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  • Profughi e immigrazione, l’ipocrisia dell’occidente. E la sinistra italiana cosa pensa?

    Profughi e immigrazione, l’ipocrisia dell’occidente. E la sinistra italiana cosa pensa?

    profughiCi deve essere qualcosa che non va in me. Forse sto diventando un bieco razzista, un fondamentalista di estrema destra. Eppure davvero non riesco a capire il modo in cui la sinistra, a partire da quella costola cosiddetta “critica”, pretenderebbe di affrontare la crisi dell’immigrazione.

    Dicono che ci sono guerre e terroristi, tra l’Africa e il Medio Oriente, che stanno distruggendo la vita di intere popolazioni: tanto che molti, persino donne e bambini, preferiscono dare tutti i loro soldi a trafficanti senza scrupoli, farsi picchiare e maltrattare, stivare in una zattera o inscatolare dentro ad un camion, rischiando così una morte atroce, pur di raggiungere l’Europa e finire nelle mani (almeno per quel che riguarda l’Italia) di qualche cricca che lucra sui centri per l’accoglienza oppure a raccogliere arance per un tozzo di pane e un tetto di lamiera sopra la testa.

    Se questo è vero, allora, siamo di fronte ad un dramma di proporzioni inaudite, una sequela di crimini contro l’umanità verso cui la prima reazione di ogni persona che osi definirsi tale – io credo – dovrebbe essere: “fermiamo tutto questo il prima possibile”. Invece, ad ogni disgrazia del mare o della strada, dal variopinto mondo della sinistra, cioè da quelli che pretendono di occuparsi del sociale e degli ultimi, si leva un’altra parola d’ordine: “accogliamoli”.

    Ora – ripeto – sarò io che sono strano (e forse una mattina mi risveglierò e, guardandomi allo specchio, scoprirò che mi sono spuntati i baffetti alla Hitler), ma a me pare proprio che limitarsi ad accogliere i profughi non elimini né le terribili sofferenze patite prima, né lo sfruttamento a cui andranno verosimilmente incontro dopo. Mi pare, anzi, che così facendo non si faccia nulla per salvare la vita a chi muore sotto le bombe, a chi viene costretto a vivere in un campo profughi in Medio Oriente, a chi è troppo povero per dare soldi a uno scafista, a chi annega in mare o a chi soffoca in un camion tra i Balcani.

    Con la politica dell’accoglienza possiamo – al limite – lenire le sofferenza di chi “ce l’ha fatta”: ma manteniamo in piedi, e forse incentiviamo, una dinamica molto più vasta fatta di guerre, trafficanti senza scrupoli, schiavisti e sfruttamento. Mi pare evidente che intervenire a valle di un processo che ha fatto 3419 morti l’anno scorso nel solo Mediterraneo, altrettanti nello stesso periodo per una guerra in Libia che teoricamente sarebbe finita, e più di 230.000 da quando è scoppiato il conflitto in Siria, equivalga sostanzialmente a ignorare queste carneficine.

    L’ipocrisia è talmente macroscopica che – mi auguro – chi tra i miei lettori si sente di sinistra, o semplicemente si batte per l’accoglienza dei profughi, vorrà rifiutarla. Egli probabilmente obbietterà che l’accoglienza è innanzitutto un dovere umano: e un primo soccorso non impedisce di agire in altro modo e in altre sedi per risolvere il problema alla radice. Mentre si pensa alla soluzione da adottare, si può fare comunque il possibile per salvare quelle vite alla nostra portata.

    In effetti il principio è sensato e mi troverebbe concorde, se non fosse per un piccolo dettaglio: che per la sinistra il problema migrazioni non è risolvibile. Ai più attenti non sarà sfuggito, infatti, che, nel tentativo di replicare alla destra cosiddetta “xenofoba”, molti si lascino andare ad un’interpretazione fatalista delle dinamiche migratorie.

    Ad esempio il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha recentemente dichiarato: «Non è possibile che l’unica risposta sia una banalità come quella di dire “noi gli immigrati non li vogliamo”. Anche perché arrivano comunque». Per il Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: «Non si tratta di fenomeni episodici: […] andranno avanti per i prossimi 10-15 anni». Addirittura, secondo il Presidente della Fondazione Italiani Europei, Massimo D’Alema, gli immigrati devono venire in Europa per pagare le nostre pensioni. Nel corso di un convegno della CGIL a Ventotene, il “leader Maximo” ha ribadito quando espresso più volte in passato: «Se [entro il 2080] non dovessero arrivare cinquanta milioni di giovani, dall’Africa o dall’Asia, l’Europa chiuderebbe».

    Dichiarazioni come queste sono all’ordine del giorno. Esse dimostrano inequivocabilmente che la leadership di sinistra difetta del presupposto indispensabile per ogni azione politica efficace: ossia la necessità di guardare agli esodi delle masse come drammi da combattere ed estirpare, anziché come eventi positivi o gioiosi incontri tra popoli.

    Le stesse persone che da una parte fanno l’apologia del profugo e sbattono in piazza le sue sofferenze, dall’altra bollano come inevitabili e immodificabili le dinamiche che sono la causa diretta di quelle stesse sofferenze; come se ciò che spinge le persone ad abbandonare le loro case ed i loro affetti per andare a morire in qualche posto lontano debba essere accettato quasi fosse la cosa più normale del mondo. L’ipocrisia più grande sta proprio qui, nel considerare “fisiologico” un evento che non ha cause naturali, ma che è stato prodotto artificialmente dall’uomo – segnatamente l’uomo occidentale – e dal suo desiderio di potere.

    Certo nessuno nega che dal Medio Oriente all’Africa ci siano “guerre civili”, “dittatori” e “il terrorismo”: ma tutte queste cose vengono trattate come fossero questioni interne a quel mondo; quasi che, tutto sommato, questi neri e questi arabi non fossero capaci di vivere in pace e dovessero per forza trovare una scusa per ammazzarsi tra di loro. Ma la realtà è che in un mondo globale non esistono questioni esclusivamente interne: e spesso chi crea i problemi siamo noi.

    Ad esempio l’ISIS, ossia letteralmente lo “Stato Islamico dell’Iraq e Siria”, nasce proprio là dove regnava Saddam Hussein, il dittatore che gli Stati Uniti nel 2003 si presero la briga di abbattere per “esportare la democrazia”. Dopo aver “liberato” il paese e essersi lasciati alle spalle qualcosa come mezzo milione di morti, gli americani si sono dati alla destabilizzazione del confinante stato siriano retto da Bashar Al-Assad, un altro dittatore che, per un motivo o per l’altro, non tornava più tanto comodo avere di mezzo. Come spiega Marcello Foa (che cita fonti autorevoli come l’americana PBS e l’israeliana Haaretz) gli USA armarono ed addestrarono i ribelli islamici, inizialmente salutati come sinceri democratici; i quali invece, di lì a breve, decisero di costruirsi un loro stato volgendo i cannoni contro Baghdad e issando le terribili bandiere nere del califfato.

    In Libia i combattimenti tra varie tribù, mercenari e fondamentalisti proseguono dal 2011, da quando cioè Gheddafi veniva rovesciato da un intervento militare congiunto della NATO voluto da Francia e Stati Uniti. Da allora non esiste un governo sufficientemente forte con cui contrattare per bloccare le partenze dei barconi di disperati provenienti da tutta l’Africa, a sua volta spolpata dalle multinazionali occidentali e in mano a governi corrotti. Perciò, anche volendo aprire tutte le frontiere d’Europa, accogliendo indistintamente chiunque voglia venire, è evidente che questo non sarebbe in alcun modo un rimedio al vero problema: la fallimentare politica estera della prima potenza mondiale.

    Gli USA non sono riusciti ad essere fonte di stabilizzazione per queste regioni, finendo anzi per creare un problema dietro l’altro, senza preoccuparsi nemmeno di aver esposto gli stessi partner europei alle ripercussioni di queste strategie violente, ciniche ed avventate. Anziché denunciare questo scempio, rispedire al mittente l’ipocrita lezioncina di Obama e magari chiedere di mettere in discussione la permanenza del paese nella NATO, la sinistra italiana si schiera compatta dalla parte di questo atlantismo guerrafondaio, alzando le spalle e allargando le braccia ogni volta che se ne palesino gli esiti devastanti.

    E non sono solo i politici o gli alti esponenti di partito a rendersi colpevoli di questa ingiustificabile sudditanza. Un intero fronte di pensiero che pretenderebbe di definirsi pacifista, di stare dalla parte dei poveri, di incarnare l’alternativa al consumismo sfrenato di matrice americana non trova di meglio da fare che prendersela con Salvini: ma resta ad osservare gli esodi di disperati, come se dipendessero dall’improvvisa voglia di intere popolazioni di cambiare quartiere.

    Forse da qualche parte sono rimaste sparute oasi di pensiero critico: ma che fine hanno fatto le 100.000 persone che nel 2002 Rifondazione Comunista portò in piazza contro la guerra in Iraq? Non possono essere tutte morte o essere diventate tutte improvvisamente sensibili alle crude ragioni della realpolitik. Probabilmente, allora, hanno semplicemente perso rappresentanza politica o sono state anestetizzate dal pensiero unico, incapaci di reagire alle denunce di chi ha il coraggio di sporcarsi le mani con i problemi veri, come padre Giulio Albanese. E forse – chissà – oggi vanno in giro predicando la famosa accoglienza, di cui naturalmente si dovrebbero fare carico i lavoratori, in particolare quelli meno qualificati, più esposti alla concorrenza spietata e alla deflazione salariale di un’immigrazione di massa.

    Questo “umanitarismo degli ultimi” è insopportabile proprio perché esige che siano gli ultimi, cioè le stesse vittime di questa globalizzazione selvaggia, a farsi carico della carità umana, mentre dispensa con grande liberalità chi sta in alto: perché i grandi signori hanno le loro ragioni per fare le cose, e non è bello che la povera gente voglia chiederne conto.

     

    Andrea Giannini

  • Il fallimento di Tsipras e la Germania mercantilista: il problema è l’euro

    Il fallimento di Tsipras e la Germania mercantilista: il problema è l’euro

    Angela MerkelLa tragedia greca non è finita: a breve ne vedremo ancora delle belle. Tuttavia con il voto del Parlamento di mercoledì notte si è compiuta una svolta cruciale. Il premier Tsipras, l’eroe mitologico della sinistra europea, colui che doveva rappresentare le speranze di un’Europa alternativa alle politiche di austerity, ha dovuto alla fine accettare un umiliante accordo con i creditori, ammettendo placidamente davanti ai suoi: «Se qualcuno ha alternative, me lo dica».

    Queste parole sono la definitiva pietra tombale sulla strategia di chi voleva cambiare l’Europa dall’interno. Quelli che fino a ieri lanciavano appelli alla solidarietà, quelli che predicavano un cambio di verso, quelli che sostenevano la necessità di battere i pugni sul tavolo, quelli per cui le politiche sociali e per la crescita si fanno a livello comunitario, e soprattutto quelli che “l’Europa ci ha dato la democrazia”; tutti costoro hanno avuto la prova, semplicemente, di aver avuto torto.

    Il fallimento di Tsipras è il loro fallimento: è il fallimento di una sinistra troppo ideologizzata, troppo impegnata a contemplare la bellezza estetica degli ideali che propugna per darsi la pena di considerare se e come metterli in pratica. La colpa di questo fronte politico, che è anche la ragione della sconfitta del premier greco, e insieme la causa diretta delle sofferenze di un continente intero, sta nell’avere ostinatamente negato il problema principale: la moneta unica. La verità è che la crisi dipende dall’euro, e l’unica soluzione è uscirne il prima possibile.

    Tsipras, vittima del suo stesso populismo e della clamorosa ignoranza del ministro Varoufakis (giustamente stigmatizzata da Pier Giorgio Gawronski su Il Fatto Quotidiano), è stato così ingenuo da presentarsi al tavolo del negoziato senza nemmeno una bozza del famoso “piano B” (come reintrodurre una valuta nazionale): anzi, nel tentativo, forse, di rabbonire la controparte, ha ammesso pubblicamente la sua impreparazione, confessando così di non disporre di alcuna possibilità di ritorsione e finendo per farsi chiudere in un angolo e spolpare vivo.

    Nonostante l’incredibile errore strategico, che lascia la sinistra priva di una strategia anti-austerity e – quel che è peggio – irrimediabilmente corresponsabile del crimine perpetrato, spalancando così la strada all’avvento delle peggiori destre, c’è ancora chi, per viltà o per mestiere, non può fare a meno di mentire, individuando un nuovo capro espiatorio: la Germania.

    Wolfgang Schaeuble, l’inflessibile ministro delle finanze, e Angela Merkel, il potente cancelliere, sono ormai nell’immaginario collettivo gli eredi di un’anima tedesca che si pensava morta e sepolta. Inamovibili, privi di memoria storica ed incapaci di solidarietà, questi mostri teutonici stanno mettendo a rischio il meraviglioso sogno europeo: essi dimenticano i debiti (anche morali) che furono condonati alla Germania e si accaniscono sulla povera Grecia, con una militarizzazione finanziaria degna del Quarto Reich.

    Si tratta, ovviamente, di fantasie sciovinistiche, alimentate da questa mal intesa integrazione (alla faccia di chi sostiene che l’Unione Europea porti la pace). La realtà è un’altra: non ci sono colpe imputabili esclusivamente alla leadership tedesca.

    Ci si dimentica, infatti, che tutto l’eurosummit ha sottoscritto l’accordo: compresi naturalmente i nostri rappresentanti. Padoan si è schierato subito con Schaeuble, Renzi (ormai indistinguibile da Crozza) si è vantato di aver salvato l’Europa e tutto il PD ha esultato. Certo c’era da fare i conti con la volontà della Germania: e la politica è fatta anche di compromessi. Ma se quanto è stato imposto alla Grecia giustifica, anche solo lontanamente, il paragone tra Angela Merkel e Adolf Hitler, allora sarebbe stato il caso di mettersi una buona volta di traverso per non passare da Quisling.

    In secondo luogo bisogna ammettere che la Germania ha sempre seguito una linea di politica estera ben precisa, senza mai mostrarsi aperta, anche prima dello scoppio della crisi, all’idea di accollarsi i debiti del resto del continente. Per quale motivo, dunque, questa volta avrebbe dovuto disattendere quello che è l’orientamento prevalente tra i suoi elettori? Certo si può argomentare che il suo atteggiamento mercantilista la ha di molto avvantaggiata; e che dunque sarebbe il momento di mostrare un po’ di solidarietà. Ma se ci fosse propensione alla solidarietà, non ci sarebbe una politica mercantilista.

    Su questo punto occorre soffermarsi ancora. Chi punta ad arricchirsi con l’export, stando al riparo dalla rivalutazione della moneta grazie ai cambi fissi, assume per definizione un atteggiamento non collaborativo nei confronti dei propri partner. Non per niente questa politica si chiama “beggar-thy-neighbour”, ossia “impoverisci il vicino”: essa presuppone l’accumulazione di surplus grazie al fatto che altri accumulano deficit.

    Si può naturalmente biasimare la Germania per questo: ma non si può negare che non abbia perseguito questa linea con coerenza. Cosa abbia autorizzato, invece, il resto d’Europa a pensare che i tedeschi avessero cambiato idea resta un mistero. Per quale motivo, poi, si sia concluso che le cose sarebbero andate meglio privandosi del meccanismo di difesa dei cambi flessibili, per sostituirli con generici appelli alla solidarietà, è quasi al limite della comprensione umana.

    C’è infine una terza questione: se la Germania è così cattiva e così poco cooperativa, perché non abbiamo fatto altro che magnificare, fino all’altro ieri, il favoloso modello tedesco? Perché, dal sindacato alla Confindustria, tutti si sono dichiarati entusiasti sostenitori del “facciamo come la Germania”?

    Il fatto è che i “virtuosi” tedeschi sono stati il riferimento del capitalismo internazionale (e dei suoi “servi sciocchi”) per un motivo banale: perché la loro politica economica, vincente proprio grazie all’euro, massimizza i profitti del capitale a scapito dei redditi da lavoro. È per questo che un po’ in tutta Europa le élite hanno puntato su questo modello (asetticamente ribattezzato “le riforme”): ed è per questo che non si possono isolare le colpe della classe dirigente tedesca da quelle delle altre. Tutto il mondo industriale e finanziario internazionale, grazie anche ad opinioni pubbliche anestetizzate, ha spinto perché si arrivasse a questo punto.

    Oggi, semplicemente, si è dovuto ribaltare la favola: i tedeschi sono passati dall’essere i più produttivi all’essere i più ottusi solo perché il mantenimento del vantaggio competitivo tedesco è entrato in contrasto con la salvaguardia dell’euro. Il capitalismo dovrà dunque fare i conti con le rinate aspirazioni nazionali e poi scegliere: anche se in ogni caso non sarà un scelta priva di pesanti conseguenze.

     

    Andrea Giannini

  • Progettare un giardino, i consigli per un’illuminazione bella e funzionale

    Progettare un giardino, i consigli per un’illuminazione bella e funzionale

    1Uno dei temi che vengono, secondo me, molto spesso del tutto trascurati o poco considerati nella progettazione di un giardino è quello inerente alla sua illuminazione. L’ho sempre pensato, visitando parchi e case private, ma la cosa mi è parsa ancora più evidente di recente. Nel periodo estivo si vive infatti di più all’aperto e nel verde e risulta quindi più facile rendersi conto di questo aspetto e di quanto nel progetto complessivo l’elemento luce incida in contrasto con il buio penetrante delle notti estive.

    Ultimamente ho anche avuto modo di scorrere un catalogo in cui venivano riportate varie, moderne tipologie di lampade, torce, faretti o fasci di luce da giardino. Le immagini mi hanno fatto pensare a quanto le diverse tipologie di luce possano essere utili per trasformare completamente, nelle ore notturne ed in base alle esigenze del progettista, un’area a verde.

    2Ovviamente i grandi paesaggisti ben sanno che la stessa scelta cromatica delle piante, degli alberi e delle fioriture ha un’incidenza determinante nella “luminosità” notturna del loro progetto. Anche in presenza di poca luce, le piante dal fogliame grigiastro (ad es: gli ulivi), chiaro o screziato di bianco scintillano e si distinguono, nitide, nel paesaggio. Nello stesso modo, non passano certo inosservate le cortecce ed i rami di alberi quali le betulle, dal colore bianco puro e quasi metallico. La medesima considerazione può infine essere ovviamente fatta a proposito delle fioriture, specie di quelle appariscenti ed estive. Il rosa chiaro, il bianco puro ed il giallo si scorgono nettamente anche nelle ore serali o persino a tarda notte. In particolare le Hydrangee, le Impatiens ma anche la Wisteria, la Westringia, il Teucrium, solo per fare qualche esempio e moltissime altre, formano masse ben distinte ed evidenti, persino nella luce fioca.

    3In estate e specie in Liguria, se si opta per un ben dosato e diffuso impiego degli Agapanthus, nella loro varietà dalla fioritura bianca, si potranno sottolineare vialetti, accentuare e dilatare certi spazi e davvero stupire i visitatori. Le infiorescenze sono infatti assai voluminose e dalla caratteristica forma a fuoco di artificio, composte da varie corolle di forme tubolari.

    In realtà e come si sarà capito, sarebbe possibile parlare per ore dell’illuminazione di un giardino, passando in rassegna gli impieghi e le diverse tipologie di luci: siano esse radenti o meno, verticali, orizzontali, di delimitazione dei vialetti o di evidenziazione di particolari architettonici o di alberi antichi o di essenze particolarmente caratteristiche…

    4Solo per citare qualche impiego pratico, nel passato mi è capitato di vedere illuminati viali interni di accesso a ville storiche con candele o con lumi a petrolio dalle fiammelle oscillanti… in un caso due torciere inclinate sottolineavano, con studiato e voluto contrasto, l’accesso ad un maniero medioevale, uniche e sole nel buio assoluto della tarda estate… al mare e nel perenne vento delle isole greche, intere scalinate delle case sono spesso delimitate da candele in pura cera d’api…

    Anche la più prosaica luce elettrica può peraltro garantire risultati altrettanto eclatanti, specie grazie all’impiego dei moderni e poco dispendiosi led, dalle svariate tipologie di colore.

    5Per fare solo un esempio, tra le migliaia di modelli di dispositivi di illuminazione esistenti, vi segnalerò una tipologia davvero inusuale e da me recentemente vista impiegata in loco. Per colpire gli ospiti del giardino, i progettisti si sono avvalsi della collaborazione di alcuni artigiani del vetro per realizzare suggestivi “sassi” luminosi. Come ben si vede nell’immagine, essi si possono mescolare a quelli in pietra ed accendere la sera. Passano inosservati di giorno, spiccano la notte e lasciano basito l’osservatore che non si aspetta certo che persino il suolo e le pietre stesse di un giardino si illuminino di luce propria.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Il “Giglio ad ananas”: una pianta sudafricana dalla spettacolare fioritura estiva

    Il “Giglio ad ananas”: una pianta sudafricana dalla spettacolare fioritura estiva

    1Questa settimana ci occuperemo di una pianta, in particolare di una bulbosa, poco nota ma esteticamente molto interessante. In Italia non l’ho mai vista crescere e per questo vale la pena di parlarne nel nostro articolo. Anche chi non è esperto o non coltiva abitualmente bulbi potrà infatti conseguire, grazie alla sua sperimentazione, ottimi risultati. Il Giglio ad Ananas, come viene spesso chiamato a causa della particolare forma del fiore, è una pianta appartenente alla famiglia delle Hyacinthaceae dall’aspetto esotico ed originariamente proveniente dal Sud Africa. Il nome scientifico con cui la si individua normalmente è Eucomis.

    OLYMPUS DIGITAL CAMERAQuesta bulbosa, introdotta in Europa nel diciottesimo secolo, ha avuto ampia diffusione solo da una quindicina di anni a questa parte, quando si è iniziato a scoprire che si adatta meglio di quanto si credesse al clima continentale. Inoltre è risultata essenza meno delicata di quanto l’apparenza suggerisca e persino di facile coltivazione nei giardini privati.

    La pianta produce un cespuglio di foglie verdi scure, lussureggianti e dall’aspetto tropicale. Il fiore, dalle molteplici infiorescenze tubolari sovrapposte, si sviluppa lentamente e dura a lungo nel corso dei mesi estivi, appassendo solo gradualmente e nel tempo. Ciò garantisce una fioritura prolungata, che dura generalmente per tutto il mese di agosto e settembre, quindi dalla tarda estate fino all’inizio dell’autunno.

    3Dal punto di vista colturale, l’Eucomis può crescere direttamente in terra piena, come altre bulbose estive e più delicate, predilige però terreno sciolto, ben drenato e pienamente esposto al sole. Nelle zone a clima continentale o comunque molto freddo in inverno, si suggerisce invece di piantarla in vasi di grandi dimensioni da porre in serra durante le stagioni di riposo vegetativo. I bulbi devono essere collocati in profondità nel terreno, circa a venticinque-trenta centimetri dalla superficie. Questa precauzione limiterà gli eventuali danni dovuti a gelate improvvise. Sempre per tale fine ed in aggiunta a quanto detto, si suggerisce di non lesinare sulle pacciamature, da ripetere durante la stagione invernale, con foglie, composto o persino, qualora il clima abbia da volgere di colpo al freddo intenso, con strati di pagine di quotidiani.

    4Passando ora a suggerire alcune tipologie di facile coltivazione e che garantiranno, anche al neofita, ottimi risultati, possiamo menzionare le seguenti. L’Eucomis bicolor è una delle varietà più diffuse, con spighe di uno strano color verdastro, terminanti in propaggini marroni, e con foglie nastriformi verde chiaro. La varietà Autumnalis è simile, dalle fioriture però bianco puro. Raggiunge, a pieno sviluppo, l’altezza di settantacinque centimetri. L’Eucomis Comosa è ancora di dimensioni maggiori, dal portamento imponente e dalle fioriture di lunga durata bianco verdastre intense. La tipologia “Sparkling Burgundy” presenta invece foglie scarlatte e fiori dalle macchie rossastre. Quest’ultima è indubbiamente molto particolare e merita di essere provata, nelle aiuole, in abbinamento con altre piante dalle colorazioni affini, verdi scuro o grigiastre.

    6La più spettacolare tra le varietà coltivate e mia preferita è, infine e senza alcun dubbio, la Pallidiflora. Questa è una pianta davvero gigante, dalle enormi foglie a nastro e dalle spighe floreali imponenti che raggiungono il metro e venti di altezza e che sono di un colore verde giallastro particolarissimo. Merita assolutamente di essere piantata come sfondo nelle aiuole, il risultato ricompenserà di ogni dedizione necessaria per farla sviluppare fino alla grandiosa dimensione finale.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Referendum, polveroni e leader: la democrazia è in crisi e l’Europa Unita non esiste

    Referendum, polveroni e leader: la democrazia è in crisi e l’Europa Unita non esiste

    europaCosa realmente ci sia stato dietro ai tentativi di accordo e agli incomprensibili tentennamenti di questi ultimi giorni temo sia questione da lasciare in eredità agli storici del futuro. Cosa sia passato (e cosa passi ancora) per la testa dei vari Tsipras, Juncker, Varoufakis, Dijsselbloem e Merkel, quali e quante pressioni questi abbiano subito, quali e quanti interessi siano in ballo; quale sia, insomma, la verità, si saprà probabilmente tra diversi anni. Resta il fatto che in Grecia l’appuntamento di domenica con il referendum rimane: e se qualcuno ha davvero lavorato dietro le quinte per impedire che avesse luogo, allora non è riuscito nel suo intento.

    L’unica possibilità, a questo punto, è che il Consiglio di Stato blocchi la consultazione per incostituzionalità, accogliendo così il ricorso presentato da due cittadini greci. Il rischio – a dire il vero – sarebbe anche serio, perché il ricorso pare più che fondato. Ciononostante è probabile che si trovi una scappatoia: in caso contrario, infatti, molti finirebbero per vedere, dietro alla sentenza, il preciso calcolo o una qualche forma di pressione da parte del governo greco; il quale, dopo aver sollevato tutto questo polverone solo per avere un’arma negoziale, cercherebbe in questo modo di sfuggire alle proprie responsabilità. Il sospetto peserebbe come un macigno sul prosieguo dei negoziati: ed è dunque ragionevole supporre che nessun giudice si voglia prendere questa responsabilità.

    È probabile, allora, che il referendum si farà: e il merito, forse, è più della Merkel che di Tsipras. Quest’ultimo, infatti, dopo la coraggiosa mossa a sorpresa, è parso obbiettivamente deragliare, imbarcandosi in improbabili tentativi di accordo che oggi mettono in discussione persino il senso stesso della consultazione (dato che non è più chiaro nemmeno su quale memorandum esattamente il popolo greco sia chiamato ad esprimersi); mentre la cancelliera tedesca, al contrario, ha mantenuto diritta la posizione dell’Europa, mostrando una volta di più che la Germania non è solo il paese più forte, ma è anche l’unico in grado di imporre una posizione sufficientemente ferma ed autorevole in un continente allo sbando.

    Renzi gigioneggia per mascherare la sua irrilevanza. Hollande appare scialbo e insignificante. Dijsselbloem è irritante, Tsipras è comprensibilmente spaventato e Juncker troppo occupato a godersi i piaceri della vita. In questo contesto l’unica che sembra davvero decisa a vedere le carte per chiudere la mano è Angela Merkel. Se questo è vero, allora, possiamo star certi che il referendum si farà; perché è interesse della Germania archiviare una volta per sempre la pratica greca.

    Potrei spingermi addirittura ad ipotizzare che Berlino punti ad una vittoria dei no, in modo da avere una scusa per cacciare Atene fuori dall’euro, risolvendo così definitivamente quella che è solo una grana per gli equilibri interni della cancelleria. Senza la Grecia, in effetti, la Merkel smetterebbe di farsi logorare, in un colpo solo, tanto dai falchi del rigore, quanto dai socialdemocratici e della Linke. Ma queste sono solo speculazioni. Ad essere tremendamente reale, invece, è la crisi della democrazia.

    EuropaSembra che nessuno si renda conto, infatti, che se il referendum greco è capace di generare tutti questi contrasti e di attirare tutte queste critiche, il motivo sta nel fatto che in questa Europa la democrazia si è persa per strada. Non solo si è completamente smarrito il senso della rappresentanza politica, mandando in pezzi il normale equilibrio tra l’azione di governo, il consenso che la supporta e il ricorso alle urne; ma si è dissolto anche il presupposto stesso della democrazia in quanto, letteralmente, “governo del popolo” poiché non si sa più di quale popolo si stia parlando.

    Se i greci possono esprimersi a proposito di un dato programma di aiuti, dall’altra parte, allora, anche gli italiani e i tedeschi devono avere un analogo diritto ad essere interpellati: la democrazia non è il diritto solo di un popolo. Tuttavia, se le due consultazioni avessero esito opposto, che cosa si dovrebbe fare? È ovvio che non si può mettere una democrazia contro l’altra; per cui, a rigore, l’unico voto davvero valido sarebbe quello che chiamasse ad esprimersi tutti i popoli europei insieme. Ma è evidente che è del tutto assurdo chiedere ad un finlandese o ad un portoghese se le condizioni a cui deve sottostare un greco siano giuste o meno, perché – banalmente – non ne sa nulla, né ha interesse a saperlo.

    L’errore sta nel fatto che, in questa fase, le forme della democrazia nazionale sopravvivono all’interno di un livello comunitario che le svuota di senso, ma che pure è incapace di superarle, perché non si può dire in faccia ai Parlamenti nazionali e ai popoli, a partire da quello tedesco, che si devono adattare a farsi comandare dal resto dell’Europa. In queste condizioni, perciò, la consultazione voluta da Tsipras non può essere considerata una forma superiore di democrazia: piuttosto è una roulette russa. E tutto quello che possiamo fare è sperare di non beccarci la pallottola.

    Rimane una verità, tanto banale quanto inoppugnabile: l’Europa Unita non esiste. È un ideale che ci piace fintanto che resta tale, fintanto che rimane confinato nel rassicurante iperuranio dei puri principi. E forse è l’ora di ammettere che, se i risultati pratici sono sempre così deludenti, ci deve essere qualcosa che non va anche nella teoria.

     

    Andrea Giannini

  • Grecia, referendum: no all’austerità? Il primo segnale di vita della sinistra in Europa

    Grecia, referendum: no all’austerità? Il primo segnale di vita della sinistra in Europa

    grecia-europaFinalmente siamo alla resa dei conti. Dopo mesi di estenuanti tira e molla, Tsipras si è deciso a fare l’unica cosa che poteva fare per non rimandare in eterno i problemi del suo paese, visto il vicolo cieco nel quale si era cacciato.

    Difatti, come avevo sottolineato sin da subito, il premier greco era andato al potere grazie ad una promessa realmente “populista”, nel vero senso del termine; poiché portare il paese fuori dall’austerità, ma mantenerlo nell’euro, è un’ambizione affascinante, ma a tutti gli effetti impossibile. Ho più volte ribadito che l’aver disconosciuto il vincolo della moneta unica come strumento di disciplina dei lavoratori è la colpa storica delle sinistre europee: ed era inevitabile che su questo punto si dovesse infrangere anche la strategia del leader di Syriza.

    Tuttavia prevedere verso quale esito sarebbe rimbalzato questo vano tentativo non era affatto facile, perché i negoziati venivano condotti anche a suon di bluff e minacce. Non si poteva escludere – e non si può escludere tuttora – che la Germania e i paesi del nord volessero davvero spingere la Grecia ad uscire. Ad ogni modo quest’ultima era sicuramente la parte debole: per cui ogni presunta “ultima trattativa” finiva sempre per chiudersi o con una soluzione di compromesso o al prezzo di pesanti tradimenti rispetto al programma elettorale di Syriza, a ulteriore testimonianza dell’incompatibilità tra politiche nazionali e logiche comunitarie.

    Per questo motivo Tsipras poteva solo capitolare oppure decidersi per una mossa a sorpresa: si trattava solo di capire cosa sarebbe successo prima. Dopo quattro mesi di attesa (durante i quali questa rubrica ha giudicato più saggio tralasciare le innumerevoli schermaglie) possiamo dire finalmente che il premier greco – forse per paura che i leader europei, d’accordo con l’opposizione del suo predecessore Samaras, trovassero un modo per farlo cadere – ha preso il coraggio a due mani; e con l’annuncio di un referendum sul piano di salvataggio ha impresso alla vicenda una svolta radicale.

    Quel che è certo, infatti, è che dopo il voto le cose non saranno più le stesse. Anche se il quesito referendario non è esplicito (per cui molti faranno finta di non capire), la posta in gioco è piuttosto chiara: da un lato la Grecia capitola e si mette nella mani dei creditori, sancendo la fine di ogni possibilità di riscatto dall’interno (a meno di una svolta autoritaria); dall’altro lato fa default e, con ogni probabilità, esce dall’euro.

    Difatti le possibilità che l’Europa si faccia condizionare da una libera decisione democratica del popolo greco sono al lumicino. Dall’altra parte, invece, Tsipras ha bisogno del consenso che gli manca per non farsi accusare di aver portato il paese fuori dalla moneta unica solo per un capriccio personale. Da questo punto di vista il leader greco ha trovato una brillante soluzione al suo dilemma politico: se i greci si prendono la responsabilità di dire no al piano di salvataggio europeo, dopo non potranno biasimarlo se come conseguenza Atene viene sbattuta fuori dall’euro; o, all’opposto, se ci saranno ancora lacrime e sangue.

    In ogni caso sarà il popolo greco a prendere quella decisione che i suoi leader politici sono troppo pavidi anche solo per prendere in considerazione. Sempre che, si capisce, vogliano lasciarglielo fare.

    Andrea Giannini

  • Immigrazione e politica italiana, un dibattito surreale fra convenienze e ideologie

    Immigrazione e politica italiana, un dibattito surreale fra convenienze e ideologie

    Palazzo ChigiLa piega presa dal dibattito sull’immigrazione è a tratti surreale. La discussione impazza sia su radio e TV, che sui social network; e pare aver fagocitato totalmente la politica, che invece continua a dare scarso peso tanto ai gravi segnali di disgregazione nell’UE (sempre più forti, indipendentemente da quello che sarà l’esito del negoziato di lunedì sui destini della Grecia) quanto ai venti da guerra fredda che soffiano lungo la frontiera ucraina. Eppure, se andiamo nel concreto, scopriamo che le differenze tra le diverse posizioni si assottigliano fino quasi a scomparire.

    Tutte le maggiori forze politiche, e – mi verrebbe da dire – quasi tutta l’opinione pubblica, pur divergendo su dettagli anche significativi, sembrano concordi su molti punti generali. Salvare i naufraghi, fermare gli sbarchi, cercare forme di cooperazione con le autorità locali nordafricane, garantire diritto di asilo ai rifugiati (qui l’approfondimento di Era Superba sui profughi a Genova), perseguire gli scafisti: questi e altri principi sono accettati in modo trasversale rispetto agli schieramenti politici. Ciononostante i partiti e le persone continuano a dividersi in modo aspro e persino verbalmente violento; tanto che viene da chiedersi da dove vengano le ragioni di una tale immotivata conflittualità.

    Il fatto è che a un nucleo di idee comuni si arriva a partire da orientamenti pregiudizialmente diversi cui non si vuole rinunciare. Oltre ad un “centro” pragmatico ed indeciso, di cui è difficile valutare il peso reale, nell’opinione pubblica si fronteggiano due ali estreme: una destra xenofoba e una sinistra xenofila.

    Questi orientamenti non si formano a posteriori, in seguito ad un’attenta analisi dei fatti, che – occorre dirlo senza qualunquismi – in fenomeni di così vasta portata non è obiettivamente alla portata di noi persone comuni (né è facilmente sintetizzabile a livello divulgativo). Tali orientamenti, piuttosto, dipendono da un pregiudizio istintivo, che, a livello più o meno conscio, sviluppiamo sin dalle prime riflessioni ed esperienze, e che poi è difficile scardinare.

    Il dibattito pubblico ha raggiunto alti livelli di conflittualità perché si è chiaramente spostato dalle questioni pratiche legate alla gestione, alle questioni morali legate ai pregiudizi. In altri termini, anziché concentrarci sulle misure da adottare per superare l’emergenza e regolare al meglio i flussi migratori, passiamo il tempo a dibattere su chi siano i buoni e i cattivi, attaccandoci ai toni, ai termini e ai principi, o chiamando in causa dinamiche storiche che richiederebbero un contesto di analisi meno estemporaneo.

    Questa involuzione non dipende solo dalla scarsa maturità della nostra opinione pubblica; ci sono anzi, a mio giudizio, almeno due motivi specifici che spiegano la tendenza: la convenienza politica di un dibattito divisivo e il diverso grado di accettabilità sociale dei due orientamenti contrapposti.

    Per quello che riguarda il primo punto, è piuttosto evidente che i partiti non hanno niente da guadagnare nell’articolare una posizione comune. Non ha alcun incentivo la Lega Nord, che dando l’impressione di propugnare in esclusiva la necessità di una maggiore durezza verso i clandestini ha aumentato i suoi consensi; ma non ha alcun incentivo neppure una parte del Partito Democratico, che, se ammettesse apertamente di non apprezzare Salvini solo per via di certe esternazioni, e non per la sostanza, finirebbe per lasciare in mano alla sinistra interna e a SEL la bandiera di una posizione ideologica che frutta troppi voti. Anche il Movimento 5 Stelle e Forza Italia devono dimostrare di essere della partita: e dunque anch’essi puntano a criticare i rivali e a distinguersi come meglio possono.

    In fondo se si toglie il tema immigrazione dal confronto politico, non rimangano molti altri argomenti su cui abbia senso dividersi. Ecco perché l’immigrazione è vitale: perché consente alla partitocrazia italiana di giustificare se stessa. E se pure è vero che il dibattito pubblico riesce ancora ad accendersi anche su altri temi più concreti, quali la scuola, le pensioni, le tasse o il lavoro; resta il fatto che questa dialettica ha un sapore del tutto diverso.

    La secolare crisi ideologica dei partiti, infatti, ha privato questi ultimi di un’idea della società che costituisca un riferimento forte, costringendoli a rincorrere le mode del momento e condannandoli ad assumere posizioni ondivaghe e talvolta contraddittorie: da qui gran parte del dilagare dell’astensione. Il risultato è che al giorno d’oggi poche battaglie possono essere associate immediatamente all’idea che abbiamo di un partito: il PD ha tradito sul lavoro, la Lega ha accantonato il federalismo e Forza Italia sta cercando di andare oltre persino allo stesso Berlusconi. L’immigrazione appare dunque l’ultima occasione rimasta a queste forze politiche per dare l’impressione di avere un’anima, un ideale e un’identità; di non essere solo meri contenitori di ambizioni personali e interessi particolari.

    Inoltre – e veniamo così al secondo punto – il confronto tra il pregiudizio xenofobo e quello xenofilo non è ad armi pari: perché la xenofobia, considerata come valore, non è socialmente tollerata. Ciò non significa che in una parte – purtroppo – sempre più ampia della società non facciano la loro indisturbata comparsa veri e propri rigurgiti razzisti. Tuttavia una posizione del genere può essere orgogliosamente rivendicata solo da qualche spavaldo intollerante in quanto privato cittadino: ma non è ammissibile per un personaggio pubblico, che potrebbe persino essere perseguitato penalmente.

    Per questo motivo addirittura Casapound ufficialmente rinnega l’etichetta di xenofobia; mentre la preoccupazione opposta è del tutto assente dall’altra parte. A sinistra è motivo di vanto dichiararsi pregiudizialmente favorevoli all’immigrazione proprio perché, per i valori che dominano nella nostra società, una simile posizione, anche se preconcetta, non attira il biasimo di nessuno.

    Abbiamo così un pregiudizio intollerabile (xenofobia), che per partecipare alla discussione pubblica è costretto a incanalarsi lungo il solco del pragmatismo, e un pregiudizio tollerabile (xenofilia), che invece è socialmente apprezzato e, dunque, non ha alcun incentivo a scendere a patti con la pratica. È così che chi esprimerebbe di principio la posizione moralmente più accettabile dà al dibattito, di fatto, una piega ideologica che lo rende politicamente irrisolvibile.

     

    Andrea Giannini

  • Brooklyn Grange Farms: produzioni di ortaggi e miele sui tetti di New York

    Brooklyn Grange Farms: produzioni di ortaggi e miele sui tetti di New York

    1In questo articolo vi parliamo di un’altra interessantissima iniziativa sul tema del Verde e sul suo inserimento in una moderna metropoli d’oltreoceano. Questa volta torniamo a New York ed in particolare a Brooklyn. Questo quartiere sta infatti attraversando una fase di vera e propria rinascita, anche sotto il profilo della maggiore attenzione all’ecologia ed allo sfruttamento dello spazio. Tre anni fa, i soci fondatori delle Brooklyn Grange Farms hanno dato vita ad un ambizioso progetto: realizzare degli orti sui tetti dei palazzi cittadini.

    3Anastasia Cole Plakias è una delle ideatrici. Divide oggi il suo tempo tra una acclamata trasmissione radiofonica sul tema della cucina, la coltivazione di ortaggi e persino l’apicoltura. Le Brooklyn Grange Farms includono due distinte “fattorie” in cui si producono sia prodotti destinati ai ristoranti cittadini che al mercato newyorkese, il tutto su un’estensione complessiva di ben due acri e mezzo. Ogni anno si raccolgono, su queste aiuole, svariate migliaia di libbre di ortaggi, tolti dal terreno alla mattina presto e trasportati direttamente la sera stessa ai destinatari finali. Su questi tetti si trova anche il più grande centro di produzione di miele, cera e derivati di tutta New York; esso comprende oltre trenta distinti alveari, tutti perfettamente funzionanti.

    2La sfida iniziale più ardua da affrontare per il primo dei due “tetti verdi”, al di là di far approvare un progetto del tutto innovativo, è poi consistita nel trasportare in cima al palazzo ben cinquantaquattro tonnellate di terra, senza l’utilizzo di alcun ascensore!

    4L’iniziativa, sebbene sia principalmente sostenuta con fondi privati e donazioni via internet, ha ottenuto molti riconoscimenti e sta riscuotendo tutt’ora un enorme successo. I tetti producono infatti ortaggi in grandi quantità ma vengono anche utilizzati per lezioni di yoga, visite guidate, incontri delle scolaresche e per aperitivi o cene con un’incredibile vista su tutta New York.

    5Le Brooklyn Grange Farms sono, in fondo, la dimostrazione più concreta di come sia possibile ottimizzare gli spazi, creare aree verdi dai positivi effetti ambientali e persino spazi di socializzazione tra gli abitanti delle metropoli.

    6Gli ortaggi crescono poi, grazie all’esposizione favorevole, al terriccio facilmente coltivabile, all’irrigazione ed alle temperature elevate, di ottima qualità. Visitando i luoghi prima e dopo la realizzazione dei progetti, la differenza è infine enorme. Pochi centimetri di terriccio hanno infatti trasformato, in un brevissimo lasso di tempo, assolate ed inospitali superfici in cemento in uno spazio verde, caratterizzato dalle più diverse forme e sfumature degli ortaggi. Come loro quasi surreale sfondo vi è tutta New York, grigia e scintillante grazie ai suoi grattacieli, tra i più noti al mondo.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Regionali, l’esito del voto non sorprende: il Pd raccoglie quanto seminato

    Regionali, l’esito del voto non sorprende: il Pd raccoglie quanto seminato

    regione-liguriaL’esito del voto alle regionali, checché se ne dica, non ha portato vere sorprese. Che la Lega Nord fosse salita nei consensi e che il M5S, tutto sommato, tenesse botta, sono entrambe tendenze che i sondaggi andavano registrando già da qualche tempo. Al contrario il ridimensionamento del PD e il colpo di coda di Forza Italia, soprattutto nella nostra regione, possono aver colto di sorpresa alcuni commentatori: ma a ben vedere si tratta di eventi tutt’altro che eccezionali. Era chiaro che l’opinione pubblica stesse sopravvalutando Renzi e sottostimando quello che resta del partito di Berlusconi.

    Del premier si è parlato per un anno intero come di un re Mida della politica, capace al solo tocco di trasformare persino il Partito Democratico in un pezzo d’oro da 40,8 carati. Tuttavia una corretta interpretazione del voto avrebbe rivelato sin da subito che quello strabiliante successo era dovuto soprattutto alla liquefazione di Monti e del suo Scelta Civica (non a caso ribattezzato “sciolta civica”). In realtà nel complesso il fronte moderato non aveva guadagnato più di quanto avesse guadagnato il fronte anti-euro: entrambi erano cresciuti a scapito dell’indecisione di Grillo e Tsipras, dimostrando così la polarizzazione dell’elettorato attorno ai temi cruciali della continuità di governo e della responsabilità verso l’Europa.

    Allo stesso modo, così come non è strano che alle elezioni europee conti molto il problema del rapporto tra politiche comunitarie e politiche nazionali, non è strano neppure che in Liguria, con lo strascico di qualche alluvione alla spalle, un politico vicino a Burlando venga penalizzato. Se a questo aggiungiamo un volto di primo piano dell’attuale centro-destra (Toti), lo slancio propulsivo della Lega Nord e le relative ricadute benefiche (quel curioso effetto per cui, magari, ci si vergogna a votare le camicie verdi, ma non i loro alleati “più presentabili”), ecco che si spiega come mai Forza Italia non è completamente sparito dalla Liguria, passando “solo” dal 13,89% delle europee al 12,66% dell’altro giorno.

    Seceeondo Paita questo risultato è ascrivibile anche al comportamento di Pastorino, reo di aver diviso il partito per mera strategia politica e di aver consegnato così la regione alla destra. Tuttavia è un ragionamento che non convince. Innanzitutto non ci sono elementi per sostenere che tutti gli elettori di Pastorino sarebbero stati automaticamente elettori di Paita. È probabile, anzi, che chi ha scelto di non votare PD non avesse sin dall’inizio alcuna intenzione di farlo: e forse, senza un’alternativa a sinistra, la più parte si sarebbe rivolta all’astensione. Dall’altro lato, se anche l’accusa fosse vera, Renzi e il suo partito non farebbero altro che raccogliere quanto seminato.

    Sin dagli esordi, infatti, il Presidente del Consiglio non ha avuto remore nel calpestare le minoranze interne pur di portare a termine gli obiettivi prefissati. È pur vero che questo comportamento veniva giustificato con l’esigenza, apparentemente nobile, di dare stabilità e governo al paese; cosa che Pastorino, a livello regionale, non ha dimostrato di tenere in grande considerazione: ma è anche vero che questa stessa governabilità si poteva benissimo ottenere mediando e facendo qualche concessione alle minoranze, senza il rischio di appaltare il problema alle destre; cosa che Renzi si è ben guardato dal fare. Ha applicato invece la forza brutale dei numeri, permettendosi persino il lusso di irridere i membri del suo partito che non riteneva degni d’attenzione (il celebre «Fassina chi?»). Se dunque Cofferati, Pastorino e Civati hanno davvero pensato soltanto a rompere le uova nel paniere del premier, non si può fargliene una colpa: per essere considerati, questo è l’unico linguaggio che Renzi ha dimostrato di intendere.

    Andrea Giannini

  • Sentite il redivivo prof. Monti: la nostra democrazia incompatibile con l’Europa unita

    Sentite il redivivo prof. Monti: la nostra democrazia incompatibile con l’Europa unita

    italia-europa-politicaL’altro giorno, mentre a Genova un groppo di antagonisti contestava “animatamente” Matteo Salvini, mostrando così di vederlo come uno dei pericoli più seri per la nostra democrazia, quasi parallelamente in uno studio televisivo, senza che nessuno alzasse un sopracciglio, il redivivo professor Mario Monti spiegava tranquillamente gli italiani che il vero pericolo da cui occorre guardarsi è la democrazia stessa. Intervenuto a Otto e Mezzo, ospite di Lilli Gruber, nel lamentarsi per il populismo dilagante, che costringe la politica ad appiattirsi su una logica di breve periodo perdendo di vista gli obiettivi davvero importanti, il senatore a vita poneva una questione cruciale: «Non è che forse, per caso, le nostre democrazie europee e non europee, le nostre democrazie occidentali di tipo sempre più illusionistico, basato sulle promesse e basato sull’orizzonte breve, diventano di fatto incompatibili con l’integrazione internazionale e con l’integrazione europea?»

    La domanda, chiaramente retorica, ha implicazioni enormi, in particolar modo per noi abitanti del vecchio continente (benché i presenti in studio non abbiano dato segno di essersene accorti). Tradotta in un italiano più spiccio, al netto dei toni sicuramente garbati, ma oscuri, dell’ex-premier, suona più o meno così: «Visto che i popoli europei continuano a dare credito ai vari Grillo e Salvini, ma anche agli Tsipras, ossia ad autori di promesse che, senza l’avallo di Bruxelles e Francoforte, non si possono realizzare, ha senso continuare a farli votare?»

    Il ragionamento non fa una grinza. In effetti i leader nazionali già adesso non sono autonomi, perché dipendono per molte questioni centrali, come la ripartizione e l’ammontare della spesa pubblica, dal controllo degli organismi comunitari. Questo fa sì che le politiche realmente praticabili siano solo quelle che trattano aspetti marginali o che si accordano all’orientamento prevalente in Europa. Tutte le altre politiche non fanno che creare un contrasto tra il livello politico nazionale e quello comunitario. Di qui la necessità di abbandonare le democrazie nazionali, se non si vuole pregiudicare la costituzione di un’Europa unita.

    Per Monti, dunque, l’alternativa è secca: da una parte sta l’integrazione comunitaria, che dovrebbe condurre ad una nuova democrazia su base europea; dall’altra la Repubblica italiana e la Costituzione. Le due opzioni non sono sovrapponibili: sono anzi in netto contrasto. Se si vuole un’Unione Europea forte e stabile si dovranno necessariamente smontare gli attuali sistemi costituzionali nazionali, perché – ovviamente – erano stati concepiti per essere assoluti, non per essere limitati e sottoposti a fonti di sovranità gerarchicamente superiori. La nostra Costituzione, ad esempio, riconosce solo i trattati internazionali, purché siano stati sottoscritti in condizione di parità: ma in alcun modo prevede che altra legge o costituzione possa affiancarsi ad essa e addirittura scavalcarla.

    È evidente come il professor Monti veda nell’integrazione europea e in quella internazionale (una «globalizzazione governata») un’opportunità e non un rischio. Tuttavia bisogna ammettere che se c’è in giro in questo momento qualcosa che si può definire davvero “anticostituzionale”, nel senso che punta letteralmente a smantellare la Costituzione, questa cosa non sono certo i ragli di un leghista in felpa, ma i ragionamenti monocordi di un bocconiano in loden.

    Se ciononostante il lettore non riuscisse a vedere nessun pericolo nella prospettiva di passare ad una nuova democrazia su scala europea, abbandonando quella attuale, forse è il caso che consideri giusto un paio di punti:

    1. nel mentre in cui si lavora a come attuare questo meraviglioso mondo del domani, siamo bloccati nella situazione attuale, in cui l’Unione non è forte e gli Stati nazionali sono deboli: in questo contesto – che non si sa per quanto durerà – la sovranità è incerta, la democrazia è quasi superfluo e i risultati si vedono;

    2. quali garanzie ci sono che costruiremo forme realmente democratiche, visto che di fatto stiamo appaltando la questione a un gruppo internazionale di burocrati non eletti?

    3. la nostra Costituzione è anti-fascista, perché nata dalla Resistenza; eppure sta stretta sia alla finanza internazionale, come abbiamo letto nel famoso report di JP Morgan, sia ai ferventi fautori dell’integrazione politica europea, come ha dichiarato in quest’occasione Monti: non viene il sospetto che abbiano entrambi lo stesso obiettivo?

    4. in che modo una democrazia europea supererebbe il populismo che l’ex-premier deplora, visto che per Monti anche la Merkel ha peccato di scarsa lungimiranza?

    5. e se persino gli Stati Uniti d’America rischiano di cadere vittima della logica della «tirannia del breve termine», perché questo rischio sarebbe scongiurato con gli Stati Uniti d’Europa?

     

    Andrea Giannini

  • Il Governo contro tutti: crisi e campagne d’odio, l’obiettivo è ridurre diritti e retribuzioni

    Il Governo contro tutti: crisi e campagne d’odio, l’obiettivo è ridurre diritti e retribuzioni

    protesta-studentiLo scontro del momento, in questa ennesima riedizione de “il governo contro tutti”, vede l’esecutivo opposto a insegnanti e pensionati. I primi sono accusati di non avere compreso la riforma, che vuole aprire il mondo della scuola alla meritocrazia (sottotitolo: molti insegnanti non meritano di stare dove stanno). I secondi, d’altra parte, non possono pretendere, dopo la sentenza della Corte costituzionale, di recuperare tutti insieme le indicizzazioni perdute: un po’ perché bisogna tutelare prima i pensionati più poveri (e le classi medie? che si adattino); un po’ perché bisogna togliere a chi ha di più per dare a chi ha di meno; e un po’ perché chi è andato in pensione col vecchio sistema retributivo – diciamocelo – vive alle spalle delle nuove generazioni, e anzi si meriterebbe un bel ricalcolo col contributivo.

    I protagonisti sono cambiati: eppure la trama di questo teatrino dell’assurdo dovrebbe cominciare a suonare vagamente familiare. Ormai anche il più diffidente (ammesso che qualcuno sia scampato al dito accusatore di questi governi moralizzatori) dovrebbe aver capito che le diverse crociate contro certe categorie sociali cominciano ad assomigliarsi tutte in un modo un po’ troppo sospetto. Il tema è sempre lo stesso: i diritti acquisti da alcune categorie sono additati come ingiustizie intollerabili nei confronti di altre categorie, che nel frattempo hanno perso, o non hanno mai avuto, quegli stessi diritti.

    È esattamente il caso succitato: quello che per i pensionati è un diritto, la pensione conquistata dopo anni di lavoro in base alle leggi vigenti, per i più giovani è invece un privilegio, dato che questi ultimi non riusciranno, con tutta probabilità, ad avvalersi di un analogo trattamento previdenziale. Queste categorie finiscono così le une contro le altre, come i polli di Renzo, senza che nessuno si renda conto che non sono stati i pensionati a introdurre le prime forme di lavoro precario che oggi minacciano il futuro dei giovani.

    Si possono citare molti altri casi. Da principio l’oggetto della riprovazione generale era solo la casta dei politici; ma col tempo altre categorie sono finite vittime di varie campagne di discredito: la magistratura, nei cui uffici giudiziari si lavora solo la mattina, da settembre a giugno; i dipendenti pubblici, che hanno ferie pagate, maternità e sono (erano) non licenziabili; gli autonomi, che dichiarano meno di quanto guadagnano; i giovani, che sono troppo “choosy”; i commercianti, che non fanno gli scontrini; gli imprenditori, che non investono e non fanno innovazione; gli insegnanti, che lavorano 18 ore a settimana e non si aggiornano; e infine persino le famiglie italiane, che sono più ricche di quelle tedesche (e dunque si possono tassare per benino).

    È una propaganda che funziona molto bene perché fa leva sul risentimento sociale. In ognuna di queste categorie c’è, in effetti, qualcosa che non va: e ognuno di noi, nel suo piccolo, ne ha fatto esperienza. Il sotteso, però, è che finalmente abbiamo tutto il diritto di prendercela con il giudice che ci ha dato torto nel ricorso, con l’insegnante di matematica che ha rimandato nostro figlio, con il funzionario delle poste che fa una pausa caffè troppo lunga e con il milanese sul SUV che ci sorpassa a gran velocità durante gli esodi estivi sull’Aurelia. Il messaggio è che non dobbiamo superare queste divergenze per fare causa comune: dobbiamo invece odiarci a vicenda, perché la colpa del declino del paese è sempre dell’italiano che mi siede accanto.

    Tuttavia a questo punto dovrebbe essere chiaro che questo gioco è a somma negativa: se cadiamo nel tranello di pensare che la colpa sia sempre degli altri, forniamo solo un comodo alibi per chi sta al potere. Sarebbe l’ora di rendersi conto, dunque, che siamo tutti sulla stessa barca, vittime di una strategia precisa. L’obiettivo è ridurre diritti e retribuzioni: non potendolo perseguire direttamente, perché si otterrebbe solo un’opposizione generale, si punta a mettere una categoria sociale contro l’altra, erodendo così i benefici acquisiti pezzo per pezzo.

    Naturalmente gli ultimi esecutivi che si sono succeduti, e la stampa servile che regge loro il sacco, non si sono posti un simile traguardo solo perché sono cattivi: il fatto è che comprimere la democrazia, abbassare i salari e tassare la ricchezza privata è l’unico modo per competere stando dentro al sistema euro e ai vincoli di bilancio. Anziché rilanciare l’economia svalutando rispetto ai partner europei e spendendo a deficit, siamo costretti a tenerci un’alta disoccupazione per far diminuire le pretese dei lavoratori, compensando poi il calo di gettito con l’aumento delle tasse. Il vincolo del 3% annuo di indebitamento, infine, è il grimaldello che permette ai governi di dire che la coperta è corta: se esiste un tetto oltre cui non si può spendere, è chiaro che in tempi di crisi qualcheduno dovrà adattarsi ad avere meno.

    Il risultato è che questa campagna d’odio, necessaria per tenere in piedi un sistema monetario ormai al collasso, mentre si rincorrono fantomatiche riprese, ha completamente lacerato il tessuto sociale. Chi ha alimentato questo risentimento, che lo abbia fatto consapevolmente o che si sia limitato – come certi militari nazisti – ad eseguire gli ordini, è comunque colpevole di aver rovinato questo paese, riducendolo ad una serie di combriccole ugualmente dedite al proprio meschino interesse personale o negando il senso stesso della sua esistenza.

     

    Andrea Giannini

  • “Accettare quello che è…”

    “Accettare quello che è…”

    letteredallaluna-azzurroAccettare quello che è, non è una resa. Non è affatto scontato accettare quello che è. Non significa abbassare lo scudo e neanche alzarlo a difesa, è gettarlo in quanto inutile, disarmo totale.

    Accettare quello che è, senza rimpiangere quello che è stato, che siamo bravi a rimodellare il passato a nostro piacimento come fosse argilla. Né quello che potrebbe essere se già non fosse.

    Accettare quelle che è, ora, calarmi con una fune in ogni istante della mia vita, preciso, comodo, senza fare rumore. Attento, curioso.
    Accettare quello che è non significa perdere la propria ingenuità, non è quello che accade quando l’illusione si rivela tale. Il disilluso non accetta, subisce e prova rancore.
    Coordinarsi, allinearsi, accordarsi, accettare quello che è.
    Impararlo. E agire di conseguenza.

    Occhi al sole e cuore al vento. Niente chiavi, tutto aperto. Ospiti, ovunque.
    Uno spettacolo senza fine e una serena comparsa.

     

    Gabriele Serpe

  • L’Anemone Nemorosa: una pianta poco appariscente dalle fioriture spettacolari

    L’Anemone Nemorosa: una pianta poco appariscente dalle fioriture spettacolari

    1Questa settimana parleremo di una specifica e poco nota varietà di Anemone, quella Nemorosa. Abbiamo già trattato, in un nostro precedente articolo, di una inusuale varietà di questa pianta, l’Anemone Giapponese. In effetti gli Anemoni sono piante molto interessati e presentano alcune tipologie assai particolari.

    La varietà Nemorosa deriva il proprio nome dal latino “nemus”, ossia bosco. Essa cresce infatti spontaneamente in natura nelle aree boschive, in particolare nelle foreste di latifoglie, nei faggeti, nei querceti, nelle radure ivi presenti e nelle aree ombrose. Altri derivano il nome di questa essenza dal termine, sempre latino, “anima” ossia “soffio vitale”, facendo quindi riferimento alla delicatezza, raffinatezza e soprattutto alla caducità dei suoi fiori. Questi ultimi sono, nella varietà Nemorosa, di un particolare colore bianco puro appena soffuso di viola. La loro forma, bellissima e semplicissima, può ricordare, una volta che essi siano completamente aperti, quella di una stella.

    2La nostra pianta è in generale di piccole dimensioni, si aggira intorno ai venti centimetri di altezza a pieno sviluppo. Fiorisce tra le prime in primavera e per questo annuncia, insieme alle Primule ed ad alcune bulbose, l’inizio della stagione più mite. Essendo una rizomatosa che si riproduce con una certa facilità, essa colonizza alla svelta boschi ed aree aperte. Per questo motivo ne suggerisco l’impiego nei giardini, specie di grandi dimensioni e soprattutto nelle aree di confine con prati e boschi dove l’Anemone Nemorosa si inselvatichirà velocemente. Si avranno così spettacolari, candidi prati a fine inverno, inizio primavera, dalle fioriture spontanee, naturalissime come solo certe piante rustiche e semplici sanno dare.

    3Dal punto di vista colturale, questo Anemone è facilissimo da coltivare, non presenta difficoltà di alcun tipo e non è neppure soggetto a malattie particolari. Dà senza alcun dubbio il suo meglio se viene coltivato in terra piena ma sopporta anche la crescita in vaso, preferibilmente di grandi dimensioni. Il terreno migliore per ottenere un sano sviluppo della pianta è quello ricco, umido (ma non troppo) e l’area di collocazione preferibile è quella ombrosa o semiombrosa.

    Unico difetto della pianta è che essa scompare completamente in inverno, perdendo le foglie che rispunteranno solo a primavera. Anche durante la stagione estiva, specie se molto calda, l’Anemone tende a cadere in una fase di riposo vegetativo, anche piuttosto prolungata. Si dovrà quindi tenere in considerazione questa caratteristica, che determina l’improvviso scomparire della pianta, nel momento della progettazione del giardino e dell’inserimento dei tuberi nei prati o nelle aiuole.

    4Esistono diversi cultivar di Nemorosa, tra cui si ricordano: l’Alba Plena a fiori bianchi doppi e la Robinsoniana e la Vestal.
    Non è facilissimo reperire sul mercato questa tipologia di Anemone, bisognerà quindi rivolgersi a vivai specializzati. Si consiglia, infine, di scegliere le varietà più semplici e dai colori bianco puro, che spiccheranno in parchi e giardini. In sede di impianto, meglio abbondare nel numero, i risultati saranno, in breve tempo, spettacolari. Unico suggerimento: dimenticarsi della pianta. Farà tutto da sé, con esiti inaspettati ed imprevedibili per qualunque neofita!

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Marcello Foa, lo stato di salute dell’informazione. Dal concetto di “frame giornalistico”, al ruolo dello spin doctor

    Marcello Foa, lo stato di salute dell’informazione. Dal concetto di “frame giornalistico”, al ruolo dello spin doctor

    marcello-foa
    Marcello Foa è stato cofondatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo (EJO) presso l’Università della Svizzera Italiana (USI), dove attualmente insegna anche giornalismo internazionale e comunicazione. Ha focalizzato le proprie ricerche accademiche sul fenomeno dello spin, finalizzandole nel saggio “Gli stregoni della notizia. Da Kennedy alla guerra in Iraq: come si fabbrica informazione al servizio dei governi” (2006, Guerini e associati editore), testo che è stato adottato da diverse università. È autore di due romanzi per Piemme Editore: “Il ragazzo del lago“ (2010) e “Il bambino invisibile“ (2012). Dallo scorso anno è vice-presidente dell’associazione A/simmetrie, fondata dall’economista Alberto Bagnai.

    Milanese classe 1963, Marcello Foa è giornalista e direttore generale del gruppo editoriale Timedia. Ha lavorato in Svizzera per la Gazzetta Ticinese e il Giornale del Popolo; in Italia per Il Giornale, guidato allora da Indro Montanelli. È stato inviato speciale di politica internazionale in Russia, Francia, Germania, Turchia e Stati Uniti. Nel 2007 ha creato “Il cuore del mondo”, oggi un blog indipendente ospitato da ilgiornale.it.

    Con Marcello Foa abbiamo discusso del mondo dell’informazione, dei meccanismi della diffusione delle notizie e di democrazia. Sul numero #59 del bimestrale (apr-mag) abbiamo pubblicato uno speciale ad hoc; riportiamo qui l’intervista integrale e rimandiamo alla rivista cartacea per ulteriori approfondimenti.

    Se volessimo fare come fanno gli studenti a scuola, per i quali Platone è “quello del mondo delle idee” e Leopardi “quello de L’Infinito”, dovremmo dire che Marcello Foa è “quello del frame”…  Scherzi a parte, trovo il concetto di frame piuttosto utile per tenere insieme due evidenze apparentemente inconciliabili: ossia, da un lato, il fatto che non esiste un “ministero per la propaganda” come ai tempi del fascismo; dall’altro lato che, ciononostante, i media appaiono molto omologati. Di solito la gente finisce per risolvere questa contraddizione illudendosi che in democrazia l’uniformità dei mezzi d’informazione dipenda dal fatto ci viene raccontata la verità…

    «Sì, il concetto del frame è fondamentale per capire queste logiche. Sostanzialmente è una “cornice mentale” che noi ci creiamo su un qualunque argomento. A volte sono delle piccolissime cornici, dei fili, che entrano, si formano e si vaporizzano. In certi casi, però, possono essere anche giudizi forti su argomenti importanti. E più queste cornici sono legate a delle emozioni o dei fatti che noi non conosciamo, più è facile che diventino permanenti. Per esempio, l’11 settembre ha avuto un impatto enorme perché ha scioccato tutti: vedere lo schianto degli aerei, il crollo delle torri in una città come New York… per molti europei è stato come se la tragedia fosse avvenuta in casa nostra. Altri casi possono essere l’ISIS, l’Ucraina o la Siria: fatti che improvvisamente finiscono alla ribalta senza che la gente sappia bene di cosa si parla e su cui dunque si ragiona in base al giudizio che ci si forma nel momento stesso in cui si apprende la notizia. Ed è qui che entra in azione lo spin doctor».

    Ossia l’esperto di comunicazione, il consulente che elabora la strategia d’immagine…

    «Sì. Lo spin doctor vuole formare una “cornice” molto forte su quel dato argomento, perché è consapevole del meccanismo psicologico della mente umana per cui, una volta che si è formato un giudizio di fondo (il bene e il male, il giusto e il cattivo, ecc.), le notizie che entrano dentro questa cornice di giudizio vengono rafforzate e continuamente rinvigorite, mentre le notizie che ne escono fuori vengono relativizzate o addirittura scartate. Ecco perché – per fare un altro esempio – oggi è molto difficile parlare di Putin: perché, per il frame della nostra stampa “Putin è il cattivo, l’Ucraina è invasa, la Russia ha mire imperiali”».

    In questi casi è facile che chi nega la “verità ufficiale” venga additato come “complottista”: come si distingue chi elabora bizzarre teorie del complotto da chi invece scava alla ricerca della verità?

    «Bisogna distinguere diversi temi. C’è il tema del conformismo, per cui tutti dicono la stessa cosa sentendosi molto liberi e originali – io trovo, per esempio, che i lettori e gli elettori di sinistra tendano ad essere i più conformisti, nel senso che tendono a ripetere la “verità comune”. Poi ci sono coloro che dissentono e sviluppano idee proprie, il cui libero pensiero può anche essere accettato, ma più spesso rifiutato o relativizzato. Infine ci sono i cosiddetti “complottisti”, che non sono né conformisti, né anti-conformisti, ma cercano la verità nascosta dietro la teoria ufficiale, talvolta “azzeccandoci”, talvolta no. Su questo tema sono molto sensibile, perché sono convinto che anche il buon giornalista debba scavare e andare in profondità, senza limitarsi a riportare quello che accade in quella superficie che chiunque può vedere e raccontare. Tuttavia, la differenza tra il giornalista che fa analisi e il complottista è la verifica delle fonti, mirata non ad assecondare un pregiudizio, ma a verificare incongruenze eventualmente emerse nell’indagine di una situazione».

    Dunque il nodo centrale è la verifica delle fonti…

    «Non solo: il punto vero è l’approccio alla verifica. Il complottista cerca un riscontro alla sua idea; il giornalista fiuta quello che non va e scava per trovare conferma a un dubbio che sorge a seguito di un’analisi delle cose. Anomalie e fatti che non tornano spingono a porsi delle domande, a ricostruire la filiera: insomma, a fare vero giornalismo investigativo teso alla risoluzione dei dubbi. Solo una volta ricostruite e risolte le contraddizioni, ci può distaccare a ragion veduta – e in questo modo raramente sono stato smentito nella mia carriera – da quella che è la verità ufficiale.

    Il complottista tradizionale parte da un presupposto diverso: pensa che sia tutta una grande manipolazione e vede il complotto dietro qualunque fatto. Il che talvolta può anche significare “azzeccarci”: ma può anche portare a prendere delle cantonate clamorose. Un esempio di  informazione controcorrente, che io condivido al 100%, ce lo dà Ray McGovern, un ex-analista della CIA con cui ho fatto un dibattito a Firenze: questa persona è molto coraggiosa e negli Stati Uniti ha fatto delle denunce fortissime.

    Il problema di fondo è che nella nostra società “democratica”, paradossalmente, è sempre più difficile far passare un messaggio diverso. C’è un certo tipo di pubblico, per fortuna: ma è minoritario. La grande massa si accontenta di quello che è il frame, il luogo comune iniziale; oppure si accontenta di un dibattito in apparenza vivace, ma che in realtà non esce mai da certi binari, rimbalza entro certe linee invisibili e così non diventa mai “scomodo”. Questo è un problema molto serio, perché tende a relativizzare una delle caratteristiche fondamentali della nostra democrazia: la capacità per il pubblico di formarsi un’idea fondata, solida, autentica».

    Un altro punto è quello del rapporto del giornalista con la complessità delle notizie. Secondo Stefano Feltri de Il Fatto Quotidiano i temi economici e la politica europea sono volutamente incompatibili con la portata di un dibattito democratico: un problema grosso; eppure sembra che gli italiani possano fare poco più che prenderne atto. Io mi chiedo invece se il compito del giornalista non sia anche quello di saper operare una sintesi utile a rendere accessibile un certo tema ad un pubblico inesperto. Questo significherebbe, però, anche “metterci del proprio”, sacrificando un po’ di oggettività. Insomma, di quale tipo d’informazione deve andare in cerca l’utente?

    «Ottima domanda. Il giornalismo anglosassone – che ormai non esiste quasi più – tendenzialmente ha risolto questo dilemma: da un lato fa la cronaca, dall’altro fa il commento e l’analisi. Oggi in realtà questa barriera tende a cadere, per via del fatto che anche il giornalista è vittima del frame.

    Mi spiego meglio. Tornando all’esempio della Russia, se io parto dalla convinzione che Putin abbia ammazzato, o voluto o permesso che Nemtsov fosse ucciso, la cronaca che farò sarà piena di “si dice”, di “forse”, di “si sussurra” che tendono ad accentuare nel lettore il sospetto che questa cosa sia realmente avvenuta: e dunque influenzo il mio lettore già a partire dalla cronaca. Ho notato che, in effetti, i giornalisti tendono ad essere molto sensibili a questa cornice sulla Russia: e dunque anche le cronache risultano abbastanza condizionate.

    Poi ci sono dei limiti molto forti nel modo in cui si fa giornalismo. Se faccio il cronista politico a Roma o a Bruxelles, chi sono i miei referenti quotidiani? Sono il portavoce del PPE, il portavoce della Commissione, il portavoce di Palazzo Chigi, eccetera; tutte persone con cui alla fine divento amico. Sono loro che poi mi telefonano o che mi mandano una e-mail quando sono arrabbiati o compiaciuti. Questo microcosmo è anche parte del mestiere; se però mi ci immergo troppo, poi finisce che perdo la percezione di cosa interessa davvero alla gente. È per questo motivo che quando leggo le cronache politiche italiane mi sfugge lo scopo di quello che si scrive: perché sono cose da addetti lavori… o “adepti” ai lavori».

    Sì, il gioco di parole rende l’idea. E allora, se il lettore non capisce, non è sempre e solo colpa sua…

    «Io vengo dalla scuola di Montanelli e per formazione penso che, di qualunque cosa io scriva, anche il macellaio sotto casa debba essere in grado di percepire la mia valutazione e capire cosa stia succedendo. Eppure oggi questo approccio – che una volta faceva parte delle regole del buon giornalismo di stampo anglosassone – tende a cadere. Ci troviamo di fronte, così, a giornalisti che si dimenticano dei lettori.

    All’opposto chi fa televisione tende ad essere totalmente in superficie, piattissimo, ripiegato su stereotipi quali giusto e sbagliato, buono e cattivo; perché se il messaggio non passa, lo spettatore cambia canale. Il paradosso della nostra epoca è che siamo molto informati, perché abbiamo tante fonti di informazione, ma siamo poco informati, perché nessuno ci spiega l’essenziale. È  questo fenomeno che rende l’informazione meno “convincente” di quello che era qualche anno fa».

    Se andiamo ancora più sul generale, ci imbattiamo – mi pare – in un problema di democrazia. Mi spiego meglio. Io acquirente di giornali, fruitore di informazioni, sono anche un cittadino che vota: quanto di tutto quello che accade a Roma o a Bruxelles può essere davvero utile per le decisioni che sono chiamato a prendere e quanto invece attiene al dibattito tecnico?

    «Non c’è dubbio che, se chiedo alla gente cosa abbia capito dello spread, esce fuori di tutto. Il punto però è che ci sono certe decisioni fondamentali sulle quali il cittadino deve essere messo in grado di capire davvero la posta in gioco.

    Un esempio: l’euro comportava la fine della sovranità economica e monetaria dell’Italia; ossia la fine dell’indipendenza di giudizio e di azione del governo e dell’industria italiana. E invece hanno fatto una propaganda atta a dipingere l’Unione Europea e la moneta unica come il paradiso: “saremo un paese forte”, “la nostra economia crescerà”, “saremo come i tedeschi”, “le leggi funzioneranno” e tutta una bella retorica di popoli uniti. Oggi ci troviamo con un solo paese che ci guadagna (Germania), con dei paesi che sono alla fame (Grecia, ma anche Spagna e Portogallo) e con altri paesi che stanno perdendo la loro indipendenza e il loro benessere economico (noi). Il vero messaggio che andava lanciato, allora, sarebbe dovuto essere: “se entrerai nell’euro, del tuo futuro non deciderà più il tuo governo, ma la Commissione Europea e Banca Centrale Europea”. La questione a quel punto sarebbe stata capire se a noi convenisse davvero oppure no: ma questo discorso, verso la fine anni ’90, non è stato fatto».

    In effetti non ricordo a quell’epoca grandi prese di posizione contro l’euro o contro l’UE…

    «Perché chi ha provato a farlo ha subito il solito meccanismo del frame: “sei euro-scettico”, “sei contro il futuro”, “sei contro l’Europa”, eccetera. Non si giudicava neppure l’obiezione, ma si poneva subito un’etichetta denigrante su chiunque provasse ad avanzare dubbi, che pure oggi ci appaiono assolutamente legittimi e fondati. Di fronte all’accusa di “euro-scetticismo”, dovevi difendere non il merito della tua posizione, ma la tua persona, dimostrando di non essere un “cattivone” come Haider o Le Pen.

    Il fatto è che quando ci sono dei dossier internazionali e degli interessi così grandi in gioco, arrivano spin doctor professionisti che sanno preparare le campagne giuste: e la stampa finisce per cascarci, ripetendo tutti i frame con una facilità estrema. È il discorso che lei faceva all’inizio: se siamo in democrazia, tendiamo a fidarci dell’autorità. Pertanto se il governo italiano, la maggior parte dei politici italiani, la Commissione Europea, il governo francese, gli Stati Uniti, l’FMI, la BCE; insomma, tutti ci dicono che l’euro va bene, allora anche i grandi giornali “istituzionali”  tenderanno a percepire il messaggio e a rilanciarlo.

    Io invece sono di un’altra scuola. Io cerco di capire se quello che viene proposto è giusto: e poi cerco di spiegarlo a miei lettori. Il che non vuol dire, naturalmente, ch’io non possa sbagliarmi».

    Se dovesse scegliere un problema del mondo dell’informazione da cui cominciare per invertire una parabola che evidentemente è declinante, cosa sceglierebbe?

    «Nel mondo dell’informazione in generale distinguerei almeno due problemi: da un lato c’è ovviamente il condizionamento esercitato dall’establishment o dal mondo politico; dall’altro lato, però, c’è anche il condizionamento economico: ossia, come si fa a fare informazione oggi? Se la pubblicità scappa, infatti, bisogna capire dove si ricava il sostentamento.

    Oggi è difficile fare informazione in generale perché mancano le risorse. Il paradosso è che su internet si può avere anche tantissimo pubblico; ma, se si va ad analizzare il budget dei siti internet, per quanto di successo, si scopre che questi raccolgono una piccola parte della pubblicità e delle risolte che raccolgono altri media.

    Questo è il problema principale: come far sì che un giornalista possa essere davvero libero, in modo che possa fare buona informazione. Lo strumento del blog – che io naturalmente apprezzo, essendo io stesso uno degli animatori della blogsfera – ha un grosso limite: non garantisce un’informazione costante e regolare. Il vero problema è dunque quello di mettere i giornalisti in grado di fare giornalismo libero e di qualità, di non essere completamente ostaggio delle leggi dell’audience. Tuttavia non saprei dire come: non ho una soluzione sicura».

     

     

     Andrea Giannini

  • Italicum, la nuova legge elettorale sotto la lente di ingrandimento: AAA dittatore cercasi

    Italicum, la nuova legge elettorale sotto la lente di ingrandimento: AAA dittatore cercasi

    elezioniDel nuovo sistema elettorale detto “italicum”, appena approvato e fresco della firma apposta dal Presidente Mattarella (che ha così sancito la definitiva sconfitta politica di quella minoranza PD che, paradossalmente, per la sua elezione si era tanto battuta), un paio di criticità non sono state rilevate – almeno per quanto io abbia potuto constatare. Non che non siano state avanzate obiezioni o che non siano stati intervistati costituzionalisti e altri studiosi decisamente contro questa legge elettorale. Tuttavia, in questo gran ballo di discussioni (sempre utile ad alzare polveroni che impediscono di distinguere bene cosa stia succedendo), mi pare siano rimasti sottotraccia alcuni elementi centrali.

    Il primo problema è il meccanismo del doppio turno. Se nessuna lista prende almeno il 40% dei voti, infatti, è previsto un secondo turno di votazioni, un ballottaggio, tra le due forze che hanno ottenuto i risultati migliori. In entrambi i casi (che basti uno o che servano due turni) al vincitore va comunque il premio di maggioranza: 340 seggi, che costituiscono una maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati.

    Persino per alcuni critici questo sistema sarebbe indice di miglioramento rispetto al vecchio e incostituzionale porcellum, in quanto supererebbe una delle problematiche rilevate dalla Corte Costituzionale (la mancanza di una soglia precisa per il premio di maggioranza) e perché impedirebbe a una minoranza di diventare maggioranza. Entrambe queste argomentazioni, tuttavia, mi paiono errate. Al secondo turno, infatti, manca completamente alcuna soglia; mentre in un panorama politicamente frammentato, con un’offerta potenziale piuttosto vasta (data anche la soglia d’ingresso del 3%, che consente a molti piccoli partiti di poter aspirare ad entrare in Parlamento), il secondo turno si rivela una forzatura eccessiva, che rischia di produrre esiti assurdi.

    A differenza di quanto avviene nel meccanismo elettorale francese (dove però il sistema di governo è presidenziale, cioè si elegge direttamente il Presidente della Repubblica), nell’italicum è espressamente “esclusa ogni forma di collegamento tra liste o di apparentamento tra i due turni di votazione”: cioè il ballottaggio si gioca esclusivamente tra i due partiti che hanno ottenuto più voti, senza poter ottenere endorsement da, o stabilire coalizioni con, le altre forze che sono rimaste fuori.

    Facciamo un esempio concreto. Se fossero confermati gli ultimi sondaggi (prendiamo, tra le tante, le stime fatte da EMG Acqua per LA7) il PD, con il 34,8%, e il M5S, con il 23,1%, sarebbero i due partiti ad accedere al secondo turno di votazioni, dove in ballo è l’ambito premio di maggioranza. A questo punto chi aveva scelto altri partiti (Forza Italia, Lega Nord, SEL, centristi, comunisti, eccetera) avrebbe due opzioni: o non andare a votare, oppure scegliere uno dei due concorrenti rimasti come ripiego.

    Nel primo caso potremmo assistere ad un’astensione record, nel secondo caso – soprattutto se il confronto elettorale sui media si facesse aspro – ad una chiamata alle armi contro il rivale che rischia di conquistare il potere. Formalmente, chiunque vincesse, l’elezione sarebbe perfettamente valida: tuttavia, da un punto di vista sostanziale, avremmo una forte delegittimazione del senso stesso della rappresentanza politica.

    Un’alta astensione sarebbe fortemente compromettente. Ricordo che, per esempio, il 51% del 50% dei votanti corrisponderebbe al 25% dei voti: un po’ poco per parlare di grande legittimazione popolare. Allo stesso modo, anche nel caso di una buona affluenza, una campagna elettorale vinta dal M5S sfruttando l’astio contro i provvedimenti del governo Renzi, o, all’opposto, vinta dal PD sfruttando l’idea dell’inaffidabilità di Grillo e dell’inesperienza dei suoi, non sarebbe propriamente una netta investitura per il programma dei due schieramenti.

    Non bisogna dimenticare che il vincitore, grazie anche al 60% di nominati, avrà a sua disposizione una schiera di fedelissimi pronti a votare a maggioranza assoluta qualsiasi cosa: e potrà farsi forza – c’è da scommetterci – anche di un risultato che formalmente, almeno al secondo turno, sarà di certo superiore al 50% (il 40,8% di Renzi sembrerà una cosa da dilettanti). Nella realtà, tuttavia, solo una parte molto minoritaria dell’elettorato avrà davvero votato un programma politico.

    Il rischio sarebbe dunque quello di farci governare a maggioranza assoluta, con tutta probabilità per cinque anni interrotti, da un PD con solo il 34,8% dei voti, o da un M5S con solo addirittura il 23,1%. E potrebbe andare peggio. In linea teorica persino una Lega Nord con il 14,8% dei voti potrebbe andare al ballottaggio (e vincerlo). Un sistema assurdo, a fronte del quale dare il premio di maggioranza a chi raggiunge il 40% al primo turno sembra la cosa più sensata di tutte!

    Il secondo punto è ancora più grave, benché sia molto più semplice. Nell’attesa di sapere come si comporrà il Senato, con la riforma costituzionale in discussione, nel frattempo sappiamo già che la Camera dei Deputati sarà saldamente in mano al partito vincitore: che esprimerà così, dunque, sia il governo e il premier, che il voto del Parlamento. Ad alcuni fini costituzionalisti è sfuggito questo lieve dettaglio: se esecutivo e legislativo sono in mano alle stesse persone, salta la divisione dei poteri.

    Quali sono, infatti, le possibilità che il Parlamento si metta contro il premier? Realisticamente nessuna. Il candidato premier e gli altri capi del partito avranno imbottito le liste di loro fedelissimi: praticamente è lo stesso gruppo di potere che governa e si approva le leggi da solo.

    Ricapitolando: manderemo al governo per cinque anni, come maggioranza assoluta pienamente legittima, con un esecutivo e un legislativo riuniti e quasi blindati, un partito che potrebbe aver preso anche solo il 25% dei voti. A questo punto manca solo il cartello: “AAA dittatore cercasi”.

     

    Andrea Giannini