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  • Amiu, tutto da rifare. La delibera in “eredità” al prossimo Consiglio Comunale. I retroscena del voto in Sala Rossa

    Amiu, tutto da rifare. La delibera in “eredità” al prossimo Consiglio Comunale. I retroscena del voto in Sala Rossa

    consiglio-comunale-sala-rossaNiente aggregazione Amiu-Iren nel ciclo amministrativo della giunta Doria. Sul futuro della partecipata della gestione dei rifiuti di Genova deciderà la nuova maggioranza, dopo le elezioni di giugno. La proposta di rinvio in Commissione presentata dal Partito democratico nel corso dell’ultima seduta di Consiglio comunale è stata infatti approvata, contro la volontà della giunta di centrosinistra, con un’insolita larga alleanza tra Pd, Forza Italia e Lega Nord. Alla fine sono stati 23 i voti a favore della sospensiva, 15 i no. Il sindaco ha votato contro, in disaccordo con il Partito democratico.

    «Non vogliamo dare ancora la possibilità a questa giunta confusa, governata da una maggioranza che la pensa in un modo, con un candidato sindaco che la pensa in un altro, l’estrema sinistra in terzo e il Pd in totale confusione. La proposta di sospensiva non ci interessa ma votiamo sì perché vogliamo che tutto quello che venga dopo sia in mano a chi in maniera cosciente amministrerà la città». Lo dice la capogruppo di Forza Italia in Consiglio comunale, Lilli Lauro, motivando il voto del proprio gruppo.

    Il sindaco, Marco Doria, che inizialmente sembrava non aver votato, ha fatto aggiungere il proprio voto nell’elenco dei contrari. Con il primo cittadino uscente hanno votato i fratelli Vittoria Emilia ed Enrico Musso, entrati in Direzione Italia di Raffaele Fitto, i quattro consiglieri di Effetto Genova (Paolo Putti, Stefano De Pietro, Mauro Muscarà, Emanuela Burlando), Gianpaolo Malatesta di Possibile, i due consiglieri di Federazione della Sinistra (Antonio Bruno e Gianpiero Pastorino), due consiglieri di Lista Doria Luciovalerio Padovani e Clizia Nicolella, due consiglieri di Percorso comune (Gianni Vassallo e Paolo Gozzi), e Andrea Boccaccio del Movimento 5 Stelle. A favore della sospensiva, invece, tutti gli otto consiglieri del Partito democratico, compreso il presidente del Consiglio Giorgio Guerello, quattro consiglieri di Lista Doria (il capogruppo Enrico Pignone, Marianna Pederzolli, Antonio Gibelli, Barbara Comparini), Salvatore Caratozzolo di Percorso comune, Leonardo Chessa di Sel, sette consiglieri a vario titolo facenti parti di Forza Italia (Lilli Lauro, Stefano Balleari, Guido Grillo, Matteo Campora, Alfonso Gioia, Paolo Repetto, Stefano Anzalone), Alessio Piana della Lega nord, Pietro Salemi del Gruppo misto. Non hanno partecipato al voto Franco De Benedictis di Direzione Italia. Assenti i due consiglieri del centrodestra Mario Baroni e Salvatore Mazzei. Alleanze politiche saltate definitivamente all’interno di un quadro che, tuttavia, non rispecchiano neppure quanto si vedrà nelle schede elettorali il prossimo giugno, fatto salvo i nove consiglieri confluiti nella lista civica “Chiamami Genova”, che candida a sindaco Paolo Putti, e che ha votato compattamente.

    Game Over

    Finiscono così i 5 anni di mandato dell’arancione giunta Doria. A tracciarne la sintesi, il consigliere del Movimento 5 Stelle, Andrea Boccaccio: «La destra vota uguale alla sinistra, lo è anche nella proposta politica della nostra città. Questi cinque anni sono stati una via crucis. La sua giunta nasceva da un’operazione di marketing in cui un partito dominanti si è nascosto dietro un volto onesto e una serie di persone nuove».

    Per l’ex senatore Enrico Musso, la discussione sarebbe dovuta andare avanti perché «la tragedia Amiu-Iren rischia di tramutarsi in una farsa dato che non si non si parla più del merito della delibera». Per Clizia Nicolella, invece, «la delibera non doveva tornare in Consiglio, perché il Consiglio si era già espresso». «Un voto, quello di oggi che conclude un percorso fatto da molte parti politiche – sottolinea Malatesta – e che apre ai nuovi scenari. Sembrava un voto del prossimo ipotetico Consiglio comunale».

    Il destino di Amiu

    delibera-amiu-lavoratori«Per il dissesto idrogeologico della discarica di Scarpino abbiamo già chiesto fondi allo Stato che però non ha considerato questa emergenza, mentre con il governo abbiamo lavorato egregiamente sulla messa in sicurezza dalle alluvioni». Lo afferma Marco Doria, rispondendo alle domande dei giornalisti a margine della seduta di Consiglio sul perché il Comune non avesse chiesto un intervento del governo per risolvere l’emergenza Amiu. «Le vie del Signore sono infinite – risponde il sindaco – è molto facile fare dieci telefonate e le posso fare anche io ma siamo sempre nel contesto di un ente che chiede i sodi a un altro. Non sono queste strade a risolvere il problema, possono attenuare il peso degli oneri da sostenere ma non li azzerano. Non è credibile pensarlo ed è poco serio dirlo»

    Per il sindaco uscente, «Amiu può andare avanti ma deve avere un quadro di certezze che deve essere definito. In campo esiste una proposta che dovrà essere portata all’attenzione del prossimo Consiglio comunale, che potrà avere anche altre proposte ma dovrà sciogliere questi nodi ed ha anche già una proposta sul tavolo». Doria si aspetta che nelle prossime settimane «i candidati presentino le loro proposte serie e concrete sul futuro di Amiu perché, ad esempio, al momento non ho sentito dire nulla sugli impianti da realizzare e i finanziamenti da trovare». Infine, il primo cittadino ribatte alle parole del capogruppo del Pd, Simone Farello, in una sorta di ultimo scambio dopo che il consigliere in Aula aveva accusato la giunta di aver «portato una decisione così rilevante nell’ultimo semestre del mandato». Per Doria, infatti, «forse si poteva anticipare la discussione di un paio di mesi, ma i tempi erano questi».

    «Se il Comune di Genova ci garantisce la puntualità dei pagamenti delle varie tranche del contratto di servizio, fino all’inizio dell’estate ci arriviamo. Poi, però, o si fa l’aggregazione o l’assestamento di bilancio che, comunque, è un atto dovuto entro la fine di luglio altrimenti il nuovo Consiglio regionale rischia il commissariamento appena eletto». Lo afferma alla “Dire” il presidente di Amiu, Marco Castagna. Da Tursi dovrebbero arrivare nelle casse della partecipata circa 60 milioni di euro nei prossimi tre mesi, tutti risorse che rientrano nel contratto di servizio che lega il Comune di Genova alla società che gestisce il ciclo dei rifiuti. Liquidità indispensabile, spiega il presidente della partecipata, «perché nel frattempo non possiamo certo stare fermi ma dobbiamo portare avanti i lavori di messa in sicurezza di Scarpino 1 e 2 e di realizzazione di Scarpino 3, completare l’impianto per il trattamento e il trasporto del percolato e arrivare al progetto definitivo per la fabbrica della materia». Ma non sono questi 60 milioni a poter garantire le continuità aziendale di Amiu che va calcolata su 12 mesi. Per questa, dunque, serve per forza di cose l’assestamento di bilancio che toccherà alla nuova giunta e con cui dovranno essere garantiti alla partecipata quantomeno 38 milioni di euro aggiuntivi, 25 di anticipo di cassa chiesti a Tursi e 13 dovuti all’aumento della Tari per il 2017 contenuto al 6,89% e non portato fino al 18% come invece sarebbe necessario per coprire tutti i costi dovuti al servizio, così come imposto dalla legge. Solo a quel punto, tra l’altro, la partecipata potrà chiudere il proprio bilancio consuntivo 2016, ultimo atto della presidenza di Marco Castagna. Domani pomeriggio, intanto, è in calendario un consiglio di amministrazione ma sembrerebbero esclusi colpi di scena. Insomma, il voto di oggi in Consiglio comunale ha semplicemente dilatato i tempi ma è chiaro che più passa il tempo più la decisione diventerà urgente, imprescindibile e capitale per il futuro di Amiu.

    I lavoratori Amiu, giunti sotto Tursi dopo un lungo corteo partito dalla Volpara, hanno festeggiato alla notizia della sospensiva. «Sappiamo ovviamente che non è finita, ma ora la vertenza avrà un peso anche per il prossimo ciclo amministrativo – sottolinea un lavoratore – e noi saremo ancora qua, a Luglio, a ricordarlo».

    Il retroscena

    amiu-manifestazione-tursiSe fosse stata messa al voto questa mattina in Consiglio comunale a Genova, la delibera di aggregazione Amiu-Iren avrebbe anche potuto essere approvata, contando sull’assenza di tre consiglieri di opposizione Mario Baroni e Salvatore Mazzei (Forza Italia), Franco De Benedictis (Direzione Italia) – gli ultimi due eletti in Sala Rossa nel 2012 con Italia dei Valori, a sostegno del sindaco Marco Doria. Ma sembra quasi che maggioranza e giunta non se ne siano accorti o non abbiano voluto farlo.

    E’ questo il retroscena che filtra dai corridoi di Palazzo Tursi, secondo quando raccontato da un consigliere di opposizione. La decisione del centrodestra di votare assieme al Pd a favore della sospensiva che rimanda la decisione sull’aggregazione Amiu-Iren al prossimo ciclo amministrativo, infatti, sarebbe maturata solo nel corso della mattinata, durante le prime schermaglie di dibattito in Consiglio comunale, quando le opposizioni si sarebbero accorte di non avere più la certezza di poter bocciare definitivamente la delibera, se fosse stata messa al voto dalla giunta Doria. Si spiegherebbe così anche l’arrivo in fretta e furia in Sala Rossa della capogruppo del Pdl-Forza Italia, Lilli Lauro, assente all’inizio dei lavori ma la cui presenza è stata richiesta proprio dalla necessità di coordinare le votazioni. In realtà, pare che l’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, abbia fatto notare l’opportunità al sindaco Marco Doria e all’assessore al Bilancio, Franco Miceli, che però avrebbero frenato facili entusiasmi: il rischio dell’ostruzionismo dell’opposizione con circa un centinaio di emendamenti di Antonio Bruno (Federazione della sinistra) pronti ad essere discussi per attendere l’arrivo dei consiglieri assenti ed eventualmente decisivi per bocciare la delibera era troppo alto. Così ha prevalso quello che sindaco e maggioranza hanno ritenuto il male minore: congelare l’aggregazione e rimandare ogni decisione a dopo il 25 giugno. Una bocciatura della delibera da parte del Consiglio, infatti, avrebbe definitivamente affossato la proposta, legando le mani alla prossima giunta «Non è una questione di giocare sugli assenti – commenta il sindaco Doria – qui siamo di fronte a un comportamento lineare dell’amministrazione che si è assunta i propri oneri provando a riproporre la delibera definitiva in sede di votazione del bilancio come era stato detto quando l’avevamo ritirata poco più di un mese fa. Il bilancio è trasparente e necessita di un riequilibrio entro fine luglio, a meno che l’aggregazione non venga approvata dal prossimo ciclo amministrativo».

    Si chiude in questo modo il sipario sulla giunta Marco Doria: la vertenza Amiu è solamente sospesa di qualche mese, lasciando in attesa la città e i lavoratori. Nel frattempo la campagna elettorale si appresta ed entrare nel vivo, e c’è da scommettere che su questo argomento si giocheranno le sorti della composizione del prossimo Consiglio comunale. Per la gioia di tutti i genovesi.

  • Consiglio comunale, passa il bilancio ma delibera su Amiu ancora in sospeso. Domani nuova (e ultima) seduta in Sala Rossa

    Consiglio comunale, passa il bilancio ma delibera su Amiu ancora in sospeso. Domani nuova (e ultima) seduta in Sala Rossa

    consiglio-comunaleLa discussione in Sala Rossa scorre rapidamente, e arriva alla approvazione del documento di bilancio con poche sorprese: l’aula vota l’approvazione con con 17 voti a favore: Pd, Sel, Lista Doria, Malatesta (Gruppo Misto); 14 contrari: Anzalone (Gruppo Misto), Pdl, M5s, Fds, Lista Musso-Direzione Italia, Udc, Lega Nord e 8 astenuti: Salemi (Gruppo Misto), Percorso Comune, Effetto Genova. L’attesa discussione sulla delibera Amiu viene nuovamente rimandata, su scelta della conferenza capigruppo: l’appuntamento è per domani mattina.

    Gli schieramenti politici hanno in qualche modo seguito il percorso fin qui fatto, senza sorprese di sorte: da un lato la maggioranza ha difeso il documento, ricordando come i conti siano rimasti in ordine, nonostante una congiuntura particolarmente tragica dal punto di vista economico che ha colpita la città. In aula si cita la crisi di Banca Carige, i continui tagli di Roma e la congiuntura economica nazionale; a fronte di questo, però si sono tenuti i «numeri in ordine – ha spiegato Simone Farelloportando a termine un ciclo che non ha messo in difficoltà la città». Dure lo opposizioni: Enrico Musso addirittura parla di «un bilancio pieno di “cazzo” di marchette – tra lo stupore dell’aula – e quindi voterò no a questo “cazzo” di bilancio». Anche la Lega denuncia una gestione fallimentare della città, mentre il Guido Grillo ricorda come troppe volte l’aula non è stata ascoltata come si doveva. Tra gli astenuti Effetto Genova che fa sapere, attraverso un post su Facebook pubblicato in diretta, le preoccupazioni di «andare in gestione provvisoria che comporta la non possibilità di assumere spese se non obbligatorie, mettendo quindi a rischio risorse per le manutenzioni, le risorse ad esempio per il funzionamento del Carlo Felice, le risorse per i servizi alla persona tranne gli interventi legati al Tribunale o di tutela e così via...».

    In mattinata è stata approvato il riconoscimento della legittimità del debito fuori bilancio in merito all’esecuzione della sentenza n.641/2016 emanata dal TAR Liguria a seguito del ricorso con richiesta di risarcimento del danno promosso dalla Fondazione Contubernio D’Albertis per le sordomute; il riconoscimento del debito fuori bilancio dei Bagni Marina Genovese; e infine approvato anche il protocollo d’intesa tra Rete Ferroviaria Italiana S.p.A., Regione Liguria e Comune di Genova in ordine all’acquisizione, da parte di RFI, dell’edificio sito in via Ferri 10, destinato alla demolizione in vista dei lavori del Nodo Ferroviario. Una demolizione richiesta dagli abitanti stessi, preoccupati per la stabilità dell’edificio, in vista della già stabilità demolizione dell’adiacente caserma dei Carabinieri. Ogni nucleo familiare, oltre a ricevere una locazione alternativa, avrà un indennizzo di 40mila euro.

    Il ciclo amministrativo, quindi, si avvia ad una chiusura naturale, senza il paventato ricorso al commissario prefettizio. Ancora incerta invece la sorte di Amiu, ancora appesa al destino della delibera di aggregazione con Iren.

     

  • I secoli oscuri della Genova bizantina: da emporio a sede del metropolita milanese, fino alla “decadenza” longobarda

    I secoli oscuri della Genova bizantina: da emporio a sede del metropolita milanese, fino alla “decadenza” longobarda

    santa-maria-castello-centro-storico-vicoli-4Genova medievale è spesso una sorpresa. Una città nascosta, addormentata sotto le stratificazioni cinque-seicentesche, abbracciata al proprio mare, sua primaria fonte di sostentamento. È così. La geografia è importante. E la Liguria è, da questo punto di vista, un caso di studio interessante. Una fiorente tradizione storiografica ha inteso cogliere nella natura iniqua e avversa del suolo ligure una delle radici della vocazione marittima e commerciale delle sue genti. Senza entrare nel merito del più o meno rigido determinismo che talvolta ha accompagnato il pensiero di molti storici e letterati su questa regione, si può dire che le testimonianze dell’esistenza d’un rapporto privilegiato tra i Liguri (intesi in senso lato) e il mare siano consistenti già in età classica: Strabone, Plutarco e Livio ne denunciano le azioni piratesche; secondo Posidonio, essi «come mercanti solcano il mare di Sardegna e quello libico, slanciandosi coraggiosamente in pericoli senza soccorso»; per Plutarco, questi impareggiabili marinai si spingerebbero «fino alle colonne d’Ercole».

    Tale rapporto è tanto più evidente per la città di Genova, «emporium» dei Liguri, secondo Strabone, sfruttato dalle genti dell’interno per barattare i prodotti della propria economia – legname, animali, pelli, miele, ambra – con merci di maggiore pregio, per lo più olio d’oliva e vino dell’Italia meridionale (essendo il loro «scarso, resinato e aspro»). Si tratta di dati sostanzialmente confermati dalla ricerca archeologica: il rinvenimento nei pressi dell’oppido pre-romano genuate, situato sulla collina di Castello, così come nell’area immediatamente sottostante e sui fondali antistanti al porto, di anfore e ceramiche di provenienza mediterranea – iberica, provenzale e nord-africana –, assieme a reperti di fattura locale e regionale, testimonia, infatti, la realtà d’una proficua stagione di scambi prolungatasi a fasi alterne tra il V secolo a. C. e il VII secolo d. C.

    Nell’impero

    scavi-matteotti-domus-romana-03I problemi sorgono quando si voglia appurare la continuità (o la discontinuità) della funzione marittima del porto-emporio genovese – essenzialmente, funzione di collegamento tra il mare e l’interno montuoso della regione, e, attraverso la via Postumia e la via «romana» che risaliva il corso del Bisagno, con la valle padana tra l’età tardo-romana e gli albori dell’espansione mediterranea. Non molto è possibile dire sulla Genova di questo periodo, anche se l’indagine archeologica ha recentemente sottolineato una certa ripresa negli scambi a partire dal III secolo. Conseguenza, forse, d’una maggiore partecipazione alle vicende dell’impero d’Occidente, come parrebbe mostrare il frammento d’un’epigrafe appartenente a un monumento eretto per l’imperatore Filippo l’Arabo tra il 245 e il 246 rinvenuta nel corso di alcuni scavi condotti presso l’attuale Piazza Matteotti. Com’è noto, nel corso della riorganizzazione amministrativa operata dall’imperatore Massimiano, la Liguria –l’antica IX regio augustea – divenne una delle quattro province in cui era divisa l’Italia annonaria. Il suo territorio, tuttavia, comprendeva anche l’Aemilia e la Transpadana, e, dunque, anche Mediolanum – Milano –, promossa a sede imperiale in luogo di Roma. Ed è assai probabile che fu proprio l’influsso di quest’ultima a riportare in auge il porto genovese. O, almeno, questo può arguirsi dal fatto ch’esso sia citato nell’Edictum de Pretiis di Diocleziano del 301. Non solo: il rinvenimento di contenitori da trasporto provenienti dalla penisola iberica, dalle coste africane, dalla Sicilia, dalle isole egee e dal Mediterraneo orientale mostra come il porto di Genova abbia progressivamente assistito all’arrivo di merci di prima necessità come grano, olio, pesce e legumi, evidentemente smerciati non solo lungo la costa ma anche nell’interno, oltre a beni di lusso orientali, in particolare siriani, destinati alla nuova aristocrazia e alle necessità della liturgia cristiana, allora in piena espansione.

    Tale ripresa è leggibile, del resto, nell’allargarsi del tessuto urbano verso ponente, lungo il corso della ripa maris – per intenderci: l’attuale fronte del porto, caratterizzato dalla Duecentesca palazzata di Sottoripa –, e attorno ai nuovi luoghi di culto cristiani. Senza, peraltro, subire ripercussioni nel momento in cui, al principio del V secolo, per fare fronte allo sfondamento del limes renano da parte dei Goti, Genua e le riviere liguri entrarono a far parte della Provincia Alpium Appenninarum, definita anche Liguria maritima. Non molto è noto di questo periodo. Tra il 415 e il 418, Rutilio Namaziano, nel suo De reditu suo, descrive una località situata tra Luni e Albenga, in cui ai trovavano caserme, granai e locande, che potrebbe identificarsi con il porto genovese. Ma nulla di più. La nuova minaccia vandalica, affacciatasi verso la metà del secolo dal mare, comportò, a ogni modo, la creazione d’una sorta di limes marittimo lungo la fascia costiera del territorio tosco-ligure. Non sappiamo, tuttavia, se e in che maniera Genova fosse coinvolta. Nessun mutamento amministrativo pare aver avuto luogo sotto il governo di Odoacre, né sotto quello di Teodorico, anche se – si può arguire – la città pare offrirci un quadro florido. Cassiodoro, ad esempio, riporta nelle sue Variae due lettere redatte da Teodorico tra il 507 e il 512, destinate a una comunità di ebrei stanziata a Genova, la quale doveva essere dotata di notevoli sostanze, giacché aveva richiesto al sovrano l’autorizzazione a migliorare lo stato della propria sinagoga. Ebbene: tale testimonianza è stata sovente ricondotta all’esistenza d’attività economiche: Genova, al pari di Marsiglia o Narbona, conserverebbe, in questo periodo, le caratteristiche del centro di scambio con legami sia con il Ponente, in particolare per i Galli e gli Ispani in viaggio verso l’Italia, sia con il Levante.

    I rapporti con Bisanzio

    © www.romanoimpero.com
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    È proprio sotto il momento di massima ascesa di Teodorico che, per la prima volta, venivamo a sapere dell’esistenza, a Genova, d’una sorta di partito bizantino, i cui membri desideravano probabilmente emanciparsi dal governo goto per porsi sotto l’egida dell’imperatore d’Oriente. La guerra greco-gotica vedrà il porto genovese – al pari di altre località della Provincia Alpium Appenninarum – schierarsi decisamente in favore di Giustiniano. Al principio del conflitto, tra il 537 e il 538, risale, infatti, la notizia dello sbarco a Genova – «ottima stazione per chi navighi per la Gallia e la Spagna» – d’un migliaio di uomini (isaurici e traci, oltre a un manipolo di truppe palatine scelte) provenienti da Roma, inviati da Belisario in soccorso dell’arcivescovo milanese Dazio; ciò che suggerisce l’assunzione, da parte del porto genovese, d’una qualche funzione strategica dal punto di vista militare. Tale supposizione è confermata da una nota di Procopio, secondo il quale, nel 544, la città avrebbe ospitato un presidio bizantino stabile comandato da un certo Bono, nipote del magister militum Giovanni. Non sappiamo, a ogni modo, dove fosse stanziato: non sono rimaste, infatti, emergenze architettoniche dell’epoca né circuiti murari bizantini, anche se la funzione strategica e difensiva del porto genovese non può essere messa in dubbio. Tale funzione, del resto, è ulteriormente testimoniata nel restante territorio costiero, nel quale sorgevano diverse fortificazioni bizantine – si pensi, in particolare, ai «castra» di Perti, oggi nel comune di Finale Ligure, e di Filattiera, nell’estremo levante ligure –, volte a garantire la sicurezza delle coste e a prevenire possibili attacchi dall’interno.

    Com’è noto, l’esercito imperiale conquistò velocemente Milano almeno quanto velocemente la perse. Nel 539, la città tornò, infatti, sotto il controllo goto. Con tutta probabilità, Genova fu tratta in salvo da una probabile scorribanda verso sud da una mossa inaspettata: Belisario inviò, infatti, un contingente a presidiare Tortona, principale snodo verso la costa ligure, che rimase, dunque, sotto il controllo bizantino. Proprio allora, tuttavia – stando almeno a Marcellino Comes –, la città subì una devastazione per opera di Teodeberto, re d’Austrasia, costringendo il presidio bizantino a ritirarsi entro le mura. Negli anni successivi, la costa ligure fu coinvolta nella rivolta di Sisige, governatore delle Alpes Cottiae, che pose la provincia sotto il proprio personale controllo senza, tuttavia, separarla dall’impero; stipulando, anzi, un’alleanza con i bizantini. La mossa dovette interessare anche Genova, secondo il Catalogus provinciarum Italiae, parte della medesima provincia. Senza dubbio, la città rappresentava allora il principale presidio bizantino del Tirreno, oltre che il primo riparo contro le imminenti invasioni longobarde. Nel 569, lo stesso metropolita milanese, Onorato, abbandonò Milano, occupata da Alboino, per rifugiarsi presso il porto genovese, ritenuto più sicuro, ospitando, molto probabilmente, risorse di natura militare. Tale fatto ha portato a ritenere che la città abbia svolto in quel frangente un qualche ruolo come centro politico-amministrativo della regione – una regione che l’Anonimo ravennate chiama Provincia maritima Italorum –, come parrebbe dimostrare la notizia della presenza, nel 599, del vir magnificus Giovanni, vicario del prefetto del pretorio, oltre che di Vigilio, prefetto dell’Urbicaria, destinatario di una lettera di papa Gregorio Magno.

    Da Genova bizantina a Genova longobarda

    Palazzo San Giorgio, autorità portuale GenovaL’evento maggiore di quella che possiamo definire la “Genova bizantina” fu, a ogni modo, lo spostamento temporaneo della sede del metropolita milanese tra le sue mura. La comunità ambrosiana occupò l’area dell’attuale piazza Matteotti (i dati archeologici ne confermano la frequentazione sino al VII secolo), convivendo con l’ecclesia locale; per un certo periodo, anzi – dal 629 al 638 –, pare che le due cattedre fossero occupate dalla medesima persona: il vescovo Asterio. L’avanzata longobarda, a ogni modo, procedeva senza sosta, stringendo progressivamente l’arco ligure in una morsa. In questo periodo la città risulta sempre militarizzata. O, almeno, questo pare arguirsi dal rinvenimento fortuito d’un epitaffio d’un soldato di nome Magno, membro d’un contingente di truppe illiriche, morto a Genova nel 590. Tale situazione, però, non durerà a lungo. Secondo lo Pseudo-Fredegario, a seguito delle devastazioni operate dal longobardo Rotari attorno al 643, il capoluogo ligure, degradato da «civitas» a «vicus» – al pari di altre città costiere quali Albenga, Varigotti e Savona –, si sarebbe ridotto a null’altro che a un piccolo centro di pescatori e agricoltori dalla semplice economia di scambio o di sussistenza. In realtà, è difficile stimare l’effettiva estensione delle conquiste longobarde sul litorale. L’indagine archeologica, anzi, ne ha alquanto ridimensionato la portata: la maggior parte dei siti costieri continua a essere frequentata ben oltre la metà del VII secolo; i manufatti longobardi, inoltre, sono estremamente rari. Piuttosto, ciò che si nota è un progressivo ritrarsi dell’elemento bizantino entro gli attuali confini regionali sino al definitivo abbandono del territorio attorno alla metà del secolo VII, cui seguì, con tutta probabilità, la perdita da parte di Genova d’ogni funzione amministrativa.

    La diminuzione del traffico marittimo, benché non ascrivibile a interventi traumatici, è, comunque, un dato di fatto. Importanti indizi in questo senso provengono dagli scavi effettuati nei nel Porto Antico di Genova nel 1995, nel corso dei quali è stata messa in luce una sequenza stratigrafica di 3,5 metri di spessore, sottostante il livello medio attuale del mare, rivelatrice dei progressivi mutamenti subiti dall’area portuale nell’arco di circa due millenni: al principio del VII secolo, la zona pare essere andata incontro a un significativo insabbiamento, dovuto all’aumento degli apporti torbidi dei torrenti Bisagno e Polcevera. Ebbene: l’importazione di ceramiche di pregio di provenienza mediterranea, per lo più nord-africana, subì una diminuzione sensibile proprio in questo periodo; dopodiché si segnala, invece, una maggiore presenza di ceramiche locali o a diffusione regionale, per lo più tosco-settentrionali. È probabile che tale spiegazione di tale regressione sia da ricercarsi, più che nei capricci del clima, nel più generale moto di disfacimento dell’unità mediterranea, conseguente al venir meno dell’influenza culturale bizantina, cui fece seguito una diminuzione degli scambi di lunga distanza in favore d’una regionalizzazione dei circuiti economici. Ciò non significa, a ogni modo, che la regione abbia perso del tutto d’importanza nell’ambito delle reti transmarine di trasporto, anche se la persistenza del principale scalo ligure quale centro d’appoggio e di transito per la navigazione tirrenica è senza dubbio meglio documentata per il periodo precedente. Quel che è certo è che, con l’avvento longobardo, la breve storia della Liguria bizantina – circa la quale vorremmo saperne di più – termina la propria corsa. Bisognerà attendere altri quattro/cinque secoli perché siano i Genovesi a tornare a Bisanzio. Questa volta in forze e con l’obiettivo di restarvi.

    Antonio Musarra

    Bibliografia

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    Christie, N. Byzantine Liguria: An Imperial Province Against the Lombards, AD 568-643, «Papers of the British School at Rome», 58 (1990), pp. 229-271.

    Christie, N., The limes bizantino review: the defence of Liguria, AD 568-643, «Rivista di Studi Liguri», 55 (1989), pp. 5-38.

    Formentini, U., Genova nel basso impero e nell’alto medioevo, in Storia di Genova. Dalle origini al tempo nostro, vol. 2, Milano 1941-1942, pp. 7-278.

    Genova. Dalle origini all’anno mille. Archeologia e storia, a cura di P. Melli, Genova 2014.

    Musarra, A., Genova e il mare nell’Alto Medioevo: una rilettura delle fonti, in «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo» (in corso di stampa: 2017).

    Origone, S., Liguria bizantina, 538-643, in Polypleuros nous. Miscellanea für Peter Schreiner zu seinem 60. Geburtstag, a cura di C. Scholz e G. Makris, München 2000 («Byzantinisches Archiv», 19), pp. 272-289.

    Pavoni, R., Liguria medievale. Da provincia romana a stato regionale, Genova 1995.

    Schreiner, P., Bisanzio e la Liguria, in Oriente e Occidente tra Medioevo ed Età moderna. Studi in onore di Geo Pistarino, a cura di L. Balletto, vol. 2, Genova 1997, pp. 1097-1108.

    L’articolo è anche consultabile suo sito www.imperobizantino.it
  • Doria chiude il mandato: «5 anni di sofferenza inaudita». Pochi rimpianti: «Non aver inciso sulla riforma della p.a.»

    Doria chiude il mandato: «5 anni di sofferenza inaudita». Pochi rimpianti: «Non aver inciso sulla riforma della p.a.»

    Marco Doria, sindaco di GenovaCinque anni di crisi economica che ha moltiplicato le situazioni di sofferenza sociale, cinque anni di “sofferenza inaudita” della finanza locale e di taglio progressivo dei trasferimenti dal governo per complessivi 170 milioni dal 2011 a oggi. E’ il bilancio del sindaco di Genova, Marco Doria, che in un’ora e un quarto di conferenza stampa e 180 pagine di report sintetizza cinque anni di amministrazione. «Abbiamo governato in cinque anni di sistema di disgregazione del sistema politico italiano, con una schizofrenia delle regole del gioco che ha messo a dura prova i nostri nervi e la nostra calma», afferma il primo cittadino. «Fin dall’inizio – ricorda il sindaco- ci hanno chiesto se ce la sentissimo di andare avanti: era un giochino da microcosmo autoreferenziale. Abbiamo governato la città per cinque anni garantendo stabilità amministrativa affrontando difficoltà notevolissime ed essendo molto coerenti con certe linee guida della nostra azione».

    La giunta Doria tira le fila, prima dello stop all’azione politica in vista della campagna elettorale che scatterà il prossimo 27 aprile. Tutti presenti, tranne l’assessore ai Lavori pubblici e candidato del centrosinistra per il prossimo mandato, Gianni Crivello. Ma non ci sarebbe nessun calcolo politico, semplicemente un impegno istituzionale per incontrare gli abitanti della Val Varenna e inaugurare uno dei tanti interventi realizzati dal 2012 a oggi. «La nostra azione – rivendica con orgoglio il primo cittadino – è stata pulita e trasparente nei confronti delle scelte: non abbiamo nascosto polvere sotto i tappeti. Abbiamo affrontato in maniera obiettiva tutte le criticità, mantenuto conti in ordine e puliti e ridotto l’indebitamento del Comune di oltre 100 milioni di euro, dando un contributo al risanamento delle casse del Paese».

    Tanti i “titoli” di cinque di giunta arancione, suggeriti dallo stesso sindaco: la valorizzazione del patrimonio, la riqualificazione urbana, l’impiantistica sportiva. Fiore all’occhiello, la “Genova resiliente”, ovvero le opere per la messa in sicurezza idrogeologica della città: «Dal 2012 al 2017 – rivendica il sindaco – anche grazie ai trasferimenti del governo si è fatto quello che non è stato fatto nei 50 anni precedenti mentre stava aumentando la fragilità del territorio. Senza dimenticare il salto di qualità  fatto dal punto di vista turistico, – sottolinea Doria – senza eventi né risorse straordinarie».

    Ultimo ma non ultimo, la città solidale: «Anche se so che non basta– sottolinea Doria – abbiamo mantenuto fino all’ultimo euro gli stanziamenti per il sociale. In una società diseguale, le politiche nostre per l’inclusione attenuano il disagio ma non lo eliminano». E l’ultima medaglia appuntata sul petto è quella dei diritti, con un regolamento sulle unioni civili approvato prima che si facesse una legge nazionale. Tutto possibile, secondo Doria, grazie alla «forte coesione della giunta. Abbiamo discusso, qualche volta anche animatamente, sarebbe strano se così non fosse stato, ma c’è sempre stato un rispetto profondo, anche da parte degli assessori che si sono avvicendati». Infine, un ringraziamento alla macchina comunale, che nell’ultimo ciclo amministrativo ha visto riducisi di circa 900 unità il personale con un contemporaneo innalzamento dell’età media.

    Pochi rimpianti

    L’unico vero rammarico espresso dal sindaco uscente è la riforma della Pubblica amministrazione che è «un tema cruciale, il mio rimpianto è non essere riuscito a fare abbastanza e a dare un contributo in questo senso. Abbiamo difeso ma avrei voluto efficientare di più il sistema pubblico complessivo, andando oltre, modificando e incidendo». Risponde così, il sindaco di Genova, Marco Doria, alla domanda dei giornalisti che gli chiedevano quali fossero i suoi rimpianti di questi 5 anni di amministrazione. «Pur essendo consapevole di aver fatto cose giuste – conclude Doria – uno vorrebbe fare sempre di più di quello che riesce, soprattutto quando si entra in contatto con l’universo mondo dei problemi della città».

    La ricandidatura di Bernini

    «Mi ricandido sicuramente». Questo l’annuncio del vicesindaco Stefano Bernini a margine della conferenza stampa, che dunque, sarà sicuramente uno dei senatori della lista del Partito democratico a sostegno della candidatura di Gianni Crivello. «Finora è una compagna elettorale dai toni molto bassi- sostiene Bernini- si è cominciato a dire che ci vogliano visioni della città per portare alla ricrescita economica ma bisogna essere chiari: i Comuni hanno poteri limitati. Non possiamo portare la città a essere un paradiso fiscale, possiamo solo agire nella pianificazione e come rete di relazioni». Bernini, invece, rivendica che nel corso di questo ciclo amministrativo «si è passati da una visione, da una idea della città a progetti concerti e al lavoro che, ad esempio, hanno portato anche all’incremento degli oneri di urbanizzazione incamerati»

     

  • Rolli Days, gli insegnamenti di Megollo per “non perdere la Trebisonda”. La storia dei tesori di Palazzo Franco Lercari

    Rolli Days, gli insegnamenti di Megollo per “non perdere la Trebisonda”. La storia dei tesori di Palazzo Franco Lercari

    palazzo-lercari-cambiaso-costruzione-fondaco-trebisondaIn occasione della nuova edizione delle manifestazioni per la valorizzazione del patrimonio UNESCO – gli ormai noti Rolli days –, il nostro Antonio Musarra ha intervistato chi dei Palazzi dei Rolli s’intende veramente: Giacomo Montanari, dottore di ricerca in Storia dell’Arte, tra le principali anime dell’evento che attira ormai migliaia di persone.

    Caro Giacomo, eccoci nuovamente alle porte d’una nuova edizione dei Rolli days. Questa volta vorrei farti qualche domanda su quella che si annuncia come una delle novità; dunque, su un singolo palazzo (o Rollo? Si può dire Rollo?). Vi passo davanti tutti i giorni, al numero 3 di via Garibaldi. Anzi – scusami – di Strada Nuova! Parlo di palazzo Lercari, di prossima apertura. Ebbene: ogni volta mi sento addosso gli occhi dei due telamoni riccioluti dai nasi mozzati. Presenza inquietante! Il riferimento è alle imprese del ben noto Megollo Lercari. Puoi dirci qualcosa della sua storia?
    «Che sia Storia non ci piove. Un Megollo – forma diminutiva in lingua genovese di Domenegollo (Domenico) – svolse la duplice e in antico non ossimorica professione di pirata e mercante attorno al 1313 nelle colonie genovesi del Medio Oriente, tra Simisso, Caffa e Trebisonda. Dalle tinte ben più fosche è però la storia narrata, alla fine del Quattrocento, dal genovese Bartolomeo Senarega, in una lettera spedita all’amico umanista Giovanni Pontano. Megollo, infatti, in difesa dell’onore della nazione genovese offesa da Andronico, un cortigiano dell’Imperatore Alessio II, avrebbe armato due galee e, senza pietà, amputato nasi e orecchie a tutti i sudditi del medesimo monarca incontrati sul suo cammino. Alessio II, agghiacciato dal ricevere in vasi i membri mozzati dal Lercari, cedette, infine, ai voleri del “nobile” genovese: soddisfazione dell’offesa subita e un Fondaco per condurre la mercatura nel cuore della città di Trebisonda. Sono questi gli episodi celebrati da Taddeo Carlone e Luca Cambiaso nel palazzo Lercari in Strada Nuova: il Carlone accoglie il visitatore con due giganteschi “orientali” scolpiti ai lati del portale d’ingresso e significativamente privati del naso; Cambiaso, invece, effigia il Lercari mentre fa erigere, pro Patria sua, il Fondaco nella città turca. Un Fondaco che assomiglia tanto, però, al suo palazzo in cui troneggia il medesimo affresco: insomma, celebrarsi celebrando».

    Un moto celebrativo che troviamo altrove; che è anche, forse, la cifra di quello che possiamo chiamare “il secolo dei Rolli”. Forse un “secolo lungo”, per parafrasare uno famoso. Tuttavia, pare che la figura di Megollo abbia rivestito significati ulteriori per Genova stessa; non solo per i Lercari. È così?
    «La fama derivata al Lercari grazie al suo atto di ferocia, vero o presunto che fosse, fu enorme. Megollo divenne – a partire dal primo Cinquecento – un ideale protettore della città di Genova, il simbolo di quello che poteva capitare a chi avesse avuto la leggerezza di prendere Genova e i genovesi “sotto gamba”. Era un simbolo in una città che doveva riscoprirsi unita e orgogliosa della propria forza, del proprio passato e dei propri uomini, nel momento in cui – finalmente – la conseguita stabilità politica aveva permesso di far germogliare quei semi di Rinascimento che per tutto il Quattrocento erano rimasti quasi del tutto nascosti, attendendo la terra buona della concordia civile per mostrarsi in tutta la loro magnificenza».

    Palazzo-Lercari-ParodiEcco: il Rinascimento. E qui, la domanda sorge spontanea: è davvero possibile parlare di Rinascimento per Genova?
    «Che i genovesi fossero uomini di cultura profondissima è cosa nota. Che Genova fosse tra le città italiane più legate all’Oriente, forse meno. Che tra i genovesi si trovassero alcuni tra i più fini umanisti, collezionisti di scultura e testi greci del Quattrocento è quasi ignorato. Di Genova appare il volto cinquecentesco, che però non avrebbe potuto essere quello che è stato senza l’egemonia marinara e commerciale del Due-Trecento e lo sviluppo d’individualità culturali durante tutto il Quattrocento. Pur nella violenza che connota un “mito” di fondazione di una rinnovata identità cittadina, Megollo Lercari ci insegna oggi, di nuovo, tutto questo».

    Capisco. Come spiegare, tuttavia, la ripresa di un rapporto con l’Oriente in un momento – il Cinquecento – in cui la grande finanza genovese è ormai volta decisamente a Occidente? Verso la Spagna?
    «Rispondo, forse, con una banalità, ma nei secoli Genova ha sempre avuto – come Giano – una faccia rivolta a Est e una a Ovest. Anzi, forse per i secoli precedenti al ‘secolo dei genovesi’ – per citare Braudel –, l’Est fu un riferimento più forte e una fonte più chiara di forza e prestigio. Basti pensare a tutti i “miti fondativi” che i genovesi riscopriranno tra Cinque e Settecento, tutti ambientati nelle colonie: la vicenda di Giacomo Lusignani, la strage dei Giustiniani e il “nostro” Megollo, solo per fare qualche esempio. La presenza genovese a Bisanzio, nell’Egeo, nel Mar Nero e in Medio Oriente è, senza dubbio, una chiave di volta per comprendere una città straordinariamente cosmopolita. Non solo perché sempre legata al suo porto. Genova rappresenta il punto di fusione tra culture diverse: il melting pot ante litteram dell’Occidente con l’Oriente; uno status di cittadinanza mediterranea nato con Roma e mai cessato, neppure dopo le cadute di Acri (1291) e Bisanzio (1453). Nel confondersi con i popoli del Mare Nostrum, però, emerge in contrasto positivo la rivendicazione di un’identità d’appartenenza fortemente difesa (da Megollo e da tutti i genovesi ‘del mondo spersi’), da mantenere a ogni costo: per questo si sottolinea l’incrudelire di Megollo, così emblematico e sopra le righe, per difendere l’onore macchiato della patria».

    Hai parlato d’identità. Ed è inevitabile porsi, a questo proposito, la domanda sull’oggi. Quanto il genovese d’oggi – di nascita o d’adozione – ha coscienza di questa identità? Cosa deve fare per recuperarne qualche tratto?
    «Io credo che, latente, la coscienza d’identità esista e anche forte, soprattutto proprio in quei giovani che tante volte – a malincuore – abbandonano la loro città. Tuttavia, il recupero non può essere solo un moto d’orgoglio dei cittadini; va sostenuto con forza dalle istituzioni, lavorando su tre punti caldi: lavoro, trasporti e società. In tutto questo, il patrimonio culturale – soprattutto quello UNESCO – ha un ruolo cruciale per rendere Genova un polo d’attrazione per chi viene da fuori e una città con le carte in regola per giocare un ruolo importante nell’Italia di domani. Dopotutto, i genovesi del Cinquecento non decoravano i propri palazzi per fare colpo sui dignitari stranieri e “conquistarsi” i migliori accordi commerciali? Ai genovesi di oggi spetta ora di riscoprirsi uniti e decisi nel desiderare il meglio per la propria città: mantenere quella Trebisonda conquistataci (forse) proprio da Megollo e ritornare cittadini del Mediterraneo mozzando i nasi di chi sempre li storce davanti al debole e al diverso e tagliando le orecchie che sembrano fatte solo per ascoltar mugugni».

    A cura di Antonio Musarra

  • Sacrario della Benedicta, quando la Memoria affoga nel cemento. Un milione di euro per un cantiere mai terminato

    Sacrario della Benedicta, quando la Memoria affoga nel cemento. Un milione di euro per un cantiere mai terminato

    «benedicta-028Guarda queste rovine, cittadino d’Italia, sono il dono della tirannide straniera e domestica». Un invito e al contempo, oggi, un monito. Con queste parole sono accolti al Sacrario della Benedicta coloro i quali, con intenzione o per caso, raggiungono uno dei posti simbolo della Resistenza, genovese e non solo. Tutto attorno muri spezzati, rovine, macerie: un fermo immagine che testimonia il massacro sofferto da decine di giovani trucidati dalle truppe nazifasciste nel 1944. Un tricolore scolorito e a brandelli sovrasta tristemente l’area; se si percorrono pochi metri, un altro scempio prende la scena: ecco lo scheletro di cemento del Centro di Documentazione, figlio mai nato di un cantiere aperto da quasi undici anni, oggi in stato di abbandono. Una storia da un milione di euro.

    A pochi giorni dalla consueta commemorazione, che cade il 9 di aprile, abbiamo documentato lo stato dei lavori, provando a ricostruire l’iter burocratico di questo “mostro”, la cui incompiutezza stona con la sacralità del luogo e della storia che avrebbe dovuto presidiare.

    Incastonato tra le montagne dell’Apennino Ligure, all’interno del parco naturale delle Capanne di Marcarolo, sorge il Sacrario della ‘Benedicta’, dedicato a 147 patrioti antifascisti che, in questo antico convento trasformato in cascinale, persero la vita combattendo per la libertà. Un luogo divenuto da subito “sacro” per i cittadini del genovesato, intriso del sangue dei suoi figli: solo nel 1999 viene deciso un processo di valorizzazione e recupero del sito archeologico costituito dai ruderi della struttura fatta brillare dai nazifascisti, articolato in lotti finanziati dalla Regione Piemonte e dalla Provincia di Alessandria, la quale ne ha gestito la progettazione e la realizzazione, in stretta collaborazione con l’Associazione “Memoria della Benedicta”.

    Al termine di questi lavori, che hanno rinnovato i luoghi della strage rendendoli accessibili al pubblico, preservandoli da ulteriori deperimenti, nel 2006 Regione Piemonte autorizza con una legge regionale la spesa complessiva di 750.000 euro per la realizzazione di un centro di documentazionenel quale conservare e valorizzare le testimonianze e il materiale d’archivio relativi alla guerra e alla resistenza nell’Appennino Ligure-Piemontese” come riporta la suddetta legge; ad oggi, nonostante i fondi stanziati, di questo centro ci sono poche tracce. Il prossimo 9 aprile si terrà l’annuale commemorazione per i martiri e, anche per quest’anno, i lavori non saranno conclusi in tempo.

    «Il centro di documentazione è avviato da molti anni – racconta Gian Pietro Armano, Presidente dell’associazione “Memoria della Benedicta” ma a causa di una serie di difficoltà finanziarie e di altro genere i lavori sono stati sospesi. La prima delle due ditte a cui erano stati assegnati i lavori è fallita, mentre la seconda ha avuto dei problemi e così la Regione ha bloccato i lavori. Adesso la Regione Piemonte e la Provincia di Alessandria, che hanno a carico la costruzione del centro, pare abbiano risolto queste difficoltà e quanto prima riprenderanno le operazioni per ultimare il centro. Noi dell’associazione Memoria della Benedicta dovremmo gestire il centro e speriamo che entro un mese gli operai tornino a costruire».

    La situazione però non è chiara in quanto i 750.000 euro stanziati dalla Regione, e integrati con altri 250.000 durante gli anni successivi, sono una cifra “importante”: «In fase di costruzione ci sono stati degli interventi che non erano previsti dal progetto iniziale – prosegue Don Armano – Per esempio per dare solidità alle fondamenta si è dovuto fare un lavoro di palificazione per evitare che fosse danneggiato quello che resta della cascina Benedicta, inoltre sono emersi altri problemi e questo ha fatto lievitare i costi. Adesso la Regione ha stanziato un ulteriore finanziamento e la Provincia coprirà la parte mancante per poter arrivare alla realizzazione finale di quest’opera. Noi speriamo che il prossimo anno sia finito tutto».

    Una speranza che sicuramente è di tutti, anche se le condizioni del cantiere non fanno ben sperare, a partire dalle recinzioni, interrotte in più punti; spariti i cartelli con la gerenza del cantiere, obbligatori per legge, all’esterno sono sparsi accumuli di macerie e materiale da lavori, i locali interni sono in balia delle infiltrazioni e degli allagamenti, alcuni sono interamente occupati da detriti e spazzatura di vario genere; la ruggine e i muschi regnano sovrani; all’esterno le istallazioni artistiche dedicate ai fatti storici sono abbandonate a loro stesse, aggiungendo una nota tetra ad uno scenario desolante. Uno “spettacolo” decisamente poco edificante, che stride con l’atmosfera senza dubbio mistica dell’intera area, che comprende inoltre il muro delle esecuzioni e le fosse comuni dove furono sepolti i cadaveri dei partigiani.

     

    La Storia

    Il santuario della Benedicta è indissolubilmente legato alla città di Genova; in questo luogo era stata posta l’intendenza della 3° Brigata d’assalto Garibaldi “Liguria” e molti dei ragazzi che vennero assassinati e deportati provenivano dalle valli del genovesato e dai quartieri della città. Sfogliando l’elenco dei caduti è facile trovare nomi di giovani provenienti da alcuni dei quartieri come Sampierdarena, Rivarolo, Pegli e Pontedecimo e proprio da qui, nelle ore successive all’eccidio, partirono a piedi molti volontari per raggiungere la Benedicta, recuperare i corpi e dargli degna sepoltura. «Da Pontedecimo partirono in molti per recuperare i corpi – racconta Don Armano – la Croce Verde, ad esempio, fu molto attiva durante questo episodio. Tuttavia anche dalla parte di Alessandria ci furono dei volontari che salirono fino alla Benedicta dopo l’eccidio per ‘igienizzare’ la situazione. Si correva il rischio, infatti, che la decomposizione dei cadaveri gettati nelle fosse dai nazi-fascisti inquinasse il torrente che porta l’acqua ai laghi artificiali del Gorzente, invasi che approvvigionano la città di Genova.

    Durante la primavera del 1944 le forze partigiane presenti in questa zona contavano circa mille uomini: per questo motivo i tedeschi optarono per un rastrellamento massiccio, mirante a distruggere tutte le formazioni attestate intorno alla Benedicta, al fine di assicurarsi un passaggio per una eventuale ritirata in caso di sbarco alleato. Il 7 aprile 1944 ingenti forze nazifasciste circondarono la Benedicta e le altre cascine dove erano dislocati i partigiani: i giovani antifascisti, spesso impossibilitati a difendersi per la mancanza di un adeguato armamento e di esperienza militare, non riuscirono a rompere l’accerchiamento. In diverse fasi i nazifascisti fucilarono 147 partigiani mentre altri caddero in combattimento. Alcune decine finite nelle maglie dei rastrellamenti, in qualità di renitenti alla leva obbligatoria predisposta dalla Repubblica Sociale furono tradotti alla Casa dello Studente, dove furono imprigionati e torturati; molti di loro saranno poi fucilati, il 19 maggio, al Passo del Turchino, mentre altri 400 furono arrestati con l’inganno di un amnistia e avviati alla deportazione (quasi tutti a Mauthausen). Durante il viaggio 200 di loro riuscirono fortunosamente a fuggire, mentre i loro compagni lasciarono la vita nei campi di concentramento.

    Il rastrellamento della Benedicta, che nelle intenzioni dei nazisti e dei fascisti avrebbe dovuto fare terra bruciata intorno alla resistenza, non riuscì tuttavia a piegare lo spirito popolare. Anzi, proprio dalle ceneri della Benedicta il movimento partigiano, dopo aver avviato una riflessione sugli errori compiuti, riuscì a riprendere vigore e incominciare l’inesorabile riscossa.

    Rispetto

    Una lapide, eretta dove furono ritrovate le fosse comuni che accolsero i corpi senza vita dei fucilati così recita: «Qui il 7 aprile 1944 caddero trucidati e vennero nascosti giovani partigiani da fascisti d’Italia e nazisti di Germania, fecero loro scavare la fossa poi li uccisero a gruppi di cinque. Volevano un’Italia migliore». Sarebbe necessario maggiore rispetto per questi luoghi, custodi di una memoria che deve essere presidiata, affinché i sacrifici del passato possano essere conosciuti e onorati degnamente.

    Gianluca Pedemonte
    Nicola Giordanella

     

  • Slot, giunta regionale inserisce proroga in legge urbanistica: salta la Commissione. La protesta della Consulta comunale e delle opposizioni

    Slot, giunta regionale inserisce proroga in legge urbanistica: salta la Commissione. La protesta della Consulta comunale e delle opposizioni

    slot-manifestazioneUn “colpo di mano” per inserire la proroga di un anno per l’entrata in vigore della legge regionale di contrasto al gioco d’azzardo in un disegno di legge urbanistico inizialmente pensato per sopprimere il Comitato tecnico regionale e per il territorio. E’ la denuncia delle opposizioni in Consiglio regionale della Liguria contro la decisione della giunta Toti che riguarda un provvedimento che potrebbe essere votato quindi senza il passaggio in Commissione. «Una decisione vergognosa, degna dei peggiori stratagemmi della prima Repubblica. Toti, forza un testo che non c’entra nulla con l’azzardo perché non ha il coraggio di portare un provvedimento specifico in aula, disattendendo, tra l’altro, tutte le promesse di avviare un tavolo con le associazioni di categoria e senza coinvolgere le commissioni competenti», denuncia il Partito democratico. «Un modo ipocrita di affrontare la questione – proseguono i dem – ci chiediamo se anche il candidato alle amministrative genovesi Marco Bucci condivida la stessa linea e accetti l’idea che i passi avanti fatti nei Comuni liguri in questi anni per combattere la piaga della ludopatia, possano diventare improvvisamente carta straccia». L’attacco è rintuzzato anche dal Movimento 5 Stelle che attacca la maggioranza per aver tagliato «alle opposizioni ogni possibilità di discutere, audire i soggetti interessati e approfondire una questione delicatissima e cruciale per la Liguria. Una vera e propria norma taglia-dissenso che mette a nudo la totale mancanza di democrazia e di rispetto per le forze di opposizione in Regione». Infine, Sinistra italiana accusa la giunta Toti di essere «doppiamente colpevole perché non ha fatto niente in questi due anni di legislatura e adesso usa la tecnica derogatoria. La giunta Toti non è stata in grado di confrontarsi e mi auguro che il tavolo che è iniziato con le categorie possa risolvere la questione perché sarebbe inaccettabile che nel maggio 2018 ci trovassimo di fronte a una nuova deroga»

    «La polemica delle opposizioni è puramente strumentale– risponde il governatore – perché è evidente che se non volessimo trovare una soluzione avremo abrogato il testo vigente e non proposto una proroga alla sua entrata in vigore». Toti, assieme all’assessore regionale allo Sviluppo economico, Edoardo Rixi, spiega che la proroga proposta è dettata dalla necessità di «esaminarne meglio l’efficacia e soprattutto mitigare l’impatto verso il tessuto commerciale del nostro territorio. Il tutto mentre il governo, proprio a guida Pd, si dimostra incapace e inadeguato a formulare un simile provvedimento, su base nazionale». Gli esponenti della giunta di centrodestra accusano le opposizione di non voler collaborare «alla riformulazione delle legge per tenere conto delle legittime preoccupazioni espresse dalle associazioni del commercio che valutano unanimemente come drammatico l’impatto di tale provvedimento sulla occupazione senza misure adeguate di sostegno alle attività coinvolte».

    Mondo anti slot in rivolta

    azzardo-slotDura anche la reazione della “Consulta comunale per i giochi a premi in denaro” ed il Coordinamento regionale “Mettiamoci in gioco” che in un comunicato stampa prendono atto «con indignazione» della decisione presa dalla giunta regionale, ricordando come l’escamotage «dell’emendamento che viene proposto al Consiglio regionale nel corso della discussione sul DDL 40/2016 che non tratta in alcuna sua parte il tema dell’azzardo fa si che il provvedimento non sia stato pertanto preventivamente in Commissione». Secondo la Consulta, quindi, la Giunta regionale dimostra «completa insensibilità alle ripercussioni del gioco sulla salute, sull’integrità  delle famiglie, sulla tenuta della legalità, sulla sicurezza e sul decoro dei quartieri, mentre le opinioni di operatori pubblici e privati e delle associazioni che riportavano i gravi costi sociali della piaga del gioco non sono state ascoltate»
    «Durante l’audizione che abbiamo chiesto – afferma Clizia Nicolella, presidente della Consulta contro il gioco in denaro – alla Regione questa mattina abbiamo rappresentato le ragioni delle tante persone che ieri in piazza De Ferrari hanno manifestato il loro sostegno all’ applicazione della Legge regionale 17/2012 ma queste ragioni non verranno ascoltate. Il presidente Tori ha manifestato la sua disponibilità ad aprire un confronto con il mondo “no slot” da domani. Ma domani sarà troppo tardi e la Liguria avrà perso un’occasione affrancarsi dalla morsa dell’azzardo».

  • Fare il pescatore oggi, tra nuove leggi, sanzioni e scarsità di pesce. Un mestiere antico ma a rischio estinzione

    Fare il pescatore oggi, tra nuove leggi, sanzioni e scarsità di pesce. Un mestiere antico ma a rischio estinzione

    pescatori-genova-galata520 imbarcazioni per un totale di 1400 di pescatori. Sono i numeri nel settore della pesca ligure, cifre che si stanno vertiginosamente riducendo man mano che passano gli anni. Mentre il numero delle imbarcazioni diminuisce, ad alzarsi è l’età media dei pescatori, due dati che combinati insieme non prospettano nulla di buono per il settore. «E’ un mestiere che qui a Genova va avanti da oltre diciannove generazioni – dice Felice Mammoliti, pescatore professionistama ora è destinato a morire, nessun giovane vuole più farlo».

    Un lavoro quello del pescatore che oggi è messo a dura prova dalle nuove leggi, dalle sanzioni e dalle burocrazie locali, nazionali e internazionali e dalla concorrenza dei pescatori non autorizzati. «Per fare questo mestiere ci vuole tanta passione – continua Felice – perché se dovessi pensare al guadagno avrei già cambiato da tempo». Il profitto per i professionisti che lavorano in proprio arriva solo con la vendita della merce; questo significa che se le condizioni meteo non permettono di andar per mare o se non c’è passaggio di pesci, i pescatori rimangono a bocca asciutta. «Nonostante tutto sono contento di lavorare all’aria aperta e in mezzo al mare, infatti quando esco in barca dico sempre che vado a pesca e non a lavorare». E se Felice che ha cominciato questo lavoro nel ’78, dopo aver incontrato moltissime difficoltà non ha mai nemmeno pensato di mollare, vuol dire che la passione è l’ingrediente imprescindibile per essere un pescatore professionista. «Ne abbiamo passate di ogni, nel 2009 abbiamo dovuto svendere la barca, licenziare sette persone dell’equipaggio e rimanere solo io e mio padre a lavorare su un’imbarcazione piccola». – Continua Felice – «Comunque, non ho mai pensato di smettere, per me è un mestiere che vale milioni di euro perché mi riempie il cuore di gioia tutti i giorni».

    A costituire l’intera flotta ligure sono per la quasi totalità, l’80%, imbarcazioni per la piccola pesca ovvero barche al di sotto di 10 tonnellate che fanno uscite giornaliere e utilizzano attrezzi come reti da posta, tringali e palangare. «Esiste poi un reparto che si dedica alla pesca a strascico – spiega Daniela Borriello, responsabile regionale Coldiretti Impresa Pesca Liguriae una ventina di lampare in tutta la regione e solo due di queste si trovano a Genova».

    Ogni imbarcazione si dedica a un tipo di pesca differente: a strascico che con lunghe reti gettate sui fondali marini cattura triglie, totani, polpi, seppie e scorfani e le lampare si dedicano alla pesca delle acciughe. «Adesso noi che facciamo parte delle piccola pesca – racconta Mammoliti – stiamo utilizzando attrezzi da posta che caliamo il pomeriggio e salpiamo non appena sorge il sole per prendere totani, polpi, seppie, triglie e pesci adatti per la zuppa».

    Per ogni stagione viene utilizzato un attrezzo diverso e reti con maglie di grandezza differenti, un modo per evitare il danno ambientale e economico. Il dove si andrà a pescare, di preciso non si sa se non quando già ci si trova in mare. «Noi – continua il Felice – peschiamo in tutto il golfo di Genova, da Cogoleto a Portofino, andiamo dove c’è più movimento o dove ci suggeriscono i nostri colleghi».

    Problematiche del mestiere

    pescatori-barche-pesceIl pescato dei piccoli pescatori genovesi non finisce sui banchi del mercato del pesce di Ca’de Pitta, perché la quantità non soddisfa la richiesta. Fanno eccezione le acciughe che durante le stagioni vengono messe all’asta al mercato all’ingrosso e esportate oltre i confini regionali. Tranne le lampare, tutte le imbarcazioni della Darsena genovese non appena rientrate in banchina, vendono il proprio bottino direttamente al pubblico servendosi del piccolo mercato allestito al Porto Antico. «La burocrazia con i divieti di pesca su moltissime specie – spiega Mammoliti – ci ha tagliato le gambe senza darci un’alternativa». Dopo il fermo per la pesca dei bianchetti invernali (piccoli delle sardine) tutte le barche per la piccola pesca sono rimaste a terra. «Da gennaio a marzo non abbiamo potuto lavorare perché c’era il divieto – continua Felice – il “risarcimento” è stato di 800 euro a equipaggio». Secondo quanto riferito dai pescatori genovesi nonostante il recente fermo dei bianchetti il numero delle acciughe è diminuito. «Siamo d’accordo a tutelare l’ambiente e salvaguardare le specie marine, ma non crediamo che questa sia la strada giusta – spiega Mammoliti – alcuni biologi ci hanno confermato che le specie per essere tutelate devono essere stimolate e quindi anche pescate, se no smettono di riprodursi». Un altro problema che affligge questa categoria è la pesca sportiva che permette l’utilizzo di attrezzi professionali e non deve sottostare a tutte le regole che invece ha la pesca professionale. «Abbiamo chiesto che questo tipo di pesca venga regolamentato come la caccia – dice Mammoliti – perché molti che si spacciano per pescatori hobbisti sono veri e propri professionisti che lavorano in nero».

    Ma le problematiche nel settore non finiscono qui: la legge 154, normativa comunitaria approvata nel 2016 per effetto dell’applicazione di regole dell’Unione Europea, valida per tutti mari che bagnano i Paesi dell’Unione Europea, ha innalzato le sanzioni nel caso di trasgressione delle regole. «Applicare un’unica legge che vada bene in tutta Europa è un utopia – dice Boriello – ogni mare ha la propria peculiarità, la propria fauna e le proprie stagionalità». Del resto anche il lavoro del pescatore è decisamente differente se svolto nel Nord Europa o nel Mediterraneo. «Non possiamo essere paragonati alle grosse flotte che lavorano negli altri Paesi su acque più ricche e abitate da altri pesci». – Continua il pescatore – «Noi siamo piccoli pescatori che lavorano nel Mediterraneo che è un mare abitato da una determinata fauna, che possiede specifiche caratteristiche e peculiarità; e tutto questo va tenuto in considerazione». Con la nuova norma le sanzioni per la cattura di pesci al di sotto delle taglie imposte possono arrivare fino a 15 mila euro: «E’ vero che sono state abolite alcune ripercussioni penali – conclude Boriello – ma le multe sono sproporzionate e non garantiscono futuro all’impresa». Secondo i pescatori genovesi le leggi andrebbero fatte ad hoc valutando il tipo di mare e la quantità di pescato disponibile.

    Come diventare pescatori

    Per diventare pescatori professionisti non basta uscire in mare su un gozzetto e avere ami, lenze e reti. Tutt’altro, il percorso per guadagnarsi il titolo è lungo e articolato. Il primo passo da fare è presentare la documentazione necessaria rilasciata dalla capitaneria, fare una prova di nuoto e di voga e una volta superati questi step l’aspirante pescatore potrà prendere il tesserino che gli permette di imbarcarsi e cominciare la “gavetta” per arrivare al titolo. L’esperienza in mare è ciò che conta di più per diventare pescatore, ci vogliono minimo dodici mesi di imbarco insieme a un mozzo per poi accedere all’esame che, una volta superato, darà il titolo di conduttore e comandante. Solo in questo momento il pescatore sarà libero di uscire in mare da solo e svolgere la propria attività. Il tipo d’imbarcazione su cui lavorare e quindi il tipo di pesca che andrà a svolgere è a discrezione del professionista.

    E.C.

  • Artisti di Strada, in arrivo il nuovo regolamento: Genova riconosce il valore dei “buskers”. Dubbi su sistema prenotazioni per luoghi di interesse

    Artisti di Strada, in arrivo il nuovo regolamento: Genova riconosce il valore dei “buskers”. Dubbi su sistema prenotazioni per luoghi di interesse

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    Lucilla Meola

    L’arte di strada è un valore aggiunto per una città che vuole dirsi turistica e, soprattutto, che, come Genova, ambisce a diventare, a livello europeo, un attrattivo polo culturale; ma non solo: quanto “benessere” regala “inciampare” nell’esibizione di un talento artistico durante l’ora d’aria tra il caffè e il ritorno in ufficio? Comune di Genova sembra essersene accorto, ed ha redatto la bozza di un nuovo “Regolamento dell’Arte di Strada”, oggi in discussione in commissione riunita Affari Istituzionali e Generali e Promozione della Città.

    «Dovevamo aggiornare il precedente regolamento – spiega l’assessore alla Legalità e Diritti Elena Fioriniper valorizzare questo fenomeno, cercando di venire incontro ai cittadini e ai commercianti, ma anche aiutare la polizia municipale a svolgere la propria attività di controllo in maniera più chiara».

    La bozza del regolamento, consultabile on-line sul sito del Comune di Genova, presenta diverse novità, e nei fatti inquadra meglio il fenomeno dei cosiddetti “Buskers”, la parola inglese che indica chi in strada esibisce, e condivide, la propria arte.

    Le novità

    Il precedente regolamento, datato 2004, non è mai stato completato in tutte le sue parti, lasciando ampi spazi di discrezionalità, e quindi di potenziale “scontro” tra la ruvida mentalità tipicamente genovese e l’estro artistico, soprattutto dei “foresti”.

    Diverse sono le novità introdotte dal nuovo testo. In primis lo spazio pubblico occupato temporaneamente senza oneri di sorta passa da 2 metri quadrati a 10. Le possibilità di esibirsi spazieranno su tutto il territorio comunale, ampliando quindi la potenziale offerta a tutti quei luoghi non prettamente “turistici”, limite che in precedenza comprendeva “solamente” Porto Antico, Centro Storico, Corso Italia e Boccadasse, Passeggiata Anita Garibaldi, Lungo Mare di Pegli, isole pedonali e parchi pubblici. Introdotto però il limite di 30 metri di distanza da rispettare per le strutture sanitarie, e le scuole e biblioteca durante gli orario di apertura. Limite di trenta metri che deve essere rispettato anche come distanza tra un artista e l’altro durante le loro esibizioni.

    Orari: lo svolgimento dell’attività degli artisti di strada sarà consentita entro due diverse fasce orarie; le performance che non producono emissioni sonore potranno avere luogo in qualsiasi giorno dell’anno dalle ore 09.00 alle ore 23.00, mentre le performance che producono emissioni sonore potranno avere luogo dalle ore 10.00 alle ore 22.00 in qualsiasi giorno dell’anno. L’esibizione non potrà superare i 60 minuti, allestimento escluso, e non potrà essere superiore a 60 minuti intercorrenti fra lo scoccare esatto di un’ora e quella successiva.

    Ovviamente le performance artistiche sono intese senza fini di lucro, e quindi è consentito solamente il passaggio “a cappello” tra il pubblico, senza alcun tipo di richiesta di pagamento. Per gli spettacoli che prevedono l’utilizzo del fuoco, dovranno essere presenti almeno un estintore, teli ignifughi e dovrà essere garantita la distanza di almeno 5 metri dal pubblico. Per i “madonnari” invece è fatto obbligo l’utilizzo di colorazioni lavabili dall’acqua piovana e l’utilizzo di prodotti non inquinanti. Rimane il divieto di utilizzare animali di qualsiasi specie, nemmeno per la mera esibizione.

    Possibili criticità

    Il nuovo regolamento introduce il concetto di aree di particolare interesse: la Giunta potrà individuare, con atto motivato, spazi considerati di particolare interesse; per queste aree, stando al testo, sarà predisposto un sistema di prenotazione on-line dedicato agli artisti, gestito dal Comune stesso. Proprio si questo punto si sono sviluppate le uniche critiche a quanto “pensato” dall’amministrazione: non è ancora chiaro come sarà gestita la prenotazione, le modalità e le “quantità”. Per gli artisti non genovesi, inoltre, questo sistema potrebbe essere penalizzante. «Su questo punto occorre fare chiarezza – afferma Tatyana Zakharova, volto noto dell’arte di strada genovese, presente in aula come rappresentante di Uga, Unione Giovani Artisti, associazione che ha seguito la stesura del testo – perché potrebbe non funzionare o essere motivo di “monopolio” da parte di alcuni».

    Un passo avanti

    Questo testo, comunque, segna senza dubbio un passo avanti: nero su bianco Comune di Genova sancisce l’importanza degli artisti di strada, riconoscendone il valore aggiunto in termini culturali e di attrattiva turistica; «Siamo contenti di questo passaggio – commenta il giovane chitarrista Rodolfo Bignardi, a margine dei lavori in Sala Rossa – un passaggio comunque non scontato»; «Bisogna ancora capire come sarà organizzato il discorso delle prenotazioni – chiarisce Lucilla Meola, cantante e chitarrista – perché è un meccanismo che potrebbe essere poco funzionale, gli artisti di strada ne hanno sempre fatto a meno, in qualche modo». Comunque, le norme previste, in qualche modo allargano le potenzialità di questa modalità espressiva sempre più “esplorata” anche da artisti “di fama” e di talento già riconosciuto. Passato in commissione, il nuovo regolamento dovrà essere approvato dal Consiglio comunale. La primavera è alle porte, e la città si prepara ad accogliere i tutti i germogli che il vento dell’arte generosamente porterà nelle nostre strade.

    Nicola Giordanella

  • Migranti a Villa Ines, Comune e Municipio incontrano la popolazione. Lega: «Basta favola accoglienza, ci vuole un Cie»

    Migranti a Villa Ines, Comune e Municipio incontrano la popolazione. Lega: «Basta favola accoglienza, ci vuole un Cie»

    palazzo-tursi-D9Il problema della accoglienza torna ad infuocare il dibattito in Sala Rossa. La scelta delle strutture che dovranno ospitare i migranti che entro maggio lasceranno i locali della Fiera di Genova è ancora motivo di scontro tra le varie parti politiche. Da qualche giorno sono incominciati i lavori di adeguamento di Villa Ines, a Struppa, struttura che ospiterà 50 migranti, “gestiti” dalla associazione Migrantes, già attiva a Coronata e San Martino. In serata l’amministrazione incontrerà i cittadini per spiegare i meccanismi e le attività che saranno predisposti per l’accoglienza.

    Ancora una volta l’amministrazione comunale finisce sotto attacco per la gestione dell’accoglienza. Il Consiglio comunale torna a dividersi sulla questione aperta dalla notizia dell’allestimento della struttura, di proprietà della Curia, di Villa Ines, a Struppa, destinata ad accogliere almeno una cinquantina di migranti in “uscita” dai locali di Fiera di Genova, locali che dovranno essere liberati entri maggio.

    La scelta, però, non dipende da Comune di Genova: il sistema dei Cas, infatti, è gestito in maniera autonoma dalla Prefettura, che “sceglie” quali strutture utilizzare in base alle offerte che riceve da enti privati. «L’amministrazione civica – ha spiegato ancora una volta l’assessore alle Politiche Socio-Sanitarie Emanuela Fracassiviene solamente informata a decisione presa». Quello che il Comune può fare è informare e predisporre il “territorio”, cercando di mediare tra esigenze diverse, di cittadini e gli enti preposti. «Possiamo però dire che su questo la giunta è sempre in ritardo – ha attaccato Andrea Boccaccio, M5se che dovrebbe attivarsi con maggior efficacia e tempismo». Proprio per questo, quindi, Comune e Municipio in serata incontreranno la popolazione per spiegare come sarà gestita la struttura. L’incontro, che vedrà al presenza anche dei responsabili della struttura, si terrà presso la Società Democratica 7 novembre, alle ore 18.

    «Ci siamo stufati di sentire parlare di Cas e Sprar, vorremmo sentire parlare anche di Cie, per fermare questa invasione». Così ha risposto ai chiarimenti della giunta Alessio Piana, Lega Nord, dopo aver provato a ricostruire le percentuali di rifugiati effettivi sul numero dei migranti che sono ospitati in città. «Finalmente gettata la maschera di certe formazioni politiche» ha indirettamente risposto Gianpaolo Malatesta, di Possibile. Dai banchi della giunta arrivano però i numeri aggiornati: secondo i dati ministeriali circa il 43% dei richiedenti riceve l’asilo immediatamente, e aggiungendo chi poi l’ottiene dopo il ricorso, si arriva ad un totale di circa due terzi del totale degli arrivi, che viene quindi riconosciuto “rifugiato”. Oggi a Genova sono presenti 2309 migranti, cioè uno ogni 253 genovesi.

  • Lanterna, la luce del faro cambia colore. Pronto il nuovo sistema d’illuminazione che colorerà il cielo di Genova

    Lanterna, la luce del faro cambia colore. Pronto il nuovo sistema d’illuminazione che colorerà il cielo di Genova

    lanterna2-DINel 2018 si celebrerà l’890° anniversario della costruzione della torre della Lanterna di Genova, e per l’occasione ci si prepara predisponendo un nuovo sistema di illuminazione che permetterà di utilizzare varie sfumature di colore. Un “rinnovamento” che permetterà al faro di celebrare con la sua luce le diverse giornate di Unesco e Nazioni Unite, come oggi già viene fatto con la fontana di piazza De Ferrari. Un progetto che aggiungerà un elemento coreografico e pittoresco al monumento simbolo della genovesità.

    Approfondimento: La Lanterna passa al Comune di Genova

    Stando alle indiscrezioni trapelate in queste ore, il nuovo sistema di illuminazione è frutto di un progetto di light design, patrocinato da Unesco Italia, che introdurrà la più avanzata tecnologia led per permettere ai raggi del faro di cambiare colore. Capofila del progetto Slam, il marchio dedicato alla nautica nato proprio “sotto la Lanterna”; tra i partner tecnici anche Philips, che ha dedicato al simbolo cittadino un progetto specifico. L’inaugurazione delle nuove luci è prevista per martedì 14, dalle ore 21. Nella giornata di lunedì, saranno presentati i dettagli di tutti gli appuntamenti dedicati a questa iniziativa.

    Lanterna, storia della città

    La Lanterna di Genova, il cui aspetto attuale risale al 1543, quando fu ricostruita in seguito ai danni subiti dal “fuoco amico” durante l’assedio francese del 1513, da sempre veglia sulla città e sul suo porto. La sua luce, che copre il settore marittimo compreso tra il faro di Capo Mele (Savona) e quello di San Venerio (collocato sull’isola del Tino, di fronte a Porto Venere), è servita per segnalare l’arrivo di navi e guidare i naviganti. Fu prigione, fortezza e porta della città: come consuetudine dell’epoca, era affiancata da una “gemella” (che spunta in qualche raffigurazione storica), chiamata Torre dei Greci, e collocata sotto la Collina di Castello (che fu appunto abitata dai greci, durante i primi insediamenti urbani dell’area), poi demolita per fare spazio alle strutture portuali. Con i suoi settantasei metri è il faro più alto del Mediterraneo ed il secondo in Europa dopo il Faro di Île Vierge, che nel 1902 tolse alla Lanterna il primato mondiale superandola in altezza di circa cinque metri. Risulta attualmente essere il quinto faro più alto del mondo ed il secondo, fra quelli tradizionali, ossia costruiti dalle rispettive autorità portuali con lo scopo primario di supporto alla navigazione. Considerata nella sua monumentalità, che comprende anche lo storico scoglio sul quale si poggia, raggiunge i 117 metri d’altezza.

    Presente e futuro (incerto) della Lanterna

    Dagli anni venti del xx secolo, quando si allargò il porto verso Ponente, la Lanterna è stata lentamente inglobata nelle strutture portuali, che gli levarono il mare da sotto i piedi. Oggi guarda dall’alto la centrale a carbone Enel, oramai in dismissione, ma che potrebbe essere sostituita da altri impianti industriali come i petrol-chimici Carmagnani e Superba, da anni in lista d’attesa per spostarsi da Multedo. La gestione stessa del monumento, nonostante la sua indiscutibile importanza, simbolica e non, è spesso in balia degli eventi, lasciata incredibilmente ai margini dell’offerta culturale-turistica della città. Il cambio di illuminazione potrà dare un nuovo spolvero al simbolo più famoso di Genova, rendendola un apparato scenografico unico al mondo. Ma la Lanterna non può essere solo questo: sono secoli che veglia su noi genovesi, e sarebbe ora di ricambiargli il favore.

    Nicola Giordanella

  • Gavoglio, cittadini e comitati battono il tempo al Comune. «Incontro pubblico per proseguire il percorso di partecipazione»

    Gavoglio, cittadini e comitati battono il tempo al Comune. «Incontro pubblico per proseguire il percorso di partecipazione»

    gavoglioIl tempo passa, e dopo tre mesi dal passaggio da Demanio a Comune di Genova tutto tace. Con le elezioni alle porte, però, la paura dei cittadini, e dei comitati, è quella che i tempi si allunghino ulteriormente, fermando il percorso di partecipazione che dovrebbe portare al Puo dell’area dell’ex caserma Gavoglio. Chiesto, quindi, un incontro pubblico per fare il punto su quanto fatto e quanto ancora da fare.

    Approfondimento: La Gavoglio passa al Comune di Genova

    Capofila della richiesta il gruppo “Progettare la città”, che dal 2008 sta “seguendo la pratica” e che nelle prossime settimane darà vita ad una Associazione di promozione sociale: «Con la contemporaneità delle elezioni Amministrative e dell’insediamento della successiva giunta – si legge nel comunicato diffuso dal gruppo – valutiamo e temiamo, che ci saranno molti mesi di poca attività oltre quelli già trascorsi». Le richieste sono molto semplici: un incontro pubblico per fare il punto su quello che è stato fatto, e quello che ancora rimane da fare. Tra i primi firmatari della richiesta Enrico Testino, da anni in prima linea per la riqualificazione della Gavoglio, fulcro della riqualificazione del Lagaccio e di Oregina: «Il Comune si era impegnato a proseguire il percorso partecipato per la stesura del Puo, e per questo vogliamo oggi un impegno scritto per concretizzarlo».

    Un percorso interrotto

    Il percorso di partecipazione, nei fatti, si è interrotto nel 2015, portando alla definizione del Programma di Valorizzazione che ha permesso all’amministrazione di vedersi consegnare dal Demanio l’area della Gavoglio. Al documento è stato allegato un cronoprogramma in cui è indicato il 2017 come anno di “redazione PUO”, “della “stesura del piano degli interventi di bonifica” (per suoli ex industriali), dei “primi lavori di bonifica ” (per suoli ex industriali) e “primi lavori di messa in sicurezza nelle more della stesura del PUO” (per assetto idrogeologico del bacino del rio Lagaccio). Nel 2016, per quanto riguarda l’assetto idrogeologico del bacino del rio Lagaccio, sarebbe già dovuto essere completata la “verifica idraulica del bacino del rio Lagaccio e dei suoi affluenti”, oltre che la “stesura del piano degli interventi idraulici”, “progetti delle sistemazioni idrauliche per la messa in sicurezza delle aree” e, per quanto riguarda il Piano di caratterizzazione dei suoli ex industriali, della “stesura piano di caratterizzazione”.

    Di tutto ciò, oggi, i cittadini chiedono una verifica, attraverso un incontro pubblico da svolgersi nel quartiere nei primi giorni di aprile: «per avere informazioni sulle conclusioni delle analisi effettuate su rio Lagaccio e sulla verifica idraulica del bacino del rio Lagaccio e dei suoi affluenti – si legge nel comunicato – e sulla stesura del piano degli interventi idraulici, sui progetti delle sistemazioni idrauliche per la messa in sicurezza delle aree e, per quanto riguarda il Piano di caratterizzazione dei suoli ex industriali, sulla stesura del piano di caratterizzazione».

    Inoltre il gruppo “Progettare la città” chiede che venga elaborato e comunicato al più presto il regolamento delle forme di partecipazione dei cittadini e la bozza di “carta dei Diritti Civici”, sul quale la civica amministrazione, attraverso delibera, si è impegnata a realizzare entro 4 mesi dall’approvazione e che può essere ulteriore strumento utile per determinare al meglio il relativo Puo.

    La palla ora ripassa all’amministrazione comunale e al Municipio, nella speranza che l’appuntamento elettorale alle porte non infici tanti anni di lavoro e progettazione. Il cammino per la rinascita della Gavoglio è ancora lungo.

    Nicola Giordanella

  • Tapullo, la nuova rete per la socialità condivisa. Lo spazio virtuale misterioso di piazza delle Erbe

    Tapullo, la nuova rete per la socialità condivisa. Lo spazio virtuale misterioso di piazza delle Erbe

    tapullo-piazza-erbeUna delle cose migliori di Genova sono le sorprese; in ogni angolo, in ogni vicolo, in ogni piazza si possono scovare dettagli incredibili: e incredibile è quello che si può scoprire in piazza delle Erbe. Da qualche giorno, nella piazza fulcro della movida genovese, sono comparsi decine di piccoli adesivi, rotondi, che riportano un QR-code, cioè quella sorta di “codice a barre” che se fotografato con uno smartphone, diventa un collegamento ipertestuale ad una pagina web.

    Detto fatto: conquistati da una “palette” decisamente invitante, ecco che il codice ci apre il mondo di “Tapullo, la rete costruita a brettio”. La pagina che si apre invita a connettersi gratuitamente alla rete wi-fi omonima, attraverso la quale si accede a questa nuova frontiera della socialità condivisa: uno spazio virtuale, un contenitore, fatto da tante stanze tematiche, dove i visitatori possono comunicare tra loro seguendo o creando discussioni. Fin qui nulla di nuovo, forse, ma il bello sta nella “fisicità” del connettersi: la rete Tapullo è fruibile solo stando in loco, creando un circolo virtuoso reale-virtuale-reale, aprendo una via nuova alla socialità condivisa degli spazi “vissuti”.

    Benvenuti in Tapullo

    «Questa rete è un esperimento di socialità condivisa. Funziona solo qui e da nessun’altra parte, vuole mettere in contatto le persone che occupano questo spazio fisico tramite l’uso di uno spazio virtuale locale. Quando vuoi registrarti, usa pure una mail finta, non ci interessano i tuoi dati». Questo il disclaimer che accoglie l’utente in Tapullo, e che dice tutto: un’idea nata in termini sperimentali, puntando a potenziare le condivisione dello spazio reale attraverso una via virtuale anonima, veloce e aperta a tutti.

    Per iscriversi basta un minuto, e poi si può incominciare a comunicare; diverse sono le sezioni, le“stanze”, già impostate, in cui si possono aprire, o seguire, delle discussioni: dalle classiche “mangiare”, “bere”, “eventi”, a quelle più social, come “Giochi” e “Persone”. Quest’ultima prevede delle sotto sezioni dai nomi esplicativi: “jam”, “Chiacchiere” e “ammore”; ed proprio in questa, che si preannuncia come la più gettonata, che troviamo le prime prove di socialità 3.0: una ragazza infatuata si rivolge ad un bel giovane che «beve una birra vicino alla siepe, posso offrirti un altro giro?». Come sarà andata a finire? Su Tapullo, inoltre, possiamo trovare anche le sezioni dedicate al baratto, ai giochi e ai “passaggi”: «sei sobrio e in auto? Sei sbronzo e/o a piedi? Parlatevi». Più chiaro, e utile, di così?

    La rete costruita “a brettio”

    Tra le pagine di discussione, si trova anche una stanza dove si parla tecnicamente della rete, e dove si possono trovare tutte le informazioni per chi volesse contribuire alla “causa”, aumentando la portata della rete, nella logica delle “wireless mesh network” cioè quelle reti “a maglie”, senza fili, cooperative e costituite da nodi (i router) che funzionano contemporaneamente da ricevitori, trasmettitori e ripetitori. Esattamente all’opposto dell’infrastruttura classica, e commerciale, che porta la connessione singolarmente nelle case di ognuno di noi. A pagamento. Forse è da qui che nasce il nome dell’esperimento: lo stringente pragmatismo del dialetto genovese, che restituisce l’idea della rimedio arguto, costruito senza imposizioni, schemi e governance di sorta.

    Non si sa chi sia l’artefice di Tapullo, non si sa chi ci abbia messo il router, e dove questo sia stato collocato: non ci sono credits, contatti, sponsor e patrocini vari. Connettendosi alla rete wi-fi dedicata si può solo accedere alla piattaforma condivisa, senza poter navigare per il web. Sta forse qua la genialità della “pensata”: aver predisposto uno spazio di comunicazione puro, dove i contenuti sono solo quelli di chi la “abita”, e per abitarla bisogna vivere uno spazio reale come quello della piazza.

    Un gioco? Probabilmente molto di più. Sicuramente una voce fuori dal coro, che scommette sulla libera comunicazione tra le persone, e la libera fruizione degli spazi, sia virtuali che reali.

    Nicola Giordanella

  • Blueprint, Spim a rischio default. Il flop del concorso internazionale mette nei guai la società pubblica

    Blueprint, Spim a rischio default. Il flop del concorso internazionale mette nei guai la società pubblica

    blueprint-fieraCon l’inaspettato esito della Blueprint competition, si affaccia lo spettro del fallimento della società Nuova Foce s.r.l., controllata al 100% da Spim s.p.a. (a sua volta controllata al 100% da Comune di Genova), che per attivare la “macchina” del concorso, ha acceso un mutuo da oltre 18 milioni per acquisire gli spazi dell’area fiera interessata. Ora la patata bollente potrebbe tornare a Tursi, e quindi sulle spalle di tutti i genovesi

    Approfondimento: Il flop della Blueprint Competition

    Dopo le prime ore di sgomento, da Comune di Genova non si è mossa una voce: l’amministrazione, in fase di chiusura del ciclo elettorale, è alle prese con questioni dirompenti come quella legata ad Amiu e il prossimo bilancio. Sul flop della Blueprint Competition, a cui seguiranno sicuramente ulteriori strascichi, tutto tace. A riportare l’argomento in aula è il consigliere Guido Grillo, (P.d.l) che, preannunciando la richiesta di una commissione ad hoc sull’argomento, ha chiesto chiarimenti all’assessore al Bilancio Francesco Miceli: «Abbiamo ricevuto notizie solo attraverso la stampa cittadina – ha ricordato il consigliere – mentre sarebbe stata doverosa una relazione della giunta, vista l’importanza strategica dell’area coinvolta e le risorse messe in campo dalla amministrazione».

    «Il concorso è stato attivato recependo anche i consigli dell’Ordine Nazionale degli Architetti – ha spiegato Micelied ha visto oltre 443 professionisti coinvolti.I ricorsi, come spesso accade, oramai sono cosa quotidiana per iniziative del genere, e siamo preparati a gestirli». Ma i problemi sono altri: «Se non si troveranno investitori, sicuramente Nuova Foce sarebbe esposta ad un rischio default – ha sottolineato l’assessore al Bilancio del Comune di Genova – e conseguentemente anche Spim potrebbe correre lo stesso rischio. L’estrema ratio potrebbe essere l’accollamento del mutuo da parte dell’amministrazione comunale».

    A livello contabile, Nuova Foce non è in salute: i bilanci 2014 e 2015 si sono chiusi in perdita (rispettivamente di 206.229 e 378.077 euro) e con un mutuo sulle spalle di 18,6 lo spettro del fallimento è molto concreto. L’ipotesi di salvataggio tramite intervento di Comune di Genova è molto probabile, se a breve non ci sarà una svolta nel destino della “visione” di Renzo Piano. Un affaire sempre più complicato e “pesante”, il cui fallimento rischia di essere pagato da tutti i genovesi. Oltre al danno, la beffa.

    Nicola Giordanella

  • Vaccini, Liguria già in linea con il nuovo piano nazionale, ma la copertura totale scende al 94%

    Vaccini, Liguria già in linea con il nuovo piano nazionale, ma la copertura totale scende al 94%

    SanitàLa regione Liguria è già da due anni allineata con il nuovo piano nazionale dei vaccini, appena pubblicato in gazzetta ufficiale. I dati che ASL3 sta elaborando proprio in questi giorni confermano una copertura vaccinale intorno al 96/98% per le vaccinazioni raccomandate nei primi anni di vita. Diminuiscono, invece, gli accessi quando i bimbi crescono, dato calcolato sul tasso di risposta agli inviti che ASL3 fa per i cosiddetti richiami e per gli anziani: dal 2000 al 2015, infatti, dalla quasi copertura totale del 100% si è scesi di 6 punti percentuali, portando la copertura totale dei vaccini sulla popolazione ligure al 96%. Nello specifico basse sono le risposte per il vaccino Zoster (utilizzato contro il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio), uno fra quelli introdotto nell’ultimo piano nazionale: in Liguria è offerto gratuitamente da due anni agli adulti al di sopra dei 70 anni di età, e ha registrato accessi intorno al 10%.

    Psicosi e informazione

    Anche Genova non è sfuggita alla psicosi meningite, ma i risvolti possono essere considerati anche positivi, stando ai dati di Asl e i pareri dei medici: nel 2016 sono state somministrate 23.000 dosi di cui circa 11.000 da prestazione gratuita (ai bambini nei primi due anni di vita e alle categorie a rischio) e 12.000 sono state le dosi a pagamento, cioè richieste dai singoli, spontaneamente. Il dato è dovuto principalmente all’allarmismo mediatico che sulla meningite si è prodotto ed autoalimentato nei mesi scorsi. Secondo i medici, il rovescio di questa medaglia in questo caso potrebbe essere positivo: per moltissime recarsi presso gli ambulatori per farsi somministrare la dose di vaccino è stata l’occasione per ricevere un’informazione più ampia sulla pratica della vaccinazione in generale, direttamente dal personale medico specializzato. «Il dottor Google e il dottor Facebook – come li apostrofa il dottor Elio Castagnola Responsabile dell’Unità Operativa Complessa Malattie Infettive dell’ospedale Gaslinihanno contribuito alla confusione informativa sui vaccini, senza dimenticare che la mancanza del “toccare con mano” le malattie per le quali si viene vaccinati contribuisce a consolidare certe convinzioni»

    Le novità del piano nazionale e i dati regionali

    san-martino-ospedale-sanitaIl nuovo piano nazionale introduce, in regime di gratuità, i vaccini contro pneumococco, Zoster, meningococco B, rotavirus, varicella e papillomavirus per i maschi. La nostra regione già da due anni ha inserito questi vaccini nel calendario, unica eccezione il rotavirus, che verrà introdotto ora.

    Secondo i dati reperibili sul portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica Epicentro, la nostra regione registra, nel 2000, un’ottima copertura, molto vicina al 100%; più recentemente (i dati a disposizione sono aggiornati al 2015, ndr), però, si è verificata una diminuzione per il cosiddetto esavalente somministrato dei primi anni di vita (difterite-tetano-pertosse acellulare, Polio, Hib, Epatite B) che vede percentuali passare dal circa 95% del 2014 al circa 94% del 2015. Tendenza inversa sul lungo periodo, per vaccini contro parotite, morbillo e rosolia in aumento rispetto al 74% del 2000 si attestano, due anni fa, al 81%.

    Riguardo ad altre vaccinazioni, più recentemente inserite nel regime di gratuità, quelle contro il pneumococco e il meningococco C (fra i responsabili della meningite) spiccano per aver raggiunto una copertura di 3 punti percentuali più alta rispetto al dato nazionale. Non uniforme il dato del vaccino contro la varicella (disponibile da circa 10 anni e in gratuità dal 2015, ndr) che vede la Liguria con una copertura del solo 10%.

    «Possiamo parlare di regione all’avanguardia – ci spiega il dottor Giancarlo Icardi direttore Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università di Genova e dell’ Unità Operativa Igiene dell’ospedale San Martinoperché proprio nel dicembre 2014, quando fu evidente che il piano nazionale stava terminando ma mancava ancora quello nuovo, proprio nell’ottica dell’importanza della vaccinazione, una delibera di regione passava un aggiornamento del calendario. Il calendario in uso dal primo gennaio 2015 è, non del tutto, ma nella quasi totalità sovrapponibile a quello del piano del nuovo triennio».

    La nostra regione fu fra le prime ad inserire in questo nuovo calendario il vaccino per la meningite di tipo B per i nati dal 2015 e quello contro lo zoster sopra i 70 anni. «Insomma si può dire che il piano 2017 sia operativo in Liguria praticamente già da un paio d’anni e con risultati più che soddisfacenti – conclude Icardi – questo perché sui vaccini “nuovi” (nel senso di nuovi al regime di gratuità, ndr) siamo a copertura quasi al 90%».

    Anna Opisso, dirigente medico della Struttura Igiene e Salute pubblica Asl3 Genovese, conferma: «La nostra regione in un certo senso con quell’azione ha ottimizzato. La scelta del meningococco B è stata una scelta impegnativa – spiega – che si è fatta carico della somministrazione di 4 dosi vaccinali, ma è una scelta positiva in termini di prevenzione».

    L’aggiornamento del calendario

    sanita-corsia-ospedale«La dichiarazione di principio da cui partire è che una delle costanti nella vita è il cambiamento, economico, delle malattie, dei vaccini – spiega meglio Alberto Ferrando, pediatracambiando e migliorando le conoscenze mediche cambiano i vaccini». L’iter che porta un vaccino ad essere commercializzato è lungo e prevede diverse fasi: una prima sperimentale in laboratorio, seguita da quella di sperimentazione animale e poi sull’uomo; solo a questo punto il vaccino entra in commercio, ma in fase di sorveglianza: un passaggio che monitora eventuali insorgenze o criticità. «Un vaccino è ancora più sperimentato di un farmaco – sottolinea Ferrando – per un vaccino messo in commercio 100 sono stati bloccati».

    Dall’obbligo alla raccomandazione

    La levata di scudi contro le vaccinazioni obbligatorie, come dicevamo, è stata alimentato anche dalla “valanga” delle opinioni e testimonianze veicolate dalla rete. La distanza temporale con le pandemie del passato, e quindi, la mancanza di memoria storica sul tema ha fatto il resto. Altro fattore da mettere in conto è che con il passare del tempo nuovi vaccini sono stati sviluppati e la lista delle vaccinazioni obbligatorie (antidifterica, antitetanica, antipoliomelitica e antiepatite B) è rimasta inalterata, dando vita alla suddivisione dei vaccini in due gruppi: quelli obbligatori e quelli raccomandati. In entrambi i casi le dosi vengono offerte gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale. L’esistenza delle due categorie ha fatto si che si sia sviluppata la percezione che raccomandato significhi facoltativo.

    Le due scuole di pensiero contrapposte, però stanno iniziando a trovare una sintesi: l’alfabetizzazione sanitaria della popolazione è senza dubbio cambiata, e si è arrivati ad affermare che: «Un presidio così importante come i vaccini ha un valore non solo sanitario ma anche sociale – sottolinea Icardi – chi si vaccina, infatti, protegge se stesso e gli altri» «Negli ultimi anni i vaccini sono sempre considerati non come un dovere ma un diritto del bambino – sottolinea Ferrando – e la decisione sta alla famiglia. Per questo ritengo sia necessario lavorare sull’informazione e sul coinvolgimento dei genitori». In altre parole, lavorare sull’informazione, tenendo conto del valore sociale della vaccinazione potrebbe portare ad un cambio di cultura sulla materia, che faccia prevalere il senso collettivo di alcune scelte, raccomandabili prima ancora che obbligatorie.

    Claudia Dani