesi europei, comporterebbe una rivoluzione totale del quadro delle competenze e funzioni del Titolo V della Costituzione, quindi non è percorribile nel breve periodo. Inoltre va ricordato che, a differenza delle politiche passive erogate dall’INPS, le politiche attive richiedono servizi che rispondano al territorio, alle sue differenze e potenzialità, e che riconoscano le diversità delle persone e delle imprese. In ogni caso l’eventualità di una agenzia nazionale di riferimento che promuova, coordini, verifichi, valuti ed affianchi i territori, è un’ipotesi utile, ma che non può eliminare del tutto le responsabilità dirette dell’ente territoriale più prossimo all’erogazione del servizio».
    Allo stesso modo pure l’ipotesi di costituire delle agenzie regionali è considerata rischiosa «Sono diversi i possibili sprechi e i disservizi che si avrebbero dall’attribuzione alle Regioni dei centri per l’impiego – sottolinea Benini – Le Regioni hanno avuto dal Titolo V l’attribuzione delle competenze sul lavoro e sulla formazione e la relativa programmazione. Attribuire alle Regioni anche la gestione diretta dei centri per l’impiego determinerebbe un sovraccarico di funzioni e responsabilità poco giustificabile per un ente che riesce con fatica a svolgere ovunque, e con la stessa qualità, i compiti attuali».

    «Di formule se ne possono trovare tante ma è evidente che senza investimenti non si risolverà nulla – aggiunge Michele Scarrone, direttore della Direzione Politiche formative e del Lavoro della Provincia di Genova – La Germania, con un mercato del lavoro molto più vivo del nostro, ha investito almeno 6 volte di più rispetto all’Italia, questo la dice lunga». Secondo Scarrone «Nel nostro Paese a livello regionale ci sono le esperienze più disparate: qualcuno ha fatto del suo meglio, ottenendo anche discreti risultati, altri invece no. Così si è generato un problema di disomogeneità dei livelli essenziali di servizio che è necessario affrontare al più presto».
    Relativamente all’indagine del Ministero del Lavoro, in particolare sul numero medio di utenti (421 soggetti in Liguria) per operatore, il direttore Scarrone commenta «Questo è il nodo fondamentale da sciogliere. I CPI svolgono dei servizi pubblici rivolti alla persona quindi devono essere particolarmente attenti alle esigenze di ogni singolo utente, sennò in caso contrario perdono completamente le loro potenzialità. È evidente che un solo operatore non può occuparsi di oltre 400 persone, questa è una sfida impossibile. D’altra parte le statistiche evidenziano come le agenzie private per il lavoro non ottengano risultati migliori rispetto ai CPI (anzi in Italia la quota di persone collocate dalle Apl si attesta appena sullo 0,6%, ndr). Dunque bisogna intervenire sui servizi pubblici potenziandone numericamente il personale, quantomeno attraverso degli spostamenti di lavoratori interni agli enti. Se l’ipotesi di agenzia unica si cala in tale contesto di sistema potrebbe essere una cosa positiva. Non vorrei invece assistere alla creazione dell’ennesimo carrozzone statale, costoso e magari poco utile. Ci sono buone esperienze in Italia ed ottime esperienze in Europa: studiamole e cerchiamo di imitarle».

     

    Matteo Quadrone

  • Pedibus a Genova: presentazione del progetto alla Carducci di Sestri Ponente

    Pedibus a Genova: presentazione del progetto alla Carducci di Sestri Ponente

    via-sestri-DIIl progetto Pedibus, avviato a Genova nel 2009 con le prime sperimentazioni nelle scuole (qui maggiori informazioni), verrà inaugurato domani alla scuola primaria Giosuè Carducci di Sestri Ponente che entra così a far parte della rete di istituti scolastici genovesi e liguri che operano per ridurre le concentrazioni di automobili davanti alle scuole all’entrata e all’uscita dei bambini. Un’inaugurazione che ha più che altro lo scopo di far parlare dell’iniziativa, trattandosi in realtà di una sperimentazione già attiva nella scuola sestrese di via Rigon dal dicembre scorso.

    Di che cosa si tratta? Pedibus è una fila indiana di bambini che procede verso la scuola accogliendo nuovi bambini ad ogni fermata, proprio come un bus. I bambini si fanno trovare alla fermata per loro più comoda indossando una pettorina gialla. A guidare la fila due adulti/genitori volontari, un “autista” e un “controllore”.

    “Il progetto, attivato alla scuola primaria Giosuè Carducci di Sestri Ponente, si pone l’obiettivo di promuovere la mobilità pedonale nei tragitti casa- scuola, al fine di ridurre il traffico negli orari di ingresso scolastico e diminuire la pericolosità e l’inquinamento nelle aree intorno alle scuole, educare i bambini e sensibilizzare le famiglie verso stili di vita più sostenibili, favorendo la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro delle famiglie”, si legge nel comunicato diffuso dal Comune.

    Capofila del progetto Pedibus per quanto riguarda il territorio genovese è Asl3 in virtù dell’accordo di collaborazione siglato nel 2009 con il Ministero della Salute. Ma oltre alla collaborazione dell’Azienda Sanitaria, il progetto alla Carducci ha avuto il sostegno del Municipio, della Provincia, del Centro di educazione ambientale e allo sviluppo sostenibile del Comune di Genova e, soprattutto, dei genitori. Soddisfazione dopo i primi mesi di sperimentazione: “Il risultato è stato il coinvolgimento di oltre 70 bambini e la realizzazione di 4 linee “pedibus”, che servono i diversi quartieri attigui alla scuola, con i diversi capolinea di via Merano, piazza Tazzoli, via Briscata e via S.Maria della Costa, con una prima fase sperimentale che ha preso il via nello scorso dicembre e ha dato risultati incoraggianti, misurabili dall’entusiasmo di bimbi e genitori accompagnatori”.

     

  • Caserma Gavoglio, il cortile passa al Comune in attesa del progetto di riqualificazione

    Caserma Gavoglio, il cortile passa al Comune in attesa del progetto di riqualificazione

    lagaccio-caserma-gavoglioDopo anni di attesa e battaglie, oggi è un giorno importante per la Caserma Gavoglio,  oltre 60mila mq nel cuore del Lagaccio in stato di abbandono. Alle 16 di oggi, nella Sala Incontri di Palazzo Ducale, viene formalizzata l’intesa raggiunta tra il Comune di Genova e il ministero della Difesa per il passaggio al Comune, ad uso pubblico, del cortile interno e dell’edificio principale della ex caserma.

    Si tratta solo di un primo passo, come è noto è in corso la procedura per l’acquisizione a titolo gratuito da parte di Tursi dell’intera area demaniale (qui l’approfondimento di Era Superba). A questo proposito, nell’inchiesta pubblicata su queste pagine il 31 gennaio scorso, il vicesindaco Bernini ci aveva anticipato alcuni dettagli:  «Stiamo elaborando con Arred (Agenzia regionale per il recupero edilizio) un progetto di riqualificazione dell’area, già concordato con l’Agenzia del Demanio, per l’acquisizione. Il progetto è stato affidato ad Arred che lavorerà congiuntamente con Rigenova (società, di cui Arred detiene il 25%, avente ad oggetto la promozione e l’attuazione di interventi di recupero edilizio e riqualificazione urbana nel territorio del Comune di Genova, ndr)».

    Nei giorni scorsi il sindaco Marco Doria ha visitato la Caserma Gavoglio con il presidente del Municipio Centro Est Simone Leoncini e la giunta municipale. “Nel comprensorio militare la delegazione è stata accolta dal generale di brigata Francesco Patrone, comandante del Comando militare Esercito “Liguria”, dal Contrammiraglio Andrea Liaci, direttore dell’Istituto idrografico della Marina, dal tenente colonnello Luigi Caforio, comandante del 1° reparto infrastrutture e dal primo maresciallo Guido Saltini, comandante del IV centro di mobilitazione del Comitato regionale della Croce Rossa, in rappresentanza delle diverse amministrazioni militari che attualmente gestiscono o usufruiscono dell’area”, si legge nella nota diffusa dal Comune.

    Il sindaco nell’occasione ha visitato tutti gli edifici, sia quelli in uso, sia quelli attualmente abbandonati. La riqualificazione della Gavoglio è un passaggio da non sbagliare, il primo cittadino e la Giunta lo sanno bene. «Visto che non dobbiamo più pagare al Demanio 4,5 milioni di euro per acquisire la Gavoglio, nel nuovo PUC possiamo davvero ridurre l’indice di edificabilità nell’area dell’ex caserma e lasciare più spazio a verde e servizi per i cittadini», aveva sottolineato Bernini. Dello stesso parere il presidente Leoncini:

     

    Questo pomeriggio, dopo la firma dell’atto, sempre a Palazzo Ducale, viene inaugurata la mostra fotografica “La caserma Gavoglio” e presentato il workshop “Trasformare il Lagaccio, progetti e idee per la Gavoglio”, nella sala del Maggior Consiglio.

  • Intrecci Urbani, yarn bombing: flash mob a De Ferrari per appassionati di ferri e uncinetto

    Intrecci Urbani, yarn bombing: flash mob a De Ferrari per appassionati di ferri e uncinetto

    yarn-bombing-lana-porto-anticoVenerdì 21 marzo è la Giornata Europea della Creatività Artistica e alle ore 16 in piazza De Ferrari avrà luogo il flash mob di presentazione della seconda edizione del progetto “Intrecci Urbani – yarn bombing a Genova” che, dopo aver rivestito il Porto Antico di lana lo scorso anno con il più grande evento di yarn bombing mai realizzato in Italia, nel 2014 si espande nel territorio genovese con l’ambizioso obiettivo di colorare tutta la città.

    “Gli appassionati dell’uncinetto e dei ferri sono invitati a lavorare a maglia in piazza. Un modo originale per valorizzare la creatività manuale e promuovere il progetto”, si legge nella nota diffusa dagli organizzatori.

    Lo yarn bombing è anche conosciuto come urban knitting, una street art proveniente dagli Stati Uniti che veste con lavori a maglia e filati intrecciati gli arredi urbani. 

    Intrecci Urbani 2014 è promosso anche quest’anno dall’Ufficio Cultura e Città dell’Assessorato Cultura e Turismo del Comune di Genova e la direzione artistica è stata nuovamente affidata alla scenografa Emanuela Pischedda dell’Associazione Artistica Culturale ColorInscena. L’edizione di quest’anno è caratterizzata dalla collaborazione più ficcante con i Municipi e dal tema centrale che sarà “Il bosco immaginario”, verranno utilizzati materiali di recupero (non solo lana ma anche tessuti, plastica, bottoni, filo elettrico, bulloni, vecchi maglioni… e tutto quello che si può riciclare e intrecciare) e verranno realizzati manufatti tridimensionali. Il tutto culminerà nel mese di maggio con nove installazioni nei parchi e giardini genovesi.

    “Al termine delle esposizioni i manufatti verranno utilizzati per la realizzazione di un’asta benefica per la raccolta di fondi che gli stessi partecipanti decideranno a chi destinare”.

    “Le associazioni, le scuole, le case di riposo, i centri sociali e le singole persone che vogliono partecipare al progetto o contribuire alla raccolta dei materiali necessari alla realizzazione del nuovo e spettacolare evento possono rivolgersi al proprio Municipio di appartenenza”.

  • Under The Map, progetto made in Zena. Video interviste di approfondimento con esperti e docenti

    Under The Map, progetto made in Zena. Video interviste di approfondimento con esperti e docenti

    under-the-mapAvete mai sentito parlare di Under the Map? In un momento in cui si parla molto di start-up e iniziative creative, durante una puntata di #EraOnTheRoad siamo andati a conoscere i fondatori di questo progetto “made in Zena”. Una bella giornata, un caffè insieme, una conversazione stimolante in cui ci hanno illustrato, con entusiasmo e competenza, i punti principali della loro iniziativa.

    In sostanza, Under the Map è una web tv che nasce a Genova nel febbraio 2013 dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi under 30 – quasi tutti dottorandi all’Università di Genova – e si occupa di politica internazionale, cultura e società. Il progetto nasce con l’intento di parlare di questioni complesse (come quelle relative a diritti umani, mediazione culturale, Medio Oriente, diritti dei popoli) in modo semplice e alla portata di tutti. La situazione si complica se pensiamo che, per riuscire in questa ambiziosa missione, i ragazzi sono armati soltanto di uno smartphone: con il telefonino intervistano esperti, ricercatori e docenti universitari di fama internazionale che arrivano a Genova per partecipare a eventi, incontri, conferenze.

    Nuovo, veloce, “giovane”, indipendente, social: il progetto è efficace e praticamente a costo zero, per questo ci piace. Abbiamo posto alcune domande ai ragazzi. Ecco cosa ci hanno risposto.

    Come è nata l’idea di dar vita a Under the Map?

    «Il progetto è stato elaborato in via sperimentale ormai un anno fa, nel febbraio 2013, e si può dire che l’idea è nata all’interno del DISPO, il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova in Largo Zecca: siamo un gruppo di amici dottorandi in Scienze Politiche che ha deciso di unire le proprie forze e mettere a disposizione le diverse competenze per far partire questa sperimentazione».

    Come funziona il progetto e come si svolgono le interviste?

    «Abbiamo deciso di partire proprio da Genova e di approfittare degli eventi culturali che si svolgono in città per interagire con esperti e studiosi, e far loro domande su alcuni temi di interesse generale. Partecipiamo spesso agli incontri a Palazzo Ducale (prossimamente parteciperemo a “La Storia in Piazza”, ad esempio) e in Università e intervistiamo i nostri interlocutori usando il telefonino. Poi tagliamo il video per renderlo più chiaro ed efficace: non più di 2 minuti per ogni risposta. Sono incontri a cui avremmo partecipato in ogni caso, per interesse personale: abbiamo colto l’occasione per approfondire tematiche di attualità per le persone che non possono partecipare o che magari non abitano in città: siamo partiti da Genova per rivolgerci anche altrove, a un bacino di utenti più ampio. Abbiamo voluto dire che non è vero che nella nostra città non succede niente ma che anzi gli eventi sono tanti: basta informarsi, essere motivati, avere degli interessi. Chi vuole vedere le nostre interviste e ascoltare i contributi, può seguirci su vari social media. Per prima cosa abbiamo aperto un canale YouTube sul quale caricare le interviste, poi una pagina Facebook, e infine è arrivato Twitter: ci teniamo a essere presenti su vari media per raggiungere target diversi».

    Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono il progetto?

    «Per prima cosa, abbiamo scelto di essere indipendenti. Non riceviamo finanziamenti o sovvenzioni da nessuno, e il progetto è nato per cause contingenti all’interno dell’Università ma non è stato promosso o proposto dall’Ateneo: certo, capita di cercare un confronto con i professori, ma niente di più, non c’è alcuna partnership né niente del genere. Da soli, abbiamo dato vita a una redazione vera e propria: ci riuniamo una volta al mese per decidere il calendario di eventi cui partecipare e le interviste da svolgere. Gli incontri si svolgono di volta in volta in luoghi diversi: evitiamo l’Università e preferiamo altri luoghi come abitazioni private, bar e altri spazi pubblici. Ad esempio, a breve ci piacerebbe riunirci all’interno della nuova sede dell’associazione di quartiere A.Ma. in Via della Maddalena, visto che alcuni di noi ne fanno parte: sarebbe un modo per renderci utili e contribuire tenere alzate le saracinesche in una zona in cui ancora troppe serrande sono abbassate. In redazione, ognuno di noi sa cosa deve fare: i compiti sono ben ripartiti, ciascuno è autonomo e il lavoro procede senza intoppi. Lo “zoccolo duro” è costituito da sei persone, poi ci sono altri collaboratori occasionali: ci siamo allargando e stiamo imparando pian piano a gestire sia il gruppo, sia il progetto in crescita. Non l’abbiamo mai fatto prima e per noi è uno “work in progress”, impariamo strada facendo. Non ci sono gerarchie all’interno del gruppo, ma vige una logica orizzontale. Inoltre, ci teniamo molto a dire che non siamo una testata giornalistica e le nostre interviste non si sovrappongono a quelle che escono sui giornali, ma sono piuttosto approfondimenti specialistici, con domande di dottorandi a studiosi».

    Un bilancio a un anno dall’inizio: il riscontro è positivo?

    «Siamo soddisfatti, abbiamo un buon seguito e il nostro pubblico è eterogeneo: soprattutto giovani, studenti e addetti ai lavori, ma anche istituzioni culturali in senso lato, persone interessate per “cultura generale” e giornalisti che cominciano a seguirci su Twitter. Il progetto è stato apprezzato e per il futuro vogliamo ancora crescere e cercare nuove collaborazioni».

     

    Elettra Antognetti

  • Genova, more than this: presentato a Tursi il nuovo logo della città

    Genova, more than this: presentato a Tursi il nuovo logo della città

    genova-more-than-this-permalosa-apertaAvete fatto caso nelle ultime settimane a quei cartelloni pubblicitari difficilmente interpretabili a sfondo rosso con la scritta “more than this”? Alcuni di questi manifesti riportavano anche delle parole enigmatiche, “permalosa e aperta”.
    Bene, il soggetto è la città di Genova e quei manifesti sono il risultato della campagna promozionale adottata dal Comune per destare curiosità fra i genovesi in vista della presentazione ufficiale, avvenuta questa mattina a Tursi, del nuovo logo di Genova.

    “Abbiamo pensato di non identificare la città con un logo che riprendesse un monumento o un aspetto soltanto, rivelando dunque il già noto o visibile, ma abbiamo semplicemente scritto il suo nome senza rivelarlo completamente, lasciando alcune parti nascoste, invisibili, che solo lo sguardo sensibile di chi guarda può completare. Perché Genova si rivela a piccoli passi, e quando lo fa è sempre di più di quanto lasci immaginare. Genova è MORE THAN THIS.” Sono le parole di Valeria Morando e Anna Giudice, le due autrici che hanno vinto il Concorso Internazionale di idee per il nuovo logo di promozione della città, bandito dal Comune nell’ambito del progetto europeo Urbact – City Logo.

    Genova more than this

     

    Al bando di concorso hanno partecipato 373 proposte; la vincitrice è stata selezionata da una Commissione internazionale tecnica e professionale, composta da Sinead Mullins (Responsabile Comunicazione Eurocities), Giuseppe Lamarca (Formula Adv, per TP – Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti), Mario Piazza (Politecnico di Milano, per AIAP Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva), Andrea Rauch (Rauch Design, per AIAP Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva); oltre che da Cesare Torre (Direttore Comunicaizone e Promozione della Città – Comune di Genova).

    Il progetto europeo Urbact – City Logo ha coinvolto Genova ed altre 10 città europee (capofila Utrecht), i costi sono stati coperti dall’Unione Europea.

  • Era Superba in viaggio con YEAST: da Genova a Cipro per parlare di Unione Europea, media e giovani

    Era Superba in viaggio con YEAST: da Genova a Cipro per parlare di Unione Europea, media e giovani

    Cipro e l'EuropaPartiremo da Genova, un viaggio che per ora sembra tutto fuorché semplice: un treno, un bus, un aereo, tre navette, tre giorni (ok, in mezzo ci sarà pure una sosta relax sulle spiagge di Larnaca) per raggiungere Nicosia, capitale cipriota, in cui i membri dell’associazione E-Youth accoglieranno dal 21 al 27 marzo una rappresentanza di 25 giovani under 35 provenienti da vari Paesi dell’Unione Europea (Spagna, Grecia, Italia, Croazia, Bulgaria, Polonia).

    In mezzo a loro ci saremo anche noi, una piccola delegazione di genovesi, parte della redazione di Era Superba. Partiremo grazie all’Associazione genovese Yeast, progetto cui anni fa hanno dato vita nel 2012 tre ragazzi del capoluogo ligure, Monica Poggi, Stefania Marongiu e Alessandro Boretti, e atterreremo in terra cipriota per partecipare al progetto European Elections 2014 Time for Action: nessuna città sarebbe più adatta di Nicosia, crocevia di persone e ricca di scambi, città interculturale e ponte sul Mediterraneo, avamposto europeo al confine con il continente asiatico, che si affaccia su Turchia, Siria, Libano, Grecia.

    Faremo una full immersion di politica, UE, giornalismo e nuovi media in previsione delle prossime elezioni del Parlamento europeo del 22-25 maggio prossimo. In tutto ciò, troveremo anche il tempo per confrontarci, perderci alla scoperta della città, raccontare di noi e scoprire qualcosa degli altri. E vi sveliamo un segreto: porteremo Genova a Cipro, proveremo a promuovere e far conoscere la nostra città attraverso le pagine di Era Superba e i contributi audio-video di guidadigenova.it… Seguiteci su twitter fino al 27 marzo per sapere com’è andata!

    European Elections 2014 Time for Action: il progetto

    Organizzato dal gruppo E-Youth di Cipro, in partnership con Youth Business Network (Greece) e un team di ricerca della Democritus University della Tracia, tutto il programma si svolgerà nella capitale, Nicosia: sono previsti workshop, incontri, interventi, lavori di gruppo aperti ai 25 partecipanti, che seguiranno tutte le fasi del progetto partecipando attivamente ogni giorno, mattina e pomeriggio.

    Scopo dei workshop è dare ai partecipanti la possibilità di esprimere la propria percezione sulle tematiche europee, confrontarsi con i rappresentanti di altri Paesi e pensare a una linea nuova da dare all’UE, per trasformarla in un’istituzione più vicina alle esigenze dei singoli e meno astratta, burocratica.
    Il gruppo affronterà i temi che hanno a che fare con il panorama politico e – scrivono gli organizzatori – “it will challenge and consider current political reporting and programming and why it is mainly a ‘switch off’ and not a ‘switch on’ for our audiences” . Un occhio di riguardo sarà rivolto anche alle nuove tecnologie, al loro ruolo negli scambi e nella cooperazione tra Paesi vicini.
    Non ci sono preclusioni nella partecipazione, tuttavia ci sono criteri cui rispondere e di cui nella selezione si è tenuto conto: sono state convocate persone con una preconoscenza delle dinamiche politiche del proprio Paese e della UE, e che hanno mostrato interesse verso l’iter pre-elettorale iniziato nei mesi scorsi e che porta direttamente alle elezioni di maggio.
    Il workshop, inoltre, si concentrerà anche sul tema della copertura mediatica dell’evento elettorale e si cercherà di rispondere a quesiti come: quali informazioni interessano al pubblico? Stiamo coprendo le tematiche giuste? E i programmi politici sono un “turn off”, un deterrente che fa calare l’attenzione? Come migliorare e abbandonare l’ambito della “propaganda” per migliorare la copertura elettorale?

    Discussioni, dibattiti e confronti saranno aperti per risolvere le questioni legate ai media e per informare i giovani europei sui loro diritti, sulle strutture che li circondano, incoraggiandoli a diventare cittadini attivi e partecipi, anche attraverso il voto di maggio.

    Nicosia, la città

    Nicosia, la capitale cipriota, si trova all’incirca al centro dell’isola: la sua storia affonda le proprie radici nell’età del Bronzo ed è diventata capitale solo nell’undicesimo secolo d.C., quando la dinastia dei Lusignano, di origine francese, la trasformò in una città magnifica e piena di splendori, costruendo un Palazzo Reale e oltre 50 chiese.
    Oggi la città è una perfetta commistione di splendore passato e trambusto metropolitano: il centro storico, all’interno delle antiche mura veneziane del XVI secolo presenta musei, antiche chiese, edifici medievali che preservano l’atmosfera dei secoli passati; la nuova Nicosia, invece, si estende fuori dalle mura ed è, oltre che un centro culturale, anche un classico esempio di città contemporanea e cosmopolita, a breve distanza da siti archeologici, villaggi, monasteri e chiese di epoca bizantina.
    Il centro della città oggi è diviso in due parti, unico caso di capitale europea ancora separata con la forza. Ci sono due settori, uno cipriota e l’altro di occupazione turca: il primo si trova nella parte nord della città (Repubblica Turca di Cipro del nord) ed è stato occupato dalle milizie turche dal 1974, in risposta al colpo di stato cipriota che depose l’allora presidente dell’isola e alterò gli equilibri del Trattato di Zurigo e Londra tra Cipro, Regno Unito, Grecia e Turchia e in cui si legittimava l’intervento militare di ciascun garante in caso di sensibile alterazione dello status politico dell’isola. L’occupazione fu aspramente criticata dai greci e dai loro sostenitori, che si opposero senza successo all’ingerenza turca, la cui iniziativa è ricordata con il nome di “Operazione di pace a Cipro”, ma è in effetti passata alla storia con la denominazione di “Operazione Attila”.
    L’invasione è stata un grosso trauma sotto il profilo sociale e culturale, una scissione che per molti sembra ancora oggi insuperabile. Si pensi che la comunità greco-cipriota costituiva all’epoca circa il 78% dell’intera popolazione, mentre quella turca il 22%.

    Yeast e Genova

    Associazione di Promozione Sociale, YEAST acronimo di Youth Europe Around Sustainability Tables, è nata a Genova nell’ottobre 2012 dall’iniziativa di Monica, la presidente, Stefania, tesoriera, e Alessandro, vice-presidente (qui maggiori informazioni).
    Il termine YEAST, mutuato dalla lingua inglese, significa lievito, fermento, ed è stato scelto per esprimere con una metafora il senso dell’azione dell’associazione: organizzare scambi culturali in Europa per far viaggiare, mettere in circolo persone e idee, favorire la mobilità dei giovani genovesi che hanno voglia di guardarsi attorno.

    Raccontano i fondatori: «Abbiamo scelto il nome YEAST perché quando si viaggia si cresce, si matura, insomma “lievitiamo” nel senso che diventiamo più “grandi”. Gli scambi internazionali di cui ci occupiamo si rivolgono prevalentemente a quella fascia d’età compresa tra 18-25 anni, che è più in “fermento” e ha più vitalità. Riteniamo che la nostra bellissima città, Genova, spesso chiusa e non troppo giovanile, abbia proprio bisogno di maggior “fermento” (senza contare che nessun altro nome poteva essere più appropriato, visto che tutti e tre amiamo la birra, e insomma più “yeast” di così…)».

    Gli scambi di YEAST mirano a coinvolgere i giovani genovesi in contesti in cui affrontare temi di pubblico interesse e farli diventare parte attiva nella costruzione del loro futuro. I temi principalmente affrontati toccano diversi ambiti: leadership, spirito imprenditoriale, cooperazione internazionale, valorizzazione della creatività personale, sport, integrazione, green economy, mobilità sostenibile.
    Tra le possibilità di YEAST, oltre agli scambi internazionali, anche esperienze alla pari, stage e lavoro a Londra in collaborazione con Come2England.

    Non solo Europa: anche a livello locale sono proposte varie iniziative, dall’incontro tra culture diverse tramite il laboratorio online “multiculturalità” attivo presso il portale OpenGenova; agli aperitivi culturali De GustiBUS, un “viaggio tra i sapori del mondo senza muovervi dalla vostra città!”.

     

    Elettra Antognetti

  • Arizona, ecco il cuore popolare della Val Bisagno dopo il Contratto di Quartiere

    Arizona, ecco il cuore popolare della Val Bisagno dopo il Contratto di Quartiere

    arizona-molassana-edilizia-popolare-casePer gli abitanti di Molassana, la zona all’inizio della valle del Rio Geirato, tra Via Sertoli e Piazza Unità d’Italia, si chiama “Arizona”. Forse non sono in molti a saperlo, forse i genovesi di altri quartieri oggi lo ignorano, e lo ricordano solo gli abitanti più longevi di Molassana, che lo hanno raccontato ai più giovani. Un tempo, questo era un quartiere in fermento, e la sua storia è la storia di una Genova bella e viva, ma anche ambigua e sfaccettata. Abbiamo visitato la zona durante la diretta twitter di #EraOnTheRoad: nato come quartiere popolare, nel corso del tempo la sua fisionomia non è cambiata e di recente qui sono stati avviati importanti interventi di edilizia sociale, voluti dal Comune e da ARTE.

    L’Arizona genovese, la storia

    È un luogo nato dalla demolizione dei quartieri del centro storico genovese degli anni’30, l’area popolare di Ponticello lasciò il posto agli alti palazzi di piazza Dante (l’approfondimento da guidadigenova.it), un primo passo che avrebbe per sempre stravolto la fisionomia del quartiere di Portoria che venne poi in gran parte demolito dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale (documentario video da guidadigenova.it). Proprio a seguito di queste trasformazioni urbane si è formata l’Arizona di Molassana: qui sono sorti casamenti ed edifici di edilizia popolare, per accogliere gli abitanti del centro storico rimasti senza casa.
    Negli anni del dopoguerra, questo è diventato uno dei centri principali del quartiere, che riuniva oltre 600 famiglie (circa 4 mila persone) nei sei palazzi di nuova edificazione e accoglieva il più della popolazione della zona.

    arizona-molassana-case-popolari-verticalePerché sia stato scelto proprio questo nome oggi sembra che a Molassana in molti non lo ricordino più: è un soprannome nato anni fa, quando all’Arizona le bande di ragazzi si scontravano per strada e c’erano poche opportunità. Qui, si diceva, dovevi imparare a cavartela da solo: c’è chi l’ha definito un Far West genovese, con i cowboy e le risse del cinema di quegli anni, o chi l’ha descritto come una “favela”. Insomma, un quartiere popolare di pasoliniana memoria, in quell’Italia del dopoguerra che voleva farcela, a tutti i costi, a discapito di una realtà oggettiva talvolta ai limiti del sopportabile.

    [quote]Anarchici, antifascisti, emigrati sardi siciliani toscani convivevano
 in via Sertoli assieme a disoccupati, e anche ex ospiti delle galere di Marassi. Una umanità sofferente, ricca di orgoglio, piena di volontà di riscatto”, scriveva Giordano Bruschi su Liberazione il 24 aprile 2009.[/quote]

    Nel quartiere Arizona viveva Paride Batini (1934-2009), leader storico dei portuali genovesi, per 25 anni console a guida della Compagnia Unica e oppositore della liberalizzazione dei traffici portuali. Antifascista, filo-anarchico, Batini faceva parte del Pci e fu attivo in prima linea nelle giornate del 30 giugno 1960, in cui “i ragazzi delle maglie a strisce” si opponevano al congresso missino a Genova (l’approfondimento da guidadigenova.it). La sua storia parte dal quartiere di periferia e su di esso si forma.

    L’Arizona nel 2014: il Contratto di Quartiere

    Nel corso degli ultimi anni qui si sono registrati cambiamenti importanti e significativi, che hanno consolidato la fisionomia “popolare” del quartiere. È stato avviato un programma di riqualificazione dei caseggiati anni ’30, che ha portato alla realizzazione di vari alloggi di edilizia residenziale pubblica (ERP). Si tratta del Contratto di Quartiere (CdQ 2 Molassana, messo in pratica anche a Voltri e nel ghetto), avviato nella seconda metà del 2005, dopo una lunga fase procedurale per l’approvazione da parte del Ministero delle Infrastrutture e la partecipazione al bando regionale per l’accesso ai finanziamenti (12 milioni di provenienza pubblica).

    L’operazione è stata salutata da alcuni come “il più grande intervento comprendente edifici storici, con 420 abitazioni di edilizia pubblica, tra nuova costruzione e recupero”: sono stati creati 369 alloggi ERP, di cui 244 di nuova costruzione (ai civici 11A/11B di Via Sertoli e 14/16 di Via S. Felice, in cui sono stati demoliti i palazzi esistenti) e 125 di recupero (civici 7 e 17). A questi sono da aggiungere altri 52 alloggi sempre ERP, al civico 9: qui i lavori sono iniziati nella seconda metà del 2012 e stanno per essere ultimati. I lavori nel primo lotto (11 A/B Via Sertoli, 14/16 S. Felice) sono stati ultimati e consegnati anni fa. Di recente, nell’aprile 2012 sono stati consegnati altri alloggi (35 su 70) al civico 7 di Via Sertoli.
    L’opera di riqualificazione del quartiere è stata quasi del tutto completata: per la ristrutturazione sono stati investiti circa 5,5 milioni di euro, a cui corrisponde un costo unitario contenuto (circa 900 euro/mq). Anche qui, come in tutti gli altri edifici, si trattava di un intervento di ARTE, soggetto che gestisce lo stabile sotto il profilo amministrativo e contabile. Il palazzo, prima della ristrutturazione, ospitava 104 alloggi, ma si è deciso di ridurli a 70 dopo il restyling (5 sono per disabili) per ottenere spazi adeguati alle normative vigenti.

    L’asilo Peter Pan e la nuova piazza Unità d’Italia

    asilo-peter-panSempre qui c’è anche l’asilo Peter Pan (affacciato sulla retrostante Piazza Unità d’Italia) e la mensa per i bambini: sono stati trasferiti di recente all’interno del complesso di edilizia popolare, come previsto dal CdQ 2. Nel corso del nostro sopralluogo facciamo due chiacchiere con i dipendenti, che lamentano il degrado e lo sporco: ci dicono che alla sera il giardino sul lato anteriore dell’asilo, affacciato sulla piazza, diventa luogo per il bivacco di giovani, che lasciano sporcizia e rendono ingestibile per gli addetti della scuola occuparsi della manutenzione. Servirebbe un aiuto da Aster per la gestione, oppure si potrebbe fare una pavimentazione più consona, invece di lasciare l’erba incolta, ma finora non arrivano risposte. Lì anche un sistema piuttosto efficace ed ecologico per la raccolta di acqua piovana e l’irrigazione del giardino, che però resta inutilizzabile perché sommerso dalla sporcizia. Si potrebbe usare per lo spazio per farne degli orti urbani, coinvolgendo anche pensionati e associazioni; si dovrebbe impedire l’accesso e monitorare l’area, per fare in modo che non sia presa d’assalto la notte e i bambini possano fruirne durante il giorno: le proposte sono varie, per ora niente si muove.

    Del contratto di quartiere fa parte anche l’inaugurazione della nuova Piazza Unità d’Italia, nominata così nel 2011 in omaggio al 150 anniversario dell’unità del Paese.
    Proprio nella piazza si sono svolti interventi di edilizia sociale che non erano però inclusi nel CdQ 2. Qui sono state abbattute le vecchie case popolari ed è nato da circa dieci anni un nuovo complesso in stile “Unité d’Habitation” di Le Corbusier, che però sembra già vecchio e che delle Unitée di Marsiglia e Berlino ha ben poco: se ai tempi l’idea era quella di creare unità autonome e indipendenti, che funzionassero come città e che fossero dotate di tutti i servizi, nei fatti l’impressione è quella di un luogo già “invecchiato” dopo dieci anni e abbandonato a sé stesso. Adombra la piazza un enorme caseggiato bianco ed essenziale, amministrato anche in questo caso da ARTE che, per conto di Tursi, ha assegnato gli appartamenti. A pochi passi, sul lato sinistro, un parcheggio coperto su più piani, sia interrato che in superficie, sempre gestito da ARTE: molti posti auto sono stati venduti, tanti altri invece restano vuoti, inutili.
    È stata spostata in questo luogo anche la biblioteca Saffi (che dovrebbe poi cambiare di nuovo sede e trovare spazio nel complesso che sorgerà al posto dell’ex area Boero), al piano terra dell’edificio principale. Al quarto piano, invece, è stato trasferito il distretto sociale.

    Il punto con il presidente del Municipio Media Val Bisagno

    In generale, gli interventi sono stati tanti, tutti importanti e ambiziosi. Dopo anni, sembra che presto il quartiere Arizona acquisterà la sua fisionomia definitiva.
    Commenta il Presidente del Municipio Agostino Gianelli: «Negli ultimi anni abbiamo dato avvio a un processo di riqualificazione importante. Grazie al Contratto di quartiere abbiamo riqualificato 3 caseggiati e ne abbiamo ricostruiti altri, abbiamo inserito l’asilo Peter Pan e la mensa all’interno di questo complesso e finora siamo riusciti a consegnare molti appartamenti. Dal 2012, con l’assegnazione degli spazi in Via Sertoli 7, non ci sono state nuove consegne ma stiamo ultimando i lavori al civico 9, e contiamo di finire entro il 2014. Oltre al CdQ, abbiamo svolto altri interventi e costruito il caseggiato e il silos di Piazza Unità d’Italia. Tutto il complesso fa capo ad ARTE, che amministra e gestisce la zona. Siamo contenti di aver raggiunto questo risultato e di aver integrato l’edilizia popolare con i servizi: abbiamo portato qui il distretto sanitario, con un front office al piano terra, e la biblioteca Saffi: quando sarà ricollocata all’interno dell’area Boero per essere ampliata, gli spazi che lascerà vuoti in Piazza Unità d’Italia saranno occupati da altri servizi, verso un miglioramento ulteriore».

    Elettra Antognetti

  • Erzelli: scade l’ultimatum di Ght, ma l’Università non ci sente: “Nessuna scadenza”

    Erzelli: scade l’ultimatum di Ght, ma l’Università non ci sente: “Nessuna scadenza”

    erzelli-cantiere-universita-6Qualche settimana fa con #EraOnTheRoad vi abbiamo portato sulla collina degli Erzelli fra i cantieri semi abbandonati e le attività di Siemens, Ericsson e Talent Garden (qui l’approfondimento). Un progetto che sino a due anni fa veniva considerato il volano per la ripresa della nostra città, per poi perdersi in una telenovela senza fine. Fra Ght (Genova High Tech) e Università la partita continua anche se ormai ha stancato tutti. Addetti ai lavori, giornalisti e cittadini.

    I dettagli ormai li conoscono anche i muri e non avrebbe senso ripercorrere l’intera vicenda. Da anni prosegue il tira e molla, “vado agli Erzelli, non vado agli Erzelli”. Il secco ultimatum di Ght dava all’Università tempo sino a domani (18 marzo) per la conferma dell’acquisizione delle aree preposte antistanti l’attuale edificio Siemens, ultimatum che è stato poi posticipato alla fine del mese in occasione della presentazione dell’indagine sulle imprese high tech a Genova. «Entro marzo l’Università dia una risposta definitiva sul trasferimento di Ingegneria», aveva ribadito in quell’occasione il presidente di Ght Carlo Castellano. Il risultato, tuttavia, non è cambiato: l’Università non vuole sentir parlare di scadenze ed ultimatum, il rettore Deferrari dichiara a Primocanale che andrà avanti per la sua strada (quale?) mettendo sul piatto, per l’ennesima volta, il problema trasporti. In parole povere, stando almeno alle dichiarazioni ufficiali, siamo fermi allo stesso punto da quasi due anni.

    Il problema è che, ormai, si fa a fatica a comprendere le ragioni delle parti, e viene sin troppo facile mettere in discussione il progetto: tutto fumo e niente arrosto? È possibile che in tutto questo tempo non sia stato possibile trovare una soluzione? Basti pensare che, ancora una volta durante l’incontro sulle imprese high tech, è intervenuto il presidente di Confindustria Giuseppe Zampini sentenziando: «L’Università di Genova ha il dovere e il diritto di esaminare il business plan dell’operazione parco tecnologico degli Erzelli». Siamo ancora all’esame del “business plan”?!? In questi anni ci sarà stato il tempo per darci almeno un’occhiata. E pensare che in ballo ci sono oltre 100 milioni di finanziamenti pubblici. Attendiamo la fine di marzo, ma potrebbe trattarsi dell’ennesimo buco nell’acqua.

  • Viaggio alla scoperta della canzone d’autore: musica e parole appartengono alla comunità

    Viaggio alla scoperta della canzone d’autore: musica e parole appartengono alla comunità

    ChitarraLa canzone è una forma musicale di grandissima popolarità e notevole potenziale espressivo – comunicativo. Ognuno di noi ha certamente una o più canzoni che negli anni ha amato o a cui si sente maggiormente legato. Magari semplicemente perché una canzone gli ricorda episodi della sua infanzia della sua adolescenza. Insomma le canzoni – è noto – muovono i ricordi, legate come sono a volti, vicende personali e/o collettive racchiuse nella nostra memoria (a questo proposito qui è possibile consultare gli articoli della stagione scorsa, dedicati alla “Musica Nuova“). Ma oltre a questi aspetti psicologici, affettivi e privati (anche quando riguardano migliaia di persone) ci sono caratteristiche che rendono la canzone immediatamente un “oggetto sociale”. Anzi, possiamo certamente sostenere che la canzone sia già frutto di un’attività sociale: la canzone è indice di (e spesso favorisce le) relazioni sociali.

    Banalmente, si scrivono canzoni per poi cantarle o perché siano cantate da qualcuno. Anche la canzone “rimasta nel cassetto”, in realtà avrebbe voluto spiccare il volo verso il mondo. Ben difficilmente qualcuno scriverebbe solo ed esclusivamente per se stesso, in quel caso, come dire, si tratterebbe di “canzoni catatoniche”… Magari si scrive e poi vien meno il coraggio di fare ascoltare le proprie canzoni agli altri per paura dei giudizi (ecco una possibile genesi per le canzoni che rimangono nel cassetto…). Ma d’altra parte qualsiasi “oggetto ideale” – come è una canzone nella fase embrionale – diventa una canzone vera e propria solo quando qualcuno inizia ad ascoltarla, ossia quando diventa socializzabile/comunicabile/ripetibile/giudicabile.

    La popolarità e/o il successo rappresentano poi una ulteriore sfaccettatura che riguarda (e necessariamente segue) la creazione/produzione di una canzone. A questo punto mi sembra utile inserire un distinguo tra “popolarità” e “successo”. Certo, un brano di successo diventa, per forza di cose, popolare, nel senso di “conosciuto a livello di massa”. Ma il termine – almeno in un’accezione del suo significato – mi sembra che rimandi ad un contesto storico particolare e recente. Le canzoni (e i cantanti-interpreti) di successo sono esplicitamente un fenomeno successivo alle consistenti innovazioni tecnologiche – applicate alla realtà/mercato dei mass media – che hanno caratterizzato la prima metà del ventesimo secolo: la radio; le tecniche di registrazione; il disco e poi la cassetta audio, la televisione, la possibilità di amplificare ed elaborare il suono ecc… E parallelamente il formarsi/nascere dell’industria culturale, che tutti questi mezzi ed opportunità offerte dalla tecnologia userà a spada tratta, abusandone.

    Però il successo può anche finire, essendo legato molto spesso alle mode. Quindi una canzone/cantante di successo dopo non molto tempo potrebbe sparire dalla memoria, all’insegna dell’effimero. Il termine “popolare”, invece, mi sembra maggiormente legato alla memoria, al ricordo: la popolarità si guadagna, è frutto di un lavoro costruito nel tempo, un traguardo, non il risultato di invasive strategie promozionali e pubblicitarie; c’entra relativamente con i risultati delle vendite e le Hit parade. Prendiamo ad esempio Blowind in the wind, We shall overcome, O sole mio, Il ragazzo della via Gluck, Fischia il vento, La canzone del sole, Nel blu dipinto di blu (Volare). Queste sono canzoni “popolari” perché rimaste nella memoria storica e ne vanno ad arricchire la tradizione musicale. E in quanto vanno a sedimentarsi negli strati più o meno profondi della tradizione/costume/cultura di una collettività, le canzoni diventano traccia/segno/simbolo/icona sonora di quella stessa comunità. Ogni canzone, anche la più dimenticata, costituisce comunque la traccia di un particolare periodo storico.

    Tuttavia, in quanto prodotto culturalmente complesso, la canzone diventa, da elemento semplicemente residuale, “segno”  di quel determinato periodo: fornendoci delle informazioni (aspetti formali e strutturali, caratteristiche del giro armonico, rapporto col testo, tecniche di registrazioni e supporto audio eventuale…) ci aiuta ad identificarlo. Se poi quella canzone fosse (o fosse stata) molto popolare, addirittura potrebbe assurgere a simbolo di un’epoca, una vicenda storica, una comunità, un gruppo di persone. Canzoni-simbolo possono considerarsi : Like a rolling stone di B. Dylan, La locomotiva di F. Guccini,  Bella ciao, Sapore di sale di G. Paoli, Satisfaction dei Rollig Stones, e ovviamente altre.

    Dopo queste doverose premesse, nella prossima uscita iniziaremo il nostro viaggio attraverso la “forma canzone”…

    Gianni Martini

     

  • Museo del Risorgimento, la casa di Mazzini in via Lomellini. La nostra visita e il punto con la direttrice

    Museo del Risorgimento, la casa di Mazzini in via Lomellini. La nostra visita e il punto con la direttrice

    mazzini-museo-risorgimentoProsegue il nostro viaggio alla scoperta dei Musei di Genova. Siamo partiti dalla GAM di Nervi, poi è stata la volta del Castello d’Albertis, infine – con la pubblicazione dei dati relativi all’andamento dei musei civici nel 2013 – siamo stati in grado di fare una panoramica generale. La scorsa settimana, per celebrare le Giornate Mazziniane, abbiamo fatto visita con la diretta di #EraOnTheRoad al Museo del Risorgimento, fanalino di coda tra i musei civici per quanto riguarda le visite nel 2013, con 6629 visitatori, in calo dello 0,03% rispetto al 2012. Abbiamo parlato con la Dott.ssa Raffaella Ponte, direttrice, e la Dott.ssa Bertuzzi, responsabile dell’attività didattica e, durante l’intervista, ci siamo fatti accompagnare fra i tesori del museo.

    Museo del Risorgimento: il percorso e la struttura

    museo-risorgimento-casa-mazzini-vertIl Museo è distribuito su più piani e si snoda tra varie stanze di dimensioni piuttosto contenute, ciascuna con un “tema” diverso: si possono vedere documenti e contributi legati a periodi storici diversi o a particolari eventi che hanno fatto la storia del Risorgimento italiano, partendo dalla metà del ‘700 fino alla Grande Guerra.

    Iniziamo proprio con l’ultima sala in ordine cronologico, quella legata alla prima guerra mondiale: qui un’orazione autografa di D’Annunzio, foto, ritratti e materiale donato al Museo da privati. La dott.ssa Ponte racconta di voler estendere il percorso oltre il Risorgimento e aprirlo alla storia più recente: un modo per attirare più visitatori e interessare fasce diverse di pubblico. L’allargamento e l’apertura delle sale avverrà entro l’estate 2014: «Potrebbe diventare il Museo del Risorgimento e dell’Età Contemporanea, perché no!», commenta la direttrice.

    Il percorso vero e proprio inizia con una sala multimediale, in cui è possibile fare una panoramica delle cose che si andranno a visitare nelle altre stanze. Si tratta di un’installazione nuova, voluta nel 2005 dall’allora direttore Leo Morabito, che in quell’anno aveva avviato un’opera di ristrutturazione e modernizzazione estesa, per celebrare il novantesimo compleanno dalla prima fondazione del Museo, datata 1915. Oltre a questa nuova installazione, da poco è stato introdotto anche un sistema di illuminazione intelligente, che consente il risparmio energetico.

    manoscritto-inno-mameli-vertSi parte dal 1746  e da Napoleone; si prosegue in ordine cronologico con i giacobini e i balilla, fino all’Inno d’Italia (nel museo è presente la prima copia originale, redatta dallo stesso Mameli), alle “camicie rosse”, i carabinieri, cioè le milizie private garibaldine. Dal 1975 è stata aperta al pubblico anche la sala natale di Giuseppe Mazzini, quella in cui sono nati lui e i suoi fratelli prima che la famiglia decidesse di trasferirsi da questa casa a quella di Castelletto, in cui Giuseppe vivrà a lungo.

    Per finire, una piccola sala per esposizioni temporanee, che ora ospita “Il Risorgimento in Musica nelle collezioni dell’Istituto mazziniano” con le opere di Verdi, Leoncavallo, ecc., e poi ancora una sala didattica con dipinti restaurati nel 2011, grazie ai fondi devoluti in occasione delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità ‘Italia. Ci rivela la direttrice: «Qui non ci sono spazi grandi e non riusciamo ad organizzare mostre temporanee articolate, ma possiamo allestire piccoli percorsi a tema: ad esempio, per il 2015 è previsto un percorso dedicato al cibo, in collaborazione con Expò 2015».

    La struttura comprende, oltre al Museo vero e proprio, anche una biblioteca e un archivio. In particolare, per quanto riguarda la biblioteca, è in corso il trasferimento nella nuova di Via del Seminario, vicino alla Biblioteca Berio e nella stessa sede della Biblioteca dell’Attore. La consultazione, ci dice la direttrice, è di solito richiesta da addetti ai lavori e specialisti, come studiosi e dottorandi. Ad oggi il trasferimento è completato, ma la biblioteca è chiusa e per consultare i volumi serve un’apertura straordinaria, su appuntamento.

    I visitatori della “Casa Mazzini”

    statua-mazzini-museo-risorgimentoPer quanto riguarda la tipologia di visitatori, le nostre accompagnatrici ci raccontano che qui vengono perlopiù scolaresche, gruppi o anche singoli turisti e visitatori, sia italiani (e genovesi) che stranieri. La didattica è l’attività che predomina all’interno del Museo, ma anche i turisti raggiungono il museo seguendo le guide turistiche, anche se per i stranieri – in maggioranza – ad oggi mancano ancora le traduzioni in inglese. Da poco, su consiglio di un turista russo, è stato tradotto in inglese un pdf che racconta la storia del tricolore.

    E se gli stranieri si appassionano ai cimeli della nostra storia, i genovesi avventori sono più rari. La lamentela più ricorrente dei concittadini sembrerebbe essere quella legata alla posizione, definita dai più “scomoda” anche se a due passi da Strada Nuova e dal polo universitario di Via Balbi, «molti non trovano il Museo», ci dicono. Certo, la segnaletica lascia a desiderare: andrebbe potenziata a partire da Caricamento, San Lorenzo e De Ferrari, per aiutare gli autoctoni e richiamare ancora più turisti, un problema comune alla maggioranza delle strutture museali cittadine, problema che ad oggi rimane irrisolto.

    «Noi non possiamo accollarci anche questa spesa e siamo riusciti solo a far mettere un totem fuori dalla porta, su Via Lomellini, ma non è abbastanza. Per ovviare alla mancanza di promozione cerchiamo di fare rete con gli altri musei, sia civici che statali, e collaboriamo molto con la Fondazione Cultura di Palazzo Ducale: ora in corso proprio lì la mostra “Fascismo, ultimo atto”, con alcune delle nostre opere. Nel 2011, invece, eravamo presenti con alcune sculture all’interno della vetrina allestita sempre al Ducale: questo ci ha dato visibilità e ha fatto arrivare molti visitatori in più, ma non possiamo ripetere questa esperienza perché è a rotazione e ogni anno la vetrina promuove un museo diverso».

    museo-risorgimento-casa-mazzini-targaCome sottolineato in apertura, i visitatori nel 2013 sono stati pochi: 6629 persone (in calo rispetto al 2012) in un anno corrispondono a una media di circa 30-31 persone al giorno, contando che il museo è aperto 4 giorni a settimana (è chiuso giovedì, domenica e lunedì, e su 4 giorni di apertura solo 2 volte è aperto anche al pomeriggio). «Il calo è dovuto al fatto che ci sono stati tagli al personale che hanno costretto a ridurre l’orario di apertura da 49 ore settimanali alle attuali 27 (nel periodo invernale, mentre in estate scendono a 21, n.d.r.). Se si analizzano questi dati, si vede come in fondo la flessione possa essere considerata un incremento, perché dimezzando le ore non sono dimezzati gli ingressi, anzi sono scesi solo di pochissimo. Se avessimo dunque mantenuto lo stesso orario nel 2013 saremmo cresciuti: i dati che si leggono sono solo una riga all’interno di una tabella, che però non si può interpretare senza fornire un adeguato contesto. Si rischierebbe di semplificare troppo».

    Certamente, ma i visitatori rimangono pochi. Il dato preoccupa anche perché  l’introito complessivo derivante dalla biglietteria nel 2013 supererebbe di poco i 25mila euro (considerando le tariffe ridotte), troppo pochi per sopravvivere e per coprire costi di installazioni e mostre, senza contare le spese di energia e luce. Un costo per l’amministrazione civica, che deve provvedere a coprire quel che il museo da solo non riesce a fare. Insomma, una situazione non facile: certo, il museo deve rimanere aperto, ma per evitare che gravi sulle casse di Tursi sarebbe bene mettere in atto strategie di rilancio.

    Le strategie per il rilancio

    chitarra-mazzini-museo-risorgimentoDopo i risultati non esaltanti del 2013, per il 2014 ci aspettiamo dunque progetti per il rilancio. E infatti le idee non mancano né per i prossimi anni, né nell’immediato. Scopriamo che il Museo è molto vivo e la gestione attuale consente di portare qui dentro molti eventi, mostre interessanti, personalità di spicco del panorama culturale, tutto rigorosamente a costo zero, visto che – come ci si sente ripetere sempre più spesso da qualche anno a questa parte – “non c’è budget”.

    Il 2014 inizia con la Grande Guerra: entro l’estate si vuole riuscire ad ampliare il percorso cronologico e farlo arrivare fino all’epoca più recente, aprendo nuove sale e potenziando quelle esistenti con ulteriore materiale documentario riscoperto negli archivi comunali e donazioni di privati. Per il 2015, come si diceva, ci saranno eventi legati all’Expò e si confida nella collaborazione con Milano e gli altri musei di Genova.

    In questi giorni le celebrazioni delle Giornate Mazziniane e i festeggiamenti per l’ottantesimo anno dalla fondazione dell’Istituto mazziniano (datato 1934 e poi inglobato nel Museo). Inoltre, ogni mese in programma uno/due eventi culturali, mostre (al momento, oltre a quella al Ducale, anche “Camicie rosse nella Grande Guerra”, conclusa da poco), tavole rotonde, concerti (oggi 17 marzo quello del maestro Scanu in occasione della Festa Nazionale della Bandiera), laboratori in collaborazione con MiBac e Soprintendenza regionale. Non mancano le presentazioni di libri (due solo ad aprile, uno su Mazzini e l’Europa, l’altro sulla prima tesi di laurea di Sandro Pertini).

    E non bisogna dimenticare che tutto ciò è a costo zero: sia per i partecipanti, che per i conferenzieri e ospiti, che decidono di aderire a titolo di amicizia e senza chiedere un rimborso. Questo perché al momento le condizioni sono così difficili che non c’è la possibilità di organizzare eventi a pagamento ma tutto è lasciato all’abilità dei gestori di intessere relazioni con istituzione e personaggio della cultura. Difficile, senza il supporto dell’amministrazione centrale.

    Inoltre, questa mancanza di fondi si ripercuote non solo sugli eventi ma anche sulla gestione generale del museo, che necessita di spese per la ristrutturazione e la manutenzione sia dell’edificio che delle opere che contiene. Ci racconta la dott.ssa Ponte: «Negli scorsi anni abbiamo cercato di partecipare a bandi nazionali ed europei per finanziare i nostri progetti di restyling e miglioramento. Fino al 2010-2011 era più facile e siamo riuscite a fare tante cose: dalla digitalizzazione del patrimonio archivistico mazziniano, alle traduzioni del materiale in inglese con un bando regionale, al recupero di alcuni dipinti. Adesso i bandi scarseggiano: per il 2014 abbiamo vinto i finanziamenti per la conservazione del materiale documentario della Prima Guerra Mondiale. Ci affidiamo anche a stage in collaborazione con l’Università, collaboriamo con la Sovrintendenza per i Beni Archivistici e, ad esempio per la catalogazione del materiale della Grande Guerra, collaboreremo con giovani laureati. È una situazione difficile in generale, i tagli ai fondi e al personale ci costringono a una razionalizzazione estrema: per partecipare ai bandi dobbiamo articolare progetti già strutturati e indicare in ogni dettaglio come saranno impiegati i fondi perché non sono consentiti sprechi. Inoltre per me è difficile amministrare il Museo perché mi occupo anche dell’archivio e della biblioteca, quindi le energie e l’attenzione si dividono tra diversi soggetti: per questo diventa oggi sempre più importante essere aiutati da una squadra capace e riuscire a fare rete. Le difficoltà sono le stesse per tutti, meglio unire le forze».

     

    Elettra Antognetti

  • Come realizzare un piccolo spazio verde sulle finestre, sui balconi e sulle terrazze

    Come realizzare un piccolo spazio verde sulle finestre, sui balconi e sulle terrazze

    1Questa settimana forniremo qualche suggerimento su come si possano realizzare cassette di piante da collocare sulle finestre, sui terrazzi e sui balconi.
    Innanzi tutto, la scelta delle varietà deve sempre adeguarsi al contesto ed alle condizioni di esposizione, luce e climatiche in cui le differenti essenze vengono inserite. Le cassette presentano, poi, rispetto ad un giardino un indubbio vantaggio, è infatti possibile sostituire le piante in base alle stagioni, ottenendo così un effetto che varia nel tempo. In questo caso suggeriamo di utilizzare preferibilmente varietà annuali o stagionali. Queste ultime sono infatti assai meno costose, si sviluppano appieno in poco tempo e possono, una volta terminato il loro ciclo vegetativo, essere agevolmente rimpiazzate.

    2Va poi detto che, a differenza di quanto si possa pensare, le piante sono in grado, anche in poco spazio, di crescere e fiorire in modo abbondante, garantendo anche al neofita ottimi risultati.
    In questo articolo forniremo solo qualche esempio, essendo il numero delle combinazioni di diverse tipologie di essenze pressoché infinito e liberamente combinabile da parte del progettista.
    La prima scelta di fondo che si pone è di scegliere tra uno schema della cassettaclassicooppure uno naturale e spontaneo. Come regola generale, nel primo caso, si può optare per l’utilizzo di piante dal portamento compatto e scultoreo, ad esempio piccoli bossi, ligustri o, specie nel periodo invernale, agrifogli, skimmie o analoghe essenze. L’effetto “formale” viene poi accentuato, qualora queste ultime vengano collocate in modo geometrico nelle cassette, per esempio o al centro o ai due estremi laterali delle stesse.

    3Nel caso in cui si voglia, invece, ottenere un’immagine più naturale e spontanea, le piante verranno posizionate nei contenitori secondo uno schema libero, eventualmente su più livelli ed in base all’estro del proprietario. Durante la primavera e l’estate si possono utilizzare un’infinita varietà di piante annuali o biennali tra cui: petunie, lobelie, piante del tabacco, gerani, pelargoni, tageti, nasturzi, viole, calendule… Si possono inoltre inserire nei contenitori molteplici bulbose quali ad esempio: giacinti, tulipani, crochi, narcisi, muscari
    Per quanto concerne le dimensioni delle piante, possiamo solo dire in generale che queste dovranno variare in base alla grandezza dei contenitori, alla loro ubicazione ed al risultato finale che si intende ottenere. Da un punto di vista cromatico, di regola suggeriamo di optare per un colore di fondo (il bianco, il rosa, il giallo, l’azzurro…) e di inserire, a seconda dell’effetto finale desiderato, differenti variazioni sullo stesso tema.

    4Di massima, i rosa si abbinano bene agli azzurri, ai violetti, ai bianchi. I gialli possono essere enfatizzati dall’arancione e dai rossi. Il bianco è un colore puro che risalta in contrasto con il verde, specie se scuro, o può essere abbinato ai rosa, agli azzurri e violetti. L’aspetto cromatico risulta, come è facilmente intuibile e senza voler entrare nelle articolate teorie della celebre paesaggista inglese Gertrude Jeckyll, estremamente importante. A seconda del colore scelto, verranno individuate le essenze più adatte, per esempio per il giallo i tageti, le calendule, i narcisi o i nasturzi. Per il rosa si può optare per le petunie, i pelargoni, i gerani ed i giacinti. Per il blu-azzurro suggeriamo i muscari, le lobelie, gli iris (bulbosi o tuberosi) ed i mecanopsis. Per il bianco si potranno utilizzare varie bulbose (narcisi, giacinti, gigli…), le surfinie, le piante del tabacco, i gerani ed i pelargoni.

    5In generale si può poi dire che i colori freddi garantiscono, soprattutto se utilizzati a contrasto con il verde intenso ed il verde grigio un effetto formale e classico all’insieme, per contro quelli caldi risultano generalmente più “spontanei” e “disordinati”.
    In alcuni dei futuri articoli cercheremo di fornire al lettore qualche esempio concreto di cassetta, ciascuno correlato ai diversi periodi dell’anno. Proveremo quindi a dare anche al neofita qualche suggerimento utile affinché egli possa scegliere tra le numerosissime essenze esistenti quelle più adatte alle sue esigenze e possa realizzare, in poco spazio, uno spazio verde che gli permetta di cogliere, anche solo dalle finestre di case, l’incessante variare delle stagioni.

                                                                                                                                                                                                                                                                   Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Sanità pubblica, mancano 60.000 infermieri. Poche assunzioni, urge forza lavoro

    Sanità pubblica, mancano 60.000 infermieri. Poche assunzioni, urge forza lavoro

    sanita.lavoratoriNelle strutture sanitarie italiane mancano sessantamila infermieri, un numero a dir poco eloquente che certifica la carenza di forza lavoro nel comparto, secondo l’allarme lanciato in questi giorni dalla Federazione dei collegi Ipasvi – l’organizzazione di rappresentanza – che per l’ennesima volta evidenzia un vuoto cronico del Paese, da colmare al più presto. D’altra parte anche i dati OCSE confermano la tendenza: “Nel 2011 l’Italia aveva 4.1 medici ogni 1000 abitanti mentre la media OCSE si attestava al 3.2. Tuttavia, il numero degli infermieri era in Italia molto inferiore alla media OCSE nel 2011 (6.3 per 1000 abitanti contro 8.7 negli altri paesi OCSE). Se ne evince un eccesso di medici e una mancanza di infermieri da cui risulta un’insufficiente allocazione delle risorse” (Fonte OECD Health Data 2013).
    «Siamo sotto la media europea ma il sistema sanitario pubblico da tempo non assume – afferma Annalisa Silvestro, presidente nazionale Ipasvi (infermieri professionali, assistenti sanitari, vigilatrici d’infanzia) – Crescono i malati ma da anni c’è il blocco del turn over e dei contratti. Negli ospedali il lavoro aumenta, l’età media si alza e non c’è ricambio. Le alternative sono l’espatrio e la libera professione. Dobbiamo superare il blocco e dare una possibilità di ingresso ai più giovani».
    In questo senso è significativo il divario tra il potenziale fabbisogno (60 mila infermieri) e l’effettiva opportunità di formazione: in Italia, infatti, nell’anno accademico 2013-2014 sono attive 221 sedi di corso di laurea in infermieristica (che fanno capo a 42 Facoltà di Medicina) per un totale di 15.970 posti disponibili.

    Liguria e Genova: la situazione

    Ospedale San Martino, Genova

    Per quanto riguarda la Liguria «I dati dimostrano che a 12 mesi dal conseguimento della laurea l’80% dei laureati in infermieristica trova lavoro – spiega Carmelo Gagliano, presidente del Collegio Ipasvi della Provincia di Genova – Una prospettiva ancora consolidata nonostante il blocco delle assunzioni nelle strutture pubbliche in vigore ormai da 4 anni. Le opportunità di impiego, dunque, sono prevalentemente nel settore del privato convenzionato».
    In merito alla formazione, secondo il collegio, occorre non scendere al di sotto di una soglia pericolosa «Sennò un domani, nel momento auspicabile in cui anche nel pubblico si sbloccheranno le assunzioni, non avremo a disposizione sufficiente forza lavoro adeguatamente formata – sottolinea Gagliano – Insomma, noi sosteniamo che non si debbano ridurre i posti destinati alla formazione degli infermieri per non farsi trovare impreparati nel futuro».
    Purtroppo, però «In Liguria, dal 2008 ad oggi, in maniera graduale i posti nei corsi universitari sono diminuiti del 20% – continua Gagliano – Attualmente le università liguri formano circa 300 infermieri all’anno».

    Forza lavoro che viene assorbita sopratutto dal settore privato convenzionato, mente il pubblico agonizza a causa del blocco del turn over e dei contratti. Tuttavia, alcuni timidi segnali di ripresa delle assunzioni cominciano a manifestarsi, grazie alle deroghe concesse dalla Regione Liguria ad Asl 3 genovese e IRCCS San Martino che prossimamente potranno assumere qualche decina di infermieri professionali a tempo indeterminato, attingendo il personale dalla graduatoria della Asl 2 savonese stilata dopo il concorso del 12 settembre 2013.
    Il rovescio della medaglia è rappresentato da un’altra recente notizia, apparsa sull’edizione locale de “La Repubblica” (07-03-2014), ossia l’offerta di lavoro per 6 infermieri professionali con partita Iva da utilizzare per 2 mesi nell’Unità di crisi aperta presso l’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena (presidio dell’Asl 3) in risposta all’emergenza influenza.
    L’escamotage della partita Iva, novità assoluta nella sanità pubblica, è un modo per aggirare lo scoglio del blocco delle assunzioni. Ma come riferisce Repubblica (11-03-2014) “…Tre infermieri professionali hanno detto no all’offerta di svolgere il servizio con partita Iva all’ospedale di Sampierdarena…”.

    Il sindacato autonomo Fials dà un giudizio tranchant dell’ipotesi “infermieri a partita Iva” «Precariato che si aggiunge ad altro precariato senza dare risposte alle esigenze reali – spiega il segretario Mario Iannuzzi – Vorrei ricordare che le carenze di organico in tutte le strutture dell’Asl 3 (ospedali Villa Scassi di Sampierdarena, Padre Antero Micone di Sestri Ponente, Gallino di Pontedecimo, la Colletta di Arenzano, oltre ai servizi territoriali) superano le 100 unità. Dal 2012 ad oggi, tra pensionamenti, mobilità e licenziamenti, dai 35 ai 45 infermieri sono cessati dal servizio».
    La Liguria, così come le altre regioni, si confronta con il blocco del turn over vigente in tutti gli enti pubblici «Per cui ogni cinque dipendenti che escono se ne può assumere soltanto uno – spiega Francesco Rossello della segreteria Cgil Liguria – Nel campo degli infermieri ci lascia parecchio perplessi l’offerta di assunzioni con partita Iva. Non capiamo perché si debba utilizzare proprio questa formula (mentre al Gaslini, ad esempio, si utilizzano diversi infermieri interinali) che crea disparità contrattuali tra lavoratori con le stesse professionalità che operano nei medesimi reparti. È evidente che così facendo tutti i lavoratori diventano potenzialmente sfruttabili. L’Asl 3 prova ad aggirare il problema del blocco delle assunzioni ma avvia una tendenza pericolosa che non vorremmo conducesse a liberalizzare il mercato del lavoro in un settore delicato come la sanità pubblica».

    La carenza di personale si accusa in tutte le strutture, ospedaliere e territoriali «Mancano infermieri ma anche Oss (operatori socio sanitari), determinanti in molti reparti di medicina e nelle Rsa – aggiunge Antonella Bombarda, segretario Cgil Funzione Pubblica – Da tempo chiediamo che vengano sbloccate le assunzioni. L’età media degli infermieri è di circa 55 anni. Ricordo che parliamo di persone che svolgono un lavoro usurante. Oggi una parte di infermieri dovrebbe essere esonerata, per motivi di salute comprovati dal medico competente, dallo svolgimento di alcune mansioni, mentre altre attività potrebbero essere svolte soltanto con la presenza di un collega in appoggio. Questo in pura teoria perché nella pratica anche i lavoratori parzialmente esonerati eseguono tutti i compiti loro assegnati». Secondo Bombarda «Gli infermieri devono essere assunti a tempo indeterminato, la partita Iva è una semplice scorciatoia che non risolve il problema. Noi abbiamo fatto delle proposte per riorganizzare la sanità pubblica a 360 gradi. In particolare mi riferisco all’accordo raggiunto con la Regione nel dicembre scorso, poi trasformatosi in delibera regionale».

    Si tratta della delibera di Giunta regionale n. 1717 del 27/12/2013 “Riordino delle attività distrettuali e delle cure primarie. Direttive vincolanti per le Aziende Sanitarie Locali ai sensi dell’art. 8 della l.r. 41/2006”. «Per decongestionare gli ospedali bisogna innanzitutto trasferire il più possibile l’assistenza a livello territoriale – conclude Bombarda – La carenza di forza lavoro, ad esempio di infermieri, è una criticità che va affrontata all’interno di tale contesto. Occorre una risposta puntuale tramite l’organizzazione di una rete di servizi territoriali, sempre aperti ai cittadini, che svolgano il ruolo di filtro chiamando in causa e integrando le professionalità di medici e tecnici. In caso contrario continueremo a scontare la mancanza di operatori negli ospedali e negli altri servizi sanitari pubblici».

    Libera professione delle categorie sanitarie non mediche: in discussione la nuova legge regionale

    sanita-mediciIl 10 marzo scorso, mentre in Italia così come a Genova si discuteva della mancanza di infermieri, la Commissione Salute e Sicurezza sociale del Consiglio regionale ligure, presieduta dal consigliere Valter Ferrando (Pd), ha approvato a larghissima maggioranza (contrario Alessandro Benzi di Sel con Vendola) il testo unico – frutto dell’unificazione di due proposte di legge, una presentata da Ezio Chiesa (Gruppo misto-Liguria Viva), l’altra dallo stesso Ferrando e altri consiglieri di maggioranza – che riorganizza l’attività libero professionale delle categorie sanitarie non mediche.
    Il provvedimento, che riguarda circa 20 mila operatori del settore sanitario in Liguria (infermieri professionali, ostetriche, tecnici sanitari che operano in laboratori di analisi e servizi di radiologia, tecnici di riabilitazione e prevenzione) “...tende a garantire una maggiore continuità assistenziale e favorisce uno sviluppo integrato delle professionalità – si legge nel comunicato stampa della Regione Liguria – Il testo unificato, che verrà iscritto all’ordine del giorno di una delle prossime sedute del Consiglio regionale, autorizza il personale sanitario non medico a svolgere attività libero professionale singolarmente: attualmente tale attività può essere svolta solo in equipe a supporto del medico. Questa modifica consente, quindi, di assicurare continuità assistenziale fra ospedale, territorio e domicilio. L’attività libero professionale potrà essere esercitata nella stessa azienda sanitaria in cui il professionista presta la propria opera oppure in regime di intramoenia allargata e dovrà essere regolamentata e autorizzata dall’azienda stessa”.
    «Una volta approvata dal Consiglio regionale – dichiara il presidente della Commissione Valter Ferrando – questa legge consentirà al paziente, sia in ospedale che a domicilio, un’assistenza più snella, efficace e, contemporaneamente, fornita da personale altamente qualificato che già opera nella struttura pubblica».

    Il presidente del collegio Ipasvi di Ganova, Carmelo Calcagno, saluta positivamente la novità «La proposta normativa sulla libera professione intramoenia mette al centro il paziente per garantire continuità di cure, rafforzando così la vocazione pubblica del servizio sanitario. Ovviamente questa non è una risposta alla carenza di personale, anche infermieristico, nelle strutture pubbliche. Piuttosto si tratta di consentire ai singoli infermieri (e altri operatori del settore sanitario) la possibilità di mettersi al servizio dei cittadini. In pratica il dipendente della sanità pubblica sarà autorizzato ad eseguire, al di fuori dell’orario di servizio, una prestazione richiesta dal paziente che la pagherà di tasca sua. La Liguria in tal senso potrebbe diventare una regione all’avanguardia».

    Dal punto di vista sindacale, invece, la Cgil manifesta dei dubbi sulla proposta di legge: “La complessità della materia trattata richiederebbe un confronto ben più approfondito di una sola audizione consiliare – scrive la Cgil nella memoria per la Commissione – i vincoli legislativi e contrattuali non sono risolvibili unicamente a livello di ogni singola Regione ma, se si vuol condividere una proficua soluzione, la sede più idonea si configurerebbe nell’organismo della Conferenza Unificata Stato-Regioni”.
    Secondo il sindacato, infatti “…il rapporto di lavoro del personale laureato delle professioni sanitarie appartenenti all’area del comparto (infermieri, personale tecnico-sanitario e della riabilitazione), ad oggi, è vincolato dall’esclusività del rapporto di lavoro, ed in ragione di ciò non può svolgere altre attività professionali aggiuntive se non trasformando il proprio rapporto di lavoro da full-time ad un rapporto di lavoro part-time non superiore al 50%, con specifica autorizzazione dell’ente da cui dipende, che attesti l’assenza di incompatibilità con il lavoro istituzionale svolto”.
    La Cgil ritiene che la libera professione sia solo una scorciatoia “Si deve, invece, procedere al rinnovo dei contratti nelle loro parti economiche e normative, e si devono sbloccare le assunzioni, prioritariamente per il personale addetto all’assistenza”.

    Peraltro i lavoratori “Già oggi si sobbarcano quote significative di lavoro straordinario oltre al normale orario di lavoro – sottolinea infine la Cgil – se a questo si dovessero sommare ulteriori ore per adempiere alla libera professione, si giungerebbe ad un orario di lavoro ben superiore a quello consentito dalle normative europee”.

    Matteo Quadrone