Autore: Simone D’Ambrosio

  • Emergenza abitativa a Genova (terza parte): le case della Chiesa come fonte di reddito

    Emergenza abitativa a Genova (terza parte): le case della Chiesa come fonte di reddito

    santa-maria-castello-interni (8)Mettere il becco negli affari della Chiesa non è mai compito semplice. Ancor di più in una città dall’animo fortemente conservatore come Genova, sede arcivescovile, cardinalizia e del presidente della Cei. Dalla Curia alle Opere Pie, dalle associazioni religiose ai lasciti testamentari dei fedeli, l’universo Chiesa nel suo complesso è considerato uno dei più grandi proprietari immobiliari della nostra città, in particolar modo del Centro Storico.

    Ne abbiamo parlato con l’assessore Fracassi che, nella prima parte di questa nostra inchiesta dedicata all’emergenza abitativa genovese (leggi qui), neanche troppo velatamente, ha accusato la Chiesa di non dare una grossa mano alle istituzioni pubbliche, quantomeno dal punto di vista della disponibilità di alloggi da utilizzare per locazioni a canone moderato. «Ad oggi non esiste una vera e propria collaborazione con i grandi proprietari della città (qui la seconda parte dell’inchiesta dedicata alle società a partecipazione pubblica, ndr) – dichiara l’assessore – Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità (17 famiglie inserite nella struttura “boschetto” dell’Istituto don Orione, ndr) perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato».

    L’inchiesta integrale “Emergenza abitativa a Genova”  è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    centro-storico-castello-vicoli«L’assessore – ribattono dalla Curia – forse si dimentica le tante persone bisognose che i servizi sociali rimbalzano ai nostri Centri d’ascolto vicariali».
    Certamente, nessuno può mettere in dubbio il grande servizio che la Chiesa svolge nel campo assistenziale, spesso sostituendosi alle gravi mancanze degli enti pubblici. A venire in mente è, innanzitutto, la Caritas, la Fondazione Auxilium ma sono davvero tante le associazioni di stampo cattolico e le iniziative di laici che si impegnano nell’aiuto alle persone più emarginate.
    «Avere una casa è un grande dono ma è un dono ancora più grande poterla mantenere e avere un lavoro che consenta di farlo – commenta mons. Marino Poggi, direttore della Caritas diocesana – la vera emergenza non dipende tanto dalla presenza o meno di case ma dal fatto che, chi ha bisogno di case, non è nelle condizioni economiche di mantenerle, di viverci con tutte le spese che ciò comporta».

    Va bene. Ma che cosa fa, in concreto, la Chiesa di Genova per rispondere a questa emergenza anche e soprattutto laddove i servizi pubblici latitano? Ancora don Poggi: «Ci sono i centri d’ascolto vicariali che, pur con le risorse limitate che hanno a disposizione (e che provengono soprattutto dai proventi dell’8 per mille e dalle offerte dei parrocchiani, ndr), aiutano a pagare bollette e affitti: a ciò si aggiunge un certo numero di case da dare gratuitamente per rispondere alle emergenze più gravi». C’è chi dice, però, che questi alloggi, rispetto a quello che è il patrimonio immobiliare della Chiesa, potrebbero essere molti di più… «Ultimamente – risponde il direttore della Caritas – stiamo cercando di ampliare la disponibilità di questo tipo di alloggi, soprattutto grazie ai lasciti dei privati. Si tratta di sistemazioni che non possono pretendere affitti altrimenti si tornerebbe al problema iniziale. Ma devono essere sistemazioni provvisorie per consentire alle persone di trovare un aiuto per il tempo in cui non avrebbero possibilità di abitare dignitosamente, magari in attesa di una risposta definitiva da parte delle istituzioni pubbliche. Stiamo cercando di lavorare su questo anche in sinergia con altre realtà genovesi. Ad esempio, la fondazione Carige ci sta mettendo a disposizione nei vicoli un palazzo per cui stiamo cercando i fondi per completare i lavori di ristrutturazione. Si cerca di fare quel che si può».
    Difficile, se non praticamente impossibile, capire se “quel che si può”, quantomeno a livello di patrimonio abitativo messo a disposizione, potrebbe essere di più. Le proprietà ecclesiastiche sono gestite da un ente dedicato, il C.A.P.E. (Consorzio per l’amministrazione del patrimonio immobiliare enti dell’arcidiocesi di Genova), il cui presidente, ragionier Emilio Nichele, si è più volte sottratto alle nostre domande. Così come parecchie difficoltà abbiamo avuto ad entrare in contatto con i responsabili dell’ufficio amministrativo ed economato della Diocesi.

    Non si è tirato indietro, invece, il direttore della Caritas, mons. Marino Poggi: «Esistono delle case che hanno come presidente l’arcivescovo: le Opere Pie Riunite ne hanno un centinaio nel proprio patrimonio e qualcosa meno ha anche il Magistrato di Misericordia. Ma si tratta di organizzazioni che devono, comunque, mantenersi in piedi per cui possono mettere a disposizione gratuitamente o a condizioni particolarmente vantaggiose solo un certo numero di case, altrimenti i loro servizi complessivi non starebbero in piedi. Naturalmente si spera che la gestione degli appartamenti che vengono affittati secondo le logiche di mercato più tradizionali sia fatta con la giusta attenzione e non “a coltello”. Certo, probabilmente si potrebbe fare di più e di meglio ma solo il Signore sa se la conduzione di queste proprietà è la più oculata e generosa possibile».

    Qualche dubbio in proposito lo nutre Bruno Pastorino, l’ex assessore comunale alle Politiche della casa che ci ha accompagnato in questa lunga inchiesta: «Esiste una distribuzione multiforme della proprietà ecclesiastica che viene gestita unitariamente da questo ente che avrebbe come scopo il sostentamento economico del clero. E vista l’ingente dotazione immobiliare – dice sorridendo sarcasticamente – possiamo affermare che si propone di sostenere molto bene il suo clero». Al di là delle battute, Pastorino sostiene che la Chiesa quando applica regimi locativi non abbia una vocazione sociale particolarmente evidenziata e, anzi, si allinei senza difficoltà ai valori di mercato spesso disimpegnandosi nella gestione degli immobili e facendo ricadere sugli inquilini oneri di ristrutturazione come la messa in sicurezza degli impianti che, di per sé, spetterebbero alla proprietà.
    «La dimostrazione della scarsa attenzione sociale – prosegue l’ex assessore – ha delle manifestazioni concrete: alcuni Comuni liguri, come Celle e Noli, si sono impegnati a cercare partenariati con istituti religiosi locali per presentare progetti di edilizia destinati alla locazione calmierata con contratti di 15 anni o permanenti. Nonostante fossero garantiti sostanziosi contributi a fondo perduto, di fronte alla previsione di dover affittare per un periodo prolungato i propri alloggi a canoni moderati, questi istituti hanno chiuso la porta al pubblico preferendo disporre liberamente degli immobili a canoni desiderati o vendendoli».

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

  • Tursi, approvata la delibera su partecipate e futuro di Amiu: ennesimo nulla di fatto?

    Tursi, approvata la delibera su partecipate e futuro di Amiu: ennesimo nulla di fatto?

    palazzo-tursi-grillo-luigi-Pdl-D2Se stessimo parlando di calcio, si direbbe una melina infinita. È questa la sensazione che emerge dal lungo Consiglio comunale di ieri pomeriggio in cui è stata approvata con 20 voti a favore (ne mancherebbe uno per la maggioranza assoluta ma, ormai, questo non fa più notizia), 8 contrari (M5S, Pastorino – Sel, Bruno – Fds, Vittoria Musso) e 3 astenuti (Gozzi – PD, Balleari e Campora – Pdl) la delibera sulla razionalizzazione delle società partecipate del Comune di Genova.

    Una melina perché, se il documento proposto dalla giunta non presentava grosse criticità ed era sostanzialmente condiviso bipartisan quasi nella sua interezza, sul tema più caldo, quello del futuro di Amiu (qui l’approfondimento), viene sostanzialmente sancito l’ennesimo nulla di fatto. È lo stesso Simone Farello a sottolineare come non si possa indugiare oltre: «Non facciamo altro – ha detto il capogruppo del Partito Democratico – che confermare una linea già assunta ad agosto 2013 e poi ribadita a novembre dello stesso anno. Nel frattempo la situazione di Amiu si è complicata e rischiamo che un’azienda che ha grosse potenzialità manifesti soltanto grandi problemi. Dobbiamo decidere che cosa fare per trovare gli investimenti che servono al piano industriale: non abbiamo nessun pregiudizio ma la soluzione va trovata prima dell’estate».

    Una melina perché la modifica proposta (e approvata) dalla stessa giunta – radio Tursi vuole che i cambiamenti siano stati fortemente caldeggiati da Lista Doria ma presentati dalla giunta per evitare giochini politici all’interno della maggioranza e un nuovo scontro tra la lista civica del sindaco e il Partito democratico – rinvia di fatto ogni decisione sul futuro di Amiu a una nuova, ulteriore delibera. Dal testo inizialmente redatto viene stralciato ogni riferimento alla necessità di un “partner industriale” per l’avvio del nuovo corso dell’azienda partecipata da Tursi e si sostituisce tutto con una più generale e onnicomprensiva “partnership”. Un’opera di cosmesi lessicale che Lista Doria vede di buon occhio perché non chiude la porta all’affiancamento di Amiu da parte di soggetti pubblici come Cassa Depositi e Prestiti o Filse, la finanziaria di Regione Liguria. «Dobbiamo salvaguardare l’azienda, i posti di lavori e il controllo pubblico» segna il cammino il capogruppo Pignone che porta a casa anche l’approvazione di un emendamento, già condiviso in maggioranza dallo stesso sindaco Doria, in cui viene richiesta una relazione tecnica da parte di esperti del settore (il famigerato “advisor”, vedi  ad esempio nel caso di Amt) in merito alle varie opzioni di futura aggregazione pubblica o privata, conformemente con quanto previsto dal piano industriale di Amiu (qui l’approfondimento) e dal piano regionale dei rifiuti anche in riferimento agli obiettivi ambientali.

    Ma, come sottolinea Antonio Bruno (Fds), «l’aver tolto la qualifica di “industriale” dalla partnership prevista potrebbe anche aprire la strada a investimenti di fondi speculativi e banche. Il rischio, quindi, è che la modifica introdotta oggi renda il testo ancor più negativo e pericoloso rispetto alla sua versione iniziale, già di per sé negativa».

    Restano, dunque, intatti (e, anzi, forse addirittura rafforzati) gli obiettivi di chi spinge per una quantomeno parziale privatizzazione dell’azienda. Si fa sempre più incessante il nome di Iren, società sì a partecipazione pubblica ma a governance di fatto assolutamente privata.

    Curioso che il sindaco abbia fatto capolino in Sala Rossa solo nei pressi della votazione della delibera, attorno alle 19.30, di ritorno da un impegno istituzionale proprio con i vertici di Iren, con cui si sarebbe discussa una modifica dell’assetto di governance relativa a un cambiamento della partecipazione del Comune di Torino. L’assenza del sindaco non ha offerto una bella immagine per un’amministrazione sempre nell’occhio del ciclone: le delibere importanti latitano e, probabilmente, continueranno a farlo fino a quando non sarà approvato il bilancio (quasi certo lo slittamento a luglio); l’assenza del sindaco da una delle discussioni più delicate in Consiglio comunale da qui all’estate non può certo passare inosservata.

    L’ipotesi dell’ingresso di Iren, come di qualsiasi altro partner privato, è assolutamente contrastata anche dal Movimento 5 Stelle, che in apertura di seduta si era visto bocciare una richiesta di sospensiva della delibera e ha provato fino all’ultimo a far mancare il numero legale votando contro al provvedimento solo all’ultimo momento utile: «Iren – ricorda il consigliere Boccaccio – ha più di 2 miliardi di indebitamento e non esiste alcuna azienda che sia confluita in questa società ed abbia diminuito le tariffe per i cittadini o migliorato i servizi». Preoccupati e molto scontenti sono anche i lavoratori di Amiu che avrebbero preferito che nella delibera fosse specificata la natura pubblica della futura partnership prevista per l’azienda. Ecco, allora, che già oggi potrebbero essere confermati i due giorni di sciopero annunciati e poi sospesi in seguito alla firma dell’accordo con le istituzioni. Un accordo che, tra le altre cose, prevedeva una nuova convocazione delle parti per la formalizzazione degli impegni presi e del relativo cronoprogramma nelle more di un vero e proprio accordo di programma che, nei fatti, non si è ancora verificato.

    Da non dimenticare, come abbiamo detto più volte nelle scorse settimane, che la delibera non riguarda solo Amiu ma 17 società partecipate da Tursi su un totale di una cinquantina. Anche in questo caso, però, il lavoro dell’amministrazione non sembra soddisfare proprio tutti: «La delibera – si diverte a calcolare il grillino Boccaccio – prevede risparmi patrimoniali per circa 1,1 milioni di euro e risparmi nella parte corrente per poco meno di 500 mila euro: il totale fa 1,6 milioni mal contanti. Sul nostro bilancio cittadino che vale circa 880 milioni all’anno, vuol dire un risparmio dello 0,0002%: se dovessimo recuperare il debito pubblico del nostro Comune, che ammonta a 1,250 miliardi di euro, con provvedimenti di questo tipo ci metteremo 783 mila anni. È chiaro che tutto questo rende la delibera alquanto risibile».

    Dal canto suo, l’amministrazione si difende annunciando l’imminente arrivo in Commissione e, conseguentemente in Consiglio, di una nuova delibera con cui verrà rivisto l’organigramma dei dipendenti pubblici, dirigenti compresi, anche dal punto di vista retributivo.

    Da registrare, infine, l’approvazione di 4 emendamenti proposti dal consigliere Vassallo (Pd) che riguardano alcune partecipate “minori”: Asef, Bagni Marina e Farmacie genovesi non vengono più ritenute società indispensabili e la partecipazione pubblica in tali società verrà mantenuta solo a condizione di un’autosufficienza economica delle stesse; Asef viene vincolata a mettere a disposizione del Comune i propri utili di esercizio (si parla di circa 5 milioni) che verranno impiegati per la manutenzione dei cimiteri; il futuro del Job Centre viene lasciato in stand-by fino alla prossima riorganizzazione nazionale dei servizi per l’impiego; per Sviluppo Genova è prevista una maggiore libertà d’azione riguardo operazioni di gestione immobiliare strategica come, ad esempio, l’efficientamento energetico.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ciclo dei rifiuti, ecco il programma di Amiu per uscire dalla crisi: ma chi pagherà?

    Ciclo dei rifiuti, ecco il programma di Amiu per uscire dalla crisi: ma chi pagherà?

    percolato-scarpinoLa domanda è sempre la stessa. Chi troverà i 150 milioni che nei prossimi 5 anni serviranno a dare concretezza al nuovo piano industriale di Amiu? È evidente che le risorse pubbliche non possano bastare per le innovazioni tecnologiche necessarie a trasformare la partecipata del Comune di Genova da società di servizi a vera e propria società industriale. Nella tanto discussa delibera sulla razionalizzazione delle società partecipate (che dovrebbe essere messa in votazione nel Consiglio comunale di martedì prossimo), come d’altronde già previsto nella delibera di novembre 2013, si fa esplicitamente riferimento all’ingresso di un partner privato: le modalità, però, restano tutte da discutere, soprattutto all’interno della maggioranza che (e non è certo una novità) non è compatta sul tema.

    Decisamente più concordi sono tutti i consiglieri nel commentare positivamente le evoluzioni del piano industriale che Amiu ha presentato questa mattina in Commissione a Palazzo Tursi. «Nel piano industriale presentato in autunno – ha ricordato il presidente Castagna, intervenuto in Sala Rossa assieme al responsabile tecnico e progettuale di Amiu, ing. Cinquetti – delineavamo una serie di interventi da fare a Scarpino e ipotizzavamo un’evoluzione impiantistica ancora abbozzata. Sostanzialmente si lasciavano aperti alcuni scenari che, adesso, sono stati focalizzati».

    Innanzitutto, si prova a mettere la parola fine sulla stabilità della discarica di Scarpino. «È stato realizzato – assicura l’azienda – un sistema completo, semi automatizzato e in tempo reale di monitoraggio con oltre 100 punti di misurazione. Bisogna dire con chiarezza che la discarica è ed è sempre stata stabile: l’unico problema riguardava il coefficiente di sicurezza, ulteriore garanzia di stabilità, che era sceso sotto il valore di legge».

    In via di soluzione anche le problematiche riguardanti il trattamento del percolato e il bilancio idrico della discarica sestrese. «Sono state confermate le nostre supposizioni iniziali – spiega Castagna – e cioè che l’afflusso del percolato di Scarpino 1 è più del doppio di Scarpino 2. Il fondo della vecchia discarica non è stato impermeabilizzato e risente del flusso delle acque piovane». Per risolvere la questione, è stato messo a un punto un sistema di emungimento delle acque piovane e il loro drenaggio in versanti naturali.  «Va ricordato – sottolinea Amiu – che nel 2014 sono piovuti circa 3200 mm di pioggia contro una media degli anni passati tra 1500-1700. Tenendo conto delle variazioni climatiche abbiamo realizzato un bacino supplementare di accumulo percolato per circa 2500 metri cubi e 10 serbatoi mobili (per un totale di 3 mila metri cubi). Inoltre, sono stati predisposti due piccoli impianti mobili di depurazione da 100 metri cubi/ora». Risultato: si aumenta del 40% la capacità di stoccaggio del percolato, precedentemente di circa 14 mila metri cubi e ora salito a 19500 mc.

    Scarpino 3, la “nuova discarica”

    Più interessante e delicata la questione che riguarda la realizzazione di un nuovo lotto di discarica che verrà inevitabilmente battezzato Scarpino 3 ed entrerà esclusivamente in servizio per le frazioni residuali di rifiuti non recuperabili. Il progetto, soprattutto in vista di una potenziale estensione del servizio di Amiu a tutto il bacino della Città Metropolitana, punta ad ottenere la disponibilità di oltre 1,3 milioni di metri cubi di nuovi spazi ma, al momento, l’autorizzazione è stata richiesta solo per 150 mila metri cubi. I nuovi spazi sarà indispensabili alla riapertura della discarica perché Scarpino 2 sarà chiusa e sigillata. Contemporaneamente dovrebbero partire anche i lavori per la definitiva impermeabilizzazioni di Scarpino 1.

    Con Scarpino 3 si modifica parzialmente il ciclo dei rifiuti indifferenziati genovesi. Dal cassonetto verde arriveranno in discarica e verranno sottoposti all’impianto di separazione secco-umido. In Commissione è stato definitivamente confermato l’abbandono del progetto che preveda l’installazione degli impianti di separazione a Volpara e Rialzo: «A gara già fatta – ricorda Castagna – l’evoluzione normativa regionale ha imposto un cambiamento dell’impiantistica: a quel punto abbiamo deciso di sfruttare un’area interna a Scarpino per questo tipo di trattamento». Dopo la separazione, la frazione secca stabilizzata non entrerà nel giro della discarica, almeno in questa prima fase, e dovrà essere conferita fuori Regione a causa degli indici restrittivi imposti da via Fieschi per questo tipo di trattamento. L’umido residuale, invece, dopo essere stato stabilizzato, verrà abbancato negli spazi di Scarpino 3. La biostabilizzazione avverrà all’interno di una ventina di corridoi di cemento coperti da teli che consentono aerazione: un processo simile a quello del compostaggio domestico, che durerà circa una ventina di giorni per ogni ciclo.

    La differenziata secca di qualità continuerà ad andare, invece, all’impianto di via Sardorella a Bolzaneto per essere opportunatamente selezionata e valorizzata prima della vendita sul mercato.

    In questa prima fase, invece, continuerà ad essere conferito fuori Regione l’umido di qualità, proveniente dai cassonetti marroni. Un passaggio, quest’ultimo, che potrà essere internalizzato solo dopo l’entrata in funzione del biodigestore.

    Il piano industriale di Amiu prevede poi l’inizio di una seconda fase, all’interno di questo processo di nuova vita del trattamento dei rifiuti genovesi, che potrebbe partire tra il 2017 e il 2018, ovvero quando verrà realizzato l’impianto per il recupero spinto di materia secca che interverrà dopo la separazione dall’umido del rifiuto indifferenziato. In questo caso, il materiale recuperato sarà venduto mentre gli scarti residuali potranno essere finalmente abbancanti a Scarpino 3, così come l’umido non di qualità.

    A quel punto, per completare la chiusura del ciclo all’interno del territorio genovese e diminuire in maniera sempre più sensibile i rifiuti indifferenziati da abbancare in discarica, mancherà solo il biodigestore che dovrà trattare il materiale organico di qualità (quello raccolto nei cassonetti marroni), indirizzarlo all’impianto di compostaggio e vendere i prodotti sul mercato (gli scarti, invece, andranno a Scarpino 3). Ma dove verrà realizzato questo ormai famoso biodigestore? La scelta, come ricorda Enrico Pignone, capogruppo di Lista Doria, spetta al Comune: «Oltre alla ricerca delle risorse economiche e finanziarie per realizzare questo percorso dobbiamo per forza di cose risolvere il tema della disponibilità delle aree. Non tutte le innovazioni impiantistiche potranno trovare spazio a Scarpino: è indispensabile dare attuazione al recente accordo di programma siglato tra enti locali e sindacati, nel quale il Comune si impegna e risolvere la questione della scelta delle aree entro il 30 giugno. Solo una volta che avremmo definito le aree potremmo avere una più precisa definizione delle risorse economiche e degli investimenti necessari». Per il biodigestore il ballottaggio è sempre lo stesso: ex Colisa o Ilva. Tra meno di due mesi, finalmente, si avrà una risposta.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex mercato corso Sardegna, stop al progetto temporaneo? Si va verso la gara pubblica

    Ex mercato corso Sardegna, stop al progetto temporaneo? Si va verso la gara pubblica

    Mercato Corso SardegnaL’assessore Crivello sperava di poter dare la notizia già ieri pomeriggio, rispondendo all’interrogazione di Barbara Comparini (Lista Doria) in Consiglio comunale. Ma le firme non sono ancora arrivate. Manca, dunque, l’ufficialità anche se l’accordo tra Comune di Genova e Rizzani de Eccher per la conclusione dell’annosa trattativa sui risarcimenti dei mancati lavori all’ex mercato di corso Sardegna si può considerare praticamente concluso.

    Non è ancora dato sapere quali siano i termini dettagliati su cui si metterà fine alle ostilità ma sicuramente al colosso friulano dell’edilizia verrà corrisposto un corposo indennizzo da parte delle casse pubbliche (comunque di molto inferiore agli 11 milioni richiesti inizialmente dalla società) per aver dovuto dire addio al progetto di riqualificazione dell’area in seguito ai forti vincoli urbanistici imposti dopo l’alluvione del novembre 2011, ad appalto già da tempo assegnato.

    Certo è che, dopo che avrà finalmente concluso questa partita, l’amministrazione potrà finalmente dedicarsi al futuro di questo spazio ormai da troppo tempo abbandonato.
    Ha perso quasi definitivamente quota l’ipotesi di riqualificazione temporanea (qui l’approfondimento) con l’abbattimento di alcuni edifici non vincolati affacciati su via Varese e l’idea di realizzazione di una nuova piazza pubblica. Un progetto che sembrava di imminente avvio finché, lo scorso febbraio, non arrivò il “fermi tutti” del vicesindaco Bernini che vincolava l’avvio di qualsiasi tipo di progettazione alla conclusione dell’accordo con De Eccher. «Sono personalmente convinto che l’ex mercato possa essere valorizzato senza incidere con grossi interventi di modifica sulla struttura, seguendo l’esempio di altri grandi paesi europei per spazi simili» aveva detto Bernini per la gioia del comitato cittadino per la salvaguardia dell’ex mercato che si è sempre opposto al progetto di riqualificazione fortemente voluto dal presidente di Municipio, Massimo Ferrante.

    Municipio che per quegli spazi ha investito 100 mila euro per il risanamento conservativo della facciata, compresa la rimozione delle ormai storiche impalcature, l’eliminazione dell’edicola accanto all’ingresso e la sistemazione del cancello in ferro battuto: opere che inizieranno il prossimo lunedì 11 maggio. Un investimento cospicuo per il bilancio del Municipio (a cui vanno sommati i 200 mila euro impiegati dal Comune per la bonifica dell’amianto) che, ora, rischia di rimanere temporaneamente incompleto.

    «Dal momento stesso in cui arriverà la firma dell’accordo con la Rizzani de Eccher – assicurano a Tursi – lavoreremo per la pubblicazione del nuovo bando per la riqualificazione dell’area». Una riqualificazione che sarà definitiva e che, essendoci di mezzo una gara pubblica, non potrà avvenire in tempi brevissimi. I tanti cittadini interessati a riappropriarsi dell’area devono mettersi il cuore in pace: prima di rientrare definitivamente nell’ex mercato, dovranno passare ancora diversi mesi. Anche se i nuovi lavori non si annunciano come particolarmente gravosi: non dovrebbero, infatti, essere previste sostanziali modifiche agli edifici che compongono la struttura. L’obiettivo finale è quello di restituire più luce e più aria, elementi indispensabili per uno spazio pubblico. Il risultato, insomma, non dovrebbe discostarsi poi molto dal progetto in stile vagamente liberty disegnato dal circolo Nuova Ecologia di Legambiente e dal coordinamento dei gruppi per la riqualificazione di corso Sardegna.

    A questo punto, potrebbero non servire più i 500 mila euro che il Comune aveva stanziato con apposita delibera (n. 289/2013 approvata nel novembre di quell’anno) per la demolizione di alcuni edifici non vincolati dalla Sovrintendenza e la sistemazione provvisoria dell’area per uso temporaneo. Ma l’assessore Crivello assicura che la cifra sarà comunque reinvestita a favore del territorio della Bassa Val Bisagno.

    Cambio di destinazione in vista anche per gli ulteriori 50 mila euro che il Municipio Bassa Val Bisagno sarebbe stato disposto a impiegare per l’allestimento della nuova piazza che si sarebbe dovuta affacciare su via Varese, ma che con tutta probabilità verranno dirottati sulla riqualificazione di piazza Martinez.

    Nel frattempo, per quanto riguarda l’ex mercato di corso Sardegna, ci si dovrà accontentare di qualche evento estemporaneo, come quello di grande successo fortemente voluto da Municipio e Civ lo scorso 29 marzo, a dimostrazione del forte attaccamento che i genovesi e gli abitanti della bassa Val Bisagno, in particolare, hanno nei confronti nel proprio territorio e dei propri (pochi) spazi a disposizione.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Emergenza abitativa a Genova (2a parte): le case vuote delle società a partecipazione pubblica

    Emergenza abitativa a Genova (2a parte): le case vuote delle società a partecipazione pubblica

    genova (3)Quasi 4000 cittadini genovesi in lista per una casa popolare, senza contare il numero di sfratti che ogni anno colpisce sempre più famiglie. L’emergenza abitativa, che investe la nostra città ma anche l’intera penisola e tanti altri Paesi europei, oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. Nella prima parte della nostra inchiesta (leggi qui) ci siamo soffermati sull’analisi dei dati e delle politiche degli enti locali, Comune e Regione in primis.

    A complicare ulteriormente un quadro piuttosto desolante e con scarsissime probabilità di ripresa, ci si mette una nuova tendenza che negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede: molte operazioni immobiliari non trovano più soddisfazione all’interno del real estate tradizionale ma vengono utilizzate come un vero e proprio strumento neo-finanziario. Gli immobili, cioè, non vengono più costruiti o acquisiti per essere abitati ma come strategica voce di bilancio per grandi aziende da sfruttare per un più facile accesso al credito nel confronto degli istituti bancari o per riequilibrare situazioni economiche altrimenti fallimentari. Per le grandi imprese, dunque, avere nel proprio patrimonio alloggi vuoti non rappresenta un gravoso onere finanziario ma diventa piuttosto un pass par tout per l’accesso al credito. Operazione, tra l’altro, che in un certo qual modo sembra essere stata avvallata dai piani alti della politica nazionale dato che le imprese edili sono state risparmiate da una serie corposa di oneri fiscali sugli invenduti.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    Geometra Impazzito di Alberto Marubbi
    Foto di Alberto Marubbi

    La questione diventa ancora più grave se ad essere chiamati in causa sono soggetti pubblici o aziende partecipate dallo Stato e da enti locali che sacrificano alla divinità immobiliare beni patrimoniali che potrebbero altrimenti essere impiegati per ben più nobili scopi sociali. Politica e istituzioni segnano così una decisa migrazione da ruolo di mediatori sociali a vero e proprio supporto e assistenza al mercato finanziario. Se, infatti, una parte di questi alloggi venisse riproposta sul mercato a prezzi calmierati, la domanda abitativa potrebbe essere in buona parte assorbita. E gli incentivi per intraprendere questo cammino non sarebbero così complicati: basterebbe, infatti, una politica fiscale che punisse chi detiene alloggi vuoti per un certo numero di anni.

    Una situazione da cui anche Genova non è immune. Secondo stime approssimative, gli addetti ai lavori parlano di almeno 400 alloggi che potrebbero essere messi in circolo se si puntasse a valorizzare in chiave sociale questa categoria di immobili vuoti e proprietà di enti che hanno qualcosa a che fare con il settore pubblico. Nella nostra città, i due casi più eclatanti riguardano il Gruppo Iren e Poste Italiane: nel primo caso, si parla di un’azienda che chiama in causa per quasi la metà della sua proprietà i Comuni di Genova, Torino e Reggio Emilia, e che rappresenta l’élite della trasmissione dell’energia nel nostro Paese con grandi escursioni nei mercati emergenti; nel secondo caso, invece, il controllo pubblico avviene attraverso Cassa Depositi e Prestiti.

    Per quanto riguarda il Gruppo Iren, bisogna risalire a dicembre 2013 quando il Consiglio comunale diede il via libera all’operazione di liquidazione di Sportingenova, la partecipata del Comune che aveva in gestione i principali impianti sportivi della città. Per far fronte a circa 10 milioni di debito maturati nella gestione, il Comune ha sostanzialmente “riacquistato” gli impianti coprendo l’esposizione nei confronti dei creditori attraverso una significativa operazione di permuta immobiliare. Sono così passati da mano pubblica a mano para-privata i seguenti immobili: il mercato di Pontedecimo, un complesso ex industriale nella zona dell’Eridania a Sampierdarena, una palazzina a Nervi, alcuni appartamenti nella zona del Lagaccio e di Brignole, un ex asilo comunale a Trasta, un’ex scuola in via Pagano Doria e il famoso palazzo delle Poste di Borgo Incrociati. I creditori hanno un’identità ben precisa: si tratta di Cae, Mediterranea delle Acque e Iren Mercato, tutte appartenenti al Gruppo Iren. Che, a circa un anno e mezzo dall’ottenimento, si è fin qui dimostrato indisponibile a qualsiasi ipotesi progettuale volta a riutilizzo in chiave abitativa sociale di questi edifici, anche quando le proposte sono giunte da aziende pubbliche. Una tendenza confermata anche dalla mancata partecipazione di Iren all’ultimo bando regionale che elargiva fondi per la riqualificazione di immobili esistenti da convertire a edilizia sociale fino a un massimo di 500 mila euro.

    Un’accusa che il professor Luca Beltrametti, presidente di Mediterranea delle Acque e noto uomo di sinistra, rispedisce sostanzialmente al mittente: «Non sono assolutamente in grado di rispondere per conto di tutto il gruppo Iren ma, per quanto ci riguarda, il fenomeno è molto circoscritto. Abbiamo ricevuto dal Comune 3 immobili a saldo del credito di Sportingenova ma non ci siamo mai inoltrati deliberatamente nel settore immobiliare per fini speculativi». Di questi ci risulta facciano parte l’ex scuola di via Pagano Doria e una porzione dell’ex palazzo delle Poste di Borgo Incrociati: «Effettivamente – ammette Beltrametti – questi immobili avrebbero anche una valenza residenziale ma li abbiamo ricevuti in condizioni pessime e non certo abitabili. Sono stati messi in sicurezza ma ci vorrebbero investimenti nell’ordine del milioni di euro per edificio per una ristrutturazione completa. E non si può chiedere a un gruppo che si occupa di acqua e depuratori di investire queste cifre in questioni non solo non riguardano il nostro business ma neppure obiettivi statutari o sociali: se decidiamo di fare un intervento nel sociale, lo facciamo nei nostri settori».

    «Ci sono poi altri immobili nella nostra dotazione patrimoniale – conclude il docente universitario – ma derivano da vicende industriali del passato che avevano a che fare con le attività tipiche dell’azienda e che non riguardano edifici con uso abitativo».
    A destinazione residenziale o meno, nel frattempo gli edifici restano vuoti e i genovesi assistono impotenti al depauperamento di strutture fortemente insediate nel tessuto urbano e il cui recupero creerebbe riqualificazione del territorio oltre, naturalmente, a fornire un’opportunità per alleviare la domanda abitativa locale, laddove possibile.

    begato-diga-d5Il secondo capitolo, come detto, fa riferimento a Poste Italiane. Oltre a una serie di patrimoni sparsi in città, la società è proprietaria di circa un centinaio di alloggi in via Linneo, al Cige di Begato, in un complesso unitario vuoto ormai dal 2001 e prima destinato a scuola professionale con foresterie per gli impiegati in arrivo da fuori città. Rifiutata la proposta di affitto da parte del Comune tra fine 2011 e inizio 2012 per convertire la struttura a esigenze abitative sociali, Egi (partecipata di Poste italiane che ne amministra il patrimonio) ha più volte richiesto invano a Palazzo Tursi una variante urbanistica per riconvertire l’immobile a uso abitativo privato, destinazione al momento esclusa dal Puc, e quindi avere il via libera all’ennesima speculazione edilizia.

    A nostra precisa domanda circa un chiarimento su questa totale mancanza di sensibilità sociale da parte di aziende almeno parzialmente pubbliche, l’assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova, Emanuela Fracassi, risponde: «A me questa cosa non risulta. Ne prendo atto». Commenti e riflessioni, ai lettori.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

  • Ciclo dei rifiuti e futuro di Amiu, il tempo sta per scadere: accordo di programma e capitali privati

    Ciclo dei rifiuti e futuro di Amiu, il tempo sta per scadere: accordo di programma e capitali privati

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-D3Scongiurato lo sciopero Amiu. Il servizio di raccolta dei rifiuti sarà regolare anche lunedì 4 e martedì 5 maggio, evitando così il replicarsi di spiacevoli accumuli di spazzatura a ridosso del ponte del primo maggio, come accaduto invece durante le vacanze natalizie. La sospensione dell’agitazione è stata confermata oggi pomeriggio, dopo la sigla dell’accordo tra Regione, Città Metropolitana, Comune, azienda e organizzazioni sindacali sul futuro di Amiu.

    Come ampiamente circolato già a partire dalla serata di ieri, l’accordo prevede che entro fine 2015 la raccolta differenziata raggiunga il 42% e il 50% a fine 2016. Comune e Amiu dovranno individuare entro la fine di giugno l’area che ospiterà il biodigestore (in ballottaggio ci sono gli spazi ex Colisa ed ex Ilva), il cui progetto preliminare dovrà essere pronto entro fine anno e approvato dalla Città Metropolitana entro giugno 2016. A riguardo, inoltre, la Regione si impegna a trasferire risorse economiche europee derivanti dai fondi FESR. Inoltre, la Città Metropolitana si impegna ad approvare il piano relativo all’impiantistica del ciclo dei rifiuti entro luglio, mentre un mese prima dovrà essere siglato l’accordo tra tutti gli enti pubblici locali per la gestione del percolato di Scarpino indentificandone la migliore soluzione impiantistica e i relativi finanziamenti, attraverso l’impegno della Regione e il coinvolgimento dei Ministeri competenti. Infine, mentre Amiu si impegna a espletare tutte le procedure per la riapertura di Scarpino, la Regione ha siglato  un nuovo accordo con il Piemonte per il conferimento di 149 mila tonnellate di rifiuti della provincia di Genova.

    Emergenza rifiuti a Genova, necessari 150 milioni in 5 anni >> Leggi l’approfondimento

    In allegato all’accordo siglato questo pomeriggio, che conferma la condizione fondamentale del mantenimento dei livelli occupazionali e la salvaguardia delle attuali condizioni contrattuali di lavoro in Amiu, viene inserito uno schema programmatico (consultabile qui) per riassumere impegni e responsabilità che ogni ente pubblico si è assunto riguardo le diverse aree di criticità dell’azienda. Stralciato, invece, ogni riferimento all’ingresso di capitali privati in Amiu, anche se questa strada sembra sempre più ineluttabile per il mantenimento in vita della società.

    A seguito della contrattazione è stata aggiornata la commissione comunale odierna dedicata all’approfondimento della delibera sul riordino delle partecipazioni del Comune di Genova in altre società. I sindacati, infatti, non sono riusciti a raggiungere Tursi creando, tuttavia, l’ennesimo intoppo istituzionale: nell’ordine del giorno del prossimo Consiglio comunale, previsto martedì 5 maggio, era già in calendario la discussione e la votazione sulla stessa delibera che, tuttavia, l’aggiornamento della Commissione odierna ha impedito di licenziare. Tutto rinviato quantomeno di una settimana.

    Non ha però torto l’assessore Miceli a ricordare che «quella in esame non è una delibera su Amiu perché le società partecipate dal Comune di Genova sono decine. Dalla discussione che è sorta sembra che si tratti della delibera che decide i destini di Amiu ma, in realtà, su questa azienda ci si limita solamente a ribadire quanto già affermato a novembre 2013. E cioè che Amiu necessita di un partner industriale. Tutte le altre discussioni anticipano una discussione che dovrà essere fatta successivamente».

    Sul tema è già stata convocata un’apposita riunione di Commissione comunale per venerdì prossimo, nel corso della quale si dovrebbe anche fare luce sulle modifiche del piano industriale di Amiu in seguito all’approvazione del piano regionale dei rifiuti.
    Il nodo più importante da sciogliere resta quello legato ai soldi: chi e soprattutto come pagherà la messa in sicurezza di Scarpino 1 e le innovazioni tecnologiche previste dal nuovo piano industriale? E ancora: come verranno coperti i maggiori costi dell’azienda che, dalla chiusura della discarica sestrese, spende circa 2,5 milioni di euro al mese per lo smaltimento? Qualcosa in più sicuramente si inizierà a capire dopo il consiglio di amministrazione di Amiu in corso in queste ore, in cui dovrebbero finalmente essere fatti i conti nero su bianco. Le ultime indiscrezioni sembrerebbero confermare l’assoluta necessità di un’iniezione di denaro fresco: i conti dell’azienda sarebbero molto vicini al collasso e difficilmente si potrà andare avanti solo con le casse pubbliche. In proposito, si fa sempre più concreta la voce di un interessamento di Iren.

    Ma non tutte le forze politiche sarebbero d’accordo. Se, infatti, il Pd spinge sull’acceleratore per la vendita, le sinistre di Tursi non sono dello stesso avviso. «In questo momento – commenta il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani – Amiu è certamente in forte sofferenza e mi chiedo, quindi, se sia opportuno procedere alla “valorizzazione” dell’azienda con l’ingresso di capitali privati o se non ci si esponga al rischio che la società possa essere svenduta piuttosto che valorizzata. Lascerei una porta aperta a diverse soluzioni che non comportino l’obbligo di cedere quote e di condividere il controllo dell’azienda con altri. Ad esempio, si potrebbe identificare un socio finanziario (non necessariamente industriale) oppure la partnership potrebbe limitarsi ad aggregazioni di scopo con la finalità di gestire insieme gli impianti. Almeno sulla carta, la possibilità di accesso a finanziamenti (cassa depositi e prestiti?) potrebbe darci il vantaggio di realizzare gli investimenti necessari, di mantenere il controllo dell’azienda più vicino a noi, senza necessariamente cedere quote di proprietà. In sostanza, quando si parla di partner industriale, si parla di Iren che è sì una società a controllo pubblico ma, come abbiamo visto, nel momento in cui la gestione strategica si allontana dal territorio, c’è il rischio di una riduzione sostanziale della capacità di governo dei processi e delle scelte da parte dell’azionista di riferimento». La discussione pubblica in Sala Rossa e privata in maggioranza si annuncia molto più che accesa.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio comunale, prosegue l’andamento lento: assenze e ritardi, ennesima seduta inutile

    Consiglio comunale, prosegue l’andamento lento: assenze e ritardi, ennesima seduta inutile

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D4Ennesimo episodio di malapolitica in Consiglio comunale. Manca il numero legale sulla votazione del rendiconto di bilancio 2014 e un’altra seduta va sprecata nel nulla. Usciti dall’aula al momento del voto quasi tutti i consiglieri di opposizione, la delibera ottiene 16 voti favorevoli e 2 contrari (Balleari – Pdl, Rixi – Lega).

    Nelle scorse settimane si era consumata la polemica, sollevata da alcuni esponenti del Partito Democratico, per l’inerzia della giunta, rea di non aver portato all’esame della Sala Rossa alcuna delibera sostanziosa da due mesi. Era stato addirittura minacciato un inedito “sciopero” dei consiglieri e la scorsa settimana l’assenza del PD aveva fatto saltare una riunione di maggioranza finché il sindaco non avesse fatto chiarezza sull’agenda politica della seconda parte del suo mandato.

    Effettivamente dopo l’approvazione del Puc avvenuta il 3 marzo, in Sala Rossa ci sono state ben 6 sedute che hanno visto la discussione di una sola delibera proposta dalla giunta e riferita al “regolamento comunale sui giardini della memoria per animali d’affezione”. Per il resto solo mozioni e interpellanze, alcune addirittura risalenti al 2013, e riguardanti nella maggior parte dei casi temi non proprio urgenti come l’intitolazione di una via agli “Angeli del Fango” o la “promozione eventi decentrati sul territorio ed iniziative “Alla scoperta dei Talenti””.

    Oggi sarebbe stata la giornata ideale per provare a ricucire i rapporti. All’ordine del giorno della seduta ordinaria del Consiglio c’era finalmente una delibera degna di tale nome seguita, in serata, da una riunione di maggioranza proprio per discutere del sempre più delicato rapporto tra giunta Doria e Consiglio comunale. Se la prima parte della giornata ha dato esito a dir poco negativo, il confronto in maggioranza sembra aver dato, almeno per il momento, gli esiti sperati. Sbolliti gli animi per la debacle odierna, il Pd ha strappato la promessa del sindaco di tornare a convocate riunioni di maggioranza tematiche nelle prossime settimane. E i temi caldi su cui discutere, a partire dal bilancio previsionale 2015, dalla privatizzazione di Amiu e dal futuro di Amt, non si fanno certo desiderare.

    «Sono preoccupato – aveva commentato a caldo il segretario provinciale del PD, Alessandro Terrile, dopo l’imprevista chiusura anticipata del Consiglio comunale – perché quando ci sono i consiglieri non ci sono le delibere e quando ci sono le delibere non ci sono i consiglieri. È evidente che i due elementi debbano incontrarsi. Capisco che siamo in campagna elettorale ma gli impegni da amministratori vanno mantenuti». Terrile fa riferimento al capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone, assente questo pomeriggio e candidato alle regionali con Rete a Sinistra a sostegno di Luca Pastorino. Ma il segretario del PD non ha fatto molto bene i conti. Anche se Pignone (peraltro tra i più presenti in Sala Rossa) e Gibelli non fossero stati assenti, sarebbe comunque mancato ancora un voto per dare il via libera al rendiconto. Invece, sarebbe bastata la presenza dei 3 consiglieri democratici assenti al momento della votazione: Russo, Villa e Vassallo. «Non voglio certo contestare le procedure regolamentari e le decisioni del presidente del Consiglio comunale (Giorgio Guerello – PD, ndr) – prova a ribattere Terrile – ma due nostri consiglieri (Vassallo e Villa, ndr) erano a pochi passi dall’aula al momento della votazione».

    Tra gli assenti al voto da segnalare anche il capogruppo di Sel, Gianpiero Pastorino (presente, invece, l’altro consigliere Chessa) e quello di FdS, Antonio Bruno, Anzalone (Gruppo Misto in odore di maggioranza), Gioia (Udc), Lauro, Grillo e Campora (Pdl).  La chiusura anticipata della seduta di Consiglio comunale ha fatto saltare anche la tanto attesa discussione sul “suq” di corso Quadrio, ex via Turati. Sul tema era previsto un articolo 55, interrogazione svolta da un consigliere per ciascun gruppo, al quale avrebbe risposto il sindaco. Per convenzione, questo tipo di discussione viene svolta a inizio seduta ma il ritardo del sindaco per altri impegni istituzionali aveva fatto anticipare l’esame della delibera su cui è successo il patatrac (complici anche 33 ordini del giorno presentati da Guido Grillo – Pdl, durante i quali molti consiglieri, come di cattiva abitudine, si sono allontanati dall’aula).

     

    Simone D’Ambrosio

  • Slot e gioco d’azzardo, dati in crescita: SOS del Comune, le contraddizioni dello Stato

    Slot e gioco d’azzardo, dati in crescita: SOS del Comune, le contraddizioni dello Stato

    slotmachineL’Italia rappresenta oltre il 15% del mercato europeo del gioco d’azzardo e, a fronte del 1% della popolazione, oltre il 4,4% del mercato mondiale con il triste primato del 23% delle giocate totali online. La spesa pro capite (calcolata sulle persone maggiorenni) in giochi con premi in denaro è di 1700 euro all’anno: una piaga che si diffonde soprattutto sulle fasce marginali della società e sui giovani. Lo dimostrano i dati dell’ultimo rapporto della Società italiana di pediatria che denunciano come un giovane su cinque tra i 12 e i 18 anni, pari a circa 800 mila adolescenti, gioca online o frequenta con abitudine una sala da gioco, senza che le famiglie ne siano al corrente. Un dato che sale a 1,2 milioni di ragazzi se si considera l’intera fascia dei minorenni.

    I ricavi che lo Stato percepisce con la tassazione di questo settore non seguono l’incremento esponenziale del gioco d’azzardo: se, infatti, nel 2004 a fronte di un giro di affari di 24 miliardi di euro lo Stato ne incassava 7,7, nel 2014 a fronte di un ricavo complessivo di 88,6 miliardi nelle casse pubbliche sono entrati poco più di 6 miliardi.

    Ma, al di là dell’aspetto meramente economico, senza considerare il gioco sommerso e gli affari delle mafie, ciò che più preoccupa sono le ripercussioni sociali e sanitarie: secondo quanto disposto dal decreto Balduzzi, il gioco d’azzardo patologico è stato incluso nei livelli essenziali di assistenza e la legge di stabilità 2015 stanzia 50 milioni di euro per l’assistenza di questo settore in cui, si stima, rischi di incappare un italiano su tre. La cifra importante stanziata dal governo, sintomatica dell’attenzione che si dovrebbe porre verso questa piaga, è tuttavia irrisoria nei confronti dell’onere complessivo che la cura per il gioco patologico d’azzardo fa ricadere sulla collettività: si parla di costo annuo medio di 38 mila euro per paziente, pari a un totale che tra i 5,5 e 6,6 miliardi di euro. Si stima che il gioco d’azzardo sia la causa di almeno il 10% delle separazioni coniugali e che i suicidi tra i giocatori siano 4 volte superiori rispetto al resto della popolazione: a ciò si aggiungono altri costi sociali come il deterioramento della qualità di vita, l’indebitamento, la perdita della casa, del lavoro e la maggiore permeabilità ad altre dipendenze.

    A metà 2013, secondo un’inchiesta pubblicata da Wired, Genova era la città italiana con la maggiore densità di esercizi che ospitano slot machine: se ne trovava una ogni 235 metri. Lo scorso anno, durante la giornata mondiale di sensibilizzazione, venivano stimati in oltre 1350 gli esercizi cittadini in cui fosse possibile il gioco d’azzardo e quasi una sessantina le sale specializzate. Non deve stupire, allora, che il Comune di Genova sia in prima linea per il contrasto a questa piaga sociale.

    Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità una mozione bipartisan presentata dai consiglieri Nicolella (Lista Doria) e Campora (Pdl) – rispettivamente presidente e vicepresidente della Consulta cittadina contro il gioco d’azzardo –  per dire ancora una volta no alla proliferazione del gioco d’azzardo in città e per dare seguito ai risultati positivi che si sono riscontrati dopo l’approvazione del Regolamento comunale sulle sale da gioco e giochi leciti.

    La mozione si scaglia contro il disegno di legge che giace in Parlamento e che, secondo quanto emerso finora, potrebbe cancellare gli effetti positivi del Regolamento comunale che contrasta la diffusione delle sale da gioco soprattutto in riferimento ai luoghi sensibili (in particolar modo le scuole e altri spazi pubblici frequentati da bambini e giovani), individuando un raggio d’azione di 300 metri all’interno del quale non possono essere aperte sale da gioco, che scende a 100 metri per quanto riguarda sportelli bancari, agenzie di credito, banchi di pegni e compro oro. Accogliendo l’appello della Consulta comunale, il documento impegna sindaco e giunta a farsi parte attiva presso il Governo affinché la nuova normativa mantenga “le facoltà dei Comuni di imporre vincoli, obblighi e controlli sugli esercizi connessi al gioco d’azzardo”, introduca “norme a tutela dell’infanzia e dell’adolescenza” in particolare riguarda alla pubblicità e all’acceso dei locali in cui si gioca, istituisca un fondo finalizzato al contrasto del gioco patologico.

    «Il Comune di Genova deve farsi portavoce di questa battaglia – spiega Nicolella – un po’ perché questa amministrazione è stata tra le prime a produrre un atto fortemente incisivo per il contenimento della diffusione del gioco d’azzardo e un po’ perché la storia ci racconta che la prima normazione del fenomeno è arrivata propria dalla Repubblica di Genova, che istituì un banco di raccolta delle giocate che erano molto diffuse per scommettere sui nomi notabili che sarebbero stati estratti per far parte del Senato, come era consuetudine nella Repubblica».

    «Come Giunta – commenta l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – abbiamo espresso convintamente il nostro parare favorevole perché si tratta di una battaglia di civiltà che non possiamo non appoggiare. A fronte di una limitazione del numero dei concessionari su scala nazionale, la nuova normativa in via di definizione sembra andare nella direzione di una delegittimazione delle amministrazioni locali nella disciplina del fenomeno. Quindi il nostro regolamento comunale ma anche la legge regionale sarebbero a rischio». Un ostacolo notevole, soprattutto nell’ottica di una possibile imposta addizionale comunale proprio sui proventi dalla tassazione sul gioco d’azzardo che la stessa Fiorini starebbe mettendo a punto d’intesa con l’assessorato al Bilancio.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Bilancio 2015, Tursi si preparara alla resa dei conti: l’obiettivo è il limite minimo di sopravvivenza

    Bilancio 2015, Tursi si preparara alla resa dei conti: l’obiettivo è il limite minimo di sopravvivenza

    palazzo-tursi-aula-vuota-D8Mancano più di 20 milioni al bilancio previsionale 2015 prima di approdare in aula. Lo ha detto ieri pomeriggio l’assessore Miceli rispondendo a un’interrogazione a risposta immediata del consigliere Alberto Pandolfo. «Se chiudessimo oggi il bilancio – ha dichiarato Miceli – avremmo un plafond di spesa per i servizi che ammonterebbe al massimo a 75,6 milioni di euro». Una cifra che, appunto, risulterebbe molto inferiore rispetto alle disponibilità degli anni precedenti che hanno sfiorato i 100 milioni di euro (98,5 a disposizione delle direzioni nel 2013, 97,3 nel 2014) e che rappresentano il limite minimo di sopravvivenza per il mantenimento di tutti i servizi, soprattutto in campo sociale, di cui si fa carico il Comune.

    Tuttavia, questo gap potrebbe essere riempito entro la fine della settimana dal governo con lo stanziamento del fondo per il compensamento dei mancati introiti dovuti alla riduzione dell’Imu-Tasi. «Finalmente – commenta l’assessore Miceli – sembra che il governo si sia reso conto della situazione drammatica che dovrebbero affrontare più di 1800 Comuni se non venisse ufficializzata questa copertura». Dal 2008 al 2013 i Comuni italiani, che rappresentano il 7,6% della spesa pubblica e il 2,3% del debito dello Stato, hanno partecipato alla spending review per 18 miliardi di euro: il sindaco di Torino e presidente dell’Anci Fassino ha ribadito ieri in Senato la necessità di invertire la rotta perché, come sottolineato anche dalla Corte dei conti, «i tagli agli enti locali sono insostenibili e sproporzionati rispetto a quelli previsti per l’amministrazione centrale».

    A livello nazionale, nel 2015 sono stati previsti 3,1 miliardi di tagli ulteriori sulla spesa pubblica del 2014: 100 milioni per la legge di stabilità 2013, 125 per il mancato stanziamento del fondo Imu-Tasi, 563 della vecchia finanziaria, 1,2 per i tagli della legge di stabilità, 171 milioni per il mancato recupero del gettito Imu sui capannoni e 150 milioni per l’Imu sui terreni agricoli.

    Tutto ciò per il Comune di Genova si riflette in 57,2 milioni in meno di trasferimenti (qui l’approfondimento): 27,5 da minori introiti Imu-Tasi, 23,7 milioni dalla legge di stabilità 2015 e 6 milioni da tagli di precedenti finanziarie. «Questo quadro – commenta Miceli- al momento della prima stesura di bilancio, ci portava ad avere un plafond disponibile per i servizi di appena 20 milioni». Una cifra irrisoria che, nel frattempo, è cresciuta ma non ancora a sufficienza. Se il bilancio previsionale, che consentirebbe al Comune di uscire dall’esercizio provvisorio in cui non si può spendere più di 1/12 al mese per ogni direzione rispetto a quanto speso nel 2014, venisse chiuso oggi, il plafond disponibile ammonterebbe a 76,5 milioni: 5 milioni sono arrivati da maggiori entrate del gettito Imu, 7 milioni da risparmi sulle spese, 2,6 milioni di oneri di urbanizzazione utilizzabili in parte corrente, 20 milioni di avanzo dal bilancio consuntivo 2014 e 21 milioni di euro dalla diminuzione dell’accantonamento per il fondo di svalutazione crediti come concesso dalla legge di stabilità (questa posta, tuttavia, andrà coperta entro la chiusura del bilancio consuntivo 2015 per non avere un disavanzo).

    «A questo punto – conclude l’assessore – con gli uffici saremmo pronti a chiudere il bilancio (che, per legge, va approvato entro il 31 maggio, ndr) in qualsiasi momento ma attendiamo che il governo comunichi l’esatto ammontare del fondo di compensazione per il mancato gettito Imu-Tasi, cifra che ci consentirà di raggiungere un plafond tale da assicurare servizi indispensabili per la città».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Federalismo demaniale, beni a titolo gratuito dallo Stato al Comune: ci sono anche i Forti e la Gavoglio

    Federalismo demaniale, beni a titolo gratuito dallo Stato al Comune: ci sono anche i Forti e la Gavoglio

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    Forte Sperone

    Tra dati confusi e risposte abbozzate, Comune e Demanio stanno celebrano in questi giorni a Genova l’ennesima tappa del passaggio gratuito di una quantità non meglio definita di immobili dalla proprietà statale a Palazzo Tursi. Sulle pagine di Era Superba (qui l’ultimo articolo sul tema) abbiamo seguito quasi pedissequamente quella che da più parti viene celebrata come una grande opera di valorizzazione di beni pubblici e di sviluppo del territorio. Tutto parte dalla famosa legge del Federalismo Demaniale con cui il Comune ha chiesto allo Stato 120 beni tra gallerie antiaeree, sedimi stradali, camminamenti militari utili per il completamento di svariate operazioni di riqualificazione urbanistica (qui l’approfondimento). Di questo elenco, solo 24 voci hanno già cambiato proprietario. Da capire poi con quali risorse il Comune valorizzerà e manuterrà il nuovo patrimonio immobiliare, considerato che se l’attuazione del progetto non dovesse prendere piede entro 3 anni dal trasferimento, i beni potrebbero teoricamente (condizionale d’obbligo dato che si tratterebbe in buona parte di scatoloni vuoti e fatiscenti, che rappresentano più un costo che un valore) tornare al Demanio.

    Più interessante sicuramente il percorso parallelo che si sta seguendo per altre strutture sempre di proprietà del Demanio statale ma di rilevanza storica, artistica e culturale, poste sotto la tutela della Sovrintendenza. Stiamo parlando, ad esempio, del sistema dei Forti e della cinta muraria genovese (qui l’approfondimento), dell’ex Caserma Gavoglio (qui l’approfondimento), dei Magazzini del Sale fra via Sampierdarena e Lungomare Canepa e dell’ex Casa del Soldato a Sturla. Per diventare di proprietà comunale, come abbiamo avuto modo di raccontare nel dettaglio in passato, questi beni hanno necessità di un progetto di valorizzazione articolato con relativo impegno finanziario.

    «Entro la fine di giugno – annuncia il direttore generale del Demanio, Roberto Reggi, confermando le anticipazioni raccolte da Era Superbarealizzeremo il passaggio di un primo stralcio di trasferimenti per quanto riguarda il sistema centrale dei Forti: saranno coinvolti i forti Begato, Sperone, Puin, Tenaglia, Crocetta e Belvedere». Sempre entro la stessa data toccherà anche ai Magazzini del Sale di Sampierdarena, in parte occupati dal centro sociale Zapata che, assicura il sindaco, «rimarrà lì, all’interno di un progetto di valorizzazione dell’intero sistema immobiliare». Il complesso si estende, infatti, per 1643 mq che diventeranno sempre più un contenitore di servizi collettivi a carattere sociale, con la regia del Municipio e il coinvolgimento di partner privati. Tempi più lunghi, invece, per i 2130 mq dell’ex Casa del Soldato di Sturla (per cui è comunque arrivato il nulla osta da parte del Ministero della Difesa e, quindi, il via libera ufficioso al progetto di riqualificazione a foresteria per le famiglie dei bimbi lungodegenti al Gaslini) e per l’ex Caserma Gavoglio per cui è stata avviata l’istruttoria per il tavolo tecnico che dovrà valutare il programma di valorizzazione.

    gavoglio-lagaccio-2Tra federalismo demaniale tout court e beni vincolati dalla Sovrintendenza, il Comune non è in grado di fornire dati certi né dal punto di vista del totale degli immobili che passeranno a Tursi né riguardo una stima del loro valore complessivo pre e post valorizzazione. L’unica cosa certa, secondo le parole del sindaco Doria e dell’assessore Piazza, è la categorica esclusione che questo nuovo patrimonio comunale possa essere oggetto di alienazione, ossia di vendita ai privati, benché previsto dalla legge. Il partenariato coi privati sarà certamente fondamentale per dare vita nuova a molti di questi spazi che oggi risultano abbandonati, ma la proprietà resterà pubblica.

    «Non possiamo dare spazio a sogni irrealizzabili – ha commentato il sindaco Marco Doria – e abbiamo il dovere di dar seguito a proposte che consentano di utilizzare beni finora abbandonati. Non è detto che per tutti i beni si debbano realizzare investimenti nello stesso momento perché in alcuni casi parliamo di cifre importanti per cui è necessaria la collaborazione dei privati. Ma un bene può anche essere trasformato per gradi: l’importante è avviare un percorso e aprire i cantieri».

    Un programma di alienazione è invece previsto per altri immobili già di proprietà del Comune di Genova che verranno illustrati martedì nel corso di un convegno a Palazzo Ducale. Qui troveranno spazio una sessantina di schede di beni patrimoniali pubblici su cui Tursi sostiene di avere le idee chiare: mercati, ville storiche, palazzi del centro storico, edifici della città, immobili in zone collinari, cercando di unire pubblico e privato, vendite e valorizzazioni.

    «Il Comune – sottolinea il sindaco – ha un ingente patrimonio immobiliare di beni comuni che deve utilizzare al meglio. Su questo piano dobbiamo cambiare marcia, dimostrandolo coi fatti. E all’interno di questo percorso rientra anche la vendita di alcuni beni non più ritenuti funzionali. Le risorse che recupereremo saranno impiegate in maniera intelligente per finanziare le politiche dell’amministrazione comunale, ad esempio investendo sui lavori pubblici e sulla valorizzazione di altri immobili più strategici».

    Il sindaco si fa poi prendere la mano e lancia una proposta al direttore del Demanio: «Nelle grandi aree urbane – ha detto Doria – ci sono molti altri beni comuni che hanno diversi proprietari e non sono utilizzati al meglio. Penso, ad esempio, al patrimonio ferroviario dismesso: ci vorrebbe una regia nazionale che invitasse questi soggetti a muoversi in un’ottica di valorizzazione dei beni comuni per la riqualificazione urbana». Sono due certamente gli spazi pensati dal primo cittadino: l’area di Terralba e quella del Campasso. Ma il problema non riguarda solo le ferrovie: altri beni, come quelli del Demanio Marittimo (la Marinella di Nervi, ad esempio), non rientrano nelle procedure del federalismo demaniale e l’amministrazione comunale non ha dunque grandi margini di manovra per il loro recupero.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Emergenza abitativa a Genova, analisi di un caos sociale (prima parte): i dati e le politiche locali

    Emergenza abitativa a Genova, analisi di un caos sociale (prima parte): i dati e le politiche locali

    casa-ediizia-popolareTremilaottocento. Dietro questa cifra si nasconde uno dei più gravi drammi sociali del nostro tempo: il disagio abitativo. A tanto ammontano i nuclei familiari a Genova che fin qui hanno fatto richiesta di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, ovvero una casa in affitto a canoni fortemente calmierati. Solo una minima parte di questi genovesi emarginati riuscirà a trovare una risposta efficace al proprio bisogno vitale. La nuova graduatoria per assegnare gli appartamenti che il Comune avrà a disposizione si chiuderà a fine aprile, dopo una proroga concessa per le difficoltà conseguenti all’entrata in vigore del nuovo metodo per calcolare il reddito ISEE. Ma già ora si può sapere con certezza che non basterà una manciata di case a rispondere in maniera efficace a questa piaga. Una piaga che non riguarda solo la nostra città ma che è estesa a tutta la penisola e ai Paesi dell’Europa mediterranea.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    «Quella che stiamo vivendo – è la tesi di Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova sotto la giunta Vincenzi e delegato di Anci Liguria sullo stesso tema – è una crisi abitativa radicalmente diversa da quelle che hanno contraddistinto la storia recente del nostro Paese. Nel Dopoguerra o negli anni ’60, in seguito al flusso migratorio che ha portato città come Torino quasi a raddoppiare il numero dei propri abitanti, l’unica risposta possibile era quella di avviare un massiccio piano edificatorio. Chi ha pensato di affrontare con strumenti analoghi la crisi iniziata nel 2007 ha compiuto una sorta di terapia omeopatica che non ha avuto alcun effetto positivo». Senza considerare gli effetti nefasti per l’ambiente, a causa di una crescente impermeabilizzazione del suolo, in seguito all’aumento della possibilità edificative che si sono succedute con i vari “piani casa” nazionali a partire dal 2008. Insomma, il problema oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. In altre parole, l’analisi del reale ci racconta di un surplus abitativo paradossalmente non in grado di soddisfare in alcun modo la crescente domanda abitativa: domanda e potenziale offerta non si parlano.

    Questa sensazione viene confermata anche dai numeri. Dai dati censuari del 2011 è emerso che in Italia, nell’ultimo decennio, abbiamo avuto una crescita di oltre 1,5 milioni di alloggi. Ad aumentare sono state anche le unità familiari – non certo per un boom delle nascite quanto piuttosto per una crescita di separazioni e nuclei monofamiliari – ma il numero di abitazioni non occupate si attestano attorno ai 2,7 milioni in tutta la penisola. Ed è la stessa realtà a confermarci la veridicità di quest’analisi. A Genova, ad esempio, basta vedere le altissime quote di invenduto che conoscono le più gradi speculazioni edilizie degli ultimi anni, una su tutte le Torri Faro di San Benigno. Una situazione che si replica in quasi tutte le città italiane.

    Politiche abitative: quello che lo Stato non fa >> Leggi l’approfondimento

    regione-liguriaA livello locale, la regia delle politiche per la casa è quasi interamente in mano alla Regione, a cui compete per legge la programmazione delle risorse finalizzate a sostenere le fasce più deboli e la determinazione dei requisiti e dei criteri per l’assegnazione e la gestione degli alloggi ERP. Ed è proprio la Regione a entrare nel mirino delle critiche di Bruno Pastorino: «Da piazza De Ferrari è stata dimostrata una forte insensibilità alla crisi dell’abitare mentre molta attenzione è stata posta agli interessi cementificatori, nel percorso di ricerca di consensi elettorali tra le élite economiche del territorio». Sono tre gli indizi che rafforzano la tesi di Pastorino. Il primo è rappresentato dalla promozione di un bando da parte della Regione per la realizzazione e la rigenerazione di alloggi sociali, destinati all’affitto: 7 milioni di euro ai quali se ne sono aggiunti altri 7 da parte dei Comuni partecipanti, per realizzare complessivamente meno di 95 alloggi. La classica montagna che partorisce il topolino, con l’aggiunta di un’ingente spesa di denaro pubblico. Tra l’altro i fondi sono arrivati a Comuni ragionevolmente poco oberati dalla domanda abitativa a carattere emergenziale ma piuttosto attrattivi dal punto di vista immobiliare come Porto Venere, Sestri Levante, Santa Margherita, Alassio. Secondo indizio: poche settimane fa, la Regione ha deciso di non confermare la dotazione economica per i fondi di sostegno agli affitti per le famiglie con i redditi più bassi, a cui ogni anno veniva elargito complessivamente circa 1 milione di euro. Terzo elemento: all’interno di una legge omnibus, la Regione ha inserito tra le proprie politiche per la casa il sostegno all’acquisto, anche attraverso la possibilità di concedere fideiussioni per la contrazione di mutui, e all’affitto. «In sostanza – commenta Pastorino – la Regione compensa con una quota di risorse pubbliche le attese di redditività di un mercato in crisi. Il sostegno all’affitto per gli alloggi di proprietà privata consente al mercato di mantenersi su prezzi elevati senza dover calmierare i canoni fino a incontrare le necessità della domanda. Tutti elementi che, oltre a non cogliere l’esigenza del potenziamento dell’affitto calmierato, non si pongono l’obiettivo di abbassare le pretese economiche del mercato. Così, anche a livello locale, troviamo una totale trascuratezza nei confronti di chi ha più bisogno a fronte di una sottomissione ai poteri forti dell’edilizia».

    Focus su Genova

    genova (3)Come detto in apertura, a bando ancora aperto, le domande giunte al Comune di Genova per l’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica sfiorano la soglia di 4000. Si tratta di affitti mediamente attorno ai 100 euro mensili ma la fascia più bassa, che è quella più “popolosa” e rappresenta il 42% degli aventi diritto, non supera i 35 euro al mese. Indicatore ancor più significativo del disagio abitativo è il numero degli sfratti (da alloggi privati, ndr): a Genova abbiamo ogni anno circa 1000 famiglie che devono abbandonare la propria casa perché non sono state in grado di sostenere l’affitto. Gli ultimi dati ufficiali disponibili parlano di 835 sfratti eseguiti nel 2012 e 970 nel 2013, a fronte rispettivamente di 2496 e 2929 richieste. Esisterebbe un fondo dedicato al sostegno della morosità incolpevole che consentirebbe di tamponare almeno un centinaio di sfratti l’anno ma non è stato finanziato dalla Regione. Il Comune, dal canto suo, non ha le risorse economiche per prendersi in carico tutte le situazioni di sfratto. Esiste un servizio di emergenza abitativa (che rientra nel “Programma per l’emergenza abitativa” attivo dal 2012 in forma sperimentale, ora definitivo con delibera approvata ieri 16 aprile 2015, ndr) che interviene nelle situazioni più gravi ma riguarda un numero esiguo di casi (un’ottantina di famiglie nel 2014) e offre soluzioni temporanee attraverso alloggi, talvolta anche in regime di coabitazione, presso strutture protette.

    A questo punto, alle famiglie non resta che rivolgersi all’edilizia residenziale pubblica che, tuttavia, non è assolutamente in grado di fornire una risposta efficace all’emergenza come spiegato dall’assessore alle politiche abitative del Comune Emanuela Fracassi: «Negli anni scorsi eravamo in grado di assegnare circa 250 alloggi ma nel 2014, soprattutto per problemi di Arte (la partecipata di Regione Liguria a cui è delegata la gestione e la manutenzione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica) ci siamo fermati a un centinaio (124 attraverso la graduatoria del bando 2012, utilizzata da luglio 2014, per cui sono giunte 4227 domande di cui 3595 idonee. In precedenza, la graduatoraia del 2011 utilizzata da gennaio a luglio 2014 aveva portato all’assegnazione complessiva di 334 alloggi, ndr)».

    I dati di Arte e del Comune non corrispondono

    A Genova ci sono circa 9100 mila alloggi Erp, 5100 di proprietà di Arte (a cui vanno aggiunti altri 700 alloggi non in regime Erp) e 4 mila del Comune. Benché questa tipologia di dati sia in costante mutazione, sorprende abbastanza la differenza tra quanto comunicato da Arte e dal Comune di Genova: secondo la partecipata regionale, al momento gli alloggi sfitti si attesterebbero attorno a 130 unità, una sessantina di proprietà di Arte e una settantina del Comune. Più gravi e dettagliati, invece, i numeri forniti da Tursi. L’amministrazione comunale parla di 8470 alloggi regolarmente assegnati: per quanto riguarda la proprietà comunale, 50 appartamenti sono in fase di ristrutturazione, altri 120 attendono di essere finanziati dal Piano casa nazionale e 115 sono ancora da periziare; per la proprietà di Arte, invece, si parla di 201 alloggi in ristrutturazione, 23 in manutenzione ordinaria, 120 da periziare e 101 inseriti in piano di vendita.
    Si stimano attorno all’11% i nuclei familiari morosi a cui l’amministrazione cerca di andare incontro attraverso piani di rientro del debito spalmati su più anni: tuttavia, salvo situazioni di particolare disagio e incolpevolezza, se la situazione non si regolarizza, interviene lo sgombero (nel 2014 ne sono stati eseguiti 34 su 91 programmati). Secondo Arte, 76 sono le case occupate abusivamente, 48 del Comune, 28 della partecipata della Regione a cui vanno aggiunti 14 appartamenti “murati”.
    Ogni anno mediamente avvengono 350 abbandoni di alloggi Erp ma non sono altrettanti gli appartamenti che vengono rimessi in circolo: nell’80% dei casi, infatti, è necessaria una manutenzione radicale per cui mancano le risorse; solo circa un 20% degli appartamenti può essere riassegnato con una rapida rinfrescatura.

    Il problema maggiore per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica genovese è proprio la manutenzione ordinaria. «Fino a qualche anno fa – spiega l’assessore Fracassi – era prevista la presa in carico da parte di Arte di un forfait di 100 alloggi all’anno ma nel 2014 ne sono stati manutenuti meno di 20. È un problema grave a cui Arte deve rispondere velocemente».

    «Effettivamente – ammette l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti – nel 2014 c’è stato un ritardo imputabile agli stanziamenti regionali: le ditte che eseguono i lavori di manutenzione non possono anticipare le spese né possiamo farlo noi per tutti gli alloggi. Ma per il 2015 è già stato finanziato il recupero di 90 appartamenti e nel mese di aprile dovrebbero essere terminati anche 70 alloggi in via Sertoli. Insomma, a fine 2015 contiamo di arrivare a circa 200 ristrutturazioni, recuperando un po’ i ritardi dell’anno scorso».

    In proposito, l’assessore Fracassi sta pensando a un percorso di assegnazione parallelo alla graduatoria standard, ovvero la consegna di alloggi Erp, che non necessitano di riqualificazioni straordinarie ma solo di piccoli ritocchi, ai quei nuclei famigliari in grado di farsi direttamente carico degli interventi stessi in cambio di uno sconto sui canoni di locazione dovuti alla proprietà pubblica. Si è parlato di una soglia massima di 5 mila euro ma il percorso sembra piuttosto difficile perché in molti sarebbero pronti a chiamare in causa la regolarità dei bandi e delle graduatorie per l’assegnazione.

    Ma la soluzione a un problema così vasto e radicato non può essere lasciata esclusivamente nelle mani del pubblico. Occorre che il mercato privato, soprattutto quello dei grandi proprietari immobiliari, sia coinvolto all’interno di programmi di locazione a canoni moderati. Solo così si riuscirà a impostare una risposta efficace.
    «Manca un coordinamento rispetto a una politica di contrasto al disagio che coinvolga anche i grandi i proprietari – ammette l’assessore Fracassi – Ad oggi non c’è. Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato». Ma la questione non riguarda solo la Chiesa, come vedremo nella seconda parte di questa lunga inchiesta (leggi qui).

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

     

  • “Genova sicura”, via libera ai fondi da Roma per il dissesto idrogeologico: opere da concludere entro il 2021

    “Genova sicura”, via libera ai fondi da Roma per il dissesto idrogeologico: opere da concludere entro il 2021

    bisagno-adamoliNel giorno in cui il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, arriva a Genova per benedire la ripartenza dei lavori di rifacimento della copertura del Bisagno, tocca a Erasmo D’Angelis, responsabile della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche all’interno del progetto “Italia Sicura”, fare il punto sui lavori che da qui a fine novembre 2021 dovrebbero mitigare definitivamente i rischi da dissesto idrogeologico in città e non solo.

    «Genova – ha detto D’Angelis – si appresta a diventare la città europea in cui si investe di più per la prevenzione e la messa in sicurezza idrogeologica». Un ammontare che viene stimato attorno ai 419 milioni di euro, di cui 379 di risorse statali e 40 di fondi del Comune, per un totale di 15 cantieri che entro la fine dell’anno partiranno in tutta la Città Metropolitana (qui l’elenco di tutti gli interventi e le richieste di finanziamento). «Con Genova – ricorda il coordinatore di Italia Sicura – parte il piano di sicurezza che coinvolgerà tutte le 14 Città Metropolitane, per un importo complessivo di 1,2 miliardi di euro che saranno investiti entro la fine dell’anno. Genova fa la parte del leone perché ha le progettazioni già pronte per andare in cantiere».

    Come abbiamo ampiamente raccontato la scorsa settimana (qui l’approfondimento), due sono i cantieri già partiti (scolmatore del Fereggiano e seconda parte della copertura del Bisagno dalla Questura a corso Buenos Aires), mentre altri 13 saranno avviati entro la fine dell’anno. «Non si tratta più di discorsi e progetti – ha commentato il sindaco Marco Doria – ma di opere e cantieri concretamente partiti. Per Fereggiano e rifacimento della copertura del Bisagno parliamo di oltre 150 milioni di spesa che daranno un contributo significativo per la messa in sicurezza del bacino».
    Con il completamento del rifacimento della copertura del Bisagno (fine del secondo lotto entro maggio 2017, cantieri del terzo lotto aperti entro il 2015 per una durata dei lavori attorno ai 3 anni) si arriverà a una portata di 850 metri cubi al secondo con un metro di spazio tra il pelo dell’acqua e la copertura, e 950/1000 metri cubi in situazione di pressione (l’ultima tragica alluvione ha toccato i 1100 metri cubi al secondo, ndr). Con lo scolmatore del Bisagno (qui l’approfondimento), la cui gara dovrebbe concludersi tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, la portata dovrebbe essere in grado di affrontare anche la piena duecentennale che il piano di bacino prevede in 1300 metri cubi al secondo.

    «Il destino di Genova – sottolinea D’Angelis – non sono le alluvioni ma la prevenzione delle alluvioni. Come ha detto il ministro Delrio, questa per noi è la più grande opera pubblica di cui ha bisogno l’Italia. E Genova ci ha dato una mano con la cosiddetta “norma Bisagno” inserita nello Sblocca Italia che consentirà di non bloccare più i cantieri in caso di ricorso ma portare l’opera a compimento fino al collaudo». Un’importante opera di sburocratizzazione che potrebbe anche accorciare i tempi di consegna di tutti i lavori, che con il completamento dello scolmatore del Bisagno sono fissati entro la fine del 2021.

    Tutti cantieri, assicurano i responsabili di Italia Sicura, saranno trasparenti e legali al 100%: sul sito del governo (e probabilmente anche su quello del Comune) tutti i cittadini potranno seguire il corso dei lavori. E sarà proprio il Bisagno ad essere oggetto di un progetto pilota, sempre a cura della struttura governativa di Italia Sicura, di cura del verde, delle foreste e dei rivi sui versanti montani.

    «Si tratta di interventi straordinari, fatti non parole – commenta l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – che assieme al consolidamento di una cultura di Protezione civile (che verrà potenziata anche con la sperimentazione di nuovi sistemi di autodifesa, ndr), contribuiranno in maniera significativa a mitigare il rischio». Un rischio che, soprattutto in una città come Genova con 88 rivi che superano il chilometro di cui 28 tombati e altre centinaia sotto il chilometro, e oltre 90 mila abitanti che vivono in zone esondabili, non potrà mai essere azzerato (qui l’elenco fornito dal Comune degli interventi di adeguamento idraulico realizzati dal 2012 ad oggi).

    Oltre al bacino del Bisagno, saranno interessati da significativi lavori di messa in sicurezza anche il Chiaravagna (per oltre 22 milioni di euro), lo Sturla (10 milioni), il Fegino (3 milioni), il Belvedere (5 milioni). Ma nel piano di Italia Sicura non rientra solo la città di Genova. Il pacchetto di lavori comprende anche interventi importanti a Rapallo, Santa Margherita, Chiavari e Lavagna. «La sicurezza e il contrasto al dissesto idrogeologico – ha commentato Doria in vista di sindaco della Città Metropolitana – sono la priorità di chi governa il Paese e la città e lo sta facendo in modo molto coordinato. Stiamo parlando di un’inversione radicale di rotta politico-culturale perché ribaltiamo un approccio che ha dominato per decenni in cui il problema sicurezza non veniva assolutamente considerato, dato che dopo la copertura del Bisagno nel ’29 e soprattutto dopo l’alluvione del ’70 non è mai stato fatto alcun intervento significativo».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Erzelli, il punto sul trasferimento dell’ex Facoltà di Ingegneria con il rettore Paolo Comanducci

    Erzelli, il punto sul trasferimento dell’ex Facoltà di Ingegneria con il rettore Paolo Comanducci

    erzelli«Una soluzione economicamente sostenibile, giuridicamente percorribile e logisticamente accettabile». Così il magnifico rettore, Paolo Comanducci, ha definito il trasferimento dell’ex Facoltà di Ingegneria, oggi parte della Scuola Politecnica, sulla collina di Erzelli in occasione dell’arrivo in città del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, per siglare l’accordo di programma per il trasferimento nel Parco Scientifico Tecnologico del ramo biomedico di IIT.

    Comanducci ha colto l’occasione, offerta dalla seduta di Commissione del Consiglio comunale, per sgomberare il campo dalle voci insistenti circa l’esistenza di un progetto alternativo per la riqualificazione della sede di ingegneria: «C’è sempre stata la massima apertura rispetto alle esperienze e competenze dei colleghi ingegneri (oggi è in calendario un’assemblea con tutte le anime dell’ex facoltà per discutere come realizzare al meglio il trasferimento, ndr) ma la decisione finale spetta all’Ateneo: se facciamo questa operazione è ovvio che la facciamo per il bene di Ingegneria, qualsiasi altro progetto alternativo è ormai fuori tempo massimo. Non è più giustificabile un atteggiamento, non dico di ostruzionismo, ma di eccessiva cautela». Insomma, non si sa quando ma Ingegneria ad Erzelli ci andrà. Anche perché, ricorda il rettore, «se il trasferimento non andasse a buon fine, servirebbe un investimento di almeno 20 milioni di euro per la manutenzione straordinaria degli spazi oggi occupati e che non vengono toccati da quasi un decennio. Andare agli Erzelli è una buona soluzione anche dal punto di vista dell’immagine: l’ex facoltà di Ingegneria deve aumentare il numero degli studenti per sfruttare al meglio le capacità dei propri docenti ma per farsi attraente ha anche bisogno di spazi attrezzati che siano veramente attraenti».

    Il rettore non risparmia critiche al suo predecessore: «Da quando mi sono insediato ho cercato di uscire in tutti modi dalle secche in cui si era incagliato il progetto Erzelli perché l’Università di Genova non può permettersi di impiegare su un solo progetto metà dell’apparato dirigente e un quarto degli uffici: non possiamo dimenticarci gli studenti di tutte le altre facoltà. Ho ritenuto opportuno dire con chiarezza che una certa strada (quella dell’acquisto di cosa futura, fortemente caldeggiato da Ght, proprietaria delle aree di Erzelli, ndr) che per alcuni anni era stata ipotizzata, non era giuridicamente percorribile». La scelta di Comanducci è quella di imboccare la strada del bando ad evidenza pubblica per la realizzazione del progetto, previo acquisto del terreno da parte di Regione Liguria. L’Università ha infatti chiesto che la regia dell’operazione passi in mano alla Regione, soprattutto per una questione di risparmi: intanto, la struttura tecnica dell’Ateno difficilmente riuscirebbe a farsi carico in tempi rapidi della gestione di un appalto così sostanzioso; secondariamente, con questo percorso si riusciranno a recuperare 13-14 milioni di euro di risparmi sull’Iva. Per questo motivo, è in fase di discussione finale un accordo di programma tra Ministero, Università, Regione e Comune affinché i fondi messi a disposizione vengano dirottati su Filse, finanziaria partecipata di Regione Liguria per lo Sviluppo economico.

    Le questioni più delicate riguardano proprio l’aspetto economico dell’operazione e la logistica e i collegamenti per raggiungere la collina sestrese, su cui a lungo si è dibattuto negli ultimi 7 anni, da quando cioè si è iniziata a ventilare la possibilità di questo trasloco.

    Dal punto di vista economico, la questione è ormai delineata da tempo. Le risorse pubbliche rese disponibili ammontano a 125 milioni: 75 dal Ministero dell’Istruzione, 20 dal Ministero dello Sviluppo Economico e la restante trentina da Fondi europei per lo sviluppo Regionale. Di questi, però, 15 milioni dalla firma di Renzi di questa sera non saranno più disponibili: le risorse, che tuttavia la Regione si è impegnata a recuperare con altre strade, assieme ad altri 4,5 milioni del Mise verranno infatti impiegate per la nuova sede agli Erzelli dell’Istituto Italiano di Tecnologia e la realizzazione di un incubatore di imprese ad alto sviluppo tecnologico.

    «L’ammontare complessivo delle risorse – tiene a specificare Comanducci – non è sufficiente per completare l’operazione. Se potrebbero bastare per la costruzione dei nuovi edifici, di certo non potranno coprire le spese per il complicato trasloco di laboratori e strutture oggi dislocati tra Opera Pia, Villa Cambiaso e Fiera». I fondi per il trasloco, con tutta probabilità, dovrebbero essere recuperati da operazioni immobiliari di valorizzazione degli spazi liberati ad Albaro. Se non si dovessero trovare tutte le risorse finanziare necessarie, il rettore Comanducci apre alla possibilità di mantenere un presidio negli spazi attuali: «Penso a una realtà ben individuata e ben definita che è quella di Villa Cambiaso, edificio di difficilissima collocazione che non sia pubblica, e che potremmo riconvertire a sede di master, dottorati e altri percorsi di alta formazione».

    Il polo scientifico tecnologico, con l’arrivo di IIT, il probabile trasferimento di Esaote e il progetto di costruzione dell’Ospedale di Ponente, sta dunque prendendo piede anche se lentamente e, al momento, solo sulla carta. Resta però ancora una grande incognita, quella della logistica e dei trasporti: solo per l’Università, infatti, si stima un flusso giornaliero di 4-5 mila studenti. Come arrivare agli Erzelli? «Per il momento – ammette Comanducci – si sono progettate soluzioni interessanti ma va ricordato che non sono ancora state finanziate. Sarebbe però infantile chiedere di vedere operativa oggi una logistica per 5 mila persone, quando ancora là non ci siamo andati né abbiamo stipulato l’atto finale per andarci».

    Oltre al potenziamento della viabilità su gomma, dal punto di vista del trasporto pubblico e della realizzazione di parcheggi per la mobilità privata, all’orizzonte c’è sempre la famosissima funivia che dovrebbe collegare la nuova fermata del nodo ferroviario di Genova Aeroporto (la cui proposta di finanziamento, assieme alle stazioni di Sestri e San Giovanni d’Acri verrà presentata alla Comunità europea entro fine anno), e la relativa piastra di interscambio ai piedi della collina, proprio con la sommità degli Erzelli.

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Scolmatore Fereggiano: via ai lavori, ma la strada per la messa in sicurezza della Val Bisagno è ancora lunga

    Scolmatore Fereggiano: via ai lavori, ma la strada per la messa in sicurezza della Val Bisagno è ancora lunga

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    Lo Scolmatore Fereggiano è solo una parte del progetto complessivo per la messa in sicurezza del Bisagno che comprende:  1° lotto, 1° stralcio: scolmatore torrente Fereggiano / 45 milioni, già finanziati, inizio aprile 2015, fine maggio 2018 – 1° lotto, 2° stralcio: prese sui rivi Noce e Rovare / 10 milioni previsti in Sblocca Italia, durata un anno e mezzo – 2° lotto: scolmatore torrente Bisagno e bypass torrente Noce / 184 milioni previsti in Sblocca Italia, durata 9 anni

    Con la consegna del cantiere alla ditta P.A.C. avvenuta martedì 7 aprile, sono ufficialmente partiti i lavori (più precisamente le opere di cantierizzazione mentre per gli scavi si dovrà attendere il progetto esecutivo previsto ai primi di maggio) per la realizzazione dello scolmatore del Fereggiano. L’occasione è stata colta dall’amministrazione comunale per fare il punto su una delle opere più attese riguardo la messa in sicurezza idrogeologica della nostra città.

    «Secondo stime piuttosto accurate – ha ricordato il sindaco Marco Doria – servirebbero 400 milioni di euro per mettere in sicurezza la città dal punto di vista idraulico. Considerato che, pure accentuando la nostra capacità di contrarre mutui, nel 2015 alla voce lavori pubblici verranno spesi 105 milioni, significherebbe che se il Comune dovesse far fronte solo con forze proprie a queste esigenze, per 4 anni non potrebbe spendere un euro per scuole, case comunali, asfaltature, parchi pubblici: una cosa insostenibile». Per questo motivo, come vedremo, è indispensabile fare ricorso ai trasferimenti statali e sperare che le promesse del governo vengano mantenute in tempi rapidi.

    Quello appena avviato tecnicamente è il primo stralcio del primo lotto di un intervento molto più complesso per la realizzazione dello scolmatore sul Bisagno e la messa in sicurezza del torrente e di tutti i suoi affluenti. Ma è molto importante non confondere le due opere, benché l’obiettivo sia sostanzialmente lo stesso, soprattutto per una questione di finanziamenti e quindi di realizzabilità dei lavori.

    Scolmatore Bisagno >> L’approfondimento da Era Superba #57

    Lo scolmatore del Fereggiano

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    Il tracciato dello Scolmatore Fereggiano. In viola la parte di galleria già esistente, in blu le opere di presa e collegamento dei rii Noce e Rovare che non rientrano nel primo stralcio di lavori (clicca sull’immagine per ingrandire)

    Lo scolmatore del Fereggiano, un canale in copertura che consentirà di svuotare direttamente a mare il torrente in caso di piene elevate, è già stato finanziato con risorse sostanzialmente disponibili: si tratta di 45 milioni di euro, provenienti in parte dal Piano nazionale per le città del governo Monti (25 milioni per il finanziamento più alto concesso dal programma su una base nazionale di 250 milioni), in parte da un mutuo contratto ad hoc dal Comune (15 milioni) e dalla Regione (5 milioni). I lavori dureranno nel complesso 3 anni e 1 mese, abbassando decisamente il periodo inizialmente previsto di 5 anni, grazie a tre turni al giorno per 7 giorni su 7, quantomeno nella fase clou che coinvolgerà circa 150 persone. Si inizierà dallo sbocco a mare, in corso Italia nella zona tra i bagni Squash e la Marinetta, per proseguire i 900 metri di galleria (a sezione circolare e diametro di 5,2 metri) iniziati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, costati circa 20 miliardi di lire e bloccati all’altezza di Villa Cambiaso. Qui, sottoterra, sarà installata la centrale operativa del cantiere, con un’area dedicata alla frantumazione e vaglio dei residui da scavo che per almeno il 50% (circa 70 mila metri cubi) saranno utilizzati per i ripascimenti delle spiagge di corso Italia, Voltri, Vesima e verranno movimentati esclusivamente via mare, attraverso l’approdo di apposite bettoline.

    Gli scavi (tradizionali, non con talpa) daranno vita complessivamente a una galleria di 3,7 chilometri che passerà sotto il forte San Martino, il monoblocco dell’Ospedale, per arrivare alla presa sul Fereggiano nella zona di via Pinetti, salita del Ginestrato «senza attraversare zone particolarmente sensibili e con grande attenzione per la fase critica sottostante la linea ferroviaria del nodo di Brignole-Terralba» come assicurato dal Responsabile unico del procedimento per il Comune, l’ing. Pinasco.

    La portata massima dello scolmatore per il solo Ferreggiano si attesterà sui 111 metri cubi al secondo, ben superiore alla piena duecentennale del piano di bacino prevista a 87 metri cubi al secondo. In caso di piena e di entrata in funzione dello scolmatore dal punto di presa sul Fereggiano, dunque, tutta l’acqua verrebbe convogliata nella galleria, lasciando libero il restante letto del torrente che non creerebbe alcuna criticità al Bisagno.

    Nello stesso progetto già previsti e approvati sono anche i lavori delle prese sui rivi Noce (per cui sarà necessario anche un bypass) e Rovare, che sboccheranno nella galleria principale del Fereggiano. In un primo tempo si era parlato di una realizzazione contestuale, sfruttando gli eventuali ribassi d’asta. In realtà, queste opere sono state stralciate per mancanza di fondi e dovranno attende i finanziamenti dello Sblocca Italia (vedi in seguito). Con il completamento delle due prese, la portata dello scolmatore a valle aumenterà complessivamente di altri 49 metri cubi al secondo (26 per il Rovare, 23 per il Noce).

    La galleria funzionerà a pressione e per questo motivo sono stati pensati 4 aerofori da 70 cm di diametro (che sorgeranno nelle zone di Villa Cambiaso, Forte San Martino, incrocio via Mosso/corso Europa, via Berghini) che avranno la funzione di sfiatatoi, qualora l’impianto dovesse entrare in pressione (statisticamente una volta ogni 35 anni), e spunteranno dal piano strada per un’altezza di circa 2,5 metri.

    A parte la fase di allestimento di cantiere, i lavori via terra saranno quasi invisibili. All’altezza dello sbocco sul mare, infatti, già dal prossimo autunno sarà installato un prefabbricato complanare a corso Italia, allestito con verde, solarium e campo sportivo e attraversato dal canale prima di approdo delle bettoline e poi di sbocco dello scolmatore. Quest’ultimo, che  sarà coperto da una scogliera e vedrà realizzata una nuova spiaggia, sarà sfruttato anche per lo scolmatore del Bisagno, quando e se partiranno mai i lavori, in modo tale che i due cantieri possano eventualmente procedere in maniera contestuale. I disagi per i cittadini, considerata l’importanza dell’opera, dovrebbero dunque essere relativamente limitati e poi, stando a quello che dice il sindaco, «il cantiere che non si vede e non si sente è il cantiere che non esiste».

    Qualche problema in più per le attività che insistono su questa zona di litorale ma non è detto che in futuro non possano rifarsi con la gestione della nuova piattaforma rialzata. Intanto, per tutto il periodo del cantiere, in corso Italia sarà attivato un info-point a disposizione della cittadinanza.

    I rivi Noce e Rovare e lo Scolmatore del Bisagno

    «Al termine di questi lavori, il Fereggiano sarà assolutamente in sicurezza e contribuirà ad attenuare le criticità del bacino del Bisagno». Partiamo dalle parole del sindaco per sottolineare come i restanti interventi di messa in sicurezza del Bisagno (scolmatore e rifacimento della coperatura) siano un altro capitolo ben distinto della storia. La differenza, come anticipato, la fanno in primis i finanziamenti.

    Si tratta sostanzialmente di una cifra attorno ai 300 milioni di euro (destinati non solo al Bisagno ma anche alla messa in sicurezza di altri rivi cittadini come il Chiaravagna e lo Sturla) che rientrano nel cosiddetto programma Italia Sicura. Soldi promessi ma non ancora messi a disposizione. In questa partita rientrano anche i 10 milioni del secondo stralcio del primo lotto, ovvero le prese sui torrenti Noce e Rovare (data inizio lavori, della durata di un anno e mezzo, inizialmente prevista a giugno 2015 ma sicuramente posticipata perché la gara non è ancora stata bandita), e gli altrettanti 10 milioni del bypass per il Noce all’interno dei complessivi 184 milioni del secondo lotto dello scolmatore del Bisagno, comprendente anche la galleria scolmatrice dello stesso torrente.

    Sempre dallo stesso programma governativo dipendono i fondi per completare il rifacimento della copertura sul Bisagno. Ripartiti da poco i lavori del secondo stralcio del secondo lotto, poco dopo la Questura in direzione Brignole, finanziati con poco meno di 36 milioni, è in fase di progettazione il terzo lotto (95 milioni) che da Corte Lambruschini arriverà fino al ponte di Brignole. «Solo terminati tutti questi lavori (stime molto ottimistiche parlano di dicembre 2020 per la copertura e giugno 2023 per lo scolmatore del Bisagno, ndr), la sicurezza del Bisagno potrà risultare soddisfacente» commenta il sindaco Doria. Nel frattempo, però, in bassa Val Bisagno continuerà ad abitare un genovese su 7, con un occhio al cielo e uno al torrente appena vedrà cadere qualche goccia di pioggia.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Amt: fra promesse disattese, denari pubblici e partner privati. Quattro in pagella alla Regione Liguria

    Amt: fra promesse disattese, denari pubblici e partner privati. Quattro in pagella alla Regione Liguria

    amt-trasporto-pubblico-d1Riunire nove realtà territoriali (le tratte urbane e suburbane dei quattro capoluoghi di Provincia e la città di San Remo) e nove differenti servizi di trasporto in unico bacino gestito dallo stesso ente su tutto il contesto regionale per a una copertura di circa 59 milioni di chilometri (Amt ne fa 25,5). È questo il traguardo imposto dalla Regione al trasporto pubblico locale attraverso la costituzione dell’Agenzia unica che dovrà farsi carico di gestire la gara del servizio su gomma (per quanto riguarda quello su ferro – una partita attualmente da 8,5 milioni di euro all’anno – è in fase di trattativa il rinnovo del contratto con Trenitalia).
    Un traguardo che è sempre sembrato piuttosto complicato da raggiungere fin dai suoi primi passi, fin da quel lontano novembre 2013 quando veniva trionfalmente illustrato da Claudio Burlando al termine delle ben note cinque giornate consecutive di sciopero di Amt: «Se siamo bravi, e qualche volta ci riusciamo – aveva detto il presidente della Regione – il nuovo servizio regionale integrato partirà il 1° gennaio 2015». Un 4 in pagella sarebbe fin troppo generoso, considerato anche che contestualmente erano stati promessi ben 200 nuovi autobus in 4 anni a Genova (giovedì scorso alla rimessa delle Gavette 22 lavoratori erano fermi perché non c’erano autobus da poter mettere in servizio): dei nuovi mezzi, per il momento, non si è vista nemmeno l’ombra perché tutte le gare pubbliche fin qui non hanno dato esito. «Filse (la società finanziaria partecipata da Regione Liguria, ndr) – ha spiegato l’uscente assessore regionale ai Trasporti, Enrico Vesco – ha il mandato di gestire la trattativa diretta mettendo a disposizione 5 milioni di fondi Fas recuperati dalla vecchia programmazione più tutti quelli della nuova programmazione su cui sarà chiamata a deliberare la nuova giunta».

    Insomma, a un anno e mezzo dalle grandi promesse che avevano placato le ire dei lavoratori Amt, la situazione non sembra essere cambiata di molto. Con parecchio ritardo è stata creata ufficialmente l’Agenzia unica ma la gara deve ancora essere lanciata. E pensare che il contratto di servizio dell’azienda pubblica genovese sarebbe dovuto scadere a fine 2014, dopo due anni di proroga. La Regione, in un tour de force dell’ultimo minuto prima di chiudere la propria attività istituzionale in attesa delle prossime elezioni, ha deliberato gli stanziamenti per la copertura del nuovo servizio regionale: per il 2016 sono previsti 139,6 milioni, che saranno aumentati di qualche spicciolo negli anni seguenti per tutta la durata dell’appalto, ovvero 10 anni prorogabili per altri 5. Con questa cifra da piazza De Ferrari dovrebbe essere garantita la copertura dei cosiddetti servizi minimi, quelli essenziali. Mancano ancora gli investimenti dei Comuni che dovrebbero complessivamente aggirarsi attorno ai 47 milioni, di cui più di una trentina da Genova (37 lo scorso anno, 31 si vocifera siano previsti per il 2015). E che cosa aspetta Tursi a pronunciarsi? «La Regione – ha detto in Commissione comunale il sindaco Marco Doria – non ha ancora definito quali saranno i servizi minimi essenziali coperti dalla cifra stanziata, come possiamo determinare i nostri contributi che dovrebbero esprimersi sulla base di servizi aggiuntivi che andremo a richiedere?». Se, infatti, la Regione dovesse prevedere una copertura inferiore dei servizi standard, gli investimenti del Comune dovrebbero andare a riempire anche questi vuoti per non avere un trasporto inferiore a quello che si è sempre avuto finora. Ed è assurdo che, parlando di servizi pubblici, non esistano dei parametri di legge per fissare quali debbano essere i servizi minimi da garantire a prescindere dai finanziamenti. «Bisogna fare un’analisi del servizio senza falcidiare i chilometri percorsi – ha proseguito Doria – e dobbiamo arrivare rapidamente a queste decisioni perché è necessario calcolare di quali coperture aggiuntive abbia bisogno Genova e quanto sia giusto far pagare i genovesi che, ora, stanno pagando troppo». Il primo cittadino non parla tanto in termini diretti di costo del biglietto, il cui aumento sarà quasi inevitabile per rendere appetibile l’ingresso dei privati nella gara, quanto in valori indiretti di contributi al servizio: «Non voglio – ha proseguito il primo cittadino – un sistema thatcheriano in cui i cittadini pagano molto di più del 35% del servizio ma nel 2012, 2013 e 2014 questa amministrazione ha stanziato per Amt cifre che non hanno eguali in Italia, facendo sforzi enormi per garantire la sopravvivenza dell’azienda facendole chiudere i bilanci in equilibrio».

    E il bilancio in equilibrio è anche una condizione sine qua l’azienda Amt non potrà partecipare alla gara per l’assegnazione del bacino unico e deve, per forza di cose, essere perseguito anche nel 2015 pur con un bilancio previsionale del Comune ancora in alto mare. In quest’ottica si colloca la sottoscrizione da parte di Doria dell’accordo tra Regione, Comune, azienda e alcune rappresentanze sindacali (Faisa Cisal e Fit Cisl) sul cosiddetto fondino, un programma di prepensionamento che sarà coperto da circa 10 milioni di fondi regionali (già dedicati al trasporto e non aggiuntivi) e che dovrebbe coinvolgere poco meno di 300 lavoratori sul territorio regionale. Al di là delle vertenze sindacali – Filt Cgil, Uil Trasporti e Ugl sono sulle barricate e preparano un ricorso al Tar per essere state estromesse dalla trattiva – secondo il sindaco Doria l’accordo, che sarà sottoposto all’approvazione dei lavoratori la prossima settimana, è «una prima risposta a questa esigenza, non certo strutturale ma il cui successo dipenderà dall’impatto che il programma avrà in termini di adesioni reali». Ciò che invece il primo cittadino esclude decisamente è che «il Comune, con il suo bilancio, accentui il proprio intervento economico nel settore del trasporto pubblico locale».

    autobus-amt-3Toccherà, dunque, ad Amt presentare un piano industriale in grado di ridurre ulteriormente i costi e rendere più efficiente il servizio, in vista della gara per il bacino unico (o della proroga del servizio comunale). Gara a cui l’azienda non ha certo le forze per partecipare da sola: da tempo, ormai, si parla della costituzione di un’associazione temporanea di imprese (ATI) con le altre aziende del servizio locale che, con tutta probabilità, dovranno essere affiancate anche da un partner privato (clicca qui per consultare il report dell’Advisor che apre ai privati). In che termini (e il rischio è che si torni nuovamente all’annoso dibattito privatizzazione sì, privatizzazione no che tanto ha infiammato la Sala Rossa in un recente passato) dovrà essere esplicitato nel bando di gara che, secondo quanto riferito dall’assessore Vesco («Ci sono stati tempi lunghi per evitare il più possibile ricorsi a cui ormai siamo abituati nelle gare pubbliche»), dovrebbe essere pronto entro la metà di aprile. Per il momento, però, si tratterebbe solo di una fase preliminare, quella della manifestazione di interesse non vincolante: un po’ come dire, fateci sapere chi ci starebbe a queste condizioni. Un po’ pochino per un bando inizialmente previsto nel corso del 2014 e il cui ritardo è già costato almeno 20 milioni di euro all’anno (11 solo per Amt), pari ai mancati recuperi di Iva che sarebbero stati garantiti dal bacino unico.

    «Il bando di gara – commenta il capogruppo PD in Consiglio Comunale, Simone Farello – dovrà definire un sacco di cose, non potrà essere un copia-incolla di qualcosa già visto in altre realtà. Mi sembra che la questione non si stia affrontando con la giusta serietà: l’unica nota positiva è che l’amministrazione regionale è finita e non può più fare danni in questo settore». Farello vorrebbe anche richiamare in causa la gara integrata per il trasporto ferro-gomma ma i tempi non sembrano più essere percorribili. «Il ferro – ha proseguito l’ex assessore ai Trasporti della giunta Vincenzi – svolge un ruolo di trasporto pubblico fondamentale nell’area urbana di Genova, come facciamo a fare una gara non sapendo come sarà ristrutturato il nuovo nodo ferroviario con la cosiddetta metropolitana di superficie?».

    Da definire, come detto, è anche il ruolo dei privati che parteciperanno alla gara. «Che cosa succederà se l’ATI tra le aziende locali non dovesse costituirsi o non dovesse vincere?» si chiede il capogruppo M5S, Paolo Putti. Inoltre: è così conveniente per i gestori più piccoli di Amt associarsi in vista del bando regionale, o non sarebbe forse meglio aspettare il vincitore per “vendere” mezzi, rimesse, personale e “know-how” sul territorio?

    In questo contesto arenato e piuttosto confusionale, è praticamente impossibile che il nuovo servizio sul bacino unico regionale possa attivarsi a partire dal prossimo 1° gennaio. Che cosa succederà, allora, ad autobus, funicolari e ascensori? Semplice, sarà necessaria una proroga. Ciò, però, significa che gli attuali gestori dovranno restare in salute ed essere finanziati dai proprietari. In altre parole, il Comune di Genova deve prepararsi a trovare i soldi per Amt non solo per arrivare a fine anno ma, con buona probabilità, per proseguire almeno fino a metà 2016. Non proprio dettagli, soprattutto se il sindaco Doria rispetterà la volontà di non versare un centesimo di più di quanto fatto finora.

     

    Simone D’Ambrosio