Categoria: Apertura

  • Beni comuni, un nuovo regolamento per abbattere la burocrazia e favorire i progetti di cittadini attivi

    Beni comuni, un nuovo regolamento per abbattere la burocrazia e favorire i progetti di cittadini attivi

    Panchine recupero Città di GenovaUn regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura, la gestione e la rigenerazione in forma condivisa dei beni comuni urbani. E’ quanto si appresta a licenziare il Consiglio comunale di Genova su proposta dei consiglieri Nadia Canepa (Pd), Barbara Comparini (Lista Doria), Luciovalerio Padovani (Lista Doria) e Monica Russo (Pd). Come riportato dall’agenzia Dire,  il provvedimento, in attesa dei pareri dei Municipi per poter essere discusso nel dettaglio, è stato illustrato questa mattina in un’apposita seduta di Commissione a Palazzo Tursi e andrà a sostituire l’ormai vetusto “Regolamento sugli interventi di volontariato” risalente al 1999. Si tratta di una nuova iniziativa nella direzione di aumentare la partecipazione dei cosiddetti cittadini attivi, che si pone nello stesso solco tracciato dalle delibere di iniziativa popolare, già presentate in passato su “Era Superba”.

    «E’ una proposta consiliare di grande interesse – spiega il vicesindaco, Stefano Bernini – perché va a coprire alcuni vuoti nella capacità dell’amministrazione di rispondere ad alcune esigenze e ad attivare risorse umane e intellettuali presenti nei territori e che non trovano spesso la giusta attenzione nel dialogo con l’amministrazione». Il regolamento, una volta approvato, riprenderà in parte le funzioni un tempo svolte dall’ufficio centrale del volontariato, ora non più attivo, e il cui servizio era stato demandato ai Municipi con alterne fortune ma, soprattutto, senza uniformità d’azione. «Cambia il rapporto tra amministrazione comunale e cittadini attivi – evidenzia Bernini – perché il cittadino che ha un’idea e la vuole sviluppare spesso si trova di fronte a un percorso burocratico che scoraggia. Il regolamento cambia la filosofia: l’amministrazione deve compiere tutti gli sforzi affinché l’idea dei cittadini possa avere gambe e mettersi a disposizione del cittadino per collaborare, sviluppando convenzioni e accordi, naturalmente con la dovuta trasparenza».

    Recupero Risseu Cittò di GenovaIl regolamento segue l’esperienza iniziata a Bologna nel 2014 ed estesa ad altre città di grandi dimensioni come Torino. Nella prima versione redatta, viene esplicitata anche la possibilità di utilizzare questo strumento come “forma di riparazione del danno nei confronti dell’ente ai fini previsti dalla legge, ovvero quale misura alternativa alla pena detentiva e alla pena pecuniaria”, come progetto di servizio civile, di inclusione per migranti, per la riqualificazione dei beni confiscati alla mafia e in relazione a emergenze meteo. Esclusa l’erogazione diretta di contributi economici dal Comune ai cittadini ma sono previste alcune agevolazioni a partire dall’esenzione del canone di occupazione di suolo pubblico, qualora richiesto dal tipo di progetto proposto, fino alla messa a disposizione di materiale o personale comunale. Tra le altre agevolazioni possibili: l’uso a titolo gratuito di immobili di proprietà comunale e l’attribuzione all’amministrazione delle spese relative alle utenze e alle manutenzioni.

    «Il rapporto tra cittadini e Comune avverrà attraverso un patto di collaborazione quasi di natura privatistica – spiega la consigliera Monica Russo, tra le ideatrici del regolamento – un patto paritario, non standard perché verrà modulato a seconda degli obiettivi che i cittadini vogliono perseguire, senza molti degli scogli burocratici che i cittadini oggi devono affrontare». I patti di collaborazione, che normalmente non supereranno i cinque anni, saranno di due tipi: ordinari, con interventi semplici e diretti, di modesta entità e anche ripetuti nel tempo sui medesimi beni comuni; complessi, su spazi e beni comuni di maggiori complessità, che vedono coinvolti enti diversi o che hanno caratteristiche di valore storico, culturale, economico o dimensioni significativi. Potrà essere direttamente anche il Comune a individuare alcuni beni come possibile oggetto di amministrazione condivisa: «Sarà istituito un ufficio che si occuperà di amministrazione condivisa – spiega ancora Russo – in una logica di collaborazione con tutti i Municipi. Dopo l’approvazione in Consiglio, è prevista una sperimentazione di 6 mesi a cui seguirà un eventuale aggiustamento in corso d’opera».

  • Pegli batte la burocrazia, dopo cinque anni arriva il campo da beach volley

    Pegli batte la burocrazia, dopo cinque anni arriva il campo da beach volley

    beach volleyPegli avrà finalmente il suo campo da beach volley e lo avrà nel luogo più adatto che ci possa essere: la spiaggia. Per ottenere questo risultato, il Municipio Ponente ha dovuto lottare cinque anni. Esatto, cinque anni per quattro pali e una rete, a costo zero. Sì, perché a realizzare il campo da beach volley sarà un imprenditore locale e non la pubblica amministrazione. Si scivola subito nel paradosso, soprattutto se si pensa che nel quartiere opposto, Nervi, il campo da beach volley lo faranno probabilmente dentro la piscina Mario Massa e non costerà certo pochi spiccioli.

    Mentre a levante, in particolare modo all’interno del Consiglio municipale, ci si divide sulla soluzione temporanea del campo di sabbia che probabilmente arriverà dopo la mozione targata Pd, a ponente c’è chi ha il sangue avvelenato da cinque anni di attesa, come il presidente del Municipio, Mauro Avvenente: «Alla fine ce l’abbiamo fatta – ci racconta – ma anche l’imprenditore che realizzerà il campo era arrivato al limite della sopportazione. Aveva minacciato di chiudere l’attività e in ballo c’erano ben quindici posti di lavoro. Sarebbe stata una scelleratezza di proporzioni enormi».

    Loco di Rovegno torneo di beachMa perché tutta questa fatica? Qual è stato l’intoppo? Risposta scontata: la burocrazia. E ce n’è voluta tanta perché si sono dovuti mettere d’accordo ben cinque enti: Comune, Autorità Portuale, Capitaneria di Porto, Beni Paesaggistici e Soprintendenza. Tutto per una quarantina di metri quadrati di sabbia. «Il problema in questo nostro complicato Paese è la normativa di legge che sembra essere costruita apposta per rendere difficile la vita anche sulle cose più semplici – continua Avvenente – non dobbiamo meravigliarci se gli imprenditori si stufano e se ne vanno altrove. Poi siamo tutti pronti a stracciarci le vesti e a gridare alla delocalizzazione. Nessuno dice che le regole non vadano rispettate, ci mancherebbe, ma qui sono talmente intricate che diventa impossibile fare le cose più semplici».

    Ormai è andata, anche se, a dirla, tutta mancherebbe ancora un permesso. Meglio pensare in positivo e immaginare che cosa ne sarà di questo nuovo spazio a disposizione dei cittadini e, soprattutto dei più piccoli, visto che i bambini potranno divertirsi gratuitamente al mattino. «Voltri ha il suo campo, presto lo avranno anche Prà e Pegli – conclude il presidente Avvenente – spero che tutto questo porti ad avere competizioni sportive che uniscano le delegazioni del ponente. Proprio qui, sede storica della pallanuoto che ora non c’è più».

    Michela Serra

  • Tagli al personale, Brexit e titolo in picchiata, l’estate torrida di Banca Carige

    Tagli al personale, Brexit e titolo in picchiata, l’estate torrida di Banca Carige

    banca-carigeDopo la presentazione del piano industriale voluto dalla Bce, lo scorso 29 giugno, i titoli Carige non hanno ripreso la quota che si sperava, e, anzi, pochi giorni dopo si è assistito a un vero e proprio crollo, con un valore azionario che ha raggiunto l’abisso dei 0.27 euro, il minimo storico. Una situazione che complica tutto. Secondo il documento sottoscritto dall’amministratore delegato Guido Bastianini, il consolidamento dovrà passare attraverso la vendita del credito sofferente e il ridimensionamento della banca. Un programma cauto e di medio periodo, che non ha convinto i mercati. Nei prossimi giorni, la dirigenza presenterà ai sindacati i primi dettagli concreti per i 500 esuberi annunciati e le 106 filiali in chiusura: un ulteriore passaggio delicato, che vale 20 milioni l’anno, e che sicuramente avrà un impatto importante per il secolare legame con il territorio, l’unica cosa certa, al momento.

    Lo spettro di un aumento di capitale

    Per avere una dimensione di quello che sta succedendo, bisogna guardare ai dati storici. Negli ultimi sei mesi, il titolo ha ceduto circa il 70% del suo valore, il 77% nel corso dell’ultimo anno, il 93% negli ultimi tre anni. Il 99% dal 2002. Una discesa che non sembra arrestarsi e che, anzi, si è aggravata in maniera evidente nonostante il cambio dell’azionista di maggioranza e del Consiglio di amministrazione. La storia recente di Carige è tormentata e il contesto non è d’aiuto; i tassi di interesse vicino allo zero, imposti dalla Bce, infatti, complicano senza dubbio la situazione: il costo del denaro è quasi nullo, il che significa che per chi lo presta, le banche appunto, ci saranno meno ricavi. Per un istituto già in sofferenza, questo rischia di essere un cappio al collo. E poi la Brexit: secondo gli analisti, la scelta di Londra sta condizionando indirettamente il mercato, che in realtà sta aspettando al varco l’Unione Europea e la Bce. L’incertezza e la frenesia dei mercati non va a vantaggio di Banca Carige che, secondo rumors, avrebbe bisogno di 500 milioni di un ulteriore aumento di capitale. Un’operazione già difficile, di cui si fa fatica a parlare e che in questa situazione potrebbe avere esiti incerti se non deleteri.

    Crediti deteriorati e mercato saturo

    Il piano industriale ha il suo fulcro nella vendita dei NPL (non performing loans, prestiti non performanti, cioè a rischio, le cosiddette sofferenze): Carige ne possiede circa 3,9 miliardi ed entro il 2017 vorrebbe dimezzarli per mettersi al riparo da rischi ulteriori. Fare ciò, però, significa non potere più mettere a bilancio il virtuale guadagno dei prestiti, registrando, quindi, una perdita che per l’istituto ligure è stata calcolata del 10%, cioè 180 milioni in due anni. Per procedere, quindi, bisogna trovare altre risorse per tamponare l’operazione. Ma non solo. Bisogna anche trovare un modo per disfarsene. Lo scorso 8 luglio, in occasione dell’assemblea annuale dell’Abi, sia Ignazio Visco (Bankitalia), sia il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, hanno dichiarato che è in corso “dialogo continuo” con le autorità della UE per trovare un modo lecito per assicurare un aiuto statale alle banche in sofferenza, proprio per quanto riguarda l’acquisto di NPL. Carige è in buonissima compagnia: 51 sono i miliardi di crediti deteriorati che è stato calcolato potrebbero finire sul mercato a breve giro, provenienti dalle banche italiane, tra cui 26 di Monte dei Paschi, 8 di Bpm e 2 di Unicredit. In un mercato così saturo, ci sarà spazio per Carige?

    Un’estate torrida

    Ancora una volta, quindi, il futuro della banca dei genovesi è nelle mani dei mercati e delle scelte politiche. La nuova dirigenza ha preso il timone durante bufera di cui non si vede la fine; il mare in tempesta, inoltre, nasconde pericolosi scogli: l’ombra scura della fusione bancaria è sempre lì, che aspetta, immobile e silenziosa.

    Il piano industriale prevede un ridimensionamento territoriale: il gruppo punterà su Liguria e Toscana, dove storicamente è più forte e presente. Messo nero su bianco è sicuramente un dato positivo per Genova, ma i numeri parlano chiaro: una filiale su sei sarà chiusa e sicuramente la cosa riguarderà anche la nostra regione. E poi gli esuberi: l’istituto si sta ridimensionando, cercando di far sgonfiare in maniera “controllata”, o quasi, la bolla creata negli anni precedenti, prima che scoppi. Fragorosamente.


    Nicola Giordanella

  • Porto di Ponente, l’urlo del municipio: “No a nuovi riempimenti”. Avvenente: “Li facciano verso il centro”

    Porto di Ponente, l’urlo del municipio: “No a nuovi riempimenti”. Avvenente: “Li facciano verso il centro”

    © Simone D'Ambrosio
    © Simone D’Ambrosio

    Continuano le discussioni sul futuro del Porto del Ponente genovese. Ad aprile, avevamo già testimoniato la forte contrarietà del territorio al prolungamento della diga verso Voltri (con la delegazione preoccupata di perdere la balneabilità del mare di fronte al proprio litorale). La questione è approdata anche in Consiglio regionale dove, a fine giugno, la maggioranza ha votato a favore di due diversi ordini del giorno, uno presentato dal Movimento Cinque Stelle e uno dal Partito Democratico.

    L’odg presentato dalla grillina Alice Salvatore impegna la giunta regionale “ad assumere posizione contraria rispetto ai riempimenti a mare ed alla modifica della diga previsti dallo scenario del nuovo Piano Regolatore Portuale”, ma al tempo stesso considera favorevolmente il nuovo canale di calma, che costituirebbe un “oggettivo miglioramento” per il territorio. Il prolungamento del canale fino alla foce del rio San Giuliano consentirebbe, infatti, di separare definitivamente il porto dal tessuto abitativo. È il punto che, più degli altri, mette d’accordo tutti. Si parla di “porto-isola”, infatti, anche nell’odg presentato da Valter Ferrando (Partito Democratico) che, però, a differenza di quello del Movimento Cinque Stelle, richiede anche la realizzazione di altre opere “già concordate” e “propedeutiche” allo sviluppo portuale.

    Il punto di vista del Municipio

    © Simone D'Ambrosio
    © Simone D’Ambrosio

    Diverse visioni per il futuro del porto di ponente, che trovano però un minimo comune denominatore nella tutela di un territorio che, dal punto di vista ambientale, ha dovuto fare molti sacrifici nel nome dello sviluppo economico. Tutti sembrano concordare sulla necessità di preservare la balneabilità del mare di fronte al litorale voltrese e, nella mozione dem, si cita anche l’ambizioso progetto di recuperare la balneabilità a Pegli. «Sono finiti i tempi degli scempi ambientali in nome del lavoro – riassume il presidente del Municipio VII Ponente, Mauro Avvenente – lo sviluppo deve essere ragionato e rispettoso del territorio». La delegazione ponentina è ovviamente quella più direttamente interessata agli sviluppi portuali. Lo scorso 28 giugno, l’assemblea municipale ha prodotto un documento in cui si definisce “irricevibile” la nuova proposta avanzata da Autorità portuale, che prevede l’allungamento della diga verso Voltri e l’avvicinamento della stessa diga alla costa e in cui si invita a “ottimizzare gli spazi esistenti” e si ribadisce la contrarietà a “nuovi riempimenti a levante e ponente dell’attuale piattaforma portuale”.

    «Se qualcuno a levante pensa che la nostra sia una posizione contro lo sviluppo del porto – aggiunge Avvenente con una nota polemica – sappia che il porto può espandersi anche nella loro direzione, vediamo allora se sarebbero ancora d’accordo con i riempimenti. Facile fare i ‘soloni’ da lontano, senza vivere le cose sulla propria pelle».

    Il documento del Municipio è stato approvato con 14 voti a favore su 16 (astenuti i due consiglieri del M5S presenti, Assanti Gironda e Rebora) e ha rappresentato una base importante alla riflessione in Consiglio regionale.

    Il tema del “gigantismo navale”

    Se la necessità di tutelare l’ambiente del ponente sembra, almeno a parole, una priorità per tutte le forze politiche, tema di contrasto tra Pd e Movimento Cinque Stelle è, invece, il cosiddetto “gigantismo navale”. Se, infatti, l’ordine del giorno del Pd sottolinea la necessità di potenziamento strutturale per “garantire accessibilità e piena operatività alle navi portacontenitori con capacità superiore a 20.000 TEU”, i pentastellati fanno notare che “non vi è certezza che le navi da 24.000 e 30.000 TEU saranno, in futuro, una realtà consolidata”.

    Il “gigantismo navale” è oggetto di dibattitto anche tra gli addetti ai lavori. Già nel nostro articolo pubblicato ad aprile avevamo riportato perplessità al riguardo da parte degli stessi esperti del Psa-Vte. La scelta, in un senso o nell’altro, sicuramente avrà un impatto decisivo sul futuro del sistema portuale cittadino.

    La posizione della fondazione PRimAvera

    © Simone D'Ambrosio
    © Simone D’Ambrosio

    A vivere più direttamente sulla propria pelle le scelte sul porto saranno però i cittadini. Tra i vari comitati e associazioni che popolano il ponente cittadino, particolarmente attiva sul tema è la fondazione PRimAvera, che opera sul territorio di Prà. «Prà è il territorio che ha subito e continua a subire più direttamente degli altri i disagi dovuti al porto – sottolinea il presidente Guido Barbazza – per questo ci sembra naturale che i cittadini praesi siano interlocutori privilegiati».

    La fondazione ha organizzato incontri e una serie di conferenze dal titolo “Prà futura, porto e città si tendono la mano”, e tramite il proprio sito web invita i cittadini a mandare una mail “per il prolungamento del Canale di calma e Fascia di rispetto e per Porto Isola”. «Abbiamo mandato ad Autorità portuale più di 3 mila mail», rivela con orgoglio Barbazza.

    La fondazione PRimAvera opera con atteggiamento pragmatico, rifiuta la filosofia del “no a tutto”, ma al tempo stesso si mostra inflessibile quando si tratta della tutela del territorio. «Siamo stati tra i primi ad alzare la voce contro lo scenario dannoso prospettato dalla prima versione del nuovo Piano Regolatore» rivendica Barbazza.

    «Chiaramente – aggiunge – lo scenario migliore per noi sarebbe l’allungamento del Canale di calma e della Fascia di Rispetto senza le ulteriori modifiche presenti nel piano, ma visto che non si intravedono soluzioni in questo senso, proviamo a ragionare con quello che abbiamo davanti». Protesta ma anche proposta, dunque, o meglio “Influenza, rappresentanza e identità”, come recita lo slogan della Fondazione.

    «La nostra Fondazione – ricorda Barbazza – ha elaborato 2 proposte migliorative per l’attuale piano: lo spostamento dello slargo della diga nella zona centrale anziché a ponente (a tutela della spiaggia della vicina Voltri) e leggera riduzione dell’allungamento della banchina verso Voltri, evitando accosti addizionali per navi traghetto».


    Luca Lottero

  • Ventimiglia, da crisi umanitaria a crisi di civiltà. Il campo al Parco Roja sarà insufficiente

    Ventimiglia, da crisi umanitaria a crisi di civiltà. Il campo al Parco Roja sarà insufficiente

    carabinieri-ventimigliaI primi moduli abitativi hanno fatto il loro ingresso nell’ex parco ferroviario del Roja, a Ventimiglia. Nel giro di pochi giorni, forse, il nuovo campo potrà accogliere circa tra i duecento e i trecento migranti. Voluto dall’amministrazione comunale per arginare una situazione ogni giorno più delicata, l’allestimento del campo, di fatto costringe il governo a riconoscere l’emergenza umanitaria di Ventimiglia; dopo appena due mesi dalla visita del ministro Alfano, quindi, viene sancito il fallimento della linea portata avanti dalle istituzioni e dai partiti politici italiani. La crisi umanitaria è diventata anche crisi politica: il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, il mese scorso ha lasciato il Partito democratico mentre il governatore di Regione Liguria, Giovanni Toti, è entrato in rotta di collisione con Roma, per tenere salda l’alleanza con la Lega Nord di Rixi. Tutto questo mentre la Protezione civile, che avrebbe i mezzi per intervenire, rimane immobile, in balìa dell’impasse istituzionale.

    Prassi quotidiana

    Ogni mattina la Caritas serve tra le ottocento e le mille colazioni. Il numero è in crescita e non tiene conto delle molte altre persone sparpagliate sul territorio. Ogni giorno nuovi migranti arrivano, e nuovi migranti vanno: chi prova in qualche modo a passare il confine (c’è chi ci riesce e chi non ci riesce), e chi viene fermato dalla Polizia, che controlla e pattuglia le strade. Ogni giorno la polizia francese porta in Italia decine di irregolari intercettati appena oltre confine e, ogni giorno, le forze dell’ordine trasferiscono decine di migranti da Ventimiglia a Genova, dove saranno ridistribuiti nei vari centri di prima accoglienza sparsi nella penisola. Un sistema che come in molti avevano previsto, sta generando una vera e propria crisi umanitaria, che nei numeri sta replicando quanto già visto l’anno scorso. «Non è ancora chiaro come sarà gestito il nuovo campo – spiega Lia Trombetta, uno dei medici della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, che settimanalmente raggiungono il comune frontaliero per monitorare la situazione e mettere a disposizione le proprie competenze – probabilmente i migranti potranno stare alcuni giorni, anche senza essere identificati, per poi essere costretti ad abbandonare la struttura». Una struttura che, quindi, parte già inadeguata: «Con il caldo tutti i problemi si moltiplicano – ha sottolineato la dottoressa – anche se ad oggi non esistono criticità sanitarie endemiche, ma “solo” casi di malnutrizione e disidratazione». Diverse associazioni per i diritti umani si sono attivate per monitorare la situazione; nei prossimi giorni saranno decisi interventi in loco.

    Crisi Europea e del diritto

    Dopo migliaia di chilometri di viaggio, anni spesi tra deserti e prigioni africane, le persone in fuga da guerre, violenze e miseria rimangono intrappolate nelle maglie dei regolamenti europei, la cui messa in atto è lasciata di fatto all’arbitrarietà dei vari paesi. Come è noto l’identificazione dovrebbe essere fatta nel paese europeo in cui si è arrivati; ma, come è altrettanto noto, l’Italia non vuole reggere da sola l’impatto dei flussi migratori, più per motivi di politica interna che per altro. Tutto questo si gioca sulla pelle di centinaia di persone: gli appelli alla mobilitazione civica non si contano più, ma concretamente l’intervento solidale della cittadinanza è ostacolato e disincentivato dai governi. Questa stasi europea, politica e dei diritti, ha preso forma nella manifestazione del 18 giugno scorso quando un centinaio di attivisti hanno partecipato ad una biciclettata dimostrativa da Breil a Mentone, attraverso la Val Roja. La polizia francese ha seguito la manifestazione, mentre quella italiana ha bloccato la frontiera, impedendo a cittadini europei il passaggio. Schengen, questo sconosciuto. A termine della giornata alcuni attivisti hanno occupato simbolicamente un edificio della vecchia dogana francese, oramai abbandonato. Dopo cinque giorni, lo sgombero: alcuni manifestanti sono stati tenuti in arresto fino al 28 giugno in un Cra (Centro di detenzione amministrativa) a Nizza, dopo essere stati trattenuti per 16 ore in caserma, in attesa della sentenza sui dispositivi di interdizione dal suolo francese, disposti dalla polizia d’oltralpe in virtù dello stato di emergenza in vigore in Francia a seguito dei recenti attentati terroristici, che concede alla polizia di infliggere preventivamente la massima pena. La sentenza, successivamente, ha dichiarato illegittimo il provvedimento, smentendo e contraddicendo la linea politica del governo francese.

    Nervi tesi

    Domenica 3 luglio, centinaia di migranti hanno manifestato, sfilando in corteo verso la frontiera alta. Uno schieramento della polizia italiana li ha bloccati poco prima del confine: la situazione è rimasta in stallo per circa 36 ore, fino a quando sono partite le cariche delle forze dell’ordine che hanno disperso l’assembramento. Durante i tafferugli, diverse persone sono rimaste contuse, tra cui un’osservatrice francese di Amnesty International, Teresa Maffels, che ha riportato ferite a un braccio e alla schiena. Alcuni attivisti italiani presenti sono stati fermati, ricevendo il “foglio di via” da Ventimiglia e dai comuni limitrofi. Pratica ormai sempre più consueta, soprattutto nei confronti di attivisti più o meno organizzati, come gli appartenenti ai cosiddetti “No Borders”. Nelle ultime settimane sono oltre venti i provvedimenti del genere, per i quali sono già stati attivati i ricorsi da parte dei relativi legali.

    Crisi di civiltà

    Da un lato, quindi, la società civile che in qualche modo prova a organizzarsi, mentre dall’altro lato i governi europei che si rimpallano le responsabilità, provando a nascondere un problema, che oltre ad essere umanitario è politico; come è politica la volontà di non riconoscere il fatto che il flusso migratorio non sia un’emergenza ma un dato strutturale, da anni. Ed è altrettanto politica la decisione di non assistere in maniera adeguata queste persone: secondo i recenti dati del Fondo Monetario Internazionale, l’Italia è l’ottavo paese del mondo per Pil, (la Francia è quinta, mentre la Germania è al quarto posto), e ogni anno arrivano nel paese 150 mila persone, lo 0,25% della popolazione italiana; davvero non siamo capaci di gestire ed assicurare la dignità di una quantità di persone pari al pubblico di tre concerti di Vasco Rossi?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Bus gratis per gli studenti, il Comune a caccia dei fondi per la sostenibilità del Trasporto Pubblico Locale

    Bus gratis per gli studenti, il Comune a caccia dei fondi per la sostenibilità del Trasporto Pubblico Locale

    AutobusBus gratis per gli studenti di elementari e medie e forti riduzioni per i ragazzi under 26. Questa la proposta che il Consiglio Comunale ha votato all’unanimità e che impegna la Giunta a predisporre entro settembre un progetto da presentare al Governo, al fine di intercettare i finanziamenti statali dedicati allo sviluppo sostenibile del trasporto pubblico, stanziati dal collegato ambientale dell’ultima Legge di Stabilità.

    La mozione, presentata dal consigliere Guido Grillo, quota Pdl, fonda il suo dispositivo finale principalmente su due intenzioni: provare ad uniformare il contesto genovese con quello di innumerevoli altre città italiane ed europee, dove per gli studenti di ogni ordine e grado, sono previste agevolazioni considerevoli, e al contempo tentare una risposta al problema del traffico urbano e del relativo inquinamento, incentivando l’utilizzo del servizio pubblico di trasporto. Prima della sua approvazione, previo parere favorevole della Giunta, il testo è stato emendato con due proposte firmate dai consiglieri di Rete a Sinistra (che sostengono Marco Doria), che contestualizzano l’iniziativa del Comune nell’ambito degli incentivi promossi dal Governo: nell’ultima legge di stabilità, infatti, sono stati sbloccati 35 milioni, destinati alle realtà territoriali con più di 100 mila abitanti, per finanziare progetti di eco-sostenibilità del trasporto pubblico locale.

    La genericità della Legge di Stabilità

    Ad oggi Amt prevede già delle agevolazioni per gli studenti: se il prezzo pieno per un abbonamento annuale è di 395 euro, per gli under 14 è prevista una tariffa di 240 euro, mentre per i ragazzi fino a 26 anni il costo è di 255 euro, per chi ha un Isee minore o uguale a 20 mila euro. La mozione presentata vorrebbe abbassare ancora queste tariffe, introducendo anche la possibilità, per gli studenti fino alle scuole medie, di accedere gratuitamente al servizio pubblico, come previsto in altre città italiane, tra cui Napoli e Pavia. La Giunta, quindi, proverà ad intercettare i fondi messi a disposizione dal Governo, sfruttando la poca precisione del testo: nel collegato ambientale alla Legge di Stabilità 2016, infatti, si parla di un Programma sperimentale nazionale di eco-mobilità “casa-scuola” e “casa-lavoro”, che rappresentano le criticità principali delle grandi città, con l’obiettivo di favorire una generica progettualità che aumenti la sostenibilità del trasporto pubblico locale, diminuendo il traffico e la sosta, e di conseguenza l’inquinamento, soprattutto nelle zone prossime agli istituti scolastici.

    Il futuro incerto di Amt

    A far da contraltare a questo slancio, la nota situazione di Amt: l’offerta del servizio di trasporto pubblico a Genova da anni si sta riducendo, sia in termini di chilometri, sia in termini di frequenze e di linee; il degradarsi della situazione è sotto gli occhi di tutti: i bus sono in numero non sufficiente, e spesso risultano essere sovraffollati e inavvicinabili. Recentemente abbiamo documentato come il parco autovetture sia oramai inadeguato, con mezzi vetusti ed inquinanti; le notizie quasi quotidiane di guasti, anche importati, completano il quadro, desolante. La mozione approvata dal Consiglio Comunale, quindi, può destare perplessità: se da un lato abbassare il costo del servizio per una fetta importante dell’utenza, forse può riuscire ad incentivarne l’utilizzo, dall’altro lato, se a questo non è accompagnato un adeguamento alle esigenze della stessa utenza, si rischia un prevedibile buco nell’acqua.

    Prossima fermata: elezioni

    Visti i recenti tentativi dell’amministrazione comunale di far fronte al problema dell’inquinamento in città puntando su una rimodulazione del trasporto privato, la “solitudine” di questa mozione, ad oggi l’unica sull’argomento che ha trovato l’accordo bipartisan, potrebbe lasciare sgomenti; ma non solo. Un eventuale “successo” dell’operazione porterebbe a casa un finanziamento una tantum, al momento non accompagnato da un progetto strutturale di riqualificazione di tutto il comparto del trasporto pubblico, vero assett strategico della vivibilità di una città come il capoluogo ligure.

    Del sottotraccia, però, si può fare una lettura più politica: sempre più frequenti, durante le discussioni in Sala Rossa, sono i riferimenti al fine mandato della giunta Doria, oramai entrata nel suo ultimo anno di vita istituzionale. La mozione, con i relativi emendamenti, è stata approvata rapidamente e all’unanimità, senza produrre un benché minimo dibattito di sorta su di una strategia, anche ipotetica, del settore Trasporto Pubblico: se tutta l’operazione andasse a buon fine, i soldi arriverebbero in inverno, giusto in tempo per le urne. Insomma, la campagna elettorale è appena incominciata.

    Nicola Giordanella

  • Nuovo regolamento Erp, coabitazione sociale e manutenzioni ordinarie a carico degli assegnatari

    Nuovo regolamento Erp, coabitazione sociale e manutenzioni ordinarie a carico degli assegnatari

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaIl Consiglio comunale ha approvato il nuovo regolamento di “Assegnazione e gestione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica ubicati nel Comune di Genova”, dopo un iter complesso che ha visto coinvolti, tra gli altri, Municipi e sindacati di categoria, oltre ai responsabili di Arte e Asl. Alla base della nuova normativa, la necessità di agevolare l’accesso alla casa, stante un’emergenza abitativa in crescita, come Era Superba ha documentato più volte. La giunta, quindi, prova a smuovere le acque in un ambito critico per l’amministrazione e per la società civile, che spesso non riesce a stare al passo con gli andamenti del mercato immobiliare, legato a doppio giro con il mercato della finanza speculativa. Lo spirito di questa “piccola riforma genovese” è quello di velocizzare gli accessi alle case, provando ad allargare in qualche modo il bacino dei possibili beneficiari. Vediamo nel dettaglio che cosa cambia nelle modalità di assegnazione e gestione degli alloggi Erp (Edilizia Residenziale Pubblica).

    Le novità

    Il testo approvato introduce alcune innovazioni, già anticipate nei mesi scorsi ma leggermente limate dal dibattito consigliare. Tra le prime novità c’è la creazione di una nuova graduatoria per le assegnazioni, con validità quadriennale, ma aggiornamento semestrale. Le modalità di accesso alla graduatoria e i requisiti richiesti non sono stati modificati. Il testo, inoltre, introduce la creazione di una “Commisione Erp”, composta da personale dipendente di Comune, Arte Genova e da rappresentanti delle organizzazioni sindacali di categoria: questo nuovo organo, che sarà tenuto a riferire di fronte al Consiglio comunale, avrà il compito di monitorare il territorio, cercando di “leggere” le eventuali situazioni di criticità legate alle assegnazioni, per favorire il miglior inserimento possibile all’interno del contesto civico degli assegnatari. La costituzione di questa commissione non aggiungerà costi al bilancio comunale, utilizzando risorse interne all’amministrazione.

    Manutenzioni ordinarie a cura degli assegnatari

    Uno dei colli di bottiglia che da sempre rallenta le pratiche di assegnazione è il livello di fatiscenza in cui spesso sono ridotti gli alloggi Erp: il requisito sine qua non per lo sblocco di una abitazione è, infatti, il rispetto delle norme igieniche e di sicurezza. Con il nuovo regolamento, se i lavori necessari al raggiungimento della messa in sicurezza non superano i 5 mila euro, l’ente proprietario può proporre al cittadino in graduatoria di farsi carico dei lavori, scalando successivamente le spese documentate dal canone di locazione. Il meccanismo sarà vincolato da una perizia che stabilisce quali lavori debbano essere fatti e da un termine temporale, che non può superare i sessanta giorni; prima del completamento delle opere, la casa non potrà essere abitata. Prevista anche la possibilità di procedere con lavori “fai da te”, previa la stipula di una polizza assicurativa. Questo novità punta ad abbreviare i tempi per le assegnazioni, anche se, al momento, non esiste una quantificazione puntuale degli alloggi che rientrerebbero in questa categoria.

    Coabitazione sociale

    Un’ulteriore novità del nuovo regolamento è l’introduzione della coabitazione sociale: l’ente, infatti, individuerà alloggi compatibili a progetti di condivisione da parte di soggetti in carico ai servizi sociali e socio-sanitari locali. Questa pratica, già in uso in altri comuni italiani, contribuirebbe a far fronte a diversi problemi: da un lato, si verrebbe incontro a persone sicuramente in difficoltà economiche e, nel contempo, si produrrebbe una riabilitazione sociale (seguita e supervisionata dai servizi) senza dover ricorrere a inserimenti in strutture dedicate, abbattendo di conseguenza i costi sanitari pubblici.

    Un regolamento più “femminile”

    L’assessore alle Politiche della casa e housing sociale, Emanuela Fracassi, ha definito questo regolamento più “femminile” rispetto al precedente: «Nonostante una legislazione molto rigida, siamo riusciti a introdurre elementi veramente innovativi – spiega – riuscendo a ottenere un quadro normativo più flessibile e adattabile alle diverse situazioni». L’ordinaria manutenzione a carico degli assegnatari e i progetti di coabitazione sociale «permettono di sbloccare più alloggi e, al contempo, di intercettare situazioni di disagio conclamate».
    Non tutti, però, gridano al miracolo. Antonio Bruno, consigliere comunale di Federazione della Sinistra, ricorda come, anche in questo regolamento, restino delle sperequazioni sociali evidenti: «Rimane previsto lo sfratto per chi non riesce a pagare comunque l’affitto, anche perché il fondo per la morosità incolpevole previsto da Regione Liguria e Comune di Genova – continua il consigliere – ad oggi non è mai stato finanziato». La discussione in Sala Rossa, però, ha portato a mettere nero su bianco l’impegno, da parte della giunta, ad istituire in tempi brevi questo fondo e a far pressione affinché si riveda la legge regionale 10/2014, che appunto prevede la decadenza dall’alloggio per chi non riesce a pagare tre mensilità, anche non consecutive.

    Questa riforma del regolamento Erp, sicuramente, è un passo avanti, ma i conti non sono ancora chiari: «Partiremo con una decina di coabitazioni – sottolinea Fracassi – mentre dobbiamo lavorare con Arte per individuare quali e quanti potrebbero essere gli alloggi la cui manutenzione sta sotto la soglia dei 5 mila euro». Al momento, quindi, non è facile capire quale impatto reale potrebbe avere questa nuova normativa: nel frattempo, l’emergenza abitativa non dà segni di arretramento e c’è il rischio che, nei fatti, la montagna abbia partorito il topolino.

    Nicola Giordanella

  • Tursi, depositate tre delibere comunali di iniziativa popolare su partecipazione, trasparenza e servizio idrico

    Tursi, depositate tre delibere comunali di iniziativa popolare su partecipazione, trasparenza e servizio idrico

    palazzo-tursi-D9Tre delibere comunali di iniziativa popolare sono state questa mattina depositate presso Tursi da un gruppo di cittadini che aderisce a 9 tra associazioni e comitati locali di partecipazione attiva. Misurabilità degli standard minimi dei diritti civici e potenziamento della trasparenza e della partecipazione alla vita amministrativa della città, salvaguardia dei servizi pubblici locali e avvio del processo di ripubblicizzazione del servizio idrico sono gli obiettivi principali delle proposte di deliberazione per cui nei mesi scorsi sono state raccolte oltre due mila firme, che è la soglia minima prevista dalla legge comunale. E’ la prima volta che sotto la Lanterna è utilizzato questo strumento di partecipazione dal basso, previsto dall’art. 21 comma 8 dello Statuto del Comune. «Si tratta di una possibilità prevista dal Testo unico sull’ordinamento degli enti locali – spiega uno dei promotori, Dino Orlandini – che è stata recepita a Genova senza però alcun regolamento attuativo per cui ci siamo un po’ inventati la strada. Il nostro unico obiettivo è quello di migliorare la vita nei quartieri attraverso un maggiore coinvolgimento dei cittadini nelle scelte politiche comunali: insomma, meno deleghe e più partecipazione».

    La prima proposta: diritti, trasparenza e partecipazione

    Il percorso di queste tre delibere nasce nel 2013 da una petizione in 6 punti intitolata “No a privatizzazione dei servizi pubblici, sì a trasparenza e partecipazione” ma trova ancor prima le sue radici nel movimento referendario per la difesa dell’acqua pubblica. Entrando più nel dettaglio dei documenti che sono stati presentati, il più innovativo risulta essere quello dedicato a “Diritti, trasparenza e partecipazione”. Oltre alla richiesta di un controllo puntuale e trasparente di come vengono spesi i soldi dei cittadini, la delibera prevede infatti una «formulazione concreta degli standard minimi di diritti civici che il Comune intende garantire ai residenti» (ad esempio, quantità pro capite di verde pubblico, di aree pedonali e piste ciclabili, di attrezzature sportive, di mezzi pubblici di trasporto, di spiagge libere, farmacie, scuole dell’infanzia ecc.) e una serie di strumenti di verifica di quest’offerta con l’indicazione di eventuali azioni risarcitorie che i cittadini possono intraprendere in caso di inadempienza. «Si tratta – spiega Orlandini – di un modo eversivo di concepire il sistema con cui opera il Comune e il rapporto che esso ha con i cittadini. Vorremmo che ci si orientasse maggiormente alla logica nessuna tassazione senza rendicontazione».

    Il testo integrale della prima delibera

    La seconda proposta: no alla privatizzazione dei servizi pubblici

    La seconda proposta di delibera è un no secco e senza replica alla privatizzazione dei servizi pubblici locali. «Ne risentirebbe la qualità della convivenza – sostengono i promotori – perché i servizi pubblici locali rappresentano un importante fattore di coesione sociale e svolgono una funzione chiave per la salvaguardia del bene comune rispetto agli egoismi individuali». In quest’ottica, viene richiesto all’amministrazione di non prendere decisioni strategiche in ottica di privatizzazione se non prima di averne verificato il sostegno popolare attraverso il referendum consultivo, previsto dallo Statuto del Comune di Genova.

    Il testo integrale della seconda delibera

    La terza proposta: servizio idrico integrato

    L’ultima delibera riguarda il cosiddetto Servizio idrico integrato (SII) e punta sostanzialmente a bloccare ogni fine di lucro sulla gestione dell’acqua: «La proposta non richiede l’immediato ritorno del servizio idrico alla gestione pubblica perché sarebbe irrealizzabile in virtù dei contratti in essere con Iren e le sue controllate – è la tesi dei proponenti – ma punta a far rispettare quanto emerso dai referendum del giugno 2011 e cioè che ogni utile derivato da questo settore sia accantonato per investimenti o utilizzato per ridurre le tariffe e non distribuito tra gli azionisti privati». Oltre a ciò, viene proposto il divieto di distacco dell’acqua alle utenze domestiche per qualsiasi motivo, nel limite del rispetto di un utilizzo ragionevole di 100 litri al giorno a persona.

    Il testo integrale della terza delibera

    A questo punto la palla passa alla apposita commissione comunale, presieduta dal segretario generale e composta da due dirigenti di sua nomina, per la valutazione dell’ammissibilità delle proposte. Passaggio che dovrà avvenire entro trenta giorni. Se le tre proposte saranno giudicate ammissibili, toccherà al Consiglio comunale calendarizzare la discussione e il passaggio in Sala Rossa.


    Nicola Giordanella

  • Amiu-Iren: l’azienda conferma, il sindaco smentisce. Entro fine luglio la scelta del partner industriale

    Amiu-Iren: l’azienda conferma, il sindaco smentisce. Entro fine luglio la scelta del partner industriale

    Rifiuti«Il nostro obiettivo è avere entro la fine di luglio a nostra disposizione un’offerta vincolante» per la definizione del partner industriale di Amiu. Lo ha detto ieri mattina in Commissione comunale il direttore generale dell’azienda interamente partecipata dal Comune di Genova per la gestione del ciclo dei rifiuti, Franco Giampaoletti. Il primo passo di questo percorso sarà la pubblicazione «nel più breve tempo possibile» di un bando per la manifestazione di interesse all’ingresso di un nuovo partner «all’interno di un perimetro pubblico, con la definizione delle condizioni affinché l’offerta possa essere accettabile e con la totale sicurezza del Comune di mantenere la capacità di gestione della società in futuro». Nel caso arrivasse più di una manifestazione di interesse, dovrà iniziare un percorso di valutazione per scegliere il soggetto migliore; se, invece, l’offerta fosse solo una e fosse ritenuta coerente, si passerebbe direttamente alla negoziazione di dettaglio tra le parti per concludere l’accordo.

    Una risposta, certamente e celermente, arriverà da Iren con cui Giampaoletti non nasconde essere già iniziato un percorso di confronto «finalizzato all’analisi di elementi di sinergia nei rispettivi piani industriali». Tanto che il prossimo 4 luglio è previsto un incontro tra azienda e sindacati. Tra un mese, dunque, si dovrebbe finalmente celebrare il tanto chiacchierato matrimonio tra Iren e Amiu. D’altronde, anche l’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, qualche settimana fa aveva risposto per iscritto a un’interrogazione di Antonio Bruno, capogruppo di Federazione della Sinistra, confermando che “il Comune di Genova ha dato mandato ad Amiu di avviare un dialogo con Iren su base tecnica finalizzato alla verifica di elementi di potenziale sinergia fra i rispettivi piani industriali. Conseguentemente Amiu ha attivato un tavolo tecnico con Iren nel quale sono tuttora in corso discussioni finalizzate ad un esame dei reciproci programmi di sviluppo”.

    Eppure, il sindaco Marco Doria prova, non senza imbarazzi piuttosto evidenti e con risultati poco convincenti, a smentire che tutto sia, di fatto, già scritto. «Dell’interesse di Iren sappiamo soprattutto dai giornali – sostiene il primo cittadino – ma noi dovremo andare a vedere chi risponderà alla manifestazione di interesse e procedere con una comparazione pubblica e trasparente: non c’è già un soggetto designato». Un percorso che per il sindaco deve essere compiuto rapidamente «per evitare situazioni disastrose per tutti come quella di Livorno in cui un’azienda totalmente comunale è in procedura pre-fallimentare». Doria sottolinea ancora una volta che il Comune «non può avere preferenze che influenzino la procedura in cui siamo chiamati a scegliere un soggetto qualificato, non il primo che capita, perché in questo settore le presenze inquietanti sono numerose». I soggetti interessati «dovranno dare piena attuazione al piano industriale che l’azienda ha elaborato, per dare all’azienda stessa e alla città impianti che oggi Amiu non ha e non è in condizioni di farsi da sola».

    Duro l’attacco proprio di Antonio Bruno che, un tempo, faceva parte di quella maggioranza che aveva portato all’elezione di Doria: «Rimane il forte sospetto di una possibile turbativa d’asta», tuona il capogruppo di Federazione della Sinistra.

    Verso una maggioranza privata

    Il sindaco di Genova, Marco DoriaIl sindaco fissa poi i paletti di questa aggregazione pubblico-privato, affermando che «l’azienda dovrà continuare a chiamarsi Amiu, dovrà continuare a essere genovese, con il comune azionista e in grado di dire la propria sulle scelte essenziali della vita dell’impresa».

    Già, ma con quale percentuale il Comune di Genova resterà dentro Amiu? Il sindaco non si sbilancia, anche se dalle sue parole risulta ormai evidente che il nuovo socio privato rileverà la maggioranza dell’azienda, con buona pace di chi vorrebbe mantenere il controllo di pubblico di quella che attualmente è un’azienda di proprietà al 100% di Palazzo Tursi.

    Doria sostiene che la percentuale di ingresso di un partner privato in Amiu non possa essere predeterminata a tavolino e la nuova suddivisione delle quote tra pubblico e privato dipenderà dal valore di Amiu, in base all’eventuale prolungamento del contratto di servizio attualmente in scadenza nel 2020 e da quanto il soggetto privato, la cui manifestazione di interesse sarà ritenuta più convincente, sarà disposto a investire economicamente e in nuovi impianti per realizzare il piano industriale dell’azienda. Sarà «la combinazione di questi due fattori – ribadisce il primo cittadino – a dare il valore delle quote di chi entrerà e di quelle che resteranno al Comune. Ma, indipendentemente dalle quote, il Comune azionista dovrà rimanere in grado di dire la propria sulle scelte essenziali e strategiche della vita dell’azienda».
    Anche in questo caso la teoria del sindaco non appare del tutto convincente. Com’è possibile che sia il privato a decidere quanto capitale rilevare della società pubblica in base alle disponibilità di investimento? In base a questo criterio, iperbolicamente, Amiu potrebbe allora teoricamente anche essere venduta al 100%.

    Più sicuro, invece, il sindaco sulla tutela dei lavoratori in questo processo di aggregazione. «Non ci dovranno essere licenziamenti e dovrà essere garantita la piena occupazione» sottolinea Doria. Il tutto sarà suggellato da uno statuto che detterà le regole interne e assicurerà il mantenimento della “genovesità” dell’azienda.

  • Suq, tanta voglia di crescere ma dalle istituzioni poche sicurezze. Prossima edizione dedicata alle migrazioni

    Suq, tanta voglia di crescere ma dalle istituzioni poche sicurezze. Prossima edizione dedicata alle migrazioni

    suq-compleannoUn grande successo anche quest’anno per il Suq Festival che ha ospitato, intrattenuto e deliziato con cibi etnici 70 mila visitatori. Il fascino del gran bazar, che mischia sotto un unico tendone molti aspetti di diverse culture, anche in questa edizione non si è smentito e ha attirato in soli dieci giorni, migliaia di visitatori. Carla Peirolero, ideatrice e direttrice artistica dell’evento, ha raccontato a Era Superba, collaboratore ufficiale della kermesse, la crescita dell’evento sottolineando che il successo più grande di questo 2016 è stato la rassegna teatrale. «Il nostro pubblico ha colto e apprezzato l’eccellenza degli spettacoli che abbiamo messo in scena in questa edizione. Una partecipazione del genere non c’è mai stata prima». A confermarlo, il tutto esaurito (660 spettatori e tante altri rimasti a bocca asciutta a causa del sold out) per tre sere consecutive dello spettacolo “Hagar la schiava” di Adonis, in scena dal 24 al 26 giugno nella Chiesa di San Pietro in Banchi. «Lo spettacolo, che ha rappresentato sul palco un tema profondo – aggiunge Carla Peirolero – ha avuto un grandissimo successo».

    I dibattiti, gli incontri, i dialoghi e i confronti che hanno portato sotto i tendoni del Suq tematiche impegnative, di attualità e del passato, come confermano i numeri, sono state seguite e apprezzate dal pubblico. «In ogni giornata di questa edizione – aggiunge Peirolero – abbiamo visto e percepito la voglia di stare insieme, il desiderio di confronto e la volontà da parte del pubblico di dialogare per cercare di costruire un futuro migliore. Un traguardo per noi molto importante».

    Il Suq, mantenendo sempre fede al tema di quest’anno, “Generazioni memoria e futuro”, ha rappresentato un momento d’incontro e di confronto tra quello che è stato e quello che accade oggi, un modo per riflettere su quello che sarà il futuro e, magari, per costruirne uno migliore.

    Suq di partecipazione e condivisione

    Quella del 2016 è stata definita l’edizione all’insegna della condivisione e della partecipazione. «La condivisione è stata una costante che ha caratterizzato moltissimi aspetti dell’evento, i dibattiti, gli incontri, gli spettacoli. Ma non solo. La condivisione è avvenuta anche fuori dal Suq, nei social e nel web» dice Peirolero. Anche in questo caso, la testimonianza è data dai numeri: 69 mila persone raggiunte tramite Facebook e 70 mila tweet visualizzati nei giorni dell’evento.

    Il Suq, che come dice la parola stessa è un mercato che unisce diverse realtà, anche quest’anno ha saputo coinvolgere: «È stato un grande palcoscenico che ha dato spazio a tutti, al pubblico incluso – aggiunge Peirolero – questa edizione del Suq è stata come uno spettacolo in cui tutti sono stati i protagonisti». Una partecipazione e un coinvolgimento spontaneo che si è manifestato anche in tante serate improvvisate. Come quella di sabato 25 in cui il bazar si è trasformato in un grande concerto in cui si esibivano musicisti e pubblico, insieme. «Le feste improvvisate, nate tra le viuzze della kermesse – conclude – hanno tirato fuori convivialità, partecipazione, confronto e dialogo tra tutti, la vera anima Suq».

    Il silenzio delle istituzioni e la prossima edizione

    Nonostante il grande successo, le istituzioni locali non hanno ancora dato risposta su quello che sarà il destino del Suq. «Vorremmo avere più certezze per le prossime edizioni – dice Peirolero – il nostro è un grande evento da 240.000 euro, per il 75% coperto con le nostre forze, che ha ancora tanta voglia crescere. Stiamo già pensando al prossimo anno ma ci piacerebbe farlo con qualche sicurezza in più».

    Nella prossima edizione, che avrà come tema “Il viaggio e la sosta”, si parlerà di migrazione, radici e di quello che riserverà il futuro. «Speriamo che per il Suq non sia ancora arrivato il momento della sosta e che il viaggio continui» conclude la direttrice artistica del Suq Festival. Il Suq ha confermato di avere i numeri di un grande evento e ha dimostrato di aver raggiunto la maturità tipica di chi compie la maggiore età. Come tutti i diciottenni, però, ha bisogno ancora di qualche certezza per crescere e migliorare.

    Elisabetta Cantalini

  • Voltri, la frana di Arenzano peggiora la crisi del commercio. Idea secondo mercato

    Voltri, la frana di Arenzano peggiora la crisi del commercio. Idea secondo mercato

    voltriÈ un grido d’aiuto quello che si alza dall’estremo ponente voltrese, dove la frana di Arenzano ha messo in seria difficoltà gli affari di una zona che, già in condizioni “normali”, non naviga certo nell’oro. Aprire un’attività nell’ultima parte di Voltri, quella che precede la lunga via Rubens e che porta fino a Vesima, agli estremi confini ponentini del Comune di Genova, è affare da coraggiosi. Chi ci prova deve spesso chiudere i battenti dopo pochi mesi. Altri, tenacemente, resistono. Tra questi Fabio Boni che, assieme ad altri commercianti locali, si è fatto carico della situazione e ha avviato un dialogo con le istituzioni per provare a rimediare a una situazione divenuta insostenibile. «La frana – ci spiega – ha peggiorato di un 30-40% i fatturati di molte attività della zona».

    I già traballanti bilanci delle attività di quartiere si basavano sul transito continuo di persone lungo quella che è l’unica via (esclusa l’autostrada) per uscire da Genova. Da quando la Liguria è “tagliata in due” questo transito si è quasi del tutto perduto. «Per vie ufficiose ci è arrivato un dato allarmante – continua Boni – 2 milioni di macchine all’anno passano dall’Aurelia in questa zona. In questo momento sono, di fatto, 2 milioni e mezzo di euro che guadagna Autostrade. Noi, invece, siamo tagliati fuori dalla Liguria».

    Da quando i massi hanno bloccato la strada nella prima parte di Arenzano (ormai più di 3 mesi fa), l’autostrada è diventata infatti l’unica possibilità per spingersi a Ponente, oltre i confini del Comune di Genova. Un rimborso parziale è garantito solo a chi dimostra di doversi spostare per motivi di lavoro. «È assurdo che non si sia ancora trovata una soluzione, nemmeno parziale, come un senso unico alternato – afferma il consigliere municipale Matteo Frulio – l’autostrada non può essere l’unica via per spostarsi». Soprattutto in una città di anziani e di scooter.

    L’idea del secondo mercato

    voltriSe la questione della mobilità non dipende esclusivamente da Municipio, Comune e Regione, qualcosa di più si potrebbe fare per dare una mano quantomeno ai commercianti. E l’idea è già pronta, ovvero aprire un secondo mercato settimanale, il giovedì o il venerdì, nel parcheggio di piazza Caduti Partigiani. Non si tratta di una novità assoluta. Qualche anno fa si pensò di trasferire proprio in quella zona il mercato settimanale voltrese, che attualmente si svolge al martedì negli spazi di piazza Gaggero. La dichiarazione d’intenti bastò a scatenare la reazione dei negozianti della “zona centrale” voltrese e dell’Associazione Mercatali.

    Per questo, oggi, l’idea sarebbe quella di aggiungere, anziché sostituire, per non scontentare nessuna delle due metà della delegazione. La pensa così Matteo Frulio, che è anche presidente della commissione Urbanistica del Municipio 7 Ponente, che ha fatto da tramite tra le istanze dei negozianti e il Comune di Genova. «Da parte dei commercianti – spiega – è venuta la necessità di fare qualcosa di duraturo nel tempo, che non si limitasse al periodo dei lavori per la frana. Un primo punto, oltre a quello del mercato, è quello di cercare di attirare più manifestazioni possibili in quella zona di Voltri, in modo da tornare a ‘creare un giro’ di persone».

    La frana ha reso più urgenti le rivendicazioni dei negozianti ma ha solo acuito un problema già esistente, per questo il Comune potrebbe accogliere l’istanza dei commercianti della parte più estrema della delegazione. Secondo quanto emerso durante un incontro pubblico, l’assessore comunale allo Sviluppo economico, Emanuele Piazza, si sarebbe reso disponibile ad attivarsi per trovare una soluzione, che non coincide necessariamente con la proposta dei “voltresi di ponente”.«Stiamo valutando la situazione con grande attenzione – conferma Piazza a Era Superba – ed entro luglio verrà deciso se quella del secondo mercato può essere una soluzione per sostenere una zona sicuramente penalizzata».

    Le sensazioni sono positive. «Piazza Caduti Partigiani è pronta da tempo – conclude Fabio Boni – siamo una delle poche delegazioni a non avere il secondo mercato settimanale».

    Luca Lottero

  • Genocidio del popolo Armeno, anche Genova avrà una via dedicata alla strage

    Genocidio del popolo Armeno, anche Genova avrà una via dedicata alla strage

    armeniaMentre papa Francesco è in visita apostolica nella lontana Armenia, antica culla della civiltà cristiana, Genova decide di intitolare una via in memoria delle vittime del Genocidio del popolo Armeno. Anzi, il Consiglio comunale ha addirittura anticipato il viaggio del Santo Padre: la decisione, infatti, risale al 14 giugno scorso, quando in Sala Rossa, passava all’unanimità, ma con parere sfavorevole della giunta, la mozione che impegna l’amministrazione a trovare, entro sei mesi, una via o una piazza da intitolare a ricordo della strage dell’inizio del XX secolo.

    Il genocidio armeno

    armeniaCon questi termini si fa riferimento alle deportazioni ed uccisioni di massa perpetuate dall’esercito dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1916 nei confronti della allora numerosa comunità armena presente in Anatolia. Il periodo è quello della Prima Guerra Mondiale. Tra i nemici del Sultano, in virtù della sua alleanza con la Germania, anche lo Zar, che tra i tanti territori che componevano il “puzzle” etnico e territoriale chiamato Russia, vedeva anche parte dell’Armenia storica.

    Per evitare, quindi, ogni sorta di possibile sabotaggio interno, Istanbul decise di deportare forzatamente milioni di armeni dai loro secolari villaggi, destinandoli a fatiscenti campi profughi in Siria, allora parte dell’impero “turco”. Tra massacri, uccisioni arbitrarie, processi sommari, rastrellamenti, stenti e fame morirono in pochi mesi circa un milione e mezzo di persone. Da qui il termine genocidio: un fatto storico, ad oggi mai ammesso come tale dalle autorità turche: negli anni, solo 29 paesi nel mondo, tra cui anche l’Italia (nel 2000), hanno riconosciuto l’entità di questa strage, paragonata alla Shoah del popolo ebraico. Lo scorso 2 giugno, il parlamento tedesco ha approvato una legge che riconosce “il Genocidio del Popolo Armeno”, scatenando le ire del presidente turco Erdogan, che ha subito richiamato in patria l’ambasciatore.

    Il ricordo di Genova

    armeniaQuella del Consiglio comunale è una decisione che assume un particolare valore in una città come Genova, fortemente legata dal punto di vista economico alla Turchia: il collegamento aereo diretto con Istanbul da parte della compagnia di bandiera di Ankara, la Turkish Airlines, assicura al capoluogo ligure un canale turistico importante, che negli anni si è dimostrato di successo e che proprio in questi giorni festeggia il primo lustro di servizio.
    Una partnership che, negli anni, ha avuto una ricaduta importante per tutta la città; la compagnia aerea, infatti, sta investendo moltissimo a Genova e sponsorizzando decine di eventi culturali, e non, organizzati nel capoluogo ligure: tra gli altri, il Premio Paganini, la Mezza Maratona di Genova, Palazzo Ducale, il Suq Festival.

    Una presenza attiva, con ricadute economiche di rilievo, che è lecito credere essere alla base del parere negativo espresso dalla giunta, per voce dell’assessore Elena Fiorini, che ha definito il tema “divisivo”. Sarà, ma la proposta è stata votato da tutti i partiti presenti in Consiglio Comunale, dal Movimento 5 Stelle alla Federazione della Sinistra, dal Pd a Forza Italia, dalla Lega Nord (che ha presentato la mozione) a Lista Doria.

    Proprio per questi motivi abbiamo chiesto un commento al Console onorario della Turchia presente a Genova, Giovanni Guicciardi, ma dal consolato è arrivato un cordiale “no comment”, motivato dall’inopportunità di esprimere pubblicamente un’eventuale opinione in merito da parte del diplomatico. Sicuramente una posizione prudente su un tema ancora molto scottante in patria: l’articolo 301 del codice penale turco, infatti, prevede il carcere da 6 mesi a due anni per chi parla pubblicamente di “Genocidio Armeno”. Una strage riconosciuta ufficialmente dalla Commissione dei Diritti dell’Uomo dell’Onu già nel 1985 e della quale anche il Comune di Genova, già alla fine degli anni novanta, aveva ufficializzato l’esistenza storica. Il passaggio di dedicare una via o una piazza a questo tristissimo episodio della Storia, quindi, dovrebbe essere una conseguenza logica, soprattutto per Genova, città dei Diritti. Ma gli affari sono sempre affari.


    Nicola Giordanella

  • San Giovanni, un patrono per tutti. La storia controversa del culto per il Santo dei Genovesi

    San Giovanni, un patrono per tutti. La storia controversa del culto per il Santo dei Genovesi

    cappella-san-giovanniNell’ottobre del 1797, un viaggiatore inglese di nome Thomas Watkins, di passaggio a Genova, assistette in un’osteria cittadina a una singolare disputa tra due veneziani e i genovesi presenti. La discussione verteva – afferma Watkins, con un po’ di stupore – sui meriti dei rispettivi santi patroni: san Giovanni Battista e san Marco. Secondo i genovesi, il Battista aveva compiuto molti miracoli e per questo era da considerarsi il più grande tra i santi. Per i veneziani, san Marco era senz’altro superiore poiché sedeva in Cielo a fianco alla Vergine. Gli animi dovettero scaldarsi: un genovese, evidentemente indignato per l’affronto subìto, estrasse un pugnale e trafisse al cuore il veneziano gridando: «Ti manda questo San Giovanne; che ti guarìano le osse di San Marco!». Watkins, che riporta l’episodio nel proprio libro di memorie, ne attribuisce la causa all’odio secolare tra le due città, sviluppatosi in quel Medioevo dei commerci che le aveva viste tra le principali protagoniste. Un Medioevo nel quale i santi patroni tifavano naturalmente per i propri protetti.

    Il “furto” delle ceneri

    Il culto di Giovanni Battista ha origini antichissime. A Genova, se ne colgono le tracce già attorno al 1130. Molte volte, gli annalisti cittadini del Duecento ricordano le processioni effettuate in suo onore, generalmente per sedare marosi e tempeste. Tuttavia, è solo alla fine del Duecento che tale culto conosce un impulso decisivo grazie alla grande opera dell’arcivescovo Iacopo da Varazze. Nella sua “Istoria sive legenda translationis beatissimi Iohannis Baptiste” egli narra di come, nel corso della prima crociata, poco dopo la presa di Antiochia del giugno 1098, alcuni crociati genovesi, di ritorno in patria, fossero sbarcati nei pressi dell’antichissima città di Myra, in Anatolia, alla ricerca delle reliquie del beato Nicola. Trovando che i sacri resti erano già stati trafugati, i Genovesi si misero ugualmente a scavare sotto l’altare Santo, di fronte agli sguardi sconsolati dei monaci presenti. Poco dopo, s’imbatterono in una cassa marmorea che portarono di corsa alle proprie navi. Solo allora, i monaci confessarono loro, tra le lacrime, la reale consistenza del tesoro. Non si trattava, infatti, delle reliquie di Nicola, ma di un premio maggiore: le ceneri di san Giovanni Battista. I Genovesi non poterono che rallegrarsene: divisero il bottino tra le imbarcazioni e ripresero il mare, guadagnando il porto di Genova dopo aver superato i marosi e i venti contrari con la forza di una fede rinnovata.

    Le ceneri sarebbero giunte a Genova nel 1099, al termine di un periodo di aspre lotte intestine tra i sostenitori della riforma della Chiesa e i loro oppositori. Si era allora in piena lotta per le investiture e, da circa un cinquantennio, la città era retta da personaggi aderenti al partito filo-imperiale. L’elezione del filo-papale Airaldo era stata fortemente avversata. Secondo Iacopo da Varazze, l’arrivo delle ceneri avrebbe avuto l’effetto di sedare le discordie intestine e di spingere i Genovesi all’organizzazione di una nuova spedizione. Tuttavia, una volta insediatosi, il nuovo vescovo, di concerto con i consoli e i rappresentanti del governo civile, decise di operare ulteriori accertamenti: i crociati in procinto di partire per la Terrasanta avrebbero dovuto recarsi a Myra, conferire con i monaci e sincerarsi del racconto dei propri concittadini. Solo in quel modo si poté essere certi dell’autenticità dei sacri resti, i quali, da allora, iniziarono a essere venerati «maiori devotione atque reverentia».

    Un patrono per tutti

    Sin qui la leggenda. Ma quanto di vero v’è nelle parole del prelato? In realtà, la domanda è, in sé, mal posta: il Medioevo è pieno di racconti di questo genere, che rientrano in un filone specifico, quello dei “furta sacra”. Non è tanto importante, dunque, cercare di comprendere quanto il racconto si avvicini alla realtà, bensì valutare quanto esso pesasse nella mentalità comune, quanto abbia influito sulla vicenda cittadina. Impresa assai ardua, naturalmente, circa la quale, però, qualcosa è possibile dire. D’altra parte, risulta senz’altro singolare il fatto che Caffaro, il primo cronista cittadino, contemporaneo agli eventi, non faccia menzione alcuna dell’avvenimento. Che non si fosse ancora cristallizzata una leggenda relativa all’arrivo a Genova delle ceneri del Precursore? E’ obiettivamente difficile spiegarne il silenzio postulando l’esistenza di cronache espressamente dedicate; tanto meno affermando (come è stato fatto) ch’egli intedesse dare avvio ai propri Annali dalla spedizione successiva, quella del 1100, la quale fu effettivamente una spedizione importante, partecipata da tutta la cittadinanza, finalmente pacificata alla notizia della conquista di Gerusalemme. Probabilmente, il culto del Battista non aveva ancora ricevuto l’attenzione che meritava.

    Tuttavia, è probabile che esso fosse già in auge nel 1130. Ne rimangono tracce, infatti, in corrispondenza dell’erezione della diocesi genovese ad arcidiocesi. Numerose, inoltre, sono le attestazioni superstiti per la seconda metà del XII secolo e per tutto il XIII. Iacopo da Varazze, dunque, non fece altro che rileggerne il culto alla luce delle esigenze del proprio tempo, forse con l’obiettivo di trasformarlo in qualcosa di simile a una “religione civica”, nella quale i Genovesi di ogni fazione, in perenne lotta tra loro, avrebbero potuto identificarsi. Da questo momento in poi, infatti, le attestazioni si moltiplicano: nel 1299, nel bicentenario dell’arrivo delle ceneri, l’arcivescovo Porchetto Spinola approvò, dunque, la costituzione di una «consortia» (e, cioè di una confraternita) dedita esplicitamente al culto del santo; il 13 febbraio del 1312, l’imperatore Enrico VII stabilì che chi avesse voluto pregare a suo vantaggio (e a suffragio dell’imperatrice Margherita, da poco defunta e sepolta in San Francesco di Castelletto a Genova) avrebbe dovuto recarsi presso l’altare del Battista: nel 1319, le reliquie furono portate in processione dalla parte guelfa, vincitrice sui ghibellini della Riviera di Ponente. Bisognerà attendere, però, il 1323 perché, su iniziativa di due privati cittadini – Benedetto e Nicolò Campanari (forse appartenenti alla «consortia» di recente approvazione) – le ceneri trovino accoglienza in una cappella apposita nella cattedrale, e il 1327 perché, per volontà dell’influente famiglia Fieschi, il Battista sia finalmente dichiarato «Patrem civitatis».

    Tra arte e diplomazia

    Nonostante ciò, il culto battistino stenterà ad assumere un carattere ufficiale. Basti pensare agli affreschi trecenteschi della cattedrale: il Santo non possiede affatto un ruolo di preminenza. Poche, inoltre, sono le chiese e le cappelle dedicate al Battista nel territorio genovese. Senza dubbio, il Battista ebbe un peso nel segreto delle coscienze: nel corso della grande peste di metà secolo, ad esempio, le catene che assicuravano l’arca delle ceneri furono oggetto di particolare venerazione, giacché il solo toccarle – pare – assicurava protezione. E’ sintomatica, tuttavia, la vicenda della concessione da parte di Urbano VI, il 26 settembre 1386, per la festa della natività del Battista, delle stesse indulgenze godute dalla chiesa di San Marco a Venezia per la solennità dell’Ascensione: i Genovesi non si curarono affatto di richiedere al papa i termini esatti dell’indulgenza, bastando loro d’essere equiparati alla città rivale! Soltanto nel XV secolo, le ceneri avrebbero acquisito un valore simbolico in ordine all’accrescimento della potenza genovese, venendo ospitate nella splendida cappella del Gagini, nella navata sinistra della cattedrale di San Lorenzo. Per il momento, tensioni e spaccature evitarono che il culto – sostenuto solo da parte della popolazione (nello specifico dalla parte guelfa) – divenisse realmente espressione corale della cittadinanza.

    E oggi? Oggi si festeggia il 23 giugno, col grande falò di piazza Matteotti, che ricorda i grandi fuochi d’età moderna, seguito da un inspiegabile Ghost Tour che sa molto di notte di tregenda… e dalla tradizionale processione delle ceneri al mare, il 24. Ce n’è per tutti.


    Antonio Musarra

  • San Giovanni e il sogno di una magica notte di mezz’estate, tra sacro e profano, magia e tradizione

    San Giovanni e il sogno di una magica notte di mezz’estate, tra sacro e profano, magia e tradizione

    fuoco-san-giovanniCarica di magia e presagi, quella di San Giovanni (23 giugno) è la notte che decide i destini dell’intero anno solare: pratiche divinatorie, lavacri di purificazione, falò rituali, raccolta notturna di rugiada ed erbe benefiche (iperico, agnocasto, lavanda, artemisia, verbena, ruta, ribes, rosmarino).

    L’ipotesi più probabile è che il Cristianesimo integrò all’interno della propria liturgia le due feste pagane (del 24 giugno e del 25 dicembre) rievocative del solstizio estivo e invernale e che, in epoca romana, con i nomi di Fors fortuna e Sol invictus, erano state parte integrante della religione del Sole. Le credenze legate a questa ricorrenza sono numerose. La più antica narra che, in questa magica notte, una trave di fuoco attraversi il cielo e su di essa ci siano Erodiade e la figlia Salomè, che aveva ottenuto da Erode, su un piatto d’argento, la testa di San Giovanni Battista. Disperate vagherebbero nel cielo gridando: “Mamma perché me lo chiedesti! Figlia perché l’hai fatto”. A tale leggenda è riconducibile il divieto di fare in questa data il bagno a mare.

    All’alba, anche nel sole ci sarebbe qualcosa d’oscuro: i più anziani raccontano che il 24 giugno la sfera sia più luminosa del solito e sembra quasi che a delimitarne il contorno ci sia un cerchio di fuoco che gira instancabilmente per qualche ora. Chi, tra le ragazze da marito, riuscirà a vedervi la testa di San Giovanni decapitato, si sposerà entro l’anno.

    Il Precursore è anche conosciuto come il protettore delle innamorate. Diffusa in tutta Italia, la divinazione delle nubili attraverso il sistema delle tre fave. Le giovani, devono mettere tre fave sotto il cuscino, avendo cura di mischiarle prima di addormentarsi. Il mattino seguente ne scelgono una a caso, sperando di pescare quella con la buccia, che annuncia ricchezza. Nel caso di una fava sbucciata a metà, dovranno accontentarsi di una posizione sociale intermedia. Meglio cambiare marito, se la preferenza ricade su quella senza buccia.

    San Giovanni non porta inganni

    La sacra notte del Battista è un momento propizio per fare previsioni perché, come dice il detto, “San Giovanni non vuole inganni”. Un rito divinatorio che si è tramandato fino ai nostri giorni, è quello delle chiare d’uovo nell’acqua. La sera della vigilia (23 giugno), prima di andare a letto, bisogna versare l’albume in un bicchiere e lasciarlo fuori tutta la notte. Al sorgere del sole, la più anziana cercherà di scrutare il destino, in base alla forma assunta dal bianco d’uovo. In particolare: una barca è segno di partenza; una bara o un coltello, morte in famiglia; una casa, lunga vita; una bottiglia, felicità; un uovo, maternità in arrivo.

    Secondo la tradizione, chi nasce in questa notte avrà poteri speciali e sarà protetto dal malocchio e dalle potenze malefiche. Un famoso detto recita: “San Giovanni con il suo fuoco brucia le streghe, il moro, il lupo” ovvero tutti i malanni dell’anno. Tantissimi i consigli e le prescrizioni legate a questa festa, che trovano riscontri in varie regioni d’Italia. Esporsi, nella notte della vigilia, alla rugiada, curerebbe ogni male, compresa la sterilità. I garofani piantati in questa notte, crescono rigogliosi. Non possono essere catturate le lucciole perché in esse sarebbero incarnate (proprio in quelle ore) anime vaganti in cerca di refrigerio.

    A mezzanotte si deve cogliere un ramo di felce e tenerlo in casa per aumentare i propri guadagni. Allo stesso scopo si deve comprare l’aglio perché “Chi non compra l’aglio di San Giovanni, sarà poveretto tutto l’anno!”.

    San Giovanni in cucina e nell’orto

    Tra i consigli culinari, fare scorpacciate di “lumache” con tutte le corna (che assumono il significato di discordie). Mangiarle è di buon auspicio: significa distruggere le avversità. Nella ricorrenza del Battista si prepara il nocino, ottenuto dall’infusione delle noci non ancora mature nell’alcol, con l’aggiunta di cannella e i chiodi di garofano. Il liquore sarà bevuto dopo almeno sessanta giorni, per riacquistare le forze nei momenti del bisogno. L’albero della noce era considerato sacro dalle streghe ma non dai contadini che lo piantavano a distanza da altri alberi da frutto perché era radicata la credenza che quest’albero fosse velenoso.

    Il santo che battezzò Gesù era inflessibile con i traditori degli amici, da questo deriverebbe l’usanza di stabilire legami di comparatico proprio nel giorno dedicato al Santo. Si tratta di parentele spirituali, basate sulla fiducia reciproca, che vanno oltre la parentela di sangue.

    Tuttora, a Bosco, piccolo comune in provincia di Salerno, le nubili, il 24 giugno si scambiano la promessa di essere commari (madrine). Il rito inizia con una stretta di mano seguita dalla nenia: “Commari ni facimo, commari ri San Giuanni, ni vattiamo li panni” (da oggi siamo comari di San Giovanni, ci battezziamo anche i vestiti).La funzione termina scambiandosi tre baci sulle guance ed una composizione di spighe di grano e garofani, simbolo del vincolo affettivo creato.

    San Giovanni e la letteratura

    Questa usanza è ricordata anche da Verga nei Malavoglia: “La Barbara perciò aveva mandato in regalo alla Mena il vaso del basilico, tutto ornato di garofani, e con un bel nastro rosso, che era l’invito a farsi commari”. Simili riti ebbe modo di annotare il Petrarca, visitando Colonia, la sera di San Giovanni, quando vide innumerevoli donzelle, fregiate di erbe odorose, accorrere sulla sponda del Reno e immergere a vicenda nel fiume le mani e le braccia. Nella magica notte di mezza estate, quando il sole è nell’apogeo, al mondo possono accadere cose prodigiose.

    Scettici o sognatori, vi lascio con un incantesimo d’amore, rubato a chi più di tutti, ha celebrato e reso immortale questo giorno: “Ciò che il tuo occhio al risveglio vedrà, il tuo vero amore diventerà”. Chi riconosce l’autore senza usare Google?

    Emilia Fortunato,
    antropologa, esperta di Tradizioni Popolari

  • Medici Senza Frontiere, entro pochi giorni la decisione sull’intervento a Ventimiglia

    Medici Senza Frontiere, entro pochi giorni la decisione sull’intervento a Ventimiglia

    Bourbon Argos Rescue August 2015Il 20 giugno l’Onu ha celebrato la Giornata Mondiale del Rifugiato. E mentre le istituzioni si fermano e si interrogano, da inizio anno, quindici persone al giorno muoiono per raggiungere l’Italia. Da questo dato parte il nostro colloquio con Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere Italia, in città come ospite del Suq: «Da gennaio abbiamo contato 2.856 morti nel Mediterraneo ed è un dato incredibile, che dovrebbe far riflettere, parecchio». Di pochi giorni la decisione dell’ong di interrompere e rifiutare ogni finanziamento da parte dell’Unione Europea, per protestare contro le recenti scelte comunitarie sul “problema immigrazione”, e per marcare le differenze sostanziali nelle scelte e nelle modalità di approccio alla questione. «Una scelta quasi d’obbligo – spiega De Filippi – che è conseguenza diretta dell’aver criticato in maniera molto dura il trattato Ue-Turchia, un accordo sbagliato e cinico, e che non risolve la situazione relativa ai migranti, provando a esternalizzare il problema». Un documento che dovrebbe entrare effettivamente a regime nelle prossime settimane e che potrebbe addirittura essere usato come modello per altre aree di criticità «Questo assetto si riflette anche nel cosiddetto “Migration Compact”, in cui si fa riferimento all’accordo con Ankara come fosse un cosa che funziona e come se fosse cosa buona, da seguire e riproporre. Noi crediamo che sia profondamente sbagliato e per questo motivo non prenderemo più fondi dalla Ue e dai paesi membri». Una scelta di coerenza che farà scomparire dal bilancio dell’organizzazione circa 63 milioni di euro, fino a ieri arrivati per interventi di Msf in collaborazione con l’Unione Europea; il ramo italiano della ong, in realtà, non prende finanziamenti istituzionali già dagli anni novanta: «Ovviamente da oggi dovremo dare più energia alla campagna di raccolta fondi – sottolinea il presidente – ma lo facciamo con piacere, perché crediamo che la coerenza non abbia prezzo. Speriamo che altre organizzazioni riflettano sull’opportunità di criticare l’Europa, prendendone poi i soldi». Europa insignita del Nobel per la Pace nel 2012: «Come noi, nel 1999 e il presidente Obama nel 2009, lo stesso che, lo scorso dicembre, ha bombardato il nostro ospedale a Kunduz, in Afghanistan». Un bombardamento che provocò la morte di 50 persone, compresi 14 medici volontari di Msf.

    L’intervento a Ventimiglia

    Nelle prossime ore l’organizzazione internazionale potrebbe decidere di intervenire anche a Ventimiglia, dove la situazione dei migranti appare ogni giorni più critica, come Era Superba sta documentando da settimane: «Abbiamo monitorato la situazione fin dall’inizio, cioè da quando i No Borders hanno suonato il campanello d’allarme – racconta Loris De Filippi – abbiamo fatto valutazioni e siamo pronti a intervenire. Nei prossimi giorni verrà presa la decisione definitiva: potrebbe essere pensata inizialmente una missione di supporto psicologico, come già facciamo in altri siti critici del territorio nazionale, per poi eventualmente allargare con altre tipologie di supporto medico, a seconda delle reali necessità». L’analisi non può prescindere da una visione di contesto più larga e complicata: «In questo momento non ci sono forze politiche istituzionalizzate che stanno dalla parte dei più deboli e c’è forte confusione su che cosa dovrebbe fare l’associazionismo e quello che deve fare uno stato di diritto come il nostro. Ma finché continuerà questa situazione è giusto che la società civile si organizzi in qualche modo. È assurdo che le persone debbano stare in certe condizioni – continua l’attivista, presidente di Msf Italia – ma per quanto sia rifiutabile la sostituzione allo stato, che dovrebbe fare quello che fanno le associazioni, delegando per convenienza politica mascherata da impossibilità economica, noi dobbiamo agire; agire, perché è necessario e doveroso, ma anche protestare ogni giorno…».

    Secondo le stime di Msf la situazione potrebbe complicarsi ulteriormente nella seconda metà dell’anno, quando migliaia di migranti dovranno lasciare gli hotspot e che non potranno essere rimpatriati perché provenienti da paesi con cui il governo italiano non ha accordi in materia: il rischio è che vadano a cercare rifugio nei sempre più numerosi e disumazzanti accampamenti spontanei, come già raccontato dalla ricerca “Fuori Campo” presentata a Genova qualche settimana fa.

    Un vuoto collettivo di memoria

    L’occasione della Giornata Mondiale Onu del Rifugiato è anche spunto per una riflessione più larga sullo stato della consapevolezza collettiva a proposito dei flussi migratori: «Diciamo spesso cose inesatte – sottolinea De Filippi – come ad esempio il fatto che l’Europa abbia chiuso i muri negli ultimi due anni; nei fatti però siamo di fronte a un politica che dura da almeno 15 anni, tra respingimenti e varie politiche di deterrenza». Una serie di scelte che, non da oggi, sta creando una crisi umanitaria senza precedenti: «Per questo credo che oggi ci sia il bisogno di prendere decisioni molto coraggiose e coerenti, come noi abbiamo fatto sui fondi UE, perché qualcosa deve cambiare in maniera viscerale. Tutte le associazioni e tutti i singoli devono prendere una posizione, forte, inequivocabile, e “stare da una parte” in maniera anche radicale». Prima che sia troppo tardi.


    Nicola Giordanella