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  • Fare il pescatore oggi, tra nuove leggi, sanzioni e scarsità di pesce. Un mestiere antico ma a rischio estinzione

    Fare il pescatore oggi, tra nuove leggi, sanzioni e scarsità di pesce. Un mestiere antico ma a rischio estinzione

    pescatori-genova-galata520 imbarcazioni per un totale di 1400 di pescatori. Sono i numeri nel settore della pesca ligure, cifre che si stanno vertiginosamente riducendo man mano che passano gli anni. Mentre il numero delle imbarcazioni diminuisce, ad alzarsi è l’età media dei pescatori, due dati che combinati insieme non prospettano nulla di buono per il settore. «E’ un mestiere che qui a Genova va avanti da oltre diciannove generazioni – dice Felice Mammoliti, pescatore professionistama ora è destinato a morire, nessun giovane vuole più farlo».

    Un lavoro quello del pescatore che oggi è messo a dura prova dalle nuove leggi, dalle sanzioni e dalle burocrazie locali, nazionali e internazionali e dalla concorrenza dei pescatori non autorizzati. «Per fare questo mestiere ci vuole tanta passione – continua Felice – perché se dovessi pensare al guadagno avrei già cambiato da tempo». Il profitto per i professionisti che lavorano in proprio arriva solo con la vendita della merce; questo significa che se le condizioni meteo non permettono di andar per mare o se non c’è passaggio di pesci, i pescatori rimangono a bocca asciutta. «Nonostante tutto sono contento di lavorare all’aria aperta e in mezzo al mare, infatti quando esco in barca dico sempre che vado a pesca e non a lavorare». E se Felice che ha cominciato questo lavoro nel ’78, dopo aver incontrato moltissime difficoltà non ha mai nemmeno pensato di mollare, vuol dire che la passione è l’ingrediente imprescindibile per essere un pescatore professionista. «Ne abbiamo passate di ogni, nel 2009 abbiamo dovuto svendere la barca, licenziare sette persone dell’equipaggio e rimanere solo io e mio padre a lavorare su un’imbarcazione piccola». – Continua Felice – «Comunque, non ho mai pensato di smettere, per me è un mestiere che vale milioni di euro perché mi riempie il cuore di gioia tutti i giorni».

    A costituire l’intera flotta ligure sono per la quasi totalità, l’80%, imbarcazioni per la piccola pesca ovvero barche al di sotto di 10 tonnellate che fanno uscite giornaliere e utilizzano attrezzi come reti da posta, tringali e palangare. «Esiste poi un reparto che si dedica alla pesca a strascico – spiega Daniela Borriello, responsabile regionale Coldiretti Impresa Pesca Liguriae una ventina di lampare in tutta la regione e solo due di queste si trovano a Genova».

    Ogni imbarcazione si dedica a un tipo di pesca differente: a strascico che con lunghe reti gettate sui fondali marini cattura triglie, totani, polpi, seppie e scorfani e le lampare si dedicano alla pesca delle acciughe. «Adesso noi che facciamo parte delle piccola pesca – racconta Mammoliti – stiamo utilizzando attrezzi da posta che caliamo il pomeriggio e salpiamo non appena sorge il sole per prendere totani, polpi, seppie, triglie e pesci adatti per la zuppa».

    Per ogni stagione viene utilizzato un attrezzo diverso e reti con maglie di grandezza differenti, un modo per evitare il danno ambientale e economico. Il dove si andrà a pescare, di preciso non si sa se non quando già ci si trova in mare. «Noi – continua il Felice – peschiamo in tutto il golfo di Genova, da Cogoleto a Portofino, andiamo dove c’è più movimento o dove ci suggeriscono i nostri colleghi».

    Problematiche del mestiere

    pescatori-barche-pesceIl pescato dei piccoli pescatori genovesi non finisce sui banchi del mercato del pesce di Ca’de Pitta, perché la quantità non soddisfa la richiesta. Fanno eccezione le acciughe che durante le stagioni vengono messe all’asta al mercato all’ingrosso e esportate oltre i confini regionali. Tranne le lampare, tutte le imbarcazioni della Darsena genovese non appena rientrate in banchina, vendono il proprio bottino direttamente al pubblico servendosi del piccolo mercato allestito al Porto Antico. «La burocrazia con i divieti di pesca su moltissime specie – spiega Mammoliti – ci ha tagliato le gambe senza darci un’alternativa». Dopo il fermo per la pesca dei bianchetti invernali (piccoli delle sardine) tutte le barche per la piccola pesca sono rimaste a terra. «Da gennaio a marzo non abbiamo potuto lavorare perché c’era il divieto – continua Felice – il “risarcimento” è stato di 800 euro a equipaggio». Secondo quanto riferito dai pescatori genovesi nonostante il recente fermo dei bianchetti il numero delle acciughe è diminuito. «Siamo d’accordo a tutelare l’ambiente e salvaguardare le specie marine, ma non crediamo che questa sia la strada giusta – spiega Mammoliti – alcuni biologi ci hanno confermato che le specie per essere tutelate devono essere stimolate e quindi anche pescate, se no smettono di riprodursi». Un altro problema che affligge questa categoria è la pesca sportiva che permette l’utilizzo di attrezzi professionali e non deve sottostare a tutte le regole che invece ha la pesca professionale. «Abbiamo chiesto che questo tipo di pesca venga regolamentato come la caccia – dice Mammoliti – perché molti che si spacciano per pescatori hobbisti sono veri e propri professionisti che lavorano in nero».

    Ma le problematiche nel settore non finiscono qui: la legge 154, normativa comunitaria approvata nel 2016 per effetto dell’applicazione di regole dell’Unione Europea, valida per tutti mari che bagnano i Paesi dell’Unione Europea, ha innalzato le sanzioni nel caso di trasgressione delle regole. «Applicare un’unica legge che vada bene in tutta Europa è un utopia – dice Boriello – ogni mare ha la propria peculiarità, la propria fauna e le proprie stagionalità». Del resto anche il lavoro del pescatore è decisamente differente se svolto nel Nord Europa o nel Mediterraneo. «Non possiamo essere paragonati alle grosse flotte che lavorano negli altri Paesi su acque più ricche e abitate da altri pesci». – Continua il pescatore – «Noi siamo piccoli pescatori che lavorano nel Mediterraneo che è un mare abitato da una determinata fauna, che possiede specifiche caratteristiche e peculiarità; e tutto questo va tenuto in considerazione». Con la nuova norma le sanzioni per la cattura di pesci al di sotto delle taglie imposte possono arrivare fino a 15 mila euro: «E’ vero che sono state abolite alcune ripercussioni penali – conclude Boriello – ma le multe sono sproporzionate e non garantiscono futuro all’impresa». Secondo i pescatori genovesi le leggi andrebbero fatte ad hoc valutando il tipo di mare e la quantità di pescato disponibile.

    Come diventare pescatori

    Per diventare pescatori professionisti non basta uscire in mare su un gozzetto e avere ami, lenze e reti. Tutt’altro, il percorso per guadagnarsi il titolo è lungo e articolato. Il primo passo da fare è presentare la documentazione necessaria rilasciata dalla capitaneria, fare una prova di nuoto e di voga e una volta superati questi step l’aspirante pescatore potrà prendere il tesserino che gli permette di imbarcarsi e cominciare la “gavetta” per arrivare al titolo. L’esperienza in mare è ciò che conta di più per diventare pescatore, ci vogliono minimo dodici mesi di imbarco insieme a un mozzo per poi accedere all’esame che, una volta superato, darà il titolo di conduttore e comandante. Solo in questo momento il pescatore sarà libero di uscire in mare da solo e svolgere la propria attività. Il tipo d’imbarcazione su cui lavorare e quindi il tipo di pesca che andrà a svolgere è a discrezione del professionista.

    E.C.

  • I manezzi pe majâ na figgia, al Teatro della Corte rivivono le maschere senza tempo di Giggia e Steva

    I manezzi pe majâ na figgia, al Teatro della Corte rivivono le maschere senza tempo di Giggia e Steva

    teatro-corte12-DiJurij Ferrini ed Orietta Notari riportano in scena “i manezzi”, cioè quello che forse è il maggiore successo di Gilberto Govi (1885 – 1966), e di certo la commedia più conosciuta e più familiare al pubblico genovese, ma non solo. Più familiare, nonostante la pièce dello scrittore Bacigalupo abbia ormai un secolo, perchè ognuno di noi ritrova, tra gli esilaranti battibecchi coniugali di GiggiaSteva, l’ingenuità dei giovanotti, la leggerezza di Matilde, un po’ dei comportamenti, della mentalità, delle aspirazioni rampanti, più o meno apertamente manifeste, di qualche personaggio del proprio nucleo familiare.   â

    Giggia ha fretta di maritare l’unica figliola, badando a curarne solo quegli aspetti esteriori che riescano a lusingare e ad attirare i giovani uomini che visitano la loro casa in città ed in campagna. Nonostante sia già spuntato un probabile marito nell’ambito familiare, l’ambizione di madre la spinge a fraintendere le frasi cortesi rivolte alla figlia da un giovane ben sistemato, mentre l’interesse  sentimentale di quest’ultimo è  rivolto in realtà  a sua nipote, Carlotta. Invano Steva, marito trascurato ed inascoltato, tenta di riportarla alla ragione; gli uomini, secondo Gigia, “non capiscono niente” e sottovalutano il sesto senso delle donne.

    Spaccato di un mondo “piccoloborghese” di ristretta mentalità che stenta a morire davvero, di comportamenti delle donne di casa che paiono immutati nel tempo (come quello di decidere ogni cosa ma di mandare allo scoperto gli uomini), di combinati matrimoni rassicuranti fra parenti che non disperdano le risorse economiche delle famiglie. Sempre rimarcata, con divertita ammissione, la proverbiale taccagneria ligure.

    Ancora presente l’elemento  mai abbandonato, neppure nel teatro moderno, della commedia dell’equivoco, scaturito stavolta sul fraintendimento delle parole. I coniugi Govi, nonché i bravi caratteristi che li affiancavano, riuscivano, con l’uso di una mimica esilarante, a far passare quasi inosservata una recitazione dalla tecnica scandita ed impeccabile.

    Chi si confronta con interpreti memorabili, e da tutti rimpianti, è sempre dotato di coraggio e passione, che riconosciamo agli attuali interpreti, insieme al merito di aver modernizzato lo svolgimento con l’inserimento di simpatici stacchi danzanti sulle note dei Trilli.

    Elisa Prato

    “I manezzi pe majâ na figgia”, al Teatro della Corte fino al 5 gennaio 2017

  • Ravioli al tocco, la ricetta di uno dei piatti più amati della cucina genovese

    Ravioli al tocco, la ricetta di uno dei piatti più amati della cucina genovese

    RavioliEcco la ricetta del grande classico della cucina genovese, uno dei piatti più apprezzati da grandi e piccini.

    Ingredienti per i Ravioli

    Per la pasta: 600 grammi di farina, 2 uova, 1 pizzico di sale.
    Per il ripieno: 300 grammi di scarola, 200 grammi di borragine, 1 animella lessata, 30 grammi di filoni lessati 40 grammi di burro, 100 grammi di polpa di vitello, 100 grammi di magro di maiale 50 grammi di salsiccia sbriciolata, 4 uova, la mollica di un panino, 3 cucchiaiate di parmigiano grattuggiato, sale, pepe e maggiorana.

    Preparazione

    Lavate e lessate le foglie di scarola e borragine in pochissima acqua salata per 5 minuti; scolatele, strizzatele tritatele finemente.
    In una casseruola rosolate con il burro la carne di vitello, maiale e salsiccia poi tritatele finemente con l’animella e i filoni privati della pellicina.
    Unite le erbe tritate, le uova, la mollica di un panino inzuppata nel sugo di rosolatura della
    carne (o nel brodo), tre cucchiaini di parmigiano, sale, pepe e maggiorana. Mescolate bene con un cucchiaio di legno.
    Intanto impastare la farina con le uova, il sale e tanta acqua quanto basta per avere una
    pasta di giusta consistenza. Tirate due sfoglie sottili e distribuite su una delle palline di ripieno, coprite con l’altra e tagliate i ravioli con l’apposita rotellina. Fate asciugare i ravioli all’aria per un paio d’ore e cuoceteli in acqua bollente per 3-4 minuti.
    Scolateli, distendeteli in un piatto di portata e conditeli con il sugo di carne e parmigiano.

    TOCCO

    Ingredienti

    50 grammi di grasso rognone., 60 grammi di burro, 500 grammi di carne tritata di manzo, 1 cipolla tritata, 1/2 costola di sedano, 1/2 carota, 1 spicchio d’aglio, rosmarino, 1 bicchiere di vino rosso, 3 grossi pomodori maturi, 1/2 litro di brodo di carne, sale e pepe.

    Fate sciogliere in un tegame il grasso di rognone con il burro e unitevi la carne di manzo tritata. Quando la carne sarà ben rosolata aggiungete le verdure tritate, l’aglio e il rosmarino. Condite con sale e pepe e lasciate rosolare ancora qualche minuto e poi versate il bicchiere di vino. Intanto pulite e tagliate i pomodori, metteteli quando tutto il vino è evaporato e continuate la cottura a fuoco moderato per almeno un paio d’ore, bagnando di tanto in tanto
    con un mestolo di brodo, fin quando la carne sarà ben cotta e il sugo addensato.

  • Faraona al forno alla genovese, un grande classico per Ognissanti

    Faraona al forno alla genovese, un grande classico per Ognissanti

    faraona“Chi fa i santi senza becco, fa il Natale meschinetto…” o poveretto. Scegliete voi la versione, più o meno dialettale. Resta il fatto che da buona tradizione, sulle tavole liguri nella festa di Ognissanti non può mancare un piatto a base di carne di volatile. E neppure noi vogliamo essere da meno, per cui oggi vi proponiamo un grande classico, che può essere rispolverato in qualsiasi occasione particolarmente conviviale: la faraona al forno, con pancetta e patate. Un piatto particolarmente gustoso, non troppo complicato, anche se un po’ lungo da preparare.

    Ingredienti (per 4 persone)

    – Una faraona intera da almeno 1 kg

    – 100 g di pancetta

    – 1/2 bicchiere di vino bianco

    – 1 spicchio d’aglio

    – erbe aromatiche (i cosiddetti “sapori”: salvia, rosmarino, origano)

    – sale, pepe, olio

    – 4 patate

    – spago da cucina

    Come si prepara

    Se non l’ha già fatto il pollivendolo, sviscerate la faraona e bruciacchiate l’eventuale peluria rimasta sull’esterno. Poi sciacquate bene e asciugate tutto con carta assorbente. Con due o tre fette di pancetta, fate un piccolo trito assieme all’aglio, un po’ di salvia, rosmarino e sale e inserite il composto all’interno del volatile. Chi vuole può anche adagiare all’interno della faraona le interiora precedentemente rimosse e ripulite.

    A questo punto, non resta che ricoprire la faraona con il resto della pancetta, qualche foglia di salvia e rametto di rosmarino e avvolgere tutto con dello spago da cucina in modo che resti ben aderente alla carne. Adagiate la pietanza in una pirofila, precedentemente oliata, bagnate tutto con il vino e accendente il forno ad almeno 180°.

    Pulite le patate, tagliatele a cubetti e adagiatele nella pirofila. A questo punto il forno dovrebbe essere ben caldo per cui potete mettete tutto a cuocere per circa un’ora, bagnando di tanto in tanto con il fondo della cottura. E attenzione a non utilizzare troppo olio perché il grasso della pancetta, scaldandosi, sarà più che sufficiente.

    Così come le varianti del proverbio, esistono altrettante fantasie della ricetta. Voi come la preparate? Quali sono i vostri ingredienti segreti?

  • San Giovanni, un patrono per tutti. La storia controversa del culto per il Santo dei Genovesi

    San Giovanni, un patrono per tutti. La storia controversa del culto per il Santo dei Genovesi

    cappella-san-giovanniNell’ottobre del 1797, un viaggiatore inglese di nome Thomas Watkins, di passaggio a Genova, assistette in un’osteria cittadina a una singolare disputa tra due veneziani e i genovesi presenti. La discussione verteva – afferma Watkins, con un po’ di stupore – sui meriti dei rispettivi santi patroni: san Giovanni Battista e san Marco. Secondo i genovesi, il Battista aveva compiuto molti miracoli e per questo era da considerarsi il più grande tra i santi. Per i veneziani, san Marco era senz’altro superiore poiché sedeva in Cielo a fianco alla Vergine. Gli animi dovettero scaldarsi: un genovese, evidentemente indignato per l’affronto subìto, estrasse un pugnale e trafisse al cuore il veneziano gridando: «Ti manda questo San Giovanne; che ti guarìano le osse di San Marco!». Watkins, che riporta l’episodio nel proprio libro di memorie, ne attribuisce la causa all’odio secolare tra le due città, sviluppatosi in quel Medioevo dei commerci che le aveva viste tra le principali protagoniste. Un Medioevo nel quale i santi patroni tifavano naturalmente per i propri protetti.

    Il “furto” delle ceneri

    Il culto di Giovanni Battista ha origini antichissime. A Genova, se ne colgono le tracce già attorno al 1130. Molte volte, gli annalisti cittadini del Duecento ricordano le processioni effettuate in suo onore, generalmente per sedare marosi e tempeste. Tuttavia, è solo alla fine del Duecento che tale culto conosce un impulso decisivo grazie alla grande opera dell’arcivescovo Iacopo da Varazze. Nella sua “Istoria sive legenda translationis beatissimi Iohannis Baptiste” egli narra di come, nel corso della prima crociata, poco dopo la presa di Antiochia del giugno 1098, alcuni crociati genovesi, di ritorno in patria, fossero sbarcati nei pressi dell’antichissima città di Myra, in Anatolia, alla ricerca delle reliquie del beato Nicola. Trovando che i sacri resti erano già stati trafugati, i Genovesi si misero ugualmente a scavare sotto l’altare Santo, di fronte agli sguardi sconsolati dei monaci presenti. Poco dopo, s’imbatterono in una cassa marmorea che portarono di corsa alle proprie navi. Solo allora, i monaci confessarono loro, tra le lacrime, la reale consistenza del tesoro. Non si trattava, infatti, delle reliquie di Nicola, ma di un premio maggiore: le ceneri di san Giovanni Battista. I Genovesi non poterono che rallegrarsene: divisero il bottino tra le imbarcazioni e ripresero il mare, guadagnando il porto di Genova dopo aver superato i marosi e i venti contrari con la forza di una fede rinnovata.

    Le ceneri sarebbero giunte a Genova nel 1099, al termine di un periodo di aspre lotte intestine tra i sostenitori della riforma della Chiesa e i loro oppositori. Si era allora in piena lotta per le investiture e, da circa un cinquantennio, la città era retta da personaggi aderenti al partito filo-imperiale. L’elezione del filo-papale Airaldo era stata fortemente avversata. Secondo Iacopo da Varazze, l’arrivo delle ceneri avrebbe avuto l’effetto di sedare le discordie intestine e di spingere i Genovesi all’organizzazione di una nuova spedizione. Tuttavia, una volta insediatosi, il nuovo vescovo, di concerto con i consoli e i rappresentanti del governo civile, decise di operare ulteriori accertamenti: i crociati in procinto di partire per la Terrasanta avrebbero dovuto recarsi a Myra, conferire con i monaci e sincerarsi del racconto dei propri concittadini. Solo in quel modo si poté essere certi dell’autenticità dei sacri resti, i quali, da allora, iniziarono a essere venerati «maiori devotione atque reverentia».

    Un patrono per tutti

    Sin qui la leggenda. Ma quanto di vero v’è nelle parole del prelato? In realtà, la domanda è, in sé, mal posta: il Medioevo è pieno di racconti di questo genere, che rientrano in un filone specifico, quello dei “furta sacra”. Non è tanto importante, dunque, cercare di comprendere quanto il racconto si avvicini alla realtà, bensì valutare quanto esso pesasse nella mentalità comune, quanto abbia influito sulla vicenda cittadina. Impresa assai ardua, naturalmente, circa la quale, però, qualcosa è possibile dire. D’altra parte, risulta senz’altro singolare il fatto che Caffaro, il primo cronista cittadino, contemporaneo agli eventi, non faccia menzione alcuna dell’avvenimento. Che non si fosse ancora cristallizzata una leggenda relativa all’arrivo a Genova delle ceneri del Precursore? E’ obiettivamente difficile spiegarne il silenzio postulando l’esistenza di cronache espressamente dedicate; tanto meno affermando (come è stato fatto) ch’egli intedesse dare avvio ai propri Annali dalla spedizione successiva, quella del 1100, la quale fu effettivamente una spedizione importante, partecipata da tutta la cittadinanza, finalmente pacificata alla notizia della conquista di Gerusalemme. Probabilmente, il culto del Battista non aveva ancora ricevuto l’attenzione che meritava.

    Tuttavia, è probabile che esso fosse già in auge nel 1130. Ne rimangono tracce, infatti, in corrispondenza dell’erezione della diocesi genovese ad arcidiocesi. Numerose, inoltre, sono le attestazioni superstiti per la seconda metà del XII secolo e per tutto il XIII. Iacopo da Varazze, dunque, non fece altro che rileggerne il culto alla luce delle esigenze del proprio tempo, forse con l’obiettivo di trasformarlo in qualcosa di simile a una “religione civica”, nella quale i Genovesi di ogni fazione, in perenne lotta tra loro, avrebbero potuto identificarsi. Da questo momento in poi, infatti, le attestazioni si moltiplicano: nel 1299, nel bicentenario dell’arrivo delle ceneri, l’arcivescovo Porchetto Spinola approvò, dunque, la costituzione di una «consortia» (e, cioè di una confraternita) dedita esplicitamente al culto del santo; il 13 febbraio del 1312, l’imperatore Enrico VII stabilì che chi avesse voluto pregare a suo vantaggio (e a suffragio dell’imperatrice Margherita, da poco defunta e sepolta in San Francesco di Castelletto a Genova) avrebbe dovuto recarsi presso l’altare del Battista: nel 1319, le reliquie furono portate in processione dalla parte guelfa, vincitrice sui ghibellini della Riviera di Ponente. Bisognerà attendere, però, il 1323 perché, su iniziativa di due privati cittadini – Benedetto e Nicolò Campanari (forse appartenenti alla «consortia» di recente approvazione) – le ceneri trovino accoglienza in una cappella apposita nella cattedrale, e il 1327 perché, per volontà dell’influente famiglia Fieschi, il Battista sia finalmente dichiarato «Patrem civitatis».

    Tra arte e diplomazia

    Nonostante ciò, il culto battistino stenterà ad assumere un carattere ufficiale. Basti pensare agli affreschi trecenteschi della cattedrale: il Santo non possiede affatto un ruolo di preminenza. Poche, inoltre, sono le chiese e le cappelle dedicate al Battista nel territorio genovese. Senza dubbio, il Battista ebbe un peso nel segreto delle coscienze: nel corso della grande peste di metà secolo, ad esempio, le catene che assicuravano l’arca delle ceneri furono oggetto di particolare venerazione, giacché il solo toccarle – pare – assicurava protezione. E’ sintomatica, tuttavia, la vicenda della concessione da parte di Urbano VI, il 26 settembre 1386, per la festa della natività del Battista, delle stesse indulgenze godute dalla chiesa di San Marco a Venezia per la solennità dell’Ascensione: i Genovesi non si curarono affatto di richiedere al papa i termini esatti dell’indulgenza, bastando loro d’essere equiparati alla città rivale! Soltanto nel XV secolo, le ceneri avrebbero acquisito un valore simbolico in ordine all’accrescimento della potenza genovese, venendo ospitate nella splendida cappella del Gagini, nella navata sinistra della cattedrale di San Lorenzo. Per il momento, tensioni e spaccature evitarono che il culto – sostenuto solo da parte della popolazione (nello specifico dalla parte guelfa) – divenisse realmente espressione corale della cittadinanza.

    E oggi? Oggi si festeggia il 23 giugno, col grande falò di piazza Matteotti, che ricorda i grandi fuochi d’età moderna, seguito da un inspiegabile Ghost Tour che sa molto di notte di tregenda… e dalla tradizionale processione delle ceneri al mare, il 24. Ce n’è per tutti.


    Antonio Musarra

  • San Giovanni e il sogno di una magica notte di mezz’estate, tra sacro e profano, magia e tradizione

    San Giovanni e il sogno di una magica notte di mezz’estate, tra sacro e profano, magia e tradizione

    fuoco-san-giovanniCarica di magia e presagi, quella di San Giovanni (23 giugno) è la notte che decide i destini dell’intero anno solare: pratiche divinatorie, lavacri di purificazione, falò rituali, raccolta notturna di rugiada ed erbe benefiche (iperico, agnocasto, lavanda, artemisia, verbena, ruta, ribes, rosmarino).

    L’ipotesi più probabile è che il Cristianesimo integrò all’interno della propria liturgia le due feste pagane (del 24 giugno e del 25 dicembre) rievocative del solstizio estivo e invernale e che, in epoca romana, con i nomi di Fors fortuna e Sol invictus, erano state parte integrante della religione del Sole. Le credenze legate a questa ricorrenza sono numerose. La più antica narra che, in questa magica notte, una trave di fuoco attraversi il cielo e su di essa ci siano Erodiade e la figlia Salomè, che aveva ottenuto da Erode, su un piatto d’argento, la testa di San Giovanni Battista. Disperate vagherebbero nel cielo gridando: “Mamma perché me lo chiedesti! Figlia perché l’hai fatto”. A tale leggenda è riconducibile il divieto di fare in questa data il bagno a mare.

    All’alba, anche nel sole ci sarebbe qualcosa d’oscuro: i più anziani raccontano che il 24 giugno la sfera sia più luminosa del solito e sembra quasi che a delimitarne il contorno ci sia un cerchio di fuoco che gira instancabilmente per qualche ora. Chi, tra le ragazze da marito, riuscirà a vedervi la testa di San Giovanni decapitato, si sposerà entro l’anno.

    Il Precursore è anche conosciuto come il protettore delle innamorate. Diffusa in tutta Italia, la divinazione delle nubili attraverso il sistema delle tre fave. Le giovani, devono mettere tre fave sotto il cuscino, avendo cura di mischiarle prima di addormentarsi. Il mattino seguente ne scelgono una a caso, sperando di pescare quella con la buccia, che annuncia ricchezza. Nel caso di una fava sbucciata a metà, dovranno accontentarsi di una posizione sociale intermedia. Meglio cambiare marito, se la preferenza ricade su quella senza buccia.

    San Giovanni non porta inganni

    La sacra notte del Battista è un momento propizio per fare previsioni perché, come dice il detto, “San Giovanni non vuole inganni”. Un rito divinatorio che si è tramandato fino ai nostri giorni, è quello delle chiare d’uovo nell’acqua. La sera della vigilia (23 giugno), prima di andare a letto, bisogna versare l’albume in un bicchiere e lasciarlo fuori tutta la notte. Al sorgere del sole, la più anziana cercherà di scrutare il destino, in base alla forma assunta dal bianco d’uovo. In particolare: una barca è segno di partenza; una bara o un coltello, morte in famiglia; una casa, lunga vita; una bottiglia, felicità; un uovo, maternità in arrivo.

    Secondo la tradizione, chi nasce in questa notte avrà poteri speciali e sarà protetto dal malocchio e dalle potenze malefiche. Un famoso detto recita: “San Giovanni con il suo fuoco brucia le streghe, il moro, il lupo” ovvero tutti i malanni dell’anno. Tantissimi i consigli e le prescrizioni legate a questa festa, che trovano riscontri in varie regioni d’Italia. Esporsi, nella notte della vigilia, alla rugiada, curerebbe ogni male, compresa la sterilità. I garofani piantati in questa notte, crescono rigogliosi. Non possono essere catturate le lucciole perché in esse sarebbero incarnate (proprio in quelle ore) anime vaganti in cerca di refrigerio.

    A mezzanotte si deve cogliere un ramo di felce e tenerlo in casa per aumentare i propri guadagni. Allo stesso scopo si deve comprare l’aglio perché “Chi non compra l’aglio di San Giovanni, sarà poveretto tutto l’anno!”.

    San Giovanni in cucina e nell’orto

    Tra i consigli culinari, fare scorpacciate di “lumache” con tutte le corna (che assumono il significato di discordie). Mangiarle è di buon auspicio: significa distruggere le avversità. Nella ricorrenza del Battista si prepara il nocino, ottenuto dall’infusione delle noci non ancora mature nell’alcol, con l’aggiunta di cannella e i chiodi di garofano. Il liquore sarà bevuto dopo almeno sessanta giorni, per riacquistare le forze nei momenti del bisogno. L’albero della noce era considerato sacro dalle streghe ma non dai contadini che lo piantavano a distanza da altri alberi da frutto perché era radicata la credenza che quest’albero fosse velenoso.

    Il santo che battezzò Gesù era inflessibile con i traditori degli amici, da questo deriverebbe l’usanza di stabilire legami di comparatico proprio nel giorno dedicato al Santo. Si tratta di parentele spirituali, basate sulla fiducia reciproca, che vanno oltre la parentela di sangue.

    Tuttora, a Bosco, piccolo comune in provincia di Salerno, le nubili, il 24 giugno si scambiano la promessa di essere commari (madrine). Il rito inizia con una stretta di mano seguita dalla nenia: “Commari ni facimo, commari ri San Giuanni, ni vattiamo li panni” (da oggi siamo comari di San Giovanni, ci battezziamo anche i vestiti).La funzione termina scambiandosi tre baci sulle guance ed una composizione di spighe di grano e garofani, simbolo del vincolo affettivo creato.

    San Giovanni e la letteratura

    Questa usanza è ricordata anche da Verga nei Malavoglia: “La Barbara perciò aveva mandato in regalo alla Mena il vaso del basilico, tutto ornato di garofani, e con un bel nastro rosso, che era l’invito a farsi commari”. Simili riti ebbe modo di annotare il Petrarca, visitando Colonia, la sera di San Giovanni, quando vide innumerevoli donzelle, fregiate di erbe odorose, accorrere sulla sponda del Reno e immergere a vicenda nel fiume le mani e le braccia. Nella magica notte di mezza estate, quando il sole è nell’apogeo, al mondo possono accadere cose prodigiose.

    Scettici o sognatori, vi lascio con un incantesimo d’amore, rubato a chi più di tutti, ha celebrato e reso immortale questo giorno: “Ciò che il tuo occhio al risveglio vedrà, il tuo vero amore diventerà”. Chi riconosce l’autore senza usare Google?

    Emilia Fortunato,
    antropologa, esperta di Tradizioni Popolari

  • Il mestiere del pescatore a Genova e in Liguria, il “giro del pesce” dal mare alla nostra tavola

    Il mestiere del pescatore a Genova e in Liguria, il “giro del pesce” dal mare alla nostra tavola

    barche-pesca-d1Ami, esche, lenze, canne, fiocine, reti, nasse. Bolentino, gozzo, lampara e sagola. Ci siamo cresciuti in mezzo a questi termini, ce li insegnavano a scuola durante le immancabili uscite didattiche; eppure che cosa sappiamo, noi liguri, del pesce, che a volte ci dimentichiamo persino di comprarlo, e finiamo per cercarlo solo al ristorante?
    Molta parte del nostro essere liguri, entroterra e monti compresi, attinge essenza ed unicità proprio dalle acque che abbiamo di fronte, e noi, che non siamo molto disponibili a farci carico “anche” dei problemi del mare, alla fine non sappiamo bene cosa c’è dietro quelle onde e come succede che i suoi frutti, cioè il pesce, arrivino sulla nostra tavola.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 60  di Era Superba

    Abbiamo incontrato Stefano, pescatore dilettante e pescivendolo professionista nella grande distribuzione, che vuole mantenere l’anonimato perché, mi dice, se racconta tutto quello che ha imparato in questi anni rischia di perdere lavoro e clienti.
    La leggenda del pesce che arriverebbe prima a Milano che nel suo negozio genovese me la conferma, e, per la precisione, aggiunge che la nostra città è solo terza: «prima che da noi il pescato passa anche da Torino. Questo perché si tratta di città con un mercato ben diverso dal nostro, gli acquirenti sono disposti a pagare di più per lo stesso branzino che potrebbe essere venduto a Genova. Si parla ovviamente di grande distribuzione: in questo caso quando arrivano i pescherecci caricano il pesce sui camion che lo trasportano prima di tutto a Milano; quello che resta viene offerto a Torino e dopo quello che non ha trovato mercato in queste città riparte per la Liguria. Ciò è vero però solo se parliamo di pesce di una certa pezzatura, molto omogenea, ed anche un pesce pregiato, quello dei menu di livello». L’acciuga, ad esempio, pesce popolare altamente deperibile, non può certo permettersi di compiere un tale tragitto, ed è molto probabile che sia venduta a Genova e che, anzi, a Milano talvolta non arrivi nemmeno, perlomeno non quella ligure, se non espressamente richiesta.

    pesca-pesce-d3«Nella nostra regione – racconta sempre Stefano – il mercato del pesce più esclusivo spesso non passa neanche dalle pescherie, ma si conclude fra il pescatore ed il diretto acquirente, che sia un privato o un ristoratore. Io, ad esempio, ho una lista di persone che aspettano solo di essere chiamate: quindi se oggi pesco totani chiamo il cliente che mi ha detto che li vorrebbe, o quello che comunque li prende sempre; se pesco, che so, la ricciola, chiamo chi ho in lista per quello e così via. Non vado neanche a vedere i prezzi che fa il mercato per quei pesci, io voglio vendere il pescato e so che, avendo una bella lista di clienti, difficilmente mi rimarrà invenduto. Ecco, il milanese, il torinese, una cosa così non possono averla, devono passare comunque attraverso gli intermediari e non trattando direttamente con chi pesca è ovvio che molto spesso devono prendersi pesce di vivaio o proveniente dall’estero, spesso da Croazia e Grecia».

    Non c’è dunque un solo tragitto del pesce, ma bisogna distinguere fra vendita diretta e altri canali. Immaginiamo, però, che ciò non sia il massimo per pescatori professionisti e pescivendoli… «eppure secondo me c’è spazio per tutti – continua Stefano – il pescatore dilettante non è che ruba quote di mercato al super, peschiamo letteralmente in acque diverse, non mi sento in colpa, vado solo quando e se posso, per me è poco più di un passatempo. E poi devo dirlo, chi vuole del pesce sicuro al cento per cento deve per forza muoversi così…».

    Da questo punto di vista, un rapido giro nei supermercati sembrerebbe confermare questa tesi, il pesce, quando ha la provenienza indicata, tradisce molto spesso la propria origine remota e porta scritto “ Oceano Atlantico” oppure “Mare del Nord”. Ma come fa ad essere fresco?
    Proviamo a sentire qualcuno che dal “pan do ma” come chiamavano un tempo le acciughe, ricava la maggior parte del proprio reddito. Abbiamo rintracciato il capitano dell’Aquila Pescatrice, Simone Orecchia, pescatore professionista che fa da 10 anni questo lavoro. «Per quanto riguarda la grande distribuzione, come da noi partono i camion per Milano, anche a Genova arriva ogni giorno il camion con il pesce da Amsterdan, che è il mercato del Mare del Nord, da Sète in Francia e dalla Croazia. Arriva poi una volta alla settimana dalla Spagna, mentre dalla Grecia tutti i giorni, a volte anche con l’aereo. Questo pesce arriva con un aspetto davvero invitante, vengono preparate cassette appositamente con pesci di qualità diverse per farli sembrare più “artigianali”: un pagaro, una ricciola, un tonnetto, li spruzzano con acqua fredda, acido di limone e ghiaccio, talvolta pochissima acqua ossigenata se ci sono polpi o seppie. Niente di velenoso o nocivo, sia chiaro, però il cliente dovrebbe sapere che sta comprando il pesce che sembra fresco mentre ha già un paio di giorni. Quindi, prima di affermare il fatto che il pesce arrivi prima in un posto piuttosto che in un altro, bisognerebbe capire da dove arriva, intendo dire da dove arriva davvero».

    [quote] A noi pescatori fanno perdere un sacco di tempo ad etichettare le cassette indicando data ed ora di pesca e poi il negoziante per il timore di non vendere tutto il pesce spesso non espone neanche i cartelli; perché se non ci sono indicazioni il cliente magari non ci pensa, oppure il venditore può sempre dire che le acciughe sono tutte di Monterosso o di Camogli, e se sul banco c’è del pesce di importazione non sempre viene indicato, anzi…»[/quote]

    aquila-pescatrice
    Qui in Liguria ci sono 600 licenze di pesca attive, da professionisti – racconta il capitano dell’Aquila Pescatrice (nella foto) – e lampare grandi come la nostra ne esistono 13 in tutto, 5 a Genova, 3 a Sestri Levante, 1 ad Imperia e 4 a La Spezia: erano 20 una decina di anni fa, ma la pesca è decisamente un’attività in calo, specialmente quella tradizionale che pratichiamo noi“.

    L’Aquila Pescatrice va soprattutto ad acciughe, tempo permettendo tutti i giorni tranne il sabato notte, e riforniscono in questo momento due mercati: Genova e Savona. Questo perché le acciughe non possono fare tanta strada… «Appena sbarcati ci sono i camion del mercato di Genova e di quello di Savona, si caricano metà cassette ciascuno e vanno diretti al mercato. Se abbiamo molto pesce, o delle varietà diverse, una parte va al mercato in Darsena, che hanno chiamato Street Fish perché i clienti possono direttamente andare a comprare il pesce già cucinato in maniera semplice, quindi fritto, al forno oppure in carpaccio, e anche trovare quelle varietà che prima ho definito “diverse”, ovvero quelle che il pescivendolo magari non mette sul banco. A questo proposito devo dire che a noi pescatori fanno perdere un sacco di tempo ad etichettare le cassette indicando data ed ora di pesca e poi il negoziante per il timore di non vendere tutto il pesce spesso non espone neanche i cartelli; perché se non ci sono indicazioni il cliente magari non ci pensa, oppure il venditore può sempre dire che le acciughe sono tutte di Monterosso o di Camogli, e se sul banco c’è del pesce di importazione non sempre viene indicato, anzi».

    Abbiamo chiesto un intervento nel dibattito anche a Lorenzo Viviani, biologo e pescatore: «a volte i pesci dalla Spagna, Turchia o Croazia vengono trattati con il cafados, una sostanza vietata in Italia e che può diventare tossica ma che “cristallizza” l’aspetto del pesce, così che sembri sempre brillante e quindi fresco – spiega – però non interrompe il degrado interno delle carni, che continuano a produrre sostanze che possono essere nocive per l’uomo. Purtroppo l’unica arma di difesa è assaggiare, ma a quel punto l’acquisto incauto è già stato fatto. Poi, sia chiaro, magari il pesce d’importazione non è necessariamente trattato o necessariamente peggiore, ma in ogni caso il cliente deve essere messo in grado di scegliere, sapendo per che cosa sta spendendo il proprio denaro».

    Quindi possiamo affermare che il pesce può giungere in tavola direttamente dal mare davanti a casa o dopo un viaggio in aereo neanche troppo breve senza che ai nostri occhi faccia troppa differenza? E se l’unica garanzia è rivolgersi ad un pescatore “di fiducia”, questo crea danni al “sistema pesca”?

    darsena-barche-pesca-d4Risponde il capitano Orecchia: «A Genova e forse in tutta la Liguria circa il 75% del mercato locale è fatto dai venditori “abusivi” cioè i pescatori dilettanti che una sera ogni tanto escono, pescano quello che possono, e vendono ai loro clienti che aspettano pazientemente (come ci ha raccontato Stefano, n.d.a.). Il pesce è buono e nessuno fa danni alla salute altrui, ma al sistema sì perchè questi non hanno ovviamente partita Iva, non vivono sui proventi della pesca e non pagano le tasse». La Regione Liguria cerca di fare qualcosa, si parla del taglio alla pinna caudale per alcuni tipi di pescato da parte dei dilettanti, ai quali ha anche imposto l’obbligo di registrarsi per poter pescare in mare.
    «Tuttavia, a onor del vero, il rischio maggiore per il nostro lavoro non sono i dilettanti che vendono abusivamente, ma i grandi gruppi di pesca intensiva che battono il Meditarraneo rispettando solo le proprie regole. La Comunità Europea, ad esempio, ha sospeso la caccia al tonno, con ragione almeno fino a poco tempo fa, e noi dobbiamo vedere le tonnare cinesi di 80 metri nelle acque (internazionali, ma pur sempre del Mediterraneo) catturarli legalmente sotto i nostri occhi. In più, oltre che per il tonno, queste squadre praticano una pesca intensiva, non tanto per l’utilizzo del sonar, che usiamo anche noi per accorciare i tempi, ma perché quando scandagliano i fondali con lampare di 50 o 60 metri se trovano branchi di pesce non smettono finchè non li hanno tirati su tutti. Loro non rientrano mai nel porto, il personale fa i turni sulle barche d’appoggio e quando se ne vanno via non c’è più un pesce. Per fortuna ora hanno vietato l’uso dell’elicottero, perchè in questo modo dall’alto battevano i fondali palmo a palmo e chiamavano i pescherecci nella zona precisa dove c’era il branco. Qui da noi è tutto molto più artigianale, tradizionale, da noi pescare è ancora sinonimo di passione e mestiere, quello antico. Noi quando troviamo un branco, per esempio lo scorso inverno abbiamo catturato 140 ricciole, beh, ovviamente cerchiamo di prenderne finché si riesce, poi rientriamo. Magari là sotto ce n’erano più di 800… Questa è la nostra pesca».

     

    Bruna Taravello

    L’inchiesta integrale sul numero 60 di Era Superba

  • Torta dei Fieschi: al via la storica manifestazione di Lavagna

    Torta dei Fieschi: al via la storica manifestazione di Lavagna

    Torta dei Fieschi LavagnaAnche in questa estate Lavagna è pronta ad accogliere la rievocazione della Torta dei Fieschi, una delle più antiche e suggestive manifestazioni del panorama folkloristico italiano.

    Dal 1949 e fino ad oggi, il 14 agosto la cittadina del levante genovese ospita un sontuoso corteo storico in costume medievale, che attraversa le vie della città e si conclude ai piedi della Torre Fieschi.

    Secondo la leggenda, Opizzo, della storica famiglia dei Fieschi, nel 1230 torna vittorioso dalle sue imprese guerresche e decide di sposare la senese Bianca dei Bianchi. Il matrimonio si celebra con sfarzo, tanto da offrire alla popolazione una gigantesca torta nuziale.

    Ancora oggi, dopo la lettura del proclama delle nozze, la Contessa effettua il “taglio” della torta: un dolce di tredici quintali confezionato dai maestri pasticceri di Lavagna e offerto al pubblico presente.

    Dal momento del taglio, inizia il gioco in cui puoi trovare l’anima gemella, si susseguono i festeggiamenti in onore dei Conti sposi con momenti di spettacolo ricreati dai personaggi medievali della manifestazione: giochi d’arme e duelli cortesi, giochi di bandiera, danze e musiche medievali, mangiafuoco e molto altro.

    Il programma prevede

    13 agosto

    Lavagna – ore 21
    Annuncio delle Nozze. L’Araldo dei Sestieri sfila per le vie di Lavagna con tamburi e chiarine per annunciare le nozze di Opizzo e Bianca

    San Salvatore di Cogorno – ore 21
    Addio do Fantin. La festa di addio al celibato del Conte, di fronte alla Basilica dei Fieschi con musica e balli, giochi di bandiera e d’arme, intrattenimenti medioevali e una moderna sagra dove cenare prima dello spettacolo a lume di torcia

    14 agosto

    Lavagna – ore 21
    Torta dei Fieschi
    20.30 Spettacoli in attesa dei Conti in piazza Marconi
    21 Arrivo dei novelli sposi e partenza corteo da piazza Marconi
    21/22 Corteo per le vie della città e primi spettacoli sul palco
    22 Tutti in piazza V. Veneto per il Taglio della Torta e l’inizio del gioco
    A seguire spettacoli sul palco e consegna della Torta alle coppie

    La festa prosegue con la notte con dj set di Francesco Fontes

  • Stella Maris: a Camogli la tradizionale processione di barche

    Stella Maris: a Camogli la tradizionale processione di barche

    CamogliDomenica 4 agosto a Camogli si rinnova l’appuntamento con la tradizione grazie alla festa della Stella Maris, evento che risale al 1400 e  che i pescatori dedicano alla Madonna.

    In mattinata, partenza della processione di barche ornate a festa dal porticciolo di Camogli fino a Punta Chiappa dove si trova l’altare della Madonna Stella di Mare.

    Chiunque può partecipare alla processione con qualsiasi mezzo purché galleggiante, chi invece fosse sprovvisto di imbarcazioni, può seguire la processione con i battelli che in questa occasione non costano nulla.

    Una volta raggiunto lo scoglio di Punta Chiappa, viena celebrata la Santa Messa.

    In serata, la maggior parte delle abitazioni camogline affacciate sul mare vengono addobbate con numerosi lumini e in spiaggia gli stessi lumini vengono messi in mare, fino a illuminare suggestivamente  l’intero Golfo.

     

    Foto Daniele Orlandi

  • Castelletto: Antica Farmacia di Sant’Anna, un luogo da scoprire

    Castelletto: Antica Farmacia di Sant’Anna, un luogo da scoprire

    farmacia-sant-annaDalla centralissima Piazza Corvetto, ci vuole un secondo… Così vicina a Corso Magenta e a portata di bus, o di ascensore, come si preferisce: l’Antica Farmacia di Sant’Anna è un piccolo gioiellino nel cuore di Genova, così centrale e ben raggiungibile, ma allo stesso tempo nascosta e defilata. E anche per questa sua collocazione quest’antica farmacia è così speciale: sita sulla sommità del poggio di Bachernia, dotata di splendida vista sul Porto e sulla città vecchia, l’Erboristeria di Sant’Anna si trova nell’omonima piazzetta, nel quartiere di Castelletto, presso il convento dei Frati Carmelitani Scalzi di Genova.

    Luogo appartato, è poco conosciuto da molti genovesi, che non sono soliti frequentare né il bel convento, né tantomeno la farmacia: una vera anomalia, data la bellezza e la “spiritualità” della zona e dato che sia il convento che l’erboristeria sono entrambi ben segnalati (si pensi che soprattutto quest’ultima gode di due accessi distinti, uno percorrendo Salita Superiore S. Anna o l’omonima scalinata, l’altro attraverso l’ascensore personale della farmacia, a metà della galleria dell’ascensore AMT di Corso Magenta/Via Crocco). Proprio per ovviare a questo problema, da qualche anno il convento e tutte le attività che vi girano attorno –su tutte, l’Erboristeria- si sono aperte sempre di più verso l’esterno, allo scopo di far conoscere il loro modus operandi e instaurare una comunicazione con un numero crescente di persone.
    Siamo andati a fare una passeggiata a Castelletto, per farvi conoscere questo piccolo angolo di città e abbiamo incontrato Frate Ezio, l’erborista dei Frati Carmelitani Scalzi.

    ANTICA FARMACIA ERBORISTICA DI SANT’ANNA – LA STORIA

    farmacia-sant-anna4Sulla sommità del poggio, immerso nella quiete, sorge questo antico convento dei Frati Carmelitani Scalzi (il primo in Italia), fondato nel 1584 dal frate Nicolò Doria e sopravvissuto intatto al passare dei secoli. Un oasi di pace che ancora è riuscita a sfuggire all’assalto mediatico, alle guide turistiche, alle mode del momento, per restare nella “Genova segreta”. Accanto al convento, altri luoghi da esplorare: dall’altrettanto storica Erboristeria, in cui i frati (soprattutto Frate Ezio) si occupano della lavorazione delle erbe e della creazione di rimedi naturali, alla chiesa di Sant’Anna: al termine di un piccolo sentiero alberato, si aspre questa costruzione religiosa realizzata nel tipico stile del barocco genovese, a dominare tutta la piazza. Anche questa, una perla nascosta, che cela al suo interno opere di alcuni dei più importanti pittori genovesi, da Domenico Fiasella a Castellino Castello. Dietro, un roseto in cui si possono vedere, al centro, le rose più antiche (piccole e non colorate), circondate da quelle selezionate dai frati, piantate più di recente. Le erbe che crescono qui nel roseto non sono le stesse utilizzate dai frati per creare i loro rimedi: troppo vicine alla città ed esposte all’inquinamento atmosferico, non sono in grado di mantenere intatte le loro proprietà. Per questo, per i loro prodotti i frati selezionano solo sostanze che crescono nel rispettivo paese d’origine e che non subiscono alterazioni.
    Nonostante gli impegni “istituzionali” dettati dall’imminenza delle festività pasquali, Frate Ezio riesce a riceverci e a farci visitare l’erboristeria. Censita tra le botteghe storiche del Comune di Genova, vanta il primato di essere la più antica bottega della Superba oggi esistente ad aver mantenuto sempre lo stesso proprietario. Ad accoglierci, un putto in legno recante l’insegna latina che è diventata motto dell’erboristeria: “Nos medicinam paramus, Deus dat nobis salutem”, ovvero “Noi prepariamo le medicine, Dio ci da la salute”. Gli arredi originali secenteschi sono semplici e lineari: pochi i fronzoli, niente di monumentale, ma tutto sembra lo stesso così maestoso. Tra i mortai provenienti dall’Africa, i pestelli, i macinini e le antiche bilance genovesi, anche una serie di vasi e contenitori che, a dispetto delle sembianze antiche, non sono originali ma sono stati sostituiti di recente, in conseguenza a un furto che negli anni ’70 ha privato la farmacia di molti suoi arredi.

    Difficile datare con precisione la creazione della farmacia: all’inizio il convento non aveva una sala adibita a questo uso. Si presume ci fosse soltanto un frate con conoscenze medico-erboristiche, che si occupa della cura dei suoi fratelli e pian piano ha iniziato a elargire le sue cure e i suoi rimedi anche ai contadini delle zone limitrofe, che mostravano di interessarsi all’attività del frate. Pian piano, visto il crescente riscontro, si è sentita l’esigenza di istituzionalizzare questa attività e di dotare l’”erborista” di una stanza personale, che negli anni si è ampliata fino a diventare una “speziaria” prima, e poi una vera farmacia. I primi documenti storici parrebbero risalire alla metà del 1600, ma tracce documentate e affidabili di una “farmacopea” gestita dai Carmelitani Scalzi a Genova si riscontrano dal 1778: in quell’anno fu firmata una convenzione tra il medico Lorenzo Robello e i religiosi in merito alla “speziaria” del convento, in cui Robello si impegnava, su pagamento di un salario di 130 lire, a prestare al convento i suoi servizi di chirurgo e speziale.

    farma4Oggi, quella di Sant’Anna è una farmacia a tutti gli effetti (l’unica gestita interamente da frati), che è iscritta alla Federfarma e che –se lo volesse- potrebbe dispensare tutti i tipi di medicinali, dall’aspirina alla morfina. Tuttavia questi Carmelitani Scalzi hanno scelto di smerciare solo i loro prodotti, naturali e dalle proprietà benefiche, che loro stessi curano in tutte le fasi della lavorazione, dal reperire il materiale iniziale all’apporre le etichette sulle confezioni.
    Frate Ezio due volte a settimana, lunedì e mercoledì, riceve chiunque si presenti per chiedere consigli sui medicamenti e la loro corretta somministrazione. Nonostante non sia un giorno di visita, ci accoglie calorosamente, raccontandoci del suo lavoro di erborista:
    «Storia e medicina, natura e cultura: tutto si fonde qui nei nostri luoghi. Il mio lavoro di frate-erborista è molto vario e va dal reperire le materie prime, alla lavorazione dei prodotti, al metterli nei flaconi: abbiamo un vero e proprio laboratorio -in regola con le norme igieniche imposte a tutti i locali di questo genere e dotato di apposita strumentazione-, in cui seguiamo le varie fasi di produzione e inscatolamento. Quello che faccio l’ho dovuto imparare qui dentro: grazie alla mia precedente formazione scientifica (di perito chimico prima, di ingegnere chimico poi) sono stato scelto come erborista del convento, ma non avevo vere e proprie basi, quindi mi sono dovuto iscrivere di nuovo all’Università per frequentare i corsi della Facoltà di Farmacia».
    Nonostante il complesso religioso di Sant’Anna mantenga ancora la funzione originaria di luogo di preghiera, ha cercato di restare al passo con i tempi, tanto che da qualche tempo i frati hanno iniziato a organizzare una serie di eventi a tema, in cui vengono dati consigli per la cura e la prevenzione di disturbi di salute. Inoltre, sempre a testimonianza di questa rinnovata volontà di comunicare con l’esterno, anche un sito web e una newsletter mensile, per seguire i consigli dei frati. Non solo: i Carmelitani sono approdati anche su Facebook e Frate Ezio, vero mago del computer –forse in virtù della sua formazione da ingegnere?-, e non è rimasto immune al fascino dei social network. Lo trovate, oltre che su Facebook, su Skype e Twitter.
    «La nostra farmacia ha guadagnato e mantenuto nei secoli la fama di cui gode tutt’oggi. Per questo, consapevoli della nostra ricchezza, abbiamo deciso di aprirci sempre di più alle visite (anche visite guidate di scolaresche e gruppi), per far conoscere la bellezza dei nostri luoghi e la forza dei nostri prodotti a tutti coloro che sono interessati. Il fatto di essere in una posizione un po’ defilata limita la nostra comunicazione con l’esterno (mi è capitato di incontrare ultra-sessantenni di Castelletto che non avevano mai sentito parlare dell’Erboristeria!), e chi viene qui lo fa appositamente, perché già ci conosce. Ma questo essere un po’ isolati è anche un punto di forza: chi viene qui per chiedermi consigli di salute, spesso mi dice di sentirsi già meglio grazie al ristoro, al silenzio e alla pace di questi luoghi».

     

    LE TECNICHE E I PRODOTTI

    farmacia-sant-anna2I prodotti fitoterapici sono realizzati secondo le antiche ricette monastiche tramandate “da Padre a Padre”: le procedure di base sono quelle antichissime dei Carmelitani del ‘600-‘700, ma nel corso dei secoli sono state perfezionate, ad accogliere le innovazioni medico-scientifiche più recenti. Una congiunzione di antico e moderno, tradizione e innovazione, a testimoniare ancora una volta l’apertura di quest’ordine verso il mondo circostante. I prodotti sono tutti realizzati tramite l’impiego di sostanze naturali ed è proprio questa attenzione per la qualità delle materie prime a rendere i preparati di Sant’Anna famosi anche oltre i confini genovesi (proprio in mia presenza, la telefonata di un “cliente” fiorentino per ordinare i prodotti).

    Lo scopo è conservare il sapore originale delle materie utilizzate, senza viziarlo con gli ulteriori raffinamenti alimentari cui oggi siamo abituati. Sciroppi, liquori, acque, caramelle, miele, infusi e tisane, marmellate, a base di menta, lamponi, more, tamarindo, fiore d’arancio, melissa: il tutto viene realizzato sfruttando i principi attivi delle piante e seguendo i dettami della medicina curativa formulati dal dottor Le Roy all’inizio del 1800 circa il metodo depurativo . Più che un “negozio”, una pausa dalla frenesia del quotidiano, verso la riscoperta della vita naturale, per la cura di spirito e corpo. «Molti restano perplessi, ma curiamo anche la bellezza del corpo. Per questo, la nostra linea cosmetica: pochi prodotti, ma in grado di coprire il 99,9 per cento delle richieste. Tra i vari preparati, tutti ottimi, ma quelli che ci stanno ”più a cuore” sono la nostra Acqua di Sant’Anna, profumo naturale, miscela di diversi olii essenziali che sta in rapporto con i profumi creati chimicamente come una nota sta a una sinfonia. Abbiamo mantenuto l’uso antico della confezione da un litro, in voga nel Seicento quando l’igiene era piuttosto trascurata e le persone –piuttosto che lavarsi- usavano profumarsi… Inoltre, la linea di prodotti alla rosa, tipicamente “genovese”».

     

    Elettra Antognetti

  • A Chiavari la tradizionale Zabaionata di Capodanno

    A Chiavari la tradizionale Zabaionata di Capodanno

    ZabaioneIl primo gennaio, dall’1 di notte il gruppo “Pino Solari” organizza, in Piazza S. Giacomo a Chiavari, la ventunesima edizione della “Zabaionata” dove verrà distribuito un gustoso zabaione caldo a tutti i passanti.

    Un evento tradizionale, giunto ormai alle ventunesima edizione, organizzato dal gruppo “Pino Solari”, composto da 95 uomini che si ritrovano una volta al mese in riunioni conviviali, cene cucinate dagli stessi soci e che organizzano feste di piazza quali la Sagra di S. Giacomo e la Castagnata il cui ricavato, tolte le spese, viene sempre devoluto in beneficenza.

    Le offerte per la degustazione dello zabaione saranno devolute alle opere di Don Nando

  • La storia del Capodanno fra tradizioni e curiosità

    La storia del Capodanno fra tradizioni e curiosità

    L’atmosfera di magica attesa del Natale lascia il passo agli ultimi giorni di un anno che si conclude. I media riassumono gli avvenimenti più salienti, le persone ripercorrono, con la mente, momenti gioiosi o tristi di un passato recente e guardano al futuro con rinnovata speranza: una parentesi che si chiude, un’altra che si apre, pronta ad accogliere, tra bollicine e fuochi artificiali, il Capodanno imminente.

    TUTTI GLI EVENTI IN PROGRAMMA PER IL CAPODANNO 2012 A GENOVA

    STORIA E CURIOSITA’ – Una festa che si perde tra i riti pagani di un tempo remoto come quelli che si celebravano nel II millennio a.C., in Mesopotamia, in onore del Dio dell’Ordine, Marduk. Costui, dopo aver ceduto il potere, per 11 giorni, alla dea del Caos, Tiamas, faceva cessare il frastuono e il disordine generale che, tra libagioni e licenze amorose, permetteva persino agli schiavi di insultare i padroni.Celebrata con la prima Luna Nuova, dopo l’equinozio di primavera, la ricorrenza era l’emblema della riscossa sul gelo dell’ inverno e, nell’occasione, si praticavano esorcismi e rituali esoterici al fine di allontanare gli spiriti maligni.

    Analogamente, gli Egizi facevano coincidere l’inizio di un nuovo anno, verso il 20 giugno, con l’arrivo, a Menphi, della piena del Nilo che, con il suo fertile humus, assicurava fecondità e vita.

    In un frenetico rincorrersi di date e significati, il Capodanno è sempre stato festeggiato ovunque: dai Celti, nella notte tra ottobre e novembre (Halloween); il 1 settembre dai Bizzantini; il 25 marzo dagli Inglesi (fino al 1752); il giorno di Natale, nella cattolicissima Spagna (fino al 1600); in Francia, coincideva con la domenica di Pasqua; in epoca recente, quella fascista, si è tentato di farlo collimare col il 28 ottobre, giorno della marcia su Roma, senza alcun esito.

    Dobbiamo, però, a Cesare e al suo calendario Giuliano, un calendario solare che si sostituiva a quello lunare di Romolo (primo re di Roma), lo sforzo di mettere un po’ di ordine: l’inizio del nuovo anno era fissato con la festa di Giano, divinità pagana da cui deriva il nome del primo mese “gennaio”, la cui data, però, rimaneva ancora ballerina, ponendosi in un periodo compreso tra gennaio e marzo, a seconda dei luoghi. Solo con l’avvento del calendario Gregoriano (bolla papale “Inter Gravissimas”) e il successivo intervento, nel 1691, del Papa Innocenzo XII, venne stabilito come giorno definitivo, il primo di gennaio.

    Alle origini, ai miti e alle usanze sopravvivono tradizioni curiose che, ancora, ripetiamo per scongiurare fantasmi o alimentare speranze. Perché fare “botti” o indossare qualcosa di rosso? Per spaventare il dio cinese Nián, orrida bestia mangiatrice di uomini, senza dimenticare che il rosso è anche il colore del matrimonio o, per gli antichi romani, il simbolo del potere, della salute, della felicità.

    Perché buttiamo via, si spera non dalla finestra come incivile usanza di un passato recente, oggetti vecchi? E’ un modo per liberarci dalle negatività. Offrire strenne come un rametto di alloro, fichi secchi e datteri? E’ la speranza benaugurale di una vita di “dolcezze”. Mangiare lenticchie, chicchi d’uva o mandorle? E’ simbolo di ricchezza o di fecondità come, del resto, baciarsi sotto il vischio. Sulla tavola non può mancare il melograno, incarnazione della fedeltà coniugale, la stessa che legò la dea Proserpina a Plutone, dopo averne mangiato i gustosi chicchi.

    Ed infine, attenzione a chi incontrate, per primo, dopo lo scoccare della mezzanotte: meglio un vecchio o un gobbo, metafore di lunga e fortunata vita: si devono evitare, invece, bambini e preti. Questi ultimi devono la loro malasorte all’usanza di indossare stole viola, durante la quaresima, periodo in cui, nel medioevo, erano banditi tutti i divertimenti. E un capodanno senza un moderato pizzico di follia che inizio d’anno è?

    Adriana Morando

  • Re Magi, le origini, la storia e le leggende non solo cristiane

    Re Magi, le origini, la storia e le leggende non solo cristiane

    Re MagiUn nugolo di luci colorate occhieggiano dalle finestre di casette di cartapesta, il muschio odora di boschi lontani, la mangiatoia è ancora vuota ma, in fondo, in un angolo del presepe, i protagonisti di questa storia  sono già in bella mostra, con i loro preziosi doni, coi loro ricchi  vestiti, con il loro seguito di cammelli: ecco i Re Magi.

    Queste figure leggendarie, che per la cristianità sono legate alla Teofania (epifania) “manifestazione del Signore”, trovano un loro contesto oltre che nei vangeli canonici anche in testi mistici apocrifi non ultimo il vangelo arabo dell’infanzia del Salvatore (VI secolo) o quello armeno (fine VI secolo) e, in questi, vengono, citati con i nomi di Melchiorre, Baldassarre e Gasparre.

    Il babelico intrecciarsi di leggende, che li circonda, inizia proprio dal nome: Melkon, Gaspar, Balthasar, per alcuni, Melchior, Jaspar, Bathesar, per altri, Rustico, Eleuterio, Dionigio, nell’usanza milanese.

    Melchiorre, deriverebbe da Melech che significa Re, ma non si esclude che si chiamasse in realtà Ram, maharaja indiano che, inchinatosi al cospetto di Gesù con le parole ”Cham el chior” (ho visto Dio), si guadagnò il soprannome più noto che è giunto a noi.

    Nel medesimo modo, la loro provenienza si perde nella notte dei tempi: indiano o armeno sarebbe Gasparre (da Galgalath, re di Saba), babilonese o arabo dicono fosse  Baldassarre, aramaico, persiano o, come già detto, indiano il vecchio Melchiorre.

    Ma chi erano veramente? Incominciamo con l’etimologia del nome “mago”: l’origine del  vocabolo deriva dal greco “magoi” e sta ad indicare i membri di una casta sacerdotale persiana (in seguito anche babilonese), i più fedeli ed intimi discepoli di Zoroastro. Da ciò l’ipotesi  più accreditata  che venissero dalla Persia, seguendo un “segno” tra le stelle di cui erano profondi conoscitori e con un cammino durato ben nove mesi.

    Nulla esclude, però, che potessero arrivare dalla Mesopotamia, dove ebrei, deportati dopo la distruzione di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, avrebbero compilato il Talmud Babilonese e avrebbero mantenuto viva la profezia giudaica dell’attesa del Messia.

    Una terza tesi propone che giungessero dalla Media:  ne sarebbe la prova una citazione del greco Erodoto secondo la quale i “magi”  appartenevano ad una delle sei tribù presenti in quel territorio ed erano sacerdoti  con conoscenze di astrologia, di  filosofia e di arti divinatorie.

    Tutte teorie sfatate stante la notizia, apparsa in questi giorni, secondo la quale i Saggi giunti a Betlemme erano molti più di tre e  provenivano dalla terra dei “Mandarini”.

    Brent Landau, professore dell’università dell’Oklahoma, lo ha scoperto sfogliando un manoscritto dell’ottavo secolo, custodito negli archivi vaticani da 250 anni, recentemente tradotto dall’antico siriaco.

    Popolo di mistici, dediti al culto di una forma di preghiera silenziosa, abitavano la  semi-mitica terra di Shir, oggi identificata come la Cina antica e, si dice, discendessero da Seth uno dai tre figli di Abramo da cui, secondo la Bibbia, si sono evolute le tre razze umane.

    Queste genie furono fonte di ispirazione per il papa S. Leone Magno nel fissare a tre il numero dei Magi, simboli del passato, del presente e del futuro o, secondo un’altra interpretazione, dei sacerdoti, dei guerrieri e dei coltivatori.

    Neppure i loro resti hanno trovato pace: recuperati in India da Sant’Elena e poi portati a Costantinopoli, raggiunsero Milano per riposare nella basilica di Sant’Eustorgio, da dove, per ordine del Barbarossa, nel 1161, furono trasferiti a Colonia ma qualcuno sussurra che siano ancora nella metropoli lombarda.

    E i loro doni? L’oro, dono riservato ai re, l’incenso, usato per adorare l’altare di Dio e la mirra, balsamo per i defunti,  non sarebbero, oggigiorno,  più donabili rispettivamente per il prezzo, per la siccità, per gli incendi e la riconversione delle coltivazioni in terreni agricoli.

    A me rimane l’utopia di pensare che il loro nome derivi da “magia” quella che hanno visto nei cieli e che noi crediamo essere stata una stella cometa ma, per non smentire il mistero che gravita attorno a loro, cometa non era.