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Scopri Genova e la Liguria, la sua storia, la tradizione, la cucina e le curiosità.

  • Tutti a bordo! Il viaggio diplomatico di una galea genovese del XIV secolo

    Tutti a bordo! Il viaggio diplomatico di una galea genovese del XIV secolo

    galea-galata«A chi giunge dal mare, il seno di Giano offre uno spettacolo d’ineguagliabile bellezza. Nel sole meridiano, Genova si staglia all’orizzonte, immobile, sospesa ai contrafforti che la sovrastano». Capita spesso di auto-citarsi, anche se l’auto-citazione può apparire un segno di civetteria. In questo caso non è così. Non v’è modo migliore di parlare d’una città che attraverso parole a lungo meditate. E vi assicuro che è quanto accaduto con l’introduzione al mio Genova e il mare nel Medioevo, recentemente edito da “il Mulino”. Per questo, mi auto-assolvo dall’auto-citazione, e proseguo: «E’ questa l’immagine fornita da molti viaggiatori medievali, colpiti dalle possenti strutture del suo porto, dalle mura imponenti, dai suoi palazzi ricoperti da marmi splendenti, dai suoi dintorni cosparsi di residenze di campagna, immerse in una vegetazione rigogliosa. E’ vero, Genova la si capisce meglio dal mare. E’ il mare a costituire, nel lungo millennio medievale, il primo ed essenziale richiamo per i suoi abitanti, i quali prosperano grazie al commercio e alle attività finanziarie, viaggiano da un capo all’altro del mondo conosciuto, si stabiliscono fuori patria, fondando qua e là non nuove città ma “atre Zenoe”, e nonostante ciò avvertono sempre e comunque il richiamo della madrepatria, eletta da tempo a “porta” d’Europa e del Mediterraneo».

    Ora, che cosa succederebbe se provassimo a calarci per un momento nella realtà dei viaggi per mare del tempo? Se salissimo a bordo di una galea genovese per compiere un viaggio alla volta di Alessandria d’Egitto?  L’Archivio di Stato di Genova conserva oltre 120 registri di bordo di galee genovesi, per la quasi totalità inediti, redatti tra il 1350 e il 1450 circa, densi d’informazioni sulla realtà dei viaggi per mare del tempo, ma concentrerò la mia attenzione su un singolo registro, a suo modo rappresentativo dell’insieme. Si tratta del libro mastro della galea Sant’Antonio, conservato sotto il numero 724, noto agli studiosi perché utilizzato negli anni Sessanta del secolo scorso da John Day per uno studio sui prezzi delle derrate alimentari alla fine del Trecento. Il manoscritto si presenta in discrete condizioni di conservazione. Si tratta d’un volume di carta filigranata – il soggetto è quello della freccia in scocca nell’arco rivolta verso l’alto – rilegato da un foglio di pergamena di cm. 15 x 40,4, composto da 5 fascicoli legati assieme di 12 fogli l’uno piegati a metà, per un totale di 60 fogli e 120 pagine. Sul «recto» di ciascuna carta, in alto a destra, è presente una numerazione romana progressiva, da c. I a c. CXVI, certamente originale, la quale s’interrompe (pur conteggiandole) in corrispondenza delle numerose carte bianche e di diverse altre carte senza una logica precisa. La cartulazione originaria è integralmente visibile.

    Destinazione Egitto

    L’identità dello scriba, Iacopo di Compagnono, emerge dalla c. I, che funge da intestazione per l’intero manoscritto: «Cartularium in quo continentur raciones gallee domini Silvestris de Marinis, scriptis [sic] et compoxite in Ianua per me Iacobum de Compagnono scribam dicte gallee, et in dicto volo quod detur fides et ad mayolem cautellam pono signum meum talle». Di grande interesse è il contenuto. La galea Sant’Antonio – per la precisione una galea da mercato a due alberi – prende il mare dal porto di Genova nella primavera del 1382 alla volta di Alessandria d’Egitto. Il Comune è appena uscito da un’aspra guerra navale combattuta contro Venezia, che ha creato dissapori col sultanato egiziano. Le continue vessazioni subite dai mercanti genovesi, ma anche veneziani e catalani, da parte delle autorità egiziane avevano già portato, nel 1369, a una sospensione del commercio genovese e veneziano con l’Egitto e la Siria e a una dimostrazione navale congiunta davanti al porto d’Alessandria. Ma tutto s’era risolto con un nulla di fatto. Nel 1383, i Genovesi dichiararono guerra all’Egitto, ufficializzando una situazione che si trascinava da troppo tempo. Non mancarono i tentativi di mediazione: un documento conservato nel fondo Diversorum dell’Archivio di Stato di Genova informa di come, il 9 gennaio del 1382, il doge Nicolò Guarco e il Consiglio degli Anziani stabilissero l’invio di due ambasciatori – un nobile, Cosma Italia, e un popolare, Marchione Petrarossa – presso la corte sultaniale (retta, a causa della minore età del legittimo titolare, dall’emiro Barquq) per trattare delle condizioni dei mercanti genovesi nelle terre nilotiche e siriane. Ebbene: il 20 marzo, i due ambasciatori furono accolti a bordo della Sant’Antonio dal patrono, Silvestro de Marini, in procinto di salpare per l’Oltremare. Il verbo utilizzato, “accogliere”, non deve stupire: l’imbarcazione non è di proprietà del Comune che, com’è noto, a differenza di Venezia, non aveva una flotta in pianta stabile, riservandosi di armare o noleggiare galee all’abbisogna. La Sant’Antonio è armata specificamente per un viaggio commerciale. Gli ambasciatori, dunque, vi salgono come normali passeggeri (ovviamente paganti).

    Il viaggio è organizzato nei minimi dettagli. Dalla metà di gennaio alla metà di marzo del 1382 sono effettuate numerose spese, definite dallo scriba «pro aconcio galee», destinate, cioè, alla messa a punto della galea. In particolare, si acquistano 4 cantari e 52 rotoli di stoppa (pari a circa 2 quintali e mezzo), 5 cantari di pece di Romània, pece di fiandra, legname, chiodi, 6 cantari di sego di Caffa «pro ungendo galeam», e poi un numero elevatissimo d’attrezzature di bordo, obbligatorie secondo gli statuti (bandiere, remi, pennoni, sacchi, recipienti di vario tipo) e provviste durevoli: pesci salati, tonno, sardine, carne affumicata, lenticchie, fave, ceci, zucchero, spezie, riso, aceto, acqua. Particolare attenzione è dedicata, inoltre, al riattamento dello scandolaro, la camera di poppa destinato ad ospitare i mercanti e gli ambasciatori.

    Il Mediteranneo a bordo

    Il registro non specifica le misure dell’imbarcazione; tuttavia, secondo il Liber Gazarie, elencante le caratteristiche tecniche che una galea doveva possedere per recarsi «ultra Sciciliam, ad partes Romanie et Syrie», possiamo ipotizzare che la Sant’Antonio fosse lunga da ruota a ruota circa 40 metri, larga al ponte 6 metri ed alta al puntale 3 metri e mezzo. Insomma, v’era parecchio spazio per ospitare, oltre ai mercanti e agli ambasciatori, tutti i 194 uomini dell’equipaggio, comprendenti il patrono, il comito, il subcomito, lo scriba, un cambusiere, 16 balestrieri, 4 cordai, 2 sarti, un calafato, un macellaio e ben 174 rematori: grossomodo la cifra indicata dagli statuti per le galee in partenza per il Levante. Lo scriba fornisce un elenco dettagliato di tutto il personale di bordo, la cui origine etnica è quanto mai varia: 38 uomini si dichiarano genovesi, 36 provengono dalla riviera di Levante, 16 da quella di Ponente, ma vi sono anche 19 uomini provenienti dall’Appennino ligure, 4 dalla Corsica (in particolare da Bonifacio), 2 dalla Sicilia, singoli personaggi da Parma, Asti e Padova; e poi dal Levante: 15 da Pera, 7 da Caffa (ma sono in totale 29 coloro che provengono dal Mar Nero), 5 da Chio, 2 da Cipro, e poi altri ancora da Cordova, Maiorca, Trapani, Trebisonda, Simisso, Zara, i quali s’imbarcano tutti da Genova, secondo una prassi che non deve stupire. Non sempre lo scriba ne riporta la specifica mansione, anche se sappiamo che tra di essi v’era un «barberio» (una sorta di chirurgo), un cuoco, un «senescalco», un trombettiere, un maestro d’ascia. In molti casi egli annota, però, la professione esercitata a terra, la quale poteva risultare di qualche utilità nel corso della permanenza in mare.

    faro-dalessandriaLa rotta e le soste

    Di grande interesse è l’itinerario compiuto dalla galea. La partenza avviene da Genova il 20 di marzo. Inizialmente si naviga «per costeriam», lungo la costa, per brevi tragitti, fermandosi quasi ogni giorno. A fronte di 104 giorni di navigazione, l’imbarcazione è ferma ben 143 giorni: il viaggio di andata dura 44 giorni; quello di ritorno 60. Tuttavia, i giorni effettivi di navigazione sono quasi identici: 40 all’andata e 42 al ritorno. La galea, a ogni modo, percorre in tutto oltre 5100 miglia marine (circa 9400 km) in 123 giorni di viaggio, a una velocità media di circa 41, 5 miglia (76,9 km) al giorno. Tra Castelfranco (Kastelli) e Sfakion, probabilmente perché spinta dai venti del Nord Ovest, essa compie in via eccezionale un giro di 85 miglia in un giorno; tra Gaeta e Genova copre, invece, una distanza di 300 miglia in 4 giorni.

    Le numerose soste permettono all’equipaggio di scendere a terra piuttosto spesso per mangiare cibi freschi. Ciò non esime, naturalmente, dal dotarsi di vettovaglie abbondanti già al momento della partenza. Il 20 marzo si comprano, infatti, 100 cantari di biscotto (pari a circa 50 quintali), l’alimentazione di base del marinaio. Lo stesso giorno è corrisposta ai marinai anche la prima rata del salario. La prima tappa è La Spezia, dove si compra del pane, dei pesci e due barili di vino. Un più ampio rifornimento di vino è compiuto a Lerici, tradizionale luogo di rifornimento (al pari dell’intera riviera di Levante) del principale porto ligure. Il 23 marzo la nave è a Livorno; il 26 a Civitavecchia dove si compra dell’«erbagio»: verdure fresche ed erbe aromatiche; il 28 raggiunge Gaeta; il 30 è a Napoli, dove sosta sino al 2 aprile. Tre giorni dopo tocca San Lucido, sulla costa, quindi, in successione, Tropea, Messina, Reggio e nuovamente Messina. Dopodiché, abbandona le coste italiche: il 14 aprile la Sant’Antonio guadagna Corfù; il 22 Modone; poi effettua tre soste a Creta, a Castrofranco (oggi Francocastello), il 24 aprile, a Sfakion il 25, a Samarias il 26, località che si trovano in sequenza da Levante ad Ponente: si tratta verosimilmente di soste programmate per l’approvvigionamento dell’acqua. Dopo Samarias, infatti, si prosegue sino ad Alessandria, raggiunta il 3 di maggio. A questo punto inizia un lungo periodo di navigazione di cabotaggio nell’area del Mediterraneo sud-orientale della durata di quattro mesi e mezzo. L’itinerario compiuto dalla galea ha un ché di frenetico: ripartita l’8 maggio dal porto egiziano, la Sant’Antonio tocca in sequenza Beirut, il 14 maggio, Famagosta, il 20, ancora Beirut, il 22, Tripoli di Siria, tra il 23 ed il 28, ancora Famagosta, tra l’1 ed il 10 giugno, Alaya, sulla costa turca, il 14 di giugno, nuovamente Famagosta, tra il 20 giugno ed il 3 luglio, e poi di nuovo Beirut, il 5 luglio, Famagosta, tra il 7 luglio ed il 1 agosto, e infine Alessandria, il 10 agosto, dove si ferma sino al 22 settembre.

    Non sappiamo quanto questo continuo andirivieni tra un porto e l’altro del Mediterraneo orientale dipenda dalla missione degli ambasciatori piuttosto che dalle necessità dei mercanti. Purtroppo, il registro non fornisce alcuna notizia sul tipo di merce presente a bordo. Le uniche notazioni circa l’attività mercantile esercitata dai passeggeri della Sant’Antonio, concentrate nell’ultimo fascicolo del manoscritto, riguardano lo scriba: lungo il viaggio, egli commercia grosse qualità di tessuti inglesi, irlandesi e fiorentini (due balle di lana inglese; cinquantacinque pezzi di Sayes d’Irlanda; ottocentotrenta pelli di ermellino; due pezzi di stoffa in lana fiorentina; cinque fasci di filo di velata acquistato a Napoli) e acquista pesce e carne salata, il tutto per un valore complessivo di 980 fiorini. A Famagosta, Beirut ed Alessandria compra, invece, ventotto pelli di cammello, 27 once di perle di Damasco (circa 990 grammi), e poi gioielli e stoffe di vari colori. E’ probabile che i mercanti presenti a bordo facessero altrettanto, ed è forse questo il motivo per cui il vitto del viaggio di ritorno risulta più consistente e vario. Il 10 agosto si compra, infatti, una notevole quantità di cibo: quaranta quaglie, cavoli, carne, pesce, uva, olio, pollastri, limoni, ecc. La rotta seguita è leggermente diversa da quella di andata. Si riparte il 22 settembre, passando sopra Creta, toccando Rodi, Zante, Corfù. Quindi si passa in Italia all’altezza di Otranto, dove si arriva il 29 ottobre. Dopodiché ci si dirige verso la Calabria, toccando Reggio e Messina, poi Gaeta; infine, si guadagna Genova il 21 novembre.

    Non mi soffermo sui molti altri dati forniti dal registro, riguardanti i prezzi delle merci acquistate, i pesi, le misure, i cambi monetari: elementi tutti annotati dallo scriba, che utilizza monetazioni differenti a seconda del luogo, segnalando di volta in volta il relativo tasso di cambio. Quel che ho voluto mostrare è come sia possibile leggere dentro un registro del genere tutta la complessità della vita marinara del tempo. Il registro della Sant’Antonio è un esempio eloquente della quotidiana frequentazione marinara genovese, fatta di commercio e diplomazia, guerre ed esplorazioni. Elementi, questi, d’una storia che ha nel mare la sua sintesi più efficace.

    Antonio Musarra


    Post scriptum.
    E gli ambasciatori? La loro missione non avrà successo. L’anno successivo il Comune si vedrà costretto a interrompere del tutto i traffici con l’Egitto, dando avvio a un conflitto che si concluderà con una pace precaria soltanto due anni dopo. Le ostilità, tuttavia, dureranno per decenni, influendo negativamente sulla bilancia commerciale.

     

  • Buridda di seppie, una squisita ricetta tipicamente genovese

    Buridda di seppie, una squisita ricetta tipicamente genovese

    Buridda di seppieIngredienti

    800 gr di seppie, 1 ciuffo di prezzemolo, 1 spicchio d’aglio, 15 gr di funghi secchi, 2 acciughe salate, mezzo bicchiere di vino bianco secco, olio extravergine di oliva, 1 cucchiaio di estratto di pomodoro, 1 manciata di pinoli, 2oo gr di piselli.

     Preparazione

    Lavate, pulite e tagliate a listarelle le seppie. Mettete a bagno i funghi in acqua tiepida, strizzateli e tritateli.

    Tagliate l’aglio e il prezzemolo, diliscate le acciughe e sciogliete i filetti nell’olio.

    Disponete le seppie in un tegame, possibilmente di terracotta, quini unitevi il trito di aglio e prezzemolo e fate rosolare il tutto. Insaporite e bagnate col vino.

    Una volta evaporato l’alcool, aggiugete i funghi tritati e l’estratto di pomodoro diluito in acqua calda. Salate e fate cuocere per circa mezz’ora. Verso fine cottura, aggiungete i piselli e i pinoli.

    Un’ottima variante della ricetta della buridda, prevede l’utilizzo delle patate o dei carciofi al posto dei piselli.

     

  • New York, da Ellis Island a Brooklyn: viaggio nel passato, sulle tracce del vecchio zio

    New York, da Ellis Island a Brooklyn: viaggio nel passato, sulle tracce del vecchio zio

    newyork-diegoarboreEra una tiepida mattina di maggio, il sole aveva fatto un cammeo durante le prime ore per poi non presentarsi più, lasciando il posto a una grigia foschia.
    Leggevo La Baia di H.J.Michener, un capolavoro semisconosciuto della letteratura del Novecento ricevuto in regalo da mia zia (era un’edizione risalente al 1980 perfettamente conservata, dal valore umano inestimabile): racconta quattro secoli di storia nordamericana romanzata ad arte, dall’arrivo dei primi europei nelle Americhe fino quasi ai giorni nostri.
    Al suo interno, tra due pagine ingiallite e incollate dal tempo ho trovato una busta, conteneva una fotografia in bianco e nero ritraente un uomo di bell’aspetto, magro ed elegante, che indossava un abbondante abito grigio e scarpe in cuoio con la punta consumata, teneva in mano un cappello e al suo fianco una valigia legata solo da uno spago, dietro di lui, oltre la prua di una nave si stagliava il ponte di Brooklyn.
    L’uomo nella fotografia era Luigi Barretta, il prozio di mio padre, partito nel 1904 con destinazione New York. Aveva la mano veloce, ma a differenza dei suoi compaesani cuciva e non sparava, tagliava le stoffe più pregiate componendo abiti su misura come nessuno nel suo paese natio, Stilo, un piccolo borgo medioevale, pigramente adagiato ai piedi del monte Consolino in provincia di Reggio Calabria.
    Agli inizi del Novecento la vita era polverosa come le strade del paese, la fame si incontrava per strada e ti guardava negli occhi, come un vecchio sporco cane randagio, fino a farti morire.
    Era apprezzato per la qualità dei suoi abiti, tuttavia i guadagni si riducevano al lumicino, i lavori più onerosi scarseggiavano e nell’ultimo anno si limitava a rammendare indumenti lisi e sgualciti di chi non se ne poteva permettere di nuovi.
    Decise così di intraprendere il primo viaggio verso l’America con l’intento futuro di portare tutta la famiglia nella terra dei sogni, trasferendosi a Brooklyn.

    Svolse i lavori più umili prima di essere assunto come sarto dentro un magazzino di abbigliamento, dove il suo talento fu finalmente riconosciuto e, grazie alla parsimonia e alle cospicue mance, in breve tempo riuscì ad aprire una bottega tutta sua.
    In due anni la piccola bottega divenne una catena precorritrice dei moderni supermercati, dove era possibile acquistare generi alimentari, abbigliamento e articoli per la casa.
    Cedette le sue attività a un facoltoso magnate e fece perdere le sue tracce in circostanze ignote, forse avido dei soldi guadagnati o semplicemente perché li doveva a qualcuno. In Italia lo aspettarono invano, di lui è arrivata solo quella fotografia e delle cartoline spedite a parenti ormai scomparsi.
    Ho riposto la busta nel libro e dopo un’ultima occhiata alla fotografia sentivo ardere una missione dentro di me, ripercorrere la strada di Luigi Barretta e, contrariamente a lui, ritornare a casa.
    Esattamente dopo quattro mesi ero in fila ai lunghi controlli del JFK di New York. Diversamente dal mio antenato, vestivo pantaloni corti e t-shirt, in mano tenevo ben salda la reflex pronta a scattare non appena avessi ricevuto il via libera per entrare negli States.

    Il taxi viaggiava oltre i limiti consentiti, il conducente era un loquace ragazzo afroamericano improvvisato cicerone che spacciava luoghi apparentemente anonimi come scenari di alcuni dei film più famosi. Dal finestrino passavano le immagini delle case a schiera e i campetti da basket del Queens fino a sfociare nell’East river per poi entrare nel muro di grattacieli proprio quando il sole, calando, disegnava l’inconfondibile silhouette di Manhattan nel cielo serale.
    L’appartamento era piccolo e confortevole nella tranquilla ed elegante Chelsea, la proprietaria, una ragazza con cui non ho avuto modo di parlare se non tramite email, aveva lasciato tutto a mia disposizione, compresa una collezione dei suoi personali oggetti di piacere.
    Il Chelsea Market era il luogo adatto dove trovare una vasta scelta di ristoranti, distava pochi isolati. Dopo una doccia rinfrescante, mi sono incamminato lungo i viali alberati illuminati dalle insegne al neon dei locali, come nei migliori quadri di Hopper. Dopo la cena a base di aragosta e sushi, sono rientrato per riposare: la mattina seguente dovevo affrontare la prima tappa del viaggio di Luigi Barretta, la piccola Ellis Island.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Una leggera coperta di nubi conferiva al mare un aspetto non diverso da una colata di piombo fuso, un peschereccio rientrava dalla notte accompagnato dalla danza dei gabbiani sulla cresta dell’onda e una frotta di turisti era assiepata sul molo, in attesa del battello.
    Questo isolotto, ormai adibito a museo, in passato aveva accolto 12 milioni d’immigrati, tra i suoi muri si respira ancora l’odore dei corpi ammassati in attesa delle visite mediche e delle valigie di pelle accatastate.
    Vecchie stampe sulle pareti ritraevano i volti provati ma felici delle famiglie appena sbarcate, gli occhi inconsapevoli dei bambini e quelli pieni di speranza e illusione delle famiglie, come quelli di Luigi ai piedi del ponte di Brooklyn.
    L’emozione è diventata ancora più grande quando negli archivi pubblici ho trovato un documento attestante che il 17 maggio del 1904 all’età di diciannove anni Luigi Barretta era sbarcato negli Stati Uniti d’America sulla nave Palatia partita da Palermo.
    Mia zia, che nel frattempo seguiva le mie gesta oltre Atlantico, era riuscita a reperire un indirizzo grazie ad una vecchia cartolina: al 1430 di Coney Island Avenue di Brooklyn, Luigi aveva aperto la sua prima bottega, la meta adesso era concreta, ma prima c’era da visitare la Grande Mela.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    In estate a New York fa caldo, per usare un blando eufemismo, un umido vento torrido soffiava e si fermava come il mantice di un camino, l’asfalto si scioglieva e dalle viscere saliva un nauseabondo vapore, un odore acre come di verdure avariate.
    I graffiti sui muri appaiono senza preavviso, inerpicandosi in alto come edere abbandonate. Lo sguardo si perde nello zigzagare delle scale antincendio delle palazzine fino ad arrivare sui tetti dove grosse cisterne d’acqua ricordano razzi pronti a partire.
    La città è un serpente che cambia pelle. È sufficiente cambiare strada per trovarsi dalla sporca e caotica Chinatown ai colori allegri e la musica di Little Italy, dalle pericolose facce di canal street all’eleganza del Tribeca e del Financial district.
    L’aria vintage del Greenwich village e dei negozi di abiti e vinili usati, lo stile british di Chelsea e quello artistico di Soho e delle gallerie d’arte mentre tutto ruota attorno a un centro, dove il tempo non esiste, si ferma e ti accoglie in qualsiasi veste tu sia, quel luogo si chiama Times square.
    Camminando tra le insegne luminose dei teatri e delle pubblicità, s’incontrano cespugli di capelli e pantaloni a zampa, predicatori e mendicanti, artisti di strada, suonatori improvvisati e narcolettici sdraiati negli antri più impensabili distesi come fachiri e vagabondi che camminano senza meta con la sola anima come fissa dimora.
    Il fumo dei carretti ambulanti e quell’aroma speziato del Kebab si aggrappa ai rivoli di vento arrivando fino a Central Park per poi svanire disperso tra le fronde dei rami di quercia rossa e le fragranze acerbe dell’erba fresca.
    Le foglie, mosse da una lieve brezza, ballano al ritmo di una fisarmonica gitana, altre si staccano come lacrime a ogni accordo di chitarra dedicato a John Lennon, le più intraprendenti si sono spinte fino al lago per galleggiare insieme alle barche a remi circondate da una corona di grattacieli, ormai diventati un uniforme ombra nera.
    Una ragazza, capelli castani al vento e il volto coperto dalla sua fotocamera, tenta di scattare un’immagine di un papà che tiene in braccio il suo bambino: era la sua foto e così ho lasciato che fosse, un’immagine bellissima di chi l’aveva vista e inseguita con tanto amore da non voltarsi nemmeno un secondo per svelare un viso che resta un mistero.

    Brooklyn intanto scalpitava, ed io con lei. Sentivo un fuoco scoppiettare dentro di me, solo la notte ci divideva, aspettavo quieto e pensante come un cowboy di fronte a un falò in una notte stellata, soltanto il sole avrebbe svelato la strada.
    Le sue popolose strade sono un groviglio di etnie e stili differenti, lunghissimi viali alberati s’incrociano con le interminabili file di negozi e ristoranti per poi svanire nel nulla in perfetto stile americano.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    L’indirizzo era quello giusto, l’insegna gialla riportava caratteri orientali in quella che un tempo era la bottega di Luigi, ora sorgeva un pessimo ristorante cinese.
    Mi sono guardato allo specchio, dove era riflesso quell’orribile gatto che mi salutava con la zampa e che pareva sbeffeggiarsi di me. Il mio viso deluso era un libro aperto, ma non potevo aspettarmi altro dopo un secolo dalla sua chiusura.
    Chinandomi per andare via, un uomo con un abito grigio mi scontra: due scarpe in cuoio consumate sulla punta si avvicinano a me, la sua mano raccoglie il mio zaino e me lo porge, pronunciando con una voce calda e familiare un semplice “chiedo scusa”. Poi, si allontana e, prima di voltare l’angolo, calza il cappello per sparire con la sua valigia mischiandosi tra folla.


    Diego Arbore

  • Tomaxelle, ingredienti e ricetta del piatto genovese a base di carne

    Tomaxelle, ingredienti e ricetta del piatto genovese a base di carne

    TomaxelleL’estate sta finendo, forse, ma ogni stagione ha il suo perchè. In autunno, la tavola si arricchisce di sapori straordinari, regalandoci piatti che sapranno consolarci dalla crisi del rientro. Prepariamoci con le tomaxelle ripiene, una ricetta facile e di resa, che ci farà tornare il sorriso.

    Ingredienti (4 persone)

    8 fettine di carne tagliate molto sottili, 200 gr di piselli, olio d’oliva, una gamba di sedano, una cipolla piccola, una carota, un bicchiere di vino bianco secco, brodo vegetale.

    Per il ripieno:  200 gr di bietole, 200 gr di spinaci, 20 gr di grana, 20 gr di funghi secchi ammollati in acqua tiepida, 10 gr di pinoli appena tostati con un goccio di olio d’oliva, 2 uova, foglie di prezzemolo, un rametto di maggiorana, uno spicchio di aglio, sale q.b.

    Preparazione delle tomaxelle

    Preparate del brodo vegetale. Nel frattempo tritate e amalgamate i vari componenti del ripieno, che potete variare a seconda dei vostri gusti. Battete bene le fettine di carne e farcitele con il ripieno preparato, arrotolatele e fermatele con degli stecchini. Mettete in una casseruola un po’ di olio d’oliva e un trito di sedano, carota e una piccola cipolla; fate rosolare il tutto con gli involtini di carne. Aggiungere il vino bianco secco, i piselli (a piacere) e continuate la cottura versando via via il brodo vegetale caldo che avete preparato a inizio ricetta. Cuocete a fuoco lento per circa mezz’ora. Servite tiepido.

  • In tuo nome, coerenza

    In tuo nome, coerenza

    lettere-luna-coerenzaNon ho paura di perderti, ho paura di non cercarti più.
    Quando giunge il tempo stanco, l’insofferenza, l’irrisolutezza, diventi un progetto ambizioso la cui realizzazione è sempre più distante, come una calotta che si scioglie e si ritrae davanti alla prua.

    Come è difficile avere fede, la fede è fiducia prima che devozione, è seguire un uomo di spalle senza averlo mai visto in faccia.

    In tuo nome, coerenza, amore lontano, ragione di vita, senso vacuo e profondo, in tuo nome, tutto questo procedere.

    In tuo nome correggersi, rileggersi, consapevoli che esistere è un’equazione che non ha risultato, che non ha soluzione. Coscienti che è dentro prima che fuori, sentire prima che fare. In tuo nome, coerenza, carta velina, il fuori sopra il dentro, in tuo nome, ricalcare.

     

    Gabriele Serpe

  • Tra Genova ed Ecuador, con parole, sogni e poesie. La storia di Viviana Barres

    Tra Genova ed Ecuador, con parole, sogni e poesie. La storia di Viviana Barres

    viviana-barres-01La storia della nuova genovese di oggi, Viviana Barres, ci racconta una storia di migrazione come naturale inclinazione dell’essere umano al cambiamento, alla ricerca di opportunità per migliorare la propria vita e realizzare le proprie inclinazioni, non determinata da necessità immediate di carattere politico o economico. Nella nostra città Viviana si è fermata quasi per caso, incerta fra l’inseguire il “sogno nel cassetto” di ragazza, a un passo dalla realizzazione – recitare come attrice in una telenovela in onda sull’emittente televisiva Ecuavisa- e le possibilità più incerte offerte dalla vita in Italia. Lei ha scelto, non senza qualche rimpianto, l’incerto e negli anni in cui ha abitato a Genova ha cambiato numerosi lavori, in parte per necessità, in parte per un’inclinazione personale alla ricerca della novità e del cambiamento. Anche nella storia di Viviana troviamo un tema ricorrente: la difficoltà, talora la totale impossibilità, di vedere riconosciuti in Italia titoli scolastici e accademici acquisiti nel paese di origine.

    Il mondo cinematografico e televisivo non è mai scomparso dal suo orizzonte e, oltre alla conduzione del Tg Latinos di TeleGenova alcuni anni fa, Viviana è stata la protagonista di due delle puntate di Radici, una dedicata al suo paese d’origine e una a Genova. Un programma in onda su Rai3 nazionale che racconta appunto l’altra migrazione, quella che non arriva con i barconi e che è inserita con successo nel tessuto sociale e economico italiano, mediaticamente meno notiziabile, ma maggioritaria dal punto di vista numerico. Radici ha offerto al pubblico italiano la possibilità di conoscere i paesi d’origine dei nuovi cittadini attraverso gli occhi dei protagonisti dei documentari.

    Come afferma Viviana, quando la migrazione è ben radicata nel territorio di arrivo, è all’origine di quella che potremmo definire una doppia appartenenza, sentimentale e culturale. Le persone sentono come propria la città in cui risiedono, senza per questo recidere i legami affettivi e linguistici con la terra d’origine. Un aspetto che emerge con decisione dall’antologia poetica “Dove le parole sono sogni. Un viaggio poetico tra Ecuador e Genova”, pubblicata nel 2013 da Liberodiscrivere edizioni e realizzato grazie alla collaborazione tra il Consolato dell’Ecuador, il Festival Internazionale della Poesia e il Comune di Genova.

    Il libro in una delle sue sezioni raccoglie le opere poetiche e narrative dei partecipanti a tre concorsi letterari e artistici, in prevalenza giovani under 30 di origine straniera, arrivati in età prescolare o scolare o nati in Italia da genitori immigrati. Nei testi c’è una forte presenza dei temi legati alla propria esperienza migratoria: il viaggio, la diaspora, la nostalgia per il paese d’origine, il senso di appartenenza, la percezione della nuova città e l’esperienza del dialogo sociale e interculturale. Alcune opere poetiche e testi musicali affrontano in maniera esplicita il sentimento della doppia appartenenza affettiva e culturale. Nelle opere pervenute al concorso c’è però anche una linea personale e intimista e un’altra che affronta i temi sociali in maniera più generale.

    Dove le parole sono sogni è il risultato di una bella iniziativa nata in ambito latinoamericano e che in itinere si è rivelata realmente “interculturale”, raccogliendo l’interesse e la partecipazione di molte altre persone, sia di origine straniera che italiane. Come abbiamo già evidenziato parlando di letteratura della migrazione, le opere artistiche e letterarie degli autori stranieri in Italia possono essere utilissime per comprendere e ricostruire la storia del complesso rapporto fra la società italiana e i suoi nuovi cittadini, per mettere in discussione punti di vista etnocentrici, certezze e stereotipi.

    Tuttavia, la poesia, la letteratura e le altre arti restano prima di tutto un’espressione creativa personale, in fondo irriducibile a qualsiasi categorizzazione legata all’origine degli autori: di fatto non esistono scrittori o poeti migranti, esistono scrittori e poeti la cui opera è influenzata, come avviene per tutti, dalla propria esperienza di vita.

    viviana-barres-02Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Italia sono arrivata più di venti anni fa. In Ecuador stavo frequentando la facoltà di economia e nel frattempo avevo cambiato già alcuni lavori temporanei. Credo che cambiare spesso sia nel mio spirito, perché lo sto facendo anche ora. Mia madre, che già abitava in Italia, a Genova, mi diceva: vieni qua, prova cambiare vita, magari guadagnerai di più. E quando mia sorella, che nel frattempo si era innamorata di un ragazzo italiano, ha deciso di sposarsi e mi ha invitata al suo matrimonio, sono venuta in Italia per partecipare alla cerimonia. All’inizio è stato uno shock, soprattutto per la lingua, io non parlavo l’italiano, ma sono stata aiutata dalla presenza di parenti, amici e conoscenti che già da alcuni anni erano in città. Mia madre mi ha detto: prova a fermarti ancora qualche settimana, vedi se ce la fai, c’è una signora che sta cercando una ragazza che le tenga i bambini al mare».

    «È stata un’esperienza utile perché i bambini non ti criticano per gli errori di grammatica e con loro mi sentivo a mio agio. Quando sono arrivata a Genova, era maggio. Vicino al tempo dell’estate, della spiaggia e del mare, delle feste e così mi sono decisa a restare qualche mese. E ora, sono sono qua da più di venti anni».

    Come ti sei trovata nel tuo nuovo ambiente di vita? Ci sono differenze tra i tuoi primi anni in Italia e oggi?
    «All’inizio, quando stai vivendo una situazione nuova, vedi tutto diversamente, vedi tutto più bello. A parte lo shock iniziale della lingua, mi sono trovata molto bene nei primi anni a Genova. Mi sembra che in Italia l’ambiente fosse in generale molto più rilassato, accogliente. Ora i nervi sono tesi ovunque, non solo a Genova. Per uno straniero che arriva oggi, credo che sia tutto più difficile. Oggi è molto più frequente sentire in giro, soprattutto sull’autobus, persone che attaccano gli stranieri e per quello che ha fatto uno, vorrebbero far pagare tutti. A me non è mai capitato personalmente, ma sono situazioni che ho visto spesso negli ultimi anni. La città comunque mi piace, metà della mia vita è qua, metà in Ecuador. A volte penso che, se tornassi in Ecuador, l’Italia mi mancherebbe, degli amici che avevo allora, non so quanti ne ritroverei, forse uno o due. C’è stato solo un periodo in cui stavo molto male e desideravo tornare. Quando ti senti giù di morale e di spirito, ti viene voglia di ritrovare le tue origini».

    Prima di partire, avevi un “sogno nel cassetto” o un’aspirazione particolare?
    «In Ecuador, prima di partire, avevo risposto a un annuncio in cui cercavano attrici per una telenovela. Ho mandato il curriculum, ho fatto il provino e sono stata presa per recitare una parte. Era già tutto pronto, stavo già studiando il copione. Venendo in Italia per partecipare al matrimonio, ho perso la mia possibilità di lavorare nello spettacolo in Ecuador. Praticamente è come se avessi chiuso i miei sogni nel cassetto. Ogni tanto mi faccio delle domande: come sarebbe stata la mia vita se avessi continuato a recitare nella mia telenovela? E, invece, non sono neppure riuscita a sapere come è andata a finire la storia. Un’altra mia passione è la poesia, a me piace molto scrivere e negli ultimi anni ho partecipato ad alcuni concorsi, tutti a livello italiano. Per ora non ho nulla di pubblicato, anche le mie poesie sono tutte nel cassetto».

    In Italia hai cercato di inserirti nel mondo della televisione e dello spettacolo o ti sei concentrata su altre cose?
    «All’inizio non so neanche io perché, ma non ci ho provato, mi sono concentrata sugli studi e su altre attività. Ora invece sto pensando di riprovarci! Nel 2011 c’è stata la mia prima esperienza televisiva in Italia, il Tg Latinos di TeleGenova, un notiziario in lingua spagnola rivolto ai latinoamericani di Genova. Io mi occupavo degli eventi, di cosa succedeva nella città, e un’altra ragazza delle notizie di cronaca e politica dei paesi latinoamericani. Il Tg Latinos è durato due anni, poi ha chiuso per la crisi dell’emittente televisiva che lo aveva ideato. In seguito, sono stata contattata da Davide De Michelis, giornalista di Torino che stava lavorando a Radici, un programma che vuole far conoscere come uno straniero ha vissuto nel suo paese e come vive in Italia, le differenze che ci sono, come se l’è cavata nel nuovo ambiente. Nella prima parte, sono stata la protagonista di un documentario girato in Ecuador, nel quale racconto la storia della città in cui sono nata, Guayaquil, e la storia dei miei parenti, da Quito alle Isole Galapagos! Infatti, mentre io sono emigrata in Italia, loro si sono spesso spostati all’interno dell’Ecuador in migrazioni interne. Quando c’è stato il terremoto, che ha distrutto intere famiglie e danneggiato pesantemente varie zone dell’Ecuador, è stato molto duro pensare a come sarebbero stati ridotti molti luoghi del mio paese che ho avuto occasione di rivedere o vedere per la prima volta grazie a Radici. Questa primavera è stata girata la seconda puntata, ambientata a Genova, nella quale racconto la mia esperienza in città e in Italia. Lavorando per il Tg, ho conosciuto molte persone nell’ambito del cinema e dello spettacolo, e forse per questo mi hanno contattato per prendere parte a una produzione filmica cinese ambientata nel centro storico di Genova, che andrà in onda sulla televisione nazionale. Sul set ho conosciuto molte persone che mi hanno invitato a riprovare la carriera nell’ambito della televisione e dello spettacolo».

    viviana-barres-03Quali altre esperienze significative di studio e lavoro hai avuto a Genova?
    «Appena arrivata avrei voluto riprendere l’Università, quando ho scoperto che c’era da ricominciare tutto a capo. Per prima cosa ho fatto un corso di alfabetizzazione linguistica per imparare bene l’italiano a livello di grammatica e di sintassi, e in seguito mi sono iscritta alla scuola superiore. Inizialmente ragioneria, che avevo già frequentato in Ecuador. Era davvero pesante riprendere in mano cose già studiate anni prima, e per questo sono passata al corso dell’Istituto Bergese per tecnico di cucina, che era una delle mie passioni. Con il diploma mi sono potuta riscrivere all’Università e ho lavorato due anni come cuoca. Un’esperienza davvero faticosa, ma anche meravigliosa, come tutte le esperienze che ci arricchiscono. Negli anni successivi, grazie a un corso che prevedeva un tirocinio in un ente, sono entrata a lavorare come insegnante nel settore del doposcuola, dove mi occupavo di assistenza per i compiti in varie materie: matematica, spagnolo, italiano. Ho lavorato 5 anni, poi ne sono uscita per la crisi, ero una delle ultime assunte, il mio era il contratto più recente».

    «Un’altra esperienza interessante è stata il corso di Migrantour. Noi non siamo guide turistiche, siamo stranieri che fanno conoscere la parte della città (nel mio caso Genova anche se Migrantour ha sede a Torino ed è attivo in molte altre città) più simile ai nostri paesi!».

    Nel 2013 hai curato un’antologia poetica dedicata agli autori ecuadoriani e a poeti e artisti delle nuove generazioni. Ci puoi raccontare questa esperienza?
    «Nel 2009, tramite il consolato ecuadoriano, è stato organizzato il primo concorso di poesia dedicato agli artisti ecuadoriani, nell’ambito del Festival della Poesia di Genova, intitolato al poeta Jorge Enrique Adoum, aperto sia a opere in lingua italiana che in lingua spagnola.In questo primo concorso, molte delle poesie pervenute erano incentrate proprio sul tema della terra di origine, della mancanza, della nostalgia per il proprio paese. Io mi sono occupata dell’organizzazione della seconda edizione, che a differenza della prima è stata aperta anche a concorrenti non latinoamericani. A questo concorso hanno partecipato anche italiani e autori di altre nazionalità, fra le vincitrici c’è stata anche una ragazza albanese. Molte poesie erano sulle esperienze personali e in generale sul vissuto in Italia, a Genova, alcune sulle donne, sulla condizione femminile, alcune sull’amore o sui sentimenti. Nel 2012 è stato indetto il terzo concorso. A voce alta era un concorso di musica, poesia e danza riservato a giovani artisti under 30, sempre aperto anche ad autori non latinoamericani».

    «Dove le parole sono sogni, il libro che ho curato nel 2013 per le edizioni Liberodiscrivere, è un’antologia poetica che raccoglie i lavori dei vincitori dei tre concorsi letterari, le opere di poeti e artisti ecuadoriani che hanno partecipato alle varie edizioni del Festival della Poesia e alcuni testi di detenuti/e che hanno partecipato ad alcuni laboratori di scrittura tenuti nel periodo del Festival dai poeti ecuadoriani. Io non ho partecipato ai concorso perché ero coinvolta nella giuria…però è un periodo in cui ho scritto io stessa molte poesie! Ricordo che nei primi giorni non arrivava quasi nulla, iniziavo a essere ansiosa per questo, e ho iniziato a scrivere moltissimo. Per fortuna, poco prima della chiusura, sono arrivate moltissime poesie».

    I ragazzi e le ragazze che hanno partecipato al concorso si sono espressi in prevalenza in spagnolo o nella loro lingua madre o in italiano? Quali temi erano affrontati?
    «Alcuni dei ragazzi latinoamericani hanno scritto in spagnolo, altri in italiano. In generale penso che tutti scrivano del loro stato d’animo, di come si sentono nel momento e, come ti dicevo, molte poesie erano legate all’esperienza della migrazione e della nostalgia per il paese di origine. La necessità di scrivere si sente di più quando ti senti stressato, o giù di morale. Se tutto è lineare, è più difficile sentire la spinta alla scrittura. Però molte delle poesie arrivate, soprattutto delle ragazze più giovani, erano legate a questioni più private, al proprio stato d’animo in una storia d’amore, a esperienze e sentimenti personali».

    Andrea Macciò

  • Genova alla conquista di Costantinopoli, il capolavoro politico di Guglielmo Boccanegra

    Genova alla conquista di Costantinopoli, il capolavoro politico di Guglielmo Boccanegra

    santa-sofia-istanbulIn tempi di golpe, golpini e golpetti, per giunta in quel d’Istànbul, che di mutamenti di governo ne conobbe, e tanti – da imperatori mutilati a sultani assassinati (e, mi vien da dire, qualcuno se l’era pure meritato: Ibrahim I, ad esempio, è rimasto noto per aver ordinato l’uccisione di tutte le 280 donne del suo harem, chiuse in un sacco e gettate in un fiume, in modo da punire l’unica colpevole d’essere stata sedotta da un estraneo) – non parrà affatto strano soffermarci sul rapporto tra Genova e le rive del Bosforo. Costantinopoli ospitò, infatti, per diverso tempo, un intero quartiere genovese; anzi, una vera e propria cittadina autonoma: Pera, situata oltre il Corno d’Oro, inglobata nella capitale soltanto dopo la conquista ottomana.

    La storia dei rapporti tra Genova e Costantinopoli è costellata da numerosi episodi. Se vogliamo attenerci alla sfera del “politico”, forse quello più eclatante ebbe luogo nel 1261, allorché la città conobbe un improvviso mutamento di governo. Ma andiamo con ordine.

    La “guerra di San Saba”

    Dalla seconda metà del XII secolo, parte dei traffici genovesi, pisani e veneziani erano andati concentrandosi sulla costa siro-palestinese, in particolare ad Acri, la ricca capitale del regno latino di Gerusalemme. Nel 1256 (o 1257), tra le strette viuzze della cittadina siro-palestinese si verificarono ampi scontri, che portarono all’espulsione dei Genovesi dal proprio quartiere, con conseguenze perdita di beni, merci e vite umane. Si tratta della cosiddetta “guerra di San Saba”, che segnò l’inizio d’oltre un quarantennio di scontri quasi ininterrotti tra le tre potenze marittime italiane. Il conflitto costrinse i comuni a un ingente sforzo armatoriale. Nel 1257, una flotta veneziana si scontrò con alcune imbarcazioni genovesi che ebbero la peggio. Il governo della Superba allestì una seconda flotta, forte di venticinque galee e quattro navi minori, che il 24 giugno del 1258 incrociò al largo di Acri gli odiati nemici. Lo scontro fu violento ma alla fine Venezia ebbe ancora la meglio. I Genovesi perdettero quasi metà delle proprie imbarcazioni e circa 1700 uomini fra morti e prigionieri. Soprattutto, furono estromessi dal mercato acritano.

    Il capitano del popolo, Guglielmo Boccanegra, allora a capo del Comune genovese, scelse d’appoggiare l’imperatore di Nicea, Michele VIII Paleologo, il quale, da qualche tempo, reclamava per sé il trono di Costantinopoli. La città, infatti, era in mano ai Veneziani dal 1202-1204; da quando, cioè, era stata conquistata dalle armate occidentali nel corso della cosiddetta “quarta crociata”. Da allora, aveva conosciuto l’instaurarsi d’un più o meno fragile Impero latino d’Oriente, che recava con sé lo spiacevole corollario di tarpare i traffici genovesi tra il Mediterraneo e il Mar Nero. Ebbene, la scelta di collegarsi con Michele VIII Paleologo rappresentava per Genova, esclusa dal maggiore porto della costa siro-palestinese, forse l’unico modo per uscire dall’impasse.

    Il trattato di Ninfeo

    torre-galata-istanbulIl trattato stipulato a Ninfeo il 13 marzo del 1261, ratificato a Genova il 10 luglio – che non mancò d’attirare sui Genovesi gli strali di papa Urbano IV, vista la divisione in corso tra la Chiesa latina e quella greca – rappresenta a tutti gli effetti il capolavoro politico del Boccanegra. La convenzione si apriva affermando la cooperazione militare tra Genova e l’impero di Nicea nella guerra «cum Veneticis». L’imperatore concedeva ai Genovesi il diritto di frequentare tutte le terre e i porti in suo possesso o che avrebbe acquisito in futuro. Il commercio genovese sarebbe stato libero da ogni gravame e da qualsiasi norma riduttiva. I Genovesi avrebbero potuto installare una loggia, un palazzo, una chiesa, un bagno, un forno e un numero sufficiente di case nelle città di Adramitto, Ania, Chio e Lesbo e, una volta conquistate, a Costantinopoli, a Salonicco, a Creta e a Negroponte. Smirne sarebbe stata ceduta loro in perpetuo. Il Paleologo, inoltre, rinnovava la consuetudine di donare un pallio all’arcivescovo di Genova (si tratta di quello conservato presso il Museo di Sant’Agostino, attualmente in fase di restauro). A fronte di tali concessioni, gli impegni presi dai Genovesi si riducevano a ben poca cosa: i mercanti greci avrebbero dovuto essere accolti a Genova senza essere sottoposti a tasse o dazi di sorta; soprattutto, il Comune avrebbe dovuto fornire al Paleologo, a spese di quest’ultimo, sino a cinquanta galee da impiegare contro i suoi nemici.

    La presa di Costantinopoli

    Fu così che, verso la metà di luglio del 1261, dieci galee e sei navi al comando di Marino Boccanegra, fratello del capitano, salparono per la Romània. Anche Venezia, ad ogni modo, inviò una flotta di diciotto galee che non riuscì a intercettare quella genovese. Le cose, a ogni modo, presero una piega diversa. Né gli uni né gli altri giunsero in tempo sulle rive del Bosforo: la città fu, infatti, presa da Alessio Strategopulo, luogotenente del Paleologo, nella notte tra il 24 e il 25 luglio, approfittando dell’assenza della guarnigione veneziana.

    Benché i Genovesi non avessero partecipato all’operazione, l’imperatore mantenne comunque i propri impegni: a suon di trombe, buccine e strumenti a corda, essi procedettero alla distruzione del palazzo dei Veneziani, trasportandone in patria alcune pietre, destinate ad adornare il nuovo palazzo della ripa (oggi Palazzo San Giorgio), edificato per ordine del Boccanegra a partire dal 1260 per ospitare la sede del governo (e, se il lettore osserva bene, potrà ancora scorgere sulla porta principale e su un lato del palazzo alcune teste leonine provenienti direttamente da Costantinopoli). La vittoria avrebbe contribuito a ridisegnare l’intera carta politica del Mediterraneo orientale. Tuttavia, di lì a poco, il Boccanegra, sarebbe stato cacciato dal governo: un golpe – questo sì – sostenuto da buona parte della cittadinanza, avrebbe riportato i nobili al potere.

    Antonio Musarra

  • La storia dell’indignato

    La storia dell’indignato

    letteredallaluna-quaderno2Hai odiato il potere che impone e istruisce, gli esseri umani che lo esercitano come bimbi avidi senza peccato e lo subiscono come bimbi tonti senza peccato. Hai odiato la Chiesa, ti sei girato dall’altra parte per non partecipare al putrido banchetto di menzogne.

    Te la sei presa, hai scaricato rabbia contro tutte quelle persone che non avevano rabbia da scaricare e come se nulla fosse ti camminavano intorno, ti sei disgustato e offeso. Non ci potevi credere. E così hai dato retta anche tu a qualcosa, hai preso per buoni i segnali che ti sembravano buoni, ma sempre con totale indignazione. Così tanta che traboccava, la lasciavi fare. Non bastava mai, non è cambiato nulla.

    Hai odiato le banche, maledetti siano i risparmiatori che continuano ad alimentarle a forza di testate sul muro come macchine in tilt. E così hai preso per buoni i conti che ti sembravano buoni. Ma sempre con la stessa totale indignazione che non bastava mai.

    Hai odiato la comodità insegnata da chi ha imparato a venderla a buon prezzo. Hai odiato giornali e televisioni perché hai odiato il potere, la complicità era appesa a un filo in bella mostra alla portata di tutti, non è cambiato nulla. Hai odiato anche i supermercati e i centri commerciali. Hai odiato la brutta musica, i testi d’amore, le radio come rulli compressori. Totale indignazione, non bastava mai. Non è cambiato nulla.

    Quante volte hai percorso quel corridoio avanti e indietro! E mai che ti sia venuto in mente di fermarti qualche minuto in più davanti allo specchio.

     

    Gabriele Serpe

  • Per non saper cucinare…un felice incontro inaspettato con la scrittura creativa

    Per non saper cucinare…un felice incontro inaspettato con la scrittura creativa

    maria-del-rosarioLa nuova genovese che abbiamo incontrato questa volta è Maria Del Rosario Morla Crespin, nata in Ecuador nel 1970 e arrivata in Italia dal 1999 con in tasca una laurea in economia e commercio e la qualifica di revisore contabile. Attualmente lavora in un centro di elaborazione dati e ricopre il ruolo di tesoriera del Coordinamento Ligure Donne Latinoamericane (Colidolat).
    Nella sua storia abbiamo trovato alcuni aspetti che la accomunano ad altre persone, la difficoltà per ottenere il riconoscimento dei titoli accademici e professionali acquisiti nel paese di origine, una lunga esperienza di lavoro nelle case come assistente familiare, e un incontro, inaspettato e felice, con la scrittura creativa.
    E’ una storia esemplare di come quella che viene definita “migrazione economica” abbia la possibilità non solo di andare a buon fine, ma anche, in qualche caso, liberare delle potenzialità inespresse delle persone.

    Maria Del Rosario Morla Crespin è l’autrice di un racconto vincitore di un concorso letterario del 2013, il “Premio Città di Cantù Suor Rita Borghi” riservato a persone di origine straniera che scrivono in lingua italiana. Il suo racconto “Per non saper cucinare….” in parte ispirato alla sua esperienza di lavoro nelle case come assistente familiare, è un delicato affresco dello spaesamento di Solidad, una donna immigrata che si trova quotidianamente di fronte a piccole incomprensioni linguistiche e culturali, dagli errori della lista della spesa alla “misteriosa” differenza fra basilico D.O.P. e basilico normale, alla relazione professionale con un uomo relativamente anziano in stato depressivo, una situazione per lei completamente nuova.
    Nel racconto emerge lo scambio reciproco di sensazioni ed esperienze tra Solidad e la persona che è incaricata di assistere, che proprio dall’incapacità di Solidad nella cucina trarrà la forza per intervenire in prima persona nella preparazione dei piatti e cercare in seguito di riprendere in mano la propria vita.

    Il racconto di Maria ci introduce quindi nell’interessante mondo della cosiddetta letteratura della migrazione.
    Per letteratura della migrazione si intende la produzione degli autori stranieri che scelgono la lingua del paese di arrivo come canale di espressione letteraria, caratterizzata in genere da numerosi spunti autobiografici legati all’esperienza migratoria. Le prime opere sono comparse in Italia nel 1990 con l’uscita di libri e racconti scritti a volte a quattro mani da immigrati e giornalisti o scrittori italiani: Immigrato di Mario Fortunato e Salah Methnani e Io venditore di elefanti di Pap Khouma. La letteratura della migrazione nel corso degli anni si è ritagliata un’interessante nicchia di mercato, con le sue case editrici e i suoi festival, e ha raccontato con grazia, fantasia e autoironia i temi del viaggio, della partenza e del distacco, lo spaesamento del migrante, le grandi e piccole forme di conflittualità “interculturale”, la dimensione quotidiana della vita delle persone di origine straniera che vivono nelle nostre città.
    Molti dei contenuti caratteristici di queste opere, in realtà sono temi e archetipi da sempre presenti nella produzione letteraria.
    Alcuni degli autori, infatti, criticano la definizione di letteratura della migrazione (e scrittore migrante) ritenendo che sia ghettizzante, che comporti un’attenzione prevalente sulla biografia dell’autore piuttosto che sui contenuti e lo stile del testo e che la sua diffusione sia attualmente determinata soprattutto da ragioni di marketing.
    L’obiezione non è infondata: è così scontato che uno scrittore di origine straniera debba produrre per forza “letteratura della migrazione”? La sua opera non può essere considerata letteratura tout court? In realtà si può individuare una differenza tra una produzione iniziale, dove prevalevano gli elementi autobiografici, di denuncia o testimonianza e una attuale dove prevalgono gli aspetti creativi e personali della scrittura. Il genere letterario di per sé è una costrizione, come ogni classificazione, ma in realtà molte opere considerate di genere pur rispettandone i canoni formali lo trascendono esprimendo estetiche, idee e contenuti più personali. Un caso da manuale è l’utilizzo che molti autori fanno del genere giallo o poliziesco, uno dei più fortunati sul mercato letterario, nel quale delitti e indagini possono facilmente diventare metafore per raccontare anche altro. Lo stesso fenomeno può accadere con la letteratura della migrazione, nella quale gli autori possono scompaginare le carte e raccontare la nostra società, quella del paese di arrivo, con uno sguardo nuovo, con uno salutare straniamento che ci può aiutare a metterne in luce le contraddizioni interne senza per questo fare necessariamente autobiografia. Gli scrittori di origine straniera che scrivono in lingua italiana non necessariamente quindi devono essere definiti “scrittori migranti” o parlare solo della propria esperienza. E’ però innegabile che quasi tutte queste opere, oltre ad avere in sé valenze squisitamente letterarie ed estetiche, risultino preziose per leggere le trasformazioni della società italiana negli ultimi 20-25 anni e il suo controverso rapporto con i nuovi cittadini. La produzione in una lingua diversa dalla lingua madre determina inoltre la scrittura in un italiano non standard, vitale e creativo, contaminato con altre esperienze linguistiche.
    Gli autori di origine straniera che scrivono in italiano hanno raggiunto oggi un numero apprezzabile, in particolare in alcune regioni come Lazio, Piemonte e Lombardia. In Liguria, invece, le esperienze di autori stranieri attivi nella letteratura sono molto rare.
    Dall’intervista con Maria, che è anche una forte lettrice e apprezza alcune autrici la cui opera è generalmente inscritta in questo genere, abbiamo avuto l’occasione di conoscere l’opinione di una persona che si è avvicinata alla letteratura della migrazione sia come lettrice che, per ora incidentalmente, come autrice. Il suo racconto, ricco di venature autobiografiche e incentrato sull’esperienza del lavoro nelle case, affronta diversi argomenti che si ritrovano in molti libri di scrittori italiani di madrelingua straniera.

    MMNG3In che anno sei arrivata in Italia? Hai iniziato subito a lavorare nel settore per il quale hai studiato in Ecuador?
    «Sono nata in Ecuador, a Guayaquil. In Italia ho deciso di venire nel 1999 per la particolare situazione economica in cui versava la mia famiglia: siamo otto sorelle più molti nipoti e allora io ero una delle sorelle non sposate, anche per per questo ho deciso di emigrare in Italia, non dovevo lasciare un marito o dei figli. La prima città in cui sono stata è Torino, ero assieme a un’amica. Là non ho trovato nessun lavoro né nessuna persona che conoscevo, e così, dopo un periodo a Milano, sono venuta a Genova, dove già abitavano alcune persone conosciute in Ecuador. Per diversi anni ho lavorato nelle case, come addetta alle pulizie. In Ecuador ero laureata in Economia e Commercio (con la qualifica di revisore contabile) ed avevo anche il titolo di insegnante per bambini. Dopo qualche anno ho iniziato a frequentare corsi finanziati dall’Ue e a interessarmi per il riconoscimento della laurea». 

    In Italia hai dovuto riprendere anche parzialmente gli studi universitari? Com’è stato il percorso per il riconoscimento degli studi?
    «Non ho dovuto rifare l’Università, ma è stata una cosa lunghissima, con fortissime difficoltà. Credo di essere stata la prima straniera – di sicuro la prima ecuadoriana – a farmi riconoscere la laurea in economia e commercio a Genova, allora non si sapeva a chi rivolgersi, quali fossero i requisiti. Mi è costato 5 anni e quasi 5000 euro! Per il riconoscimento era necessario tradurre tutti i programmi dei 5 anni del corso di studi, dovevano essere tradotti dall’ambasciata italiana in Ecuador, a Quito, che è molto lontana dalla mia città di origine. Se ne è dovuta occupare la mia famiglia, io ero qua, e ci sono stati diversi problemi per il reperimento e la spedizione dei documenti. Una volta avuto il riconoscimento, ho studiato per superare l’esame di abilitazione a Roma ed avere i requisiti per aprire uno studio da commercialista. A Genova, dove ho fatto domanda, non c’era nessun precedente di richiesta da parte di cittadini ecuadoriani».

    Hai avuto delle difficoltà o delle restrizioni legate al fatto di non avere ancora la cittadinanza italiana?
    «Non mi risulta che ci sia questo impedimento, almeno a me nessuno lo ha fatto presente. Io ho la cittadinanza italiana da circa un mese, quando ho fatto richiesta ero cittadina ecuadoriana. Per adesso ho rinunciato all’iscrizione, c’erano delle nuove spese e io, che già lavoravo in un centro di elaborazione dati, in quel momento non avevo idea di aprire uno studio mio».

    Ci racconti il tuo incontro con la letteratura e la scrittura creativa?
    «Quello con la letteratura è stato un incontro casuale. Una delle mie amiche, un’insegnante appassionata di letteratura e poesia, nel 2013 ha trovato un concorso letterario solo per stranieri che scrivevano in italiano, il premio letterario “Città di Cantù – Suor Rita Borghi”. A me piaceva molto leggere, sono associata a quasi tutte le biblioteche, ma questa era la mia prima esperienza di scrittura! Grazie anche al supporto della mia amica ho deciso di provare. In Ecuador avevo fatto alcune esperienze di scrittura di racconti brevi durante il mio percorso universitario. Il racconto che ho inviato a Cantù, in una busta chiusa e anonima, come richiedeva il concorso, si intitolava “Per non saper cucinare….” ed era liberamente ispirato al periodo in cui ho lavorato nelle case. Mi sembrava venuto bene, sapevo di essere brava a parlare e a raccontare, ma pensavo che mi mancasse un po’ di dimestichezza per scrivere in italiano. Qualche settimana dopo l’invio, la mia amica mi ha chiamato: erano usciti i nomi dei vincitori, e avevo vinto io. Per errore, la comunicazione dei risultati era stata inviata a un altro indirizzo…e così non ho potuto ritirare il premio il giorno della premiazione, l’ho ritirato in seguito».

    Dopo quell’esperienza hai mai provato a ritentare a scrivere altri racconti o a partecipare ad altri premi letterari?
    «Molte persone che hanno letto il racconto mi hanno detto che sono molto brava a scrivere, a costruire la situazione, anche la mia amica mi ha proposto di ritentare. Per ora non sono riuscita a riprovarci, anche perché in questo periodo sto lavorando molto e il tempo è limitato. So che sarei in grado di farlo. E’ che, quando scrivi, lasci sempre vedere una parte di te, qualcosa che è reale. Dopo aver letto questo racconto è capitato che molte persone mi fermassero per chiedermi se i personaggi descritti erano reali, o che fine aveva fatto il personaggio principale, quasi tutte lo interpretavano in senso autobiografico. Di natura io sono molto riservata e, forse, non ho ancora scritto altre cose del genere perché non volevo svelare altro di me stessa. La mia famiglia in Ecuador, tramite i molti mezzi di internet, è venuta a sapere del racconto e del premio…e così, ho tradotto per loro in spagnolo Per non saper cucinare…».

    Per la tua esperienza sia di lettrice che di autrice, una persona di origine straniera che scrive in italiano in qualche modo si ispira sempre ad elementi autobiografici? La prevalenza degli aspetti autobiografici secondo te è caratteristica dei cosiddetti “scrittori migranti”?
    «Credo che in ogni cosa che fa, uno scrittore metta qualcosa di suo, che sia straniero o italiano. Se scrive un’opera autobiografica, ci sarà qualcosa di più, ma credo che qualcosa ci sia anche nei personaggi di fantasia.
    Il primo libro italiano che ho letto è stato “L’odore della notte” di Andrea Camilleri. Io penso che nel suo personaggio, il commissario Montalbano, lui avrà messo qualcosa di suo, anche se di certo quei libri non sono testi autobiografici. La lingua letteraria, a metà tra italiano e siciliano, che ha inventato, mi piace molto.
    Fra gli autori di origine straniera che scrivono in italiano, mi hanno colpito in particolare i libri della scrittrice Silvia Campaña. Nella sua scrittura, sono riuscita a immedesimarmi, a trovare qualcosa di autobiografico. E’ come se avessi visto come sarebbe potuto diventare il mio racconto trasformato in libro. Si parla, ad esempio, dei problemi di comprensione della lingua che abbiamo noi sudamericani in Italia, con alcune parole, con le vocali doppie. Tutte queste cose, tutte le esperienze che molti di noi hanno vissuto arrivando in un paese nuovo, si ritrovano nei libri. E, in particolare, si ritrovano nei libri degli scrittori stranieri di origine che scrivono in italiano, proprio perché, scrivendo, ognuno non può fare a meno di mettere in quello che scrive qualcosa di suo, qualcosa di autobiografico».

    Andrea Macciò

  • Per non saper cucinare…il racconto

    Per non saper cucinare…il racconto

    Il martedì era il giorno della spesa “grossa”. Lui scriveva tutto a caratteri minuscoli in un foglietto con una scrittura fitta fitta e dettagliava ogni articolo da comprare con suoi commenti personali -Fai togliere il grasso- oppure –Taglia via i ciuffi del sedano prima di pesarli!-. Il problema per me, oltre a decifrare la sua scrittura, era capire cosa volesse!

    Ero arrivata da poco in Italia, qualche parola la conoscevo, capivo abbastanza quel che mi veniva detto, ma interpretare la lista della spesa del Sig. Egidio era veramente un… rebus! Un esempio? Continuava a scrivermi: -Basilico D.O.P. per il pesto- Ma cosa vuol dire?! La prima volta al supermercato mi aggiravo tra gli scaffali, nei vari reparti, ma niente, non trovavo niente con su scritto -Basilico D.O.P.-, allora feci vedere il foglietto ad una commessa e lei mi disse: “Ahhh il basilico! Se vuoi c’è in mazzetti… ma non è D.O.P!”. Io la guardai sorridendo perché non avevo capito nulla, nella speranza che mi mettesse in mano qualcosa con su scritto “Basilico D.O.P”. Lei invece si rimise a riordinare i biscotti che stava inserendo in uno scaffale, poi, vedendomi ancora lì impalata, mi indicò dei vasetti dietro di me dicendo: “Guarda, fai prima se prendi quello in vasetto, è già pronto!” . Seguendo il suo dito afferrai velocemente un vasetto verde. Sospirai sollevata, convinta di aver finalmente trovato il fatidico “Basilico D.O.P”. Arrivata a casa, dalle occhiate sornione e dal borbottio sommesso di Egidio, capii che quello basilico proprio non era: avevo preso un vasetto di crema alle olive!

    Ma fosse stato solo per il basilico! Metà della spesa era sempre errata, temevo sempre il rientro a casa perché lui, togliendo gli articoli dai sacchetti, quasi sempre esclamava frasi del tipo: “Ma nooooo…. E questo cos’è??” “E questo?? Ma Solidad, perché hai comprato i fagioli azuki? Che ci devi fare?”

    Io sgranavo gli occhi e ripetevo come un ebete: “Fagioli azuki? Mah… io veramente…”.
    Non sapevo proprio fare la spesa! Ma da quando ho iniziato a stare a servizio dal Signor Egidio, sono tante le cose che prima non sapevo e poi ho imparato a fare: stare dietro ad un anziano depresso in un paese straniero è una cosa che non avrei mai immaginato di fare, e invece… L’Italia mi ha accolta senza batter ciglio, senza entusiasmi e senza festeggiamenti. Arrivata qui dall’Ecuador senza conoscere nessuno, ho imparato pian piano come ci si comporta; in silenzio, senza disturbare, senza chiedere troppo ma anche senza smettere di cercare, senza togliermi mai dalla testa il mio obiettivo: trovare un lavoro dignitoso che mi permetta di mantenermi e di mandare i soldi alla mia famiglia che quieta e silenziosa come me, mi ha salutato da Guayaquil in una caldissima giornata di dicembre, del nostro clima tropicale.
    Egidio era la seconda persona anziana a cui badavo e, stando nella sua enorme e ricca casa sul mare, ho capito che più che lucidare e smerigliare, le immense stanze andavano riempite di calore umano. Egidio parlava poco, molto poco; a volte mi rivolgeva sguardi carichi di così tanta tristezza che mi veniva voglia di dirgli: “Guardi che sono io quella clandestina che è dovuta uscire dal suo paese, lasciando la famiglia e tutto quello che aveva di più importante al mondo, quindi su con la vita che tutto si può risolvere!”
    Altre volte, invece, quando bruciavo la cena o gli spaccavo l’ennesimo bicchiere, maldestra come ero e completamente incapace di cucinare anche un uovo, mi guardava con gli occhi buoni e mi diceva: “Poco male Solidad, sono solo bicchieri, vai su nella mansarda e porta giù quelli belli che sono nella scatola bianca, così possiamo usarli adesso, perché… se non ora quando? E già che ci sei porta anche un po’ di stracchino e prosciutto che oggi facciamo dieta!”. Molte volte se la rideva quando gli servivo una brodaglia insipida dicendo: “Escusame! Escusame!” ripetendo le scuse come una litania. Lui rideva, muoveva appena i suoi lunghi baffi grigi ma rideva, lo si vedeva dagli occhi. E io scoppiavo a ridere con lui.
    Poi, magari, per tre giorni non mi parlava, non apriva la porta della sua stanza quando bussavo e, sordo alle mie richieste: “Perché non mangia?” “Perché non si alza?”, lasciava che io entrassi nella sua stanza, che gli posassi qualcosa da mangiare sul comodino senza fiatare. La sera riaprivo la porta e niente, non aveva toccato cibo e se tentavo di parlargli mi diceva “Non ti preoccupare, mangerò domani…” e, in quei momenti, avevo imparato che l’unica cosa che potevo fare era lasciarlo tranquillo cercando di non farlo sentire tanto solo e triste.
    In queste giornate io mi rifugiavo a leggere i libri in italiano che mi aveva imprestato. Mi è sempre piaciuto leggere e piano piano attraverso la lettura si faceva sempre più chiara dentro di me la comprensione di questa nuova lingua. I mesi passavano, io leggevo, leggevo, lucidavo, compravo, stiravo, leggevo, telefonavo a casa, tentavo di cucinare seguendo una cuoca che in televisione mescolava allegramente ingredienti e canzoncine, leggevo, pulivo, lavavo finché un giorno… Me lo ricordo bene: ero lì in cucina (il mio incubo!) cercavo di mettere

    insieme qualcosa per la cena ed Egidio entra. Mi guarda, sorride, prende un coltello dal cassetto (“che vuol fare…” pensavo dentro di me) e mi dice: “Ora ti faccio vedere come si prepara un minestrone degno di questo nome!”
    Ed io, felice come una bambina, mi son messa a battere le mani saltando “Sì! Sì!”. Egidio maneggiava con cura e con abilità coltello e verdure: lavava, pelava, tagliava a cubetti, soffriggeva, aggiustava di sale, mescolava, insomma: lui sì che sapeva cucinare! Ed io lo seguivo passo passo lodandolo: “Egidio, finalmente in questa casa si mangerà come si deve!”

    E lui ridendo: “Eh sì cara Solidad, ci voleva la tua pessima cucina a farmi alzare dal letto!”.
    Da quel giorno Egidio era sempre più presente in cucina, io cercavo di imparare ma ero completamente negata! Fu così che fu lui, da quel momento in poi, a prendersi cura della cucina e per assicurarsi che anche gli ingredienti fossero quelli giusti, iniziò ad accompagnarmi a fare la spesa. Dopo anni si rimise al volante della sua auto e mi accompagnava al supermercato facendomi vedere come si sceglie frutta e verdura, come si leggono e interpretano etichette e ingredienti.
    Partendo dal cucinare e dal fare la spesa, giorno dopo giorno Egidio riprese in mano la sua vita: piano, senza fretta un passo alla volta lo vedevo uscire per andare nella sua ditta, dove da anni non metteva piede: andava a parlare con i suoi dipendenti, andava a sentire come andavano le cose, andava a controllare gli affari. Egidio era stato un abile imprenditore e nel giro di poco tempo non aveva faticato a rindossare quegli abiti cuciti addosso sulla sua persona, ma che l’oscuro “male di vivere” aveva ridotto a brandelli. La famiglia di Egidio non prese bene questa “rinascita” imprenditoriale: i figli, abituati da anni ad avere la delega su tutto il patrimonio e le aziende del padre, giudicato interdetto per la sua depressione e manie schizoidi, attendevano la revisione della commissione sanitaria che avrebbe prolungato o annullato l’interdizione.
    Arrivarono a minacciarmi che mi avrebbero tolto il lavoro se, all’incontro con la commissione sanitaria, non avessi dato testimonianza delle stranezze e della malattia del padre. Io, semplicemente, davanti a quei dottori che mi chiedevano come si comportava il signor Egidio dissi quanto vedevo e quanto corrispondeva a verità: Egidio usciva di casa, guidava l’auto, si recava in ufficio, usciva a passeggiare. In poche parole Egidio si era ripreso in mano la sua vita. I medici gli tolsero l’interdizione e lui poté nuovamente gestire la sua ditta e i suoi interessi. Io rimasi come colf presso la sua casa anche se part time perché, nel frattempo, aveva assunto una cuoca: “Cara Solidad” mi disse una sera “Io almeno una volta al giorno vorrei mangiare un pasto decente! La tua cucina non è migliorata di una virgola!” E così arrivò Irma che preparava i pasti della sera al signor Egidio e gli lasciava sempre qualcosa di pronto e “commestibile” nel frigo.
    Mi ritrovai ad avere i pomeriggi liberi e così iniziai a frequentare dei corsi gratuiti per disoccupati: soprattutto corsi di contabilità e amministrazione del personale, in modo da poter poi cercare un lavoro in campo impiegatizio. Mi resi conto che tutto sommato era stata una fortuna il non saper cucinare perché così era stata assunta un’altra persona e io potevo studiare meglio l’Italiano e impratichirmi con la contabilità.
    Passavano i mesi e gli anni. Egidio era contento che facessi i corsi, ma allo stesso tempo temeva il giorno in cui mi sarei licenziata per andare a lavorare come impiegata.
    Il giorno arrivò. Dopo tanti colloqui e periodi di praticantato senza retribuzione, una ditta mi offrì un lavoro full time come impiegata amministrativa. Pensai e ripensai a come dirlo a Egidio: dopo sei anni avrei lasciato quella casa.
    Una sera dopo cena gli sorrisi e gli dissi: “C’è una novità!”.
    Lui mi guardò dalla sua poltrona dove si rintanava a leggere i giornali: “Hai trovato un lavoro” “Sì, inizierò tra due mesi Signor Egidio!”
    “E’ giusto, sono contento per te.”
    Non disse altro e sprofondò dietro una pagina di cronaca.
    Due mesi dopo feci i bagagli, sgombrai la mia stanza e con un silenzioso abbraccio mi congedai da lui. Era Settembre.
    Un mese dopo la schizofrenia entrò nuovamente nella sua testa rinchiudendo lui in un ospedale e me in una profonda angoscia per i sensi di colpa che non mi davano pace.

  • Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

    Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

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    Genova in una litografia del 1400

    E così il Blue Print vacilla. La notizia non mi stupisce, vista la lentezza elefantiaca con cui procede l’ammodernamento del paese e la messa in sicurezza delle nostre città. Genova, naturalmente, non è da meno. Soltanto qualche mese fa, la Commissione europea metteva l’accento su quella che continua a essere una vera e propria emergenza ambientale, con ricadute pesanti su ciascuno di noi in termini di salute e buon vivere. Pare che l’ampliamento della area delle riparazioni navali, proprio di fronte al nostro centro storico, possa portare a un aumento del biossido d’azoto, che proprio in questi giorni ha fatto schizzare le centraline cittadine. Tutto ciò ha fatto rizzare le orecchie a più d’un ambientalista; anche a uno come me, che di mestiere (primario) fa il papà e che ha a cuore il posto dove vive. Intendiamoci, il waterfront è qualcosa di estremamente importante per la nostra città, soprattutto in termini d’appetibilità turistica oltre che di maggiore funzionalità delle strutture portuali, anche se – devo dire – sarebbe forse il caso che i nostri amministratori pensassero prima (o, perché no, anche) a problemi più cogenti: dalla viabilità (quanto ci vuole a mettere qualche rotonda in più anche fuori dal centro?) alla pedonalizzazione di tutti i nostri borghi storici cittadini (questa è una mia proposta, della quale sono pronto a discutere, magari in un prossimo intervento) alle nostre periferie, al nostro mountainfront (si dice così?), ai nostri riverfronts, che definire grizzle è poco. La città avrebbe bisogno di un restyling completo. La spinta del 2004 pare essersi infranta di fronte alla spending review degli ultimi tempi.

    La nascita dei primi moli

    Ciò non toglie che l’area portuale abbia rivestito per secoli il primo e principale biglietto da visita della nostra città. Di questo dobbiamo essere consci; soprattutto, prima di compiere scelte azzardate (non pensate, forse, che scavando il mitico canale del Blue Print non vengano fuori strutture antiche?). Com’è noto, la Genova medievale non possedeva una grande piazza pubblica. Nessuna Piazza del Campo o Piazza della Signoria, per intenderci. Era il porto, con la sua ripa e le sue volte, sede di botteghe artigiane e magazzini, a costituire il luogo delle relazioni: il vero fulcro della vita cittadina; forse, è proprio questo il concetto che una buona architettura deve recuperare. Anche se ciò va incontro a diversi ostacoli.
    Possediamo, infatti, poche notizie sullo sviluppo dell’area portuale. E il motivo è semplice: le strutture antiche sono state smantellate. Conservatesi per secoli nel sottosuolo, hanno subito i pesanti lavori di rifacimento del waterfront (appunto) degli anni Novanta del secolo scorso. Per saperne qualcosa di più, pertanto, è necessario volgerci alle fonti scritte, non sempre esaustive. Secondo Caffaro, nel 1162 i consoli cittadini avrebbero ordinato l’abbattimento di alcune taverne situate sulla riva del mare, nella zona di Pré, in modo da ospitare nuovi scali. È, questa, una delle prime attestazioni di lavori eseguiti nell’area portuale, in particolare laddove sarebbe sorta la darsena, oltre la porta occidentale della cinta «del Barbarossa»: la Porta dei Vacca. Il cuore del porto, a ogni modo, era situato nella parte diametralmente opposta, nell’attuale quartiere del Molo. La costruzione del molo primitivo, lungo una cinquantina di metri e largo dieci, addossato a una penisola naturale degradante in mare, occupò gran parte del XII secolo. Lungo di esso si concentravano gli scali: uno alla radice; altri tre nei pressi della chiesa di San Marco, innalzata a partire dal 1173, dove aveva luogo anche l’attività cantieristica. Scali ulteriori sorgevano nell’area del Mandraccio; a ponente, tra la chiesa del Santo Sepolcro e il monastero di San Tommaso; a levante, nei pressi della marina di Sarzano. Le operazioni commerciali avevano luogo lungo la ripa maris, una spiaggia sabbiosa su cui inizialmente erano alate le imbarcazioni, contornata progressivamente da volte e magazzini; quindi, da case e torri sopraelevate.

    Le navi crescono

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    Il porto di Genova nel XVII secolo

    Il progressivo ingigantimento delle navi avrebbe costretto a modifiche significative già a partire dal Duecento, quando furono eretti dei pontili di legno lunghi una cinquantina di metri, in modo da raggiungere fondali di sei o sette metri. Si trattava ancora di strutture deboli, esposte ai marosi, che non mancavano di causare gravi danni. Nel 1248 il molo, bisognoso di restauri, fu dichiarato opera pia, in modo da beneficiare dei lasciti testamentari. Nei decenni successivi sarebbe stato creato l’ufficio dei Salvatores portus et moduli, deputato a conservarne le infrastrutture – i pontili, l’acquedotto che correva di fronte alla ripa, i due grandi fari che abbracciavano il seno genovese (da rifornire periodicamente d’olio), i fondali, dai quali doveva essere asportato lo zetto (i detriti) – e al controllo, anche fiscale, del movimento navale. Nel 1260, per volere del primo capitano del popolo, Guglielmo Boccanegra, ebbe inizio, invece, la costruzione del primo palazzo pubblico (sino ad allora s’era fatto uso di palazzi privati o della chiesa cattedrale), progettato dal domenicano Oliverio di Sant’Andrea di Sestri, al quale si deve anche la sistemazione dei portici di Sottoripa. Utilizzato successivamente come sede della dogana e di altre magistrature, l’edificio avrebbe ospitato, al principio del Quattrocento, la Casa di San Giorgio.

    L’arsenale genovese

    L’ampliamento delle strutture portuali sarebbe proceduto lentamente, attraverso la costruzione d’una raiba e d’una raibetta, destinate alla conservazione delle merci (in particolare del grano), situate tra il «ponte del vino» e il «ponte Streiaporco», che prendeva il nome, al pari di altri ponti, dalla famiglia che possedeva delle case al suo limitare. Nel 1276 ebbe inizio la costruzione d’una prima darsena, situata nei pressi della chiesa di San Marco (presso l’attuale Calata Marinetta). Una nuova darsena, più ampia, sarebbe stata allestita a ponente, oltre la Porta dei Vacca, utilizzando – a quanto pare – una parte del bottino della battaglia Meloria (con buona pace dei Pisani). Nel corso del Trecento, l’area sarebbe stata utilizzata per il ricovero invernale delle imbarcazioni; soltanto nel Quattrocento, sotto il governatorato francese, avrebbe acquisito una fisionomia prettamente difensiva, grazie all’erezione di mura poderose e di alte torri, oggi scomparse. A quest’altezza, anche l’arsenale, deputato alla costruzione delle galee, aveva ormai raggiunto un certo grado di sviluppo. Sorta a ridosso della darsena a partire dal 1285, la struttura era costituita da una serie di pilastri, sovrastati da tettoie a spiovente. La parte interna era suddivisa in navate, le quali potevano ospitare sino a quattordici galee, in costruzione o in riparazione: un numero piuttosto modesto, se paragonato alle analoghe strutture di Venezia o Barcellona; del resto, gran parte della produzione cantieristica avveniva fuori città, presso i borghi di Sampierdarena, Sestri e Voltri. Nel 1416 l’arsenale sarebbe stato cinto da una muraglia; tuttavia, l’area sarebbe andata incontro a un progressivo abbandono, necessitando di continui lavori di restauro dei quali è rimasta traccia nelle carte del tempo. Tali lavori saranno affidati all’Ufficio dei Padri del Comune, che, tuttavia, darà la precedenza all’opera di prolungamento del molo, necessaria per permettere l’attracco d’imbarcazioni di grande tonnellaggio, e alla sostituzione dei pontili di legno con moli in muratura. L’arsenale, dunque, cadrà presto in disuso, diventando fatiscente.

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    La spiaggia di Sampierdarena in una cartolina del 1929

    Nel corso dell’età moderna, il waterfront genovese subirà ulteriori modificazioni: il molo sarà ingrandito sino a sfiorare i cinquecento metri di lunghezza; nel Seicento, nei pressi della Lanterna sarà edificato il cosiddetto Molo Nuovo. Dopodiché, le strutture portuali subiranno una fase di stallo, dovuta – per dirla in soldoni – al mutamento d’interessi delle grandi famiglie cittadine, le quali, sino ad allora, avevano animato l’attività commerciale del porto genovese. E’ solo a partire dal XIX secolo che si tornerà a mettere mano sulle strutture portuali, grazie alle quali Genova tornerà a far parle di sé nel mondo.

    Antonio Musarra

  • Migrazioni, se ne parla poco e male ed è anche colpa dei media. L’incontro con Maria Eugenia Esparragoza

    Migrazioni, se ne parla poco e male ed è anche colpa dei media. L’incontro con Maria Eugenia Esparragoza

    mariaeugeniaesparragozaLa nuova genovese che abbiamo incontrato questa volta è Maria Eugenia Esparragoza. Nata in Venezuela, è arrivata in Italia a metà degli anni Novanta, con una ricca ed eterogenea esperienza nella comunicazione sociale, nel giornalismo, nel settore audiovisivo, in particolare nell’antropologia filmica, e nella docenza universitaria. A Genova è riuscita ad affermarsi professionalmente a prescindere dal riconoscimento dei titoli di studio precedenti, anche in settori diversi da quelli in cui aveva operato.
    Il concetto chiave che emerge dall’incontro con Maria Eugenia Esparragoza è l’importanza di promuovere uno sguardo diverso sui luoghi attraversati quotidianamente, sul centro storico, sulla città e svegliare l’interesse per l’ambiente e le persone che ci stanno intorno.

    I nuovi cittadini genovesi, persone di origine straniera ma profondamente radicate dal punto di vista personale, professionale e culturale, in Italia e a Genova, possono apportare un contributo fondamentale. Sono portatori di un punto di vista complesso, nel quale si compendia l’esperienza dello sradicamento e della migrazione con quella dei nuovi legami sociali e culturali con il territorio nel quale risiedono.
    Genova ha una peculiarità: la grande presenza di residenti di origine latinoamericana iniziata a crescere negli anni novanta a causa della crisi politica ed economica di alcuni paesi dell’America Meridionale e, poi, consolidata con i ricongiungimenti familiari e l’implementazione di catene migratorie con al centro la nostra città. Un percorso simile è avvenuto nelle regioni adriatiche e in alcune zone del Nord con l’immigrazione albanese, esplosa con la crisi dei regimi filosovietici e oggi generalmente integrata con successo nel tessuto sociale del paese. Ora iniziamo ad assistere, complice la crisi economica in Italia e Europa, al fenomeno della contravuelta, del rimpatrio assistito sostenuto dai governi dei paesi d’origine.
    Queste storie, al di là delle particolarità individuali di ognuna, ci spingono a interrogarci anche sui processi migratori attuali, originati come allora da una catena di crisi politiche ed economiche esplose nella fase delle cosiddette “Primavere Arabe”, e vissuti dai media e dall’opinione pubblica come emergenza permanente. Nel medio periodo non si può escludere che questi fenomeni migratori potrebbero consolidarsi e assumere caratteristiche simili a quelle degli anni Novanta, compresi i ricongiungimenti familiari e la contravuelta, pur riconoscendo che alcune delle questioni geopolitiche che li hanno aumentati siano di difficile risoluzione.

    L’incontro con Maria Eugenia è anche uno stimolo a interrogarsi su quanto di vero e quanto di stereotipico ci sia nella diffusa immagine che ritrae quello di Genova (città che come altre in Italia, e forse più lentamente e riottosamente, sta vivendo il lento abbandono dell’identità urbana di polo industriale) come un ambiente un po’ chiuso, tendenzialmente diffidente e ostile verso l’innovazione, le nuove idee e i nuovi punti di vista.

    Qual è stato il tuo percorso di studi e di lavoro prima di arrivare a Genova nel 1993?
    «In Venezuela, ho iniziato a scrivere a 14 anni su giornali e riviste, prima su un giornale regionale e poi sui media più importanti. Per me scrivere era un divertimento, non c’erano tutti i mezzi di oggi per farsi pubblicare. Avrei voluto studiare antropologia ma, in quel periodo, l’Università centrale è stata chiusa per più di anno a causa di moti studenteschi. Come tanti della mia generazione, ho ripiegato su un’università privata e mi sono laureata in Comunicazione sociale con specializzazione in audiovisivi. Dopo aver lavorato due anni all’Ufficio centrale dell’informazione, ho trovato modo di andare a Parigi a studiare antropologia filmica, collegandola così a quanto avevo studiato fino ad allora. In Venezuela ho anche insegnato 10 anni nella stessa università in cui avevo studiato.
    Il mio progetto era quello di realizzare un film che mettesse in relazione il continente sudamericano e quello africano. Grazie ad alcuni premi di progetti vinti dopo la tesi e varie collaborazioni, ho svolto ricerche socioantropologiche sul campo, in Congo, scoprendo che era proprio da quell’area che provenivano molti degli schiavi portati in Venezuela dal continente africano, mentre tutte le ricerche sugli afrodiscendenti si concentravano sulla costa occidentale.
    Il risultato di queste ricerche è stato il documentario Salto al Atlántico, il primo film a connettere due continenti che non si parlavano, in un periodo in cui non c’erano tutti i mezzi di oggi per connettere le persone attraverso i media. Salto al Atlántico negli anni successivi è stato proiettato in numerose occasioni e festival in Europa e in America Latina, vincendo anche alcuni premi. Nel 1992 il film, che era disponibile all’ambasciata venezuelana, è stato richiesto dall’organizzazione delle Colombiane ed è stato proiettato per la prima volta a Genova. Io sono arrivata in Italia l’anno successivo, ho conosciuto il Laboratorio Migrazioni del Comune che si era occupato della proiezione del film e, grazie anche al film, ho iniziato con loro un percorso di collaborazioni e consulenze». 

    La tua laurea in Comunicazione sociale è stata riconosciuta in Italia?
    «Non ho fatto riconoscere in Italia la mia laurea. Stavo per iniziare il percorso di convalida, quando mi si sono presentate opportunità di lavoro per docenze a contratto in lingua spagnola, per le quali non era richiesta, e dal 2000 svolgo collaborazioni in questo settore. Avevo già un titolo di studio europeo, il dottorato a Parigi.
    In Italia avrei voluto riprendere a occuparmi di giornalismo. Molti me lo hanno sconsigliato e mi hanno detto che il percorso era lungo e difficile. In Venezuela l’albo dei giornalisti accetta direttamente i laureati dell’Università, e può ammettere chi dimostra di aver lavorato nel settore senza essere laureato. Ho rinunciato: è rimasto un sogno nel cassetto. Ogni tanto scrivo qualcosa e lo metto lì dicendomi che almeno online dovrei pubblicare qualcosa prima o poi».

    Hai avuto ostacoli o difficoltà di affermazione professionale legati all’assenza o ai lunghi tempi richiesti per l’acquisizione della cittadinanza italiana?
    «Io ero sposata con un italiano ma all’inizio non ho voluto prendere la cittadinanza italiana per non perdere la mia, in quanto il Venezuela prima della rivoluzione di Chavez non accettava la doppia cittadinanza. Non mi sono precipitata nemmeno quando avrei potuto, vedevo i miei diritti abbastanza riconosciuti e ho perso la possibilità di accedere a un concorso per coordinare il Centro Scuole e Nuove Culture perché non ero italiana. Allora mi sono attivata, fra la richiesta e l’ottenimento sono passati 5 anni».

    Un sistema di accesso al mondo del giornalismo incentrato sul vincolo del titolo universitario, come in Venezuela, potrebbe essere utile a migliorare il livello di approfondimento e qualità nel trattare il tema delle migrazioni?
    «Potrebbe essere. Però io vedo che anche nei miei corsi non c’è un grande interesse a parlare in modo approfondito di migrazioni. Diventa molto difficile, anche per questo, farlo attraverso i media. Una preparazione specifica dei giornalisti che si occupano di migrazioni potrebbe migliorare la qualità linguistica del messaggio…lo strumento linguistico spesso è usato in maniera superficiale».

    Quando sei arrivata a Genova hai tentato di inserirti professionalmente nel settore dell’audiovisivo e dell’industria creativa?
    «Ho provato un paio d’anni ma, non vedendo a Genova grosse prospettive nell’audiovisivo e nell’industria filmica, ho deciso di dedicarmi ad altro. Non credo che ci siano grossi investimenti. Nel 2007 ho deciso di riprovarci e ho presentato il documentario Rifare i Bagagli al Genova Film Festival. Trattava il tema dell’impatto delle migrazioni sugli adolescenti. Mi piacerebbe riprendere in mano il tema e rifarlo ora, 10 anni dopo, e vedere che cosa è cambiato. Negli anni successivi sono entrata a far parte della giuria del Genova Film Festival».

    Ci sono spazi a Genova per l’affermazione professionale di cittadini stranieri con competenze audiovisive e filmiche? Ci sono giovani e persone della cosiddetta “seconda generazione” attivi nel settore?
    «Credo che per loro sia molto difficile, qua c’è un ambiente in generale piuttosto bloccato. Sono con il Genova Film Festival da quando è nato e di prodotti fatti da migranti, o figli di, ne ho visti veramente pochissimi. Non è che non ci siano, solo non vedono molti canali per esprimersi. La situazione in tutto il Nord e nell’Italia in generale non la vedo in grandissima espansione. Il settore è difficile per tutti, anche per gli italiani.
    A Genova ci sono personalità eccellenti nel settore cinematografico con collaborazioni a livello nazionale o internazionale, ma si tratta di profili specializzati in settori e riprese particolari. In generale per fare grandi cose devi andare almeno a Milano, Torino o Roma».

    La città di Genova, anche se relativamente propensa a una buona accoglienza verso i nuovi cittadini, è molto spesso dipinta come tendenzialmente conservatrice e poco propensa all’innovazione. Pensi che sia uno stereotipo o ci sono elementi di verità in questo punto di vista?
    «Mi sembra che la “piazza” sia difficile in generale. Da 2 anni assieme ad altre persone collaboro con il progetto Migrantour attivo anche in altre città italiane. Migrantour organizza passeggiate culturali per promuovere uno sguardo diverso sulla città e sul centro storico genovese: la città vecchia con gli occhi dei nuovi cittadini.
    E’ questo che io penso debba essere fatto: parlare a tutti! E’ come nel giornalismo: l’obiettivo non deve essere solo fare la stampa per i migranti, bisogna parlare a tutti, proporre un punto di vista diverso sui luoghi delle città, sui temi che interessano la cittadinanza. Svegliare l’interesse delle persone per quello che ci sta accanto.
    Con Migrantour abbiamo organizzato diverse passeggiate tematiche per interessare la cittadinanza su diversi temi: una sul caffé, una in occasione della giornata mondiale dell’acqua, una in occasione della Pasqua Ortodossa, un’altra sulle piante medicinali. Per quest’ultima, la persona si era preparata moltissimo e abbiamo dovuto rinunciare per mancanza di quorum. Se faccio un confronto con i numeri di Migrantour in altre città, mi chiedo se sia la piazza stessa a essere poco ricettiva. Ho partecipato a una di queste passeggiate a Torino, nel quartiere di Porta Palazzo, e c’erano più di 150 persone. È vero che là i numeri sia degli stranieri residenti che della popolazione in generale sono superiori, ma credo che qua ci sia un problema di ricettività. Occupandomi da molti anni di migrazioni e intercultura, mi sono resa conto che in città le voci e le sensibilità che si muovono su certi temi sono sempre le stesse. Il punto è come fare per arrivare a parlare anche ad altri? Forse un impulso potrebbero darlo le istituzioni, ma la vedo difficile, viviamo un’epoca di restrizioni. Ho la sensazione che oggi molti degli spazi che si erano aperti 10/15 anni fa su questi temi si stiano chiudendo».

    Andrea Macciò

  • San Giovanni, un patrono per tutti. La storia controversa del culto per il Santo dei Genovesi

    San Giovanni, un patrono per tutti. La storia controversa del culto per il Santo dei Genovesi

    cappella-san-giovanniNell’ottobre del 1797, un viaggiatore inglese di nome Thomas Watkins, di passaggio a Genova, assistette in un’osteria cittadina a una singolare disputa tra due veneziani e i genovesi presenti. La discussione verteva – afferma Watkins, con un po’ di stupore – sui meriti dei rispettivi santi patroni: san Giovanni Battista e san Marco. Secondo i genovesi, il Battista aveva compiuto molti miracoli e per questo era da considerarsi il più grande tra i santi. Per i veneziani, san Marco era senz’altro superiore poiché sedeva in Cielo a fianco alla Vergine. Gli animi dovettero scaldarsi: un genovese, evidentemente indignato per l’affronto subìto, estrasse un pugnale e trafisse al cuore il veneziano gridando: «Ti manda questo San Giovanne; che ti guarìano le osse di San Marco!». Watkins, che riporta l’episodio nel proprio libro di memorie, ne attribuisce la causa all’odio secolare tra le due città, sviluppatosi in quel Medioevo dei commerci che le aveva viste tra le principali protagoniste. Un Medioevo nel quale i santi patroni tifavano naturalmente per i propri protetti.

    Il “furto” delle ceneri

    Il culto di Giovanni Battista ha origini antichissime. A Genova, se ne colgono le tracce già attorno al 1130. Molte volte, gli annalisti cittadini del Duecento ricordano le processioni effettuate in suo onore, generalmente per sedare marosi e tempeste. Tuttavia, è solo alla fine del Duecento che tale culto conosce un impulso decisivo grazie alla grande opera dell’arcivescovo Iacopo da Varazze. Nella sua “Istoria sive legenda translationis beatissimi Iohannis Baptiste” egli narra di come, nel corso della prima crociata, poco dopo la presa di Antiochia del giugno 1098, alcuni crociati genovesi, di ritorno in patria, fossero sbarcati nei pressi dell’antichissima città di Myra, in Anatolia, alla ricerca delle reliquie del beato Nicola. Trovando che i sacri resti erano già stati trafugati, i Genovesi si misero ugualmente a scavare sotto l’altare Santo, di fronte agli sguardi sconsolati dei monaci presenti. Poco dopo, s’imbatterono in una cassa marmorea che portarono di corsa alle proprie navi. Solo allora, i monaci confessarono loro, tra le lacrime, la reale consistenza del tesoro. Non si trattava, infatti, delle reliquie di Nicola, ma di un premio maggiore: le ceneri di san Giovanni Battista. I Genovesi non poterono che rallegrarsene: divisero il bottino tra le imbarcazioni e ripresero il mare, guadagnando il porto di Genova dopo aver superato i marosi e i venti contrari con la forza di una fede rinnovata.

    Le ceneri sarebbero giunte a Genova nel 1099, al termine di un periodo di aspre lotte intestine tra i sostenitori della riforma della Chiesa e i loro oppositori. Si era allora in piena lotta per le investiture e, da circa un cinquantennio, la città era retta da personaggi aderenti al partito filo-imperiale. L’elezione del filo-papale Airaldo era stata fortemente avversata. Secondo Iacopo da Varazze, l’arrivo delle ceneri avrebbe avuto l’effetto di sedare le discordie intestine e di spingere i Genovesi all’organizzazione di una nuova spedizione. Tuttavia, una volta insediatosi, il nuovo vescovo, di concerto con i consoli e i rappresentanti del governo civile, decise di operare ulteriori accertamenti: i crociati in procinto di partire per la Terrasanta avrebbero dovuto recarsi a Myra, conferire con i monaci e sincerarsi del racconto dei propri concittadini. Solo in quel modo si poté essere certi dell’autenticità dei sacri resti, i quali, da allora, iniziarono a essere venerati «maiori devotione atque reverentia».

    Un patrono per tutti

    Sin qui la leggenda. Ma quanto di vero v’è nelle parole del prelato? In realtà, la domanda è, in sé, mal posta: il Medioevo è pieno di racconti di questo genere, che rientrano in un filone specifico, quello dei “furta sacra”. Non è tanto importante, dunque, cercare di comprendere quanto il racconto si avvicini alla realtà, bensì valutare quanto esso pesasse nella mentalità comune, quanto abbia influito sulla vicenda cittadina. Impresa assai ardua, naturalmente, circa la quale, però, qualcosa è possibile dire. D’altra parte, risulta senz’altro singolare il fatto che Caffaro, il primo cronista cittadino, contemporaneo agli eventi, non faccia menzione alcuna dell’avvenimento. Che non si fosse ancora cristallizzata una leggenda relativa all’arrivo a Genova delle ceneri del Precursore? E’ obiettivamente difficile spiegarne il silenzio postulando l’esistenza di cronache espressamente dedicate; tanto meno affermando (come è stato fatto) ch’egli intedesse dare avvio ai propri Annali dalla spedizione successiva, quella del 1100, la quale fu effettivamente una spedizione importante, partecipata da tutta la cittadinanza, finalmente pacificata alla notizia della conquista di Gerusalemme. Probabilmente, il culto del Battista non aveva ancora ricevuto l’attenzione che meritava.

    Tuttavia, è probabile che esso fosse già in auge nel 1130. Ne rimangono tracce, infatti, in corrispondenza dell’erezione della diocesi genovese ad arcidiocesi. Numerose, inoltre, sono le attestazioni superstiti per la seconda metà del XII secolo e per tutto il XIII. Iacopo da Varazze, dunque, non fece altro che rileggerne il culto alla luce delle esigenze del proprio tempo, forse con l’obiettivo di trasformarlo in qualcosa di simile a una “religione civica”, nella quale i Genovesi di ogni fazione, in perenne lotta tra loro, avrebbero potuto identificarsi. Da questo momento in poi, infatti, le attestazioni si moltiplicano: nel 1299, nel bicentenario dell’arrivo delle ceneri, l’arcivescovo Porchetto Spinola approvò, dunque, la costituzione di una «consortia» (e, cioè di una confraternita) dedita esplicitamente al culto del santo; il 13 febbraio del 1312, l’imperatore Enrico VII stabilì che chi avesse voluto pregare a suo vantaggio (e a suffragio dell’imperatrice Margherita, da poco defunta e sepolta in San Francesco di Castelletto a Genova) avrebbe dovuto recarsi presso l’altare del Battista: nel 1319, le reliquie furono portate in processione dalla parte guelfa, vincitrice sui ghibellini della Riviera di Ponente. Bisognerà attendere, però, il 1323 perché, su iniziativa di due privati cittadini – Benedetto e Nicolò Campanari (forse appartenenti alla «consortia» di recente approvazione) – le ceneri trovino accoglienza in una cappella apposita nella cattedrale, e il 1327 perché, per volontà dell’influente famiglia Fieschi, il Battista sia finalmente dichiarato «Patrem civitatis».

    Tra arte e diplomazia

    Nonostante ciò, il culto battistino stenterà ad assumere un carattere ufficiale. Basti pensare agli affreschi trecenteschi della cattedrale: il Santo non possiede affatto un ruolo di preminenza. Poche, inoltre, sono le chiese e le cappelle dedicate al Battista nel territorio genovese. Senza dubbio, il Battista ebbe un peso nel segreto delle coscienze: nel corso della grande peste di metà secolo, ad esempio, le catene che assicuravano l’arca delle ceneri furono oggetto di particolare venerazione, giacché il solo toccarle – pare – assicurava protezione. E’ sintomatica, tuttavia, la vicenda della concessione da parte di Urbano VI, il 26 settembre 1386, per la festa della natività del Battista, delle stesse indulgenze godute dalla chiesa di San Marco a Venezia per la solennità dell’Ascensione: i Genovesi non si curarono affatto di richiedere al papa i termini esatti dell’indulgenza, bastando loro d’essere equiparati alla città rivale! Soltanto nel XV secolo, le ceneri avrebbero acquisito un valore simbolico in ordine all’accrescimento della potenza genovese, venendo ospitate nella splendida cappella del Gagini, nella navata sinistra della cattedrale di San Lorenzo. Per il momento, tensioni e spaccature evitarono che il culto – sostenuto solo da parte della popolazione (nello specifico dalla parte guelfa) – divenisse realmente espressione corale della cittadinanza.

    E oggi? Oggi si festeggia il 23 giugno, col grande falò di piazza Matteotti, che ricorda i grandi fuochi d’età moderna, seguito da un inspiegabile Ghost Tour che sa molto di notte di tregenda… e dalla tradizionale processione delle ceneri al mare, il 24. Ce n’è per tutti.


    Antonio Musarra

  • Siamo soli e ci piace: “Alla gente manca la gente”

    Siamo soli e ci piace: “Alla gente manca la gente”

    letteredallaluna-quadernoSarà che la vita altrui interessa poco, e allora tanto vale parlare di rado e ascoltare con un solo orecchio. Oratori non praticanti, ascoltatori fuori esercizio. Abbiamo i fatti nostri e sembrano bastarci, a tal punto che capita di sentirci oberati e in affanno, ripieni come ravioli, di fatti nostri.

    Circondati da centinaia di migliaia di persone sconosciute, sprecate. Per strada, sull’autobus, siamo soli. E ci piace. Ci guardiamo intorno, ogni tanto, quando distogliamo lo sguardo dai piedi, e parliamo, sì lo facciamo, in silenzio, da soli, dentro, dove nessuno può mettere orecchio. Chissà che sguardo furbo, non ce ne accorgiamo e non ce lo dice nessuno.

    Sarà che ci sfugge il verbo della gente perché la gente non ha nulla da dire. Eh sì, facile così. E poi cosa ne sai della gente? Come “gli alberi”, “le piante”, “gli animali”.

    (La gente non sa nulla della gente).

    Sarà che siamo impauriti. Sotto gli occhi di tutti, a portata di giudizio. Come se la vita fosse un’audizione e chi ci sta intorno la giuria, uscire di casa la mattina, il portone come un sipario e la città il palcoscenico. È forse questo timore ancestrale a tenerci distanti?

    (Alla gente manca la gente).

    Ci sono supereroi, uomini e donne, che ancora oggi a qualsiasi età conoscono e frequentano continuamente persone nuove. Spinti dalla curiosità di parlare ed ascoltare, studiosi della nostra specie, esseri attivi e partecipanti; loro migliorano il mondo, concretamente, tutti i giorni.
    Noi no, noi e la nostra cerchia. Noi non siamo supereroi. Costumati e silenziosi, noi abbiamo i fatti nostri.

    P.S. Eppure le rare volte in cui ci capita di parlarne non riusciamo a rendere l’idea. Quando escono dalla bocca, i fatti nostri, prendono sembianze amorfe, brutte copie, perdono peso, si sgonfiano. Sembrano quasi fatti degli altri.
    Quale è la vera faccia dei fatti nostri? Quella che esce dalla bocca o quella che alberga nelle mente?

    Gabriele Serpe

  • Home restaurant, Thérèse Theodor da Haiti a Genova per aprire le porte della sua cucina: «Ospito chi mi ospita»

    Home restaurant, Thérèse Theodor da Haiti a Genova per aprire le porte della sua cucina: «Ospito chi mi ospita»

    home-restaurant-therese-theodorL’incontro con la nuova genovese di oggi, Thérèse Theodor, nata ad Haiti e residente in Italia dal 1978, ci porta nel mondo dell’home restaurant. Per home restaurant si intende un servizio di ristorazione svolto all’interno della propria abitazione, una pratica nata nel 2006 a New York, estesa negli anni successivi in Europa e che grazie alle possibilità offerte dal web e dai social network si è estesa negli ultimi anni anche in Italia.
    L’home restaurant ha permesso a molte persone appassionate di arti culinarie di trasformare la propria cucina in un ristorante aperto occasionalmente alle altre persone, non solo amici e conoscenti, ma anche turisti e viaggiatori che possono così sperimentare la cucina originale dei luoghi visitati e ricette frutto dell’inventiva personale o delle tradizioni familiari.
    Al centro del nostro incontro con Thérèse Theodor c’è la cucina haitiana, non molto conosciuta nel nostro paese: scopriremo le affinità tra la cucina haitiana e molte tradizioni regionali e che oggi in Italia si può cucinare “haitiano” usando prodotti locali italiani.
    La ricchezza e la varietà delle tradizioni regionali in cucina, d’altra parte, è il piacevole risultato di secoli di contaminazioni e incroci culinari, che ci hanno regalato delle tradizioni naturalmente fusion, come la cucina siciliana della quale ci parlerà Thérèse.

    Attualmente in Italia l’home restaurant non ha ancora una propria disciplina specifica e viene esercitato come attività occasionale. Ci sono due proposte di legge in Parlamento, una del 2014 e una del 2015, per disciplinare lo svolgimento di questa attività, non ancora discusse e approvate. Può essere di sicuro una grande opportunità per tutte le persone con ottime abilità culinarie frenate nell’esprimere la propria creatività dai costi richiesti per l’apertura di un’attività di ristorazione tradizionale.
    Per i nuovi cittadini abili nel cucinare c’è un’opportunità in più: rovesciare il punto di vista del senso comune “ospitando chi li ospita”, come afferma Thérèse, e contribuire a diffondere la conoscenza reciproca e ad abbattere stereotipi. Quella culinaria resta un’area di diffidenza “interculturale”; una delle prime cose che si pensano rispetto a un paese che si conosce poco è: ma là, che cosa mangeranno?

    L’home restaurant fa parte di tutta quella serie di attività definite sharing economy, un nuovo stile di fare impresa basato sulla condivisione sociale e sull’incontro fra produttore e consumatore attraverso i servizi offerti dalla rete e dai social network, diffuso soprattutto nella gastronomia, nel turismo e nei trasporti. La sharing economy è un interessante ibrido fra l’esperienza gratuita della condivisione sociale e l’attività economica.

    La relazione fra il passeggero dei servizi di trasporto e il guidatore, ad uno sguardo immediato, ha le caratteristiche del passaggio gratuito fra amici e conoscenti pur configurando una transazione economica formalizzata. Qualcosa di simile accade nell’home restaurant: un’esperienza che fonde le caratteristiche dell’invito a cena in casa e del mangiare fuori, al ristorante.
    La convivenza con i servizi tradizionali di trasporti, ristorazione e turismo è piuttosto difficile per la concorrenza che si è creata a fronte di diversi inquadramenti legali e fiscali: per questo, molti auspicano una più precisa regolamentazione legale dell’home restaurant e di altre attività di sharing economy.
    Il vantaggio sarebbe una maggiore chiarezza e la possibilità di lavorare in modo non occasionale; c’è però il rischio che un’eccessiva regolamentazione possa ridurre l’aura di informalità che contribuisce ad accrescerne il fascino rendendo l’offerta della sharing economy sempre più simile a quella tradizionale. La discussione è aperta.

    home-restaurant-therese-theodorCome definiresti il tuo rapporto con la cucina?
    «La cucina è una passione che ho avuto fin da bambina. Una passione che ho cercato a volte di soffocare per fare altro….ma che, alla fine, si è sempre ripresentata!
    Io sono una persona molto curiosa, non mi piace solo la mia cucina, mi piace “la” cucina. Quella italiana è così diversa da regione a regione!
    Quando sento qualcuno che deve andare ad Haiti, la prima cosa che si chiede è: cosa mangeranno? Ognuno mangia più o meno quello che produce, non ci si può portare dietro tutto il bagaglio! C’è però un trait d’union tra la cucina haitiana e molti piatti regionali italiani. Alcune ricette siciliane, molto saporite, sono simili alle nostre; in Liguria, come ad Haiti, si usa molto lo stoccafisso, dalle frittelle all’accomodato e il pandolce genovese ricorda alcuni dolci haitiani; in Abruzzo, ci sono fagiolane simili alle nostre cucinate in modo quasi uguale; in Lombardia c’è la cassoeula che è molto simile ad un piatto haitiano che si serve proprio con la polenta! Quello che trovo sbagliato è che un francese vada a cercare all’estero piatti francesi, o un italiano la pasta o la pizza. Quando si viaggia è bello provare ad assaggiare ciò che non si conosce.
    Ad Haiti ho iniziato a lavorare nel catering a casa. Si lavorava soprattutto nei giorni di festa, o si preparavano matrimoni, cresime, comunioni in casa, e la persona veniva a ritirare l’ordinazione quando era pronta.
    A me piaceva soprattutto preparare le cose salate. Ho sempre pensato che ci sono tre cose che si condividono molto volentieri con gli altri: il cibo, la musica e lo sport. Davanti a una partita di pallone, non c’è colore della pelle che tenga! Il cibo, uguale! La musica, uguale!».

    Dopo il tuo arrivo in Italia, hai subito iniziato a lavorare nel settore della ristorazione?
    «In Italia sono arrivata nel 1978, con un contratto internazionale, quando gli italiani non sapevano neanche cosa fosse l’immigrazione. Per tre anni ho lavorato sempre in cucina in una casa privata, poi non mi trovavo bene e sono andata via. Ho abitato per un periodo a Torino, ho preso il diploma di parrucchiera ed estetista, mi sono fatta un famiglia; alla fine ho preferito tornare a lavorare nelle case.
    Da molti anni lavoro nella stessa, e cucinando anche per ospiti e amici, ora a Genova grazie al passaparola sono abbastanza conosciuta e mi sono chiesta: perché non inserire anche qualche piatto haitiano?
    Dentro una parte del mio cuore, c’è sempre stato il desiderio di esprimermi culinariamente. Così, dal gennaio del 2016, ho iniziato una mia attività di home restaurant».

    Ti piacerebbe che l’home restaurant diventasse la tua professione principale?
    «Vorrei che fosse cosi, forse presto lo sarà. E’ un sogno che vorrei portare avanti. Per ora è un’attività di tipo occasionale e per me ancora molto sporadica. Ora faccio home restaurant due volte alla settimana, e solo su ordinazione. Se dovesse concretizzarsi, diventerà la mia posizione professionale, e allora mi occuperò solo delle mie padelle, dei miei commensali».

    Attraverso quali canali i clienti sono venuti a conoscenza della tua attività?
    «Arrivano col passaparola. Il primo grande impatto è stato grazie ai media, ho anche cucinato in diretta tv per il Festival Suq. Molte persone si sono avvicinate alla mia attività dicendomi, ti ho visto sul giornale, ti ho visto in tv. Un gruppo è tornato di nuovo, e ha portato altre persone.
    Per essere a Genova è una cosa che stupisce, ma che non mi stupisce. So che il genovese si conquista col contagocce, ma una volta che ti conosce, diventi un’amica per la pelle. Qua mi sento accolta, e poi c’è il mare che mi aiuta a vivere!
    A tutti quelli che vengono al mio home restaurant chiedo di scrivere un pensiero, che sia una critica, che sia una lode, per vedere se posso migliorare, se ci sono dei cambiamenti da fare. Le persone che sono venute, almeno le prime, non le conoscevo nemmeno, credo che fossero di un livello sociale abbastanza alto, perché, quando gli ho chiesto di valutare con un prezzo menù, servizio, cortesia, hanno indicato un prezzo molto alto, non tutti possono permettersi di spendere così tanto per andare a mangiare fuori. Come età sono tutti dai 20 anni in su, ho avuto anche bambini accompagnati dai genitori».

    home-restaurant-therese-theodorChi ti contatta per una cena concorda già prima il prezzo e il menù o viene definito nel corso della serata?
    «Il prezzo è già definito, vieni e sai già quanto spendi! Il menù invece no, è al buio! L’unica cosa che chiedo è se ci sono intolleranze e allergie. Nella mia clientela ci sono anche diversi vegetariani e vegani. Non è vero che se uno non mangia carne, non mangia bene, il segreto è saper abbinare i piatti. Tutto quello che è stato creato di commestibile può essere piacevole al palato e allo spirito, basta solo saperlo cucinare».

    Negli ultimi anni, le cosiddette“cucine etniche” sono diventate piuttosto di moda in Italia. L’home restaurant può essere un’opportunità in più rispetto alla ristorazione tradizionale per far conoscere e condividere altre tradizioni e specialità culinarie e le culture che le accompagnano?
    «Per me è una grande opportunità. Tramite il cibo, tramite l’accoglienza casalinga, tu, ospite di un paese, ospiti chi ti ospita. Chi vede il tuo vissuto, chi varca la porta di casa tua, se aveva un’opinione negativa di te, si rende conto che era sbagliata. Avvicinarsi a una persona nel suo ambiente casalingo ti permette di capire che tipo di persona è, quali sono i suoi sentimenti, che cosa pensa. Per ogni immigrato sarebbe un’opportunità ospitare qualcuno a casa e avere la possibilità di parlargli di quello che ama!
    L’approccio casalingo, per me nato ad Haiti, in Europa e in America c’è già da molti anni. In Italia arriviamo sempre in ritardo, e quasi sempre si comincia da Milano e Roma. A Genova tanti hanno iniziato, non so quanti abbiano continuato. Io mi sono detta: voglio vedere se Haiti riesce a dire: ci sono, venite, ritornate».


    Andrea Macciò