Buona la terza. Dopo le due sedute consecutive chiuse in anticipo per la mancanza del numero legale, il Consiglio comunale ha approvato ieri pomeriggio la tanto discussa delibera di indirizzo sulla riforma del personale delle società partecipate. Ma lo ha fatto all’interno di un fortino, con Palazzo Tursi blindato e accesso interdetto al pubblico per evitare il replicarsi delle spiacevoli situazioni che la scorsa settimana, oltre a bloccare la discussione in Sala Rossa, avevano comportato alcuni malori e lievi ferimenti.
Alla fine i voti favorevoli sono stati 22: uno in più rispetto alla maggioranza qualificata (e al numero legale necessario con sindaco presente in aula) ma ben 8 in più di quelli necessari a far passare la delibera con una maggioranza semplice. Dei 38 consiglieri presenti, infatti, hanno votato no solamente il M5S (grillini scatenati con striscioni di protesta – “Sindaco Doria da don Gallo a Marcinkus, come si cambia per non morire politicamente” e “A.A.A. cercasi consigliere di scorta per numero legale” – e audio del Consiglio trasmesso in diretta in via Garibaldi), il Pdl, Baroni del Gruppo Misto e Bruno di Fds, oltre ai già citati Gozzi e Pastorino. Astenuti i tre consiglieri di Lista Musso, i sì sono arrivati compatti da Lista Doria, dagli altri consiglieri del PD, da Chessa di Sel, da Malatesta e Anzalone del Gruppo Misto e dai due membri dell’Udc (Gioia e Repetto). Assenti, invece, altri due rappresentanti del Gruppo Misto (De Benedictis e Mazzei) e il leghista Rixi.
Dopo gli incontri serrati dei giorni scorsi, c’era grande attenzione sul comportamento della maggioranza. Che, sostanzialmente, ha tenuto – e non poteva essere altrimenti perché un Pd interamente lacerato non può certo permettersi un commissariamento anche dell’amministrazione, dopo quello probabile della sezione regionale del partito, o peggio ancora un voto anticipato – anche se con alcuni distinguo. È il caso, ad esempio, dei voti contrari del consigliere Pd Paolo Gozzi e di Gianpiero Pastorino che, a breve, dovrebbe essere esautorato del ruolo di capogruppo di Sel.
La “nuova maggioranza” e l’agenda del Sindaco
Viene, dunque, sancita nero su bianco, la “nuova maggioranza” del Consiglio comunale che, salvo sorprese legate al comportamento di singoli consiglieri, dovrebbe consentire di traguardare i prossimi obiettivi dell’amministrazione, bilancio su tutti, e arrivare a fine anno.
«Il consigliere Anzalone fa parte della maggioranza» ha detto alla stampa il sindaco Doria, che nel conteggio dei consiglieri che lo sostengono ha fatto entrare anche altri tre membri del Gruppo Misto (De Benedictis, Mazzei e il trasfugo del Pd, Malatesta) – ora dobbiamo restare compatti per raggiungere i prossimi obiettivi, che sono: l’approvazione del bilancio e delle sue variazioni, la conclusione dell’iter del Puc e l’avvio di tutte le procedure per attuare il Blue Print disegnato da Renzo Piano».
A chi gli fa notare che la navigazione a vista è molto faticosa e troppo incerta, Doria prova a ribattere che «l’azione amministrativa in corso pone le premesse anche per il lavoro dei prossimi anni. È legittimo chiedere di sedersi attorno a un tavolo per condividere gli obiettivi (richiesta arrivata oggi da Sel ma in precedenza già evidenziata da tutte le forze politiche di maggioranza, ndr) da qui a fine mandato, ma ne posso già elencare molti: il processo di acquisizione e valorizzazione della Caserma Gavoglio, la messa in sicurezza idraulica del territorio genovese, una più corretta gestione del bilancio comunale e delle società partecipate. Certo dobbiamo discutere ma non dimenticarci che nel frattempo la città va governata».
Il sindaco torna, poi, sulle due sedute di Consiglio andate a vuoto nelle scorse settimane: «Non fa parte della mia cultura l’idea che i consiglieri di opposizione abbandonino l’aula e non partecipino ai lavori. È un comportamento che tutt’al più si può concepire se un atto della maggioranza viola diritti fondamentali: ma non è certo il caso di questa delibera che, semmai, può essere discussa così come io ho cercato di motivarla. Nell’ordinario, invece, credo che alcune assenze siano fisiologiche, considerando anche che nelle votazioni del nostro ciclo amministrativo la presenza dei consiglieri di maggioranza si attesta sull’ordine dell’85%. Pensate che cosa potrebbe accadere in Consiglio regionale se si dovesse replicare questo atteggiamento: non è questo il rapporto istituzionale tra maggioranza e opposizioni che auspico».
Ma non fa parte della cultura democratica neppure la chiusura delle porte ai cittadini di quella che dovrebbe essere l’assemblea pubblica principe di una città: «Sento un rammarico profondo a vedere le tribune vuote – ha detto Doria – ma penso che la possibilità di parlare in quest’aula senza essere interrotti, potendo articolare il proprio discorso dalla prima all’ultima parola, sia un diritto di tutti i consiglieri. E non credo di essere smentito da chiunque sia in buona fede se dico che, visto come sono andate le cose nelle ultime settimane, questa condizione non si sarebbe verificata se non adottando questa misura che non deve essere assolutamente considerata ordinaria».
Anche secondo il capogruppo del Pd, Simone Farello, le contestazioni avevano poco a che fare con il merito della delibera e punta il dito contro gli artefici di questo “tumulto”: «Non abbiamo assistito a un conflitto sul merito ma sulla rappresentanza. Da questa situazione non ne usciamo indeboliti solo noi – che già lo eravamo abbondantemente prima e a prescindere da questa delibera – ma lo è soprattutto la dimensione confederale del sindacato che ha sostituito l’interesse generale collettivo con quello corporativo. A questo punto, è fondamentale recuperare un rapporto di rappresentanza con i lavoratori di queste società, parlare direttamente con loro e non con chi deforma il meccanismo stesso della rappresentanza».
La delibera sui lavoratori delle partecipate
A proposito di merito, i contenuti della delibera sono passati un po’ troppo sotto traccia rispetto alle modalità di approvazione della stessa. Eppure vi è più di un elemento che merita attenzione. «In questa delibera – spiega il sindaco – non si parla né di privatizzazioni né di tagli di retribuzioni ma si tratta di rispondere a una legge nazionale che obbliga a emanare linee di indirizzo per la razionalizzazione del costo del lavoro nelle aziende partecipate». I contenuti di queste linee di indirizzo sono fondamentalmente tre: la mobilità dei lavoratori da un’azienda all’altra, frutto del recepimento di una lunga trattativa con i sindacati confederali; l’introduzione di un tetto alle retribuzioni dei dirigenti delle aziende del cosiddetto “sistema Comune”, che non possono superare la retribuzione del direttore generale del Comune e devono essere parametrate alla dimensione dell’azienda in rapporto a quanto guadagnato dai dirigenti di Tursi (altra cosa è la retribuzione degli amministratori nominati dal sindaco o dalla politica che per legge devono essere una percentuale dello stipendio del sindaco e risultano quasi sempre un po’ superiori ai quadri di alto livello delle stesse aziende partecipate e inferiori ai dirigenti); una riforma delle dinamiche retributive. «Nessuno parla di taglio delle retribuzioni – spiega il sindaco – ma si parla di aumenti di stipendio che possono essere concessi solo se le società partecipate hanno raggiunto determinati obiettivi aziendali e i conti sani da poterli concedere. Questa delibera guarda anche e soprattutto a tutti i cittadini che pagano i servizi e nei cui riguardi è indispensabile che le aziende pubbliche abbiano bilanci in ordine e capacità di controllare i propri costi, principio naturale in ogni azienda che abbia un suo bilancio e a cui non possono derogare neppure le aziende pubbliche».
Un concetto ribadito anche da Luciovalerio Padovani di Lista Doria: «Le linee di indirizzo di questa delibera introducono principi di buon senso in nome della buona amministrazione tenuto conto che ogni anno alle proprie partecipate il Comune eroga 111 milioni di euro, ben più del plafond di spesa a disposizione di tutte le direzioni. Cifra a cui va sommato il debito pregresso di queste aziende che ammonta a 400 milioni di euro».
Insomma la maggioranza è compatta e concorde sul merito della delibera, un po’ meno sul merito e soprattutto sul futuro della maggioranza stessa. Ma questa non è una novità.
I grandi cambiamenti urbanistici che disegnano la Genova del futuro non riguardano sono il cuore della città. Quasi in parallelo al nuovo Puc, di cui abbiamo già avuto modo di parlare approfonditamente, negli scorsi mesi è stato presentato il nuovo Piano Regolatore Portuale (Prp). Una sorta di lascito del presidente dell’Autorità portuale, Luigi Merlo, giunto ormai a fine mandato. Si tratta di un progetto complessivo sull’ordine di grandezza dei 2 miliardi di euro e che potrebbe essere traguardato nella sua interezza intorno al 2030.
Sembra quasi di dire un’ovvietà scrivendo che senza il porto Genova morirebbe. Da qui a capire come, invece, dal suo primo e più caratterizzante motore economico-commerciale la città possa rinascere, il cammino è molto lungo. Anche perché, per troppi anni, tutto quello che accadeva oltre il lungomare è sempre stato visto come qualcosa d’altro, di assolutamente slegato dal resto della vita urbana. E la sfida del nuovo PRP è proprio questa: ricreare una simbiosi tra Genova e il suo porto, non solo a livello ideale ma anche fisico, facendo tornare cittadini e turisti a camminare nel cuore del fronte del mare, allargando a tutto (o quasi) il territorio il riuscito esperimento del Porto Antico. Certo, allora i soldi c’erano e, anche grazie ai grandi eventi, le casse pubbliche erano piuttosto rigogliose. Adesso, invece, pensare di recuperare 2 miliardi di euro di soldi pubblici sembra ben più di un’utopia. Eppure a crederci sono in molti.
Il Prp altro non è che lo strumento previsto per la pianificazione portuale, ossia quel documento che ogni Autorità portuale, organo di governo di emanazione statale, dovrebbe adottare per decidere le linee future di sviluppo dal punto di vista economico-commerciale ma anche e soprattutto infrastrutturale.
Dopo la crisi di fine secolo, negli anni duemila lo sviluppo del porto inizia a delinearsi in maniera più ordinata, individuando tre principali aree contenitori tra calata Bettolo e Sanità, il Multipurpose di Messina e la penisola di Voltri e arrivando ad abbattere il muro di 1,5 milioni di container. Senza naturalmente dimenticare la parte turistico-attrattiva sostanzialmente concentrata nella riqualificazione del Porto Antico.
Ma perché oggi si è ritenuto di realizzare un nuovo piano regolatore considerando che quello precedente non è ancora stato portato a termine? La risposta arriva direttamente dal presidente uscente di Autorità portuale, Luigi Merlo: «Il Prp vigente prevedeva l’ingresso in porto di navi al massimo da 4 mila, 5 mila Teu (un Teu, o unità equivalente a venti piedi, corrisponde a un container standard lungo poco più di 6 metri e con una capacità di circa 40 metri cubi – ma esistono anche container da 2 Teu, ndr). Oggi, invece, nel nostro porto scaricano navi da 14 mila Teu e la tendenza per il Mediterraneo è quella di arrivare presto almeno ai 20 mila Teu. Ciò vuol dire navi da 400 metri di lunghezza e 60 di larghezza, mentre prima eravamo abituati a portacontainer tra i 250 e 280 metri».
Il fenomeno del gigantismo navale, oltre che con le innovazioni tecnologiche che hanno consentito di realizzare navi sempre più lunghe con profondità di pescaggio (parte della nave che rimane immersa sotto il pelo dell’acqua) sempre più ridotte, si spiega con nuove alleanze trasportistiche strategiche con cui le grandi compagnie commerciali hanno scelto di affrontare la crisi e l’aumento del costo del petrolio. Per non rimanere fuori dai giochi, dunque, Genova ha bisogno di rinnovare sensibilmente le proprie infrastrutture, offrendo maggiori spazi di manovra e attracchi più semplici.
Il Porto di Genova in Europa e nel Mediterraneo
Nel 2014, secondo i dati riportati dallo stesso Merlo, il porto di Genova ha aumentato i propri traffici merci del 10% rispetto all’anno precedente, giungendo alla movimentazione complessiva di quasi 2,2 milioni di Teu. Una crescita confermata anche nel primo trimestre del 2015. Viene così consolidato il secondo posto nella graduatoria dei porti italiani, la cui leadership è saldamente in mano a Gioia Tauro che, tuttavia, l’anno scorso si è fermata poco sotto i 3 milioni di container movimentati (superati invece nel 2013). Terzo posto per La Spezia, unica altra realtà italiana a sette cifre, con i suoi 1,3 milioni di Teu.
«Il porto di Genova – sostiene Merlo – può essere considerato quello che ha avuto la maggior crescita negli ultimi anni in Italia e in Europa, almeno per quanto riguarda i dati più significativi. Abbiamo realizzato opere infrastrutturali molto importanti come il dragaggio (scavo dei fondali, ndr) di 3,5 milioni di metri cubi di materiale, conferito poi nelle calate Bettolo, Ronco e Canepa. Grazie a significativi investimenti dei privati, possiamo scaricare navi con container che arrivano fino a 22 metri di altezza». Ma non basta. «Nel giro di 7, 8 anni – azzarda il presidente – potremmo tranquillamente arrivare a una movimentazione di 3 milioni di container: a struttura portuale invariata, però, significherebbe una paralisi totale non solo del porto ma, probabilmente, anche di tutta la città, quantomeno dal punto di vista trasportistico e della viabilità».
Dunque, per restare al passo della concorrenza, Genova deve per forza di cose guardare oltre al piano regolatore degli anni 2000, non ancora completato. Anche perché se in Italia il confronto è solo con Gioia Tauro, i cui dati peraltro sono influenzati anche dal cosiddetto “trasbordo” (scarico di un container da una nave, passaggio a terra e ricarico su un’altra porta contenitori), la musica cambia quando guardiamo al Mediterraneo e all’Europa.
terminal rinfuse
All’interno del mare nostrum, la Superba si difende ancora discretamente restando nella top-ten della movimentazione di contenitori (nel 2014 la leadership spetta ai due porti spagnoli di Algeciras e Valencia, rispettivamente con 4,5 e 4,2 milioni di container) ma perde terreno da rivali storiche e da realtà emergenti come Port Said (Egitto, 4,1 milioni di container), Ambarli (Turchia, 3,4 milioni), Tangeri (Marocco, 3,1 milioni) e Malta (2,5 milioni stimati).
«Storicamente – analizza il professor Francesco Parola, docente di Economia marittima e portuale all’Università di Napoli “Parthenope” e membro di Porteconomics – Genova e Marsiglia (1,1 milioni di contenitori nel 2014, ndr) sono stati i due porti principali del Mediterraneo ma negli ultimi anni Barcellona (1,8 milioni, ndr) e Valencia hanno avuto una crescita formidabile: proprio Valencia che aveva una movimentazione pari a circa il 60/70% di quella di Genova, oggi ne ha il doppio. Genova paga molto il fatto di essere un porto di transito: il contenitore viene scaricato e resta chiuso, la merce non lascia molto valore sul territorio perché Milano è molto vicina e le lavorazioni vengono fatte direttamente nel mercato di destinazione. Ultimamente si stanno affacciando sul mercato in maniera molto concorrenziale l’Egitto e il Marocco, anche se più che per Genova rappresentano soprattutto un elemento di disturbo per altri porti italiani di trasbordo come Gioia Tauro, Taranto e Cagliari».
Ben differente è la situazione se si allarga il campo d’azione all’Europa del Nord. Qui, padroni incontrastati, troviamo i tre grandi porti di Rotterdam (Olanda, 12,3 milioni di contenitori nel 2014), Amburgo (Germania, 9,7 milioni) e Anversa (Belgio, 8,9 milioni): Genova si trova al 16° posto, dietro anche a Brema (Germania, 5,7 milioni), Felixstowe (Inghilterra, 3,7 milioni), Pireo (Grecia, 3,5 milioni), Le Havre (Francia, 2,5 milioni) e San Pietroburgo (Russia, 2,4 milioni).
«Il nord Europa è un altro pianeta – conferma il prof. Parola – perché ha una scala enormemente superiore sia a livello di movimentazione container che di progetti di sviluppo infrastrutturale. Basti pensare a Rotterdam con il Maasvlakte 2 – progetto faraonico (2,9 miliardi di euro, ndr) di potenziamento esponenziale del porto fluviale olandese finanziato dalla Banca europea degli investimenti – si punta a passare dagli odierni 12 milioni di Teu a una capacità di 30 milioni, nel giro di circa 15 anni. Certo, il vantaggio della collocazione geografica fa molto: non ci sono Alpi e Appennini da superare e, soprattutto, la merce può essere trasportata via fiume (oltre il 40% mentre il 20% dei trasporti viene effettuato via treno e il restante 40% con camion) con chiatte dalla capacità di 400, 500 container l’una. Qualcosa di simile avviene anche ad Anversa, il cui porto è stato creato svuotando la sponda destra della Schelda: ora, il piano di sviluppo (1,6 miliardi, ndr) prevede di passare alla sponda sinistra. Qui Msc, il secondo armatore del mondo, ha il terminal dedicato più grande in assoluto che, da solo, muove tutto il traffico contenitori della Liguria, ossia circa 4 milioni di Teu».
Il nuovo Piano Regolatore portuale di Genova
Vediamolo, allora, più da vicino questo nuovo piano regolatore che dovrebbe consentire a Genova di fare il grande salto di qualità e, se non certamente raggiungere i livelli dei grandi porti del Nord Europa, quantomeno non perdere il treno delle grandi navi.
Partiamo da una cifra. Due miliardi di euro, gli oneri stimati per realizzare complessivamente il nuovo Prp, compreso il riassetto del waterfront attraverso il Blue Print di Renzo Piano.
L’intervento più significativo, dal punto di vista infrastrutturale, riguarda la costruzione di una nuova diga foranea che verrà spostata più verso mare di 500 m rispetto alla barriera attuale e si porterà via metà dei finanziamenti necessari (1 miliardo per 8 anni di lavoro). A ciò si aggiungeranno gli interventi per la realizzazione di un nuovo ingresso per le grandi navi a Ponente (250 milioni di euro, 3 anni di lavoro), in zona Sampierdarena. Di conseguenza, il Prp prevede la creazione di bacini di evoluzione (ovvero specchi acquei di manovra delle navi) molto più ampi di quelli odierni.
«Questo – sostiene Parola – è il vero elemento innovativo del nuovo piano regolatore portuale di Genova. Fino al 2010 tutti i piani di sviluppo sono stati “di terra”, con riempimenti e svuotamenti, il nuovo Prp invece ha come elemento centrale un nuovo assetto delle infrastrutture marittime: ingresso da Ponente e da Levante molto potenziati, spostamento della diga, sviluppo lineare delle banchine e ottimizzazione e ingrandimento dei tre poli contenitori».
Le banchine cambieranno da una conformazione a pettine a un’impostazione sempre più lineare per favorire l’ingresso delle grandi navi che hanno bisogno di scali semplici e rapidi. «È meglio avere 2,2 km di banchina lineare – spiega Parola – piuttosto che 5 km di banchina frastagliata, tipica di un vecchio sistema di concepire i porti, come vediamo a New York o nella parte vecchia di Rotterdam». Questa rivoluzione riguarderà principalmente il bacino di Sampierdarena, con l’entrata in funzione di calata Bettolo e la possibilità di dar luogo al riempimento degli spazi che separano gli attuali pontili: qui, infatti, i “pettini” sono nati per ospitare navi lunghe al massimo 200 metri mentre già oggi entrano navi anche da 280 metri con operazioni non certo semplici da gestire.
Se, da un lato, l’obiettivo di fondo del nuovo Prp è quello di far tornare a dialogare gli spazi di fruizione cittadina con le zone di attività portuale al di là di ciò che già avviene al Porto Antico, dal punto di vista urbanistico il piano regolatore punta molto su una nuova concezione di porto-isola, che dovrebbe realizzarsi sia nel nuovo waterfront di Levante, sia al porto di Pra’. Quello che è stato anche ribattezzato “piano dell’acqua” prevede, infatti, il prolungamento del canale di calma trasformando il Vte (sigla con cui viene definito il terminal ponentino) da penisola a isola, con un prolungamento verso ponente in cui potrebbero attraccare le navi più grandi, senza alcun vincolo di altezza trovandosi all’esterno del cono aereo del Cristoforo Colombo che, invece, influenza sensibilmente gli scali più centrali del porto. Lato terra si concretizzerà, invece, un percorso pedonale di oltre 3 km che dalla nuova stazione di Voltri attraverserà tutto il litorale fino ad arrivare alla Fascia di Rispetto di Pra’.
Progetto simile per l’area che separa la Fiera dal Porto Antico, in cui dovrebbe sorgere un nuovo percorso ciclo-pedonale che si affaccerebbe su un canale di separazione tra la città e l’area portuale.
Delicata sarà la decisione sullo spostamento del polo chimico di Multedo. La prima ipotesi prevede il mantenimento dell’attività nella zona di Ponente, con i depositi che verrebbero trasferiti da un’area urbana a un’area portuale. L’alternativa, molto criticata prevede il trasloco a Sampierdarena o nei bacini centrali o sotto la Lanterna, al posto della centrale Enel che potrebbe essere dismessa anche prima del previsto 2017. Ci sarebbe poi sempre l’opzione zero ovvero la chiusura di Carmagnani e Superba, le due realtà che si occupano di stoccaggio di prodotti di chimici, ma chi se ne assumerebbe la responsabilità?
Sul tema della sostenibilità ambientale, grandi speranze vengono poste anche nell’elettrificazione delle banchine che, seppur con ingenti costi di realizzazione (12 milioni di euro), consentirebbe una radicale diminuzione dell’inquinamento prodotto dalla navi attraccate in porto. La sfida, in questo caso, è riuscire a coniugare l’aspetto ambientale con l’economicità dell’intervento.
Infine, è prevista anche la realizzazione di postazioni per Lng (Gas naturale liquido) per lo sviluppo futuro di navi che utilizzano il metano per la propulsione e che potrebbero trovare ospitalità a Cornigliano, nei pontili centrali di Sampierdarena o a calata Oli Minerali con la trasformazione degli attuali depositi per olio combustile e gasolio.
Le grandi incognite: trasporti e terminalisti
Detto delle principali caratteristiche del nuovo Piano regolatore portuale, veniamo alle note dolenti, ovvero alle grandi incognite da cui dipenderà buona parte del futuro dei nostri bacini. Lo spostamento della diga e la trasformazione degli approdi, infatti, non saranno sufficienti da soli a traguardare l’obiettivo, forse eccessivamente ambizioso, dei 6 milioni di container se il porto di Genova non sarà in grado di rivedere sensibilmente le vie di comunicazione con le infrastrutture che dal porto stesso entrano ed escono.
«Il vero problema – sottolinea il professor Parola – è una coerenza infrastrutturale tra lo sviluppo del porto e la città che gli sta alle spalle. Autorità portuale non ha alcuna competenza sull’urbanistica della città e può solo cercare di esercitare un’azione lobbistica verso le istituzioni. Chi, invece, dovrebbe mettere tutto a sistema è la Regione, facilitando il dialogo tra Autorità portuale, Comune di Genova e gestori delle varie infrastrutture trasportistiche di terra. Purtroppo però vi sono opere infrastrutturali come la ristrutturazione del nodo ferroviario di Genova, il Terzo Valico, la gronda autostradale e il nodo di San Benigno, tanto per citare le più note, che vanno ben oltre la Regione stessa. Per cui, quello che manca a questo Prp, ma purtroppo deve mancare perché se anche fosse stato scritto sarebbe stato illegittimo o un puro esercizio si stile, è la chiarezza su come verranno gestiti a terra i potenziamenti che si realizzeranno grazie alle innovazioni della parte a mare».
La difficoltà deriva dal fatto che il porto deve sintetizzare la sostanziale dicotomia tra la bassa frequenza di arrivo della merce che viene riversata a terra in gradi quantità e l’alta frequenza di uscita a quantità, però, modestissime. Per questo motivo è necessario potenziare al massimo i sistemi di trasporto che consentono la movimentazione del maggior numero di contenitori per singolo viaggio: in altre parole, visto che non possiamo sfruttare le chiatte fluviali del nord Europa, dobbiamo diminuire i camion e aumentare sensibilmente i treni. «Fino alla Seconda guerra mondiale – ricorda Parola – a Genova anche l’80-90% dei trasporti avveniva con la ferrovia. Dagli ’60 è iniziato il declino vertiginoso di questa infrastruttura. Negli anni ’90 si è risaliti arrivando a un 30% ferrovia, 70% camion ma dal 2001 c’è stato un nuovo crollo. Oggi probabilmente non riusciamo a toccare più nemmeno il 20%».
Nei porti che funzionano il treno arriva in banchina mentre a Genova abbiamo notevoli problemi di smistamento e di comunicazione tra scalo ferroviario interno ed esterno: la ferrovia, però, è efficace solo se il traffico della merce è regolare e il treno sempre carico e saturato, altrimenti diventa più vantaggioso il camion perché avendo una capacità limitata è molto più facile non farlo viaggiare a vuoto. «Tutte le volte che sono andato su uno scalo ferroviario merci – dice Parola – non ho mai visto succedere nulla. Questo avviene perché c’è un concetto di ciclo industriale della ferrovia che è errato alla radice: sul binario non puoi stare fermo un giorno; devi caricare o scaricare in 4, 5 ore e poi andare via. O, tutt’al più, caricare di notte e far partire i treni al mattino: così si vince anche la concorrenza dei camion che, a una certa ora, non possono più entrare in porto perché i cancelli chiudono».
Genova non può permettersi di perdere la sfida ferroviaria. Mentre, infatti, i grandi porti del nord Europa arrivano praticamente in pianura fino alla Svizzera, noi siamo stretti tra gli Appennini e le Alpi: i due valichi ferroviari alpini, Sempione e Gottardo, sono oggetto di raddoppio e tra pochi anni andranno a regime. Questa sarebbe un’ottima opportunità da sfruttare per le esportazioni ma se non siamo pronti con i collegamenti interni il forte rischio è che la merce, invece di uscire, da questi valichi ci entri arrivando dal nord Europa.
La soluzione, secondo Parola, è una sola ma fa molto paura: Terzo Valico. «Se fossimo razionali e coordinati come i tedeschi, è vero che il Terzo Valico non sarebbe assolutamente necessario e potremmo ottimizzare le linee esistenti, ma per come siamo fatti abbiamo bisogno di infrastrutture vuote da iniziare a riempire. Senza il Terzo Valico, il Porto di Genova non può avere futuro. Va anche detto che il Terzo Valico, da solo, non risolverà tutti i problemi: una volta che ci sarà l’infrastruttura, bisognerà che i terminalisti, l’Autorità portuale e gli operatori intermodali si coalizzino per far sì che il porto Genova possa espandere il proprio traffico commerciale verso il nord, attraverso l’asse del Sempione, in Svizzera, Austria e la Baviera. Non possiamo guardare solo alla Lombardia».
Le merci, infatti, non scelgono le traiettorie più corte ma quelle più veloci. Per questo, tre quarti dei contenitori che passano per il Mediterraneo vengono scaricati nei porti del Nord Europa. Basti pensare che il primo porto cinese d’Europa è Amburgo che, a livello di rotte, è anche il più lontano. «A Rotterdarm – prosegue Parola – il tempo medio di sosta di un container è tra la metà e un terzo rispetto a quello di Genova: per cui, anche se la navigazione è più lunga, la merce arriva prima a destinazione. Tra l’altro, le navi che vanno verso Nord sono più grandi e più veloci di quelle che si fermano nel Mediterraneo, per cui risultano molto più efficienti. Insomma, le grandi navi da 18 mila, 22 mila Teu arriveranno a Genova solo se il nostro porto sarà in grado di allargare il proprio mercato oltralpe. Certo un po’ di crescita fisiologica ci sarà ma un altro gradino non lo possiamo fare senza andare in Svizzera. Per giustificare una toccata a Genova, una grande nave dovrà poter scaricare a Genova almeno 4 mila, 5 mila Teu, non si può certo accontentare degli attuali 800 Teu».
terminal Messina
Altra grande incognita è rappresentata dalla presenza, permanenza e futuro arrivo di grandi terminalisti tra le nostre banchine. «Fino al 2000 – spiega Parola – tutti i terminal erano multi-user, cioè il terminalista cercava di saturare lo spazio a disposizione rivolgendosi a diversi armatori. Questa logica è venuta in parte meno anche in seguito al fenomeno del gigantismo navale perché ogni armatore ha accresciuto le proprie esigenze di servizi, chiedendo terminal dedicati. Genova è sempre stata molto restia a rispondere a questa esigenza, a parte l’eccezione di Messina, unico armatore che è anche terminalista. Però, non può esistere che Maersk chieda il terminal e non glielo si dia e che a Msc glielo si conceda dopo anni. Il risultato è che Maersk dal 2018 va a Savona. Il tema non è molto discusso ma stiamo parlando dell’attuale primo cliente del porto di Genova che, temo, porterà via buona parte dei propri traffici. Certo molto dipenderà da come Savona si giocherà i collegamenti ferroviari e da quanto traffico Msc porterà da Spezia a Genova, ma è un elemento da non sottovalutare per il futuro del nostro porto».
Aggiornamento 27/06: nella notte è definitivamente decaduta la delega fiscale e il decreto all’articolo 14 della delega in tema di giochi pubblici non è approdato al Consiglio dei ministri. Il Regolamento del Comune è dunque salvo. //
Come vi abbiamo già raccontato, la validità e l’efficacia delle disposizioni con cui il Comune di Genova è riuscito a contrastare l’apertura di nuove sale slot potrebbe essere messa a serio repentaglio da una ben più morbida legislazione nazionale che toglierebbe agli enti locali la possibilità di incidere sui procedimenti di autorizzazione.
Il che, in pratica, comporterebbe l’abolizione del “distanziometro” previsto dal Regolamento genovese: «Secondo i controlli effettuati dalla Polizia Municipale – ha detto l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – su 702 attività controllate, 639 nel 2017 non avrebbero la possibilità di rinnovare la licenza». Stanto alla situazione odierna, se il Regolamento dovesse rimanere in vigore (e ciò potrebbe verificarsi anche per effetto della forte azione di pressione dell’Anci e in virtù del fatto che il governo andrebbe esplicitamente contro ad una delle indicazioni precisate dal Parlamento nella richiesta di una legge delega sul tema), a partire da maggio 2017 Genova potrebbe diventare una città sostanzialmente “slot free”: in quella data, infatti, scadranno le ultime autorizzazioni e le nuove richieste dovrebbero rispettare i parametri imposti dal Regolamento stesso.
Nell’ultimo numero del nostro bimestrale abbiamo dedicato un approfondimento al delicato tema delle sale gioco e al Regolamento del Comune per combattere il proliferare di attività legate al gioco d’azzardo. Vi proponiamo qui un ampio estratto.
Sono 5400 le slot machine a Genova, pari a una ogni 111 abitanti. Secondo la Consulta Antiusura sono questi i dati di una delle più grandi piaghe sociali contemporanee: la diffusione e la conseguente dipendenza dal gioco d’azzardo. Sono oltre mille i bar, tabacchini e cartolerie che nella nostra città hanno installato almeno un dispositivo per il gioco lecito, mentre le sale gioco specializzate sono poco meno di una sessantina. A metà 2013, secondo un’inchiesta pubblicata da Wired, Genova era la città italiana con la maggiore densità di esercizi che ospitano slot machine: se ne trovava una ogni 235 metri, per una spesa pro-capite di 755 euro all’anno per ciascun genovese.
Per contrastare la diffusione delle macchinette mangiasoldi e salute, il Comune di Genova è stato tra i primi in Italia a emanare un Regolamento per disciplinare e limitare l’esercizio del gioco d’azzardo in città. Dalla sua entrata in vigore, il 24 maggio 2013, nel territorio comunale non è stata aperta nessuna nuova sala giochi. Non stupisca, dunque, che la normativa comunale sia stata impugnata davanti al Tar dalle imprese del settore: il primo grado della giustizia amministrativa ha, nella sostanza, dato ragione a Tursi ma la palla ora è passata al Consiglio di Stato.
Nel frattempo, tutto quanto fatto di buono dalla civica amministrazione potrebbe essere spazzato via dal governo. Nella riforma di legge che riguarderà i Monopoli di Stato, infatti, molta attenzione viene rivolta al gioco d’azzardo. La nuova normativa nazionale potrebbe cancellare i provvedimenti locali. In particolare, verrebbero meno gli ostacoli posti dal Comune di Genova alla diffusione delle sale da gioco nei pressi dei luoghi cosiddetti sensibili.
Se è vero, però, che il regolamento odierno è assolutamente un elemento virtuoso nel contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo, va detto che non tutte le tipologie di gioco d’azzardo vengono contrastate in egual misura. L’attuale normativa locale, infatti, prevede una sostanziale differenziazione tra le restrizioni per le sale giochi e quelle per i locali pubblici che ospitano slot machine pur avendo un altro core business.
Sale gioco: il Regolamento del Comune
Per quanto riguarda la prima categoria – in cui, ad esempio, rientrano sale video-lottery, sale bingo, agenzie per la raccolta di scommesse sportive, negozi monotematici… insomma tutti quei locali in cui l’attività prevalente è mettere a disposizione degli avventori i cosiddetti “giochi leciti” – il regolamento genovese è piuttosto restrittivo. Oltre ai consueti vincoli di orario (l’attività può essere svolta solo dalle 9 alle 19.30), questi spazi non possono sorgere all’interno di immobili di proprietà comunale e a meno di 300 metri da scuole, università, luoghi di culto, cimiteri, impianti sportivi, centri giovanili o istituti frequentati da giovani, strutture residenziali in ambito sanitario o socio-assistenziale, strutture ricettive, balneari e spiagge, giardini, parchi e spazi pubblici attrezzati e altri spazi verdi pubblici attrezzati. La distanza scende a 100 metri, invece, da sportelli bancari, postali o bancomat, agenzie di prestiti di pegno o attività in cui si eserciti l’acquisto di oro, argento, oggetti preziosi per evitare una connessione troppo diretta tra la disponibilità di denaro e la possibilità di giocarlo.
Inoltre, è vietata l’installazione di qualsiasi gioco all’esterno (ad esclusione dei giochi per bambini) e qualsiasi forma di pubblicità ad esclusione di quella delle vincite che, tuttavia, deve essere accompagnata anche dalla descrizione degli importi giocati. Ben visibili, invece, devono essere la probabilità di vincita e il materiale informativo predisposto dalla Asl sui rischi correlati al gioco.
Diversa, invece, la situazione per bar, tabacchini e altri esercizi commerciali che decidano di installare una o più slot machine al proprio interno. Questa tipologia di macchinette, note con il nome di “new slot”, non possono dispensare premi in denaro superiori a 100 euro per partita e devono erogare un quantitativo complessivo di premi non inferiore al 75% delle giocate. Di per sé, i giochi disponibili per questo tipo di terminali non dovrebbero ricomprendere il poker e le sue regole fondamentali, ma sappiamo benissimo che tutti i dispositivi in fondo non sono altro che un tentativo di malcelato scimmiottamento del più classico gioco di carte. Con gli stessi vincoli di orario delle sale giochi, le new slot non possono in ogni caso essere collocate in edifici pubblici, all’interno di ospedali, luoghi di cura o di culto, istituti scolastici o strutture universitarie. Divieto di installazione di macchinette anche in locali di proprietà della pubblica amministrazione o delle sue società partecipate e in aree pubbliche lasciate in concessione a privati, compresi dehors, circoli privati, sedi di associazioni, società di mutuo soccorso e pubbliche assistenze.
«Il regolamento comunale – dice Giorgio Schiappacasse, direttore del Sert genovese – è virtuoso perché l’amministrazione ha fatto quello che poteva con i mezzi a disposizione. Il problema è che c’è ben altro oltre le sale gioco: basti pensare solamente al gioco online. D’altronde stiamo parlando di un settore che non ha alcun rischio di impresa perché le vincite vengono calcolate in base all’incasso. Non è vera economia perché i soldi che circolano nelle macchinette potrebbero essere spesi per comprare un chilo di pane, un paio di scarpe e far circolare l’economia reale. Senza considerare che lo Stato degli 80-90 miliardi l’anno che movimenta questo settore incassa poco più del 10%».
Ma non è solo una questione economica. C’è soprattutto un problema di salute e togliere agli enti locali la possibilità di dire la propria in questo campo, come rischia di fare la nuova normativa nazionale, potrebbe essere molto pericoloso considerato anche che l’autorità ultima in fatto di tutela della salute dovrebbe essere il sindaco. «C’è un discorso di salute – conferma il direttore del Sert – che dovrebbe venire prima di certi interessi economici. E, invece, pensiamo che addirittura c’era un distributore automatico di “gratta e vinci” alla Poste centrali di piazza Dante. La ludopatia è una piaga in costante espansione e coinvolge persone dai 25 agli 80 anni. Un disastro anche sul piano educativo per i giovani perché si dà l’illusione che la vita possa risolversi con un atto magico e non investendo con fatica e impegno su se stessi. Il trucco è dire che c’è il giocatore patologico che si differenzia da quello “sociale” perché è malato. Ma, in realtà, tutti siamo influenzabili e tutti possiamo essere a rischio. Con questo sistema, invece, si tende a rassicurare chi gioca perché difficilmente riconoscerà di essere un ludopatico. Così ci si manleva da qualsiasi responsabilità e si prova a cancellare qualsiasi legame tra l’agente inquinante e il suo effetto nefasto, riversando la colpa su chi viene definito “diverso” perché ha problemi in quanto giocatore patologico».
Sette giorni alla maggioranza per ricompattarsi o il sindaco Doria potrebbe seriamente pensare alle dimissioni. Con tutto quello che ne conseguirebbe per il Comune di Genova, ovvero un probabile commissariamento data la scure pendente di un bilancio previsionale ancora da approvare (qui l’approfondimento). Uno scenario che difficilmente passerà dalle parole ai fatti ma che è tornato per l’ennesima volta alla ribalta in Consiglio comunale, dopo un caldissimo e lunghissimo pomeriggio iniziato con tre manifestanti dipendenti delle società partecipate del Comune e tre vigili urbani al pronto soccorso, un Consiglio comunale bloccato per la seconda volta di fila dalla mancanza del numero legale e una maggioranza (e una Giunta) sempre più in difficoltà.
Consiglio comunale, la delibera sul personale delle partecipate
Spalti pieni a Palazzo Tursi per il bis della discussione sulla delibera di indirizzo per il personale delle partecipate, già stoppata martedì scorso. I motivi del contendere tra i lavoratori e l’amministrazione riguardano soprattutto la contrattazione di secondo livello, quella tra i sindacati e le singole aziende che determina anche le varie premialità: da una prima stesura della delibera, gli aumenti eventualmente previsti dal contratto nazionale sarebbero stati “sterilizzati” a livello locale per ripianare i debiti delle partecipate. Dopo i primi, forti malumori dei lavoratori, la giunta era intervenuta con un proprio emendamento cercando di ammorbidire la disposizione. Ma non abbastanza da evitare lo scontro con i sindacati che continuano a chiedere a gran voce il ritiro del documento e la possibilità di rimettersi attorno a un tavolo per discutere. Posizioni distanti anche sulle nuove assunzioni, che la delibera prevede solo in caso di nuove attività e che, invece, i lavoratori vorrebbero calibrate sui fabbisogni reali delle aziende.
“Tagliatevi voi, rispettate i lavoratori, rispettate la città” si legge in uno degli striscioni srotolati sugli spalti mentre vengono intonati cori da stadio indirizzati alla giunta (“andate a lavorare”, “dimissioni”, “a casa” i più pronunciabili). Giunta che dal canto suo, nonostante la battuta d’arresto della scorsa settimana, ha provato a tirare dritto lo stesso. Martedì scorso la seduta in Sala Rossa si era conclusa anzitempo per la mancanza del numero legale (almeno 21 consiglieri, compreso il sindaco, devono essere presenti per garantire validità al Consiglio comunale). Ed esattamente la stessa situazione si è verificata ieri pomeriggio dopo neanche un quarto d’ora dall’inizio della seduta, quando al momento di votare il secondo emendamento alla delibera tutti i consiglieri di opposizione hanno abbandonato l’aula. Risultato: solo 19 presenti, troppo pochi. Tra le file della maggioranza mancavano i consiglieri Veardo (Pd) e Gibelli (Lista Doria), arrivato in ritardo. Presente Gianpiero Pastorino (capogruppo Sel), hanno lasciato la Sala Rossa anche Antonio Bruno (Fds), tutti i rappresentanti del Gruppo Misto (compresi tre consiglieri ex Idv, De Benedictis, Anzalone e Mazzei) e dell’Udc (Gioia e Repetto) da cui non è arrivata la consueta stampella a cui eravamo abituati nei momenti più delicati.
Maggioranza con le spalle al muro, il problema non è la delibera
«Ora devi chiedere ai consiglieri di maggioranza che cosa dobbiamo fare» dice con forza, a microfoni spenti, un insolitamente irato assessore Miceli a uno scosso Marco Doria. Ma il problema non riguarda il merito della delibera, su cui i consiglieri non sembrano eccessivamente divisi. Anche tra chi ha abbandonato l’aula c’è la consapevolezza che la questione sia soprattutto politica («abbiamo votato delibere ben peggiori» dicono) e di tenuta della maggioranza. Ancora una volta.
Con Antonio Bruno passato ormai da tempo a tutti gli effetti all’opposizione, i consiglieri strettamente di maggioranza, sindaco incluso, restano 21. Troppo poco vista l’impossibilità di contare con certezza anche sui voti del capogruppo di Sel, Gianpiero Pastorino (uscito dall’aula martedì scorso, presente ieri), che spesso ha seguito le orme di Bruno. Ecco, dunque, manifestarsi ancora la necessità di «ricompattare la maggioranza, integrandola» come ha ammesso un esponente del Pd.
E sono stati proprio questi i contenuti di una riunione di maggioranza durata quasi 4 ore e convocata subito dopo la chiusura anticipata del Consiglio, durante la quale il sindaco si sarebbe preso l’impegno di verificare la possibilità di allargare il sostegno alla sua Giunta. «Questo non vuol dire aprire il mercato delle vacche – specifica il segretario del Pd, Alessandro Terrile – ma assumersi una responsabilità di verificare con certezza i numeri e i confini della maggioranza perché è evidente che, nonostante gli impegni personali che possiamo tutti prendere, questa situazione rischi di verificarsi nuovamente in futuro».
Con tutta probabilità, Doria potrà contare sul sostegno di De Benedictis e Mazzei (ex Idv entrambi presenti alla riunione di maggioranza e più volte votanti a favore della Giunta) ma per mettersi al riparo da influenze, mal di pancia più o meno strategici e impegni di lavoro improvvisi, due consiglieri potrebbero non bastare. Ecco allora che, secondo quanto trapelato, il capogruppo del Pd Simone Farello avrebbe chiesto con forza una sorta di rimpasto di giunta che rispecchiasse al meglio la maggioranza uscita dalle urne: tradotto, un assessorato ad Anzalone (Gruppo Misto, anche lui ex Idv) anche per eliminare qualche assessore ostile al Pd (Fiorini su tutti). Mossa che, però, non riscontra ovviamente i favori del sindaco Doria e che difficilmente troverà concretezza. Così come difficilmente si potrà allargare la maggioranza all’Udc (in Sala Rossa con i consiglieri Gioia e Repetto), in primis per la netta opposizione delle sinistre, secondariamente perché a livello regionale lo stesso partito sta discutendo l’alleanza con la presidenza di centrodestra.
Intanto, la maggioranza assicura che il magico numero dei 21 consiglieri sia stato blindato per portare a casa quantomeno la votazione della delibera sulla partecipate ricalendarizzata martedì prossimo e per la futura approvazione del bilancio, la cui discussione in Sala Rossa è stata programmata dall’8 al 10 luglio (giovedì al via i lavori delle Commissioni). Nel frattempo, il sindaco dovrà trovare una strategia efficace per tentare di portare a compimento i due anni che lo separano dalla fine del mandato o, quantomeno, di arrivare con le ossa non troppo distrutte all’ultima votazione del Piano urbanistico comunale prevista entro la fine dell’anno.
Manca ancora una ventina di milioni che dovrà arrivare da Roma attraverso il fondo di compensazione per i mancati introiti Imu-Tasi ma il Comune di Genova non poteva indugiare oltre. Questa mattina gli assessori Miceli e Crivello e il vicesindaco Bernini (sindaco assente più o meno giustificato per impegni a Roma con l’Anci) hanno presentato il bilancio preventivo 2015. O, quantomeno, la sua prima parte. A rischio, infatti, c’era il corretto funzionamento della macchina comunale e l’impossibilità di proseguire ad amministrare la città con l’esercizio provvisorio che, oltre a impedire una spesa mensile per servizio superiore a un dodicesimo del totale investito lo scorso anno, blocca qualsiasi possibilità di sfruttare gli avanzi del 2014, il fondo di riserva e impedisce di contrarre mutui ad esempio per avviare il piano straordinario dei lavori pubblici. «I saldi per uscire dalle pastoie dell’esercizio provvisorio sono stati chiusi circa un mese fa, non potevamo attendere ancora le titubanze di Roma» ha detto l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli. «C’è un trend consolidato da parte dei governi nazionali che si sono succeduti – fa eco il vicesindaco – di arrivare all’approvazione del bilancio a estate inoltrata: così, però, si mette in difficoltà la macchina comunale, dal momento che l’incertezza finanziaria si traduce in disservizi per le comunità da amministrare. Questo non può diventare il metodo ordinario di azione, soprattutto per le grandi Città metropolitane: i bilancio previsionali vanno approvati a dicembre dell’anno precedente».
Bilancio preventivo 2015 del Comune di Genova, i numeri
In attesa di entrare maggiormente nel dettaglio, magari provando ad approfondire le voci direzione per direzione in occasione della imminente Commissione a Tursi, il “primo tempo” del bilancio previsionale si assesta su un equilibrio di 1 miliardo e 709 milioni di euro. La parte corrente, invece, si ferma a 827 milioni di euro, circa 29 milioni in meno rispetto a quanto speso lo scorso anno (ma cifra sostanzialmente identica a quanto iscritto nella prima stesura del bilancio previsionale del 2014). Sarà qui che inciderà la manovra correttiva che esamineremo nel paragrafo successivo e, in particolare, nel plafond a disposizione dei vari servizi che l’anno scorso ammontava a 97,3 milioni di euro in bilancio previsionale e, per il momento, si ferma 89,3 milioni. La voce di uscita più corposa, come sempre, è quella relativa al personale (quasi 239 milioni), seguita dal complesso dai servizi Amiu (128 milioni – erano 126 l’anno scorso) e Amt (100 milioni – erano 105 l’anno scorso). Stabili i 111 milioni da sborsare per il servizio prestiti per la quota interessi e la quota capitale.
Sul fronte delle entrate, come sempre, a farla da padrone sono i tributi versati dai genovesi: per il 2015 sono previsti oltre 542 milioni di euro, provenienti principalmente da Imu-Tasi (239 milioni) e Tari (127 milioni). In attesa della variazione, i trasferimenti si fermano a 100 milioni, di cui oltre 78 di provenienza regionale.
In attesa della “manovra correttiva”…
Quella illustrata oggi è solo la prima tappa di un bilancio che dovrà per forza di cose prevedere una corposa variazione, una volta definiti con certezza i trasferimenti del governo centrale, la cui dead line è fissata per il 10 luglio. «Oggi – ha spiegato Bernini – presentiamo il bilancio che porteremo nelle prossime settimane in Commissione e in Consiglio comunale per giungere all’approvazione entro i primi giorni di luglio. Nel frattempo speriamo venga pubblicato il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri e con esso l’ammontare preciso degli ultimi trasferimenti da Roma che dovrebbero aggirarsi sull’ordine di grandezza dei 20 milioni di euro». La cifra, in realtà, è soltanto una stima, frutto di una proporzione rispetto al fondo stanziato lo scorso anno: su 625 milioni disponibili per tutta Italia, Genova aveva ricevuto 27,5 milioni; ma quest’anno il fondo nazionale per i mancanti introiti della tassa immobiliare è sceso a 530 milioni. Entro l’estate, dunque, arriverà anche la seconda tappa, nelle forme di una variante che interverrà soprattutto nel rifinanziamento del plafond di spesa dei singoli servizi alla persona (spesa sociale, trasporto pubblico, scuola, cultura, turismo…).
Difficile, di conseguenza, confrontare il bilancio previsionale del 2015 con quello dello scorso anno (qui l’approfondimento). Al momento, ad esempio, per il delicato settore del sociale sono stati stanziati solo circa 30 milioni, 6 in meno dello scorso anno, che tuttavia la giunta assicura verranno rimpinguati a dovere con l’annunciata variazione. «L’obiettivo – assicurano gli assessori – è quello di mantenere i servizi sostanzialmente in linea con quanto garantito lo scorso anno e, di conseguenza, anche i finanziamenti sulle singole partite».
Al di là di queste incertezze, comunque, anche il bilancio di quest’anno conferma le ataviche difficoltà degli enti locali a salvaguardare la tenuta del sistema dei servizi. «Questa politica dei tagli – dice Miceli senza usare mezzi termini – comincia ad assumere aspetti drammatici. Negli ultimi 8 anni i Comuni hanno contribuito alle manovre di riduzione dei costi per 17 miliardi di euro, di cui 9 solo di riduzione di trasferimenti diretti. Per Genova tutto questo si traduce in 178 milioni di euro in meno dal 2011 ad oggi (avevamo affrontato il tema nel dettaglio in questo approfondimento, ndr)». La tenuta del sistema, dunque, è garantita solo grazie a politiche di razionalizzazione della macchina amministrativa: negli ultimi 5 bilanci, Tursi ha prodotto 55 milioni di risparmi solo per le voci principali di spesa relative al personale (attualmente vi sono 550 unità in meno rispetto al 2011), fitti passivi e interessi sui mutui. Ma ci sono anche voci su cui non è più possibile risparmiare, come il capitolo rappresentanza che nel 2014 ha prodotto “addirittura” 89 euro di uscita.
«Abbiamo invertito la natura delle risorse a disposizione – spiega il vicesindaco Bernini – passando dal 60% di trasferimenti statali al 70% di finanza locale. Questo significa che il Comune di Genova fa da solo oltre i 2/3 degli investimenti necessari per l’amministrazione della città. Il tutto continuando a ridurre lo stock di indebitamento pubblico».
A proposito di riduzione di debito pubblico, dopo la frenata del 2014 dovuta ai 38 milioni di nuovi mutui per la gestione dell’emergenza alluvionale, nel 2015 si stima un nuova riduzione di circa 13 milioni di euro, portando l’ammontare complessivo a 1 miliardo e 227 milioni; negli ultimi 12 anni, lo stock complessivo si è abbassato di oltre 177 milioni. Nonostante questo, come già dettagliatamente annunciato, anche nel 2015 sono previsti indebitamenti straordinari come quelli per la manutenzione di strade, verde e illuminazione.
Ma c’è un’altra grande incognita che grava sul bilancio 2015: si tratta di un aspetto piuttosto tecnico che, tuttavia, riguarda una partita di ben 21 milioni di euro. Come abbiamo già accennato nelle scorse settimane, ogni anno il Comune deve prevedere come voce di uscita un fondo di dubbia esigibilità, dovuto ad esempio all’ammontare delle sanzioni elevate e non riscosse o a evasione ed elusione di tasse locali, che va a comprimere di conseguenza la capacità di spesa corrente: quest’anno, la finanziaria consente di iscrivere a bilancio questo fondo non per il suo importo totale ma per un minimo pari almeno al 55%. E così hanno fatto gli uffici di Tursi, avendo sostanzialmente a disposizione dal lato delle entrate il restante 45% di questo fondo, pari appunto a 21 milioni di euro che, tuttavia, l’amministrazione dovrà recuperare entro fino anno ad esempio attraverso avanzi di gestione (benché l’ammontare sia piuttosto elevato, non si tratta comunque di un qualcosa di impossibile dato che l’avanzo del bilancio 2014 ammontava a circa 20 milioni di euro). Di fatto, dunque, al momento al bilancio di Tursi non mancano solo i 20 milioni di Roma ma altri 21 che, seppure iscritti nelle varie poste, dovranno rientrare nei prossimi 6 mesi. Ciò che esce dalla porta, deve rientrare dalla finestra.
Infine, assieme ai documenti del bilancio, ieri sera la giunta ha ufficializzato anche le aliquote di Imu-Tasi e Tari: nessuna sorpresa rispetto a quanto già raccontato, se non che il Comune è riuscito a finanziare il famoso fondo di solidarietà per coprire le situazioni di insolvenza dovute a gravi disagi economici. Al momento si tratta solo di 500 mila euro che verranno ripartiti secondo criteri da discutere con i sindacati, ma la cifra potrebbe anche aumentare nel caso dovesse arrivare qualche (improbabile) sorpresa positiva dai conti romani.
Nel giorno in cui a Ventimiglia – con un’azione di polizia in barba a qualsiasi spirito di solidarietà e accoglienza (mostrato, invece, dai cittadini e dal sindaco della località ponentina che, a suo dire, era del tutto all’oscuro del blitz delle forze dell’ordine) – vengono sgomberati i profughi che sostavano sul confine nella vana speranza di poter raggiungere la Francia, in Consiglio comunale a Genova l’assessore Emanuela Fracassi annuncia l’avvio di due percorsi che attiveranno anche nella nostra città la possibilità di ospitare rifugiati in famiglia, in primis per minori arrivati non accompagnati e successivamente anche per adulti.
Una proposta di grande civiltà che arriva proprio a ridosso della giornata mondiale del rifugiato (sabato 20 giugno, ma a Genova sono state organizzate iniziative per tutta la settimana con lo scopo di coinvolgere le persone accolte e sensibilizzare la cittadinanza provando a contrastare la dilagante ignoranza sul tema) che prova a rispondere al grido di aiuto di chi è alla ricerca del riconoscimento dei propri diritti di essere umano. L’idea di questa nuova forma di accoglienza diffusa sta circolando già da qualche giorno a livello nazionale e, tra non molto, dovrebbe concretizzarsi anche all’ombra della lanterna.
Vale la pena ricordare che quando si parla di rifugiati o profughi non si parla di stranieri o immigrati in senso generico ma di persone che non possono fare ritorno al proprio Paese – come dice la convenzione di Ginevra – per un fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, idee politiche, appartenenza a gruppi sociali o, comunque, persone che se tornassero nella propria terra natale potrebbero essere vittime di violenze, sottoposte a pena di morte o ad altri trattamenti inumani.
La proposta di accoglienza dei profughi nel Comune di Genova
Rispondendo a un question time della consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella, l’assessore Fracassi ha ricordato in Consiglio comunale che a Genova l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo avviene secondo due strade: «La prima riguarda il sistema coordinato dalla Prefettura per le persone provenienti dagli sbarchi e mette a disposizione circa 500 posti in strutture temporanee ubicate nella provincia di Genova. La seconda, invece, è il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), che chiama in causa direttamente il Comune e 12 associazioni del terzo settore che si fanno carico di un’altra fetta importante di accoglienza». Lo Sprar, in 15 anni di esistenza, ha accolto oltre 1000 persone provenienti da 53 Paesi diversi (Somalia, Eritrea e Turchia i più rappresentati) e accompagnate lungo un percorso di integrazione socio-economica: sono 183 i posti attualmente disponibili a Genova per un progetto che ha un valore economico complessivo di oltre 3 milioni di euro all’anno.
Ed è proprio tramite lo Sprar che il Comune, a breve, dovrebbe aprire la possibilità per le famiglie private di accogliere minori profughi giunti a Genova non accompagnati. «Nel territorio ligure – ha ricordato Fracassi – sono già presenti due strutture rivolte a questa specifica emergenza e accolgono complessivamente 50 minori. Ma il Ministero dell’Interno ha aperto un bando per la disponibilità di nuovi 1000 posti sul suolo italiano: come Comune di Genova risponderemo a questo bando attraverso lo Sprar, con diverse modalità compresa l’accoglienza in famiglia. Nei prossimi giorni abbiamo già in previsione una riunione con un gruppo di famiglie che si è reso disponibile ad aderire a questo percorso».
Ci vorrà, invece, un po’ più di tempo per gli adulti. «Ma stiamo lavorando anche su questo piano – assicura Fracassi – e abbiamo già raccolto qualche disponibilità familiare anche per questo tipo di accoglienza. In questo caso però non possiamo far altro che attendere un prossimo bando ministeriale e fare pressione affinché anche il sistema coordinato dalle Prefetture si apra all’accoglienza diffusa». Con il termine di accoglienza diffusa si intende il superamento dell’approccio esclusivamente emergenziale attraverso sistemazioni provvisorie in grandi strutture in favore di un utilizzo sostenibile di appartamenti disseminati sul territorio coinvolgendo, dunque, non solo le istituzioni ma anche i privati grazie al coordinamento delle associazioni del terzo settore. In questo modo si può puntare anche a un’accoglienza numericamente contenuta per ogni singola realtà, favorendo la nascita di contesti relazionali e integrativi molto più efficaci.
Profughi accolti a Genova e in Italia, i dati aggiornati ai primi mesi del 2015
In Italia sono stati 170 mila i profughi sbarcati nel 2014 ma nei primi cinque mesi del 2015 il trend è aumentato di oltre il 10% tanto che, secondo le previsioni del governo, a fine anno gli arrivi sulle coste italiane potrebbero superare i 200 mila. Ad aggravare la situazione ci sono anche le lentezze delle Commissioni che si devono esprimere sul riconoscimento della protezione internazionale per i richiedenti lo status di rifugiati: la legge stabilisce tempi di attesa tra 21 e 90 giorni ma la realtà parla di periodi che variano dai sei a nove mesi. Nel frattempo, i migranti non possono né cercare un lavoro né spostarsi e devono attendere nei centri messi a disposizione o finanziati dal governo: al momento sul territorio italiano sono poco più di 37 mila i posti disponibili nei centri di prima accoglienza gestiti dalle Prefetture; a questi vanno aggiunti 9500 posti dei Cara, Cda e Cpsa e poco più di 20 mila posti finanziati dal ministero per il sistema Sprar.
Secondo dati del Ministero dell’Interno risalenti alla fine del 2014, di questi complessivi poco più di 67 mila posti in Italia, 1266 sono situati in Liguria (nemmeno il 2% del totale; le quote maggiori spettano a Sicilia – 21% e Lazio 13%, le minori con percentuali decimali a Valle d’Aosta, Trentino, Basilicata e Abruzzo), 953 in strutture gestite dalla Prefettura e 313 dal sistema coordinato da enti locali e terzo settore. Si tratta dello 0,05% della popolazione residente nella nostra Regione: fanno decisamente di più altre Regioni come Sicilia con oltre 14 mila posti pari allo 0,26% della popolazione, Molise 1150 posti ma 0,23% della popolazione locale, Calabria 4800 mila posti e 0,21%; tra le realtà meno accoglienti ci sono invece Lombardia con 5800 posti pari allo 0,04% dei residenti, Valle d’Aosta 61 posti e 0,037% e Abruzzo con 960 posti e 0,03% della popolazione.
Secondo i dati pubblicati da Anci Liguria e aggiornati ai primi mesi del 2015, attualmente a Genova sono 513 i profughi accolti in strutture temporanee (di cui 330 in spazi gestiti dalla prefettura e 183 dal sistema Sprar) che rappresentano lo 0,09% della popolazione (nel complesso, invece, a Genova risiedono oltre 56 mila cittadini stranieri che costituiscono il 9,5% della popolazione – dati dicembre 2014). Una quota che sale a 651 persone (446 in strutture temporanee, 205 gestite dallo Sprar) se consideriamo i confini della Città metropolitana, pari allo 0,08% della popolazione (terzo posto in Regione davanti solo a Imperia con lo 0,06% e dietro a La Spezia – 0,11% e Savona – 0,14%). Se, dunque, è probabilmente vero che le strutture attualmente disponibili per l’accoglienza sono al collasso è altrettanto indiscutibile che chi parla di invasione lo fa esclusivamente per meri interessi di propaganda politica o per totale distacco dalla realtà.
Giallo, arancione e rosso. Com’è noto, tra qualche mese saranno questi i livelli di allerta progressiva con cui la Regione Liguria sostituirà l’allerta 1 e 2 – a cui, purtroppo, siamo stati a lungo abituati negli ultimi anni – per omologarsi al quadro nazionale. Come cambieranno le cose per i cittadini? Difficile dirlo al momento, anche perché prima di entrare in vigore sull’intero suolo regionale, il nuovo sistema di allerta meteo deve essere recepito da tutti i comuni liguri e relative prefetture.
Per non farsi cogliere impreparato, il Comune di Genova nel frattempo ha presentato il nuovo Piano comunale di emergenza, con cui tra l’altro si prova a rispondere ad alcune carenze evidenziate dalla relazione tecnica redatta dai consulenti della Procura del Tribunale di Genova in merito al processo per l’alluvione del novembre 2011 (qui l’approfondimento). La revisione del piano vigente, in realtà, era già pronta da qualche mese tanto il sindaco Marco Doria avrebbe dovuto ricevere le nuove linee guida proprio a ridosso delle tragiche alluvioni dello scorso ottobre. Adesso, finalmente, la delibera è stata approvata in giunta giovedì scorso e può iniziare il suo inter in Commissione e Consiglio comunale prima di entrare in vigore.
In attesa di capire come si muoverà la Regione, le novità introdotte nel piano, la cui elaborazione è iniziata nel 2013 grazie alla stretta collaborazione con la Fondazione Cima, riguardano soprattutto l’organizzazione tecnica dell’amministrazione per il monitoraggio del territorio e la gestione della protezione civile, non solo in stato di attenzione o allerta.
«Si tratta – sintetizza l’assessore alla Protezione Civile, Gianni Crivello – di una riorganizzazione ed efficientamento di tutto il sistema, attraverso l’inserimento nel piano di emergenza di una serie di ordinanze emanate ad hoc negli ultimi anni e la revisione e potenziamento di alcune strutture di protezione civile e di gestione delle allerte».
Entrano, dunque, a far parte del piano comunale di emergenza l’immediata chiusura delle scuole in caso di allerta 2 e l’imposizione di tenere gli alunni nell’edificio se, con allerta 1 e quindi a scuole aperte, l’evento dovesse peggiorare. Stessa sorte per le ordinanze sulle zone esondabili, anch’esse non più singoli provvedimenti ma ricomprese in maniera più organica nel piano, ad eccezione di quelle che verranno sistemate nel breve periodo con interventi di ingegneria idraulica (ad esempio, via Shelley).
Al momento il nuovo piano di emergenza prevede i comportamenti della macchina comunale in funzione del sistema di allerta vigente (1 e 2) ma, almeno secondo quanto assicurato dai tecnici, sarà anche in grado di declinare le nuove azioni che scatteranno quando la Regione darà via alle “allerte colorate”. Eppure i tecnici stessi sono incerti nel rispondere a una semplice domanda: quando scatterà il nuovo piano regionale, con quale colore di allerta si chiuderanno le scuole? Con tutta probabilità, la chiusura automatica arriverà con l’allerta rossa ma non è detto che non possa avvenire anche con l’arancione.
La difficoltà nella risposta non è tanto dovuta alla fase di transizione dal sistema di allertamento numerico a quello colorato, quanto al fatto che il modello di intervento per gli enti pubblici è organizzato secondo tre fasi operative (attenzione – preallarme – allarme) che non sempre si integrano bene con il sistema di allertamento per la popolazione (a proposito, il Comune sta sviluppando anche un’app per smartphone che andrà ad integrare i canali già esistenti).
«Non si tratta certamente di un lavoro che finisce qui – ammette Crivello – e nel medio e lungo termine sarà soggetto a modifiche perché oltre 91 mila genovesi abitano attualmente in aree esondabili ma la mappatura – si spera – cambierà con i grandi interventi di ingegneria idraulica a cui assisteremo nei prossimi anni, come gli scolmatori del Fereggiano e del Bisagno».
Coc, il tavolo per gestire l’emergenza: «nessuno potrà più bussare ed entrare…»
Le vere innovazioni introdotte dal piano comunale, tuttavia, riguardano soprattutto la messa in moto e il funzionamento della struttura amministrativa, in caso di necessità e non solo. Intanto, viene snellito il Centro operativo comunale (Coc), struttura tecnica a supporto del sindaco per la gestione delle criticità meteorologiche: si tratta sostanzialmente di un tavolone nel cuore del Matitone, attorno a cui vengono prese le decisioni più delicate. Dalle 9 unità attuali (quasi mai rispettate in passato, soprattutto nel 2011 quando attorno al tavolo del Coc gravitavano decine e decine di persone con compiti non sempre chiarissimi) si passa a 6 («e nessuno potrà bussare alla porta ed entrare» assicura Crivello), oltre al sindaco coadiuvato dall’assessore alla protezione civile, per permettere una maggiore rapidità d’azione. Il comitato sarà composto da: direttore generale del Comune, rappresentante dell’area tecnica, rappresentante dell’area servizi, comandante di Polizia Municipale, direttore di Protezione civile e rappresentante dell’area staff e Municipi. Amiu, Aster e Amt siederanno a un altro tavolo, poco distante, assieme ai rappresentati di tutti gli altri servizi e settori del Comune di Genova che dovranno rendere operative le decisioni del Coc.
Confermate anche le Unità di Crisi dei singoli Municipi che entrano in vigore per la gestione dell’emergenza, la struttura del Coc che monitora 24h su 24 e 365 giorni l’anno il territorio, il presidio permanente di Protezione civile e le 4 pattuglie di polizia municipale come primo strumento di presidio territoriale attivato anche solo in stato di attenzione.
Qualche nuovo accorgimento riguarderà anche il cosiddetto “stato di pace”, ovvero in situazione ordinaria senza attenzioni, allarmi o allerte. Viene, infatti, individuato un rappresentante di protezione civile per ogni direzione del Comune: «Non si tratta soltanto di una questione di partecipazione alle riunioni e comunicazione con i vertici del settore – spiega Crivello – ma anche della necessità di una maggiore sensibilizzazione sul tema all’interno della struttura amministrativa».
Tursi, in sostanza, cerca di aprirsi sempre più la strada verso l’autonomia gestionale dalla Regione, nei limiti del possibile e del legalmente consentito, per evitare il ripetersi di critiche impasse come quella dello scorso ottobre quando l’Amministrazione fu costretta a convocare, un po’ fuori dai canoni, il Centro operativo comunale nonostante la mancata emanazione dello stato di allerta da parte di via Fieschi. «La macchina comunale – spiega la neo responsabile di Protezione Civile del Comune di Genova, Francesca Bellenzier – non si attiverà solo su input della Regione ma anche, se necessario, dall’osservazione diretta degli effetti al suolo». Anche perché, in un contesto idrografico come il nostro, caratterizzato da corsi d’acqua ripidi e con breve distanza tra la fonte e linea del mare, aspettare l’evoluzione dell’evento può essere un errore irreparabile.
Ancora in attesa di poter presentare e discutere il bilancio previsionale per il 2015 (c’è tempo fino a fine luglio), l’assessore ai Lavori pubblici, Gianni Crivello, conferma quanto già annunciato ad aprile con l’illustrazione dell’elenco annuale dei lavori pubblici: nel 2015 sarà previsto uno stanziamento straordinario di 8 milioni e 250 mila euro per le manutenzioni di strade, marciapiedi, verde pubblico, segnaletica, impianti di illuminazione e semaforici. Una sorta di riedizione in miniatura del piano Straordinaria Genova, con cui la giunta Vincenzi aveva investito circa 30 milioni in due anni.
Manutenzione stradale, segnaletica, verde pubblico
Tursi, dunque, dopo qualche anno di restrizione, prova a invertire la rotta facendo gli straordinari attraverso un indebitamento ad hoc. Oltre 6 milioni di euro saranno investiti sul capitolo strade, andando sostanzialmente a raddoppiare la dotazione prevista dal contratto di servizio di Aster e raggiungendo un importo complessivo di poco inferiore ai 12,5 milioni di euro. Nel 2015 verranno così asfaltati circa 350 mila mq di strade, di cui 200 mila grazie al piano straordinario, e saranno ripristinati 12500 mq di marciapiedi, di cui 6500 di interventi straordinari. Grazie a oltre 1 milione di risorse aggiuntive rispetto agli 1,6 milioni del contratto di servizio, saranno 500 gli impianti di illuminazione e i semafori interessati a manutenzione, raddoppiando gli interventi ordinari. Leggero aumento anche per gli interventi sul verde pubblico: i 640 mila euro straordinari porteranno a oltre 3 milioni le risorse disponibili con cui, tra le altre cose, saranno garantiti 160 interventi di reimpianto.
Un capitolo degli 8,250 milioni sarà dedicato al rifacimento della segnaletica orizzontale e verticale, con poco meno di 430 mila euro che implementeranno i 730 mila di dotazione standard. La gestione di questo tipo di interventi passerà in toto, anche se ancora in via sperimentale, nelle mani dei Municipi. Inoltre, saranno ripristinati 2100 attraversamenti pedonali, 700 in più di quanto si sarebbe riuscito a fare solo con il contratto di servizio.
A livello complessivo, invece, i lavori più significativi interesseranno la riqualificazione di Mura delle Cappuccine, il ripristino della pavimentazione a lastre di via Assarotti, e via Cairoli, la sistemazione dei marciapiedi di via Caffaro, Lungomare di Pegli, via Merano, via Fillak e via Rimassa, il rinnovo del viale alberato di via Pastrengo, la messa in sicurezza di via Mogadiscio, la sistemazione dello spartitraffico di via Cantore, il ripristino dei vialetti di Villa Piaggio e della pavimentazione in gomma di piazza G. Ferraris.
Pulizia dei rivi, Crivello: «Un po’ di verde nell’alveo non genera alluvione»
Ma gli interventi su strade, verde e impianti non sono gli unici finanziamenti straordinari sui lavori pubblici previsti dall’amministrazione. L’aumento più significativo di risorse riguarderà, infatti, la pulizia dei rivi (esclusi, naturalmente, gli interventi di ingegneria idraulica): ai poco più di 560 mila euro del contratto di servizio annuale, vengono aggiunti oltre 1,3 milioni di euro per una dotazione complessiva che sfiorerà i 2 milioni di euro. Uno stanziamento indispensabile per intervenire sulle situazioni di maggiore difficoltà negli 88 rivi cittadini (di cui 28 tombati, cioè coperti) che superano il chilometro di lunghezza e le altre centinaia più brevi. I lavori riguarderanno il completamento dello sgombero di materiale post alluvionale per complessivi 25 mila metri cubi e la rimozione della vegetazione dagli alvei per 20 mila metri quadrati.
L’assessore Crivello, però, tiene a sottolineare un aspetto importante: «Un po’ di verde nell’alveo non genera alluvione». Come da spiegazione dei tecnici presenti all’incontro con la stampa, la maggior parte delle canne o delle sterpaglie che vediamo nei rivi cittadini non sono fonte di intoppo per la defluenza idrica: anzi, le radici trattengono il terreno sottostante e diminuiscono il trasporto di materiale solido. In sostanza, l’acqua quando ha necessità di passare riesce a piegare senza alcuna difficoltà buona parte di questa vegetazione che, in questi ambienti, trova il suo habitat naturale.
Significativo anche l’aumento di risorse per la manutenzione straordinaria delle caditoie per la raccolta e lo smistamento dell’acqua piovana: ai soli 250 mila euro del contratto annuale si aggiungono 800 mila euro straordinari superando così il milione di euro complessivo (negli ultimi tre anni i finanziamenti, invece, erano oscillati tra i 200 e i 250 mila euro). Con questa dotazione si realizzeranno 300 interventi anche se, per ammissione di Aster, la città ne avrebbe bisogno di almeno 3 volte tanto.
Aster: «Finalmente, basta “tapulli”…»
Nel 2015, dunque, Aster potrà godere complessivamente di oltre 40 milioni di euro: 18 in parte corrente, 12 in conto capitale previsti dal contratto di servizio ordinario e oltre 10 milioni di finanziamenti straordinari complessivi. «Tutto questo – commenta con soddisfazione il direttore di Aster, Mauro Grasso – ci consentirà nuovamente di poter realizzare interventi completi e programmabili, evitando di dover ricorrere a interventi palliativi e consueti “tapulli”». Ma non tutte le opere potranno essere realizzate direttamente dalla partecipata del Comune. «Di sicuro non appalteremo le asfaltature che sono il nostro core business – assicura Grasso – mentre per altri lavori come il rifacimento dei marciapiedi o la pulizia dei rivi dovremmo sicuramente affidarci all’esterno, sempre mantenendo la regia dei lavori. Le risorse umane che abbiamo a disposizione sono limitate e anche se potranno migliorare proprio grazie al piano straordinario, di certo non siamo in grado di coprire tutti gli interventi internamente».
Ancora fermo al palo, invece, il tanto atteso tavolo di coordinamento tra gli uffici comunali dei lavori pubblici e i responsabili delle grandi utenze del sottosuolo (luce, acqua, gas e nuove tecnologie): una delle principali difficoltà della nostra città è proprio la mancanza di coordinamento tra tutti i soggetti che hanno necessità di “bucare” asfalto e marciapiedi per realizzare il proprio lavoro. L’assessore Crivello ha più volte annunciato la volontà di dare vita a un percorso condiviso da tutti gli attori per concentrare gli interventi e ridurre al minimo i disagi. L’immensa mole di lavoro per gli uffici comunali a seguito degli interventi, emergenziali e non, post alluvione, ha sostanzialmente stoppato ogni discorso ma la speranza è che si possa tornare a parlarne a breve. Anche perché sarebbe un vero peccato, oltre che uno spreco di denaro pubblico e una fonte di grande rabbia per i cittadini, vedere una strada appena riasfaltata nuovamente aperta dopo pochi mesi per far passare la fibra ottica o per cambiare, come imposto dalle norme, i tubi del gas.
È stato finalmente approvato nella seduta di giunta di questa mattina il nuovo Regolamento per l’assegnazione e la gestione degli orti urbani nel Comune di Genova (leggi l’inchiesta “Genova, una città da coltivare” su Era Superba #58, qui la versione ridotta). Dopo una lunga gestazione, iniziata con le proposte della Consulta del Verde arenatesi poi, come spesso succede, sulle scrivanie di Tursi, la delibera passerà ora alla discussione della Commissione e del Consiglio comunale, prima di entrare in vigore.
Ancora suscettibile di qualche modifica, dunque, il nuovo regolamento andrà a sostituire una normativa non più adeguata e in vigore da una decina di anni. Il punto focale è l’ampliamento del concetto di orto urbano, che prima era sostanzialmente solo un appezzamento di terra destinato alla coltivazione tout court per pensionati o fasce di popolazione particolarmente disagiate. Si allarga anche il numero di cittadini che potranno potenzialmente utilizzare i terreni previsti per l’uso agricolo e selezionati allo scopo dai Municipi.
Ma vediamo nel dettaglio quali sono le novità più importanti di questo regolamento, partendo dalle nuove definizioni che vengono date al concetto di orto urbano. Oltre al tradizionale appezzamento di terreno da cui l’assegnatario può ottenere produzione di fiori, frutti e ortaggi per l’autosostentamento, vengono individuati:
– community garden, orti destinati alla coltivazione collettiva e partecipata, già presenti in alcune realtà come quelle della Madonnetta (San Nicola, Castelletto);
– orti sociali e terapeutici, in cui si pratica la coltivazione ortofrutticola come elemento di integrazione sociale di persone o gruppi svantaggiati (immigrati, anziani, disoccupati ma anche disabili o persone sottoposte a terapie di riabilitazione fisica e psichica);
– orti innovativi in cui dare spazio a metodi di agricoltura biologica ed ecocompatibile, con particolare attenzione alla tutela della biodiversità e alla diffusione di pratiche virtuose come la gestione razionale dell’acqua, la raccolta differenziata e il riuso dei rifiuti, l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili.
Naturalmente ogni tipologia di orto avrà i propri criteri per stabilire le graduatorie ai fini dell’assegnazione. Vi sono però alcuni requisiti generali: avere la residenza o la sede legale (in caso di associazioni) nel Comune di Genova oppure non avere fondi di proprietà destinati alla coltivazione sempre nel territorio comunale, essere in grado di provvedere autonomamente alla cura dell’appezzamento, non aver subito condanne per reati contro l’ambiente.
Le differenze arrivano, invece, quando dagli orti tradizionali si passa alle categorie fresche di introduzione. I primi devono essere accessibili pedonalmente, sorgere in prossimità di sorgenti, essere suddivisibili in singole unità tra i 50 e 100 mq. La graduatoria per l’assegnazione, come detto, tiene conto di nuovi parametri: i punteggi non premieranno più solo la fascia anziana superiore ai 65 anni d’età ma anche, in modo decrescente, i giovani tra 26 e 30 anni. Altri criteri premieranno i redditi Isee più bassi, il numero di componenti del nucleo familiare, l’eventuale presenza di handicap e la residenza nel Municipio in cui si trova il terreno.
Per gli orti speciali, destinati principalmente ad associazioni, scuole, comitati e altre forme di gruppi di persone, vengono aggiunti ulteriori criteri. Intanto, gli appezzamenti in cui sorgono devono essere complessivamente estesi almeno per 500 mq. Poi, entrano in gioco le funzioni sociali, educative e la qualità dei progetti e delle pratiche agricole e il coinvolgimento delle persone potenzialmente interessate, il tutto in base a criteri e punteggi già dettagliati dallo stesso regolamento.
«Le difficoltà più grandi – sostiene l’assessore al Verde, Italo Porcile – non riguardano tanto la disponibilità delle aree che potrebbe essere sufficiente a soddisfare buona parte delle richieste quanto la sensibilità, da un lato, dell’amministrazione a proporre e pubblicizzare in maniera efficace bandi e assegnazioni di questo genere e, dall’altro, della cittadinanza a rispondere e aderire nei fatti alle iniziative comunali a riguardo».
Nella delibera, comunque, si evidenzia anche la necessità che gli uffici di Tursi individuino nuove aree destinabili ad orto urbano, ad esempio in terreni di proprietà civica non utilizzati o con concessioni in scadenza. Spetterà poi a Municipi la gestione dei bandi per le assegnazioni e il controllo del rispetto dei contratti di concessione che potranno avere la durata massima di 4 anni per gli orti tradizionali (allungabile a 6 in caso in cui gli assegnatari si facciano carico di opere di manutenzione straordinaria dell’area) e 5 per le nuove categorie (prorogabili per altri 5).
Porcile, e non solo, crede molto nelle potenzialità degli orti urbani: «La promozione dell’uso di spazi pubblici con queste finalità – dice l’assessore – costituisce, soprattutto in periodi di recessione economico-finanziaria, un’importante opportunità economica, sociale ed ambientale per la collettività. Inoltre, una gestione produttiva e manutentiva di porzioni di territorio marginali e residuali, attraverso attività di produzioni agricole a basso impatto ambientale ed ecocompatibili, comporta un miglioramento della vivibilità urbana». Tutto sta nel capire quanto l’amministrazione riuscirà a raccogliere questa sfida e a rilanciarla in maniera efficace ai cittadini in cerca di un piccolo orticello da coltivare anche tra le mura della città.
Tasi (tassa sui servizi indivisibili, sostanzialmente la discendente della vecchia Imu) invariata e Tari (tassa sui rifiuti) aumentata di una manciata di euro. L’assessore al Bilancio, Francesco Miceli, ha confermato ieri in Consiglio comunale le indiscrezioni già circolate nei giorni scorsi sulla stampa locale. I genovesi potranno, dunque, versare tranquillamente entro il 16 giugno l’acconto Tasi; tempi più lunghi, invece, per la Tari, per cui arriveranno a casa i bollettini probabilmente con scadenze simili a quelle dello scorso anno (la prima rata per le utenze domestiche scadeva il 31 ottobre). L’annuncio dell’assessore al Bilancio è un’occasione per fare il punto sul delicato tema rifiuti, analizzandolo soprattutto dal punto di vista economico. Quanto costa oggi e quanto costerà domani ai genovesi la chiusura di Scarpino e il relativo trasporto dei rifiuti fuori regione? Nella prossima bolletta gli aumenti saranno quasi impercettibili… Proviamo a fare chiarezza.
Tassa sui rifiuti: rimandata la stangata Scarpino, costi per ora coperti da Amiu
Per legge il gettito complessivo della tassa deve essere sufficiente da solo a coprire tutti i costi del servizio di raccolta e smaltimento della spazzatura sul territorio cittadino. Per sapere quanto dovremo pagare quest’anno bisogna anche in questo caso aspettare l’approvazione delle delibere collegate al bilancio preventivo ma è ormai certo che gli aumenti rispetto al 2014 saranno contenuti nell’ordine di una decina di euro e non riguarderanno tutti i contribuenti. «Nel 2014 – precisa l’assessore Miceli – il gettito complessivo della Tari è ammontato a 126,552 milioni di euro mentre quello del 2015 sarà di 126,555 milioni: una differenza quasi impercettibile». Gli aumenti della bolletta, infatti, dipenderanno solo da una riduzione delle superfici tassabili: in altre parole, meno genovesi soggetti alla tassa e, quindi, importi un po’ più alti per chi deve pagare. «Semplificando con un esempio – spiega Miceli –vuol dire che se prima la tariffa la pagavano in 1000, ora gli stessi costi vanno ripartiti tra 950 persone a causa di maggiori abitazioni o esercizi commerciali sfitti».
E Scarpino? L’assessore al Bilancio annuncia che per quest’anno i maggiori costi sono stati sostanzialmente coperti da non meglio precisate operazioni di «efficientamento complessivo di Amiu che hanno permesso di ottenere risparmi che sostanzialmente hanno azzerato i costi extra». Certo, sulla Tari 2015 incidono solo i trasferimenti fuori Regione del 2014: meno di tre mesi per un ammontare complessivo stimabile attorno ai 6 milioni di euro. «Si tratta all’incirca del 5% dei costi complessivi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti – dice il presidente di Amiu, Marco Castagna – un risparmio assolutamente in linea per un’azienda che si vuole innovare e rinnovare come Amiu, dato da maggiori ricavi e vari interventi di ottimizzazione del servizio».
In realtà i risparmi annunciati sono al momento solo una previsione e saranno frutto di un mix di aumento di ricavi e maggiore attenzione ai costi che Amiu si è impegnata a produrre in atti concreti nel nuovo corso, parallelo alla realizzazione dell’ormai famoso nuovo piano industriale (qui l’ultimo approfondimento). In sostanza, i maggiori costi sostenuti nel 2014 per il trasporto dei rifiuti fuori Regione non verranno coperti da maggiori versamenti del Comune, e quindi dei cittadini, nelle casse della partecipata ma saranno ammortizzati direttamente dall’azienda attraverso un potenziamento del business proveniente dalla raccolta differenziata, il reintegro di alcune attività prima date in outsourcing e altri accorgimenti di razionalizzazione di costi interni.
Un risparmio che potrebbe anche diventare strutturale e ripetersi negli anni a venire, soprattutto se si riuscirà a dare un’importante accelerata alla realizzazione del nuovo piano industriale che consentirà un approccio diverso al mondo dei rifiuti, non più visti come spazzatura ma come risorsa da riutilizzare.
Ma che cosa succederà nel 2015 quando i mesi di conferimento dei rifiuti fuori Liguria da coprire saranno molti di più? La stangata sulla bolletta è solamente rinviata di un anno? «Sicuramente i costi del servizio del 2015 saranno maggiori perché sono di più i mesi di esercizio fuori Regione – ammette Castagna – ma è impossibile parlare di quanto questi si rifletteranno sulla Tasi del 2015: intanto non sappiamo ancora quando potremo riaprire Scarpino e poi bisognerà vedere in quanti anni decideremo di spalmare questi maggiori costi perché non è certo pensabile che vengano coperti tutti l’anno prossimo». Volendo azzardare delle cifre si potrebbe dire che, a parità di risparmi di Amiu e se malauguratamente Scarpino dovesse rimanere chiusa per tutto il 2015, i maggiori costi da coprire si aggirerebbero attorno ai 23 milioni di euro (2,5 milioni al mese a cui vanno sottratti circa 7 milioni di presunti risparmi). Ma si tratta di un puro esercizio di stile perché, come tiene a sottolineare l’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, «stiamo parlando di poste troppo variabili, su cui incidono i valori di mercato e intrecci molto più articolati di vari bilanci».
Quello che è certo è che il famoso “costo di chiusura di Scarpino” potrebbe essere trasformato in una pillola più piccola da ingoiare perché dilazionata su diversi anni, una pillola su cui incide anche la scure degli improcrastinabili interventi previsti dal nuovo piano industriale (nella Tari di quest’anno rientra solo una piccola quota di lavori di messa in sicurezza della discarica di Scarpino) e che non si sa ancora come verranno finanziati.
Proprietà immobiliari: tasse invariate
Per quanto riguarda la Tasi, invece, sembra non cambiare nulla. E non poteva essere diversamente. Nel 2014, infatti, il Comune di Genova aveva applicato l’aliquota massima sulla prima casa, pari al 3,3 per mille (qui l’approfondimento). Invariato anche il sistema delle detrazioni in funzione della rendita catastale dell’immobile di proprietà e dei figli a carico. «La normativa nazionale – ha detto Miceli – prevede che nel caso non sia stata ancora approvata la delibera di definizione delle aliquote della Tasi per l’anno in corso (situazione in cui ricade il Comune di Genova, ndr), l’acconto sia uguale a quello dell’anno precedente, se non sono intervenute variazioni di possesso immobiliare. Qualora i Comuni approvassero successivamente aliquote diverse, le modifiche interverrebbero sull’importo del conguaglio». Una situazione, tuttavia, che non si dovrebbe verificare per i genovesi dato che l’assessore ha sottolineato l’intenzione dell’amministrazione di confermare in tutto e per tutto gli importi del 2014 nella delibera di quest’anno che anticiperà l’approvazione del bilancio.
Via libera, dunque, ai pagamenti degli acconti. Per i cittadini che volessero un’ulteriore conferma, il Comune mette a disposizione un calcolatore automatico degli importi dovuti (qui), numero verde (800184913) e indirizzo e-mail (tasionline@comune.genova.it) per chi volesse chiarimenti specifici e, infine, un servizio di calcolo e stampa dell’F24 per il versamento previo appuntamento all’Ufficio IMU/TASI di via di Francia 3 – 2° piano (Matitone) da fissare chiamando il numero verde.
Brutte notizie, invece, per chi sperava nel fondo di solidarietà per le famiglie in maggiore difficoltà economica. Il sostegno approvato lo scorso anno dal Consiglio comunale per rispondere alle pressanti istanze dei sindacati non è mai stato finanziato. La situazione critica delle casse comunali sembra non consentire l’introduzione di fatto di questo strumento perequativo neppure per quest’anno. La conferma, comunque, arriverà solo dal bilancio preventivo 2015 che, con tutta probabilità, si voterà a fine luglio. «Se nel Consiglio dei Ministri convocato giovedì – spiega l’assessore Miceli – il governo dovesse dare il via libera alle compensazioni ai Comuni per i mancanti introiti dovuti al cambiamento Imu – Tasi (che per Tursi al momento significano 27,5 milioni in meno a disposizione nel bilancio annuale, ndr) il discorso potrebbe essere riaperto».
«È proprio bella Genova» dice con ingenua e autentica semplicità un’anziana signora seduta dietro di noi, sul battello che ci conduce alla scoperta del nostro porto. Le nuvole pesanti e una maccaia che ha veramente poco di primaverile non sono il contorno ideale ma la vista della Superba dal mare è qualcosa che non può non lasciare estasiati, neppure con qualche goccia di pioggia.
Eppure i genovesi la città vista da qui, dal suo elemento naturale per eccellenza, la conoscono mica tanto bene. E, soprattutto, non conoscono bene quella cosa che si colloca proprio a metà tra la città e il mare. Stiamo parlando del porto, il nostro motore economico che troppo spesso è visto come una barriera, un muro tra la terraferma e l’acqua e non come elemento pienamente integrato nel cuore della città e di cui dovrebbe rappresentare un punto di forza irrinunciabile.
«Spesso le persone che parlano del porto – sostiene il viceconsole della Culmv, Silvano Ciuffardi – non lo conoscono perché lo vedono solo dalla città. Invece che considerare Genova una città–porto, si parla quasi esclusivamente del porto in città, come se ci trovassimo di fronte solamente a un fastidio di cui vorremmo fare volentieri a meno».
Il waterfront oggi
Il waterfront nel Blueprint di Renzo Piano
bacini riparazioni navali. Verranno ingranditi, anche grazie al tombamento del Duca degli Abruzzi, e sarà garantito l’accesso a navi da 333 metri. Oggi le riparazioni navali genovesi danno lavoro a circa 3500 persone
il relitto della Concordia all’inizio della demolizione nei bacini delle riparazioni navali.
In primo piano, il molo Giano sede del tragico incidente della Jolly Nero con il crollo della torre piloti.
lo Yacht Club, che con il tombamento del Duca degli Abruzzi verrà spostato più a levante, secondo il disegno del Blue Print
sullo sfondo il cantiere Amico, dedicato alle riparazioni dei grandi yacht di lusso, tra cui quello di Steven Spielberg
la Darsena di Levante, dove sorgerà la nuova torre piloti disegnata da Renzo Piano che sarà alta 70 metri
il porto di Pra’ che oggi movimenta oltre 1 milioni di container all’anno, grazie allo sviluppo lineare delle sue banchine che consente l’attracco delle navi più grandi.
il porto di Pra’ si trasformerà da penisola in vera e propria isola con l’allungamento del canale di calma
sullo sfondo l’area Fincantieri che sarà interessata dai lavori del ribaltamento a mare, con il riempimento di circa 70 mila metri
aree Ilva
terminal Messina
sulla destra l’ex deposito della frutta
il deposito metalli
l’area di Spinelli
la centrale dell’Enel in via di dismissioni. Secondo il nuovo piano regolatore portuale, questa è una delle possibili nuove destinazioni del polo chimico di Multedo
terminal rinfuse
una della grandi difficoltà logistiche del porto di Sampierdarena: il cono areo. A causa della vicinanza dell’aeroporto la navi non possono superare una certa altezza.
il Porto Antico
i magazzini del cotone
terminal traghetti e stazione crocieristica
l’area dei depositi costieri
calata Bettolo, interessata da un riempimento di oltre 180 mila mq che consentirà di movimentare oltre 800 mila container all’anno
Ed è proprio questo, almeno a parole, uno dei principali obiettivi del nuovo piano regolatore portuale che prevede investimenti infrastrutturali per 2 miliardi di euro: riavvicinare i genovesi al porto, far sì che i cittadini possano tornare a vivere almeno una parte degli spazi portuali come successo al Porto Antico dopo l’Expo. Così, nel nuovo numero della rivista cartacea di Era Superba fresco di stampa, abbiamo deciso di dedicare un lungo approfondimento al porto che è e al porto che verrà, cercando di capire quali sono le grandi trasformazioni che ci apprestiamo a vivere nei prossimi decenni e quanto l’economia genovese possa ripartire attraverso il suo fulcro storico.
Anche perché il porto oggi dà da mangiare a molti genovesi e non solo. L’indotto dello shipping all’ombra della Lanterna coinvolge ogni anno almeno 30 mila lavoratori. Di questi ormai solo 1100 svolgono la mansione più antica, quella dei camalli della Compagnia Unica (tradizione vuole che persino Niccolò Paganini iniziò a suonare in questo ambiente, tra i colleghi del padre, durante le pause pranzo): «Negli anni ’80 – raccontano – eravamo più di 6 mila ma ora il lavoro è tutto automatizzato: per uno sbarco o un imbarco merci ormai è sufficiente una decina di persone, un gruista, qualche conducente di mezzi a terra e gli addetti al bloccaggio e sbloccaggio dei contenitori». Ma quando si parla di porto, ci si concentra quasi esclusivamente sui problemi delle infrastrutture e meno sulle difficoltà dei lavoratori: «Il porto – proseguono i camalli – non è una fabbrica: qui il lavoro è fluido, in continuo movimento. Noi dobbiamo garantire una copertura 365 giorni all’anno e 24 ore al giorno con difficoltà logistiche non da poco visto che ogni scalo ha i propri orari di apertura e chiusura su cui devono essere adeguati i nostri turni».
Quelle logistiche sono proprio una delle principali difficoltà che rendono la portualità genovese e ligure, più in generale, periferica a livello europeo. «In realtà – specifica il professor Francesco Parola, docente di Economia marittima e portuale all’Università di Napoli “Parthenope” e membro di Porteconomics – si tratta di una caratteristica comune a tutta la portualità italiana. Certo, i circa 4 milioni di container movimentati ogni anno dalla Liguria possono essere considerati una periferia di lusso. Ma si potrebbe e si dovrebbe fare molto di più».
Gli spazi portuali, seppure non gestiti al meglio, sono saturi: l’unica possibilità per potenziare lo sviluppo dei porti liguri e di quello di Genova, in particolare, è estendersi verso il mare. Per questo – come analizzato nel dettaglio nel nuovo numero della rivista di Era Superba – la metà dei 2 miliardi richiesti per il finanziamento del nuovo piano regolatore del Porto di Genova serviranno a “spostare” più distante le banchine. «Va anche detto – prosegue Parola – che anche verso il mare gli spazi non possono essere infiniti: c’è, infatti, il problema della scarpata continentale che va già a piombo non troppo distante dalla riva. Non si potrà mai, dunque, realizzare qualcosa di simile da quanto avviene in Cina con la costruzione di una vera e propria isola portuale a 35 km dalla terraferma, a cui è collegata con un ponte ferroviario. Si deve, invece, lavorare tantissimo nel miglioramento della logistica con una grande velocizzazione dei tempi di attesa della merce in porto e della sosta delle navi in banchina: un obiettivo che può essere raggiunto solo con l’ottimizzazione trasportistica e il potenziamento delle linee ferroviarie, interne ed esterne al porto».
Per recuperare gli antichi splendori e provare a riprendere la scia dei grandi porti del nord Europa, Genova però non dovrà fare i conti solo con se stessa. La visita pre-elettorale del ministro Delrio ha anticipato alcuni cardini della riforma nazionale sull’organizzazione e gestione dei porti che dovrebbe essere presentata ufficialmente entro fine mese. Che cosa succederà alle concessioni dei terminalisti? Come cambieranno le Autorità portuali con la nascita dei distretti geografici a sostituire i singoli scali? Verrà aumentata l’autonomia delle realtà locali incrementando la possibilità di recuperare l’iva per investire in infrastrutture?
Intanto, Luigi Merlo ha confermato le proprie dimissioni da presidente dell’Autorità portuale. L’addio ufficiale arriverà a fine mese: ecco, dunque, liberarsi un’altra tessera di questo complicatissimo puzzle che troppi genovesi continuano a vivere come qualcosa d’altro da sé e che sul numero #60 di Era Superba (in uscita il 3 giugno) proviamo a rendere un po’ più comprensibile.
La nascita di un piccolo discount a Teglia rischia di diventare l’ennesimo elemento di attrito tra il Consiglio comunale e la giunta. Nella prossima seduta consiliare di martedì 9 giugno (il 2 giugno è festa, niente assemblea in Sala Rossa) dovrebbe, infatti, essere discussa una variante urbanistica che darà il via libera alla riqualificazione dell’ex mercato di piazza De Caroli 9 e alla sua trasformazione in un cosiddetto “esercizio di vicinato” marchiato In’s. Un’operazione non vista di buon occhio dal Municipio e alla quale anche i consiglieri comunali stanno cercando di opporsi. Ma sembra ormai essere troppo tardi.
L’edificio, già sede di mercato comunale, è diventato lo scorso autunno di proprietà del Gruppo Viziano, in seguito alla famosa permuta con cui Tursi ha acquisito un immobile in via Cantore, eliminando una serie di fitti passivi, e ha ceduto diversi beni all’imprenditore edile (oltre all’ex mercato di Teglia, sono passati di mano l’ex diurno di piazza Acquaverde, un locale sottostrada in via Vernazza, un complesso in via Chighizola, un locale commerciale in piazza Dante e, soprattutto due immobili in via Casotti e via Capolungo a Nervi).
Qualora, dunque, i consiglieri dovessero rigettare la pratica potrebbero insorgere complicanze legali dal momento che si andrebbe a negare un diritto di acquisito ad un privato.
La variante urbanistica è necessaria perché le attività dell’ex mercato rionale erano comprese nella destinazione d’uso a servizi. Già la giunta Vincenzi, con il progetto preliminare del nuovo Puc approvato a dicembre 2011, prevedeva la trasformazione dell’area in tessuto urbano, dando dunque via libera alla possibilità di aprire un piccolo esercizio commerciale di vicinato. Variazione confermata nel progetto definitivo del Puc approvato lo scorso marzo. «La variante urbanistica – spiega il vicesindaco Bernini – serve solamente ad accelerare i tempi e a far partire i lavori di riqualificazione prima dell’entrata in vigore ufficiale del nuovo Puc: con questo provvedimento, infatti, allineeremmo il piano vigente che risale al 2000 a quello approvato e in attesa di diventare operativo».
Molti consiglieri di maggioranza e opposizione si schierano però a fianco del Municipio V – Valpolcevera che lamenta un mancato coinvolgimento nel processo decisionale. «Siamo sicuramente contenti che si possa finalmente riqualificare l’immobile – dice l’assessore municipale Mario Vanni – ma ci avremmo visto molto meglio il trasferimento della sede della Polizia Municipale o la realizzazione di una palestra di roccia. Abbiamo grosse preoccupazioni per il nuovo esercizio commerciale, intanto perché non prevede la realizzazione di nuovi parcheggi e quindi andrebbe a insistere sugli stalli già esigui a disposizione della cittadinanza. Poi siamo preoccupati per la mobilità dato che l’accesso alla piazza non è certo dei più agevoli e insiste su una zona già teatro di gravi incidenti stradali. Infine, seppure piccolo, è previsto un ampliamento dello spazio occupato dal negozio con conseguente erosione di altre aree della piazza dedicate alla socialità».
L’ampliamento, in realtà, non è poi così piccolo. Per norma regionale, la superficie netta di vendita di un esercizio di vicinato non può superare i 250 mq e così sarà anche per il nuovo discount. Ma le dimensioni complessive di superfice agibile possono estendersi fino 300 mq, comprendendo in questo caso anche il deposito e il locale per gli uffici. L’aumento previsto è del 14% dei volumi attuali e del 10,5% della superficie agibile che, secondo quanto assicurato dai tecnici del Comune, non andrà a modificare l’aspetto paesaggistico dell’area.
«Le battaglie – commenta Bernini – andavano fatte nel ciclo amministrativo precedente, quando si decise di togliere la destinazione d’uso a servizi. Ora stiamo solo cercando di accelerare una riqualificazione che seppure non a fini sociali punta a dare un valore aggiunto al territorio almeno dal punto di vista urbano. Peraltro, vorrei precisare che non stiamo parlando di un supermercato ma di un franchising che avrà tutte le caratteristiche del classico negozio di quartiere, pensato per la spesa quotidiana e non certo per le scorte settimanali».
Ma è proprio sulla politica commerciale attuata che il consigliere Gianni Vassallo (Pd), ex assessore allo Sviluppo Economico, solleva qualche dubbio: «È vero che il mercato comunale è fuori uso da tempo – dice Vassallo – ma è anche vero che dopo la chiusura di questa realtà è entrata in vigore una riforma sulla gestione dei mercati rionali che ha fatto sì che alcuni, come quello della Foce, non chiudessero e altri, come quello di Sarzano, aprissero. Siamo certi che consorzi di operatori mercatali non sarebbero voluti entrare nella gestione dello spazio di Teglia? Abbiamo sentito le associazioni di categoria?».
Domande di per sé legittime ma che tuttavia sembrano arrivare fuori tempo massimo. Perché nessuno ha storto il naso al momento di approvare la permuta dei beni con il Gruppo Viziano? E soprattutto, perché Vassallo non intervenne al momento dell’approvazione del Puc preliminare sotto la giunta Vincenzi, di cui era proprio assessore al Commercio?
Laconica ma molto significativa la chiosa del consigliere Luciovalerio Padovani (Lista Doria): «Credo che dopo aver approvato la delibera di permuta non possiamo più fare molto. La questione però chiama in causa un tema più ampio, ossia la gestione del patrimonio. Nel momento in cui alieniamo un bene pubblico, come successo con l’ex mercato di Teglia, rischiamo di perdere delle opportunità solo per non aver ragionato meglio su come valorizzare l’immobile e non fare semplicemente cassa. In questo caso perdiamo un’occasione di sfruttare il nostro patrimonio per riqualificare il territorio, come ci ricorda il Municipio. Di fronte a queste scelte bisognerebbe operare con più attenzione, soprattutto in un momento in cui l’assessore Piazza sta facendo un lavoro di mappatura del territorio: bisogna ragionare non solo in termini di valorizzazione economica ma anche di valorizzazione sociale per dare respiro e nuove opportunità a territori particolarmente sotto pressione».
L’edificio ex Ansaldo Nira in via dei Pescatori 35
Addio al palazzo ex Nira. Dopo le aste deserte e i sogni proibiti della Fiera di trasformarlo in un albergo 4 stelle con probabile centro commerciale annesso, l’edificio di 11 piani e 14500 metri quadrati che si affaccia sul mare fin dal 1964 sarà definitivamente abbattuto.
La notizia era nell’aria da un po’ di mesi, da quando cioè Renzo Piano aveva presentato il suo Blue Print, il progetto sostenuto da Autorità portuale e Regione Liguria (e ultimamente anche dal sindaco Doria) con cui l’archistar genovese vorrebbe riqualificare l’affaccio sul mare del levante cittadino . Ecco perché Autorità Portuale si è detta fin da subito interessata ad acquistare l’edificio, passato nel frattempo dalla proprietà di Fiera a quella di Tursi nell’ambito del ridimensionamento del quartiere fieristico (qui l’approfondimento) necessario alla copertura dei debiti accumulati dallo stesso ente.
Il Comune non ha mai detto no all’operazione anche perché il palazzone di via dei Pescatori 35 è sostanzialmente abbandonato dai primi anni del 2000. Già a fine 2011, ai tempi della gara pubblica per la cessione dell’immobile, la base d’asta aveva fatto crollare di parecchio il valore del bene che fino a pochi anni prima, in maniera probabilmente un po’ troppo generosa, rappresentava una voce del patrimonio pubblico pari a 18 milioni di euro. Ma il bando andò deserto.
Il palazzo era nato con l’idea di ospitare un museo delle telecomunicazioni e un centro congressi ma rimase sostanzialmente inutilizzato fino agli anni ’80, quando fu rimesso in sesto da Ansaldo Nira prima di passare ad Ansaldo Trasporti. A marzo 2005 il definitivo abbandono.
Un’offerta da 13,5 milioni, a dire il vero, era arrivata nel 2013 dal ramo immobiliare di Esselunga nell’ambito delle trattive private successive alla gara pubblica: non se ne fece nulla perché l’interesse era vincolato a una richiesta di cambio di destinazione d’uso dell’area a fini commerciali. Come ci aveva già spiegato lo scorso anno il vicesindaco Bernini, infatti, se si fosse cambiata la destinazione d’uso, si sarebbe dovuta riaprire la gara e fermare la procedura di assegnazione diretta perché, a termini modificati, si sarebbe potuto manifestare qualche altro soggetto interessato.
Poi, come detto, è arrivato il Blue Print. Adesso, Comune e Autorità portuale hanno trovato l’accordo per una cifra pari 4,8 milioni di euro. Un regalo? Apparentemente sì ma, secondo gli amministratori di Tursi, il forte sconto a Palazzo San Giorgio è facilmente spiegabile.
Innanzitutto, cambia la destinazione d’uso. L’ex Nira non avrà più destinazione direzionale ma “di abbattimento”. Dopo l’acquisizione, Autorità portuale provvederà a demolire l’edificio sancendo sostanzialmente il via libera ai lavori di riqualificazione del waterfront, secondo l’impostazione del Blue Print di Piano. Come abbiamo avuto modo di raccontare già in passato (qui l’approfondimento), in questa zona dovrebbe sorgere la nuova sede dello Yacht Club che lascerà gli attuali spazi per consentire il tombamento dello specchio acqueo del Duca degli Abruzzi necessario all’ampliamento delle attività di riparazioni navali.
Ma c’è un’altra ragione che ha consentito di abbassare notevolmente le richieste economiche di Tursi. Ad Autorità portuale, infatti, è stata venduta solo la superficie in piano e non la superficie agibile. Ciò significa che, secondo la norma di legge che prevede la possibilità di ricostruire altrove gli edifici abbattuti (il famoso “costruire sul costruito” tanto caro al nuovo Piano urbanistico comunale), il Comune di Genova si è tenuto un “jolly” di 14500 metri quadrati da realizzare in altre parti della città. Niente grandi speculazioni edilizie in vista, almeno al momento, ma semplicemente un’operazione fittizia che consente a Tursi di vendere in futuro un pacchetto virtuale di metri quadrati a chi demolirà altri edifici ma avrà la necessità di acquisire ulteriori spazi per ottenere il diritto di realizzare nuove costruzioni. Un esempio? Secondo le norme previste dal Puc, chi volesse costruire una casa da 200 mq in un’area di presidio ambientale (piccoli polmoni verdi incastrati tra le aree agricole vere e proprie e il limitare della città, qui l’approfondimento), normata secondo i vincoli meno restrittivi, dovrebbe teoricamente possedere terre per almeno 20 mila mq; in realtà, potrebbe avere solo 10 mila mq (che, di per sé, consentirebbero la realizzazione di una casa di soli 100 mq) e acquistare gli altri 10 mila da questo gruzzoletto del Comune.
Insomma, Tursi ci rimette (più di) qualcosa adesso ma nel frattempo si libera di un grosso fardello ormai considerato inutile e conta di recuperare con operazioni edilizie e urbanistiche future una parte dei soldi a cui oggi decide di rinunciare. Il gioco varrà la candela? Molto dipenderà dai tempi di realizzazione del nuovo waterfront, al momento tutto con fondi pubblici ancora da trovare.
Valletta Carbonara, anche conosciuta come Valletta San Nicola, riapre le porte al pubblico. Solo per mezza giornata, sabato 23 maggio dalle ore 10 alle ore 15, i cittadini potranno vedere da vicino e toccare con mano il prezioso lavoro che i volontari del comitato “Le Serre” stanno realizzando negli spazi alle spalle dell’Albergo dei Poveri che, finalmente, il Comune ha reso accessibili. Dopo aver ricevuto le chiavi dall’amministrazione, una sessantina di volontari, quasi tutti abitanti tra San Nicola e Castelletto, ha dato vita a un intenso lavoro di pulizia e di rimessa in sesto dell’area. «Quello che vedranno i genovesi – ci racconta il portavoce del comitato, Franco Montagnani, che continua a ramazzare anche mentre parla con noi – è senza dubbio un cantiere aperto ma una valletta finalmente accessibile, pulita da una quantità immane di rifiuti e, in buona parte, potata». Quello di sabato sarà soprattutto un evento simbolico, a meno di due mesi dall’ingresso dell’associazione nelle terrazze ai piedi dei giardini Pellizzari di corso Firenze: nessuno è mai entrato in maniera così libera tra i viali della Valletta, quasi sempre osservata dall’alto. «I lavori – prosegue Montagnani – dureranno per tutto l’anno ma siamo arrivati a un punto tale da poter iniziare la prima semina nelle aiuole di prodotti orticoli e fiori».
Antica sede delle serre comunali, la Valletta torna a piccoli passi alla sua vocazione originaria dato che il nuovo Piano urbanistico ne conferma la destinazione agricola e a verde pubblico, mettendo definitivamente fine alle mire espansionistiche del settore edilizio che, con i passati cicli amministrativi, puntava a realizzare un silos di parcheggi e, probabilmente, anche nuove abitazioni.
L’intera area (circa 27 mila metri quadrati), di proprietà dell’Istituto Brignole, è in affitto al Comune di Genova fin dal 1970. Nel 2001 l’amministrazione ricevette una lettera di sfratto ma non abbandonò mai definitivamente l’area, dando vita a un contenzioso di non semplice soluzione, considerando anche che il Brignole è stato messo in liquidazione dalla Regione a fine 2012. Per il momento, in attesa di una soluzione del pregresso, un nuovo accordo siglato a fine 2014 lascia le chiavi in mano a Tursi fino al 31 dicembre 2015, per 40 mila euro all’anno. Ma che cosa succederà dal primo gennaio? «Le rispondo come farebbe un allenatore – sorride Montagnani – e cioè vediamo come va il campionato. È ancora troppo presto: noi cerchiamo di fare bella figura e raggiungere gli obiettivi dell’accordo, poi vedremo. Non credo ci saranno mai i presupposti per mandarci via, anche perché vorremmo creare una vera e propria rete fruttuosa con altre associazioni interessate alla valletta. Vorremmo evitare i soliti bandi fratricidi ma dare vita a un’opera collettiva».
«Due sono le strade percorribili – ricorda il vicesindaco, Stefano Bernini – o sigliamo un nuovo contratto di locazione con la Regione o procederemo all’acquisto del diritto di superficie per un arco di tempo il più lungo possibile. Si tratta solo di capire quale sia la strada migliore e su cui si riuscirà a trovare l’accordo più vantaggioso ma il contrasto con i proprietari dell’area si può considerare rientrato».
La speranza dei cittadini è di veder nascere un piccolo polmone verde pubblico a gestione partecipata, un nuovo luogo di aggregazione sociale che dia spazio ad attività ricreative, didattiche e turistiche, oltre naturalmente alla produzione floro-orticola-vivaistica. «Secondo la convenzione – entra più nel dettaglio Montagnani – al momento abbiamo a disposizione solo l’anello superiore della Valletta che comprende le cinque serre più grandi». La restante parte, quella più a ridosso dell’Albergo dei Poveri, è ancora in stato di abbandono. «Solo dopo aver messo a pieno regime la prima parte, potremo allargare l’attività a tutta la Valletta, come d’altronde previsto dal nostro progetto». Un progetto che, sostanzialmente, potrebbe essere suddiviso in tre fasi: pulizia, preparazione del terreno e inizio coltivazione, lancio delle attività a carattere sociale. «Dopo esserci dedicati alla ripresa della parte botanica – sottolinea il portavoce del comitato Le Serre – passeremo all’organizzazione di eventi, compreso un grande festival sul tema della valorizzazione del verde e dei beni pubblici che ospiteremo in autunno».
La prime due fasi, come visto, sono in stato piuttosto avanzato avendo superato le difficoltà più grosse: una legata alla scarsa disponibilità di terra, risolta proprio ieri con la sigla di un accordo per l’ottenimento di una parte del materiale scavato per la copertura del Bisagno, che tanto spazio ha trovato nella cronaca locale degli ultimi giorni; l’altra legata allo smaltimento dei rifiuti. «Abbiamo avuto qualche difficoltà con Amiu – ammette Montagnani – per il recupero dei rifiuti che, naturalmente, abbiamo raccolto in maniera differenziata. Ma, adesso, con l’azienda abbiamo iniziato un percorso di stretta collaborazione che speriamo ci porti a diventare il punto di riferimento per la raccolta dell’umido quando, in autunno, arriveranno i cassonetti marroni anche nel nostro quartiere».
Un po’ più complicata, invece, la realizzazione degli spazi dedicati alla terza fase, quella della socialità. «Nell’area più pianeggiante, dove in futuro dovrebbe sorgere una sorta di agorà – spiega Montagnani – è crollata la volta del rio Carbonara in seguito alle alluvioni dello scorso autunno (esattamente come la ben più famosa voragine di via Ausonia, poche centinaia di metri più in su, ndr). La zona, dunque, è stata recintata e non sarà accessibile fino al completo ripristino e messa in sicurezza». Un vero peccato perché il cantiere impedirà ai cittadini, che sabato faranno visita alla Valletta, di ammirare anche la splendida collezione di felci storiche collocata negli spazi più a sud, oltre i lavori.
Nel cielo plumbeo del trasporto pubblico genovese e ligure, arriva dalla Regione una notizia che prova, non senza fatica, a scacciare qualche nube dal futuro. Nei prossimi giorni, sul sito web dell’Agenzia regionale per il Trasporto Pubblico Locale sarà pubblicato il bando di gara internazionale per la manifestazione di interesse alla gestione del tpl nel nuovo bacino unico ligure. Questo primo bando si chiuderà il 31 luglio prossimo, rispettando i 60 giorni minimi previsti dalla normativa europea. A quel punto scatterà la seconda fase, quella delle offerte vincolanti, a cui potrà partecipare solo chi avrà aderito alla manifestazione di interesse.
Nella stessa nota la Regione conferma che la gara dovrà chiudersi entro il 31 dicembre, anche perché in quella data scadono tutti i contratti di servizio locali. I tempi tecnici formalmente ci sarebbero, dato che anche la seconda gara ha una durata minima di 60 giorni e massima di 90. Ma è piuttosto improbabile, se non praticamente certo, che le procedure di assegnazione possano essere pressoché immediate e, soprattutto, che non vi siano ricorsi. Senza considerare che il vincitore della gara dovrà avere un po’ di tempo a disposizione per organizzare un servizio completamente nuovo. Per cui, all’orizzonte non si vede altra strada se non quella di una proroga quantomeno parziale degli attuali contratti di servizio in essere, con i relativi oneri economici che ricadrebbero sui gestori di oggi ovvero, per quanto riguarda Genova e Amt, palazzo Tursi.
Amt: fra promesse disattese, denari pubblici e partner privati. Quattro in pagella alla Regione Liguria >> Leggi l’approfondimento
Intanto, c’è da capire chi possa realmente essere interessato a un bando che, almeno nella sua ricognizione preliminare, non indica le risorse messe a disposizione dagli enti pubblici. Certo, stiamo pur sempre parlando del secondo bacino nazionale per quanto riguarda il trasporto pubblico locale e quindi di un servizio piuttosto appetibile ma in tempi di crisi è difficile trovare un investitore pronto a intervenire alla cieca, soprattutto su un territorio dalla conformazione così complessa. La partita dei contributi pubblici, com’è noto, si gioca tutta nella diatriba tra Regione e Comune di Genova: da via Fieschi, poco prima della sospensione elettorale, erano stati stanziati 139,6 milioni per il 2016, da aumentare di qualche spicciolo negli anni seguenti per tutta la durata dell’appalto, ovvero 10 anni prorogabili per altri 5. Con questa cifra dovrebbero essere coperti i cosiddetti servizi minimi che, tuttavia, non sono ancora stati specificati. È proprio per questo motivo che il Comune non si è ancora espresso sul contributo di sua competenza, a completamento di quello regionale assieme alle cifre ben minori stanziate dagli altri enti locali, che potrebbe aggirarsi sull’ordine di grandezza dei 30 milioni di euro (37 milioni sono stati stanziati lo scorso anno, 31 si vocifera siano quelli previsti nel bilancio del 2015). La cifra, comunque, non è ancora stata ufficializzata anche se assessori e tecnici ne hanno già ampiamente discusso seppur in maniera non formale. A Tursi spetta anche la mossa definitiva per la realizzazione dell’associazione temporanea di imprese attraverso cui Amt potrebbe partecipare alla gara. Ma sono sempre più incessanti le voci che vorrebbero il sindaco Marco Doria intenzionato a gettare la spugna e a mettere l’azienda in liquidazione. In questo scenario, che non dovrebbe creare eccessivi problemi per i lavoratori che verrebbero riassunti dal nuovo gestore regionale come previsto dal bando di gara, resterebbe però da capire che cosa succederebbe al servizio qualora il bacino unico non dovesse entrare in funzione già dal prossimo 1° gennaio.
A Tursi per il momento bocche cucite. Per la sigla degli accordi di programma ufficialmente si attende di sapere quanto siano i risparmi effettivi che deriveranno dai prepensionamenti coperti da via Fieschi con i 12 milioni del famoso fondino: a Genova, sono circa 160 i lavoratori che hanno manifestato la disponibilità ad aderire a questo percorso ma molto dipenderà da quanti confermeranno nei fatti questa scelta. Sicuramente un po’ di respiro per le casse di Amt arriverà da questa partita ma non si tratterà di cifre tali da consentire all’azienda di partecipare alla gara con le proprie gambe. E, allora, molto dipenderà da chi saranno i nuovi inquilini di via Fieschi e da come verranno distribuite le ultime partite del bilancio previsionale del Comune di Genova, che attende ancora di essere portato in discussione in Sala Rossa.
Intanto, i lavoratori sono sempre più preoccupati per il proprio futuro e quello dell’azienda per cui hanno organizzato due presidi con volantinaggio nelle giornate di ieri e di venerdì 22 maggio; in mezzo, lo sciopero odierno indetto dalla CGIL. I sindacati lamentano il mancato rispetto degli accordi di programma sottoscritti dagli enti pubblici e dall’azienda che avrebbero dovuto portare 400 nuovi bus in Regione e 200 solo per Amt, ma ad arrivarne al momento sono stati solo una cinquantina; nel frattempo, invece, sono state vendute la rimessa di Boccadasse e l’officina Guglielmetti rendendo molto difficile la manutenzione dei mezzi vetusti. Preoccupazioni anche per quanto riguarda le nuove assunzioni che andrebbero a coprire, almeno in parte, i posti lasciati vacanti da pensionati ordinari e prepensionamenti del fondino.