Valletta Carbonara, anche conosciuta come Valletta San Nicola, riapre le porte al pubblico. Solo per mezza giornata, sabato 23 maggio dalle ore 10 alle ore 15, i cittadini potranno vedere da vicino e toccare con mano il prezioso lavoro che i volontari del comitato “Le Serre” stanno realizzando negli spazi alle spalle dell’Albergo dei Poveri che, finalmente, il Comune ha reso accessibili. Dopo aver ricevuto le chiavi dall’amministrazione, una sessantina di volontari, quasi tutti abitanti tra San Nicola e Castelletto, ha dato vita a un intenso lavoro di pulizia e di rimessa in sesto dell’area. «Quello che vedranno i genovesi – ci racconta il portavoce del comitato, Franco Montagnani, che continua a ramazzare anche mentre parla con noi – è senza dubbio un cantiere aperto ma una valletta finalmente accessibile, pulita da una quantità immane di rifiuti e, in buona parte, potata». Quello di sabato sarà soprattutto un evento simbolico, a meno di due mesi dall’ingresso dell’associazione nelle terrazze ai piedi dei giardini Pellizzari di corso Firenze: nessuno è mai entrato in maniera così libera tra i viali della Valletta, quasi sempre osservata dall’alto. «I lavori – prosegue Montagnani – dureranno per tutto l’anno ma siamo arrivati a un punto tale da poter iniziare la prima semina nelle aiuole di prodotti orticoli e fiori».
Antica sede delle serre comunali, la Valletta torna a piccoli passi alla sua vocazione originaria dato che il nuovo Piano urbanistico ne conferma la destinazione agricola e a verde pubblico, mettendo definitivamente fine alle mire espansionistiche del settore edilizio che, con i passati cicli amministrativi, puntava a realizzare un silos di parcheggi e, probabilmente, anche nuove abitazioni.
L’intera area (circa 27 mila metri quadrati), di proprietà dell’Istituto Brignole, è in affitto al Comune di Genova fin dal 1970. Nel 2001 l’amministrazione ricevette una lettera di sfratto ma non abbandonò mai definitivamente l’area, dando vita a un contenzioso di non semplice soluzione, considerando anche che il Brignole è stato messo in liquidazione dalla Regione a fine 2012. Per il momento, in attesa di una soluzione del pregresso, un nuovo accordo siglato a fine 2014 lascia le chiavi in mano a Tursi fino al 31 dicembre 2015, per 40 mila euro all’anno. Ma che cosa succederà dal primo gennaio? «Le rispondo come farebbe un allenatore – sorride Montagnani – e cioè vediamo come va il campionato. È ancora troppo presto: noi cerchiamo di fare bella figura e raggiungere gli obiettivi dell’accordo, poi vedremo. Non credo ci saranno mai i presupposti per mandarci via, anche perché vorremmo creare una vera e propria rete fruttuosa con altre associazioni interessate alla valletta. Vorremmo evitare i soliti bandi fratricidi ma dare vita a un’opera collettiva».
«Due sono le strade percorribili – ricorda il vicesindaco, Stefano Bernini – o sigliamo un nuovo contratto di locazione con la Regione o procederemo all’acquisto del diritto di superficie per un arco di tempo il più lungo possibile. Si tratta solo di capire quale sia la strada migliore e su cui si riuscirà a trovare l’accordo più vantaggioso ma il contrasto con i proprietari dell’area si può considerare rientrato».
La speranza dei cittadini è di veder nascere un piccolo polmone verde pubblico a gestione partecipata, un nuovo luogo di aggregazione sociale che dia spazio ad attività ricreative, didattiche e turistiche, oltre naturalmente alla produzione floro-orticola-vivaistica. «Secondo la convenzione – entra più nel dettaglio Montagnani – al momento abbiamo a disposizione solo l’anello superiore della Valletta che comprende le cinque serre più grandi». La restante parte, quella più a ridosso dell’Albergo dei Poveri, è ancora in stato di abbandono. «Solo dopo aver messo a pieno regime la prima parte, potremo allargare l’attività a tutta la Valletta, come d’altronde previsto dal nostro progetto». Un progetto che, sostanzialmente, potrebbe essere suddiviso in tre fasi: pulizia, preparazione del terreno e inizio coltivazione, lancio delle attività a carattere sociale. «Dopo esserci dedicati alla ripresa della parte botanica – sottolinea il portavoce del comitato Le Serre – passeremo all’organizzazione di eventi, compreso un grande festival sul tema della valorizzazione del verde e dei beni pubblici che ospiteremo in autunno».
La prime due fasi, come visto, sono in stato piuttosto avanzato avendo superato le difficoltà più grosse: una legata alla scarsa disponibilità di terra, risolta proprio ieri con la sigla di un accordo per l’ottenimento di una parte del materiale scavato per la copertura del Bisagno, che tanto spazio ha trovato nella cronaca locale degli ultimi giorni; l’altra legata allo smaltimento dei rifiuti. «Abbiamo avuto qualche difficoltà con Amiu – ammette Montagnani – per il recupero dei rifiuti che, naturalmente, abbiamo raccolto in maniera differenziata. Ma, adesso, con l’azienda abbiamo iniziato un percorso di stretta collaborazione che speriamo ci porti a diventare il punto di riferimento per la raccolta dell’umido quando, in autunno, arriveranno i cassonetti marroni anche nel nostro quartiere».
Un po’ più complicata, invece, la realizzazione degli spazi dedicati alla terza fase, quella della socialità. «Nell’area più pianeggiante, dove in futuro dovrebbe sorgere una sorta di agorà – spiega Montagnani – è crollata la volta del rio Carbonara in seguito alle alluvioni dello scorso autunno (esattamente come la ben più famosa voragine di via Ausonia, poche centinaia di metri più in su, ndr). La zona, dunque, è stata recintata e non sarà accessibile fino al completo ripristino e messa in sicurezza». Un vero peccato perché il cantiere impedirà ai cittadini, che sabato faranno visita alla Valletta, di ammirare anche la splendida collezione di felci storiche collocata negli spazi più a sud, oltre i lavori.
Nel cielo plumbeo del trasporto pubblico genovese e ligure, arriva dalla Regione una notizia che prova, non senza fatica, a scacciare qualche nube dal futuro. Nei prossimi giorni, sul sito web dell’Agenzia regionale per il Trasporto Pubblico Locale sarà pubblicato il bando di gara internazionale per la manifestazione di interesse alla gestione del tpl nel nuovo bacino unico ligure. Questo primo bando si chiuderà il 31 luglio prossimo, rispettando i 60 giorni minimi previsti dalla normativa europea. A quel punto scatterà la seconda fase, quella delle offerte vincolanti, a cui potrà partecipare solo chi avrà aderito alla manifestazione di interesse.
Nella stessa nota la Regione conferma che la gara dovrà chiudersi entro il 31 dicembre, anche perché in quella data scadono tutti i contratti di servizio locali. I tempi tecnici formalmente ci sarebbero, dato che anche la seconda gara ha una durata minima di 60 giorni e massima di 90. Ma è piuttosto improbabile, se non praticamente certo, che le procedure di assegnazione possano essere pressoché immediate e, soprattutto, che non vi siano ricorsi. Senza considerare che il vincitore della gara dovrà avere un po’ di tempo a disposizione per organizzare un servizio completamente nuovo. Per cui, all’orizzonte non si vede altra strada se non quella di una proroga quantomeno parziale degli attuali contratti di servizio in essere, con i relativi oneri economici che ricadrebbero sui gestori di oggi ovvero, per quanto riguarda Genova e Amt, palazzo Tursi.
Amt: fra promesse disattese, denari pubblici e partner privati. Quattro in pagella alla Regione Liguria >> Leggi l’approfondimento
Intanto, c’è da capire chi possa realmente essere interessato a un bando che, almeno nella sua ricognizione preliminare, non indica le risorse messe a disposizione dagli enti pubblici. Certo, stiamo pur sempre parlando del secondo bacino nazionale per quanto riguarda il trasporto pubblico locale e quindi di un servizio piuttosto appetibile ma in tempi di crisi è difficile trovare un investitore pronto a intervenire alla cieca, soprattutto su un territorio dalla conformazione così complessa. La partita dei contributi pubblici, com’è noto, si gioca tutta nella diatriba tra Regione e Comune di Genova: da via Fieschi, poco prima della sospensione elettorale, erano stati stanziati 139,6 milioni per il 2016, da aumentare di qualche spicciolo negli anni seguenti per tutta la durata dell’appalto, ovvero 10 anni prorogabili per altri 5. Con questa cifra dovrebbero essere coperti i cosiddetti servizi minimi che, tuttavia, non sono ancora stati specificati. È proprio per questo motivo che il Comune non si è ancora espresso sul contributo di sua competenza, a completamento di quello regionale assieme alle cifre ben minori stanziate dagli altri enti locali, che potrebbe aggirarsi sull’ordine di grandezza dei 30 milioni di euro (37 milioni sono stati stanziati lo scorso anno, 31 si vocifera siano quelli previsti nel bilancio del 2015). La cifra, comunque, non è ancora stata ufficializzata anche se assessori e tecnici ne hanno già ampiamente discusso seppur in maniera non formale. A Tursi spetta anche la mossa definitiva per la realizzazione dell’associazione temporanea di imprese attraverso cui Amt potrebbe partecipare alla gara. Ma sono sempre più incessanti le voci che vorrebbero il sindaco Marco Doria intenzionato a gettare la spugna e a mettere l’azienda in liquidazione. In questo scenario, che non dovrebbe creare eccessivi problemi per i lavoratori che verrebbero riassunti dal nuovo gestore regionale come previsto dal bando di gara, resterebbe però da capire che cosa succederebbe al servizio qualora il bacino unico non dovesse entrare in funzione già dal prossimo 1° gennaio.
A Tursi per il momento bocche cucite. Per la sigla degli accordi di programma ufficialmente si attende di sapere quanto siano i risparmi effettivi che deriveranno dai prepensionamenti coperti da via Fieschi con i 12 milioni del famoso fondino: a Genova, sono circa 160 i lavoratori che hanno manifestato la disponibilità ad aderire a questo percorso ma molto dipenderà da quanti confermeranno nei fatti questa scelta. Sicuramente un po’ di respiro per le casse di Amt arriverà da questa partita ma non si tratterà di cifre tali da consentire all’azienda di partecipare alla gara con le proprie gambe. E, allora, molto dipenderà da chi saranno i nuovi inquilini di via Fieschi e da come verranno distribuite le ultime partite del bilancio previsionale del Comune di Genova, che attende ancora di essere portato in discussione in Sala Rossa.
Intanto, i lavoratori sono sempre più preoccupati per il proprio futuro e quello dell’azienda per cui hanno organizzato due presidi con volantinaggio nelle giornate di ieri e di venerdì 22 maggio; in mezzo, lo sciopero odierno indetto dalla CGIL. I sindacati lamentano il mancato rispetto degli accordi di programma sottoscritti dagli enti pubblici e dall’azienda che avrebbero dovuto portare 400 nuovi bus in Regione e 200 solo per Amt, ma ad arrivarne al momento sono stati solo una cinquantina; nel frattempo, invece, sono state vendute la rimessa di Boccadasse e l’officina Guglielmetti rendendo molto difficile la manutenzione dei mezzi vetusti. Preoccupazioni anche per quanto riguarda le nuove assunzioni che andrebbero a coprire, almeno in parte, i posti lasciati vacanti da pensionati ordinari e prepensionamenti del fondino.
Mettere il becco negli affari della Chiesa non è mai compito semplice. Ancor di più in una città dall’animo fortemente conservatore come Genova, sede arcivescovile, cardinalizia e del presidente della Cei. Dalla Curia alle Opere Pie, dalle associazioni religiose ai lasciti testamentari dei fedeli, l’universo Chiesa nel suo complesso è considerato uno dei più grandi proprietari immobiliari della nostra città, in particolar modo del Centro Storico.
Ne abbiamo parlato con l’assessore Fracassi che, nella prima parte di questa nostra inchiesta dedicata all’emergenza abitativa genovese (leggi qui), neanche troppo velatamente, ha accusato la Chiesa di non dare una grossa mano alle istituzioni pubbliche, quantomeno dal punto di vista della disponibilità di alloggi da utilizzare per locazioni a canone moderato. «Ad oggi non esiste una vera e propria collaborazione con i grandi proprietari della città (qui la seconda parte dell’inchiesta dedicata alle società a partecipazione pubblica, ndr) – dichiara l’assessore – Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità (17 famiglie inserite nella struttura “boschetto” dell’Istituto don Orione, ndr) perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato».
«L’assessore – ribattono dalla Curia – forse si dimentica le tante persone bisognose che i servizi sociali rimbalzano ai nostri Centri d’ascolto vicariali».
Certamente, nessuno può mettere in dubbio il grande servizio che la Chiesa svolge nel campo assistenziale, spesso sostituendosi alle gravi mancanze degli enti pubblici. A venire in mente è, innanzitutto, la Caritas, la Fondazione Auxilium ma sono davvero tante le associazioni di stampo cattolico e le iniziative di laici che si impegnano nell’aiuto alle persone più emarginate.
«Avere una casa è un grande dono ma è un dono ancora più grande poterla mantenere e avere un lavoro che consenta di farlo – commenta mons. Marino Poggi, direttore della Caritas diocesana – la vera emergenza non dipende tanto dalla presenza o meno di case ma dal fatto che, chi ha bisogno di case, non è nelle condizioni economiche di mantenerle, di viverci con tutte le spese che ciò comporta».
Va bene. Ma che cosa fa, in concreto, la Chiesa di Genova per rispondere a questa emergenza anche e soprattutto laddove i servizi pubblici latitano? Ancora don Poggi: «Ci sono i centri d’ascolto vicariali che, pur con le risorse limitate che hanno a disposizione (e che provengono soprattutto dai proventi dell’8 per mille e dalle offerte dei parrocchiani, ndr), aiutano a pagare bollette e affitti: a ciò si aggiunge un certo numero di case da dare gratuitamente per rispondere alle emergenze più gravi». C’è chi dice, però, che questi alloggi, rispetto a quello che è il patrimonio immobiliare della Chiesa, potrebbero essere molti di più… «Ultimamente – risponde il direttore della Caritas – stiamo cercando di ampliare la disponibilità di questo tipo di alloggi, soprattutto grazie ai lasciti dei privati. Si tratta di sistemazioni che non possono pretendere affitti altrimenti si tornerebbe al problema iniziale. Ma devono essere sistemazioni provvisorie per consentire alle persone di trovare un aiuto per il tempo in cui non avrebbero possibilità di abitare dignitosamente, magari in attesa di una risposta definitiva da parte delle istituzioni pubbliche. Stiamo cercando di lavorare su questo anche in sinergia con altre realtà genovesi. Ad esempio, la fondazione Carige ci sta mettendo a disposizione nei vicoli un palazzo per cui stiamo cercando i fondi per completare i lavori di ristrutturazione. Si cerca di fare quel che si può».
Difficile, se non praticamente impossibile, capire se “quel che si può”, quantomeno a livello di patrimonio abitativo messo a disposizione, potrebbe essere di più. Le proprietà ecclesiastiche sono gestite da un ente dedicato, il C.A.P.E. (Consorzio per l’amministrazione del patrimonio immobiliare enti dell’arcidiocesi di Genova), il cui presidente, ragionier Emilio Nichele, si è più volte sottratto alle nostre domande. Così come parecchie difficoltà abbiamo avuto ad entrare in contatto con i responsabili dell’ufficio amministrativo ed economato della Diocesi.
Non si è tirato indietro, invece, il direttore della Caritas, mons. Marino Poggi: «Esistono delle case che hanno come presidente l’arcivescovo: le Opere Pie Riunite ne hanno un centinaio nel proprio patrimonio e qualcosa meno ha anche il Magistrato di Misericordia. Ma si tratta di organizzazioni che devono, comunque, mantenersi in piedi per cui possono mettere a disposizione gratuitamente o a condizioni particolarmente vantaggiose solo un certo numero di case, altrimenti i loro servizi complessivi non starebbero in piedi. Naturalmente si spera che la gestione degli appartamenti che vengono affittati secondo le logiche di mercato più tradizionali sia fatta con la giusta attenzione e non “a coltello”. Certo, probabilmente si potrebbe fare di più e di meglio ma solo il Signore sa se la conduzione di queste proprietà è la più oculata e generosa possibile».
Qualche dubbio in proposito lo nutre Bruno Pastorino, l’ex assessore comunale alle Politiche della casa che ci ha accompagnato in questa lunga inchiesta: «Esiste una distribuzione multiforme della proprietà ecclesiastica che viene gestita unitariamente da questo ente che avrebbe come scopo il sostentamento economico del clero. E vista l’ingente dotazione immobiliare – dice sorridendo sarcasticamente – possiamo affermare che si propone di sostenere molto bene il suo clero». Al di là delle battute, Pastorino sostiene che la Chiesa quando applica regimi locativi non abbia una vocazione sociale particolarmente evidenziata e, anzi, si allinei senza difficoltà ai valori di mercato spesso disimpegnandosi nella gestione degli immobili e facendo ricadere sugli inquilini oneri di ristrutturazione come la messa in sicurezza degli impianti che, di per sé, spetterebbero alla proprietà.
«La dimostrazione della scarsa attenzione sociale – prosegue l’ex assessore – ha delle manifestazioni concrete: alcuni Comuni liguri, come Celle e Noli, si sono impegnati a cercare partenariati con istituti religiosi locali per presentare progetti di edilizia destinati alla locazione calmierata con contratti di 15 anni o permanenti. Nonostante fossero garantiti sostanziosi contributi a fondo perduto, di fronte alla previsione di dover affittare per un periodo prolungato i propri alloggi a canoni moderati, questi istituti hanno chiuso la porta al pubblico preferendo disporre liberamente degli immobili a canoni desiderati o vendendoli».
L’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) è un orgoglio genovese. In più di un’occasione ne abbiamo parlato su queste pagine, in particolar modo, ormai due anni fa, vi avevamo raccontato la nostra giornata con i ricercatori dell’istituto sulle alture di Bolzaneto. In questi ultimi anni l’Istituto Italiano di Tecnologia è cresciuto molto anche per quanto riguarda la comunicazione con il territorio, in rete e non solo, un territorio che si è dimostrato ricettivo. Abbiamo discusso di questo con l’ufficio Comunicazione di IIT e abbiamo scoperto che l’Istituto seleziona i ricercatori in maniera innovativa e trasparente.
«IIT si occupa di fare ricerca scientifica, ideare, progettare tecnologie che possano migliorare la vita dell’uomo e della terra. L’essere umano è al centro di questo percorso» ci raccontano. Un percorso che non si ferma al processo di ricerca prima e sviluppo poi, ma vuole spingersi fino all’avviamento alla produzione della tecnologia. Questo può avvenire in due modi o tramite la costituzione di start-up dei ricercatori o tramite un’azienda interessata alla produzione di quella specifica tecnologia.
L’IIT esiste dal 2006, istituito come fondazione di diritto privato e vigilato da Ministero dell’istruzione, delle Università e della ricerca oltre che da quello dell’Economia e Finanza, e riceve ogni anno un finanziamento pubblico di 95 milioni ( l’1% dei fondi per la ricerca nazionale) oltre a finanziamenti privati. La sede centrale è a Genova, vi sono poi altri 11 centri sparsi in Italia e 2 negli Stati Uniti.
La comunicazione
Un’istituzione di livello internazionale interessata a comunicare e interagire il più possibile con il territorio nel quale risiede. «Abbiamo fatto molto negli ultimi anni per arrivare al pubblico generalista: i Caffè Scientifici (arrivati alla 4 edizione, ndr) ma non solo, abbiamo partecipato all’evento “La Storia in Piazza” con dei laboratori, ideato un concorso sull’energia a cui hanno partecipato numerose scuole genovesi – raccontano da IIT – siamo consapevoli che IIT sia riconosciuto a livello internazionale ma molto meno sul proprio territorio e dal pubblico non specializzato. Su questo aspetto vogliamo migliorare».
Ognuno degli undici centri sparsi per l’Italia comunica con il proprio territorio, alcuni in modo più assiduo ed efficace, altri meno. Gli eventi sono pensati e organizzati dalle varie sedi in modo indipendente, ma sono coordinati e sostenuti dalla sede centrale di Genova.
«Gli eventi hanno avuto piena risposta dal territorio – continuano – e in più da un paio di anni, pur avendo profili social da diverso tempo, si è deciso di utilizzarli in modo più bidirezionale di cercare di avere maggiore engagement (coinvolgimento degli utenti ndr). Utilizziamo principalmente Twitter e la pagina Facebook». Sui profili social si trovano le novità e gli eventi in programma. IIT ha anche un gruppo su LinkedIn che utilizza, al momento solo per le ricerche di personale. Il canale Youtube è seguito (669 iscritti) e ogni video ha in media un migliaio di visualizzazioni.
Il personale di IIT
Vediamo se sono cambiati i numeri, rispetto al nostro ultimo approfondimento. L’organico fra sede centrale e altri centri è aumentato di circa 200 persone. Chi lavora in IIT è giovane, la media d’età è di 34 anni, e proviene da 50 nazioni diverse: gli internazionali sono aumentati di 3 punti percentuali dal 2013. Quali i numeri su Genova, quanti liguri? Rispetto al totale di 734 persone sono 249 quelle nate in Liguria.
Ma vediamo come si entra nell’organico di IIT. Superfluo dirlo, le ricerche hanno respiro internazionale, «l’ultima chiamata, la ricerca in oggetto è ancora in corso in questo periodo, ha avuto una risposta prettamente internazionale, più bassa la percentuale degli italiani che hanno risposto, ne aspettavamo di più».
Internazionali le ricerche, internazionali le selezioni. L’Istituto, oggi, ha adottato un processo di selezione in uso nei paesi ad alto sviluppo tecnologico come gli USA: il Tenure Track. Questo meccanismo prevede che il reclutamento dei ricercatori avvenga mediante valutazione condotta da un panel di esperti esterni all’IIT. Gli esperti costituiscono un comitato scientifico, si tratta di una dozzina di scienziati provenienti da istituti internazionali, per citarne uno su tutti il MIT.
«Direttori di dipartimenti scientifici di università internazionali, esperti dei settori di riferimento, è indubbio che nell’ambito dei settori di alta tecnologia a livello internazionale i referenti siano ben individuabili, il desiderio, dato che siamo una fondazione di diritto privato fondata dallo Stato, era di rendere le selezioni più trasparenti possibile».
Una volta selezionato, il ricercatore ha a disposizione, un numero di anni (5 o 10) per dimostrare di poter condurre in autonomia un programma di ricerca. É totalmente autonomo e responsabile, sia dei collaboratori che del budget a disposizione.
Per chi non l’avesse ancora fatto rimane ancora (per quanto riguarda la quarta edizione) un “caffè scientifico” cui partecipare. Appuntamento l’11 giugno alla Pasticcieria Liquoreria Marescotti di Cavo alle 18.30. Si festeggerà il primo anno di attività del Nikon Imaging Centre, un laboratorio congiunto con IIT per lo sviluppo di microscopi per la diagnosi non invasiva.
Se stessimo parlando di calcio, si direbbe una melina infinita. È questa la sensazione che emerge dal lungo Consiglio comunale di ieri pomeriggio in cui è stata approvata con 20 voti a favore (ne mancherebbe uno per la maggioranza assoluta ma, ormai, questo non fa più notizia), 8 contrari (M5S, Pastorino – Sel, Bruno – Fds, Vittoria Musso) e 3 astenuti (Gozzi – PD, Balleari e Campora – Pdl) la delibera sulla razionalizzazione delle società partecipate del Comune di Genova.
Una melina perché, se il documento proposto dalla giunta non presentava grosse criticità ed era sostanzialmente condiviso bipartisan quasi nella sua interezza, sul tema più caldo, quello del futuro di Amiu (qui l’approfondimento), viene sostanzialmente sancito l’ennesimo nulla di fatto. È lo stesso Simone Farello a sottolineare come non si possa indugiare oltre: «Non facciamo altro – ha detto il capogruppo del Partito Democratico – che confermare una linea già assunta ad agosto 2013 e poi ribadita a novembre dello stesso anno. Nel frattempo la situazione di Amiu si è complicata e rischiamo che un’azienda che ha grosse potenzialità manifesti soltanto grandi problemi. Dobbiamo decidere che cosa fare per trovare gli investimenti che servono al piano industriale: non abbiamo nessun pregiudizio ma la soluzione va trovata prima dell’estate».
Una melina perché la modifica proposta (e approvata) dalla stessa giunta – radio Tursi vuole che i cambiamenti siano stati fortemente caldeggiati da Lista Doria ma presentati dalla giunta per evitare giochini politici all’interno della maggioranza e un nuovo scontro tra la lista civica del sindaco e il Partito democratico – rinvia di fatto ogni decisione sul futuro di Amiu a una nuova, ulteriore delibera. Dal testo inizialmente redatto viene stralciato ogni riferimento alla necessità di un “partner industriale” per l’avvio del nuovo corso dell’azienda partecipata da Tursi e si sostituisce tutto con una più generale e onnicomprensiva “partnership”. Un’opera di cosmesi lessicale che Lista Doria vede di buon occhio perché non chiude la porta all’affiancamento di Amiu da parte di soggetti pubblici come Cassa Depositi e Prestiti o Filse, la finanziaria di Regione Liguria. «Dobbiamo salvaguardare l’azienda, i posti di lavori e il controllo pubblico» segna il cammino il capogruppo Pignone che porta a casa anche l’approvazione di un emendamento, già condiviso in maggioranza dallo stesso sindaco Doria, in cui viene richiesta una relazione tecnica da parte di esperti del settore (il famigerato “advisor”, vedi ad esempio nel caso di Amt) in merito alle varie opzioni di futura aggregazione pubblica o privata, conformemente con quanto previsto dal piano industriale di Amiu (qui l’approfondimento) e dal piano regionale dei rifiuti anche in riferimento agli obiettivi ambientali.
Ma, come sottolinea Antonio Bruno (Fds), «l’aver tolto la qualifica di “industriale” dalla partnership prevista potrebbe anche aprire la strada a investimenti di fondi speculativi e banche. Il rischio, quindi, è che la modifica introdotta oggi renda il testo ancor più negativo e pericoloso rispetto alla sua versione iniziale, già di per sé negativa».
Restano, dunque, intatti (e, anzi, forse addirittura rafforzati) gli obiettivi di chi spinge per una quantomeno parziale privatizzazione dell’azienda. Si fa sempre più incessante il nome di Iren, società sì a partecipazione pubblica ma a governance di fatto assolutamente privata.
Curioso che il sindaco abbia fatto capolino in Sala Rossa solo nei pressi della votazione della delibera, attorno alle 19.30, di ritorno da un impegno istituzionale proprio con i vertici di Iren, con cui si sarebbe discussa una modifica dell’assetto di governance relativa a un cambiamento della partecipazione del Comune di Torino. L’assenza del sindaco non ha offerto una bella immagine per un’amministrazione sempre nell’occhio del ciclone: le delibere importanti latitano e, probabilmente, continueranno a farlo fino a quando non sarà approvato il bilancio (quasi certo lo slittamento a luglio); l’assenza del sindaco da una delle discussioni più delicate in Consiglio comunale da qui all’estate non può certo passare inosservata.
L’ipotesi dell’ingresso di Iren, come di qualsiasi altro partner privato, è assolutamente contrastata anche dal Movimento 5 Stelle, che in apertura di seduta si era visto bocciare una richiesta di sospensiva della delibera e ha provato fino all’ultimo a far mancare il numero legale votando contro al provvedimento solo all’ultimo momento utile: «Iren – ricorda il consigliere Boccaccio – ha più di 2 miliardi di indebitamento e non esiste alcuna azienda che sia confluita in questa società ed abbia diminuito le tariffe per i cittadini o migliorato i servizi». Preoccupati e molto scontenti sono anche i lavoratori di Amiu che avrebbero preferito che nella delibera fosse specificata la natura pubblica della futura partnership prevista per l’azienda. Ecco, allora, che già oggi potrebbero essere confermati i due giorni di sciopero annunciati e poi sospesi in seguito alla firma dell’accordo con le istituzioni. Un accordo che, tra le altre cose, prevedeva una nuova convocazione delle parti per la formalizzazione degli impegni presi e del relativo cronoprogramma nelle more di un vero e proprio accordo di programma che, nei fatti, non si è ancora verificato.
Da non dimenticare, come abbiamo detto più volte nelle scorse settimane, che la delibera non riguarda solo Amiu ma 17 società partecipate da Tursi su un totale di una cinquantina. Anche in questo caso, però, il lavoro dell’amministrazione non sembra soddisfare proprio tutti: «La delibera – si diverte a calcolare il grillino Boccaccio – prevede risparmi patrimoniali per circa 1,1 milioni di euro e risparmi nella parte corrente per poco meno di 500 mila euro: il totale fa 1,6 milioni mal contanti. Sul nostro bilancio cittadino che vale circa 880 milioni all’anno, vuol dire un risparmio dello 0,0002%: se dovessimo recuperare il debito pubblico del nostro Comune, che ammonta a 1,250 miliardi di euro, con provvedimenti di questo tipo ci metteremo 783 mila anni. È chiaro che tutto questo rende la delibera alquanto risibile».
Dal canto suo, l’amministrazione si difende annunciando l’imminente arrivo in Commissione e, conseguentemente in Consiglio, di una nuova delibera con cui verrà rivisto l’organigramma dei dipendenti pubblici, dirigenti compresi, anche dal punto di vista retributivo.
Da registrare, infine, l’approvazione di 4 emendamenti proposti dal consigliere Vassallo (Pd) che riguardano alcune partecipate “minori”: Asef, Bagni Marina e Farmacie genovesi non vengono più ritenute società indispensabili e la partecipazione pubblica in tali società verrà mantenuta solo a condizione di un’autosufficienza economica delle stesse; Asef viene vincolata a mettere a disposizione del Comune i propri utili di esercizio (si parla di circa 5 milioni) che verranno impiegati per la manutenzione dei cimiteri; il futuro del Job Centre viene lasciato in stand-by fino alla prossima riorganizzazione nazionale dei servizi per l’impiego; per Sviluppo Genova è prevista una maggiore libertà d’azione riguardo operazioni di gestione immobiliare strategica come, ad esempio, l’efficientamento energetico.
Marcello Foa è stato cofondatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo (EJO) presso l’Università della Svizzera Italiana (USI), dove attualmente insegna anche giornalismo internazionale e comunicazione. Ha focalizzato le proprie ricerche accademiche sul fenomeno dello spin, finalizzandole nel saggio “Gli stregoni della notizia. Da Kennedy alla guerra in Iraq: come si fabbrica informazione al servizio dei governi” (2006, Guerini e associati editore), testo che è stato adottato da diverse università. È autore di due romanzi per Piemme Editore: “Il ragazzo del lago“ (2010) e “Il bambino invisibile“ (2012). Dallo scorso anno è vice-presidente dell’associazione A/simmetrie, fondata dall’economista Alberto Bagnai.
Milanese classe 1963, Marcello Foa è giornalista e direttore generale del gruppo editoriale Timedia. Ha lavorato in Svizzera per la Gazzetta Ticinese e il Giornale del Popolo; in Italia per Il Giornale, guidato allora da Indro Montanelli. È stato inviato speciale di politica internazionale in Russia, Francia, Germania, Turchia e Stati Uniti. Nel 2007 ha creato “Il cuore del mondo”, oggi un blog indipendente ospitato da ilgiornale.it.
Con Marcello Foa abbiamo discusso del mondo dell’informazione, dei meccanismi della diffusione delle notizie e di democrazia. Sul numero #59 del bimestrale (apr-mag) abbiamo pubblicato uno speciale ad hoc; riportiamo qui l’intervista integrale e rimandiamo alla rivista cartacea per ulteriori approfondimenti.
Se volessimo fare come fanno gli studenti a scuola, per i quali Platone è “quello del mondo delle idee” e Leopardi “quello de L’Infinito”, dovremmo dire che Marcello Foa è “quello del frame”…Scherzi a parte, trovo il concetto di frame piuttosto utile per tenere insieme due evidenze apparentemente inconciliabili: ossia, da un lato, il fatto che non esiste un “ministero per la propaganda” come ai tempi del fascismo; dall’altro lato che, ciononostante, i media appaiono molto omologati. Di solito la gente finisce per risolvere questa contraddizione illudendosi che in democrazia l’uniformità dei mezzi d’informazione dipenda dal fatto ci viene raccontata la verità…
«Sì, il concetto del frame è fondamentale per capire queste logiche. Sostanzialmente è una “cornice mentale” che noi ci creiamo su un qualunque argomento. A volte sono delle piccolissime cornici, dei fili, che entrano, si formano e si vaporizzano. In certi casi, però, possono essere anche giudizi forti su argomenti importanti. E più queste cornici sono legate a delle emozionio dei fatti che noi non conosciamo, più è facile che diventino permanenti. Per esempio, l’11 settembre ha avuto un impatto enorme perché ha scioccato tutti: vedere lo schianto degli aerei, il crollo delle torri in una città come New York… per molti europei è stato come se la tragedia fosse avvenuta in casa nostra. Altri casi possono essere l’ISIS, l’Ucraina o la Siria: fatti che improvvisamente finiscono alla ribalta senza che la gente sappia bene di cosa si parla e su cui dunque si ragiona in base al giudizio che ci si forma nel momento stesso in cui si apprende la notizia. Ed è qui che entra in azione lo spin doctor».
Ossia l’esperto di comunicazione, il consulente che elabora la strategia d’immagine…
«Sì. Lo spin doctor vuole formare una “cornice” molto forte su quel dato argomento, perché è consapevole del meccanismo psicologico della mente umana per cui, una volta che si è formato un giudizio di fondo (il bene e il male, il giusto e il cattivo, ecc.), le notizie che entrano dentro questa cornice di giudizio vengono rafforzate e continuamente rinvigorite, mentre le notizie che ne escono fuori vengono relativizzate o addirittura scartate. Ecco perché – per fare un altro esempio – oggi è molto difficile parlare di Putin: perché, per il frame della nostra stampa “Putin è il cattivo, l’Ucraina è invasa, la Russia ha mire imperiali”».
In questi casi è facile che chi nega la “verità ufficiale” venga additato come “complottista”: come si distingue chi elabora bizzarre teorie del complotto da chi invece scava alla ricerca della verità?
«Bisogna distinguere diversi temi. C’è il tema del conformismo, per cui tutti dicono la stessa cosa sentendosi molto liberi e originali – io trovo, per esempio, che i lettori e gli elettori di sinistra tendano ad essere i più conformisti, nel senso che tendono a ripetere la “verità comune”. Poi ci sono coloro che dissentono e sviluppano idee proprie, il cui libero pensiero può anche essere accettato, ma più spesso rifiutato o relativizzato. Infine ci sono i cosiddetti “complottisti”, che non sono né conformisti, né anti-conformisti, ma cercano la verità nascosta dietro la teoria ufficiale, talvolta “azzeccandoci”, talvolta no. Su questo tema sono molto sensibile, perché sono convinto che anche il buon giornalista debba scavare e andare in profondità, senza limitarsi a riportare quello che accade in quella superficie che chiunque può vedere e raccontare. Tuttavia, la differenza tra il giornalista che fa analisi e il complottista è la verifica delle fonti, mirata non ad assecondare un pregiudizio, ma a verificare incongruenze eventualmente emerse nell’indagine di una situazione».
Dunque il nodo centrale è la verifica delle fonti…
«Non solo: il punto vero è l’approccio alla verifica. Il complottista cerca un riscontro alla sua idea; il giornalista fiuta quello che non va e scava per trovare conferma a un dubbio che sorge a seguito di un’analisi delle cose. Anomalie e fatti che non tornano spingono a porsi delle domande, a ricostruire la filiera: insomma, a fare vero giornalismo investigativo teso alla risoluzione dei dubbi. Solo una volta ricostruite e risolte le contraddizioni, ci può distaccare a ragion veduta – e in questo modo raramente sono stato smentito nella mia carriera – da quella che è la verità ufficiale.
Il complottista tradizionale parte da un presupposto diverso: pensa che sia tutta una grande manipolazione e vede il complotto dietro qualunque fatto. Il che talvolta può anche significare “azzeccarci”: ma può anche portare a prendere delle cantonate clamorose. Un esempio di informazione controcorrente, che io condivido al 100%, ce lo dà Ray McGovern, un ex-analista della CIA con cui ho fatto un dibattito a Firenze: questa persona è molto coraggiosa e negli Stati Uniti ha fatto delle denunce fortissime.
Il problema di fondo è che nella nostra società “democratica”, paradossalmente, è sempre più difficile far passare un messaggio diverso. C’è un certo tipo di pubblico, per fortuna: ma è minoritario. La grande massa si accontenta di quello che è il frame, il luogo comune iniziale; oppure si accontenta di un dibattito in apparenza vivace, ma che in realtà non esce mai da certi binari, rimbalza entro certe linee invisibili e così non diventa mai “scomodo”. Questo è un problema molto serio, perché tende a relativizzare una delle caratteristiche fondamentali della nostra democrazia: la capacità per il pubblico di formarsi un’idea fondata, solida, autentica».
Un altro punto è quello del rapporto del giornalista con la complessità delle notizie. Secondo Stefano Feltri de Il Fatto Quotidiano i temi economici e la politica europea sono volutamente incompatibili con la portata di un dibattito democratico: un problema grosso; eppure sembra che gli italiani possano fare poco più che prenderne atto. Io mi chiedo invece se il compito del giornalista non sia anche quello di saper operare una sintesi utile a rendere accessibile un certo tema ad un pubblico inesperto. Questo significherebbe, però, anche “metterci del proprio”, sacrificando un po’ di oggettività. Insomma, di quale tipo d’informazione deve andare in cerca l’utente?
«Ottima domanda. Il giornalismo anglosassone – che ormai non esiste quasi più – tendenzialmente ha risolto questo dilemma: da un lato fa la cronaca, dall’altro fa il commento e l’analisi. Oggi in realtà questa barriera tende a cadere, per via del fatto che anche il giornalista è vittima del frame.
Mi spiego meglio. Tornando all’esempio della Russia, se io parto dalla convinzione che Putin abbia ammazzato, o voluto o permesso che Nemtsov fosse ucciso, la cronaca che farò sarà piena di “si dice”, di “forse”, di “si sussurra” che tendono ad accentuare nel lettore il sospetto che questa cosa sia realmente avvenuta: e dunque influenzo il mio lettore già a partire dalla cronaca. Ho notato che, in effetti, i giornalisti tendono ad essere molto sensibili a questa cornice sulla Russia: e dunque anche le cronache risultano abbastanza condizionate.
Poi ci sono dei limiti molto forti nel modo in cui si fa giornalismo. Se faccio il cronista politico a Roma o a Bruxelles, chi sono i miei referenti quotidiani? Sono il portavoce del PPE, il portavoce della Commissione, il portavoce di Palazzo Chigi, eccetera; tutte persone con cui alla fine divento amico. Sono loro che poi mi telefonano o che mi mandano una e-mail quando sono arrabbiati o compiaciuti. Questo microcosmo è anche parte del mestiere; se però mi ci immergo troppo, poi finisce che perdo la percezione di cosa interessa davvero alla gente. È per questo motivo che quando leggo le cronache politiche italiane mi sfugge lo scopo di quello che si scrive: perché sono cose da addetti lavori… o “adepti” ai lavori».
Sì, il gioco di parole rende l’idea. E allora, se il lettore non capisce, non è sempre e solo colpa sua…
«Io vengo dalla scuola di Montanelli e per formazione penso che, di qualunque cosa io scriva, anche il macellaio sotto casa debba essere in grado di percepire la mia valutazione e capire cosa stia succedendo. Eppure oggi questo approccio – che una volta faceva parte delle regole del buon giornalismo di stampo anglosassone – tende a cadere. Ci troviamo di fronte, così, a giornalisti che si dimenticano dei lettori.
All’opposto chi fa televisione tende ad essere totalmente in superficie, piattissimo, ripiegato su stereotipi quali giusto e sbagliato, buono e cattivo; perché se il messaggio non passa, lo spettatore cambia canale. Il paradosso della nostra epoca è che siamo molto informati, perché abbiamo tante fonti di informazione, ma siamo poco informati, perché nessuno ci spiega l’essenziale. È questo fenomeno che rende l’informazione meno “convincente” di quello che era qualche anno fa».
Se andiamo ancora più sul generale, ci imbattiamo – mi pare – in un problema di democrazia. Mi spiego meglio. Io acquirente di giornali, fruitore di informazioni, sono anche un cittadino che vota: quanto di tutto quello che accade a Roma o a Bruxelles può essere davvero utile per le decisioni che sono chiamato a prendere e quanto invece attiene al dibattito tecnico?
«Non c’è dubbio che, se chiedo alla gente cosa abbia capito dello spread, esce fuori di tutto. Il punto però è che ci sono certe decisioni fondamentali sulle quali il cittadino deve essere messo in grado di capire davvero la posta in gioco.
Un esempio: l’euro comportava la fine della sovranità economica e monetaria dell’Italia; ossia la fine dell’indipendenza di giudizio e di azione del governo e dell’industria italiana. E invece hanno fatto una propaganda atta a dipingere l’Unione Europea e la moneta unica come il paradiso: “saremo un paese forte”, “la nostra economia crescerà”, “saremo come i tedeschi”, “le leggi funzioneranno” e tutta una bella retorica di popoli uniti. Oggi ci troviamo con un solo paese che ci guadagna (Germania), con dei paesi che sono alla fame (Grecia, ma anche Spagna e Portogallo) e con altri paesi che stanno perdendo la loro indipendenza e il loro benessere economico (noi). Il vero messaggio che andava lanciato, allora, sarebbe dovuto essere: “se entrerai nell’euro, del tuo futuro non deciderà più il tuo governo, ma la Commissione Europea e Banca Centrale Europea”. La questione a quel punto sarebbe stata capire se a noi convenisse davvero oppure no: ma questo discorso, verso la fine anni ’90, non è stato fatto».
In effetti non ricordo a quell’epoca grandi prese di posizione contro l’euro o contro l’UE…
«Perché chi ha provato a farlo ha subito il solito meccanismo del frame: “sei euro-scettico”, “sei contro il futuro”, “sei contro l’Europa”, eccetera. Non si giudicava neppure l’obiezione, ma si poneva subito un’etichetta denigrante su chiunque provasse ad avanzare dubbi, che pure oggi ci appaiono assolutamente legittimi e fondati. Di fronte all’accusa di “euro-scetticismo”, dovevi difendere non il merito della tua posizione, ma la tua persona, dimostrando di non essere un “cattivone” come Haider o Le Pen.
Il fatto è che quando ci sono dei dossier internazionali e degli interessi così grandi in gioco, arrivano spin doctor professionisti che sanno preparare le campagne giuste: e la stampa finisce per cascarci, ripetendo tutti i frame con una facilità estrema. È il discorso che lei faceva all’inizio: se siamo in democrazia, tendiamo a fidarci dell’autorità. Pertanto se il governo italiano, la maggior parte dei politici italiani, la Commissione Europea, il governo francese, gli Stati Uniti, l’FMI, la BCE; insomma, tutti ci dicono che l’euro va bene, allora anche i grandi giornali “istituzionali” tenderanno a percepire il messaggio e a rilanciarlo.
Io invece sono di un’altra scuola. Io cerco di capire se quello che viene proposto è giusto: e poi cerco di spiegarlo a miei lettori. Il che non vuol dire, naturalmente, ch’io non possa sbagliarmi».
Se dovesse scegliere un problema del mondo dell’informazione da cui cominciare per invertire una parabola che evidentemente è declinante, cosa sceglierebbe?
«Nel mondo dell’informazione in generale distinguerei almeno due problemi: da un lato c’è ovviamente il condizionamento esercitato dall’establishment o dal mondo politico; dall’altro lato, però, c’è anche il condizionamento economico: ossia, come si fa a fare informazione oggi? Se la pubblicità scappa, infatti, bisogna capire dove si ricava il sostentamento.
Oggi è difficile fare informazione in generale perché mancano le risorse. Il paradosso è che su internet si può avere anche tantissimo pubblico; ma, se si va ad analizzare il budget dei siti internet, per quanto di successo, si scopre che questi raccolgono una piccola parte della pubblicità e delle risolte che raccolgono altri media.
Questo è il problema principale: come far sì che un giornalista possa essere davvero libero, in modo che possa fare buona informazione. Lo strumento del blog – che io naturalmente apprezzo, essendo io stesso uno degli animatori della blogsfera – ha un grosso limite: non garantisce un’informazione costante e regolare. Il vero problema è dunque quello di mettere i giornalisti in grado di fare giornalismo libero e di qualità, di non essere completamente ostaggio delle leggi dell’audience. Tuttavia non saprei dire come: non ho una soluzione sicura».
La domanda è sempre la stessa. Chi troverà i 150 milioni che nei prossimi 5 anni serviranno a dare concretezza al nuovo piano industriale di Amiu? È evidente che le risorse pubbliche non possano bastare per le innovazioni tecnologiche necessarie a trasformare la partecipata del Comune di Genova da società di servizi a vera e propria società industriale. Nella tanto discussa delibera sulla razionalizzazione delle società partecipate (che dovrebbe essere messa in votazione nel Consiglio comunale di martedì prossimo), come d’altronde già previsto nella delibera di novembre 2013, si fa esplicitamente riferimento all’ingresso di un partner privato: le modalità, però, restano tutte da discutere, soprattutto all’interno della maggioranza che (e non è certo una novità) non è compatta sul tema.
Decisamente più concordi sono tutti i consiglieri nel commentare positivamente le evoluzioni del piano industriale che Amiu ha presentato questa mattina in Commissione a Palazzo Tursi. «Nel piano industriale presentato in autunno – ha ricordato il presidente Castagna, intervenuto in Sala Rossa assieme al responsabile tecnico e progettuale di Amiu, ing. Cinquetti – delineavamo una serie di interventi da fare a Scarpino e ipotizzavamo un’evoluzione impiantistica ancora abbozzata. Sostanzialmente si lasciavano aperti alcuni scenari che, adesso, sono stati focalizzati».
Innanzitutto, si prova a mettere la parola fine sulla stabilità della discarica di Scarpino. «È stato realizzato – assicura l’azienda – un sistema completo, semi automatizzato e in tempo reale di monitoraggio con oltre 100 punti di misurazione. Bisogna dire con chiarezza che la discarica è ed è sempre stata stabile: l’unico problema riguardava il coefficiente di sicurezza, ulteriore garanzia di stabilità, che era sceso sotto il valore di legge».
In via di soluzione anche le problematiche riguardanti il trattamento del percolato e il bilancio idrico della discarica sestrese. «Sono state confermate le nostre supposizioni iniziali – spiega Castagna – e cioè che l’afflusso del percolato di Scarpino 1 è più del doppio di Scarpino 2. Il fondo della vecchia discarica non è stato impermeabilizzato e risente del flusso delle acque piovane». Per risolvere la questione, è stato messo a un punto un sistema di emungimento delle acque piovane e il loro drenaggio in versanti naturali. «Va ricordato – sottolinea Amiu – che nel 2014 sono piovuti circa 3200 mm di pioggia contro una media degli anni passati tra 1500-1700. Tenendo conto delle variazioni climatiche abbiamo realizzato un bacino supplementare di accumulo percolato per circa 2500 metri cubi e 10 serbatoi mobili (per un totale di 3 mila metri cubi). Inoltre, sono stati predisposti due piccoli impianti mobili di depurazione da 100 metri cubi/ora». Risultato: si aumenta del 40% la capacità di stoccaggio del percolato, precedentemente di circa 14 mila metri cubi e ora salito a 19500 mc.
Scarpino 3, la “nuova discarica”
Più interessante e delicata la questione che riguarda la realizzazione di un nuovo lotto di discarica che verrà inevitabilmente battezzato Scarpino 3 ed entrerà esclusivamente in servizio per le frazioni residuali di rifiuti non recuperabili. Il progetto, soprattutto in vista di una potenziale estensione del servizio di Amiu a tutto il bacino della Città Metropolitana, punta ad ottenere la disponibilità di oltre 1,3 milioni di metri cubi di nuovi spazi ma, al momento, l’autorizzazione è stata richiesta solo per 150 mila metri cubi. I nuovi spazi sarà indispensabili alla riapertura della discarica perché Scarpino 2 sarà chiusa e sigillata. Contemporaneamente dovrebbero partire anche i lavori per la definitiva impermeabilizzazioni di Scarpino 1.
Con Scarpino 3 si modifica parzialmente il ciclo dei rifiuti indifferenziati genovesi. Dal cassonetto verde arriveranno in discarica e verranno sottoposti all’impianto di separazione secco-umido. In Commissione è stato definitivamente confermato l’abbandono del progetto che preveda l’installazione degli impianti di separazione a Volpara e Rialzo: «A gara già fatta – ricorda Castagna – l’evoluzione normativa regionale ha imposto un cambiamento dell’impiantistica: a quel punto abbiamo deciso di sfruttare un’area interna a Scarpino per questo tipo di trattamento». Dopo la separazione, la frazione secca stabilizzata non entrerà nel giro della discarica, almeno in questa prima fase, e dovrà essere conferita fuori Regione a causa degli indici restrittivi imposti da via Fieschi per questo tipo di trattamento. L’umido residuale, invece, dopo essere stato stabilizzato, verrà abbancato negli spazi di Scarpino 3. La biostabilizzazione avverrà all’interno di una ventina di corridoi di cemento coperti da teli che consentono aerazione: un processo simile a quello del compostaggio domestico, che durerà circa una ventina di giorni per ogni ciclo.
La differenziata secca di qualità continuerà ad andare, invece, all’impianto di via Sardorella a Bolzaneto per essere opportunatamente selezionata e valorizzata prima della vendita sul mercato.
In questa prima fase, invece, continuerà ad essere conferito fuori Regione l’umido di qualità, proveniente dai cassonetti marroni. Un passaggio, quest’ultimo, che potrà essere internalizzato solo dopo l’entrata in funzione del biodigestore.
Il piano industriale di Amiu prevede poi l’inizio di una seconda fase, all’interno di questo processo di nuova vita del trattamento dei rifiuti genovesi, che potrebbe partire tra il 2017 e il 2018, ovvero quando verrà realizzato l’impianto per il recupero spinto di materia secca che interverrà dopo la separazione dall’umido del rifiuto indifferenziato. In questo caso, il materiale recuperato sarà venduto mentre gli scarti residuali potranno essere finalmente abbancanti a Scarpino 3, così come l’umido non di qualità.
A quel punto, per completare la chiusura del ciclo all’interno del territorio genovese e diminuire in maniera sempre più sensibile i rifiuti indifferenziati da abbancare in discarica, mancherà solo il biodigestore che dovrà trattare il materiale organico di qualità (quello raccolto nei cassonetti marroni), indirizzarlo all’impianto di compostaggio e vendere i prodotti sul mercato (gli scarti, invece, andranno a Scarpino 3). Ma dove verrà realizzato questo ormai famoso biodigestore? La scelta, come ricorda Enrico Pignone, capogruppo di Lista Doria, spetta al Comune: «Oltre alla ricerca delle risorse economiche e finanziarie per realizzare questo percorso dobbiamo per forza di cose risolvere il tema della disponibilità delle aree. Non tutte le innovazioni impiantistiche potranno trovare spazio a Scarpino: è indispensabile dare attuazione al recente accordo di programma siglato tra enti locali e sindacati, nel quale il Comune si impegna e risolvere la questione della scelta delle aree entro il 30 giugno. Solo una volta che avremmo definito le aree potremmo avere una più precisa definizione delle risorse economiche e degli investimenti necessari». Per il biodigestore il ballottaggio è sempre lo stesso: ex Colisa o Ilva. Tra meno di due mesi, finalmente, si avrà una risposta.
L’assessore Crivello sperava di poter dare la notizia già ieri pomeriggio, rispondendo all’interrogazione di Barbara Comparini (Lista Doria) in Consiglio comunale. Ma le firme non sono ancora arrivate. Manca, dunque, l’ufficialità anche se l’accordo tra Comune di Genova e Rizzani de Eccher per la conclusione dell’annosa trattativa sui risarcimenti dei mancati lavori all’ex mercato di corso Sardegna si può considerare praticamente concluso.
Non è ancora dato sapere quali siano i termini dettagliati su cui si metterà fine alle ostilità ma sicuramente al colosso friulano dell’edilizia verrà corrisposto un corposo indennizzo da parte delle casse pubbliche (comunque di molto inferiore agli 11 milioni richiesti inizialmente dalla società) per aver dovuto dire addio al progetto di riqualificazione dell’area in seguito ai forti vincoli urbanistici imposti dopo l’alluvione del novembre 2011, ad appalto già da tempo assegnato.
Certo è che, dopo che avrà finalmente concluso questa partita, l’amministrazione potrà finalmente dedicarsi al futuro di questo spazio ormai da troppo tempo abbandonato. Ha perso quasi definitivamente quota l’ipotesi di riqualificazione temporanea (qui l’approfondimento) con l’abbattimento di alcuni edifici non vincolati affacciati su via Varese e l’idea di realizzazione di una nuova piazza pubblica. Un progetto che sembrava di imminente avvio finché, lo scorso febbraio, non arrivò il “fermi tutti” del vicesindaco Bernini che vincolava l’avvio di qualsiasi tipo di progettazione alla conclusione dell’accordo con De Eccher. «Sono personalmente convinto che l’ex mercato possa essere valorizzato senza incidere con grossi interventi di modifica sulla struttura, seguendo l’esempio di altri grandi paesi europei per spazi simili» aveva detto Bernini per la gioia del comitato cittadino per la salvaguardia dell’ex mercato che si è sempre opposto al progetto di riqualificazione fortemente voluto dal presidente di Municipio, Massimo Ferrante.
Municipio che per quegli spazi ha investito 100 mila euro per il risanamento conservativo della facciata, compresa la rimozione delle ormai storiche impalcature, l’eliminazione dell’edicola accanto all’ingresso e la sistemazione del cancello in ferro battuto: opere che inizieranno il prossimo lunedì 11 maggio. Un investimento cospicuo per il bilancio del Municipio (a cui vanno sommati i 200 mila euro impiegati dal Comune per la bonifica dell’amianto) che, ora, rischia di rimanere temporaneamente incompleto.
«Dal momento stesso in cui arriverà la firma dell’accordo con la Rizzani de Eccher – assicurano a Tursi – lavoreremo per la pubblicazione del nuovo bando per la riqualificazione dell’area». Una riqualificazione che sarà definitiva e che, essendoci di mezzo una gara pubblica, non potrà avvenire in tempi brevissimi. I tanti cittadini interessati a riappropriarsi dell’area devono mettersi il cuore in pace: prima di rientrare definitivamente nell’ex mercato, dovranno passare ancora diversi mesi. Anche se i nuovi lavori non si annunciano come particolarmente gravosi: non dovrebbero, infatti, essere previste sostanziali modifiche agli edifici che compongono la struttura. L’obiettivo finale è quello di restituire più luce e più aria, elementi indispensabili per uno spazio pubblico. Il risultato, insomma, non dovrebbe discostarsi poi molto dal progetto in stile vagamente liberty disegnato dal circolo Nuova Ecologia di Legambiente e dal coordinamento dei gruppi per la riqualificazione di corso Sardegna.
A questo punto, potrebbero non servire più i 500 mila euro che il Comune aveva stanziato con apposita delibera (n. 289/2013 approvata nel novembre di quell’anno) per la demolizione di alcuni edifici non vincolati dalla Sovrintendenza e la sistemazione provvisoria dell’area per uso temporaneo. Ma l’assessore Crivello assicura che la cifra sarà comunque reinvestita a favore del territorio della Bassa Val Bisagno.
Cambio di destinazione in vista anche per gli ulteriori 50 mila euro che il Municipio Bassa Val Bisagno sarebbe stato disposto a impiegare per l’allestimento della nuova piazza che si sarebbe dovuta affacciare su via Varese, ma che con tutta probabilità verranno dirottati sulla riqualificazione di piazza Martinez.
Nel frattempo, per quanto riguarda l’ex mercato di corso Sardegna, ci si dovrà accontentare di qualche evento estemporaneo, come quello di grande successo fortemente voluto da Municipio e Civ lo scorso 29 marzo, a dimostrazione del forte attaccamento che i genovesi e gli abitanti della bassa Val Bisagno, in particolare, hanno nei confronti nel proprio territorio e dei propri (pochi) spazi a disposizione.
Quasi 4000 cittadini genovesi in lista per una casa popolare, senza contare il numero di sfratti che ogni anno colpisce sempre più famiglie. L’emergenza abitativa, che investe la nostra città ma anche l’intera penisola e tanti altri Paesi europei, oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. Nella prima parte della nostra inchiesta (leggi qui) ci siamo soffermati sull’analisi dei dati e delle politiche degli enti locali, Comune e Regione in primis.
A complicare ulteriormente un quadro piuttosto desolante e con scarsissime probabilità di ripresa, ci si mette una nuova tendenza che negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede: molte operazioni immobiliari non trovano più soddisfazione all’interno del real estate tradizionale ma vengono utilizzate come un vero e proprio strumento neo-finanziario. Gli immobili, cioè, non vengono più costruiti o acquisiti per essere abitati ma come strategica voce di bilancio per grandi aziende da sfruttare per un più facile accesso al credito nel confronto degli istituti bancari o per riequilibrare situazioni economiche altrimenti fallimentari. Per le grandi imprese, dunque, avere nel proprio patrimonio alloggi vuoti non rappresenta un gravoso onere finanziario ma diventa piuttosto un pass par tout per l’accesso al credito. Operazione, tra l’altro, che in un certo qual modo sembra essere stata avvallata dai piani alti della politica nazionale dato che le imprese edili sono state risparmiate da una serie corposa di oneri fiscali sugli invenduti.
La questione diventa ancora più grave se ad essere chiamati in causa sono soggetti pubblici o aziende partecipate dallo Stato e da enti locali che sacrificano alla divinità immobiliare beni patrimoniali che potrebbero altrimenti essere impiegati per ben più nobili scopi sociali. Politica e istituzioni segnano così una decisa migrazione da ruolo di mediatori sociali a vero e proprio supporto e assistenza al mercato finanziario. Se, infatti, una parte di questi alloggi venisse riproposta sul mercato a prezzi calmierati, la domanda abitativa potrebbe essere in buona parte assorbita. E gli incentivi per intraprendere questo cammino non sarebbero così complicati: basterebbe, infatti, una politica fiscale che punisse chi detiene alloggi vuoti per un certo numero di anni.
Una situazione da cui anche Genova non è immune. Secondo stime approssimative, gli addetti ai lavori parlano di almeno 400 alloggi che potrebbero essere messi in circolo se si puntasse a valorizzare in chiave sociale questa categoria di immobili vuoti e proprietà di enti che hanno qualcosa a che fare con il settore pubblico. Nella nostra città, i due casi più eclatanti riguardano il Gruppo Iren e Poste Italiane: nel primo caso, si parla di un’azienda che chiama in causa per quasi la metà della sua proprietà i Comuni di Genova, Torino e Reggio Emilia, e che rappresenta l’élite della trasmissione dell’energia nel nostro Paese con grandi escursioni nei mercati emergenti; nel secondo caso, invece, il controllo pubblico avviene attraverso Cassa Depositi e Prestiti.
Per quanto riguarda il Gruppo Iren, bisogna risalire a dicembre 2013 quando il Consiglio comunale diede il via libera all’operazione di liquidazione di Sportingenova, la partecipata del Comune che aveva in gestione i principali impianti sportivi della città. Per far fronte a circa 10 milioni di debito maturati nella gestione, il Comune ha sostanzialmente “riacquistato” gli impianti coprendo l’esposizione nei confronti dei creditori attraverso una significativa operazione di permuta immobiliare. Sono così passati da mano pubblica a mano para-privata i seguenti immobili: il mercato di Pontedecimo, un complesso ex industriale nella zona dell’Eridania a Sampierdarena, una palazzina a Nervi, alcuni appartamenti nella zona del Lagaccio e di Brignole, un ex asilo comunale a Trasta, un’ex scuola in via Pagano Doria e il famoso palazzo delle Poste di Borgo Incrociati. I creditori hanno un’identità ben precisa: si tratta di Cae, Mediterranea delle Acque e Iren Mercato, tutte appartenenti al Gruppo Iren. Che, a circa un anno e mezzo dall’ottenimento, si è fin qui dimostrato indisponibile a qualsiasi ipotesi progettuale volta a riutilizzo in chiave abitativa sociale di questi edifici, anche quando le proposte sono giunte da aziende pubbliche. Una tendenza confermata anche dalla mancata partecipazione di Iren all’ultimo bando regionale che elargiva fondi per la riqualificazione di immobili esistenti da convertire a edilizia sociale fino a un massimo di 500 mila euro.
Un’accusa che il professor Luca Beltrametti, presidente di Mediterranea delle Acque e noto uomo di sinistra, rispedisce sostanzialmente al mittente: «Non sono assolutamente in grado di rispondere per conto di tutto il gruppo Iren ma, per quanto ci riguarda, il fenomeno è molto circoscritto. Abbiamo ricevuto dal Comune 3 immobili a saldo del credito di Sportingenova ma non ci siamo mai inoltrati deliberatamente nel settore immobiliare per fini speculativi». Di questi ci risulta facciano parte l’ex scuola di via Pagano Doria e una porzione dell’ex palazzo delle Poste di Borgo Incrociati: «Effettivamente – ammette Beltrametti – questi immobili avrebbero anche una valenza residenziale ma li abbiamo ricevuti in condizioni pessime e non certo abitabili. Sono stati messi in sicurezza ma ci vorrebbero investimenti nell’ordine del milioni di euro per edificio per una ristrutturazione completa. E non si può chiedere a un gruppo che si occupa di acqua e depuratori di investire queste cifre in questioni non solo non riguardano il nostro business ma neppure obiettivi statutari o sociali: se decidiamo di fare un intervento nel sociale, lo facciamo nei nostri settori».
«Ci sono poi altri immobili nella nostra dotazione patrimoniale – conclude il docente universitario – ma derivano da vicende industriali del passato che avevano a che fare con le attività tipiche dell’azienda e che non riguardano edifici con uso abitativo».
A destinazione residenziale o meno, nel frattempo gli edifici restano vuoti e i genovesi assistono impotenti al depauperamento di strutture fortemente insediate nel tessuto urbano e il cui recupero creerebbe riqualificazione del territorio oltre, naturalmente, a fornire un’opportunità per alleviare la domanda abitativa locale, laddove possibile.
Il secondo capitolo, come detto, fa riferimento a Poste Italiane. Oltre a una serie di patrimoni sparsi in città, la società è proprietaria di circa un centinaio di alloggi in via Linneo, al Cige di Begato, in un complesso unitario vuoto ormai dal 2001 e prima destinato a scuola professionale con foresterie per gli impiegati in arrivo da fuori città. Rifiutata la proposta di affitto da parte del Comune tra fine 2011 e inizio 2012 per convertire la struttura a esigenze abitative sociali, Egi (partecipata di Poste italiane che ne amministra il patrimonio) ha più volte richiesto invano a Palazzo Tursi una variante urbanistica per riconvertire l’immobile a uso abitativo privato, destinazione al momento esclusa dal Puc, e quindi avere il via libera all’ennesima speculazione edilizia.
A nostra precisa domanda circa un chiarimento su questa totale mancanza di sensibilità sociale da parte di aziende almeno parzialmente pubbliche, l’assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova, Emanuela Fracassi, risponde: «A me questa cosa non risulta. Ne prendo atto». Commenti e riflessioni, ai lettori.
Nella delegazione di Cornigliano, dopo l’apertura della Strada a Mare avvenuta lo scorso 7 febbraio, si è assistito quasi contemporaneamente, per iniziativa della sezione genovese di Italia Nostra, anche all’”apertura” della strada a Monte. Non si tratta di una nuova opera di asfalto e cemento ma un percorso inedito, dai Giardini Melis su per Via Cervetto e Via Tonale, attraverso una sorta di arteria lungo la quale visitare le ville che le famiglie nobili genovesi costruirono soprattutto dal 1500 in poi, quasi obbligati in ragione del prestigio che la città aveva assunto nel mondo allora conosciuto.
Erano i tempi in cui gli esponenti della Genova blasonata si risolsero a lasciare le budella della Città Vecchia per far costruire i propri palazzi nelle zone limitrofe, su tutte Via Garibaldi e via Balbi (comunque entro le mura, per entrare nelle “liste” delle dimore di interesse, Rolli appunto, e poter ospitare personalità illustri in transito). Quando dovettero scegliere dove costruire le proprie residenze estive, invece, videro nella zona alle spalle del lido fra Cornigliano e Sestri un buon compromesso fra la vicinanza ai propri affari e la posizione privilegiata al fresco della campagna ma sempre con il mare a portata di sguardo.
Si dice che già il Petrarca cantasse la bellezza della zona come località di villeggiatura, e infatti già dal 1300 erano sorte casine di campagna e di vacanza, senz’altro più modeste di quelle che oggi ammiriamo; sicuramente ne fu colpito Ugo Foscolo, che dedicò l’”Ode a Luigia Pallavicini caduta da cavallo”, alla bella nobildonna genovese che ebbe la famosa disavventura proprio cavalcando fra Cornigliano e Sestri, e che il poeta, allora comandante dell’esercito napoleonico, aveva conosciuto ad una festa a Villa Imperiale, in Corso Perrone. Possiamo quindi immaginare le vie che portavano alle colline che ancora oggi sono alle spalle di Cornigliano, Coronata e gli Erzelli, allora probabilmente disseminate solo di poche costruzioni, e capire il perché i genovesi più abbienti iniziarono a trasferire qui le proprie dimore estive, conservando ove presente la caratteristica torretta oppure inserendola ex novo nelle ville in costruzione, poiché era considerata un elemento indispensabile per avvistare malintenzionati e briganti, che molto spesso arrivavano dal mare.
Nacque in questo modo una vera e propria “Strada a Monte”, appunto, disseminata di ville cinque-seicentesche dai nomi blasonati come quelli dei palazzi del centro: Cattaneo, Durazzo, Serra, Dufour, Raggio, Spinola fra gli altri, costruite spesso dagli stessi architetti artefici dei più noti palazzi cittadini. In occasione dell’Esposizione Universale del 1892, anche Margherita di Savoia ed il Re Umberto scesero alla stazione di Cornigliano per soggiornare presso Castello Raggio, distrutto poi nel 1951 per costruire le acciaierie. Tante altre residenze oggi non esistono più, o si sono trasformate o sono a stento riconoscibili per le modifiche apportate negli anni, una di queste fu, tra l’altro, sede di un pastificio industrale (Villa Spinola Narisano) altre sono state trasformate in piccoli condomini. Strade e nuovi tracciati ferroviari hanno tagliato giardini e parchi, mentre si è riempito il lido di Cornigliano per far posto agli insediamenti produttivi, così che dell’antica vocazione turistica si è perso anche il ricordo.
Italia Nostra, in collaborazione con la Pro Loco Cornigliano e con Associazione Dimore Storiche (all’interno della quale è sorto il Consorzio proprietari delle ville) ha però da almeno un decennio puntato l’attenzione su questa zona, grazie anche alla caparbia passione di alcuni addetti ai lavori ai quali non è sfuggita occasione per segnalare come si stesse gettando via una porzione di territorio dalle caratteristiche architettoniche forse uniche.
Con un lavoro accurato e puntuale sono state catalogate tutte le residenze, in alcuni casi si sono avviati i primi lavori di restauro, provvedendo alla realizzazione di un percorso che sarà guidato tramite l’installazione di pannelli descrittivi e la pubblicazione di una mappa delle ville. Nel mese di maggio ci saranno poi due eventi distinti, entrambi con i palazzi di villa protagonisti: durante la “Settimana di Italia Nostra 2015” a maggio ci saranno tre passeggiate con guida, mentre come evento collaterale dei Rolli Days per due giorni, il 30 ed il 31 maggio, le ville sia di proprietà pubblica che private saranno aperte al pubblico, così come i parchi ed i giardini annessi, ed ospiteranno concerti, conferenze, degustazioni e mostre.
Abbiamo percorso questo itinerario inconsueto, camminando intorno alle mura delle ville, ci si riesce ad immergere in un’atmosfera che niente ha a che fare con il caos commerciale della Fiumara o i capannoni riverniciati di azzurro dell’ex Italsider. Tuttavia, pur armati di cartina e con tanto di elenco di ville da vedere, non è per nulla facile, se non si è addetti ai lavori, riconoscere il cortile, la sopraelevazione, lo steccato che in realtà nascondono una ricchezza architettonica. Non va molto meglio interrogando chi abita in zona, la risposta è sempre vaga, spaesata, e alla fine si cerca di mandare il visitatore a Villa Bombrini. In realtà, ad un secondo giro le cose vanno meglio, si impara a stare un po’ con il naso in su, ed ecco Villa Spinola Muratori, il suo bel parco con le statue; le rovine di villa Doria e, con il cancello ben chiuso, il profilo di Villa Marchese. Ad averle continuamente sotto gli occhi, le cose non si notano più, e tanto meno qui, dove soffocano fra transenne, ingressi carrabili e divieti di accesso.
La sfida quindi è impegnativa, per Italia Nostra, Pro Loco e tutti i soggetti attivi su questo fronte. E se per il vicesindaco Bernini grazie alla Strada a Mare Via Cornigliano “diventerà presto una sorta di Boulevard parigino con alberi e panchine”, noi nell’attesa guardiamo con speranza alla collina e alle sue ville come punto di partenza per restituire respiro al polmone industriale della Grande Genova.
Scongiurato lo sciopero Amiu. Il servizio di raccolta dei rifiuti sarà regolare anche lunedì 4 e martedì 5 maggio, evitando così il replicarsi di spiacevoli accumuli di spazzatura a ridosso del ponte del primo maggio, come accaduto invece durante le vacanze natalizie. La sospensione dell’agitazione è stata confermata oggi pomeriggio, dopo la sigla dell’accordo tra Regione, Città Metropolitana, Comune, azienda e organizzazioni sindacali sul futuro di Amiu.
Come ampiamente circolato già a partire dalla serata di ieri, l’accordo prevede che entro fine 2015 la raccolta differenziata raggiunga il 42% e il 50% a fine 2016. Comune e Amiu dovranno individuare entro la fine di giugno l’area che ospiterà il biodigestore (in ballottaggio ci sono gli spazi ex Colisa ed ex Ilva), il cui progetto preliminare dovrà essere pronto entro fine anno e approvato dalla Città Metropolitana entro giugno 2016. A riguardo, inoltre, la Regione si impegna a trasferire risorse economiche europee derivanti dai fondi FESR. Inoltre, la Città Metropolitana si impegna ad approvare il piano relativo all’impiantistica del ciclo dei rifiuti entro luglio, mentre un mese prima dovrà essere siglato l’accordo tra tutti gli enti pubblici locali per la gestione del percolato di Scarpino indentificandone la migliore soluzione impiantistica e i relativi finanziamenti, attraverso l’impegno della Regione e il coinvolgimento dei Ministeri competenti. Infine, mentre Amiu si impegna a espletare tutte le procedure per la riapertura di Scarpino, la Regione ha siglato un nuovo accordo con il Piemonte per il conferimento di 149 mila tonnellate di rifiuti della provincia di Genova.
In allegato all’accordo siglato questo pomeriggio, che conferma la condizione fondamentale del mantenimento dei livelli occupazionali e la salvaguardia delle attuali condizioni contrattuali di lavoro in Amiu, viene inserito uno schema programmatico (consultabile qui) per riassumere impegni e responsabilità che ogni ente pubblico si è assunto riguardo le diverse aree di criticità dell’azienda. Stralciato, invece, ogni riferimento all’ingresso di capitali privati in Amiu, anche se questa strada sembra sempre più ineluttabile per il mantenimento in vita della società.
A seguito della contrattazione è stata aggiornata la commissione comunale odierna dedicata all’approfondimento della delibera sul riordino delle partecipazioni del Comune di Genova in altre società. I sindacati, infatti, non sono riusciti a raggiungere Tursi creando, tuttavia, l’ennesimo intoppo istituzionale: nell’ordine del giorno del prossimo Consiglio comunale, previsto martedì 5 maggio, era già in calendario la discussione e la votazione sulla stessa delibera che, tuttavia, l’aggiornamento della Commissione odierna ha impedito di licenziare. Tutto rinviato quantomeno di una settimana.
Non ha però torto l’assessore Miceli a ricordare che «quella in esame non è una delibera su Amiu perché le società partecipate dal Comune di Genova sono decine. Dalla discussione che è sorta sembra che si tratti della delibera che decide i destini di Amiu ma, in realtà, su questa azienda ci si limita solamente a ribadire quanto già affermato a novembre 2013. E cioè che Amiu necessita di un partner industriale. Tutte le altre discussioni anticipano una discussione che dovrà essere fatta successivamente».
Sul tema è già stata convocata un’apposita riunione di Commissione comunale per venerdì prossimo, nel corso della quale si dovrebbe anche fare luce sulle modifiche del piano industriale di Amiu in seguito all’approvazione del piano regionale dei rifiuti. Il nodo più importante da sciogliere resta quello legato ai soldi: chi e soprattutto come pagherà la messa in sicurezza di Scarpino 1 e le innovazioni tecnologiche previste dal nuovo piano industriale? E ancora: come verranno coperti i maggiori costi dell’azienda che, dalla chiusura della discarica sestrese, spende circa 2,5 milioni di euro al mese per lo smaltimento? Qualcosa in più sicuramente si inizierà a capire dopo il consiglio di amministrazione di Amiu in corso in queste ore, in cui dovrebbero finalmente essere fatti i conti nero su bianco. Le ultime indiscrezioni sembrerebbero confermare l’assoluta necessità di un’iniezione di denaro fresco: i conti dell’azienda sarebbero molto vicini al collasso e difficilmente si potrà andare avanti solo con le casse pubbliche. In proposito, si fa sempre più concreta la voce di un interessamento di Iren.
Ma non tutte le forze politiche sarebbero d’accordo. Se, infatti, il Pd spinge sull’acceleratore per la vendita, le sinistre di Tursi non sono dello stesso avviso. «In questo momento – commenta il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani – Amiu è certamente in forte sofferenza e mi chiedo, quindi, se sia opportuno procedere alla “valorizzazione” dell’azienda con l’ingresso di capitali privati o se non ci si esponga al rischio che la società possa essere svenduta piuttosto che valorizzata. Lascerei una porta aperta a diverse soluzioni che non comportino l’obbligo di cedere quote e di condividere il controllo dell’azienda con altri. Ad esempio, si potrebbe identificare un socio finanziario (non necessariamente industriale) oppure la partnership potrebbe limitarsi ad aggregazioni di scopo con la finalità di gestire insieme gli impianti. Almeno sulla carta, la possibilità di accesso a finanziamenti (cassa depositi e prestiti?) potrebbe darci il vantaggio di realizzare gli investimenti necessari, di mantenere il controllo dell’azienda più vicino a noi, senza necessariamente cedere quote di proprietà. In sostanza, quando si parla di partner industriale, si parla di Iren che è sì una società a controllo pubblico ma, come abbiamo visto, nel momento in cui la gestione strategica si allontana dal territorio, c’è il rischio di una riduzione sostanziale della capacità di governo dei processi e delle scelte da parte dell’azionista di riferimento». La discussione pubblica in Sala Rossa e privata in maggioranza si annuncia molto più che accesa.
I grandi nomi del mondo della fotografia contemporanea arrivano a Genova nel mese di maggio grazie all’evento LaSettimanale di fotografia: quattro incontri dedicati al fotogiornalismo, alla fotografia di moda, all’editing e ritratto, per capire cosa significa essere un fotografo al giorno d’oggi e che cosa è cambiato nel mondo della fotografia.
Ospiti della rassegna, il fotografo di moda Settimio Benedusi, il fotogiornalista di National Geographic Alessandro Gandolfi, il photoeditor di D di Repubblica Manila Camarini e il ritrattista e fondatore dell’Agenzia SGP Stefano Guindani.
L’evento è organizzato dall’associazione fotografica Sacs, attiva dal 2013 sul territorio genovese. «Siamo un’associazione giovane senza fini di lucro molto attiva ed inserita nel panorama culturale della nostra città – ci racconta una delle socie Veronica Onofri – Il nostro scopo è quello di creare interesse per la fotografia e offrire l’occasione agli appassionati di fotografia come noi di approfondire la propria cultura fotografica attraverso incontri gratuiti con ospiti, genovesi e non, che raccontino le loro esperienze in campo fotografico e possano dare consigli utili a chi vuole fare fotografia. Sacs inoltre organizza corsi, trasferte legate alla fotografia, workshop con fotografi e photoeditor di alto livello. Chiunque voglia saperne di più e voglia partecipare può seguire la nostra pagina Facebook Sacs fotografia».
L’iniziativa non si limita all’idea di organizzare incontri con grandi fotografi, ma rientra in un progetto più ampio, che ambisce a creare a Genova un’attività culturale legata alla fotografia sempre più importante e costante. Uno dei principali obiettivi è infatti offrire un’occasione di incontro per tutte le realtà cittadine attive nel campo fotografico, creando una rete per mettere a fattor comune le forze. «Genova è un terreno fertile per tantissime cose, anche per la fotografia, addirittura potrebbe definirsi un terreno vergine, perché finora è rimasto impermeabile ad eventi che non riguardino direttamente la città, mentre crediamo sia fondamentale che Genova impari a guardare fuori dai propri confini – continua Veronica -. La nostra città è ricca di cultura e di bellezza, dobbiamo solo avere la voglia e la capacità di sfruttare queste qualità, e per farlo è necessario comunicarlo, all’Italia e al mondo. Il nostro sogno sarebbe quello di realizzare un Festival di fotografia nazionale o internazionale proprio qui, a Genova».
L’evento cercherà di fare luce anche sullo stato attuale del mercato del lavoro nel campo fotografico. «Tra i nostri membri e collaboratori ci sono molti professionisti che lavorano nel mondo della fotografia e riportano spesso le loro difficoltà – ci racconta Veronica –. Durante gli appuntamenti a Palazzo Ducale analizzeremo anche questo tema: cosa significa essere un fotografo nell’era del digitale? La concorrenza è alta e la qualità si è abbassata notevolmente, sicuramente chi fa il fotografo oggi deve avere una grande passione, perché i compensi sono notevolemente diminuiti. Per quanto riguarda l’editoria è un mercato in forte cambiamento e in calo di vendite. I prezzi pagati dieci anni fa per un qualsiasi lavoro editoriale sono molto cambiati in tutto il mondo quindi se si vuole intraprendere questo tipo di percorso lavorativo le agenzie stampa possono essere un buon inizio e un’ottima gavetta, per quanto riguarda altre tipologie di editoria è più complesso ma il consiglio è sempre quello di dare giusto valore al proprio lavoro».
Settimanale di fotografia a Genova, il programma
Gli incontri si tengono tutti i mercoledì dal 6 al 27 maggio, dalle ore 19 alle ore 21 nella Sala Munizioniere di Palazzo Ducale di Genova, che ha sostenuto il progetto e messo a disposizione la Sala Munizioniere.
Interlocutori, Maurizio Garofalo e Simone Lezzi.
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
Mercoledì 6 maggio
Settimio Benedusi, fotografo di moda – La fotografia è facile per tutti eccetto che per i fotografi
Settimio Benedusi fa il fotografo professionista a Milano. Ha lavorato, unico italiano, per sette anni per l’edizione internazionale di Sports Illustrated, fotografando nelle più belle spiagge del mondo: dopo questa esperienza ha importato la formula in Italia, contribuendo all’apertura di Sportweek Dreams, che realizza in esclusiva negli ultimi quattro anni, fotografando così in spiagge ancora più belle e ancora più esotiche. Usa la sua macchina fotografica, che a volte può anche essere un semplice iPhone, per raccontare storie: è particolarmente orgoglioso di quelle che racconta per il Corriere della Sera, che due volte all’anno, a Natale e a Ferragosto, gli lascia libertà in un’intera pagina dedicata al racconto fotografico. D’altronde è iscritto all’ordine dei giornalisti dal 2000. Si diverte ad insegnare, l’ha fatto in innumerevoli workshop e allo IED di Milano. Ha tenuto, per l’AFIP, una Lectio Magistralis alla Triennale di Milano, grazie all’infinita generosità di Giovanni Gastel, di cui si sente orgogliosamente Amico. E’ anche orgogliosamente Amico di Toni Thorimbert. La Lectio Magistralis l’ha tenuta vestito da Pinocchio, insieme al suo Amico Fabio vestito da Lucignolo. Ha un blog costantemente aggiornato dal 2003. Gli piace definirsi “collaudatore di attimi”.
Mercoledì 13 maggio
Alessandro Gandolfi, fotogiornalista di National Geographic – La figura del fotogiornalista oggi
Nasce come giornalista di Repubblica, ma passa presto dal raccontare storie con la penna a raccontarle con la macchina fotografica. Autodidatta, si forma come fotoreporter quando, da giornalista, si trova a lavorare insieme ai photoeditor di grandi testate per scegliere le foto che supporteranno i suoi articoli. Inizia, così, a collaborare per le più importanti testate nazionali ed internazionali tra cui il National Geographic. Insieme ad alcuni colleghi fonda, nel 2007, l’Agenzia fotografica Parallelozero, con l’intento di condividere e far conoscere attraverso la fotografia storie da tutto il mondo, convinto che solo così si possano smantellare gli stereotipi e dare a tutti la possibilità di cambiare la loro prospettiva sulle cose.
Mercoledì 20 maggio
Manila Camarini, photoeditor di D di Repubblica – La fotografia, una questione di scelta
Una delle più importanti photoeditor italiane, inizia a lavorare collaborando con alcuni tra i maggiori quotidiani italiani tra cui Panorama, Travel Mondadori, Traveller Condè Nast. Dal 2003 lavora come photoeditor per il settimanale femminile D di Repubblica occupandosi principalmente di fotogiornalismo. La figura del photoeditor, spesso sottovalutata, ha un’enorme importanza nel mondo della fotografia e dell’editoria. Il photoeditor, infatti, deve avere la capacità di rendere fruibile un testo tramite la lettura delle immagini, saper scegliere i fotografi e le storie più interessanti e di attualità e per farlo occorre avere una grande cultura fotografica ed essere continuamente aggiornato. Non a caso il photoeditor è definito come “un professionista della fotografia che non fa foto ed un giornalista che non scrive”.
Mercoledì 27 maggio
Stefano Guindani, ritrattista e fondatore dell’Agenzia SGP – Il ritratto in fotografia
Stefano Guindani fotografo di celebrities e moda internazionale, nutre una forte passione per i reportage urbani e sociali. Giovanissimo muove i primi passi nel mondo della fotografia scattando foto di danza e foto di scena in teatro. Nel 1998 fonda la sua agenzia, SGP Stefano Guindani Photo, una realtà giovane, un team di trenta persone che unisce alla produzione editoriale servizi per le aziende operanti nel settore moda e lusso. Affermatosi come fotografo di moda, backstage e celebrities, fotografo ufficiale dei principali stilisti italiani, negli ultimi anni ha approfondito il suo interesse per il reportage, prima in Cina, con DonatellaVersace, poi, ancor prima del tragico terremoto, ad Haiti. Quest’ultima esperienza ha lasciato un segno così profondo da spingerlo a tornare sull’isola più volte per documentare le condizioni di vita di un popolo che, pur devastato da immani tragedie, mantiene dignità e speranza. Recentemente è stato coach e giudice di Scattastorie NX Generation, il primo talent televisivo dedicato al mondo della fotografia.
Ennesimo episodio di malapolitica in Consiglio comunale. Manca il numero legale sulla votazione del rendiconto di bilancio 2014 e un’altra seduta va sprecata nel nulla. Usciti dall’aula al momento del voto quasi tutti i consiglieri di opposizione, la delibera ottiene 16 voti favorevoli e 2 contrari (Balleari – Pdl, Rixi – Lega).
Nelle scorse settimane si era consumata la polemica, sollevata da alcuni esponenti del Partito Democratico, per l’inerzia della giunta, rea di non aver portato all’esame della Sala Rossa alcuna delibera sostanziosa da due mesi. Era stato addirittura minacciato un inedito “sciopero” dei consiglieri e la scorsa settimana l’assenza del PD aveva fatto saltare una riunione di maggioranza finché il sindaco non avesse fatto chiarezza sull’agenda politica della seconda parte del suo mandato.
Effettivamente dopo l’approvazione del Puc avvenuta il 3 marzo, in Sala Rossa ci sono state ben 6 sedute che hanno visto la discussione di una sola delibera proposta dalla giunta e riferita al “regolamento comunale sui giardini della memoria per animali d’affezione”. Per il resto solo mozioni e interpellanze, alcune addirittura risalenti al 2013, e riguardanti nella maggior parte dei casi temi non proprio urgenti come l’intitolazione di una via agli “Angeli del Fango” o la “promozione eventi decentrati sul territorio ed iniziative “Alla scoperta dei Talenti””.
Oggi sarebbe stata la giornata ideale per provare a ricucire i rapporti. All’ordine del giorno della seduta ordinaria del Consiglio c’era finalmente una delibera degna di tale nome seguita, in serata, da una riunione di maggioranza proprio per discutere del sempre più delicato rapporto tra giunta Doria e Consiglio comunale. Se la prima parte della giornata ha dato esito a dir poco negativo, il confronto in maggioranza sembra aver dato, almeno per il momento, gli esiti sperati. Sbolliti gli animi per la debacle odierna, il Pd ha strappato la promessa del sindaco di tornare a convocate riunioni di maggioranza tematiche nelle prossime settimane. E i temi caldi su cui discutere, a partire dal bilancio previsionale 2015, dalla privatizzazione di Amiu e dal futuro di Amt, non si fanno certo desiderare.
«Sono preoccupato – aveva commentato a caldo il segretario provinciale del PD, Alessandro Terrile, dopo l’imprevista chiusura anticipata del Consiglio comunale – perché quando ci sono i consiglieri non ci sono le delibere e quando ci sono le delibere non ci sono i consiglieri. È evidente che i due elementi debbano incontrarsi. Capisco che siamo in campagna elettorale ma gli impegni da amministratori vanno mantenuti». Terrile fa riferimento al capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone, assente questo pomeriggio e candidato alle regionali con Rete a Sinistra a sostegno di Luca Pastorino. Ma il segretario del PD non ha fatto molto bene i conti. Anche se Pignone (peraltro tra i più presenti in Sala Rossa) e Gibelli non fossero stati assenti, sarebbe comunque mancato ancora un voto per dare il via libera al rendiconto. Invece, sarebbe bastata la presenza dei 3 consiglieri democratici assenti al momento della votazione: Russo, Villa e Vassallo. «Non voglio certo contestare le procedure regolamentari e le decisioni del presidente del Consiglio comunale (Giorgio Guerello – PD, ndr) – prova a ribattere Terrile – ma due nostri consiglieri (Vassallo e Villa, ndr) erano a pochi passi dall’aula al momento della votazione».
Tra gli assenti al voto da segnalare anche il capogruppo di Sel, Gianpiero Pastorino (presente, invece, l’altro consigliere Chessa) e quello di FdS, Antonio Bruno, Anzalone (Gruppo Misto in odore di maggioranza), Gioia (Udc), Lauro, Grillo e Campora (Pdl). La chiusura anticipata della seduta di Consiglio comunale ha fatto saltare anche la tanto attesa discussione sul “suq” di corso Quadrio, ex via Turati. Sul tema era previsto un articolo 55, interrogazione svolta da un consigliere per ciascun gruppo, al quale avrebbe risposto il sindaco. Per convenzione, questo tipo di discussione viene svolta a inizio seduta ma il ritardo del sindaco per altri impegni istituzionali aveva fatto anticipare l’esame della delibera su cui è successo il patatrac (complici anche 33 ordini del giorno presentati da Guido Grillo – Pdl, durante i quali molti consiglieri, come di cattiva abitudine, si sono allontanati dall’aula).
L’Italia rappresenta oltre il 15% del mercato europeo del gioco d’azzardo e, a fronte del 1% della popolazione, oltre il 4,4% del mercato mondiale con il triste primato del 23% delle giocate totali online. La spesa pro capite (calcolata sulle persone maggiorenni) in giochi con premi in denaro è di 1700 euro all’anno: una piaga che si diffonde soprattutto sulle fasce marginali della società e sui giovani. Lo dimostrano i dati dell’ultimo rapporto della Società italiana di pediatria che denunciano come un giovane su cinque tra i 12 e i 18 anni, pari a circa 800 mila adolescenti, gioca online o frequenta con abitudine una sala da gioco, senza che le famiglie ne siano al corrente. Un dato che sale a 1,2 milioni di ragazzi se si considera l’intera fascia dei minorenni.
I ricavi che lo Stato percepisce con la tassazione di questo settore non seguono l’incremento esponenziale del gioco d’azzardo: se, infatti, nel 2004 a fronte di un giro di affari di 24 miliardi di euro lo Stato ne incassava 7,7, nel 2014 a fronte di un ricavo complessivo di 88,6 miliardi nelle casse pubbliche sono entrati poco più di 6 miliardi.
Ma, al di là dell’aspetto meramente economico, senza considerare il gioco sommerso e gli affari delle mafie, ciò che più preoccupa sono le ripercussioni sociali e sanitarie: secondo quanto disposto dal decreto Balduzzi, il gioco d’azzardo patologico è stato incluso nei livelli essenziali di assistenza e la legge di stabilità 2015 stanzia 50 milioni di euro per l’assistenza di questo settore in cui, si stima, rischi di incappare un italiano su tre. La cifra importante stanziata dal governo, sintomatica dell’attenzione che si dovrebbe porre verso questa piaga, è tuttavia irrisoria nei confronti dell’onere complessivo che la cura per il gioco patologico d’azzardo fa ricadere sulla collettività: si parla di costo annuo medio di 38 mila euro per paziente, pari a un totale che tra i 5,5 e 6,6 miliardi di euro. Si stima che il gioco d’azzardo sia la causa di almeno il 10% delle separazioni coniugali e che i suicidi tra i giocatori siano 4 volte superiori rispetto al resto della popolazione: a ciò si aggiungono altri costi sociali come il deterioramento della qualità di vita, l’indebitamento, la perdita della casa, del lavoro e la maggiore permeabilità ad altre dipendenze.
A metà 2013, secondo un’inchiesta pubblicata da Wired, Genova era la città italiana con la maggiore densità di esercizi che ospitano slot machine: se ne trovava una ogni 235 metri. Lo scorso anno, durante la giornata mondiale di sensibilizzazione, venivano stimati in oltre 1350 gli esercizi cittadini in cui fosse possibile il gioco d’azzardo e quasi una sessantina le sale specializzate. Non deve stupire, allora, che il Comune di Genova sia in prima linea per il contrasto a questa piaga sociale.
Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità una mozione bipartisan presentata dai consiglieri Nicolella (Lista Doria) e Campora (Pdl) – rispettivamente presidente e vicepresidente della Consulta cittadina contro il gioco d’azzardo – per dire ancora una volta no alla proliferazione del gioco d’azzardo in città e per dare seguito ai risultati positivi che si sono riscontrati dopo l’approvazione del Regolamento comunale sulle sale da gioco e giochi leciti.
La mozione si scaglia contro il disegno di legge che giace in Parlamento e che, secondo quanto emerso finora, potrebbe cancellare gli effetti positivi del Regolamento comunale che contrasta la diffusione delle sale da gioco soprattutto in riferimento ai luoghi sensibili (in particolar modo le scuole e altri spazi pubblici frequentati da bambini e giovani), individuando un raggio d’azione di 300 metri all’interno del quale non possono essere aperte sale da gioco, che scende a 100 metri per quanto riguarda sportelli bancari, agenzie di credito, banchi di pegni e compro oro. Accogliendo l’appello della Consulta comunale, il documento impegna sindaco e giunta a farsi parte attiva presso il Governo affinché la nuova normativa mantenga “le facoltà dei Comuni di imporre vincoli, obblighi e controlli sugli esercizi connessi al gioco d’azzardo”, introduca “norme a tutela dell’infanzia e dell’adolescenza” in particolare riguarda alla pubblicità e all’acceso dei locali in cui si gioca, istituisca un fondo finalizzato al contrasto del gioco patologico.
«Il Comune di Genova deve farsi portavoce di questa battaglia – spiega Nicolella – un po’ perché questa amministrazione è stata tra le prime a produrre un atto fortemente incisivo per il contenimento della diffusione del gioco d’azzardo e un po’ perché la storia ci racconta che la prima normazione del fenomeno è arrivata propria dalla Repubblica di Genova, che istituì un banco di raccolta delle giocate che erano molto diffuse per scommettere sui nomi notabili che sarebbero stati estratti per far parte del Senato, come era consuetudine nella Repubblica».
«Come Giunta – commenta l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – abbiamo espresso convintamente il nostro parare favorevole perché si tratta di una battaglia di civiltà che non possiamo non appoggiare. A fronte di una limitazione del numero dei concessionari su scala nazionale, la nuova normativa in via di definizione sembra andare nella direzione di una delegittimazione delle amministrazioni locali nella disciplina del fenomeno. Quindi il nostro regolamento comunale ma anche la legge regionale sarebbero a rischio». Un ostacolo notevole, soprattutto nell’ottica di una possibile imposta addizionale comunale proprio sui proventi dalla tassazione sul gioco d’azzardo che la stessa Fiorini starebbe mettendo a punto d’intesa con l’assessorato al Bilancio.
Mancano più di 20 milioni al bilancio previsionale 2015 prima di approdare in aula. Lo ha detto ieri pomeriggio l’assessore Miceli rispondendo a un’interrogazione a risposta immediata del consigliere Alberto Pandolfo. «Se chiudessimo oggi il bilancio – ha dichiarato Miceli – avremmo un plafond di spesa per i servizi che ammonterebbe al massimo a 75,6 milioni di euro». Una cifra che, appunto, risulterebbe molto inferiore rispetto alle disponibilità degli anni precedenti che hanno sfiorato i 100 milioni di euro (98,5 a disposizione delle direzioni nel 2013, 97,3 nel 2014) e che rappresentano il limite minimo di sopravvivenza per il mantenimento di tutti i servizi, soprattutto in campo sociale, di cui si fa carico il Comune.
Tuttavia, questo gap potrebbe essere riempito entro la fine della settimana dal governo con lo stanziamento del fondo per il compensamento dei mancati introiti dovuti alla riduzione dell’Imu-Tasi. «Finalmente – commenta l’assessore Miceli – sembra che il governo si sia reso conto della situazione drammatica che dovrebbero affrontare più di 1800 Comuni se non venisse ufficializzata questa copertura». Dal 2008 al 2013 i Comuni italiani, che rappresentano il 7,6% della spesa pubblica e il 2,3% del debito dello Stato, hanno partecipato alla spending review per 18 miliardi di euro: il sindaco di Torino e presidente dell’Anci Fassino ha ribadito ieri in Senato la necessità di invertire la rotta perché, come sottolineato anche dalla Corte dei conti, «i tagli agli enti locali sono insostenibili e sproporzionati rispetto a quelli previsti per l’amministrazione centrale».
A livello nazionale, nel 2015 sono stati previsti 3,1 miliardi di tagli ulteriori sulla spesa pubblica del 2014: 100 milioni per la legge di stabilità 2013, 125 per il mancato stanziamento del fondo Imu-Tasi, 563 della vecchia finanziaria, 1,2 per i tagli della legge di stabilità, 171 milioni per il mancato recupero del gettito Imu sui capannoni e 150 milioni per l’Imu sui terreni agricoli.
Tutto ciò per il Comune di Genova si riflette in 57,2 milioni in meno di trasferimenti (qui l’approfondimento): 27,5 da minori introiti Imu-Tasi, 23,7 milioni dalla legge di stabilità 2015 e 6 milioni da tagli di precedenti finanziarie. «Questo quadro – commenta Miceli- al momento della prima stesura di bilancio, ci portava ad avere un plafond disponibile per i servizi di appena 20 milioni». Una cifra irrisoria che, nel frattempo, è cresciuta ma non ancora a sufficienza. Se il bilancio previsionale, che consentirebbe al Comune di uscire dall’esercizio provvisorio in cui non si può spendere più di 1/12 al mese per ogni direzione rispetto a quanto speso nel 2014, venisse chiuso oggi, il plafond disponibile ammonterebbe a 76,5 milioni: 5 milioni sono arrivati da maggiori entrate del gettito Imu, 7 milioni da risparmi sulle spese, 2,6 milioni di oneri di urbanizzazione utilizzabili in parte corrente, 20 milioni di avanzo dal bilancio consuntivo 2014 e 21 milioni di euro dalla diminuzione dell’accantonamento per il fondo di svalutazione crediti come concesso dalla legge di stabilità (questa posta, tuttavia, andrà coperta entro la chiusura del bilancio consuntivo 2015 per non avere un disavanzo).
«A questo punto – conclude l’assessore – con gli uffici saremmo pronti a chiudere il bilancio (che, per legge, va approvato entro il 31 maggio, ndr) in qualsiasi momento ma attendiamo che il governo comunichi l’esatto ammontare del fondo di compensazione per il mancato gettito Imu-Tasi, cifra che ci consentirà di raggiungere un plafond tale da assicurare servizi indispensabili per la città».