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Scopri Genova e la Liguria, la sua storia, la tradizione, la cucina e le curiosità.

  • Il Castagnaccio alla ligure, ricetta autunnale a km 0 per #ItalyFoodWeek

    Il Castagnaccio alla ligure, ricetta autunnale a km 0 per #ItalyFoodWeek

    Il castagnaccioSeconda giornata della #ItalyFoodWeek, l’iniziativa promossa da Twitter Italia, con il patrocinio del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali per celebrare le eccellenze del Made in Italy agroalimentare. Era Superba ha deciso di partecipare a questa iniziativa con uno speciale della seguitissima rubrica enogastronomica “Sapori Superbi”: ogni giorno, per sette giorni, una ricetta ispirata alle eccellenze del territorio.

    Tema di oggi i prodotti a #kmzeroFW. E per sfruttare l’occasione, ci concentriamo su un “frutto” di stagione: le castagne. Ora che è tornato il sole, basta un giretto negli splendidi boschi dell’entroterra ligure e poi tutti ai fornelli a preparare il castagnaccio. “Ma non era toscano?” ci direte. Beh, provate a chiederlo ai poveri contadini dell’Appennino ligure del tempo che fu…

    Gli ingredienti

    – 500 gr farina di castagne rigorosamente provenienti dai boschi liguri;

    – 750 ml d’acqua (e comunque quanto necessaria per arrivare a un impasto quasi liquido);
    N.B. Esiste anche la versione che sostituisce l’acqua con il latte.

    – 75 gr di uvetta, 50 gr pinoli, 2 rametti di rosmarino o 1 cucchiaino di semi di finocchio selvatico,

    – olio extravergine di oliva,

    – sale

    La preparazione

    Mettere l’uvetta in ammollo nell’acqua tiepida per 10 minuti, poi scolare e asciugare con un canovaccio. Nel frattempo, setacciare la farina di castagne e versarla in una ciotola assieme a un pizzico di sale: aggiungere l’acqua, poco alla volta, per ottenere un impasto omogeneo e piuttosto liquido.

    Intanto,  passate al setaccio la farina di castagne e versatela in una ciotola ampia, aggiungete un pizzico di sale, e aiutandovi con un cucchiaio di legno aggiungete tanta acqua per ottenere un impasto scorrevole, quasi liquido. Aggiungete un cucchiaio d’olio, rimescolate per bene e lasciate riposare almeno un paio d’ore. Dopodiché, ungete una teglia larga e sottile, versate l’impasto, aggiungete l’uvetta, i pinoli e il rosmarino (in alternativa o in aggiunta, si possono usare dei semi di finocchietto). Cuocete in forno preriscaldato a 180° per circa mezz’ora. Gustate a piacere, freddo o caldo, magari con una pallina di gelato alla vaniglia a fare da contrasto o, se ne avete la possibilità (anche economica) un bicchierino di sciacchetrà.

    Leggenda vuole che il rosmarino, più tipico della Toscana che della Liguria a dire il vero, abbia il potere di un filtro d’amore, e il giovane che mangi il castagnaccio ricevuto dalle mani di una ragazza, se ne innamori perdutamente. Non resta che andare a raccogliere castagne…o a comprare la farina.

  • #ItalyFoodWeek, la cucina contro gli sprechi: le Polpette del Giorno Dopo

    #ItalyFoodWeek, la cucina contro gli sprechi: le Polpette del Giorno Dopo

    polpetteIn occasione della #ItalyFoodWeek, l’iniziativa promossa da Twitter Italia, con il patrocinio del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, pubblichiamo una serie speciale per la rubrica gastronomica Sapori Superbi: ogni giorno, per sette giorni, una ricetta ispirata alle eccellenze del territorio e alla intenzione del giorno.

    Oggi, venerdì 14 ottobre, è la Giornata Mondiale dall’Alimentazione, promossa dal Fao, contro lo spreco del cibo. Non poteva mancare una ricetta tipicamente genovese, che più che una ricetta, è una mentalità.

    Una delle principali caratteristiche della cucina genovese, infatti, è la pragmaticità: sapersi adattare ad ogni circostanza, utilizzando gli ingredienti a disposizione. Uno dei più tipici escamotage ligure sono le classiche e gustose “Polpette del Giorno Dopo”, un classicissimo delle case di tutti i genovesi. Una ricetta che permette di non sprecare il cibo avanzato, e gustarsi un altro piatto da veri genovesi.

    Ingredienti:

    – Quello che è avanzato: miniestrone, pasta, riso

    – Pane raffermo

    – Uova

    – Pane grattato o farina

    – Sale

    – Olio

    – Aglio

    Preparazione:

    Se avete da “smaltire” del miniestrone, mettetelo a scaldare a fuoco lento, e aggiungete il pane raffermo tagliato a pezzi. Una volta che il pane è molle, e il minestrone è asciugato un poco, amalgamare il tutto con l’aggiunta delle uova. Aggiungere il sale all’impasto e formare le polpette, che, dopo averle passate o nella farina o nel pan grattato, possono essere cotte per alcuni minuti in padella con un po’ d’olio e aglio.

    Stesso procedimento con il riso: può essere superfluo, in questo caso, aggiungere il pane o le uova, visto che il riso di per sé può garantire la giusta consistenza per la polpetta. Vanno cotte un po’ di più rispetto alla variante con il minestrone.

    Per la pasta, invece, è consigliabile tagliarla e sminuzzarla un poco, per poi procedere con l’impasto, con o senza pane e uova.

    Agli impasti si possono aggiungere sapori a seconda del condimento originario, oppure ortaggi come carote, cipolle e porri, ma solo, ovviamente, se sono “avanzi” e bisogna “farli andare”. Buon Appetito!

  • Farinata di zucca, una deliziosa ricetta genovese rivisitata

    Farinata di zucca, una deliziosa ricetta genovese rivisitata

    Farinata di zuccaEcco la ricetta e la preparazione della farinata di zucca.

    Ingredienti
    per la sfoglia: 200 gr di farina, 2 cucchiai di olio di oliva (30 ml), 1 pizzico di sale, succo di zucca e acqua, per un totale di 100 ml
    per la farcia : 1 kg di zucca (possibilmente con la polpa compatta e asciutta), 100 gr di parmigiano grattugiato, 3 cucchiai di origano

    Preparazione
    Pulite la zucca dai semi e sbucciatela, grattugiate la polpa o tritatela finemente con il mixer.
    Mettete la polpa a sgocciolare in uno scolapasta, in modo che perda l’eccesso di acqua ma ricordatevi di raccogliere il succo che servirà per la sfoglia.

    Preparate quindi la sfoglia: in una ciotola mettete la farina, il sale, l’olio e 100 ml del succo della polpa della zucca; se non ne è stato raccolto abbastanza, aggiungete acqua. Impastate il tutto ottenendo un impasto morbido ed elastico, avvolgetelo nella pellicola e lasciatelo riposare per circa mezz’ora.

    Tirate la sfoglia preferibilmente con le mani e nel frattempo foderate un tegame unto di olio, lasciando cadere l’eccesso di pasta dai bordi.

    Preparate la farcia mescolando la polpa della zucca con il formaggio e l’origano, regolando di sale se necessario. Stendere la farcia nel tegame, pareggiandola con il dorso di un cucchiaio, tagliate l’eccesso di pasta dal bordo e formate un cordoncino per chiuderla.

    Mettete in forno preriscaldato a 200 gradi per 30 minuti. Lasciate intiepidire prima di servire.

    Ricetta a cura di Fornelli Selvaggi

  • Cristoforo Colombo, da corsaro a evangelizzatore. Le contraddizioni di uomo figlio del suo tempo

    Cristoforo Colombo, da corsaro a evangelizzatore. Le contraddizioni di uomo figlio del suo tempo

    cristoforo-colombo Su Colombo s’è scritto molto, forse troppo: uomo del medioevo, uomo del rinascimento, uomo di scienza, uomo delle stelle, ultimo crociato e via dicendo. Può darsi che qualcuna di queste definizioni gli sia pur confacente, anche se il nostro non è certo uno che si lascia incasellare. Cosa dire, dunque, di Colombo che non sia già stato detto? Ebbene: ciò che mi preme sottolineare, in occasione di quest’ennesima commemorazione della Grande Scoperta, è quanto egli dovesse alla cultura marinara del suo tempo, e in particolare alla lunga esperienza marinara genovese, maturata nel Mediterraneo e perfezionatasi precocemente nell’Atlantico. Un balzo, questo, assai precoce, che ha i suoi prodromi ben prima di quel fatidico 1113, quando troviamo alcuni genovesi impegnati a costruir navi in quel di Compostela; perfezionatosi, a ogni modo, nel corso del Duecento, e, in particolare, verso il 1277, quando le galee del grande ammiraglio e mercante Benedetto Zaccaria inaugurarono una rotta regolare oltre le Colonne d’Ercole per portar l’allume nelle Fiandre, o, ancora, nel 1291, in occasione del celebre viaggio dei fratelli Ugolino e Vadino Vivaldi ad partes Indie, e, soprattutto, verso il 1312, quando Lanzarotto Malocello approderà finalmente alle isole Canarie.

    Genova in crisi

    Da quelle prime esperienze, molta strada era passata. Nel corso del Quattrocento, i circuiti tradizionali del commercio marittimo genovese avrebbero conosciuto importanti mutamenti. L’epilogo della lotta contro Venezia e l’Aragona, la perdita dei possedimenti orientali a causa della costante avanzata turca, giunta, nel 1453, a fagocitare Costantinopoli e la dirimpettaia Pera – colonia genovese dagli anni Sessanta del Duecento –, avrebbero favorito una sorta di riconversione dei circuiti economici, commerciali e finanziari genovesi verso Occidente, lungo una direttrice che dall’area iberica – prevalentemente castigliana, andalusa e portoghese – conduceva alle Fiandre e all’Inghilterra. Barcellona, Siviglia, Cadice, Lisbona, Southampton, Londra, Bruges e Anversa sarebbero ben presto diventati i nuovi punti di riferimento. Non a caso molti genovesi si sarebbero posti al soldo delle potenze occidentali, in particolare di quelle interessate a ricercare nuove vie per il commercio. Colombo non fu da meno, come mostra il suo tentativo di «buscar el Levante por el Poniente».

    La forza dell’esperienza

    In giovanissima età cominciai a navigare e continuo ancor oggi. La stessa arte induce chi la segue a desiderare di conoscere i segreti del mondo. Sono già più di quarant’anni che la pratico. Ho percorso tutte le rotte conosciute. Ho avuto rapporti e conversazioni con gente dotta, ecclesiastici e laici, latini e greci, ebrei e saraceni e molti altri di altre razze. In questo mio desiderio trovai Nostro Signore assai propizio e per ciò ebbi da lui spirito d’intelligenza. Nella marineria mi fece provetto, in astrologia mi dotò quanto bastava e così nella geometria e nell’aritmetica; e mi diede ingegno nell’anima e mani per disegnare la sfera con le città, fiumi e monti, isole e porti, tutto al suo posto. In questo periodo ho visto e mi sono sforzato di vedere tutti i documenti di cosmografia, storia, cronache, filosofia e altre arti, alle quali Nostro Signore mi aprì l’intelletto per manifestarmi che era possibile navigare alle Indie e mi diede la volontà l’esecuzione del progetto.

    E’ il 1501, e Colombo ripensa agli anni trascorsi, quasi a voler giustificare a se stesso la fama che ormai lo circonda. Di lui sappiamo abbastanza per poter dire con chiarezza che ne sappiamo, in fin dei conti, poco. Non voglio elencare, qui, i molti dubbi che si hanno attorno alla sua reale data di nascita, alla sua morte, alla sua sepoltura e via dicendo. Mi atterrò alla versione ufficiale. Nato a Genova nel 1451 da Domenico, tessitore e cardatore di lane, legato ai Campofregoso, neanche ventenne si trasferì a Savona, iniziando a operare nel commercio e partecipando ad attività corsare. Nel corso degli anni Settanta lo vediamo operare per alcune case commerciali genovesi: i Centurione, gli Spinola e i Di Negro, per conto delle quali si reca a Chio, tra il 1474 e il 1475; a Bristol e in Irlanda (toccando forse anche l’Islanda) tra il 1476 e il 1477; a Madera, nel 1478, e, cioè, verso rotte battute da tempo da imbarcazioni genovesi. Non stupisce, pertanto, la decisione di Colombo di stabilirsi a Lisbona, nel 1479, al pari di altri Genovesi e dove, peraltro, già operava come cartografo il fratello Bartolomeo.

    colombo-spagnaDa tempo, la corona seguiva un preciso programma d’espansione che coinvolgeva Madera, le Azzorre e l’esplorazione delle coste africane e delle prospicienti isole atlantiche, la quale aveva visto attivi diversi genovesi. Colombo non fece altro che raccoglierne l’eredità, rimeditandola secondo la propria visione del mondo; soprattutto, raggiungendo egli stesso, nel 1482, le coste delle Guinea. A seguito di questo viaggio, espose a Giovanni II di Portogallo il progetto di raggiungere le Indie e il Giappone navigando verso Occidente. Ottenuto un diniego – dovuto probabilmente alla preferenza per una rotta più meridionale, che completasse le esplorazioni lungo la costa africana –, decise di trasferirsi nel nuovo regno di Spagna, con l’idea di presentare il proprio piano a Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Dopo diversi tentativi, nel clima di fervore conseguente alla presa di Granada, ricevette finalmente l’assenso per compiere l’impresa.

    Il tempo della scoperta

    Il 17 aprile 1492, Colombo stipulò un accordo coi sovrani di Spagna noto come Capitolazioni di Santa Fé, ottenendo il titolo di governatore e viceré delle terre eventualmente scoperte nel corso del viaggio, oltre a una parte dei proventi derivanti dall’oro e dalle spezie. Certamente le motivazioni di tipo economico ebbero una parte importante nell’accoglienza del progetto, e non è da escludere che tali motivazioni fossero presenti anche nel navigatore. Non sono da sottovalutare, tuttavia, le sue convinzioni religiose: alcuni passi del Diario di bordo mostrano chiaramente com’egli si sentisse investito d’una missione divina, giungendo a firmarsi con l’espressione «Christo ferens», preceduta da un criptogramma (molto discusso), letto come un’invocazione alla Trinità: convinzioni che trovarono il proprio culmine nel desiderio di finalizzare gli eventuali proventi dell’impresa alla riconquista di Gerusalemme. Forte della lunga esperienza maturata, il 3 agosto del 1492 salpava, dunque, da Palos con due caravelle e una nave, finanziate in parte da alcuni banchieri genovesi e fiorentini di Siviglia, segnando l’inizio di una nuova storia.

    Antonio Musarra

  • “Non mi sento straniera in nessun luogo”. Creatività, teatro, danza e canto nella storia di Norma Karaman

    “Non mi sento straniera in nessun luogo”. Creatività, teatro, danza e canto nella storia di Norma Karaman

    norma-karaman“Non mi sento straniera in nessun luogo”. Con questa bella parafrasi di una canzone catalana, la nuova genovese che conosciamo oggi, Norma Karaman, nata in Uruguay da una famiglia dell’Europa dell’Est, ha riassunto lo spirito libero e cosmopolita che caratterizza molte delle persone che abbiamo incontrato in questi mesi, arrivate a Genova per motivi familiari, per amore, per caso, per studio, per cercare migliori occasioni di vita e di lavoro.
    Nella nostra città, Norma ha trovato un luogo adatto per coltivare in modo approfondito la propria passione per la danza, il canto e il teatro. Dall’incontro con lei emerge il quadro di una città a volte dipinta come “chiusa” e refrattaria alle novità, ma caratterizzata da un notevole, spesso sotterraneo, fermento artistico, creativo, culturale. Il centro storico genovese spesso è il laboratorio nel quale nascono e si sperimentano forme di creatività innovativa o “alternativa”.
    Bellissima è la storia del Laboratorio Teatrale Gaucho, che si è consolidato negli anni fino a trasformarsi in un’apprezzata compagnia amatoriale invitata in varie zone d’Italia.

    Un altro elemento di riflessione emerso dall’incontro è quello legato all’alimentazione e al veganismo, lo stile di alimentazione e filosofia di vita che esclude ogni utilizzo umano dei prodotti di origine animale. La consapevolezza del ruolo centrale dell’alimentazione per la salute personale e per la salvaguardia ambientale del pianeta cresce di giorno in giorno in Italia e nel mondo. Come sappiamo, dal punto di vista medico, le posizioni sul veganismo non sono univoche. La riflessione etica e filosofica alla radice del veganismo è, in ogni caso, portatrice di un importante contributo: ci invita a riflettere sull’origine e la qualità di quello che mangiamo e sulla natura “politica” nel senso più nobile del termine dell’atto alimentare. Il modo in cui mangiamo influisce, infatti, non solo sulla nostra salute, ma anche sulle politiche agricole, sulle condizioni ambientali, sulla salute del pianeta Terra. E la cucina vegana, nella quale Norma si sta specializzando può diventare un’occasione per sperimentare nuovi sapori e per mettere alla prova anche in cucina la propria creatività.

    Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «Sono nata in Uruguay a San Xavier, un paese fondato da immigrati russi tra i quali i miei bisnonni materni. I miei nonni paterni invece erano originari lui della Moldavia, lei della Transilvania rumena. Ho studiato a Mosca, dove mi sono laureata in Filologia russa. Finita l’università, sono tornata in Uruguay e per qualche tempo ho lavorato come insegnante di russo nel mio paese natale. In Italia sono arrivata nel 1997 come turista, proprio qua a Genova. Arrivare non è stato difficile, per i cittadini uruguayani non era richiesto il visto. La città mi è piaciuta subito e, anche se in Uruguay lavoravo, per motivi personali, non legati a esigenze economiche, ho deciso di rimanere in Italia. Nel 2000 c’è stata una sanatoria e ho fatto tutti i documenti per diventare cittadina italiana. A Genova ho ritrovato un ragazzo che avevo conosciuto studiando in Russia e altri connazionali: si è formato così un piccolo gruppetto di uruguayani che mi ha permesso di non essere sola in quei primi anni; con molti di loro sono in contatto ancora oggi. Io sono una persona che si trova bene ovunque vada, in Uruguay, in Russia e ora a Genova. Parafrasando la canzone di un autore catalano, non mi sento straniera in nessun luogo».

    Una volta stabilita in Italia, hai cercato di restare a lavorare nel settore dell’insegnamento della lingua russa?
    «All’inizio ho provato a inviare curriculum ad alberghi, compagnie marittime e agenzie di viaggi, senza avere riscontri. Qua c’erano molti russi, quasi tutti laureati, ed era molto difficile per me, di madrelingua spagnola, competere, in un paese che non era il mio, con laureati di madrelingua russa. Poi hanno iniziato a propormi i lavori “classici” badante, mediatrice culturale…e non ho più avuto tempo di cercare. Ma ora non mi interessa più, vorrei fare altro: recitare, cantare, cucinare vegano».

    Come ti sei avvicinata al mondo del canto e del teatro? Avevi già avuto esperienze nel settore in Uruguay o in Russia?
    «In Uruguay per 6 anni ho fatto parte del gruppo di danze russe “Kalinka”. Il teatro, il canto e la danza mi sono sempre piaciuti, ma fino al mio arrivo in Italia non avevo altre esperienze specifiche. Nei primi anni a Genova, mentre studiavo italiano, ho organizzato con due compagni di corso un piccolo spettacolo di danze russe. L’esperienza più importante a livello teatrale è stata quella del laboratorio teatrale “Gaucho”, iniziata nel 2009. Mi sono avvicinata a questo laboratorio perché in quel momento mi sembrava più accessibile e adatto alla mia situazione di allora rispetto a una vera e propria scuola di teatro. Attualmente siamo 11/12 persone, il laboratorio si è trasformato in una piccola compagnia amatoriale, di non professionisti, molto affiatata. È una cosa che facciamo per diletto, per passione. Sarebbe bellissimo che questa passione si trasformasse anche in una professione. Per ora abbiamo fatto diversi spettacoli a Genova, in genere a offerta libera o a ingresso libero. Siamo stati invitati diverse volte anche fuori Liguria, tra cui una volta a Scansano, in Toscana, per un festival, e una a Roma. Abbiamo iniziato mischiando moltissimo musica, danza, teatro. Ora stiamo approfondendo i copioni teatrali e stiamo cercando di studiare alcuni autori in profondità. Gaucho è un laboratorio di teatro e recitazione, ma nei nostri spettacoli inseriamo sempre anche la musica e la danza. I nostri spettacoli sono sempre anche molto coloriti. È un’esperienza che mi ha permesso di conoscere anche la ricchezza delle culture regionali italiane. Io, un’uruguaiana, ho imparato a ballare la pizzica salentina per interpretare una “tarantata”. Il teatro mi ha aiutato anche ad avvicinarmi di più al canto. Il teatro aiuta il canto, e il canto aiuta il teatro. Ho imparato a modulare la voce, a respirare, e a lasciare da parte le inibizioni. Senza il laboratorio non sarei mai riuscita a cantare in pubblico. Ora faccio parte del coro “Le vie del canto” specializzato nei canti popolari e nella musica tradizionale delle regioni italiane».

    La tua creatività non si è espressa solo nel teatro e nella musica. So che ti sei interessata anche di grafica e di produzione video…
    «Nei primi anni a Genova ho lavorato come dipendente in uno “storico” negozio di magliette personalizzate in città; in seguito per qualche anno mi sono occupata come socia della parte creativa e grafica di un altro negozio specializzato nelle stampe personalizzate su t-shirt. Mi sono ritrovata a fare dei lavori davvero molto belli pur senza avere all’inizio una preparazione specifica. La produzione di video e documentaristica per ora è un’altra passione che ho tenuto per me: nel 2007 sono arrivata seconda al concorso Sguardi Latinoamericani organizzato dalla Fondazione Casa America».

    norma-karamanIl veganismo è un aspetto importante della tua esperienza in Italia. Ci racconti come ti sei avvicinata a questa filosofia e a questo stile di vita?
    «Sono diventata vegana nel 2009, per scelta etica. E’ stato un lungo percorso di avvicinamento e riflessione, iniziato quando ancora studiavo in Russia. Io sono sempre stata un’amante degli animali. Frequentando un mio fidanzato di allora che conosceva un’attivista per i diritti degli animali, ho iniziato a pensare che sarebbe stata più coerente un’alimentazione che evitasse loro ogni forma di sofferenza o sfruttamento e, nel 2001, sono diventata vegetariana. Ora sono convinta che chi fa questa scelta per ragioni etiche necessariamente finisca per approdare al veganismo. Il mio percorso è stato graduale, ho iniziato prima a non far entrare nessun derivato di origine animale nella mia cucina, nella mia casa. Qualche volta, quando mi trovavo fuori, derogavo: se capitava di prendere la brioche al bar la prendevo, anche perché non sempre era facile trovare prodotti vegani, poi gradualmente sono riuscita a eliminarli totalmente nella mia dieta. Io mi riconosco nel veganismo, ma non faccio parte attualmente di nessun gruppo o associazione, né di vegani, né di attivisti per i diritti animali. Sulla mia pagina personale www.ilmondodinorma.it ci sono moltissime ricette vegane mie e del mio compagno, presentate sia in lingua italiana, che in lingua spagnola. Ora sto cercando di curare una pagina facebook sulla pasticceria vegana, specializzata in “vegan torte”, dolcetti e muffin vegani».

    Hai un progetto, un sogno legato alla tua nuova esperienza amatoriale di “cuoca” vegana?
    «Il mio progetto sarebbe quello di aprire un “qualcosa” di vegano, un take away, una gastronomia. Il numero dei vegetariani, dei vegani, degli intolleranti al lattosio e ad altre sostanze di origine animale, di chi è alla ricerca di uno stile alimentare più salutare è in continua crescita. I vegetariani e vegani che lavorano fuori mica possono portarsi sempre il pranzo da casa. Da qualche parte dovranno pur mangiare, e non sempre è facile il locale adatto. La domanda di sicuro c’è, il problema è iniziare, trovare i locali, i finanziamenti, mettersi in proprio.
    Ora, dopo quasi 20 anni in centro storico, mi piacerebbe trasferirmi in campagna, restando vicino a Genova per non lasciare le mie passioni e le mie attività nel teatro, nella danza e nel canto. Vorrei una casa indipendente, terreno, verde, alberi, aria. Il mio vero sogno sarebbe quello di aprire un bed & breakfast con annessa una piccola trattoria dove proporre la cucina vegana. In campagna mi piacerebbe tenere anche, chiamando le persone adatte, corsi residenziali di alimentazione salutare e animalismo».


    Andrea Macciò

  • Minestrone alla genovese, gli ingredienti e la ricetta

    Minestrone alla genovese, gli ingredienti e la ricetta

    Minestrone genovese

    Ingredienti

    -3 patate, 3 zucchini, 1  etto di fagiolini verdi, 2 etti e mezzo di fagioli borlotti, 1 melanzana, 1 pomodoro, 3 foglie di boraggini, 1 cipolla, 3 foglie di bietole, 1 gambo di sedano, 1 pezzo di cavolo cappuccini, 1 carota, 3 etti di pasta (in preferenza bricchetti) o riso, pesto genovese, olio di oliva, parmigiano grattuggiato.

    Preparazione

    Lavate tutte le verdure e tagliatele a pezzetti (ad eccezione del pomodoro e delle patate). Mettete una pentola riempita d’acqua salata sul fuoco, e quando bollirà versatevi dentro tutte le verdure. Fate cuocere per circa un’ora a fuoco vivace e quando tutte le evrdure saranno ben cotte versatevi dento la pasta.

    Una volta cotta la pasta, spegnete il fuoco, versate il pesto e lasciate riposare per 15 minuto. Distribuite nei piatti e a piacere servite con olio e parmigiano grattuggiato.

    Buon appetito!

    “Chi attasta o menestron ‘na votta o no va ciù via da Zena” (Chi assaggia il Minestrone una volta, non va più via da Genova).

  • Omicidio stradale, tutte le pene che si rischiano con la nuova legge

    Omicidio stradale, tutte le pene che si rischiano con la nuova legge

    alcol-testQuanti di noi si sono svegliati nei fine settimana e, una volta accesa la televisione, la radio, oppure lette le cronache dei quotidiani, hanno avuto notizia delle cosiddette stragi del sabato sera? Chi non ha memoria degli incidenti causati dai pirati della strada che uccidono e scappano, impedendo così di dare un volto al colpevole a una morta ingiusta? Domanda retorica alla quale il legislatore penale, nel marzo scorso, ha cercato di dare una risposta. Risposta doverosa nei confronti di una società comprensibilmente sconfortata da pene esigue e scarcerazioni lampo.
    Ebbene, appare opportuno chiarire quali siano le reali novità rispetto al passato, senza entrare nei tecnicismi giuridici e nelle problematiche applicative che questo “nuovo” reato comporterà nei singoli casi posti all’attenzione della magistratura.

    Prima della riforma legislativa, la norma che veniva applicata nei casi di quello che oggi viene chiamato omicidio stradale era l’articolo 589 comma 2 del Codice penale (omicidio colposo), secondo cui “se il fatto – causare la morte per colpa di una persona – è commesso con la violazione delle norme della circolazione stradale, la pena della reclusione è da 2 a 7 anni”.
    Oggi la norma applicabile è più complessa. La riforma ha previsto pene di entità diversa in ragione della violazione della norma cautelare prevista dal codice della strada, le regole cioè che sono imposte dal codice della strada e che non dovrebbero essere violate.

    Facciamo un po’ di chiarezza e, schematicamente, indichiamo le singole ipotesi previste dal legislatore.
    L’ art. 589 bis c.p., comma 1 punisce la condotta di chi “cagioni per colpa la morte di una persona con la violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale con la reclusione da 2 a 7 anni”. Fin qui, tutto uguale. Ma successivamente, ai commi 2 e 3 dello stesso articolo, si prevede una pena ben più elevata se il soggetto che ha agito è alla guida di un veicolo “in stato di ebbrezza alcolica maggiore ad 1.5.g/l o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti” e se il conducente alla guida di veicoli speciali, come i mezzi di trasposto per persone o cose, “si trovi in stato di ebbrezza alcolica compresa tra 0,8 g/l e non superiore a 1,5 g/l” e venga cagionata per colpa la morte di una persona. In questi casi la pena prevista è della reclusione da 8 ad un massimo di 12 anni.

    Rischia, invece, dai 5 ai 10 anni di carcere chi viene colto alla guida con un tasso alcolemico tra 0,8 e 1,5 g/l, passa col semaforo rosso, circola contromano o non rispetta i seguenti limiti: 70 km/h o il doppio del limite previsto in centro città; 50 km/h oltre il limite per le strade extraurbane.
    In aggiunta sono previste delle aggravanti se il soggetto alla giuda del veicolo non sia in possesso della patente di guida, ovvero sia questa sospesa o revocata, oppure qualora il veicolo non sia assicurato.

    Questo il complesso scenario nelle ipotesi di omicidio stradale. Ad oggi è prematuro fare un bilancio sulle conseguenze concrete della norma in esame, in base anche alla sua applicazione che certo è l’aspetto che più interessa l’opinione pubblica. Le prime pronunce dei giudici di primo grado ci saranno tra un paio di anni e ci sarà da attendere almeno il doppio per le decisioni della Suprema Corte di Cassazione. Ai posteri l’ardua sentenza.

    Sara Garaventa

  • L’uomo dal fiore in bocca, Pirandello apre la stagione dello Stabile al Duse

    L’uomo dal fiore in bocca, Pirandello apre la stagione dello Stabile al Duse

    © Le PeraLuigi Pirandello (1867-1936) comincia a scrivere di teatro mentre ancora prospera il “teatro borghese”, che propone tesi moral-sociali, anche d’avanguardia, ma sempre meno aderenti alla vita reale. Nella cornice del teatro del proprio tempo, l’autore immette la novità e l’energia di un pensiero singolare che, corredato da un dialogare serrato e viscerale, finisce per rompere “tranquillità” acquisite e far dubitare di ogni assetto precostituito. La vita, secondo Pirandello, è una beffa continua che non si lascia assaporare mai, fa vivere l’uomo in un’illusoria realtà del presente mentre lo lega ai ricordi del passato.

    Il fulcro del pensare pirandelliano è superbamente centrato da L’uomo dal fiore in bocca, rappresentato per la prima volta nel 1922, quando la vena dello scrittore, in età matura, si stava rivolgendo dalla letteratura al teatro, con forme vigorose e drammatiche, rimaste latenti nel romanziere, che ne decretarono il successo.

    © Le PeraLa scena si svolge nel cuore della notte in una remota stazione ferroviaria: due uomini si incontrano e uno si porge con rara gentilezza all’altro che ha perso il treno, fradicio di temporale, carico di pacchetti destinati alle donne di famiglia, gonfio di invettive verso la vita insoddisfacente che conduce, a suo dire, a causa delle stesse.
    Il personaggio lamentoso e “pacifico” dell’avventore ha in realtà lo scopo di fare da spalla allo sfogo sempre più incombente e incalzante dell’altro, affetto da un tumore dal nome tanto dolce da sembrare un musicale scioglilingua, ma che conduce inesorabilmente alla morte: il dialogo si trasforma in un monologo attraverso il progressivo ammutolimento dell’uomo “pacifico” che , fino alla rivelazione aperta, avverte il dramma senza comprenderlo appieno.
    La consapevolezza della prossima fine della vita aumenta la ricerca della vita mediante l’osservazione di quella degli  altri, comprese le azioni più ripetitive e insignificanti: il malato osserva ma anche spiega la vita al suo compagno e gli indica, quasi con gioia, come viverla godendo del quotidiano. Ma atteggiamenti bruschi e inattesi rivelano lo stato ossessivo del protagonista, teso, come tutti gli infermi, a commisurare la realtà alla propria situazione.

    Nell’azione si inseriscono brani che vorrebbero fornire spaccati di vita coniugale e che rivelano la cattiva e banale opinione sul genere femminile maturata nell’autore dall’infelice riuscita del proprio matrimonio.

    Interpretazione sublime, ambientazione indovinata, effetti sonori memorabili ed emblematici, come lo sbuffare della locomotiva a vapore  di un treno che non si lascia mai prendere, nonostante il convulso agitarsi del viaggiatore.

    Elisa Prato

    + “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello, al Teatro Duse fino al 9 ottobre 2016.
    Regia di Gabriele Lavia. Con Gabriele Lavia, Michele Demaria, Barbara Alesse.

     

  • Torta di cipolle, gli ingredienti e la ricetta

    Torta di cipolle, gli ingredienti e la ricetta

    Torta di cipolleIngredienti
    Per la pasta: 1 Kg. di farina bianca, 4 cucchiaiate d’olio, sale e  acqua
    Per il ripieno: 2 kg. di cipolle, 20 grammi di funghi secchi, 1 etto di burro, 1 etto di formaggio parmigiano grattuggiato, sale, pepe e quagliata (o ricotta).

    Sbucciate le cipolle e mettetele a bagno per un quarto d’ora circa. Dopodichè fatele cuocere in acqua bollente per 10 minuti. Una volta cotte, strizzatele dell’acqua, tritatele e mettetele a rosolare con i funghi secchi, precedentemente ammollati in acqua tipida.

    A fine cottura aggiungete poi il parmigiano e un po’ di pepe in modo da ottenere un composto omogeneo.
    Nel frattempo impastate la farina con l’olio, il sale e tanta acqua quanto basta per ottenere una pasta di giusta consistenza. Lavoratela molto bene, copritela con un tovagliolo umido e lasciatela riposare per un quarto d’ora.
    Tirate poi una decina di sfoglie di pasta sottilissima e stendete la prima su una tortiera unta e infarinata. Spennellatela con l’olio e tagliate la pasta laterale in eccesso. Le sfoglie sono a piacere, se vi piace una pasta più consistente e spessa mettete più strati. Fate uno strato con la mistura di cipolle e uno con la quagliata e aggiungete dei pezzetti di burro condendo con un pizzico di sale, di pepe, di maggiorana e parmigiano.
    Coprite con le rimanenti sfoglie spennellandole con l’olio. Punzecchiate con una forchetta l’ultima sfoglia, e poi mettete in forno a calore moderato per circa 60 minuti.
    La torta di cipolle deve prendere un bel colore biondo e la si può servire, a seconda dei gusti, tiepida o fredda.

  • “Alzati dal divano, esci di casa e inizia a camminare”

    “Alzati dal divano, esci di casa e inizia a camminare”

    letteredallaluna-quaderno2La bolla è gommosa, le mani aperte spingono ma affondano, il dito sprofonda e non buca. Lo stadio prima del panico può durare per sempre senza compiersi mai, latente, leggero, costante.

    Le pareti della bolla sono repressioni indolori che si posano sul lento deteriorarsi degli individui, perdita della fantasia, evitare di dirlo, riduzione dell’attività sessuale, paura, ti ricordi quando, due mani e uno smartphone, evitare di farlo, tante canne, la verità è che non me ne frega un cazzo, ancora paura, non mi riguarda, riduzione della capacità di adattamento, inadeguatezza, superbia, finta di niente, evitare l’incontro, ancora paura, appannamento della curiosità, tante birre, io e gli altri, noi e gli altri, riduzione della vita sociale, vita sociale è una parola grossa, vigliaccheria o ancora una volta paura che la perdoniamo meglio, ansia da controllo, tanta televisione, così vanno le cose, cosa c’è da capire, evitare lo scontro, interazione sociale è un’altra parola grossa, non ne ho voglia, sonnolenza domenicale, commiserazione e infine ancora paura.

    Le mani aperte spingono ma affondano, il dito sprofonda e non buca.

    Oh disgraziato destino!

    Mi manca il tempo perso. Quello manca a tutti. E quindi? Alzati dal divano ed esci di casa. Non ho motivo. Di uscire di casa o di stare sul divano? Entrambi, a dire il vero. E allora alzati dal divano, esci di casa e inizia a camminare. Per andare dove? Non ha importanza. E così che si esce dalla bolla? La bolla è congenita, è ragione di Stato, camminare aiuta. Incontri, incroci.
    Tutto qua? Non è mai tutto qua, c’è sempre altro. Ho paura. Anche io.

     

    Gabriele Serpe

  • La visita ad un Salone di ottocento anni fa. Ecco lo speciale Nautico di Ianuenses

    La visita ad un Salone di ottocento anni fa. Ecco lo speciale Nautico di Ianuenses

    porto-genova-medievo-xvsecE così anche quest’anno il Salone Nautico ha aperto i suoi battenti. Sono sincero: l’iniziativa m’interessa, ma fino a un certo punto; e ciò nonostante abbia una certa familiarità col mare (più con quello medievale che con quello odierno…). Tuttavia, devo notare una grave mancanza. Non voglio affatto sembrare presuntuoso, ma non posso, comunque, esimermi dal dire la mia: il Salone, in sé, manca d’una narrazione; nasce e muore nell’ambito ristretto del business. E ciò, nonostante tenti d’ammantarsi di motivi, per così dire, “emozionali” o si rivolga sempre più al semplice appassionato di subacquea, canottaggio, canoa, windsurf o, perché no, di nuoto. Tentativo d’accalappiare quanta più gente possibile? Probabile. In realtà, ciò che manca è, piuttosto, una cornice capace di far viaggiare innanzitutto con la fantasia, lungo rotte inesplorate, al seguito di quei Genovesi – crociati, mercanti e navigatori – dispersi in diversis mundi partibus, in un tempo in cui Genova era davvero Superba. Dove la grande tradizione marinara genovese? Dove i trascorsi marittimi d’una città un tempo signora del mare e padrona del Mediterraneo?

    Credo che il Salone necessiti urgentemente d’una narrazione (prettamente storica, naturalmente); mi pare, cioè, che la grande storia marinara genovese debba necessariamente costituirne la cornice permanente. Quanto ciò richiamerebbe visitatori ulteriori, attratti, oltre che dallo scintillio dei ponti, dal fascino d’una tradizione secolare! Signori, questo non è affatto marketing (o, almeno, non lo è soltanto), e nemmeno mero campanilismo (chi parla non è affatto genovese): questo è puro e semplice rispetto per una tradizione straordinaria.

    Un Salone di ottocento anni fa

    In realtà, basterebbe veramente poco. Cosa accadrebbe, ad esempio, se ci accingessimo a visitare un salone di ottocento anni fa? Immaginiamo di risalire il corso del Bisagno, di seguire l’antica via romana corrispondente grossomodo all’attuale via San Vincenzo, di raggiungere e oltrepassare la porta di Sant’Andrea – porta Soprana – e di immergerci finalmente nel cuore della vita cittadina, seguendo questa o quella ruga sino ai portici della Ripa maris. Volgiamo ora lo sguardo al mare. Di fronte a noi vedremmo imbarcazioni differenti: grandi naves mercantili e galee basse e veloci, e poi una pletora di legni minori, generalmente a remi, come il bucio, il golabio, il palischermo, il sandalo e la saettìa. Ovunque, alberi, vele, corde, marinai indaffarati, mercanti, ufficiali della dogana e via dicendo.

    Tutto ciò doveva essere assai familiare ai Genovesi d’età medievale, abituati alla vista di grosse naves mercantili dalle forme tondeggianti. Dotate di due alberi a vela latina e d’uno o più ponti, possedevano un cassero di poppa e un rudimentale castello sopraelevato sulla prua, destinato a ospitare dei soldati. Nel tempo s’erano ingrandite, assumendo nomi caratterizzanti: da Pomella, Gazzella, Dolce s’era passati a Falcone a Regina, Panzone, Scurzuta e Berarda, per citarne solo alcune. Non mancano le descrizioni: una navis del 1246, utilizzata per la crociata di Luigi IX, e che per questo aveva a bordo una cinquantina di cavalli, era lunga trentasette metri e mezzo, larga dieci e alta dalla chiglia circa otto metri; l’albero prodiero giungeva a un’altezza di venticinque metri mentre quello centrale era poco più basso. Gli animali erano alloggiati nel primo ponte, sopra le sentine; soldati, scudieri e viveri, nel secondo ponte; nobili e cavalieri nel cosiddetto paradisus, situato a poppa, al di sotto del cassero.

    Un veliero del genere, lento ma robusto, poteva ospitare sino a trecento persone, oltre a una cinquantina di marinai. Nulla a che vedere con la galea, lunga una quarantina di metri, larga circa tre e alta quasi due. Dalla prua dotata di sperone e dalla poppa alta e arcuata, dotata ai lati di due grandi remi che fungevano da timone, era inizialmente manovrata da due rematori per banco, per un totale di circa centoventi-centocinquanta uomini che agivano su un remo a testa. La sua agilità la rendeva uno strumento perfetto per la guerra o per la difesa delle naves da trasporto. Anch’essa, ad ogni modo, avrebbe conosciuto una certa evoluzione. Verso la fine del Duecento, in corrispondenza delle guerre contro Pisa e Venezia, fu adottato il sistema del terzarolo, il banco a tre vogatori, ciascuno dei quali agente su un remo, che permetteva d’imbarcare un numero maggiore di persone mantenendo inalterate potenza e velocità. Rispetto a Venezia, l’evoluzione della galea genovese avrebbe accusato, tuttavia, un lieve ritardo, legato al suo utilizzo prevalente nel Tirreno. La città lagunare sarebbe andata definendo, infatti, nuove tipologie costruttive, a metà strada tra la galea e la navis, adottate a Genova con maggiore lentezza: la tarida, già in uso nel Duecento, la galea grossa e la galea da mercato, meno capienti delle naves ma più veloci e adatte sia per il commercio che per la guerra. L’esigenza era quella d’aumentare il più possibile il volume di traffico, e dunque il tonnellaggio; al contempo di difendersi dalla guerra di corsa. La galea sottile, così definita per distinguerla dalla consorella, avrebbe continuato a essere utilizzata sino a tutto il Quattrocento, e oltre, anche se quasi esclusivamente in contesti bellici. Essa avrebbe accolto progressivamente elementi innovativi, come le bombarde, sistemate a prua, o il timone centrale, incastrato nella ruota di poppa, che lentamente sostituirà i due timoni laterali.

    L’evoluzione del Trecento e del Quattrocento

    Il Trecento conobbe, invece, una decisa evoluzione del modello della navis, grazie all’introduzione della cocca, dotata d’un solo timone e d’un albero centrale, utilizzata per il trasporto di merci pesanti. L’utilizzo della vela quadra fu mutuato (ben più del timone centrale, già in uso nel Mediterraneo) dalle imbarcazioni nordiche e atlantiche, le quali necessitavano di sfruttare al meglio i venti costanti e gli alisei (se ne sarebbe accorto Cristoforo Colombo, il quale, partito da Palos nel 1492, avrebbe ordinato di cambiare le vele latine di una delle due caravelle, la Niña). Rispetto alle consorelle del Mare del Nord, la cocca mediterranea avrebbe subito, tuttavia, un processo d’ingigantimento. Entro la fine del secolo i grandi tonnellaggi sarebbero stati appannaggio esclusivo della marina genovese. Queste grandi naves imbarcavano un’ottantina di marinai, di cui circa la metà famuli, mozzi; nel numero erano compresi, inoltre, una quindicina di balestrieri. Si trattava d’una notevole riduzione della forza lavoro, funzionale al calo demografico successivo alla grande peste di metà secolo, ma fonte di diffusa disoccupazione.

    Il Quattrocento avrebbe assistito a una nuova evoluzione della navis, dotata progressivamente d’ulteriore alberatura e pennoni: la mezzana, collocata a poppa, e il trinchetto, a prua. Imbarcazioni di questo tipo, le quali possedevano in genere tre alberi (quasi sempre a vele quadre), un castello di prua più alto del cassero e una tolda, un tavolato che proteggeva la coperta e l’equipaggio dai proiettili nemici, erano definite nei porti nord-europei col termine caracca. Nonostante l’apposizione d’ulteriori vele propulsive, si trattava d’imbarcazioni lente, problema al quale s’ovviava diminuendo le tappe (talvolta saltando anche la consueta sosta presso il porto genovese). La perdita d’una sola di queste imbarcazioni comportava danni enormi. Di qui la necessità di suddividerne la proprietà in parti o carature, secondo una pratica risalente quantomeno al XII secolo.

    Già. Anche allora la nautica era essenzialmente business, e, dunque, rischio e commercio, rappresentando per molti un valido mezzo di sostentamento. Perché non riscoprire, dunque, per le prossime edizioni del Salone questa grande tradizione?

    Antonio Musarra

  • Seppioline ripiene di verdure, gli ingredienti e la ricetta

    Seppioline ripiene di verdure, gli ingredienti e la ricetta

    Seppioline ripieneIngredienti

    1 kg di seppioline, 300 gr di fagiolini, 500 gr di pomodori, 1 ciuffetto di basilico, 1 uovo, 1 cipolla, vino bianco secco, 1 ciuffetto di timo, olio extravergine, sale, pepe

    Preparazione

    Mondate i fagiolini privandoli dell’estremità e del filo, lavateli e fateli cuocere in acqua bollente salata per 6-7 minuti; dopodichè scolateli e teneteli da parte.

    Quindi pulite le seppioline eliminando gli occhi, il becco e l’eventuale osso, evisceratele e separate la testa con i tentacoli dal sacco; lavate bene il tutto, tritando poi i tentacoli.

    Mondate i pomodori eliminando il piccioli, lavateli e asciugateli. In un a terrina riunite i tentacoli delle seppioline, i fagiolini sminuzzati, 2 foglie di basilico finemente tritate e metà dei pomodori a pezzetti. Legate il tutto con l’uovo, salate, pepate e mescolate bene.

    Riempite i sacchi delle seppioline con questa farcia, quindi fissate il bordo con uno stecchino di legno per evitare che il ripieno fuoriesca. Mondate la cipolla, tritatela e fatela appassire in una padella con 4 cucchiai di olio.

    Versate il condimento in una pirofila, disponetevi le seppioline, quindi bagnate il tutto con mezzo bicchiere di vino.

    Passate in forno a 180 gradi per 30 minuti, sfornate e completate il piatto con i pomodori rimasti e il timo lavato e sfogliato. Ripassate in forno e fate cuocere per altri 15 minuti, poi servite decorando con qualche fogliolina di basilico fresco.

  • Mayela Barragan e il legame profondo tra Liguria e America Latina

    Mayela Barragan e il legame profondo tra Liguria e America Latina

    mayela-barraganLa poetessa cilena Gabriela Mistral, prima donna latinoamericana vincitrice di un premio Nobel per la letteratura, ha vissuto molti anni a Rapallo. Uno dei più grandi calciatori dell’Uruguay, Juan Alberto Schiaffino, fra gli “eroi” della leggendaria finale Uruguay-Brasile del campionato mondiale 1950, era originario di Camogli. Nell’isola nota come la più lontana del mondo dalla terraferma, Tristan da Cuñha, (appartenente al territorio britannico d’Oltremare di Sant’Elena, ma scoperta da navigatori portoghesi) alcuni fra i cognomi più diffusi sono di origine ligure. Nella toponomastica delle città liguri non mancano riferimenti all’America Latina, dai giardini Simon Bolivar a Corso Valparaiso. Molti abitanti di oggi hanno almeno un lontano ascendente emigrato in uno dei paesi latinoamericani, ed alcuni dei nuovi genovesi immigrati sono nati in Perù, Argentina, Ecuador, Venezuela…..ma da genitori di origine ligure. Sono solo alcuni degli esempi che ci raccontano come la relazione tra il territorio genovese e molte terre lontane, rafforzata dai flussi migratori degli ultimi decenni, sia in realtà molto più profonda e radicata di quanto comunemente si pensi, in particolare con i paesi latinoamericani.

    Mayela Barragan, giornalista e scrittrice di origine venezuelana laureata in Comunicazione sociale in Italia dal 1989, nei suoi articoli e nelle sue interviste si è specializzata proprio nel racconto approfondito dei legami linguistici e culturali fra la Liguria e l’America Latina. Per farlo ha scelto il periodismo (giornalismo in lingua spagnola) narrativo, un genere di scrittura poco conosciuto in Italia, ma molto apprezzato nei paesi sudamericani dove ad esso sono dedicati corsi universitari, saggi, testi di approfondimento e testate specializzate. Nel periodismo narrativo si raccontano i fatti, ma con l’approccio narrativo e lo stile della scrittura letteraria: è una forma di giornalismo particolarmente adatta all’approfondimento. Applicato al racconto e all’analisi delle migrazioni, il periodismo narrativo appare un’efficace sintesi tra il giornalismo dei media multiculturali rivolti alle comunità linguistiche di origine straniera e la letteratura della migrazione di fiction. Lo stile narrativo potrebbe essere un’occasione per parlare di migrazioni in modo approfondito interessando un pubblico più vasto che non sia semplicemente quello di studiosi e addetti ai lavori. In Italia, molti giornalisti scrivono con uno stile di alta qualità “letteraria”. Alcuni, si pensi ad esempio a Tiziano Terzani, hanno trovato nella loro opera una sintesi felicissima tra la documentazione dei fatti e la qualità del linguaggio e della narrazione. Nel complesso non si può dire però che esista una vera e propria cultura del periodismo narrativo.

    Attraverso lo sguardo di Mayela abbiamo l’occasione di conoscere le relazioni, talora sorprendenti, di Genova e della Liguria con le terre dell’America Latina.

    Ci puoi raccontare come nascono le tue “storie di Liguria” che realizzi per le testate latinoamericane in lingua spagnola?
    «Attualmente sto collaborando con due riviste online Letralia e Fronterad, una latinoamericana, l’altra spagnola. Negli ultimi anni mi sono interessata al periodismo narrativo, un genere di giornalismo di approfondimento molto interessante che racconta la realtà con il linguaggio e lo stile della letteratura, poco noto in Italia, ma molto diffuso in America Latina. Da sempre io sono interessata anche agli aspetti letterari e stilistici della scrittura giornalistica. In questi ultimi anni mi sono documentata, ho studiato i principali testi sul periodismo narrativo e ora sto applicando questo genere nelle mie interviste per Letralia e Fronterad».

    «La Liguria è una terra di mare e, per questo, ha profondi legami con le terre lontane. Nelle mie interviste, voglio cercare le tracce di questi legami che sono rimaste sul territorio ligure. Ogni volta parto da un elemento di attualità, che mi permetta di collegarmi alla storia che voglio raccontare. Qualche anno fa ho intervistato il giardiniere di Italo Calvino, Libereso Gugliemi: nella sua esperienza ho trovato un collegamento con il Messico, perché lui è forse l’unico italiano capace di ricavare l’aguamiel dall’agave (nota: bevanda ricavata dal succo della pianta), una cosa che solo i messicani sanno fare. In un altro articolo recente ho fatto conoscere due borghi della riviera ligure, Recco e Camogli. Chi avrebbe detto che nell’isola più lontana del mondo della terraferma, Tristan da Cuñha, fra i cognomi più diffusi ce ne siano due proprio di Recco e Camogli, Lavarello e Repetto? Per scriverlo ho intervistato Lilia Mariotti, esperta mondiale di fari, gli organizzatori del Festival della Marineria e il direttore del Museo Marinaro…e ho scoperto i legami profondi di Recco e Camogli con i paesi dell’America Latina, in particolare Argentina e Uruguay. Il periodismo narrativo richiede, oltre alle interviste e agli incontri, molto approfondimento e una lunga preparazione per ogni articolo. Per questo mi sono documentata sulla storia locale leggendo vari testi e libri».

    «Un’altra intervista è nata quasi per caso. Visitando una mostra a Rapallo sulla poetessa cilena Gabriela Mistral, allestita per celebrare i settanta anni dal premio Nobel per la letteratura, ho incontrato una signora che era la sua segretaria, Graziella Pendola, ho preso i suoi contatti, la ho intervistata e grazie al suo racconto ho avuto la fortuna di fare conoscere aspetti inediti della vita della famosa scrittrice cilena. Ora sto preparando un articolo sulla sopraelevata…come sempre, parto da un elemento di attualità, come la mostra o il Festival della Marineria, e poi mi metto a cercare e a raccontare le storie. Molte persone mi dicono che potrei propormi anche ai giornali locali, di recente però non posso dire di aver mai tentato».

    Hai invece delle esperienze di scrittura, narrativa o giornalistica, direttamente in lingua italiana?
    «In italiano ho pubblicato un racconto sull’antologia Le Nuove Lettere Persiane (Ediesse, 2011) assieme ad altri scrittori e giornalisti stranieri, diversi articoli sul sito realizzato dall’ong Cospe Prospettive Altre e uno nell’ambito del progetto Luoghi Comuni dell’Università di Genova. Si trattava di realizzare una guida topografica di Genova “alternativa” cercando di scrivere dei luoghi della città che ti ricordavano la tua terra, per gli autori stranieri, o che ti hanno aperto il cuore. Uno dei miei racconti è stato selezionato. E’ dedicato ai giardini di Quarto intitolati a Simon Bolivar (nota: generale e uomo politico considerato eroe nazionale in molti paesi latinoamericani). Questa guida alternativa è molto interessante…io ho letto il racconto di una ragazza che parlava di una piazzetta di Oregina e mi è venuta voglia di andarci. Nel 2008 ho curato il saggio Forma Perfetta, (Mondolibri, 2009) una guida di esercizi di ginnastica e fitness. La casa editrice cercava autori per aggiornare le sue guide sull’esercizio fisico, ho inviato un capitolo ed è stato accettato! Tutto questo l’ho scritto direttamente in italiano. Da alcuni anni collaboro con il Festival della Poesia per il quale mi sono occupata di tradurre in italiano opere di autori latinoamericani e venezuelani. Ho anche altre cose scritte in italiano, per ora sono nel cassetto ma sogno di poter pubblicare in lingua italiana anche un romanzo. Ne ho inviato uno molto corposo a una casa editrice in Venezuela, per ora non è stato pubblicato. Per l’Italia sono positiva, penso che ci siano possibilità: certo non avrà cosi tante pagine».

    Quali sono le altre tue esperienze di lavoro nel settore del giornalismo?
    «Come giornalista ho lavorato in passato per El Carrete, giornale cartaceo della comunità cilena di Milano che si proponeva di raccontare sogni, problemi e diritti degli ispanofoni presenti in Italia. Ho scritto inoltre per la testata spagnola Rebelión, per la quale mi sono occupata in particolare di ecologia e temi relativi alle condizioni delle donne. Viaggiando molto per motivi familiari ho avuto occasione di scrivere per il Corriere di Tunisi, primo giornale della Tunisia fondato da emigranti italiani partiti da Livorno alla fine dell’Ottocento. Attualmente collaboro con il giornale venezuelano La Nacion, che è la principale testata della mia città di origine. Ho sempre cercato di scrivere in modo da fare un po’ di giornalismo e un po’ di letteratura, di andare sempre oltre la notizia».

    Molti giornalisti di origine straniera, per scelta o per necessità, in Italia hanno svolto o svolgono anche attività diverse. Ci puoi raccontare le tue altre esperienze professionali in altri settori?
    «In Liguria, ho lavorato anche nella mediazione culturale e attualmente sono insegnante di spagnolo per adulti nella scuola alberghiera di Lavagna. Dall’anno scorso anch’io faccio parte del progetto Migrantour, nato cinque anni fa a Torino e che si svolge in alcune città italiane e europee. Qua lavoriamo sia con le scuole che con gli adulti. Dobbiamo preparare degli itinerari e io ne ho messo a punto uno che sia chiama Moliendo café. Genova come città di mare e porto è da sempre uno snodo cruciale per il commercio del caffè. Il Venezuela è stato prima di essere superato da Brasile e Colombia, uno dei principali produttori di caffè, grazie anche al lavoro dei migranti italiani e di molti liguri. Preparando questo percorso, in un negozio del centro storico, ho scoperto che una nota marca di caffè spagnolo era prodotta a Manesseno. Genova è sempre stata importantissima per il caffè».

    Andrea Macciò

  • Matteo Monforte, il “Che Guevara dei vicoli” che scrive per i comici

    Matteo Monforte, il “Che Guevara dei vicoli” che scrive per i comici

    Matteo Monforte
    © Veronica Onofri

    Matteo Monforte

    Nasce a Genova nel 1976. Nella vita scrive per la tv e per il teatro, oltre ad avere pubblicato tre romanzi. Collabora con Zelig dal 2009 e ha scritto testi per i maggiori comici del momento. Convive tutto sommato bene con il suo reflusso gastrico.

    [quote]Non potevo non ritrarre Matteo Monforte pensando ai personaggi più rappresentativi di Genova. La sua genovesità traspare chiaramente dalla sua cinica ironia e dal suo modo di essere: puoi vederlo vestito in giacca e cravatta con un sigaro in bocca a bere un bicchiere di vino nei peggiori bar del centro storico, o vestito da liceale rivoluzionario ad ascoltare musica dal vivo nei locali più chic della città.
    Fisicamente ricorda un giovane Che Guevara e così l’ho voluto immortalare.[/quote]

     

    Quando eri un bambino, quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistato cammin facendo?
    «Considerando che avrei voluto fare il calciatore e faccio lo scrittore e l’autore tv, direi che qualcosa è andata storta…
    A parte gli scherzi, fin da piccolo sapevo che non avrei mai potuto fare un lavoro “ordinario”, certe attitudini uno le ha dentro dall’infanzia. Ma i sogni non si conquistano mai fino in fondo, sennò non sarebbero sogni».

    Tu nasci come comico, così come molti altri genovesi, alcuni diventati molto famosi, come Luca e Paolo e tutti i Cavalli marci. Che tipo di comicità è quella genovese/ligure?
    «È una comicità cinica, arguta, disincantata e schietta. Come i genovesi».

    Che cosa ami e cosa odi di Genova?
    «La amo talmente tanto che la odio. In tutto».

    
Se non vivessi a Genova, dove saresti e a fare cosa?
    «A Londra a fare il bassista di una rock band».

    
Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Sì, che non ci sia mai nulla da fare. Genova è vivissima, soprattutto di arte e spettacolo. C’è sempre qualcosa da fare. In realtà, sono i genovesi il problema: non escono e rompono le balle».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova, dove la porteresti? (Un luogo, un ristorante, un percorso…)
    «La porterei a Cuneo e le direi: “Vedi che fortuna che ho avuto? Avrei potuto nascere qui”».

    Veronica Onofri

     

  • Corsetti, una ricetta genovese che ha origini antiche

    Corsetti, una ricetta genovese che ha origini antiche

    CorsettiI corsetti, detti in dialetto genovese curzetti, sono una pasta tipica della cucina ligure e possono avere due formati diversi: quelli alla polceverasca, hanno una tipica forma piccolo otto, quelli del Levante sono piccoli medaglioni di pasta decorati in modo particolare, e per questo si definiscono anche corsetti stampati.

    La decorazione viene fatta con uno stampino in legno e le loro origini risalgono al Rinascimento, dove i nobili personalizzavano la pasta con lo stemma della propria famiglia per affermare il loro potere sul territorio. Il nome deriva dall’immagine di una piccola croce (cruxetta) con la quale veniva originariamente decorato un lato dai corsetti. Nel levante ligure, con la parola “corzetto” s’intende sia lo stampo di legno, che la pasta così incisa.

    Ingredienti

    Mezzo chilo di farina di grano duro, 3 rossi d’uovo, sale.

    Preparazione

    Preparate l’impasto con la farina di grano duro, unitevi i rossi d’uovo (la proporzione è sei rossi per ogni chilodi farina) e il sale. Dall’impasto prendetene poco più di un fagiolo) e date loro la forma di 8 comprimendo entrambe le parti con i due indici ( destra e sinista contemporaneamente) nel caso li vogliate alla polceversarca. Se invece vli volete di forma tradizionale, create una sfoglia con l’impasto e tagliatela a cerchiatti, su cui imprimte il disegno del tipico stampino in legno utilizzato nella tradizione (ovviamente questo è facoltativo).

    Lasciate essiccare i corsetti coprendoli con carta straccia. Potete condirli con il sugo di carne o funghi, con il pesto, con la salsa di noci o con una salsina composta da burro, pinoli tritati, maggiorana o salvia.

    Stampini dei corsetti