Categoria: Apertura

  • La passeggiata di Voltri pronta (al 70%) entro l’estate. In arrivo le protezioni a mare?

    La passeggiata di Voltri pronta (al 70%) entro l’estate. In arrivo le protezioni a mare?

    Lo scorso 22 febbraio ha riaperto il bar sulla passeggiata di Voltri, rimasto gravemente danneggiato dalla mareggiata che colpì il litorale a ottobre del 2018. La terrazza che dà sulla spiaggia, sempre piena all’ora dell’aperitivo soprattutto d’estate, è ancora distrutta e sprofonda nella sabbia. I tavolini sono stati spostati alle spalle dei capannoni che ospitano le società sportive. Per arrivarci, bisogna passare da piazza Odicini, da cui si accede ai pochi metri di struttura tornati agibili. Il resto della passeggiata, invece, è apparentemente immutato da quattro mesi. Le transenne vietano l’accesso, diversi cartelli indicano il pericolo. Nella parte orientale la forza del mare ha completamente scoperchiato la pavimentazione. Colpa di un difetto di progettazione dell’opera, che ha lasciato il mare libero di arrivare fin sotto le assi di legno. Una falla fatta notare da molti nel corso degli anni, a cui si è cercato di porre parziale rimedio collocando degli scogli davanti alla struttura. Sono stati spazzati via anche loro dalle onde, che nello scorso autunno hanno colpito con una forza che molti dicono di non aver mai visto in vita loro. Eppure, di mareggiate a Genova ne sappiamo qualcosa. «Da quando esiste – fa notare l’assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Genova Paolo Fanghellala passeggiata è costata 450 mila euro di manutenzione».

    La passeggiata di Voltri, intitolata a Roberto Bruzzone, primo presidente nella storia del Municipio Ponente scomparso nel 2007, è stata inaugurata nel 2008. Accolta da molti con scetticismo e con qualche polemica per lo spazio sottratto alla spiaggia, col tempo ha conquistato la maggior parte dei voltresi. Ma le perplessità sulla tenuta della struttura sono rimaste tutte, confermate e rafforzate quasi ogni autunno, stagione di mareggiate che negli anni hanno causato diversi danni. «Per questo – sottolinea Fanghella – vorrei fare qualcosa che mettese quella struttura in condizione di non dover subire manutenzioni quasi stagionali». L’assessore indica due fasi in cui i lavori si articoleranno nei prossimi mesi, con l’obiettivo di rendere la passeggiata agibile, anche se non completa, quantomeno entro l’estate: «La prima è mettere a posto le parti non strutturali, cioè ripristinare la pavimentazione – spiega – il 70% della passeggiata non ha subìto danni alla struttura, ma solo alla pavimentazione che è stata distrutta dall’onda che l’ha spinta da sotto. Di questa operazione deve occuparsi Aster, che inizierà i lavori a breve: questa settimana, o al più tardi la prossima. In questo modo, penso e spero che circa il 70% della passeggiata sia pronta entro quest’estate».

    Fanghella si mostra ottimista, per quel che riguarda i tempi di realizzazione, anche per il secondo lotto di interventi, quelli strutturali: «La Regione ci darà un finanziamento importante, di più di un milione di euro, una disponibilità economica – aggiunge – che ha il pregio di essere in deroga, visto che arriva direttamente dai fondi a disposizione del commissario per l’emergenza, Giovanni Toti. Questo significa che non ci sarà necessità di fare gare d’appalto, e ci consente di accelerare tutte le tempistiche». Ancora da stabilire i dettagli del progetto, ma alcuni punti fermi sembrano essere già definiti: «Le larghe scalinate da cui si accedeva alla spiaggia – anticipa Fanghella – verranno sostituite da scalette larghe tra i 2 metri e i 2 metri e mezzo a distanza di sei o sette metri l’una dall’altra». L’obiettivo è sempre quello di impedire all’acqua di arrivare sotto la struttura, come avvenuto negli ultimi anni. «Per questo metteremo una massicciata adiacente alla passeggia. Autorità portuale mi ha già dato la disponibilità, ma nel caso non lo facesse interverremo noi come Comune». Poi c’è la struttura del bar, che dovrà essere demolita completamente e ricostruita con nuove fondamenta: «Perché fino a oggi non ne aveva» fa notare l’assessore.

    Altri lavori da realizzare a breve termine sono il ripascimento della spiaggia con nuovo materiale, che per Fanghella potrebbe essere completato nel giro di un mese, e l’intervento di Autorità Portuale per il prolungamento del molo sul lato destro del Leira (la cosiddetta “virgola”), che ha l’obiettivo di frenare l’erosione della spiaggia. Per il resto dei progetti strutturali quello che ancora manca è un progetto definitivo: «Altrimenti potremmo già partire domani mattina», dice Fanghella.

    Protezioni a mare: c’è l’impegno politico e poco più

    Se quello esposto dall’assessore Fanghella è il piano del Comune per risistemare la passeggiata nei prossimi mesi, più a lungo termine l’obiettivo è realizzare delle protezioni al largo della costa, per mitigare l’effetto delle mareggiate e depotenziarle prima che arrivino sul litorale. Una soluzione già ventilata più volte anche negli anni scorsi, ma sempre fermata per vari motivi, tra cui preoccupazioni di tipo ambientale.

    «Nel passato avevamo proposto due interventi consistenti in dighe soffolte (cioè barriere in cemento poste sul fondale, ndr) che però non sono stati apprezzati da uffici tecnici di Regione Liguria», ci dicono infatti da Autorità Portuale, l’ente che dovrebbe occuparsi della costruzione delle eventuali barriere. «In Regione da sempre sono contrari ai muri soffolti per questioni geomarine o timori per l’instabilità dei massi, ma non vedono favorevolmente nemmeno le dighe a protezione che si sviluppano anche sopra la superficie acquea e per la costruzione delle quali gli iter sono notevolmente complessi. Gli studi per soluzioni alternative sono in atto ma al momento non si è assunta una linea guida alla quale attenersi».

    Qualcosa, però, potrebbe essere cambiato. A livello politico oggi sembra esserci un accordo trasversale sulla necessità di costruire le protezioni a mare. La molla potrebbe essere stata proprio la mareggiata dello scorso ottobre, che ha colpito la Liguria con un’intensità straordinaria (si è parlato di onde alte fino a 10 metri) e il timore, avvallato da diversi studi, che fenomeni del genere possano verificarsi sempre più in futuro. Per questo, lo scorso 4 marzo, al termine della Commissione ambiente e territorio richiesta dal gruppo ligure del Movimento Cinque Stelle, è stato votato all’unanimità una risoluzione per convocare al più presto un tavolo tecnico tra Regione Liguria, Autorità Portuale, Comune di Genova e Municipio VII Ponente, in cui discutere le modalità di realizzazione delle barriere.

    «Gli obiettivi di questo tavolo – spiega il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Marco De Ferrari saranno trovare proposte alternative al semplice prolungamento del molo del Leira e portare all’attenzione progetti, come ad esempio le soffolte, che salvaguardino e proteggano la spiaggia di Voltri».

    Alcune idee sono state presentate alla commissione da un gruppo di associazioni voltresi, realtà come il consorzio Utri Mare che lavorano ogni giorno sul litorale. «Credo sia doveroso da parte nostra ascoltarle – sottolinea De Ferrari – e magari adattarle, nell’ottica della massima mitigazione dei danni delle mareggiate e del minor impatto ambientale possibile. Non vogliamo che venga costruito un muro di cemento che magari protegge ma provoca danni all’ambiente marino, che come sappiamo è molto delicato».

    Nelle parole di De Ferrari si intravede un potenziale avvicinamento ad Autorità Portuale: «Ci hanno detto che hanno dei progetti chiusi nel cassetto – ci dice infatti il Consigliere – magari si possono tirare fuori e valutarli insieme a geologi marini e biologi che sappiano valutare la soluzione migliore anche dal punto di vista ambientale».

    Il voto unanime della commissione è solo il primo passo di un percorso ancora molto lungo. Il «passo zero» per ammissione dello stesso De Ferrari, una prima attivazione della macchina amministrativa. Impegni temporali precisi, per ora, non ce ne sono, se si esclude il 30 settembre, data limite per l’attivazione dei cantieri per poter beneficiare dei fondi messi a disposizione da Proteggi Italia, il piano da tre miliardi del Governo Conte per la lotta al dissesto idrogeologico. Un piano che vedrà la Liguria come seconda destinataria in termini di fondi (333 milioni per i prossimi tre anni, secondo il Sole 24 Ore), dopo il Veneto, proprio a causa delle violente mareggiate dello scorso autunno. «Ma chiaramente – fa notare De Ferrari parlando della stagione calda ormai alle porte – Voltri non può aspettare settembre».

     

    Luca Lottero

  • Ex fonderie di Multedo, le trasformazioni di un edificio storico lasciato al degrado

    Ex fonderie di Multedo, le trasformazioni di un edificio storico lasciato al degrado

    Tutti ricordano lo stato in cui erano ridotte le ex fonderie di Multedo. Altri ancora hanno vissuto in prima persona il passaggio graduale che ha subito la fabbrica, dagli anni in cui rappresentava uno dei maggiori stabilimenti della Società Ansaldo allo stato di decadenza e abbandono. Oggi quell’edificio dall’immenso valore storico-artistico svolge una nuova funzione, ospitando lo stabilimento di Esaote, il magazzino di Mondo Convenienza e da pochi giorni il nuovo centro diagnostico ‘Casa della Salute’. Tuttavia, prima di giungere allo stato attuale, dovuta al nuovo progetto di ristrutturazione, le ex fonderie hanno avuto un vissuto non facile, spesso suscitando polemiche e proteste sia da parte degli ex operai che difendevano il proprio lavoro sia dai cittadini che, per anni, si sono trovati di fronte a una struttura fatiscente. Nulla, però, ha potuto cambiare le sorti della fabbrica.

    Storia delle fonderie

    Le Fonderie di Ghisa di Multedo avevano un ruolo fondamentale per il ponente genovese, soprattutto perché, grazie alle loro dimensioni e installazioni, rappresentavano uno dei maggiori stabilimenti del loro tempo. La fabbrica fu costruita nel 1917, quando l’Italia era nel pieno sforzo bellico, dall’architetto Adolfo Ravinetti. Disposta su un’area di 28.856 m2, era dotata di binari tranviari che collegavano Genova a Savona. Gli stabilimenti di Multedo disponevano della più moderna utensileria per lavorare le materie prime. A testimoniarlo è un documento relativo alla “situazione del macchinario” delle Fonderie, datato il 15 giugno 1918, che attesta l’acquisto di 9 macchine da tornio, di 6 trapani, di 5 pialle e limatrici, di 8 affilatrici e altra utensileria varia, per un totale di 93 macchine. Anche la gestione dell’organico era al passo con le più innovative teorie sul lavoro, caratterizzate da una struttura gerarchica ben definita, in grado di esercitare un controllo di produzione ferreo, affinché la produttività potesse procedere a pieno ritmo.

    Lingottiera di Ghisa di Multedo 1915. Storia dell’Ansaldo. Archivio storico

    La fabbrica lavorò con stabilità, ottenendo risultati soddisfacenti, e, tra il 1914 e il 1919, la ghisa occupava il 70% della produzione. Il materiale prodotto negli stabilimenti di Multedo serviva per fabbricare l’artiglieria e per costruire le cacciatorpediniere e i sottomarini. Infatti, in quegli anni venivano varati, nei cantieri Ansaldo, i piroscafi “Cesare Battisti” e “Leonardo da Vinci”, navi da guerra utilizzate nel secondo conflitto mondiale famose per la loro tecnologia costruttiva navale.

    In seguito all’estromissione dei Perrone, tutti gli stabilimenti Ansaldo subirono forti ripercussioni, comprese le Fonderie di Multedo.

    Dalla crisi alla decadenza

    Gli ultimi decenni della fabbrica possono essere spiegati meglio da chi li ha vissuti in prima persona. Antonio Celano è un ex operaio, giunto a Genova dal sud, intorno al 1973, per dare una vita migliore alla sua famiglia. Cominciò a lavorare in fabbrica e vi rimase per sette anni, fino alla sua chiusura.

    L’uomo, ormai in pensione, ha raccontato che erano quasi cinquecento operai con un modesto stipendio. La metà di loro lavorava ai basamenti per la costruzione delle navi, mentre l’altra metà si dedicava a tutto ciò che serviva per la produzione delle automobili Alfa Romeo e Fiat. “La mia mansione -ha riferito il sig. Celano a Era Superba- era quella di trasportare il muletto e di occuparmi dei basamenti”. La sfortuna dell’uomo è stata quella di trovarsi nel periodo in cui la fabbrica andò in liquidazione e i politici decisero di chiuderla. “Per quasi un anno –ha raccontato l’ex operaio- la gente ha scioperato a Multedo, affinché la fabbrica riaprisse”. Purtroppo tutto ciò non portò a nulla, perché i forni si spensero definitivamente e la fabbrica chiuse nel 1981.

    Gli operai finirono in cassa integrazione e, una parte di loro fu assegnata ad altri lavori. “C’è chi andò all’ANAS o alla forestale –ha raccontato Antonio Celano- io, dopo circa cinque anni, fui assunto in ferrovia, ma –ha aggiunto poi- buona parte dei miei ex colleghi, che ormai aveva raggiunto una certa età, si trovò senza un lavoro, perché non venne mandata da nessuna parte”.

    Da lì in avanti, l’edificio storico ha subito un lungo processo di degrado e rimase in quello stato per almeno trent’anni. Per decenni le ex fonderie sono state inaccessibili, poiché presentavano una struttura ormai fatiscente. Se si passava per Multedo, non si vedeva altro che un edificio recintato da filo spinato, varcato abusivamente dai senzatetto e dai cosiddetti writers per realizzare graffiti. Per il resto, l’ex fabbrica era riempita unicamente da erba alta, muschio e sporcizia.

    Il punto di svolta

    Archivio fotografico Camera del Lavoro

    Negli anni, la struttura che ospitava le fonderie è passata a proprietà privata, precisamente a una cooperativa composta da Panorama Genova, Tecnocittà, Talea e Coop Liguria. Soltanto nel 2008 l’edificio ha suscitato interesse nell’Aipai e per Italia Nostra, i quali ne hanno chiesto il vincolo per tutelarlo come bene culturale.

    Inizialmente vi sono stati troppi rimandi per raggiungere un accordo e un progetto concreto, nonché troppa lentezza da parte della Pubblica Amministrazione e scarso interesse da parte dei soggetti privati. Queste titubanze hanno suscitato perplessità da parte dei cittadini, convinti che si stesse trascurando una struttura con molte potenzialità. Il timore era che si arrivasse alla decisione di demolirla senza un piano specifico.

    Invece, negli ultimi anni, l’edificio è giunto a una svolta che, per lo meno, gli ha restituito una dignità estetica. Sul sito di Italia Nostra, infatti, si legge che nel 2014 dalla Soprintendenza per i Beni architettonici è stato autorizzato “un nuovo progetto da TALEA Soc di Gest Immobiliare proprietaria dell’immobile che prevede per l’edificio vincolato un recupero ad uso produttivo”. Nel 2015 vengono avviati i lavori di recupero, affidati all’impresa COSMO – Costruzioni Moderne srl, a seguito di un progetto architettonico sviluppato dallo Studio Atelier di Architettura.

    Nel 2017 è stato inaugurato il nuovo stabilimento di Esaote e, poco più tardi, il magazzino di Mondo Convenienza. Oggi apre una struttura poliambulatoria privata. Questi sono i risultati di un restyling non invasivo, che ha cambiato la sorte di uno dei tanti spazi vuoti di Genova abbandonati al degrado e privati di manutenzione.

    Veronica Garreffa

    (Foto credits: “Storia dell’Ansaldo. 4. La Grande Guerra,1915-1918”. A cura di Valerio Castronovo. Editori Laterza, 1997 – Archivio storico Genova )
  • Albaro, la “città gentile” che divenne isola. Il quartiere che ha salvato se stesso

    Albaro, la “città gentile” che divenne isola. Il quartiere che ha salvato se stesso

    Autore Bbruno

    Le isole hanno innegabilmente un fascino speciale, ed i loro abitanti godono da sempre di una sorta di immunità, quasi fossero perennemente incolpevoli per un mondo che non hanno contribuito a cambiare, e del quale non si sentono responsabili.

    A Genova non ci sono isole, ma il quartiere di Albaro fin dai tempi più remoti è sempre stato una sorta di separato in casa per una città un tempo stretta fra porto e mura ed ora allungata sulle due riviere, dove ha superato insenature e colline mantenendo però enormi differenze fra una zona e l’altra, quasi ci fosse un arcipelago sparso casualmente sul territorio.

    Le radici dell’isola

    Per cercare di comprendere il dorato isolamento di Albaro occorre però fare un salto, anzi farne parecchi indietro nel tempo, fino alla cosiddetta “quarta repubblica” con il primo doge eletto a vita, Simon Boccanegra. A quel tempo il nucleo di Genova era molto più piccolo di quello che oggi noi chiamiamo centro, poiché ad est il fiume Bisagno tagliava in due la pianura agricola mentre la collina di San Benigno chiudeva la città a ponente, separandola nettamente dalla Val Polcevera.

    I genovesi, per quanto conosciuti come mercanti e naviganti, vivevano anche, e forse soprattutto, di agricoltura. Alcuni testi riportano come, nel 1243 e nel 1284, pur nell’imperversare di battaglie sui mari, i comandanti in occasione della vendemmia riconducessero flotta ed esercito a casa per partecipare alla raccolta dell’uva.

    Città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura”, scriveva Petrarca nel 1358, non parlava certo della collina di Albaro, ma neanche un secolo dopo una raccolta di scritture notarili quattrocentesche, conservate presso l’Archivio vescovile di Piacenza, citano “Tra Capo di Faro ed Albaro si erge una Civitas Opulentissima” (che prevedono distrutta da un drago, ndr) ciò significa che la collina, per quanto fosse al confine, in qualche modo stava diventando parte di Genova.

    La zona non rimase marginale a lungo poiché, oltre ad essere disseminata di monasteri e di campagne coltivate, era affascinante per la posizione. Secondo alcuni studi il toponimo “arba” cioè alba, proviene dall’esposizione a “oriente” della collina sospesa fra terra e mare.

    La collina delle ville

    Nonostante qualche monaco del tempo si lamentasse di un clima poco favorevole per gli ulivi, tormentati dai venti di scirocco, verso la metà del ‘500 quasi tutte le famiglie ricche e nobili possedevano terreni agricoli al di fuori delle mura. La zona di Albaro era il contesto perfetto per garantire reddito e piacevolezza della vita. Ben presto per soggiornare nei casali vennero costruite altre residenze, poi abbellite ed ampliate per portare la famiglia ed invitare ospiti di rango, tanto che la costruzione di ville nelle proprietà divenne anche un modo per rimarcare la propria solidità finanziaria e la propria posizione sociale.

    Lo spazio a disposizione, raro per gli standard liguri, permise di adibire parte di terreni a parco, “asset” al tempo considerato parte essenziale della villa; ma se ancora possiamo ammirare molte di queste costruzioni, giunte quasi intatte fino a noi, spesso sono proprio gli spazi verdi che nel tempo sono stati in tutto o in parte sacrificati, vuoi per esigenze di infrastruttura urbanistica vuoi per la successiva lottizzazione.

    Possiamo citare l’esempio di Villa Giustiniani Cambiaso, del 1548, oggi sede della Facoltà di Ingegneria, il cui parco fu rimpicciolito negli anni del primo dopoguerra; di poco successiva è Villa Saluzzo Bombrini detta “Paradiso”, posta sulla sommità di una collinetta in posizione meravigliosa e visibile a tutta la città, mantiene un ampio parco che fu comunque modificato per permettere la costruzione di Via Pozzo.

    Queste, come numerose altre, erano disposte “a pettine” rispetto agli spartiacque delle basse colline; le facciate, infatti, dietro alti ed ampi muri, non guardano mai l’una all’altra ma verso le proprie corti, anche quando la stessa famiglia ne costruisce in serie più di un lotto, come appunto i Saluzzo, o i Brignole in Via Parini. In una città che della scarsità di piazze ha fatto la propria specificità, questo particolare ne chiarisce i motivi meglio di lunghe analisi: lo spazio è concepito entro le mura, e non fuori.

    La moda di costruire residenze nobili non si fermò neanche nel secolo successivo, lungo i sentieri di campagna che da Sturla attraversavano San Martino per giungere ad Albaro, e nei poderi tagliati da stradine che risalivano dal lungo Bisagno. La collina era in pratica attraversata da una sola strada, che risaliva da Via Tommaseo e univa Via Pozzo (allora Via Olimpo) con Via Pisa a Sturla.

    Albaro reazionaria

    Nel 1797 la linea della storia della Repubblica di Genova fu sconquassata con la nascita della Repubblica Democratica Ligure, a seguito del dilagare delle idee rivoluzionarie “esportate” dall’esercito di Bonaparte.

    [quote]Le famiglie avezze al potere della già da tempo indebolita Superba, schiacciata dai giganti degli stati-nazione e corrosa dalle rivalità oligarchiche, lottarono per mantenere le proprie prerogative, aizzando rivolte reazionarie.[/quote]

    Le famiglie avezze al potere della già da tempo indebolita Superba, schiacciata dai giganti degli stati-nazione e corrosa dalle rivalità oligarchiche, lottarono per mantenere le proprie prerogative, aizzando rivolte reazionarie. Famosa l’insurrezione invocata dal parroco di Albaro, che mobilitò anche i contadini della Val Bisagno: feroce la reazione dalle truppe franco-liguri, che occuparono Villa Bombrini Saluzzo e Villa Carrega, arrivando a posizionare due cannoni sulla collina di Albaro (mentre il parroco, non proprio un cuor di leone, fuggiva a Livorno via mare).

    In pochi giorni l’insurrezione fu soffocata: il paese fu saccheggiato e furono bruciati locali pubblici e case. Nei decenni successive le rivolte contro i dominatori, francesi o piemontesi che fossero, non finirono qui, né per Genova né per Albaro ma questa, come si dice, è un’altra storia.

    Organizazzione

    Pubblicata su Wikipedia dall’utente Bbruno

    Il malvisto dominio francese ebbe anche alcuni meriti, poiché iniziò subito un accurato censimento dei terreni e delle costruzioni: certamente per controllarne le rendite, allo scopo di imporre nuove tasse ai proprietari, ma anche per motivi tecnici, in quanto era sicuramente un primo passo verso quell’idea di organizzazione urbana che finora era mancata.

    La città in effetti era priva di una strada carrabile che l’attraversasse tutta, ma non vi fu il tempo per progettarla poiché il congresso di Vienna nel 1814 sancì la definitiva annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna, che certo non apprezzavano particolarmente questa parte di territorio, come già in passato avevano dimostrato.

    Il passaggio di Genova dall’indipendenza alla sudditanza di fatto significò anche profonde trasformazioni nella struttura economica, finanziaria e politica della città, aggravate dalla politica protezionistica adottata, che limitò ulteriormente i traffici portuali causando stagnazione nel commercio.

    Albaro non risentì particolarmente, almeno all’inizio, di questo periodo di crisi: ai primi dell’800 era ancora “un’amenissima collina”, e la meta prediletta di numerosi ed illustri viaggiatori dai gusti ben più raffinati dei Sabaudi, provenienti soprattutto dalla Germania e dall’Inghilterra. I soggiorni ad Albaro dei visitatori più famosi (Byron, Mary Shelley, e dopo di loro Dickens) incantati dalla scogliera di Forte San Giuliano, dal borgo di Boccadasse, dalle passeggiate fra i vigneti sono ormai letteratura, come le pagine che hanno dedicato a questa parte di città. Le guide turistiche si dilungavano sulle bellezze delle colline disposte ad anfiteatro e dei superbi palazzi, magnifiche ville e giardini.

    In seguito però i cambiamenti inevitabilmente iniziano a farsi sentire: i fondi agricoli non fruttavano più come in precedenza, a causa dell’ampliamento dei mercati e delle nuove possibilità di conservazione degli alimenti. Alcune famiglie di antichi possidenti cercando di aumentare i guadagni provvedono ad accorpare i terreni, ingrandendosi nel tentativo di migliorare le infrastrutture ammortizzandone meglio i costi; in questo modo numerose ville agricole passano di mano, introducendo personaggi emergenti della nuova borghesia imprenditoriale.

    Con lo strutturarsi del Regno di Sardegna e la ripartenza degli scambi commerciali viene incrementata l’edificazione in tutta la città, in contemporanea con l’inizio di attività più prettamente industriali e la ripresa demografica: l‘architetto Barabino nel 1825 redige un “Progetto per aumentare le abitazioni nella città di Genova” dove appare chiaro quello che verrà da lì a poco, ossia l’espansione oltre le mura, e dove per la prima volta l’edilizia diventa uno strumento per attivare l’iniziativa privata e renderla funzionale allo sviluppo, ormai non più rinviabile, di infrastrutture e di servizi urbani.

    Fino a questo momento, infatti, l’intervento pubblico in materia edilizia era interamente asservito agli interessi dei privati, che di volta in volta si rivolgevano all’ente chiedendo minuziosamente e contrattando ogni piccolo mutamento di costruzioni ed infrastrutture per renderle funzionali ai propri interessi: il processo per arrivare ad un’urbanistica progettuale, con un’idea di città e di espansione funzionale all’interesse della comunità sarebbe stato ancora lungo, ma le basi erano poste.

    Nel 1873, accorpando i comuni di San Fruttuoso, Marassi, Staglieno, Foce e San Francesco d’Albaro si vengono componendo i progetti degli anni precedenti ed è un’epoca di grande euforia immobiliare: di quel periodo sono Via Assarotti, Via Caffaro e Via Serra, Via Roma e Galleria Mazzini. Anche Circonvallazione a Monte e Piazza Manin si aprono sulle pendici delle colline, e lungo la Val Bisagno magazzini, fabbriche e capannoni si alternano ai vecchi orti tenacemente mantenuti.

    Piano regolatore

    E la nostra collina di Albaro? Sempre a bassa densità di popolazione, sempre con le ville disposte a pettine lungo le crose e con solo l’Aurelia a collegare Sturla e Quarto; lungo la costa il borgo di Boccadasse ad un capo e quello della Foce dall’altra sono ancora abitati da pescatori e marinai, tutto apparentemente è sempre uguale. Ma alla vigilia del nuovo secolo c’è un primo “progetto di passeggiata a mare da Piazza del Popolo a Sturla”: con il pretesto di collegare meglio il quartiere con il centro città, si inizia a parlare di una strada fra la Foce e Boccadasse.

    Si apre alla fine un concorso di idee per realizzare un adeguato accesso ad Albaro, ma nessuno dei tre progetti sarà accettato, poiché a questo punto diventa indispensabile la correlazione fra la strada ed un piano regolatore specifico per la zona che, in quanto residenza di grande pregio ambientale può “far servire quella regione per un agglomerato di persone facoltose, escluso qualsiasi concetto industriale” (dalla seduta del 16 dicembre 1896 della Giunta municipale).

    Fra il 1900 ed il 1905, mentre si apriva un secondo concorso di progettazione per Albaro, i privati approfittando della richiesta di nuove case in zona si affrettavano a costruire, fiutando un prossimo cambiamento sia di valori che di regole. Di quel periodo si possono distinguere essenzialmente tre categorie di manufatti, uno di tipo “banale” medio-economico, nelle zone di Via Lavinia e Via Trieste; uno di livello superiore nella zona centrale di Via Albaro e Via San Luca d’Albaro ed infine la costruzione o la ristrutturazione di palazzine e ville, fra le quali Villa Canali Gaslini, in Corso Italia, ed il Castello Turke di Capo santa Chiara, dell’architetto Gino Coppedé.

    [quote]Fu definita infine, con una sintesi quasi poetica, “una gentile città moderna” in grado di tener conto degli abitanti del futuro attirando contemporaneamente i migliori cittadini del presente[/quote]

    Le attese sul quartiere intanto si stanno facendo sempre più pressanti, da Albaro sembra passare la rappresentazione di una nuova città, da chi pretende che risponda a canoni di armonia urbanistica sul tipo dei colli fiorentini, a chi vuole adibire le nuove arterie viarie a pubblica passeggiata a chi infine la vede riservata al riposo ed al rilassamento delle classi elette. Fu definita infine, con una sintesi quasi poetica, “una gentile città moderna” in grado di tener conto degli abitanti del futuro attirando contemporaneamente i migliori cittadini del presente, tramite viali grandi ed ombreggiati, stabilimenti sportivi e risolvendo l’annosa questione dell’accesso al mare dei genovesi.

    Quando finalmente viene approvato il Piano, nel 1906 (che diventerà legge nel 1914) si stava già ultimando la “città lusoria” tra Via Casaregis e Boccadasse, cioè Corso Italia, e i Bagni Lido. Questi, inaugurati nel 1908, si proponevano come valida alternativa ai più conosciuti stabilimenti balneari del Ponente Ligure (Sanremo, Ospedaletti, Bordighera) ed al fascino del Levante (Santa Margherita, Rapallo) offrendo anche sale concerto, ristoranti, teatri. Albaro riconquistava così, se mai l’avesse perduta, una dimensione ludica e turistica forse unica in città, che avrebbe mantenuto fino al secondo dopoguerra.

    Durante la seconda guerra mondiale i bombardamenti non risparmiarono certo il quartiere: nel 1942 venne colpita la già citata Villa Saluzzo Bombrini così come altre residenze storiche; anche il Conservatorio Paganini riportò seri danni e numerose chiese subirono la stessa sorte, tra queste Santa Maria al Prato, quasi distrutta. Ad Albaro come nel resto della città si combatté duramente fra il 24 ed il 25 aprile del ’45, e proprio Via Pozzo e Via Giordano Bruno furono fra gli ultimi presidi abbandonati dai tedeschi prima della resa, unica in Italia, ottenuta da un esercito di popolo, quello genovese.

    Questa è dunque la storia, abbreviata e sintetizzata, del quartiere che oggi noi conosciamo; per il suo aspetto relativamente preservato ed intatto deve molto ad uomini che, animati dalle più svariate intenzioni e dai diversi interessi e scopi, comunque in qualche modo arrivarono a blindare un progetto di città davvero “gentile” che negli anni è stata integrata, in qualche angolo forse violata, ma mai radicalmente rimaneggiata.

    Nel dopoguerra si decise che il piano urbanistico di Albaro poteva mantenere validità fino al 1952: in quegli anni come sappiamo riprese vigore la febbre edilizia e la città, come abbiamo detto qui, cambiò aspetto: mentre a nord, sulle colline di San Martino e Borgoratti, soffiò una pesante speculazione che sembrava non voler mai terminare, Albaro, ebbe sorte migliore. Poche le palazzine modeste, ma tante le costruzioni derivanti dalla parcellizzazione e lottizzazione dei grandi parchi e delle grandi rendite terriere che erano sopravvissute nei secoli. Passeggiando tra le vie che si intrecciano nel quartiere è facile, infatti, imbattersi in muraglioni che racchiudono serie di palazzi, rimasti a memoria di potere “patrizio” che fu, diventato poi potere immobiliare.

    Grazie ai vincoli posti e ad un credito di immagine ormai consolidato, e grazie al fatto di essere casa della classe dirigente della “Genova che conta” continuò ad essere “quell’amenissima collina, residenza degli strati più favoriti della popolazione” che ancora adesso sembra appartenere ad un altro mondo. Un’isola, forse.

    Bruna Taravello

  • Prossima fermata Ventimiglia, la paura dell’Uomo Bianco arriva sul confine. La testimonianza di Progetto 20K

    Prossima fermata Ventimiglia, la paura dell’Uomo Bianco arriva sul confine. La testimonianza di Progetto 20K

    20k 01Ventimiglia è una realtà sospesa, in bilico su un baratro che potrebbe rivelarsi più tragico della realtà oramai cristallizzata da anni. La crisi umanitaria legata alla presenza di centinaia di migranti, è sempre più un’emergenza politica. Dopo i fatti di Macerata e Firenze, un’ombra inquietante ha raggiunto il comune frontaliero, sospeso tra l’inadeguatezza istituzionale e legale di un paese in perenne campagna elettorale.

    Il sindaco Ioculano ha ricevuto una lettera minatoria, con all’interno un messaggio inequivocabile: “Basta negri! (…) l’Italia agli italiani! L’eroe di Macerata insegna. Anche Ventimiglia avrà la sua strage con te in testa e una decina di sporchi negri. Contaci!”. Firmato “Eroe Vendicatore”. Chiarissimo. Un sottile filo nero, quindi, che attraversa il paese, dal cuore fino ai suoi confini. E se a Macerata la strage non si è compiuta, a Firenze un “negro” è divenuto bersaglio, tra tanti, della follia.

    Tensione

    Ma qual è oggi la situazione nel capoluogo frontaliero? Ne abbiamo parlato con gli attivisti di Progetto 20K, il collettivo che da alcuni mesi sta provando ad arginare la tragedia umanitaria, attraverso assistenza sanitaria, legale e logistica per le persone in viaggio che attraversano Ventimiglia. “Oggi assistiamo ad una situazione di completo disagio e abbandono da parte delle istituzioni locali – ci raccontano – che è culminato con l’emergenza neve e gelo, che ha spinto molte persone a trovare rifugio ammassati sotto il ponte, visto che il campo della Croce Rossa è in sovraffollamento”.

    Ma il clima che si respira è peggio del freddo: “La tensione post elettorale si sente anche qua”, e coinvolge anche i cittadini italiani, costretti ad una convivenza col disagio cavalcata dalle forze politiche che propongono il pugno duro verso i clandestini, il “prima gli italiani”. Non è un caso che a Ventimiglia la Lega sia il primo partito con quasi il 30% e che Casapound abbia conquistato l’1,22%, tra i risultati migliori su scala nazionale.

    C’è tensione anche tra migranti stessi – ci spiegano – oggi sono circa 150 a vivere nell’alveo del Roja”. Qualche giorno fa una pesante discussione all’interno del gruppo ha esacerbato gli animi, portando in strada una rissa: “Sono volate anche delle pietre, che hanno danneggiato qualche macchina. La reazione delle popolazione è stata immediata: mobilitazioni, incontri con sindaco e richieste di sgombero del campo informale“.

    [quote]La cosa ha portato tensione e timore: i ragazzi essendosi accorti del cambio di clima, si sono rintanati sotto il ponte. Le condizioni sanitarie sono terribili e precarie[/quote]

    Secondo gli attivisti questo ha giustificato un giro di vite da parte della Questura: “Sono stati fatti diversi arresti, in città come davanti al nostro info-point, plateali. La cosa ha portato tensione e timore: i ragazzi essendosi accorti del cambio di clima, si sono rintanati sotto il ponte. Le condizioni sanitarie sono terribili e precarie”.

    Paura

    C’è paura. Ma questa volta è la paura dell’uomo bianco. “Temiamo azioni vere, ispirate a Macerata e Firenze. A Ventimiglia il terreno è fertilissimo per certe dinamiche – continuano i 20Ks – Abbiamo dovuto chiudere lo sportello, addesso andiamo direttamente sul Roja a distribuire vestiti, prestare assistenza sanitaria, supporto legale e logistico”.

    Davanti a questo fallimento sociale e politico non possiamo non sottolineare ancora una volta la necessità di soluzioni ragionate e strutturali – si legge nel comunicato diffuso dal collettivo – la migrazione stessa è un fenomeno strutturale, per cui è necessario dare risposte lungimiranti”.

    [quote]Le operazioni di “decompressione della frontiera” sono giornaliere ma l’emergenza sanitaria e sociale è senza soluzione di continuità: è diventata periferia. Una periferia attraversata da vecchie e nuove paure e precarietà,[/quote]

    E’ nell’aria uno sgombero. Non sarebbe il primo, e non sarebbe l’ultimo, probabilmente. Non esistono numeri ufficiali, ma il flusso delle persone “in attesa” è costante da anni oramai. Le operazioni di “decompressione della frontiera” sono giornaliere ma l’emergenza sanitaria e sociale è senza soluzione di continuità: è diventata periferia. Una periferia attraversata da vecchie e nuove paure e precarietà, che sta barcollando verso una strada politica evidente.

    Ma è il contesto nazionale costellato da episodi inquietanti ad aver aumentato il potenziale di criticità che in questi anni è stato lasciato radicarsi nel comune frontaliero. Ventimiglia è ancora una volta, quindi, confine. Un confine da riconoscere prima di ritrovarsi ad averlo già attraversato.

     

    Nicola Giordanella

    (Foto 20K)

  • Spiagge, lo scontro sulle concessioni, tra Genova, Roma e Bruxelles. Ma in Liguria le “libere” sono sotto la soglia di legge

    Spiagge, lo scontro sulle concessioni, tra Genova, Roma e Bruxelles. Ma in Liguria le “libere” sono sotto la soglia di legge

    Spiaggia della Foce, GenovaPochi giorni dopo la fine delle vacanze di Natale, il Consiglio dei Ministri bocciava due leggi della Regione Liguria riguardanti la tutela delle imprese balneari e la concessione degli spazi demaniali marittimi. Secondo il governo guidato da Paolo Gentiloni, i provvedimenti liguri sarebbero in odore di incostituzionalità, perché il prolungamento automatico delle concessioni agli attuali gestori pregiudicherebbe la libera concorrenza e sarebbe in contrasto con la direttiva europea sui servizi. Inoltre, tutto ciò che riguarda il demanio è di competenza statale. Ancora prima del governo, però, erano arrivati gli uffici della stessa Regione Liguria, che già nella scheda tecnica in coda al provvedimento (che si può leggere, con qualche difficoltà, online) evidenziavano come “la presente proposta di legge presenta possibili rischi di impugnativa”. Rischi che si sono puntualmente avverati.

    La direttiva europea sui servizi è più conosciuta come direttiva Bolkestein, dal nome del commissario per la concorrenza e il mercato interno che la formulò nel lontano 2006, quando presidente della Commissione era Romano Prodi. Nasce con l’obiettivo di creare un mercato unico europeo dei beni e dei servizi, eliminando le discriminazioni nazionali. La filosofia alla base del provvedimento è che un imprenditore tedesco, spagnolo, polacco o di un qualsiasi altro Paese membro dovrebbe essere libero di esercitare temporaneamente la propria attività in Italia senza essere svantaggiato rispetto agli italiani, e viceversa. Per rendere effettiva la concorrenza, sono vietati i rinnovi automatici delle concessioni. Esattamente quelli previsti dalla legge ligure, che per “garantire la continuità delle attività” prevede l’estensione della durata della concessione di altri 30 anni.

    Per questo il governo ha impugnato i provvedimenti della giunta Toti, su cui ora si dovrà esprimere la corte costituzionale. Come in una catena alimentare delle istituzioni, però, se da un lato Roma tira le orecchie alla Liguria, nei confronti di Bruxelles l’Italia si ritrova dalla parte dei cattivi. L’applicazione della Bolkestein infatti, viene puntualmente rinviata, e questa nostra inadempienza ci costa multe salate. L’ultima volta è successo lo scorso 20 dicembre, durante la notte della discussione sulla manovra economica, quando un emendamento del Pd ha fatto slittare l’applicazione della direttiva europea al 2020.

    [quote]Le responsabilità dello stallo odierno è ovviamente dibattuta; come da schema, tutti accusano gli opposti: per i dem è colpa di Berlusconi, per i berlusconers è colpa del governo Renzi[/quote]

    Stabilimento balneareSul tema c’è dunque il più classico dei buchi legislativi e le responsabilità dello stallo odierno è ovviamente dibattuta; come da schema, tutti accusano gli opposti: per i dem è colpa di Berlusconi, per i berlusconers è colpa del governo RenziDi questo “buco” abbiamo parlato con l’eurodeputato spezzino del Partito Democratico Brando Benifei, che ha le idee molto chiare sulla paternità del caos attuale: «Manca un disegno di legge italiano che introduca in maniera definitiva la riforma – dice – Le procedure di infrazione contro l’Italia sono infatti originate dall’irresponsabilità dell’ultimo governo di centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi, che invece di affrontare il problema in maniera organica, ha preferito optare per un sistema di “proroghe”, contrario alla normativa europea. Ciò ha causato non soltanto un danno all’erario, ma anche un danno a imprese, famiglie e cittadini che oggi sono vittima di tale situazione di incertezza. La protesta di categoria è stata più forte in Italia che all’estero, proprio perché alimentata da questo comportamento demagogico di partenza, esemplare di alcune delle nostre forze politiche nazionali».

    Questa la versione di Benifei, per cui il Ddl del governo uscente punta al riordino della normativa e a rispondere alle esigenze del mercato italiano. Una versione non condivisa dall’assessore ligure Marco Scajola, un po’ il padre dei provvedimenti, che sottolinea come viceversa la Regione Liguria vada a tappare la falla creata in materia dal governo nazionale: «La cosa assurda di questa vicenda – diceva infatti al Secolo XIX commentando la decisione di Roma – è che di fronte a un vuoto legislativo che il governo avrebbe dovuto colmare entro il 2017, l’Esecutivo ha deciso di intervenire contro una Regione che ha cercato di tutelare le sue imprese».

    Come (non) funziona la Bolkestein in Italia

    In Italia, se si dice Bolkestein si pensa soprattutto alle proteste di alcune categorie, come quella degli ambulanti o quella – appunto – dei gestori di stabilimenti balneari. Attività che spesso, nel nostro Paese, sono trasmesse di generazione in generazione, e poco abituate alla concorrenza. Corporativismo o giusta difesa della propria attività e dei propri diritti? Decidete voi.

    [quote]Un mercato da 10 miliardi l’anno, che allo stato frutta solo 101 milioni di concessioni. In Liguria solo 12 dei nostri 63 comuni rivieraschi rispetterebbero la quota minima del 40% di spiagge libere[/quote]

    Spiaggia VoltriPer provare a riflettere in maniera laica sull’argomento, un buon punto di partenza può essere la geografia. L’Italia ha circa 7600 chilometri di coste ed è, dopo la Grecia, il Paese europeo che si affaccia su acque temperate con maggior estensione costiera. Di questi, secondo quanto riportato da un rapporto del 2016 dei Verdi, 4mila sono idonei alla realizzazione di stabilimenti balneari, che sono in tutto 12mila distribuiti lungo lo stivale. In media uno ogni 350 metri. Parliamo di un business che vale 10 miliardi di euro all’anno, e che occupa più di 170 mila persone (dato 2015). Una vera e propria valanga di denaro che allo Stato italiano – denunciano ancora i Verdi – frutta solo 101 milioni di euro dalle concessioni demaniali, a causa di canoni di concessione bassi e spesso non riscossi. Associazioni ambientaliste come il Wwf puntano poi il dito sulla cementificazione selvaggia dei litorali (in questo siamo i primi in Europa) e la sempre maggior restrizione delle spiagge libere. Un fenomeno particolarmente sentito il Liguria, dove solo 12 dei nostri 63 comuni rivieraschi rispetterebbero la quota minima del 40% di spiagge libere. Mentre Paesi come la Francia – ad esempio – impongono per legge che gli stabilimenti non occupino più del 20% del demanio pubblico. Questi numeri aiutano a capire perché da noi la resistenza anti-Bolkestein sia più forte che altrove.

    Le particolari caratteristiche economico-geografiche italiane sono argomento ricorrente dei critici del provvedimento, ma sono riconosciute anche da persone di onesta fede europeista. Persone come il consigliere del Municipio di medio levante Edoardo Marangoni: «se le concessioni durano poco – riflette a titolo personale ai microfoni di Era Superba – manca l’incentivo economico a investire in questo tipo di attività, che richiedono costi non indifferenti». Marangoni si è interessato all’argomento un po’ per motivi di studio e professionali personali, e un po’ perché fa politica su un territorio, quello di Albaro, dove operano diversi operatori del settore. Ritiene il provvedimento adottato dalla Regione scarsamente fondato dal punto di vista giuridico, ma comprensibile da quello politico: «è normale – dice – che si voglia rassicurare chi con queste attività si guadagna da vivere. Il governo, quale che sia il colore, su questo argomento latita ed evita di applicare la direttiva, d’altro canto Bruxelles riconosce le nostre particolarità e su questo non fa più di tanto pressione. Questa situazione di deroga costante genera una comprensibile condizione d’ansia per gli operatori del settore».

    La Ley de Costas spagnola: un modello per l’Italia?

    La percezione che si ha spesso è quella di un’Europa del tutto insensibile alle caratteristiche particolari degli Stati membri, in questo caso l’Italia. In realtà, stati mediterranei come Spagna, Portogallo e Croazia sono riusciti a ottenere un regime di concessioni lunghe (dai 30 ai 75 anni) senza per questo incorrere in procedure di infrazioni. A differenza dell’Italia, governo e operatori sono riusciti a fare sistema e sano lobbying a Bruxelles, e a vedersi riconosciute le proprie necessità specifiche.

    «Ciò significa – spiega ancora Benifei – che da un lato è legittimo, come Paese, fare appello affinché un metro di giudizio uniforme nel trattamento delle pratiche di gestione del settore sia garantito; dall’altro, che è possibile adottare soluzioni nazionali che non causino necessariamente una dicotomia tra corretta implementazione e tutela delle imprese, degli investimenti e degli interessi specifici». E sarebbe la stessa Unione Europea a fornire gli strumenti giuridici per farlo: «L’ottimo studio recentemente commissionato dal Parlamento europeo – spiega l’europarlamentare – fornisce spunti molto utili su come raggiungere questo obiettivo, che passi da possibili soluzioni differenziate a seconda del carattere “scarso” o meno delle risorse demaniali; dall’inserimento del meccanismo di “doppio binario” che preveda le immediate gare solo sui litorali liberi, all’istituzione di una “rete di protezione” per le imprese esistenti».

    Luca Lottero

     

     

     

  • Accoglienza, l’analisi del nuovo regolamento della Prefettura. Il sociologo: «I migranti fanno paura in quanto poveri»

    Accoglienza, l’analisi del nuovo regolamento della Prefettura. Il sociologo: «I migranti fanno paura in quanto poveri»

    migranti-ventimiglia-confineIl regolamento proposto dal Prefetto di Genova, Fiamma Spena, presenta alcune novità. Oltre a ribadire che la titolarità del diritto di rimanere all’interno dei centri di accoglienza è riservata ai richiedenti asilo, o ai titolari del diritto di protezione internazionale, e a stabilire alcune norme basilari di convivenza, riguardanti la pulizia e la gestione degli spazi comuni, impone nuovi doveri e nuovi divieti che non erano contemplati in precedenza. La violazione di queste regole è punita, talvolta, addirittura con la revoca delle misure di accoglienza. Abbiamo chiesto a Federico Rahola, docente di Sociologia all’Università di Genova, di commentare gli articoli del regolamento più significativi.

    Art. 4 Doveri degli ospiti: d’ora in poi vige un rigido coprifuoco

    Uno dei punti del quarto articolo del regolamento, stabilisce che “L’ospite si impegna a rientrare nel centro entro le ore 21.30 durante la stagione autunnale/invernale ed entro le 22.30 durante la stagione primaverile/estiva. L’uscita mattutina dal centro non potrà avvenire prima delle ore 7.00. Deroghe agli orari di rientro e uscita potranno essere ammessi dal gestore del centro per giustificati motivi oggettivi o soggettivi.”

    Bisogna notare che gli ospiti sono persone adulte, a cui dovrebbe essere garantita la libertà individuale di entrare e uscire liberamente da quella che, anche se provvisoriamente, è casa loro. Le strutture sono finanziate dalla Prefettura, che stabilisce con le cooperative che le gestiscono delle convenzioni e che elargisce a queste ultime dei fondi. Secondo l’opinione di Rahola, questa norma, che mira a evitare il fenomeno del “randagismo”, tira in ballo una questione importante: gli ospiti delle struttura, adulti e teoricamente liberi, vengono in realtà tenuti “al guinzaglio”.

    «Gli immigrati che devono rispettare questa norma diventano così diversamente abitanti – dice Rahola – Tutto ciò introduce un nuovo modo di abitare, regolato da misure restrittive che, fra l’altro, violano le norme sull’aiuto internazionale». Infatti quanti godono della protezione internazionale sono solo in teoria individui liberi, come prevederebbe la legge. In realtà, sono posti in una situazione di inferiorità, sottoposti a un controllo che non è giustificabile dal punto di vista legislativo, né rispettoso della loro libertà in quanto individui.

    «Si può anche fare riferimento al Decreto Minniti – continua Rahola – che mira a evitare gli assembramenti urbani: anche questo limita molto le libertà individuali, ma sinceramente non ne vedo il motivo. Non credo, infatti, che i gruppi di immigrati che si riuniscono in gruppetti in mezzo alla strada possano essere pericolosi… Non mi risulta, per esempio, che ci sia una propensione allo spaccio maggiore fra i migranti rispetto ad altri gruppi sociali, come sociologi, antropologi ecc...».

    L’atteggiamento della Prefettura produce un effetto di criminalizzazione nei confronti della figura del richiedente asilo, «che si traduce in una forma di detenzione, in termini pratici – conclude il docente – in modo che queste persone non hanno modo di condurre una vita normale». Non si tratta però dell’unico ordine di problemi. In base a questa imposizione, gli operatori dei centri dovrebbero verificare che tutti siano rientrati nelle strutture negli orari stabiliti, ma questo compito dovrebbe essere svolto al di fuori del loro orario di lavoro. Ecco uno dei motivi per cui la proposta del Prefetto ha suscitato il malcontento anche di molti lavoratori dei centri di accoglienza.

    Art.5 Divieti per gli ospiti: divertirsi poco e attenzione al decoro

    struppa-migranti-post-it-inesFra gli altri divieti, l’articolo successivo impone il “divieto assoluto di: introdurre e consumare alcolici, ospitare amici o parenti senza autorizzazione del responsabile della struttura di accoglienza, svolgere attività di accattonaggio di qualsiasi tipo (ad es. in strada, davanti ai negozi ecc..)”.

    Di nuovo, ci troviamo davanti a limitazioni importanti delle libertà individuali. Il non poter bere sembra davvero ben lontano da una misura atta a tutelare la salute dei richiedenti/titolari del diritto di protezione internazionale. Il non poter avere ospiti, poi, non trova alcuna giustificazione razionale se non quella di voler aumentare il controllo sulle persone presenti nella struttura, ma non solo. Sembra che l’obiettivo sia quello del voler limitare le comunicazioni e i contatti fra gli immigrati, uno strumento che viene usato per indebolire i fronti di opposizione.

    «Non possono avere ospiti, non possono avere una relazione di amicizia normale – riflette Rahola – Questo limite che viene imposto alla loro possibilità di scoprire il territorio e di comunicare con gli abitanti limita fortemente la possibilità di comunicare e quindi di crearsi un’opinione critica sulla realtà che li circonda. Come se fosse un minore, il richiedente asilo o chi ha già ricevuto lo status di rifugiato è completamente governato da strutture che lo prendono in carica in un ambito che è estremamente autoreferenziale. Un ghetto soffocante: ecco come definirei questo sistema di accoglienza, così regolato».

    Sempre secondo il sociologo, si può fare un parallelismo con alcune istanze espresse dalla Giunta che si è recentemente insediata in Comune: «Sono state espresse opinioni contro al mercatino, (quello dei portici di Sottoripa), e addirittura contro quello che è stato definito lo scandalo dei cassonetti della spazzatura… Si è detto che è inammissibile che i cassonetti siano poco sicuri, in quanto c’è sempre qualcuno che ci rovista dentro». Ma che tipo di città può produrre provvedimenti di questo tipo? «Una città che riduce gli spazi informali in cui una quota significativa della popolazione povera ha cercato di sopravvivere – sottolinea RaholaI migranti fanno paura in quanto poveri. Essi producono delle forme di sussistenza al di fuori dell’economia normale, e questo viene ostacolato. Il risultato è la produzione di uno spazio sociale estremamente selettivo». C’è chi sostiene, si potrebbe obiettare, che le norme che limitano la libertà d’azione dei poveri stranieri abbiano l’obiettivo di sostenere i poveri italiani, «ma non c’è alcuna norma a tutela di quest’ultimi, a fronte delle numerose che ostacolano gli stranieri!».

    Art 6 Revoca delle misure di accoglienza: se non sei d’accordo, sei fuori

    manifesti-memoria-migranti-16L’ultimo articolo stabilisce una punizione piuttosto severa per chi infrange alcune delle regole imposte agli ospiti dei centri. “L’accoglienza può essere revocata nei casi di: abbandono anche per un solo giorno del centro di accoglienza senza preventiva autorizzazione del responsabile del centro. L’ospite può essere autorizzato ad assentarsi dal centro per non più di tre giorni consecutivi per motivate ragioni di carattere oggettivo o soggettivo, previa autorizzazione del gestore; mancata frequenza senza giustificato motivo dal corso di formazione linguistica.”

    Quella che viene imposta è un’obbedienza ferrea alle norme della struttura, a prescindere dalla loro sensatezza. Per quanto riguarda l’assenza dalla struttura, la regola sembra avere l’intenzione di produrre un controllo capillare sui movimenti degli ospiti, secondo il principio (più volte ribadito) “dove arrivi, rimani”. I corsi di lingua, infine, sono spesso inutili: incomprensibili per gli analfabeti, troppo semplici per chi, invece, ha studiato. Il risultato è che non solo gli insegnanti fanno una fatica enorme nel relazionarsi con la classe e nel tentare di trasmettere delle nozioni. La conseguenza prodotta da questa disattenzione nei confronti delle disparità della classe, rende le lezioni spesso una perdita di tempo.

    «Ed ecco che torna la metafora del guinzaglio – commenta il professore – perché ciò che viene limitato è la libertà di movimento, osteggiata con ogni mezzo possibile, a ogni livello legislativo. Pensiamo a ciò a cui sono sottoposti in Italia il richiedente asilo e il rifugiato: limitazioni della libertà individuale e di movimento, e addirittura lavoro gratuito. Il lavoro gratuito per antonomasia è lo schiavismo. I soggetti sono vincolati moralmente a un patto di accoglienza. Devono essere grati dell’ospitalità che viene loro concessa. Devono sdebitarsi, ed ecco come: lavorando gratis. E poi, non essendo cittadini normali a tutti gli effetti, non sono liberi: sono in uno stato di subordinazione giuridica, vivono in uno spazio limitato, all’interno del quale è anche ridotta significativamente la loro possibilità di comunicare, di pensare, di farsi un’idea critica della società che li ha accolti e del quadro normativo che li costringe”.

    Viene da chiedersi, a questo punto, come si possa considerare libero, democratico e “basato sul lavoro” un paese che accoglie in questo modo chi fugge dalla guerra e dalla povertà.

    Ilaria Bucca

  • Voltri – Pra’, il cambio di nome dell’uscita autostradale è una cosa seria. La storia dell’ascesa politica del quartiere

    Voltri – Pra’, il cambio di nome dell’uscita autostradale è una cosa seria. La storia dell’ascesa politica del quartiere

    casello Pra'Lo scorso giugno, l’uscita dell’autostrada Genova Voltri ha cambiato nome, diventando l’uscita di Genova Pra’. Il cambiamento ha diviso l’opinione pubblica dei due campanili ponentini, tra chi ritiene che il nuovo nome rifletta più fedelmente l’effettiva collocazione del casello e chi invece pensa si sia trattata di una mossa per ingraziarsi la popolazione praina, per lo più in periodo elettorale. In genere, lo schieramento dipende dal campanile di riferimento. C’è poi un terzo partito, trasversale. Quello di chi minimizza, di chi pensa che ci siano cose ben più importanti a cui pensare e che, in fondo, si tratti solo di nomi. Dopotutto, si può essere d’accordo con la prima di queste affermazioni. Qui a Era Superba, però, forse complice il caldo implacabile di mezz’estate, vogliamo per una volta riflettere su qualcosa di meno serio del solito e affrontare l’argomento. Iniziamo smentendo il secondo assunto dei “minimizzatori”: non si tratta mai solo di nomi. La toponomastica di una città, di qualsiasi città, riflette l’atmosfera culturale di un determinato momento storico e in caso di contese (come è stata quella per il casello di Vol Pra’), vede imporsi la fazione con maggior influenza geopolitica. I nomi di vie, piazze e di intere città, come la storia, li fanno i vincitori.

    La forza dei nomi

    Il passato ci offre numerosi esempi al riguardo. Tra i casi più noti, quello delle città russe di Volgograd e San Pietroburgo, rispettivamente Stalingrado (fino al 1961) e Leningrado per l’intera epoca sovietica. Senza uscire dai confini nazionali, vie e strade del Belpaese conobbero un riaggiornamento generale alla fine della seconda guerra mondiale, quando vennero sostituiti i nomi troppo “compromessi” con il regime fascista. Inutile dire che, a sua volta, Mussolini aveva usato la toponomastica a fini propagandistici. Nella capitale, per esempio, diverse furono le parti di città intitolate a elementi di spicco del regime (viale Michele Bianchi, viale Italo Balbo, viale Alfredo Rocco), alle sue presunte gloriose gesta o a elementi ricorrenti della sua simbologia. L’attuale piazza San Marco, per dirne una, era il Foro dell’Impero Fascista, mentre poco lontano si poteva passeggiare per il Clivo dell’Ara Littoria e diverse strade vennero dedicate ai Martiri del Fascismo. Non si pensi, però, che l’uso simbolico della toponomastica sia prerogativa del passato o dei regimi dittatoriali. In tempi recentissimi anche Matteo Renzi, da sindaco di Firenze, per accreditarsi come innovatore radicale propose di rottamare le vie del capoluogo toscano con nomi vetusti come via Tripoli (in memoria dell’Italia coloniale) o corso Unione Sovietica, ma poi non se ne fece nulla.

    Per non parlare della nostra Genova: l’attuale piazza Matteotti, per esempio, dopo essere stata dedicata al re d’Italia Umberto I, divenne per un anno piazza Ettore Muti, per volontà del governo della Repubblica di Salò che volle in questo modo “onorare” il segretario del Pnf scomparso nel 1943. Finita la guerra di Liberazione, la piazza fu dedicata al deputato socialista ucciso dai fascisti. Una sorte simile ebbe via Brigate Partigiane, nate in origine come Via Camicie Nere, e li sorgeva il quartier generale della SS a Genova. Anche corso Aldo Gastaldi in origine aveva un altro nome, cioè corso Giulio Cesare: la scelta di dedicare la strada a guerra finita al Primo Partigiano d’Italia fu motivata dal fatto che proprio li, e più precisamente alla Casa dello Studente, molti furono i partigiani torturati e uccisi durante la Resistenza.

    L’ascesa di Pra’?

    Alla fine di questo breve tour storico speriamo vi siate convinti del fatto che non si tratta mai solo di nomi. Ogni singola via, ogni ponte e talvolta anche ogni casello autostradale ha un significato preciso. Che a volte trascende la realtà geografica. Chiedere per informazioni agli abitanti di Quinto, che nel loro quartiere hanno un’uscita autostradale che si chiama Genova Nervi. O a quelli di Pra’, che fino a poco più di un mese fa ne avevano una chiamata Genova Voltri. Come interpretare dunque il cambio di nome? Pra’ ha davvero superato Voltri in un’ipotetica gerarchia dei quartieri genovesi? Per rispondere a questa domanda può essere utile fare un passo indietro.

    Questa zona della città si distingue storicamente per un buon attivismo della cittadinanza. Le proteste contro gli allargamenti e i disagi causati dal porto, o quelle contro la Gronda di Ponente hanno fatto da brodo di coltura per un gran numero di associazioni e comitati, in cui hanno mosso i primi passi alcuni dei politici che oggi siedono in consiglio municipale. Se questo attivismo accomuna il territorio di Voltri a quello di Pra’, in quest’ultimo esso ha assunto una connotazione ultralocale ancora più marcata. I cittadini praesi si sono sentiti spesso come i più svantaggiati tra gli svantaggiati, quelli che più di tutti subivano i disagi del porto o quelli (soprattutto nella zona di Palmaro) dovuti ai rumori dell’autostrada. Il fatto che né porto né autostrada portassero il nome del quartiere suonava come la proverbiale beffa oltre il danno. Per questo, tra le tante battaglie degli ultimi anni, ha trovato posto anche quella per il cambio di nome dell’uscita autostradale e del porto, entrambe oggi vinte.

    L’associazionismo praese ha mostrato negli anni di saper far valere le proprie istanze, con atteggiamento battagliero e pragmatico al tempo stesso, capace di collaborazione con le istituzioni pubbliche. L’esempio più noto è quello della Fondazione Primavera, che è dietro praticamente ogni iniziativa che ha luogo sul territorio, ha un proprio giornale online (si chiama Suprattutto) e negli anni ha saputo maturare un rapporto privilegiato con le istituzioni, in quanto prima rappresentante delle istanze dei cittadini. Lo scorso 20 maggio la Fondazione Primavera organizzò un incontro tra i candidati alla carica di presidente di Municipio. A un certo punto il presidente Guido Barbazza pronunciò una frase che la dice lunga: «Abbiamo deciso di non avere un nostro candidato – disse – anche se avremmo potuto». Una frase che forse rivela un pizzico di “spacconeria”, ma che è spia interessante della percezione di sé della Fondazione. E, forse, per esteso, del quartiere. Non più periferia nella periferia, ma comunità che a volte riesce a farsi valere. Pra’, d’altronde, è stata ed è protagonista di uno degli interventi urbanistici più significativi degli ultimi anni (il P.o.r. i cui lavori, nonostante i ritardi, sono avviati a conclusione) e ora un praese doc. ha conquistato la presidenza del Municipio 7 Ponente. Sono vittorie simboliche, certo. Il porto fa ancora sentire forte e chiara la propria presenza e l’autostrada ancora toglie al sonno ai cittadini che, privi di qualsiasi barriera acustica a separarli da essa, hanno la sfortuna di abitarle vicino. Un presidente di Municipio praese, inoltre, non vuol dire che il quartiere di Pra’ riceverà un’attenzione particolare, e nemmeno dovrebbe essere così. Ma anche le vittorie simboliche contano.

    Luca Lottero

  • Comunali, Bucci vince ma lo sceglie solo un genovese su cinque. Crivello sotto di 21mila voti. Ma Marco Doria prese di più

    Comunali, Bucci vince ma lo sceglie solo un genovese su cinque. Crivello sotto di 21mila voti. Ma Marco Doria prese di più

    palazzo-tursi-D4Marco Bucci, nuovo sindaco di Genova, è stato eletto da meno di un genovese su cinque. I suoi quasi 112.400 voti ottenuti nel ballottaggio di ieri, oltre 23.700 in più rispetto a quelli incamerati nel primo turno, gli sono valsi il 55,24% delle preferenze dei votanti ma, la scarsa affluenza, fa sì che nel complesso si tratti solo del 22,9% di tutti i potenziali aventi diritto al voto. Una percentuale che scende al 19% se, invece, vengono considerati tutti gli oltre 583.600 che compongono tutta la popolazione genovese secondo quanto riportato dai dati ufficiali del sito del Comune.
    Anche Gianni Crivello, il candidato del centrosinistra sconfitto, ha aumentato i propri voti passando dai 76.300 del primo turno ai 91.057: un incremento di quasi 15.000 voti che non è stato sufficiente a ridurre il gap dal suo avversario. Anzi, se la distanza tra i due contendenti, quindici giorni fa, era di circa 12.300 voti, quella definitiva di ieri è salita a oltre 21.300. A contribuire, senza dubbio, anche una parte dell’elettorato cinque stelle che non sembra aver seguito le indicazioni del proprio candidato sindaco sconfitto al primo turno: Luca Pirondini aveva infatti invitato a votare scheda bianca, ma le schede bianche scrutinate ieri sono state solo 1.500 a cui si aggiungono oltre 4.600 voti variamente annullati.
    Tirate le somme, dunque, non è vera l’affermazione del segretario regionale della Lega Nord, Edoardo Rixi, secondo cui Marco Bucci sarebbe più legittimato di Marco Doria a governare la città: cinque anni fa, il sindaco era stato eletto al ballottaggio con oltre 114.245 voti -pari al 59,71% dei votanti- quasi 2.000 più di Bucci, senza considerare che al primo turno le preferenze erano state quasi 127.500.
  • Elezioni, la mutazione genetica dei genovesi, tra la “piccola” vittoria della Lega e il baratro del Centro-sinistra

    Elezioni, la mutazione genetica dei genovesi, tra la “piccola” vittoria della Lega e il baratro del Centro-sinistra

    palazzo-tursi-aula-rossa-d23A urne chiuse in attesa dei risultati del ballottaggio il primo dato emergente è che a Genova è in corso una mutazione genetica: il capoluogo ligure, per decenni considerato partecipativo fortino del centrosinistra, e con una fortissima tradizione “rossa”, potrebbe avere un risveglio piuttosto brusco, grazie a nuovi rapporti di forza all’interno delle istituzioni. Il risultato delle urne restituisce il comparto delle destre in crescita e un centrosinistra decisamente in affanno. I dati storici, però, come spesso accade, inquadrano meglio l’andamento politico, arricchendo la prospettiva di analisi. In termini assoluti, la destra in passato è stata anche più forte, quello che è cambiato è che il Partito Democratico e tutto il centrosinistra sono sull’orlo del baratro, con un picco storico negativo senza precedenti. Il contesto si arricchisce con lo storico dato dell’astensione: per la prima volta alle amministrative genovesi a votare non è stata la maggioranza degli aventi diritto.

    La “piccola” vittoria della Lega

    Il risultato più evidente, come dicevamo, è l’avanzata della Lega Nord che, rispetto alle scorse elezioni comunali, ha guadagnato ben 20mila preferenze. In termini numerici passa dai circa 8mila voti del 2012 ad oltre 28mila di oggi, con un aumento percentuale che registra un +250% circa; un dato che la dice lunga sulla situazione politica del capoluogo ligure. Come vedremo, in caso di vittoria di Marco Bucci al ballottaggio, sarebbe il partito più forte in Consiglio comunale, anche se nei fatti rappresenta solo il 6% della popolazione. Un risultato che riporta in serie positiva l’andamento del consenso di questo partito, che in termini assoluti stava decrescendo dal 1993. L’esordio, dopo la stagione di “manipulite”, portò un bottino per il Carroccio, all’epoca guidato da Serra, di oltre 116mila preferenze, che garantirono nove consiglieri in Sala Rossa. Da lì in poi, però, in tutte le successive consultazioni i consensi hanno registrato un calo: nel 1997 i voti raccolti furono poco più di 11mila (zero consiglieri), nel 2002 scesero a 9.400 (un solo consigliere), nel 2007 piccolo calo a 9.340 preferenze (un consigliere), per arrivare, come abbiamo visto, al record negativo della scorsa consultazione elettorale (sempre con un solo consigliere).

    Andamento seguito dall’aumento generalizzato di tutto il comparto di centrodestra, che oggi registra solamente un leggero e ulteuriore ridimensionamento di Forza Italia, che passa dai 21mila voti di cinque anni fa (presi però come Pdl) ai 17mila circa di domenica. La Lega, quindi, guida e condiziona tutta la coalizione di centrodestra. La stagione di Matteo Salvini, decisamente orientata a destra, pare funzionare. Nel “raccolto” di questa tornata elettorale potrebbe essere finita anche una parte dei voti di Alleanza Nazionale, che dieci anni fa prendeva comunque 16mila preferenze, già in calo rispetto all’ultima partecipazione del Msi (1993) che raccolse oltre 20mila voti. Anche se è più probabile che gli ex “tricolori” siano confluiti negli 11.490 voti raccolti da Fratelli d’Italia, pari al 5,28% delle preferenze. Una destra, quindi, che torna a crescere in termini di consensi, ma in termini assoluti, si assesta sullo storico cittadino.

    La “Questione” a sinistra

    Quello che invece è cambiato è il consenso della cosiddetta sinistra genovese: il centrosinistra del Pd, infatti, continua nel suo crollo perdendo circa 12mila preferenze, passando cioè da 55mila a 43mila voti. A livello di liste in appoggio al candidato, se nel 2012 la lista Doria raccolse circa 26mila preferenze, oggi quella di Crivello si ferma a poco più di 20mila, rimanendo comunque determinante e, paradossalmente, più “pesante” in Sala Rossa in caso di eventuale vittoria al ballottaggio. Oggi tutto il centrosinistra alleato del Pd ha preso 76mila voti e, comparando questi dati con gli andamenti storici recenti, “la questione” appare evidente: dieci anni fa (con Marta Vincenzi come candidata), il centrosinistra si imponeva con 158mila preferenze, cioè circa 80mila in più rispetto ad oggi, con un Ulivo capace di raccogliere da solo 90mila voti. Il confronto appare ancora più umiliante se si guarda all’exploit del 2002 in cui il centrosinistra, guidato dai Ds, prese 210mila preferenze, lanciando la seconda legislatura di Pericu. Certo, erano altri tempi, e al voto andava il 67% degli aventi diritto, cioè circa 360mila persone, contro le 228mila di oggi, ma il conto non lascia scampo: in dieci anni il centrosinistra ha perso circa il 50% dei voti, un baratro che non ha precedenti.

    Un dato da non dimenticare è che dalle votazioni di domenica escono fortemente ridimensionate le rappresentanze politiche tradizionalmente più a sinistra, rappresentate solamente da un Paolo Putti che in solitaria vivrà i prossimi cinque anni da consigliere comunale, mentre nel 2012 con Doria “entrarono” due consiglieri di Sel e uno di Rifondazione Comunista. Per Chiamami Genova un esordio da 11mila preferenze, che, per fare dei paragoni, sono esattamente i voti che raccolse Sel nella scorsa tornata o l’allora candidato della Lega, Edoardo Rixi. Ad appoggiare esternamente questa lista civica, anche Rifondazione Comunista, che cinque anni fa prendeva 5mila voti, mentre nel 2007 raccoglieva 15mila preferenze. L’andamento storico del partito è eloquente: nel 1997 i voti furono 31mila, nel 1993 32mila. Una lenta e inesorabile discesa.

    La non sconfitta del Movimento 5 Stelle

    Il Movimento 5 Stelle, perde non perdendo. Se, infatti, stando alla aspettative di campagna elettorale, il suo risultato “non sfonda”, in termini numerici progredisce: nel 2012 sfiorò il ballottaggio con 36mila preferenze, mentre oggi raccoglie circa 40mila voti. Va ricordato che nel 2012 il Movimento era all’esordio, mentre oggi è “forza di governo” in alcune grandi città italiane, grazie a un’ascesa che sembrava avere possibilità anche a Genova. Un risultato che riesce sostanzialmente ad “impattare” la crisi di consenso degli ultimi mesi e garantisce una buona presenza in Sala Rossa.

    Consiglio comunale, tra novità e palude

    palazzo-tursi-giornalisti-consiglio-DIl risultato del prossimo ballottaggio darà sicuramente una nuova veste al Consiglio comunale, che, a prescindere dal risultato finale, sarà in ogni caso attraversato da nuovi rapporti di forza. I 40 posti a disposizione saranno così distribuiti: 24 scranni andranno per premio di maggioranza alle liste della coalizione vincitrice, mentre i 16 rimasti agli sconfitti, secondo il metodo proporzionale D’Hondt.

    In caso di vittoria di Bucci, la mutazione genetica di cui sopra prenderà la veste istituzionale: nove, infatti, sarebbero i consiglieri comunali della Lega, come all’esordio nel 1993, con la differenza che oggi diventerebbe il primo partito dell’assemblea. A seguire, sei della lista civica di Bucci, “Vince Genova”, cinque di Forza Italia, tre di Fratelli d’Italia e solamente uno per Direzione Italia. L’opposizione vedrebbe sei consiglieri per il Pd, cinque per il M5s, tre della lista civica del candidato sindaco Crivello, uno per il candidato stesso, e uno per la lista civica capitanata da Paolo Putti, Chiamami Genova.

    In caso di vittoria della coalizione che sostiene Gianni Crivello, invece, l’assetto sarebbe diverso: il Partito Democratico avrebbe 14 consiglieri, più sette della “lista Crivello”, due di “A Sinistra” e solo uno di “Genova Cambia”. Dall’altro lato, invece, avremmo cinque consiglieri pentastellati, tre per Lega Nord, tre della lista “Genova cambia”, due per Forza Italia e uno solo per Fratelli d’Italia come per Chiamami Genova. Dei due “poli” rimasti esclusi dal ballottaggio, quindi, per Paolo Putti il “destino solitario” è già scritto, così come la presenza di cinque “grillini”.

    Con ogni evidenza, a contendersi il “controllo” della Sala Rossa sono Lega Nord e Pd, in un inedito, almeno per Genova, scontro. In ogni caso, però, le liste civiche che hanno appoggiato i candidati sindaco saranno determinanti per mantenere le relative eventuali maggioranze: un assetto simile alla passata legislatura comunale, che, come l’esperienza ci insegna, ha portato a numerosi imbarazzi reciproci tra primo cittadino e “partito”, diventati ben presto palude politica e amministrativa.

    Affluenza defluita

    L’ulteriore dato che emerge dai risultati di questa consultazione è legato all’affluenza; con il 48,39% di votanti sugli aventi diritto, Genova tocca il suo minimo storico: 237mila preferenze espresse, contro le 279mila del 2012, precedente record negativo, con un’emorragia di circa 40mila persone non recatesi alle urne. Una sorta di lista civica della delusione o della disaffezione, che per consistenza è stata determinante per gli esiti del voto. Anche in questo caso l’andamento storico non lascia spazio a dubbi: nel 2007, dieci anni fa, a votare andarono 323mila persone (61% degli aventi diritto), nel 2002 furono 367mila (67%); continuando l’excursus a ritroso, si registra una leggera flessione del 1997 con 341mila voti validi (59%), per poi ritrovare i 439mila del 1993, che portarono la percentuale dell’affluenza al 73,4%. In 25 anni, quindi, si sono smarriti 200mila votanti.

    Per la prima volta, non è la maggioranza dei genovesi ad aver scelto i propri rappresentanti nell’amministrazione; un fatto che depotenzia la rappresentanza politica, dimezzandone le percentuali “di ricaduta” sulla popolazione totale. Un fenomeno che dovrebbe far riflettere sulla “forza” della comunicazione politica, soprattutto in una contingenza di trasformazione come quella che sta vivendo Genova da diversi anni a questa parte. I numeri ci dicono che in questa tornata elettorale paradossalmente non ci sono dei veri vincitori, ma alcuni sconfitti. Il destino della città sembra interessare sempre a meno persone e le cause probabilmente arrivano anche da lontano. Il partito del non voto per la prima volta “regna” in città. I due maggiori partiti che si contenderanno il controllo dell’assembla cittadina, infatti, rappresentano il 6% (Lega Nord) e il 9% (Pd) di tutta la popolazione e amministreranno, per gli altri 94% o 91%.

    I numeri ci dicono che slogan come “prima gli italiani”, “chiuderemo i centri sociali”, “schederemo i questuanti”, accompagnati da sferzate di sicuritarismo e repressione del dissenso sociale hanno avuto più presa di quelli che parlavano di “diritto alla casa”, “giustizia sociale”, “accoglienza”. Tra le righe, se vogliamo leggerle, il dato storico però dice non che l’aggressività della destra genovese abbia attivato nuovi seguaci – che, come abbiamo visto, già c’erano, dormienti – ma piuttosto che i messaggi di discriminazione e arretramento sul tema dei diritti e della giustizia sociale non abbiano allarmato e attivato le coscienze “di sinistra” di Genova, una “sinistra” praticamente smobilitata nel fare argine ad una eventuale deriva a destra. Questo è sicuramente il dato che deve fare riflettere di più. Urgentemente.

    Nicola Giordanella

  • Scolmatore, arriva il via libera per la progettazione definitiva. Gara vinta dalla Rocksoil spa, dell’ex ministro Lunardi

    Scolmatore, arriva il via libera per la progettazione definitiva. Gara vinta dalla Rocksoil spa, dell’ex ministro Lunardi

    scolmatore-fereggiano07Via libera alla progettazione esecutiva dello scolmatore del Bisagno a Genova. Ad annunciarlo questa mattina il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, che è anche commissario di straordinario di governo contro il dissesto idrogeologico per la Liguria, a margine dell’inaugurazione della nuova “Sala News 24” della Protezione civile regionale. «Una buona notizia per la sicurezza strutturale dei liguri– commenta il governatore- Invitalia, su mandato della struttura commissariale che mi onoro di presiedere, ha dato il via libera alla progettazione esecutiva dello scolmatore del Bisagno. Il progetto sarà completato, ci auguriamo, entro fine anno dopodiché potrà aprire il cantiere. Questa, ovviamente, è una delle grandi soluzioni strutturali che dovranno mettere in sicurezza una parte importante della città di Genova».
    La gara è stata aggiudicata al gruppo facente riferimento all’azienda Rocksoil s.p.a. fondata dall’ex ministro delle Infrastrutture e trasporti del governo Berlusconi, Pietro Lunardi. L’importo complessivo è di 3.792,114,51 oltre oneri previdenziali ed iva, con un ribasso d’asta del 61,8%. La gara riguardava anche l’opzione per la direzione lavori e il coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione delle opere. In particolare, la fase progettuale avrà un costo di 1.492.921,53 euro mentre la direzione lavori e il coordinamento della sicurezza di 2.299.192,98 euro. La realizzazione dell’opera è già finanziata da Italia Sicura con 165 milioni di euro.
    Escludendo ricorsi, il contratto tra con il raggruppamento di imprese vincente dovrebbe essere stipulato entro il mese di luglio. Per arrivare all’approvazione della progettazione esecutiva e all’avvio delle procedure di gara per l’affidamento dei lavori bisognerà attendere i 100 giorni a disposizione dei progettisti per l’elaborazione nonché i tempi per acquisire il parere obbligatorio del Consiglio superiore dei lavori pubblici e per la procedura di Valutazione di impatto ambientale regionale. «Ci auguriamo che i progettisti lavorino al meglio garantendo la sicurezza dei cittadini e anche la sensibilità dei molti interferiti che ci saranno rispetto a questo grande cantiere– conclude l’assessore regionale alla Protezione civile, Giacomo Giampedrone- è l’opera più importante di difesa del suolo che verrà realizzata in tutto il territorio della Liguria: credo che sia un’opera fondamentale per la sicurezza di tutti».
  • Rifiuti, a Genova la differenziata scende del 2%, ma Amiu contesta i dati. In arrivo multa per il Comune? Migliora la situazione per la Liguria

    Rifiuti, a Genova la differenziata scende del 2%, ma Amiu contesta i dati. In arrivo multa per il Comune? Migliora la situazione per la Liguria

    RifiutiLiguria virtuosa, Genova pecora nera. E’ questo, in estrema sintesi, il quadro della raccolta differenziata che emerge dai dati del 2016 illustrati questa mattina dal governatore Giovanni Toti e dall’assessore all’Ambiente, Giacomo Giampedrone, e derivanti dal monitoraggio dell’Osservatorio ligure sui rifiuti. A livello globale, la Liguria raggiunge il 43,19% di raccolta differenziata, crescendo di quasi 5 punti rispetto al 38,63% del 2015 e di 8 punti rispetto al 35,90% del 2014. Rispetto ai dati del 2015 si registra inoltre un calo della produzione totale di rifiuti di quasi 34.000 tonnellate. A livello provinciale Genova si ferma al 39,49%, Imperia, la peggiore, al 38,22%, Savona al 49,43%, mentre alla Spezia si registra il risultato migliore con il 53,66%.
    Pecora nera in assoluto, il Comune di Genova: secondo i dati riportati dalla Regione, infatti, la differenziata nel capoluogo ligure è scesa di quasi 2 punti, dal 34,57% del 2015 al 32,89% del 2016. «Genova è il punto dolente– analizza l’assessore Giampedrone- decresce di due punti: è un dato preoccupante. In una regione che cresce bene, senza Genova non si può svoltare definitivamente. Il capoluogo ci tiene fermi di oltre 5 punti percentuali a livello regionale: senza Genova, arriveremmo al 48,5% in tutta la regione». Fra gli altri Comuni capoluogo, La Spezia ha raggiunto il 50,32%, Savona sale da 31,62% a 42,56%, Imperia scende leggermente dal 36,93% al 36,89%. In tutta la regione, invece, salgono a 63 i Comuni liguri che toccano e superano la percentuale del 65% di raccolta differenziata -erano 32 nel 2015 e 16 nel 2014- e che secondo la legge regionale avranno diritto, a partire dal mese di luglio, allo sgravio fiscale per il conferimento in discarica della frazione residua. Altri 43 Comuni hanno un tasso di produzione pro capite inferiore del 30% rispetto alla media regionale di 540 chilogrammi per abitante e, pertanto, non si vedranno applicare l’addizionale del 20% sull’ecotassa sui conferimenti in discarica dei rifiuti residui.

    Multa in arrivo?

    Saranno piuttosto copiose le sanzioni che arriveranno al Comune di Genova per non aver raggiunto le percentuali di riciclo imposte dalla legge regionale 20 del 2015. Il capoluogo ligure avrebbe dovuto raggiungere il 40% in ciascuna delle sei categorie previste -carta, vetro, plastica, organico, metallo e legno- beneficiando già 5 punti percentuali in meno rispetto agli altri comuni della regione, in considerazione della crisi che ha investito Genova in seguito alla chiusura della discarica di Scarpino. Tre le frazioni critiche: metallo che si ferma al 12,44%, plastica al 19,63% e organico al 27,05%.
    Oltre la soglia richiesta, invece, i valori di carta (54,18%), legno (72,86%) e vetro (71,19%). «Le sanzioni scatteranno con una prossima delibera di giunta– spiega l’assessore regionale all’Ambiente, Giacomo Giampedrone- in cui le percentuali verranno convertite in tonnellate e per ogni tonnellata che manca al raggiungimento del 40% ci sarà una multa di 25 euro, per ciascuna categoria». A livello regionale, sono 72 i Comuni in regola che non dovranno quindi versare alcun contributo alla Regione per i quantitativi mancanti al raggiungimento della quota minima prevista. Le penalizzazioni economiche verranno reinvestita dalla Regione in incentivi alla raccolta differenziata e che non potrà essere ricaricata sulla tariffa per i rifiuti pagata dai cittadini ma riguarderà altre partite di bilancio dei Comuni fuori legge.

    I dati contestati da Amiu

    Amiu, però, contesta i dati: secondo l’azienda la raccolta differenziata a Genova nel 2016 non sarebbe al 32,89% come comunicato dalla Regione Liguria ma raggiungere la soglia del 39%. «I numeri forniti dalla Regione per il 2016– spiega il presidente di Amiu Marco Castagna alla agenzia Dire – fanno riferimento alla sola raccolta differenziata di Amiu contrariamente al metodo applicato negli anni precedenti ove si contabilizzava anche il contributo di soggetti terzi convenzionati che, storicamente, si attesta tra il 4% e il 5%». Peraltro, aggiunte il presidente di Amiu, i dati sarebbero comunque assolutamente sottostimati perché non tengono in alcun modo in considerazione i rifiuti prodotti e raccolti nel porto di Genova. Così non sarebbe possibile confrontare il dato 2015 che contiene il contributo di soggetti terzi con quello del 2016, come invece fatto dalla Regione Liguria. «Eliminando il suddetto contributo anche negli anni passati– prosegue Castagna- confrontando così i livelli annuali per dati omogenei risulta che nel 2014 la raccolta differenziata solo di Amiu era al 29,13%, nel 2015 30,16% e nel 2016 32,89%. Ecco, dunque, che anche in un contesto di assoluta emergenza, il dato è in costante crescita». A livello assoluto, lo scorso anno a Genova sono stati raccolte 287.287 tonnellate di rifiuti, di cui differenziate 94.492.

    Sui rifiuti, quindi, la battaglia è decisamente aspra. In una campagna elettorale particolarmente priva di proposte concrete per la città, l’utilizzo dei dati sulla gestione della “rumenta” diventa campo di battaglia tra le forze politiche in gioco, con sponde più o meno evidenti: il dato certo è che su Amiu si tornerà a “combattere” molto presto, in un’estate che si preannuncio torrida.

  • Migranti, al San Raffaele le porte resteranno aperte. L’analisi di una protesta che parla “di noi” e della percezione dell’accoglienza

    Migranti, al San Raffaele le porte resteranno aperte. L’analisi di una protesta che parla “di noi” e della percezione dell’accoglienza

    Via Coronata 100
    L’ingresso del complesso ex Asl di via Coronata

    Dopo la manifestazione sotto la Prefettura dei giorni scorsi, in mattinata arriva l’annuncio: le porte della struttura che ospita i migranti a Coronata resteranno aperte durante il giorno, per venire incontro alle richieste di chi lì dentro è ospitato. La semplice cronaca dei fatti, però, non restituisce tutte le dinamiche della vicenda, che vanno al di là delle semplici questioni materiali: il sottotraccia parla di cosa significa accoglienza e della percezione che viene veicolata di certi meccanismi, spesso annebbiata dalle retoriche politiche e di gestione amministrativa. Tre ricercatrici, che ringraziamo, hanno “studiato” sul campo questo fenomeno, che parla, incredibilmente, di “noi”.

    Come ricercatrici in scienze sociali, in collaborazione con l’Ambulatorio Città Aperta[1] e la rete Operatori X[2], abbiamo deciso di seguire da vicino la vicenda, non solo per comprendere in profondità le ragioni della rivendicazione e delineare il contesto in cui questa si colloca, ma anche per documentarla, nell’ottica di dar vita ad un percorso partecipato di monitoraggio e d’informazione. Un percorso che attraversi le contraddizioni dell’accoglienza e della riproduzione dei confini dentro ed oltre lo spazio urbano, al fine di decolonizzare lo sguardo sulle pratiche della migrazione. Un’idea nata riflettendo su quanto le comunità, nel contesto cittadino, siano nei fatti poco consapevoli della complessità che ogni giorno migranti ed operatori dell’accoglienza si trovano ad affrontare sul territorio in cui vivono, anche a causa della produzione di un discorso pubblico che, dietro l’apparente neutralità, nasconde, nei fatti, gli effetti di una violenza strutturale, una violenza che quotidianamente riproduce ed amplifica narrative stereotipanti e retoriche razzializzate.

    Il 22 maggio i richiedenti asilo scendono dalle alture di Coronata verso il centro della città, dirigendosi sotto la Prefettura per chiedere di essere ascoltati dalle istituzioni. La richiesta sembra apparentemente banale, quasi scontata: chiedono di poter aver accesso alle proprie stanze nell’arco della giornata. Risiedono in cinque strutture diverse, tutte gestite dalla Fondazione Migrantes (Casa del Campo in via del Campo, Casa San Francesco da Paola, Casa Camogli – sulla quale, per ora, non abbiamo raccolto informazioni dettagliate -, Villa Ines a Struppa e l’ex ospedale San Raffaele di Coronata): il fiore all’occhiello della “buona accoglienza genovese”. La giornata delle persone ospitate nelle strutture, circa 320 -tutti uomini provenienti in larga parte dall’Africa centro occidentale-, gravita attorno ad un unico centro: il “Campus” situato in via Coronata, 100: un progetto finanziato dalla Chiesa, attraverso l’Ufficio diocesano per la pastorale Migrantes di Genova, che opera mediante la cooperativa “Un’altra storia”. Gli immobili che lo ospitano sono di proprietà del Comune di Genova, che li ha alienati, cioè concessi gratuitamente, a Migrantes, attraverso una convenzione di durata ventennale

    L’“Università di Via Coronata”, così era stata descritta mesi fa da Don Giacomo Martino (responsabile di Migrantes Genova e quindi direttore delle strutture gestite dalla fondazione diocesana. I richiedenti asilo lo chiamano semplicemente Giacomo, nda) sembra proporre un vasto ventaglio di attività, che vanno dai corsi di italiano L2, corsi di cucito, passando per il calcetto e le bocce oltre che uno sportello di assistenza sanitaria e la promessa di svariate borse lavoro.

    Ma i richiedenti asilo che incontriamo sotto la prefettura di Genova ci narrano però un’altra storia, che poco ha a che fare con i discorsi ufficiali. Gli domandiamo, così, come si svolge la loro giornata. Dalle 8h30 del mattino alle 18h00 tutti gli alloggi sono chiusi ed inaccessibili. Anche la parte del San Raffaele in cui sono collocate le camere osserva i medesimi orari. Chi non è già sul posto, perché ospite all’ex ospedale di San Raffaele, ogni giorno si reca a Coronata, dove partecipa ad un’ora di scuola di italiano e riceve il pranzo. Nel pomeriggio ci sono le attività e poi, a fine giornata tutti salgono di nuovo sull’autobus per recarsi verso il centro, alla Casa della Giovane di via delle Fontane e, dopo la cena, ognuno riprende il cammino verso i propri alloggi.

    Le ragioni che li hanno spinti a scendere in piazza, il lunedì e poi il giorno seguente, martedì 23 maggio, hanno a che vedere con l’organizzazione materiale appena descritta, ma, non appena formulate, le istanze rivelano rivendicazioni più generali, legate all’approccio infantilizzante e paternalistico dell’accoglienza che nei fatti diventa un dispositivo totalizzante, che cattura e regola dall’alto ogni aspetto della vita del migrante.

    mappaI richiedenti asilo del Campus di Coronata che abbiamo incontrato davanti alla Prefettura di Genova ci hanno raccontato dei disagi causati dall’organizzazione delle loro strutture: dover restare obbligatoriamente “fuori casa” tutto il giorno è faticoso, specialmente in inverno o in giornate di pioggia, o ancora quando si è malati o non ci si sente bene. Ci raccontano di aver cercato di sollevare il problema alla direzione più di una volta, ma di aver sempre ricevuto scarsa attenzione e risposte negative, motivate dal fatto che, per tenere aperte le strutture nelle ore diurne, si sarebbe dovuto ricorrere ad aumento del personale, che la gestione non può sostenere economicamente. Adesso però, con l’imminente inizio del mese di Ramadan (la sera di venerdì 26 maggio), diventa urgente trovare una soluzione, poiché il regime di digiuno diurno causa debolezza fisica e impone orari ben precisi per i pasti notturni e le preghiere.

    A. (iniziale di fantasia, nda) ci spiega per quale motivo si sono recati per ben due volte sotto la Prefettura e perché hanno preteso di essere ricevuti dal prefetto o da un suo rappresentante: «Noi siamo presi in carico dallo Stato italiano, il quale riceve dei fondi dalla comunità internazionale e da organismi come la Banca Mondiale per organizzare l’accoglienza. Il prefetto è il diretto rappresentante dello Stato sul territorio e quindi, poiché è la Prefettura a distribuire i soldi alle varie strutture, il prefetto è in pratica il datore di lavoro del direttore della nostra struttura. Abbiamo cercato per mesi di avere un dialogo con lui, ma non ci ha mai considerati, adesso veniamo dal suo capo per spiegare le nostre ragioni». Restiamo a lungo a discutere, mentre si aspetta che la delegazione ricevuta dal vice-prefetto faccia ritorno. Le conversazioni, principalmente in francese, sono collettive. In molti hanno voglia di far capire cosa li muove. Oltre ad un cartello con scritto «Siamo stanchi», ne hanno un altro sul quale si legge «We need freedom».

    Le spiegazioni non tardano. Il punto che i richiedenti asilo sollevano non riguarda, come riportato su altri organi di stampa, il fatto di non voler partecipare alle attività formative. Secondo quanto riferito dal responsabile infatti, la chiusura diurna del centro sarebbe finalizzata ad incentivarli a partecipare alle formazioni volontarie del pomeriggio. Molti di coloro con i quali parliamo e quindi coinvolti attivamente nelle proteste, ci mostrano i diplomi che gli sono stati consegnati la mattina stessa, i quali, sotto l’intestazione “Coronata Campus” e “Il Domani, associazione culturale”, attestano la partecipazione ai corsi pomeridiani.

    Per i soggetti in questione il problema principale è quello di ritrovarsi privati di qualsiasi libertà di scelta, rispetto a quali attività ritengano più utili alla loro crescita e inserzione nel mondo del lavoro, ma anche, più in generale, alla loro vita in Italia. B. fa un discorso molto chiaro sul necessario equilibrio che deve intercorrere tra i doveri e i diritti di qualsiasi essere umano: riconoscono il fatto di avere il dovere di svolgere delle attività, di formarsi per potersi integrare, ma credono fermamente che la loro opinione, anche nei confronti della qualità dei corsi che gli sono offerti e le loro volontà debbano essere rispettate e tenute in conto. Ad esempio, parla del fatto che a lui interesserebbe imparare bene l’italiano, perché è quello di cui ha bisogno per costruirsi un futuro, anche lavorativo, ma che il corso estremamente basico di un’ora al giorno che possono seguire a Coronata è frustrante. Gli fa eco C. che dice: «Ci mettono tutti assieme: io che non ho fatto studi e lui (B., n.d.a.) che ha finito l’università… il risultato è che non serve a nessuno dei due!».

    Le altre attività cui hanno accesso, e alle quali hanno partecipato le persone con le quali abbiamo parlato, riguardano principalmente lavori di muratura e imbiancatura, pulitura del verde e agricoltura. Tutti eseguiti all’interno del Campus, il cui edificio principale e le adiacenze, essendo state abbandonate per decenni, necessitano di consistenti interventi di manutenzione e recupero. Per alcuni è inaccettabile che gli si chieda di lavorare per mesi (a quanto abbiamo capito, il ciclo di ogni attività ne dura tre), senza nessuna garanzia che quel lavoro possa trasformarsi in un’attività remunerata, che tra l’altro gli era stato promesso nella forma di borse lavoro. D. dice: «So già che a Genova non ci sono grandi opportunità lavorative, allora, per faticare a fare il muratore o spaccarmi le mani a fare agricoltura, era meglio restare al Sud dove si lavora duro nei campi, ma almeno qualcosa si guadagna». Parole forti, come schiavismo, vengono pronunciate più volte.

    Dignità

    attestaoCi sembra importante sottolineare quanto sia ampio lo scarto rispetto alla maniera in cui la complessità delle vertenze dei migranti vengono banalizzate, appiattite e ricondotte a rivendicazioni di tipo materiale, come se si stesse sempre parlando di qualità del cibo, di condizioni igieniche o di alloggio. Come se la permanenza del migrante sul territorio sia sempre connotata dalla temporalità dell’ “emergenza”, oggettivata nella transitorietà di un perenne attraversamento del confine. Una mera questione di sopravvivenza, nei fatti. Queste rivendicazioni esistono, ma non sono mai fini a sé stesse, non si esauriscono soltanto nella richiesta di condizioni di vita migliori.

    A. ne parla in questi termini: «Il problema non è la sofferenza materiale, quando siamo partiti sapevamo che sarebbe stata dura. E poi, abbiamo vissuto il carcere il Libia … non sono un così grande problema il cibo scadente, le camerate e i pochi bagni. Queste cose, al limite, possiamo accettarle e d’altronde capiamo che non sia facile organizzare l’accoglienza per così tante persone. Ma la libertà di poter scegliere cosa riteniamo giusto fare non possiamo cederla. Pensa che se uno un giorno è malato non può neanche decidere di restare a riposare». Costituiscono un problema, però, quando sono tali da ledere alla dignità delle persone, quando queste stesse condizioni diventano un freno per la creazione di relazioni al di fuori delle strutture. In questo senso, in molti ci hanno raccontato di come l’assenza di acqua calda o, come al San Raffaele, il fatto che un solo bagno ne sia dotato (sono in 85 a dormire nella struttura), faccia sì che raramente riescano a mantenere il livello di cura e igiene personale che vorrebbero, sentendosi anche additati sui mezzi pubblici o dagli stessi formatori, che aprono le finestre delle stanze in cui si trovano lamentandosi dell’odore. O ancora, l’organizzazione della distribuzione dei pasti comporta che quasi sempre mangino tutti assieme, in quasi 300 persone, con conseguenti code, spintoni e tensioni particolarmente umilianti. Ci dicono, inoltre, che in tutti questi mesi hanno utilizzato il proprio pocket money (che ammonta a 75 euro al mese) per l’acquisto delle medicine direttamente in farmacia. A nessuno è a stato parlato del diritto/dovere di iscrizione al servizio sanitario nazionale per i richiedenti asilo, né della possibilità di accedere alle cure gratuite grazie alla dichiarazione di indigenza effettuabile presso le ASL cittadine.

    Obblighi

    Lo scarto più stridente ci appare, comunque, quello che intercorre tra la visione che un certo tipo di accoglienza pare avere, ed alimentare e quelle che sono invece la volontà dimostrate dagli stessi soggetti. Come detto più sopra, dalle parole dei nostri interlocutori traspare un’analisi molto cosciente della situazione e delle possibilità. Quella che propongono non è una critica ad un sistema che li vuole attivi fisicamente. E’ piuttosto una critica ad un sistema che li obbliga ad un’ipercinesi che non lascia alcuno spazio alla loro capacità di autodeterminarsi e alle loro necessità, sia materiali che personali e formative.

    La risposta di Don Giacomo al secondo giorno di proteste, ha la forma di una lettera, diffusa mezzo stampa, nella quale si ripropongono i medesimi argomenti riguardo la necessità di impedire l’inattività, articolandoli ad una percezione degli ospiti delle strutture da lui dirette come esseri in balia degli eventi, demotivati e con una particolare tendenza ad abbandonarsi all’inedia. Alcune frasi di questa lettera non potrebbero essere più chiare: «Purtroppo molti non hanno un pensiero costruttivo per la propria vita e senza un’offerta formativa si ritrovano per strada a chiedere l’elemosina, come si può notare agli angoli della nostra città». E ancora: «Chi ha accesso tutto il giorno alle stanze vive di notte e dorme di giorno, favorendo la spinta a una inoperosità che va contro ogni progetto di integrazione».

    Chi protesta è perfettamente cosciente della distorsione in atto e lamenta il fatto di essere considerati incapaci di collocarsi e determinarsi, per di più sottostimati in quelle che sono le loro competenze e possibilità. F. dice: «ci credono degli illetrés», traducibile come analfabeti, ma con un’accezione più precisamente legata alla formazione scolastica e alla capacità di comprendere, che va ben oltre alla padronanza della scrittura e della lettura.

    «Il nostro timore, visto che durante le proteste a contestare non sono solo ospiti stranieri ma anche giovani italiani, è che i ragazzi possano essere strumentalizzati da persone che pensano di far loro del bene e in realtà fanno compiere loro scelte sbagliate» chiosa Martino in un’intervista, esplicitando bene la ratio che connota il regime dell’umanitario (cfr, Fassin 2010, Mezzadra, Neilson 2013, nda) e rifrange gli effetti di una retorica vittimizzante e colonialista, che continua a guardare il migrante, nei fatti, come soggetto necessariamente subalterno«Nelle strutture ci sono molti intellettuali, molti politici e svariati politologi, molti che hanno terminato l’università: certo che abbiamo organizzato tutto tra noi» risponde F. quando nel corso della protesta gli viene domandato se qualcuno li ha aiutati nella mobilitazione. E lo stupore nel suo sguardo risuona più forte di ogni smentita.

    Marta Menghi (dottoranda in studi sociali, DISFOR Unige),
    Cecilia Paradiso (dottoranda in scienze sociali CNE/CNRS, EHESS Marseille),
    Amelia Chiara Trombetta (medico)

     

    P.s.: Mercoledì 24 maggio i richiedenti asilo si sono dati appuntamento al Campus tra le 7 e le 8 del mattino. Il loro obiettivo era quello di impedire l’accesso alle strutture agli operatori e ai numerosi impiegati che lavorano per la fondazione, in uffici interni alle strutture: «fino a quando le porte non saranno lasciate aperte, nessuno lavora». Così hanno fatto e, in maniera deliberatamente non violenta, hanno barricato gli ingressi, costringendo operatori ed impiegati ad attendere sul piazzale per circa un’ora. Abbiamo assistito allo svolgersi dei fatti e abbiamo lasciato il luogo quando, con mediazione della Digos, si è stabilito di attendere venerdì, concedendo due giorni alla direzione per organizzare dei cambiamenti. Nel caso tali cambiamenti non fossero arrivati, è stato chiarito che avrebbero avuto luogo ulteriori proteste.

    Oggi (venerdì 26 maggio) la mattinata è iniziata nell’incertezza: sembrava che nessuna richiesta fosse stata accettata e le ore si sono dilatate in un lunghissimo incontro tra dirigenza e ospiti. All’uscita dall’incontro, però, ci hanno fatto sapere di essere riusciti ad ottenere ascolto: le porte resteranno aperte.

  • Via Bertani, ufficializzata la cessione al fondo di Invimit. Previste residenze universitarie, ma (forse) non solo

    Via Bertani, ufficializzata la cessione al fondo di Invimit. Previste residenze universitarie, ma (forse) non solo

    Via Bertani 1
    Via Bertani 1, il Comune vende l’immobile

    Lo stabile di via Bertani 1 è stato ceduto: dopo anni di tentativi falliti l’amministrazione comunale ha individuato l’acquirente nel Fondo I3 Università di Invimit SGR SpA la società, costituita con decreto del Mef (Ministero dell’econmia e delle finanze), autorizzata alla prestazione del servizio di gestione collettiva del risparmio dalla Banca d’Italia. Il prezzo della transizione ammonto a circa 3,4 milioni di euro, ben oltre la metà di quanto ipotizzato negli anni scorsi.

    Il destino dell’immobile, un tempo sede della facoltà di economia e successivamente divenuto prima “tetto” del collettivo Buridda, pare sia quello di diventare un polo di ricettività, in particolare per l’accoglienza universitaria.

    Il Fondo istituito da Invimit, società interamente partecipata dal Tesoro, è lo strumento finanziario creato per acquisire immobili di proprietà pubblica sparsi per il territorio italiano, al fine di “modernizzare il sistema universitario e della ricerca, attraverso la gestione e la restrutturazione di residenze adeguate alla domanda degli studenti fuori sede” come specificato nel sito web della società. In particolare il fondo I3 Università prevede “azioni tese alla valorizzazione e alla riconversione degli immobili acquisiti dal Fondo oltre ad attività finalizzate alla ottimizzazione della redditività del portafoglio locabile e alla dismissione degli asset non valorizzabili e pronti alla vendita”. In altre parole non viene esclusa la cessione a privati di parte del patrimonio acquisito, come successo già per alcuni immobili a Torino, come rilevato dalla commissione parlamentare Finanze e Bilancio del 21 dicembre 2016.

    Al fondo partecipano anche enti di previdenza, come l’Inail, con una percentuale che per legge non può superare il 40%: stando alle cifre fornite dal governo a marzo erano circa 670 milioni gli asset gestiti da Invimit, a fronte dei quali a breve saranno messe sul mercato delle quote.

    In altre parole, quindi, l’edificio di via Bertani è parte ora di un asset immobiliare molto ampio, i cui dividendi sono sul mercato finanziario mondiale. Nella buona come nella cattiva sorte. Quale sarà il ritorno per Genova sul lungo periodo?

    Nicola Giordanella

  • Slow Fish, il ministro Martina inaugura la kermesse dedicata alla cultura del mare. Firmata la “Carta di Genova”. Hennebique sede fissa?

    Slow Fish, il ministro Martina inaugura la kermesse dedicata alla cultura del mare. Firmata la “Carta di Genova”. Hennebique sede fissa?

    slow-fish-2017Con la promessa di trovare una casa permanente a Slow Fish a Genova, si inaugura l’ottava edizione della manifestazione internazionale dedicata al pesce e alle risorse del mare, ospitata al Porto antico del capoluogo ligure fino al prossimo 21 maggio. «E’ un appuntamento ormai di riferimento per noi – afferma il ministro Maurizio Martina – il messaggio di quest’anno è la consapevolezza che sulla risorsa mare dobbiamo fare ancora tantissimo: c’e’ una pesca artigianale da tutelare di più rispetto a quanto fatto in passato». Tra gli altri temi citati dal vicesegretario del Pd, quello «della sostenibilità dei nostri mari. Dobbiamo lavorare bene e dobbiamo fare meglio sull’utilizzo delle risorse europee che abbiamo a disposizione per la nostra pesca e dobbiamo porci il tema di un maggiore coordinamento delle attività nel Mediterraneo».
    Presenti all’inaugurazione, tra gli altri, il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, il sindaco di Genova, Marco Doria, il presidente di Slow Food, Carlo Petrini, i candidati sindaco a Genova di centrosinistra e centrodestra, Gianni Crivello e Marco Bucci. «La testimonianza di Slow Fish – sottolinea Petrini – è di portare avanti caparbiamente la volontà di coniugare il lavoro di pescatori e chef con la responsabilità di mantenere un ambiente sano e una giustizia sociale per chi lavora. È nostro dovere lavorare perché la Liguria divenga il fulcro di un dialogo tra le sponde del nostro mare, per superare le difficoltà comuni e creare un’economia virtuosa”.
    Alla manifestazione partecipa anche la Regione Liguria con un proprio stand, caratterizzato dall’ormai immancabile hashtag di promozione turistica #lamialiguria, che nei quattro giorni coinvolgerà realtà del mondo della pesca, del turismo, dell’enogastronomia, dell’artigianato, delle imprese. «Il cibo è oggi uno dei più importanti crocevia su cui si deciderà il futuro del pianeta – spiega Giovanni Toti all’agenzia Dire – i problemi connessi a un pianeta che produce cibo per tutti ma che è diviso tra chi muore di fame e chi mangia troppo. Da questo dipenderà non solo la sussistenza e la salute  di miliardi di persone, ma anche la possibilità di creare condizioni di pace e di sviluppo equilibrate per tutto il mondo».
    La “Carta di Genova”
    Sempre in occasione dell’inaugurazione di Slow Fish, questa mattina nella Sala dorata della Camera di Commercio del capoluogo ligure, è stata firmata la “Carta di Genova”, un documento sulle politiche della pesca e dell’acquacultura, scaturito dalla commissione Politiche agricole e condiviso da tutte le Regioni che sarà sottoposto ai governatori nel corso della prossima Conferenza delle Regioni. «Come Regione Liguria – spiega l’assessore regionale alla Pesca Stefano Maisiamo stati i promotori di questo documento che contiene una sintesi delle principali azioni che riteniamo siano indispensabili per il rilancio e la valorizzazione del settore della pesca; abbiamo raccolto gli intenti dei territori su punti che riteniamo strategici per il futuro del comparto, come le lacune da colmare sulle attività di pescaturismo e ittiturismo, sugli impianti per l’acquacoltura o la tracciabilità del pescato».

    Hennebique sede permanente?

    slow-fish-2017-bisDurante l’inaugurazione Toti lancia la proposta: all’Hennebique, dove nelle intenzioni del centrodestra dovrebbe sorgere il nuovo Palazzo del mare di Genova, potrebbe trovare spazio anche un centro di ricerca permanente sulle tematiche di Slow Fish aperto a tutto il Mediterraneo. «Mi sono confrontato con Carlo Petrini per fare della Liguria un centro di eccellenza permanente di Slow Fish – spiega il governatore – per il confronto culturale all’interno del Mediterraneo, così come il porto di Genova è la capitale dei porti d’Italia».

    Petrini conferma: “Lavoriamo perché Genova e la Liguria siano sede permanente del dialogo del Mediterraneo – dice il presidente di Slow Fish – con sede fisica e una nave di ricerca pronte per la prossima edizione del 2019».
    Nei prossimi giorni diverse iniziative legate alla cultura del mare in chiave gastronomica: al via domani a Slow Fish 2017, dalle 17 alle 19, nello stand della Regione Liguria, la “Milano Sanremo del gusto”, la famosa corsa ciclistica in chiave gourmet. Per il lancio sono state scelte due apecar da streetfood, personalizzate col logo del progetto, a bordo delle quali si sfideranno, su ricette inedite, chef delle tre regioni con tre food blogger.
    Sabato, invece, dalle 10,00 alle 11,00 nell’ambito della manifestazione Slow Fish presso l’Acquario di Genova il WWF presenta lo studio “Da dove viene il pesce che metti in tavola?”, lo studio che chiarisce le interdipendenze tra la domanda europea, i flussi di mercato globali e le implicazioni sociali che questi comportano nelle comunità dei Paesi in via di sviluppo. Tra i relatori Giulia Prato – Marine Officer WWF Italia, Cinzia Scaffidi – Vice Presidente Slow Food Italia, Simone Niedermuller – WWF Austria, Abdoulaye Papa Ndiaye – pescatore rete Slow Food Senegal e Segretario generale del Comité Local des Pêcheurs (Clp) de Ngaparou (Senegal) (TBC).
  • Mustafa Sabbagh, il fotografo “fedifrago” e la magia delle immagini. L’incontro a Palazzo Ducale per la Settimanale di Fotografia

    Mustafa Sabbagh, il fotografo “fedifrago” e la magia delle immagini. L’incontro a Palazzo Ducale per la Settimanale di Fotografia

    © Mustafa Sabbagh
    © Mustafa Sabbagh

    Il terzo incontro de “La Settimanale di Fotografia” porta a Genova un gigante della fotografia internazionale, che è al contempo un artista imprevedibile e provocatore. Nato in Giordania, da famiglia italo-palestinese, la sua fotografia è diventata fin da subito patrimonio mondiale per la moda e l’arte figurativa. La sua ricerca lo ha portato a stabilire che «La vera bellezza ferisce».

    Come è iniziata questa storia d’amore con la Fotografia?
    «È difficile dirlo, perché ognuno ha un suo linguaggio per parlare di certe cose. Forse la fotografia è stata sempre il linguaggio che mi apparteneva di più per parlare dei miei sentimenti verso il mondo. Certo, non sempre ci sono riuscito, ma per me ha la stessa valenza della parola. Quando ero piccolo, fotografavo per gioco, e quello che all’epoca avevamo a disposizione erano nelle polaroid, che sembravano per noi cose magiche: mi piaceva questa magia dell’immagine che appariva dopo una specie di pressione con il ditino. In realtà come tutti gli amori è difficile raccontarli e razionalizzarli».

     

    Ma c’è stato un momento in cui ti sei accorto che era diventata la tua vita
    «Ti dico la verità, non lo so neanche adesso, lo metto in dubbio sempre… come ogni storia d’amore, forse ha una data di scadenza, ma è scritta troppo piccola e non riesco a leggerla. Forse durerà all’infinito, o forse no, ma non vorrei darmi limiti, solo quando inizierò ad annoiarmi la lascerò, anche per rispetto della fotografia».

     

    Durante il percorso, fonte ispirazione particolare
    «Sono onnivoro, credo che un fotografo prima di tutto sia un accumulatore seriale, di cultura, immagini, film, suoni, sensazioni, incontro. Di questo ognuno fa la sua sintesi, lo spazio è quello che è, e si scarta quello che si ritiene superfluo. Prima o poi vengono fuori queste cose. Poi va detto che a me non piace razionalizzare, mi piace progettare, che vuol dire portare a termine delle idee. Ma devo dire che non mi piacciano neanche troppo gli obiettivi, perché potrebbero creare dei limiti, quando uno dovrebbe andare oltre ai suoi limiti».

     

    Esiste una scelta sbagliata che credi di aver fatto e che non riferisti?
    «Forse la mia troppa generosità: di fronte alla società io mi spoglio completamente, mi metto a nudo, e credo che sia un atto di generosità, e non di vanità. Questo mi è costato molta energia, ma ogni scelta che ho fatto la rifarei. Anche quelle sbagliate, perché ti lasciano qualcosa, costruiscono. Mi piace cambiare, e spesso quando vedo che i miei progetti stanno andando bene, mi viene da lasciarli li, perché credo che il peggior nemico di un creativo sia la noia. Per me è fondamentale trovare sempre tracce nuove, strade nuove. Per far capire agli altri che comunque puntare sempre sui punti migliori di se stesso, rischia di farti diventare come una fotocopiatrice».

     

    Come definiresti la tua fotografia, se si può definire ….
    «Forse sono egoista nel senso che io faccio sempre degli autoritratti anche quando “scatto gli altri”, forse in maniera onanistica, per un appagamento personale. Non penso che il mio dovere sia cambiare il mondo, il mio dovere è verso me stesso, cioè vedere il mondo attraverso di me. Mi piace il mondo com’è, anche con tutti i suoi problemi…».

     

    sabbagh-wpcf_390x500Parliamo della fotografia degli altri allora… oggi siamo bombardati da immagini..
    «Esatto, hai usato la parola giusta, siamo bombardati di immagini, non di fotografia. All’immagine manca il processo finale, rispetto alla fotografia che è un processo compiuto, dal pensarla fino a stamparla. Quelle che noi vediamo sono spesso immagini, che si fermano all’immateriale. A me interessa il processo finale, quello chimico… siamo bombardati di immagini ma conosciamo poco la fotografia».

     

    E cosa si potrebbe fare?
    «La quantità di informazione non è mai un difetto, dobbiamo solo allenarci a selezionare attraverso il nostro cervello qual è la parte più sana di quello che ci arriva. La fotografia è un processo democratico, tutti possono fotografare, ma come per le automobili, in molti hanno la patente ma in pochi finiscono a fare i piloti di formula uno. In realtà non cambia molto per il mondo della fotografia, e non credo sia pericoloso. L’unico pericolo che vedo è che chi si occupa di fotografia non sappia quello che sta facendo, il proprio ruolo e la profondità della materia».

     

    Sei un fotografo di fama internazionale, ma perché hai scelto proprio l’Italia da cui tutti scappano?
    «In questo momento storico credo che il mondo sia molto piccolo, non è importante dove hai il tuo armadio. Io posso spostarmi, e per una storia d’amore sono arrivato a Ferrara… il lato della vita privata è molto importante, e non voglio trascurarlo. In questo modo posso considerarmi fedifrago nei confronti della fotografia: io la tradisco sempre e lei non mi tradisce mai».

     

    Cosa porterai nel tuo workshop?
    «Farò lavorare loro, come ho sempre fatto. Non mi piace il fotografo vanitoso, che parla di sé, mi piacerebbe tirar fuori il meglio delle persone che ci saranno: sarà come una riunione di alcolisti anonimi, sarà un’orgia creativa. Ovviamente ho una specie di traccia nella mente, ma dopo poco, parlando con i ragazzi, avrà preso un’altra strada. Se non fosse così sarebbe falso. I cloni mi annoiano, e ce ne sono fin troppi in questa società, e non servono».

     

    Che consiglio vorresti dare ai chi vorrebbe diventare fotografo
    «Fammi questa domanda alla Settimanale, e vediamo cosa esce fuori…»

     

    Nicola Giordanella