Autore: Simone D’Ambrosio

  • Ponte Carrega, Val Bisagno: il Comune conferma che il bene storico non verrà demolito

    Ponte Carrega, Val Bisagno: il Comune conferma che il bene storico non verrà demolito

    Ponte CarregaLa demolizione di Ponte Carrega è scongiurata. Lo afferma, per la prima volta ufficialmente, l’assessore ai Lavori pubblici Gianni Crivello, dando parere favorevole alla mozione presentata in Consiglio comunale dal consigliere del Gruppo Misto, Franco De Benedictis. Il documento, approvato all’unanimità dai 28 consiglieri presenti al momento del voto, giaceva in coda da due anni e mezzo: la mozione era, infatti, stata presentata a novembre 2012 ma solo ieri è stata discussa in Sala Rossa. «Se in tutto questo tempo l’oggetto della mozione non è stato superato – ha detto De Benedictis, illustrando la sua richiesta – significa che la situazione è davvero grave. Occorre veramente abbattere Ponte Carrega per mettere in sicurezza il Bisagno? Chiedo che la giunta faccia chiarezza una volta per tutte».

    Costruito nel 1788, Ponte Carrega è uno dei ponti storici di Genova, nato per volontà degli abitanti di Montesignano per consentire il passaggio dei carri tra le due sponde del Bisagno. Sedici arcate che lasciavano sfogare il torrente in tutto il suo impeto. Testimone di un tempo che non c’è più, questo angolo di Valle che vide il Genoa vincere i suoi primi scudetti a cavallo tra il XIX e il XX secolo, negli anni 20 del ‘900 subì un’importante opera di rivisitazione che ridusse a sei le arcate per consentire il restringimento degli argini del Bisagno.

    «Assieme al Rosata e Sant’Agata – ha proseguito De Benedictis – si tratta di uno dei tre ponti costruiti nel ‘700, che va tutelato e salvaguardato. Si era parlato di un suo abbattimento ma se è un bene storico, una legge del 2004 ne impedisce la demolizione e, anzi, ci pone l’obbligo di garantirne la sicurezza e la conservazione».

    «I manufatti storici – ha ribadito la consigliera di Lista Doria, Barbara Comparini, facendo ovvio riferimento al percorso di approvazione del nuovo Puc che sta giungendo ai suoi ultimi passaggi – fanno parte della nostra cultura e la loro salvaguardia e possibilmente valorizzazione deve essere tenuta ben presente nella progettazione della città di oggi e di domani».

    La risposta della giunta, come detto, è arrivata da Crivello: «Già nel recente passato – ha detto l’assessore ai Lavori pubblici – era stata avviata una soluzione progettuale che andava nella direzione della salvaguardia del ponte, attraverso una serie di interventi strutturali sui pilastri e nelle sottomura. Tuttavia, i parametri idraulici del Bisagno pre-finanziamento dello scolmatore (il riferimento è al Piano Nazionale 2014/2020 contro il dissesto idrogeologico con cui il governo si è impegnato a stanziare quasi 380 milioni per il territorio genovese, ndr) potevano ancora lasciar prevedere l’abbattimento di Ponte Carrega». Poi ci ha pensato l’ultima alluvione a rimettere tutte le carte in tavola. «La previsione dei finanziamenti per lo scolmatore e, quindi, la sostanziale revisione dei progetti di messa in sicurezza del Bisagno – ha precisato Crivello – hanno fatto venir meno la necessitò di demolire Ponte Carrega per motivi idraulici, spostando la briglia del torrente più a monte rispetto al ponte stesso».

    Ombelico della Valle nel passato, Ponte Carrega continua a far parlare molto di sé anche ai nostri giorni. Attorno a questo punto di riferimento, infatti, si raccoglie una comunità (l’attivismo dei cittadini ha fatto sì, tra le altre cose, che Ponte Carrega venisse nominato tra i luoghi del cuore Fai nel 2012 e nel 2014) molto preoccupata per le vicende industriali che interessano il quartiere: dalla rimessa Amt al progetto di Coop Talea, dal nuovo centro commerciale Bricoman al deposito di Ricupoil, fino ai previsti interventi di Amiu della Volpara.

    «Prendiamo atto con soddisfazione della posizione della giunta espressa dall’assessore Crivello – commenta Fabrizio Spiniello, portavoce dell’associazione Amici di Ponte Carrega – perché si tratta di un primo atto formale dopo una serie di indiscrezioni ufficiose arrivate negli ultimi tempi dalla Sovrintendenza e dagli uffici della Mobilità. Fino a ieri, dunque, la nostra posizione era diversa ma continueremo comunque a vigilare anche perché vogliamo vedere quale sia realmente il progetto di risistemazione del ponte in confronto agli studi che abbiamo portato avanti con il Politecnico di Milano». Vinta la battaglia ma non la guerra, l’attenzione dei cittadini si potrà concentrare ora su un altro tema scottante per la vallata: la riqualificazione dell’area ex Guglielmetti. E proprio alla Valbisagno e alla partecipazione dei cittadini nei processi di riqualificazione della città sarà dedicato un convegno organizzato dagli Amici di Ponte Carrega il prossimo 27 marzo a Palazzo Ducale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex Mercato Corso Sardegna, doccia fredda da Tursi: no alle demolizioni, progetto da rivedere

    Ex Mercato Corso Sardegna, doccia fredda da Tursi: no alle demolizioni, progetto da rivedere

    Mercato Corso SardegnaIl progetto di riqualificazione temporanea dell’ex mercato di corso Sardegna rischia di subire una brusca frenata. Le parole pronunciate dal vicesindaco nel corso dell’ultima seduta di Commissione dedicata al nuovo Puc, suonano come un “fermi tutti” alla realizzazione della nuova piazza pubblica che si ricaverebbe dalla demolizione di due edifici affacciati su via Varese e non vincolati dalla Sovrintendenza.
    «Normare oggi quell’area in modo diverso – ha detto Bernini in Sala Rossa – avrebbe un effetto non positivo su una fase delicatissima di una trattativa che il Comune sta cercando di chiudere con un gruppo privato che deve essere indennizzato perché non può più realizzare il progetto per il quale si era aggiudicato un bando pubblico. Sono personalmente convinto che l’ex mercato possa essere valorizzato senza incidere con grossi interventi di modifica sulla struttura, seguendo l’esempio di altri grandi paesi europei per spazi simili. Ma questo tipo di progettazione può partire solo il giorno dopo che avremo chiuso la vertenza in atto»

    L’immediata conseguenza, dunque, sembrerebbe uno stop definitivo al progetto fortemente voluto dal presidente del Municipio, Massimo Ferrante, in accordo con il Civ e finora sostenuto anche dall’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello. Secondo il vicesindaco, l’intera area sarebbe intoccabile fino alla chiusura (praticamente raggiunta a livello informale) dell’accordo con il gruppo Rizzani de Eccher, il colosso friulano dell’edilizia che si era aggiudicato l’appalto per la riqualificazione dell’intero ex mercato ma che, in seguito all’alluvione del novembre 2011, ha visto porre vincoli fortemente ridimensionanti al progetto iniziale tanto da rinunciarvi e chiedere un copioso indennizzo al Comune (dalle casse di Tursi potrebbero uscire oltre 2 milioni di euro, molto meno degli 11 chiesti come dall’azienda ma, comunque, una cifra di tutto rilievo in tempo di bilanci in crisi). Tutt’al più, lascia intendere Bernini, potrebbero essere demoliti un paio di edifici nella zona sud che non corrispondono però all’idea portata avanti dal Municipio.

    mercato-corso-sardegna-2008-d1Il vicesindaco ha anche liquidato negativamente la richiesta della consigliera di Lista Doria, Barbara Comparini, di prevedere nel nuovo Puc un cambio destinazione d’uso per gli spazi dell’ex mercato, che possa essere già vincolante per la riqualificazione complessiva. «Nel nuovo piano urbanistico – spiega Stefano Lanzarotto del Comitato contro la cementificazione di Terralba – per quanto riguarda corso Sardegna sono state previste le stesse norme del Puc precedente, quelle cioè che avevano consentito alla Rizzani de Eccher di presentare il proprio progetto. Eppure tutto ciò contrasta con il piano di bacino e le norme regionali che hanno portato all’annullamento dell’appalto e alla vertenza ben nota. Che cosa sta facendo il Comune? Va contro fonti legislative sovraordinate o sta preparando il terreno per una futura nuova speculazione edilizia?» .

    Sarebbero già tre i gruppi di architetti interessati a subentrare nella riqualificazione definitiva della struttura, che non prevedrebbe alcuna demolizione e vorrebbe restituire alla città uno spazio in pieno stile liberty. Qualcosa di simile rispetto a quanto disegnato dai cittadini che, assieme al circolo Nuova Ecologia di Legambiente e al coordinamento dei gruppi per la riqualificazione di corso Sardegna, avevano raccolto circa 3 mila firme per manifestare il proprio dissenso rispetto al progetto del Municipio, proponendo per contro la conservazione totale del perimetro esterno dell’ex mercato e l’apertura all’uso pubblico dell’area interna attraverso la realizzazione di un’ampia zona verde, con fonti d’acqua e un polo ludico aggregativo per il quartiere.

    Le forti parole di critica rilasciate a Era Superba da Ferrante qualche settimana fa proprio a tal proposito («Sono firme raccolte con l’inganno») hanno lasciato il segno. «Il progetto di Ferrante – commenta Stefano Lanzarotto – non ristruttura l’ex mercato ma lo deturpa non rendendo più usufruibile l’intero stabile per una definitiva riqualificazione futura. Mentre il nostro progetto, che avrebbe gli stessi costi di quello del Municipio, si avvicina molto alla posizione del vicesindaco».

    La questione, comunque, è ancora del tutto aperta e sarà affrontata nei prossimi giorni nel corso di un’apposita seduta di Commissione. Anche perché l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, ha più volte assicurato che il mercato non resterà vuoto ancora a lungo. D’altronde, a questo scopo sono state accantonate risorse importanti del bilancio comunale: 500 mila euro per una riapertura parziale e temporanea di alcuni spazi, oltre ad altri 200 mila euro impiegati per la rimozione o l’incapsulamento delle parti in amianto. E anche il Municipio ci ha messo del suo con 100 mila euro stanziati per il risanamento conservativo della facciata e altri 50 mila pronti per la riqualificazione futura.

    La sensazione è che un punto di incontro, quantomeno tra le diverse anime istituzionali, possa essere trovato in una rivisitazione del progetto del Municipio, lasciando perdere qualsiasi demolizione: «Così facendo – specifica Crivello – la realizzazione del progetto portato avanti da Ferrante non pregiudicherebbe alcuna ipotesi di project futuro sull’intero edificio e potrebbe essere realizzata anche in attesa della chiusura dell’accordo con la Rizzani de Eccher». Insomma, la regia del progetto, con i giusti correttivi, resta al Municipio. «L’obiettivo – conclude l’assessore ai Lavori Pubblici – è quello di restituire ai cittadini uno spazio pubblico, possibilmente con del verde, nel più breve tempo possibile. Vedremo se sarà il caso di pensare a una fase di progettazione partecipata. Ma che cosa fare lì dentro lo decide il Municipio». Ed è proprio questo che sembra preoccupare il vicesindaco Bernini, dal cui assessorato all’Urbanistica dipendono tutte le eventuali autorizzazioni a procedere.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Piano Urbanistico: conclusi lavori in Commissione, ora la discussione in Consiglio comunale

    Piano Urbanistico: conclusi lavori in Commissione, ora la discussione in Consiglio comunale

    genova-castelletto-veduta-DIIl Puc ha concluso il suo iter in Commissione. La delibera che darà il via libera al nuovo Piano urbanistico comunale sarà con tutta probabilità messa all’ordine del giorno della prossima seduta di Consiglio, prevista martedì 24 febbraio. Il voto finale, però, non dovrebbe arrivare prima di mercoledì 4 marzo: sono, infatti, già state calendarizzate due sedute di Consiglio interamente dedicate alla discussione e alla votazione del Puc e dei documenti allegati per martedì 3 e mercoledì 4 marzo, a partire dalle ore 9. Così i consiglieri avranno tutto il tempo per presentare e illustrare emendamenti puntuali e ordini del giorno (via libera da venerdì 20 febbraio alle 18 di giovedì 26) a quello che è considerato a pieno titolo l’atto madre dell’amministrazione della città. «Non si tratta di pratiche da tutti i giorni – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – ma quello che i consiglieri voteranno detterà legge almeno fino al 2025. Ogni modifica va valutata con il massimo dell’attenzione, soprattutto se gli emendamenti dovessero riguardare la parte generale perché a cascata potrebbero ricadere su tutta la normativa di dettaglio. Uno dei lavori più preziosi che gli uffici hanno fatto ultimamente è stato quello di “far girare” il Puc per rilevare eventuali incongruenze (si stima che siano state prese in considerazione circa 2000 osservazioni al piano preliminare, ndr) che abbiamo successivamente eliminato con l’ultima decisione di giunta. Ovviamente, lo stesso lavoro andrà fatto con tutti gli emendamenti».

    Due i nodi più intricati che non sono ancora stati sciolti e che rischiano di alzare i toni della discussione: il nuovo Galliera e la destinazione d’uso delle aree sestresi di Esaote.
    Del primo punto si è discusso ancora ieri mattina in Commissione: da un lato, la posizione della giunta che vorrebbe evitare nuove polemiche politiche con la Regione, mantenere nel Puc il cambio di destinazione d’uso di alcune aree, che consentirebbero la realizzazione di nuovi edifici residenziali per il sostentamento economico del progetto, e vincolare una decisione finale a un nuovo passaggio in Consiglio comunale dell’accordo di programma sul progetto definitivo; dall’altro, le sinistre vorrebbero lasciare nel Puc l’attuale destinazione a servizi (sanitari e ospedalieri) per l’intera area ed eventualmente approvare una variante solo dopo aver valutato l’accordo di programma. «Che cosa c’entra la costruzione di nuove residenze a Carignano secondo la filosofia ambientalista che muove tutto il nuovo Puc?» si chiede il consigliere di Sel, Leonardo Chessa. Tocca al vicesindaco tentare una mediazione: «Credo che su questo tema valga la pena sviluppare una posizione condivisa da tutti i gruppi consiliari. C’è la possibilità di elaborare una serie di vincoli più pesanti – spiega Bernini – in modo tale da aumentare le garanzie richieste per l’attivazione delle nuove destinazioni d’uso previste nel Puc». La sensazione è che nelle prossime riunioni di maggioranza un accordo possa essere trovato, anche perché tutti sono concordi nell’individuare la Regione come il principale imputato di questa impasse dovuta sostanzialmente alla mancanza di una programmazione sanitaria e, di conseguenza, all’impossibilità di arrivare a un quadro di fattibilità economica per il nuovo ospedale.

    Più delicato il nodo Esaote. In ballo c’è il cambio di destinazione d’uso di alcune aree produttive di Sestri che il nuovo Puc prevede commerciali: si tratta di uno “scambio” realizzato tra Comune e azienda per il trasferimento di quest’ultima agli Erzelli. Dell’accordo, però, faceva parte il pieno mantenimento dei posti di lavoro: in seguito alla cessione dei comparti di produzione e di logistica di Esaote a Elemaster (che ha confermato la propria disponibilità a rimanere a Genova) non è stato garantito alcun futuro ai 54 dipendenti di Oms Ratto, ditta dell’indotto di Esaote in liquidazione da fine 2014. Le vertenze sindacali, che coinvolgono a pieno titolo tutti i lavoratori di Esaote per cui tuttavia la situazione sarebbe in via di definizione, sono in pieno corso di svolgimento, come testimoniato dalle numerose manifestazioni e dall’ormai presenza fissa in Consiglio comunale, ma è difficile intravedere una soluzione soddisfacente per tutte le parti in causa. L’amministrazione, che si fa portavoce delle istanze dei lavoratori, non vorrebbe però tirare troppo la cinghia con le aziende perché il rischio è che si venga a creare una situazione da «deserto industriale, in cui tutti escono sconfitti», che il sindaco Marco Doria vuole evitare a tutti i costi. Tra l’altro, al di là dell’aspetto urbanistico, il Comune ha ben pochi margini di manovra che si limitano a un ruolo da stimolatore per un incontro tra lavoratori e aziende.

    A prescindere da queste due battaglie, nella discussione in Sala Rossa del Puc non si dovrebbe assistere a pratiche di ostruzionismo spinto a cui, invece, ultimamente siamo stati abituati sulle delibere più delicate. Sarebbe, infatti, un peccato replicare le tensioni che hanno accompagnato la delibera sulla gronda su un atto che da quasi tutte le forze politiche viene comunque considerato meritevole di apprezzamento, non fosse altro per la disponibilità dell’amministrazione a riaprire il piano alle osservazioni di cittadini e associazioni per 6 mesi ulteriori rispetto a quelli previsti dalla giunta Vincenzi. Un lavoro certosino quello del settore Urbanistica del Comune di Genova, che culminerà nella pubblicazione di tutte le mappe e dei dati utili georeferenziati.

    Ciò non significa che gli emendamenti saranno pochi perché, come detto, in ballo c’è il futuro della città, delle sue aree abbandonate, di quelle produttive e di quelle da riqualificare. «Tutto è ancora fattibile – avverte il vicesindaco Bernini – ma i consiglieri dovranno prendersi le proprie responsabilità sui documenti che andranno a votare e che potrebbero avere importanti conseguenze economiche per le casse pubbliche. Dobbiamo fare molta attenzione a non utilizzare lo strumento urbanistico per punire o premiare determinati percorsi in atto: il Puc serve per indirizzare gli sviluppi possibili della città».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Comune di Genova, open data: un portale di documenti e informazioni a disposizione dei cittadini

    Comune di Genova, open data: un portale di documenti e informazioni a disposizione dei cittadini

    archivio-libri-scrittura-D3Il Comune di Genova vuole aprire i suoi dati a tutti, in maniera trasparente e senza restrizioni. E lo fa attraverso un nuovo portale (dati.comune.genova.it) dedicato a quelli che, con termine anglosassone tanto caro al linguaggio informatico, vengono definiti open data.  «Le amministrazioni pubbliche – spiega Isabella Lanzone, assessore all’Informatica e alla Trasparenza – gestiscono una mole impressionante di dati che spesso si fa fatica a ordinare, rendere leggibili ma soprattutto significativi e precisi». Sono oltre 10 mila gli atti che ogni anno vengono protocollati dal Comune di Genova, per circa 200 tipologie diverse di procedimenti. Circa 9 mila di questi documenti vengono pubblicati sull’albo pretorio: impensabile che un cittadino medio possa capirci qualcosa. Peraltro, l’albo pretorio è sì una condizione necessaria di efficacia per l’atto pubblico ma ha un forte limite temporale. Succede così che, per le comunicazioni più importanti, il punto di riferimento diventi piuttosto il sito istituzionale del Comune di Genova, in cui tuttavia le informazioni si moltiplicano a dismisura e spesso non sembrano rispondere a una logica di fruibilità ordinaria.

    «Dobbiamo sforzarci di parlare un linguaggio più semplice – commenta il segretario generale del Comune, Pietro Paolo Mileti, su cui ricade la responsabilità della trasparenza, dell’anticorruzione e del controllo di tutti gli atti di Palazzo Tursi – e non fermarci al puro dettato normativo perché gli atti sono il linguaggio con cui il Comune parla ai suoi cittadini. C’è un eccesso e una disorganizzazione di atti e dati: bisogna far capire chiaramente al cittadino come riuscire a trovare quello che cerca».

    «Dobbiamo avere più attenzione alla qualità del dato – fa eco l’assessore Lanzone – invece spesso la duplicazione di informazioni disponibili e l’eccessiva stratificazione degli strumenti crea difficoltà di gestione anche a noi. Per questo motivo abbiamo iniziato un percorso che cerca di portare un nuovo ordine all’ipertrofia di banche dati e interfacce informatiche comunali dovuta a un’informatizzazione precoce del nostro Comune ma eccessivamente stratificata negli anni». L’obiettivo finale, in sintesi, è quello di arrivare a due sole banche dati, che lo stesso assessore definisce un po’ ambiguamente «una per gli oggetti e una per i soggetti», ma che può iniziare a essere intravista nella logica con cui sono state disposte le informazioni “fredde” sull’home page del sito istituzionale, dopo l’ultimo restyling.

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DITrasparenza, accessibilità e semplificazione intesa come riduzione di atti ridondanti sono, dunque, le due nuove parole d’ordine con cui la pubblica amministrazione prova a rivolgersi ai cittadini, nel tentativo di diventare sempre più smart. Quantomeno sul web. «In un momento come questo, in cui la disaffezione per l’azione politica è alle stelle – sostiene l’assessore – è fondamentale che il cittadino possa comprendere la ratio delle scelte prese dal Comune e capire come vengono amministrate le risorse pubbliche. Non basta applicare una norma per reputarsi amministrazione trasparente ma bisogna intraprendere un percorso culturale che investa in primis gli amministratori ma anche tutti i dipendenti pubblici per uscire da quell’autoreferenzialità che le PA subiscono storicamente ma che non è più attuale».

    Certo, è piuttosto impensabile pensare di ridurre tutto lo scibile all’interno di alcune caselline comuni ma, sostiene il vicesindaco Bernini, «bisogna avere delle regole generali che ci consentano di utilizzare tutto ciò che produciamo in ottica della salvaguardia del bene comune». La trasparenza, dunque, diventa uno strumento di difesa dell’interesse pubblico, «per ostacolare i processi di corruzione, di abuso di potere e per rendere palesi i maccanismi che portano alle scelte». C’è però un grosso rischio, avverte il vicesindaco, ovvero quello «che si faccia tanta fuffa ma nel concreto non si vada a salvaguardare il rapporto tra chi amministra e i cittadini semplicemente perché si parlano linguaggi diversi».

    Ecco allora il tentativo del nuovo portale Open Data. «I dati aperti – spiega Paolo Castiglieri, responsabile della Pianificazione informatica del Comune di Genova – sono uno strumento fondamentale per agevolare il percorso della trasparenza, che si connette strettamente con il tema della partecipazione e della cittadinanza attiva. Con questa iniziativa vogliamo mettere a disposizione i dati certificati dell’ente assieme a un corredo di informazioni che ne consenta l’utilizzo e la trasposizione in maniera corretta». Il portale, realizzato interamente all’interno di Palazzo Tursi e finanziato da fondi europei, utilizza solo strumenti open source seguendo la filosofia del software libero già da tempo sposata dall’amministrazione. «Il formato aperto – prosegue Castiglieri – è garanzia di disponibilità e accessibilità dei dati che possono essere riutilizzati e ridistribuiti da chiunque».

    Ma quali sono questi dati e che cosa si potrà fare con questa mole di informazioni che il Comune sta mettendo e metterà via, via a disposizione? Ci aiuta a capirlo Enrico Alletto, coordinatore di Open Genova, associazione che si occupa di innovazione e diffusione della cultura digitale e delle sue opportunità: «Ad esempio, ed è una nostra grande battaglia (a cui Era Superba si è più volte unita in passato, ndr), si potrebbero rendere disponibili tutti i dati sugli immobili dismessi di proprietà del Comune, magari realizzando in un secondo step una geolocalizzazione e suddivisione per categorie consultabile a tutti, così come fatto dal Comune di Bologna. Pensate che potenziale avrebbe potuto avere un progetto come Partecip@ (per cui Open Genova si è aggiudicata il premio eGov 2014 grazie alla possibilità di costruzione digitale partecipata di progetti di riqualificazione urbana, ndr) se i cittadini avessero avuto una mappatura delle proprietà pubbliche su cui lanciare le proprie idee».

    I dati aperti potrebbero essere utili anche in ottica di sviluppo economico, togliendo così un po’ di quella connaturata fumosità che l’ideale di trasparenza spesso porta con sé. «Una mappatura visiva – prosegue Alletto – rende il dato trasparente, pubblico e attiva già di per sé un naturale meccanismo di partecipazione. In questo modo si può creare un maggiore fermento da parte dell’opinione pubblica e suscitare l’interesse di nuovi stakeholder. Avere i dati a disposizione è utile anche per un’azienda: penso, ad esempio, a una start up che, nel momento in cui tutta una serie di dati di interesse pubblico è resa disponibile, può ideare nuovi servizi su cui far nascere un nuovo business. Ad esempio, se ci fosse la mappatura di tutti i posteggi sul suolo cittadino e il loro stato in tempo reale, si potrebbe dare vita a un’app utilissima».

    Il sito di open data, dunque, dovrebbe funzionare come una sorta di grande database al quale tutti posso attingere, compreso lo stesso Comune di Genova per riprendere in maniera più fruibile e navigabile per l’utente medio le informazioni più importanti da ripotare sul sito istituzionale: «In linea di massima – spiega Alletto – gli open data della pubblica amministrazione dovrebbero essere i più grezzi possibili. L’idea è quella di fornire il dato affinché dall’altra parte ci possa essere un’azienda o un cittadino particolarmente esperto che metta insieme queste informazioni in una determinata maniera che lo stesso ente potrebbe non aver pensato». Quindi sito open data e sito istituzionale del Comune di Genova rappresentano due facce della stessa medaglia e sono entrambi utili: da una parte gli ingredienti, dall’altra una delle tante ricette possibili.

    Il concetto nobilissimo di trasparenza rischia, tuttavia, di entrare in conflitto con quello altrettanto delicato di sicurezza. Si pensi, per esempio, alle occupazioni abusive che potrebbero essere messe in atto su edifici che lo stesso Comune dichiara ufficialmente abbandonati. E poi c’è tutta una serie di valutazioni più prettamente politiche come quella, basilare, dell’opportunità di creare guadagno privato a partire da informazioni, lavori e quindi anche denari pubblici.

    «Sicuramente – conviene Alletto – che cosa catalogare come open data e su che cosa, invece, mantenere un maggiore riserbo è un tema chiave. Ma si tratta di un discorso che deve essere fatto a monte. Nel momento in cui il Comune pubblica informazioni sul proprio sito di open data, lo fa perché ha già sottoposto quel materiale a una valutazione politica e tecnico-amministrativa che non ha ritenuto “pericoloso” il rilascio di quei dati o, comunque, soggetto a riutilizzi impropri. Certo, stiamo sempre parlando di un lavoro fatto da uomini e soggetto a errori».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Matrimoni omosessuali contratti all’estero: Genova vuole il riconoscimento e attende il ddl del governo

    matrimonio-gayQualche tempo fa raccontavamo sulle pagine di Era Superba una Genova finalmente progressista, vera città dei diritti, che dopo aver lanciato – tra le prime grandi città in Italia – il Registro delle unioni civili, puntava dritto al riconoscimento dei matrimoni omosessuali contratti all’estero da cittadini residenti sotto la Lanterna. Un passo simbolico che ben si sarebbe coniugato con la sensibilità della giunta Doria per i temi dei diritti civili e che, insieme con altri esempi lungo la penisola, avrebbe rappresentato uno stimolo per il legislatore a dirimere una volta per tutte la questione su tutto il territorio nazionale.

    Avrebbe perché, dopo che il vicepresidente del consiglio Angelino Alfano aveva ufficialmente diffidato il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, dalla trascrizione nel suo Comune di sette matrimoni omossessuali contratti all’estero, a Genova è stato tirato il freno a mano. Il timore di muoversi in un campo politicamente minato è forte. Eppure, solo pochi mesi fa, l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini ci raccontava di aver trovato la strada giusta per affrontare gli ostacoli governativi. Non voleva bruciarsi la notizia, l’assessore, e aspettava che fosse lo stesso sindaco a prendere definitivamente in mano la cosa: «Aspettiamo che passi l’emergenza alluvione – ci diceva, ai tempi, Fiorini – e daremo un’accelerata decisiva anche su questo tema». Da allora, però, il silenzio.

    «In realtà – ammette adesso l’assessore – come successo a Milano, il percorso per la trascrizione sarebbe pronto per essere presentato anche a Genova. Ma non posso negare che si tratterebbe di una trascrizione a meri fini certificativi, quasi fittizia e comunque diversa da quanto avviene per il riconoscimento dei matrimoni cosiddetti tradizionali contratti all’estero per cui viene fatta una comunicazione all’Agenzia delle Entrate, all’Inps e che dà diritto, ad esempio, alla dichiarazione dei redditi congiunta. Sarebbe un’azione politica, simbolica che darebbe sicuramente nuovo fiato alle polemiche sorte dopo la denuncia a Pisapia». Come si può uscire da questo cul de sac? «Siamo in un contesto – dice chiaramente Fiorini – in cui solo l’intervento di un atto legislativo nazionale può essere veramente dirimente. Altrimenti, rischieremmo di andare avanti per anni con ricorsi e controricorsi per atti che poi, in sostanza, non potrebbero comunque offrire nulla di concreto alle coppie».

    Ma dal legislatore nazionale qualcosa sembrerebbe muoversi, almeno stando alle notizie comparse negli ultimi giorni. È notizia piuttosto fresca, infatti, che del tanto atteso pacchetto di riforme del governo Renzi dovrebbero far parte anche i disegni di legge sul diritto di cittadinanza (il famoso ius soli) e sulla disciplina delle unioni civili e delle convivenze, secondo la proposta della senatrice Monica Cirinnà.

    «Il ddl è molto interessante – spiega l’assessore Fiorini – e consentirebbe di bypassare le disquisizioni meramente politiche a cui stiamo assistendo. Si tratta di una sorta di fotocopia della disciplina tedesca che estende alle unioni civili delle coppie dello stesso sesso tutti i diritti matrimoniali (pensione di reversibilità, diritti ereditari ecc…) pur non definendo formalmente questo legame “matrimonio”». Si tratta di una vera estensione totale di diritti ad eccezione del tema caldissimo dell’adozione: «Ma sarà consentita l’adozione degli eventuali figli biologici dei componenti della coppia unita civilmente» precisa Fiorini. Infine, conclude l’assessore, «viene introdotta anche una forma più light di riconoscimento giuridico, dedicata alle convivenze. Si tratta di uno strumento che in altri Stati ha funzionato molto bene soprattutto per i giovani: è dedicata a chi non vuole impegnarsi con il forte vincolo del matrimonio o dell’unione civile ma desidera comunque avere un riconoscimento del proprio rapporto, con doveri di assistenza non pieni ma anche diritti e garanzie, ad esempio per il contratto d’affitto».

    Unioni civili e  “Pacs” >> Leggi QUI l’intervista a Giacomo e Arnaud

    FRANCE-SOCIETY-WEDDING-DEMONSTRATION-PARISInutile dire che un’accelerazione parlamentare di questa iniziativa legislativa sarebbe vista molto di buon occhio dalla giunta Doria, che si vedrebbe togliere anche qualche castagna dal fuoco dal punto di vista politico per quanto riguarda uno dei temi sicuramente più delicati e a rischio di forti discussioni.

    Ma perché ci si è messo così tanto per arrivare a introdurre una disciplina che, come abbiamo avuto modo di raccontare già in passato, in quasi tutti gli altri Paesi europei è da tempo realtà? «Per cambiare le cose con efficacia – è la tesi di Fulvio Zendrini, promotore del progetto contro l’omofobia “Le cose cambiano” – ci vogliono i giusti tempi: Pisapia a Milano, Marino a Roma ma anche la conservatrice per eccellenza Genova che ha approvato il Registro delle Unioni civili hanno iniziato a scardinare il sistema. Ora Renzi, che tiene a questa operazione da cui trarrebbe anche grande visibilità, potrebbe dare l’accelerata decisiva. Ma, prima, era necessario fare fuori Berlusconi».

    Del tema si è parlato anche qualche giorno fa alla libreria indipendente “L’amico ritrovato” (dove, tra l’altro, potete consultare gratuitamente il nuovo numero della rivista bimestrale di Era Superba) che ha ospitato una partecipatissima presentazione del pamphlet “Il matrimonio omossessuale è contronatura. Falso!” di Nicla Vassallo, docente di Filosofia teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova. Il testo è un vero e proprio trattato filosofico che, in termini accessibili a tutti, punta a smontare i falsi pregiudizi che vorrebbero escludere, più o meno naturalmente, quello che con termine anglosassone e universale Vassallo definisce matrimonio same-sex. «Una donna che ama una donna e un uomo che ama un uomo – è la tesi di fondo – debbono potersi sposare, se desiderano, e non vi è argomentazione valida contro, sempre che l’eterosessualità non permanga un dogma».

    «A differenza di quanto siamo abituati – sostiene Zendrini – il libro non discute di matrimonio sì, matrimonio no, giusto o sbagliato ma affronta con taglio scientifico l’analisi dell’assunto “Il matrimonio omosessuale è contronatura” e presenta una serie infinita di ragioni che lo confutano». Insomma, Vassallo utilizza il “buon ragionare filosofico” perché lo ritiene l’unico strumento efficace per smontare i pregiudizi dall’interno, per farli implodere. «I filosofi anglosassoni – racconta l’autrice – ci stanno proponendo in questi anni definizioni di matrimonio molto più minimaliste rispetto a quelle tradizionali. E allora, che cosa fanno di male le persone omossessuali per non avere diritto a questo tipo di relazione? È una barbarie sotto il profilo umano e civile che, tra l’altro, contrasta con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino».

    Fin qui la pars destruens. Ma, anche ammesso che si riuscisse a fare tabula rasa dei pregiudizi, che cosa succederebbe dopo? Il primo passo della pars construens di baconiana memoria, secondo Elvira Bonfanti della Fondazione Cultura di Palazzo Ducale, è la necessità di costruire una nuova tradizione: «Visto che gli omofobi si arroccano dietro alla “tradizionalità” del matrimonio eterosessuale, sostenendo che la tradizione porta con sé elementi positivi (come la caccia alle streghe? le violenze domestiche? i matrimoni coatti? le punizioni corporali inflitte alle donne?), una strada spiazzante e innovativa sarebbe quella di iniziare a costruire una nuova tradizione dei matrimoni same-sex, una tradizione della modernità».

    «Nel momento in cui l’Italia dovesse arrivare al riconoscimento legale delle unioni omosessuali – chiosa Laura Guglielmi, direttrice di Mentelocale.it e promotrice del libro di Nicla Vassallo – avremmo finalmente raggiunto la maggiore età, saremmo finalmente un Paese maturo». Perché, in fondo, come ricorda Fulvio Zendrini citando Tennessee Williams: What is straight? A line can be straight, or a street, but the human heart, oh, no, it’s curved like a road through mountains”.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Parchi di Nervi, falde acquifere e cantieri fermi: la salute precaria del polmone verde genovese

    Parchi di Nervi, falde acquifere e cantieri fermi: la salute precaria del polmone verde genovese

    Nervi-passeggiata-mare-levante-D2Una non meglio precisata rete di falde acquifere e cisterne sotterranee minaccia i Parchi di Nervi. È la notizia più preoccupante emersa dal sopralluogo che Era Superba ha svolto assieme ai consiglieri delle competenti commissioni comunali, accompagnati dal direttore dei lavori di riqualificazione di uno dei più noti polmoni verdi della nostra città, l’architetto Stefano Ortale, da Riccardo Albericci di Aster e da alcuni rappresentanti dell’associazione “Amici dei Parchi di Nervi” e di Italia Nostra.

    Il secondo lotto di lavori che dovrebbe portare a nuovo splendore i parchi Groppallo, Serra e Grimaldi, per un importo aggiudicato di circa 1,4 milioni di euro, si sarebbe dovuto concludere a fine dicembre. Ma il quadro che ci si trova davanti a pochi passi dalla stazione ferroviaria è piuttosto desolante. Il cancello di Parco Groppallo è sbarrato: un cartello spiega che, a causa delle alluvioni, da novembre tutta la zona verde prospiciente Villa Groppallo è chiusa per “consentire l’esecuzione degli interventi di pulizia e ripristino […] sino a quando potranno essere garantite adeguate condizioni di sicurezza per la fruizione”.

    «Purtroppo – ammette Ortale – stiamo assistendo a uno schianto generalizzato di pini dovuto in parte all’età delle piante ma anche a una notevole presenza di acqua nel sottosuolo. Il maltempo, insieme con la presenza del pubblico nei parchi contestualmente ai lavori, non ha certo aiutato ad accelerare le opere».

    Musei di NerviImpossibile al momento prevedere una data di riapertura: si parla genericamente della prossima primavera ma, purtroppo, sembra una previsione eccessivamente ottimistica.  Anche perché, oltre le sbarre, i lavori sono fermi (gli unici all’opera sono i 13 cassintegrati di Ilva che svolgono compiti di pulizia di aiuole a altre zone verdi): «L’azienda – spiega l’architetto del Comune – sta lavorando a ritmi ridotti perché siamo in fase di studio di un’eventuale variante al progetto». Una variante che, grazie ai ribassi d’asta, dovrebbe essere prevalentemente rivolta alla cura del verde e alla ripiantumazione degli alberi crollati.

    Eppure, lamentano gli Amici dei Parchi, soprattutto nei weekend, la gente scorrazza liberamente in tutti i prati, compresi quelli che dovrebbero essere interdetti al pubblico, sfruttando gli altri ingressi e superando le pressoché inutili barriere lasciate senza presidio. «Capiamo le difficoltà di controllare 9 ettari in maniera efficace – dice Betti Taglioretti degli Amici dei Parchi – e per questo avevamo proposto di affiancare due nostri volontari per collaborare alla guardiania. Ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta».

    E non è certo questo l’unico problema sollevato dai cittadini che hanno raccolto in un documento consegnato a tutti i consiglieri 9 punti di problemi non affrontati e non risolti nel corso del secondo lotto dei lavori di riqualificazione dei Parchi storici e ulteriori 4 criticità derivanti anche dai lavori del primo lotto.

    Si parte dalla situazione allarmante del sottosuolo, con l’innalzamento della falda acquifera, che secondo i cittadini sarebbe stata causata dai lavori di scavo dell’autosilos in via Casotti, e da una mancata sistemazione della regimazione delle acque nonostante il rifacimento dell’asfalto già compiuto. A proposito di asfalto, gli Amici dei Parchi di Nervi e Italia Nostra lamentano (e con un semplice colpo d’occhio si potrebbe anche dire “a ragione”) la scarsa qualità del materiale utilizzato e dei lavori eseguiti: «Si passa da lingue di asfalto nero – dicono i cittadini – a macchie bianche che nulla c’entrano con i colori del territorio e che, soprattutto, si stanno già sgretolando e macchiando con la terra dei prati». La difesa dell’architetto Ortale, accusato da qualche consigliere di essere poco presente sul luogo dei lavori, punta sul rispetto del progetto approvato anche dalla Soprintendenza: «Abbiamo fatto i lavori così come previsto nel progetto esecutivo – dice il responsabile comunale – e il materiale utilizzato è stato scelto apposta perché si sgretolasse, senza deteriorarsi, per simulare un effetto ghiaino».

    Al di là del gusto delle coperture scelte per i percorsi pedonali, vi sono altre criticità piuttosto oggettive: ad esempio, la recinzione che separa i parchi dalla ferrovia, rimossa anni fa e di cui la Soprintendenza ha chiesto invano il ripristino; oppure, il futuro dei fatiscenti bagni di Villa Serra e dell’ex campo da tennis oggi utilizzato come area di cantiere ma che potrebbe offrire una meravigliosa vista sul mare. E ancora: le finalità per cui sono state destinate ingenti risorse per ristrutturare le “palestrine” e la casa del console in Villa Grimaldi e la persistenza del deposito dei mezzi di Amiu per tutto il Levante cittadino nonostante le numerose segnalazioni e la proposta di aree alternative già disponibili.

    A chiudere il cahier de doléances, l’inspiegabile ritardo dell’approvazione del regolamento d’uso dei Parchi storici da parte del Comune di Genova, un documento prezioso di cui avevamo già parlato la scorsa primavera e che l’assessore Garotta aveva assicurato essere molto vicino all’approvazione. Una bozza, infatti, era già disponibile a giugno 2012 dopo il lavoro della Consulta del Verde: ritoccata dagli uffici di Tursi e riapprovata due anni più tardi dalla Consulta, ha fatto sostanzialmente perdere le sue tracce. Ma dall’assessorato assicurano che l’iter sta procedendo e il regolamento è in esame presso la Segreteria generale per gli ultimi passaggi formali prima dell’approvazione in Giunta e delle discussioni in Commissione e Consiglio comunale.

    Non ha, dunque, tutti i torti il capogruppo Pdl Lilli Lauro a tuonare: «Sono dei dilettanti allo sbaraglio. I lavori non sono conclusi e quelli realizzati sono stati fatti male: è necessario che i responsabili paghino anche perché stiamo parlando di 4 milioni di euro (i fondi ex Colombiane destinati alla complessiva riqualificazione dei Parchi di Nervi) di soldi pubblici».

    Inutile ribadirlo, sarebbe l’ennesimo suicidio turistico arrivare alle porte della bella stagione con i Parchi di Nervi ancora in questo stato: «Si tratta di un bacino potenziale di 8 milioni di turisti – ricordano gli Amici dei Parchi – grazie anche all’interesse del network “Grandi giardini italiani”. Ma si tratta di un turismo non interessato a venire nei parchi a vedere le partite di calcio improvvisate tra Italia e resto del mondo o gruppi di scout che imparano a piantare le tende o, ancora, percorsi improvvisati di trial o mountain bike. È gente che vuole venire a godersi la pace e la bellezza del verde, a pochi passi dal mare».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    palazzo-tursi-aula-vuota-D8Il Consiglio comunale di Genova è parsimonioso? Da quando si è insediata l’amministrazione Doria, i dieci gruppi consiliari (undici finché l’Idv non è confluita nel gruppo misto) che compongono l’emiciclo di Tursi hanno risparmiato quasi 65 mila dei poco più di 190 mila euro messi a disposizione dalle casse comunali. Si tratta di un più che discreto 34%: vale a dire che oltre un terzo di quanto stanziato è ritornato ogni anno a disposizione del Bilancio complessivo dell’ente.

    I dati sono stati riportati ieri pomeriggio dall’assessore al Bilancio Franco Miceli che ha risposto a un’interrogazione immediata sollevata da Paolo Putti. Il capogruppo di M5S cercava di controbattere con i fatti a chi ultimamente aveva accusato il suo movimento di aver sprecato i soldi pubblici (oltre 29 mila euro secondo le stime dell’assessorato) per il duro ostruzionismo alla pratica sulla gronda che aveva portato a 4 giornate di seduta consiliare per discutere il migliaio di documenti presentati tra ordini del giorno ed emendamenti.

    «Parlavamo di un’opera che porta 5 milioni di metri cubi di smarino contaminato da amianto – ricorda Putti – e cercavamo di tutelare un territorio con tutti gli strumenti legittimi che ho a disposizione: è assurdo che mi si vengano a fare i conti della serva. A questo punto chiedo anch’io di fare i conti per sapere quanto sono stati i soldi spesi e restituiti in questi anni dai vari gruppi consiliari rispetto al budget in dotazione perché non credo proprio che il M5S possa essere accusato di spreco di denaro pubblico».

    I fatti sembrano dare ragione ai 5 consiglieri grillini che, in due anni e mezzo di attività, hanno speso direttamente solo 204,39 dei 22317,18 euro messi a disposizione dalle casse di Tursi, producendo dunque un risparmio superiore ai 22 mila euro (più di 4400 euro per ogni consigliere).
    «Fateci arrivare a fine mandato – ha detto ironicamente, ma neanche troppo, Putti – e vedrete che avremo ampiamente coperto i soldi che siamo stati accusati di aver sprecato per l’esercizio di un diritto democratico».

    Il gruppo più “spendaccione” è senza dubbio il Pd che, fin qui, ha impiegato oltre 36600 euro (pari al 79,3% dell’intero budget, risparmiando quindi circa 9500) ma si tratta anche della rappresentanza più numerosa con 11 consiglieri, oltre al presidente Guerello. A livello percentuale le uscite maggiori, infatti, sono quelle dei due rappresentati dell’Udc che hanno speso l’88,7% dei poco più di 12100 euro a disposizione. Spendaccioni anche i quattro consiglieri del Pdl, con l’84,2% di risorse consumate, e Antonio Bruno, unico rappresentante di Fds, con l’82%.
    Oltre al Movimento 5 Stelle, invece, risultano virtuosi anche i due consiglieri di Sel che hanno speso solo il 45,5% delle dotazioni di Tursi. Nella media si collocano Lega (65%), Lista Musso (66%) e Lista Doria (67%) mentre qualcosa di più ha speso il Gruppo Misto (75,2%).

    «I fondi – spiega l’assessore Miceli – vengono attributi ai gruppi consiliari secondo due modalità: 2/7 di tutto il budget a disposizione vengono ripartiti in parti uguali mentre i restanti 5/7 vengono distribuiti a seconda del numero dei consiglieri da cui il gruppo è composto».

    Certo, bisognerebbe capire se risparmio significa davvero parsimonia o se, in qualche caso, è piuttosto sinonimo di inerzia. «Per quanto ci riguarda – spiega Putti – molti risparmi si spiegano perché buona parte delle nostre attività è svolta grazie alle preziose collaborazioni degli attivisti e cerchiamo il più possibile di sfruttare la rete e le tecnologie per limitare, ad esempio, gli sprechi cartacei. A me non interessa fare i conti in tasca a nessuno ma l’aspetto fondamentale è che le istituzioni diano un buon servizio e che le risorse non vengano spese impropriamente».

    Sebbene non sia certo il Comune l’ente pubblico che fa scandalo per i rimborsi alla politica, è interessante analizzare quali siano i capitoli di spesa ammessi. A fare chiarezza ci pensa il Regolamento del Consiglio comunale, all’articolo 49, in cui sono elencate tutte le possibilità:
    “- acquisto libri e pubblicazioni su materie e questioni di interesse degli Enti Locali e abbonamenti a giornali e riviste;
    – abbonamenti on line per accesso a servizi informativi di interesse degli enti locali;
    – spese di tipografia concernenti attività di carattere politico-istituzionale.
    – partecipazione a convegni, sopralluoghi e manifestazioni su materie di interesse degli Enti Locali e relative spese di trasporto e soggiorno entro i limiti previsti dalla normativa.
    – attività di rappresentanza secondo i principi generali che delineano la materia;
    – organizzazione di convegni e manifestazioni;
    – partecipazione alle attività delle associazioni di cui fa parte il Comune;
    – spazi radio-televisivi, sul web e su giornali e riviste per attività istituzionale della Presidenza e dei Gruppi consiliari;
    – taxi per espletamento mandato entro i limiti fissati dalla normativa;
    – abbonamenti alla telefonia mobile ed acquisto schede / ricariche telefoniche per utenze telefoniche, per compiti istituzionali”.
    – spese relative ad abbonamenti per posta elettronica on line e servizi informatici e di cloud computing, entro i limiti previsti dalla normativa nazionale e nell’ambito delle linee guida di Ente per l’utilizzo degli strumenti informatici e telematici;
    – attrezzature e strumentazione informatica (es. tablet, pennette USB), previa verifica della compatibilità con gli standard aziendali svolta dalla competente Direzione;
    – diritti per affissione di manifesti.
    – spese postali sostenute a fini istituzionali.
    – arredi e complementi di arredo necessari al funzionamento del Gruppo entro i limiti previsti dalla normativa.
    – acquisto di ricarica per distributori di acqua là dove non si riesca a garantire la piena potabilità della rete ed una adeguata manutenzione.
    – spese minute, non rientranti nei capoversi che precedono, correlate a fornitura di beni di consumo occorrenti per il funzionamento del Gruppo”

    E, alla fine, 125 mila euro spesi in due anni mezzo su queste voci e per 40 consiglieri fanno oltre 3 mila euro a testa: neanche così pochi.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Nervi, Marinella: sopralluogo nello storico hotel-ristorante. Nuovo bando deserto?

    Nervi, Marinella: sopralluogo nello storico hotel-ristorante. Nuovo bando deserto?

    marinella-degrado-6Scade domenica 22 febbraio il secondo bando pubblico per la concessione dell’ex Marinella, la storica struttura alberghiera e ristorativa sulla passeggiata di Nervi. E anche questa volta ci sarebbero tutti gli indizi che porterebbero al secondo nulla di fatto, aprendo la strada a possibili assegnazioni dirette o sensibili rivisitazioni delle richieste economiche da parte del Demanio Marittimo che è il proprietario del bene.

    «Visto l’esito della gara precedente – spiega l’architetto Roberto Tedeschi, direttore dell’ufficio Patrimonio e Demanio, nel corso del sopralluogo delle commissioni consiliari competenti – avevamo chiesto di ribassare il canone di concessione e di non parametrarlo al mero valore immobiliare bensì alle tariffe applicate alle opere di difficile rimozione, tenendo conto dello stato della struttura. Ma la nostra richiesta non è stata accolta». D’altronde, anche se andasse deserto questo secondo bando, il Comune non avrebbe alcun potere decisionale diretto.

    Eppure la direzione regionale del Demanio e la stessa Regione Liguria avevano dato il proprio parere favorevole a una riduzione del canone di concessione già a partire da questa nuova gara. Da Roma, invece, è arrivato il niet e si è dovuta reiterare la stessa strada già percorsa infruttuosamente lo scorso anno. Per i 616 mq di superficie complessiva coperta (sale, invece, a 897 mq la volumetria che comprende anche il terrazzo e altre superfici pertinenziali) vengono chiesti 55908,78 euro oltre imposta regionale, per arrivare dunque a un totale di circa 5 mila euro al mese per tutta la durata della concessione che non potrà essere superiore ai 20 anni.

    Immutata la destinazione d’uso rispetto all’ultima attività svolta all’interno del compendio: la concessione, infatti, verrà aggiudicata “a favore del soggetto che garantisce il miglior standard qualitativo, la migliore organizzazione dei servizi, il miglior piano di investimenti e la più proficua gestione del compendio demaniale nonché in base al maggior rialzo sul canone, per un uso che risponde ad un più rilevante interesse pubblico” relativa ad attività “alberghiera, bar ristorante, cure salsoiodiche e attività connesse”. Certo, qualora anche il secondo bando andasse deserto, potrebbe intervenire qualche modifica sulle destinazioni d’uso ma sono difficili da prevedere grandi stravolgimenti, quantomeno dal punto di vista urbanistico e della struttura esterna, visto che si parla di un edificio che sorge a picco sul mare e vincolato dalla Soprintendenza.

    Benché la proprietà dell’edificio sia demaniale, la gestione della gara e il presidio del bene dopo la procedura fallimentare sono stati affidati al Comune di Genova. Eppure per Tursi non è previsto alcun guadagno, mentre il 10% dell’importo fissato per il canone concessorio dovrebbe andare a rimpinguare le casse della Regione. «Noi siamo meri esecutori del regolamento del Demanio Marittimo – accusa Tedeschi – con tutti gli oneri a carico del Comune: quando è stata trasferita la competenza non ci è stata passata neppure una matita. E lo stesso avviene per le altre 350 concessioni del Demanio Marittimo che abbiamo lungo tutta la città, ad eccezione della parte di competenza portuale da San Giuliano a Vesima».

    Gli investitori dovrebbero farsi carico anche dei lavori di risanamento e ristrutturazione dello stabile entro 3 anni e secondo i dettami previsti dal bando e nel rispetto dei vincoli posti dalla Soprintendenza: si parla, tra le altre cose, di consolidamento dei piloni che si fondano sulla scogliera, consolidamento strutturale della soletta fronte mare a cui si accede dal seminterrato, abbattimento di tutte le barriere architettoniche e tutti gli adeguamenti alle prescrizioni di sicurezza vigenti.

    Ad eccezione del piano a livello del mare, la struttura, non appare in condizioni di conservazione così tremende. Al piano passeggiata si trovano gli spazi (e alcuni rimasugli dei vecchi arredi) della vecchia sala ristorante, la cucina, due camere sul lato di ponente e, all’esterno, la terrazza scoperta (la copertura abusiva di cui avevamo parlato in passato è stata finalmente rimossa). Salendo le scale di questo particolare edificio che richiama in tutto e per tutto una nave ancorata, si trovano 10 camere, un locale per la guardiania e una terrazza vista mare.

    I dolori arrivano quando si scende a livello del mare: si tratta di locali con funzione deposito e servizio per il ristorante soprastante, oltre all’accesso alla scogliera. Ma la sorpresa, negativa, è arrivata nel corso del sopralluogo della commissione consiliare: i tecnici comunali, infatti, hanno ammesso contestualmente di aver avuto per la prima volta accesso al seminterrato dove è stato possibile verificare un parziale allagamento, dovuto a una non meglio definita perdita d’acqua tuttora in corso.

    Gli interventi per riqualificare l’intero bene, dunque, risultano ingenti e il canone elevato, parametrato a una durata massima della concessione relativamente breve, rendono difficile l’appetibilità ai capitali privati. Tanto che qualche consigliere di maggioranza ha provato a lanciare sul banco l’ipotesi di un investimento pubblico, addirittura comunale: un azzardo che potrebbe risultare alquanto eccessivo in tempi di bilanci strappalacrime.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Beni confiscati alle mafie a Genova, servono investimenti pubblici per il riutilizzo. L’approfondimento

    Beni confiscati alle mafie a Genova, servono investimenti pubblici per il riutilizzo. L’approfondimento

    centro-storico-vicoli-finestra-d4Come tutti i cantieri che si rispettino, anche quello per la legalità responsabile, che ha mosso i suoi primi passi sabato 7 febbraio, è un vero e proprio work in progress. Nata con l’obiettivo di rendere concreta la restituzione alla città di beni confiscati alla mafia e alla criminalità organizzata, questa rete conta sul supporto di una dozzina di associazioni che gravitano attorno alla Città Vecchia (da A.Ma al Civ, dall’Arci alla Comunità di San Benedetto, da Libera a Y.E.A.S.T. passando per la Caritas e diverse cooperative che vivono quotidianamente il territorio).

    «L’obiettivo di fondo – spiega Chiara Cifatte, operatore socio-educativo attiva nella rete – è quello di promuovere iniziative culturali e sociali per una positiva vivibilità del quartiere in risposta alle varie forme di illegalità che lo attraversano. Vogliamo raccogliere idee per il riutilizzo di questi beni da proporre al Comune che ne diverrà proprietario. Per questo, al Cantiere potranno unirsi tutti i cittadini che condividono il nostro impegno e i nostri principi». Principi che sono stati sintetizzati in una “Carta degli intenti”: rispetto delle persone, delle decisioni prese insieme e cura degli spazi collettivi; responsabilità delle proprie azioni e dei propri comportamenti di fronte agli altri; collegialità intesa come resa operativa delle decisioni prese collettivamente, nei modi e nelle forme condivise; trasparenza in particolare considerazione del contesto pubblico in cui ci si muove; legalità responsabile attraverso il rispetto e la pratica delle leggi che contribuiscono alla costruzione di una società più giusta ed equa a partire dal nostro territorio.

    Come abbiamo avuto modo di raccontare sull’ultimo numero (#58) della rivista bimestrale di Era Superba (dove trovare la rivista), quest’iniziativa muove i passi dalla più grande confisca di beni sottratti alla mafia avvenuta nel nord Italia: si tratta dell’operazione “Terra di Nessuno”, balzata agli onori delle cronache nell’estate 2009, che ha portato al sequestro e alla confisca (confermata dalla Suprema Corte di Cassazione un anno fa) di un centinaio di immobili appartenenti alla famiglia Canfarotta, sostanzialmente destinati alla prostituzione e per la maggior parte concentrati alla Maddalena (ma qualche immobile si trova anche a Sampierdarena, Coronata, Valle Sturla e, naturalmente, altre zone del centro storico).

    Immobili confiscati alla mafia: servono investimenti pubblici

    Centro Storico di Genova, negozi chiusiSecondo la legge 109/96, i beni sequestrati alle mafie e alla criminalità organizzata possono essere restituiti alla collettività per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, attraverso il conferimento al patrimonio del Comune in cui sono collocati. Gli enti territoriali possono, poi, decidere di amministrare direttamente i beni o assegnarli in concessione, a titolo gratuito e nel rispetto dei principi di trasparenza, adeguata pubblicità e parità di trattamento, a comunità, enti, associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti.

    «I beni confiscati alla famiglia Canfarotta e collocati in territorio genovese – spiega Umberto Torre, l’amministratore della confisca nominato dall’Agenzia nazionale dei sequestrati e confiscati – dovrebbero essere 95 ma il numero non è ancora confermato a seguito di errori tecnici presenti nei decreti di sequestro». Non tutti gli immobili, dunque, sono stati ispezionati per valutarne lo stato: della settantina analizzata si può dire che solo una dozzina si trova in situazioni decenti da consentirne l’abitabilità. «Nella maggior parte dei casi – riprende Torre – il termine migliore per definire questi immobili è “grotte”, con muri che cadono a pezzi, muffa ovunque e situazioni di inabitabilità diffusa. E pensare che in alcuni casi siamo a meno di 100 metri da Palazzo Tursi». A complicare ulteriormente il quadro è arrivato il nulla osta da parte del Tribunale all’affitto di alcuni immobili: «Eppure – avverte l’amministratore – la legge antimafia prevede che i contratti si estinguano al momento della confisca definitiva (che per i beni provenienti dalla famiglia Canfarotta è arrivata un anno fa, ndr). Quindi, a questo punto, sono anche costretto a sfrattare persone, nella maggior parte indigenti, che hanno stipulato un contratto regolare e che in molti casi non hanno alternative. Mi chiedo: come pensiamo di promuovere la legalità se, poi, nei fatti a molte persone in difficoltà l’illegalità comporta più benefici?».

    I beni attualmente sono di proprietà dello Stato, attraverso l’Agenzia nazionale appositamente creata. Secondo quanto previsto dalla legge, potranno passare nella disponibilità degli enti locali solo attraverso la risposta a un bando pubblico di manifestazione di interesse che, al momento, è ancora lungi dall’essere pubblicato. «Ma una volta pubblicato il bando, il Comune avrà solo 30 giorni di tempo per rispondere – spiega Torre – per cui sarebbe meglio studiare preventivamente un piano d’azione. Solo allora potrò sollecitare l’Agenzia a emettere il bando». E lo stesso amministratore prova a tracciare una rotta: «L’ideale sarebbe far sì che alcune associazioni si accordassero con il Comune in modo che sia Tursi ad accollarsi formalmente gli immobili ma che, non appena ottenuti dall’Agenzia, li girasse direttamente alle onlus per mettere in pratica il progetto di valorizzazione. Bisogna però tirare fuori idee ben precise, accompagnate da un quadro di fattibilità economica per evitare di dar via al solito “mungificio” delle casse pubbliche». E soprattutto bisogna muoversi con intelligenza: «Innanzitutto, si possono studiare alcuni strategici spostamenti tra proprietà pubbliche, in modo da accorpare i beni attraverso permute interne e creare una sorta di economia di scala condominiale per la ristrutturazione. Poi, si può puntare all’Europa, magari cercando finanziamenti per l’edilizia residenziale pubblica».

    centro-storico-vicoli-murales-piazza-erbed1È evidente che il problema sia sempre il solito: la mancanza di risorse. «Qualunque siano i progetti per rimettere a disposizione della collettività questi beni – commenta l’assessore a Legalità e Diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – servono grandi investimenti. Questi immobili sono dei veri e propri buchi neri, con strutture pregiudicate, tetti lesionati, amministrazioni non pagate per anni. Per questo abbiamo chiesto l’intervento dell’unità di supporto della Prefettura, così come previsto dalla legge, perché dati gli altissimi costi prevedibili abbiamo necessità di fare squadra». Ma l’assessore non dispera: «Le possibilità ci sono: parlo dei fondi Fesr, dei Por e di un’apposita legge regionale (la n. 7 del 2012) per la prevenzione del crimine organizzato e mafioso e per la promozione della cultura della legalità che esiste ma non è stata ancora finanziata da Piazza De Ferrari. Il punto è far diventare la riqualificazione di questi immobili una priorità per le istituzioni, che devono lavorare assieme, altrimenti non andremo da nessuna parte».

    Ecco, dunque, la necessità di fare quadrato sul futuro di questi spazi (e non solo di questi, dato che, secondo la mappatura realizzata da Libera, in Liguria su 140 immobili confiscati alle mafie solo una decina è riutilizzata a scopi sociali).

    «In questo momento gli immobili sono patrimonio dello Stato e non ancora assegnati – tiene a precisare l’assessore a Legalità e Diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – per cui il Comune non può metterci mano e non ci può fare nulla. Non siamo, comunque, stati fermi in questo periodo ma abbiamo iniziato ad analizzare i beni, anche attraverso sopralluoghi dedicati. L’idea è quella di ragionare spacchettando gli immobili in gruppi indipendenti: dobbiamo sì avere una visione complessiva ma per trovare i finanziamenti è necessario realizzare una progettualità che vada a interessare immobili mirati». Ad esempio, si potrebbe partire dalle abitazioni disponibili attorno all’asilo della Maddalena che presto sarà consegnato alla città. «Solo partendo da una progettualità per parti – sentenzia Fiorini – possiamo pensare di iniziare da qualcosa».
    Una tesi confermata anche da Umberto Torre: «Se cerchiamo di fare un ragionamento complessivo su tutta la confisca, portiamo a termine la procedura tra 10 anni. L’unica strada è quella di ridurre un problema complesso in tanti problemi più semplici».

    Via San Lorenzo, Genova«Programmare un futuro per i beni confiscati – sostiene Marco Baruzzo, referente regionale di Libera per questo settore – non vuol dire semplicemente immaginare di riempire delle caselle vuote su una cartina. Non stiamo parlando di spazi qualsiasi, neutrali dal punto di vista politico e simbolico. Il loro recupero rappresenterebbe un successo della riaffermazione dello stato sull’antistato, della legalità sull’illegalità». Per questo motivo, secondo Baruzzo, istituzioni e cittadini devono collaborare fianco a fianco: «Il riutilizzo dei beni confiscati è un modo nobile, difficile ma necessario, di mettere in pratica una nuova strada di governo del nostro territorio. Attraverso il Cantiere della legalità responsabile cercheremo di mettere in rete idee e progetti ma non possiamo diventare dei surrogati dell’impegno, anche economico, che deve arrivare dallo Stato e dagli enti locali: da troppo tempo si rinnovano promesse senza che vi faccia seguito una realizzazione concreta».

    Il problema, secondo Simone Leoncini, presidente del Municipio I Centro Est, va ricercato nell’immobilismo che caratterizza storicamente la nostra città: «Dobbiamo metterci un po’ di progettualità complessiva, guardando ad altre esperienze virtuose in giro per l’Italia, come il social housing, il co-housing e il co-working. Esistono esperienze in cui le associazioni che ricevono gratuitamente gli spazi si fanno carico della loro ristrutturazione a costo quasi zero. A Genova, invece, non ci muoviamo perché siamo fermi ad un approccio amministrativo antico e aspettiamo che il Patrimonio faccia la valutazione dei canoni di concessione da applicare».

    È, dunque, arrivato il momento che le istituzioni facciano la propria parte: «Aggrapparsi esclusivamente alle idee sparse che arrivano dal basso – riprende Baruzzo – segnala la latitanza delle istituzioni che invece di governare un processo, lo subiscono. Perché non facciamo lo sforzo di metterci tutti intorno a un tavolo istituzionale, Comune, Regione, Agenzia Nazionale e Prefettura?».

    La risposta, un po’ piccata per la verità, arriva nuovamente da Leoncini: «È errato pensare che solo le istituzioni possano lottare contro le mafie ma serve un cambiamento di pensiero diffuso. Dobbiamo smetterla di pensare al centro storico come una periferia del centro di Genova, l’angiporto, il bagasciaio per antonomasia. Il centro storico deve diventare, invece, il nuovo centro industriale della città». Non è impazzito Leoncini perché l’industria di cui parla è piuttosto sui generis: «Parlo dell’industria culturale e del turismo, l’industria che non porta tumori ma che non promuoviamo neanche come cittadini. Questo non vuol dire che il centro storico deve trasformarsi in una vetrina: deve essere vissuto, anche con un po’ di casino (il giusto, oggi ce n’è troppo) ma deve diventare una priorità dello sviluppo della città, un mantra come per anni lo è stato, e lo è ancora, quello dello sviluppo delle infrastrutture».

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele Orlandi]

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  • Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    manicomio-quarto

    Una conferenza stampa per far sapere alla città che se la riqualificazione dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto è sostanzialmente ferma all’accordo di programma siglato oltre un anno fa la colpa è tutta di Arte (e, di conseguenza, della Regione). «Nel novembre 2013 – ricorda il sindaco Marco Doria – abbiamo ribaltato una decisione precedentemente assunta da Regione e Asl di alienazione del complesso, condividendo la necessità che le aree dell’ex ospedale psichiatrico restassero, almeno in parte, di fruibilità pubblica». Da allora Tursi ha recepito il disegno dell’area all’interno dei propri strumenti urbanistici e ha avviato un processo di interlocuzione con Regione, Asl e Arte, ma soprattutto con il Municipio, le associazioni e cittadini riuniti nel Coordinamento per Quarto, per decidere che cosa fare delle aree di propria competenza.

    Nell’accordo risalente a più di un anno fa, infatti, il Comune aveva ottenuto come onere di urbanizzazione alcuni spazi dell’ex Op per un totale di circa 3500 metri quadrati. Aree che formalmente non sono ancora di proprietà di Tursi ma in cui, in questi anni, sono già state organizzate alcune iniziative di coinvolgimento della cittadinanza e altre troveranno spazio nei prossimi mesi. «L’idea generale – prosegue il primo cittadino – è quella di muoversi affinché questo luogo diventi il baricentro pubblico del levante cittadino, conservandone la memoria storica».

    All’interno del nuovo Puc, l’area viene trattata come ambito speciale di riqualificazione urbana. Certamente, vi troverà spazio la nuova piastra sanitaria del levante per dare vita a una sorta di “cittadella della salute”: «L’ex Op non dovrà essere visto dal cittadino esclusivamente come un luogo dove poter fare le analisi del sangue – spiega l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi – ma vi saranno percorsi specifici per che riguardano la salute mentale, le dipendenze, l’accompagnamento alle famiglie con bambini problematici». E siccome i problemi di salute, e di salute mentale in particolare, non possono essere affrontati solo attraverso uno sportello socio-sanitario, molta attenzione sarà posta ad altri servizi di accoglienza e integrazione. Per questo motivo grande spazio verrà dato agli eventi culturali: «Vogliamo partire dalla valorizzazione dell’esistente, dalla Biblioteca storica, dal Museo delle forme inconsapevoli, dall’archivio dei documenti dell’ex Op e del centro Basaglia – spiega l’assessore Carla Sibilla – dando vita a una vera e propria rigenerazione della memoria, attraverso la nascita di una nuova biblioteca multimediale e un centro museale multidisciplinare (quARToteca) affiancati da un’attività ristorativa». Spazio anche alla creatività giovanile con un bando nazionale e internazionale che nei prossimi mesi darà l’opportunità di arricchire gli spunti progettuali individuati da Comune e Municipio.

    Manicomio Quarto, mappa
    Clicca per ingrandire – Le proprietà del Comune di Genova riguardano parte del settore 1, ove troverà spazio la piastra sanitaria del levante.
    La proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, invece, riguarda gli edifici compresi tra la linea nera grassettata e corso Europa

    Com’è noto, all’interno del progetto di riqualificazione dell’intera area, che supera i 23 mila metri quadrati, troveranno spazio anche nuovi insediamenti residenziali e turistico alberghieri, controbilanciati da verde urbano attrezzato e altri spazi a disposizione dei servizi pubblici.

    «Stiamo cercando di mettere una pezza a un errore in termini di scelte e uso del territorio commesso in passato: la più classica delle cartolarizzazioni di beni pubblici, messa in piedi solo per cercare di fare cassa» commenta il vicesindaco, Stefano Bernini. «Siamo di fronte  a una situazione simile a quella che, su piano più privatistico, si vive anche a Sestri nell’area ex Marconi. Cerchiamo di aprire una nuova porta ma, per fare ciò, non possiamo seguire la logica del singolo proprietario che pensa esclusivamente al proprio utile. Dobbiamo gestire l’area in modo unitario, scegliendo insieme che cosa fare, ragionando come se avessimo di fronte un complesso unico che vuole dialogare con il contesto circostante».

    Per poter giungere alla sistematizzazione di tutto ciò, tuttavia, manca un tassello urbanistico fondamentale: il Puo, piano urbanistico operativo, che deve essere redatto da Arte, l’azienda regionale territoriale per l’edilizia, e riguarda sia la parte destinata alla vendita sia gli spazi pubblici superstiti. Una sorta di documento equivalente a quanto il Comune sta chiedendo alla Regione per la realizzazione del Nuovo Galliera.

    Al Puo, su cui dovrà pronunciarsi anche la Soprintendenza, si affiancherà il piano già presentato da Cassa Depositi e Prestiti con cui il Comune ha riattivato i rapporti per far rientrare nella riqualificazione anche la confinante area novecentesca (un tassello piuttosto strategico soprattutto dal punto di vista dell’accessibilità all’area e della mobilità interna) che non era compresa nell’accordo di programma in quanto venduta a Fintecna nel corso di una precedente cartolarizzazione.

    «Arte è il punto debole della vicenda – accusa il presidente del Municipio IX Levante, Nerio Farinelli – la nostra maggioranza a fine dicembre ha inviato una lettera a Burlando lamentando l’inattività dell’ente e chiedendone il commissariamento. Mercoledì prossimo, insieme con il sindaco, siamo stati convocati dal presidente delle Regione: vedremo che cosa succederà».

    Anche Doria conferma che «Arte è un po’ in ritardo. All’inizio avevano messo in vendita con bando pubblico un insieme piuttosto consistente di beni, compresi gli edifici dell’ex ospedale psichiatrico. Poi è intervento il Comune con la volontà di mantenere pubblici alcuni spazi e l’apertura di quel percorso che ci ha portato all’accordo di programma. Nel frattempo, però, a gara in corso (che si è conclusa con un nulla di fatto, ndr) Arte non poteva intervenire con un Puo che riguardasse una porzione delle aree a bando». Ora però, riaperti anche i rapporti con Cassa Depositi e Prestiti e idealmente riunificato tutto il compendio, non si può indugiare oltre, anche perché Asl ha assoluta necessità di entrare rapidamente in questi spazi per abbandonare via Bainsizza e riorganizzare i propri servizi nel levante cittadino.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex mercato corso Sardegna: avanti con il progetto del Municipio per il riutilizzo temporaneo

    Ex mercato corso Sardegna: avanti con il progetto del Municipio per il riutilizzo temporaneo

    ex-mercato-corso-sardegna-rimozione-tettoEntro la fine del 2015 l’ex mercato di corso Sardegna potrebbe tornare a rivivere. Quantomeno nella sua parte riqualificata secondo il percorso che il Comune e soprattutto il Municipio Bassa Val Bisagno hanno delineato già da tempo (qui l’approfondimento). La conferma arriva direttamente da Massimo Ferrante, presidente del Municipio III – Bassa Val Bisagno che prova a mettere definitivamente a tacere le svariate voci che nelle ultime settimane sono tornate a circolare sul futuro della struttura.

    «La nostra posizione sul futuro dell’area è chiara» ricorda Ferrante. Il Comune ha messo a disposizione 200 mila euro per bonificare l’amianto: 9 mila metri quadrati terminati alla vigilia di Natale per i lavori di rimozione e incapsulamento dei fabbricati (circa il 10% del tetto) che, altrimenti, sarebbero rimasti senza copertura. Altri 500 mila euro sono pronti per la demolizione di due edifici affacciati su via Varese, non vincolati, che darà via libera alla restituzione al Municipio di un importante spazio libero.

    «Ho sempre detto – sottolinea il presidente – che il Municipio avrebbe deciso come gestire lo spazio con i cittadini e il Civ. Abbiamo investito 100 mila euro per la riqualificazione o, più precisamente, risanamento conservativo della facciata, il cui appalto gestiremo in maniera autonoma: verranno rimossi i ponteggi trentennali, tolti gli elementi secondari non originali, sistemati i cancelli e riqualificata la facciata, tutto nel rispetto dei vincoli della Sovrintendenza». Tempi previsti: primo semestre del 2015, nella versione ottimistica ma, sicuramente, entro la fine dell’anno. Periodo in cui Ferrante spera potranno essere completati anche i lavori di competenza comunale.

    La riqualificazione dell’ex mercato ortofrutticolo è tornata di grande moda. Due sono i progetti di riqualificazione alternativa a quelli del Municipio che si sono fatti largo sulle pagine dei quotidiani locali.
    Il più noto è sponsorizzato da Andrea Agostini e dal circolo Nuova Ecologia di Legambiente. In aperto contrasto con la riqualificazione temporanea scelta dal Municipio, questo progetto, che ha raccolto il consenso di quasi 3 mila cittadini, prevede la conservazione totale del perimetro esterno e l’apertura all’uso pubblico dell’area interna attraverso la realizzazione di un’ampia zona verde, con fonti d’acqua e un polo ludico aggregativo per il quartiere.
    «Sono firme raccolte con l’inganno – tuona Ferrante – perché se vado a dire che l’amministrazione vuole costruire un piazza asfaltata, un parcheggio e nuovo cemento è chiaro che anche io andrei a firmare. Ma noi non vogliamo fare nulla di tutto questo. A noi viene data dal Comune un’area libera per il cui arredamento ho appositamente stanziato 50 mila euro. Saranno i cittadini e il Civ a chiederci che cosa farne. Tra l’altro, con queste associazioni non c’è mai stato un incontro e gli stessi vertici di Legambiente mi hanno chiesto scusa per le sparate di alcuni loro singoli elementi».

    Secondo progetto quello dell’architetto Andrea Martinuzzi, che vorrebbe trasformare l’ex mercato in un centro commerciale del made in Italy di qualità, sull’ambizioso modello londinese di Covent Garden. Anche in questo caso, il niet arriva da Ferrante che, questa volta, non nega di aver incontrato gli ideatori del progetto ma, sostanzialmente, annuncia di averlo già ampiamente scartato. «Finché non si farà lo scolmatore del Fereggiano – ricorda il Presidente – i fabbricati all’interno sono vincolati e non si possono toccare perché sorgono in area esondabile, per cui non è possibile fare alcuna edificazione né cambiamento di destinazione d’uso. Qui, invece, si stanno mettendo già le mani avanti su cosa si potrà fare tra cinque, sei anni. Ma le speculazioni future, nel momento in cui tutta l’area dell’ex mercato tornerà pubblica, sono proprio ciò che vorrei evitare. E poi, secondo lei, vado a realizzare una catena del lusso con i commercianti fuori che faticano a portare avanti le proprie attività?».

    Insomma, Ferrante ha le idee chiare. E non c’erano grossi dubbi: «L’unico spazio utilizzabile è quello del vecchio bar, in posizione rialzata, che sarà dato al Civ è sarà circondato dalla nuova piazza di 4500 metri quadrati che creeremo con le demolizioni previste».

    «È tutto in mano al Municipio – ha assicurato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – che ha le idee chiare e naturalmente sceglierà interagendo con il Civ. L’obiettivo è quello di ricostruire una piazza, magari con zone verdi. Noi siamo aperti a ogni possibilità ma, ripeto, sono le realtà territoriali che devono decidere che cosa fare e non certi cittadini magari molto in vista (il riferimento piuttosto esplicito è ad Andrea Agostini, ndr)».

    E il Municipio, allora, che cosa fa? Tira dritto per la sua strada, e organizza un grande evento per il prossimo mese di marzo: «Si tratta di un appuntamento che avverrà proprio dentro l’area che verrà liberata – annuncia Ferrante – un’occasione perfetta per far capire ai cittadini quale vocazione daremo a questa nuova area pubblica e ragionare con loro su come poterla attrezzare».

     

    Simone D’Ambrosio

     

    NOTA

    Pubblichiamo il contenuto della lettera – datata 19 marzo – firmata dal presidente del Municipio Bassa Val Bisagno Massimo Ferrante, in seguito alla richiesta di chiarimenti da parte di Legambiente e del Circolo Nuova Ecologia in merito alle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Ferrante in questo articolo.

    «Intendo specificare che la raccolta firme effettuata dal Circolo Nuova Ecologia e da altre associazioni è stata assolutamente corretta e legittima ma ritenevo non fosse esatta in alcuni contenuti proposti ai cittadini. Tali incomprensioni sui contenuti ritengo siano il frutto di un mancato dialogo con i proponenti la raccolta stessa. Come Municipio abbiamo intenzione di dialogare con tutti e per questo crediamo sia un utile momento di partecipazione l’incontro organizzato con tutta la società civile il prossimo 29 marzo all’interno dell’ex mercato e dove, come già dichiarato, chiunque vorrà confrontarsi con il Municipio avrà il suo spazio. Ritengo assolutamente che Legambiente e il Circolo Nuova Ecologia rappresentino una importante realtà cittadina, con cui dialogare è importante in particolare in questa fase di crisi per la città e in un Municipio esposto al dissesto idrogeologico come il nostro. Questo è l’unico argomento che abbiamo condiviso con i vertici di Legambiente, che non hanno chiesto scusa per l’atteggiamento di alcuni loro membri, ma condiviso la necessità che vi sia sempre un dialogo e un canale di comunicazione e scambio aperto fra istituzioni e cittadini».

  • Emergenza rifiuti, corsa a ostacoli verso la riapertura di Scarpino: a che punto siamo?

    Emergenza rifiuti, corsa a ostacoli verso la riapertura di Scarpino: a che punto siamo?

    RifiutiLa sensazione che il piano industriale di Amiu rappresentasse più una linea guida di massima che un quadro programmatico da seguire pedissequamente, si è avuta fin dai tempi della sua prima presentazione alla stampa e alla città. Gli elementi di incertezza, soprattutto dal punto di vista delle innovazioni impiantistiche necessarie, erano ancora molti come stanno confermando le evoluzioni di questi giorni. A complicare ulteriormente il quadro, si sono inserite le ormai costanti polemiche tra Comune e Regione per le ataviche mancanze sulla gestione dei rifiuti a Genova, come evidenziato anche dalla Commissione d’inchiesta parlamentare bicamerale che la scorsa settimana ha lanciato un alto allarme per il rischio di infiltrazioni mafiose in tutta la Liguria. Da un lato, il Comune accusa piazza De Ferrari di assoluta mancanza di chiarezza sulle regole per la gestione dei rifiuti, puntando il dito contro il cambio in corsa dei parametri di pretrattamento del materiale prima del suo conferimento in discarica e sottolineando l’assenza di un vero e proprio Piano regionale dei rifiuti; dall’altra, il presidente uscente Claudio Burlando accusa palazzo Tursi di aver cambiato idea sulla conclusione del ciclo per ogni nuovo inquilino, passando da inceneritore a gassificatore fino all’ultimo biodigestore.

    Se ne parlerà anche oggi pomeriggio in Commissione consiliare in Comune ma, intanto, in questo contesto piuttosto caotico, mentre la discarica di Scarpino continua a essere chiusa e i rifiuti dei genovesi vengono portati fuori Regione con costi che si aggirano attorno ai 2 milioni di euro al mese, sono circolate alcune voci circa possibili mini-rivoluzioni del piano industriale per quanto riguarda la realizzazione di alcuni interventi indispensabili per la riapertura della discarica sulle alture di Sestri.

    «Amiu – ha dichiarato l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta – è impegnata a definire il programma che ci porterà a riaprire la discarica entro metà anno. Ad oggi, il conferimento fuori Regione dovrebbe essere coperto fino a fine aprile, ma l’azienda sta proseguendo le trattative per prorogare tale periodo fino all’effettiva riapertura di Scarpino».

    Separatori secco-umido, urge chiarezza

    valbisagno-staglienoLa questione più delicata riguarda i cosiddetti separatori secco-umido, impianti che dovrebbero risolvere il pretrattamento dei rifiuti prelavati dai cassonetti dell’indifferenziata (quelli di colore verde) che non possono più essere conferiti “tal-quali” in discarica.
    In passato si è sempre parlato di due separatori da introdurre nei siti di Volpara (Valbisagno) e Rialzo (Campi), per cui Amiu avrebbe già concluso la gara di assegnazione se non fosse stato per un ricorso al Tar di una società non vincitrice. Ma, nel frattempo, è intervenuta la Regione a sparigliare nuovamente le carte in tavola.

    «Abbiamo chiesto al Comune di sospendere la gara – annuncia il presidente di Amiu, Marco Castagna – in attesa di capire la normativa definitiva prima di prendere una decisione e poter consolidare il piano industriale. Credo che qualunque azienda, se cambia una normativa in corso d’opera, debba mettersi in condizione di realizzare un’alternativa. Ci auguriamo che la Regione faccia chiarezza in tempi abbastanza rapidi perché metterci a posto con il tema del pretrattamento è uno dei punti che dobbiamo risolvere per arrivare alla riapertura di Scarpino».
    E il quadro si potrà definire solo con l’approvazione del Piano regionale dei rifiuti. Ecco allora farsi largo l’ipotesi b, quella di un unico separatore da realizzare direttamente a Scarpino.

    «Era un’alternativa – spiega Castagna – che avevamo già ipotizzato alla luce del fatto che la Regione, mentre era in corso la gara per l’assegnazione dei separatori, a dicembre, ha fatto una modifica delle norme di conferimento del secco. La presenteremo in settimana al Comune, al momento solo come ipotesi alternativa perché le Regione deve ancora inserire la nuova norma nel Piano regionale dei rifiuti in corso di approvazione. Restano, per ora, due ipotesi che hanno pari dignità, non è ancora stata scelta una strada per l’altra».

    Nel piano industriale di Amiu era già prevista la realizzazione a Scarpino dell’impianto di stabilizzazione dell’umido uscito dalla separazione. Secondo il piano b, nella discarica sestrese verrebbe inserita anche la prima fase di questo processo, ovvero quella della separazione, senza stravolgere in maniera eccessiva lo stesso piano industriale. «Al momento – sottolinea l’assessore Garotta – si tratta solo di un’ipotesi alternativa in fase di studio che potrebbe rendersi necessaria per rispettare le nuove linee guida regionali. Se i tempi e i costi saranno migliori rispetto al doppio impianto di Volpara e Rialzo, procederemo in questo senso».

    Un’ipotesi operativa che, in parte, potrebbe anche placare le ire degli abitanti della Valbisagno, che da anni chiedono la chiusura del sito della Volpara e quest’inverno hanno più volte alzato la voce soprattutto dopo la chiusura di Scarpino. I residenti, infatti, da un lato lamentano una crescita esponenziale del traffico di mezzi pesanti in entrata e uscita dal centro di compattamento e stoccaggio dei rifiuti diretti fuori Regione, dall’altro sono preoccupati per la previsione del piano industriale di realizzare uno dei due impianti di separazione secco-umido proprio in Valbisagno, contravvenendo a promesse decennali del Comune riguardo a una possibile chiusura del sito. I cittadini, che hanno anche dato vita a un Comitato Salute Ambiente Valbisagno, non credono ancora al “piano b” che è iniziato a circolare negli ultimi giorni: «Quando eravamo noi a chiedere che l’impianto di separazione secco-umido venisse realizzato lontano dalle case – dice un abitante della zona che chiede di ristare anonimo – sia Municipio che Comune non ci hanno ascoltato. Adesso che il piano industriale è stato approvato non crediamo che gli enti tornino sui propri passi».

    «Naturalmente – assicura il presidente di Amiu – dopo che i tecnici avranno presentato il progetto definitivo per l’eventuale impianto unico a Scarpino, se questa sarà la soluzione definitiva, sarà presentata anche al Municipio e all’osservatorio della Valbisagno: valuteranno poi i cittadini se placare o meno la loro protesta».

    Percolato e stabilità, problemi da risolvere

    percolato-scarpinoSeconda questione calda da risolvere in tempi brevi per ottenere l’autorizzazione alla riapertura di Scarpino riguarda il trattamento del percolato e delle conseguenti tracimazioni dalle vasche di raccolta nel Chiaravagna e suoi affluenti. Il 23 gennaio si è ufficialmente conclusa la gara (vinta dalla società Simam di Senigallia, Ancona) per l’affitto di due depuratori mobili in grado di trattare 2500 metri cubi di percolato al giorno, triplicando l’attuale capacità della discarica: una soluzione che dovrebbe mettere in condizioni di sicurezza l’intero impianto di Scarpino, dato che nei periodi di maggiore emergenza si sono raggiunte quote di sversamento attorno ai 300/400 metri cubi al giorno. Il liquido trattato dai nuovi depuratori risponderà ai requisiti di legge e potrà essere riversato nelle acque bianche del Chiaravagna senza rischio di inquinamento; la parte concentrata e filtrata dal percolato sarà invece indirizzata al percolatodotto per essere trattata nel depuratore di Cornigliano, come avviene per il resto del percolato gestito attraverso le attuali vasche di raccolta della discarica.
    Benché non si tratti di impianti semplici dal punto di vista tecnologico, l’entrata in funzione sulle alture di Sestri dovrebbe avvenire in tempi relativamente rapidi: l’assessore Garotta ha parlato dei primi giorni di marzo, più prudente il presidente Castagna che stima l’attesa in 2/3 mesi.

    Sempre per quanto riguarda la messa in sicurezza di Scarpino, altro capitolo importante è quello che si riferisce alla stabilità idrogeologica del sito, attualmente esposto a rischio frane, principalmente a causa di diverse e minacciose falde acquifere sotterranee. «Secondo le ultime analisi – specifica Castagna – siamo dentro al valore di sicurezza per quanto riguarda la stabilità in campo statico, mentre siamo leggermente al di sotto di quanto richiesto in campo sismico. La cosa più importante è che abbiamo presentato un progetto, già approvato dalla Conferenza dei servizi, che risolverà in maniera definitiva il problema della quantità di acqua sotterranea presente in discarica e che inficia i valori di stabilità». Si tratta di quattro mesi di lavori, per cui è in corso di predisposizione la gara con procedura d’urgenza, durante i quali verrà installato un sistema di dreni che entrerà in funzione quando l’acqua raggiungerà un determinato livello di guardia.

    Il biodigestore

    Sistemati separatori secco-umido, percolato e stabilità della discarica si potrà finalmente riaprire Scarpino, mettendo fine ai disagi e ai costi del trasporto dei rifiuti fuori Regione a cui stiamo assistendo ormai da ottobre. Ma anche allora non si potrà ancora cantare vittoria. L’obiettivo finale del riassetto del ciclo dei rifiuti genovesi è, come dichiarato dallo stesso sindaco Marco Doria, quello di trasformare Scarpino in una “discarica di servizio” da utilizzare esclusivamente per smaltire il materiale secco che non può essere in alcun modo recuperato. Per arrivare a ciò, tuttavia, Genova dovrà essere in grado di trattare anche il materiale umido differenziato, ovvero quello cosiddetto “di qualità”, proveniente dai cassonetti marroni e trasportato fuori Regione già prima della chiusura di Scarpino. L’ultima strada individuata nel piano industriale di Amiu passa attraverso la realizzazione di un biodigestore, da costruire nelle aree ex Ilva (Cornigliano) o ex Colisa (Fegino): «Dal punto di vista impiantistico – chiude Castagna – le due opzioni per noi sono sostanzialmente equivalenti: chiediamo al Comune che venga scelta l’area più facilmente ottenibile, quella in cui potremmo mettere piede in tempi più rapidi». Intanto, il progetto dell’impianto è stato approvato dal cda di Amiu il 23 dicembre e presentato al Comune il 13 gennaio: già nel corso di questa settimana, i vertici della partecipata dovrebbero incontrarsi con la direzione competente di Tursi per iniziare l’analisi di costi e benefici delle due opzioni.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Nuovo ospedale Galliera, poche certezze e tanta campagna elettorale: Tursi bacchetta la Regione

    Nuovo ospedale Galliera, poche certezze e tanta campagna elettorale: Tursi bacchetta la Regione

    ospedale-galliera-pronto-soccorsoTornato in auge in periodo di campagna elettorale per le regionali, il progetto del Nuovo Ospedale Galliera in questi giorni sta facendo parlare di sé sulle pagine della stampa locale e nei palazzi di piazza De Ferrari e via Garibaldi. Ieri pomeriggio a Tursi l’argomento è stato tirato in ballo dalla consigliera Clizia Nicolella nel corso di un’interrogazione a risposta immediata che ha preceduto, come di consueto, la seduta ordinaria di Consiglio comunale. «Sui giornali è apparsa la notizia che l’unico ostacolo all’approvazione definitiva del progetto sia da attribuire alle consuete lentezze delle pratiche burocratiche comunali ma a noi risulta, invece, che le mancanze vadano imputate alla Regione» ha detto la rappresentante di Lista Doria.

    Tre gli elementi che mancano affinché la palla possa definitivamente passare al Comune: una convenzione Tursi-Galliera che metta nero su bianco gli oneri urbanistici collegati al cambiamento di destinazione d’uso di alcuni plessi da ospedalieri (tra cui l’attuale pronto soccorso e alcuni laboratori) a residenziali, che aumenterà del 10% la superficie abitativa di Carignano e servirà a coprire la sostenibilità economica del progetto; l’accordo di programma riguardante la riqualificazione degli spazi ospedalieri esistenti (l’attuale edificio dell’ospedale Galliera) e l’allestimento di quelli nuovi; un accordo Stato-Regione che stabilisca i finanziamenti necessari all’intera opera, sulla cui copertura economica la Corte dei Conti ha manifestato più volte seri dubbi.

    «È proprio qui – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – che stanno le gambe corte rispetto alle bugie che vengono dette dalla Regione: l’accordo tra governo e Regione non è ancora stato firmato perché i finanziamenti per l’opera non ci sono o comunque non sono ancora chiari. È stato lo stesso assessore regionale Montaldo a confermarmelo il 22 gennaio a Roma, all’uscita da un infruttuoso incontro al Ministero».

    E se non bastassero le difficoltà economiche, a mancare sembra essere anche una più precisa programmazione strategica: «Non esiste – accusa Bernini – un piano sanitario regionale all’interno del quale venga legittimata la necessità dell’intervento sul Galliera. È indispensabile che la Regione chiarisca definitivamente la riorganizzazione dei plessi ospedalieri e delle piastre sanitarie territoriali, quantomeno per quanto riguarda l’Asl 3 genovese».

    Solo dopo che saranno messi a posto tutti questi tasselli si potrà procedere con l’iter urbanistico del progetto che riguarda direttamente il Comune. «In realtà – puntualizza il vicesindaco – ci sarebbe ancora un buco da riempiere: è nell’aria, infatti, una nuova versione del progetto per la riqualificazione del Galliera meno impattante rispetto a quella presentata al Comune e fortemente contestata dai cittadini. Ma agli uffici di Urbanistica, checché venga annunciato dalla Regione, non è ancora stato presentato nulla a riguardo».

    Ecco allora che il nuovo Puc, in cui la realizzazione del nuovo Galliera, o Galliera bis che dir si voglia, è prevista all’interno di un cosiddetto ambito speciale, fa riferimento esclusivamente alla fattibilità del primo progetto presentato. Prima che gli uffici di Urbanistica e, di conseguenza, il Consiglio comunale, si possano esprimere sulla fattibilità del nuovo progetto è necessario che la Regione riempa tutti i buchi e invii le carte a Tursi.

    Con un quadro ancora così ampiamente incerto, è impensabile fare una previsione sui tempi di realizzazione dei nuovi edifici. «Visto che ci sono ancora tutti questi buchi – commenta la consigliera Nicolella – mi auguro che il via libera del Comune dal punto di vista urbanistico a quest’opera (il riferimento è all’ambito speciale inserito nel nuovo Puc che dovrebbe essere votato a breve in Sala Rossa, ndr) sia subordinato alla presentazione da parte della Regione di elementi reali. Il Comune, infatti, e in particolar modo il sindaco sono chiamati a tutelare l’equo accesso alle cure per tutti i cittadini».

    La sensazione che da piazza De Ferrari, soprattutto in tema sanitario, si stia facendo parecchia campagna elettorale è forte. La dimostrazione arriva anche da un’altra delicata situazione che riguarda l’ospedale di Ponente: «A maggio dello scorso anno – ricorda Bernini – l’assessore regionale Montaldo aveva annunciato lo studio di fattibilità dell’opera nelle due aree in ballottaggio di Erzelli e Villa Bombrini. Eppure, finora, al Comune non è arrivato nulla di ufficiale».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Nuovo Piano Urbanistico comunale, Sistema del Verde: regole, classificazioni, edificabilità

    Nuovo Piano Urbanistico comunale, Sistema del Verde: regole, classificazioni, edificabilità

    valtrebbia-verde-alberi-bosco-ambienteIl Comune di Genova non ha un Piano del verde. Ciò non significa, tuttavia, che la gestione di alberi, aiuole, giardini e parchi venga lasciata al caso. Almeno sulla carta. Il nuovo Piano Urbanistico, infatti, guarda con molta attenzione e interesse al sistema del verde cittadino, sia esso in aree pubbliche che private, alla sua conservazione e valorizzazione. A confermarlo è il vicesindaco Stefano Bernini che, in qualità di assessore all’Urbanistica, ha seguito pedissequamente l’iter dello strumento chiave per la programmazione urbanistica della città negli anni a venire. «Nel nuovo Puc – spiega Bernini – sono presenti diverse linee guida piuttosto precise per la pianificazione del verde in città, che già nel ciclo amministrativo precedente erano state stilate dall’assessore Montanari proprio in ottica della realizzazione di un Piano del verde». Gli uffici del settore paesaggistico hanno dunque predisposto un particolareggiato cartografico in cui vengono messi in luce i parchi pubblici in tutto l’ambito comunale. Al loro fianco, soprattutto nei Municipi in cui il verde pubblico non è una realtà così presente, sono state indicate come degne di valorizzazione anche aree verdi private per le particolari caratteristiche paesaggistico-ambientali e per le essenze di pregio presenti da cui derivano anche gli indirizzi di valorizzazione e manutenzione per i proprietari delle stesse.

    linea-verde-puc
    La “linea verde” di Renzo Piano

    Un processo ereditato fin dai primi affreschi di Piano, quando iniziò a scolpirsi nella mente dei genovesi il concetto di Linea Verde (assieme a quella Blu) che rappresenta la demarcazione tra città costruita e ambiente verde di contesto, come quasi a delimitare i confini naturali della città scorta dal mare. La linea verde rappresenta allora un confine naturale oltre al quale la città non deve espandersi sotto il profilo insediativo che invece deve concentrarsi in aree produttive urbane all’interno del costruito e potenzialmente riconvertibili, che gli uffici comunali hanno stimato disponibili per circa 293 ettari. Ecco la famosa parola d’ordine di vincenziana memoria di “costruire sul costruito”. Ma ciò che a noi interessa, quantomeno in questa sede, è tutto ciò che sta oltre e attorno al costruito. Il verde della nostra città, dai grandi parchi alle aree verdi minori, dalle aree pubbliche a quelle private, è stato sottoposto negli ultimi anni a un’intensa usura, che sovente ne ha ridotto le stesse funzioni ecologiche e in alcuni casi ne ha ostacolato la stessa sopravvivenza.

    Nel nuovo Puc, allora, il verde urbano ed extraurbano è diventato un valore da tutelare non solo dal punto di vista paesaggistico ma anche per il miglioramento di qualità della vita: le aree naturali e agricole devono, dunque, essere salvaguardate con particolare attenzione in considerazione anche dell’estrema fragilità del territorio che deve tornare il più possibile a una situazione di equilibrio attraverso la promozione dei fondi agricoli, l’inversione della deantropizzazione delle zone rurali e il presidio constante del territorio stesso.
    Sulla questione delle aree extraurbane (che coprono circa il 78% del territorio comunale), in particolare, si è mossa l’attività di numerose associazioni tra cui Salviamo il Paesaggio e Legambiente che in accordo con l’Università hanno presentato corpose osservazioni al progetto preliminare del Puc. «Grazie anche alla sensibilizzazione della cittadinanza – ci racconta Stefano Chellini della Rete ligure per l’altra economia – e alla raccolta di firme sfociate con diverse audizione in Commissione Territorio del Consiglio comunale siamo riusciti a ottenere la cancellazione della possibilità di edificare nuove case in aree agricole da parte di chi non è agricoltore. Se questa norma fosse rimasta all’interno del Puc, in un certo qual modo si sarebbe incentivato l’abbandono dei terreni agricoli in quanto il sottoutilizzo li avrebbe resi molto più appetibili per speculazioni edilizie piuttosto che per la coltivazione. Ciononostante – prosegue Chellini – ad oggi è impossibile dare un giudizio sul Puc di Genova in quanto la scarsa trasparenza del processo amministrativo ha di fatto impedito di vedere documentazione essenziale alla valutazione. In particolar modo non è stata fornita la cartografia aggiornata indicante la nuova ripartizione tra aree a destinazione agricola e aree edificabili».

    verde-ambiente-righi2-DIL’individuazione delle aree verdi, comunque, ha permesso di studiare al meglio gli elementi di tutela del territorio da mettere in campo, con tutte le prescrizioni del caso per eventuali operazioni di edilizia urbana. «Molta attenzione – ci tiene a sottolineare il vicesindaco – è stata posta al grado di permeabilità del suolo: negli ultimi anni, infatti, la questione è diventata cruciale soprattutto per la realizzazione di parcheggi interrati o seminterrati. Con il nuovo Piano Urbanistico di certo non impediamo questi interventi ma li vincoliamo fortemente alla salvaguardia dell’eco-sistema in cui si vorrebbero introdurre. Innanzitutto, ogni progetto di questo tipo deve tendere al miglioramento concreto dell’indice di permeabilità del suolo; inoltre, vogliamo che vengano salvaguardate le essenze di alto fusto particolarmente pregiate, laddove presenti, e forniamo una serie di limiti dimensionali molto precisi per quanto riguarda scavi e distanza delle costruzioni dai palazzi circostanti».

    Il miglioramento della permeabilità del suolo, inserito come vincolo all’interno del nuovo piano regolatore, è sintomatico di una rinnovata attenzione al rispetto del territorio e alla volontà della permanenza di aree verdi anche a ridosso del centro urbano. Finalmente, ogni nuovo intervento edilizio dovrebbe sottostare al rispetto dell’ambiente circostante, rispettando determinati vincoli a seconda della zona in cui viene realizzato. Condizionale d’obbligo secondo Chellini: «A luce della drammatica situazione idrogeologica del territorio genovese, evidenziata dalle ultime alluvioni e dalle innumerevoli frane che minacciano il territorio, l’esigenza di impedire nuova edificazione in ambiti extraurbani è quanto mai urgente. Nonostante ciò l’Assessore all’Urbanistica e la maggioranza hanno tenuto posizioni ambigue rispetto alla stop a nuove costruzioni e ad una reale valorizzazione agricola delle aree extraurbane. Un’ambiguità resa ancora più evidente dalla normativa del Piano, che si presta a molteplici interpretazioni e sembra voler aggirare le indicazioni della VAS».

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    Puc, Sistema del Verde (clicca per ingrandire). Per la Legenda clicca qui

    A proposito di Piano, nel nuovo Puc è presente una catalogazione precisa di tutte le aree verdi situate nel territorio cittadino, suddivise in settori ben distinti tra loro, con regolamentazioni dedicate. Tutto il territorio comunale, infatti, è stato suddiviso in “ambiti di conservazione e di riqualificazione e in distretti di trasformazione”: ogni ambito é dotato di una disciplina che definisce le funzioni ammesse, principali e complementari, gli interventi sul patrimonio edilizio esistente, gli interventi di sostituzione edilizia e di nuova costruzione, gli interventi di sistemazione degli spazi liberi e quelli consentiti sulla viabilità pubblica e relativi accessori. Sei sono gli ambiti di conservazione (del territorio non insediato, del territorio di valore paesaggistico e panoramico, del verde urbano strutturato, del Centro Storico Urbano, dell’impianto urbano storico, dell’impianto urbanistico ), quattro quelli di riqualificazione (del territorio di presidio ambientale, delle aree di produzione agricola, urbanistica-residenziale, urbanistica produttivo-urbano). Per quanto riguarda la prima categoria, il verde caratterizza in particolar modo i primi tre ambiti: quello di conservazione del territorio non insediato si riferisce alle alture cittadine, generalmente prive di insediamenti stabili, in cui l’aspetto naturalistico-ambientale la fa da padrone sia che si tratti di aree boscate sia che si tratti di aree a prateria o vegetazione bassa, da mantenere per il particolare prestigio paesaggistico; alla salvaguardia dell’immagine si punta anche nell’ambito di conservazione del territorio di valore paesaggistico e panoramico in cui rientrano soprattutto i borghi storici sorti attorno a terreni coltivati; più complessa, invece, la conservazione del verde urbano strutturato, ovvero le ville, i parchi e i giardini pubblici e privati che rappresentano dei piccoli polmoni naturali tra le mura e i muri della città.

    Molto interessanti dal punto di vista della convivenza tra verde e sviluppo della città sono anche gli ambiti di riqualificazione. Per quanto concerne il verde, tre sono le categorie che ci interessano con particolare attenzione: le aree di presidio ambientale, ovvero tutte le zone naturali e boschive di massima tutela per l’ecosistema in cui si vogliono recuperare attività di pastorizia e di coltura prevalentemente arborea; le aree di produzione agricola, in cui la riqualificazione deve puntare al rilancio e allo sviluppo dell’attività agraria; le aree di riqualificazione urbanistica-residenziale, in cui gli interventi di innovazione dell’assetto attuale devono puntare a un miglioramento della qualità della vita passando per una promozione di aree verde urbano e di inserimento paesaggistico nel cuore della città.
    Ma a questo tema sarà dedicato uno speciale approfondimento all’interno del nuovo numero del magazine cartaceo di Era Superba in distruzione dal primo febbraio.

    Simone D’Ambrosio

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  • Vuoti urbani e riciclo temporaneo: studio sulle aree dismesse o sottoutilizzate di Genova

    Vuoti urbani e riciclo temporaneo: studio sulle aree dismesse o sottoutilizzate di Genova

    campasso. ex mercato pollame.001Ne trovi praticamente una in ogni quartiere. Quelle più note sono già state censite e magari qualcuno sa già che cosa farne nel futuro. Eppure, tutti i giorni ci passi davanti e non cambia mai niente. Stiamo parlando delle aree abbandonate, dismesse, sottoutilizzate. Quelle, cioè, che in una città post industriale come Genova pullulano in ogni quartiere. Come a pullulare sono anche le proposte di cittadini, comitati, associazioni che vorrebbero occuparle, riqualificarle e restituirle all’uso pubblico. Magari anche temporaneamente, in attesa che la burocrazia delle grandi istituzioni muova qualche passo e qualche mattone verso un progetto di riutilizzo definitivo.

    Ed è proprio per capire quanto sia possibile restituire ai cittadini, nei fatti, spazi altrimenti destinati al degrado che, la scorsa estate, è nata una tesi di laurea magistrale in Architettura di Laura Nazzari e Benedetta Pignatti che, insieme con il loro relatore, il professor Mosè Ricci, si sono lanciate nello studio di alcune efficaci “Strategie di riciclo temporaneo di aree dismesse o sottoutilizzate nella città di Genova”.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    skater-street-art-CMind the Gap”, il titolo dello studio, prende il via da un progetto di ricerca più complesso, intitolato “Recycle Genova” e iniziato 2 anni fa sotto il coordinamento del professor Ricci con l’obiettivo di individuare, mappare, dimensionare tutte le aree dismesse o sottoutilizzate della nostra città. La mappatura di queste aree viene denominata “Genova Footprint”: un’impronta, o sarebbe meglio dire, un retaggio che i vecchi splendori industriali hanno lasciato alla città come un pesante fardello.

    «Recycle Genova – racconta Mosè Ricci – è la parte genovese di una grande ricerca che si chiama Recycle Italy realizzata da 11 Università italiane e 8 straniere sul tema della rivalorizzazione del patrimonio urbano architettonico e paesaggistico che non riusciamo a utilizzare e che stiamo abbandonando». Lo studio ha mosso i primi passi a partire dal 2012, grazie a una grande mostra ospitata al Maxxi di Roma. «In Italia – prosegue il docente – negli ultimi 15 anni abbiamo costruito circa 300 milioni di metri cubi/anno, pari a circa una città per un milione e mezzo di abitanti all’anno». Un’eredità di veri e propri vuoti urbani, aree, volumi e infrastrutture che hanno ormai perso la propria funzione originaria o che non portano più sviluppo ma che spesso coincidono ancora con i pochi spazi aperti disponibili e suggeriscono una riqualificazione tanto necessaria quanto rapida.

    Ecco, allora, che il riciclo diventa la soluzione più sostenibile e auspicabile per ottimizzare al massimo le potenzialità di aree ormai abbandonate. Riciclare, infatti, consente di ridurre gli sprechi, limitare la presenza di degrado e abbattere i costi di mantenimento: in altri termini, riciclare vuol dire creare un nuovo valore e un nuovo senso.

    Al momento, gli studenti della facoltà di stradone Sant’Agostino hanno individuato 27 aree, analizzate secondo alcune macro-categorie come popolazione, mobilità, servizi presenti nei municipi in cui questi spazi sono collocati per soffermarsi in maniera più approfondita sullo stato di progetto degli stessi. Un lavoro che vuole consegnare alla città, attraverso tesi, ricerche e studi di settore, una serie di dati che diano la possibilità all’amministrazione di trasformare il tutto in qualcosa di operativo per gestire il cambiamento, le trasformazioni. Insomma, una buona pratica di ricerca applicata alla città: esattamente quello che dovrebbe fare l’Università.
    Si va, allora, dal milione e 300 mila metri quadrati delle aree ex ilva agli 800 metri quadrati del mercato di Cornigliano: in mezzo, tanti luoghi ed edifici abbandonati, di cui spesso ci è capito di parlare sulle pagine di Era Superba on e off line. Proposte di progetto giacenti nel nulla da anni, come Ponte Parodi o l’ex mercato di corso Sardegnala Mira Lanza, la Caserma Gavoglio e il Campasso. Proprio a causa della deriva post-industriale, la maggior parte di queste aree si concentra nei quartieri di Ponente della nostra città: il Municipio Medio Ponente vince per distacco con gli oltre 2 milioni di metri quadrati di aree “in attesa”, seguito dalla Valpolcevera (oltre 663 mila mq) e dal Centro Est (poco più di 300 mila).

    «Dobbiamo smontare quella processualità dei piani urbanistici costruiti secondo un sistema di scatole cinesi – commenta il professor Ricci – che devono essere tutte aperte prima di arrivare al nocciolo: cerchiamo di creare una strada che ci consenta di fare qualcosa subito, che permetta ai cittadini di attivarsi e proporre funzioni autogestite e autogovernate che sfruttino il bene in maniera anche solo temporanea nell’attesa della realizzazione di un eventuale progetto più ambizioso».

    La soluzione arriva guardando all’Europa, in particolare a Paesi Bassi e Germania, e si chiama riciclo temporaneo. «Il concetto di “recycle” – chiarisce il docente – è un po’ diverso da quello di riuso o restauro. Con il restauro il nostro obiettivo è quello di riconoscere un valore in un oggetto deteriorato e potenziarlo facendo tornare a splendere lo stesso bene. Con il riciclo invece, esattamente come succede con i rifiuti quando cerchiamo di dare il via a un nuovo ciclo vitale cambiando il senso dello scarto, cerchiamo di trasformare uno spazio, una struttura in qualcosa di altro rispetto alla sua funzione originaria: ad esempio, da una fabbrica creiamo dei condomini, come successo con Soho a New York». Ad Amsterdam dal 2000 è stato istituito un vero e proprio ufficio comunale per il riciclo temporaneo che si occupa della gestione delle pratiche e del sostegno finanziario per la realizzazione di questi progetti.

    Ma che cosa manca per rendere questo processo sistematico anche nel nostro Paese? La legislazione italiana, con buona compagnia di molti altri paesi continentali, accusa la mancanza di una regolamentazione giuridica sul tema del temporaneo. È quindi possibile solo ipotizzare quali potrebbero essere gli strumenti legali utilizzati e le procedure necessarie per l’attuazione di un siffatto progetto di riciclo in Italia: nel frattempo, non resta che affidarsi all’estro delle singole iniziative locali.

    E a Genova sarebbe possibile pensare a un utilizzo temporaneo di spazi abbandonati?
    «Non tutti i 27 vuoti urbani genovesi fin qui catalogati – raccontano Laura e Benedetta – sono risultati pronti all’uso e così versatili da poter essere riciclati temporaneamente. Tra i requisiti più efficaci abbiamo evidenziato l’accessibilità degli spazi, la proprietà pubblica che può agevolare i rapporti contrattuali tra le parti, la sicurezza dell’area, l’assenza di un progetto definitivo in atto o comunque la mancanza di conflitti tra questo e il riciclo temporaneo, la presenza di un comitato di cittadini disposto a prendersi cura dell’area con un progetto di riqualificazione realizzabile in tempi rapidi e in assoluta economia». La filosofia della ricerca predilige dunque interventi minimi, non strutturali, basati soprattutto sull’inserimento di arredo urbano facilmente removibile.
    Ma il concetto di temporaneo, in questi come in tutti i progetti, non implica obbligatoriamente una durata ristretta nel tempo, bensì un carattere di transitorietà. «Le ipotesi progettuali scelte per il momento a puro livello accademico variano a seconda delle necessità dell’area – spiegano le giovani urbaniste – ma in nessun caso vengono previste opere edilizie in modo tale che, come ci è stato spiegato da tecnici del Comune, sia possibile ipotizzare la messa in opera del progetto temporaneo anche non in conformità con le destinazioni d’uso previste dal Puc. Tuttavia, l’inserimento nel Puc di norme ad hoc per interventi di riciclo potrebbe rendere tali interventi “conformi”
e di conseguenza realizzabili con procedure rapide che non richiedano autorizzazione ma bensì semplice comunicazione o SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività, ndr)».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale e le proposte progettuali sul numero #57 di Era Superba