Autore: Nicola Giordanella

  • Tubi dell’acqua, l’Università controllerà le rotture. Via alle prime sostituzioni a Sestri e Borzoli

    Tubi dell’acqua, l’Università controllerà le rotture. Via alle prime sostituzioni a Sestri e Borzoli

    Ponte di Cornigliano, lavori in corsoDopo l’incredibile sequenza di guasti che ha”massacrato” la rete idrica di genovese (19 solo da giugno), le istituzioni corrono ai ripari: sarà l’Università di Genova, e in particolare il Dipartimento di Ingegneria meccanica, energetica, gestionale e dei trasporti, a decretare lo stato delle tubazioni idriche genovesi in seguito al nuovo boom di rotture degli ultimi giorni. E, in base ai risultati, la Città metropolitana deciderà come ripartire i fondi per le manutenzioni da programmare per i prossimi anni. Come riportato dall’agenzia Dire, questo è l’esito del tavolo di confronto convocato dal consigliere delegato Enrico Pignone ieri pomeriggio nella sede della Città metropolitana, a cui hanno preso parte anche il Comune di Genova, con l’assessore Italo Porcile, e Iren-Mediterranea delle Acque, gestore del servizio.

    1200 chilometri di tubi

    Lo studio servirà a capire quanto i 1200 chilometri dei tubi dell’acqua genovesi siano vetusti e se sia effettivamente l’anzianità di servizio la causa delle continue rotture. In base alle risultanze che dovrebbero essere consegnate entro fine mese, toccherà poi alla Città metropolitana fare le opportune valutazioni, di comune accordo con Iren, su un piano decennale di investimenti per la sostituzione delle condutture obsolete, eventualmente spostando risorse economiche dal capitolo di spesa che oggi ne assorbe di più, quello della depurazione delle acque. «Ogni anno – spiega alla “Dire” il consigliere Enrico Pignone – abbiamo complessivamente circa 50 milioni di euro da investire sul settore acque ma la gran parte dei soldi viene utilizzata per i depuratori. Tuttavia, la legge impone di recuperare qualsiasi risorsa economica necessaria dalle tariffe: per cui, se voglio fare di più per la manutenzione delle tubature, o ridistribuisco i fondi o aumento le bollette». Un’ipotesi, quest’ultima, che Comune di Genova e Città metropolitana vorrebbero scongiurare. «Per uscire da questa impasse – spiega ancora Pignone – bisognerebbe fare una battaglia nazionale per consentire agli azionisti di obbligare Iren a reinvestire una parte degli utili ad esempio nell’ammodernamento delle infrastrutture e non solo per coprire i propri debiti. Solo toccando i profitti, infatti, si può incidere veramente sulla qualità».

    Richiesta danni

    Sembra scemare, invece, almeno al momento, l’ipotesi di una richiesta di danni da parte del Comune di Genova a Iren per i continui disagi, come accennato nei giorni scorsi dal sindaco Marco Doria. Il Comune, infatti, è il diretto proprietario degli impianti idrici di cui Iren è responsabile solo per la gestione. Inoltre, non va dimenticato che Palazzo Tursi è anche azionista della multiutility per cui, estremizzando, sarebbe un po’ come se facesse causa a se stesso.
    Dal canto suo, intanto, Iren ha annunciato la costituzione di una task force di 8 persone dedicata in modo permanente all’ispezione della rete idrica per individuare conduttore obsolete che necessitino di sostituzione e ha confermato che la prossima settimana inizieranno i lavori di sostituzione delle tubature della zona Borzoli-Sestri ponente per cui sono stati investiti 800.000 euro. Città metropolitana, invece, è al lavoro per la standardizzazione del monitoraggio della rete: «Su Genova ci sono 71 misuratori di pressione a cui al momento accede direttamente solo il gestore – spiega Pignone – io, invece, vorrei che questi dati fossero resi il prima possibile trasparenti e leggibili da parte di tutti». Anche perché, altrimenti, si ricadrebbe nel consueto cul de sac del controllore che coincide con il controllato.

  • Via Cadorna, in Sala Rossa la proposta di cancellare il generale per dedicare la via ai “Disertori per la Pace”

    Via Cadorna, in Sala Rossa la proposta di cancellare il generale per dedicare la via ai “Disertori per la Pace”

    monumento-mutilatoCancellare Cadorna dalla toponomastica genovese, per dedicare la stessa via ai “Disertori per la Pace”, coloro i quali, cioè, disertarono dal regio esercito, finendo davanti al plotone di esecuzione, per opporsi o sfuggire al macello della Grande Guerra, Questa la proposta che sarà presentata martedì prossimo in Consiglio Comunale da Antonio Bruno, consigliere di Federazione della Sinistra, che, in occasione delle celebrazioni del 4 novembre, ha lanciato l’idea sul proprio profilo facebook. Un’iniziativa che segue quanto fatto dal Municipio VIII – Medio Levante, che tempo fa propose di sostituire il nome del generale con quello del primo soldato morto sul fronte, Riccardo Giusto; una deliberazione che però oggi giace in qualche cassetto degli uffici competenti del Comune di Genova

    Secondo il consigliere, questa potrebbe essere «l’occasione per non celebrare più il generale, famoso per una lunga lista di nefandezze tra cui aver portato, insieme al collega Badoglio, i soldati italiani alla disfatta di Caporetto – spiega Bruno – ma soprattutto per la fucilazione di migliaia di soldati che non volevano attaccare postazioni austriache inattaccabili, andando incontro a morte certa». Ma non solo: «Un’occasione per rendere omaggio a chi fu ingiustamente ucciso da un volontario “fuoco amico”». L’attuale intitolazione della via fu scelta, infatti, durante il ventennio fascista, quando fu risistemata tutta la zona intorno al monumento della Vittoria (al centro dell’omonima piazza), per celebrare il successo della giovane monarchia italiana nella Grande Guerra. Un “trionfo” costato la vita a circa 650 mila uomini, che, volenti o nolenti, furono trasformati in soldati dalla legge.

    La discutibile carriera di Cadorna

    Luigi Cadorna, legato a Genova per aver sposato Maria Giovanna Balbi, nel primo dopo guerra fu celebrato per la resistenza, sulla estrema linea del Pasubio, alla Strafexpedition austriaca, scaturita nel 1916 come risposta all’aggressione italica dell’anno precedente. Suoi anche i “meriti” della presa di Gorizia per la cui conquista morirono 50 mila soldati tra il 9 e il 10 agosto 1916 (Sesta battaglia dell’Isonzo). Ma dietro a questi “successi” si nasconde un vero e proprio fiume di sangue; Cadorna, dal 1915 al 1917, incentrò la sua strategia sulle cosiddette “Spallate dell’Isonzo”: il ripetuto tentativo di sfondamento sul fronte isontino, che macinò circa 400 mila morti. Tutto questo per arrivare alla rotta di Caporetto (oggi Kobadir, Slovenia), quando l’esercito austriaco, approfittando della nebbia e della pessima organizzazione tattica e comunicativa della gerarchia militare italiana (di cui fu responsabile anche Badoglio), sfondò il fronte italiano, arrivando, come è noto, fino al Piave. Questo episodio spinse gli Alleati a vincolare l’invio di aiuti alla rimozione stessa del generale. Cadorna, però, lega il suo nome anche alla durissima disciplina interna: fu sua l’idea dei battaglioni di disciplina da utilizzare in operazioni suicide e dell’utilizzo di squadroni di bersaglieri e carabinieri per costringere con la forza del fucile i fanti all’attacco. Tristemente famoso l’utilizzo del metodo della decimazione di romana memoria, che mirava a punire eventuali diserzioni, semplici insubordinazioni o sbandamenti di interi reparti attraverso il sorteggio casuale dei “colpevoli”, destinati al plotone di esecuzione. Le condanne a morte di soldati italiani furono le più numerose tra i paesi coinvolti nel conflitto. Ampia è la letteratura, anche recente, che quantifica e qualifica l’operato di questo generale, che nella sconfitta scaricò le colpe sulla presunta codardia dei fanti, non riconoscendo le colpe di una dirigenza militare arretrata, anacronistica e ferocemente sanguinaria nei confronti dei soldati considerati alla stregua più di schiavi che di cittadini.

    Un’occasione storica

    La proposta di dedicare la via ai “Disertori per la Pace” non è solo una provocazione: potrebbe essere un’occasione per incominciare a ragionare onestamente su una pagina della nostra storia ancora appesantita dalla retorica degli anni che la seguirono. Nel centenario della Grande Guerra, è necessario e doveroso lavorare sulla memoria di quello che accadde, senza dimenticare nulla. Iniziare dai simboli è senza dubbio prassi storica, e Cadorna è sicuramente figura totemica di una lunga, e mai tramontata, tradizione di disprezzo della vita e della libertà delle persone.

    Nicola Giordanella

  • Robotica, a Genova una scuola di eccellenza per renderla accessibile a tutti

    Robotica, a Genova una scuola di eccellenza per renderla accessibile a tutti

    robotFondata a Genova nel 2000 con l’obiettivo di divulgare la cultura mediante l’istruzione e la passione è cresciuta fino a diventare un punto di riferimento nazionale e internazionale nel campo della didattica e della comunicazione della robotica. Partner di vari progetti europei tra cui “Roberta”, in risposta alla carenza di ragazze che si iscrivono a corsi di studi in settori tecno-scientifici, e “Robo-Didactics”, con l’obiettivo di realizzare una metodologia europea condivisa per l’introduzione dell’uso didattico della robotica nelle scuole. Organizzatori del primo simposio internazionale della roboetica che ha dato il via a questo settore di studi e dal quale nacque persino un documentario dal nome “Ciao, Robot” e riconosciuti dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca come ente formatore ufficiale. Si definiscono dei “visionari” e il loro percorso è stato pieno di ostacoli. Di chi stiamo parlando? Della Scuola di robotica di Sampierdarena, eccellenza genovese che, come spesso accade, soprattutto nel campo delle scienze applicate, è sconosciuta ai più, soprattutto in ambito cittadino.

    «Scuola di robotica nasce grazie all’impegno di un ingegnere e di una filosofa, Gianmarco Veruggio e Fiorella Operto – ci racconta Emanuele Micheli, vicepresidente dell’associazione – con l’obiettivo di coniugare la passione per la tecnologia con la passione per l’umanesimo e la volontà di riunire qualcosa che nel passato, purtroppo, sembra abbia preso percorsi diversi». Scuola di robotica nel tempo ha preso sempre più forma come entità di formazione per docenti. «Ovviamente la nostra mutazione prevede anche la divulgazione e quindi l’organizzazione di eventi pubblici, mostre, laboratori e anche la progettazione di nuovi strumenti», continua Micheli. «Abbiamo quindi tante facce, che però sono tutte figlie di quell’etica che Gianmarco e Fiorella hanno teorizzato alla fondazione, che ci porta poi nel mondo reale ad applicazioni che sono didattiche, di formazione e di aiuto per gli altri».

    Perché un’associazione dedicata alla robotica?
    «Perché la robotica è la vera frontiera tecnologica attuale ed è qualcosa che potrà cambiare radicalmente il nostro mondo. Dal punto di vista economico, industriale e aziendale è importantissimo avere generazioni di cittadini capaci di utilizzare tecnologie nuove e capaci di usarle in maniera creativa e non passiva. Se pensiamo agli anni novanta, la grande sconfitta in Italia e in Europa è stata quella di non capire la rivoluzione che internet avrebbe portato nella nostra economia. Se avessimo avuto dei visionari, dei tecnici capaci di capire le implicazioni sociali, etiche ed economiche di quello che stavano facendo, probabilmente l’Italia non avrebbe perso quel treno tecnologico. Scuola di robotica lavora in anticipo sui tempi cercando di far capire alla società che sta arrivando un nuovo fenomeno, ovvero la robotica, che rivoluzionerà ancora di più e con maggior impatto, e anche con maggiori pericoli, e l’unico modo per essere pronti è formare i bambini e le bambine».

    Quali sono le maggiori criticità che avete trovato nel vostro percorso?
    «Agli inizi le difficoltà maggiori erano di comunicazione e relazione. Portando innovazione, le persone tendevano a non capire quello che stavamo cercando di raccontare. Quindi, ci siamo dovuti porre dei problemi importanti per riuscire ad arrivare al cuore della società. Nel corso del tempo, Scuola di robotica è cresciuta nei lavori internazionali fino ad avere cinque progetti europei attivi, una quantità enorme per una piccola associazione. Finalmente, adesso iniziano ad ascoltare il nostro messaggio anche in patria e si possono vedere riforme del ministero dell’Istruzione in cui vengono citate alcune nozioni sviluppate da noi».

    Di che cosa vive Scuola di robotica?
    «Scuola di robotica si fonda sulla formazione che diamo ai docenti e poi riceviamo i finanziamenti dei progetti europei, quasi tutti legati alla formazione e all’apprendimento. Lavoriamo poi con le disabilità cognitive e soprattutto con l’autismo cercando di studiare che cosa succede quando i ragazzi interagiscono con queste macchine e facendo in modo che la macchina sia uno strumento per migliorare l’interazione tra l’educatore e lo studente. Stiamo realizzando anche un gioco pensato per bambini con disabilità cognitive dai sei ai dieci anni da utilizzare nei centri di educazione e di formazione e i primi riscontri sono molto positivi e incoraggianti».

    Parliamo del vostro logo creato da Lele Luzzati, genovese doc.
    «Luzzati ha conosciuto Gianmarco e Fiorella proprio perché avevano bisogno di qualcuno che rappresentasse tutti questi concetti e chi meglio del maestro Luzzati poteva farlo a Genova. Il maestro rispose immediatamente alla loro richiesta e creò non solo il nostro logo ma anche quello dedicato alla roboetica. In questo logo è rappresentato l’amore per l’arte, l’amore per l’umanesimo e il bisogno di dare alla tecnologia la centralità dell’essere umano. Per noi non è sostituibile ed è qualcosa che ci ha legato fin da subito alla nostra città».

    È stato difficile nascere e crescere nel contesto genovese?
    «È stata sicuramente dura; oggi non è più così perché ci sono delle realtà cittadine che ci comprendono e ci aiutano, penso al “Festival della scienza”, alla biblioteca De Amicis e al museo Luzzati. Altri partner importantissimi per noi sono la cooperativa “Il Laboratorio” che ci ha consentito di aprire il “Madlab”, uno spazio dedicato alla formazione sulla stampa 3d e alla digital fabrication aperto in via della Maddalena, all’interno di un percorso di riqualificazione territoriale e dedicato alla formazione di tutti, in particolar modo ai ragazzi della cooperativa che sono usciti per vari motivi dalla scuola dell’obbligo».

    Che cosa offre e cosa potrebbe offrire Genova alla robotica?
    «A Genova ci sono moltissimi enti che si occupano di robotica. Scuola di robotica sta cercando di rendere la robotica accessibile a tutte le persone, questo è quello che ci contraddistingue. Per noi lavorare sul territorio non vuol dire pensare ai grandi ambienti di ricerca ma lavorare con la città e i cittadini. Una ricerca lontana dalla società è una ricerca inutile e invece deve avere delle conseguenze dirette sulla realtà».

    Come potrebbe influire la robotica nella città di Genova?
    «Creare posti di lavoro, sostanzialmente. Bisogna puntare sull’imprenditorialità e sulla creatività dei ragazzi. Dobbiamo credere nel settore della robotica nautica, fondamentale per la città anche se ancora non abbastanza sviluppato. In Italia abbiamo l’artigianato migliore, le menti migliori e le mani migliori ma se non guardiamo come va il resto del mondo verremo superati e il danno maggiore sarebbe la perdita di qualità. Invece, dobbiamo essere paladini della qualità, dell’eleganza, della bellezza di cui l’Italia fortunatamente è ancora custode. Purtroppo questo disinteresse rispetto al nuovo non ci consente di aggiornare questa eleganza e questa bellezza. Dobbiamo chiederci come sarebbe stato internet nel Rinascimento, per esempio, magari sarebbe stato più elegante, più bello. Uno dei nostri obiettivi è quello di recuperare questo gusto per la bellezza».

    Gianluca Pedemonte

  • Corso Italia, partono i lavori di manutenzione. Tre mesi per ripristinare i marciapiedi storici

    Corso Italia, partono i lavori di manutenzione. Tre mesi per ripristinare i marciapiedi storici

    Genova, Corso ItaliaPartiranno nei prossimi giorni i lavori di restyling di corso Italia, il “salotto” genovese famoso in tutto il mondo. Il primo lotto dei lavori, del valore di 100 mila euro, restituirà alla città i marciapiedi storici in tutto il loro splendore dopo tre mesi di cantieri. Dopo anni di incuria e “tapulli”, il selciato verrà sistemato, insieme con ringhiere e parapetti: lo stile tipico della promenade sarà rispettato, intervenendo solamente dove necessario, sostituendo le piastrelle mancanti (o danneggiate) con “ricambi” prodotti ad hoc.

    Ad annunciarlo, l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova, Gianni Crivello. «Dopo aver espletato l’iter – spiega – partirà un primo lotto di lavori in uno dei luoghi più vissuti della nostra cittàSi tratta di un altro passo avanti per rendere Genova sempre più bella ed accogliente dal momento che corso Italia è indubbiamente uno dei patrimoni più importanti di tutti i genovesi». I finanziamenti arrivano da Tursi, che li aveva accantonati già nel 2015, attraverso il Piano Triennale dei lavori pubblici: l’intervento si articolerà in due lotti, del valore di 100 mila euro l’uno. I fondi per il secondo dovrebbero essere garantiti nel prossimo bilancio comunale.

    Il primo lotto dei lavori di ripristino della pavimentazione di corso Italia, la cui consegna è prevista per le prime settimane di novembre, è stato assegnato a una ditta genovese, che ha saputo riproporre materiali, forme e colori del tutto simili agli originali. La spesa complessiva, infatti, sarà in buona parte costituita dai costi della fornitura delle piastrelle in klinker ceramico, che dovranno essere prodotte apposta perché non sono più attive le manifatture che avevano realizzato quelle posate all’inizio degli anni ’90. Gli interventi, la cui durata prevista è di 90 giorni, interesseranno tutta la lunghezza di corso Italia, dalla Foce a Boccadasse. «Si tratta di un restyling atteso da tempo dai cittadini – dichiara il presidente del Municipio Medio Levante, Alessandro Morgante – che si aggiunge al recupero delle ringhiere e ad altri interventi di riqualificazione del lungomare, progetti sviluppati in sinergia tra risorse municipali e comunali».

    La storia sofferta di corso Italia

    Il salotto dei genovesi, così come lo conosciamo adesso, nasce da un restyling degli anni Ottanta, progettato per i mondiali di calcio ospitati nel nostro Paese nel 1990, ma l’arteria cittadina nasce quasi un secolo prima: realizzata tra il 1905 e il 1915, su progetto dell’ingegnere Dario Carbone, la litoranea servì per unire i comuni Foce e Albaro autonomi fino al 1873. La costruzione della strada stravolse completamente la linea costiera dell’immediato levante cittadino, inglobando scogliere e piccole cale, raggiungibili solo attraverso le strette creuze che scendevano da Albaro, di cui solo un occhio attento oggi può intuire la traccia. Durante i cantieri furono anche abbattute diverse chiesette marinare, come l’antica chiesa di San Nazario e Celso, dedicata ai martiri cristiani i quali, secondo la tradizione, portarono il cristianesimo a Genova. Il progetto originario prevedeva che questa strada giungesse fino a Sturla, ma l’accesa opposizione degli abitanti fermò i lavori dove oggi incomincia via Felice Cavallotti, salvando gli antichi borghi di Boccadasse e Capo Santa Chiara, che oggi regalano alcuni degli scorci più caratteristici ed apprezzati di Genova.

    Corso Italia, quindi, oggi è senza dubbio un simbolo della nostra città, che racchiude in sé la contraddittoria relazione dei genovesi con il loro territorio. I lavori di restauro di questo “monumento” a cielo aperto permetteranno di restituire alle persone uno spazio degno del sacrificio compiuto per fare largo al progresso della comunità cittadina, di ieri come di oggi. In un mondo perfetto, però, la stessa cura sarebbe allargata anche alle molte altre zone della città, troppo spesso in fondo alla lista delle priorità dell’intervento pubblico perché lontane dalla “Genova Bene” da cartolina. Un passo alla volta, vogliamo sperare.

     

    Nicola Giordanella

  • Amiu, Iren vuole il 51% e ci mette Tortona. Chieste assicurazioni su Scarpino. Bozza accordo entro gennaio

    Amiu, Iren vuole il 51% e ci mette Tortona. Chieste assicurazioni su Scarpino. Bozza accordo entro gennaio

    rifiuti-amiuMaggioranza assoluta delle quote di Amiu, proroga della scadenza del contratto di servizio attualmente prevista al 2020, revisione del sistema di governance proposto dal Comune di Genova e definizione degli accantonamenti per la gestione post mortem delle discariche di Scarpino 1 e 2 e per l’apertura di Scarpino 3. Secondo quanto riportato dall’agenzia Dire, sono queste le condizioni dettate da Iren Ambiente all’amministrazione genovese per dare vita all’aggregazione industriale con Amiu, illustrate questa mattina alla stampa dagli assessori al Bilancio e all’Ambiente del Comune di Genova, Franco Miceli e Italo Porcile, e dal direttore generale, Franco Giampaoletti, che hanno così sintetizzato la proposta dell’azienda, unica ad aver risposto all’offerta del Comune di Genova: «La manifestazione di interesse di Iren – puntualizza l’assessore Miceli – non è il modello aggregativo. Iren ha fatto le sue proposte, ora si entra nella fase negoziale per definire le condizioni di soddisfacimento delle reciproche esigenze». Dunque, si affretta a specificare l’assessore, «non è detto che la percentuale di acquisizione che scaturirà alla fine del processo sia questa: dipenderà dagli apporti di Iren in termini di capitale misto impianti e cache». E dipenderà anche dalla due diligence che metterà nero su bianco il valore attuale di Amiu, nonché da una valutazione strategica dell’azienda pubblica, anche in vista di un ampliamento territoriale che ha già suscitato l’interesse di Iren.

    I chiarimenti chiesti a Iren

    Anche la multiutility dovrà dettagliare alcune valutazioni concrete. «Nella risposta alla manifestazione di interesse – spiega il direttore generale di Palazzo Tursi, Franco Giampaoletti – non si parla di altri due impianti previsti nel piano industriale di Amiu: la separazione secco-umido e la depurazione delle acque. Inoltre, non viene esplicitato il valore del biodigestore di Tortona che l’azienda si dice disposta a conferire». Da tutte queste valutazioni scaturiranno le percentuali che resteranno in mano pubblica e quelle che finiranno in mano privata. Una discussione complessa per la quale il Comune non sembra intenzionato a individuare un interlocutore unico. «La trattativa riguarda argomenti tecnici, economici e legali – prosegue Giampaoletti – e richiede competenze specifiche, per cui al tavolo siederanno di volta in volta persone competenti per i settori in questione». L’obiettivo è quello di giungere «entro fine anno, massimo inizio gennaio 2017, a una sorta di protocollo di intesa, di accordo preliminare che formalizzi obblighi e diritti da ambo le parti», spiegano Miceli e Giampaoletti. Documento che, una volta stilato, dovrà passare al vaglio del Consiglio comunale. «Non significa che l’operazione sarà conclusa entro quei tempi perché saranno necessari i passaggi di natura formale per processare il conferimento dei beni e la costituzione della nuova compagine societaria». Passaggio, quest’ultimo, che potrebbe avvenire anche in due tappe: la prima solo per quanto riguarda un aumento di capitale diretto con iniezione di soldi freschi, la seconda per il conferimento degli impianti.

    La sorte dei lavoratori

    Rimangono da chiarire le questioni legate ai lavoratori, che in passato si sono opposti al passaggio di Amiu a privati: con il primo ingresso solo economico, la partecipazione di Iren potrebbe restare sotto il 50% per poi superare la soglia fatidica a operazione effettivamente completata anche con gli impianti. Ma il tavolo con i sindacati si annuncia tra i più problematici: un primo incontro, già previsto dall’accordo precedente alla pubblicazione della manifestazione di interesse, si sarebbe dovuto tenere oggi ma potrebbe slittare. «Non ci sono punti su cui la distanza sia tale da non consentire neppure l’avvio della negoziazione con Iren», sostiene l’assessore Porcile, come riportato dall’agenzia Dire. «Ci sembra che Iren Ambiente abbia le caratteristiche adeguate per iniziare la negoziazione – prosegue – d’altronde, eravamo formalmente liberi di decidere che la manifestazione non avesse portato agli esiti sperati». Più diretto Giampaoletti: «Se qualcuno pensa che facciamo la trattativa con i pantaloni alle caviglie, sta sbagliando. Amiu non è una bad company da scaricare. L’operazione Amiu-Iren rappresenta un’opportunità da entrambe le parti».

    Tra i paletti insormontabili posti dal Comune, il mantenimento dei livelli occupazionali (già accolto da Iren), il mantenimento dell’indipendenza di Amiu rispetto a Iren e la sua identità e collocazione nel territorio genovese, e la partecipazione in maniera qualificata a decisioni strategiche. Impensabile, comunque, uno scenario dall’esito negativo. «Nel caso – conclude Miceli – o si trova una molto complicata soluzione interna oppure si procede a nuova gara con evidenza pubblica, sperando in candidati nuovi. Ma ci impegneremo perché l’operazione si concluda con soddisfazione di tutti, compresi i lavoratori».

  • Delibere di iniziativa popolare, il regolamento è in vigore. A dicembre in commissione le tre proposte respinte

    Delibere di iniziativa popolare, il regolamento è in vigore. A dicembre in commissione le tre proposte respinte

    consiglio-comunaleIl nuovo regolamento per le delibere di inziativa popolare è entrato in vigore in questi giorni; una norma transitoria ha permesso di “recuperare” i tre quesiti presentati a inizio estate, poi respinti per mancanza della legislazione comunale in materia. Ora, i testi potrebbero arrivare in Sala Rossa a metà dicembre, anche se è molto probabile che venga valicato il nuovo anno. Dopo diversi passaggi in commissione, il testo del nuovo “Regolamento sulle procedure per le proposte di deliberazione di iniziativa popolare” è stato approvato dal Consiglio comunale il 4 ottobre. Stando ai tempi di pubblicazione fissati dalla legge, nei fatti, questo testo è entrato in vigore lo scorso 25 ottobre, colmando, in questo modo, quella grave lacuna messa in luce dal respingimento delle tre proposte presentate dai cittadini ad inizio estate. Come è noto, infatti, nonostante esista una normativa italiana che delega ai singoli Comuni di predisporre un percorso legislativo per accogliere le proposte popolari, il Comune di Genova non si era mai dotato di alcun dispositivo in merito. Il motivo? Non era mai servito, visto che non era mai stata proposta alcune deliberazione.

    La discussione in Commissione è stata approfondita e non sempre semplice, e solo dopo alcuni passaggi si è arrivati ad un testo: se n’è fatto carico il presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello, che ha predisposto un regolamento ispirandosi a quelli già approvati in altre municipalità del paese. In aula, il testo è stato approvato con larga maggioranza. Durante il dibattito consigliare, si è cercato il modo di recuperare le tre proposte respinte per mancanza di legge: alla fine si è optato per una norma transitoria ad hoc, che ha rimesso i testi in gioco.

    Le tre proposte recuperate

    Ad oggi, quindi, le proposte di delibera di iniziativa popolare presentate ad inizio luglio, sono nella fase dell’istruttoria da parte della segreteria generale del Comune di Genova. Se saranno ammesse, entro 20 giorni dovranno essere esaminate dalla commissioni consiliari competenti per materia, per poi essere successivamente portate all’assemblea. Difficilmente, quindi, si arriverà al voto finale entro la fine di quest’anno.

    Le tre proposte affrontano argomenti molti delicati: trasparenza, diritti e partecipazione sono il fulcro del primo testo, che sostanzialmente chiede di rendere la rendicontazione della macchina comunale più accessibile e di stabilire “nuovi” minimi diritti per ogni abitante (quote di verde, attrezzature sportive, spiagge libere, trasporto pubblico). La seconda proposta punta a inserire un passaggio di consultazione popolare per quanto riguarda le privatizzazioni dei servizi pubblici locali. Un tentativo in “zona Cesarini” viste le recenti dismissioni di Amiu e le condizioni in cui versa Amt. L’ultimo testo, invece, si rifà al referendum sull’acqua pubblica del 2011: svincolare la distribuzione idrica dalle logiche del mercato, e quindi dal profitto dei privati, attraverso vincoli di ridistribuzione degli incassi delle utenze in investimenti, manutenzioni e freno alle tariffe.

    La procedura del nuovo regolamento

    Argomenti, quindi, decisamente ficcanti per quanto riguarda la gestione della “cosa pubblica” declinata al livello comunale. Stando al nuovo regolamento, la procedura è abbastanza semplice, ma non priva di ostacoli: i cittadini consegnano il testo (sottoscritto da almeno 200 persone, rappresentate da un referente) al presidente del Consiglio comunale, che lo trasmette alla segreteria generale per una verifica di conformità; una volta superata può partire la raccolta firme, che deve arrivare ad almeno 2000 sottoscriventi. Per le tre proposte questa fase è stata considerata già completata. Consegnate le firme, i testi vengono riportati alla segreteria generale che procede con l’istruttoria, per verificare le regolarità procedurali. Passato questo esame, la proposta arriva al sindaco e all’assessore di riferimento e viene presentata e discussa in Commissione competente per materia.

    Durante il dibattito, così in Commissione come in aula consiliare, possono essere introdotte delle modifiche o degli adattamenti; con questo meccanismo il Consiglio comunale, organo direttamente eletto dal popolo, ha mantenuto le sue prerogative. Ai cittadini rimane l’iniziativa legislativa, che di questi tempo, però, non è poca cosa.


    Nicola Giordanella

  • Officine Cargo di Rivarolo, per salvarle presto un tavolo tra Comune, Regione e Trenitalia

    Officine Cargo di Rivarolo, per salvarle presto un tavolo tra Comune, Regione e Trenitalia

    binari-trasporti-treniA fine luglio l’annuncio di Trenitalia: le officine Cargo di Rivarolo, insieme a quelle di Batterie di Savona, non sono più strategiche per l’azienda. Immediata la reazione della comunità genovese, con sindacati, partiti ed enti tutti d’accordo nel difendere la struttura. Dopo l’ordine del giorno del Consiglio regionale della Liguria, approvato all’unanimità il 30 settembre scorso, anche il Consiglio comunale di Genova si schiera compatto per il mantenimento della struttura.

    A difesa delle officine

    L’ordine del giorno, votato all’unanimità, è stato presentato al termine della seduta in Sala Rossa martedì 25 ottobre. Il testo, redatto in conferenza capigruppo, ha ricordato l’importanza della infrastruttura industriale, soprattutto in considerazione delle prospettive di sviluppo della linea del Terzo Valico (di cui il futuro però in queste ore è, per lo meno, incerto). Recentemente, inoltre, sono stati investiti circa 800 mila euro per la ristrutturazione degli impianti, e il loro ricollocamento altrove (si parla di Voghera), produrrebbe un altro buco nero nel tessuto urbano cittadino. Il Comune di Genova, inoltre, esprime preoccupazione per l’impatto di tale decisione sul piano occupazionale: se, infatti, Trenitalia garantisce la ricollocazione dei suoi dipendenti, il destino di decine di lavoratori delle ditte appaltanti sarebbe a rischio.

    Il Consiglio Comunale, quindi, ha impegnato la giunta a chiedere e organizzare a stretto giro un tavolo di confronto con Trenitalia per provare a fermare questa dismissione. Al tavolo dovranno essere presenti anche la Regione Liguria e i sindacati, per poter fare quadrato e allargare la discussione anche agli impianti di Savona, che al momento condividono la sorte con le officine di Rivarolo.

    Ordine sparso

    Se la chiusura fosse confermata, oltre all’impatto occupazionale, ci sarebbe da riflettere sulla disarmonia tra enti locali e Trenitalia, che, ancora una volta, si scoprono distanti sulle linee guida di sviluppo territoriale. Molti dubbi, inoltre, ricadono sulle strategie economiche di medio e lungo periodo che coinvolgono il territorio e le sue infrastrutture, presenti e future: stiamo andando nella direzione giusta?

    Nicola Giordanella

  • Festival della Scienza, alla scoperta dei luoghi e delle installazioni della kermesse

    Festival della Scienza, alla scoperta dei luoghi e delle installazioni della kermesse

    La 14esima edizione del Festival della Scienza è incominciata: tante le proposte, inedite o riconfermate, che anche quest’anno animeranno il centro della città per undici giorni; come oramai è tradizione, i luoghi che ospitano gli stand sono distribuiti nelle principali zone di interesse della città, creando una sorta di tour attraverso i più classici highlights urbani genovesi. Abbiamo percorso un ipotetico itinerario, visitando le principali location della kermesse, cercando di cogliere lo spirito di questo grande allestimento

    Palazzo Ducale

    Palazzo Ducale è senza dubbio il cuore del Festival della Scienza e non poteva essere altrimenti. Lo fulcro culturale di Genova, oltre ad ospitare le conferenze e l’info-point, ha molti spazi dedicati alle iniziative della manifestazione: nell’atrio attività dedicate ai più piccoli, mentre la Loggia degli Abbati ospita le installazioni di Artico. L’area del Munizioniere raccoglie diverse proposte interattive, che vanno dalla agricoltura bio, all’evoluzione bio-genetica dell’uomo.

    Giardini Luzzati

    Da piazza Matteotti ci spostiamo ai Giardini Luzzati, per la precisione all’interno del sito archeologico dell’antico anfiteatro romano, eccezionalmente visitabile per tutta la durata del festival. All’interno un laboratorio dedicato ai più piccoli, per conoscere e scoprire la geologia che ci circonda, con un gioco dedicato al tipico conglomerato di Portofino.

    Sant’Agostino

    Proseguiamo salendo fino alla chiesa di Sant’Agostino, dove l’Istituto Nazione di Geofisica e Vulcanologia ha predisposto diversi stand per far conoscere anche ai bambini le dinamiche geologiche, attraverso lo studio dei terremoti.

    Palazzo San Giorgio

    Scendiamo verso il mare, e ci fermiamo a Palazzo San Giorgio, dove l’Iit di Morego ha predisposto una grande spazio dedicato al “Fattore S”: una serie di prove e esperimenti che mettono alla prova lo spirito scientifico del visitatore, per far nascere la voglia di scienza, e magari scoprire i ricercatori del futuro.

    Piazza delle Feste

    Anche il Porto Antico ospita diversi spazi del Festiva della Scienza: tra gli altri, sotto la tensostruttura di Piazza delle Feste, troviamo uno spazio multi-allestimento, con una serie di proposte molto eterogenee: dai laboratori chirurgici, al micro bosco, dai giochi scientifici della nano fisica, allo stand scientifico delle Forze Armate italiane, passando per lo stand della scienza applicato allo sport

    Palazzo della Borsa

    Chiudiamo il nostro piccolo tour visitando la Sala delle Grida del Palazzo della Borsa di De Ferrari, dove è stato allestito una sorta di mostra legata al progetto internazionale dei telescopi SKA, in costruzione in Sudafrica e Australia: quadri e arazzi preparati dalle popolazioni di quei paesi per celebrare il cielo e la sua mistica.

    Nicola Giordanella

  • Terzo Valico, botta e risposta tra Cociv e movimento No Tav. Dubbi anche per il cantiere di Gavi

    Terzo Valico, botta e risposta tra Cociv e movimento No Tav. Dubbi anche per il cantiere di Gavi

    terzo-valico-erzelli-borzoliLa bufera sul Terzo Valico sembra essere appena incominciata. Dopo gli arresti della mattinata di ieri, Cociv risponde attraverso un comunicato di ritenersi parte lesa in questa vicenda. Ma non solo: l’ufficio stampa del consorzio dichiara che non sussistono oneri aggiuntivi per l’opera «così come nessuna differente qualità delle opere». Dopo poche ore arriva la risposta del movimento No Tav, che da anni si oppone all’opera e che definisce la risposta di Cociv «senza vergogna».

    Dubbi sulla sicurezza, dopo Cravasco anche Gavi

    Le motivazioni sono diverse, documentate con stralci delle dichiarazioni del procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, rilasciate alla stampa durante la presentazione dell’inchiesta. La contestazione principale riguarda la sicurezza delle opere realizzate: Cociv dichiara che non esistono criticità su quanto fatto fino ad oggi, ma i risultati delle indagini sembrerebbero affermare il contrario. Secondo quanto è emerso dalle intercettazioni, infatti, la qualità del cemento utilizzato durante i lavori di centinatura  della galleria di Cravasco (Campomorone) potrebbe essere scadente e inadatta; la rivelazione ha sollevato dubbi inquietanti sulla sicurezza del sito, tanto da spingere la consigliere comunale dell’Altra Capomorone Valentina Armirotti a chiedere la chiusura cautelativa di quel cantiere. Sul sito del movimento No Tav, però, il ragionamento non si ferma qui: gli attori coinvolti nell’inchiesta sono gli stessi che sono intervenuti a vario titolo per i cantieri, sempre legati al Terzo Valico, sul Neirone a Gavi: «Quel materiale scadente è stato usato per caso anche a Gavidomandano gli attivisti sul loro sito web.

    Soldi pubblici

    Nel comunicato stampa, Cociv, ha dichiarato che, in qualsiasi caso, «non sussistono oneri aggiuntivi a carico dello Stato» aggiungendo che «eventuale maggior costo ricade esclusivamente sul contraente generale, trattandosi per il pubblico committente di opera a prezzo fisso ed invariabile». Una dichiarazione che per gli attivisti suona particolarmente stonata: «Cociv ha ricevuto l’affidamento della realizzazione dell’opera senza gara, ha contribuito ad indicare i costi di realizzazione e ora sostiene che gonfiare le gare di appalto, fare turbativa per pilotarne l’aggiudicazione escludendo soluzioni più convenienti, utilizzare materiale scadente per lucrare, realizzare opere insicure e destinate a crollare, non comporta maggiori costi?». Una perplessità che trova il conforto dei numeri, visto che stando al primo progetto del 2003 il costo totale dell’opera doveva essere di 3,55 miliardi di euro, poi negli anni lievitato fino all’attuale previsione (datata 2011) di 6,2 miliardi. Tutti soldi pubblici, ovviamente.

    Parte lesa

    Parte lesa, dicevamo. Nel comunicato Cociv afferma che «Eventuali interferenze in corso di accertamento investigativo possono riguardare solo iniziative infedeli di funzionari venuti meno al dovere di lealtà verso l’azienda». «Surreale» è la risposta dei No Tav, che ricordano il fatto che ad essere finiti sotto inchiesta sono tutti i massimi vertici del consorzio, tra cui presidente, direttore generale, il responsabile unico del procedimento, il coordinatore del settore costruzioni, il responsabile degli affidamenti e degli approvvigionamenti, come a sottolineare che tutta la catena di comando può essere considerata in qualche modo coinvolta.

    La reazione della “politica” bipartisan è stata unanime: i lavori devono andare avanti. L’inchiesta, però, sembra aver scoperchiato un vaso di Pandora molto capiente. Non è la prima volta che i lavori del Terzo Valico sono coinvolti a diverso titolo in indagini che hanno come oggetto corruzione e appalti truccati. Oggi, però, è messa in discussione anche la sicurezza dei cantieri stessi e delle migliaia di persone che ci convivono, condividendone il territorio. In ballo c’è la salute e la vita di intere comunità, sacrificate in nome di un progetto sempre meno credibile; la priorità della “politica” e delle istituzioni dovrebbe essere quella di garantire la sicurezza delle persone, anche a costo di rallentare o addirittura fermare questi cantieri. Ma di che “politica” stiamo parlando?

    Nicola Giordanella

     

  • Terzo Valico, corruzione e appalti truccati. Galleria di Cravasco a rischio? Toti: «Avanti coi lavori»

    Terzo Valico, corruzione e appalti truccati. Galleria di Cravasco a rischio? Toti: «Avanti coi lavori»

    terzo-valico-cantiere-2015-2L’operazione di questa mattina della Guardia di Finanza ha portato all’esecuzione di diverse ordinanze di custodia cautelare su tutto il territorio italiano, a seguito delle indagini su alcune grandi opere in costruzione, come la Salerno-Reggio Calabria e il Terzo Valico dei Giovi. L’indagine nasce da uno stralcio di “Mafia Capitale” e si estende da nord a sud, dimostrando ancora una volta la permeabilità del sistema dei grandi cantieri alla corruzione. Dopo l’inchiesta di questa estate, quindi, i cantieri del Terzo Valico tornano nella bufera, con risvolti inquietanti: dalle prime notizie trapelate, infatti, pare che alcuni lavori siano stati eseguiti fuori dagli standard minimi richiesti, utilizzando cemento “povero” per risparmiare. Tra questi anche quelli relativi alla galleria di Cravasco, la cui realizzazione è stata più volte contestata dalla popolazione locale e non per l’alta percentuale di fibre di amianto presenti nella roccia.

    Arka di Noè

    «E’ stata accertata la turbativa d’asta riguardo ad appalti connessi ad alcuni tronconi, sono stati accertati alcuni episodi corruttivi che riguardano alcuni funzionari del Cociv (general contractor dell’opera, ndr) ed episodi di concussione consistiti nell’imporre una rete di imprese agli appaltatori principali che doveva scalzare altre ditte non gradite anche attraverso intimidazioni tipiche della criminalità organizzata e mafiosa». Queste le prime dichiarazioni, riportate dall’agenzia Dire, del procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, che ha illustrato alla stampa l’operazione “Arka di Noè”, un’operazione che ha portato all’esecuzione da parte della Guardia di Finanza di Genova di 14 ordinanze di custodia cautelare e 55 perquisizioni in diverse regioni d’Italia per presunte irregolarità nella concessione degli appalti nella realizzazione di 5 lotti del Terzo Valico ferroviario dei Giovi, la linea ad alta velocità Genova-Milano.

    terzo-valico-erzelli-borzoli04Le misure cautelari sono state eseguite perché, secondo il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Genova, Cinzia Perrone, sussite il rischio di reiterazione dei reati per i dirigenti del Cociv toccati dall’indagine: «In ragione dell’incarico attualmente ancora rivestito sussiste certamente l’esigenza cautelare correlata al rischio di reiterazione di delitti». Una reiterazione che, secondo il giudice, si sarebbe già concretizzata in diverse gare di appalto. Le misure di arresto domiciliare sono, inoltre, giustificate dal fatto che sono ancora in corso procedure per affidamenti per importi “rilevantissimi”, come quelle per il “lotto 4 Cravasco” e il “lotto 3 Val Lemme” rispettivamente da 295 e 293 milioni di euro. Ecco i nomi dei 14 indagati: l’ex direttore dei lavori Paolo Marcheselli, il responsabile degli appalti Maurizio Dionisi, l’attuale presidente di Cociv Michele Longo, il suo vice Ettore Pagani, i funzionari del Cociv Andrea Ottolin, Giuliano Lorenzi, Giulio Frulloni, Angelo Pelliccia, e gli imprenditori Antonio Parri, Giuseppe Petrellese, Marciano Ricci, Giovanni Giugliano, Antonio Giugliano, Puma Giuliano.

    Cravasco, galleria a rischio

    Tra gli episodi contestati la consegna di una tangente da 10.000 euro da parte di un imprenditore all’ex direttore dei lavori del Cociv, Pietro Marcheselli, e al responsabile degli appalti, Maurizio Dionisi. La bustarella sarebbe stata consegnata all’interno degli uffici del Cociv per l’appalto della galleria finestra di Cravasco, un’opera dall’importo complessivo di 1,7 milioni di euro assegnata all’impresa “Giuliano Costruzioni metalliche”. Secondo i primi accertamenti, la galleria in questione potrebbe anche presentare problemi di stabilità. Contestata anche l’assegnazione del “lotto Libarna” avvenuta attraverso una gara internazionale con base d’asta da oltre 67 milioni di euro e assegnata al massimo ribasso alla ditta “Oberosler” di Trento. L’accusa in questo caso è di collusione per i suggerimenti dati dai funzionari del Cociv all’azienda per correggere alcune anomalie dell’offerta. Per quanto riguarda, invece, il “lotto Serravalle”, appalto da 189 milioni di euro assegnato alla ditta “Grandi Lavori Fincosit”, l’accusa ai funzionari del Cociv è di aver indotto altre imprese a non presentare offerte. Al momento nessun cantiere risulta però bloccato, e la galleria di Cravasco non è stata sottoposta a sequestro.

    Mazzette e escort

    Passaggio di denaro ma non solo: nell’ordinanza del gip, come riporta l’agenzia Dire, sono riportati diversi episodi di incontri con escort utilizzati come pagamento per favori ottenuti nel corso delle assegnazione degli appalti: «Ricci Marciano nella qualità di amministratore di fatto della società ‘Europea 92 Spa’ organizzava e pagava un incontro tra Giulio Frulloni e una escort e successivamente gli prometteva l’organizzazione di un analogo incontro affinché Frulloni, in qualità di coordinatore costruzioni del consorzio Cociv, aiutasse la società Europea e CIPA Spa a vincere la gara ad inviti indetta dal Cociv per l’appalto dei lavori di costruzione della galleria Vecchie Fornaci”». Un sistema oliato, secondo gli inquirenti, che andava avanti da almeno un anno e mezzo. L’episodio della escort riguarderebbe la gara di appalto dei lavori per la galleria Vecchie Fornaci assegnata alle società “Europea 92” e “Cipa”

    La politica tira dritto

    In serata arriva il commento, riportato dall’agenzia Dire,  del presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti che prova a serrare le fila delle istituzioni: «C’è bisogno che la giustizia vada fino in fondo con grande serietà, efficacia, efficienza e soprattutto rapidità. Il nostro primo interesse – ribadisce il governatore – è che il cantiere continui come sta continuando il lavoro in queste ore. Per quanto ci è dato sapere, non ci sono provvedimenti dell’autorità giudiziaria che riguardino il blocco del cantiere né il sequestro parziale dello stesso. Ora il consorzio Cociv deve mettersi nella condizione al più presto, e ritengo possa farlo, di garantire la governance e l’operatività dello stesso per continuare le opere». Per quanto riguarda la richiesta di un commissario straordinario sul Terzo Valico emersa nelle ultime ore, Toti ritiene che «il tema competa ad Anac, di cui ci mettiamo a completa disposizione per qualsiasi interlocuzione ove questa servisse». Il presidente, infine, annuncia di aver già «avviato l’interlocuzione sia con Covic che con il ministro Delrio che ovviamente condivide la valutazione che l’opera debba essere salvaguardata e la giustizia debba essere salvaguardata al tempo stesso».
  • Guccini, Genova e la mia prima volta “fuori casa”

    Guccini, Genova e la mia prima volta “fuori casa”

    Parole e musica, per raccontare tante storie, tra cui quella di un paese, il nostro, che è cambiato molto negli ultimi decenni. Testimone d’eccezione Francesco Guccini, cantautore e poeta di Pavana, che sul palco del Carlo Felice ha portato la sua vita e le sue canzoni. Il racconto di una serata, redatto da Aba News, che riportiamo di seguito, suggestionati dalle immagini e dalle dimensioni evocate da questo particolare incontro

    Francesco GucciniL’atmosfera è quella di una rimpatriata di compagni d’avventura, venuti ad ascoltare un vecchio amico. Sono per lo più i fan di sempre a riempire il Carlo Felice di Genova. Quelli che c’erano quando Francesco Guccini cantava con la chitarra tra le braccia e una bottiglia di vino a portata di mano. I fedeli in pellegrinaggio nella leggendaria Pavana continuano a portargliene in dono. «In effetti, non compro più vino da una vita – confessa lui al giornalista David Defilippi, sul palco per l’intervista che fa parte dello spettacolo e introduce il concerto della band priva del cantautore modenese – solo che me lo portano sempre rosso. La prossima volta (si gira verso la platea – ndr) gradirei un bianco, o un rosato». Non ha perso lo spirito, il cantautore che viene dall’appennino. Per circa un’ora scherza, racconta, ricorda. Incanta. I capi canuti e calvi dell’uditorio annuiscono, ridono, si emozionano. Tra loro, anche qualche ventenne e trentenne, ma non troppi.

    Guccini e Genova

    Che cosa lega Francesco Guccini alla città di Genova? La domanda è scontata, la risposta meno. Estate 1952. Francesco ha 12 anni, e il viaggio alla Madonna della Guardia è per lui la prima volta in una grande città e lontano dal mulino di Pavana. Alla stessa età, la figlia avrà già girato il mondo. Altri tempi. La Genova d’allora pareva l’America a chi non aveva mai visto il mare. Nella Superba lavorava una zia, da una famiglia di ricchi, che poteva permettersi l’estate in villeggiatura a Borzoli.
    Altri tempi, l’abbiamo già detto no? L’Italia di Francesco Guccini aveva gli orizzonti stretti del paese di montagna, un attaccamento ai luoghi sempre uguali oggi sconosciuto per noi che viaggiamo e ci muoviamo di continuo. Si puzzava. «Forse si, ma se si puzzava tutti non ci se ne accorgeva» – riflette l’autore di D’amore, di morte e d’altre sciocchezze – si mangiava meno di oggi, salvo nelle grandi occasioni come Natale e i matrimoni, quando si banchettava tanto. Ma davvero tanto. Oggi siamo tutti un po’ più fighetti e attenti alla dieta, vabbè io un po’ meno degli altri, all’epoca si mangiava un po’ quello che c’era. Capisco il punto di vista dei vegetariani, anche se io non lo sono. I vegani ammetto che mi lasciano un po’ perplesso».
    Erano tempi di germi e batteri a volontà, ma non ce ne si preoccupava più di tanto, di maglioni di lana fatti ai ferri che scaldavano, ma prudevano da morire. Di calzoni corti, che i bambini portavano anche in inverno. Poi, ma solo poi, è arrivata la musica. Prima, due anni di lavoro come giornalista alla Gazzetta di Modena. Ventimila lire al mese («non era tanto nemmeno allora», chiarisce lui), poi dimezzati quando prende due settimane di ferie, per la prima volta dopo due anni. «Mi fece girar molto le balle».
    Il primo gruppo del giovane Guccini sono gli Snackers, nome che non vuol dire niente, ma fa americano. Francesco, il più povero della comitiva, sceglie la chitarra, e inizia a suonarne una vecchia, costruita a mano da un parente. Il più ricco del gruppo sceglie la batteria. Inizia così la carriera del nostro come cantante di balera, che verrà abbandonata dopo pochi anni di relativo successo. «Farlo a vent’anni va benissimo, ma poi ho iniziato un altro mestiere».
    Musica d’autore è un’espressione un po’ inventata, secondo lui: «Un tempo era considerata tutta d’autore, poi si è iniziato a usare questa espressione per indicare quella con contenuti di maggior spessore». E di musica, oggi, non ne ascolta molta: «In radio passano un sacco di sciocchezze di nessun valore, ci sono giovani cantautori validi, che però non conosce nessuno». Il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, invece? «Mi ha fatto un po’ d’invidia – scherza lui – e da parte sua far finta di niente e un po’ un sintomo di stronzaggine: persino Dario Fo si era messo in frack per andarlo a ritirare. Scherzi a parte, sono contento che la canzone abbia ricevuto un riconoscimento. Non ritengo che la musica sia poesia, sono due forme d’arte parallele e con pari dignità».

    Finisce di parlare dopo circa un’ora. Ci sono degli strumenti alle sue spalle che, mentre lui esce di scena, vengono occupati dai suoi storici compagni di palco (Juan Carlos “Flaco” Biondini, chitarre e voce; Vince Tempera, piano e tastiere; Antonio Marangolo, sax e tastiere; Pierluigi Mingotti, basso; Ivano Zanotti, batteria). Hanno voluto mantenere la band, si chiamano I Musici, e continuano a portare in giro per l’Italia le canzoni del maestro, talvolta in collaborazione con l’ex cantante dei Nomadi Danilo Sacco. Questa volta, la voce è di Flaco Biondini, il chitarrista argentino a cui si deve un netto miglioramento degli arrangiamenti. C’è lui, a sinistra e Vice Tempera, a destra. In mezzo, uno spazio vuoto. L’assenza dello storico leader (che sicuramente riderebbe di questa definizione) viene presto compensata dalla bravura dei nuovi interpreti. Flaco passa con maestria dalla chitarra elettrica all’acustica, si lancia nell’interpretazione di canzoni molto personali dell’autore come Vedi cara, Incontro o Eskimo (anche se in questi casi gli sembra «di indossare le mutande di Francesco») e di alcuni classici come L’avvelenata o Cyrano. Il pubblico si scalda poco a poco. Sentire le parole di Guccini cantate con la cadenza argentina di Biondini forse disorienta, almeno all’inizio. Poi, quasi senza accorgersene, le mani iniziano a battere il tempo, le voci a cantare. A La locomotiva qualche audace azzarda un pugno alzato. «Spero che canzoni come questa ci siano non per i prossimi anni, ma per i prossimi decenni – dice Flaco quando si spegne l’ultima nota – finché ci saranno, vuol dire che c’è ancora gente che ragiona in un certo modo».
    Chissà cosa ne pensa, Guccini, dello stravolgimento della scaletta. Iniziare con Canzone per un’amica e chiudere con La locomotiva era un rito obbligatorio quando cantava lui. Ieri, la prima non è stata fatta, la seconda è stata piazzata a metà del concerto. Si chiude conL’avvelenata, invece, con un «tanto ci sarà sempre lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, “un Salvini” o un prete a sparare cazzate» che infiamma la platea, e con Statale 17. Grazie a tutti, buonanotte, alla prossima.

  • Bilancio Comune, le nuove entrate di sei milioni investite in politiche sociali e protezione civile

    Bilancio Comune, le nuove entrate di sei milioni investite in politiche sociali e protezione civile

    palazzo-tursi-D7Un tesoretto di poco più di sei milioni di euro, che regala un po’ di sollievo alle appesantite casse del Comune di Genova. Soldi in entrata che non erano stati conteggiati in sede di relazione di bilancio, e che in qualche modo garantiranno la possibilità di intervenire su qualcheduna delle tante voci di spesa che un’amministrazione comunale si trova sempre a tamponare come può, stretta dal guinzaglio a strozzo della legge di stabilità.

    La somma è composta principalmente da tre voci: recupero dell’evasione fiscale, compensazione statale della Tasi e nuovi dividendi di FSU. È di circa 500 mila euro la maggiore entrata per l’attività di lotta all’evasione erariale, portata avanti insieme all’Agenzia delle Entrate: nel 2015 è stato recuperato oltre un milione, una cifra doppia rispetto alle aspettative, che ha permesso così di raddoppiare anche il fondo il gettone destinato al Comune. Da Roma arrivano anche 1,15 milioni di euro come cifra di compensazione del gettito della nuova tassa sulla prima casa, la Tasi.

    La cifra più importante, però, arriva dalla Finanziaria Sviluppo Utilities (FSU), vale a dire la società attraverso la quale Comune di Genova controlla Iren, insieme al Comune di Torino. Le partecipazioni dei due comuni sono divise al 50%: Fsu, recentemente ha restrutturato parte di un debito che aveva in bilancio, liberando risorse pari a poco meno di 10 milioni di euro; a Tursi, quindi, sono arrivati 4,5 milioni di dividendi.

    Reinvestimenti

    La giunta, tramite l’assessore Francesco Miceli, ha illustrato alla commissione Bilancio le intenzioni di spesa per reinvestire questa somma: «Nel calcolare gli interventi, ovviamente abbiamo dato priorità alle voci di spesa più urgenti e indifferibili – ha spiegato l’assessore al Bilancio – cercando di ridistribuire il resto in base alle priorità del settore sociale, scolastico e di sicurezza». Tradotto vuol dire che una quota sarà destinata all’avvocatura, per tamponare spese legali sopraggiunte, mentre il resto verrà utilizzato in base alle scelte politiche della amministrazione: nuovi fondi per la formazione e il supporto dei volontari di protezione civile incendi boschivi, manutenzione evolutiva dei sistemi informativi dell’ente, politiche di inserimento nel mondo del lavoro di disabili, trasporto scolastico, forniture di quotidiani e riviste per le biblioteche centrali. Anche i locali di Fiera di Genova, recentemente passati nelle disponibilità dell’ente comunale, finiscono nella lista: parte dei fondi saranno utilizzati per la ristrutturazione di questi immobili.

    Questo aggiornamento di bilancio, in attesa di approvazione da parte del Consiglio Comunale, rispetta, ovviamente il vincolo del pareggio di bilancio della Legge di Stabilità. Con la stessa delibera si decide per un maggior indebitamento di 185 mila euro per il rinnovo parziale del parco autovetture della Polizia Municipale, e di 100 mila euro per le biblioteche comunali.

    Nicola Giordanella

  • Genova sarà meticcia, matrimoni misti in aumento e un nuovo nato su tre ha un genitore straniero

    Genova sarà meticcia, matrimoni misti in aumento e un nuovo nato su tre ha un genitore straniero

    Fiore della SperanzaI numeri, spesso, possono aiutare a leggere in maniera più chiara e onesta la realtà, disinnescando populismi e perbenismi d’accatto, nonché le profezie dei “ciarlatani” di turno. Il report statistico sui migranti residenti nel Comune di Genova, pubblicato nei giorni scorsi dalla civica amministrazione, infatti, presenta una lettura della nostra comunità molto interessante, che sarebbe difficile evincere stando solo alla “letteratura” politica sul tema e alla cronaca dei giornali.

    Il primo dato che emerge dal rapporto, facilmente consultabile on-line, è che in numero degli stranieri residenti è in calo rispetto agli anni scorsi: nel 2015, infatti, le presenze sono state 54.406 (29.225 femmine e 25.181 maschi), cioè il 3.4 % in meno rispetto al 2014; dal 2000 è il primo anno che questo dato registra una flessione negativa. Alla faccia dell’invasione: una cifra che non arriva al 10% sul totale della popolazione genovese. La comunità straniera più numerosa rimane quella sudamericana, ma per la prima volta in calo percentuale in relazione con le altre provenienze: rispetto al 2014, tra le venti principali comunità di stranieri residenti a Genova a fine 2015, gli incrementi maggiori in termini percentuali si registrano tra i pakistani (+18,0%), i nigeriani (+12,0%), i bengalesi (+11,8%), gli spagnoli (+7,6%), i cinesi (+5,6%), i senegalesi (+3,4%) e gli ucraini (+2,9%). Un dato scontato, invece, è l’età media della popolazione straniera residente: rispetto a quella dei genovesi (48 anni), i nuovi concittadini si assestano sui 33 anni, con la porzione femminile leggermente in media più “anziana” della porzione maschile.

    Genova meticcia

    Nel report troviamo alcuni dati che ci aiutano a tracciare un primo disegno della società che verrà: diminuiscono i matrimoni tra stranieri, mentre sono in aumento i matrimoni misti. Nel 2004 le unioni registrate dall’anagrafe cittadina tra due residenti stranieri era del 13,2%, mentre nel 2015 il dato scende al 7,5%; nello stesso periodo, invece, i matrimoni misti passano dall’8,5 al 17,1%; di questi il 75,8% vede il neosposo italiano e la neosposa “forèsta”. In leggera contrazione il dato dei nuovi nati con un genitore straniero: -1,2% rispetto al 2014, ma il dato di medio periodo ci ricorda che dal 2000 si è passati da un 12% ad un 31,3%. In altre parole un bimbo nato su tre ha un genitore straniero.

    Infine è interessante e derimente i dati che provengono dalle aule scolastiche: nella scuola dell’infanzia la percentuale di alunni stranieri iscritti sale dal 4,2 dell’anno scolastico 2000/2001 al 10,0 dell’anno scolastico 2014/2015, nella scuola primaria dal 3,9 all’11,8 e nella scuola secondaria di 1° grado dal 5,2 al 13,1.

    Il futuro di Genova, quindi è sempre più “meticcio”: un dato che dovrebbe far ben sperare per chi crede che l’integrazione e l’anti-razzismo siano dei valori imprescindibili; oggi la straniero-fobia è un problema culturale alimentato da una strisciante retorica, politica e non, per cui i “nostri” problemi (economici, lavorativi, sociali) sono colpa di altri; nelle aule delle nostre scuole, però il futuro sta già incominciando, e prima o poi, volenti o nolenti, capiremo che la responsabilità di quello che oggi non va è solamente nostra.

    Nicola Giordanella

  • Val Varenna, un tavolo tra Comune, Regione e Cociv per la sicurezza della cava Pian di Carlo

    Val Varenna, un tavolo tra Comune, Regione e Cociv per la sicurezza della cava Pian di Carlo

    cava-pian-di-carlo-varenna-01La cava Pian di Carlo da qualche mese è diventata sede temporanea di conferimento dello smarino del Terzo Valico. Decine di mezzi pesanti ogni giorno attraversano Pegli e la Val Varenna per raggiungere il sito, tra la preoccupazione degli abitanti che chiedono chiarezza sulla sicurezza del sito e sulla tipologia di materiale scaricato. Il Comune di Genova prova a correre ai ripari, impegnandosi ad organizzare un tavolo di confronto con Regione Liguria, Municipio, Cociv e proprietà per mitigare rischi e disagi e, soprattutto, per rispondere ai comitati territoriali.

    Sicurezza

    val-varenna-cava-franeDa molto tempo i cittadini denunciano la pericolosità di questa cava, “cresciuta” negli anni mangiandosi parte dell’alveo del torrente Varenna: attiva già dal 1997, con la giunta regionale Biasotti diventa una delle discariche per le terre di scavo dei lavori pubblici e non, per un totale di 900 mila metri cubi di materiale. Nel 2015 è inserita nel “Piano Cave” per gli scavi del Terzo Valico, approvato da Regione Liguria: ad oggi si sono aggiunti circa 400 mila metri cubi di smarino proveniente dai cantieri della Val Polcevera. Un milione e 200 mila metri cubi di materiale, quindi, che incombono sul torrente: «Una bomba ad orologeria – denunciano alcuni cittadini ai consiglieri durante il sopralluogo della commissione Territorio del Consiglio Comunale di Genova – oggi non esistono certificazioni che il “piede” della cava Pian di Carlo, che insiste sull’alveo del Varenna, sia capace di reggere il nuovo carico durante una eventuale piena». Una eventualità non così remota: ancora vivi i ricordi dei danni dell’alluvione del 1993 (che provocarono in valle la morte di due persone), del 2011 e 2014: se la struttura cedesse, una montagna di fango e detriti si riverserebbe nel torrente, mettendo a rischio le abitazioni e tutta la delegazione di Pegli. «Ad oggi la cava è a norma – risponde il vice sindaco Stefano Berninisecondo l’autorizzazione regionale, ma la concessione scadrà a fine dicembre. Per rinnovarla dovranno essere fatte nuove perizie e nuove certificazioni da parte dei geologi».

    Accesso e viabilità

    cava-pian-di-carlo-varenna-pontePer raggiungere la cava Pian di Carlo, i camion devono attraversare un guado sul Varenna, costruito in maniera provvisoria anni fa, non transitabile in caso di piena. Questa passerella, però, è anche l’unico accesso per alcune abitazioni sul versante ovest della vallata: «L’idea è quella di imporre a Cociv la costruzione, come onere, di un ponte vero e proprio che risolva per sempre la questione – dichiara Mauro Avvenente, presidente del Municipio VII – anche perché l’autorizzazione per utilizzare quel guado è in scadenza e questa opera può essere inserita come propedeutica per il rinnovo». La questione però principale rimane la viabilità della valle: da diversi mesi, infatti, ogni giorno decine di camion fanno spola tra cantieri e cava, appesantendo in maniera notevole il traffico e degradando la sede stradale: «Ad oggi non abbiamo una quantificazione precisa – spiega Avvenente – e le telecamere che il Comune aveva predisposto non si possono utilizzare perché secondo il ministero il luogo non è omologato. Dobbiamo capire quale è la misura massima di sopportazione e arrivare al tavolo con un dato certo e non trattabile». Un problema che riguarda anche Pegli: i “quattro assi”, infatti, passano attraverso l’abitato della delegazione, con non pochi disagi e rischi per le persone.

    Contaminazioni

    cava-pian-di-carlo-varenna-02Diversi cittadini in passato hanno denunciato viaggi notturni sospetti di camion diretti alla cava Pian di Carlo: alcuni abitanti della zona hanno più volte assistito al passaggio di mezzi che, a luci spende, andavano a scaricare a Pian di Carlo il contenuto del loro carico. Un atteggiamento decisamente sospetto che getta pensanti ombre sull’origine di alcuni materiali finiti in discarica, soprattutto se si pensa al rischio idrogeologico e al fatto che, stando ai progetti, la Gronda di Ponente passerà proprio in questa cava, la cui attività estrattiva fu fermata decenni fa poiché la roccia era, ed è, ricca di fibre di amianto. «Abbiamo chiesto che vengano fatti dei carotaggi per vedere cosa è stato interrato – spiegano alcuni abitanti – ma non abbiamo ancora avuto risposte». È lo stesso vicesindaco Stefano Bernini a replicare: «I carotaggi sono stati eseguiti e i risultati sono in fase di elaborazione da parte degli uffici tecnici, sicuramente le nuove autorizzazioni dovranno passare anche da questi risultati».

    Con la solita lentezza strutturale alla “cosa pubblica”, quindi, si sta lavorando per garantire la sicurezza della Val Varenna e di Pegli. Le questioni tecniche sul tavolo sono molte e decisamente impattanti, e si spera che i nodi vengano sciolti nel più breve tempo possibile, prima che sia troppo tardi. Rimane il dato politico: quando si tratta di grandi opere e grandi affari (e relativa grande fretta), le verifiche per la tutela dei territori e delle persone sono troppo spesso fatte “in corso d’opera” e mai ex ante, approfittando delle labirintiche pieghe della burocrazia italica. Non tutto, però, è reversibile e correggibile, e la Politica dovrebbe saperlo. Dovrebbe.

    Nicola Giordanella

     

  • Morosità incolpevole, Regione Liguria sblocca i finanziamenti 2015 e 2016 per il fondo dedicato all’emergenza abitativa

    Morosità incolpevole, Regione Liguria sblocca i finanziamenti 2015 e 2016 per il fondo dedicato all’emergenza abitativa

    Palazzo della RegioneRegione Liguria sblocca i soldi destinati al Fondo per la Morosità Incolpevole a sostegno degli inquilini morosi titolari di contratto di locazione e soggetti a provvedimenti di sfratto: 3 milioni di euro per 23 comuni liguri; la cifra comprende i soldi del 2015 e del 2016. Per il Comune di Genova il fondo arriva a 1.223.249,58 euro.

    La firma arriva nel corso della riunione della giunta regionale odierna, proprio mentre in Sala Rossa l’assessore alle Politiche della Casa e housing sociale, Emanuela Fracassi, in risposta ad una interrogazione (art 54), denunciava ancora una volta il ritardo e il silenzio di Regione Liguria. «I nostri uffici hanno lavorato a lungo sulla destinazione e la suddivisione del fondo – sottolinea l’assessore regionale per le Politiche Abitative Marco Scajolama con la firma di oggi si potrà intervenire a livello regionale per supportare un numero di famiglie compreso tra le 250 e le 400 unità»

    Morosità Incolpevole

    Questo fondo interviene per sostenere quelle famiglie che non riescono più a pagare l’affitto per subentrati problemi di liquidità, come ad esempio la perdita del lavoro o della pensione di un caro estinto. L’intervento pubblico è ovviamente inteso come temporaneo, ma può risultare utilissimo per permettere a nuclei famigliari in difficoltà di non perdere la casa, mentre si tenta di risolvere il problema, o con una riformulazione del contratto, o con una locazione alternativa; ad beneficiare del fondo, quindi, anche i proprietari degli immobili, che in questo modo sono “sicuri” di ricevere comunque il canone d’affitto. Un meccanismo pensato anche per mantenere più fluido il mercato delle locazioni, tentando di favorire una più ampia offerta. L’origine di questo finanziamento è statale, e dalle regioni viene suddiviso ai vari comuni in base alle necessità rilevate sul territorio. Il ritardo fino ad oggi accumulato aveva messo in seria difficoltà le politiche sulla casa dei vari comuni, e in special modo a Genova, dove la “Emergenza Casa” è in fase espansiva.

    Regione Liguria, sbloccando il fondo, ha individuato 23 comuni in tutta la Liguria a cui destinare quote di finanziamento; cinque in Provincia di Genova: Genova (oltre 1,2 milioni di euro), Chiavari (84.000 euro), Rapallo (124mila), Sestri Levante (66mila euro), Arenzano (32mila euro); otto in provincia di Imperia:  Imperia (177.500 euro), Camporosso (12mila euro), Diano Marina (17mila euro), Vallecrosia (28.500 euro), Bordighera (26.500 euro), Taggia (73.800 euro), Ventimiglia (61.700 euro), Sanremo (178mila euro); sei in provincia della Spezia: La Spezia (329 mila euro), Arcola (25 mila euro), Ortonovo (20milaeuro), S. Stefano Magra (18.500 euro), Sarzana (40.500 euro), Lerici (33.500 euro), e quattro in provincia di Savona: Savona (224mila euro), Albenga (78 mila euro), Cairo Montenotte (32.500 euro) Loano (56 mila euro). «Oltre ai 3 milioni da destinare ai Comuni – continua Scajola – abbiamo previsto inoltre uno stanziamento di 150mila euro di fondi regionali a favore di Filse, la Finanziaria della Regione, per il potenziamento del fondo di garanzia della locazione che si andranno ad aggiungere ai 500mila già in dotazione per soddisfare la richiesta di garanzia, sia dei proprietari che degli inquilini morosi che potranno così non essere sfrattati»

    Dialogo tra sordi

    Durante la seduta del Consiglio Comunale, in risposta ad un articolo 54 a firma Padovani (Lista Doria) che chiedeva aggiornamenti sulla questione, l’assessore alle Politiche della Casa Emanuela Fracassi ha dichiarato che il Comune d Genova: «Non ha più avuto notizie da Regione Liguria riguardo questi soldo che sono già stati versati dal ministero. Questo ritardo – ha aggiunto – ha provocato uno stop agli interventi dei nostri uffici». Questo succedeva mentre in giunta regionale veniva firmato lo sblocco di questi soldi, senza che nessuno avesse evidentemente avvertito la giunta comunale. Due notizie, quindi, una buona e una cattiva: quella buona è che finalmente sono arrivati soldi destinati ad aiutare chi oggi rischia di perdere il tetto sotto il quale dormire; la cattiva è che, su un tema politico e sociale così importante e delicato, le istituzioni si muovono in maniera non coordinata e senza il giusto, e dovuto, dialogo. Una sordità decisamente colpevole.

    Nicola Giordanella