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  • Ventimiglia, centro accoglienza in chiusura. Ma Mfs avverte: concreto rischio di crisi umanitaria

    Ventimiglia, centro accoglienza in chiusura. Ma Mfs avverte: concreto rischio di crisi umanitaria

    Greenpeace and MSF - Lesvos, GreeceIl ministro dell’Interno, Angelino Alfano, sabato in visita nel ponente ligure, ha annunciato l’imminente chiusura del Centro di Prima Accoglienza di Ventimiglia, aperto l’anno scorso per far fronte all’emergenza migranti. La notizia è stata accolta con grande soddisfazione dal presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, e dal sindaco Enrico Ioculano, che considerano questa decisione una grande vittoria politica per il territorio e la popolazione.

    Tutto ciò succedeva mentre a Genova, a Palazzo Ducale, Medici Senza Frontiere presentava il dossier “Fuori Campo: una ricerca che ha studiato e documentato le centinaia di insediamenti informali sorti in tutto il paese, in risposta alla mancanza di strutture predisposte e alla inefficienza burocratica.
    I dati raccolti riguardano il 2015 ma oggi, con la chiusura della cosiddettaRotta Balcanica” e la paventata blindatura delle frontiere interne alla UE (vedi Brennero), il rischio è quello di una situazione decisamente peggiore: «Negli anni scorsi – spiega Giuseppe de Mola, civil society officer di Msf, e autore della ricerca – il sistema di accoglienza italiano ha “retto” solo perché i grandi flussi migratori passavano da un’altra parte. Oggi il contesto è diverso, e stando così le cose, si rischia il collasso».

    La “macchina” dell’accoglienza istituzionale, infatti, si è rivelata inefficiente e quantitativamente inadeguata rendendo in qualche modo necessarie delle alternative: dagli accampamenti spontanei alle forme più organizzate e autogestite di accoglienza.

    Le dimensioni del problema

    I numeri restituiscono la gravità della situazione: secondo il dossier di Msf, infatti, sarebbero circa 10.000 i richiedenti asilo e i rifugiati che nel nostro paese vivono in queste condizioni, in balia della precarietà e della marginalità sociale, senza alcuna assistenza istituzionale e, quindi, con uno scarso accesso alle cure mediche, in decine di siti informali sorti spontaneamente su tutto il territorio nazionale.
    La causa principale di questa situazione è la mancanza di un sistema di accoglienza strutturato, ma non solo: il labirinto delle leggi italiane ed europee, con i suoi meccanismi e le sue tempistiche, complica la situazione. Lo illustra lo stesso De Mola, presentando ad Era Superba il suo lavoro: «La legge prevede che con la formalizzazione della domanda di asilo si ha diritto ad accedere al servizio di accoglienza, in attesa dell’eventuale riconoscimento. Non essendoci però le strutture adeguate, abbiamo verificato che questa formalizzazione viene appositamente ritardata, lasciando nel limbo il richiedente, che in qualche modo si organizza per sopravvivere». Il sistema, infatti, è saturo: solo nel 2015 sono arrivate circa 80.000 richieste di asilo, a fronte di 30.000 posti disponibili nelle strutture d’emergenza.

    Il quadro generale dei flussi migratori che attraversano il nostro paese parla di circa 150.000 persone che in qualche modo sono arrivate in Italia solo nel 2015. Siamo di fronte, quindi, a un vero e proprio esodo, che però non possiamo più derubricare come emergenza: «È dal 2010 che i flussi sono iniziati a crescere, portando alla situazione attuale in modo del tutto prevedibile – sottolinea De Mola – e i picchi sono stati a seguito dei grandi e noti stravolgimenti politici verificatisi in nord Africa, in Medio Oriente, dalle primavere arabe, alla caduta di Gheddafi, per arrivare alla guerra in Siria. Tutto ampiamente calcolabile».

    La procrastinazione dello stato emergenziale, inoltre, porta ulteriori problemi: le prefetture, in mancanza posti nelle strutture ordinarie, sono costrette ad attivare i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), allestendo appositamente edifici e immobili abbandonati o in disuso, dove vengono sistemati i migranti. In questi luoghi, ogni tipo di assistenza o servizio è in qualche modo delegato all’associazionismo, ai volontari e agli enti caritatevoli. Le istituzioni, per mancanza di risorse, quindi, letteralmente abbandonano al loro destino centinaia di migranti: questi, dopo un anno, sono tenuti a lasciare i centri, ritrovandosi sulla strada, senza aver fatto alcun tipo di percorso inclusivo o formativo.

    Ventimiglia, verso una nuova crisi

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015«Le previsioni per il prossimo futuro sono ancora peggiorative – sottolinea Giuseppe De Mola – la chiusura della “rotta balcanica” porterà nel nostro paese un flusso migratorio crescente, e, con la paventata chiusura delle frontiere del Brennero e con la Francia, avremo una situazione sicuramente ancora più difficile».

    Alla luce di ciò, quindi, è facilmente presumibile che questa estate a Ventimiglia si presenti nuovamente una situazione complicata e, a livello umanitario, molto grave; la decisione di chiudere il CPA appare quindi in contrasto con quanto nella realtà stia succedendo.

    Medici Senza Frontiere non risponde ufficialmente e direttamente al ministro, ma l’occasione della presentazione di “Fuori Campo” permette una riflessione più allargata: «Risulta evidente – risponde De Mola – come non ci sia una vera progettazione e programmazione da parte delle istituzioni. Si continua a agire in emergenza e con decisioni prese senza uno studio di lungo periodo, senza una prospettiva basata sulla realtà». Le stesse istituzioni che non sono state in grado di proteggere chi aveva veramente bisogno: secondo i dati di Msf solo l’anno scorso oltre 5000 minori non accompagnati sono scomparsi dai centri, e nessuno sa che fine abbiano fatto.

    In altre parole, nei prossimi mesi l’Italia potrebbe essere raggiunta da molte, moltissime persone e, come ha concluso Giuseppe De Mola, «dobbiamo essere pronti al peggio».


    Nicola Giordanella

  • Niente concerto bis dei 101 violoncellisti. Dopo il flop di Capodanno, il Comune incassa solo 1.000 euro di rimborso

    Niente concerto bis dei 101 violoncellisti. Dopo il flop di Capodanno, il Comune incassa solo 1.000 euro di rimborso

    101-violoncelliNiente concerto bis dei 101 violoncellisti. L’evento che doveva rappresentare la chicca delle manifestazioni per il Capodanno scorso e che aveva ricevuto pesanti critiche per la pessima acustica, non verrà replicato. Al danno che avevano subito le 180 mila persone che avevano affollato piazza Matteotti per festeggiare l’arrivo del 2016, si aggiunge la beffa di un “risarcimento” in natura, anzi in arte e musica, atteso, pregustato e ora negato.

    L’annuncio, riportato dall’agenzia Dire, arriva dall’assessore alla Cultura, Carla Sibilla, nel corso della Commissione bilancio dedicata all’analisi dei capitoli di spesa per il settore cultura e marketing della città. Era stata la stessa Sibilla a promettere, nei gironi immediatamente successivi al flop, che i genovesi sarebbero stati “rimborsati” con un concerto riparatore. Un concerto che non ci sarà più perché, spiega l’assessore, «la società organizzatrice ha già riconosciuto un rimborso economico al Comune. Replicare l’evento a costi totalmente sostenuti dallo stesso soggetto voleva dire correre rischi che l’organizzatore non fosse economicamente in grado di sostenerlo o che fosse costretta a organizzarlo al chiuso e non più all’aperto».

    Ufficialmente il flop di Capodanno era stato spiegato con un guasto elettrico all’impianto di amplificazione, anche se buona parte delle 180 mila persone presenti in piazza quella sera lamentavano soprattutto una cattiva organizzazione, con conseguente pioggia di critiche sui social network. Cosa che le parole odierne dell’assessore Sibilla sembrerebbero, almeno indirettamente, confermare.

    Il Comune aveva complessivamente investito circa 150 mila euro per gli eventi del Capodanno in piazza che, secondo quanto affermato in passato dall’assessore, avrebbero fruttato circa 6 volte tanto. Per quanto riguarda il concerto dei 101 violoncellisti, le spese sarebbero ammontate a circa 60 mila euro. Ma – e qui arriva la seconda beffa – il rimborso che Palazzo Tursi ha ricevuto dagli organizzatori è riferito solo a una parte dei costi per il servizio di amplificazione e diffusione sonora, principale imputato della scarsa riuscita qualitativa, e, secondo quanto ricostruito ma non confermato ufficialmente dall’assessore, si aggirerebbe solamente attorno ai 1.000 euro.

  • Buridda, ecco gli impianti elettrici con fonti rinnovabili. Ma l’Università “deve” vendere l’ex Magistero

    Buridda, ecco gli impianti elettrici con fonti rinnovabili. Ma l’Università “deve” vendere l’ex Magistero

    12819407_1741283152783247_7966858227818068557_oIl Laboratorio Buridda, ancora una volta, è a rischio sgombero, dopo che, due anni fa, fu costretto ad abbandonare lo stabile occupato in via Bertani. La sede attuale, l’edificio di corso Monte Grappa, ex sede di quella che un tempo si chiamata Facoltà di Scienze della Formazione, di proprietà dell’Ateneo genovese, presto sarà messa sul mercato. Così, sta per tornare al centro del dibattito cittadino il destino del centro sociale che, con i suoi laboratori e le sue attività culturali, in questi anni è diventato centro aggregativo importante per Genova e non solo. Nonostante questa “precarietà”, i ricercatori del Fab Lab Buridda, l’unico autogestito d’Europa, in questi giorni hanno collaudato con successo i primi impianti elettrici basati su fonti energetiche rinnovabili.

    Di pochi giorni fa, infatti, la notizia che l’Università degli Studi di Genova vuole vendere la struttura, attualmente occupata: «Il bilancio dell’ente possiamo considerarlo solido – spiega a Era Superba Luca Sabatini, portavoce dell’Ateneo – ma i continui tagli di settore, di cui soffrono tutte le università, ci pongono di fronte ad una gestione più parsimoniosa. Se un tempo ci si poteva permettere di mantenere un immobile, senza utilizzarlo, come investimento per il futuro, oggi è diverso». L’edificio, divenuto archivio successivamente al trasferimento della facoltà in corso Andrea Podestà, ad oggi necessiterebbe di essere messo a norma, affrontando un investimento importante a fronte del fatto che «quell’edificio non ci serve, abbiamo spazi a sufficienza», sottolinea Sabatini.

    Energia sostenibile, il Fab Lab installa il primo pannello fotovoltaico

    In precedenza, erano già state chiuse le utenze dell’edificio lasciando “al buio” il centro sociale: proprio questa decisione ha dato lo spunto ai giovani del Buridda, che occupano gli spazi, ad accelerare i progetti, già in essere, di risparmio energetico e di sviluppo di tecnologie sostenibili per la produzione di energia.
    Un lavoro che in queste ore sta portando i primi risultati tangibili: se, da un lato, gran parte dell’impiantistica interna è stata messa a punto per evitare sprechi e inefficienze, dall’altro lato i progetti legati alla produzione sostenibile di energia hanno fatto registrare i primi successi. Il primo impianto solare è stato messo in funzione, permettendo l’illuminazione di alcuni locali interni, attraverso l’installazione di un pannello fotovoltaico, collegato ad un sistema di illuminazione a led. Il tutto realizzato recuperando e aggiustando il materiale necessario.

    «L’idea è molto semplice – spiegano i responsabili del Fab Lab sulla propria pagina Facebook – prendere un po’ di luce del sole, infilarla in una scatola, e riusarla quando è buio». Questo è solo un primo passo: in fase di messa appunto anche una pala eolica verticale, costruita seguendo e adattando i più recenti progetti open-source disponibili. «Il nostro obiettivo non è quello di costruire pannelli fotovoltaici o pale eoliche – specificano ad Era Superba i makers del Buridda – ma di seguire un progetto più ampio di autonomia, aggregazione, condivisione e autogestione, alternativo alle logiche di mercato e di sfruttamento. Questo è il progetto Buridda, portato avanti da tutte le nostre attività». Un progetto di lungo periodo che passa inevitabilmente anche attraverso la gestione energetica e le sue problematiche che, in maniera sempre più evidente, sono problematiche di tutti, strutturalmente legate al nostro assetto sociale e produttivo.

    Come evitare un nuovo sgombero?

    street_parade_Buridda_Ge140614«Da parecchio tempo abbiamo avviato e consolidato i contatti con i ragazzi del Buridda – sostiene Luca Sabatini – e abbiamo cercato di trovare con il sindaco una soluzione alternativa, ma non abbiamo ricevuto nessuna “sponda”. Prossimamente incontreremo nuovamente i ragazzi per trovare una via per risolvere la questione, senza dover ricorrere ad altre modalità, cosa che non vogliamo assolutamente. Cercheremo fino in fondo un modo per arrivare ad una via d’uscita».

    Dal canto loro, gli autonomi del Laboratorio Sociale Occupato Autogestito Buridda, sanno che il progetto che portano avanti non dipende “dai muri” dentro i quali si sviluppano le attività: il Buridda non l’ex Magistero come non era via Bertani, ma le persone che lo vivono e lo fanno vivere, condividendo idee e pratiche sociali collettive, alternative all’impostazione legata alle logiche del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

    La palla, quindi, passa all’amministrazione comunale. Genova non può permettersi di perdere o di soffocare una realtà unica, che negli anni è diventata importante per il tessuto sociale cittadino e non solo. Volenti o nolenti, infatti, il Buridda è diventato un importante aggregatore di persone, culture, idee e ricerca. E il seguito che hanno quasi tutte le iniziative aperte a tutta la cittadinanza lo dimostrano. Avanguardie come il Fab Lab sono preziose per il futuro di Genova e non solo: se non si dovesse trovare una soluzione, la prima domanda che dovremmo porci è in che città vogliamo vivere oggi e in che società domani. I ragazzi del Buridda ci offrono una possibile risposta, che sarebbe quantomeno poco lungimirante non ascoltare.


    Nicola Giordanella

  • Comune di Genova, Doria salva giunta e bilancio. Il sindaco: «Ora allargare la maggioranza»

    Comune di Genova, Doria salva giunta e bilancio. Il sindaco: «Ora allargare la maggioranza»

    doria-miceliDoria è salvo, anche questa volta. Il sindaco ha superato, non senza fatica, quella che nei fatti rappresentava una sorta di vero e proprio voto di fiducia nei suoi confronti. Se, infatti, la delibera di revisione della aliquote Imu-Tasi, dopo le modifiche volute dall’opposizione e approvate dal Consiglio comunale martedì scorso che avevano portato la giunta a dichiarare insostenibile il bilancio, non avesse trovato la maggioranza della Sala Rossa, sindaco e assessori avrebbero lasciato il posto a un commissario. Ma così non è stato, seppure di poco. Il provvedimento della giunta ha, infatti, incassato solamente 17 voti favorevoli, ovvero quelli su cui l’ormai “non più maggioranza” Pd-Lista Doria-Sel-Possibile può contare. Con la maggioranza ha votato anche Paolo Veardo che, invece, martedì scorso non aveva seguito la linea del suo partito, il Pd, sull’emendamento che abbassava le aliquote Imu alle case signorili. I contrari sono stati “solo” 15: alle tradizionali opposizioni di M5S, Lista Musso, Pdl e Lega Nord, si sono aggiunti i voti di Paolo Gozzi (Percorso comune, ex Pd) e dei due consiglieri di Federazione della Sinistra (Bruno e Pastorino). A conti fatti, a salvare il Comune di Genova dal commissariamento, che interverrebbe qualora Doria e i suoi si dimettessero a circa un anno dalle elezioni, sono state le astensioni e i presenti non votanti. A non esprimere alcun voto sono stati i due transfughi del Pd, Caratozzolo e Vassallo che con Gozzi completano Percorso comune; mentre le astensioni sono arrivate dal gruppo misto (Anzalone, De Benedictis e Mazzei), dall’Udc (Gioia e Repetto) e da Guido Grillo (Pdl). Assente dalla seduta solamente il vicepresidente Baroni (gruppo misto).

    L’aula ha anche respinto due emendamenti proposti da Federazione della Sinistra e Lista Musso che chiedevano una nuova modifica delle aliquote sui canoni concordati e l’eliminazione del requisito di anzianità per l’abbassamento dell’aliquota sulle abitazioni di pregio, con voto che ha seguito l’indicazione della giunta. Approvato, invece, un ulteriore emendamento proposto da M5S, Fds e Lista Musso, con parere favorevole della giunta, che impegna la giunta a sollecitare una revisione delle classificazioni catastali delle abitazioni in categoria A1 entro 30 giorni.

    Che cosa dice la delibera approvata

    consiglio-comunaleIl documento approvato oggi dall’aula salva 5,5 milioni di euro dal bilancio comunale e riduce il mancato gettito dai 7,7 milioni di euro, a cui si sarebbe arrivati con gli emendamenti dell’opposizione approvati martedì scorso, a “soli” 2,2 milioni.

    «Le modifiche apportate alla proposta di giunta martedì scorso, assolutamente legittime, hanno avuto una conseguenza oggettiva e misurata – ribadisce il sindaco – e cioè hanno ridotto la disponibilità di risorse da entrare fiscali del comune di Genova di 7,7 milioni. Una cifra insostenibile considerando che il gettito complessivo della tassazione sulla casa è di 189 milioni». Questo dato oggettivo, secondo il primo cittadino, ha una conseguenza chiara: «Se lasciamo le cose così – spiegava Doria ai consiglieri prima del voto – il taglio di 7,7 milioni si ripercuote sull’erogazione di servizi. Il bilancio di spesa del comune è fatto di spese che per legge non sono comprimibili e altre prestazioni che tecnicamente lo sono, ovvero i servizi e non solo il sociale. Dal punto di visto politico una compressione di questi servizi da parte del Comune non è sostenibile. Un comune che continua a ridurre l’erogazione di servizi non è il comune che ho in mente, pur avendo la possibilità legittima di recuperare risorse per non operare tagli oltre a quelli che siano stati costretti a fare per il venir meno di risorse a livello nazionale». Doria sostiene che la giunta non abbia “rigettato” lo stimolo del consiglio ma lo abbia «analizzato, producendo uno sforzo per dare una risposta di merito che tenga però conto degli equilibri di bilancio, una proposta economicamente gestibile che comporterà di partire da un punto più arretrato per andare avanti, che richiederà ulteriori sforzi con un confronto che dovrà essere chiaro, trasparente, con assunzione di responsabilità politica da parte di tutti noi».

    Per quanto riguarda il merito dei provvedimenti proposti dalla giunta, viene confermato sostanzialmente quanto anticipato nei giorni scorsi. L’aliquota per i canoni concordati passa da 0,85% a 0,78%. A questa riduzione, però, va applicata un’ulteriore diminuzione del 25% prevista dalla legge di stabilità, arrivando così a un’aliquota di 0,58% come richiesto dall’emendamento proposto dall’opposizione e approvato martedì scorso. Per quanto riguarda le dimore signorili che ricadono nella categoria catastale A1, la giunta limita la validità della riduzione dell’aliquota dallo 0,58% allo 0,29% solamente per proprietari ultrasettantenni e con reddito familiare non superiore ai 20 mila euro.

    I canoni concordati a Genova sono circa 19500. Con la prima versione dell’emendamento, il bilancio del Comune di Genova avrebbe dovuto rinunciare a 5 milioni di euro mentre con la definitiva modifica della giunta il “buco” si ferma a 1,5 milioni. Per quanto riguarda, invece, le dimore signorili, la nuova delibera prevede un ammanco di gettito pari a circa 6-700 mila euro a fronte dei 2,7 milioni a cui, invece, si sarebbe arrivati con l’emendamento di martedì. A Genova sono 4163 le abitazioni A1 ma di queste solo circa 2300 sono “prime case” e quindi soggette alle agevolazioni.

    La maggioranza che non c’è più

    consiglio-comunaleRisolta l’impasse resta il dato politico, noto ormai da tempo, che la maggioranza uscita dalla urne nel 2012 non è più tale in Consiglio comunale: su 41 consiglieri, sindaco compreso, solo 17, sindaco compreso, ormai appoggiano la giunta e le delibere delicate passano solo attraverso strategiche astensioni di consiglieri che da tempo hanno abbandonato la maggioranza stessa e che l’hanno sempre corteggiata.

    Il sindaco sostiene di conoscere perfettamente la realtà e che, la sua amministrazione, «per vivere tranquilla deve avere un consenso più ampio in Consiglio comunale. Quanto si è verificato in questi giorni deve farci riflettere molto perché è merso che è necessario rinsaldare una maggioranza più ampia, in una situazione in cui il ruolo del sindaco è quello di cucire i rapporti. Da questo punto di vista intraprenderò un’azione politica verso tutti i consiglieri che non hanno votato contro nella giornata odierna». Che cosa significhi nel concreto, non è dato saperlo. Difficile che Doria stia pensando a un rimpasto di giunta, a circa un anno dal termine del mandato. Più probabile che intensifichi il rapporto con i transfughi cercando di coinvolgerli nuovamente all’interno delle riunioni di maggioranza per concordare il comportamento sui temi più strategici della città. Una strada, quella del dialogo, già tentata a più riprese in precedenza ma non ha mai dato grandi frutti.

    Per una prova del nove, comunque, basterà attendere un paio di settimane, quando in Consiglio comunale approderà la votazione del bilancio. «Il Consiglio comunale – spiega Doria – avrà modo di verificare a breve in aula gli equilibri di bilancio, per poste in entrata e in uscita, compreso ciò che deriva anche da questa manovra». La delibera sul bilancio, infatti, inizia il proprio iter in commissione lunedì prossimo.

    Doria, però, scaccia con convinzione i fantasmi di un commissariamento che, a suo dire, sarebbe un prezzo troppo pesante da far pagare a un’amministrazione pubblica perché «un’istituzione commissariata ha capacità di azione limitata, è più lenta e meno capace di interloquire con i cittadini». E il sindaco porta anche un esempio a riguardo: «Oggi – spiega- il governo ha dato il proprio sostegno al Blue Print e ciò è stato possibile solo perché c’è un amministrazione comunale che opera, è attiva e non è paralizzata». Infine, il sindaco tiene a sottolineare che «la procedura che abbiamo attuato è assolutamente legittima perché si è chiamato un Consiglio comunale a pronunciarsi su una nuova proposta che prendeva atto di deliberazioni precedenti il cui impatto non era sostenibile. Non c’è stato alcun tipo di violenza fatta al Consiglio comunale: la giunta ha presentato una proposta diversa dal risultato di martedì ma anche dai nostri intendimenti iniziali, tenendo sempre in mente l’equilibrio del bilancio a fronte dei servizi da erogare».

  • Comune di Genova, ecco la “pezza” per salvare bilancio e giunta. Venerdì pomeriggio si vota in Consiglio

    Comune di Genova, ecco la “pezza” per salvare bilancio e giunta. Venerdì pomeriggio si vota in Consiglio

    Marco DoriaDa un buco di 7,7 milioni di euro a uno di “soli” 2,2 milioni da coprire con varie limature di bilancio che non incidano sensibilmente sull’erogazione dei servizi, in particolare nel settore sociale, scolastico e del trasporto pubblico. E’ questo l”obiettivo della delibera approvata mercoledì sera dalla giunta del Comune di Genova per rimediare ai due emendamenti critici presentati dall’opposizione e approvati dal Consiglio comunale martedì scorso per modificare le aliquote della tariffa Imu-Tasi. Il testo del nuovo provvedimento, diffuso dalla agenzia di stampa “Dire” dovrà ora essere approvato dalla seduta straordinaria di Consiglio comunale che si terrà venerdì pomeriggio alle 14.30. La data limite, imposta dalla legge, per approvare le aliquote sulla tassazione delle abitazioni è infatti sabato 30 aprile. Difficile che si arrivi ai 21 voti favorevoli, necessari per una maggioranza assoluta che significherebbe anche un ricompattamento politico attorno al sindaco, ma è più probabile che la delibera venga approvata a maggioranza relativa con qualche astensione strategica. «Se la proposta non passa – conferma il sindaco Marco Doria – ce ne andiamo tutti a casa».

    La controproposta della giunta

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D2Per quanto riguarda l”emendamento che proponeva di abbassare dallo 0,58% allo 0,29% l”aliquota per gli immobili A1 (dimore signorili) adibiti ad abitazione principale, che nel testo originario avrebbe provocato mancati gettiti per 2,7 milioni di euro, la giunta propone di limitarne la validità ai proprietari con età pari o superiore a 70 anni e con reddito familiare non superiore ai 20 mila euro. In tutti gli altri casi, l”aliquota resta dello 0,58%.

    Sull”emendamento che abbassava l”aliquota dallo 0,85% allo 0,58% per i proprietari che concedono in locazione immobili a canone concordato, che comporterebbe ammanchi al bilancio di Tursi per 5 milioni di euro, Doria e assessori propongono una riduzione più contenuta, dallo 0,85% allo 0,78%, pari cioè al 25% già concesso dalla legge di stabilità 2016, considerato anche che “tale agevolazione va ad aggiungersi a quella derivante dall”applicazione della ‘cedolare secca’ con cui viene tassato, nella percentuale del 10%, il reddito proveniente da tali contratti, determinando, per gli stessi, un regime particolarmente favorevole”.

    Ora si tratta di trovare i voti necessari per far passare la delibera: se il franco tiratore del Pd, Paolo Veardo, che aveva votato favorevolmente all’emendamento sulle abitazioni signorili, dovrebbe essere riportato nei ranghi dal partito, più incerto è il comportamento dei tre consiglieri (Caratozzolo, Vassallo e Gozzi) transfughi dem che hanno dato vita al nuovo gruppo consiliare di Percorso comune, il cui voto potrebbe essere decisivo.

    Tagli insostenibili

    In una nota, la giunta ha comunicato che la modifica proposta tiene conto degli emendamenti voluti dall’opposizione ma introduce “meccanismi più selettivi e attenti agli effetti sociali e comunque tali da non incidere drammaticamente sul bilancio del Comune con tagli ai servizi per i cittadini che sarebbero ingiusti e insopportabili”. La riduzione imposta dai due emendamenti passati martedì, infatti, provocherebbe per le casse di Tursi già falcidiate dai tagli dello Stato (165 milioni in meno dal 2011), la necessità di scaricarne le conseguenze sulle tasche dei cittadini. L’amministrazione si dice anche “consapevole che, vista la particolare diffusione delle case A1 nella nostra città, ci possono essere persone anziane che, pur avendo basso reddito, per storia familiare o per altre circostanze, abitano in alloggi catalogati di lusso; però la questione non deve essere risolta attraverso una agevolazione estesa a tutti, indipendentemente dal reddito“. La diminuzione del gettito, inizialmente quantificata in circa 8 milioni, spiega palazzo Tursi, se non fossero accettate le modifiche della giunta “ricadrebbe in modo inaccettabile sui cittadini”. Sindaco e assessori ricordano che non ci sono ”sprechi” da tagliare, e sottolineano che “le spese per il personale sono scese di cinquanta milioni, sono costantemente diminuiti i dipendenti e l’indebitamento del Comune”. In queste condizioni, prosegue la giunta Doria, “l’abbassamento indiscriminato dell’aliquota sulle case classificate come A1 di lusso, così come previsto da uno degli emendamenti, si risolverebbe in una grave ingiustizia perché toglierebbe soldi ai servizi, in particolare per i meno abbienti, concedendo invece agevolazioni fiscali a famiglie di reddito più elevato” mentre “nel definire le aliquote di imposta e le tariffe l’amministrazione comunale si è sempre ispirata a criteri di equità sociale, pur nelle ristrettezze finanziarie e dovendo rispettare i vincoli di legge”.

    La mozione di sfiducia del Movimento 5 Stelle

    palazzo-tursi-putti-paolo-M5S-D2Intanto, su Doria e assessori, nelle prossime settimane, potrebbe gravare un’altra scure. Il Movimento 5 Stelle, infatti, con un lungo j’accuse, chiede al sindaco di «dimettersi perché non ne possiamo più. Della sua inconsistenza amministrativa. Della sua inerzia a tutela dei poteri forti. Del suo aristocratico distacco. Della sua debolezza politica (ed il Consiglio di martedì ne è l’ennesima cartina tornasole)». I grillini annunciano che se il sindaco «non si dimetterà, prepareremo una mozione di sfiducia. Servono 16 firme di consiglieri; noi siamo 5. Chi vuole starci sa dove trovarci. A tutti gli altri, evidentemente, va bene così».

    La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo M5S, è stata il comportamento del primo cittadino nella gestione dell”emergenza sversamento greggio nel Polcevera e a mare a seguito della rottura dell”oleodotto Iplom. «Non è colpa del sindaco se è scoppiato il tubo – dicono – ma è colpa del sindaco non aver fatto nulla in questi 4 anni per mitigare questo ed altri rischi per i genovesi. E’ colpa di Marco Doria aver spinto le grandi opere che aggiungono distruzione e dissesto proprio lungo la Val Polcevera. E’ colpa di Marco Doria non aver incontrato i cittadini lunedì sera (24 ore dopo l’accaduto)». E’ ancora «colpa del sindaco non aver gridato ai quattro venti cosa sta succedendo a Genova. E’ colpa del sindaco non aver preso il primo volo per Roma ed afferrato per il collo ministro (che solo martedì è arrivato in visita) e presidente del Consiglio affinché mettessero a disposizione tutti i mezzi disponibili. Mandano l’esercito per i no-global ma non per un disastro ambientale. Vengono in delegazione per tagliare i nastri ma non per affondare i piedi nel greggio. Il petrolio della Val Polcevera è la goccia (milioni di miliardi di gocce) che fa traboccare il vaso». L”accusa, dunque, si allarga a tutte le istituzioni che «adesso, mentre la melassa nera scorrazza allegra oppure e” affondata oppure e” aspirata oppure chissà dicono che l”emergenza e” finita. Sono stati tutti bravi, impeccabili, tempestivi, presenti. Hanno finito le parole. Invece ne vogliamo sentire ancora cinque: scusate, siamo inadeguati. Ci dimettiamo».

  • Comune di Genova, l’opposizione “taglia” 8 milioni di euro. A rischio il bilancio 2016 e la giunta Doria

    Comune di Genova, l’opposizione “taglia” 8 milioni di euro. A rischio il bilancio 2016 e la giunta Doria

    palazzo-tursi-aula-dietro-D7Un doppio colpo di mano dell’opposizione, sostenuta anche da tutti i transfughi del Pd e, almeno in un caso, da un consigliere che ancora appartiene alle fila dei dem, mette in crisi la tenuta del bilancio previsionale 2016 del Comune di Genova e, ancora una volta, quella della maggioranza (?) che sostiene (?) il sindaco Marco Doria.

    Imu-Tasi, l’opposizione taglia aliquote su canoni concordati e case signorili

    La notizia, ormai, è nota. Nel corso del Consiglio comunale di martedì 26 aprile la giunta Doria è andata due volte sotto sulla delibera che decide le aliquote e le detrazioni sulla tassazione Imu-Tasi sulla casa per il 2016. L’aula, con parere contrario dell’assessore al Bilancio, Francesco Miceli, ha infatti approvato due emendamenti che, secondo i primi calcoli, provocano mancanti introiti alle casse di Palazzo Tursi per circa 8 milioni di euro, rendendo il bilancio stesso praticamente insostenibile.
    Il primo emendamento, proposto dal Movimento 5 Stelle, fa scendere l’aliquota per i canoni concordati (l’anno scorso 19500 in tutto il Comune) dallo 0,85% allo 0,58% e provocherebbe minori introiti per circa 3,8 milioni: la modifica è stata accolta con 20 voti favorevoli (tutta l’opposizione, compresi i due consiglieri di Federazione della Sinistra e i tre di Percorso comune); contrari solo i 17 consiglieri, sindaco compreso, che rappresentano ormai a stretta maggioranza della giunta Doria che, nei fatti, maggioranza non è più.
    Il secondo emendamento, riguarda la decurtazione del 50% del canone per l’abitazione principale di categoria A1 (abitazioni di tipo signorile, l’anno scorso 4163 nel territorio comunale ma non tutte “prime case”), che passa da 0,58% a 0,29%. La modifica è stata proposta da tutta l’opposizione ed è passata con 19 voti favorevoli, compreso quello del franco tiratore del Pd, Paolo Veardo; contrari i restanti 16 consiglieri di maggioranza, sindaco compreso, e i due rappresentanti di Federazione della sinistra.

    Bilancio 2016 e giunta in crisi: i numeri che mancano

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D2E dire che, poco prima del voto, lo stesso assessore Miceli aveva illustrato all’aula i conti previsionali per il 2016, in cui è necessario affrontare minori trasferimenti dallo Stato per altri 8 milioni di euro rispetto all’anno scorso.
    Dopo l’approvazione degli emendamenti, l’assessore molto scosso avrebbe pensato alle dimissioni. D’altronde, se il bilancio non trovasse l’equilibrio, sarebbe inevitabile l’arrivo di un commissario che, per prima cosa, alzerebbe tutte le aliquote e ridurrebbe tutte le agevolazioni per far quadrare i conti.
    In serata, però, lo stesso Miceli sembrava essere tornato a più miti consigli e volersi concentrare con gli uffici comunali per trovare una soluzione tecnica e politica possibile per salvare il bilancio. L’assessore ha però ricordato che «un emendamento che abbassa la tassazione sulle case signorili e rischia che venga intaccata la capacità di spesa per i servizi sociali e il trasporto pubblico è irresponsabile. Così si mette in discussione l’equilibrio di bilancio e si corre il rischio di togliere finanze ai cittadini più bisognosi».

    Per “metterci una pezza”, una strada potrebbe essere quella di portare in aula una nuova delibera che ripristini la situazione precedente all’approvazione degli emendamenti. Ma, al di là della fattibilità tecnica, Doria e assessori dovrebbero trovare i voti per far approvare dal Consiglio comunale una decisione in tal senso.

    A conti fatti, la maggioranza è ormai una minoranza. Sulla carta, compreso il proprio, i voti su cui il sindaco può contare sono solo 17 su 41, ovvero gli 8 consiglieri del Pd rimasti all’interno del gruppo e gli 8 di Rete a Sinistra (6 Lista Doria, 1 a testa Sel e Possibile). L’ago della bilancia, come ormai d’abitudine in Sala Rossa, è rappresentato dai 3 consiglieri di Percorso comune (Caratozzolo, Vassallo e Gozzi), gli ultimi ad aver abbandonato il Partito democratico, e dai 3 consiglieri del gruppo Misto ex Idv (Anzalone, De Benedictis e Mazzei). Poi, ci sarebbero anche i 2 rappresentati dell’Udc (Gioia e Repetto) che, pur essendo formalmente all’opposizione, in passato hanno spesso rappresentato un’importante ciambella di salvataggio per Doria; ma questo accadeva soprattutto prima che il centrodestra si insediasse in Regione con Giovanni Toti.

    Il bilancio previsionale 2016: da “lacrime e sangue” a “resistenza alla resa”

    tagli trasferimenti governo bilancio comune genovaIntanto, i documenti che riguardano il bilancio verranno esaminati da tutte le commissioni competenti a partire da lunedì prossimo. A differenza dello scorso anno, quello del 2016 non sarà più un bilancio in due tempi perché, almeno fino agli emendamenti dell’opposizioni, le entrate prevedibili erano pressoché certe. Se negli anni passati il bilancio preventivo del Comune di Genova era stato definito “drammatico” o di “lacrime e sangue”, per il 2016 l’assessore Francesco Miceli, presentandolo alla stampa, lo aveva sintetizzato come «di resistenza alla resa».

    «Questo è il quinto bilancio della nostra amministrazione – ricorda il sindaco Doria, il cui mandato era iniziato proprio con la gestione dei conti previsionali per il 2012 – in cui il Comune è in grado di presentare conti puliti, corretti, rispettando indicazioni e condizionamenti che la politica economica del governo ha dato ai Comuni italiani. Non abbiamo mi sforato il patto di stabilità, abbiamo progressivamente ridotto l’indebitamento Comune di Genova proseguendo il percorso già iniziato nel precedente ciclo amministrativo, dando un contributo notevolissimo a tenere in ordine i conti di un Paese a rischio di tracollo finanziario e che ha accollato ai Comuni i maggiori oneri per tenere in piedi il sistema della finanza pubblica».

    Come riportato dall’agenzia Dire, a livello complessivo, l’equilibrio si attesta attorno 1,668 miliardi di euro, che ne fanno il sesto bilancio comunale in Italia. La parte corrente, invece, si ferma a poco meno di 816 milioni di euro, con una contrazione di circa 12 milioni rispetto al bilancio preventivo del 2015. Le minori risorse sono dovute sostanzialmente a ulteriori tagli arrivati dal governo centrale per complessivi 7,75 milioni, compreso circa 1 milione di differenza da un mancato completo risarcimento degli introiti dall’eliminazione della tassazione sulla prima casa (circa 72 milioni nel complesso).

     «Dal 2011 a oggi – ha spiegato l’assessore Miceli – abbiamo ricevuto tagli complessivi per quasi 165 milioni di euro. Basti pensare che partecipiamo al Fondo di solidarietà comunale per 78 milioni ma ce ne tornano solamente 59».

    Non va dimenticato però che, l’anno prossimo, a Genova si andrà a votare per il rinnovo dell’amministrazione. Ecco, allora, che il sindaco Marco Doria la settimana scorsa annunciava che «spenderemo tutto quello che saremo in grado di poter spendere, nei limiti della sostenibilità di bilancio, senza aumentare il debito pubblico ma neppure senza premere sull’acceleratore per la sua riduzione». Tradotto, ci potranno essere nuovi investimenti, soprattutto sul capitolo manutenzioni, benché la possibilità dell’amministrazione di contrarre debiti sia limitata: «Non esiste più il patto di stabilità – spiega l’assessore Miceli – ma il bilancio del Comune deve stare comunque in equilibrio e dobbiamo sottostare ad altri vincoli come quello di indebitamento massimo di circa 70 milioni e adesso siamo attorno ai 56 milioni. E va considerato che una quota va sempre tenuta per eventuali somme urgenze». Le previsioni comunque parlano di un debito complessivo che scenderà sotto il muro di 1,2 miliardi di euro, con una contrazione di oltre 200 milioni nel giro di 12 anni. «E’ una cifra che va considerata non solo in valore assoluto – chiosa Miceli – ma per il suo valore anticicliclo. Mentre lo Stato aumenta il debito, gli enti locali pesano sulla spesa pubblica nazionale solo per 6-8% e il debito rappresenta solo 2% di quello complessivo».

    Per quanto riguarda gli investimenti, invece, nel complesso il Comune ha previsto per il 2016 circa 172 milioni di euro, tutti frutto di finanziamenti interni, tra tasse, avanzi di bilancio precedenti, indebitamenti e altre entrate.
    A proposito di entrate, la voce principale è naturalmente rappresentata dalle tasse pagate dai cittadini che contribuiscono per oltre 402 milioni, pari al 49,36% del gettito complessivo. Le direzioni comunali, invece, potranno spendere 82,7 milioni almeno finché non interverranno variazioni di bilancio. Il totale è di circa 7 milioni inferiore allo scorso anno.

    Prima dell’approvazione degli emendamenti sulle aliquote Imu-Tasi i tagli avrebbero inciso solo in minima parte sul sociale (900 mila euro in meno rispetto all’anno scorso) e sulle scuole (20 mila euro in meno). Rispetto al bilancio preventivo dell’anno scorso, nessun taglio dei contributi era previsto per Amt, anche se la cifra (86,8 milioni di cui 29,1 di contributo diretto del Comune) è inferiore di 2,4 milioni rispetto alla partita scritta nel bilancio consuntivo 2015 ma l’assessore Miceli aveva assicurato che nel corso dell’anno sarebbe stata garantita la continuità aziendale.
    A livello consolidato, sommando le capacità di spesa corrente e in conto capitale, e quindi anche il costo del personale, il settore in cui Palazzo Tursi spende di più è proprio quello relativo a trasporti, manutenzioni e mobilità (185 milioni in conto capitale, 137 milioni in parte corrente); segue lo sviluppo sostenibile e la tutela del territorio (36 milioni in conto capitale, 143 milioni di parte corrente), il cui dato è tuttavia inficiato dalla tariffa dei rifiuti. Al terzo posto le politiche sociali (17 milioni in conto capitale, 77 milioni in parte corrente).

    Ma il sindaco ricorda che «i bilanci vanno letti sia come preventivo che come consuntivo. le cifre che vengono spese sono da vedersi soprattutto a fine anno. Lo dico perché in quattro anni, tutte le volte, siamo stati costretti ad approvare un bilancio previsionale ad anno abbondantemente iniziato e poi operare in corso d’opera variazioni anche significative che ci consentivano di realizzare le nostre politiche. Questo perché, in anni di tagli, l’impegno dell’amministrazione comunale è sempre stato quello di garantire una spesa per i servizi sociali che non venisse falcidiata, massacrata perché la riteniamo politicamente qualificante».

  • Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

    Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

    iplom-petrolio-inquinamentoNel territorio metropolitano provinciale di Genova esistono 16 impianti industriali considerati a rischio di incidente rilevante, secondo i parametri del decreto legislativo n. 334/1999, modificato a più riprese fino alla recente integrazione del decreto 105 del luglio scorso. A dirlo è l’ultimo rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Ben 13 di questi impianti sono dislocati sul territorio del Comune di Genova, facendone il terzo a livello nazionale per concentrazione, preceduto soltanto da Ravenna (26 impianti) e Venezia (15). La nostra città deve la sua posizione in questa speciale classifica alla presenza di infrastrutture legate al comparto petrolifero: il porto genovese è stato ed è porta geografica importante per il circuito degli idrocarburi del nord Italia, e non solo.

    Per tutti questi impianti sono previste norme di sicurezza molto stringenti, tra cui quella che prevede la realizzazione, da parte dell’azienda, dei Piani di Emergenza Interna (PEI), che devono essere perfezionati attraverso periodiche esercitazioni. Dei 16 impianti provinciali, 10 rientrano anche nelle normative previste dall’articolo 8 della già citata legge in cui vengono prescritti particolari provvedimenti, per via delle quantità di materiale pericoloso trattato e stoccato. Tra queste disposizioni, una delle più caratterizzanti è quella che rende obbligatoria la stesura da parte della Prefettura di competenza di un Piano di Emergenza Esterno (PEE).

    Era Superba vi ha già descritto la situazione dei PEE legati agli impianti Iplom di Fegino e Busalla, svelando, prima di altri, ritardi inquietanti nella stesura e nell’aggiornamento di questi documenti fondamentali per la sicurezza dell’ambiente e delle persone.

     Ma non ci siamo fermati qui. Facendo ulteriori verifiche abbiamo “scoperto” che di questi 10 impianti, ad oggi, solo uno è dotato di un PEE aggiornato, pubblico e quindi valido, mentre 4 hanno un PEE pubblico ma scaduto da un anno. Per i rimanenti 5 non vi è traccia della documentazione, che dovrebbe essere pubblica e, anzi, divulgata chiaramente alla popolazione.

    I Piano di Emergenza Esterna scaduti

    IMG_3722Come abbiamo visto nel precedente articolo, ogni PEE deve essere aggiornato ogni qualvolta subentrino modifiche sostanziali nelle infrastrutture dell’impianto e, comunque, con una cadenza che non superi i tre anni.
    L’unico sito che oggi risulta essere adeguatamente “coperto” è A-Esse s.p.a., di Cravasco, che produce ossidi di zinco, il cui PEE, licenziato nel 2013, sarà valido fino al prossimo luglio.

    Risultano invece “scaduti” i restanti 4 PEE pubblicati sul sito web delle Prefettura genovese: oltre agli impianti Iplom di Fegino, quindi, il sito Eni di Pegli (Ex Praoil), che movimenta e stocca prodotti petroliferi, Superba s.r.l, che oltre agli idrocarburi movimenta prodotti chimici, e la Carmagnani s.p.a., attiva nello stesso settore. Questi tre impianti formano quello che i tecnici chiamano “Quadrante Multedo”: vicinissimi tra loro, hanno porzioni delle “zone di danno” che si intersecano, con un potenziale “effetto domino” che in caso di incidenti potrebbe rivelarsi decisamente drammatico. Come tutti sanno, inoltre, nelle immediate vicinanze sussistono zone densamente abitate (Pegli e Sestri Ponente), scuole, impianti sportivi, autostrada e linea ferroviaria. Senza dimenticare il torrente Varenna e il mare a pochissimi metri. In questo contesto particolarmente delicato, quindi, un ritardo nell’aggiornamento dei PEE assume contorni inquietanti: i piani esistono, intendiamoci, ma sono del 2012 e quindi fuori norma.

    I Piani di Emergenza Esterna “fantasma”

    iplom-petrolio-inquinamentoRicapitolando: dei cinque PEE pubblicati sul sito web della Prefettura, solo uno è attualmente valido. Ma qual è la situazione per i rimanenti impianti a rischio incidente rilevante presenti sul territorio metropolitano genovese? Come abbiamo visto, il PEE della raffineria Iplom di Busalla risale al 2006 e non è disponibile al pubblico perché, stando a quanto riferito dalla Prefettura, “in fase di revisione”.

    Per gli altri 4 impianti la situazione è simile: del PEE non c’è traccia sul sito della Prefettura. Stiamo parlando dei depositi chimici Silomar di Ponte Etiopia, a pochi metri dallo snodo di San Benigno e dalla Lanterna; i depositi petrolchimici Petrolig, situati in Calata Stefano Canzio, nel cuore del porto vecchio; i depositi Sigemi di fronte a San Quirico e a due passi dal Polcevera; il Porto Petroli Eni, sempre a Multedo.

    Il Comune: «Non è compito nostro ma vigiliamo». La Regione: «Presto tavolo con prefettura e governo»

    iplom-petrolio-inquinamentoLa questione sembra cogliere di sorpresa anche gli enti locali. L’assessore per la Protezione Civile del Comune di Genova, Gianni Crivello, che abbiamo rincorso tra la gestione dell’emergenza sul Polcevera e l’allerta meteo, ricorda che «la materia non è di diretta competenza comunale. I nostri uffici tecnici sono al lavoro per approfondire la questione: solo dopo un’attenta verifica della situazione ci muoveremo». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicesindaco, Stefano Bernini: «La competenza dei piani di emergenza non è nostra – ribadisce – durante la stesura del Puc, ovviamente, ci siamo appoggiati ad Arpal e Regione che ci ha fornito le documentazioni tecniche sulle aree limitrofe ai grandi impianti industriali».

    La Regione, invece, attraverso l’assessore all’Ambiente e alla Protezione civile, Giacomo Giampedrone, ci assicura che «finita l’emergenza (sul caso Iplom, ndr) chiederemo urgentemente un tavolo con Prefettura e governo per approfondire questa vicenda che, se fosse confermata, rileverebbe un dato preoccupante» perché un caso come quello di Fegino «non può ripetersi in nessuna maniera e perché non è possibile che i cittadini oggi convivano oltre che con il danno, anche con la paura costante che qualcosa possa succedere».
    A preoccupare non sono, però, solo le procedure di emergenza ma anche tutta la questione legata agli oleodotti che attraversano la città: «Non è immaginabile che tubature con una qualche carenza attraversino la città di Genova – continua Giampedrone – e bisogna affrontare la questione con un piano nazionale».

    Adesso è certamente il momento dell’emergenza, momento in cui bisogna fare in fretta per arginare un danno ambientale che col passare delle ore appare sempre più grave, soprattutto con il maltempo che complica le operazioni di messa in sicurezza. Una volta che l’urgenza sarà terminata e la bonifica definitiva avviata, però, è necessario che gli enti preposti si diano da fare per mettere in sicurezza il territorio: gli strumenti ci sarebbero, basterebbe predisporli nella maniera adeguata, ognuno secondo le proprie competenze. E, possibilmente, anche rapidamente.


    Nicola Giordanella

  • Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio

    Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio

    iplom-petrolio-arpal-genovaEmergenza ambientale a Genova, per la rottura di un tubo dell’oleodotto Iplom. Tutti ne parlano da domenica sera. Mentre la magistratura indaga, l’azienda e le istituzioni cercano di accelerare al massimo i tempi di messa definitiva in sicurezza con l’ansia piogge e sversamento in mare, Era Superba ha scovato un elemento che al grave danno aggiungerebbe una altrettanto grave beffa.

    L’intervento per arginare i danni causati dalla rottura della tubatura di Fegino, è stato condotto sulla base di un Piano di Emergenza Esterno che risulta non essere aggiornato dal 2012 e, quindi, secondo quanto previsto dalla legge, “scaduto” nel 2015. Un caso non isolato: la situazione è ancora più grave ed inquietante se si guarda all’altro impianto petrolifero presente sul territorio metropolitano genovese, cioè la raffineria Iplom di Busalla, dove l’ultimo piano risale al 2006. La responsabilità di questo documento è della Prefettura di Genova che, come tutte le prefetture, ha il compito previsto dal legislatore di redigere questo documento, verificarlo e tenerlo aggiornato secondo criteri e scadenze precise.

    Il quadro normativo

    La legge parla chiaro: per ogni impianto industriale considerato a rischio rilevante, la Prefettura di competenza ha l’obbligo di redigere il Piano di Emergenza Esterno (PEE), renderlo di evidenza pubblica e aggiornarlo al massimo ogni tre anni. Il quadro normativo di riferimento è il Decreto Legislativo 105, del 26 giugno 2015, che recepisce (sforando di un mese sulla scadenza ultima) l’aggiornamento apportato dalla direttiva comunitaria del 4 luglio 2012 alla precedente “Direttiva Seveso” del 1982 (recepita dal legislatore italiano nel 1988), già aggiornata in precedenza durante lo stesso 1982 (in Italia solo nel 1999) e poi nel 2003 (nel nostro ordinamento dal 2005). Una storia, quindi, costellata di ritardi.

    La norma prevede tutta una serie di obblighi atti a prevenire gravi incidenti industriali, con le relative conseguenze su persone e ambiente, come appunto accadde il 10 luglio del 1976 a Seveso, quando un’enorme nube tossica fuoriuscì dagli impianti chimici della ICMESA, investendo terreni e abitazioni.
    Da quel disastro, quindi, nacque l’esigenza a livello europeo di avere regole precise e rigorose per evitare nuove sciagure. Tra gli elementi chiave della direttiva, l’obbligo di studiare e rendere operativi piani di emergenza esterni: organizzare, cioè, strategie di azione in tutte quelle ipotetiche situazioni di crisi che coinvolgono l’ambiente esterno all’impianto in questione.

    Che cos’è il Piano di Emergenza Esterno

    iplom-petrolio-genova-polceveraNel dettaglio, il PEE elenca tutte le sostanze pericolose presenti nel sito e i luoghi dove sono stoccate, prevede una casistica di incidenti potenziali secondo i diversi livelli di gravità, cataloga le aree attigue differenziandole in zone di danno potenziale, e stila una serie di interventi possibili, mappando criticità, l’assetto idrogeologico, ulteriori aree a rischio limitrofe, gli accessi agli impianti e le vie di fuga per la popolazione, e coordinando Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Polizia ed enti territoriali.

    In altre parole, con il PEE, in caso di incidente, si sa cosa c’è, si sa dove è, si sa cosa può succedere, e soprattutto si sa subito come intervenire il più efficacemente possibile.

    Proprio per questo, il suo aggiornamento è fondamentale. Ogni modifica sostanziale degli impianti, infatti, deve essere catalogata e verificata, ma non solo: anche semplici cambiamenti viari e delle infrastrutture limitrofe a un determinato impianto possono costituire un fattore di novità importante, che è meglio non appurare ad emergenza in corso.

    Il PEE scaduto dell’Iplom di Fegino

    Foto da profilo Facebook EnpaRitardi, dicevamo. Per quanto riguarda gli impianti di Fegino, sul sito web della Prefettura è pubblicato integralmente un PEE, datato 2012. Sullo stesso documento, però, viene predisposto un aggiornamento su base triennale, la cui prima scadenza, quindi risulta essere il 2015. In altre parole, quello vigente è un piano scaduto, non aggiornato, vecchio. L’intervento che ha seguito lo sversamento di petrolio nel rio Fegino, e poi nel Polcevera, quindi, potrebbe essere stato inficiato da questo dato.

    Abbiamo chiesto chiarimenti alla Prefettura, le cui uniche risposte sono state una serie di rimbalzi interni, unita a un «non possiamo rispondere né in senso né nell’altro».

    Il PEE scaduto dell’Iplom di Busalla

    Torniamo a Busalla. Il PEE relativo alla raffineria Iplom non si trova sul sito della Prefettura e, in base alle nostre ricerche, non ne esiste copia pubblica. Abbiamo contattato, quindi, il sindaco di Busalla, Loris Maieron, che ci ha confermato che l’ultima versione disponibile risale al 2006, quindi scaduta dal 2009: «Appena mi sono insediato, nel 2014, ho appurato questa situazione – precisa il primo cittadino – e ho fatto diverse richieste al Prefetto in merito, l’ultima volta ufficialmente l’agosto scorso».

    iplom-petrolio-mareAnche Iplom, da parte sua, ci ha confermato questo dato, mettendo la propria copia a disposizione per una consultazione in quanto «documento pubblico», come ha specificato l’ufficio stampa dell’azienda.
    Anche in questo caso abbiamo chiesto chiarimenti ai funzionari degli uffici prefettizi di Genova che, dopo una serie di ricerche interne, hanno confermato la situazione: il PEE relativo alla raffineria di Busalla risale al 2006 e non è pubblico perché in fase di aggiornamento. Alla domanda sul perché di un tale ritardo la risposta è stata un secco «no comment».

    Alla luce di questi dati, quindi, è legittimo pensare che l’emergenza successiva all’incidente di domenica 17 aprile, che in queste ore sta tenendo con il fiato sospeso tutta la città, e non solo, potesse essere affrontata in maniera più efficace se il PEE fosse stato aggiornato, come prescritto dalla legge. Un dubbio che rimarrà tale. Per quanto riguarda Busalla, invece, la speranza è quella di non doversi porre mai questa domanda.


    Nicola Giordanella

  • Movida, arrivano le ordinanze anti-alcol per Centro storico e Sampierdarena. Minimarket chiusi alle 21

    Movida, arrivano le ordinanze anti-alcol per Centro storico e Sampierdarena. Minimarket chiusi alle 21

    alcoliciPresentate oggi ed entreranno in vigore nei prossimi giorni le tanto attese ordinanze sindacali per la limitazione della vendita di bevande alcoliche nel centro storico di Genova e in buona parte del quartiere di Sampierdarena. Due provvedimenti distinti ma in realtà quasi identici che, come spiega il sindaco Marco Doria e riporta l’agenzia Dire, fanno seguito a «un regolamento che abbiamo già approvato e, sull’esempio di quanto fatto da altre città come Parma, fissano il principio che in città c’è spazio per il divertimento ma ci deve essere spazio anche per la tutela dei diritti, il riposo e la convivenza tra locali e cittadinanza che abita, vive e lavora nei quartieri. C’è un filo che lega questo provvedimento a quello sulle sale da gioco: il Comune non vuole assistere passivamente al dilagare di fenomeni che oggettivamente impoveriscono la qualità della vita in città». Il messaggio che arriva dall’amministrazione non ha vocazione prettamente proibizionista ma si rivolge con fermezza soprattutto nei confronti dei cosiddetti minimarket che, se vendono bevande alcoliche, saranno costretti a chiudere alle ore 21 nei quartieri oggetto delle ordinanze. «In realtà – sostiene il sindaco – questi esercizi sono bar camuffati che somministrano alcol a tutte le ore del giorno e della notte e che, anzi, in alcuni casi aprono alle 18 per poter andare avanti fino al mattino». Secondo i dati riportati dall’assessore a Legalità e diritti, Elena Fiorini, nel centro storico di Genova esiste una concentrazione di 8,5 esercizi per ettaro che smerciano bevande alcoliche, a fronte di una media cittadina di 0,1 per ettaro. Un dato che va confrontato con la densità abitativa che nel centro storico è di 488 residenti per ettaro a fronte di una media complessiva di 25. «Nel corso dei monitoraggi per verificare il rispetto del limiti acustici – spiega Fiorini – in 10 punti collocati nei quartieri oggetto delle ordinanze abbiamo osservato sforamenti praticamente tutti i giorni della settimana».

    Diversa la disciplina per i bar veri e propri che potranno rimanere aperti fino all’1 del giorno successivo dalla domenica al giovedì e fino alle 2 il venerdì, sabato e in tutti i giorni prefestivi. Inoltre, a partire dalle 22, tutti i giorni sono vietate vendita e consumo di bevande alcoliche in vetro e lattina. Infine, regolamentazione dedicata per i numerosi circoli associativi di Sampierdarena: l’impatto acustico dovrà essere fortemente contenuto a partire dalle 24 mentre la somministrazione di bevande alcoliche dovrà terminare all’1. «Nel caso dei circoli – specifica l’assessore – bisogna fare molta attenzione perché l’attività è tutelata costituzionalmente dalla libertà di associazione: a differenza dei locali commerciali, possano solo vietare la somministrazione di bevande alcoliche ma non imporre la chiusura a orari prestabiliti».

    «Non sono orari da tramonto – chiosa il sindaco – ma cercano di trovare il giusto equilibrio tra le possibilità di svago e diritti inalienabili dei cittadini residenti, senza essere proibizionisti ma ponendosi anche il problema del fenomeno dell’abuso di bevande alcoliche. Non è solo una questione di vivibilità ma anche di diritto alla salute, inteso sia come necessità di riposare e dormire di notte sia come tentativo di arginare il fenomeno di abuso di bevande alcoliche. Non vogliamo essere proibizionisti ma il problema ce lo poniamo». Il rispetto delle ordinanze sarà verificato dalla Polizia Municipale che, da fine febbraio, data di entrata in vigore del nuovo regolamento che ha posto le basi per le ordinanze, su tutto il territorio comunale ha prodotto 42 sanzioni e 8 ordini di chiusura anticipata alle 20 per esercizi che non rispettavano le norme di vendita ai minori, di pubblicità e gli orari previsti, tanto che alcuni locali hanno deciso di non vendere più bevande alcoliche.

    «Cerchiamo di dare regole corrette a un qualcosa che è molto complicato – ragiona l’assessore Fiorini – perché su questo tema si scontrano la gran parte delle città europee. Non pensiamo di fornire soluzioni miracolistiche ma è un work in progress che necessità della collaborazione di tutti gli attori in campo».

    Confesercenti non ci sta: possibile ricorso al Tar

    Vicoli, Centro Storico di GenovaI provvedimenti hanno scatenato immediatamente la reazione degli esercenti. «Con le due ordinanze sulla movida annunciate questa mattina senza previo coinvolgimento delle associazioni – sostiene  Cesare Groppi, segretario di Fiepet Confesercenti Genova  ancora una volta, il Comune non solo dimostra di non avere capito come risolvere i problemi del centro storico e delle altre zone critiche della città, ma arreca un danno economico enorme agli esercenti in regola, molti dei quali a questo punto rischiano di dover chiudere i battenti». Per le categorie, infatti, quella proposta da Tursi è una drastica sforbiciata rispetto a quanto consentito dal Codice della Strada, che prevede anche l’apertura h24 e fissa come orario limite alla somministrazione di alcolici le 3 del mattino in ogni giorno della settimana e il divieto di vendita per asporto dalle 22 alle 6.

    Per porre un freno al crescente degrado della città e al crescere di fenomeni di violazione legati alla “movida alcolica” pochi mesi fa erano state le stesse associazioni di categoria a chiedere all’amministrazione un giro di vite contro l’abusivismo e a tutela delle attività regolari. «Ma un provvedimento che fissa lo stesso orario di chiusura per tutti – commenta Groppi – è penalizzante per la stragrande maggioranza dei bar che si attengono scrupolosamente al regolamento. Le leggi ci sono e basterebbe farle rispettare, punendo i trasgressori con le adeguate sanzioni, fra le quali già oggi è prevista la chiusura anticipata alle ore 20 per chi non si attiene alle disposizioni sulla vendita e somministrazione di alcolici. Se poi all’una le serrande dovranno già essere abbassate, questo significa che l’effettiva interruzione del servizio di somministrazione dovrà avvenire ancor prima, con evidenti danni economici che, per molte attività, rischiano di essere insostenibili».

    Per questi motivi, le associazioni di categoria stanno valutando la possibilità di ricorrere alle vie legali contro un provvedimento definito «iniquo e penalizzante, che il Comune peraltro ha annunciato cogliendoci di sorpresa e interrompendo unilaterlamente un percorso che, invece, fino a poche settimane fa era stato condiviso».

    Soddisfatti, invece, i presidenti dei due Municipi interessati dalle ordinanze. «Il centro storico di Genova – spiega Simone Leoncini, presidente del Municipio I – Centro Est – è densamente urbanizzato. A differenza di altre realtà europee, qui i cittadini non solo si divertono ma ci vivono anche e hanno un vivace tessuto di realtà associative. Il problema cruciale che questi provvedimenti cercano di contrastare sono i minimarket che per paga parte si configurano come soggetti predatori e distruttivi e delle relazioni sul territorio. Invece, è importante che si crei un’alleanza sociale tra i cittadini residenti, la movida, i pubblici esercizi e l’amministrazione».

    «Avevamo una certa impazienza di vedere queste ordinanze arrivare alla firma del sindaco – prosegue Franco Marenco, presidente del Municipio II – Centro Ovest – ampiamente giustificata dai fatti di cronaca anche recenti. L’obiettivo è tutelare l’interesse dei cittadini rispetto a quello, deviato, di alcuni singoli. A Sampierdarena, infatti, i problemi oltre al rumore si trasformano spesso in questioni di ordine pubblico, senza dimenticare quanto l’alcol rappresenti una piaga sociale sempre più tristemente diffusa».

    Le vie interessate dalle ordinanze

    Per quanto riguarda il centro storico, l’ordinanza esclude l’area interna del Porto Antico e include invece piazza De Ferrari. L’area interessata è compresa nel perimetro delimitato dalle seguenti vie: via Bersaglieri d’Italia, Piazza della Commenda, Piazza Scalo, via Gramsci, piazza Caricamento, piazza Raibetta, via Turati, corso Quadrio, via della Marina, via Madre di Dio, via Ravasco, via del Colle, via di Porta Soprana, via Petrarca, piazza De Ferrari, via XXV Aprile, piazza Fontane Marose, via Garibaldi, piazza della Meridiana, via Cairoli, largo della Zecca, via Bensa, piazza della Annunziata, via Balbi, piazza Acquaverde, via A. Doria.

    Per Sampierdarena, l’ordinanza comprende il seguente perimetro (incluse le vie del perimetro): via Chiusone, via Argine Polcevera sino a via Capello, Via Capello, via Fillak , via del Campasso sino al voltino lapide Caduti del Campasso compresa via Anguissola (chiusa), via Vicenza,via Caveri sino a incr. via Bazzi, via Bazzi, piazza Ghiglione, via Currò (tra piazza Ghiglione e via C.Rolando), via C. Rolando, via G.B.Monti sino a via Alfieri, via Alfieri, via Cantore (tratto a monte tra via G.B. Monti e via Alfieri e a mare tra piazza Montano e via U. Rela), via Cantore da via U. Rela a via Pedemonte (tratto di confine esterno non rientrante nell’ordinanza), via Pedemonte sino a via Dottesio, Via Dottesio sino a via di Francia, via di Francia (proiezione su via Scarsellini), via Scarsellini, Lungomare Canepa, via Operai, via Pacinotti, via Pieragostini sino a Largo Jursè, Largo Jursè,via Spataro, via Orgiero, via Bezzecca, via Miani (chiusa).

  • Rifiuti, raccolta domiciliare solo per 1/5 dei genovesi. Per gli altri, cassonetti intelligenti per indifferenziata e organico

    Rifiuti, raccolta domiciliare solo per 1/5 dei genovesi. Per gli altri, cassonetti intelligenti per indifferenziata e organico

    differenziata-mappa-genova-rifiutiLa notizia ormai è nota. Entro la fine dell’anno o, più probabilmente, dall’inizio del 2017 prenderà finalmente via il tanto attesto nuovo sistema di raccolta differenziata nel Comune di Genova. Non si tratta di una vera e propria e rivoluzione, come in molti si aspettavano, ma è comunque un cambio di passo notevole per riuscire a raggiungere le percentuali di differenziata imposte per legge regionale al 40% entro il 2016 e al 65% entro il 2020. Il nuovo piano di raccolta è stato presentato dal Conai, su commissione di Amiu e di Palazzo Tursi, e, seppure in modalità tra loro molto diverse, riguarderà tutti i genovesi. «Abbiamo suddiviso la città in quattro categorie per colore a seconda della predisposizione alla raccolta domiciliare – spiega Luca Piatto del Conai, come riportato dall’agenzia Dire – dalle verdi più adatte, alle rosse in cui è assolutamente sconsigliata la raccolta porta a porta. Ci sarebbero anche delle micro aree verdi e felici all’interno delle zone più difficoltose ma ci siamo organizzati per macro aree, cercando barriere naturali, per evitare fenomeni di migrazioni dei rifiuti da un quartiere all’altro».

    Come cambierà la raccolta differenziata, quartiere per quartiere

    differenziata-percentuali-genova-rifiutiI cambiamenti inizieranno con l’avvio della raccolta domiciliare nelle aree verdi e gialle, che interessano poco meno di 122 mila residenti (circa il 20% del totale), pari a quasi 59 mila utenze domestiche e 4500 utente non domestiche. Le zone interessate sono prevalentemente quelle collinari dei municipi di Ponente (a cui si aggiungono le abitazioni più vicini al mare dei quartieri più “esterni”), Medio Ponente, Valpolcevera, Media Val Bisagno, Levante (compresi ampi sconfinamenti “sul mare”), più qualche piccola enclave felice di Medio Levante e Bassa Val Bisagno.
    «Il quadro lascia un po’ l’amaro in bocca – ammette Piatto – e possiamo dire di aver scoperto un po’ l’acqua calda evidenziando che la raccolta domiciliare differenziata a Genova è complicata». 

    Per i restanti 470 mila genovesi, residenti nelle zone rosse e arancioni che corrispondono ai quartieri a più alta densità abitativa, la raccolta rimarrà stradale ma diventerà tracciabile attraverso i cosiddetti cassonetti intelligenti. Il sistema elettronico riguarderà solo l’indifferenziato e l’organico e consentirà di arrivare a una tariffazione Tari “puntuale”, basata sul principio “pago quanto produco”. I cambiamenti in questo caso inizieranno dalle zone arancioni (52% dei genovesi), che interessano oltre 306 mila cittadini per 148 mila utenze domestiche e 22 mila non domestiche, e saranno avviate progressivamente a partire dal 2017.

    Il processo dovrebbe terminare tra il 2019 e il 2020 con le zone rosse della città (28% degli abitanti), che riguardano 165 mila residenti, più di 77 mila utenze domestiche e oltre 5500 non domestiche, e sono prevalentemente concentrate nei municipi Centro Ovest, Centro Est e Bassa Val Bisagno, ovvero il cuore della città.

    Nuovi bidoncini per tutti

    RACCOLTA-DIFFERENZIATAPer tutti i genovesi, invece, è prevista la fornitura gratuita di un nuovo kit che aiuterà a differenziare i rifiuti a casa e consisterà in bidoncini dedicati per carta, vetro, organico e indifferenziato e sacchetti etichettati e tracciati per il multimateriale plastica-alluminio. La consegna avverrà progressivamente a seconda dell’avvio del nuovo piano di raccolta. Il costo dell’intera operazione di rinnovo dei contenitori con il sistema di tracciabilità si aggira attorno ai 15 milioni di euro per tutta la città, con un piano di ammortamento di almeno 5 anni. Mentre la cifra complessiva degli investimenti necessari per il radicale cambiamento di tutto il sistema sarà quantificata solo dopo l’estate, una volta terminata la redazione del piano di dettaglio che dovrebbe definire meglio anche in quali quartieri la raccolta domiciliare avverrà col sistema porta a porta e in quali attraverso cassonetti condominiali.

     «E’ stato fatto un ottimo lavoro – commenta l’assessore al Ciclo dei rifiuti, Italo Porcile – e dal momento che alla raccolta a domicilio non è interessata una fascia altissima della popolazione, ho chiesto un cronoprogramma molto ambizioso che ci consenta di essere operativi già negli ultimi mesi di quest’anno. La città è culturalmente pronta, con questo piano ora lo è un po’ di più anche l’amministrazione». L’assessore non si sottrae alle domande su chi si accollerà il finanziamento di questo piano e bussa alla porta della Regione: «Gli obiettivi così ambiziosi di riciclo – ricorda – sono stati imposti da una norma regionale. Sarebbe coerente che la stessa regione accompagnasse le richieste con risorse significative e non il grottesco milione di euro stanziato finora per tutto il territorio regionale».

    Intanto, il sistema di raccolta porta a porta inizierà in via sperimentale nei mesi di giugno e luglio nei quartieri collinari di Colle degli Ometti (1121 abitanti) e Quarto alta (3367 abitanti), mentre è in corso di studio una riprogettazione della raccolta dell’organico nelle utenze non domestiche e della carta e cartone per gli uffici pubblici.

  • Sostegno a distanza, quasi mille genovesi aiutano bambini a crescere in tutto il mondo

    Sostegno a distanza, quasi mille genovesi aiutano bambini a crescere in tutto il mondo

    adozioni-africa-bambiniNon è solo una questione di termini. Quelle che per semplificazione sono conosciute come “adozioni a distanza” in realtà adozioni vere e proprie non sono. Certo, l’obiettivo è sempre aiutare uno o più bambini in difficoltà ma, in questo caso, a differenza di quanto abbiamo visto finora nel nostro speciale dedicato alle adozioni e agli affidi, cambiano decisamente i contesti e le procedure che rendono questa modalità di aiuto sociale molto più semplice e alla portata di tutti.

    Partiamo proprio dalle parole: il termine più adatto, come vedremo, è “sostegno a distanza”. Di questo, nei fatti, si tratta: sostenere economicamente il progetto di una comunità e dei suoi bambini, direttamente nel paese in cui vivono. L’uso del termine adozione è entrato nel linguaggio comune perché più facile da comprendere e più empatico. Un termine che “funziona” bene per far sentire i donatori più vicini ai destinatari del loro contributo. I progetti possono essere di diverso tipo: l’aiuto per garantire un ciclo scolastico, vaccinazioni o pasti. A svolgere un ruolo cruciale in questo contesto, sono le molte associazioni che si comportano sostanzialmente da intermediari: seguono dall’Italia i progetti, gestiscono le elargizioni economiche e affiancando direttamente le comunità in loco. Ed è proprio qui la chiave di tutto: benché il legame che finisce per instaurarsi tra chi sostiene un progetto e il bambino che ne beneficia sia molto simile a quello che si può facilmente sintetizzare con il concetto di “adozione a distanza”, nella forma è molto più corretto parlare di sostegno perché ad essere sostenuto concretamente non è un singolo bambino ma, appunto, un progetto.

    Sottigliezze formali a parti, abbiamo cercato di entrare più dentro a questo sistema, parlando con associazioni e realtà, più o meno conosciute, che si occupano da tempo di “sostegno a distanza” a a partire da Genova. Dalla nostra città, ad esempio, è partita l’avventura di CCS Italia che opera su tutto il territorio italiano; poi c’è AfricaOn che opera dall’Italia ma che in realtà ha sostenitori in tutto il mondo, non solo in Liguria. Da segnalare anche che, purtroppo, anche in questo caso, soprattutto fra le associazioni più piccole, ci sono state realtà costrette a cedere il passo perché basate sull’impegno dei volontari che non sempre riescono a dare continuità ai progetti.

    Il sostegno a distanza in Liguria

    Tra il grande numero di realtà a ispirazione cattolica e associazioni prettamente “laiche” che si occupano del sostegno a distanza, non è facile riuscire ad avere un numero complessivo di quanti genovesi e liguri si rendano ogni anno disponibili a questo tipo di aiuto né per quale somma.

    Tuttavia, per avere un’idea di quanto possa essere incisivo il fenomeno di cui stiamo parlando, ci possono venire incontro le cifre di Save the children: i sostegni liguri sono circa il 3% del totale nazionale e ammontano a circa 1650, di cui solo 880 nella provincia di Genova. Il dato, va precisato, si riferisce ai sostegni avviati e in corso prima del 2015; nell’ultimo anno, invece, si sono aggiunti 310 sostenitori liguri, di cui 160 genovesi.

    Al di là dei numeri, comunque, il sostegno a distanza è una formula di aiuto destinata ad avere sempre un discreto successo. Vista la specifica programmazione dei progetti, coordinati spesso in remoto dall’Italia, l’obiettivo spesso viene portato a fondo anche se non tutti i bambini che aderiscono al progetto riescono ad avere un sostenitore specifico, ovvero un genitore a distanza.

    Sia le piccole associazioni, sia le maggiormente strutturate, infatti, confermano che il periodo di crisi economica ancora in atto non sembra aver influenzato in maniera eccessiva il settore: sicuramente il contesto attuale porta ad una maggior riflessione dei privati alla base di un impegno del genere ma si può affermare che “l’adozione a distanza” venga apprezzata stabilmente negli anni. Se, infatti, dal lato di chi lo riceve, l’aiuto economico è più visto in funzione globale dell’utilità del progetto complessivo, dal lato dell’erogatore risulta più facile avvicinarsi a questo tipo di sostengo che non a quello di un progetto generico perché, nei fatti, si sente come un “genitore a distanza” potendo creare progressivamente un rapporto personale e diretto con il destinatario del finanziamento, ricevendo informazioni, disegni e fotografie del bambino assistito.

    Si può concludere, quindi, che il sostegno a distanza funziona anche perché direttamente si può vedere con occhi e toccare con mano dove vanno a finire i propri soldi, a fronte di un impegno economico che in media è di circa 70/80 centesimi al giorno.

    Le regole delle associazioni

    Altro aspetto che aiuta non poco la durata nel tempo di questo aiuto sociale è il fatto che le associazioni che curano la regia dei sostegni a distanza non devono sottostare ad alcun particolare obbligo di legge. Grandi o piccole che siano, nella stragrande maggioranza dei casi si danno un’autoregolamentazione, scegliendo di aderire, ad esempio, alle linee guida dell’Agenzia per le onlus (benché la stessa non esista più, ndr) per la redazione del bilancio o iscrivendosi al registro nazionale delle onlus o, ancora, aderendo a network di associazioni che hanno uno scopo comune. Ecco, dunque, perché risulta pressoché impossibile tracciare un bilancio complessivo accurato ed esaustivo di questo settore in virtù dell’elevata diversificazione dei progetti, delle modalità di intervento e dei contesti geopolitici in cui si inseriscono.

    Claudia Dani

  • Affido, una poesia per raccontare un mondo di sentimenti. Il Comune lancia un concorso

    Affido, una poesia per raccontare un mondo di sentimenti. Il Comune lancia un concorso

    Logo concorso poesia sull'affidoIn queste settimane, su Era Superba vi stiamo parlando di adozione e affido. E lo stiamo facendo cercando di soppesare ogni termine, di misurare ogni parola perché quando si parla di sentimenti, leggi e istituzioni è molto facile perdere il filo portando il discorso da tutt’altra parte rispetto all’intenzione iniziale. Per questo motivo, certi argomenti sono più difficili di altri, perché il rischio di essere fraintesi o di giungere a conclusioni affrettate è più concreto e realistico quando in ballo ci sono emozioni e paure che tutti ci portiamo dentro.

    E mentre noi fatichiamo un po’ raccontarvi tutto questo…coincidenze. Il Comune di Genova lancia l’iniziativa “Versi d’incontro – Poesia dell’Affido” per dare voce a chi vive la realtà dell’affido, in occasione del 22° Festival Internazionale di Poesia “Parole Spalancate”. L’iniziativa è organizzata dal Servizio Affido del Comune di Genova, in collaborazione con ASL3 Genovese, Affidamento.net e con le Associazioni Comunità Papa Giovanni XXIII, ALPIM, Batya, Famiglie per l’accoglienza e il Circolo dei Viaggiatori nel Tempo. Ed è un’iniziativa coraggiosa, oltre che bella, perché se è probabile che una poesia parli di sentimenti, non è scontato che tratti un argomento che è comunque delicato, se non spinoso.

    Potranno partecipare i ragazzi dai 10 ai 21 anni e gli adulti. E potranno presentare, entro il 1° maggio, una poesia, un’opera di prosa poetica o un disegno attorno al tema dell’affido familiare. Tutti i soggetti a qualche titolo coinvolti nell’affido, dai ragazzi affidati ai figli delle famiglie affidatarie, dagli operatori dei servizi ai volontari delle associazioni potranno partecipare, mettendo in versi un loro vissuto, un’esperienza, un ricordo. E assieme al concorso di poesia è stato anche lanciato il concorso internazionale di disegni sullo stesso tema per bambini e ragazzi dai 3 ai 16 anni.

    Un bel modo, originale e intelligente, di uscire dall’imbarazzo che è quasi sempre presente quando si trattano i sentimenti ed anche un’occasione per discutere, conoscere ed avvicinarsi ad un mondo che forse ancora non ha ottenuto i riconoscimenti e lo sviluppo che sarebbe giusto attendersi. A volte, rivolgendosi direttamente al cuore, si riesce a dire di più.

    Le modalità di partecipazione e selezione delle opere sono indicate nel bando-regolamento, che si trova sul sito ufficiale del concorso www.versidincontro.it. I partecipanti dovranno inviare l’opera via e-mail all’indirizzo concorso@versidincontro.it, indicando dati anagrafici e recapiti, entro e non oltre le ore 24 di domenica 1 maggio 2016.

    La premiazione si svolgerà domenica 12 giugno a Palazzo Ducale. Ai vincitori della categoria ragazzi e della categoria adulti sarà offerta da Costa Crociere una crociera nel Mediterraneo.

    Bruna Taravello

  • Nuovo Piano Regolatore Portuale, a Ponente nessuno lo vuole. A rischio spiaggia libera e qualità dell’aria

    Nuovo Piano Regolatore Portuale, a Ponente nessuno lo vuole. A rischio spiaggia libera e qualità dell’aria

    Vte, Porto ContainerUn Piano Regolatore Portuale dannoso o, quantomeno, inutile. Che si parli con i comitati dei cittadini, con i lavoratori del Vte o con un esponente del Municipio, poco cambia. Nel Ponente genovese nessuno sembra avere una buona parola per il progetto che prevede un prolungamento della diga del porto di Voltri-Prà e un avvicinamento della stessa diga verso Voltri. «In questo modo – spiega Matteo Frulio, presidente della Commissione Urbanistica del Municipio 7 Ponente, in quota Pd – si rischia di buttare all’aria qualcosa per cui abbiamo lottato molto: la balneabilità del nostro mare, ottenuta 2 anni fa. Se si sbagliano i calcoli per le manovre di ingresso al porto, si rischia che le navi arrivino troppo vicino alla costa, fattore che contribuisce in maniera decisiva al riconoscimento o meno della balneabilità».

    Voltri si è conquistata la balneabilità grazie all’installazione di depuratori che puliscono l’acqua proveniente dalle fogne e controlli più capillari sui fiumi che sfociano in mare. La possibilità di fare il bagno in sicurezza sta particolarmente a cuore ai cittadini della delegazione, che lo scorso agosto hanno organizzato una manifestazione al grido di “Il nostro mare non si tocca”. La bozza di progetto era stata presentata da pochi giorni. «Ci tengo a ricordare – aggiunge Frulio – che quella di Voltri è l’unica spiaggia libera con acqua balneabile di tutto il Comune di Genova». Due chilometri di spiaggia che nella bella stagione si affollano di bagnanti e diventano una risorsa per il quartiere. Una risorsa che andrebbe almeno in parte perduta, qualora la possibilità di balneazione venisse revocata.

    Dal piano Galanti al piano Merlo

    Il lungomare di Pegli | Foto di Simone D'AmbrosioDel Piano Regolatore Portuale si è tornato a parlare lo scorso 11 marzo, in occasione di un’assemblea pubblica svoltasi nelle sale del Municipio di Ponente che ha visto la partecipazione di esponenti della Regione (la capogruppo del Movimento Cinque Stelle Alice Salvatore e Walter Ferrando del Pd), di rappresentanti del Vte e dell’assessore alla mobilità del Comune di Genova, la voltrese Anna Maria Dagnino. Ad animare il dibattito sono stati però soprattutto i comitati dei cittadini del Ponente. In un comunicato stampa diffuso all’inizio dell’assemblea, hanno definito il nuovo piano molto simile al vecchio “piano Galanti”: si tratta del progetto dell’ex presidente dell’Autorità Portuale, di cui si discuteva tra la fine degli anni ’90 e i primissimi anni del nuovo millennio. Il piano prevedeva un intervento molto pesante sul mare voltrese e segnò forse il momento di massima tensione nella lotta dei comitati di quartiere. Erano anche gli anni in cui venivano stilati i “9 paletti”, ovvero i punti che i comitati di quartiere ritengono indispensabile rispettare per qualsiasi nuovo progetto sul porto di Voltri-Prà. I paletti impongono il limite per l’espansione della struttura portuale al rio S. Giuliano e insistono sulla compatibilità ambientale il con tessuto abitativo voltrese.

    Quando il piano Galanti venne ritirato e si passò al progetto di Renzo Piano, i “9 paletti” vennero tenuti in considerazione. Tra il 2002 e il 2004 si sviluppò il cosiddetto Urban Lab, ovvero un visionario piano per la città di Genova nel suo complesso. Per il porto di Voltri-Prà, il piano firmato dall’archistar oggi senatore a vita prevedeva una zona cuscinetto pedonabile tra l’area portuale e l’abitato e un porticciolo per i pescherecci. Nonostante sembrasse mettere d’accordo tutti (comitati compresi), il piano rimase solo su carta ma sembrò indicare la via maestra per la partecipazione dal basso dei cittadini nei progetti che li coinvolgono più direttamente. «Il progetto di Renzo Piano – ricorda, infatti, Frulio, che allora militava nei comitati – venne fuori da un bellissimo percorso partecipato». Cosa che i cittadini lamentano non essere avvenuta oggi. Il Piano Regolatore Portuale (lascito dell’ex presidente dell’Autorità Portuale Luigi Merlo e del valore complessivo di 2 miliardi) è stato presentato al ministero dell’Ambiente per la Valutazione Ambientale Strategica (il passo che precede la Valutazione d’Impatto Ambientale) all’inizio dell’anno scorso, senza il parere del Municipio interessato. Le autorità locali si sono così sentite scavalcate: «Realizzare un progetto di così larga scala come il Piano Regolatore Portuale, coinvolge direttamente non solo Voltri, ma anche Pegli e Prà – sottolinea Frulio – le autorità locali, e soprattutto il Municipio, devono essere ascoltate in prima istanza. I cittadini hanno il diritto di sapere che cosa succede sul loro territorio, non devono scoprirlo dai giornali».

    L’opinione dei Comitati

    Porto, Vte | Foto di Simone D'AmbrosioLa pensa allo stesso modo Maria Rosa Boggio, che oltre a essere membro del Coordinamento dei Comitati del Ponente, è anche consigliera municipale, in quota Sel: «Questa proposta ha seguito un iter strano – spiega – in genere, le proposte partono dal Municipio, per poi passare al Comune, alla Regione e così via. In questo caso si è andati direttamente alla VAS, e non va bene, perché a essere coinvolti sono i cittadini».

    Le preoccupazioni dei comitati riguardo il progetto sono soprattutto di carattere ambientale. Non solo la balneabilità delle acque voltresi, ma anche la qualità dell’aria respirata dai cittadini di Prà verrebbe compromessa, in particolare nella zona di Palmaro, quella al confine con Voltri. «Se aumentasse il traffico portuale – riflette Boggio – sarebbe un problema per i cittadini di Palmaro, soprattutto per l’inquinamento acustico e le polveri che verrebbero sollevate».

    Un allargamento del porto di Voltri-Prà non avrebbe, a detta degli oppositori, alcun impatto positivo dal punto di vista economico. Secondo i comitati, sarebbe sufficiente un miglior utilizzo della risorse attualmente disponibili: «Si andrebbe a creare un porto pieno di container vuoti – afferma la Boggio – e si creerebbe un’inutile concorrenza con altre piattaforme come quella di Calata Bettolo. È uno scempio, non so che altra parola usare».

    Il punto di vista del Vte

    porto-ferrovia-binari-containerLa posizione dei comitati coincide sostanzialmente con quella del Vte, sigla che vuol dire Voltri Terminal Europe, l’azienda privata che ha in concessione la gestione del porto di Voltri-Prà. Certo, le sfumature sono diverse. Più che dannoso, il Piano Regolatore Portuale viene definito inutile. È quanto è emerso da una riunione interna tra membri del Vte e del Municipio la scorsa settimana. A breve, alle 4 gru attualmente in dotazione al porto se ne aggiungeranno altre 4 e le esigenze del porto verrebbero così completamente soddisfatte. Con le 8 gru complessive si raggiungerebbe infatti una capacità di carico di 20 mila teu (unità di misura che coincide con un container della lunghezza di poco più di 6 metri). Numeri più che sufficienti per i traffici del Ponente, che hanno recentemente raggiunto il record di 15 mila teu mensili. La vera priorità per gli operatori del Vte sarebbe il raddoppio del binario ferroviario in uscita dal porto per implementare il traffico su rotaie.

    La posizione della politica locale e l’incongruenza di Sel

    In questo clima in cui tutti sembrano essere contrari al nuovo Piano Regolatore Portuale, una riunione dei capigruppo di maggioranza del Municipio ha prodotto un documento in cui si espone la posizione di contrarietà della delegazione. «Questo non vuol dire essere contrari al consolidamento dei traffici portuali – chiarisce Matteo Frulio – ma se persino il Vte dice che le loro esigenze sono soddisfatte dalle nuove strutture che si stanno realizzando ora, non vedo a cosa possa servire una piattaforma portuale nuova e così estesa come quella prevista nell’ultimo Piano Regolatore Portuale. Per fortuna è poco più di una bozza. Ma meglio far sentire, da subito, cosa ne pensa il territorio coinvolto».

    Il documento è stato approvato con il voto favorevole di tutte le forze politiche, a eccezione, paradossalmente, di Sel. Maria Rosa Boggio è stata infatti l’unica tra i capigruppo di maggioranza a non firmare il comunicato: «Si tratta di prudenza politica – spiega – dire che siamo contro a qualsiasi futuro riempimento significa mettersi anche contro il vecchio progetto di Renzo Piano, che seppure in forma minore qualche riempimento di cemento lo prevedeva. Non vorremo essere in futuro indicati come quelli che hanno detto no a Piano, visto che il suo progetto aveva convinto tutti».


    Luca Lottero

  • La banalità della mafia e l’assopimento delle coscienze

    La banalità della mafia e l’assopimento delle coscienze

    La mafia è una montagna di merda | Foto di Simone D'AmbrosioIl 6 aprile nel suo programma “Porta a porta” Bruno Vespa ha intervistato Giuseppe Salvatore Riina. Trentanove anni, attualmente impiegato in una onlus, Giuseppe Salvatore è il terzogenito di Totò Riina, il capo dei capi, boss mafioso condannato a 19 ergastoli. Totò Riina ha la responsabilità, diretta o indiretta, della morte non solo di mafiosi e collusi vittime del gioco spietato al quale hanno deciso di dedicarsi, ma anche di magistrati come Falcone e Borsellino, giornalisti, politici, imprenditori, membri delle forze dell’ordine e tanti altri cittadini la cui colpa fu quella di opporsi ai soprusi di chi si impone con la violenza. Riina Jr. è stato intervistato in occasione della pubblicazione di un suo libro biografico nel quale racconta soprattutto il proprio rapporto con quest’uomo, suo padre.

    L’intervista di Vespa ha suscitato scalpore. Guardandola effettivamente (come, a onor del vero, anche il giornalista fa notare a Giuseppe Salvatore) non si riscontra nemmeno una volta un “j’accuse” del figlio a carico del padre, una condanna delle sue atrocità o un rifiuto del suo stile di vita; d’altra parte, anche Giuseppe Salvatore ha scontato una pena di 8 anni e 10 mesi in carcere per associazione mafiosa. Il giovane Riina descrive la sua giovinezza priva di scuola, i suoi contatti con questa figura ingombrante che viveva nella latitanza, con serenità. Parla del padre con affetto e senza alcun accenno di rabbia o rigetto. Parla della mafia come qualcosa che «può essere tutto e niente».

    In questo senso, ha ragione Rosy Bindi che ha evidenziato, preoccupata, il tenore negazionista delle dichiarazioni rilasciate da Giuseppe Salvatore Riina, che non parla mai espressamente di una struttura organizzata o di un’associazione tesa a delinquere e tende a minimizzare ogni volta che gli viene posta una domanda diretta sulla mafia. Ha ragione Pietro Grasso, che ha twittato: “Non mi interessa se le mani di Riina accarezzavano i figli, sono le stesse macchiate di sangue innocente. Non guarderò Porta a Porta”. L’affetto con cui Giuseppe Salvatore parla di suo padre è quello naturale di un figlio ma è inaccettabile che non abbia riconosciuto nemmeno lontanamente la ferocia dell’uomo chiamato anche La Belva nel suo già duro ambiente. Forse ha ragione anche Enrico Mentana che, durante un’edizione del tg La7, ha affermato che ospitare e intervistare qualcuno perché ha scritto un libro non è giornalismo. L’intervista di Vespa è stata, in effetti, dai toni molto bassi e abbastanza accondiscendente nei confronti di Giuseppe Salvatore; non un’intervista in grado di porre alla luce nuove rivelazioni o aspetti oscuri. Fatta eccezione per alcuni momenti, Vespa ha stentato a mettere all’angolo il rampollo del capo dei capi quando si trincerava dietro risposte decisamente evasive: ad esempio, quando gli è stato chiesto di esprimere un giudizio sulla condotta di suo padre, ha replicato che non era compito suo ma dello Stato; parole che possono “essere tutto e niente”, specialmente se si tiene conto che vengono da chi ha scontato otto anni di carcere perché affiliato a chi sceglie di condurre una vita in aperto antagonismo ai valori di quello Stato.

    Abbasso la mafia | Foto di Simone D'AmbrosioEppure, nonostante tutto, forse quei venti minuti di intervista possono dare frutti positivi. La generazione di chi ha sempre sentito parlare delle grandi stragi e dei maxi processi ma non ha vissuto il periodo delle dirette dalle aule in cui si scriveva la storia dell’antimafia, ha bisogno di vedere interviste come queste per conoscere i propri nemici. Viene in mente Hannah Arendt e la sua lucidissima visione riguardante la banalità del male. Giuseppe Salvatore Riina, stando all’immagine che ha voluto dare di sé in quell’intervista, non ha mai considerato particolarmente assurdo lo stile di vita del padre. Lui stesso l’ha definito un uomo con dei valori che gli ha trasmesso, come il rispetto e l’importanza della famiglia. A noi una simile affermazione può sembrare assurda, la tragica pantomima di frasi da film hollywoodiani, ma a Giuseppe Salvatore e a chi, come lui, è cresciuto in quegli ambienti, no. Queste persone non sono grandi antagonisti da film, che bramano il male per il male, consapevoli dell’enormità delle loro azioni e sadicamente entusiasti di esse; sono uomini, donne, ragazzini nati e cresciuti in un ambiente in cui la mafia è la norma, dove bisogna essere più forti dei forti e più furbi dei furbi per emergere, tenendo fermi forse due o tre paletti “etici” (il rispetto per la famiglia, ad esempio) ma, fuori da essi, liberi tutti. Un mondo in cui se parli, meriti di essere ammazzato e poco importa se vengono uccisi anche innocenti nell’esplosione della bomba a te destinata: danni collaterali. Dove non puoi sgarrare, non puoi uscire, e anche se non sei dentro non puoi vedere o sentire, nemmeno casualmente, pena la morte. Un mondo che per noi è molto noir e a tinte fosche, che sa di pioggia e polvere da sparo. Ma non c’è traccia nelle parole di Giuseppe Salvatore di quest’immagine. Perché per lui è la banale normalità, che non stupisce né sconvolge. Perché forse davvero il male, la mafia, è prima di tutto l’assopimento della coscienza.

    Come si risvegliano le coscienze? Come si combattono le mafie? Non bastano le leggi, né i fucili. I sacrifici di uomini eroici sono martirii in grado di ispirare intere generazioni, ma nemmeno quelli sono sufficienti. La formula, forse, è quella che aveva intuito don Pino Puglisi, un prete in grado di spaventare così tanto la mafia da venire ucciso: l’educazione. Un’educazione che deve partire dallo Stato e da noi tutti, in ogni momento della nostra vita. Perché se il più forte, il più furbo, è considerato quello che non paga il biglietto dell’autobus, poi quello che si mette in mutua per guardarsi la partita, poi quello che assume facendo contestualmente firmare la lettera di dimissioni, poi quello che evade di più…ecco, ben presto, in questa escalation, che appartiene in fondo a tutti noi, il più furbo diventa quello che riesce a minacciare, estorcere, finanche ammazzare per il proprio interesse, senza farsi scoprire. E, questo, non è più “arrangiarsi”, questo è mafia.


    Alessandro Magrassi
    foto di Simone D’Ambrosio

  • Ogm, ne mangiamo tanti e non lo sappiamo. E spendiamo un sacco di soldi per farlo

    Ogm, ne mangiamo tanti e non lo sappiamo. E spendiamo un sacco di soldi per farlo

    Spighe di granoL’argomento è di quelli che fa discutere da una vita: ogm sì, ogm no. O meglio, veleno o risorsa? Sul tema non c’è mai stata molta chiarezza soprattutto se ci si chiede che cosa realmente arrivi sulle nostre tavole. Conosciamo il processo che porta dal seme al piatto, abbastanza da poter dare un giudizio? Forse non molto dato che neppure la filiera di produzione del Parmigiano Reggiano, del Grana Padano o del prosciutto di Parma, del San Daniele sarebbero esenti da “contatti” con sostanze geneticamente modificate, come i mangimi degli animi da cui sono prodotti.

    E’ su questo che si è provato a fare chiarezza nella sede genovese della Camera di commercio. E quello che è emerso dalle diverse opinioni è qualcosa che forse non immaginiamo neppure, e su diversi fronti, a partire da quello economico.

    Le incognite del mais e della soia importati

    «Ogni anno sborsiamo circa 800 milioni di per importare mais – spiega Roberto Defez, direttore del laboratorio Biotecnologie microbiche del Cnr di Napoli – questo perché l’Italia non ha scelto di migliorare le proprie piante. Nel 2004 eravamo autosufficienti, poi le piante sono diventate di così scarsa qualità che abbiamo dovuto iniziare a importare. Tutto perché abbiamo scelto di non puntare sull’innovazione». Non si sa quanto del mais importato sia geneticamente modificato, ma nel mondo almeno un terzo di quello prodotto ha questa caratteristica. «Finisce tutto insieme – prosegue Defez – e basta lo 0,9% nel mangime perché il prodotto sia etichettato come geneticamente modificato e sicuramente almeno l’1% lo raggiungiamo».

    Il discorso per quanto riguarda la soia non è molto diverso. Alcuni numeri: l’Europa produce circa il 5% della soia che consuma, ne importa il 95% e di questa percentuale l’85% è geneticamente modificata. Significa che per 365 giorni all’anno l’Italia consuma ben 10 tonnellate di soia ogm.

    Una spesa geneticamente modificata (a nostra insaputa)

    Salumi e formaggiSe sommiamo la spesa per importare soia e mais, nel 2015 sono usciti dalle tasche degli italiani circa 2,7 miliardi di euro: ovvero, solamente per questi due prodotti “bruciamo” tutto il guadagno delle esportazioni di Dop e Igp. E, finita questa partita, bisogna ancora importare metà del grano, metà delle carni, pomodori, olio e così via. Facile capire che così i conti vanno decisamente in rosso.

    «Ognuno può bruciare i propri soldi come meglio crede – continua Defez – ma sarebbe il caso di informare i cittadini che se avessimo coltivato lo stesso numero di ettari di mais dell’anno scorso con mais che rende di più, che non ha bisogno di insetticidi e più sicuro per la salute umana, non ci sarebbe tutta questa tensione, ma si tornerebbe a una banale questione economica».

    Tra gli scaffali dei supermercati la quasi totalità dei prodotti deriva da animali nutriti con mangimi ogm, a meno che non ci sia un’etichetta che indichi il contrario, e neppure i prodotti Dop e Igp sono esenti. Nella “lista dei cattivi” anche il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano o il prosciutto di Parma e il San Daniele.

    C’è chi pensa che gli ogm possano essere una speranza per sconfiggere la fame nel mondo, ma il fronte del “no” ribatte che l’argomentazione è decisamente debole. Di certo, non può bastare la genetica a risollevare la povertà. Intanto, non ci sono riforme agrarie. E poi, la gente non ha accesso al mercato, non ha soldi e deve comprare il cibo se non ha terra per coltivarlo. Chi introduce gli ogm non li regala, questo è sicuro: alla fine si tratta di merci e nulla più. Le terre fertili sono negate alle popolazioni perché occupate dalle multinazionali o affittate dai loro governi. Oltre a tutto questo, c’è una confusione normativa che non fornisce messaggi trasparenti. L’ultimo atto è andato in scena lo scorso 3 febbraio, quando il Parlamento europeo ha approvato un documento che chiede alla Commissione Ue di non autorizzare l’immissione in commercio di alimenti e mangimi contenenti tre nuovi tipi di soia geneticamente modificata. Insomma, il dibattito è aperto più che mai, tra scienziati, nutrizionisti e agricoltori. In mezzo a tutti questi fuochi però ci sono i consumatori, che meriterebbero di sapere che cosa portano a tavola tutti i giorni.


    Michela Serra