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Scopri Genova e la Liguria, la sua storia, la tradizione, la cucina e le curiosità.

  • Quelle strane crociate dei Genovesi

    Quelle strane crociate dei Genovesi

    genova-crociata-bambiniIl legame tra Genova e le crociate è, in certo qual modo, strutturale. Caffaro, il decano dell’annalistica genovese, non esita a coniugare il sorgere della “compagna” – e, cioè, di quell’organismo dai labili tratti pattizi e istituzionali dal quale sarebbe scaturito il comune di Genova – alla partecipazione dei propri concittadini alla prima crociata, consumatasi nel decennio a cavallo tra XI e XII secolo. La crociata – si può dire – fu un fatto nuovo e per molti versi totalizzante, che avrebbe impregnato la mentalità collettiva per secoli. E di ciò i Genovesi sarebbero stati testimoni e partecipi. La stessa storiografia genovese avrebbe fondato sulla crociata la rappresentazione dei propri concittadini, affatto tratteggiati nelle vesti di mercanti – con buona pace della nota equivalenza Ianuensis ergo mercator – bensì di combattenti, anzi, di milites Christi, a dimostrazione di quanto quell’esperienza fosse penetrata nel profondo.

    Ciò nonostante, grande fu lo stupore, a Genova, quando, nel 1212, giunse in città una nutrita massa di pellegrini – giovani, poveri, vagabondi e senza radici, o più semplicemente esclusi –, che diede vita a quella che è passata alle cronache come la “crociata dei fanciulli”. L’episodio – su cui si è scritto molto, spesso a sproposito – si inserisce nel quadro delle cosiddette “crociate popolari”: movimenti spontanei di uomini e donne, talvolta armati, speso usi alla violenza (in alcuni casi si parla perfino di cannibalismo, come nel caso dei Tafur della prima crociata), pienamente rientranti nel contesto più generale del movimento crociato, essendone sostanzialmente una delle variabili possibili e storicamente realizzate.

    A incidere sull’immaginario dei cosiddetti pueri – i semplici – del 1212 furono le aspettative di rinnovamento della chiesa e le inquietudini mistico-religiose del tempo, corroborate dall’inizio delle campagne di predicazione volte a contrastare manu militari (ma col sostegno della croce) gli albigesi della Linguadoca – meglio conosciuti come catarie i saraceni della penisola iberica, il cui messaggio conteneva pressanti appelli alla semplicità apostolica e alla penitenza. La volontà di liberare il Santo Sepolcro senza armi – vista anche l’ingloriosa fine della spedizione del 1202-1204, che era giunta a conquistare nientemeno che Costantinopoli – guidava quella turba di disperati, parte della quale, partita dai Paesi Bassi, dalla Renania e dalla Francia settentrionale tra la primavera e l’estate, era giunta a valicare le Alpi, alla ricerca di un modo per recarsi nel levante.

    L’arrivo di un gruppo consistente di pellegrini a Genova è testimoniato dall’annalistica locale, che costituisce, a tutti gli effetti, una delle poche fonti riguardanti l’episodio. Secondo l’annalista Ogerio Pane, nel corso dell’estate giunsero in città, guidati da un certo Nicola – che sappiamo da altre fonti essere originario dei dintorni di Colonia – circa settemila persone tra uomini, donne e bambini:

    [quote]Nel mese di agosto, di sabato, otto giorni prima delle calende di settembre, un certo fanciullo tedesco di nome Nicola entrò nella città di Genova, poiché era in pellegrinaggio, e con lui un’enorme moltitudine di pellegrini che portavano croci, bordoni e scarselle, oltre settemila tra uomini, donne, fanciulli e fanciulle, a giudizio di un uomo di senno. E la domenica seguente uscirono dalla città; ma molti uomini, donne, fanciulli e fanciulle di quella schiera rimasero a Genova.[/quote]

    La turba, dunque, avrebbe sostato per qualche tempo in città, o, più verosimilmente, al di fuori delle mura, probabilmente nei pressi della commenda ospitaliera di San Giovanni di Pré, che segnava allora il limite occidentale dell’abitato.

    Qualche particolare è aggiunto da Iacopo da Varagine nella sua Chronica civitatis Ianuensis, composta alla fine del secolo (nonostante egli collochi erroneamente l’episodio nel 1222). A quanto pare, Nicola aveva promesso ai propri seguaci l’apertura del mare e l’agevole accesso alla Terrasanta. Ma, sfortuna volle, che il miracolo tardasse a manifestarsi. Ciò deluse le speranze collettive, sì che, dopo qualche tempo, la maggior parte dei presenti decise di abbandonare l’impresa e di fare ritorno alle proprie case. Iacopo, anzi, afferma che i Genovesi avrebbero insistito perché i pellegrini se ne andassero, sia perché diffidavano della loro giovane guida, sia perché avevano paura che il gran numero di persone presenti in città provocasse una carestia o, più in generale, problemi di natura igienica, sia, infine, per motivi di natura politica: il giovane Federico II Hohenstaufem aveva abbandonato la città da poco tempo, il 25 luglio; la presenza di una gran massa di tedeschi, ancorché pellegrini, avrebbe potuto dare adito a fraintendimenti, visti i contrasti in corso tra il sovrano e Ottone di Brunswick per il controllo della corona imperiale. L’impegno crociato dei pueri tedeschi, dunque, pareva del tutto fuori luogo.

    La crociata delle donne

    genova-crociata-donneQualche decennio dopo, in pieno 1300, un altro episodio avrebbe fatto parlare di sé. In quell’anno, i mongoli, provenienti dalle steppe, calarono in Siria, sconfiggendo alcune armate mamelucche che controllavano la regione. La notizia – squisitamente falsa – della riconquista di Gerusalemme, contribuì a risvegliare gli animi, afflitti da quando, nel 1291, con la caduta di Acri, tutta la Terrasanta era stata perduta. Nell’estate del 1301, un francescano savonese, un certo Filippo Busserio, si fece latore presso papa Bonifacio VIII dei voleri di alcune nobildonne genovesi, appartenenti a famiglie dai nomi altisonanti – per citarne alcune: Carmadino, Ghizolfi, Grimaldi, Doria, Spinola, Cibo… –, le quali, «mente viros in corpore fragili», desideravano vestire lorica e corazza e partire alla riconquista dei Luoghi Santi. Inizialmente, Bonifacio accolse con soddisfazione i loro propositi, tanto più che a guidare la spedizione (definita significativamente «passagium quasi particolare» e, cioè, non proprio una crociata ma qualcosa di simile) sarebbe stato Benedetto Zaccaria, l’ammiraglio genovese che aveva trionfato sui Pisani alla Meloria nel 1284.

    Il 9 agosto, il papa diramò alcune lettere nelle quali esaltava l’ardimento delle donne genovesi e denigrava l’atteggiamento di principi e dei potenti nei confronti della Terrasanta:

    [quote]O miracoli, o prodigi! Le donne prevengono gli uomini nel soccorso della Terrasanta![/quote]

    Al contempo, ordinava al frate minore Porchetto Spinola, amministratore dell’arcivescovado genovese, di predicare la croce in città, ingiungendo ai membri dell’ordine francescano di accompagnare la spedizione. Bonifacio si spinse sino a chiedere allo Zaccaria d’informarlo dei piani d’azione. Tuttavia, poco dopo, tornò sui propri passi, vietando alle dame genovesi di partire.

    Perché? Difficile dirlo. Il sospetto è che il problema fosse rappresentato dallo stesso Zaccaria – un personaggio scaltro e facoltoso, dalla biografia degna d’un romanzo – che desiderava probabilmente ritagliarsi un dominio personale lungo la costa siro-palestinese. Il tutto, dunque, finì in una bolla di sapone.

    E di quelle ardite femmine non si seppe più nulla.

    Antonio Musarra

  • Violenza di genere, la nazionalità non conta. Intervista a Edith Ferrari, psicologa peruviana al Galliera

    Violenza di genere, la nazionalità non conta. Intervista a Edith Ferrari, psicologa peruviana al Galliera

    edith-ferrariIn molte libere professioni l’ostacolo per l’affermazione professionale dei cittadini stranieri è rappresentato dal riconoscimento dei titoli accademici conseguiti nel paese di origine. La storia di Edith Ferrari, psicologa e psicoterapeuta residente a Genova dal 1991, nata in Perù da padre di origine italiana, e attualmente presidente del Colidolat (Coordinamento ligure donne latinoamericane), ci parla di un percorso a ostacoli costellato da studi universitari che è stata costretta a riprendere quasi da capo, dalla necessità di spostarsi per lezioni ed esami in una città diversa da quella di residenza e dalla difficoltà di trovare gli impieghi temporanei necessari per sostenere i costi del percorso di studi.
    Ora ha raggiunto il suo obiettivo professionale e opera nella nostra città come psicologa/psicoterapeuta libera professionista, collabora con la Casa circondariale di Pontedecimo e con l’ospedale Galliera nell’ambito del progetto SOSstegno Donna, dedicato alla cura e all’assistenza delle persone vittime di maltrattamento relazionale che accedono al pronto soccorso. In passato si è occupata dell’inclusione scolastica degli alunni di origine straniera.

    Grazie alla sua esperienza, in questa seconda puntata di “Nuovi genovesi” ci soffermeremo sul tema del contrasto alla violenza relazionale e, in particolare, alla intimate partner violence (violenza sulle donne ad opera del partner). Un fenomeno strutturalmente e storicamente sommerso, spesso confinato tra il segreto di mura private, tanto che correntemente viene utilizzata l’espressione “violenza domestica”, e che solo recentemente sta iniziando a emergere in maniera più significativa.
    Ribaltando un radicato stereotipo che rappresenta l’aggressore come lo sconosciuto per eccellenza, la stragrande maggioranza degli autori di violenza relazionale sono mariti o ex mariti, conviventi (o ex), fidanzati (o ex). Il senso comune (e molte analisi superficiali o strumentali) correlano la violenza di genere all’origine geografica, alla confessione religiosa, al disagio economico-sociale o a un mix di questi fattori; non è infrequente chi lega direttamente l’apparente aumento delle violenze sulle donne (che potrebbe essere dovuto invece a una maggiore emersione) all’accresciuta presenza di immigrati e residenti di origine straniera.
    La testimonianza di Edith ci racconta una realtà diversa, una realtà assolutamente trasversale.
    Non esistono rilevanti differenze di origine geografica, istruzione e posizione sociale fra gli aggressori e simile è la tipologia delle violenze inflitte; solo, in alcuni contesti o culture, le donne possono tendere a sopportare di più la violenza relazionale.
    La presenza di una professionista di origine straniera e bilingue, che ha vissuto personalmente l’esperienza migratoria e che può comunicare in maniera immediata con donne della comunità linguistica ispanofona, la più diffusa a Genova, si è dimostrata un valore aggiunto per aumentare la consapevolezza delle donne immigrate rispetto al fenomeno della violenza relazionale e a renderla sempre meno tollerata e sopportata dalle donne stesse e dalla sensibilità pubblica.

    Quando sei arrivata in Italia eri già in possesso di una laurea. Che percorso hai dovuto fare per vedere riconosciuto il tuo e l’esercizio della professione di psicologa?
    «Mi sono laureata in Psicologia clinica in Perù nel 1990 e abito in Italia dal 1991. Mi sono re-iscritta a psicologia nel 1992 e mi sono laureata in un’università italiana nel 1995! I miei studi precedenti sono stati riconosciuti solo parzialmente, ho dovuto reiscrivermi all’Università e frequentare il terzo, quarto e quinto anno. Mi sono dovuta spostare a Torino, perché allora a Genova non esisteva il corso di laurea in Psicologia. In seguito ho conseguito la specializzazione in psicoterapia ad indirizzo lacaniano all’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza di Roma e un master in Criminologia all’Università di Genova nel 2012. Ci sono stati molti sacrifici: spostarsi in altre città, non tornare per molti anni in Perù, conciliare studi e vari lavori temporanei per sostenere le spese della laurea. Sono riuscita a farli perché sapevo che lo facevo per prendere la laurea, che non ero condannata a fare quel lavoro per sempre. Ora ho la fortuna di fare il mio mestiere, quello che ho scelto, di lavorare in quello che è mio! Il problema è che qui in Italia studiare costa molto. Io ho avuto una famiglia e un marito che mi hanno appoggiato, ma come potrebbe riuscire a laurearsi una persona sola e che deve mandare soldi alla famiglia? Laurearsi costa molto, in molti esami c’erano i libri scritti dai professori da comprare e gli ostacoli burocratici mettono a dura prova la voglia di farlo! Io ci sono riuscita perché lavoravo poche ore al giorno, avevo un marito, non avevo figli in Perù e i miei genitori non erano soli, non essendo l’unica figlia. E poi c’è tutta la vita degli affetti che per un immigrato è molto complicata, ed è una cosa che raramente il cittadino medio pensa. Se i miei genitori, o i miei figli, sono in Perù, non è che posso prendere il treno e andare a trovarli nel fine settimana».

    Per quanto riguarda l’iscrizione all’Ordine Professionale o la partecipazione a concorsi, hai avuto personalmente o sei a conoscenza di limitazioni di accesso legate al possesso della cittadinanza italiana?
    «Personalmente ho la cittadinanza per famiglia, perché l’Italia riconosce l’ascendenza familiare fino alla terza generazione. Come cittadina italiana, ho partecipato a concorsi per incarichi a tempo determinato e a progetto, nei quali era richiesto essere residenti, regolarmente soggiornanti in Italia e a posto coi documenti, ma non mi risulta che ci fosse il requisito della cittadinanza.
    Nel mio caso il problema ha riguardato non l’iscrizione all’ordine professionale, ma il riconoscimento degli studi e della laurea. Gli Stati Uniti, che riconoscono le lauree acquisite all’estero senza problemi, sono più furbi…si trovano molti professionisti qualificati sul territorio senza dover fare grossi investimenti».

    Le statistiche sulla violenza domestica vedono la Liguria fra le regioni italiane con un maggior tasso di ”vittimizzazione” per violenza fisica. Ci illustri brevemente la tua esperienza e le caratteristiche del tuo lavoro presso l’ospedale Galliera?
    «Qua arrivano le vittime di violenza domestica, fisica, psicologica ed economica. A volte in modo spontaneo, a volte accompagnate dalle Forze dell’Ordine. A tutte le donne che arrivano, noi offriamo un ciclo di incontri gratuiti e dopo dobbiamo passare i casi ai centri territoriali.
    E’ molto importante il lavoro degli infermieri del triage perché sono molti i casi di violenza mascherata, le classiche donne che affermano di essere “cadute”, le persone che arrivano con stati di ansia o panico, appelli che la persona fa perché non riesce a comunicare diversamente.
    Il nostro scopo è accompagnare queste persone alla consapevolezza, a mettere fine a una relazione mortifera che contribuiscono a tenere in piedi, quello che noi chiamiamo rettifica soggettiva.
    La denuncia, che è solo l’inizio, è destinata a decadere se non è accompagnata dalla ferrea consapevolezza della donna. Noi dobbiamo farle capire perché va ad incontrare sempre lo stesso tipo di persona. Nell’anamnesi di queste persone ricorrono gli incontri con uomini che le maltrattano; possono cambiare partner, ma è come se si innamorassero sempre della stessa persona. Se tu puoi dire di no, o dire di sì, perché dici sì? È questo che dobbiamo farle comprendere. In questa vita tutto ha un limite, ma per alcune donne questo limite non esiste».

    Qual è l’incidenza percentuale delle donne straniere rispetto agli accessi al pronto soccorso?
    «Il 60% dell’utenza femminile è composta da italiane e il 40% da straniere. La maggioranza è di origine sudamericana, la comunità a Genova più numerosa. Nella tipologia di maltrattamenti, non ci sono grandi differenze tra straniere e italiane, non prevale in un gruppo la violenza fisica piuttosto che quella psicologica. Per alcuni versi, la donna immigrata è più vulnerabile per tutte le questioni legate al soggiorno e ai documenti».

    La violenza domestica e sulle donne nelle sue diverse forme è trasversale o ci sono picchi specifici legati alle differenze culturali o al disagio sociale ed economico?
    «La violenza è un fenomeno assolutamente trasversale. Qua arrivano donne italiane e straniere, arrivano donne laureate, con un lavoro, economicamente autonome che potrebbero cavarsela da sole. Noi vediamo una gamma completa di posizioni socioculturali ed economiche, sia tra le straniere che tra le italiane. Nella maggioranza dei casi, i maltrattamenti durano da anni, sono pochissime le persone che vengono al pronto soccorso la prima volta che il partner le ha picchiate. In questi anni molte donne provenienti da culture nelle quali il fenomeno della violenza è più sopportato cominciano a prendere coscienza che tutto ha un limite, e questo è un fatto per noi assolutamente positivo».

    La presenza di una psicologa di origine straniera e bilingue può essere utile per incoraggiare le donne straniere a ricorrere a questo servizio e intraprendere un percorso di consapevolezza e emancipazione dalla violenza?
    «Sì, certamente è un valore aggiunto. L’ospedale Galliera è in questo momento l’unico a offrire un servizio del genere e l’unico a contare su una psicologa e psicoterapeuta bilingue. Non ce ne sono molte in Liguria e in generale in Italia. Personalmente mi è stato utilissimo il corso di mediazione culturale attivato a Genova nel 1995, uno dei primi in Italia. Per certi tipi di quadri clinici è importante non solo la laurea, la formazione, l’esperienza, ma soprattutto il lavoro su se stessi. Chi lavora con sex offenders, donne maltrattate, rifugiati e richiedenti asilo che venendo qua hanno perso tutto e spesso subito violenza fisica e psicologica (fra di loro ci sono molte donne che sono state violentate) si confronta con sofferenze molto profonde. Puoi avere tutte le lauree di questo mondo ma, se non hai fatto un lavoro su te stesso, rischi il burnout. Essere psicologa e straniera ha implicato investimento sulla mia formazione e un lavoro su me stessa non da poco».

     Hai lavorato per molti anni come psicologa in progetti nel mondo della scuola: come valuti l’evoluzione del rapporto fra la scuola italiana e le giovani generazioni di origine straniera nell’ultimo decennio?
    «I figli degli stranieri nati in Italia o arrivati nell’età della materna sono più agevolati, strutturati mentalmente e capiscono benissimo la logica italiana. Chi è arrivato a 9/10 anni o in età adolescenziale, ha più problemi e su di loro c’è attenzione insufficiente; molti hanno anche smesso di studiare. Si rischia di avere una generazione semi-analfabeta nella propria lingua madre, ma anche in italiano, perché non leggono. Questo non è un danno solo per lo straniero, può essere un boomerang per quel paese che lo consente, un danno per tutta la società.
    Con la crisi, molte famiglie, soprattutto sudamericane, con figli adolescenti arrivati qua a 6 o 7 anni, sono state costrette dalla perdita di lavoro e della casa a tornare nel paese d’origine. E’ stata una generazione molto provata da tutti questi cambi di colori, di odori, di clima, che possono essere molto destabilizzanti per una ragazzina o un ragazzino.
    In un passato recente, molte scuole di “barriera” erano attive con iniziative e progetti, avevano a disposizione un budget in più per attivare laboratori e attività dedicate, molti progetti erano coordinati dal Centro risorse alunni stranieri, io stessa ho lavorato come psicologa in sportelli pagati direttamente dalle scuole, tramite fondi canalizzati. Negli ultimi anni, ho notato un’evoluzione in senso regressivo e uno scarso riconoscimento, non solo economico, del lavoro degli insegnanti.
    Nel mio lavoro ho conosciuto molti docenti che avevano l’umanità, l’elasticità mentale di mettersi in gioco, di capire che se il modo in cui ho insegnato finora mi serviva, ora non mi serve più, perché il target è cambiato. È molto più facile dire: è lui che non capisce che chiedersi “come posso fare io per farmi capire?”».


    Andrea Macciò

  • “Buona noia e sogni d’oro”

    “Buona noia e sogni d’oro”

    lettere-dalla-luna-quaderno-3Noia. Passaggi di tempo a vuoto, nudo e crudo. Assenza di bisogni e doveri di qualsiasi sorta, soggetti ed oggetti da attenzionare o a cui prestare attenzione. Non è depressione, non è apatia, non è spleen, non è pigrizia. Priva il nostro sguardo di filtri protettivi, la noia. La sua presenza frantuma le nostre armature. Ci mette in crisi perché ci pone al di qua, dove stanno gli artisti.
    Ma il mondo non è fatto di artisti e il vuoto non è il nostro habitat. E così ci scopriamo incapaci di vivere i naturali momenti di noia che la vita propone, incapaci di restare fermi e in silenzio davanti al muro senza nulla da fare.

    Immagini la noia e provi sensazioni negative. Addirittura l’etimologia rimanda all’”avere in odio” qualcosa o qualcuno. Compagna fedele dell’uomo, si è evoluta sino al calderone di significati e interpretazioni del nostro tempo, imbevuta ormai come è di oscurità, grigiore, malessere, ci abbiamo riversato di tutto.

    Eppure che motore stupefacente! E che ali giganti!

    Per noia abbiamo giocato, imparato, sognato, rincorso – i bambini lo sanno – abbiamo provato a cambiare quel che non ci piaceva. La noia muove, insegna agli uomini a viaggiare, a immaginare, a desiderare. È il seme della scoperta, la causa dell’opera d’arte.
    Pensiamo che non ci serva. Siamo convinti che scongiurarne la presenza sia buona cosa. Ce ne sbarazziamo, faremmo di tutto pur di tenerla lontana e appena ne avvertiamo i sentori reagiamo immediatamente accendendo qualsiasi cosa a portata di dito, la nostra vita è ricolma di antidoti con effetto immediato. Questa fobia ci rende facili prede e ci ha fatto accettare compromessi che altrimenti forse neanche i più furbi si sarebbero sognati di proporre.

    “Dove scappi?” potesse parlare direbbe “rimani”.

    E tu per una volta non scappare, non avere paura. Tieni a bada quel dito. Perché se la vita è azione, argilla da plasmare, inalazione e assorbimento, la noia è la sua punteggiatura. Per prendere respiro, prima di capire cosa fare, cosa dire, cosa leggere, cosa scrivere.

    Sarà anticamera, pertugio, feritoia.
    Buona noia e sogni d’oro.


    Gabriele Serpe

  • Quella “sacra scutela” di smeraldo: un Graal tutto genovese

    Quella “sacra scutela” di smeraldo: un Graal tutto genovese

    catino-genovaLa si attendeva da tempo. La mostra sul Medioevo genovese, recentemente inaugurata presso il Museo di Sant’Agostino, è quel che si suol dire “un lieto evento”, soprattutto per un città che di quel Medioevo conserva ancora molto, anzi, moltissimo. Certo, sarebbe stato meglio rendere il percorso espositivo più lineare perché chi entra nella chiesa di Sant’Agostino si trova un po’ in balìa di se stesso; qualche pannello, inoltre, riflette schemi storiografici piuttosto compassati, senza contare che, a dispetto del titolo – Genova nel Medioevo. Una capitale del Mediterraneo al tempo degli Embriaci – di Embriaci si parla, in fin dei conti, poco. Ma, in fondo, si tratta di sensazioni personali: nel complesso, si può dire che il lavoro effettuato sia, comunque, eccellente. Chiunque desideri conoscere i punti salienti della storia medievale genovese ha tutti gli strumenti a disposizione; soprattutto, ha di fronte a sé tutto ciò che serve per farsene, in certo qual modo, un’idea chiara: tessuti, oreficerie, marmi, monete, e poi quel Catino, solitamente conservato nel museo del Tesoro della cattedrale di San Lorenzo, che non manca d’attirare su di sé lo sguardo del visitatore, anche di quello più distratto. Nell’inaugurare questa mia piccola rubrica mensile, mi sono detto: perché non trattare brevemente di qualcosa che raccolga in se la “genovesità medievale” nel più ampio significato del termine? Ebbene: come si vedrà, il Catino fa esattamente al caso nostro.

    Memorie dannunziane

    Garneray-genova-800Sarebbe troppo lungo elencare tutti coloro che hanno tratto spunto dal Catino per trattare di un’epoca nella quale, per così dire, Genova iniziava a “insuperbirsi”. Mi riferisco a quel medioevo centrale, compreso grossomodo tra i secoli X e XIII, che vide i Genovesi dare abbrivio alla propria espansione sui mari. Tra tutti, ho scelto il mio preferito: quel D’Annunzio che tanta parte ha avuto nel raccogliere e rielaborare i caratteri di quel “medievalismo risorgimentalistico” (o, se si vuole, di quel “risorgimento medievalistico”), che aveva fatto del Comune medievale e della sua “sacra espansione” sui mari una delle proprie fonti d’ispirazione. Ebbene: nel corso della guerra italo-turca, egli unì la propria vena medievistica, d’ascendenza prettamente carducciana e, dunque, profondamente, civica, con i più ampi orizzonti mediterranei, producendo autentici capolavori quali la Canzone d’Oltremare, la Canzone del Sacramento o la Canzone del Sangue, contenute in Merope, ritenuto il quarto libro delle Laudi. Nella Canzone del Sangue, una copia della quale fu donata dal poeta stesso, nel 1911, al Consorzio autonomo del porto di Genova, D’Annunzio prende spunto dal Catino per cantare la potenza genovese nel Mediterraneo:

    In Cristo Re o Genova, t’invoco.
    Avvampi. Odo il tuo Cìntraco, nel caldo
    vento, gridarti che tu guardi il fuoco.

    Non Spinola né Fiesco né Grimaldo
    trae con la stipa. Il sangue del Signore
    bulica nella tazza di smeraldo.

    S’invermiglia a miracolo d’ardore
    il tuo bel San Lorenzo, come quando
    tornò di Cesarèa l’espugnatore.

    Tornò Guglielmo Embrìaco recando
    ai consoli giurati, in sul cuscino,
    tra la sesta e il bastone di comando,

    tra la coltella e il regolo, il catino
    ove Giuseppe e Nicodemo accolto
    aveano il sangue dell’Amor divino.

    Era desso, l’Embrìaco, figliuolto,
    quei che fece al Buglione il battifredo
    onde il vóto santissimo fu sciolto.

    Con le mani che diedero a Goffredo
    la scala invitta, sopra il popol misto
    levò la tazza. E il popol disse: “Credo”.

    E ribolliva il sangue ad ogni acquisto
    di Terrasanta; e n’eri tutta rossa,
    il popolo gridando: “Cristo, Cristo!

    Cristo ne preste grazia che si possa
    andar di bene in meglio”. E la Compagna
    incastellava cocca e galèa grossa.

    Quel Catino che merita una visita

    Come si vede, il Catino possiede un’intrinseca simbolicità. Ma di che si tratta? Che cosa sappiamo di questo piatto dalla forma esagonale e dal colore tanto particolare? In realtà, Caffaro, il primo cronista genovese, autore di un opuscolo espressamente dedicato alla partecipazione dei propri concittadini alla crociata, non ne parla affatto. È Guglielmo di Tiro, vissuto in pieno XII secolo, a citarlo per primo, riportando verosimilmente quanto circolava su di esso. A suo dire, i Genovesi erano soliti mostrarlo ai visitatori più illustri, sostenendone il carattere smeraldino, attestato, in realtà, soltanto dal colore. Verso la metà del Trecento, Francesco Petrarca lo dirà comunque meritevole di visita, e ciò a prescindere dal materiale di cui era fatto. E, certamente, il Catino merita d’essere visto, e studiato, anche solo per scoprire che è probabilmente di fattura islamica, databile al IX-X secolo. Ciò che colpisce il visitatore, a ogni modo (quantomeno quello più attento e preparato) è la connessione tra l’oggetto e le vicende graaliche. Intendiamoci: non è affatto certo che i Genovesi, o, quantomeno, che l’élite colta cittadina, credessero di possedere davvero il piatto utilizzato da Gesù nel corso dell’Ultima Cena (o da Nicodemo per raccogliere il sangue del Signore crocifisso); solo che era comodo farlo. Tali connessioni, sviluppatesi nel corso della seconda metà del Duecento, erano sfruttate per impressionare, per mostrare a prelati, diplomatici e ambasciatori in visita a Genova (sempre che questi si lasciassero impressionare) la gloria e la potenza della città. Nell’agosto del 1287, ad esempio, il Catino fu mostrato al vescovo nestoriano Rabban Bar Ṣaumā, proveniente dall’Oriente, che lo descrive come “un bacile di smeraldo a sei facce” nel quale “Nostro Signore aveva mangiato la Pasqua con i suoi discepoli e che era stato portato lì al tempo della presa di Gerusalemme”. Lo stesso Iacopo da Varagine, arcivescovo di Genova tra il 1292 e il 1298, lascia trasparire, tuttavia, nella sua Chronica civitatis Ianuensis, la sua incredulità al riguardo, preferendo discorrere della sua mirabile fattura: un oggetto tanto perfetto non poteva essere frutto dell’ingegno umano; ciò lo rendeva senz’altro degno di venerazione.

    Il Catino non è una reliquia

    Il Catino, del resto, non fu mai al centro di un culto specifico: mai fu utilizzato, ad esempio, nella liturgia del Giovedì Santo o nella solennità del Corpus Domini (anche se permangano tracce di un suo utilizzo al principio della Quaresima); mai assurse al ruolo di reliquia, tantomeno di reliquia cristica. Non fu mai, ad esempio, fomite di miracoli, né meta di pellegrinaggio; e ciò, nonostante, le possibilità offerte dalla cosiddetta “materia di Bretagna” (per intenderci: tutto ciò che concerne santi graal, belle dame e cavalieri seduti attorno a un tavolo. Rotondo, naturalmente). Nel 1319, anzi, il Comune giunse perfino a impegnarlo al cardinale Luca Fieschi, come garanzia per un prestito di 9.500 lire, necessario per difendere la città contro l’assedio della coalizione ghibellina. Si trattava, a detta dei più, di un oggetto di valore (che fosse di smeraldo o meno poco importava): di una sorta di tesoro, testimone d’un epoca gloriosa per il Comune genovese, che aveva visto la cittadinanza fuoriuscire da un periodo di lotte civili e riunirsi sotto l’egida della croce. Un raro momento di concordia cittadina da serbare nella memoria.

    Un oggetto di valore

    genova-nel-medioevoIl Catino, dunque, possedeva un altissimo valore simbolico; e ciò ne aumentava l’appetibilità. Non a caso, nel 1409, l’arcivescovo di Genova, Pileo De Marini, avrebbe accusato il governatore francese della città di volerlo rubare. E non sarebbe stato l’unico: nel 1518, Antonio de Beatis, segretario del cardinale Luigi d’Aragona, si diceva preoccupato che l’oggetto – “il Sangradalo o il Catino dove mangiò Christo con li discipuli” – fosse sottratto e sostituito da una copia. Secondo Agostino Giustiniani, attento compulsatore delle memorie cittadine, nel corso del sacco di Genova del 1522 da parte delle truppe di Carlo V,

    [quote]il preciosissimo Catino con tutta la sacristia di San Lorenzo furono in gran pericolo di essere saccheggiati, perché un capitano Georgio Fereexperte, alamanno, tentò romper le porte et il muro di essa sacristia, ma i preti i quali erano serrati in quella fecero gran resistenza et i Padri del Comune, con riscatto di mille ducati, ottennero che il capitano alamanno si levassi dall’impresa.[/quote]

    Da quel momento in poi, il Catino fu mostrato poche volte. Ciò avrebbe alimentato le leggende, oltre che le descrizioni contrastanti. Pare, anzi, che ne fosse fatta una copia, di diversa misura, da tenere in bella mostra, serbando in un luogo segreto l’originale. Tali misure, a ogni modo, non impedirono a Napoleone di portarlo a Parigi. Era il 24 aprile del 1806. L’imperatore lo fece esaminare da alcuni esperti, che lo dichiararono di vetro. Tuttavia, le sue misure differivano da quelle rilevate, nel 1726, da uno dei suoi più illustri studiosi, il religioso Gaetano di Santa Teresa, che lo aveva detto alto 16 cm contro i suoi 9 cm attuali. Il Catino, a ogni modo, sarebbe stato restituito, anche se soltanto dieci anni dopo; per giunta rotto in undici pezzi, di cui uno mancante. Ed è così che è possibile ammirarlo, assieme al suo carico di rappresentazioni e, perché no, al dubbio che si tratti effettivamente dell’originale, esposto in bella mostra, nella chiesa di Sant’Agostino.


    Antonio Musarra

  • Emergenza casa e Diritto all’abitare, quando la politica si dimentica della solidarietà

    Emergenza casa e Diritto all’abitare, quando la politica si dimentica della solidarietà

    piazza-cernaia-centro-storico-casa-occupataI muri di Genova parlano spesso parole di buon senso. Troppa gente senza casa, troppe case senza gente, è una sintesi assai densa di un’inchiesta sull’emergenza abitativa nella nostra città, pubblicata lo scorso anno su questa testata. I numeri parlano chiaro: a fronte di migliaia di richieste inevase, le istituzioni liguri riescono a garantire un alloggio a poco più di un centinaio di nuove famiglie all’anno.
    Le ragioni, si dice, sono innumerevoli e complesse: crisi economica, graduatorie intasate, asfissianti requisiti, bandi mal pensati e peggio scritti, scarsità di alloggi, appartamenti in pessimo stato, fondi insufficienti, inquilini morosi, occupanti (illegali!). La verità è invece piuttosto banale. La politica non intende investire denaro pubblico per dare soddisfazione a un diritto fondamentale, ovvero il diritto a vivere con un tetto sulla testa.

    Non mi pare sia questo il contesto per enumerare le fonti normative (dalle dichiarazioni internazionali sui diritti umani alla tanto invocata Carta costituzionale, scendendo poi a precipizio per leggi ordinarie, regionali, regolamenti, e via discorrendo) in cui tale diritto, nelle sue molteplici forme, è riconosciuto a tutti e ognuno di noi, allorquando ci trovassimo in una situazione di indigenza, con un reddito minimo o inesistente, incapaci di provvedere al pagamento di un affitto a prezzi di mercato. Si tratta di solidarietà, cooperazione, condivisione di risorse.
    Fuori c’è il mondo reale. Quello in cui la politica non stanzia fondi sufficienti per affrontare l’emergenza abitativa. Non mi è dato sapere il perché. Immagino concause, forse monocolore. In quest’epoca in cui tutto è efficienza, un settore pubblico in perdita non è tollerabile. Soprattutto un settore che non costituisce un immediato bacino di voti, e che rischia di essere divorato dalla narrazione corrosiva dei media. Si odono voci dalla Regione Liguria, che vorrebbero vedere sanati i bilanci di A.R.T.E. (l’agenzia regionale che si occupa di edilizia pubblica). Dunque tagli e svendita del patrimonio immobiliare. E’ una logica liberista, una logica per cui il pubblico dovrebbe porsi gli stessi obiettivi del privato, ovvero il profitto. Dimenticando che il pubblico siamo noi, con le nostre tasse, versate per contribuire al benessere collettivo e la mutua assistenza, per garantirci servizi di eccellenza, dalla scuola alla sanità, sino alla casa, qualora ve ne fosse bisogno. E, dunque, ben venga un deficit di bilancio, se quel deficit ha consentito di rispondere alle nostre esigenze, alle esigenze di noi tutti, non solo di alcuni.

    Mi capita, frequentando le aule di tribunale, di partecipare quale avvocato alla celebrazione di processi per occupazione (rectius, invasione di terreni o edifici, art. 633 del codice penale). Si tratta di un reato che prevede una pena sino a due anni di reclusione. Imputate, più spesso di quanto si creda, persone in attesa di una sistemazione, regolarmente in graduatoria, o comunque in possesso dei requisiti previsti dalla normativa. Persone prive di reddito, sfrattate dal precedente alloggio poiché incapaci di provvedere all’affitto. Persone che piuttosto che vivere in strada, hanno deciso di occupare un appartamento di edilizia pubblica. Un appartamento vuoto, e se occorre specificarlo, astrattamente destinato a loro. Una di quelle centinaia (migliaia?) di case vuote che per l’inerzia della politica vuote rimangono.
    E mi capita altresì, nelle medesime aule di tribunale, di ascoltare strali sulla legalità, da persone che forse non sanno che detta parola (tanto abusata quanto male intesa) è vuota essa stessa, priva di contenuto, se non la si infarcisce di una vivificante iniezione di giustizia. Perché legalità significa aderenza alla regola. Niente di più. E qual è la regola? La regola è che non si può fare abusivamente ingresso e permanere in un immobile altrui. Ma, suggerisco, la norma, più ampiamente intesa, non vorrebbe altresì che gli aventi diritto ad un alloggio vedessero garantito tale diritto? E’ una legalità viscida quella invocata, prona all’affannosa ricerca di capri espiatori a buon mercato, a quella narrazione per la quale i poveri sono sempre colpevoli (migranti e rom, in particolare).
    E, ancora, mi è capitato, sempre in un’aula di giustizia, di sentir rimproverare l’imputato di turno, un anziano che non potendo aspettare per strada che la politica si decidesse a finanziare il settore abitativo, ha pensato bene di occupare una casa vuota, un appartamento fatiscente, con mura scrostate, infissi venati di spifferi, senza riscaldamento, senza luce, acqua e gas.
    Perché questo è un altro capitolo della guerra ai poveri che combattiamo in questo Paese. Con l’art. 5 del Piano Casa (2014) il governo Renzi ha chiarito che chi occupa non ha diritto alla luce, al gas, all’acqua. “Gli atti – recita la norma – aventi ad oggetto l’allacciamento dei servizi di energia elettrica, di gas, di servizi idrici e della telefonia fissa, nelle forme della stipulazione, della volturazione, del rinnovo, sono nulli, e pertanto non possono essere stipulati o comunque adottati, qualora non riportino i dati identificativi del richiedente e il titolo che attesti la proprietà, il regolare possesso o la regolare detenzione dell’unità immobiliare in favore della quale si richiede l’allacciamento”. In altre parole, ci è negato di ottenere l’erogazione di un servizio pubblico ed essenziale, se non abbiamo titolo legale per abitare un immobile. In poche righe abbiamo abdicato, tra gli altri, al principio di solidarietà. Ogni giorno, dall’entrata in vigore del Piano Casa, costringiamo migliaia di persone a vivere al freddo, con un fornello da campo per cucinarsi cena, e le bottiglie d’acqua per lavarsi. Tutto questo, ça va sans dire, è legale.
    All’occupante rimproverato si contestava, in particolare, non solo di non aver titolo per rimanere nell’immobile, ma di aver sottratto quell’appartamento a qualcuno più bisognoso di lui. E’ la vittoria di una narrazione tossica che colpisce solo i deboli, che guarda il dito per non veder la luna. Perché discutere di una politica abitativa volutamente fallimentare, che ha abbandonato a se stesse le persone in stato di necessità? Il problema sono gli occupanti. I numeri, come accennavo in premesse, dimostrano il contrario. E i numeri hanno la testa dura, diceva Lenin. Ma i numeri, parrebbe, interessano a pochi.

    Alessandro Gorla, 
    avvocato penalista

  • Da Genova, la prima giornalista “non comunitaria” direttrice di una testata multiculturale

    Da Genova, la prima giornalista “non comunitaria” direttrice di una testata multiculturale

    radio19latinofotoredazione 1Da alcuni anni sono le nuove voci dell’informazione italiana. Voci che hanno contribuito a mettere in discussione gli stereotipi, gli automatismi linguistici, le generalizzazioni che caratterizzano il discorso pubblico sulle migrazioni, troppo spesso schiacciato su una logica di emergenza permanente che ci ha reso più difficile comprendere la recente trasformazione dell’Italia da paese di emigrazione a paese di immigrazione. Caratteristica ora di nuovo in crisi, con l’aumento dell’emigrazione degli italiani in altri paesi dell’UE alla ricerca di opportunità lavorative e la minore attrattività del nostro paese per i cosiddetti “migranti economici”. Voci preziose per indurci a riflettere su criticità e particolarità dell’informazione italiana, quali la forte rilevanza che assume la cronaca nera, e che hanno contribuito a ripensare norme e leggi scritte in un periodo storico nel quale non esisteva il web e la televisione trasmetteva con un unico canale analogico.
    Queste voci sono i giornalisti di origine straniera, iscritti all’Ordine dei giornalisti nelle diverse regioni di competenza e riuniti dal 2010 nell’ANSI (Associazione Nazionale Stampa Interculturale) gruppo di specializzazione della FNSI che, oltre al sostegno professionale agli iscritti, promuove la competenza interculturale nel giornalismo italiano e un’informazione responsabile sui temi inerenti le migrazioni. E’ composta da giornalisti che lavorano per le testate a larga diffusione e per i media multiculturali, le iniziative rivolte a un target di residenti di origine straniera e di madrelingua non italiana che si sono affermate negli ultimi anni anche nel nostro paese.
    E, nonostante la Liguria non sia fra le regioni più attive nella diffusione dei media multiculturali, nei quali molti dei soci ANSI hanno affinato la propria professionalità, è stata proprio una giornalista di origine peruviana di Genova, iscritta all’ordine dei giornalisti della Liguria, a contribuire ad abbattere uno degli ultimi simbolici “muri” che impedivano il pieno riconoscimento della professionalità dei giornalisti stranieri.
    Una lunga battaglia legale iniziata da ANSI (con il sostegno di ASGI- Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione e dell’organizzazione non governativa COSPE) nel 2011 per superare un comma dell’articolo 3 della legge 47 del 1948 sulla stampa che impediva ai giornalisti stranieri con passaporto straniero non comunitario – i comunitari sono stati ammessi nel 1996 – di assumere la qualifica di direttore responsabile di una testata.
    Una conquista fondamentale dal punto di vista pratico, perché permette di promuovere nuove iniziative senza essere costretti a ricorrere all’aiuto di colleghi italiani, e dal punto di vista simbolico, perché rendendoli “responsabili” nei confronti dei contenuti dei media ne riconosce la professionalità.

    Dall’estate 2015, Domenica Canchano è la nuova direttrice responsabile della testata online www.cartadiroma.org, espressione dell’associazione Carta di Roma di cui sono soci fondatori il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e la FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) con diverse associazioni della società civile e che ha la finalità di promuovere un’informazione corretta e responsabile sulle migrazioni in attuazione di un protocollo deontologico sottoscritto nel 2008.

    La storia professionale di Domenica, oltre ad essere un esempio di caparbietà e passione per la propria professione, è fortemente legata al territorio genovese e al processo di radicamento e integrazione della grande comunità latinoamericana che lo abita. È stata la protagonista di iniziative “rivoluzionarie” che hanno portato una ventata di novità nel panorama informativo cittadino e che sono diventati ben presto un punto di riferimento per i residenti latinoamericani di Genova e della Liguria.

    domenica-canchanoAllo stato attuale un altro giornalista con passaporto non comunitario potrebbe registrare automaticamente una nuova testata in qualsiasi tribunale italiano?
    «Ad agosto dell’anno scorso io e alcuni colleghi di ANSI abbiamo depositato la registrazione del sito online www.cartadiroma.org. Questa è da considerarsi la prima piccola apertura da parte di un tribunale italiano, il Tribunale di Roma. Negli anni passati avevamo già provato a registrare altre testate – in particolare nel 2014 il sito online Prospettive Altre promosso da ANSI E COSPE – nei tribunali di Genova e Torino, ma, in tutti e due i casi, la domanda non era stata accolta. Il comma dell’articolo di legge sulla stampa è ancora da modificare. Questa è un’altra battaglia che l’ANSI sta portando avanti».

    La stessa domanda, fatta dalla stessa persona e con gli stessi requisiti, potrebbe quindi accolta da un tribunale e respinta da un altro?
    «Sì, basta vedere il mio caso. Ogni tribunale ha la propria autonomia».

    radio19latinofotoQuali sono le tue esperienze lavorative nei media locali genovesi?
    «La prima esperienza, con cui ho iniziato più di dodici anni fa, è stata il Noticiero, il primo “notiziario” in lingua spagnola in onda dal 2002 al 2007 su TeleGenova. Lo spagnolo era stato scelto per fornire un migliore servizio a chi sapeva poco la lingua e aveva bisogno di conoscere meglio i propri diritti e i doveri….e più che un telegiornale vero e proprio era uno spazio di approfondimento, non ha mai fatto cronaca in senso stretto. In seguito, sono passata a collaborare con Metropoli, allora supplemento di Repubblica, e ho collaborato sempre con l’edizione genovese di Repubblica. Poi, ho iniziato a lavorare per Il Secolo XIX, curando la pagina bilingue, in spagnolo e italiano, Génova Semanal, una pagina di servizio per i latinoamericani. Ho lavorato contemporaneamente con la radio del Secolo, Radio 19, con la trasmissione Radio 19 latino, e per la cronaca locale del Decimonono».

    Su quale esigenza informativa non coperta dai media mainstream le iniziative in lingua rivolte ai residenti di origine straniera dovrebbero puntare di più?
    «La comunità latinoamericana ha sicuramente bisogno di informazione di servizio. Inoltre, pur essendo la maggior parte dei cittadini latinoamericani residenti a Genova e in Liguria presenti in Italia da molti anni, nei media in lingua spagnola ci dovrebbe essere sempre un occhio di riguardo per le notizie dei paesi di origine. I media mainstream non coprono sufficientemente l’area latinoamericana. E questa è una carenza che dovrebbe essere rivista».

    A Genova c’è uno spazio di mercato per prodotti mediatici interamente o prevalentemente in lingua spagnola? O in altre?
    «Génova Semanal è stato un apripista in questo mercato, ma c’è spazio e futuro per altri progetti, non solo in lingua spagnola. E questo perché cresce, e non solo a Genova ma in tutta la Liguria, la presenza di cittadini non comunitari per i quali integrazione non vuol dire rottura con il loro passato e le loro terre di origine. Il discorso, dunque, è duplice: da un lato queste nuove iniziative si propongono di portare a queste persone, nella loro lingua madre, notizie, servizi, informazioni, che possano aiutare la loro integrazione e al tempo stesso valorizzare il loro senso di appartenenza comunitaria. Ma c’è un altro aspetto importante: calare nella realtà locale notizie dei Paesi di origine che altrimenti andrebbero perdute. L’una come l’altra, sono esperienze giornalistiche di intelligente “servizio”».

    Secondo te, i contenuti dell’informazione in lingua rivolta a un pubblico di madrelingua spagnola possono interessare anche cittadini italiani o altri gruppi di cittadini immigrati? Sarebbe possibile proporli in forma bilingue come già in parte avviene per Génova Semanal?
    «Spero di sì. Anzi, proprio sulla base della mia esperienza, ritengo che sia una sfida che si può vincere. Questo interesse esiste e, se intelligentemente curato, può avere ricadute positive in termini di crescita di una cultura dell’integrazione che viva su una più completa conoscenza dell’altro da sé. Attraverso questi contenuti si può favorire non solo la comunicazione linguistica e la conoscenza reciproca, ma anche l’approfondimento delle usanze e delle problematiche più profonde, ad esempio sul piano sociale, che caratterizzano le diverse comunità».


    Andrea Macciò

  • “E allora ben venga tutto questo domani”

    “E allora ben venga tutto questo domani”

    letteredallaluna-writingSiamo così distanti, così tanto che pensiamo di non conoscerci. E siamo partiti da punti diversi per la medesima destinazione, quel porto sicuro, immenso, dove ogni cosa va a finire.

    Forse non ci incontreremo mai. Ed è per questo che sono ancora qui a scrivere, a quasi otto anni dalla prima volta, per provare ad ovviare, per sopperire, per riconoscerci se mai un giorno le nostre orme dovessero congiungersi.

    Siamo così simili. Non importa cosa ci è stato insegnato né quanto abbiamo imparato, quello che abbiamo raccolto e quello che invece è rimasto dov’era. Non importa, adesso. Andiamo avanti, con il sacco delle nostre cose sulle spalle, andiamo avanti perché non si può fare altrimenti.

    E allora ben venga tutto questo futuro, fangoso e instabile, ben venga purché sia movimento, motore acceso, cambi di passo, di rotta, ritorni. Ben venga tutto questo tempo, da usare, saranno campi incolti e primi colpi di zappa. Terra fertile per mani vive. Sarà guardare quel che ora è, il presente; guardarlo come si guarda nel caleidoscopio, con gli occhi dei bambini. Scoprire che ogni giornata si nutre di quella precedente, che tutto rimane, trova spazio. Scoprire che assomiglia alle leguminose, il presente, rilascia azoto nel terreno per la coltura successiva.

    Allora che sia, diventare grandi. Il fuoco davanti al camino, che prende vigore, dopo avere cercato e tagliato legna, dopo averlo acceso. Attendere che si spenga e ripartire da capo.
    Perché girare una pagina scritta e trovare quella dopo bianca, da scrivere, è una legge del mondo che nessuno può aggirare. Inchioda spietata ogni abitante al proprio dovere di scribacchino, prima o dopo, almeno una volta.

    E allora ben venga, con lo sguardo complice e il sorriso d’intesa, entrambi senza destinatario, ben venga tutto questo domani.


    Gabriele Serpe

  • “Non lavoro per comprare, non compro per riempire, non voglio collaborare”

    “Non lavoro per comprare, non compro per riempire, non voglio collaborare”

    letteredallaluna-testo-sfocatoImprudente e baldanzoso, non ho paura della noia. La affronto a viso aperto. Lei mi leva il respiro, si sostituisce alla gravità e mi schiaccia al suolo. L’ho provocata, ho vuotato il sacco sino a toccare il fondo e ho resistito all’impulso contrario (aspirare felice a pieni polmoni grandi boccate di ossigeno dalla canna del gas).

    Non aspettava altro, lei. Perché a forza di strisciare sul fondo alla fine trovi la via d’uscita e dopo la via d’uscita trovi la noia, la noia e l’immenso stellato.

    Eppure sto incamerando, sto imparando a deflagrare senza l’aiuto della miccia. La parola d’ordine è resistere, a me sembra dannatamente intelligente resistere. Avvalersi del diritto alla retromarcia, maturato con anni di fatica, per mantenere fede ad un unico saldo principio: non lavoro per comprare, non compro per riempire, non voglio collaborare.

     

    Gabriele Serpe

  • Quando l’economia determina la politica: clamoroso in Portogallo, addio democrazia

    Quando l’economia determina la politica: clamoroso in Portogallo, addio democrazia

    protesta-europa-portogalloNel silenzio generale lo scorso 22 ottobre il Presidente del Portogallo Cavaco Silva ha rivolto un discorso cruciale alla nazione (qui in lingua originale), tentando di spiegare perché si sia rifiutato di nominare un governo di sinistra, anche se gode della maggioranza assoluta nel Parlamento. Questa decisione clamorosa, che non ha precedenti, è stata motivata dalla prima carica dello Stato portoghese facendo esplicito riferimento al fatto che la coalizione guidata dal socialista Antonio Costa porta avanti un programma ostile ai dettati di Bruxelles e dei mercati finanziari.

    Secondo Cavaco Silva non solo: «L’Unione Europea è una scelta strategica per il paese»; ma anche «il rispetto degli impegni assunti nell’ambito della zona euro è decisivo». Pertanto egli ha ritenuto di doversi avvalere delle sue prerogative costituzionali per «impedire che vengano mandati falsi segnali alle istituzioni finanziarie e agli investitori internazionali».

    La gravità di queste parole è già stata sottolineata da Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph: esse teorizzano esplicitamente il principio che il processo d’integrazione europea non possa essere arrestato da un’espressione di voto democratica. I cittadini possono eleggersi dei governi solo a patto che siano governi favorevoli a quello che si è stabilito a Bruxelles: altrimenti la questione viene dichiarata subito di “interesse nazionale strategico” e, in quanto tale, non più sindacabile.

    Questa idea di “democrazia”, dove si può scegliere “liberamente” una sola alternativa, non è nuova alle logiche di chi vuole l’integrazione comunitaria a tutti i costi: basti pensare, a titolo di esempio, alla vicenda del doppio referendum irlandese. La novità della vicenda portoghese, tuttavia, è che non sono più necessarie giustificazioni per salvaguardare le apparenze.

    Dire quello che dieci o vent’anni fa sarebbe suonato orrendamente fascista, ossia che non bisogna sempre rispettare la democrazia, oggi non desta più tutto questo scandalo. Nel frattempo, infatti, sono passati alcuni messaggi che hanno contribuito a rendere accettabile questa prospettiva: e forse conviene soffermarsi un attimo a considerarli.

    Il più diffuso argomento a favore della sospensione della democrazia è che i diritti e l’autonomia politica non sono gratis, ma bisogna guadagnarseli. Secondo i vari teorici della “durezza del vivere” che si aggirano per social network e talk-show, un paese che non è stato in grado di gestirsi finanziariamente non ha il diritto di lamentarsi, se poi diventa dipendente dai soldi degli altri.

    È rimasto famoso, a questo proposito, il tweet del giornalista del Corriere Beppe Severgnini, che lo scorso luglio, quando l’eurogruppo a guida tedesca si preparava a fare carne da macello della Grecia con una serie di richieste pesantissime, dopo la farsa del referendum, commentò compiaciuto: «Se i bambini si comportano male, è inevitabile: arriva la babysitter tedesca. Informare @yanisvaroufakis, per favore».

    Alla base di questa visione sta la distinzione tra paesi (e relativi governanti) che sanno fronteggiare i problemi reali e paesi che non lo sanno fare. La capacità di sapersi ricavare le condizioni materiali necessarie a sostenere la propria autonomia, insomma, giustificherebbe non solo l’effettiva indipendenza di cui gode un popolo, ma anche la pretesa di esercitare un ruolo guida rispetto agli altri.

    Questo darwinisimo dei rapporti internazionali, tuttavia, non ha alcuna giustificazione morale o politica. Innanzitutto non è così semplice determinare di chi è la colpa e quali responsabilità debbano essere accettate come conseguenza di questa colpa. Infatti, benché non si possa escludere a priori che una classe politica inadeguata abbia commesso degli errori, non si può nemmeno fingere che i paesi creditori non abbiano interesse a colpevolizzare i paesi debitori per costringerli ad adottare misure di contenimento della spesa e rientrare così dai crediti.

    Il Portogallo secondo gli ultimi dati disponibili ha un rapporto debito/PIL molto elevato, al 128,7%: il che sembrerebbe confermare un eccesso di indebitamento riconducibile allo schema “colpa”. Eppure nel 2007, alla vigilia della crisi Lehman Brothers, questo indicatore era solo al 68,4%: praticamente la metà. Ancora nel 2010, prima che il paese si consegnasse nelle mani dei creditori, ci si era fermati a quota 94%, che è equivalente all’attuale media di tutta l’eurozona (92,2%).

    È evidente, insomma, che al Portogallo è stato fatale, per precipitare nella spirale del debito soprattutto lo scossone dei mutui sub-prime americani, prima, e le politiche di austerità magnificate da Bruxelles, poi: e dunque non ha molto senso scaricare tutte le colpe sulla politica locale. Senza contare che, naturalmente, il debito pubblico non c’entra nulla con la crisi; cosa che recentemente ha dovuto ammettere persino un economista mainstream come Francesco Giavazzi.

    La realtà, dunque, è che è facilissimo dire che la colpa è dei popoli: ma il rischio concreto è che si  finisca deliberatamente per scambiare le vittime con i carnefici. Il punto essenziale, tuttavia, è un altro. Se anche fosse possibile stabilire con rigore e assoluta imparzialità di giudizio chi è responsabile di che cosa, rimane comunque il fatto che questa valutazione non darebbe a nessuno la prerogativa di tirare in ballo questioni finanziarie per intromettersi nell’autonomia politica degli altri.

    I diritti e la democrazia non dipendono in alcun modo dalle condizioni materiali: al contrario, sono i rapporti economici che si devono sviluppare a partire da un dato contesto di principi politici. Se così non fosse, allora, si potrebbe trovare il modo di argomentare anche che, in condizioni di particolare penuria, è lecito buttarsi nel commercio degli schiavi; magari sostenendo che sì, la schiavitù non è una bella cosa, ma bisogna prima mangiare: e i diritti non apparecchiano la tavola.

    Naturalmente oggi nessuno sosterrebbe una cosa del genere: eppure il principio è esattamente lo stesso di chi vorrebbe aggirare la democrazia, accusandola di condurci verso la strada della povertà. Ma la democrazia, come possibilità di tutti di partecipare alle decisioni politiche e di condividerne la responsabilità, non è un principio negoziabile: non è qualcosa che si possa sospendere quando i risultati non sono conformi alle nostre aspettative. Si può (e si deve) discutere se un dato sistema politico sia o meno corrispondente all’ideale democratico: ma si tratta di un’altra questione; che comunque andrebbe sollevata ben prima di votare, non dopo.

    Se in particolare una decisione democratica avesse davvero l’effetto di condurre un paese verso il tracollo finanziario, allora bisognerebbe interrogarsi seriamente sullo stato di salute di quella democrazia (perché di solito non è nell’interesse di un popolo suicidarsi); ma se anche non ci fosse stata alcuna distorsione, se non altro quel paese dovrebbe prendersela solo con se stesso. È questo, infatti, uno dei vantaggi della democrazia: che minimizza le recriminazioni seguenti a decisione sbagliate (dato che la responsabilità è condivisa dal più ampio numero di persone possibile).

    Non esistono, dunque, ragioni materiali per derogare a fondamentali principi politici. Quando facciamo questo giochino di evocare la “dura realtà” per far vedere che sappiamo, al di là delle belle parole, come vanno davvero le cose al mondo; quando parliamo con leggerezza delle colpe dei popoli; quando scrolliamo le spalle di fronte a evidenti abusi delle nostre più elementari conquiste politiche; quando facciamo tutto questo, insomma, non dobbiamo illuderci di aver capito: perché ci stiamo solo abituando a farci andare bene quel che è peggio. E come è noto, al peggio non c’è mai limite.

     

    Andrea Giannini

  • Europa e stati nazionali, una sovranità da usurpare: l’intervento di Hollande a Strasburgo

    Europa e stati nazionali, una sovranità da usurpare: l’intervento di Hollande a Strasburgo

    parlamento-europeo-europaLo scorso 7 ottobre François Hollande è intervenuto al parlamento europeo in coppia con la cancelliera Angela Merkel. L’esibizione congiunta, che si richiamava simbolicamente all’incontro tra Kohl e Mitterrand di 26 anni prima, aveva lo scopo di rilanciare l’asse franco-tedesco quale motore dell’integrazione comunitaria. Stavolta però, nel tentativo di rinfocolare un europeismo continentale sempre più sfilacciato, il presidente francese si è spinto troppo oltre, arrivando al punto di esplicitare, al di là di ogni ragionevole dubbio, la natura sovversiva di questa unione.

    Volendo porsi, infatti, lungo il solco del suo illustre predecessore, che aveva a suo tempo voluto lanciare un messaggio forte stabilendo un legame tra nazionalismo e guerra («le nationalisme, c’est la guerre»), l’attuale inquilino dell’Eliseo ha ritenuto indispensabile fondare il suo discorso su premesse altrettanto incisive, che ha creduto di individuare in una ben precisa dicotomia. «Esiste in ognuno dei nostri paesi», ha detto, «questo dibattito tra sovranisti e sovranità. Sovranismo in ogni paese, sovranità per l’Europa».

    L’alternativa equivarrebbe, secondo Hollande, a una scelta di campo inconciliabile tra “rinuncia” o “rafforzamento”, tra “divisione” o “unione”. Chi sceglie il sovranismo sceglierebbe la fine dell’Europa, ossia «il ritorno alle frontiere nazionali, lo smantellamento delle politiche comunitarie, l’abbandono dell’euro». Di qui la necessità di ampliare il messaggio di Mitterrand: se ieri il nazionalismo portava la guerra, oggi il sovranismo conduce al declino («le souverainisme, c’est le déclinisme»).

    Da un lato siamo di fronte ad una propaganda per nulla originale, tanto nei toni quanto nei contenuti, secondo la quale qualsiasi forma di “progresso” sarebbe identificabile nell’attuale processo di integrazione europeo e ogni deviazione da questo piano prestabilito equivarrebbe a un inesorabile “regresso”. Dall’altro lato, tuttavia, il discorso di Hollande segna un punto importante nel dibattito, perché mette pubblicamente in rilievo l’importanza decisiva del tema della sovranità.

    Sovranità nazionali, il tema non emerge nei dibattiti pubblici

    Questo punto spinoso è stato per quanto possibile eluso nel dibattito pubblico, di modo che non emergesse l’innegabile contrasto tra Costituzione e processo di integrazione. Occorreva supporre, in altri termini, che le famose “cessioni di sovranità”, che ancora oggi si pretende di indicare come la panacea di tutti i mali del continente, nella pratica dovessero assumere la forma di trattati internazionali, che si andassero a sommare a quelli già ratificati e che servissero a trasferire i poteri rimanenti da ciascun Stato nazionale al nuovo super-Stato federale.

    Questo processo lungo e laborioso avrebbe consentito di evitare la questione della sovranità nazionale per come è definita dalle varie Costituzioni; le quali, in questo modo, non sarebbero state esplicitamente abolite, ma soltanto “superate” nella forma di accordi internazionali limitativi della sovranità. Una raffinatezza tecnica politicamente decisiva; poiché è evidente che un conto è perorare la causa di un banale trattato, un altro conto è convincere tutti i popoli a rinunciare alla propria Costituzione.

    In realtà è già stato chiarito che l’attuale assetto continentale viola le “condizioni di parità” dei trattati internazionali previste tanto dalla Costituzione francese (art. 55), quanto da quella italiana (art. 11), dal momento che – per dirla in modo comprensibile – in Unione Europea ci sono da sempre figli e figliastri. Ora però, grazie all’argomentazione di Hollande, che punta decisamente al tema caldo della sovranità, si evince come le velleità degli europeisti non si limitino a contraddire qualche articolo, seppure fondamentale, ma addirittura mirino senza mascheramenti a usurpare la funzione stessa della nostra carta costituzionale.

    Questo intento, infatti, non si può nascondere dietro l’artificiosa distinzione tra sovranismo e sovranità, dato che i due termini non sono affatto opposti. Possiamo legittimamente parlare di “sovranismo”, se vogliamo riferirci a quegli orientamenti che puntano all’autonomia politica di una comunità; ma non possiamo negare che anch’esso abbia di mira la sovranità stessa.

    L’unica distinzione che si dovrebbe fare, dunque, è quella tra sovranisti e federalisti: i primi vorrebbero mantenere le attuali sovranità nazionali, se non addirittura frazionarle in entità più piccole (come è nelle idee di molti movimenti, dalla Sardegna alla Scozia); i secondi punterebbero a superare i vecchi Stati per dar vita ad un unico grande Stato sovrano. Ma è del tutto evidente che, fatte salve le diverse proporzioni, stiamo parlando della stessa cosa.

    Che l’unità politica sia grande o piccola, quello che davvero importa è che siano tracciati dei confini e che si stabilisca al loro interno chi comanda e in base a quali leggi. Fatta questa operazione si è costituito un potere politico e si è risposto al problema della sovranità nazionale. Inutile dunque pretendere, come vorrebbe Hollande, di nobilitare l’aspirazione europeista, concedendole l’esercizio monopolistico della questione della sovranità, da cui sarebbero invece estromesse le miopi rivendicazioni nazionaliste. La realtà è che l’Unione Europea, dal momento in cui palesa ambizioni di sovranità, si pone come Stato a tutti gli effetti. Non solo. Non c’è alcun motivo, a ben vedere, per cui non si debba ricorrere anche alla qualifica di “nazione”.

    Stato, sovranità nazionale, nazione e nazionalismo: tutti questi termini si possono usare per riferirsi tanto ad uno Stato francese con capitale Parigi quanto ad uno Stato europeo con capitale Bruxelles; o persino ad uno Stato catalano con capitale Barcellona. Le dimensioni non contano: altrimenti non potremmo chiamare “Stato” lo Stato del Vaticano. L’unica cosa che conta è come si definisce il potere supremo; ossia un potere ultimo, che non riconosce altro potere sopra di sé.

    L’Unione Europea, nelle parole di Hollande, si mette in aperto contrasto con chi vuole rivendicare la sovranità degli odierni Stati nazionali, dimostrando così di essere in concorrenza per il potere ultimo. Le sue logiche sono dunque sovversive rispetto alla Costituzione italiana, e identiche a quelle di qualsiasi altro Stato geloso delle proprie prerogative.

    Questa conclusione, tra l’altro, svela quanto sia assurda la pretesa che l’Europa possa essere la cura ai nazionalismi; dato che, se anche riuscisse a trascendere gli Stati al proprio interno, rimarrebbe pur sempre uno Stato di fronte al resto del mondo. Uno Stato anche molto popoloso, ricco e forte: che quindi potenzialmente costituisce una minaccia per gli altri colossi mondiali.

     

    Andrea Giannini

  • America vs cattivi, la nuova puntata si intitola “libertà per la Siria”. Ma chi ci crede più?

    America vs cattivi, la nuova puntata si intitola “libertà per la Siria”. Ma chi ci crede più?

    È incredibile che l’opinione pubblica, nel terzo millennio, sia ancora convinta che le guerre si facciano o si rimandino semplicemente sulla base di questioni di principio. Eppure siamo obbligati a ritenere che sia questo il pensiero dominante: altrimenti non si spiegherebbe come potrebbe il Presidente degli Stati Uniti d’America rivolgersi alla platea delle Nazioni Unite sposando nel suo discorso un’impostazione tanto semplicistica.

    Barack Obama, infatti, è intervenuto all’ONU lo scorso 28 settembre nel corso di un incontro teso a costruire un dialogo con Russia e Iran sul problema della Siria. In quell’occasione ha specificato che «quando un dittatore massacra decine di migliaia persone del suo stesso popolo, questo non è soltanto un problema interno di una sola nazione, ma produce sofferenza umana a un tale un’ordine di grandezza che colpisce tutti». Per questo motivo, secondo l’inquilino della Casa Bianca, non esistono alternative: «Il realismo ci impone, tra le altre cose, una transizione controllata senza Assad che porti ad un nuovo leader, e un governo inclusivo che riconosca che ci deve essere una fine a questo caos, di modo che il popolo siriano possa iniziare a ricostruire».

    Dovremmo credere, pertanto, che gli americani non vogliono mantenere al potere, come chiedono i russi, l’attuale presidente siriano, Bashar al-Assad, solo perché questa soluzione metterebbe a repentaglio l’unica cosa che preme davvero allo zio Sam: la libertà della Siria. Una sceneggiatura che non reggerebbe nemmeno nei film di Hollywood o nei cartoni animati giapponesi.

    Per la verità, benché la cosa potrebbe far sorridere (se non ci fosse da piangere), c’è in effetti una certa somiglianza tra la missione di cui si sente investito Obama e la trama delle molte saghe di One Piece, il popolare manga di Eiichiro Oda; dove il protagonista, Monkey D. Luffy, altresì detto Rubber “Cappello di Paglia”, usa la sua forza per sconfiggere i pirati più terribili e malvagi, che avevano soggiogato intere isole infliggendo lutti e sofferenze ad interi popoli. È commovente che anche Barack “Cappello di Paglia” sia animato dal desiderio di liberare i siriani dal perfido Assad: ma che questa ricostruzione sia attendibile, francamente, è da escludere.

    Prima di tutto occorrerebbe verificare una premessa: ossia che il popolo siriano desideri davvero liberarsi di Assad. È un punto, questo che, se viene raccontato nei film e nei cartoni animati, si può ovviamente assumere senza tanti pensieri; ma che nella realtà deve essere accertato, prima di essere preso per vero.

    Ci sono state indubbiamente, a partire dal 2011, molte proteste contro il presidente siriano: ma ci sono state anche molte manifestazioni di sostegno. Come si può stabilire da che parte sta davvero la maggioranza del popolo? Lo strumento per avere una risposta ci sarebbe già: le elezioni. Ma le potenze occidentali sostengono che le ultime elezioni siano state una farsa organizzata dal governo, così come le manifestazioni a sostegno di Assad. Naturalmente Russia e Iran negano con forza questa interpretazione: per loro tanto le elezioni presidenziali quanto le manifestazioni di piazza a favore del governo sono state assolutamente libere e legittime; mentre le proteste sarebbero state organizzate e finanziate da potenze estere interessate a destabilizzare le Siria, secondo un copione già sperimentato. Chi ha ragione?

    Bisogna ammettere che non esistono ragioni oggettive per sostenere l’una o l’altra tesi. Il “volere di un popolo” è un concetto quanto mai aleatorio, che solo per approssimazione si può ridurre al risultato di una votazione: di certo né proteste, né manifestazioni di piazza, né sondaggi di alcun tipo possono essere confusi con chiare manifestazioni della volontà popolare. Nei film o nei cartoni animati si può dire sbrigativamente, per lasciar spazio alle eroiche gesta del protagonista, che egli interpreta il desiderio della “gente” quando uccide quel “dittatore” o sgomina quei “terroristi”: ma la realtà è più complessa, e non possiamo permetterci di sussumere acriticamente il primo punto di vista che ci viene proposto.

    Anche la scusa della crudeltà di Assad, che non avrebbe esitato a sparare contro il suo stesso popolo, non risulta particolarmente credibile. Siamo tutti d’accordo che non si può tollerare chi commette atrocità: ma siamo anche d’accordo – spero – che, se vale questo principio, non possiamo applicarlo in modo selettivo; non possiamo cioè punire alcuni carnefici e lasciarne liberi altri.

    Invece Obama, che pure dal podio dell’ONU tuona contro i crimini commessi da Assad, non muove un sopracciglio per i crimini commessi dai Sauditi. Anzi, nonostante essi siano accusati di usare bombe a grappolo contro i civili nello Yemen, oltre che per condanne a morte indiscriminate, torture e discriminazioni di ogni tipo, il loro ambasciatore è finito a dirigere nientepopodimeno che il Consiglio dei diritti umani alle stesse Nazioni Unite; con che scusa non si sa bene.

    bandiera-americana-DISecondo il Fatto Quotidiano: “la coalizione a guida statunitense ha bisogno di portare dalla sua parte il maggior numero di attori protagonisti per risolvere il conflitto yemenita e, soprattutto, quello siriano”. Sembra cioè che la decisione di assumere un’intransigente posizione di principio con il presidente Assad in Siria giustifichi la necessità di adottare un cinico e disincantato realismo con il re Salman in Arabia: una scusa talmente rivoltante e sfacciata, che persino il più inguaribile americanista dovrebbe intravvedere il doppiopesismo della politica estera a stelle e strisce, per cui i peccati si rinfacciano ai nemici, ma non è educazione quando si è fra amici.

    Infine non si può non sollevare la contraddizione di una politica estera che pretenderebbe di essere umanitaria, ma che finisce sempre per lasciarsi alle spalle più morti di quanti ne aveva trovati. Obama declina il realismo come fa comodo a lui; ma la realtà è che la guerra in Siria, che per il momento prosegue grazie anche ai ribelli addestrati dalla CIA, ha fatto molte più vittime di quante non ne avesse fatte Assad; senza contare la marea di profughi che hanno dovuto abbandonare le loro case.

    È il solito disastro umanitario perpetrato con la scusa delle ragioni umanitarie. Dall’Afghanistan, martoriato nonostante il fatto che nessun talebano avesse nulla a che fare con l’11 settembre; all’Iraq, raso al suolo per trovare armi di distruzioni di massa che Saddam Hussein non aveva; alla Libia, dove regnava il “dittatore” Gheddafi: ogni volta che una campagna militare è stata pianificata dai vertici militari USA per abbattere gli integralismi e portare pace e democrazia, il risultato è stato l’opposto: migliaia di morti, guerre civili e integralismi ancora più spietati.

    Tutto questo succede quando scambiamo una favoletta morale, raccontata a uso e consumo di opinioni pubbliche anestetizzate, per la realtà. Per questo motivo, nell’attesa di vedere se il presidente russo è davvero in grado di organizzare una strategia più coerente nel complesso scenario mediorientale, non si possono che sottoscrivere le dure parole di Vladimir Putin: «Vi rendete almeno conto, ora, di quello che avete fatto?».

     

    Andrea Giannini

  • Uscire dall’euro? Le elezioni in Grecia, fra analisi buoniste e leggende metropolitane

    Uscire dall’euro? Le elezioni in Grecia, fra analisi buoniste e leggende metropolitane

    grecia-europaSostiene Becchetti che le ultime elezioni hanno confermato un fatto: i greci non vogliono uscire dall’euro. L’economista de La Sapienza, nonché blogger di Repubblica, ha così sintetizzato con un tweet un’interpretazione abbastanza diffusa. Se in effetti Tsipras è stato rieletto nonostante i tanto criticati accordi con la Troika, e se la scommessa di “Unità Popolare” (l’ex-fronda interna di Syriza, che si era staccata in polemica sulla moneta unica) è fallita, tanto che il partito non ha raggiunto nemmeno il quorum del 3%, ha forse senso concludere, allora, che i greci non sono interessati a un discorso critico sull’euro.

    Ma le cose non stanno così. In realtà nessuno ha mai chiesto al popolo greco cosa ne pensi della moneta unica; né c’è mai stato un serio dibattito pubblico sul tema. Ci vuole un bel coraggio, quindi, anche solo ad ipotizzare una simile ricostruzione dell’inestricabile marasma ellenico. Il modo, anzi, in cui queste leggende metropolitane nascono e si diffondono, tralasciando totalmente avvenimenti epocali e dinamiche macroscopiche, merita una volta tanto di essere smontato pezzo per pezzo per mettere in luce le menzogne che vi si annidano.

    Esiste un problema politico, ma non c’è alcun dubbio tecnico

    Se anche fosse vero che i greci non vogliono uscire dall’euro, ciò non significa che questa sia automaticamente una saggia decisione. Una votazione democratica ha un valore esclusivamente politico: deve misurare la “volontà popolare”, non dare una patente di verità. Ciò significa che un conto è quello che si vuole fare; un altro conto è come stanno in realtà le cose. La volontà è una cosa, la verità un’altra.

    Che l’euro sia stata una pessima idea da un punto di vista economico, lo do per acquisito ormai da lungo tempo. Che per la Grecia non esista alcuna prospettiva di vera ripresa economica fintanto che rimane nella moneta unica, lo disse Paul Krugman già nel 2012; e non ha cambiato idea recentemente – perché ovviamente nel frattempo nessuno è riuscito a dimostrare il contrario. La realtà delle cose, dunque, non è in discussione. Naturalmente questo non impedisce ai greci e a tutti gli altri popoli di eleggersi i rappresentanti che vogliono: ma non si vede come un’elezione, per quanto legittima, possa spostare di una virgola il dibattito scientifico.

    Pertanto chiunque pensi che lo scarso sostegno elettorale sia la dimostrazione dell’insensatezza di una critica alla moneta unica farebbe una pessima figura; non diversamente da chi pretendesse di dedurre l’inutilità della fisica nucleare dal fatto che al bar sotto casa non se ne parla mai. Si può porre, invece, un problema politico: è possibile coalizzare consensi intorno al tema dell’uscita dall’euro?

     Il vero sconfitto è il voto moderato

    Se la Grecia, il paese più colpito dall’austerità, si dimostrasse ancora massicciamente attaccato alla moneta unica, allora si spiegherebbe dove stanno le difficoltà dei partiti euroscettici. Tutto questo attaccamento, però, nei numeri del voto non si vede.

    Nel corso del 2015 la nazione che ha inventato la democrazia è andata alle urne ben tre volte: alle politiche del 25 gennaio, al referendum del 5 luglio e alle politiche dello scorso 20 settembre. Nel corso di questi tre eventi si è registrato un vistoso calo dell’affluenza, passata dal 63,9% al 62,5% per poi precipitare al preoccupante 56,6% dell’altro giorno, in cui su 9.826.357 aventi diritto ben 4.269.102 hanno preferito rimanere a casa.

    Ora, se a questo numero sommiamo quelli che hanno annullato o lasciato in bianco la scheda (134.297) e quelli che hanno votato per forze nettamente euroscettiche, come Alba Dorata, Unità Popolare e Antarsya (611.340), otteniamo un totale di 5.014.739 elettori (il 51%), che è superiore ai 4.811.618 (il 49%) che hanno votato per gli altri partiti (non tutti, tra l’altro, propriamente “euroentusiasti”, come Anel o i comunisti del KKE).

    Certo, in democrazia chi sta a casa non conta. Il Parlamento si compone con i voti di chi si è recato alle urne: e questo rende Tsipras un premier pienamente legittimato. Tuttavia mi chiedo se si possa dire che i greci si vogliono tenere l’euro, quando la maggioranza delle persone o si esprime contro o non va neppure a votare.

    Non si tratta di un cavillo: la questione è sostanziale. Alle politiche del 2007, appena otto anni fa, l’affluenza era stata del 74,2%, e i due partiti principali (Nuova Democrazia e i socialisti del Pasok), entrambi di orientamento europeista, totalizzavano insieme quasi 6 milioni di voti. Oggi le due forze maggiori (con Syriza al posto di Pasok) non arrivano a 4 milioni; e questo benché il numero degli aventi diritto sia rimasto praticamente lo stesso (poco sotto i 10 milioni).

    Da gennaio a settembre questi grandi partiti moderati hanno perso più di mezzo milione di voti, corrispondente al 5% dei greci sopra i 18 anni. I partiti anti-euro, al contrario, hanno tenuto botta. Alba Dorata, ad esempio, è passata dalle 388.387 preferenze di gennaio alle 379.149 dell’altro giorno: una flessione praticamente nulla, se si considera l’elevato astensionismo. Antarsya ha addirittura incrementato il proprio bottino, passando da 39.411 a 46.096 voti. Unità Popolare, infine, che a gennaio nemmeno esisteva, ha ottenuto dal nulla 186.185 preferenze (in proporzione, poco meno di quello che ha preso SEL qui di noi alle ultime politiche).

    È impossibile non leggere in questi numeri un chiaro segnale di insofferenza che colpisce praticamente solo il voto moderato. Vi è una tendenza innegabile, progressiva e inesorabile, a snobbare la tradizionale contrapposizione destra-sinistra, proprio mentre si fa più evidente la sudditanza della politica greca nei confronti di Bruxelles. E dunque si può ben dire che sono i partiti che hanno predicato e/o praticato la stabilità in Europa i veri sconfitti.

    Ciò detto, una volta appurato che “euro” ed “Unione Europea” non acquisiscono appeal, ma lo perdono, resta da capire perché non c’è stato un travaso significativo di voti.

    Il referendum è stato tradito

    Ci sono molte ragioni che possono spiegare come mai la protesta non si sia incanalata verso posizioni euroscettiche, ma si sia dispersa nell’astensionismo. La più importante di queste è sicuramente il fatto che il referendum di luglio è stato ignorato.

    È vero che Tsipras era riuscito nell’impresa di creare grossa confusione su quale fosse il senso della consultazione da lui stesso voluta, dato che ai cittadini veniva chiesto di votare su una proposta di accordo con i creditori (quella dell’eurogruppo del 25 giugno) mentre i negoziati di fatto proseguivano. Purtuttavia difficilmente si può negare che l’intento di ridimensionare le logiche spietate del debito usando la forza del voto democratico non sia stato recepito da tutti i greci.

    Tsipras cercava chiaramente di dimostrare al mondo che la Grecia non intendeva appaltare ad altri il proprio destino; di modo che ogni tentativo di costringere lui e Varoufakis ad accettare le condizioni imposte dai partner apparisse immediatamente come un tentativo ingiustificabile di marginalizzare la democrazia. Una volta vinto il referendum, insomma, nessuno avrebbe potuto raccontare che il premier greco metteva a repentaglio l’avvenire del suo popolo per un’iniziativa personale, senza avere un preciso mandato.

    Questo non significa che Tsipras avesse la minima intenzione di lasciare l’euro: ma era stato abbastanza onesto, se non altro, da ammettere pubblicamente questa possibilità. Pertanto, se i creditori avessero reagito ad una vittoria del no irrigidendosi e chiudendosi ad ogni trattativa, i greci sapevano che avrebbero pagato un prezzo per la loro libertà: il ritorno alla moneta nazionale.

    Questa prospettiva non spaventò più di tanto il paese. Votando in maggioranza per il no, i greci consegnarono al loro premier quello che egli, teoricamente, voleva: una carta in bianco per tirare la corda fino al limite, in modo da avere più margine di trattativa. Ma non ci fu più alcuna trattativa.

    Tsipras, nonostante avesse ottenuto il sostegno del suo popolo, cedette immediatamente ai creditori, siglando un accordo ritenuto da molti peggiore di quello rifiutato con il referendum. Ritornato in patria difese il compromesso raggiunto “per evitare il disastro” e riuscì a farselo approvare dal Parlamento.

    Cosa dovevano pensare i greci a quel punto? Che il loro beniamino, il leader che era diventato il simbolo della sinistra europea, che si era battuto contro l’austerità, che aveva sfidato in solitudine nel corso di numerosi ed interminabili colloqui i creditori di mezza Europa, che aveva osato opporre la forza della democrazia agli accordi sottobanco tra i ministri delle finanze, che aveva guidato la resistenza mentre la BCE negava ulteriori rifornimenti alle banche, che aveva vinto un referendum apertamente osteggiato dai partner europei, che aveva osato parlare di uscita dall’euro, che aveva ricevuto il pieno sostegno del suo popolo; dovevano credere che questo eroe, insomma, semplicemente all’ultimo momento se l’era fatta sotto?

    Purtroppo i popoli europei a tutt’oggi non hanno maturato alcuna coscienza delle perverse dinamiche politiche che la moneta unica porta con sé. Pertanto né i greci né gli altri sono in condizioni di capire quello che su questa rubrica abbiamo detto sin da subito e che ci ha permesso di fare facili previsioni: ossia che Tsipras non avrebbe mai portato la Grecia fuori dall’euro, a meno che non lo avessero cacciato fuori.

    In effetti, per un certo tempo, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble aveva provato a suggerire l’ipotesi di una “grexit” concordata; ma l’intervento deciso degli Stati Uniti e il saggio disinteresse di Russia e Cina hanno poi fatto capire a tutti che l’Europa non avrebbe potuto giocarsi quella carta. A quel punto, messo davanti alla scelta tra mangiare quella minestra o saltare dalla finestra, Tsipras ha dovuto semplicemente sedersi e svuotare il piatto.

    Ma tutto questo i greci non lo sanno. Per la maggioranza Tsipras ha combattuto fintanto che ha potuto; e poi ha cercato di strappare il miglior compromesso. Se non altro, ha fatto arrivare al paese prestiti freschi e ha fatto riaprire le banche. E se non è arrivato al punto di spingere il paese fuori dall’euro, evidentemente è perché questo non si deve fare o non è concesso farlo.

    Giusto o sbagliato che sia, se alla riprova dei fatti i politici non prendono questa decisione, neppure quando è l’ultima rimasta, che senso ha sperare in questa soluzione?

    Non si può essere critici dell’euro part-time

    Quello che sfugge ai più, che è poi anche l’unica vera lezione politica che la vicenda greca ci consegna, è che non si può fare la lotta all’euro a giorni alterni. La moneta unica in questa fase è la minaccia principale alla democrazia: e chi non è disposto ad ammetterlo, finisce inevitabilmente per accettare una serie di compromessi che fanno a pugni col buon senso, che rendono chi li ha sottoscritti corresponsabile e che impediscono vieppiù di fare marcia indietro.

    I Becchetti fingono di non vedere che la bandiera dell’uscita dall’euro è finita nelle mani inadeguate di queste persone: leader come Tsipras, che non avevano alcuna voglia di imbracciarla fin dall’inizio; oppure sparuti esuli di sinistra, come Panagiotis Lafazanis in Grecia o Stefano Fassina in Italia, che hanno maturato questa convinzione con fatica e solo dopo aver collaborato dall’interno con partiti super-europeisti.

    I primi, benché si mostrino possibilisti per tattica o per necessità, non prenderanno mai autonomamente una decisione dolorosa che vivrebbero come una sconfitta personale. Tsipras non avrebbe potuto rivendicare come una vittoria l’uscita dall’euro, dopo aver combattuto anni di battaglia politica nel mito dell’Europa: sarebbe stato come ammettere di aver sempre sbagliato tutto, oltre a diventare l’unico responsabile politico e capro espiatorio di un percorso di emancipazione che nei primi mesi sarebbe stato inevitabilmente assai difficile. Molto più facile negare di aver firmato una resa incondizionata, dando risalto a piccole concessioni oppure invocando la famosa T.I.N.A. (There Is No Alternative).

    Quanto ai secondi, cui va riconosciuto per lo meno il coraggio politico di ammettere gli errori commessi, non ci sono migliori chance di vittoria. Il loro problema è quello di riuscire ad organizzare una campagna politica credibile, che sia in grado ad un tempo di giustificare le ritrosie passate, di dissipare il dubbio degli elettori di trovarsi di fronte a mere faide di partito e di neutralizzare il terrorismo mediatico sulle catastrofi che seguirebbero ad un’uscita unilaterale. Inutile aggiungere che si tratta di un’impresa praticamente impossibile.

    Rimangono a questo punto solo partiti più o meno populisti, che però possono essere facilmente etichettati come “cattivi” e contro i quali si può sparare ad alzo zero. L’unica forza in Europa ad aver mostrato di potersi sottrarre a questo gioco, grazie ad una strategia politica intelligente e ad un contesto favorevole, è il Front National di Marine Le Pen. Altri partiti in condizione di condurre una battaglia contro l’euro per ora non ce ne sono: per cui è probabile che la moneta unica imploda su se stessa, anziché venire smantellata da una decisione democratica.

    Conclusione

    Ecco perché la tesi di Becchetti è irricevibile. Non si può sottintendere che lo scarso seguito elettorale dei partiti anti-euro dimostri la necessità della moneta unica; né si può sostenere che i greci si siano in qualche modo dimostrati favorevoli, visto che essi:

    – non sono mai stati chiamati ad esprimersi sul tema;
    – non sono tenuti ad essere preparati su questioni tecniche, che dovrebbero essere rimesse a consulenti preparati ed onesti;
    – hanno progressivamente abbandonato i partiti moderati europeisti;
    – quando hanno votato referendum in grado di conferire un mandato politico potenzialmente rivoluzionario, sono stati ignorati;
    – hanno a disposizione partiti anti-euro politicamente impresentabili, indecisi o con le spalle troppo piccole per caricarsi una simile battaglia;
    – sono costantemente bombardati da una propaganda terroristica sull’uscita, che esalta i rischi di breve periodo ma sorvola sui benefici del medio.

    Si dimostra invece l’ipocrisia di chi difende l’euro, costretto a ignorare questioni macroscopiche come queste pur di instillare nella gente un messaggio di rassegnazione.

     

    Andrea Giannini

  • Il  vigneto-giardino di Amastuola in Puglia: una vera opera d’arte

    Il vigneto-giardino di Amastuola in Puglia: una vera opera d’arte

    1Il mondo dei giardini è immensamente vario e spazia dai cortili, alle terrazze ai parchi veri e propri. Non avrei però pensato che potesse comprendere anche i vigneti. Recentemente ho letto un articolo della stampa estera che parlava di un progetto davvero interessante realizzato da Fernando Caruncho, celebre paesaggista spagnolo, in Italia, per la precisione in Puglia.

    Il progettista ha, come propria formazione culturale, una preparazione da filosofo. Coltissimo e dotato di notevole sensibilità progettuale, mi ha sempre appassionato per i suoi parchi che mescolano abilmente un rigore architettonico di fondo ad una naturalezza nell’impiego di piante ed arbusti. Le linee pure del disegno sono infatti smussate attraverso un intelligente ed abile impiego dell’elemento vegetale.

    2I suoi giardini si fondano sempre sui capisaldi della storia dell’architettura. Sono quadrati o rettangolari, dotati di proporzioni perfette, corsi d’acqua e fontane attentamente disposte al loro interno, nonché di cipressi e di alberi dall’impianto classico che delineano e sottolineano il paesaggio. Le piante, il loro svilupparsi scomposto e la moltitudine dei colori di foglie e fiori fanno il resto. Rigore logico ed estro artistico sono perfettamente combinati e bilanciati tra loro.

    3In quest’ottica, va letta una delle sue più interessanti realizzazioni, sita in una area per tradizione millenaria dedita alla coltivazione della vite ed all’agricoltura. In un contesto naturale, selvaggio e profondamente legato alle consuetudini locali, egli ha reinterpretato con sapienza l’idea stessa di vigneto. Al posto dei tradizionali filari di piante, si susseguono, all’infinito all’orizzonte, onde verdi concentriche di rigogliose e lussureggianti viti. Il paesaggio è letteralmente attraversato da questo originale schema progettuale, ne è caratterizzato, profondamente. L’osservatore resta colpito dall’estensione della realizzazione, un centinaio di ettari di terreno ricoperto di piante (il Vaticano è ampio “soli” 44 ettari!) si susseguono concentrici, sotto un sole abbacinante e su un terreno di un marrone profondo.

    4L’insieme è interrotto, qua e là, da olivi millenari. Sono circa duemila enormi piante, la maggior parte delle quali risale al XIII secolo, trasferiti da un angolo della proprietà e ricollocati in luoghi ben definiti ed in base ad un preciso schema progettuale. Splendidi, sottolineano i punti, i passaggi, delineano le strade e conducono, anche visivamente, all’antica masseria in pietra. Il fogliame grigiastro luccica al sole, in voluto contrasto con quello chiaro e traslucido delle viti. I tronchi contorti e corrugati ricordano e sottolineano la storicità del contesto e la lunga tradizione della tenuta, sopravvissuta attraverso i secoli mantenendo intatta la proprio originaria vocazione.

    5Pur nella sobrietà dell’insieme, la studiata semplicità del progetto dimostra la profonda conoscenza della storia del paesaggio ed attesta una maturità progettuale che sa misuratamente fondere natura, estro e rigore.
    Irrilevante è che siano stati necessari quattro anni per completare l’insieme e che la movimentazione di alberi secolari abbia richiesto attenzioni e sforzi inimmaginabili. Ciò che conta è solo il raggiungimento della perfezione e l’estrinsecarsi della simbologia che sostiene l’insieme: una delle opere migliori in terra italiana di un moderno giardiniere (come ama farsi chiamare!) e filosofo spagnolo.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Le masse e la formazione del giudizio politico: il conformismo come strumento del potere

    Le masse e la formazione del giudizio politico: il conformismo come strumento del potere

    folla-persone-massaRiprendiamo il discorso della settimana scorsa sui meccanismi di formazione del giudizio politico. Le difficoltà di un’emancipazione nell’autonomia di pensiero rafforzano il potere e rendono il conformismo la scelta più razionale e sicura. Ma ogni potere troppo forte, privo di contraltare, prima o poi diventa una minaccia. L’attuale sistema, sorto dopo la fine della contrapposizione USA-URSS, non fa eccezione: i danni saranno evitati solo controbilanciando questa egemonia.

    La “massa”: il buon senso è il conformismo

    Quando il comportamento dei singoli tende a convergere verso la media, diventando irrilevante rispetto al movimento collettivo, gli insiemi sociali diventano masse. Esse sono ovviamente il contesto ideale per chi esercita il potere, poiché sono più facili da gestire: se gli individui si muovono in branco, basta riuscire a spostarne una parte affinché anche gli altri si muovano per inerzia nella stessa direzione. Esistono molti modi per assicurarsi questo tipo di controllo sociale, nonostante la democrazia rappresentativa. Un esempio sono le tecniche di spin descritte da Marcello Foa su queste pagine, che hanno per scopo non più l’eliminazione delle minoranze critiche, bensì la loro etichettatura, un meccanismo basato sull’attivazione selettiva del pregiudizio.

    Quello che mi preme sottolineare, tuttavia, è che il condizionamento dall’alto delle masse – che indubbiamente c’è, come c’è sempre stato – costituisce solo una parte del fenomeno. Dall’altra parte molto dipende da come le masse stesse, e le minoranze che le compongono, riescono a reagire. Ecco perché è estremamente interessante notare (come abbiamo fatto la settimana scorsa) quanto oggi sia difficile per l’individuo avere a disposizione un contesto protetto entro cui sviluppare un percorso personale di formazione ed emancipazione: perché, se questo contesto è stato demolito, comportarsi come gli altri diventa un meccanismo di risposta perfettamente razionale.

    Il conformismo, visto in questa prospettiva, non è più soltanto una debolezza umana: al contrario è una scelta di buon senso. Imitando il comportamento della maggioranza, infatti, si abbassano le probabilità di incontrare degli oppositori, che potrebbero essere in disaccordo con noi, anche se siamo nel giusto. Inoltre, quando siamo in errore, conserviamo comunque il vantaggio di ritrovarci in una compagnia abbastanza larga per poter legittimamente sperare di trovare comprensione e scampare ritorsioni.

    È un principio che in Italia, per motivi storici e culturali, capiamo al volo: meglio sbagliare con gli altri, che avere ragione da soli. E questa propensione non può che acuirsi, quando tempi duri aguzzano lo spirito di sopravvivenza e quando capire come stiano davvero le cose richiede sforzi superiori alle possibilità di molti.

    Anziché abbandonarci a giudizi sprezzanti ed affrettati, dunque, dobbiamo avere l’obiettività di ammettere che in questo contesto non ci sono facili vie di emancipazione. Costruirsi e saper difendere un’opinione è oggi un lavoro obiettivamente troppo complesso e troppo poco gratificante. Così il singolo tende a seguire la massa, e la massa si fa facilmente controllare dal potere.

    Come uscirne?

    Potere e contro-potere

    Merkel e ObamaProviamo allora, anziché a stigmatizzarlo, a ragionare partendo dal presupposto che nessuna argomentazione razionale sia sufficientemente persuasiva rispetto al primo principio di sopravvivenza: “nel dubbio di cosa convenga fare, meglio non discostarsi troppo da quello che fa la maggioranza”.

    Vediamo cosa succede, allora, applicando questo principio alla pratica; e chiediamoci dove sia, nell’attuale congiuntura politica, la maggioranza da seguire. La risposta mi pare piuttosto semplice. Se guardiamo le cose dalla prospettiva dell’Italia, esiste un ben definito sistema di potere articolato su tre piani:

    1. Livello nazionale: dopo il ventennio berlusconiano, la forza dominante è la sinistra progressista incarnata dal PD;

    2. Livello continentale: il controllo è in mano all’Unione Europea;

    3. Livello mondiale: la prima potenza sono gli Stati Uniti.

    Si può affermare che si tratti di “un sistema” in quanto, nonostante le differenze e qualche screzio, la Casa Bianca supporta il processo di integrazione guidato da Bruxelles, che a sua volta fa affidamento sulle “forze moderate” come il partito di Largo del Nazareno.

    Converrà notare che si tratta di entità storicamente percepite come “buone”: la sinistra, erede dei valori della Resistenza, ha difeso le ragioni dei lavoratori e dei deboli; l’Unione Europea nasce con il crollo del muro di Berlino, la caduta del comunismo e la fine della minaccia di una guerra atomica; gli USA, con tutti i loro difetti, sono però la più antica democrazia esistente, ci hanno liberato dal nazifascismo e poi aiutato col piano Marshall. A ciò si aggiungano tutta una serie di valori morali, politici e scientifici che diamo ormai per acquisiti e che facciamo risalire all’insieme di queste culture.

    Perché, allora, dovremmo metterci contro a chi ci ha portato buoni risultati in passato, è percepito positivamente ancora oggi e detiene una forza politica, finanziaria e militare non trascurabile?

    Sembra un discorso sensato. Eppure a me viene in mente la storia di quell’asino che, dovendo trasportare del sale e dovendo guadare un fiume, bagnava apposta il carico per alleggerire il peso; fintanto che non gli misero in groppa un carico di spugne, col quale naturalmente affogò. Anche al povero animale dovette sembrare sensato comportarsi come si era sempre comportato: ma non aveva tenuto presente che, banalmente, a volte le condizioni cambiano.

    In effetti, se si volesse fare un ragionamento neppure particolarmente approfondito, si potrebbe notare che c’è un prima e c’è un dopo nelle dinamiche globali dal dopoguerra a oggi: e l’evento che giustifica questa spartizione è naturalmente il crollo dell’Unione Sovietica.

    Tutto quello che in genere si giudica positivamente del nostro passato – la Costituzione, la ricostruzione nel dopoguerra, il boom economico, lo Stato sociale, la diffusione del benessere e poi il crollo del muro di Berlino e il trattato di Maastricht – è stato sì conseguito sotto l’ala lunga della tutela americana; ma solo fintanto che gli USA sono stati impegnati a competere con l’URSS. Una volta cessata la minaccia concreta di rivoluzioni comuniste, sul modello cinese o cubano, e non appena il mondo si è abituato ad avere a che fare con una sola super-potenza, il capitalismo ha gettato definitivamente la maschera, diventando molto più aggressivo e selvaggio.

    Non si tratta di una tesi particolarmente originale. Scrive ad esempio Thomas Piketty: “L’esistenza di un modello diverso [in Unione Sovietica] è stato uno dei motivi per cui sono state accettate nel mondo alcune riforme e politiche progressiste. Fa impressione pensare che in Francia, nel 1920, le maggioranze politiche adottassero sempre più velocemente la tassazione progressiva; si trattava degli stessi che, nel 1914, avevano rifiutato a gran voce l’imposta sul reddito con aliquota al 2%. Lo spauracchio della rivoluzione bolscevica, insomma, faceva sembrare la tassazione progressiva molto meno pericolosa.”

    Se accettiamo questa visione; se accettiamo cioè che fosse la forza politica e militare della Russia (quando non i suoi finanziamenti diretti) a rendere credibile la protesta sindacale, e dunque la lotta per maggiori diritti e retribuzioni, e se facciamo un confronto con le disuguaglianze crescenti degli ultimi vent’anni, dovremmo accettare il fatto, allora, che non era l’imitazione del modello politico-economico americano ad essere la strategia vincente, ma il fatto che esso dovesse confrontarsi con un modello alternativo.

    La lezione che dobbiamo trarne non è solo storica: è soprattutto politica. Un potere che non incontra un limite, tenderà a comportarsi a suo libero arbitrio: diventerà quindi assoluto (nel senso etimologico di ab solutus, ovvero “sciolto da ogni costrizione esterna”). In fin dei conti è il motivo per cui in una visione liberale dello Stato si considerano tre poteri politici distinti – il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario – da affidarsi a tre soggetti diversi. Non esiste dunque un potere buono o un potere cattivo: l’unico potere buono è quello limitato da un contro-potere.

    Naturalmente tra i contro-poteri di una democrazia rientra anche l’opinione pubblica: che però oggi è completamente anestetizzata, per tutti i motivi elencati in precedenza – cosa che rende l’attuale quadro politico particolarmente preoccupante. Ma allora, nel momento stesso in cui ragioniamo in termini di disimpegno politico, confidando nel fatto che un certo partito, una certa istituzione o una certa potenza straniera siano “buoni” o siano comunque “il meglio in circolazione”, di fatto smettiamo di comportarci da contro-potere, smettiamo di fare paura al potere. A quel punto il potere comincia ad agire come viene più comodo a lui: e non si può nemmeno fargliene una colpa, dal momento che noi non ci siamo opposti.

    Individuare il potere

    terra-mondo-satellite-luciIl conformismo che premia la maggioranza al potere, dunque, è rischioso perché incentiva un uso smodato del potere stesso, che può ritorcersi contro di noi. Ma c’è anche un altro problema: che le maggioranze cambiano. E chi si era esposto troppo, perché spalleggiato dai più, potrebbe pentirsi un domani, allorché dovesse scoprire improvvisamente di essere rimasto solo.

    L’ansia tutta italiana di non mettersi contro il potente di turno, che ormai domina completamente il nostro atteggiamento in politica estera, spesso ci fa trascurare un problema decisivo: ossia che sarebbe vitale capire chi avrà potere in futuro. Anche Mussolini, in fin dei conti, pensava di aver fatto la scelta più sicura, quando decise di entrare in guerra a fianco di Hitler, mentre la Germania aveva già conquistato mezza Europa: e come è andata a finire lo sappiamo tutti.

    La nostra percezione del mondo (come è successo a tutte le civiltà in tutte le epoche) è condizionata dalla parzialità dei nostri pregiudizi e dai nostri valori, che la supposta superiorità della nostra scienza e la pervasività dei mezzi di comunicazione non mitigano: anzi, esasperano. E dunque potremmo sbagliarci di nuovo.

    Oggi, ad esempio, i paesi emergenti non accettano più di giocare secondo le regole imposte dalla finanza occidentale, e fanno le loro mosse. Dal 2014 i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno già la loro banca alternativa al Fondo Monetario Internazionale: l’NDB (New Development Bank). La Russia, a sua volta, guida l’EEU (Eurasian Economic Union), insieme ad Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kyrgyzstan. Alcuni di questi paesi insieme a Russia e Cina sono parte dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, o SCO (Shanghai Cooperation Organization). I cinesi, infine, hanno la loro potentissima AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank), di cui fanno parte 57 paesi fondatori di tutto il mondo, Italia compresa.

    Come si vede, il mondo non ha un padrone solo. Gli USA sono ancora la maggior potenza militare, ma non tutte le controversie si risolvono sparando: e l’atlantismo si sta facendo oppositori sempre più preparati ed intelligenti (mentre l’Unione Europea è relegata ad un ruolo marginale). In questo contesto non c’è niente di più stupido che abbracciare ciecamente la causa di una parte unica.

    Possiamo concludere, dunque, che limitarsi a servire il potere non è mai la decisione più saggia. Un potere non resta solo troppo a lungo: ma finirà per generare, prima o poi, un’opposizione bellicosa. Pertanto la scelta più sensata è sempre quella di osservare con intelligenza le cose e puntare ad equilibrare ogni contrapposizione: perché le transazioni impreviste rischiano purtroppo di essere traumatiche.

    Andrea Giannini

  • Europa e crisi, il cieco ed ostinato ottimismo: ecco perché ci rifiutiamo di ammettere la realtà

    Europa e crisi, il cieco ed ostinato ottimismo: ecco perché ci rifiutiamo di ammettere la realtà

    europa-bceSiamo ormai entrati nel quinto anno di questa rubrica; e dopo aver assistito per così lungo tempo a una crisi economica che non accenna a passare (a meno di non voler vedere una vera ripresa economica in un paio di decimali positivi, ottenuti in una congiuntura particolarmente fortunata e grazie a regali irripetibili alle imprese) non possiamo che chiederci perché risulta tanto difficile capire che ciò che ci impedisce di rialzarci è il sistema in cui siamo calati.

    Premessa: il rifiuto della spiegazione

    È da quando c’è Monti (Berlusconi fu cacciato proprio perché non dava sufficienti garanzie in questo senso) che i bilanci dello Stato vengono monitorati dall’Unione Europea. Ed è da allora che tutti i governi continuano a ripetere che non c’è una seria alternativa a queste politiche: bisogna “fare i compiti a casa” per poi “essere credibili” e per contrattare con i partner “margini di flessibilità”. Quanti anni di recessione, disoccupazione elevata e svendite di aziende dobbiamo ancora passare perché si capisca che questa strategia è controproducente? Che cosa deve accadere affinché si diffonda la consapevolezza che stiamo percorrendo la strada sbagliata?

    Fino a poco tempo fa qualcuno si poteva ancora illudere che il problema fosse la mentalità dell’attuale leadership europea e che, col tempo, attraverso un processo democratico, avremmo potuto “cambiare verso”. Ma il fallimento di Tsipras in Grecia dovrebbe avere ormai dimostrato che all’interno di queste regole non si può fare nulla: fintanto che la valuta e le leve di finanziamento di uno Stato sono controllate dal di fuori di esso, la democrazia è sotto ricatto.

    Il problema è dunque obbiettivamente la costruzione della moneta unica, che si riverbera in una politica comunitaria insoddisfacente sotto ogni punto di vista. Perché allora è tanto difficile ammettere che dobbiamo sbarazzarci di questa Europa?

    È possibile che qualcuno creda alla storiella dell’Europa Unita che ci avrebbe risparmiato un terzo conflitto mondiale: ma francamente è difficile credere che tutto si riduca a una simile scempiaggine. La verità, allora, deve essere un’altra. Con tutta probabilità, se dopo quattro anni ancora non si riesce a confrontarsi con il problema, bisogna concludere che non lo si vuole fare.

    Recentemente Alberto Bagnai ha lanciato su twitter una provocazione facendo una richiesta apparentemente banale: che qualcuno segnali almeno un serio articolo scientifico sui benefici dell’euro. Nonostante i molti colleghi con cui l’economista dialoga quotidianamente, al momento in cui scrivo ancora nessuno si è fatto avanti. È l’ennesima riprova che la questione corretta non è: “come mai la gente non capisce?”; ma: “come mai la gente si rifiuta di ammettere la realtà?”.

    A questa domanda dobbiamo dare due risposte: una per l’individuo e una (la settimana prossima) per la massa.

    L’individuo: crisi d’identità tra “permeismo” e “tecnicismo”

    Se ci riferiamo a interlocutori singoli, bisogna tenere presente un dato: non è scontato che l’individuo abbia interesse a costruirsi un’opinione personale.

    Questo dipende certamente dal fatto che viviamo in un’epoca di scarsa mobilità sociale, in cui le basse aspettative di migliorare la propria condizione di partenza non incentivano a dotarsi di raffinati strumenti concettuali. Tuttavia non credo che ciò basti a rendere ragione di come la capacità di sostenere una conversazione su temi di interesse generale sia precipitata rispetto a venti o trent’anni fa. La mia impressione è che, attraverso lo smantellamento di quei veicoli sociali ed istituzionali deputati al consolidamento di un’identità, sia passato anche il messaggio che, tutto sommato, essi non servano.

    Già nella versione cartacea di questa rubrica mi ero occupato di questi meccanismi di formazione e in-formazione individuale, che posso riassumere incasellandoli in tre grandi famiglie:

    1. la provenienza sociale (famiglia, cultura, lingua, usi, ecc.);

    2. l’educazione scolastica;

    3. l’informazione.

    In pratica la capacità di farci un’idea su ciò che sta accadendo dipenderà: 1. dalla spinta proveniente dall’ambiente in cui cresciamo (valori, interessi, apertura mentale, amicizie, ma anche risorse umane e materiali); 2. dall’istruzione che ci è impartita (nuovi valori, conoscenze, riflessioni, socialità, sviluppo di capacità, specializzazione lavorativa); e infine 3. dalla qualità delle informazioni che riceviamo (ossia da come i media fanno il loro lavoro).

    La demolizione mirata di questi capisaldi (grazie alla riduzione di redditi, incentivi e protezioni sociali, alla destrutturazione la scuola pubblica, a vie traverse per imbrigliare la libera informazione, ecc.) è stata giustificata con il risultato stesso a cui essa stava mirando. A un certo punto si è stabilito che non è responsabilità dell’individuo capire cosa succede intorno a lui. Egli è un ingranaggio in una macchina più grande, i cui contorni non può afferrare: e dunque non vale la pena perdere tempo ad elaborare una comprensione di quanto possano essere più o meno adeguati gli attuali rapporti sociali. Le cose semplicemente vanno come devono andare: se andranno bene, tanto di guadagnato; altrimenti si dovrà solo pazientare. L’obiettivo è pensare per sé stessi e mantenere un cieco ed ostinato ottimismo che tutto alla fine si aggiusterà.

    Nonostante questa forma di disimpegno teorico sia piuttosto diffuso, pochi hanno la sfrontatezza di dichiararlo apertamente. La maggior parte delle persone non vorrà ammettere di essersi accontentata del sentito dire: e dunque profonderà molto impegno a difendere strenuamente (quella che crede essere) la sua opinione. A questo fine esistono due opposte soluzioni dialettiche: il “permeismo” e il “tecnicismo”.

    Il primo è l’atteggiamento tipico di quelli (i “permeisti”) che pretendono di poter dire la loro su qualsiasi ramo dello scibile umano, semplicemente premettendo un “per me…” o un “secondo me…” – come se affermare la libertà di espressione comportasse eludere il problema di quanto diversamente qualificati (e dunque diversamente rilevanti) siano i diversi pareri. Il secondo, invece, riguarda l’approccio di coloro (i “tecnicisti”) convinti che un dibattito serio sia accessibile solo allo specialista in grado di padroneggiare argomentazioni tecniche.

    Di solito il permeista ha un basso livello di istruzione, cui pretende di supplire con l’esperienza personale; mentre il tecnicista tende ad avere un’istruzione superiore specializzata, che utilizza come strumento, o più spesso come modello di uno strumento, per la comprensione della realtà. Entrambi questi atteggiamenti, tuttavia, si distinguono perché funzionali all’obiettivo di permanere nel proprio parere iniziale. Il permeista può essere tranchant trincerandosi dietro al politically correct (“è la mia opinione”); per il tecnico c’è sempre un livello di complessità ulteriore da analizzare: e dunque le discussioni possono proseguire fin che si vuole, senza che si possa mai stabilire chi ha ragione.

    In entrambi i casi, sia che siano costretti a ricorrere a questi surrogati di opinione, sia che rinuncino più o meno ostentatamente ad un’autonomia di pensiero, resta il fatto che i singoli individui non sono in condizione di alimentare una reazione al conformismo. Privi di identità culturale e della possibilità di (in)formarsi, essi perdono la capacità di confrontarsi e finiscono per trovare più conveniente attrezzarsi con qualche espediente retorico, per poi affidare i problemi reali alla narrazione del pensiero dominante.

     

    Andrea Giannini