Autore: Nicola Giordanella

  • Allerta Rossa dalle 6 di giovedì per 24 ore. Scuole chiuse a Genova, Savona e Imperia

    Allerta Rossa dalle 6 di giovedì per 24 ore. Scuole chiuse a Genova, Savona e Imperia

    r_r_g_r_aAllerta rossa dalle 21 di questa sera sull’estremo ponente ligure dal confine con la Francia fino a Capo Noli, e su Savona e Genova dalle 6 di domani mattina, giovedì 24 novembre. Scuole certamente chiuse domani in tutti questi territori. Sullo spezzino, invece, allerta gialla dalle 12 di domani e arancione nell’entroterra dalle 21 di questa sera; allerta rossa nell’entroterra di savonese e imperiese dalle 9 di domani mattina. Sono i nuovi stati di allerta meteo sulla Liguria validi almeno fino alle 6 di venerdì 25 novembre. Leggera tregua, invece, per la giornata odierna. Dalle 12 di oggi, infatti, vige allerta gialla dal confine con la Francia a Portofino, verde sulla costa e nell’entroterra nello spezzino, arancione nell’entroterra dell’imperiese e savonese

    Le preoccupazioni di Arpal

    Nelle ultime 30 ore in alcune zone della Liguria è caduta più pioggia rispetto all’alluvione che ha colpito Genova il 4 novembre 2011 e agli eventi del 2010 e 2014. Dalle 19 di lunedì 21 novembre, infatti, nella centrale di Fiorino (frazione di Voltri, nell’entroterra genovese) sono stati registrati 605 millimetri di pioggia, quantità storicamente superata a Genova solo nell’alluvione del 1970. «In 12 ore – spiega Federico Grasso di Arpal all’agenzia Dire – è piovuto più ieri che nell’alluvione del 4 novembre 2011: tra Val Cerusa e Valle Stura, con acqua caduta in parte verso il mar Ligure e in parte verso il bacino padano, sono scesi 417 millimetri di pioggia. Se le piogge fossero cadute una decina di chilometri più vicino al centro di Genova, probabilmente staremmo parlando di uno scenario decisamente peggiore». Il peggioramento delle condizioni con i relativi stati di allerta rossa che scatteranno progressivamente a partire dalle 21 di questa sera sono dovuti alla previsione di piogge molto intense nell’imperiese; più moderate nel genovese e savonese dove però il terreno è già saturo.

    saturazione-terreno-0600Le previsioni meteo

    Secondo i dati raccolti da Arpal oggi continueranno le piogge persistenti nelle zone A e D, con probabili temporali e forte vento. Giovedì è previsto un peggioramento complessivo su tutto il territorio regionale, con quantitativi particolarmente elevati nell’imperiese. Anche nelle zone B e D sono previsti forti temporali, già abbondantemente colpite da forti piogge nelle scorse ore. La perturbazione durerà tutto la giornata di giovedì 24, con qualche prima tregua venerdi mattina, anche se nel pomeriggio potrebbero verificarsi ulteriori fenomeni intensi su Genova. Durante tutto la durata dell’allerta, sarà consultabile il monitoraggio della situazione sul sito web di Arpal

  • Conservazione del Patrimonio Storico: «I restauri sono le grandi opere di cui abbiamo bisogno»

    Conservazione del Patrimonio Storico: «I restauri sono le grandi opere di cui abbiamo bisogno»

    Paolo-ceccarelliNei giorni scorsi Genova ha ospitato i lavori di “Heritage”, un convegno internazionale focalizzato sui percorsi in atto, o in progetto, finalizzati alla conservazione del patrimonio storico e culturale; il passato, infatti, ci ha lasciato una enorme eredità, preziosa quanto ingombrante, che oggi dobbiamo curare e mantenere, anche in un contesto economico depresso come quello congiunturale. In mancanza di risorse, il pubblico cerca l’aiuto del privato, sponsorizzando progetti, collaborazioni o, purtroppo, svendite. Sull’argomento è intervenuto Paolo Ceccarelli, architetto urbanista, coordinatore Unesco per le cattedre universitarie: secondo il professore, sempre più spesso lo stato o comunque la cosa pubblica si limita ad accudire il patrimonio, come fosse una badante, sperando di poter sfruttarne il valore economico.

    Professore, partiamo proprio da questo concetto: qual è lo stato dell’arte della conservazione del patrimonio culturale e storico del nostro paese e di Genova?
    «Oggi penso che ci sia un problema di fondo che dobbiamo affrontare ed è il modo in cui ci poniamo rispetto alla conservazione del patrimonio: noi un poco alla volta, per motivi diversi, d’ istruzione, di trasformazione della nostra società, di estraneità rispetto a tutta una serie di processi, abbiamo assunto una atteggiamento che ricorda il comportamento delle badanti piuttosto che quello di un figlio, di un congiunto, di un parente stretto nei confronti di una persona anziana. Intendiamoci, la badante è una persona civilissima, premurosa, attenta alle necessità di una persona che ha dei problemi legati alla vecchiaia e in qualche modo alla sua conservazione della dignità; ma è anche una persona del tutto estranea, che lo fa professionalmente, con attenzione e garbo, e spesso in modo felice, rimanendo estranea alla persona di cui si occupa, con un rapporto limitato nel tempo, a cui segue un altro e così via. Questo è un po’ l’atteggiamento che noi abbiamo nei confronti del nostro patrimonio storico: ce ne occupiamo, facciamo una serie di cose civili per mantenerlo, ma tutto sommato non siamo interessati ad andare più a fondo, a capire il suo reale significato, soprattutto il suo significato rispetto all’oggi, ai noi stessi, al contemporaneo».

    Questa tendenza a cosa può portare?
    «A ricercare un significato di tipo puramente ed esclusivamente economico, cioè conservare un bene solamente perché può produrre reddito attraendo il turismo, oppure valorizzandone solamente il lato estetico: è bello da vedere e quindi ci riempie l’animo di gioia e orgoglio. Il significato di un manufatto, però va oltre: non bisogna perdere di vista l’importanza che ha avuto in un certo momento per la storia e perché e come ha significato idee nuove, affermazioni di valori, o anche cose reazionarie, elementi bigotti, ma comunque svolgendo un ruolo, una funzione molto precisa. Se noi non entriamo in sintonia con queste cose, e non riusciamo a farle riemergere, non riusciremo ad istituire un rapporto corretto con il nostro patrimonio, tenderemo ad allargare la nostra capacità di conservarlo, di mantenerlo in buone condizioni, ma in modo del tutto indifferente al suo reale significato, e questa è una perdita gravissima perché in realtà la storia e la memoria servono per produrre nuove idee non per contemplare delle cose morte».

    Spesso però le risorse non si trovano, o per lo meno, la politica non riesce a trovarle…
    «Penso che sia un problema politico e culturale al tempo stesso, cioè i soldi si trovano per delle cose che sono appariscenti, ma anche i restauri dovrebbero essere considerati grandi opere, come le conservazioni. Spesso alcune opere sono lasciate a se stesse perché sono meno attraenti, suscitano meno curiosità, non sono la grande cosa da ammirare o far ammirare al turista: la storia italiana, però, è stata fatta spesso di cose poco vistose che hanno avuto un grandissimo significato culturale in quel determinato momento; ci sono pezzi nell’architettura di ricerca, ci sono state delle aperture di nuove linee di lavoro che hanno reso la cultura italiana particolarmente importante in certi momenti della storia recente ma per questi non si trovano i soldi. Le risorse si trovano per il monumento appunto che da prestigio: non è solo il Ponte di Messina, ma anche in parte il restauro del Colosseo, fatto esclusivamente per attirare masse di turisti, e per farne un elemento di invidia per tutto il resto del mondo. Questo è un atteggiamento che credo sia sbagliato: la trasformazione del bene culturale di una sorta di merce, rendendolo un bene da far fruttare piuttosto che un bene da conservare perché insegna delle cose. Credo che sia un discorso di tipo politico e culturale perché i soldi probabilmente in certi casi si potrebbe trovare o ci si potrebbe limitare a forme di manutenzione più leggera, ma che tengano in piedi queste le opere, senza poi dover ricorrere a grandi interventi strutturali».

    Scelte politiche che sono prese da una classe dirigente che spesso si trova in difficoltà sulle scelte che riguardano lo sterminato patrimonio a disposizione. Come potrebbero muoversi diversamente?
    «Secondo me, la politica dovrebbe iniziare a pensare di utilizzare il patrimonio non solo come una risorsa da bilancio, ma anche come uno stimolo, un incentivo fortissimo ad andare avanti nel creare altre cose. Sembra preoccupante il fatto che l’Italia scopra come alternativa a quella che è stata in altri momenti la industrializzazione, le trasformazioni economiche sociali ed economiche, l’utilizzazione del patrimonio solamente a fini turistici».

    Perché questa cosa è preoccupante? Forse finalmente in molte realtà post industriali, come Genova, stanno cambiando parametri culturali…
    «Perché questa è una cosa che non produce nulla. Certo, porta un po’ di soldi, che sono utili anche quelli, ma non serve ad andare più avanti, a inventare altre cose. Voglio dire, noi abbiamo un brodo di cultura che potrebbe permettere veramente di avere degli stimoli fortissimi ad immaginare il futuro, perché siamo, e lo siamo da secoli, in una sorta di grande laboratorio di trasformazioni, contaminazioni e anche di “pasticci” che hanno prodotto cose importanti. Credo che il punto sia questo: i politici dovrebbero più attentamente considerare la questione, perché la materia c’è, ma si tratta di utilizzarla nel modo intelligente».

    Intende per arrivare a nuovi “monumenti”?
    «Si e no. Nel senso che alle volte ci sono alcune architetture contemporanee che sono soprattutto vistose, non belle ma appariscenti, mentre ce ne sono altre che lo sono meno ma che diventano estremamente significative. Non dobbiamo dimenticarci che l’Italia ha dato alcuni dei maggiori contribuiti all’arte contemporanea, al design, che sono diventate delle assolute eccellenze. Oggi, credo che ci sia un’idea un po’ diversa rispetto al passato di che cosa possa essere il monumentale: oggi l’architettura monumentale sta nel recupero degli spazi pubblici, cosa che ha un significato equivalente alla costruzione del un grande palazzo di un tempo. La società richiede rapporti di tipo differente e quindi, da questo punto di vista, l’architettura celebrativa, quella che in qualche modo ricorderebbe il monumento del passato, spesso è la meno interessante, fatta ormai per questioni di puro marchio; tanti brand da vendere rapidamente per poi essere dimenticati e persi».

    Nicola Giordanella

  • Genova e le leggi anti-Movida di seicento anni fa: la secolare lotta tra ceti sociali

    Genova e le leggi anti-Movida di seicento anni fa: la secolare lotta tra ceti sociali

    medioevo-movidaA Genova impazza la movida. E’ un dato di fatto. La recente ordinanza volta a regolamentarne modi e tempi ha creato scalpore, tanto che il sindaco Doria, di fronte alle proteste degli esercenti, s’è detto disponibile a rivedere la norma, in modo da tutelare sia i residenti, sia i commercianti, sia quella massa crescente di turisti che vediamo la domenica vagare tra serrande chiuse e strade deserte (ebbene sì: pare che qualcuno non abbia ancora compreso quale sarà il futuro di questa città). D’altronde, se decidi d’abitare in un luogo che possiede circa 2500 anni di storia, devi necessariamente fare i conti col passato. Ma la movida è un’altra cosa. Bere e fare chiasso paiono aver ben poco a che fare col manufatto storico-artistico, anche se vi sarà pur un motivo per cui un luogo come il nostro centro storico esercita un fascino crescente su giovani e meno giovani. D’altra parte, si tratta degli stessi luoghi dove, grossomodo seicento anni fa, si svolgeva ben altro tipo di movida. Le recenti ordinanze anti-gozzoviglio sono paragonabili – naturalmente mutatis mutandis – ad alcune norme rientranti nel complesso più generale delle cosiddette leggi suntuarie, volte a disciplinare l’ostentazione del lusso; e ciò, per evitare contrasti tra i ceti sociali (o, forse, per evitare un’eccessiva mescolanza tra ceti?). Tali norme, infatti, non erano rivolte soltanto alle vesti e agli ornamenti, bensì anche alla conduzione di banchetti, magari in occasione di battesimi e matrimoni.

    Ordinanze e magistrature

    Austerità e decoro erano le parole d’ordine, in particolare per il nuovo Ufficio delle virtù istituito a Genova nel 1466, volto a circoscrivere i vizi, consistenti essenzialmente nell’andare a donne, nell’abbandonarsi al gioco e nell’immergersi nelle crapule. A quanto pare, tuttavia, le ordinane dell’Ufficio non apportarono giovamento alcuno, sì che, nel 1482, fu necessario procedere nuovamente alla nomina di magistrati appositi: Lodisio Centurione, Giovanni Bigna, Pietro di Persio e Giovanni Francesco Fieschi, i quali istituirono un sistema che potremmo definire delatorio, basato su qualcosa di simile alla ronda. E’ in questo periodo che compare, infatti, nel giuramento dei gonfalonieri e dei rettori delle conestagerie cittadine (per semplificare, i quartieri), la seguente formula: “Se voi saverei che in le conestagie sean zoveni discoli e mal acostumé, o altre persone le quali fessen mangiaressi o altre cose excessive e dezoneste, voi le manifesterei a lo spectabile messer lo Vicario Ducà e a lo Officio deputao”.

    Scontro generazionale

    Zoveni discoli e mal acostumé”, dunque. E il pensiero non può che ritornare all’oggi. D’altra parte, non si trattava unicamente di differenze cetuali, bensì – oggi come allora – d’uno scontro generazionale. Se l’uomo maturo era abituato a destreggiarsi tra l’amministrazione della casa, della bottega, degli affari, della cosa pubblica, degli uffici religiosi, i giovani, al contrario, ostentavano leggerezza, abbandonandosi agli ozi, agli amori, ai divertimenti e agli scherzi. E’ il caso, ad esempio – siamo in pieno Seicento – d’un gruppo di svogliati assiepati in Sottoripa, intenti a lanciare uova e bucce d’arancia ai mercanti indaffarati e a tendere cordicelle in modo da farli inciampare. Non di rado, l’obiettivo principale era la molestia: di giovani fanciulle, ovviamente. Gli esempi si sprecano. Racconta un certo Giuseppe Giovo, abitante alla Chiappella (e, cioè, nell’omonimo borgo, che si trovava ai piedi del colle di San Benigno, ora spianato; per intenderci, di fronte al Terminal Traghetti), di come quattro nobilissimi fratelli facessero “in essi contorni grossi disbaratti e spropositi, con gravi lamente di quel popolo”, impadronendosi sulla pubblica via d’una giovane donna con l’intento di sollazzarsene. La ragazza, tuttavia, riuscì a sfuggire loro di mano e, “tirando una savata, ne ferì uno di detti signori in testa”. La scena doveva essere piuttosto frequente. Secondo il nostro: “Tutto dipende dal commercio che essi signori hanno tutti quattro d’accordio con diverse cortigiane di bassa conditione habitanti ivi alla Chiappella in le case di Nicolò Vertema, con le quali tutta la notte loro signori e suoi servitori inquietano tutto quel vicinato; et ognuno dice che se da chi comanda fussero discacciate da quel luogo sarebbe cosa ottima”. Nome e cognome, dunque, e solo possiamo immaginare gli esisti dell’esposto recato ai magistrati. Insomma, eccessi a parte – ovviamente da sanzionare, e in maniera esemplare –, nulla di nuovo sotto il sole.

    Antonio Musarra

  • Banca Carige, diminuiscono i ricavi ma aumentano i dirigenti. Tra Bce e lo spettro della fusione

    Banca Carige, diminuiscono i ricavi ma aumentano i dirigenti. Tra Bce e lo spettro della fusione

    carige-panoramaL’ultimo resoconto intermedio di gestione, riferito al 30 settembre 2016 e pubblicato pochi giorni fa sul sito web di Carige non porta belle notizie: la banca registra un passivo di 244 milioni e rispetto allo stesso periodo del 2015, una ulteriore flessione delle attività finanziarie intermediate, con una mancata raccolta pari a 2,9 miliardi di euro, condizionata soprattutto dal restringimento di quella diretta pari a oltre due miliardi di euro (-9,8% ). La lettura dei dati restituisce quindi una banca che si sta ridimensionando e impoverendo: una minor copertura nazionale e riduzione del personale (in un anno una diminuzione di 141 unità, per un risparmi di 33 milioni) finalizzata alla riduzione dei costi, ma che non sembra toccare il comparto dirigenziale, che registra un aumento di 4 unità.

    Tra l’incudine della borsa e il martello della Bce

    Nei giorni che hanno preceduto la pubblicazione della relazione, come è noto, ha avuto luogo un fitto carteggio tra la banca genovese e la Bce: secondo Francoforte, infatti, il piano dell’istituito per mettersi al riparo dalle criticità non è ancora sufficientemente efficace e rapido ed entro il 31 gennaio 2017 è necessario un nuovo piano industriale aggiornato e focalizzato sulla dismissione del Npl, (Non performing loans, i debiti deteriorati), sull’accrescimento della loro copertura, il contenimento dei costi e l’aumento della liquidità; la risposta di Carige non si è fatta attendere, e ha messo nero su bianco quanto già è stato fatto e quanto si sta per fare: innalzamento della copertura complessiva sui crediti deteriorati al 45,9% (cioè + 3,5% rispetto al 2015), già in linea con quanto richiesto dalla banca centrale (45%), e una riduzione delle spese di gestione accompagnato da un aumento della liquidità in cassa. Le criticità, però, riguardano soprattutto gli anni successivi: i dubbi sollevati dalla Bce hanno depresso il titolo in borsa, che in queste ore è tornato a sfiorare il minimo storico registrato nel luglio scorso (0,277 euro a titolo); un ribasso guidato dall’incertezza sul capitale dell’istituto, rimasta la grande incognita che appesantisce le previsioni di medio termine. L’ipotesi della necessità di un nuovo aumento di capitale è sempre incombente: come riporta Milano Finanza, secondo gli esperti di Ubs, le debolezze dei ricavi condizionano un taglio delle stime di utile per azione per il triennio 2016-2016 del -10%, ed una riduzione delle stime dei ricavi derivanti dai margini di interesse e commissioni (cioè il guadagno dal prestar denaro attraverso mutui o prodotti a debito) del -4%.

    Meno dipendenti, più dirigenti

    Come dicevamo la raccolta diretta è in calo e di fronte alle pressanti richieste che arrivano da Francoforte e allo stress borsistico, i vertici di Carige sembrano temporeggiare: il piano di consolidamento dell’istituto, per ora, passa da un contenimento dei costi incentrato sul risparmio di gestione, con una contrazione della presenza sul territorio e una dismissione di personale dipendente: a fine settembre 2016, il personale del Gruppo è pari a 4.893 unità (5.034 a dicembre 2015), con un risparmio di poco più di 30 milioni di euro; non molto, quindi. I sindacati da mesi sono sul piede di guerra in attesa che siano chiariti i tagli delle filiali e dei dipendenti; un dato che tarda ad arrivare, la cui latenza è appesantita dal fatto che, invece, negli ultimi 12 mesi il numero di dirigenti è aumentato da 63 a 67 unità. La banca, inoltre, per far fronte alle richieste di copertura del debito, sta rispondendo alla «necessità di presidiare in primis la liquidità», che per il territorio vuol dire meno accesso al credito, cioè meno soldi per eventuali investimenti. Austerità, in altre parole.

    In queste ore le vicende giudiziarie degli ex vertici della banca riempiono le pagine dei giornali, ma al di là di eventuali sentenze, rimarrà difficile capire la reale ricaduta territoriale del danno fatto. La nuova amministrazione di Carige sta tergiversando, ed è probabilmente l’unica cosa che può fare in questo momento: sulla carta la strategia studiata per ridurre la quota di Npl può funzionare, ma sarà il mercato a dare il verdetto finale. In alternativa rimane un nuovo aumento di capitale, che però potrebbe far crollare ulteriormente il titolo, creando una corsa alla vendita da “colpo di grazia”; questa eventualità spalancherebbe le porte alla fusione bancaria, con conseguenti tagli di personale e filiali: l’ultimo atto della secolare “Banca di Genova”.

    Nicola Giordanella

  • Impianti sportivi, approvato il nuovo regolamento. Concessioni più lunghe e canone “politico”

    Impianti sportivi, approvato il nuovo regolamento. Concessioni più lunghe e canone “politico”

    villa-gentile (9)Approvato in Consiglio comunale il nuovo “Regolamento per l’affidamento della gestione e della concessione di impianti sportivi di proprietà del Comune di Genova”, un testo che andrà a sostituire integralmente il dispositivo attualmente in vigore, approvato nel 2010. Alla base di questo operazione, la necessità di avere un nuovo testo adattato al mutato contesto economico che impone una maggior flessibilità, ma non solo: nel regolamento sono presenti importanti novità che potenzialmente potranno “aiutare” a far sopravvivere le società concessionarie, permettendo agli impianti di restare aperti. Saltano alcuni paletti che determinavano regole fisse per i canoni, e mentre vengono aumentati, anche se di pochissimo, i controlli e le verifiche da parte dell’ente pubblico.

    Tempi più lunghi e canone politico

    Nel nuovo regolamento i termini massimi della concessione vengono innalzati di dieci anni, passando da dieci a vent’anni. Il concessionario, inoltre, se presentasse la necessità di maggior tempo per ammortizzare eventuali costi sostenuti per migliorie dell’impianto stesso o di gestione, potrà richiedere un prolungamento della concessione congrua, ma in ogni caso che non faccia superare il totale di 30 anni. Cade invece il vincolo che legava il canone al mercato: fino ad oggi la scelta del canone base era stabilita dagli uffici tecnici, in base alle quotazioni di mercato; con il nuovo regolamento, il canone base sarà sempre scelto dagli uffici tecnici del Comune, ma potrà essere “suggerito” dalla giunta, in base alla rilevanza dell’impianto e al suo utilizzo sociale. In altre parole, il prezzo sarà oggetto di scelta politica, in base alle contingenze o ad eventuali equilibri di contesto: un dettaglio che lascia qualche dubbio, visto che, certamente potrebbe aiutare a snellire le procedure e permettere agevolazioni ove necessarie per non “abbandonare” strutture e impianti, ma anche può prestare il fianco a eventuali favoritismi o preferenze politiche.

    Attività commerciali e pubblicità

    Nel nuovo regolamento è prevista la possibilità di affiancare all’attività sportiva, esercizi commerciali, come bar o vendita di accessori sportivi (fatta esclusione per articoli connessi al gioco di azzardo, come inserito attraverso un emendamento presentato in aula dalla consigliera di Lista Doria Clizia Nicolella); la ragione di questa novità è quella di dare una chance in più per il sostentamento delle attività in essere, permettendo una offerta di servizi più ampia. Per gli stessi motivi è stata variata la quota massima di spazi pubblicitari utilizzabili dal comune stesso: se nel vecchio regolamento l’ente pubblico poteva utilizzare fino al 100% dei suddetti spazi, con il nuovo regolamento è fissato un tetto massimo del 70%. Anche in questo caso, quindi, il concessionario avrà qualche possibilità in più di ammortizzare la gestione e fare cassa, a discapito dell’ente pubblico.

    Pochi controlli e decadenza per morosità non specificata

    I contratti di concessione, come previsto dal regolamento comunale, avranno dei vincoli a carico del concessionario soprattutto riguardo la manutenzione degli impianti e eventuali adeguamenti strutturali inseriti in fase di contrattualizzazione: nel vecchio regolamento il controllo da parte di Comune di Genova era calendarizzato dopo il terzo, quinto e ottavo anno, mentre con il nuovo testo i controlli saranno fissati almeno ogni due anni, mentre ogni anno dovrà essere predisposta una relazione sullo stato delle strutture, in base ai dati forniti dai concessionari stessi. Sicuramente si poteva fare di più. Anche in questo nuovo dispositivo è prevista la decadenza della concessione dovuta a morosità: il problema è che oggi non è definito il termine, mentre in precedenza bastavano sforare più di tre mensilità; una indeterminatezza che potrebbe generare qualche problema in futuro.

    Norme transitorie retroattive

    Un punto che ha fatto particolarmente discutere in Sala Rossa è la norma transitoria che fa rientrare le concessioni oggi in essere nei nuovi termini temporali: il consigliere De Pietro, M5S, ha provato a modificare la norma, introducendo la valutazione del rispetto dei termini dei contratti di concessione ad oggi in essere. L’emendamento, però, non è stato approvato dall’aula. In questo modo praticamente tutte le concessioni ad oggi in vigore, potranno chiedere la proroga, senza dover ridiscutere il contratto, fino al tetto massimo di concessione dei 30 anni. Una altro punto portato avanti dal gruppo consiliare pentastellato è stato quello di escludere dalle concessioni aree ad uso pubblico esterne agli impianti, come successo a Villa Gentile: l’emendamento, però, dopo aver ricevuto il parere negativo della giunta, è stato respinto.

    Il nuovo regolamento, redatto grazie alla Consulta dello Sport, è senza dubbio più moderno e maggiormente partecipato da municipi e Consiglio comunale. Le società che andranno a gestire avranno delle facilitazioni evidenti: come maggior tempo a disposizione e manutenzioni straordinarie divenute necessarie in corso di concessione a carico del Comune di Genova. Restano alcuni dubbi, come la definizione del canone demandata alle scelte della giunta di turno, e la retroattività di questo nuovo testo, che non premia chi in questi anni ha rispettato i contratti, “scudando” in qualche modo anche chi ha sgarrato o chi è in ritardo. I controlli, inoltre, potevano essere sicuramente aumentati e resi più certi e vincolanti, per evitare le brutture del passato, rimanendo a carico di un ufficio non specifico e troppo saltuari. Con questo nuovo testo Comune di Genova cerca di rilanciare le attività sportive della città, cosa di cui c’è certamente bisogno: lo sport è un grande elemento formativo, che può veicolare tanti valori importanti per la collettività come tenacia, gioco di squadra, fair play; e rispetto delle regole.

    Nicola Giordanella

  • Dipendenti comunali, sempre meno e sempre più anziani. I dati della giunta Doria

    Dipendenti comunali, sempre meno e sempre più anziani. I dati della giunta Doria

    palazzo-tursi-D3Meno dipendenti e sempre più anziani. Questa è l’estrema sintesi del documento, presentato in Sala Rossa da Isabella Lanzone, assessore per le politiche di sviluppo e gestione del personale del Comune di Genova: negli anni della giunta Doria si è mantenuta la tendenza di riduzione del personale dell’ente, con un numero di pensionamenti più alto rispetto alle nuove assunzioni. Il dato che però allarma è la mancanza di turn-over: l’età media si alza, e molti uffici si svuotano, creando inefficienze e blocco di servizi.

    Riduzione del personale e dei costi

    Questi trend abbracciano tutte le varie categorie e i livelli: dai dirigenti, che passano dai 95 del 2011 ai 76 del 2016, ai funzionari, passati da 1332 a 1181, fino a insegnanti, operatori, collaboratori e operai, che nel 2011 erano 4648 ed oggi sono 4017. «In questi anni abbiamo dovuto cercare di bilanciare le esigenze tecniche con le normative sul personale sempre più stingenti – ha sottolineato Lanzone – In questi anni, però, abbiamo razionalizzato la macchina comunale, cercando di fare fronte a tutte le esigenze operative». I numeri parlano chiaro: la dotazione organica del Comune di Genova è passata dalle 6121 unità del 2011 alle 5297 del 2016. Ne è conseguita anche una riduzione della spesa sostenuta per gli stipendi del personale: da 250 milioni di euro lordi a 214. Entrando nel dettaglio, lo stipendio lordo dei dirigenti è stato contenuto, passando da 105 mila euro su base annua a 92 mila, con riduzione anche del fondo generale per le risorse accessorie dei dirigenti per circa 5 milioni di euro; il lordo dei dipendenti, invece, è in leggero aumento dopo le contrazioni del 2012: in media, il valore lordo delle retribuzioni mensili delle diverse categorie è aumentato di 359 euro. «Un piccolo aumento, che sicuramente non inciderà in maniera consistente sul reddito – spiega l’assessore – ma che vuole essere un segnale di vicinanza a chi porta avanti la macchina comunale, che da anni è in attesa del rinnova del contratto di lavoro nazionale». I lavoratori di categoria D, i funzionari comunali, sono la categoria che forse sta sentendo meno questa tendenza: lo stipendio mensile lordo è aumentato di oltre 400 euro dal 2011, e i numeri di unità di personale sono diminuiti in maniera più contenuta. I funzionari direttivi dei musei sono l’unica voce che non presenta una contrazione numerica.

    Sempre più vecchi

    Il dato però più allarmante è la crescita dell’età media dei dipendenti comunali: ad inizio del presente ciclo amministrativo l’età media era di 50 anni e 4 mesi, oggi è salita a 53 anni e 10 mesi. Questa tendenza evidenzia la mancanza di turn-over all’interno della macchina comunale, che sta invecchiando più velocemente della media cittadina, e che rischia di non riuscire più a sostenere il carico di lavoro. Sempre in meno, sempre più vecchi. Durante il dibattito in commissione consiliare proprio questo dato ha scatenato forti polemiche; in molti tra i consiglieri hanno ricordato le montanti lamentele dei cittadini raccolte, che denunciano soprattutto l’inefficienza di sportelli e uffici, dove sempre più spesso si trova poco personale alle prese con montagne di lavoro. Sotto accusa anche gli accorpamenti, dettati da esigenze di risparmio più che da necessità di servizio. «In questi anni – spiega Isabella Lanzone – abbiamo dovuto far fronte al blocco delle assunzioni deciso da Roma e al riassorbimento di parte del personale proveniente dalla cancellata Provincia di Genova: due fattori che hanno complicato la gestione del turn-over». Secondo l’assessore, inoltre, le competenze in arrivo dall’ente cancellato dal governo, non erano del tutto compatibili con le esigenze comunali, e quindi si è dovuto trovare spesso soluzioni temporanee. Un’altra problematica è legata alla formazione del personale, che sempre più si deve confrontare con strumenti e funzioni nuove per stare al passo con i tempi: «La formazione è stata gestita utilizzando le risorse interne all’ente – ha dichiarato l’assessore – cercando di “sfruttare” al meglio le diverse eccellenze che già fanno parte dell’organico».

    Diritti del lavoro e di lavoro

    «Non uno snellimento ma un “inscheletrimento”»; questa la reazione da parte dei sindacati di categoria, sul piede di guerra riguardo le politiche nazionali sul lavoro degli enti pubblici: la principale accusa rivolta alla attuale giunta è quella di non aver saputo contrastare neanche politicamente questo andazzo, adagiandosi sulle necessità contabili, impedendo una normalizzazione contrattuale dei molti precari comunali. L’inefficienza del turn-over, secondo i sindacati, si ripercuote sulla efficienza del lavoro e sulla salute del lavoratore stesso, visto che certe mansioni sono poco adatte e sopportabili per chi è avanti con gli anni.

    Questa relazione, quindi, a prescindere dalle responsabilità politiche di contesto e di contingenza, disegna un incubo perfetto: una macchina comunale invecchiata e impoverita, che arranca dietro alla rapidità dei cambiamenti sociali della collettività; una collettività che è sempre più frantumata nella precarietà e nella disoccupazione, e per cui, quindi, certe questioni sindacali risultano essere molto distanti. Non bisogna però cadere nella facile trappola della guerra tra più o meno poveri: da un lato la difesa dei diritti acquisiti deve essere causa comune, ricordandosi però che le “battaglie” per l’acquisizione di diritti per chi non li ha dovrebbero essere battaglie di tutti.

    Nicola Giordanella

  • Genova, e i muri che cadono. Centinaia di zone a rischio frana e il futuro dell’edilizia sicura in Liguria

    Genova, e i muri che cadono. Centinaia di zone a rischio frana e il futuro dell’edilizia sicura in Liguria

    La crepa nel muro di via BocciardoIl muro è un concetto chiave per la nostra civiltà: quello più famoso è stato abbattuto nel 1989, e meno di trent’anni dopo già c’è chi si chiede se non sia stato tutto un clamoroso errore. Di altri, in realtà, non vorremmo più sentir parlare: fra quelli buttati giù dalle infinite scosse di un terremoto che non esaurisce mai la propria energia ai muri costruiti o agognati da chi si sente sempre a rischio invasione. Qui però vogliamo parlare di muri ai quali, nonostante tutto, siamo parecchio affezionati: sono quelli che ci permettono di abitare la Liguria, che sono parte dell’immagine della nostra regione e che, se pure spesso instabili, rendono affascinante questa terra che ai foresti sembra sempre in salita.

    A Marzo, infatti, proprio uno di questi muri ha improvvisamente, ma forse non inaspettatamente, fatto parlare di sé: nel giorno in cui la Milano Sanremo doveva mostrare la nostra Riviera al meglio, una frana ha costretto i ciclisti a 9 km di autostrada, sfiorando la tragedia poiché due passanti rimasero colpiti gravemente. Ci sono voluti cinque mesi per riaprire un senso unico alternato, e solo a dicembre avremo forse la viabilità ordinaria. Ma non è un caso isolato, e da La Spezia a Ventimiglia sono numerose le aree di criticità che la Regione Liguria, attraverso il Settore Assetto del Territorio ha il compito di mappare e classificare a seconda del grado di rischio. Si parlerà indifferentemente di frane, trattando sia i distacchi da muri naturali che da quelli artificiali poiché, in un territorio come il nostro, il risultato è comunque quasi sempre invasivo e costoso per la collettività al pari di qualsiasi altra calamità naturale.

    Ne abbiamo parlato con Alessandro Gennai, geologo ed esperto esecuzione prove PMI (positive material investigation), collaboratore, fra altri, della Regione Emilia Romagna e della Regione Liguria e capo delegazione per il Tigullio e Portofino del Fai (Fondo Ambiente Italiano). «La percezione che abbiamo del governo del territorio è che vi sia un sostanziale disinteresse da parte delle istituzioni, viste anche le tragiche esperienze che hanno interessato il Comune di Genova, soprattutto dal punto di vista idrogeologico: ma se analizziamo il quadro normativo vigente – sottolinea Gennai – vediamo come la realtà non sia adeguatamente conosciuta, forse perché è mancata la valorizzazione di quanto fin qui è stato fatto. Non sto ad elencare tutte le leggi che si sono susseguite, ma si può dire che il 1989 sia stato l’anno della svolta, e poi nel 1998 (con l’emanazione del cosiddetto decreto Sarno) si sono poste le basi legislative per la redazione dei Piani di bacino. Questi sono gli strumenti principali di governo del territorio dal punto di vista idraulico ed idrogeologico».

    I dati sono pubblici e consultabili sul sito dedicato di Regione Liguria, ma per interpretarli occorre una valutazione specialistica: «La carta della suscettività al dissesto riporta ben visibili delle zone rosse che indicano la presenza di aree in cui sono presenti movimenti di massa in atto ossia di frana attiva – spiega il geologo – delle zone di color ocra rappresentanti le zone a suscettività al dissesto elevata ossia aree in cui sono presenti frane quiescenti o segni precursori o premonitori di movimenti gravitativi quindi in sostanza zone che non stanno franando per ora, ma che potrebbero farlo a breve. Basta quindi un colpo d’occhio, una volta avuta questa informazione, per vedere sulla carta che di fatto sono centinaia le zone a rischio frana, e riguardano ampie parti di territorio urbano con strade, case, uffici e torrenti» conclude.

    «A Genova – aggiunge – siamo tutti concentrati sui fondi valle per i noti eventi alluvionali, ma bisogna guardare in che condizioni si trovano i versanti che, come dice il nome stesso, versano l’acqua piovana nei ricettori principali che affluiscono nell’asse drenante maggiore che è l’alveo del fiume, che sia il Bisagno, il Polcevera o il Chiaravagna».

    Le zone rosse

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    Nella cartografia vediamo numerose zone rosse, chiamate Pg4: per queste aree leggiamo sul Piano di bacino che molte attività ormai non sono più consentite, ad esempio sbancamenti, nuove edificazioni, ampliamenti; per quelle classificate Pg3 i divieti sono meno stringenti ma le nuove attività e le nuove costruzioni, sempre limitate, devono essere espressamente autorizzate con parere vincolante dell’Ufficio regionale competente. Oltre agli ovvi divieti in queste zone sono state predisposte sia opere per ridurre la vulnerabilità del suolo, sia per ridurre gli elementi esposti al rischio: in altri termini, l’evacuazione ed il trasferimento di abitati instabili o strutture di valore socio-economico che si trovassero in chiaro pericolo.

    Si tratta, tra l’altro, di un pericolo non certo teorico; nel 2013 è stata annunciata una nuova conta dei muri effettivamente a rischio frana, quelli deformi, spanciati, eccetera: purtroppo, censimento o no, non è stato effettuato alcun intervento e, a turno, ci si ritrova con circolazione a senso unico alternato, traffico in tilt, quartieri isolati. Tutto questo non è ovviamente un caso: certo ci sono manufatti vecchi che hanno bisogno di essere irrobustiti e che, creati per contenere orti e giardini, si trovano oggi ad essere, di fatto, la base di insediamenti abitativi anche molto estesi, con l’aggiunta di traffico di mezzi e di rifacimenti che magari appesantiscono ulteriormente il carico.

    Ricapitolando solo gli episodi che negli ultimi anni hanno avuto un’eco maggiore, possiamo ricordare la notte dell’aprile 2013, quando il muro di sostegno di Via Dassori alto 10 metri franò rovinosamente per fortuna senza conseguenze su persone; dopo meno di una settimana crollò un’ulteriore porzione del medesimo muraglione. Pochi giorni prima nel quartiere del Lagaccio, in Via Ventotene, un crollo aveva coinvolto due auto parcheggiate; si trattava di una strada privata quindi, a parte il supporto logistico, il Comune decise di non intervenire. Solo un anno dopo gli abitanti hanno potuto fare ritorno a casa. Ma siccome a Genova le frane non sono classiste, nel gennaio 2014, a Capolungo, praticamente al confine fra Genova e Bogliasco venne giù il costone di muro fronte mare sul quale dal ‘700 sorgono cinque palazzine; la pioggia violenta di quei giorni innescò la frana ma, ad oggi, le abitazioni non sono ancora agibili. Un residente era anche disposto a farsi carico dei lavori necessari, ma non si ha notizia che l’autorizzazione sia finora arrivata.

    A febbraio dello stesso anno un grosso masso si è staccato dal muro di Via Digione, quartiere San Teodoro, investendo lo stesso palazzo che nel 1969 fu teatro del maggiore disastro idrogeologico genovese: 19 morti a causa del crollo del muraglione stesso. Sempre nel 2014, a novembre, Via Riboli ad Albaro è letteralmente crollata sopra ad un palazzo di Via Trento. Questa rapida sequenza di episodi solo per ricordare che la città è stata costruita a ridosso di muri che cedono e sopra frane che si muovono. Purtroppo.

    Certificazione sismologica

    frana

    Quindi, oltre a quanto messo in evidenza dai Piani di bacino, è chiaro che occorre anche la partecipazione dell’Ente comunale con la redazione del Piano Urbano Comunale con il quale si disciplina l’uso del territorio; ciò significa che ogni intervento privato e pubblico richiede il parere del geologo che verifica a livello puntuale quali problematiche possano esserci in caso di cantiere edilizio. Queste misure trovano il dottor Gennai favorevole, ed in un certo senso persino ottimista: «Così come ad oggi abbiamo la certificazione energetica, un domani avremo quella sismologica e certamente occorre lavorare per far sì che non venga percepita come l’ennesimo balzello inutile ma come qualche cosa di nuovo e di indispensabile per una programmazione seria del territorio. Gli urbanisti purtroppo ancora non hanno interiorizzato le nuove esperienze, continuano a partire dal Puc del suolo mentre è con il sottosuolo che noi d’ora in avanti dovremo fare i conti prima di costruire».

    «Certamente si tratta di una rivoluzione copernicana dal forte impatto emotivo oltre che economico; la legge sul contenimento del consumo di suolo, che si è data l’obiettivo di portare questo a zero entro il 2050, prevede che, salvo casi straordinari, si costruisca solo sul già costruito e finanzia in maniera estesa chi intende trasferire unità produttive e case da un territorio ad alto rischio ad un altro con una rischiosità inferiore. Ma alcuni immobili, forse la maggior parte, potrebbero perdere gran parte del proprio valore, altri diventare quasi inutilizzabili per via della mancata certificazione, ed essere costretti alla demolizione. Purtroppo questo è il conto, piuttosto salato, di una cementificazione sfrenata che dagli anni 60 fino quasi ad oggi è continuata indisturbata, nonostante le “disgrazie” iniziassero ad essere sempre più numerose e, purtroppo, prevedibili».

    Sono stati evocati gli urbanisti, e allora sentiamo un architetto, il dottor Saverio Giardino, tecnico urbanista che si occupa prevalentemente, ma non solo, della zona del Tigullio: «Posso condividere in qualche misura il parere del geologo, perché comunque per noi architetti occuparci del sottosuolo è ovvio, ma dobbiamo farlo con le carte che ci hanno fornito appunto i geologi, gli ingegneri, insomma gli esperti. E se vediamo una frana attiva inutile dire che non si costruisce. Però deve esserci, questa segnalazione. Il Piano Casa, cioè la Legge Regionale n. 49 finanzia i trasferimenti di abitazioni e di aziende: certamente una cosa è spostare la singola unità abitativa posta su di una frana, altra cosa è muovere interi condomini prevedendo nuovi locali dove alloggiarli».

    Rinaturalizzazione del territorio

    Ascoltate le voci piuttosto concordanti dei due tecnici, non poteva però mancare il parere di chi va ricercando costantemente il punto di equilibrio fra l’offerta di beni e servizi e la vivibilità che una città dovrebbe offrire. Andrea Agostini portavoce di Legambiente Liguria, va dritto al punto: «Non sono d’accordo con questo concetto di far spostare le persone, intanto perché ci sono frane e frane, e voler mettere tutto nello stesso calderone è il modo migliore per trovare soluzioni inefficaci. Se parliamo di frane causate dagli stessi spostamenti tettonici che provocano le scosse sismiche, è chiaro che possiamo solo prevenire i danni causati dagli eventi stessi, costruendo e ricostruendo in maniera più sicura possibile rispetto a questi eventi»

    «Certo – prosegue – in questo caso occorre valutare il rapporto costi benefici, che ovviamente non sarà il medesimo per il condominio anni ’70 e per la chiesa antica del ‘300. Se decido di non poter proteggere il condominio, allora devo far spostare le persone, senza dubbi e senza aspettare.La frana spesso però dipende invece da infiltrazioni di acque disperse, che si potrebbero imbrigliare seguendo un principio che in tutta Europa ormai è una prassi: la ri-naturalizzazione dei corsi d’acqua. Seguendo questo metodo si cerca di eliminare per quanto possibile il cemento attorno a fiumi e torrenti, in modo da lasciare vie di fuga alla piena che scava i propri percorsi in un terreno fatto di terra, mentre se incontra il cemento non può che gonfiarsi ed accelerare, diventando un vero pericolo».

    Agostini sembra avere le idee chiare in materia, ed aggiunge: «Intanto non si smette di vedere costruzioni che nascono in zone evidentemente pericolose, e questo capita perché si può sempre presentare un bellissimo progetto completo di tutti gli accorgimenti utili ad evitare il rischio, ma poi si può costruire senza rispettare diciamo così, alla lettera il progetto. A questo punto, se e quando il sinistro si realizzerà, cercare il colpevole sarà il solito, inutile esercizio di stile per pochi idealisti. La verità è che, nella migliore delle ipotesi, mancano le competenze in chi ricopre incarichi di responsabilità; poi a volte c’è malafede, e questo è davvero un mix micidiale per il nostro paese».

    A questo punto è evidente che, mentre il processo di governo del territorio si sta sviluppando sempre più ed è parte integrante delle attività proprie degli amministratori locali, tanto lavoro deve essere ancora svolto e tocca a tutti farne una parte. Deve sicuramente essere migliorata la comunicazione, sia affinché l’importanza di quanto realizzato possa essere trasmessa, sia per incoraggiare i cittadini a tenere un comportamento razionale rispetto alle situazioni critiche in cui potrebbero trovarsi. Comunicazione efficace, quindi, e comportamenti coerenti con quanto dichiarato; le conoscenze tecniche e culturali sembrano non mancare, la vera questione sta nell’incaricare le persone veramente competenti affinché possano occuparsi di affrontare e possibilmente risolvere questi problemi.

    Bruna Taravello

  • Trump, Genova e la campagna elettorale che (non) vorrei

    Trump, Genova e la campagna elettorale che (non) vorrei

    Panorama-città-D1Una delle cose peggiori che si sono lette dopo la vittoria di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca è il supposto problema che abbiamo scoperto minacciare la nostra democrazia: addirittura c’è chi ha parlato di 11 settembre democratico. Milioni di pixel sprecati, e rammarico per aver perso tempo a leggere baggianate. La democrazia è una scatola, e quindi sono i contenuti che vi riponiamo che determinano la qualità e la salute della gestione politica delle nostre comunità, grandi o piccole, potenti o discrete che siano. Non è certo questa la sede per approfondire certe questioni di scienza politica: lo spunto americano, però, ci lascia interessanti temi di riflessione sulla distanza tra apparato, media e persone. Tanto grande lo stupore del mondo alla vittoria del biondo miliardario, tanto evidente la scollatura tra le esigenze del popolo e le risposte fornite dalla politica, raccolte, filtrate, veicolate e supportate dai media mainstream. Per questo motivo, guardando le prossime elezioni amministrative che si svolgeranno a Genova, è necessario preoccuparsi della qualità e del livello dei contenuti della campagna elettorale che è alle porte.

    La nostra città, da anni, sta attraversando una lunga fase di trasformazione sociale, economica e culturale; con la crisi e le vacche magre, la figura del sindaco è ancora più importante: la scelta di dove e come allocare le poche risorse disponibili risulta fondamentale e fa la qualità e lo spessore politico del primo cittadino di turno. Per questo motivo, la speranza è che nei mesi che ci separano dalle urne possano entrare nel dibattito argomentazioni di qualità, trovando spazio tra populismi d’accatto, perbenismi pantofolai, promesse da bicchiere e supercazzole varie.

    Cambiamenti urbani e grandi opere

    Il mutamento da sempre è croce e delizia di Genova; troppo “nello stretto” per non auto-cannibalizzarsi e troppo affascinante per non piangerne. Oggi abbiamo cantieri ovunque, grandi e piccoli, belli e brutti, utili e disastrosi. Necessario sarà quindi riflettere sulle priorità vere di una città che cade a pezzi e sotto la continua minaccia del da-noi-generato, dissesto idrogeologico. Sul fare il Blueprint tutti sono d’accordo, ma è opportuno oggi avergli fatto fare il salto in classifica delle priorità non rimandabili della nostra città? In secondo luogo, il regalo di Renzo Piano, è veramente la soluzione migliore per una riqualificazione così ampia in quella parte così intima di Genova? Sarebbe da chiedersi onestamente quali siano le grandi opere necessarie: la crisi globale è un fatto, tangibile e reale “since-2008”, che sta rimodulando molti parametri economici: è veramente la mossa azzeccata investire montagne di soldi e sconvolgere interi territori per un’opera, come il Terzo Valico dei Giovi (che, da dopo l’inchiesta, si chiama Tunnel dei Giovi) profondamente legata a un’idea di sviluppo di decenni fa? Nel frattempo, i porti di Savona, La Spezia e Livorno sono cresciuti sia come infrastrutture, sia come volume di traffico, arrivando a creare una potenziale rete oltremodo sufficiente a gestire il traffico commerciale del nord tirreno; ha senso investire così tanto e in questo modo sul porto genovese, orgoglio a parte? Qualche idea migliore? Abbiamo visto che i dati di traffico sulle nostre autostrade sono costanti se non in diminuzione, ha senso investire nella Gronda di Ponente? Sono state pensate delle soluzioni meno impattanti e più chirurgiche che costruire nuove decine di chilometri tra viadotti e gallerie? Metti caso che il Tunnel dei Giovi venga completato, senza intoppi, allora il problema del traffico merci su gomma sarà risolto, vero? Allora, o una o l’altra, almeno. Il prossimo sindaco avrà il dovere di affrontare queste tematiche in maniera seria e onesta, utilizzando il proprio peso politico, dove non potrà arrivare con la competenza amministrativa, per ottenere lo sblocco delle Grandi Opere che veramente servono alla città, come, per esempio, la ristrutturazione delle centinaia di appartamenti di edilizia residenziale pubblica oggi in abbandono, giusto per fare un esempio immediato e che permette di affrontare un vero problema collettivo come l’emergenza abitativa.

    Degrado e movida

    Lo abbiamo visto in questi giorni: uno dei temi che sicuramente sarà centrale nella campagna elettorale che verrà, sarà la movida e il supposto “degrado” del centro storico. Una questione non semplice, che intreccia diverse esigenze, dal turismo al diritto alla salute degli abitanti, dal lavoro al semplice svago ricreativo della collettività. Quello che non serve, probabilmente, sono ordinanze dettate dall’onda emotiva di turno, ma un’idea su che tipo di città vogliamo essere, su che tipo di turismo vogliamo attrarre, su che tipo di destino pensare per il centro storico. Ma non solo. Ragionare sulla movida significa anche ragionare sulla qualità degli spazi della periferia e sulle alternative aggregative. La speranza è che il dibattito sul degrado non rimanga ai livelli stucchevoli e perbenisti a cui siamo abituati: il problema è l’urina sui muri o il fatto che non esistano bagni pubblici nei vicoli perché non ci sono i soldi per gestirli o perché abbasserebbero il valore di alcuni immobili? Il problema è l’immigrato che vive nei carruggi o chi gli affitta la casa in nero, assieme ad altri sette coinquilini? Poi, sarebbe opportuno riflettere su che tipo di centro storico vogliamo: il gioiello finto per i croceristi o il gioiello vero per i genovesi? Il sindaco può intervenire, guidando un dibattito e una serie di scelte che siano, oneste e per tutti, da chi cavalca il sistema economico, a chi ne è ai margini.

    Risorse, lavoro e qualità della vita

    Mancanza di risorse, dicevamo. La tendenza nel gestire la cosa pubblica è quella di demandare al privato o al volontariato la responsabilità della manutenzione di spazi e beni collettivi. Probabilmente nulla di più che un “tapullo” che ha la sola conseguenza di rimandare il problema a chi verrà dopo, depotenziando il lavoro salariato, fino a renderlo solo un peso di gestione economica da bilancio. Forse sarebbe il caso, invece, di investire nel lavoro, ideando e pensando soluzioni che sappiamo traghettare il difficile e inevitabile tramonto della società industriale (e degli industriali) per evitare crisi “alla Taranto” prima che siano irrisolvibili: non sarebbe accettabile portare a ridurre il dibattito sulla dicotomia “salute o lavoro”. Ci siamo quasi, se guardiamo alle molte, e solite, grandi attività industriali del nostro territorio oggi alla canna del gas. Il primo cittadino di Genova dovrà avere “le palle politiche” per pensare, progettare e condividere eventuali sacrifici, in un’ottica che sappia tutelare tutti, senza lasciare indietro nessuno.

    L’agenda del nuovo sindaco della Superba sarà oltre modo densa; la crisi genera mostri e intolleranze, di cui oggi abbiamo sintomi allarmanti, come il successo di populismi tendenti alla xenofobia e alla semplificazione di una realtà complessa. Bisognerà anche arginare recrudescenze nere, che in questo contesto trovano terreno fertile e sdoganamenti un tempo impensabili. La memoria deve essere lunga, come anche la prospettiva del futuribile, e bisognerà slegare le scelte strategiche dal ciclo elettorale, rendendole inclusive, collettive e oneste. Sarà un lavoro complicato, senza dubbio. Sono secoli che Dio benedice l’America e i risultati sono sotto gli occhi di tutti; a Genova ci accontenteremmo di molto meno; basterebbe un sindaco che fosse “politico”, di tutti e con gli attributi giusti al momento giusto.

    Nicola Giordanella

  • Cornigliano e la lunga strada della riqualificazione. I sogni si scontrano con la realtà

    Cornigliano e la lunga strada della riqualificazione. I sogni si scontrano con la realtà

    Ilva CorniglianoSono 65 milioni di euro i fondi rimasti nelle casse di Società per Cornigliano destinati alla riqualificazione dell’omonimo quartiere. Dopo oltre dieci anni dall’Accordo di Programma, firmato nel 2005, si torna a parlare del progetto per riqualificare Cornigliano. «Molti interventi, negli anni, sono già stati fatti – dice il vicesindaco, nonché vicepresidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini – e il Miglioramento della qualità della vita dei cittadini del quartiere sta progressivamente avanzando».

    Alcuni interventi, però, non bastano per far rifiorire Cornigliano. Dopo il restauro di Villa Bombrini e di Villa Serra e il rifacimento delle facciate dei palazzi di via Cornigliano, realizzato anche grazie alle tasche dei cittadini, sono da risolvere problemi che si trascinano da tempo. All’appello per portare a termine il progetto manca ancora la risistemazione di via Cornigliano, che secondo il programma dovrebbe diventare una strada pedonale in stile rambla, il raccordo tra la nuova strada a mare e dell’uscita della A10 Genova aeroporto, il ripristino dell’area ex gasometri intorno a Villa Bombrini, il completamento delle due sponde del Polcevera e la riqualificazione dell’ex mercato comunale, ad oggi ferma. Da risolvere anche la questione delle rimessa Amt di via San Giovanni D’Acri che, secondo i primi accordi avrebbe dovuto trasferirsi a Campi, in un’aerea che però di recente è stata venduta.

    Secondo il Direttore di Società per Cornigliano, Enrico Dal Molo i fondi in cassa sono già stati suddivisi e destinati a ogni voce rimasta in sospeso: «Venti milioni vanno per il raccordo tra strada mare e l’autostrada A10, altri venti per la bonifica dell’ex area sottoprodotti, dieci per riqualificare l’area ex gasometri, circa cinque per la messa a nuovo di Via Cornigliano e cinque rimangono in cassa, destinati ai lavori di pubblica utilità». Si spera che a questa somma il governo restituisca, come promesso, cinque degli undici milioni investiti tra il 2014 e il 2016, per mantenere attiva la cassa integrazione degli operai dell’Ilva. Nonostante una serie d’intoppi il progetto dovrebbe essere approvato entro la fine dell’anno, che secondo la Società per Cornigliano dovrebbe poi essere messo bando per il completamento dei lavori. Ma i problemi per il quartiere non finiscono qui, «Benissimo il progetto di riqualificazione strutturale del quartiere, ma cosa ci si mette dentro? – dice Paolo Collu, del Gruppo lavoro per Cornigliano – Oggi via Cornigliano e il resto del quartiere è quasi morto dal punto di vista di esercizi commerciali, questo è un aspetto importante da non sottovalutare».

    Mercato Comunale CorniglianoRimessa Amt Cornigliano e l’ex mercato comunale 

    Il progetto approvato dal consiglio Comunale nel 2008 prevedeva lo spostamento della rimessa San Giovanni d’Acri di Cornigliano in un’area in zona Campi. Eppure i primi di agosto la stessa area di Campi che era destinata a diventare la nuova rimessa Amt è stata venduta dal Comune a Spinelli. Un’informazione che non era arrivata al municipio «In attesa che venisse smantellata la rimessa Amt San Giovanni d’Acri – dice il presidente del municipio Medio Ponenete, Giuseppe Spatola – scopriamo che quell’area nella quale doveva essere spostata la struttura era già stata venduta a privati; non siamo nemmeno stati informati direttamente, ma lo abbiamo scoperto».

    Un’altra patata bollente passata nelle mani del municipio nell’estate del 2015 è stata la questione dell’ex mercato comunale di Cornigliano, ormai, da anni, in completo disuso: «Se non ci sono certezze sulla riqualificazione, non sappiamo cosa farcene dell’ex mercato comunale, potremmo assegnarlo con il prossimo bando, ma solo se siamo certi che arrivino i finanziamenti», conclude Spatola.

    Area ex gasometri

    L’area adiacente a Villa Bombrini, rimane uno dei punti dolenti nel progetto di riqualificazione del quartiere di Cornigliano. Una location definita “papabile” per la realizzazione dell’ospedale di ponente, ma rimasta inattiva e in disuso vista l’impossibilità tecnica di portare a compimento tale progetto. Dopo lunghe attese, il destino del nuovo ospedale di ponente ha cambiato “direzione” e la speranza degli abitanti del quartiere di avere un nuovo ospedale vicino a Villa Bombrini è venuta meno: sul piatto, infatti, è stata messa l’opzione Erzelli, anche se, come è noto, tutta l’operazione legata a quella zona della città è contrassegnata da numerose incognite e inconcludenze. Una decisione presa dopo che l’Enav, società nazionale per l’assistenza la volo, ha definito l’area ex gasometri non adatta dal punto di vista della sicurezza per costruire un ospedale, vista la vicinanza con la pista di atterraggio dell’Aeroporto Cristoforo Colombo.

    Cornigliano, in un tempo neanche troppo lontano, era una nota località balneare, capace di attirare migliaia di turisti. Oggi il quartiere è alle prese con un lungo tentativo di riqualificazione dopo gli anni delle industrie e del lavoro: qualcosa si sta muovendo, ma l’identità di questa parte della città è ancora lontana dall’essere ritrovata.

    Elisabetta Cantalini

  • Torre Piloti, Comune di Genova e Autorità Portuale ritrovano l’intesa ma Piano Regolatore del porto resta in alto mare

    Torre Piloti, Comune di Genova e Autorità Portuale ritrovano l’intesa ma Piano Regolatore del porto resta in alto mare

    torre-piloti-renderingI lavori per la nuova Torre Piloti del porto di Genova potrebbe sbloccarsi a breve: pochi ancora i passaggi necessari per rendere esecutivo il disegno “donato” alla città dall’architetto Renzo Piano, inserito nel più grande progetto del Blueprint. In Consiglio comunale, infatti, è arrivata la delibera che sblocca la modifica ad hoc del Piano Urbanistico Comunale, già recepito nel progetto unitario della Darsena Nautica approvato dalla Autorità Portuale di Genova nei mesi scorsi. Dopo questo passaggio, mancherà soltanto l’accordo Stato-Regione che decreti la “pubblica utilità” dell’opera per far “andare in porto”, è il caso di dirlo, la costruzione della nuova torre.

    Il progetto di Renzo Piano

    Stando al progetto, il complesso dedicato al piloti del Porto di Genova sarà ubicato nel gomito della diga frangi flutti che oggi delimita la nuova darsena proprio di fronte alla foce del Bisagno: un edificio di due piani, con uffici, stanze, archivio e parcheggi pertinenziali, sormontato dalla torre, alta 66 metri, con una ampia sala di controllo posizionata in modo tale da controllare a vista il bacino vecchio del porto e tutto il canale portuale fino alle banchine di Sampierdarena. All’interno della banchina della Nuova Darsena, saranno predisposti dei pontili galleggianti per assicurare l’attracco di cinque pilotine. L’operatività dei piloti deve essere garantita sempre: per questo motivo lo spazio dedicato anche al passaggio in sicurezza e rapidità sarà mantenuto anche durante gli eventi fieristici come il Salone Nautico. Questa ubicazione ha modificato il tracciato pedonale e pubblico previsto per questo settore della darsena, che comunque sarà mantenuto. Questo progetto è stato inserito all’interno del disegno del Blueprint di Renzo Piano, la cui “donazione” è stata accettata dal Comune di Genova il 30 luglio del 2015: nei fatti, quindi, non è stato preso in considerazione nessun altro progetto specifico per la torre piloti; un particolare non di poco conto visto l’importanza dell’investimento. Il dubbio che si sarebbe potuto pensare qualcosa di meglio, quindi, non troverà risposta.

    torre-piloti-progetto-01Separati in casa

    Dopo mesi di sordità reciproche, quindi, Comune di Genova e Autorità Portuale tornano a collaborare nel concreto. Sono mesi, infatti, che l’amministrazione genovese, soprattutto attraverso il Consiglio comunale, chiede a gran voce la definizione certa del nuovo Piano Regolatore Portuale, visto che quello vigente risale al 2001. Una serie di lentezze, infatti, ne hanno rallentato l’iter: incertezze interne prima, cambiamenti di obiettivi in corso d’opera poi, il cambio del presidente, il commissariamento, e, in ultimo, le previsione della riforma in materia voluta dal governo. Il Blueprint, però, sembra mettere tutti d’accordo, e la costruzione della nuova infrastruttura dedicata al Corpo Piloti del Porto di Genova sarà, forse, il primo passo a concretizzarsi. Per le altre risposte richieste dalla città, come gli adeguamenti delle banchine per ridurre l’inquinamento, invece c’è tempo.

    La burocrazia ha i suoi tempi: al passaggio in Sala Rossa, di cui l’esito sembra scontato, viste le intese in sede di commissione, dovrà seguire la dichiarazione di “pubblica utilità” da parte di Stato e Regione Liguria, requisito fondamentale per sbloccare i fondi necessari per la costruzione e velocizzare le pratiche di passaggio di destinazione d’uso dell’area interessata. Seguiranno gli appalti e i cantieri: difficile prevedere una tempistica certa, è probabile che passeranno ancora diversi mesi; sicuramente si scavallerà il ciclo amministrativo in corso.

    Da più di tre anni il Corpo Piloti del Porto di Genova sta aspettando una nuova sede che ne garantisca il lavoro, ma non solo: con il tragico incidente del maggio 2013, in cui persero la vita 9 piloti, furono distrutti archivi, ricordi e spazi simbolici. Oggi gli enti pubblici provano ad accelerare, trovando nell’importanza operativa e simbolica della Torre Piloti il terreno d’intesa: un progetto parte di un disegno più grande, forse troppo calato dall’alto. Fatta salva la Torre Piloti, le priorità per Genova sarebbero altre, e le conosciamo tutti: ma per le emergenze, si sa, c’è sempre tempo.

    Nicola Giordanella

    foto: www.porto.genova.it

  • Sindaco della Notte, la proposta di Regazzoni per salvare movida e centro storico

    Sindaco della Notte, la proposta di Regazzoni per salvare movida e centro storico

    ConcertoIl dibattito sulla movida genovese in questi giorni è più intenso che mai: ordinanze, ricorsi al tar, disaccordi in giunta, manifestazioni e smentite stanno creando un mostro “politico” che rischia di diventare un tavolo incredibilmente importante per la corsa a palazzo Tursi. Nel mucchio, prova a sparigliare anche il filosofo Simone Regazzoni, ex portavoce di Raffaella Paita, autoproclamatosi candidato a Sindaco per il Partito Democratico, con una proposta sicuramente fuori dagli schemi: istituire un assessorato ad hoc, per trovare la giusta misura dell’intervento pubblico per regolare ma anche garantire la vita notturna di una città come Genova, sempre più città di turismo e cultura. Un sindaco della notte, appunto.

    Il sindaco della notte

    Un progetto nato ad Amsterdam, ripreso a Berlino, a Londra per governare la scena musicale e citato anche da Francesca Balzani nella campagna elettorale per Milano, nonché da alcuni esponenti politici di Torino, Bologna e Jesolo. «Ci vuole un assessorato in più – spiega Regazzoni alla agenzia Dire – non una delega, altrimenti diventa fuffa. Un assessore dedicato serve per dare l’idea che tu governi davvero il sistema. E se un assessore costa tra i 75.000 e 100.000 euro ogni anno, è giusto che faccia un lavoro complesso, non da ufficio ché un mestiere che non va bene. Dobbiamo dare deIle direttive e se qualcuno della macchina comunale resiste, si deve adeguare: non ascolto i “non si può” dalla macchina comunale».

    Il sindaco della notte pensato da Regazzoni è un giovane della società civile, che conosce i locali, la musica, «che vive la notte perché non lo voglio chiuso in ufficio di giorno». Tanti i temi che si troverebbe ad affrontare, a partire dalla sicurezza. «Servono politiche più restrittive – taglia corto il filosofo – i minimarket sono benzinai d’alcol, quando sgarrano vanno chiusi. Dobbiamo impedire la somministrazione di alcol sotto un certo prezzo, perché è devastante: serve una politica nazionale in questo senso che attui intendimenti europei». Sui trasporti, le idee sono chiare: «Dovrò coinvolgere i tassisti, proponendogli di fare servizio pubblico, ad esempio con tariffe calmierate per giovani donne che escono la sera e devono tornare a casa. Non si stratta di lobbying ma di dialogo. Quando uno viene la sera in centro deve avere parcheggi non a pagamento adeguati o servizio pubblico».

    Espandere la Cultura

    Non troppo nascosta anche l’esigenza di una sorta di riorganizzazione dell’offerta culturale genovese «troppo concentrata sul target e sul modello di Palazzo Ducale, che è una risorsa assoluta, ma fuori rischia di esserci il deserto. Non siamo Londra, ma la vita notturna non è solo divertimento ma è anche cultura. C’è un panorama musicale che deve essere valorizzato». Certo, ma come? «Ad esempio con incentivi ai locali per l’insonorizzazione», aggiunge Regazzoni. Incentivi che tradotto vuol dire soldi pubblici che ad oggi Comune di Genova non sembra poter tirar fuori: «E’ evidente che si debbano tenere i conti in ordine – prova a spiegare il filosofo in un intervista rilasciata alla agenzia Dire – ma se questo diventa il fine e non il mezzo, come è stato per la giunta Doria, perdi di vista la visione politica. Se investi soldi, avrai un ritorno perché la vita notturna è fondamentale per l’economia di una città».

    «Il centro storico – conclude – non può essere vissuto solo come coacervo di problemi a spot: la sicurezza, il decoro, i commercianti perché diventa tutto a somma zero. Il sindaco notturno serve a una gestione di sistema e di visione». Le dinamiche notturne per Regazzoni non riguardano solo il centro storico perché: «sono ad alto tasso di variabilità, non esiste la dicotomia periferie-centro storico. Io sono per incentivare la vita notturna anche nelle periferie».

    La domanda, ovviamente, sorge spontanea: nel concreto come affronterebbe il problema movida? «Se diventassi sindaco non è che il giorno dopo abolirei l’ordinanza – risponde – ma metterei insieme residenti e commercianti, affrontando il problema con entrambe le parti, che hanno tanti punti in comune a cui l’ordinanza non ha dato risposte». Esattamente dove eravamo rimasti.

  • Ordinanza anti movida, la marcia degli esercenti sotto Tursi trova una “apertura” del sindaco

    Ordinanza anti movida, la marcia degli esercenti sotto Tursi trova una “apertura” del sindaco

    dscn5135Sono scesi in piazza sotto i colori di Confesercenti e Ascom i titolari e i dipendenti dei locali del centro storico di Genova con l’obiettivo di chiedere al sindaco Marco Doria la revisione dell’ordinanza anti movida. «Abbiamo raccolto più di 4500 firme contro l’ordinanza e le consegneremo al sindaco, perché la questione va ridiscussa e rivista», racconta Marina Protto, una delle promotrici della manifestazione .

    «Quest’ordinanza ha portato tanto nocumento al tessuto economico del centro storico e ai giovani genovesi – sottolinea Alessandro Cavo, presidente FEPAG (Federazione Esercizi Pubblici Associati Genova) – perché si sono colpiti tutti gli esercizi del centro storico, tra cui sicuramente quelli che lavorano male e in maniera irregolare, ma soprattutto quelli che hanno investito e che portano luce e presidio in questo città. Noi chiediamo al sindaco di rivedere l’ordinanza e di collaborare con noi per trasformare la movida in un movimento controllato non caciarone e nel quale chi lavora bene e secondo le regole non venga penalizzato».

    La “marcia” su Tursi

    La manifestazione, nata sulla raccolta firme “Nessuno spenga la vita in centro storico”, chiede al sindaco Marco Doria di rivedere l’orario di chiusura imposto ai locali, nonché una maggiore presenza di forze dell’ordine nelle zone d’ombra. L’ordinanza, che prevede la chiusura dei locali all’una di notte dalla domenica al lunedì, e alle 2 di venerdì, sabato e prefestivi, secondo i promotori della manifestazione, Fepag-Ascom e Fiepet-Confesercenti, Arci e #Orabasta, oltre a danneggiare gli esercenti, sta spegnendo l’aggregazione sociale nel centro storico. Secondo le associazioni di categoria, i locali del centro storico a causa di questa normativa hanno perso dal 15 al 20% del guadagno. Per diversi esercenti intercettati durante la manifestazione, le perdite arrivano anche al 30-40%, soprattutto per i locali notturni. «Spesso ci troviamo a dover mandare via la gente o a non farla entrare – racconta il titolare del “Little Italy” di Canneto il Lungo – siamo un locale che ha sempre lavorato nella seconda parte della serata e questa ordinanza ci sta togliendo clienti e lavoro, siamo stati già multati per avere abbassato le serrande alle 2.10, ci stanno toccando il lavoro e questo non va bene, la legge va cambiata».

    All’interno di una crisi economica che non sembra avere fine e in una città dove il mondo del lavoro è in agonia e prossimo alla morte, l’ordinanza anti-movida, fortemente sostenuta dal primo cittadino, sta minando, e non poco, anche la qualità e la quantità di lavoro dei dipendenti dei locali della città vecchia. «Le entrate sono calate parecchio – ci racconta un ragazzo che lavora in un noto locale di piazza delle Erbe – di conseguenza a noi dipendenti sono state tagliate le ore ed alcuni sono stati anche lasciati a casa, per non parlare delle forti difficoltà che stanno affrontando i locali che lavorano in seconda serata, che stanno pensando di chiudere i battenti o di cedere la gestione».

    L’apertura del sindaco Marco Doria

    Dopo il corteo, che ha portato la manifestazione fin sotto il municipio, l’incontro dei rappresentanti con il sindaco. Un incontro durato più di un’ora che qualcosa forse ha smosso: «Se da altri cittadini ho registrato valutazioni positive sull’ordinanza, soprattutto sulla questione minibar, da parte dei comitati abbiamo ricevuto critiche pesanti sugli orari stabiliti dall’ordinanza», ha sottolineato il primo cittadino a margine dell’incontro, senza però dimenticare di rimarcare che «quando è stata negata la sospensiva da parte del Tar, la motivazione del giudice è stata che con questo provvedimento si è agito cercando un equo contemperamento degli interessi in conflitto sulla movida». Le richieste degli esercenti però sono chiare e dirette: «L’ordinanza non è di per sé perfetta e immodificabile – ha risposto il sindaco – c’è spazio per un lavoro di miglioramento, l’amministrazione non è sorda». Una prima apertura potrebbe arrivare proprio sugli orari, diversificando quelli di apertura e quelli di somministrazione delle bevande alcoliche. L’amministrazione ha confermato la visione di un centro storico abitabile e “lavorabile”, ma che garantisca anche una fruibilità al turista «che la domenica pomeriggio alle 16.30 trova molte, troppe saracinesche chiuse», ha concluso Doria. Sulla questione presidi notturni della forze dell’ordine, il sindaco ha confermato che il tavolo di lavoro con la Prefettura è aperto.
    L’ordinanza, ad oggi, mette in pericolo il lavoro non solo di chi gestisce un locale, ma anche di chi ci lavora come dipendente. La giunta prova a fare un passo indietro, cercando di salvare capra e cavoli: il tempo però scorre e le previsioni stanno diventando realtà.

    Andrea Carozzi
    Nicola Giordanella

  • Gioco d’azzardo e ludopatia, “offensiva” del Comune di Genova contro Stato e Regione Liguria

    Gioco d’azzardo e ludopatia, “offensiva” del Comune di Genova contro Stato e Regione Liguria

    new_slot_doubleTutti contro il gioco d’azzardo. Il Consiglio comunale del Comune di Genova ha votato all’unanimità un ordine del giorno che impegna Sindaco e giunta a trovare nuove soluzioni per arginare un fenomeno, come quello della ludopatia, che, nonostante i regolamenti già vigenti, si sta allargando in maniera sempre più preoccupante. Il dispositivo è stato deciso e redatto in conferenza capigruppo, e presentato “fuori sacco”, cioè in aggiunta a quanto programmato per la seduta.

    Ludopatia: è allarme sociale

    Secondo gli ultimi dati raccolti dal ministero e riportati oggi in aula, l’Italia rappresenta il 15% del mercato europeo del gioco d’azzardo, e, a fronte dell’uno per cento della popolazione di tutta la terra, rappresenta il 4,4% del mercato mondiale. Cifre da copogiro che danno l’idea del fenomeno: nel nostro paese, nel 2015 esiste ed è attiva una slot machine ogni 150 abitanti, e la spesa media annuale per ogni italiano è di 1000 euro. Il risultato è che si calcola che i cittadini affetti da ludopatia siano circa un milione. I numeri, purtroppo, sono in aumento.

    Da questi dati le esigenze di continuare la lotta al gioco d’azzardo: il Comune di Genova è stato tra i primi a cercare di arginare il fenomeno, votando un regolamento molto stringente per evitare l’allargarsi del fenomeno. Nel 2013 le slot machine in città erano 5400: nel 2017 scadranno la concessioni, e con la nuova legislazione comunale sarà molto più difficile aprire nuovi locali dedicati all’azzardo. Quanto fatto però non basta: il gioco spesso naviga on line, e la sua fruibilità si è allargata in maniera quasi incontrollabile per gli enti locali. Da qui l’esigenza di una nuova normativa centrale, che ponga dei paletti veri e che sappia arginare un fenomeno che potrebbe “costare” molto in termini di assistenza e cura. Lo Stato, però, in questo vive un evidente conflitto di interessi: il mercato frutta circa 84 miliardi di euro l’anno, che in periodo di crisi sono una risorsa non da poco. Una risorsa, però, macchiata di sangue: sempre più frequenti, infatti, sono i tragici episodi di cronaca nera, le cui cause scatenanti sono la disperazione e la solitudine legata alla dipendenza dal gioco d’azzardo e tutto i disastri che provoca.

    Il Consiglio comunale sulle barricate

    La richiesta, quindi, del Consiglio comunale è quella di fare pressione come Comune a Stato e Regione Liguria per trovare nuove soluzioni per arginare questo fenomeno, cercando di limitarne il mercato. Nel mirino anche il cosiddetto “ticket redemption”, il sistema pensato per aggirare le norme a tutela dei minori che non prevede il pagamento della vincita in denaro ma con biglietti che permettono di riscuotere in seguito i premi in palio. Un meccanismo che comunque “premia” la sorte, muovendo gli stessi “ingranaggi” che portano alla dipendenza classica, e che quindi, secondo gli esperti, rappresentano il portone di ingresso per la ludopatia del futuro. Su questa specifica materia, la legge regionale 30 del 2 maggio 2012 da facoltà al Sindaco di intervenire direttamente: l’ordine del giorno votato in Sala Rossa, quindi, coinvolge direttamente la giunta, che prossimamente dovrà misurarsi, nuovamente, con questa materia.

    La ludopatia è una delle dipendenze maggiormente in ascesa, e visto il continuo disinvestimento nelle politiche sociali di prevenzione e i ripetuti tagli ai relativi reparti del sistema sanitario da parte di stato e regioni, ogni ritardo o tentennamento potrebbe essere tragico: in gioco c’è la salute e la sopravvivenza dignitosa di milioni di persone che sono coinvolte direttamente o indirettamente con questa piaga sociale. Far finta di nulla sarebbe la mossa più sbagliata.

    Nicola Giordanella

     

  • Mimo Spyro, incontro con l’artista greco dei vicoli. «Non annoiarsi è molto prezioso»

    Mimo Spyro, incontro con l’artista greco dei vicoli. «Non annoiarsi è molto prezioso»

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    © Ciro Mennella

    Non annoiarsi è una cosa molto preziosa. Spyros Patros, mimo, performer e attore teatrale, fotografa con questa bella espressione l’opzione per l’incerto, piuttosto che per il certo, e la ricerca di un percorso di vita vicino alle proprie inclinazioni che abbiamo incontrato in molte delle storie dei “nuovi genovesi”. Arrivato in Italia nel 2013 spinto dall’amore e dal desiderio di mettere alla prova il proprio talento in un altro paese, Spyros ha lasciato un lavoro “sicuro” e ben retribuito per perfezionare in Italia un percorso artistico iniziato in Grecia con la fotografia e le prime performances. A Genova si è fatto conoscere come artista di strada con il suo personaggio di “Mimo Spyro”.

    Il mimo è una forma d’arte che ha origine proprio nell’antica Grecia, con la pantomima, breve rappresentazione comica o di eventi e caratteri della vita quotidiana. Il concetto contemporaneo di mimo è nato in Francia agli inizi del XX secolo. Indica una rappresentazione che fa del tutto a meno della comunicazione verbale per “parlare” e trasmettere concetti, sentimenti, emozioni solo attraverso i gesti e la mimica facciale. Il termine mimo indica sia la forma di spettacolo che l’attore che imita con espressioni del viso e movimenti persone, animali o situazioni. Oggi in Italia il mimo è molto praticato dagli artisti di strada. Simile, ma non identica, è la performance, legata alla tradizione dei tableaux vivants, delle “statue viventi” diffuse in molte città italiane, che compiono solo minimi movimenti degli occhi e del capo.

    L’interesse per tutte le forme di arte pubblica è negli ultimi anni in netta crescita anche in Italia. Grazie alle arti performative on the road di giocolieri, mimi, clown, statue viventi e musicisti di strada, a forme di street art quali il writing, la pittura murale, lo yarn bombing, alle mostre realizzate con installazioni in luogo pubblico, la creatività artistica sempre più spesso esce dai luoghi tradizionali per interagire con l’estetica e il tessuto sociale delle città.

    Due regioni, il Piemonte e la Puglia, hanno emanato negli anni scorsi leggi regionali per promuovere il libero esercizio delle arti sul loro territorio da parte degli artisti di strada o buskers. Molti comuni, fra cui anche Genova, hanno emanato regolamenti che riconoscono il valore culturale del loro lavoro. E’attiva una federazione nazionale degli artisti di strada, la Fnas, e c’è un ricco cartellone di Festival dedicati ai buskers in giro per l’Italia. Nella storia di Spyros, l’esperienza delle performance pubbliche di Mimo Spyro si è intrecciata con la pratica di altre forme d’arte come il teatro di prosa e la fotografia. L’approccio del mimo non è stato per lui solo una tecnica artistica, ma anche un mezzo per entrare in comunicazione profonda con le altre persone e la città.

    mimo-spyro-02Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Italia sono arrivato quasi 4 anni fa, nel marzo del 2013. In quel periodo abitavo a Rodi e lavoravo come cameriere, responsabile di sala. Il lavoro era sicuro e anche ben pagato, ma artisticamente mi sentivo un po’ costretto. A Genova sono capitato per amore, avevo già visitato la città alcune volte e incontrato una donna genovese. La città è simile a Rodi per il grande centro mediovale e il mare e l’ho sentita subito vicina al mio concetto di casa. Era un periodo in cui mi sentivo pieno di sentimenti e di emozioni, avevo un piccolo budget e nulla da perdere. Pensavo di fare un piccolo viaggio in Europa, ma mi sono detto: invece che respirare solo per un po’ un’aria diversa, perché non provarci? Anche senza sapere l’italiano. L’amore non è andato cosi’ bene, ma artisticamente mi sono lanciato moltissimo».

    Quali sono state le tue esperienze artistiche prima di arrivare a Genova?
    «Il mio percorso artistico è iniziato a 15 anni con la fotografia a livello amatoriale, in Grecia. A 18 anni mi sono trasferito in Germania per studiare biotecnologie. Non era il mio mondo, era una voglia non proprio mia, un’influenza della mia famiglia. Ma mi ha aperto gli occhi. In Germania ho riconsiderato la fotografia: la figura dell’artista è molto considerata e lo studio è difficile e serio. Tornato in Grecia per il servizio militare, ho lavorato presso un falegname per mettere da parte il necessario per dedicarmi allo studio della fotografia a Salonicco. Una città che mi manca, dove c’è una grande energia, ci dovrò tornare! Mi è stata offerta la possibilità di esporre in un Festival delle Arti. Avevo molte bellissime idee, ma pochi soldi per la stampa delle immagini e ho deciso di proporre una videoinstallazione con la proiezione delle fotografie. La mostra è andata molto bene e quando mi hanno di nuovo invitato, sempre molte idee e zero soldi, ho deciso di usare il mio corpo, mi sono avvicinato alla performance.
    La fotografia è stata un cerchio che si è chiuso e che mi ha portato verso la performance e il personaggio del mimo, Mimo Spyro. Nella performance, quando usi il tuo corpo, entra tutto quello che senti, tutto quello che sei, tutto quello che hai fatto: i sentimenti, le emozioni, la danza, lo sport».

    La tua esperienza artistica in Italia è quindi legata in primo luogo alle performance on the road di Mimo Spyro?
    «Sì, alcuni mesi dopo mi sono trovato in Italia, senza parlare l’italiano e il mimo mi ha aiutato. Mi sono lanciato in strada per comunicare con la gente. È’ stata un’esperienza meravigliosa nonostante la chiusura che spesso si percepisce a Genova. Io a livello emotivo mi ero già aperto, quando ho visto che la gente faceva fatica a interagire ho cambiato alcune cose del personaggio e del vestito. Per due anni sono stato con Mimo Spyro davanti a Palazzo Tursi, la gente iniziava a riconoscere il posto e il personaggio e ha iniziato a cambiare atteggiamento.
    Un incontro importante per il mimo è stato quello con Enrico Vezzelli, che lavora come social clown negli ospedali per la fondazione Theodora Onlus, con i ragazzini malati, anche in situazioni molto toste. Ho frequentato i suoi corsi, il clown riesce a fare comicità con le emozioni, come il mimo. È stato un matrimonio meraviglioso, il mio Mimo Spyro è diventato anche un po’ clown».

    In Italia negli ultimi anni sono nati molti Festival dedicati agli artisti di strada. Hai mai provato a partecipare e a portare il tuo Mimo Spyro in altre città italiane ed europee?
    «Ai Festival delle arti di strada per ora non ho mai provato ad andare, sono stato di recente alla Notte Bianca dei Bambini, alla Maddalena. Il mimo l’ho portato in diversi posti, viaggiare col mimo è sempre interessante, perché vedi come reagisce la gente, la diversità…percepisci che stai viaggiando. Sono stato a Torino, Marsiglia, Milano, Parma, Atene e a Napoli dove molti sembravano attori nati e anche le persone di settanta/ottanta anni volevano giocare».

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    © Ciro Mennella

    A Genova hai avuto altre esperienze di lavoro?
    «Posso dire di essere stato fortunato. Io sono sempre stato aperto, con la voglia di parlare e conoscere gente, e questo mi ha aiutato ad avvicinare persone simili. Ero arrivato da poco quando ho conosciuto i gestori dell’Ostello Manena, un ostello della gioventù appena aperto. Erano compagni di scuola della mia coinquilina e cercavano chi si occupasse dei walking tour, giri guidati della città a offerta libera. Un concetto che prima a Genova non esisteva e che ci ha aiutato ad avvicinare un pubblico che mai si sarebbe accostato a un tour tradizionale. Parto di lì, dal loro ostello, racconto la storia di Genova, la storia d’Italia dal mio punto di vista.
    Questa città è identificata anche per ragioni storiche con il mugugno, l’avarizia e la chiusura, ha un’età media molto alta, ma forse anche per questo è un luogo dove non è difficile trovare gente attiva e creativa, dove se c’è qualcuno che fa qualcosa di nuovo, di diverso lo riesci a trovare. Questa per me è la sua bellezza. Io sono riuscito a trovare le persone giuste sia a livello artistico che lavorativo. Certo qua ci vuole tempo, ma non è detto che sia una cosa negativa. A Genova col tempo sono riuscito a fare amicizie profondissime. Ci potrà volere molto, ma se qualcuno ti fa entrare in casa, è come se fosse casa tua. Ho avuto anche alcune esperienze di insegnante di inglese, come volontario nei corsi di lingue straniere dell’Associazione Pas à Pas e per una cooperativa dove ho insegnato inglese a ragazzi dai 15 ai 18 anni, molti di loro avevano abbandonato la scuola o erano stati bocciati. Anche questa esperienza, un progetto di tre mesi, è andata molto bene, i ragazzi volevano continuare».

    Puoi raccontarci il tuo percorso dalla performance pubblica di Mimo Spyro al teatro?
    «In Grecia, a Rodi, avevo fatto un corso di teatro. E nel teatro sono ritornato attraverso il corpo. La mia prima esperienza è stata una rappresentazione di teatro molto “leggero” legata a una raccolta fondi di beneficenza dell’associazione Mani Tese. Sono stato chiamato grazie al mimo, c’erano degli sketch in cui dovevo interpretare dei vestiti. Siamo stati anche al Teatro Carignano e al Teatro dell’Archivolto. Ho recitato in un monologo scritto da Antonio Sgorbissa, dovevo interpretare uno dei personaggi che stavano dietro all’interprete principale, eravamo in quattro. Siamo stati a Palazzo Ducale e in replica ai Giardini Luzzati.
    Vestiti e maquillage erano a cura di Margherita Marchese, che poi mi ha chiamato in altre occasioni per recitare dei personaggi che potevano “interpretare” i vestiti. Alcune volte, sempre grazie al mimo e soprattutto nel periodo estivo, ho lavorato con il Teatro Scalzo. In Primavera siamo in cartellone al Teatro dell’Ortica con “ Ududu-Za-Thora”, uno spettacolo scritto e diretto da Antonio Sgorbissa».

    Attualmente stai continuando a portare in giro il tuo personaggio del mimo?
    «In questo momento il mimo l’ho lasciato un po’ da parte, mi sto concentrando di più sul mondo dell’attore e del teatro. Voglio ritrovare un altro approccio, mi serve cambiare, se no mi annoio. Mi fa piacere non annoiarmi: non annoiarsi è una cosa molto preziosa. Il mimo cambierà un po’, ma tornerà in strada, scendere in strada mi dà sempre una bella energia. Ora sto avvicinandomi sempre di più al mondo della recitazione. Per lavorare come attore è molto importante anche parlare bene la lingua italiana, contano anche gli accenti. Non è un percorso ancora concluso, ma si va, vedo che si va».

    Andrea Macciò

  • Droghe leggere e pesanti: quando la Cannabis non è reato

    Droghe leggere e pesanti: quando la Cannabis non è reato

    marijuana-dorghe-leggereLa materia delle sostanze stupefacenti è sempre stata oggetto di forte interesse da parte dell’opinione pubblica e materia di dibattito della politica: è di pochi giorni fa la notizia che il disegno di legge n. 3235, proposto da Roberto Giacchetti, PD, “Disposizioni in materia di legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis e dei suoi derivati”, sia stato “rispedito” al mittente. L’iniziativa parlamentare era stata presentata il 16 luglio 2016, poi passata all’esame dell’assemblea della Camera e infine in data 6 ottobre u.s. è stata rinviata dall’assemblea in Commissione  riunite II Giustizia e XII Affari Sociali, essendo stati presentati addirittura 1555 emendamenti. Questa tematica d’altronde è sempre stata oggetto di scontri parlamentari; sono infatti vivi nella mente di ognuno di noi le posizioni del partito radicale sulla liberalizzazione delle cd. droghe leggere che hanno poi portato nella primavera del 1993 gli elettori italiani a pronunciarsi sul referendum abrogativo proposto dal questo partito. Fallito questo tentativo – non era stato raggiunto il quorum – il legislatore è intervenuto sulla materia, introducendo numerose modifiche della disciplina regolatrice. Un importante cambiamento normativo è avvenuto nel 2006 con la legge Fini-Giovanardi – che ha modificato la legge precedente – cd. Iervolino-Vassalli, facendo venir meno, sotto il profilo sanzionatorio, la differenza tra droghe leggere e pesanti.

    Nello specifico, per tutte le condotte descritte dall’art. 73 Testo unico stupefacenti (T.U. 309/90), ad esempio la vendita, la cessione, la distribuzione, la detenzione di sostanza stupefacente, la norma prevedeva una pena della reclusione tra un minimo di 6 anni ad un massimo di 20 anni, oltre un’ingente pena pecuniaria, sia che si trattasse di cannabis o cocaina. Le piazze si sono riempite, i partiti schierati, e i giornali hanno riportato per mesi la notizia Il lungo dibattito sociologico e politico ha portato ad un secondo e rivoluzionario, cambiamento della materia, questa volta ad opera del massimo Giudice, la Corte Costituzionale che, con una storica sentenza, ha fatto rivivere la disciplina precedente al 2006, con la differenziazione tra droghe leggere e pesanti. Pertanto, chi frequenta le aule di giustizia si è trovato improvvisamente, con buona pace degli imputati, a difendere i propri clienti (a titolo esemplificativo per la detenzione di sostanza stupefacente di tipo cannabis), non più da una pena tra i 6 anni e i 20 anni, ma una pena ben più mite, compresa tra i 2 e i 6 anni. Una precisazione è d’obbligo. Nelle ipotesi in cui la qualità (da riferirsi al principio attivo della sostanza drogante) o la quantità di sostanza stupefacente sia di lieve quantità, la pena della reclusione è ricompresa tra i 6 mesi e i 4 anni.

    Senza entrare nel tecnicismo della materia, è chiaro che questo cambiamento abbia generato delle conseguenze, specialmente per tutti quei soggetti che, ormai condannati, furono sanzionati in maniera decisamente più severa. Inevitabili sono state diverse le richieste al Giudice dell’Esecuzione di “riapertura” dei procedimenti, al fine di ottenere un giudizio in base alla nuova pena, non più compresa tra 6 e 20 anni. Ad oggi, pertanto, secondo la disciplina vigente, la cannabis, o tutte le droghe ad essa equiparate, purché ricomprese tra le droghe cd. leggere (il T.U. fa rinvio a tabelle ministeriali che stabiliscono le differenze tra droga leggera o pesante) rientra nella fattispecie per cui sono previste le nuove pene.

    Quando il consumo di cannabis non è reato

    Un aspetto giuridicamente rilevante, oggetto anche di interesse dell’opinione pubblica, anche per le ovvie ricadute pratiche, è se esistano casi in cui il consumo di sostanza stupefacente non costituisca reato. La risposta è affermativa e si configura in due diverse tipologie di utilizzo, differenti tra loro: l’uso personale e l’uso di gruppo. Partiamo da questa ultima ipotesi, di creazione giurisprudenziale della Suprema Corte di Cassazione, utilizzando un classico esempio di scuola. Un gruppo di amici decide il sabato sera, durante una festa, di fare uso di sostanze stupefacenti tipo marijuana, ma solo uno di questi si reca a comprare la sostanza stupefacente. Durante il trasferimento verso il luogo della festa viene fermato per un controllo e le autorità di polizia scoprono la detenzione di sostanza stupefacente, che, come detto, integra un ipotesi di reato (droga leggera ex art 73 comma 1 punita con la pena da 2 a 6 anni, ovvero da 6 mesi a 4 anni nelle ipotesi di lieve quantità).

    Sul punto la Corte di Cassazione nel 2013 si è pronunciata con una sentenza, che potremmo definire storica, con ha sancito che la condotta non è penalmente rilevante, ma diversamente integra l’illecito amministrativo sanzionato dall’art. 75, stesso D.P.R., sempre che vi siano alcuni condizioni, ed in particolare che: l’acquirente sia uno degli assuntori, che l’acquisto avvenga sin dall’inizio per conto degli altri componenti del gruppo, che sia certa sin dall’inizio l’identità dei mandanti e la loro manifesta volontà di procurarsi la sostanza per mezzo di uno dei compartecipi, contribuendo anche finanziariamente all’acquisto. Pertanto, ritornando all’esempio, è necessario che ci sia non solo un accordo precedente tra gli  amici in merito all’assunzione della marijuana, ma altresì sull’acquisto della sostanza drogante. Non solo. Tutti gli amici devono aver versato la loro somma di denaro volta all’acquisto della sostanza stupefacente. In caso contrario, l’amico che si è recato a comprare la droga sarà sottoposto a procedimento penale.

    Passiamo all’ultima ipotesi: l’uso personale. Anche in tale circostanza è esclusa la rilevanza penale in quanto non è considerato fattispecie di reato ma illecito amministrativo: la legge ammette questa possibilità (cfr. art 75 comma 1 bis ai fini dell’accertamento se l’uso sia da considerarsi esclusivamente personale). Attenzione però: a questa condotta seguono alcune sanzioni amministrative di rilevante impatto per il soggetto, quali la sospensione della patente di guida, la sospensione della licenza di porto d’armi ovvero del passaporto.

    Sara Garaventa