Autore: Nicola Giordanella

  • Palafiumara, il Consiglio Comunale fa un passo indietro e “salva” la General Productions

    Palafiumara, il Consiglio Comunale fa un passo indietro e “salva” la General Productions

    105-stadiumIl Consiglio Comunale torna sui suoi passi e “salva” il 105 Stadium. Dopo due bocciature in Sala Rossa, la fidejussione in garanzia del debito di General Productions s.r.l. verso Credito Sportivo, viene confermata e prorogata di un anno, portandone la scadenza al 2021. In questo modo, la società concessionaria del palazzetto potrà “sopravvivere”; di conseguenza cadono le incognite sul Palafiumara. Almeno per il momento.

    Durante la votazione, l’opposizione, in precedenza compatta sul “no”, si spacca: sono 11 gli astenuti (Pdl e Percorso Comune), mentre scendono a otto i contrari (tutti i consigliere in quota M5S, più Bruno e Pastorino di FdS e De Benedictis del Gruppo Misto).

    L’opposizione si tira indietro

    Ancora una volta accesa la discussione in Sala Rossa; ad appesantire il dibattito le dichiarazioni del vice Sindaco Stefano Bernini, che durante l’ultima seduta di commissione sull’argomento aveva ventilato il ricorso alla Corte dei Conti, in caso di un eventuale danno erariale causato dalla votazione contraria, come ripreso dalla stampa e non smentita in aula. Il ricorso al tribunale amministrativo statale si sarebbe potuto configurare per eventualmente risarcire l’ente comunale del danno, rifacendosi sui consiglieri contrari. Una dichiarazione che ha sollevato molti dubbi, e che nonostante la richiesta di chiarimenti da parte di Enrico Musso (poi presente in aula ma non votante a causa di una svista, ma che ha confermato la sua contrarietà), non ha trovato una risoluzione “tombale” : lo stesso Musso aveva richiesto un’ulteriore sospensione per fare approfondire l’argomento interpellando l’Avvocatura del Comune di Genova; sospensione però non approvata dall’assembla.

    Il dubbio che rimane, è che il voto sia stato in qualche modo condizionato da questa possibile contropartita; fatto che ha anche un valore politico non di poco conto: «Quanto sono liberi i consiglieri nell’esercizio delle loro funzioni? Se devono rispondere in solido delle “perdite” dell’amministrazione, quanto possono essere condizionati?», si chiede lo stesso Musso. Sicuramente chi più e chi meno. Nei fatti oggi sono “comparsi” undici astenuti, che hanno permesso alla delibera di essere approvata.

    Dopo quasi un mese, quindi, la delibera “105 Stadium” libera l’aula: un provvedimento per cui l’attuale giunta si è spesa molto (oggi in aula presente anche il sindaco Marco Doria) e che ha occupato diverse sedute di commissione e ben tre consigli comunali. La General Productions, il cui presidente Ernesto De Filippi aveva definito come irresponsabile il comportamento dei consiglieri, può tirare un sospiro di sollievo. La speranza è quella che l’affaire abbia ricadute positive anche per tutta la città, oggi come domani.

    Nicola Giordanella

  • Terzo Valico, terminate gallerie Erzelli – Borzoli. Pontedecimo, esposto contro il by-pass

    Terzo Valico, terminate gallerie Erzelli – Borzoli. Pontedecimo, esposto contro il by-pass

    terzo-valico-erzelli-borzoliCon l’abbattimento dell’ultimo diaframma di roccia, demolito oggi a favore di telecamere, viene completata la seconda tratta della galleria Borzoli-Erzelli, un’opera che diventerà operativa entro le prime settimane del 2017. I tunnel sono considerati propedeutici per i cantieri del Terzo Valico, poiché permetteranno ai mezzi da lavoro di raggiungere le cave per depositare la terra di risulta degli scavi, senza passare attraverso le strade urbane. Le gallerie serviranno inoltre a deviare il traffico pesante che oggi attraversa Sestri con i noti disagi e le criticità.

    Circa un anno di ritardo sulla tabella di marcia: 100 metri di tunnel, infatti, passano sopra la galleria autostradale Guanella, sulla A10 Genova-Ventimiglia, fatto per il quale, in itinere, si sono dovute rimodulare le operazioni di scavo, per evitare impatti strutturali dannosi. Con il completamento di quest’opera, che consiste nella realizzazione di due gallerie tra Borzoli ed Erzelli e tra Borzoli e via Chiaravagna, i mezzi pesanti non dovranno più transitare per l’angusta viabilità cittadina di via Chiaravagna e via Borzoli, dove hanno creato parecchi disagi non solo al traffico ma anche ai pedoni e agli abitanti. Questi tunnel rientrano nelle opere propedeutiche per la realizzazione del Terzo valico ferroviario, di cui Cociv è general contractor: le gallerie sono rientrate nei cosiddetti oneri di urbanizzazione della grande opera, e durante i lavori faciliteranno il passaggio dei mezzi diretti alle cave di Sestri ponente utilizzate come deposito per lo smarino estratto dagli scavi.

    terzo-valico-erzelli-borzoli02Viabilità urbana in sicurezza

    «Quest’opera consente di mantenere nella zona importanti funzioni produttive e industriali o legate al porto senza far pagare agli abitanti di Borzoli il peso in termini di criticità – spiega il vicesindaco di Genova ed ex presidente di Municipio VI Medio-Ponente, Stefano BerniniQui abbiamo una parte di attività legata al porto, i depositi di container ex Grimaldi e Derrick ma anche una serie di attività produttive meno conosciute che facevano con fatica i lavori di approvvigionamento, trasferimento dei materiali, e che finalmente potranno avere una piena logistica». Una volta aperta la nuova viabilità, secondo l’amministrazione comunale, sarà possibile intervenire anche con lavori di riqualificazione ambientale e messa in sicurezza idrogeologica grazie all’abbattimento degli ultimi due ponti critici per il torrente Chiaravagna. «Sarà una rivoluzione positiva – sottolinea l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagninosia sul versante di Sestri ponente che di Fegino. Le due gallerie ci permetteranno di interdire il passaggio del traffico pesante sulla viabilità ordinaria, cosa che per legge non si può fare se non viene fornita un’alternativa, e di creare un collegamento diretto tra il casello autostradale di Genova Aeroporto e Borzoli, con positivi benefici anche per il traffico privato».

    terzo-valico-erzelli-borzoli04Pontedecimo e il rischio idrogeologico

    Con queste due gallerie anche i cantieri del Terzo valico potranno proseguire in maniera forse più spedita. Ma se da un lato si accelera, dall’altro lato si rischia lo stop: a Pontedecimo, infatti, le opere del cosiddetto “By-pass” sembrano essere state eseguite fuori norma, seguendo parametri di legge non aggiornati. Secondo una perizia, depositata presso la Procura di Genova in allegato ad un esposto sottoscritto da decine di cittadini, infatti, la strada in costruzione per permettere il passaggio dei mezzi di Cociv, e annoverata tra le varie opere di compensazione, sarebbe nata già “fuori legge”: «Il sospetto è che sia stato utilizzato un progetto vecchio – spiega uno dei sottoscriventi dell’esposto – visto che i riferimenti normativi  sono relativi a leggi superate». Un esempio: il calcolo della portata d’acqua del torrente non terrebbe conto dei nuovi parametri del 2012. Ma non solo: i pali per sostenere la struttura sono stati “piantati” nell’alveo del fiume, cosa in teoria non consentita dal Piano di Bacino vigente. La parziale copertura dell’alveo, secondo i rilievi della perizia, non rispetterebbe le distanze minime, in altezza, dal livello di piena calcolato, mettendo a rischio la struttura stessa della strada. Quello che più in generale viene contestato dagli abitanti di Pontedecimo è l’aggravarsi delle condizioni di sicurezza di un tratto della Val Polcevera già noto per la sua instabilità idrogeologica. In altre parole, stando a questo esposto, si sta verificando una situazione paradossale: se è vero che le amministrazioni (comunale, regionale e statale) stanno investendo parecchi milioni di euro per mettere in sicurezza il Bisagno, contemporaneamente si “mette in pericolo” un’altra parte della città con un’opera “fuori norma”, e peraltro poco “sentita” dal territorio stesso. Alla magistratura l’ultima parola.

    Ancora una volta, quindi, il “bollettino” dei grandi cantieri ci racconta lo schizofrenico rapporto che Genova e la Liguria hanno con il proprio territorio: l’apertura delle gallerie tra Erzelli e Borzoli, sicuramente avrà un impatto positivo sulla vita dei cittadini, portando più vivibilità e sicurezza per chi quelle strade le vive quotidianamente. Nello stesso tempo, però, quelle stesse gallerie permetteranno la costruzione di una opera notevolmente impattante, e che potrebbe mettere a rischio la sicurezza di molte persone, come purtroppo già successo in passato. Sbagliare è umano…

    Nicola Giordanella

  • Basilica di Carignano, al via il restauro delle coperture. Il carbonio salverà la cupola dell’Alessi

    Basilica di Carignano, al via il restauro delle coperture. Il carbonio salverà la cupola dell’Alessi

    carignano-anticaDue anni di cantieri, per un investimento di un milione e 200 mila euro; queste le cifre dei lavori di consolidamento e restauro della cupola della chiesa di Carignano che partiranno ufficialmente nei prossimi giorni; l’intervento coinvolgerà anche i tetti delle quattro navate della chiesa, costruiti con volte a botte. Dopo il rifacimento delle facciate, quindi, la basilica minore di Carignano, dedicata a Santa Maria Assunta, tornerà a nuova vita. Un edificio cardine per la storia di Genova: voluto dalla famiglia Sauli nel XVI secolo, il progetto nacque dalla mente geniale di Galeazzo Alessi, uno tra i maggiori architetti dell’epoca, che lascerà altre tracce indelebili nel tessuto urbano genovese, disegnando i prospetti di alcuni palazzi di Strada Nuova (Palazzo Cambiaso e Palazzo Lercari-Parodi), progettando Villa Cambiaso, Porta Siberia e la cupola della cattedrale di San Lorenzo.

    La basilica, apertamente ispirata a San Pietro in Vaticano, oggi è parte integrante dello skyline cittadino: come è noto, i lavori di costruzione andarono tanto per le lunghe, che divennero proverbiali: “A l’è comme a fabrica de Caignan”, è il famoso adagio dialettale che con la consueta pragmaticità genovese indica qualcosa che non finisce mai. Un detto, purtroppo, sempre attuale. I continui aggiustamenti della struttura, nel corso dei secoli, hanno determinato alcune criticità strutturali che oggi rendono necessario l’intervento di consolidamento e manutenzione delle coperture.

    Le criticità della cupola e delle navate

    carignano-cupola-internoDa dentro la chiesa, se si osservano i soffitti, è facile notare ampie e lunghe crepe che si propagano per tutta la lunghezza delle navate e dalla base della cupola fino a quasi la sua sommità: l’assestamento del terreno e il carico che le coperture sopportano hanno determinato questi danni, che al momento non mettono in discussione la staticità dell’edificio, ma che è necessario tamponare prima che sia troppo tardi. «Procederemo in tre fasi – racconta l’architetto Claudio Montagni, durante la presentazione dei lavori – con le quali prima consolideremo il manufatto, per poi restaurare le coperture esterne e infine sistemare gli interni». Uno dei fattori che secondo gli esperti ha contribuito al decadimento della struttura è stato l’otturamento e la mancata manutenzione nei secoli dell’ingegnoso sistema di raccolta e scarico delle acque pluviali: «L’Alessi aveva predisposto un innovativo sistema per gestire il peso dell’acqua meteorica – sottolinea Montagni – attraverso delle condotte e della “cadute”che attraversano i vari strati architettonici, per poi finire in otto pigne laterali che portano a terra. Di queste solo quattro sono regolarmente in funzione oggi». Anche le opere di manutenzione susseguitesi durante i secoli hanno indebolito le coperture estere: «Il tamburo che sorregge la cupola è stato intonacato con del cemento, nascondendo i colori della Pietra di Finale, voluta appositamente dall’Alessi per la sua cromaticità unica». L’idea alla base dei progetti è proprio quella di riportare tutta la basilica all’aspetto originario, intervenendo in maniera invisibile e reversibile.

    carignano-cupola-esternaL’intervento di messa in sicurezza e restauro

    «L’intervento prevede la sistemazione di dieci “cinghie”spiega l’ingegnere Andrea Pepe, responsabile dell’interventocinque destinate alla cupola interna e cinque relative a quella esterna, che permetteranno di “stringere” la struttura, ridistribuendo il peso nella maniera corretta». A causa delle crepe, infatti, il peso della lanterna sommitale, oggi grava in maniera non ottimale sui meridiani della cupola, rischiando di far cedere tutta la costruzione. «Le cinghie saranno di una speciale lega di carbonio, in modo da non pesare sulla struttura e poter essere rimosse in futuro». Per quanto riguarda le volte delle navate, invece, saranno predisposti dei cavi, ancorati alla base del tamburo: «I camminamenti costruiti sul tetto – sottolinea Pepe – sono un peso fisso e concentrato, che deve essere ridistribuito per evitare il crollo». Anche in questo caso l’intervento sarà totalmente reversibile. Una volta messa in sicurezza la struttura, si procederà con i lavori di restauro degli esterni, eliminando il cemento dell’intonaco aggiunto durante i restauri precedenti, e ripristinando gli elementi architettonici originari. La terza fase porterà al ripristino degli interni, seguendo il progetto dell’Alessi. I finanziamenti necessari saranno messi a disposizione dalla C.E.I. e dalla banca San Paolo: del 1,2 milione necessario, quindi, non un euro arriverà dalle casse pubbliche, sempre tristemente vuote quando si tratta di cultura, ma sempre disponibili quando si tratta di finanziare grandi opere cementifere. Nei prossimi giorni, quindi, inizieranno i lavori di impalcatura che rivestiranno la cupola della chiesta come oggi è ingabbiata quella di San Lorenzo; se non ci saranno intoppi il tempio sarà restituito alla città in tutta la sua bellezza fra due anni.

    La basilica di Santa Maria Assunta di Carignano è un gioiello tutto genovese, con una storia ed un’anima quasi totemica per la città: da un lato, infatti, è stata per secoli una “grande opera” incompiuta, mentre oggi è un gioiello dimenticato dalla amministrazione pubblica, troppo distratta ad inseguire improbabili progetti dalla dubbia utilità pubblica. Ma d’altra parte si sa: “scinché e prie anian a-o fondo, d’abbelinæ ghe ne saià delongo”

    Nicola Giordanella

  • Voltri, la biblioteca Benzi aperta solo a metà. Ancora ritardi sulla messa in sicurezza

    Voltri, la biblioteca Benzi aperta solo a metà. Ancora ritardi sulla messa in sicurezza

    biblioteca-benzi-voltri-cargoLa biblioteca Rosanna Benzi di Voltri continua a farsi aspettare. Ormai “scaduta” l’ultima promessa di riapertura, fissata per la fine dell’estate, il nuovo orizzonte temporale diventa il mese di dicembre. «Prima di Natale», azzarda il presidente del Municipio VII Ponente Mauro Avvenente, «entro la fine dell’anno» sostiene invece l’architetto del Comune di Genova Roberto Tedeschi, tra i tecnici che si sono occupati del progetto di messa in sicurezza dell’edificio. Sfumature di poco conto, rispetto agli ormai 3 anni di chiusura forzata, di rinuncia, per il quartiere, di un punto di riferimento importante. Una rinuncia interrotta solo dalla riapertura per pochi giorni nel marzo del 2015, che col senno di poi non può non suonare come una beffa.

    I ritardi sulla messa in sicurezza

    A dare l’annuncio ai cittadini del nuovo ritardo sono state le stesse autorità locali, in occasione della festa per la riapertura del Teatro del Ponente, lo scorso 10 settembre. Il “Cargo”, come viene spesso chiamato, condivide con la biblioteca Benzi la stessa struttura ottocentesca di Piazza Odicini. E proprio questa convivenza ha portato a nuovi problemi logistici e all’ultimo, sgradito, rinvio: «La scorsa estate i Vigili del Fuoco hanno rilevato che, secondo una recente normativa, teatro e biblioteca non sarebbero potuti stare nella stessa struttura – spiega Avvenente – se non a seguito di costosi interventi per la messa in sicurezza». Il riferimento è, ancora una volta, al dpr 151/2011, una normativa antincendio che già in passato ha messo dei paletti stringenti ai lavori sulla struttura.

    Gli interventi necessari riguardano in particolare la controsoffittatura e avrebbero avuto costi intorno ai 400-500 mila euro. Una cifra decisamente ingombrante, in aumento rispetto ai circa 350 mila euro previsti fino all’inizio della scorsa estate, che aveva scoraggiato non poco gli enti locali. «Grazie all’abilità dei tecnici siamo però riusciti ad abbattere i costi, con l’utilizzo di certi materiali ignifughi e alcune modifiche strutturali, senza perdere nulla in termini di sicurezza – chiarisce Avvenente – e oggi parliamo di una spesa complessiva intorno ai 65-70 mila euro». Più prudente sui numeri l’architetto Tedeschi: «Abbiamo adottato un approccio diverso, più ingegneristico – spiega a “Era Superba” – che ci ha consentito di ridurre di molto i costi, trovando al tempo stesso una soluzione gradita ai Vigili del Fuoco».

    Apertura a metà

    La lunga trafila sui lavori non ha impedito, però, una ripresa, parziale, delle attività. Dalla scorsa estate è infatti stato aperto nell’atrio un punto prestito, per un’iniziativa chiamata “Libri sotto l’ombrellone”. Vista la buona risposta da parte del pubblico, il servizio verrà mantenuto anche per i mesi autunnali e consentirà di prendere in prestito libri tutti i giorni feriali dalle 9 alle 13, con apertura pomeridiana dalle 14.30 alle 18.30 al lunedì e al mercoledì.

    Una misura certo gradita dai cittadini ma che non stempra il clima d’attesa per la riapertura, definitiva, della biblioteca intitolata a Rosanna Benzi, per la quale manca ancora l’ok della Sovrintendenza. Un passaggio che l’architetto Tedeschi definisce una formalità, dopo il via libera sottoscritto dai Vigili del Fuoco. All’appello mancano poi altri interventi minori, come i rilevatori antifumo. «Sembra che questa volta sia quella buona – chiosa Avvenente – anche se, visti i precedenti, un po’ di scaramanzia è d’obbligo». A Voltri, lo sperano tutti. C’è chi ha azzardato una data (il 12 dicembre) che però non sembra avere fondamento. Qualunque sarà il giorno, lettori e studenti troveranno una biblioteca diversa da quella di tre anni fa, più moderna, con servizi di auto-prestito automaticizzati e un taglio generale più “tecnologico”. Novità già annunciate da tempo, che, a differenza dei lavori sulla messa in sicurezza, non hanno incontrato ostacoli negli ultimi mesi. Non resta che aspettare.

    Luca Lottero

  • Sturla, il parco pubblico di via Chighizola divide i cittadini. Chiuso all’insaputa del Comune

    Sturla, il parco pubblico di via Chighizola divide i cittadini. Chiuso all’insaputa del Comune

    chighizola02Chiusi per un cedimento di una passerella nel 2014, e mai riaperti: questa la sorte dei giardini pubblici di via Chirghizola, in un quartiere, quello di Sturla, già in “debito di ossigeno” per la questione legata allo spazio verde comunale di fatto annesso agli impianti di Villa Gentile. Una questione, quella legata alla fruibilità di questo parco, che divide anche i cittadini stessi di Vernazzola: sotto il giardino, infatti, sono presenti una ventina di box auto, i cui proprietari, responsabili in solido delle spese di manutenzione dello spazio, si stanno opponendo alla riapertura della area pubblica.

    Una storia travagliata

    Ma andiamo con ordine: nel 2006 il Comune di Genova firma la convenzione secondo la quale la società Immobiliare Mare ha il permesso di costruire box privati in quel declivio incolto all’epoca presente in via Chighizola di proprietà comunale, con il vincolo di realizzare e mantenere un parco pubblico soprastante, che comprende una servitù di passaggio per via dei Mille. La società immobiliare cede poi la proprietà alla ditta Ere Costruzioni Uno s.r.l, insieme, ovviamente, agli oneri stipulati con l’amministrazione. I lavori sono lunghi: nel 2010 sono completati i box, mentre per lo spazio verde bisogna aspettare il 2012. Ma nonostante i lavori siano stati completati, il parco non apre. Nel 2013 arriva formale diffida da parte di Tursi, ma solo nel 2014, esattamente a giugno, i cittadini possono varcare i cancelli del giardino. L’estate però dura poco, e, durante le forti piogge del autunno, una parte del percorso che porta in via dei Mille, cede al peso dell’acqua; l’incolumità dei passanti è a rischio, e lucchetti sono inevitabili. Oggi, però, dopo quasi passati due anni, quei lucchetti sono ancora lì, chiusi. Il parco pubblico di via Chighizola è diventato un buco “verde” inaccessibile per i cittadini della zona, e non solo.

    Cittadini divisi

    A denunciare il protrarsi di questa incredibile situazione è il Comitato per la Difesa di Sturla, che da anni lamenta l’impossibilità di fruire dei pochi spazi verdi del quartiere. Oggi siamo all’impasse: dopo il crollo, infatti, si è aperto un contenzioso per stabilire a chi spettino i lavori di ripristino e messa in sicurezza del sito; una querelle che ha visto una triangolazione di rimpalli tra Comune, impresa costruttrice e gli attuali proprietari dei box. Questi ultimi, stando alla convenzione in essere, sono i responsabili in solido per i costi di manutenzione, utenze e guardiania del complesso, parco compreso. L’assemblea dei proprietari, però, ha deciso di fare ostruzione; lo racconta uno dei dodici proprietari dei box sottostanti i giardini, durante il nostro sopralluogo: «Non possiamo pagare per tutti – spiega la donna – oltre alla luce, ai giardinieri e ai guardiani che dovrebbero aprire e chiudere i cancelli, in passato abbiamo dovuto sostenere spese di ripristino di piante e arredi, vandalizzati più volte, anche dai bambini; ed è per questo che abbiamo deciso di non aprire più il parco, in attesa che il Comune faccia la sua parte». Nei fatti, però, la convenzione parla chiaro: chi possiede i box deve garantire la servitù di passaggio e l’apertura 8-20 del parco pubblico.

    chighizola01L’amministrazione comunale, dal canto suo, non sembra essere proprio “sul pezzo”: a metà settembre, infatti, facendo seguito ad una formale interrogazione presentata dal consigliere Stefano De Pietro (M5S) ha dimostrato di non sapere né della frana, né della chiusura, rispondendo che agli uffici «non sono pervenute notizie in merito ad un presunto crollo strutturale» e puntualizzando che «ogni eventuale responsabilità per inadempienze, connesse alla realizzazione dell’intervento, con opere di urbanizzazione a scomputo, ricadono sulla società proponente e i suoi successivi obbligati in solido».

    Ancora una volta, quindi, i pasticci del passato sono diventati macigni del presente; la scelta poco lungimirante di affidarsi ai privati per la gestione di parchi pubblici, anche se formalizzata da contratti e convenzioni, si sta rilevando fallimentare: l’affare lo ha fatto chi ha costruito e venduto i box, mentre per i cittadini è rimasto un groviglio burocratico che, come risultato, ad oggi, ha solo dei cancelli chiusi. Oltre alla beffa e al danno, rimane il paradosso di avere del verde pubblico non accessibile al pubblico.

    Nicola Giordanella

  • Messa in sicurezza del Bisagno, il balletto dei fondi tra Regione Liguria e Governo

    Messa in sicurezza del Bisagno, il balletto dei fondi tra Regione Liguria e Governo

    img_0958A poche ore dalla visita del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti, “striglia” il governo sulle cifre dei fondi stanziati per la messa in sicurezza del bacino del Bisagno. Si parla dei 275 milioni provenienti dai fondi di Italia Sicura, dei quali 65 sono previsti per il terzo lotto della copertura sul Bisagno, 165 sono previsti per lo scolmatore del Bisagno, 5 milioni per quello del Fereggiano (che ha costi complessivi di 45 milioni di cui 25 stanziati dal governo Monti, 15 dalla giunta Doria del Comune di Genova e 5 da Italia Sicura che, tuttavia, inizialmente avrebbe dovuto coprire la Regione Liguria), 10 milioni per collettare i rivi Noce e Rovare nel Fereggiano. Il bisticcio sui conti nasce dal fatto che i fondi messi in campo dal governo, provverrebbero di fatto dal Fsc (Fondi di Sviluppo e Coesione), ovvero soldi europei destinati alle regioni, scomputati alla Liguria a causa dei finanziamenti già ricevuti attraverso il piano nazionale “Italia Sicura” per la messa in sicurezza idrogeologica del territorio. In sintesi, dunque, i soldi arrivati a Genova grazie all’operazione lanciata da Renzi non sarebbero puramente fondi governativi ma finanziamenti comunitari “sottratti” alla Liguria per altre opere.

    La cifra in discussione sarebbe di circa 90 milioni di euro, in linea di massima corrispondente ai 95 milioni di euro di finanziamento per il lavori del terzo lotto della copertura del torrente Bisagno che verranno inaugurati venerdì dal presidente del Consiglio. «E’ stato chiaramente detto – spiega all’agenzia Dire l’assessore regionale all’Ambiente e alla Protezione Civile, Giacomo Giampedroneche nei riparti regionali dei fondi Fsc (per cui alla Liguria spetterebbero circa 140 milioni del totale nazionale che supera i 2 miliardi di euro) non c’è spazio per tutti e per questo una quota verrebbe addebitata alla Regione Liguria che già gode dei fondi del piano nazionale di Italia Sicura». L’assessore ricorda che il tema è sul tavolo da circa 2 mesi ma «non si possono mischiare i piani nazionali con quelli regionali, altrimenti si dica chiaramente che il terzo lotto della copertura del Bisagno viene coperto interamente dalla Regione Liguria».

    Un litigio dal sapore elettorale: le opere di messa in sicurezza di un territorio come quello del bacino idrico del Bisagno, famoso per le puntuali alluvioni, sicuramente possono portare lustro per chi le ha sbloccate dopo tanti anni di attesa, e le ha portate avanti. Non possiamo dimenticare il battage mediatico che accompagnò tutta l’operazione Italia Sicura. Nei fatti, però, il governo vanterebbe un impegno economico in realtà sostenuto solo in parte.

    La polemica tra Giovanni Toti e il governo arriva a pochi giorni dalla visita del premier, atteso a Genova per l’inaugurazione del terzo lotto dei lavori per il rifacimento della copertura del Bisagno, per cui la previsione di spesa è stata di 95 milioni di euro. Una spesa che però potrebbe essere più contenuta, grazie alla revisione del piano economico e ai ribassi d’asta, con un risparmio di circa 40 milioni: «Abbiamo già detto a giugno ai vertici di Italia Sicura– spiega l’assessore comunale Gianni Crivelloche gradiremmo che questi fondi si fermassero a Genova e per questo abbiamo già presentato diversi progetti sui ponti della Val Bisagno, sui rivi minori e sulle aree franose sempre nella zona percorsa dal torrente».

    «Se i fondi utilizzati di fatto sono Fsc e quindi regionali – replica l’omologo regionale Giampedrone – spetterà alla Regione Liguria decidere dove destinare le risorse e non al Comune di Genova che dice di aver già pronto per il governo un proprio piano». Ma la polemica tra De Ferrari e Palazzo Tursi non finisce qui. Giampedrone si scaglia anche contro la scelta del Comune di organizzare per domani una visita riservata alla stampa nei cantieri del Bisagno e del Fereggiano, a due giorni dall’arrivo del premier: «Ben venga la visita sul Fereggiano per cui il Comune ha messo importanti finanziamenti ma vorrei ricordare, invece, che per quanto riguarda la copertura del Bisagno siamo di fronte a una struttura commissariale di competenza della Regione Liguria. Il Comune può parlare dell’interferenza del cantiere sulla città ma non di come vengono svolti i lavori. Altrimenti – conclude l’assessore – invece che fare passerelle per la campagna elettorale, il sindaco Doria si prenda anche la competenza di un cantiere che, se andiamo a inaugurare venerdì con Renzi, è merito di un assessore regionale che ha lavorato sodo per potare in fondo tutte le pratiche».

    Quella di Renzi, quindi, non sarà una passeggiata: l’inevitabile passerella politica potrebbe riservare uno strascico di polemiche e criticità molto forti, in un clima da campagna elettorale, sia per la riforma costituzionale sulla quale il presidente del consiglio si è giocato l’all-in, sia per le prossime amministrative del capoluogo ligure. Nel frattempo sta arrivando la stagione delle piogge, e Genova è tutt’altro che al sicuro.

     

  • Iplom, ripartono i pompaggi di greggio. La prefettura al lavoro sui Piani di Emergenza Esterna

    Iplom, ripartono i pompaggi di greggio. La prefettura al lavoro sui Piani di Emergenza Esterna

    fegino.iplom2La raffineria di Busalla a brevissimo rientrerà in funzione: in queste ore, infatti, stanno ricominciando i pompaggi attraverso le tubature che dal Porto Petroli di Multedo portano il greggio ai depositi di Fegino, e da lì poi fino in Valle Scrivia. Dopo il dissequestro, nei giorni scorsi le condotte sono state sottoposte ai collaudi Mise previsti dalla legge, supervisionati da Guardia Costiera e Vigili del Fuoco: da qui il via libera per il riavvio degli impianti; in primo luogo verranno riempiti i depositi di Fegino, e solo successivamente il petrolio sarà pompato fino alla raffineria Iplom di Busalla, che entro un paio di settimane dovrebbe tornare a pieno regime, secondo quanto dichiarato dall’azienda.

    Una buona notizia per gli operai dell’azienda, da mesi in cassa integrazione: da qualche giorno molti sono già stati richiamati per le prime operazioni di riaccensione dell’impianto. Entro poche settimane la situazione dovrebbe tornare alla normalità pre-incidente. Dal canto suo Iplom ha accantonato 3 milioni di euro per le manutenzioni dei prossimi anni, che per ogni condotta dovranno avere luogo con ciclo triennale.

    I tempi lunghi della bonifica

    Tempi lunghi, invece, per la bonifica definitiva, come spiega l’assessore all’Ambiente del Comune di Genova, Italo Porcile: «La legge prescrive dei tempi tecnici che non possiamo scavalcare – spiega – la cui ragione sta nel fatto che certe operazioni devono essere approfondite. Comunque ogni sforzo è teso per fare tutto con rapidità ed efficacia». Il Piano di Caratterizzazione (il documento che riporta lo stato dell’arte del sito, una sorta di diagnosi, ndr) proposto da Iplom nei giorni scorsi, infatti, secondo Arpal deve essere approfondito in alcune sue parti (soprattutto quelle riguardanti l’alveo del Polcevera) ed è lo stesso Porcile a spronare Iplom per: «completare il documento secondo le richieste fatte entro pochi giorni, per poter così partire con i lavori di bonifica».

    Di pari passo procederanno le operazioni di messa in sicurezza idraulica del rio Fegino, che presenta diverse criticità. Su questo, però, non c’è ancora l’accordo tra Comune e azienda: secondo l’assessore Crivello, infatti, la sistemazione del bacino idrico del torrente dovrà seguire la bonifica, mentre per Iplom, le operazioni di pulizia del suolo potranno essere svolte compiutamente solo dopo i lavori di messa in sicurezza. Un nodo che dovrà essere sciolto nei prossimi giorni, per evitare ulteriori lungaggini.

    La Prefettura al lavoro

    Durante le ore che seguirono l’incidente, Era Superba aveva denunciato la mancanza di Piani di Emergenza Esterni aggiornati. Nel frattempo gli uffici della Prefettura di Genova hanno incominciato a lavorate sulla stesura dei nuovi piani: on-line si possono trovare oggi le relazioni preliminari di alcuni siti, e fino al 3 di ottobre potranno essere presentate osservazioni, richieste e chiarimenti. Al momento sono sei i PEE in fase di lavorazione: la speranza è che l’iter si concluda al più presto per tutti i siti a rischio di incidente rilevante, per evitare ulteriori rischi alle persone che abitano, lavorano o transitano nelle vicinanze di questi impianti.

    Se negli oleodotti il petrolio è tornato a scorrere, l’emergenza ambientale non è finita: i danni provocati dalla fuoriuscita di circa 700 mila litri di greggio non sono ancora stati quantificati con certezza, e i territori colpiti sono ancora in attesa di risposte certe riguardo la bonifica. Per centinaia di persone, il ritorno ad una normalità vivibile è ancora un miraggio.

    Nicola Giordanella

     

     

  • Movida, parte l’osservatorio per valutare gli effetti dell’ordinanza. Un passo indietro è possibile

    Movida, parte l’osservatorio per valutare gli effetti dell’ordinanza. Un passo indietro è possibile

    Vicoli, Centro Storico di GenovaNonostante il respingimento da parte del Tar della Liguria della sospensiva contenuta nel ricorso contro l’ordinanza anti movida, presentato lo scorso maggio da Ascom-Confcommercio e Confesercenti, qualcosa sembra muoversi e la direzione potrebbe essere quella di una parziale revisione dell’ordinanza da parte del Comune di Genova.

    «Nelle prossime ore si riunirà per la prima volta un osservatorio dedicato alla movida, formato da cittadini, esercenti, circoli, e associazioni di categoria, per fare il punto sull’ordinanza dopo quattro mesi dalla sua entrata in vigore», ha dichiarato l’assessore comunale allo Sviluppo Economico, Emanuele Piazza. L’obiettivo è quello di trovare un equilibrio tra le esigenze della cittadinanza e quella dei titolari dei locali notturni, che dopo l’entrata in vigore dell’ordinanza hanno registrato diverse sofferenze a causa delle chiusure anticipate: all’una di notte nei giorni feriali e alle 2 nel weekend. «Nessuno vuole ammazzare il centro storico, ne impedirne il godimento notturno da parte della popolazione – continua Piazza – per questo cercheremo di trovare un equilibrio capace di mettere d’accordo cittadini ed esercenti, dopo aver analizzato i pro e i contro dell’ordinanza oggi in vigore. Sicuramente cercheremo di premiare i locali che operano nel rispetto delle regole».

    Queste parole ancora una volta sottolineano il fatto che questo provvedimento sulla movida fu pensato anche per contenere il dilagante fenomeno dei minimarket, spuntati come funghi nel cuore del centro storico genovese nel corso degli ultimi anni. Il ricorso presentato al Tar da parte delle Associazioni di categoria escludeva, infatti, questi esercizi commerciali, che spesso vivono in quella sottile zona d’ombra che separa la legalità dall’illegalità, complice una legislazione impreparata al fenomeno (diffusissimo in molte città europee) e la crisi economica che ha fortemente minato gli esercizi commerciali tradizionali, esponendoli ad una concorrenza inedita.

    Come si apre un minimarket? 

    Sono proprio le procedure, maggiormente liberalizzate negli ultimi anni, ad aver creato questo contesto così esplosivo: se nel quadro economico odierno aprire e mantenere un’attività commerciale rappresenta un’impresa non priva di costi e di rischi, per gestire un esercizio di vicinato (così come sono catalogati iminimarket) la questione è un po’ diversa in quanto non sono necessarie particolari qualifiche o permessi per poterne avviare uno. Per una superficie sotto i 250 metri quadrati, infatti, è sufficiente comunicare al comune l’inizio dell’attività e renderla operativa entro i 30 giorni dalla consegna della comunicazione scritta. Il titolare dell’attività è tenuto ad essere in possesso di una Licenza per alimenti che viene rilasciata dall’ufficio Igiene del Comune dopo l’ispezione e il parere dell’Asl che verifica che siano state rispettate le norme vigenti. Il titolare del minimarket deve avere lavorato per due anni (negli ultimi cinque) nel settore alimentare, come dipendente o coadiutore, oppure deve seguire un corso specifico presso la Camera di Commercio o un ente di formazione abilitato. Nei fatti è evidente come l’apertura di un esercizio di vicinato non richieda particolari esborsi economici, ne particolari abilitazioni a differenza di altre tipologie di locali notturni; basta pensare che per acquistare una licenza di un bar sono necessari circa 70 mila euro, con tutte le certificazioni del caso relative alla preparazione e alla somministrazione di cibo e bevande, che permettono i “coperti”, di avere un vano adibito a cucina e tutto quello che un semplice minimarket non ha.

    Mal di pancia

    Nel frattempo, però, i nuovi orari di chiusura imposti dal Comune stanno creando non pochi mal di pancia agli esercenti del centro storico genovese: «La chiusura anticipata imposta da questa ordinanza influisce negativamente sui nostri incassi – racconta il titolare di uno storico locale delle Vigne – se il Comune intende mantenere questa rotta dovrebbe estendere questo regolamento anche fuori dal centro storico, perché facendo così non fa altro che spostare il lavoro in altre aree della città e non mi sembra corretto». La discussa ordinanza è nata dalla lettura emotiva di un contesto complicato: da un lato quello che per alcuni rappresenta il degrado (consumo di alcool, gente in strada fino a tardi, sporcizia), e dall’altro il voler vedere il centro storico ordinato, lucido e perfetto. La soluzione è stata una legge rigida, che ha provato a regolare la fluidità dell’economia della “Città Vecchia”: il risultato è una cura peggiore del male, che rischia di mettere in ginocchio chi ci lavora, svuotando i vicoli della loro anima commerciale.

    Andrea Carozzi

  • La visita ad un Salone di ottocento anni fa. Ecco lo speciale Nautico di Ianuenses

    La visita ad un Salone di ottocento anni fa. Ecco lo speciale Nautico di Ianuenses

    porto-genova-medievo-xvsecE così anche quest’anno il Salone Nautico ha aperto i suoi battenti. Sono sincero: l’iniziativa m’interessa, ma fino a un certo punto; e ciò nonostante abbia una certa familiarità col mare (più con quello medievale che con quello odierno…). Tuttavia, devo notare una grave mancanza. Non voglio affatto sembrare presuntuoso, ma non posso, comunque, esimermi dal dire la mia: il Salone, in sé, manca d’una narrazione; nasce e muore nell’ambito ristretto del business. E ciò, nonostante tenti d’ammantarsi di motivi, per così dire, “emozionali” o si rivolga sempre più al semplice appassionato di subacquea, canottaggio, canoa, windsurf o, perché no, di nuoto. Tentativo d’accalappiare quanta più gente possibile? Probabile. In realtà, ciò che manca è, piuttosto, una cornice capace di far viaggiare innanzitutto con la fantasia, lungo rotte inesplorate, al seguito di quei Genovesi – crociati, mercanti e navigatori – dispersi in diversis mundi partibus, in un tempo in cui Genova era davvero Superba. Dove la grande tradizione marinara genovese? Dove i trascorsi marittimi d’una città un tempo signora del mare e padrona del Mediterraneo?

    Credo che il Salone necessiti urgentemente d’una narrazione (prettamente storica, naturalmente); mi pare, cioè, che la grande storia marinara genovese debba necessariamente costituirne la cornice permanente. Quanto ciò richiamerebbe visitatori ulteriori, attratti, oltre che dallo scintillio dei ponti, dal fascino d’una tradizione secolare! Signori, questo non è affatto marketing (o, almeno, non lo è soltanto), e nemmeno mero campanilismo (chi parla non è affatto genovese): questo è puro e semplice rispetto per una tradizione straordinaria.

    Un Salone di ottocento anni fa

    In realtà, basterebbe veramente poco. Cosa accadrebbe, ad esempio, se ci accingessimo a visitare un salone di ottocento anni fa? Immaginiamo di risalire il corso del Bisagno, di seguire l’antica via romana corrispondente grossomodo all’attuale via San Vincenzo, di raggiungere e oltrepassare la porta di Sant’Andrea – porta Soprana – e di immergerci finalmente nel cuore della vita cittadina, seguendo questa o quella ruga sino ai portici della Ripa maris. Volgiamo ora lo sguardo al mare. Di fronte a noi vedremmo imbarcazioni differenti: grandi naves mercantili e galee basse e veloci, e poi una pletora di legni minori, generalmente a remi, come il bucio, il golabio, il palischermo, il sandalo e la saettìa. Ovunque, alberi, vele, corde, marinai indaffarati, mercanti, ufficiali della dogana e via dicendo.

    Tutto ciò doveva essere assai familiare ai Genovesi d’età medievale, abituati alla vista di grosse naves mercantili dalle forme tondeggianti. Dotate di due alberi a vela latina e d’uno o più ponti, possedevano un cassero di poppa e un rudimentale castello sopraelevato sulla prua, destinato a ospitare dei soldati. Nel tempo s’erano ingrandite, assumendo nomi caratterizzanti: da Pomella, Gazzella, Dolce s’era passati a Falcone a Regina, Panzone, Scurzuta e Berarda, per citarne solo alcune. Non mancano le descrizioni: una navis del 1246, utilizzata per la crociata di Luigi IX, e che per questo aveva a bordo una cinquantina di cavalli, era lunga trentasette metri e mezzo, larga dieci e alta dalla chiglia circa otto metri; l’albero prodiero giungeva a un’altezza di venticinque metri mentre quello centrale era poco più basso. Gli animali erano alloggiati nel primo ponte, sopra le sentine; soldati, scudieri e viveri, nel secondo ponte; nobili e cavalieri nel cosiddetto paradisus, situato a poppa, al di sotto del cassero.

    Un veliero del genere, lento ma robusto, poteva ospitare sino a trecento persone, oltre a una cinquantina di marinai. Nulla a che vedere con la galea, lunga una quarantina di metri, larga circa tre e alta quasi due. Dalla prua dotata di sperone e dalla poppa alta e arcuata, dotata ai lati di due grandi remi che fungevano da timone, era inizialmente manovrata da due rematori per banco, per un totale di circa centoventi-centocinquanta uomini che agivano su un remo a testa. La sua agilità la rendeva uno strumento perfetto per la guerra o per la difesa delle naves da trasporto. Anch’essa, ad ogni modo, avrebbe conosciuto una certa evoluzione. Verso la fine del Duecento, in corrispondenza delle guerre contro Pisa e Venezia, fu adottato il sistema del terzarolo, il banco a tre vogatori, ciascuno dei quali agente su un remo, che permetteva d’imbarcare un numero maggiore di persone mantenendo inalterate potenza e velocità. Rispetto a Venezia, l’evoluzione della galea genovese avrebbe accusato, tuttavia, un lieve ritardo, legato al suo utilizzo prevalente nel Tirreno. La città lagunare sarebbe andata definendo, infatti, nuove tipologie costruttive, a metà strada tra la galea e la navis, adottate a Genova con maggiore lentezza: la tarida, già in uso nel Duecento, la galea grossa e la galea da mercato, meno capienti delle naves ma più veloci e adatte sia per il commercio che per la guerra. L’esigenza era quella d’aumentare il più possibile il volume di traffico, e dunque il tonnellaggio; al contempo di difendersi dalla guerra di corsa. La galea sottile, così definita per distinguerla dalla consorella, avrebbe continuato a essere utilizzata sino a tutto il Quattrocento, e oltre, anche se quasi esclusivamente in contesti bellici. Essa avrebbe accolto progressivamente elementi innovativi, come le bombarde, sistemate a prua, o il timone centrale, incastrato nella ruota di poppa, che lentamente sostituirà i due timoni laterali.

    L’evoluzione del Trecento e del Quattrocento

    Il Trecento conobbe, invece, una decisa evoluzione del modello della navis, grazie all’introduzione della cocca, dotata d’un solo timone e d’un albero centrale, utilizzata per il trasporto di merci pesanti. L’utilizzo della vela quadra fu mutuato (ben più del timone centrale, già in uso nel Mediterraneo) dalle imbarcazioni nordiche e atlantiche, le quali necessitavano di sfruttare al meglio i venti costanti e gli alisei (se ne sarebbe accorto Cristoforo Colombo, il quale, partito da Palos nel 1492, avrebbe ordinato di cambiare le vele latine di una delle due caravelle, la Niña). Rispetto alle consorelle del Mare del Nord, la cocca mediterranea avrebbe subito, tuttavia, un processo d’ingigantimento. Entro la fine del secolo i grandi tonnellaggi sarebbero stati appannaggio esclusivo della marina genovese. Queste grandi naves imbarcavano un’ottantina di marinai, di cui circa la metà famuli, mozzi; nel numero erano compresi, inoltre, una quindicina di balestrieri. Si trattava d’una notevole riduzione della forza lavoro, funzionale al calo demografico successivo alla grande peste di metà secolo, ma fonte di diffusa disoccupazione.

    Il Quattrocento avrebbe assistito a una nuova evoluzione della navis, dotata progressivamente d’ulteriore alberatura e pennoni: la mezzana, collocata a poppa, e il trinchetto, a prua. Imbarcazioni di questo tipo, le quali possedevano in genere tre alberi (quasi sempre a vele quadre), un castello di prua più alto del cassero e una tolda, un tavolato che proteggeva la coperta e l’equipaggio dai proiettili nemici, erano definite nei porti nord-europei col termine caracca. Nonostante l’apposizione d’ulteriori vele propulsive, si trattava d’imbarcazioni lente, problema al quale s’ovviava diminuendo le tappe (talvolta saltando anche la consueta sosta presso il porto genovese). La perdita d’una sola di queste imbarcazioni comportava danni enormi. Di qui la necessità di suddividerne la proprietà in parti o carature, secondo una pratica risalente quantomeno al XII secolo.

    Già. Anche allora la nautica era essenzialmente business, e, dunque, rischio e commercio, rappresentando per molti un valido mezzo di sostentamento. Perché non riscoprire, dunque, per le prossime edizioni del Salone questa grande tradizione?

    Antonio Musarra

  • Palafiumara, la Giunta strappa accordo in Commissione, ma non si fermano le polemiche

    Palafiumara, la Giunta strappa accordo in Commissione, ma non si fermano le polemiche

    105-stadium-2Il 30 settembre scadono i termini per pagare la rata semestrale del mutuo, ma i soldi non ci sono; la General Production srl, la società che ha costruito e ha in concessione il palazzetto multifunzione della Fiumara, ospite in Commisione congiunta Bilancio e Promozione della Città, alza la voce e ricorda gli impegni della amministrazione, mettendo in chiaro i rischi di un ulteriore rifiuto: fine anzitempo della concessione, e costi di ammortamento a carico delle casse comunali. Dopo ore di discussione si trova la quadra, forse: Comune e azienda si metteranno intorno al tavolo per aggiornare le clausole del contratto, garantendo una maggior fruibilità da parte del ente pubblico del Palafiumara, in cambio del via libera alla proroga.

    I toni della seduta sono stati vivaci ma gli esiti rimangono incerti: sotto attacco la gestione di tutto l’affaire da parte della giunta, e forti critiche per la politica “sportiva” dell’amministrazione. Una città come Genova che soffre per la inadeguatezza delle strutture dedicate, ma che al contempo non è capace di essere attrattiva per i grandi eventi (sportivi ma anche di spettacolo), nonostante la pratica sportiva dei cittadini sia in aumento, stando alle ultime statistiche.

    Tutti contro la Giunta

    È lo stesso Ernesto De Filippis, amministratore di Generals Productions srl, a ricordarlo: «Il Coni non investe in Genova per i grandi eventi sportivi, e per gli eventi di spettacolo, come i concerti, spesso subiamo la concorrenza di altre location, come il Carlo Felice». Inoltre, quando il project fu pensato, si sperava che qualche squadra genovese «arrivasse nei campionati che contano, per quanto riguarda pallacanestro o pallavolo – sottolinea De Filippis – ma ciò non è avvenuto per cui non ospitiamo eventi fissi». Sono i rischi del business, gli viene fatto notare durante la seduta: «Se il Comune non rinnoverà la fidejussione, saremmo costretti a non saldare il mutuo, e interrompere la convenzione – ricorda l’amministratore – facendo ricadere le pendenze sull’amministrazione». Il tono di questa risposta non piace a molti consiglieri: le proteste per quello che sembra più una minaccia che una trattativa alzano un muro di proteste, per le quali tocca a Stefano Bernini mettere una pezza: «Questo tipo di progetti sono il frutto di politiche di qualche “mondo fa” – sottolinea il vicesindaco – oggi tutto è cambiato ma continuiamo a far fronte a queste eredità. Di tutte, però, questa oggi almeno è a costo zero». Particolarmente dure le critiche di Simone Farello, capogruppo del Partito Democratico, che accusa la giunta di approssimatezza nell’affrontare la questione, come molte altre «Non esiste una linea politica sullo sport – sottolinea – e la cosa allontana investimenti e risorse. Iren sponsorizza una squadra di pallanuoto torinese, quando in provincia abbiamo il meglio a livello europeo di questo disciplina». Stefano Anzalone, recentemente investito delle delega allo sport, più volte chiamato in causa, dribla il confronto, assentandosi più volte dall’aula.

    Chiarezza sui numeri

    Durante la seduta della Commissione, su sollecitazione dei consiglieri Boccaccio (M5s), Grillo (Pdl) e Baroni (Gruppo Misto), viene fatta un po’ di chiarezza sui i “numeri”, smentendo in parte quanto uscito sugli organi di stampa cittadini: è vero che dal 2017 non ci sarà più 105 come sponsor, ma  il canone annuale che General Productions incassa da Virgin è pari a 900 mila euro, in diminuzione rispetto all’oltre milione e 200 mila che veniva versato fino all’anno scorso; l’azienda concessionaria è alle prese con il rientro di due mutui, uno acceso all’inizio del progetto, di oltre 7 milioni di euro, e uno di circa 2 milioni per le ristrutturazioni del 2013. Solo sul primo però agisce la fidejussione del Comune di Genova: in caso di mancato pagamento, ad oggi sarebbero poco più che due milioni i debiti che la cassa pubblica perderebbe dalla cifra messa a garanzia, peraltro potendosi rivalere sulla GP nelle sedi opportune. Il danno economico per Tursi, se arrivasse lo stop definitivo alla fidejussione, quindi non sarebbe quello paventato da De Filippi sui giornali: sicuramente ci sarebbe un esborso e una altra gatta da pelare, ma nei fatti, in questa occasione è il Comune che sta dando una mano ad un privato, come lo stesso amministratore ricorda in conclusione del suo ultimo intervento: «Avevamo già calcolato di incassare il “sì” del Consiglio, ma se non arrivasse siamo in una brutta situazione, e il 30 settembre non riusciremo a pagare il Credito Sportivo. Per questo siamo disposti a metterci intorno ad un tavolo al fine di modificare alcune condizioni del contratto».

    Nei prossimi giorni, quindi, la delibera ritornerà in aula, tecnicamente uguale, ma con allegata la promessa di cambiare parte degli accordi a favore dell’ente pubblico; staremo a vedere, la cosa certa è che ancora una volta ci si deve confrontare con dei “mostri” gestionali del passato, senza avere i margini per predisporre scelte più virtuose per il futuro.

    Nicola Giordanella

     

  • Delibere comunali di iniziativa popolare, dopo lo stop il Comune corre ai ripari

    Delibere comunali di iniziativa popolare, dopo lo stop il Comune corre ai ripari

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Dopo il respingimento delle tre proposte di delibere di iniziativa popolare, motivato dalla mancanza del regolamento preposto, l’assemblea consigliare del Comune di Genova prova a rimediare colmando il vuoto normativo che dura da circa sedici anni. L’accelerazione arriva grazie alla Conferenza dei Capigruppo del Consiglio Comunale, che in concomitanza con l’annuncio del “diniego”, prova a mettere una pezza, chiedendo al presidente del Consiglio Comunale, Giorgio Guarello, di redarre un testo di base per partire con i lavori i commissione.

    «Dopo la richiesta dei capigruppo – spiega Guerello, uno dei veterani della Sala Rossa, in cui è presente dal 1993, oggi al terzo mandato come presidente dell’assemblea – ho preparato subito un testo, potenzialmente già “funzionante”, e l’ho sottoposto alla Commissione Affari Istituzionali per la discussione». Una discussione che però ha portato alla luce molti punti di disaccordo tra i diversi consiglieri e le diverse aree politiche, tanto che saranno necessarie altre riunioni per mettere a punto un testo da portare in consiglio per l’eventuale approvazione.

    Criticità normativa

    Diversi i punti ancora da chiarire; il primo dubbio sorto durante i lavori della commissione, è legato alla forma da dare alla nuova materia: non è ancora chiaro se si dovrà andare a modificare direttamente lo Statuto del Comune di Genova, che già prevede le proposte di delibera di iniziativa popolare, senza però regolamentarle, oppure creare un regolamento a parte, da integrare nel corpus normativo dell’ente pubblico. Entrando nel merito delle norme, l’aula si è divisa sulla possibilità da parte del Consiglio Comunale (in aula o in commissione) di poter emendare e modificare in qualche modo le proposte. Tra i fautori di questa possibilità, il consigliere Simone Farello, del Partito Democratico, che ha ricordato come «Questa modalità di iniziativa popolare si affianca e non sostituisce il Consiglio Comunale, che è un organo democratico, e deve mantenere le proprie prerogative». Contrari invece i consiglieri del Movimento 5 Stelle, di Federezione della Sinistra e alcuni consiglieri del Gruppo Misto, secondo i quali, invece, le proposte popolari dovrebbero essere messe in discussione così come presentate dai cittadini. Su questo tema si agganciano le richieste per inserire una norma per la decadenza delle proposte una volta che il consiglio abbia deliberato, nel frattempo, in materia, un po’ come succede a livello nazionale con i referendum. Altri nodi riguardano le tempistiche per la raccolta delle due mila firme necessarie, e per le modalità di istruttoria.

    Recuperare il tempo perduto

    Una delle questioni maggiormente discusse è sul come poter recuperare i quesiti presentati ad inizio estate, cosa che ha visto un consenso bipartisan: «Questa accelerazione è dovuta proprio dalla presentazione di queste tre proposte – spiega Guerello – che sono state le prime in questi sedici anni. Ora dobbiamo trovare un modo per poterle portare in aula e discuterle». In altre parole, la materia non è mai stata regolamentata perché non sono mai stata avanzate proposte di iniziativa popolare: come dire che la buca non è mai stato coperta, perché nessuno fino ad oggi vi era caduto dentro.

    Con oltre tre lustri di ritardo, quindi, l’organo rappresentativo per eccellenza del Comune di Genova prova a rimediare ad una falla abbastanza grossolana. I tre quesiti respinti saranno recuperati in qualche modo, probabilmente con una norma transitoria. Dopo la prima discussione in commissione, i capigruppo si sono impegnati a appianare le divergenze per poter portare in aula un testo il prima possibile. Meglio tardi che mai.

  • Buridda, il flash mob in stile medievale contro la vendita degli spazi occupati

    Buridda, il flash mob in stile medievale contro la vendita degli spazi occupati

    img_0086Il primo bando redatto dall’Università degli Studi di Genova scadrà il 21 settembre, e i ragazzi del Laboratorio Buridda hanno presentato la loro offerta; e lo hanno fatto con il loro stile, portando sotto il rettorato i loro talenti, simbolicamente racchiusi in un forziere stipato di monete (ovviamente “griffate” con l’inconfondibile polpo del Buridda). «Quello che abbiamo da offrire – spiegano i ragazzi – sono le nostre conoscenze e i nostri lavori di ricerca e studio, portati avanti nei laboratori e negli spazi autogestiti che da sempre il Laboratorio Buridda porta avanti, in totale apertura con la città».

    Il simbolico flash mob è in tema “Medioevo”: lancieri, contadini, un tamburino, il forziere scortato da due soldati armati di alabarde, e ovviamente un araldo che, dopo aver percorso via Balbi, davanti alla sede dell’ateneo declama il manifesto di questa iniziativa: «Tu che fosti alma mater da tempo sei devenuta ancilla pecunia, che per trenta denari scambi la tua natura di formatrice al peggior offerente che sia a favor di mercanti o di sette religiose da ogni dove». Questo un passaggio del proclama, che fa riferimento alle voci di corridoio secondo le quali uno dei probabili acquirenti potrebbe essere la chiesa mormonica. Da qui l’idea della ambientazione medievale: la vendita di spazi destinati allo studio, alla ricerca, alla cultura, destinati ad ospitare un tempio religioso; un abbinamento, quello tra conoscenza e religione, che «non può non ricordare i tempi bui del Medioevo», sottolineano i ragazzi del Buridda.

    Un’occasione, inoltre, per ricordare la vicenda legata alla vecchia sede del Buridda, quella di via Bertani, che dopo lo sgombero, voluto e messo in atto per poter vendere quell’edificio, giace in realtà in abbandono, vuoto e senza acquirenti. «O Populo che non favelli, strillo anco a te senza exclusione: che tu sia de lo vecchio mundo o che tu giunga da oltre le colonne d’Ercole, posso tu praticar la libertà di cogitar nello Laboratorio Libero de la Buridda. Non piegheremo lo nostro capo a la causa de lo Lucro, come da illo tempore fecit la ormai trapassata istituzione accademica genovese». Questo l’appello alla città lanciato dagli autonomi.

    «Ci sentiamo particolarmente colpiti da una istituzione come quella universitaria – spiegano i ragazzi – che nei fatti si è oramai sottomessa alla regioni del profitto, come altre istituzioni pubbliche». Ad oggi, infatti, alla vendita dell’edificio di corso Monte Grappa non è stata trovata una alternativa, e il rischio, come è noto, è quello di veder togliere gli spazi ai laboratori del Buridda: medioevo o no, lo sgombero sicuramente sarebbe un passo indietro per una città sempre più schiacciata dalle morse di una crisi che, purtroppo, non è solo economica.

    Nicola Giordanella

  • Mayela Barragan e il legame profondo tra Liguria e America Latina

    Mayela Barragan e il legame profondo tra Liguria e America Latina

    mayela-barraganLa poetessa cilena Gabriela Mistral, prima donna latinoamericana vincitrice di un premio Nobel per la letteratura, ha vissuto molti anni a Rapallo. Uno dei più grandi calciatori dell’Uruguay, Juan Alberto Schiaffino, fra gli “eroi” della leggendaria finale Uruguay-Brasile del campionato mondiale 1950, era originario di Camogli. Nell’isola nota come la più lontana del mondo dalla terraferma, Tristan da Cuñha, (appartenente al territorio britannico d’Oltremare di Sant’Elena, ma scoperta da navigatori portoghesi) alcuni fra i cognomi più diffusi sono di origine ligure. Nella toponomastica delle città liguri non mancano riferimenti all’America Latina, dai giardini Simon Bolivar a Corso Valparaiso. Molti abitanti di oggi hanno almeno un lontano ascendente emigrato in uno dei paesi latinoamericani, ed alcuni dei nuovi genovesi immigrati sono nati in Perù, Argentina, Ecuador, Venezuela…..ma da genitori di origine ligure. Sono solo alcuni degli esempi che ci raccontano come la relazione tra il territorio genovese e molte terre lontane, rafforzata dai flussi migratori degli ultimi decenni, sia in realtà molto più profonda e radicata di quanto comunemente si pensi, in particolare con i paesi latinoamericani.

    Mayela Barragan, giornalista e scrittrice di origine venezuelana laureata in Comunicazione sociale in Italia dal 1989, nei suoi articoli e nelle sue interviste si è specializzata proprio nel racconto approfondito dei legami linguistici e culturali fra la Liguria e l’America Latina. Per farlo ha scelto il periodismo (giornalismo in lingua spagnola) narrativo, un genere di scrittura poco conosciuto in Italia, ma molto apprezzato nei paesi sudamericani dove ad esso sono dedicati corsi universitari, saggi, testi di approfondimento e testate specializzate. Nel periodismo narrativo si raccontano i fatti, ma con l’approccio narrativo e lo stile della scrittura letteraria: è una forma di giornalismo particolarmente adatta all’approfondimento. Applicato al racconto e all’analisi delle migrazioni, il periodismo narrativo appare un’efficace sintesi tra il giornalismo dei media multiculturali rivolti alle comunità linguistiche di origine straniera e la letteratura della migrazione di fiction. Lo stile narrativo potrebbe essere un’occasione per parlare di migrazioni in modo approfondito interessando un pubblico più vasto che non sia semplicemente quello di studiosi e addetti ai lavori. In Italia, molti giornalisti scrivono con uno stile di alta qualità “letteraria”. Alcuni, si pensi ad esempio a Tiziano Terzani, hanno trovato nella loro opera una sintesi felicissima tra la documentazione dei fatti e la qualità del linguaggio e della narrazione. Nel complesso non si può dire però che esista una vera e propria cultura del periodismo narrativo.

    Attraverso lo sguardo di Mayela abbiamo l’occasione di conoscere le relazioni, talora sorprendenti, di Genova e della Liguria con le terre dell’America Latina.

    Ci puoi raccontare come nascono le tue “storie di Liguria” che realizzi per le testate latinoamericane in lingua spagnola?
    «Attualmente sto collaborando con due riviste online Letralia e Fronterad, una latinoamericana, l’altra spagnola. Negli ultimi anni mi sono interessata al periodismo narrativo, un genere di giornalismo di approfondimento molto interessante che racconta la realtà con il linguaggio e lo stile della letteratura, poco noto in Italia, ma molto diffuso in America Latina. Da sempre io sono interessata anche agli aspetti letterari e stilistici della scrittura giornalistica. In questi ultimi anni mi sono documentata, ho studiato i principali testi sul periodismo narrativo e ora sto applicando questo genere nelle mie interviste per Letralia e Fronterad».

    «La Liguria è una terra di mare e, per questo, ha profondi legami con le terre lontane. Nelle mie interviste, voglio cercare le tracce di questi legami che sono rimaste sul territorio ligure. Ogni volta parto da un elemento di attualità, che mi permetta di collegarmi alla storia che voglio raccontare. Qualche anno fa ho intervistato il giardiniere di Italo Calvino, Libereso Gugliemi: nella sua esperienza ho trovato un collegamento con il Messico, perché lui è forse l’unico italiano capace di ricavare l’aguamiel dall’agave (nota: bevanda ricavata dal succo della pianta), una cosa che solo i messicani sanno fare. In un altro articolo recente ho fatto conoscere due borghi della riviera ligure, Recco e Camogli. Chi avrebbe detto che nell’isola più lontana del mondo della terraferma, Tristan da Cuñha, fra i cognomi più diffusi ce ne siano due proprio di Recco e Camogli, Lavarello e Repetto? Per scriverlo ho intervistato Lilia Mariotti, esperta mondiale di fari, gli organizzatori del Festival della Marineria e il direttore del Museo Marinaro…e ho scoperto i legami profondi di Recco e Camogli con i paesi dell’America Latina, in particolare Argentina e Uruguay. Il periodismo narrativo richiede, oltre alle interviste e agli incontri, molto approfondimento e una lunga preparazione per ogni articolo. Per questo mi sono documentata sulla storia locale leggendo vari testi e libri».

    «Un’altra intervista è nata quasi per caso. Visitando una mostra a Rapallo sulla poetessa cilena Gabriela Mistral, allestita per celebrare i settanta anni dal premio Nobel per la letteratura, ho incontrato una signora che era la sua segretaria, Graziella Pendola, ho preso i suoi contatti, la ho intervistata e grazie al suo racconto ho avuto la fortuna di fare conoscere aspetti inediti della vita della famosa scrittrice cilena. Ora sto preparando un articolo sulla sopraelevata…come sempre, parto da un elemento di attualità, come la mostra o il Festival della Marineria, e poi mi metto a cercare e a raccontare le storie. Molte persone mi dicono che potrei propormi anche ai giornali locali, di recente però non posso dire di aver mai tentato».

    Hai invece delle esperienze di scrittura, narrativa o giornalistica, direttamente in lingua italiana?
    «In italiano ho pubblicato un racconto sull’antologia Le Nuove Lettere Persiane (Ediesse, 2011) assieme ad altri scrittori e giornalisti stranieri, diversi articoli sul sito realizzato dall’ong Cospe Prospettive Altre e uno nell’ambito del progetto Luoghi Comuni dell’Università di Genova. Si trattava di realizzare una guida topografica di Genova “alternativa” cercando di scrivere dei luoghi della città che ti ricordavano la tua terra, per gli autori stranieri, o che ti hanno aperto il cuore. Uno dei miei racconti è stato selezionato. E’ dedicato ai giardini di Quarto intitolati a Simon Bolivar (nota: generale e uomo politico considerato eroe nazionale in molti paesi latinoamericani). Questa guida alternativa è molto interessante…io ho letto il racconto di una ragazza che parlava di una piazzetta di Oregina e mi è venuta voglia di andarci. Nel 2008 ho curato il saggio Forma Perfetta, (Mondolibri, 2009) una guida di esercizi di ginnastica e fitness. La casa editrice cercava autori per aggiornare le sue guide sull’esercizio fisico, ho inviato un capitolo ed è stato accettato! Tutto questo l’ho scritto direttamente in italiano. Da alcuni anni collaboro con il Festival della Poesia per il quale mi sono occupata di tradurre in italiano opere di autori latinoamericani e venezuelani. Ho anche altre cose scritte in italiano, per ora sono nel cassetto ma sogno di poter pubblicare in lingua italiana anche un romanzo. Ne ho inviato uno molto corposo a una casa editrice in Venezuela, per ora non è stato pubblicato. Per l’Italia sono positiva, penso che ci siano possibilità: certo non avrà cosi tante pagine».

    Quali sono le altre tue esperienze di lavoro nel settore del giornalismo?
    «Come giornalista ho lavorato in passato per El Carrete, giornale cartaceo della comunità cilena di Milano che si proponeva di raccontare sogni, problemi e diritti degli ispanofoni presenti in Italia. Ho scritto inoltre per la testata spagnola Rebelión, per la quale mi sono occupata in particolare di ecologia e temi relativi alle condizioni delle donne. Viaggiando molto per motivi familiari ho avuto occasione di scrivere per il Corriere di Tunisi, primo giornale della Tunisia fondato da emigranti italiani partiti da Livorno alla fine dell’Ottocento. Attualmente collaboro con il giornale venezuelano La Nacion, che è la principale testata della mia città di origine. Ho sempre cercato di scrivere in modo da fare un po’ di giornalismo e un po’ di letteratura, di andare sempre oltre la notizia».

    Molti giornalisti di origine straniera, per scelta o per necessità, in Italia hanno svolto o svolgono anche attività diverse. Ci puoi raccontare le tue altre esperienze professionali in altri settori?
    «In Liguria, ho lavorato anche nella mediazione culturale e attualmente sono insegnante di spagnolo per adulti nella scuola alberghiera di Lavagna. Dall’anno scorso anch’io faccio parte del progetto Migrantour, nato cinque anni fa a Torino e che si svolge in alcune città italiane e europee. Qua lavoriamo sia con le scuole che con gli adulti. Dobbiamo preparare degli itinerari e io ne ho messo a punto uno che sia chiama Moliendo café. Genova come città di mare e porto è da sempre uno snodo cruciale per il commercio del caffè. Il Venezuela è stato prima di essere superato da Brasile e Colombia, uno dei principali produttori di caffè, grazie anche al lavoro dei migranti italiani e di molti liguri. Preparando questo percorso, in un negozio del centro storico, ho scoperto che una nota marca di caffè spagnolo era prodotta a Manesseno. Genova è sempre stata importantissima per il caffè».

    Andrea Macciò

  • Pra’, tra il nuovo monumento dedicato al basilico e un’identità andata perduta

    Pra’, tra il nuovo monumento dedicato al basilico e un’identità andata perduta

    pra-basilico-mortaioLa Terra del Basilico. Questa l’iscrizione che campeggia sul mortaio di granito posto al centro della nuova rotatoria che si incontra sull’aurelia entrando a Pra’, provenendo da Voltri. C’è anche un grande pestello e un cespuglio di basilico: l’amministrazione comunale prova a dare una nuova veste all’identità del borgo di ponente, ma la riqualificazione non è ancora terminata e i problemi che vessano i cittadini sono ancora molti.

    La storia del lungo mare praese è lunga e complicata: da sempre coricata sul mare, Pra’ e la sua lunga spiaggia è stata per secoli destinazione balneare di molti genovesi e non solo. Negli anni 60, però, il porto di Genova entra in crisi, dovendo fare i conti con la strettezza degli spazi, zavorra insormontabile per la competitività nel mercato del commercio navale: la decisione, quindi, di allargare a ponente la zona portuale, per rilanciare il capoluogo ligure nella corsa internazionale della movimentazione dei container. I lavori partono sul finire del decennio, e sono costellati di ritardi e criticità: si riempie il mare, cancellando spiagge, stabilimenti, scogli e l’identità del borgo. La prima nave ad attraccare alle banchine del nuovo bacino arriva solo nel 1994, dopo quasi trent’anni di cantieri. Le polemiche non si fermano: le infrastrutture nascono già vecchie, con due soli binari di ingresso e uscita, uno svincolo autostradale inadeguato ai numeri, una diga troppo vicina che impedisce alla navi più grandi manovre fluide con un fondale tutto sommato basso per gli standard internazionali.

    Oggi è in corso una riqualificazione del lungo mare, iniziata già da qualche anno: un nuovo parco e una nuova viabilità per dare respiro al quartiere. «A breve incominceranno i lavori per la costruzione di nuovi impianti sportivi – rileva il presidente del Municipio VII, Mauro Avvenenteche completeranno la parte di levante. Oggi, con l’inaugurazione di questo monumento al basilico si avvera un sogno, cioè quello di dare lustro ad una eccellenza del territorio». L’unica rimasta. Anche l’assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Genova, Giovanni Crivello, ricorda come questa riqualificazione non sia terminata: «Oggi abbiamo fatto solo un piccolo passaggio, frutto di un percorso comunque non facile, che sarà terminato nei prossimi mesi»

    rio-branega-pra'Tra passato e presente

    La cerimonia di presentazione alla città di questi nuovi manufatti è completata da un piccolo rinfresco, ovviamente a base di pesto e focaccia; ma non tutti sono contenti. Alcuni cittadini presenti riferiscono come i rumori del porto siano insopportabili, soprattutto di notte, e come l’aria sia spesso appesantita dagli scarichi delle navi e dei mezzi pesanti: «Ricordo quando la brezza del mare profumava casa mia, quando aprivo le finestre di casa – racconta Maria, praese doc, che risiede da sempre in un appartamento “sul mare” – oggi non possiamo stare con le finestre aperte. Mio marito lavorava in uno stabilimento balneare, oggi mio nipote è disoccupato». A pochi metri dalla rotatoria del mortaio, un’aiuola spartitraffico è dedicata allo Scoglio dell’Oca, pittoresco masso che caratterizzava il litorale, ancora nel cuore di molti, nonostante sia stato “affogato” nel cemento: finito il brindisi, alcune signore si radunano attorno alla bacheca che racconta questa storia e ricordano di quando si poteva stare in spiaggia fino a tardi, e dei tuffi che i bambini facevano da quella pietra. Di quella Pra’ non è rimasto nulla.

    Un bilancio difficile

    Oggi è difficile fare i conti: il grande Porto di Pra’ ha sicuramente permesso lo sviluppo dell’economia cittadina, ma non tutto ciò che il porto “produce” ricade sul territorio, tanto meno nei quartieri più periferici. Oggi si discute di allargare ancora le strutture portuali genovesi, ma guardando “a terra” si vede un territorio fragile e in pericolo: a pochi metri dal parco Dapelo il rio Branega è una selva, come il rio San Pietro, pronto a gonfiarsi d’acqua con le piogge autunnali. La riqualificazione non riporterà il mare a lambire le case di Pra’, ma è comunque necessaria e, anzi, doverosa: la strada, però, è ancora lunga, e sicuramente un mortaio di pietra non può bastare.

  • Garante dei diritti dei detenuti, la legge arriva in Consiglio Regionale

    Garante dei diritti dei detenuti, la legge arriva in Consiglio Regionale

    consiglioregionaleLIGURIA_01Al Consiglio Regionale si sta lavorando da qualche mese a una proposta di legge, ora passata in commissione, per istituire nella nostra regione il garante dei detenuti. Si tratta di una figura istituzionale poco nota ma già presente in molte regioni d’Italia (come si evince dal sito del Ministero della Giustizia): un professionista dei diritti dei detenuti e delle realtà carcerarie eletto dagli organi politici della regione e che si occupa di monitorare la condizione carceraria sul territorio e denunciare alle autorità eventuali situazioni di violazioni dei diritti delle persone private della libertà, oltre che collaborare ad elaborare meccanismi di reinserimento sociale.

    Il ruolo del Garante

    Una figura che, come ci spiega il professore Franco Della Casa, docente di Diritto Penitenziario alla facoltà di Giurisprudenza, andrà a intrecciarsi con il magistrato di sorveglianza (membro della magistratura preposto a vigilare che la detenzione sia eseguita secondo le previsioni e le garanzie previste da legge) senza però che le due figure si sovrappongano: «Il garante funziona secondo schemi e tecniche di intervento diverse dal magistrato di sorveglianza; queste due figure non solo non entrano in conflitto, ma neppure in concorrenza tra loro. Il garante regionale avrà poteri autoritativi meno incisivi del magistrato di sorveglianza, non potrà ad esempio dare ordini all’amministrazione; però potrà attivare i suoi canali, portare a conoscenza degli organi politici interessati le lacune che ritrova e anche, quindi, essere un paio di occhi ulteriore per il magistrato di sorveglianza»; che oltretutto, come ci ricorda il professore, nella nostra regione è tenuto a vigilare su parecchi istituti penitenziari, la giurisdizione del magistrato di sorveglianza di Genova va dalla casa circondariale di Sanremo fino a quella di La Spezia: un compito non facile e importante, per svolgere il quale un aiuto in più è senza dubbio utile.

    Ad oggi solo tre regioni italiane non si sono ancora dotate di questa figura, prevista da una legge del 2013: Calabria, Basilicata e Liguria, appunto. Nella nostra regione, in realtà, quella del garante dei diritti dei detenuti è una storia che inizia molti anni fa, ma per molto tempo (circa 8 anni) il disegno di legge per istituirlo è rimasto fermo in qualche cassetto del Consiglio Regionale, sebbene l’emergenza carceraria sia un problema attualissimo non solo nel nostro paese ma anche nella nostra regione; ad esempio, ci ricorda il professor Della Casa, «In Liguria non c’è nessun istituto penale minorile, di talché i minori liguri che vengono privati della libertà personale sono di solito appoggiati sul Beccaria di Milano, con conseguenze non da poco per quanto riguarda i contatti con le famiglie di origine e il territorio. Inoltre non è stato ancora aperta una Rems, (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) nonostante avrebbero già dovuto essere istituite dopo che nel 2015 sono stati definitivamente chiusi gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Si tratta di persone non ancora pronte per essere gestite nella società e allora ci vuole una struttura contenitiva che non deve ricalcare né il carcere né i vecchi Opg, infatti, la legge prevede che siano istituzioni completamente “sanitarizzate”. Ecco la Liguria non ne ha ancora una struttura di questo tipo».

    carcere-marassiL’iter della legge

    Eppure, a fronte di queste e molte altre criticità, la Liguria non si è ancora dotata di un garante dei detenuti. Per questo abbiamo intervistato il Consigliere Regionale Gianni Pastorino di Rete a Sinistra, uno dei fautori della ripresa di questo tema finito nel dimenticatoio, che ha presentato un disegno di legge sul punto appena tre giorni dopo una proposta analoga del PD.

    Consigliere, la nuova proposta di legge ricalca molto quella del PD, avete dialogato coi democratici sul punto o correte da soli voi di Rete a Sinistra? 

    Mi permetto di dire che il nostro testo non è esattamente come quello del PD, c’è una differenza sostanziale dal punto di vista normativo: loro parlavano ancora di Opg, noi parlavamo già delle nuove figure di strutture sanitarie, il nostro era un testo più aggiornato. Poi siamo arrivati a un testo unico condiviso che è questo che ora è in aula: i 3/5 del Consiglio Regionale per eleggere il garante, e un’indennità pari alla metà di quella di un consigliere regionale.

    La situazione attuale nelle carceri liguri è così preoccupante da richiedere un intervento simile? 

    Beh l’ultima visita che ho fatto a Marassi mi ha mostrato che, per quanto ci sia da parte dell’attuale direttore sicuramente una gestione positiva, è una situazione di grande difficoltà dal punto di vista della struttura, fatiscente e sovraffollata: a fronte di 552 posti disponibili sono 670 le presenze, circa un 22-23% di sovraccarico, moltissima promiscuità dal punto di vista delle etnie e una considerevole presenza sia di psichici che di malati.

    In concreto quindi il garante come e quanto potrà migliorare le condizioni di vita dei detenuti nelle carceri liguri?

    Intanto definiamo la figura del garante: non è una figura della magistratura e collabora con tutti gli organismi, sia della magistratura ordinaria, quindi il magistrato di sorveglianza in primis, sia naturalmente con gli organismi del ministero di giustizia preposti all’ordinamento carcerario. Il garante è un mediatore, uno che interviene nei conflitti cercando di evitarli. Io credo che possa migliorare di molto la situazione da questo punto di vista, perché questa figura del mediatore manca, perché purtroppo in Italia non abbiamo una struttura a rete che funziona tra i vari soggetti e quindi molte volte una detenuta o un detenuto si possono trovare in situazioni di disagio ingiuste anche quando le condizioni di risoluzione del loro problema sarebbero abbastanza semplici: faccio un esempio, pensiamo a come sia difficile delle volte per i detenuti anche soltanto votare quando hanno diritto al voto, è un diritto costituzionalmente garantito ma di difficilissima esecuzione per chi è detenuto. Inoltre abbiamo cercato di ampliare lo spazio di manovra di questa figura anche per chi è sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio, chi è trattenuto in caserme di polizia o carabinieri, per chi è accolto nei centri di accoglienza.

    Rimanendo in tema quindi, essendoci stato da poco l’anniversario degli eventi della Diaz, in un caso simile per esempio dove le violenze sono perpetrate all’interno delle caserme…

    Certo, il garante avrebbe avuto un ruolo anche perché ha una funzione di iniziativa autonoma, lui può entrare nelle carceri, come per altro può fare un consigliere regionale o un deputato, in qualsiasi momento del giorno, potrebbe presentarsi autonomamente anche alle due di notte. Sicuramente è una figura che ha un’importanza assolutamente rilevante. C’è un po’ una tendenza, sotto il cappello di questa idea del risparmio, di accorpare le figure di garanzia fino a far diventare il difensore civico una sorta di garante totale, che si occupa dei compiti del difensore civico, di garante per i diritti dell’infanzia e dei detenuti. Io sono fermamente convinto che le figure di garanzia siano un investimento e non una spesa.

    Giusto parlando di fondi, anzitutto le chiedo se ci sono i fondi per questa iniziativa nella regione…

    Beh intanto sono fondi che appartengono al Consiglio regionale, a mio giudizio sono presenti, si tratta di fare una disamina piuttosto attenta ma io credo che vista la cifra complessiva, che si aggira tra i 60.000 e i 75.000 euro, non sia una cifra impossibile.

    Sempre parlando di soldi, davanti a tante emergenze in regione, come il trasporto pubblico, sanità, sicurezza del territorio, perché ritenete che sia una sorta di priorità questo garante?

    Quello che noi abbiamo davanti è un’istituzione carceraria nella quale chi entra per piccola criminalità esce che è un criminale perfetto. Per questo le funzioni di garanzia a nostro giudizio non sono spese ma investimenti nel vero senso del termine, l’idea per esempio di avere più in affidamento, regime di semi libertà, eccetera, è chiaro che produce meno affollamento carcerario, meno spese carcerarie, produce del reddito esterno e per altro sicuramente salvaguardia più l’individuo da un’istituzione che a mio giudizio è fortemente superata.

    regione-liguriaPerché la regione Liguria non si è ancora dotata di questo organo sebbene come lei ha evidenziato già da tempo in molte altre regioni italiane è presente?

    Credo che ci sia stata un insieme di fattori, evidentemente una non adeguata sensibilità della classe politica, una non adeguata spinta dall’esterno. Mi son reso conto in questo anno che parlare di carcere sia sempre molto molto complesso, spesso e volentieri si aprono delle enormi contraddizioni che passano tra chi vorrebbe mettere le persone in carcere e buttare via la chiave e chi vorrebbe lasciarli completamente liberi. Spesso e volentieri ci si abbandona all’idea più semplice, quella della detenzione più dura, poi gli effetti sono esattamente gli opposti dal punto di vista del recupero sociale.

    Non c’è un gruppo politico che si oppone apertamente?

    No non c’è un gruppo politico che si è apertamente opposto, certo con molti abbiamo idee diverse, vista la presenza dell’assessore Rixi al convegno del Coisp, immagino che tra me e lui ci siano molte diversità dal punto di vista di cosa vuol dire gestire…

    Il Coisp è…?

    È un sindacato minoritario di polizia che ha cercato di sbeffeggiare l’anniversario del G8 a Genova facendo un convegno devastante dal titolo “L’estintore come strumento di autodifesa”, ora io credo che questa vicenda siano questioni sulle quali non si può molto scherzare, rispetto al fatto di cosa è stato nell’immaginario collettivo il G8 quando è avvenuto. Ritengo sbagliato che l’assessore Rixi si sia presentato a questo convegno che per altro ho visto essere presenti 22 persone quindi evidentemente era deserto.

    Abbiamo raggiunto il consigliere Valter Ferrando, del PD, primo firmatario del ddl dei democratici sul punto, nonché araldo del disegno di legge che istituì all’epoca il garante per l’infanzia, il quale a sua volta ha confermato la sua reale intenzione di portare questo progetto fino in fondo e far sì, una volta per tutte, che anche la Liguria abbia un garante per i detenuti. Ferrando, inoltre, sottolinea a sua volta come la maggioranza abbia accettato di collaborare su questo disegno di legge, mentre in passato «non c’erano sensibilità diffuse a questi problemi». A detta del consigliere, “ci sono degli argomenti riguardo i quali non c’è né destra né sinistra, dei detenuti bisogna occuparsene tutti così come degli infanti bisogna occuparsene tutti, ci sono degli argomenti trasversali per i quali gente con un po’ di buon senso deve mettersi lì e collaborare, non si possono fare le battaglie politiche su dei temi di quella sensibilità”. Non resta che aspettare l’autunno e sperare che la nostra regione ottenga questa freccia in più per il suo arco della tutela ai diritti umani.

    Alessandro Magrassi