Autore: Nicola Giordanella

  • Salone Nautico 2016, una società a maggioranza pubblica per rilanciare la nautica ligure

    Salone Nautico 2016, una società a maggioranza pubblica per rilanciare la nautica ligure

    salone-nautico-2016Dopo le recenti polemiche e i giri di giostra dei grandi nomi della nautica italiana, presentata ufficialmente la cinquantaseiesima edizione del Salone Nautico genovese, in programma dal 20 al 25 settembre. Un’occasione per analizzare i dati economici incoraggianti della scora edizione, ma anche per tentare di mettersi alle spalle i rancori degli ultimi mesi. L’uscita polemica di diversi operatori da Ucina (la divisione nautica di Confindustria, che si occupa dell’organizzazione dell’evento), infatti, ha proiettato diverse ombre sulla manifestazione, fiore all’occhiello di Genova e non solo, dalla quale ci si aspettano risultati positivi, in continuità con i dati economici incoraggianti ereditati dall’edizione passata. Un’attesa che ha il sapore della resa dei conti. I 50 milioni di contratti di leasing stipulati a valle del Salone Nautico 2015 segnano infatti una crescita del 44% nel numero di contratti, il cui valore medio è aumentato del 26%. Cifre stimolate dalla ripresa del settore, la cui crescita nel 2015 è stata del 12% ed è stimata intorno al 7,5% per il 2016, ma che potrebbe risentire delle scelte “politiche” di alcuni grandi cantieri navali. «Non ancora numeri da fuochi d’artificio, ma tantissimo rispetto agli zero virgola a cui siamo abituatirivendica la presidente di Ucina Carla De Mariaquello di quest’anno sarà un buon Salone».

    Per quanto riguarda il dietro le quinte, si cerca di minimizzare: poche battute per liquidare le polemiche sollevate da Nautica Italiana, l’unione degli operatori fuoriusciti da Ucina: «Non è scandaloso – sottolinea De Maria – che sia la società di riferimento del settore a organizzare i Saloni». Le fa eco il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti: «C’è bisogno di fare squadra per salvare il Salone – spiega – la politica ha fatto la sua parte, non si può dire lo stesso da parte del mondo produttivo, attraversato da egoismi e interessi particolari».

    In arrivo una “Newco”

    «Nulla è immutabile nella storia dell’uomo – aggiunge Toti – nemmeno il Salone Nautico a Genova, ma preservarlo e farlo crescere è interesse di tutti». Un punto di vista condiviso da De Maria: «Non difendo il Salone a Genova a priori – puntualizza la presidente – ma affinchè si sposti c’è bisogno che qualcuno lo superi, cosa che al momento trovo difficile. Alle istituzioni chiedo soprattutto concretezza, in passato a volte ci siamo sentiti soli, oggi ci sentiamo maggiormente supportati».

    Un supporto che si tradurrà in una newco, un soggetto giuridico a maggioranza pubblica che si occuperà del rilancio del Salone: «Una società che possa fare da sintesi tra le divisioni – spiega Toti – ma anche le professionalità presenti nel mondo nella nautica della regione. Il Salone di Genova ha una storia e una tradizione troppo importante perché qualche polemica lo getti alle ortiche». Porte aperte anche ai “ribelli” di Nautica Italiana: «Chi vuole fare del Nautico il teatro di una battaglia di categoria è fuori luogo e fuori tempo», conclude Toti rimandando a data da destinarsi la resa dei conti.

    E se fosse l’ultimo?

    Il grande percorso di avvicinamento al Salone Nautico, quindi, è partito, la cinquantaseiesima edizione potrebbe essere quella della rinascita o quella del fallimento di un settore mai diviso come oggi. Genova, la cornice elettiva di questa grande kermesse, non è mai stata così fortemente in discussione; la speranza è che questa edizione non debba essere ricordata come l’ultima.

    Luca Lottero

  • Profughi, il sistema dell’accoglienza a Genova. Numeri, criticità e prospettive

    Profughi, il sistema dell’accoglienza a Genova. Numeri, criticità e prospettive

    penso
    Foto di Alessandro Penso per MSF Italia

    Il capoluogo ligure è in prima fila per quanto riguarda l’accoglienza dei migranti, in fuga da guerre e miseria: la frontiera con la Francia è vicina e, prima di Ventimiglia, quella genovese è una “piazza” di passaggio e sosta tra le principali per chi attraversa il nostro paese nel tentativo di raggiungere altri lidi europei.

    Il flusso migratorio non può più essere considerato un’emergenza poiché da anni è strutturale al contesto geopolitico in cui l’Italia è immersa. Per questo, Genova e i Comuni dell’area metropolitana, stanno cercando di mettere a punto la macchina dell’accoglienza, per poter sostenere in maniera non più emergenziale la situazione e, soprattutto, per tamponare quelle che potrebbero essere le criticità di questi inserimenti, sia per chi accoglie, sia per chi viene accolto.

    Ad oggi nell’area metropolitana sono circa 2000 i migranti ospitati, di cui 1624 nel solo territorio del Comune di Genova. Una cifra che fa arrivare la percentuale di presenze su popolazione a sfiorare la soglia dello 0,3%. Un anno fa le persone ospitate erano complessivamente 651.

    Sistema di accoglienza

    Il Comune di Genova aderisce al progetto Sprar (Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati) con diverse strutture e appartamenti, distribuiti sul territorio comunale e attrezzati per accogliere i migranti. Ad oggi sono circa 280 le persone ospitate nell’ambito di questo progetto, che prevede, oltre all’ospitalità assistenziale e l’inserimento nel sistema sanitario nazionale, una serie di progetti educativi finalizzati a fornire conoscenze varie (linguistiche, culturali e legali), fondamentali per l’integrazione. In queste strutture sono ospitate le persone in attesa dell’esito della richiesta di asilo e dello status di rifugiato. Le risorse per questo progetto arrivano direttamente dal ministero dell’Interno, eliminando ogni onere finanziario a carico del Comune. Per ogni rifugiato sono corrisposti 40 euro al giorno, così suddivisi: 12,80 euro per il vitto, assistenza medica e scolarizzazione; 16,20 euro coprire i costi del personale coinvolto; 7,8 euro per la manutenzione e pulizia della struttura ospitante; 3,2 euro per le spese di integrazione, assistenza legale e psicologica. Al migrante vengono corrisposti 2,5 euro al giorno di pocket money, il contante a disposizione per le piccole spese.

    La prefettura si occupa di gestire i rimanenti profughi, quindi la maggioranza, allestendo i Centri di Accoglienza Straordinaria (C.a.s.): ad oggi 1720 persone sono ospitate in strutture scelte dal prefetto e finanziate sempre dal ministero dell’Interno. Da notare che, per legge, gli appartamenti di Edilizia Residenziale Pubblica sono esclusi da questo sistema: le strutture e le abitazioni utilizzate sono messe a disposizione da Comune o privati, ma non sono tolte da quelle in lista per le assegnazioni popolari.

    Criticità

    La mappatura della situazione, ovviamente, non può tenere conto di tutte quelle persone che sono fuori dal sistema di accoglienza. Ad oggi, però, non sono state registrate, da parte della Questura, particolari criticità a riguardo. In questi mesi, alcuni problemi sono emersi, legati soprattutto all’ubicazione scelta per alcune strutture: il centro di via Caffaro, per esempio, ha registrato qualche perplessità tra gli abitanti della zona, ma nei fatti non si è mai verificato nessun episodio da attenzione. Ad oggi ospita circa 80 ragazzi, è inserito nel progetto Sprar e, dopo gli adeguamenti strutturali richiesti dai residenti della zona, rimarrà attivo sicuramente fino al nuovo anno, quando scadrà il bando triennale del progetto. Il centro C.a.s attualmente attivo nei locali della Fiera del Mare, invece, chiuderà il 31  agosto, ma ancora non è stata individuata una possibile area per ricollocare i profughi.

    Secondo Alexandra Benvenuti, direttrice del Centro collettivo di via Caffaro, presente all’ultima seduta della Commissione Comunale convocata sull’argomento, il vero problema sta nel dopo: «In Italia si lavora in emergenza, quando il contesto legato ai flussi migratori è oramai strutturale da anni. Le persone sono ospitate nei centri in attesa di ottenere l’asilo o lo status di rifugiato ma se la risposta è negativa perdono il diritto di essere accolti in queste strutture, finendo per alimentare la nascita di insediamenti informali e la non integrazione». Un’altra criticità è che spesso all’interno dei Cas non sono previste attività formative dedicate ai migranti, che restano quindi abbandonati a loro stessi durante il giorno.

    Le richieste del Comune di Genova

    Durante l’ultima seduta della Commisione sulle Pari opportunità, l’assessore alle politiche sociosanitarie e della casa, Emanuela Fracassi, ha assicurato che a settembre verrà richiesta la presenza in Sala Rossa del prefetto per chiarire quelle che saranno le disposizioni per i mesi successivi e cercare di coordinare meglio gli enti interessati, soprattutto per la scelta dei luoghi dell’accoglienza. L’assessore, inoltre, ha riportato in aula la decisione dell’Anci di chiedere al governo di inserire nel prossimo bando Sprar, atteso per gennaio 2017, la distribuzione dei migranti su base comunale, con una soglia massima del 0,3%, alla quale Genova è già vicinissima. Tursi, inoltre, sta attivando con i Municipi una serie di attività di volontariato che possano coinvolgere anche i migranti, vista la valutazione positiva fatta delle prime esperienze del genere dei mesi scorsi.

    Genova, quindi, può dirsi una città accogliente: i numeri, tutto sommato abbastanza contenuti del fenomeno, non hanno creato criticità particolari, soprattutto nel tessuto sociale della comunità cittadina. La situazione, ovviamente, è in continua evoluzione: a livello nazionale la gestione migranti è tema di scontro politico e, spesso, ritardi e inefficienze del sistema sono legati più a equilibrismi partitici che a reali problemi logistici o organizzativi. I prossimi mesi saranno cruciali per capire se il governo sosterrà i Comuni nello schema dell’ospitalità diffusa, fornendo le risorse necessarie a garantire dignità, salute e integrazione a migliaia di persone in fuga da guerre e miseria.


    Nicola Giordanella

  • Reato di tortura, Mark Covell: «Rinvio legge per mantenere il potere di torturare a scopi di intelligence»

    Reato di tortura, Mark Covell: «Rinvio legge per mantenere il potere di torturare a scopi di intelligence»

    covellSi rimanda ancora. A 15 anni dai “Fatti di Genova”, dopo la “macelleria messicana” e Bolzaneto, dopo Cucchi e Aldrovandi, il Parlamento italiano si impantana durante la discussione che avrebbe dovuto portare all’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento, così come richiesto dalla Ue e come promesso dallo stesso premier Matteo Renzi. L’indignazione nazionale per il “Caso Regeni” sembra scomparsa e a contare sono i soliti equilibrismi parlamentari e i tatticismi partitici. Il rischio, secondo il ministro degli Interni, Angelino Alfano, è quello di depotenziare e colpevolizzare le Forze dell’ordine. Mark Covell, il giornalista inglese che pochi istanti prima dell’irruzione alla Diaz fu quasi ucciso durante un pestaggio da parte di più poliziotti, risponde con queste parole all’ennesimo passo indietro delle istituzioni italiane. Nel 2011 ha ricevuto la cittadinanza onoraria da parte del Comune di Genova

     

    Arrivando a Genova ieri per il 15esimo anniversario del G8 del 2001 ho saputo di un’importante votazione riguardo la legge sulla tortura.

    Il dibattito parlamentare si svolgeva sotto l’influenza dell’ultimo attacco terroristico avvenuto a Nizza e con crescente tensione riguardo un possibile attacco terroristico sul territorio italiano.

    Nonostante la promessa di Renzi, la legge non è passata, lasciando l’Italia indietro di anni.

    Nella sua prima stesura, la nuova legge era un potente strumento per portare l’Italia alla piena conformità della sua posizione sui diritti umani UE, inoltre avrebbe protetto cittadini Italiani e migranti dalle torture di polizia e pubblici ufficiali.

    Dopo un iter di due anni, molti nuovi emendamenti sono stati aggiunti alla legge per depotenziarla e renderne impossibile l’approvazione, trasformandola di fatto in una pessima legge nella sua stesura finale.

    Tuttavia, un recente dibattito sui media ha svelato il motivo per cui la polizia e il ministero degli interni si stessero opponendo alla nuova legge.

    Il motivo era di fatto il ricatto del governo nel tentativo di mantenere il potere di torturare a scopi di intelligence.

    Hanno detto che in questa nuova era di attacchi terroristici di massa in Europa, la polizia italiana e i servizi di sicurezza devono avere la possibilità di torturare sospetti e reali terroristi al fine di ottenere informazioni.

    In quanto vittima di tortura e tentato omicidio da parte della polizia italiana alla scuola Diaz nel luglio 2001, io e altre vittime siamo sconcertati di fronte a quest’attitudine e disgustati dalla posizione tenuta dal ministero. Alla Diaz, tutt* noi siamo stati torturati per divertimento e per quello che eravamo. Non perché custodissimo qualche importante informazione che lo Stato o la polizia volevano.

    Torturare sospettati o perfino veri terroristi per informazioni non funziona e l’intelligence non può mai essere considerata affidabile in tribunale. Inoltre, senza legge sulla tortura, fatti come la Diaz e abusi di questo tipo possono nuovamente accadere a chiunque.

    Alfano sbaglia a negare importanti protezioni legali di cui tutti gli altri cittadini UE godono. Con la bocciatura di una legge sulla tortura “Diaz e Bolzaneto” si legittimano procedure di deportazione extralegale con tutti gli strumenti di tortura a disposizione.

    La tortura semplicemente non funziona ed è un serio abuso di diritti umani.

    Mark Covell


     

    Testo originale

    As I arrived in Genova yesterday for the 15th anniversary of the Genova G8 2001, I heard that an important vote about Italy’s Torture law was taking place.

    The debate in parliament was happening against the backdrop of the Nice 2016 attack and with tension about a possible terrorist attack taking place in Italy.

    The law was not passed and Italy’s Torture law has been set back years despite the promise from Renzi that such a law would pass.

    In its first draught format, the new law was a powerful piece of legislation to help bring Italy into its full compliance with its EU Human rights position as well as protect Italian citizens & migrants from Torture by police and public officials.

    After two years passage, many new amendments have been added to dilute and make impossible the implementation of the law. Therefore it has been judged a bad law in its final draught.

    However, it was media debate today that gave the reason why the police and interior ministries were opposing the new law.

    The reason was effectively the blackmailing of the government in an attempt to keep the power to torture people for intelligence purposes.

    They said that in this new era of mass casualty terror attacks in Europe , Italian police and security services must have the ability to torture suspects and real terrorists in order to obtain information.

    As a victim of torture and attempted murder of the Italian police at the Diaz school in July 2001, myself and other plaintiffs are appalled and disgusted at this attitude and position. All of us at Diaz were tortured for fun and for who we were. Not because we held some important information that the state or the police wanted.

    Torturing suspects and even convicted terrorists for information does not work and the intelligence can never be safely relied on in court. Second, if there is no torture law in place, something like Diaz and its type of abuse can happen to anyone again.

    Alfano is wrong to strip away important legal protections that all other EU citizens enjoy. By not passing a Diaz & Bolzaneto torture law, you are legalizing extra ordinary rendition with all the tools of torture at your disposal.

    Torture simply does not work and it’s a serious abuse of human rights.

     

     

  • Terzo Valico, tra l’ombra lunga della malavita e il riuso dello smarino. Ecco che cosa sta succedendo

    Terzo Valico, tra l’ombra lunga della malavita e il riuso dello smarino. Ecco che cosa sta succedendo

    notavUn’altra giornata cruciale per i destini del Terzo Valico. Mentre il Paese si fermava a ricordare la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, dove perse la vita il giudice Paolo Borsellino, l’operazione “Alchemia” condotta dalle squadre mobili di Genova, Reggio Calabria e Savona portava all’arresto di oltre 40 persone, indagate a vario titolo per concorso esterno in associazione mafiosa; tra queste, alcuni esponenti “liguri”, a capo di ditte che gravitavano attorno ai subappalti relativi alla movimentazione-terra dei cantieri del Valico dei Giovi. Nello stesso giorno, i tecnici di Cociv procedevano con le operazioni di esproprio per due terreni interessati dal tracciato, a Pozzolo Formigaro e a Fraconalto. Nel primo caso, però, alcune irregolarità procedurali potrebbero invalidare l’immissione in possesso, fermando di fatto i lavori, almeno momentaneamente.

    Tutto questo a pochi giorni dal via libera definitivo del governo, su proposta del presidente Matteo Renzi e del ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, Gian Luca Galletti, al decreto del presidente della Repubblica che semplifica la disciplina di gestione delle terre e rocce da scavo, nella versione definitiva, dalla quale sono spariti i paletti per il riuso dello smarino prodotto dagli scavi.

    L’ombra lunga della mafia e la debolezza della politica

    Le indagini coordinate dalla procura di Reggio Calabria hanno accertato legami stabili tra le cosche calabresi e quelle liguri, impegnate nel business della movimentazione terra e dello smaltimento di rifiuti pericolosi. Il sistema, affinato negli anni, prevedeva un avvicendamento pianificato di ditte (create ex novo da prestanomi o famigliari, ma sempre a gestione e profitto delle cosche) per poter accedere alle assegnazioni dei sub-appalti dei grandi cantieri. I legami personali con alcuni esponenti politici locali, faceva il resto.
    Il Terzo Valico è un progetto da 6,2 miliardi di euro (per 53 chilometri di tracciato, cioè 116 milioni a chilometro, cifra da primato mondiale) cioè una montagna di soldi che cadono a cascata ai “fortunati” che prendono parte ai lavori. Da qui le infiltrazioni mafiose, finalizzate a far pressione sui politici locali per ottenere commesse sui subappalti già aggiudicati. Stando alle intercettazioni, si tratterebbe di qualcosa di più di semplici tentativi: nelle conversazioni, riportate da alcuni giornali nazionali, si parla apertamente di favori fatti per i quali si aspetta un ritorno, e il Terzo Valico è citato innumerevoli volte. Solo il rallentamento dei lavori pare abbia impedito l’inizio di queste joint venture.

    Questo, ancora una volta, apre un problema politico: se non ci fosse arrivata la magistratura, che cosa sarebbe successo? L’attuale sistema delle assegnazioni è così vulnerabile? «La politica non ha gli strumenti per prevenire questi casi – afferma a “Era Superba” Stefano Bernini, vicesindaco di Genova e assessore all’Urbanistica – dovendosi attenere alle certificazioni anti-mafia che sono a carico della prefettura durante le gare di appalto. Nel caso specifico, Cociv (general contractor dell’opera, ndr) è tenuto a fare gare di appalto, durante le quali ci si attiene alle carte e alle cose note fino a quel momento». Un sistema, quindi, che è strutturalmente vulnerabile, soprattutto se si tratta di grandi lavori, con centinaia di ditte coinvolte: «Il nostro sistema giudiziario ha qualche baco – ammette Bernini – ma va detto che la malavita ha fatto un salto di qualità manageriale non indifferente, per cui va rafforzata la funzione investigativa».

    Una funzione investigativa che però è regolata da leggi fatte dalla politica: come è noto, le interdittive anti-mafia valgono solamente nel territorio di competenza della prefettura che le ha firmate, lasciando le mani libere alle ditte “colluse” di spostarsi sul territorio nazionale senza preclusioni di sorta, come successo per la ditta Lande s.p.a (fino al 2015 s.r.l) che a inizio giugno ha ricevuto l’interdittiva dal prefetto di Napoli, ma che figura tra le ditte subappaltanti per alcuni cantieri del Terzo Valico. «Manca la volontà politica di cambiare il sistema degli appalti – commenta Paolo Putti, capogruppo M5S in Consiglio comunale a Genova e noto oppositore delle grandi opere – semplicemente perché conviene mantenerlo tale. Certe opere devono essere fatte per farle, non perché servono, come dimostra la storia del Terzo Valico. La notizia di questi arresti non ci stupisce, sono anni che i movimenti denunciano questa predisposizione del sistema delle grandi opere». A proposito di movimenti: dalle carte dell’inchiesta “Alchemia” è emerso come la malavita radicata nella nostra regione, attraverso prestanome, abbia finanziato e supportato i comitati “Sì Tav”, per cercare di spostare i consensi dell’opinione pubblica, al fine di accelerare i lavori, e quindi i possibili introiti.

    Riuso dello smarino: via libera dal governo

    Se i cantieri sono in una fase di potenziale stallo, da Roma arriva un assist importante: il 15 luglio scorso, infatti, è stato licenziato il testo definitivo del decreto che semplifica le procedure di gestione delle terre di scavo, in pendenza da mesi. Nel dispositivo definitivo sono saltati alcuni paletti che avevano sollevato aspre critiche da parte dei fautori dell’opera: nel testo originale, infatti, era previsto che, in presenza di fibre di amianto, lo smarino andasse trattato in loco e poi stoccato in siti dedicati. Con la nuova versione della legge, invece, potrà essere riutilizzato per riempimenti o altro. In questo modo, non sono più messi in discussione i progetti finanziari delle grandi opere, che potranno procedere con i lavori senza dover rivedere i vari piani per lo smaltimento.

    Esproprio mancato

    Come dicevamo, mentre sui giornali usciva la notizia degli arresti, i tecnici di Cociv si presentavano presso un terreno collettivo a Pozzolo Formigaro (in provincia di Alessandria), per procedere con un esproprio: 180 metri quadrati posti esattamente lungo il tracciato dell’opera, acquistati anni fa da 101 attivisti No Tav, necessari per il proseguimento dei lavori. A difendere l’appezzamento, un nutrito numero di cittadini contrari all’opera, fronteggiati da un altrettanto nutrito reparto di Polizia in tenuta antisommossa. Nonostante lo stallo creatosi, con il decreto autorizzativo per l’immisione in possesso in scadenza, e non più rinnovabile, e scaduta la dichiarazione di pubblica utilità, i tecnici hanno dovuto fare un tentativo: senza entrare nella proprietà hanno fotografato da distante il terreno per poi ritirarsi. Una modalità utilizzata già in precedenza per i terreni di via Coni Zugna, a Pontedecimo, per il quale è stato depositato un ricorso e si è in attesa della decisione del Tar. Gli attivisti del movimento denunciano la nullità di questa procedura: oltre ad aver coperto il terreno con dei teli, per evitare le rilevazioni tecniche anche attraverso le fotografie, pare che la notifica dell’esproprio non sia stata consegnata a tutti i proprietari, come prescritto dalla legge, cosa che annullerebbe automaticamente il decreto. Se questo mancato esproprio sarà confermato, i lavori potrebbero fermarsi per molto tempo.

    Ancora una volta, quindi, la storia del Terzo Valico si è “arricchita” di nuovi elementi: è stata dimostrata la facilità di contatto della malavita con il microcosmo dei cantieri del Terzo Valico ed è stata confermata la vulnerabilità strutturale delle procedure di assegnazione e distribuzione degli appalti. La politica, però, tira dritto, e anzi, vuole accelerare, forzando le procedure e rischiando di soprassedere sui rischi che si possono correre bucando monti amiantiferi; mettendo insieme le due cose, il quadro non è dei più rassicuranti.


    Nicola Giordanella

  • Tagli al personale, Brexit e titolo in picchiata, l’estate torrida di Banca Carige

    Tagli al personale, Brexit e titolo in picchiata, l’estate torrida di Banca Carige

    banca-carigeDopo la presentazione del piano industriale voluto dalla Bce, lo scorso 29 giugno, i titoli Carige non hanno ripreso la quota che si sperava, e, anzi, pochi giorni dopo si è assistito a un vero e proprio crollo, con un valore azionario che ha raggiunto l’abisso dei 0.27 euro, il minimo storico. Una situazione che complica tutto. Secondo il documento sottoscritto dall’amministratore delegato Guido Bastianini, il consolidamento dovrà passare attraverso la vendita del credito sofferente e il ridimensionamento della banca. Un programma cauto e di medio periodo, che non ha convinto i mercati. Nei prossimi giorni, la dirigenza presenterà ai sindacati i primi dettagli concreti per i 500 esuberi annunciati e le 106 filiali in chiusura: un ulteriore passaggio delicato, che vale 20 milioni l’anno, e che sicuramente avrà un impatto importante per il secolare legame con il territorio, l’unica cosa certa, al momento.

    Lo spettro di un aumento di capitale

    Per avere una dimensione di quello che sta succedendo, bisogna guardare ai dati storici. Negli ultimi sei mesi, il titolo ha ceduto circa il 70% del suo valore, il 77% nel corso dell’ultimo anno, il 93% negli ultimi tre anni. Il 99% dal 2002. Una discesa che non sembra arrestarsi e che, anzi, si è aggravata in maniera evidente nonostante il cambio dell’azionista di maggioranza e del Consiglio di amministrazione. La storia recente di Carige è tormentata e il contesto non è d’aiuto; i tassi di interesse vicino allo zero, imposti dalla Bce, infatti, complicano senza dubbio la situazione: il costo del denaro è quasi nullo, il che significa che per chi lo presta, le banche appunto, ci saranno meno ricavi. Per un istituto già in sofferenza, questo rischia di essere un cappio al collo. E poi la Brexit: secondo gli analisti, la scelta di Londra sta condizionando indirettamente il mercato, che in realtà sta aspettando al varco l’Unione Europea e la Bce. L’incertezza e la frenesia dei mercati non va a vantaggio di Banca Carige che, secondo rumors, avrebbe bisogno di 500 milioni di un ulteriore aumento di capitale. Un’operazione già difficile, di cui si fa fatica a parlare e che in questa situazione potrebbe avere esiti incerti se non deleteri.

    Crediti deteriorati e mercato saturo

    Il piano industriale ha il suo fulcro nella vendita dei NPL (non performing loans, prestiti non performanti, cioè a rischio, le cosiddette sofferenze): Carige ne possiede circa 3,9 miliardi ed entro il 2017 vorrebbe dimezzarli per mettersi al riparo da rischi ulteriori. Fare ciò, però, significa non potere più mettere a bilancio il virtuale guadagno dei prestiti, registrando, quindi, una perdita che per l’istituto ligure è stata calcolata del 10%, cioè 180 milioni in due anni. Per procedere, quindi, bisogna trovare altre risorse per tamponare l’operazione. Ma non solo. Bisogna anche trovare un modo per disfarsene. Lo scorso 8 luglio, in occasione dell’assemblea annuale dell’Abi, sia Ignazio Visco (Bankitalia), sia il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, hanno dichiarato che è in corso “dialogo continuo” con le autorità della UE per trovare un modo lecito per assicurare un aiuto statale alle banche in sofferenza, proprio per quanto riguarda l’acquisto di NPL. Carige è in buonissima compagnia: 51 sono i miliardi di crediti deteriorati che è stato calcolato potrebbero finire sul mercato a breve giro, provenienti dalle banche italiane, tra cui 26 di Monte dei Paschi, 8 di Bpm e 2 di Unicredit. In un mercato così saturo, ci sarà spazio per Carige?

    Un’estate torrida

    Ancora una volta, quindi, il futuro della banca dei genovesi è nelle mani dei mercati e delle scelte politiche. La nuova dirigenza ha preso il timone durante bufera di cui non si vede la fine; il mare in tempesta, inoltre, nasconde pericolosi scogli: l’ombra scura della fusione bancaria è sempre lì, che aspetta, immobile e silenziosa.

    Il piano industriale prevede un ridimensionamento territoriale: il gruppo punterà su Liguria e Toscana, dove storicamente è più forte e presente. Messo nero su bianco è sicuramente un dato positivo per Genova, ma i numeri parlano chiaro: una filiale su sei sarà chiusa e sicuramente la cosa riguarderà anche la nostra regione. E poi gli esuberi: l’istituto si sta ridimensionando, cercando di far sgonfiare in maniera “controllata”, o quasi, la bolla creata negli anni precedenti, prima che scoppi. Fragorosamente.


    Nicola Giordanella

  • Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

    Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

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    Genova in una litografia del 1400

    E così il Blue Print vacilla. La notizia non mi stupisce, vista la lentezza elefantiaca con cui procede l’ammodernamento del paese e la messa in sicurezza delle nostre città. Genova, naturalmente, non è da meno. Soltanto qualche mese fa, la Commissione europea metteva l’accento su quella che continua a essere una vera e propria emergenza ambientale, con ricadute pesanti su ciascuno di noi in termini di salute e buon vivere. Pare che l’ampliamento della area delle riparazioni navali, proprio di fronte al nostro centro storico, possa portare a un aumento del biossido d’azoto, che proprio in questi giorni ha fatto schizzare le centraline cittadine. Tutto ciò ha fatto rizzare le orecchie a più d’un ambientalista; anche a uno come me, che di mestiere (primario) fa il papà e che ha a cuore il posto dove vive. Intendiamoci, il waterfront è qualcosa di estremamente importante per la nostra città, soprattutto in termini d’appetibilità turistica oltre che di maggiore funzionalità delle strutture portuali, anche se – devo dire – sarebbe forse il caso che i nostri amministratori pensassero prima (o, perché no, anche) a problemi più cogenti: dalla viabilità (quanto ci vuole a mettere qualche rotonda in più anche fuori dal centro?) alla pedonalizzazione di tutti i nostri borghi storici cittadini (questa è una mia proposta, della quale sono pronto a discutere, magari in un prossimo intervento) alle nostre periferie, al nostro mountainfront (si dice così?), ai nostri riverfronts, che definire grizzle è poco. La città avrebbe bisogno di un restyling completo. La spinta del 2004 pare essersi infranta di fronte alla spending review degli ultimi tempi.

    La nascita dei primi moli

    Ciò non toglie che l’area portuale abbia rivestito per secoli il primo e principale biglietto da visita della nostra città. Di questo dobbiamo essere consci; soprattutto, prima di compiere scelte azzardate (non pensate, forse, che scavando il mitico canale del Blue Print non vengano fuori strutture antiche?). Com’è noto, la Genova medievale non possedeva una grande piazza pubblica. Nessuna Piazza del Campo o Piazza della Signoria, per intenderci. Era il porto, con la sua ripa e le sue volte, sede di botteghe artigiane e magazzini, a costituire il luogo delle relazioni: il vero fulcro della vita cittadina; forse, è proprio questo il concetto che una buona architettura deve recuperare. Anche se ciò va incontro a diversi ostacoli.
    Possediamo, infatti, poche notizie sullo sviluppo dell’area portuale. E il motivo è semplice: le strutture antiche sono state smantellate. Conservatesi per secoli nel sottosuolo, hanno subito i pesanti lavori di rifacimento del waterfront (appunto) degli anni Novanta del secolo scorso. Per saperne qualcosa di più, pertanto, è necessario volgerci alle fonti scritte, non sempre esaustive. Secondo Caffaro, nel 1162 i consoli cittadini avrebbero ordinato l’abbattimento di alcune taverne situate sulla riva del mare, nella zona di Pré, in modo da ospitare nuovi scali. È, questa, una delle prime attestazioni di lavori eseguiti nell’area portuale, in particolare laddove sarebbe sorta la darsena, oltre la porta occidentale della cinta «del Barbarossa»: la Porta dei Vacca. Il cuore del porto, a ogni modo, era situato nella parte diametralmente opposta, nell’attuale quartiere del Molo. La costruzione del molo primitivo, lungo una cinquantina di metri e largo dieci, addossato a una penisola naturale degradante in mare, occupò gran parte del XII secolo. Lungo di esso si concentravano gli scali: uno alla radice; altri tre nei pressi della chiesa di San Marco, innalzata a partire dal 1173, dove aveva luogo anche l’attività cantieristica. Scali ulteriori sorgevano nell’area del Mandraccio; a ponente, tra la chiesa del Santo Sepolcro e il monastero di San Tommaso; a levante, nei pressi della marina di Sarzano. Le operazioni commerciali avevano luogo lungo la ripa maris, una spiaggia sabbiosa su cui inizialmente erano alate le imbarcazioni, contornata progressivamente da volte e magazzini; quindi, da case e torri sopraelevate.

    Le navi crescono

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    Il porto di Genova nel XVII secolo

    Il progressivo ingigantimento delle navi avrebbe costretto a modifiche significative già a partire dal Duecento, quando furono eretti dei pontili di legno lunghi una cinquantina di metri, in modo da raggiungere fondali di sei o sette metri. Si trattava ancora di strutture deboli, esposte ai marosi, che non mancavano di causare gravi danni. Nel 1248 il molo, bisognoso di restauri, fu dichiarato opera pia, in modo da beneficiare dei lasciti testamentari. Nei decenni successivi sarebbe stato creato l’ufficio dei Salvatores portus et moduli, deputato a conservarne le infrastrutture – i pontili, l’acquedotto che correva di fronte alla ripa, i due grandi fari che abbracciavano il seno genovese (da rifornire periodicamente d’olio), i fondali, dai quali doveva essere asportato lo zetto (i detriti) – e al controllo, anche fiscale, del movimento navale. Nel 1260, per volere del primo capitano del popolo, Guglielmo Boccanegra, ebbe inizio, invece, la costruzione del primo palazzo pubblico (sino ad allora s’era fatto uso di palazzi privati o della chiesa cattedrale), progettato dal domenicano Oliverio di Sant’Andrea di Sestri, al quale si deve anche la sistemazione dei portici di Sottoripa. Utilizzato successivamente come sede della dogana e di altre magistrature, l’edificio avrebbe ospitato, al principio del Quattrocento, la Casa di San Giorgio.

    L’arsenale genovese

    L’ampliamento delle strutture portuali sarebbe proceduto lentamente, attraverso la costruzione d’una raiba e d’una raibetta, destinate alla conservazione delle merci (in particolare del grano), situate tra il «ponte del vino» e il «ponte Streiaporco», che prendeva il nome, al pari di altri ponti, dalla famiglia che possedeva delle case al suo limitare. Nel 1276 ebbe inizio la costruzione d’una prima darsena, situata nei pressi della chiesa di San Marco (presso l’attuale Calata Marinetta). Una nuova darsena, più ampia, sarebbe stata allestita a ponente, oltre la Porta dei Vacca, utilizzando – a quanto pare – una parte del bottino della battaglia Meloria (con buona pace dei Pisani). Nel corso del Trecento, l’area sarebbe stata utilizzata per il ricovero invernale delle imbarcazioni; soltanto nel Quattrocento, sotto il governatorato francese, avrebbe acquisito una fisionomia prettamente difensiva, grazie all’erezione di mura poderose e di alte torri, oggi scomparse. A quest’altezza, anche l’arsenale, deputato alla costruzione delle galee, aveva ormai raggiunto un certo grado di sviluppo. Sorta a ridosso della darsena a partire dal 1285, la struttura era costituita da una serie di pilastri, sovrastati da tettoie a spiovente. La parte interna era suddivisa in navate, le quali potevano ospitare sino a quattordici galee, in costruzione o in riparazione: un numero piuttosto modesto, se paragonato alle analoghe strutture di Venezia o Barcellona; del resto, gran parte della produzione cantieristica avveniva fuori città, presso i borghi di Sampierdarena, Sestri e Voltri. Nel 1416 l’arsenale sarebbe stato cinto da una muraglia; tuttavia, l’area sarebbe andata incontro a un progressivo abbandono, necessitando di continui lavori di restauro dei quali è rimasta traccia nelle carte del tempo. Tali lavori saranno affidati all’Ufficio dei Padri del Comune, che, tuttavia, darà la precedenza all’opera di prolungamento del molo, necessaria per permettere l’attracco d’imbarcazioni di grande tonnellaggio, e alla sostituzione dei pontili di legno con moli in muratura. L’arsenale, dunque, cadrà presto in disuso, diventando fatiscente.

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    La spiaggia di Sampierdarena in una cartolina del 1929

    Nel corso dell’età moderna, il waterfront genovese subirà ulteriori modificazioni: il molo sarà ingrandito sino a sfiorare i cinquecento metri di lunghezza; nel Seicento, nei pressi della Lanterna sarà edificato il cosiddetto Molo Nuovo. Dopodiché, le strutture portuali subiranno una fase di stallo, dovuta – per dirla in soldoni – al mutamento d’interessi delle grandi famiglie cittadine, le quali, sino ad allora, avevano animato l’attività commerciale del porto genovese. E’ solo a partire dal XIX secolo che si tornerà a mettere mano sulle strutture portuali, grazie alle quali Genova tornerà a far parle di sé nel mondo.

    Antonio Musarra

  • Ventimiglia, da crisi umanitaria a crisi di civiltà. Il campo al Parco Roja sarà insufficiente

    Ventimiglia, da crisi umanitaria a crisi di civiltà. Il campo al Parco Roja sarà insufficiente

    carabinieri-ventimigliaI primi moduli abitativi hanno fatto il loro ingresso nell’ex parco ferroviario del Roja, a Ventimiglia. Nel giro di pochi giorni, forse, il nuovo campo potrà accogliere circa tra i duecento e i trecento migranti. Voluto dall’amministrazione comunale per arginare una situazione ogni giorno più delicata, l’allestimento del campo, di fatto costringe il governo a riconoscere l’emergenza umanitaria di Ventimiglia; dopo appena due mesi dalla visita del ministro Alfano, quindi, viene sancito il fallimento della linea portata avanti dalle istituzioni e dai partiti politici italiani. La crisi umanitaria è diventata anche crisi politica: il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, il mese scorso ha lasciato il Partito democratico mentre il governatore di Regione Liguria, Giovanni Toti, è entrato in rotta di collisione con Roma, per tenere salda l’alleanza con la Lega Nord di Rixi. Tutto questo mentre la Protezione civile, che avrebbe i mezzi per intervenire, rimane immobile, in balìa dell’impasse istituzionale.

    Prassi quotidiana

    Ogni mattina la Caritas serve tra le ottocento e le mille colazioni. Il numero è in crescita e non tiene conto delle molte altre persone sparpagliate sul territorio. Ogni giorno nuovi migranti arrivano, e nuovi migranti vanno: chi prova in qualche modo a passare il confine (c’è chi ci riesce e chi non ci riesce), e chi viene fermato dalla Polizia, che controlla e pattuglia le strade. Ogni giorno la polizia francese porta in Italia decine di irregolari intercettati appena oltre confine e, ogni giorno, le forze dell’ordine trasferiscono decine di migranti da Ventimiglia a Genova, dove saranno ridistribuiti nei vari centri di prima accoglienza sparsi nella penisola. Un sistema che come in molti avevano previsto, sta generando una vera e propria crisi umanitaria, che nei numeri sta replicando quanto già visto l’anno scorso. «Non è ancora chiaro come sarà gestito il nuovo campo – spiega Lia Trombetta, uno dei medici della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, che settimanalmente raggiungono il comune frontaliero per monitorare la situazione e mettere a disposizione le proprie competenze – probabilmente i migranti potranno stare alcuni giorni, anche senza essere identificati, per poi essere costretti ad abbandonare la struttura». Una struttura che, quindi, parte già inadeguata: «Con il caldo tutti i problemi si moltiplicano – ha sottolineato la dottoressa – anche se ad oggi non esistono criticità sanitarie endemiche, ma “solo” casi di malnutrizione e disidratazione». Diverse associazioni per i diritti umani si sono attivate per monitorare la situazione; nei prossimi giorni saranno decisi interventi in loco.

    Crisi Europea e del diritto

    Dopo migliaia di chilometri di viaggio, anni spesi tra deserti e prigioni africane, le persone in fuga da guerre, violenze e miseria rimangono intrappolate nelle maglie dei regolamenti europei, la cui messa in atto è lasciata di fatto all’arbitrarietà dei vari paesi. Come è noto l’identificazione dovrebbe essere fatta nel paese europeo in cui si è arrivati; ma, come è altrettanto noto, l’Italia non vuole reggere da sola l’impatto dei flussi migratori, più per motivi di politica interna che per altro. Tutto questo si gioca sulla pelle di centinaia di persone: gli appelli alla mobilitazione civica non si contano più, ma concretamente l’intervento solidale della cittadinanza è ostacolato e disincentivato dai governi. Questa stasi europea, politica e dei diritti, ha preso forma nella manifestazione del 18 giugno scorso quando un centinaio di attivisti hanno partecipato ad una biciclettata dimostrativa da Breil a Mentone, attraverso la Val Roja. La polizia francese ha seguito la manifestazione, mentre quella italiana ha bloccato la frontiera, impedendo a cittadini europei il passaggio. Schengen, questo sconosciuto. A termine della giornata alcuni attivisti hanno occupato simbolicamente un edificio della vecchia dogana francese, oramai abbandonato. Dopo cinque giorni, lo sgombero: alcuni manifestanti sono stati tenuti in arresto fino al 28 giugno in un Cra (Centro di detenzione amministrativa) a Nizza, dopo essere stati trattenuti per 16 ore in caserma, in attesa della sentenza sui dispositivi di interdizione dal suolo francese, disposti dalla polizia d’oltralpe in virtù dello stato di emergenza in vigore in Francia a seguito dei recenti attentati terroristici, che concede alla polizia di infliggere preventivamente la massima pena. La sentenza, successivamente, ha dichiarato illegittimo il provvedimento, smentendo e contraddicendo la linea politica del governo francese.

    Nervi tesi

    Domenica 3 luglio, centinaia di migranti hanno manifestato, sfilando in corteo verso la frontiera alta. Uno schieramento della polizia italiana li ha bloccati poco prima del confine: la situazione è rimasta in stallo per circa 36 ore, fino a quando sono partite le cariche delle forze dell’ordine che hanno disperso l’assembramento. Durante i tafferugli, diverse persone sono rimaste contuse, tra cui un’osservatrice francese di Amnesty International, Teresa Maffels, che ha riportato ferite a un braccio e alla schiena. Alcuni attivisti italiani presenti sono stati fermati, ricevendo il “foglio di via” da Ventimiglia e dai comuni limitrofi. Pratica ormai sempre più consueta, soprattutto nei confronti di attivisti più o meno organizzati, come gli appartenenti ai cosiddetti “No Borders”. Nelle ultime settimane sono oltre venti i provvedimenti del genere, per i quali sono già stati attivati i ricorsi da parte dei relativi legali.

    Crisi di civiltà

    Da un lato, quindi, la società civile che in qualche modo prova a organizzarsi, mentre dall’altro lato i governi europei che si rimpallano le responsabilità, provando a nascondere un problema, che oltre ad essere umanitario è politico; come è politica la volontà di non riconoscere il fatto che il flusso migratorio non sia un’emergenza ma un dato strutturale, da anni. Ed è altrettanto politica la decisione di non assistere in maniera adeguata queste persone: secondo i recenti dati del Fondo Monetario Internazionale, l’Italia è l’ottavo paese del mondo per Pil, (la Francia è quinta, mentre la Germania è al quarto posto), e ogni anno arrivano nel paese 150 mila persone, lo 0,25% della popolazione italiana; davvero non siamo capaci di gestire ed assicurare la dignità di una quantità di persone pari al pubblico di tre concerti di Vasco Rossi?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Fiocco azzurro all’Acquario di Genova. Ecco il nuovo cucciolo per la foca Tethy

    Fiocco azzurro all’Acquario di Genova. Ecco il nuovo cucciolo per la foca Tethy

    C’è ancora qualche centimetro di cordone ombelicale che sbuca dalla pancia del cucciolo della foca Tethy, nato martedì scorso alle 3.50 del mattino e presentato ufficialmente al mondo questa mattina nella vasca della foche all’Acquario di Genova, che proprio quest’anno celebra il suo 25° anniversario. Maschio, 12,7 kg e un metro di lunghezza, il nome del cucciolo verrà scelto attraverso un concorso presentato nelle prossime settimane. Per non disturbare il piccolo e la mamma, la passerella che consente di osservare la vasca dell’alto è temporaneamente chiusa al pubblico, mentre le evoluzioni del cucciolo potranno essere osservate dal primo piano del percorso. Per Tethy, esemplare di Phoca vitulina di 23 anni, è il sesto cucciolo: nel ’99 toccò al primogenito Giotto, primo esemplare di foca nato all’interno dell’acquario genovese, poi Hope nel 2003, Pallino 2004, Freccia 2007 e Luna 2010. Le foche ospiti dell’Acquario di Genova salgono, dunque, a sei: oltre a Tehty, alla figlia Luna e al piccolo appena nato, ci sono Selchie, femmina di 23 anni, e i maschi Igor e Hannes. La Phoca vitulina raggiunge la maturità sessuale a partire dai 3 anni e il ciclo riproduttivo è annuale e stagionale, all’inizio dell’estate, subito dopo la muta.

    Lo staff dell’Acquario sta seguendo giorno e notte – con videocamera a raggi infrarossi – il cucciolo e la mamma, per controllarne la crescita, l’allattamento, lo sviluppo della relazione madre-piccolo. L’allattamento, che è iniziato dopo circa 24 ore dalla nascita, prosegue quotidianamente ogni due ore circa e continuerà per una trentina di giorni, passati i quali il piccolo avrà raddoppiato il suo peso e potrà iniziare la fase di svezzamento con il primo approccio con il pesce che costituirà la sue dieta adulta. Mamma Tethy per sostenere l’allattamento è passata da una razione giornaliera di 2,5-3 Kg di pesce a 6 Kg.

    In questo primo periodo il rapporto mamma-piccolo è molto importante in quanto la madre trasferisce molte informazioni al neonato. Come lo staff dell’Acquario ha potuto osservare, ha da subito ha trasmesso il suo imprinting, porgendo il suo muso al piccolo, in modo che riconoscesse l’odore. Tethy, con il suo bagaglio di esperienza, è una mamma molto attenta, segue il piccolo e lo aiuta nel nuoto quando necessario.  Il piccolo si è dimostrato fin da subito vivace, curioso, esplora la vasca anche attraverso delle apnee lunghe, vista la sua tenerissima età: quando Tethy ritiene che sia fuori dal suo controllo, gli spruzza acqua addosso aiutandosi con la pinna anteriore e ottenendo l’immediato avvicinamento a lei. Gli sta insegnando a nuotare velocemente, a stare in apnea sempre di più e a dormire sul fondo della vasca, comportamenti che rappresentano strategie di difesa dai predatori.

  • Bus gratis per gli studenti, il Comune a caccia dei fondi per la sostenibilità del Trasporto Pubblico Locale

    Bus gratis per gli studenti, il Comune a caccia dei fondi per la sostenibilità del Trasporto Pubblico Locale

    AutobusBus gratis per gli studenti di elementari e medie e forti riduzioni per i ragazzi under 26. Questa la proposta che il Consiglio Comunale ha votato all’unanimità e che impegna la Giunta a predisporre entro settembre un progetto da presentare al Governo, al fine di intercettare i finanziamenti statali dedicati allo sviluppo sostenibile del trasporto pubblico, stanziati dal collegato ambientale dell’ultima Legge di Stabilità.

    La mozione, presentata dal consigliere Guido Grillo, quota Pdl, fonda il suo dispositivo finale principalmente su due intenzioni: provare ad uniformare il contesto genovese con quello di innumerevoli altre città italiane ed europee, dove per gli studenti di ogni ordine e grado, sono previste agevolazioni considerevoli, e al contempo tentare una risposta al problema del traffico urbano e del relativo inquinamento, incentivando l’utilizzo del servizio pubblico di trasporto. Prima della sua approvazione, previo parere favorevole della Giunta, il testo è stato emendato con due proposte firmate dai consiglieri di Rete a Sinistra (che sostengono Marco Doria), che contestualizzano l’iniziativa del Comune nell’ambito degli incentivi promossi dal Governo: nell’ultima legge di stabilità, infatti, sono stati sbloccati 35 milioni, destinati alle realtà territoriali con più di 100 mila abitanti, per finanziare progetti di eco-sostenibilità del trasporto pubblico locale.

    La genericità della Legge di Stabilità

    Ad oggi Amt prevede già delle agevolazioni per gli studenti: se il prezzo pieno per un abbonamento annuale è di 395 euro, per gli under 14 è prevista una tariffa di 240 euro, mentre per i ragazzi fino a 26 anni il costo è di 255 euro, per chi ha un Isee minore o uguale a 20 mila euro. La mozione presentata vorrebbe abbassare ancora queste tariffe, introducendo anche la possibilità, per gli studenti fino alle scuole medie, di accedere gratuitamente al servizio pubblico, come previsto in altre città italiane, tra cui Napoli e Pavia. La Giunta, quindi, proverà ad intercettare i fondi messi a disposizione dal Governo, sfruttando la poca precisione del testo: nel collegato ambientale alla Legge di Stabilità 2016, infatti, si parla di un Programma sperimentale nazionale di eco-mobilità “casa-scuola” e “casa-lavoro”, che rappresentano le criticità principali delle grandi città, con l’obiettivo di favorire una generica progettualità che aumenti la sostenibilità del trasporto pubblico locale, diminuendo il traffico e la sosta, e di conseguenza l’inquinamento, soprattutto nelle zone prossime agli istituti scolastici.

    Il futuro incerto di Amt

    A far da contraltare a questo slancio, la nota situazione di Amt: l’offerta del servizio di trasporto pubblico a Genova da anni si sta riducendo, sia in termini di chilometri, sia in termini di frequenze e di linee; il degradarsi della situazione è sotto gli occhi di tutti: i bus sono in numero non sufficiente, e spesso risultano essere sovraffollati e inavvicinabili. Recentemente abbiamo documentato come il parco autovetture sia oramai inadeguato, con mezzi vetusti ed inquinanti; le notizie quasi quotidiane di guasti, anche importati, completano il quadro, desolante. La mozione approvata dal Consiglio Comunale, quindi, può destare perplessità: se da un lato abbassare il costo del servizio per una fetta importante dell’utenza, forse può riuscire ad incentivarne l’utilizzo, dall’altro lato, se a questo non è accompagnato un adeguamento alle esigenze della stessa utenza, si rischia un prevedibile buco nell’acqua.

    Prossima fermata: elezioni

    Visti i recenti tentativi dell’amministrazione comunale di far fronte al problema dell’inquinamento in città puntando su una rimodulazione del trasporto privato, la “solitudine” di questa mozione, ad oggi l’unica sull’argomento che ha trovato l’accordo bipartisan, potrebbe lasciare sgomenti; ma non solo. Un eventuale “successo” dell’operazione porterebbe a casa un finanziamento una tantum, al momento non accompagnato da un progetto strutturale di riqualificazione di tutto il comparto del trasporto pubblico, vero assett strategico della vivibilità di una città come il capoluogo ligure.

    Del sottotraccia, però, si può fare una lettura più politica: sempre più frequenti, durante le discussioni in Sala Rossa, sono i riferimenti al fine mandato della giunta Doria, oramai entrata nel suo ultimo anno di vita istituzionale. La mozione, con i relativi emendamenti, è stata approvata rapidamente e all’unanimità, senza produrre un benché minimo dibattito di sorta su di una strategia, anche ipotetica, del settore Trasporto Pubblico: se tutta l’operazione andasse a buon fine, i soldi arriverebbero in inverno, giusto in tempo per le urne. Insomma, la campagna elettorale è appena incominciata.

    Nicola Giordanella

  • Nuovo regolamento Erp, coabitazione sociale e manutenzioni ordinarie a carico degli assegnatari

    Nuovo regolamento Erp, coabitazione sociale e manutenzioni ordinarie a carico degli assegnatari

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaIl Consiglio comunale ha approvato il nuovo regolamento di “Assegnazione e gestione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica ubicati nel Comune di Genova”, dopo un iter complesso che ha visto coinvolti, tra gli altri, Municipi e sindacati di categoria, oltre ai responsabili di Arte e Asl. Alla base della nuova normativa, la necessità di agevolare l’accesso alla casa, stante un’emergenza abitativa in crescita, come Era Superba ha documentato più volte. La giunta, quindi, prova a smuovere le acque in un ambito critico per l’amministrazione e per la società civile, che spesso non riesce a stare al passo con gli andamenti del mercato immobiliare, legato a doppio giro con il mercato della finanza speculativa. Lo spirito di questa “piccola riforma genovese” è quello di velocizzare gli accessi alle case, provando ad allargare in qualche modo il bacino dei possibili beneficiari. Vediamo nel dettaglio che cosa cambia nelle modalità di assegnazione e gestione degli alloggi Erp (Edilizia Residenziale Pubblica).

    Le novità

    Il testo approvato introduce alcune innovazioni, già anticipate nei mesi scorsi ma leggermente limate dal dibattito consigliare. Tra le prime novità c’è la creazione di una nuova graduatoria per le assegnazioni, con validità quadriennale, ma aggiornamento semestrale. Le modalità di accesso alla graduatoria e i requisiti richiesti non sono stati modificati. Il testo, inoltre, introduce la creazione di una “Commisione Erp”, composta da personale dipendente di Comune, Arte Genova e da rappresentanti delle organizzazioni sindacali di categoria: questo nuovo organo, che sarà tenuto a riferire di fronte al Consiglio comunale, avrà il compito di monitorare il territorio, cercando di “leggere” le eventuali situazioni di criticità legate alle assegnazioni, per favorire il miglior inserimento possibile all’interno del contesto civico degli assegnatari. La costituzione di questa commissione non aggiungerà costi al bilancio comunale, utilizzando risorse interne all’amministrazione.

    Manutenzioni ordinarie a cura degli assegnatari

    Uno dei colli di bottiglia che da sempre rallenta le pratiche di assegnazione è il livello di fatiscenza in cui spesso sono ridotti gli alloggi Erp: il requisito sine qua non per lo sblocco di una abitazione è, infatti, il rispetto delle norme igieniche e di sicurezza. Con il nuovo regolamento, se i lavori necessari al raggiungimento della messa in sicurezza non superano i 5 mila euro, l’ente proprietario può proporre al cittadino in graduatoria di farsi carico dei lavori, scalando successivamente le spese documentate dal canone di locazione. Il meccanismo sarà vincolato da una perizia che stabilisce quali lavori debbano essere fatti e da un termine temporale, che non può superare i sessanta giorni; prima del completamento delle opere, la casa non potrà essere abitata. Prevista anche la possibilità di procedere con lavori “fai da te”, previa la stipula di una polizza assicurativa. Questo novità punta ad abbreviare i tempi per le assegnazioni, anche se, al momento, non esiste una quantificazione puntuale degli alloggi che rientrerebbero in questa categoria.

    Coabitazione sociale

    Un’ulteriore novità del nuovo regolamento è l’introduzione della coabitazione sociale: l’ente, infatti, individuerà alloggi compatibili a progetti di condivisione da parte di soggetti in carico ai servizi sociali e socio-sanitari locali. Questa pratica, già in uso in altri comuni italiani, contribuirebbe a far fronte a diversi problemi: da un lato, si verrebbe incontro a persone sicuramente in difficoltà economiche e, nel contempo, si produrrebbe una riabilitazione sociale (seguita e supervisionata dai servizi) senza dover ricorrere a inserimenti in strutture dedicate, abbattendo di conseguenza i costi sanitari pubblici.

    Un regolamento più “femminile”

    L’assessore alle Politiche della casa e housing sociale, Emanuela Fracassi, ha definito questo regolamento più “femminile” rispetto al precedente: «Nonostante una legislazione molto rigida, siamo riusciti a introdurre elementi veramente innovativi – spiega – riuscendo a ottenere un quadro normativo più flessibile e adattabile alle diverse situazioni». L’ordinaria manutenzione a carico degli assegnatari e i progetti di coabitazione sociale «permettono di sbloccare più alloggi e, al contempo, di intercettare situazioni di disagio conclamate».
    Non tutti, però, gridano al miracolo. Antonio Bruno, consigliere comunale di Federazione della Sinistra, ricorda come, anche in questo regolamento, restino delle sperequazioni sociali evidenti: «Rimane previsto lo sfratto per chi non riesce a pagare comunque l’affitto, anche perché il fondo per la morosità incolpevole previsto da Regione Liguria e Comune di Genova – continua il consigliere – ad oggi non è mai stato finanziato». La discussione in Sala Rossa, però, ha portato a mettere nero su bianco l’impegno, da parte della giunta, ad istituire in tempi brevi questo fondo e a far pressione affinché si riveda la legge regionale 10/2014, che appunto prevede la decadenza dall’alloggio per chi non riesce a pagare tre mensilità, anche non consecutive.

    Questa riforma del regolamento Erp, sicuramente, è un passo avanti, ma i conti non sono ancora chiari: «Partiremo con una decina di coabitazioni – sottolinea Fracassi – mentre dobbiamo lavorare con Arte per individuare quali e quanti potrebbero essere gli alloggi la cui manutenzione sta sotto la soglia dei 5 mila euro». Al momento, quindi, non è facile capire quale impatto reale potrebbe avere questa nuova normativa: nel frattempo, l’emergenza abitativa non dà segni di arretramento e c’è il rischio che, nei fatti, la montagna abbia partorito il topolino.

    Nicola Giordanella

  • Tursi, depositate tre delibere comunali di iniziativa popolare su partecipazione, trasparenza e servizio idrico

    Tursi, depositate tre delibere comunali di iniziativa popolare su partecipazione, trasparenza e servizio idrico

    palazzo-tursi-D9Tre delibere comunali di iniziativa popolare sono state questa mattina depositate presso Tursi da un gruppo di cittadini che aderisce a 9 tra associazioni e comitati locali di partecipazione attiva. Misurabilità degli standard minimi dei diritti civici e potenziamento della trasparenza e della partecipazione alla vita amministrativa della città, salvaguardia dei servizi pubblici locali e avvio del processo di ripubblicizzazione del servizio idrico sono gli obiettivi principali delle proposte di deliberazione per cui nei mesi scorsi sono state raccolte oltre due mila firme, che è la soglia minima prevista dalla legge comunale. E’ la prima volta che sotto la Lanterna è utilizzato questo strumento di partecipazione dal basso, previsto dall’art. 21 comma 8 dello Statuto del Comune. «Si tratta di una possibilità prevista dal Testo unico sull’ordinamento degli enti locali – spiega uno dei promotori, Dino Orlandini – che è stata recepita a Genova senza però alcun regolamento attuativo per cui ci siamo un po’ inventati la strada. Il nostro unico obiettivo è quello di migliorare la vita nei quartieri attraverso un maggiore coinvolgimento dei cittadini nelle scelte politiche comunali: insomma, meno deleghe e più partecipazione».

    La prima proposta: diritti, trasparenza e partecipazione

    Il percorso di queste tre delibere nasce nel 2013 da una petizione in 6 punti intitolata “No a privatizzazione dei servizi pubblici, sì a trasparenza e partecipazione” ma trova ancor prima le sue radici nel movimento referendario per la difesa dell’acqua pubblica. Entrando più nel dettaglio dei documenti che sono stati presentati, il più innovativo risulta essere quello dedicato a “Diritti, trasparenza e partecipazione”. Oltre alla richiesta di un controllo puntuale e trasparente di come vengono spesi i soldi dei cittadini, la delibera prevede infatti una «formulazione concreta degli standard minimi di diritti civici che il Comune intende garantire ai residenti» (ad esempio, quantità pro capite di verde pubblico, di aree pedonali e piste ciclabili, di attrezzature sportive, di mezzi pubblici di trasporto, di spiagge libere, farmacie, scuole dell’infanzia ecc.) e una serie di strumenti di verifica di quest’offerta con l’indicazione di eventuali azioni risarcitorie che i cittadini possono intraprendere in caso di inadempienza. «Si tratta – spiega Orlandini – di un modo eversivo di concepire il sistema con cui opera il Comune e il rapporto che esso ha con i cittadini. Vorremmo che ci si orientasse maggiormente alla logica nessuna tassazione senza rendicontazione».

    Il testo integrale della prima delibera

    La seconda proposta: no alla privatizzazione dei servizi pubblici

    La seconda proposta di delibera è un no secco e senza replica alla privatizzazione dei servizi pubblici locali. «Ne risentirebbe la qualità della convivenza – sostengono i promotori – perché i servizi pubblici locali rappresentano un importante fattore di coesione sociale e svolgono una funzione chiave per la salvaguardia del bene comune rispetto agli egoismi individuali». In quest’ottica, viene richiesto all’amministrazione di non prendere decisioni strategiche in ottica di privatizzazione se non prima di averne verificato il sostegno popolare attraverso il referendum consultivo, previsto dallo Statuto del Comune di Genova.

    Il testo integrale della seconda delibera

    La terza proposta: servizio idrico integrato

    L’ultima delibera riguarda il cosiddetto Servizio idrico integrato (SII) e punta sostanzialmente a bloccare ogni fine di lucro sulla gestione dell’acqua: «La proposta non richiede l’immediato ritorno del servizio idrico alla gestione pubblica perché sarebbe irrealizzabile in virtù dei contratti in essere con Iren e le sue controllate – è la tesi dei proponenti – ma punta a far rispettare quanto emerso dai referendum del giugno 2011 e cioè che ogni utile derivato da questo settore sia accantonato per investimenti o utilizzato per ridurre le tariffe e non distribuito tra gli azionisti privati». Oltre a ciò, viene proposto il divieto di distacco dell’acqua alle utenze domestiche per qualsiasi motivo, nel limite del rispetto di un utilizzo ragionevole di 100 litri al giorno a persona.

    Il testo integrale della terza delibera

    A questo punto la palla passa alla apposita commissione comunale, presieduta dal segretario generale e composta da due dirigenti di sua nomina, per la valutazione dell’ammissibilità delle proposte. Passaggio che dovrà avvenire entro trenta giorni. Se le tre proposte saranno giudicate ammissibili, toccherà al Consiglio comunale calendarizzare la discussione e il passaggio in Sala Rossa.


    Nicola Giordanella

  • Fuori Formato apre le danze, tra luci, suggestioni e tanto pubblico. Il racconto della prima serata

    Fuori Formato apre le danze, tra luci, suggestioni e tanto pubblico. Il racconto della prima serata

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    Tra_passato_remoto

    Il pubblico numeroso che vediamo salire da piazza della Meridiana verso il cancello d’ingresso che porta al giardino di Palazzo Bianco, con carrozzine e bimbi in braccio, oltre agli spettatori affezionati della danza urbana, ci conferma un desiderio sempre più allargato di serate come questa. Fuori Formato è stato pensato anche per questo.

    Gli alberi, la ghiaia, sedersi a terra per vedere, spostarsi per vedere meglio. Il cielo è ancora chiaro, sono le nove di sera e il palco su cui troviamo Rocco Colonnetta, Serena Loprevite e Alice Montagna si affaccia sui muri del Palazzo di Giustizia. Un grigiore di finestre che, come sempre accade quando la danza avviene in luoghi pubblici, diventa una scenografia che dialoga con il lavoro degli artisti.

    A confrontarsi in Tra_Passato_Remoto, il pezzo proposto da Koinè Genova, sono in tre personaggi, e si sa che, quando si è in tre, la relazione a due può essere sempre osservata dall’altro. Crea competizione, muove una difesa e talvolta conduce alla resa. Un palco che sembra un ring per i tre danzatori, una rincorsa che ogni tanto trova un ostacolo, un gioco di gelosie per le due donne a contendersi un uomo, un guardare in alto e cercare una direzione, che poi coincide con un gabbiano che per caso è appena volato sopra la scena, non previsto. I performer ricercano equilibri impossibili, come cita il testo che Colonetta scandisce, con dita piene di possibilità, per pensieri del mattino o pensieri virgolettati. A guardarli viene in mente un tetto di NYC, un rooftop immerso nell’urbanità, nell’atmosfera dejeuner sur l’herbe del pubblico che, pian piano, inizia ad allungare le gambe e a mettersi a proprio agio.

    Solo pochissimi minuti di intervallo tra gli applausi per Koinè Genova ed ecco l’ingresso di Roberto Orlacchio nel suo Un canto costante. Un uomo con la testa di un volatile, una mente pappagallo, in costante conflitto tra mente e corpo. Una testa pesante quella di Orlacchio, che danza per la maggioranza del suo pezzo senza mai levarsi la maschera, per cercare un’intimità che permette al pubblico di concentrarsi sul solo corpo e sui suoi volteggi nel tentativo frustrato di indossare una giacca. Passa da varie esperienze il corpo di Orlacchio, in una tecnica impeccabile che sottende un dialogo con se stesso, come se dentro quella testa di volatile ci fosse uno schermo che passa in rassegna il bilancio di una vita, i desideri, i rimpianti e i sensi di colpa per ciò che si poteva fare e non è stato fatto. Poi la resa, e la maschera cade, diventando persona.

    Per vedere l’ultimo pezzo della serata, Soggezione di Sara Due Torri e Guendalina Di Marco, con la stessa Di Marco in scena assieme a Alessandra Caviglia, il pubblico si sposta idealmente in un’altra stanza: mentre per alcuni minuti la scena è vuota, da lontano arrivano due donne che presto scompariranno di nuovo. Ci hanno aperto le porte di casa loro, una casa al femminile, con tutti i moniti e i vezzi del pettegolezzo, delle dicerie, dei luoghi comuni, di un’ilarità mal celata e di un pudore che, nascosto dietro a un vestito, mostra il nudo della pelle. Continuano le voci scandite da una sveglia che richiama continuamente all’ordine, tanto che alla conclusione la durata della performance sembra sfuggire a un conteggio esatto: quarantacinque minuti come ci informava la Di Marco? Quindici minuti come da programma? Forse venti? Il tempo è dissolto e, intanto, la prima serata è conclusa.

    Erano in 6 stasera in scena ma il pubblico non si contava e noi tutti, Rete Danzacontempoligure, Teatro Akropolis e Augenblick, eravamo soddisfatti. Fuori Formato è appena incominciato.

    Marina Giardina

  • San Giovanni, un patrono per tutti. La storia controversa del culto per il Santo dei Genovesi

    San Giovanni, un patrono per tutti. La storia controversa del culto per il Santo dei Genovesi

    cappella-san-giovanniNell’ottobre del 1797, un viaggiatore inglese di nome Thomas Watkins, di passaggio a Genova, assistette in un’osteria cittadina a una singolare disputa tra due veneziani e i genovesi presenti. La discussione verteva – afferma Watkins, con un po’ di stupore – sui meriti dei rispettivi santi patroni: san Giovanni Battista e san Marco. Secondo i genovesi, il Battista aveva compiuto molti miracoli e per questo era da considerarsi il più grande tra i santi. Per i veneziani, san Marco era senz’altro superiore poiché sedeva in Cielo a fianco alla Vergine. Gli animi dovettero scaldarsi: un genovese, evidentemente indignato per l’affronto subìto, estrasse un pugnale e trafisse al cuore il veneziano gridando: «Ti manda questo San Giovanne; che ti guarìano le osse di San Marco!». Watkins, che riporta l’episodio nel proprio libro di memorie, ne attribuisce la causa all’odio secolare tra le due città, sviluppatosi in quel Medioevo dei commerci che le aveva viste tra le principali protagoniste. Un Medioevo nel quale i santi patroni tifavano naturalmente per i propri protetti.

    Il “furto” delle ceneri

    Il culto di Giovanni Battista ha origini antichissime. A Genova, se ne colgono le tracce già attorno al 1130. Molte volte, gli annalisti cittadini del Duecento ricordano le processioni effettuate in suo onore, generalmente per sedare marosi e tempeste. Tuttavia, è solo alla fine del Duecento che tale culto conosce un impulso decisivo grazie alla grande opera dell’arcivescovo Iacopo da Varazze. Nella sua “Istoria sive legenda translationis beatissimi Iohannis Baptiste” egli narra di come, nel corso della prima crociata, poco dopo la presa di Antiochia del giugno 1098, alcuni crociati genovesi, di ritorno in patria, fossero sbarcati nei pressi dell’antichissima città di Myra, in Anatolia, alla ricerca delle reliquie del beato Nicola. Trovando che i sacri resti erano già stati trafugati, i Genovesi si misero ugualmente a scavare sotto l’altare Santo, di fronte agli sguardi sconsolati dei monaci presenti. Poco dopo, s’imbatterono in una cassa marmorea che portarono di corsa alle proprie navi. Solo allora, i monaci confessarono loro, tra le lacrime, la reale consistenza del tesoro. Non si trattava, infatti, delle reliquie di Nicola, ma di un premio maggiore: le ceneri di san Giovanni Battista. I Genovesi non poterono che rallegrarsene: divisero il bottino tra le imbarcazioni e ripresero il mare, guadagnando il porto di Genova dopo aver superato i marosi e i venti contrari con la forza di una fede rinnovata.

    Le ceneri sarebbero giunte a Genova nel 1099, al termine di un periodo di aspre lotte intestine tra i sostenitori della riforma della Chiesa e i loro oppositori. Si era allora in piena lotta per le investiture e, da circa un cinquantennio, la città era retta da personaggi aderenti al partito filo-imperiale. L’elezione del filo-papale Airaldo era stata fortemente avversata. Secondo Iacopo da Varazze, l’arrivo delle ceneri avrebbe avuto l’effetto di sedare le discordie intestine e di spingere i Genovesi all’organizzazione di una nuova spedizione. Tuttavia, una volta insediatosi, il nuovo vescovo, di concerto con i consoli e i rappresentanti del governo civile, decise di operare ulteriori accertamenti: i crociati in procinto di partire per la Terrasanta avrebbero dovuto recarsi a Myra, conferire con i monaci e sincerarsi del racconto dei propri concittadini. Solo in quel modo si poté essere certi dell’autenticità dei sacri resti, i quali, da allora, iniziarono a essere venerati «maiori devotione atque reverentia».

    Un patrono per tutti

    Sin qui la leggenda. Ma quanto di vero v’è nelle parole del prelato? In realtà, la domanda è, in sé, mal posta: il Medioevo è pieno di racconti di questo genere, che rientrano in un filone specifico, quello dei “furta sacra”. Non è tanto importante, dunque, cercare di comprendere quanto il racconto si avvicini alla realtà, bensì valutare quanto esso pesasse nella mentalità comune, quanto abbia influito sulla vicenda cittadina. Impresa assai ardua, naturalmente, circa la quale, però, qualcosa è possibile dire. D’altra parte, risulta senz’altro singolare il fatto che Caffaro, il primo cronista cittadino, contemporaneo agli eventi, non faccia menzione alcuna dell’avvenimento. Che non si fosse ancora cristallizzata una leggenda relativa all’arrivo a Genova delle ceneri del Precursore? E’ obiettivamente difficile spiegarne il silenzio postulando l’esistenza di cronache espressamente dedicate; tanto meno affermando (come è stato fatto) ch’egli intedesse dare avvio ai propri Annali dalla spedizione successiva, quella del 1100, la quale fu effettivamente una spedizione importante, partecipata da tutta la cittadinanza, finalmente pacificata alla notizia della conquista di Gerusalemme. Probabilmente, il culto del Battista non aveva ancora ricevuto l’attenzione che meritava.

    Tuttavia, è probabile che esso fosse già in auge nel 1130. Ne rimangono tracce, infatti, in corrispondenza dell’erezione della diocesi genovese ad arcidiocesi. Numerose, inoltre, sono le attestazioni superstiti per la seconda metà del XII secolo e per tutto il XIII. Iacopo da Varazze, dunque, non fece altro che rileggerne il culto alla luce delle esigenze del proprio tempo, forse con l’obiettivo di trasformarlo in qualcosa di simile a una “religione civica”, nella quale i Genovesi di ogni fazione, in perenne lotta tra loro, avrebbero potuto identificarsi. Da questo momento in poi, infatti, le attestazioni si moltiplicano: nel 1299, nel bicentenario dell’arrivo delle ceneri, l’arcivescovo Porchetto Spinola approvò, dunque, la costituzione di una «consortia» (e, cioè di una confraternita) dedita esplicitamente al culto del santo; il 13 febbraio del 1312, l’imperatore Enrico VII stabilì che chi avesse voluto pregare a suo vantaggio (e a suffragio dell’imperatrice Margherita, da poco defunta e sepolta in San Francesco di Castelletto a Genova) avrebbe dovuto recarsi presso l’altare del Battista: nel 1319, le reliquie furono portate in processione dalla parte guelfa, vincitrice sui ghibellini della Riviera di Ponente. Bisognerà attendere, però, il 1323 perché, su iniziativa di due privati cittadini – Benedetto e Nicolò Campanari (forse appartenenti alla «consortia» di recente approvazione) – le ceneri trovino accoglienza in una cappella apposita nella cattedrale, e il 1327 perché, per volontà dell’influente famiglia Fieschi, il Battista sia finalmente dichiarato «Patrem civitatis».

    Tra arte e diplomazia

    Nonostante ciò, il culto battistino stenterà ad assumere un carattere ufficiale. Basti pensare agli affreschi trecenteschi della cattedrale: il Santo non possiede affatto un ruolo di preminenza. Poche, inoltre, sono le chiese e le cappelle dedicate al Battista nel territorio genovese. Senza dubbio, il Battista ebbe un peso nel segreto delle coscienze: nel corso della grande peste di metà secolo, ad esempio, le catene che assicuravano l’arca delle ceneri furono oggetto di particolare venerazione, giacché il solo toccarle – pare – assicurava protezione. E’ sintomatica, tuttavia, la vicenda della concessione da parte di Urbano VI, il 26 settembre 1386, per la festa della natività del Battista, delle stesse indulgenze godute dalla chiesa di San Marco a Venezia per la solennità dell’Ascensione: i Genovesi non si curarono affatto di richiedere al papa i termini esatti dell’indulgenza, bastando loro d’essere equiparati alla città rivale! Soltanto nel XV secolo, le ceneri avrebbero acquisito un valore simbolico in ordine all’accrescimento della potenza genovese, venendo ospitate nella splendida cappella del Gagini, nella navata sinistra della cattedrale di San Lorenzo. Per il momento, tensioni e spaccature evitarono che il culto – sostenuto solo da parte della popolazione (nello specifico dalla parte guelfa) – divenisse realmente espressione corale della cittadinanza.

    E oggi? Oggi si festeggia il 23 giugno, col grande falò di piazza Matteotti, che ricorda i grandi fuochi d’età moderna, seguito da un inspiegabile Ghost Tour che sa molto di notte di tregenda… e dalla tradizionale processione delle ceneri al mare, il 24. Ce n’è per tutti.


    Antonio Musarra

  • San Giovanni e il sogno di una magica notte di mezz’estate, tra sacro e profano, magia e tradizione

    San Giovanni e il sogno di una magica notte di mezz’estate, tra sacro e profano, magia e tradizione

    fuoco-san-giovanniCarica di magia e presagi, quella di San Giovanni (23 giugno) è la notte che decide i destini dell’intero anno solare: pratiche divinatorie, lavacri di purificazione, falò rituali, raccolta notturna di rugiada ed erbe benefiche (iperico, agnocasto, lavanda, artemisia, verbena, ruta, ribes, rosmarino).

    L’ipotesi più probabile è che il Cristianesimo integrò all’interno della propria liturgia le due feste pagane (del 24 giugno e del 25 dicembre) rievocative del solstizio estivo e invernale e che, in epoca romana, con i nomi di Fors fortuna e Sol invictus, erano state parte integrante della religione del Sole. Le credenze legate a questa ricorrenza sono numerose. La più antica narra che, in questa magica notte, una trave di fuoco attraversi il cielo e su di essa ci siano Erodiade e la figlia Salomè, che aveva ottenuto da Erode, su un piatto d’argento, la testa di San Giovanni Battista. Disperate vagherebbero nel cielo gridando: “Mamma perché me lo chiedesti! Figlia perché l’hai fatto”. A tale leggenda è riconducibile il divieto di fare in questa data il bagno a mare.

    All’alba, anche nel sole ci sarebbe qualcosa d’oscuro: i più anziani raccontano che il 24 giugno la sfera sia più luminosa del solito e sembra quasi che a delimitarne il contorno ci sia un cerchio di fuoco che gira instancabilmente per qualche ora. Chi, tra le ragazze da marito, riuscirà a vedervi la testa di San Giovanni decapitato, si sposerà entro l’anno.

    Il Precursore è anche conosciuto come il protettore delle innamorate. Diffusa in tutta Italia, la divinazione delle nubili attraverso il sistema delle tre fave. Le giovani, devono mettere tre fave sotto il cuscino, avendo cura di mischiarle prima di addormentarsi. Il mattino seguente ne scelgono una a caso, sperando di pescare quella con la buccia, che annuncia ricchezza. Nel caso di una fava sbucciata a metà, dovranno accontentarsi di una posizione sociale intermedia. Meglio cambiare marito, se la preferenza ricade su quella senza buccia.

    San Giovanni non porta inganni

    La sacra notte del Battista è un momento propizio per fare previsioni perché, come dice il detto, “San Giovanni non vuole inganni”. Un rito divinatorio che si è tramandato fino ai nostri giorni, è quello delle chiare d’uovo nell’acqua. La sera della vigilia (23 giugno), prima di andare a letto, bisogna versare l’albume in un bicchiere e lasciarlo fuori tutta la notte. Al sorgere del sole, la più anziana cercherà di scrutare il destino, in base alla forma assunta dal bianco d’uovo. In particolare: una barca è segno di partenza; una bara o un coltello, morte in famiglia; una casa, lunga vita; una bottiglia, felicità; un uovo, maternità in arrivo.

    Secondo la tradizione, chi nasce in questa notte avrà poteri speciali e sarà protetto dal malocchio e dalle potenze malefiche. Un famoso detto recita: “San Giovanni con il suo fuoco brucia le streghe, il moro, il lupo” ovvero tutti i malanni dell’anno. Tantissimi i consigli e le prescrizioni legate a questa festa, che trovano riscontri in varie regioni d’Italia. Esporsi, nella notte della vigilia, alla rugiada, curerebbe ogni male, compresa la sterilità. I garofani piantati in questa notte, crescono rigogliosi. Non possono essere catturate le lucciole perché in esse sarebbero incarnate (proprio in quelle ore) anime vaganti in cerca di refrigerio.

    A mezzanotte si deve cogliere un ramo di felce e tenerlo in casa per aumentare i propri guadagni. Allo stesso scopo si deve comprare l’aglio perché “Chi non compra l’aglio di San Giovanni, sarà poveretto tutto l’anno!”.

    San Giovanni in cucina e nell’orto

    Tra i consigli culinari, fare scorpacciate di “lumache” con tutte le corna (che assumono il significato di discordie). Mangiarle è di buon auspicio: significa distruggere le avversità. Nella ricorrenza del Battista si prepara il nocino, ottenuto dall’infusione delle noci non ancora mature nell’alcol, con l’aggiunta di cannella e i chiodi di garofano. Il liquore sarà bevuto dopo almeno sessanta giorni, per riacquistare le forze nei momenti del bisogno. L’albero della noce era considerato sacro dalle streghe ma non dai contadini che lo piantavano a distanza da altri alberi da frutto perché era radicata la credenza che quest’albero fosse velenoso.

    Il santo che battezzò Gesù era inflessibile con i traditori degli amici, da questo deriverebbe l’usanza di stabilire legami di comparatico proprio nel giorno dedicato al Santo. Si tratta di parentele spirituali, basate sulla fiducia reciproca, che vanno oltre la parentela di sangue.

    Tuttora, a Bosco, piccolo comune in provincia di Salerno, le nubili, il 24 giugno si scambiano la promessa di essere commari (madrine). Il rito inizia con una stretta di mano seguita dalla nenia: “Commari ni facimo, commari ri San Giuanni, ni vattiamo li panni” (da oggi siamo comari di San Giovanni, ci battezziamo anche i vestiti).La funzione termina scambiandosi tre baci sulle guance ed una composizione di spighe di grano e garofani, simbolo del vincolo affettivo creato.

    San Giovanni e la letteratura

    Questa usanza è ricordata anche da Verga nei Malavoglia: “La Barbara perciò aveva mandato in regalo alla Mena il vaso del basilico, tutto ornato di garofani, e con un bel nastro rosso, che era l’invito a farsi commari”. Simili riti ebbe modo di annotare il Petrarca, visitando Colonia, la sera di San Giovanni, quando vide innumerevoli donzelle, fregiate di erbe odorose, accorrere sulla sponda del Reno e immergere a vicenda nel fiume le mani e le braccia. Nella magica notte di mezza estate, quando il sole è nell’apogeo, al mondo possono accadere cose prodigiose.

    Scettici o sognatori, vi lascio con un incantesimo d’amore, rubato a chi più di tutti, ha celebrato e reso immortale questo giorno: “Ciò che il tuo occhio al risveglio vedrà, il tuo vero amore diventerà”. Chi riconosce l’autore senza usare Google?

    Emilia Fortunato,
    antropologa, esperta di Tradizioni Popolari

  • Medici Senza Frontiere, entro pochi giorni la decisione sull’intervento a Ventimiglia

    Medici Senza Frontiere, entro pochi giorni la decisione sull’intervento a Ventimiglia

    Bourbon Argos Rescue August 2015Il 20 giugno l’Onu ha celebrato la Giornata Mondiale del Rifugiato. E mentre le istituzioni si fermano e si interrogano, da inizio anno, quindici persone al giorno muoiono per raggiungere l’Italia. Da questo dato parte il nostro colloquio con Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere Italia, in città come ospite del Suq: «Da gennaio abbiamo contato 2.856 morti nel Mediterraneo ed è un dato incredibile, che dovrebbe far riflettere, parecchio». Di pochi giorni la decisione dell’ong di interrompere e rifiutare ogni finanziamento da parte dell’Unione Europea, per protestare contro le recenti scelte comunitarie sul “problema immigrazione”, e per marcare le differenze sostanziali nelle scelte e nelle modalità di approccio alla questione. «Una scelta quasi d’obbligo – spiega De Filippi – che è conseguenza diretta dell’aver criticato in maniera molto dura il trattato Ue-Turchia, un accordo sbagliato e cinico, e che non risolve la situazione relativa ai migranti, provando a esternalizzare il problema». Un documento che dovrebbe entrare effettivamente a regime nelle prossime settimane e che potrebbe addirittura essere usato come modello per altre aree di criticità «Questo assetto si riflette anche nel cosiddetto “Migration Compact”, in cui si fa riferimento all’accordo con Ankara come fosse un cosa che funziona e come se fosse cosa buona, da seguire e riproporre. Noi crediamo che sia profondamente sbagliato e per questo motivo non prenderemo più fondi dalla Ue e dai paesi membri». Una scelta di coerenza che farà scomparire dal bilancio dell’organizzazione circa 63 milioni di euro, fino a ieri arrivati per interventi di Msf in collaborazione con l’Unione Europea; il ramo italiano della ong, in realtà, non prende finanziamenti istituzionali già dagli anni novanta: «Ovviamente da oggi dovremo dare più energia alla campagna di raccolta fondi – sottolinea il presidente – ma lo facciamo con piacere, perché crediamo che la coerenza non abbia prezzo. Speriamo che altre organizzazioni riflettano sull’opportunità di criticare l’Europa, prendendone poi i soldi». Europa insignita del Nobel per la Pace nel 2012: «Come noi, nel 1999 e il presidente Obama nel 2009, lo stesso che, lo scorso dicembre, ha bombardato il nostro ospedale a Kunduz, in Afghanistan». Un bombardamento che provocò la morte di 50 persone, compresi 14 medici volontari di Msf.

    L’intervento a Ventimiglia

    Nelle prossime ore l’organizzazione internazionale potrebbe decidere di intervenire anche a Ventimiglia, dove la situazione dei migranti appare ogni giorni più critica, come Era Superba sta documentando da settimane: «Abbiamo monitorato la situazione fin dall’inizio, cioè da quando i No Borders hanno suonato il campanello d’allarme – racconta Loris De Filippi – abbiamo fatto valutazioni e siamo pronti a intervenire. Nei prossimi giorni verrà presa la decisione definitiva: potrebbe essere pensata inizialmente una missione di supporto psicologico, come già facciamo in altri siti critici del territorio nazionale, per poi eventualmente allargare con altre tipologie di supporto medico, a seconda delle reali necessità». L’analisi non può prescindere da una visione di contesto più larga e complicata: «In questo momento non ci sono forze politiche istituzionalizzate che stanno dalla parte dei più deboli e c’è forte confusione su che cosa dovrebbe fare l’associazionismo e quello che deve fare uno stato di diritto come il nostro. Ma finché continuerà questa situazione è giusto che la società civile si organizzi in qualche modo. È assurdo che le persone debbano stare in certe condizioni – continua l’attivista, presidente di Msf Italia – ma per quanto sia rifiutabile la sostituzione allo stato, che dovrebbe fare quello che fanno le associazioni, delegando per convenienza politica mascherata da impossibilità economica, noi dobbiamo agire; agire, perché è necessario e doveroso, ma anche protestare ogni giorno…».

    Secondo le stime di Msf la situazione potrebbe complicarsi ulteriormente nella seconda metà dell’anno, quando migliaia di migranti dovranno lasciare gli hotspot e che non potranno essere rimpatriati perché provenienti da paesi con cui il governo italiano non ha accordi in materia: il rischio è che vadano a cercare rifugio nei sempre più numerosi e disumazzanti accampamenti spontanei, come già raccontato dalla ricerca “Fuori Campo” presentata a Genova qualche settimana fa.

    Un vuoto collettivo di memoria

    L’occasione della Giornata Mondiale Onu del Rifugiato è anche spunto per una riflessione più larga sullo stato della consapevolezza collettiva a proposito dei flussi migratori: «Diciamo spesso cose inesatte – sottolinea De Filippi – come ad esempio il fatto che l’Europa abbia chiuso i muri negli ultimi due anni; nei fatti però siamo di fronte a un politica che dura da almeno 15 anni, tra respingimenti e varie politiche di deterrenza». Una serie di scelte che, non da oggi, sta creando una crisi umanitaria senza precedenti: «Per questo credo che oggi ci sia il bisogno di prendere decisioni molto coraggiose e coerenti, come noi abbiamo fatto sui fondi UE, perché qualcosa deve cambiare in maniera viscerale. Tutte le associazioni e tutti i singoli devono prendere una posizione, forte, inequivocabile, e “stare da una parte” in maniera anche radicale». Prima che sia troppo tardi.


    Nicola Giordanella