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  • Federalismo demaniale, beni a titolo gratuito dallo Stato al Comune: ci sono anche i Forti e la Gavoglio

    Federalismo demaniale, beni a titolo gratuito dallo Stato al Comune: ci sono anche i Forti e la Gavoglio

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    Forte Sperone

    Tra dati confusi e risposte abbozzate, Comune e Demanio stanno celebrano in questi giorni a Genova l’ennesima tappa del passaggio gratuito di una quantità non meglio definita di immobili dalla proprietà statale a Palazzo Tursi. Sulle pagine di Era Superba (qui l’ultimo articolo sul tema) abbiamo seguito quasi pedissequamente quella che da più parti viene celebrata come una grande opera di valorizzazione di beni pubblici e di sviluppo del territorio. Tutto parte dalla famosa legge del Federalismo Demaniale con cui il Comune ha chiesto allo Stato 120 beni tra gallerie antiaeree, sedimi stradali, camminamenti militari utili per il completamento di svariate operazioni di riqualificazione urbanistica (qui l’approfondimento). Di questo elenco, solo 24 voci hanno già cambiato proprietario. Da capire poi con quali risorse il Comune valorizzerà e manuterrà il nuovo patrimonio immobiliare, considerato che se l’attuazione del progetto non dovesse prendere piede entro 3 anni dal trasferimento, i beni potrebbero teoricamente (condizionale d’obbligo dato che si tratterebbe in buona parte di scatoloni vuoti e fatiscenti, che rappresentano più un costo che un valore) tornare al Demanio.

    Più interessante sicuramente il percorso parallelo che si sta seguendo per altre strutture sempre di proprietà del Demanio statale ma di rilevanza storica, artistica e culturale, poste sotto la tutela della Sovrintendenza. Stiamo parlando, ad esempio, del sistema dei Forti e della cinta muraria genovese (qui l’approfondimento), dell’ex Caserma Gavoglio (qui l’approfondimento), dei Magazzini del Sale fra via Sampierdarena e Lungomare Canepa e dell’ex Casa del Soldato a Sturla. Per diventare di proprietà comunale, come abbiamo avuto modo di raccontare nel dettaglio in passato, questi beni hanno necessità di un progetto di valorizzazione articolato con relativo impegno finanziario.

    «Entro la fine di giugno – annuncia il direttore generale del Demanio, Roberto Reggi, confermando le anticipazioni raccolte da Era Superbarealizzeremo il passaggio di un primo stralcio di trasferimenti per quanto riguarda il sistema centrale dei Forti: saranno coinvolti i forti Begato, Sperone, Puin, Tenaglia, Crocetta e Belvedere». Sempre entro la stessa data toccherà anche ai Magazzini del Sale di Sampierdarena, in parte occupati dal centro sociale Zapata che, assicura il sindaco, «rimarrà lì, all’interno di un progetto di valorizzazione dell’intero sistema immobiliare». Il complesso si estende, infatti, per 1643 mq che diventeranno sempre più un contenitore di servizi collettivi a carattere sociale, con la regia del Municipio e il coinvolgimento di partner privati. Tempi più lunghi, invece, per i 2130 mq dell’ex Casa del Soldato di Sturla (per cui è comunque arrivato il nulla osta da parte del Ministero della Difesa e, quindi, il via libera ufficioso al progetto di riqualificazione a foresteria per le famiglie dei bimbi lungodegenti al Gaslini) e per l’ex Caserma Gavoglio per cui è stata avviata l’istruttoria per il tavolo tecnico che dovrà valutare il programma di valorizzazione.

    gavoglio-lagaccio-2Tra federalismo demaniale tout court e beni vincolati dalla Sovrintendenza, il Comune non è in grado di fornire dati certi né dal punto di vista del totale degli immobili che passeranno a Tursi né riguardo una stima del loro valore complessivo pre e post valorizzazione. L’unica cosa certa, secondo le parole del sindaco Doria e dell’assessore Piazza, è la categorica esclusione che questo nuovo patrimonio comunale possa essere oggetto di alienazione, ossia di vendita ai privati, benché previsto dalla legge. Il partenariato coi privati sarà certamente fondamentale per dare vita nuova a molti di questi spazi che oggi risultano abbandonati, ma la proprietà resterà pubblica.

    «Non possiamo dare spazio a sogni irrealizzabili – ha commentato il sindaco Marco Doria – e abbiamo il dovere di dar seguito a proposte che consentano di utilizzare beni finora abbandonati. Non è detto che per tutti i beni si debbano realizzare investimenti nello stesso momento perché in alcuni casi parliamo di cifre importanti per cui è necessaria la collaborazione dei privati. Ma un bene può anche essere trasformato per gradi: l’importante è avviare un percorso e aprire i cantieri».

    Un programma di alienazione è invece previsto per altri immobili già di proprietà del Comune di Genova che verranno illustrati martedì nel corso di un convegno a Palazzo Ducale. Qui troveranno spazio una sessantina di schede di beni patrimoniali pubblici su cui Tursi sostiene di avere le idee chiare: mercati, ville storiche, palazzi del centro storico, edifici della città, immobili in zone collinari, cercando di unire pubblico e privato, vendite e valorizzazioni.

    «Il Comune – sottolinea il sindaco – ha un ingente patrimonio immobiliare di beni comuni che deve utilizzare al meglio. Su questo piano dobbiamo cambiare marcia, dimostrandolo coi fatti. E all’interno di questo percorso rientra anche la vendita di alcuni beni non più ritenuti funzionali. Le risorse che recupereremo saranno impiegate in maniera intelligente per finanziare le politiche dell’amministrazione comunale, ad esempio investendo sui lavori pubblici e sulla valorizzazione di altri immobili più strategici».

    Il sindaco si fa poi prendere la mano e lancia una proposta al direttore del Demanio: «Nelle grandi aree urbane – ha detto Doria – ci sono molti altri beni comuni che hanno diversi proprietari e non sono utilizzati al meglio. Penso, ad esempio, al patrimonio ferroviario dismesso: ci vorrebbe una regia nazionale che invitasse questi soggetti a muoversi in un’ottica di valorizzazione dei beni comuni per la riqualificazione urbana». Sono due certamente gli spazi pensati dal primo cittadino: l’area di Terralba e quella del Campasso. Ma il problema non riguarda solo le ferrovie: altri beni, come quelli del Demanio Marittimo (la Marinella di Nervi, ad esempio), non rientrano nelle procedure del federalismo demaniale e l’amministrazione comunale non ha dunque grandi margini di manovra per il loro recupero.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Emergenza abitativa a Genova, analisi di un caos sociale (prima parte): i dati e le politiche locali

    Emergenza abitativa a Genova, analisi di un caos sociale (prima parte): i dati e le politiche locali

    casa-ediizia-popolareTremilaottocento. Dietro questa cifra si nasconde uno dei più gravi drammi sociali del nostro tempo: il disagio abitativo. A tanto ammontano i nuclei familiari a Genova che fin qui hanno fatto richiesta di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, ovvero una casa in affitto a canoni fortemente calmierati. Solo una minima parte di questi genovesi emarginati riuscirà a trovare una risposta efficace al proprio bisogno vitale. La nuova graduatoria per assegnare gli appartamenti che il Comune avrà a disposizione si chiuderà a fine aprile, dopo una proroga concessa per le difficoltà conseguenti all’entrata in vigore del nuovo metodo per calcolare il reddito ISEE. Ma già ora si può sapere con certezza che non basterà una manciata di case a rispondere in maniera efficace a questa piaga. Una piaga che non riguarda solo la nostra città ma che è estesa a tutta la penisola e ai Paesi dell’Europa mediterranea.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    «Quella che stiamo vivendo – è la tesi di Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova sotto la giunta Vincenzi e delegato di Anci Liguria sullo stesso tema – è una crisi abitativa radicalmente diversa da quelle che hanno contraddistinto la storia recente del nostro Paese. Nel Dopoguerra o negli anni ’60, in seguito al flusso migratorio che ha portato città come Torino quasi a raddoppiare il numero dei propri abitanti, l’unica risposta possibile era quella di avviare un massiccio piano edificatorio. Chi ha pensato di affrontare con strumenti analoghi la crisi iniziata nel 2007 ha compiuto una sorta di terapia omeopatica che non ha avuto alcun effetto positivo». Senza considerare gli effetti nefasti per l’ambiente, a causa di una crescente impermeabilizzazione del suolo, in seguito all’aumento della possibilità edificative che si sono succedute con i vari “piani casa” nazionali a partire dal 2008. Insomma, il problema oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. In altre parole, l’analisi del reale ci racconta di un surplus abitativo paradossalmente non in grado di soddisfare in alcun modo la crescente domanda abitativa: domanda e potenziale offerta non si parlano.

    Questa sensazione viene confermata anche dai numeri. Dai dati censuari del 2011 è emerso che in Italia, nell’ultimo decennio, abbiamo avuto una crescita di oltre 1,5 milioni di alloggi. Ad aumentare sono state anche le unità familiari – non certo per un boom delle nascite quanto piuttosto per una crescita di separazioni e nuclei monofamiliari – ma il numero di abitazioni non occupate si attestano attorno ai 2,7 milioni in tutta la penisola. Ed è la stessa realtà a confermarci la veridicità di quest’analisi. A Genova, ad esempio, basta vedere le altissime quote di invenduto che conoscono le più gradi speculazioni edilizie degli ultimi anni, una su tutte le Torri Faro di San Benigno. Una situazione che si replica in quasi tutte le città italiane.

    Politiche abitative: quello che lo Stato non fa >> Leggi l’approfondimento

    regione-liguriaA livello locale, la regia delle politiche per la casa è quasi interamente in mano alla Regione, a cui compete per legge la programmazione delle risorse finalizzate a sostenere le fasce più deboli e la determinazione dei requisiti e dei criteri per l’assegnazione e la gestione degli alloggi ERP. Ed è proprio la Regione a entrare nel mirino delle critiche di Bruno Pastorino: «Da piazza De Ferrari è stata dimostrata una forte insensibilità alla crisi dell’abitare mentre molta attenzione è stata posta agli interessi cementificatori, nel percorso di ricerca di consensi elettorali tra le élite economiche del territorio». Sono tre gli indizi che rafforzano la tesi di Pastorino. Il primo è rappresentato dalla promozione di un bando da parte della Regione per la realizzazione e la rigenerazione di alloggi sociali, destinati all’affitto: 7 milioni di euro ai quali se ne sono aggiunti altri 7 da parte dei Comuni partecipanti, per realizzare complessivamente meno di 95 alloggi. La classica montagna che partorisce il topolino, con l’aggiunta di un’ingente spesa di denaro pubblico. Tra l’altro i fondi sono arrivati a Comuni ragionevolmente poco oberati dalla domanda abitativa a carattere emergenziale ma piuttosto attrattivi dal punto di vista immobiliare come Porto Venere, Sestri Levante, Santa Margherita, Alassio. Secondo indizio: poche settimane fa, la Regione ha deciso di non confermare la dotazione economica per i fondi di sostegno agli affitti per le famiglie con i redditi più bassi, a cui ogni anno veniva elargito complessivamente circa 1 milione di euro. Terzo elemento: all’interno di una legge omnibus, la Regione ha inserito tra le proprie politiche per la casa il sostegno all’acquisto, anche attraverso la possibilità di concedere fideiussioni per la contrazione di mutui, e all’affitto. «In sostanza – commenta Pastorino – la Regione compensa con una quota di risorse pubbliche le attese di redditività di un mercato in crisi. Il sostegno all’affitto per gli alloggi di proprietà privata consente al mercato di mantenersi su prezzi elevati senza dover calmierare i canoni fino a incontrare le necessità della domanda. Tutti elementi che, oltre a non cogliere l’esigenza del potenziamento dell’affitto calmierato, non si pongono l’obiettivo di abbassare le pretese economiche del mercato. Così, anche a livello locale, troviamo una totale trascuratezza nei confronti di chi ha più bisogno a fronte di una sottomissione ai poteri forti dell’edilizia».

    Focus su Genova

    genova (3)Come detto in apertura, a bando ancora aperto, le domande giunte al Comune di Genova per l’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica sfiorano la soglia di 4000. Si tratta di affitti mediamente attorno ai 100 euro mensili ma la fascia più bassa, che è quella più “popolosa” e rappresenta il 42% degli aventi diritto, non supera i 35 euro al mese. Indicatore ancor più significativo del disagio abitativo è il numero degli sfratti (da alloggi privati, ndr): a Genova abbiamo ogni anno circa 1000 famiglie che devono abbandonare la propria casa perché non sono state in grado di sostenere l’affitto. Gli ultimi dati ufficiali disponibili parlano di 835 sfratti eseguiti nel 2012 e 970 nel 2013, a fronte rispettivamente di 2496 e 2929 richieste. Esisterebbe un fondo dedicato al sostegno della morosità incolpevole che consentirebbe di tamponare almeno un centinaio di sfratti l’anno ma non è stato finanziato dalla Regione. Il Comune, dal canto suo, non ha le risorse economiche per prendersi in carico tutte le situazioni di sfratto. Esiste un servizio di emergenza abitativa (che rientra nel “Programma per l’emergenza abitativa” attivo dal 2012 in forma sperimentale, ora definitivo con delibera approvata ieri 16 aprile 2015, ndr) che interviene nelle situazioni più gravi ma riguarda un numero esiguo di casi (un’ottantina di famiglie nel 2014) e offre soluzioni temporanee attraverso alloggi, talvolta anche in regime di coabitazione, presso strutture protette.

    A questo punto, alle famiglie non resta che rivolgersi all’edilizia residenziale pubblica che, tuttavia, non è assolutamente in grado di fornire una risposta efficace all’emergenza come spiegato dall’assessore alle politiche abitative del Comune Emanuela Fracassi: «Negli anni scorsi eravamo in grado di assegnare circa 250 alloggi ma nel 2014, soprattutto per problemi di Arte (la partecipata di Regione Liguria a cui è delegata la gestione e la manutenzione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica) ci siamo fermati a un centinaio (124 attraverso la graduatoria del bando 2012, utilizzata da luglio 2014, per cui sono giunte 4227 domande di cui 3595 idonee. In precedenza, la graduatoraia del 2011 utilizzata da gennaio a luglio 2014 aveva portato all’assegnazione complessiva di 334 alloggi, ndr)».

    I dati di Arte e del Comune non corrispondono

    A Genova ci sono circa 9100 mila alloggi Erp, 5100 di proprietà di Arte (a cui vanno aggiunti altri 700 alloggi non in regime Erp) e 4 mila del Comune. Benché questa tipologia di dati sia in costante mutazione, sorprende abbastanza la differenza tra quanto comunicato da Arte e dal Comune di Genova: secondo la partecipata regionale, al momento gli alloggi sfitti si attesterebbero attorno a 130 unità, una sessantina di proprietà di Arte e una settantina del Comune. Più gravi e dettagliati, invece, i numeri forniti da Tursi. L’amministrazione comunale parla di 8470 alloggi regolarmente assegnati: per quanto riguarda la proprietà comunale, 50 appartamenti sono in fase di ristrutturazione, altri 120 attendono di essere finanziati dal Piano casa nazionale e 115 sono ancora da periziare; per la proprietà di Arte, invece, si parla di 201 alloggi in ristrutturazione, 23 in manutenzione ordinaria, 120 da periziare e 101 inseriti in piano di vendita.
    Si stimano attorno all’11% i nuclei familiari morosi a cui l’amministrazione cerca di andare incontro attraverso piani di rientro del debito spalmati su più anni: tuttavia, salvo situazioni di particolare disagio e incolpevolezza, se la situazione non si regolarizza, interviene lo sgombero (nel 2014 ne sono stati eseguiti 34 su 91 programmati). Secondo Arte, 76 sono le case occupate abusivamente, 48 del Comune, 28 della partecipata della Regione a cui vanno aggiunti 14 appartamenti “murati”.
    Ogni anno mediamente avvengono 350 abbandoni di alloggi Erp ma non sono altrettanti gli appartamenti che vengono rimessi in circolo: nell’80% dei casi, infatti, è necessaria una manutenzione radicale per cui mancano le risorse; solo circa un 20% degli appartamenti può essere riassegnato con una rapida rinfrescatura.

    Il problema maggiore per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica genovese è proprio la manutenzione ordinaria. «Fino a qualche anno fa – spiega l’assessore Fracassi – era prevista la presa in carico da parte di Arte di un forfait di 100 alloggi all’anno ma nel 2014 ne sono stati manutenuti meno di 20. È un problema grave a cui Arte deve rispondere velocemente».

    «Effettivamente – ammette l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti – nel 2014 c’è stato un ritardo imputabile agli stanziamenti regionali: le ditte che eseguono i lavori di manutenzione non possono anticipare le spese né possiamo farlo noi per tutti gli alloggi. Ma per il 2015 è già stato finanziato il recupero di 90 appartamenti e nel mese di aprile dovrebbero essere terminati anche 70 alloggi in via Sertoli. Insomma, a fine 2015 contiamo di arrivare a circa 200 ristrutturazioni, recuperando un po’ i ritardi dell’anno scorso».

    In proposito, l’assessore Fracassi sta pensando a un percorso di assegnazione parallelo alla graduatoria standard, ovvero la consegna di alloggi Erp, che non necessitano di riqualificazioni straordinarie ma solo di piccoli ritocchi, ai quei nuclei famigliari in grado di farsi direttamente carico degli interventi stessi in cambio di uno sconto sui canoni di locazione dovuti alla proprietà pubblica. Si è parlato di una soglia massima di 5 mila euro ma il percorso sembra piuttosto difficile perché in molti sarebbero pronti a chiamare in causa la regolarità dei bandi e delle graduatorie per l’assegnazione.

    Ma la soluzione a un problema così vasto e radicato non può essere lasciata esclusivamente nelle mani del pubblico. Occorre che il mercato privato, soprattutto quello dei grandi proprietari immobiliari, sia coinvolto all’interno di programmi di locazione a canoni moderati. Solo così si riuscirà a impostare una risposta efficace.
    «Manca un coordinamento rispetto a una politica di contrasto al disagio che coinvolga anche i grandi i proprietari – ammette l’assessore Fracassi – Ad oggi non c’è. Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato». Ma la questione non riguarda solo la Chiesa, come vedremo nella seconda parte di questa lunga inchiesta (leggi qui).

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

     

  • A tutto G.A.S.! Gruppi di Acquisto solidale in crescita, viaggio fra produttori e consumatori

    A tutto G.A.S.! Gruppi di Acquisto solidale in crescita, viaggio fra produttori e consumatori

    verdura-ortoNati nel 1994 a Fidenza, i Gas (Gruppi di acquisto solidale) in Italia sono in continua e costante crescita. Dopo vent’anni non hanno neanche più bisogno di grosse presentazioni, si tratta di gruppi di persone che si mettono insieme per condividere in modo continuativo l’acquisto di prodotti alimentari o di uso comune per poi ridistribuirli al loro interno; non si tratta di spendere meno, si tratta di spendere meglio e di avviare un processo virtuoso nel difficile ciclo produzione- commercio-consumatore. Una connessione dal produttore al consumatore quanto più possibilmente breve e rispettosa dei diritti di tutti gli attori, garantendo un salario dignitoso a chi lavora, una ricompensa adeguata per chi produce ed un prodotto biologicamente sano con un prezzo corretto per chi consuma.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 59 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    I Gas, negli anni successivi alla crisi del 2009, vantano un incremento dell’11% in valore assoluto, con 3 miliardi annui di giro d’affari: si calcola che circa il 20% degli italiani acquisti da fonti “alternative” rispetto alla grande distribuzione.
    In Italia il sito ufficiale conta circa 970 Gruppi di acquisto solidali, ma si calcola che moltissimi, forse addirittura altrettanti, potrebbero essere quelli che non hanno ritenuto di doversi registrare. La Liguria ne conta una quarantina, una trentina solo nel capoluogo, ma anche qui sono molto numerosi i “cani sciolti”.

    Il punto di vista dei consumatori

    mercato-frutta-verdura-sarzanoAbbiamo parlato con Enrica e Michele, una coppiache partecipa al gruppo Birulò di Genova Centro: «noi siamo in questo gruppo da quasi 15 anni, avevamo letto su un giornale dell’esistenza dei Gas, abbiamo partecipato ad un incontro e da lì in poi è nata la nostra collaborazione. Birulò, essendo un gruppo numeroso, è suddiviso in microGas formati da diverse famiglie con un denominatore comune, che può essere il posto di lavoro, la vicinanza di abitazione, il rapporto di amicizia o addirittura il condominio. Lo scopo principale è alimentare un’economia alternativa ai canali usuali, basata sui principi di equità, solidarietà e sostenibilità, soprattutto attraverso gli acquisti, possibilmente a chilometro zero, da produttori marginali o in difficoltà finanziaria, che sarebbero strangolati dalla grande distribuzione, scomparendo dal mercato».

    I gruppi non hanno bisogno di fare opera di ricerca per avere nuovi membri, anzi sempre più persone cercano di inserirsi in questo mercato parallelo, condividendone gli obiettivi e creando nuovi gruppi che si appoggiano a quelli già esistenti. «Nessuno ha un impegno minimo di acquisto, anzi certe famiglie partecipano solo ad un certo tipo di forniture ed altre si fanno vive solo attraverso internet per inviare gli ordini e ci si incontra semplicemente per il ritiro della merce. Voglio dire che non è obbligatorio socializzare, se si ritiene di non farlo, ma ci sono anche volontari che invece, oltre che occuparsi di tenere i contatti con il fornitore e riscuotere i pagamenti, tengono anche la contabilità interna, gestiscono le iniziative collaterali come la Banca del Tempo e si riuniscono periodicamente con rappresentanti di Gas fuori Regione per confrontarsi e scambiarsi conoscenze e competenze anche su argomenti diversi come le energie alternative ed altro».
    E riguardo alla scelta dei produttori? «Funziona il passaparola o la conoscenza diretta, noi li cerchiamo preferibilmente sul territorio ligure o comunque molto vicino ma, per gli agrumi, gestiamo personalmente il contatto con un consorzio di produttori della Sicilia dove abbiamo passato una settimana non solo di vacanza, ma visitato e osservato le tecniche agricole, instaurando anche una bella amicizia».

    Il punto di vista dei produttori

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareIl consorzio cui fanno riferimento Enrica e MIchele si chiama Le galline felici, è in provincia di Catania, collabora a sua volta con una piccola serie di cooperative sociali: ce lo racconta Beppe, lo abbiamo raggiunto al telefono mentre sta visitando i campi di produzione.
    «Noi siamo partiti in nove soci, eravamo proprio piccoli però il nostro socio fondatore aveva già le idee chiare. Ora siamo 23 persone, ci siamo divisi i compiti all’interno dell’azienda, che nasce come produttrice di agrumi siciliani e serve esclusivamente i Gas: niente negozi, niente privati, men che meno grande distribuzione. Il nostro scopo, fin dai primi passi, è stato produrre in maniera biologica, certo, ma soprattutto etica: io dico sempre che un arancio biologico raccolto da un extracomunitario sfruttato è più nocivo di uno cresciuto a pesticidi».

    Riguardo ai rapporti del consorzio con i Gas, Beppe aggiunge: «noi non vogliamo entrare in competizione con i produttori del nord, che sono magari vicini come area geografica a Gas nostri clienti: ad esempio i pomodori non li coltiviamo, perché sono ottimi anche quelli liguri, lombardi o piemontesi, e per arrivare nelle case dei clienti non attraversano l’Italia. Invece forniamo agrumi anche a gruppi francesi e belgi da molti anni ormai: e stiamo studiando una sorta di collaborazione, vorremmo avere i loro prodotti di eccellenza, come la birra, e scambiarli con i nostri, ma è una cosa un po’ complicata, non so ancora se e come la concluderem

    Abbiamo incontrato Enrica, titolare dell’Azienda Agricola Boccarda di Busalla (Ge) che ci racconta di essere diventata fornitrice del Gas Fratello Sole di Albaro tramite conoscenti comuni, perché «alla fine quello che conta è il passaparola, è la gente che ti fa buona pubblicità e parla bene di te dopo che ha assaggiato i tuoi prodotti».
    «Noi abbiamo anche provato ad avere la certificazione biologica – aggiunge – ma è molto costosa, e sinceramente neanche così rigorosa come si potrebbe pensare. Chi ci conosce sa benissimo i criteri con cui lavoriamo, volendo ci vengono a visitare in qualsiasi momento. Abbiamo un piccolo allevamento, dove gli animali sono alimentati con i nostri prodotti; abbiamo polli e galline e infatti al Gas vendiamo sempre le uova, ovviamente quando ci sono. In più, abbiamo il bollo Cee per il nostro Macello a Sarissola, e fra i piccoli produttori ormai siamo quasi gli unici ad essere autorizzati a macellare, e vengono da noi anche da fuori valle».

    Si dirà che sono lussi che non tutti possono permettersi ed in parte può essere vero: ma per qualcuno il lusso può essere anche un semplice panino al salame, a patto di conoscerne l’origine e la qualità.

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale su Era Superba #59

  • “Genova sicura”, via libera ai fondi da Roma per il dissesto idrogeologico: opere da concludere entro il 2021

    “Genova sicura”, via libera ai fondi da Roma per il dissesto idrogeologico: opere da concludere entro il 2021

    bisagno-adamoliNel giorno in cui il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, arriva a Genova per benedire la ripartenza dei lavori di rifacimento della copertura del Bisagno, tocca a Erasmo D’Angelis, responsabile della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche all’interno del progetto “Italia Sicura”, fare il punto sui lavori che da qui a fine novembre 2021 dovrebbero mitigare definitivamente i rischi da dissesto idrogeologico in città e non solo.

    «Genova – ha detto D’Angelis – si appresta a diventare la città europea in cui si investe di più per la prevenzione e la messa in sicurezza idrogeologica». Un ammontare che viene stimato attorno ai 419 milioni di euro, di cui 379 di risorse statali e 40 di fondi del Comune, per un totale di 15 cantieri che entro la fine dell’anno partiranno in tutta la Città Metropolitana (qui l’elenco di tutti gli interventi e le richieste di finanziamento). «Con Genova – ricorda il coordinatore di Italia Sicura – parte il piano di sicurezza che coinvolgerà tutte le 14 Città Metropolitane, per un importo complessivo di 1,2 miliardi di euro che saranno investiti entro la fine dell’anno. Genova fa la parte del leone perché ha le progettazioni già pronte per andare in cantiere».

    Come abbiamo ampiamente raccontato la scorsa settimana (qui l’approfondimento), due sono i cantieri già partiti (scolmatore del Fereggiano e seconda parte della copertura del Bisagno dalla Questura a corso Buenos Aires), mentre altri 13 saranno avviati entro la fine dell’anno. «Non si tratta più di discorsi e progetti – ha commentato il sindaco Marco Doria – ma di opere e cantieri concretamente partiti. Per Fereggiano e rifacimento della copertura del Bisagno parliamo di oltre 150 milioni di spesa che daranno un contributo significativo per la messa in sicurezza del bacino».
    Con il completamento del rifacimento della copertura del Bisagno (fine del secondo lotto entro maggio 2017, cantieri del terzo lotto aperti entro il 2015 per una durata dei lavori attorno ai 3 anni) si arriverà a una portata di 850 metri cubi al secondo con un metro di spazio tra il pelo dell’acqua e la copertura, e 950/1000 metri cubi in situazione di pressione (l’ultima tragica alluvione ha toccato i 1100 metri cubi al secondo, ndr). Con lo scolmatore del Bisagno (qui l’approfondimento), la cui gara dovrebbe concludersi tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, la portata dovrebbe essere in grado di affrontare anche la piena duecentennale che il piano di bacino prevede in 1300 metri cubi al secondo.

    «Il destino di Genova – sottolinea D’Angelis – non sono le alluvioni ma la prevenzione delle alluvioni. Come ha detto il ministro Delrio, questa per noi è la più grande opera pubblica di cui ha bisogno l’Italia. E Genova ci ha dato una mano con la cosiddetta “norma Bisagno” inserita nello Sblocca Italia che consentirà di non bloccare più i cantieri in caso di ricorso ma portare l’opera a compimento fino al collaudo». Un’importante opera di sburocratizzazione che potrebbe anche accorciare i tempi di consegna di tutti i lavori, che con il completamento dello scolmatore del Bisagno sono fissati entro la fine del 2021.

    Tutti cantieri, assicurano i responsabili di Italia Sicura, saranno trasparenti e legali al 100%: sul sito del governo (e probabilmente anche su quello del Comune) tutti i cittadini potranno seguire il corso dei lavori. E sarà proprio il Bisagno ad essere oggetto di un progetto pilota, sempre a cura della struttura governativa di Italia Sicura, di cura del verde, delle foreste e dei rivi sui versanti montani.

    «Si tratta di interventi straordinari, fatti non parole – commenta l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – che assieme al consolidamento di una cultura di Protezione civile (che verrà potenziata anche con la sperimentazione di nuovi sistemi di autodifesa, ndr), contribuiranno in maniera significativa a mitigare il rischio». Un rischio che, soprattutto in una città come Genova con 88 rivi che superano il chilometro di cui 28 tombati e altre centinaia sotto il chilometro, e oltre 90 mila abitanti che vivono in zone esondabili, non potrà mai essere azzerato (qui l’elenco fornito dal Comune degli interventi di adeguamento idraulico realizzati dal 2012 ad oggi).

    Oltre al bacino del Bisagno, saranno interessati da significativi lavori di messa in sicurezza anche il Chiaravagna (per oltre 22 milioni di euro), lo Sturla (10 milioni), il Fegino (3 milioni), il Belvedere (5 milioni). Ma nel piano di Italia Sicura non rientra solo la città di Genova. Il pacchetto di lavori comprende anche interventi importanti a Rapallo, Santa Margherita, Chiavari e Lavagna. «La sicurezza e il contrasto al dissesto idrogeologico – ha commentato Doria in vista di sindaco della Città Metropolitana – sono la priorità di chi governa il Paese e la città e lo sta facendo in modo molto coordinato. Stiamo parlando di un’inversione radicale di rotta politico-culturale perché ribaltiamo un approccio che ha dominato per decenni in cui il problema sicurezza non veniva assolutamente considerato, dato che dopo la copertura del Bisagno nel ’29 e soprattutto dopo l’alluvione del ’70 non è mai stato fatto alcun intervento significativo».

     

    Simone D’Ambrosio

  • I “soldi di Colombo”, Genova e i grandi eventi: Expo ’92, G8 e Capitale della Cultura 2004

    I “soldi di Colombo”, Genova e i grandi eventi: Expo ’92, G8 e Capitale della Cultura 2004

    porto-antico-bigo-DILa prima volta che si parlò di “manifestazioni colombiane” in occasione dei 500 anni dalla “scoperta” dell’America (1992) fu nel 1984 su proposta di Renzo Piano. Il via ai lavori e finanziamenti risale al 1988. Fu il primo passo verso il cambiamento che la nostra città avrebbe subito: scoprire il centro storico come risorsa e il porto come occasione turistica e fare in modo che le due realtà potessero essere legate. Nei primi duemila sono seguiti altri due grandi eventi: il vertice G8 e Genova 2004, Capitale europea della Cultura. Periodi di progettazione urbanistica e finanziamenti. Cosa hanno portato e cosa hanno lasciato? Abbiamo raccolto dati e dettagli per suscitare nel lettore una riflessione su come eventi di questo tipo possano segnare in modo indelebile lo sviluppo di una città.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    Quando siamo partiti nella ricerca era recente la notizia che alcuni residui dei fondi colombiani avessero partecipato alla spesa per gli interventi di riqualificazione dei parchi di Nervi. Come è possibile che a oltre vent’anni di distanza dal grande evento ci siano ancora denari in cassa da investire? Cerchiamo di fare chiarezza.
    Nel marzo 2007 viene sottoscritto un Accordo di Programma tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Regione, Provincia e Comune di Genova per l’impiego di fondi residuali dalle manifestazioni colombiane per interventi di recupero del tessuto urbano e del patrimonio storico artistico. Questi fondi ammontano a 97 milioni di euro. La somma è frutto delle riduzioni dei tassi di interesse sui mutui (grazie al passaggio lira-euro) che erano stati contratti originariamente dal Comune. Inizialmente era stata prevista la disponibilità dei fondi in 5 anni, però lo Stato non essendo riuscito a rispettare i tempi nel 2013, ha prorogato fino a fine 2015 il loro utilizzo. Ad oggi i denari sono stati completamente versati dallo Stato e quasi interamente reinvestiti.

    Le Colombiane

    porto-antico-bigo-ML’Expo 1992 è stato realizzato con 600 miliardi di lire (300 milioni di euro) e il passaggio lira-euro, come detto, ha permesso di avere risparmi riutilizzabili. G8 e Genova 2004 (per l’evento Capitale della cultura sono stati spesi circa 160 milioni di euro), in base ai dati in nostro possesso, non hanno prodotto residui né risparmi.
    Proviamo dunque a tracciare un percorso che parta dalle Colombiane, passi attraverso il G8 per arrivare a Genova 2004. Insomma un viaggio fra i grandi eventi genovesi dell’ultimo ventennio, con l’aiuto dell’architetto Bruno Gabrielli (Giunta Pericu, assessore urbanistica e centro storico dal 1997, assessore qualità urbana e politiche culturali dal 2001 al 2006) e dal professore Francesco Gastaldi dell’Università IUAV di Venezia. «I grandi eventi degli ultimi 20 anni hanno giocato un ruolo decisivo, hanno messo in campo ingenti risorse economiche, hanno attivato capitale sociale e hanno ridefinito l’immagine della città», esordisce il professore. Secondo Gastaldi è stata la ricerca del binomio waterfront-centro storico (iniziata con le Colombiane e proseguita fino all’evento capitale della Cultura) che ha caratterizzato le scelte di politica urbana degli anni ’90 e 2000. Binomio che ora, sembrano convinti sia Gastaldi che Gabrielli, non è più priorità della politica. «Si era parlato di proseguire il percorso anche con opere non-materiali di valorizzazione degli interventi eseguiti per Genova 2004, ma questo non è stato fatto – commenta Gabrielli – se non vi è continuità si perde il senso della strategia iniziata con le Colombiane e proseguita con G8 e Genova 2004, cioè che Genova non ha bisogno di soldi, ma di eventi».

    Aldilà dell’errore politico che portò a sovrastimare la portata dell’evento in termini di visitatori (a pochi mesi dal via la stima sulle presenze di visitatori all’Expo raggiungeva un milione e 800 mila, a evento concluso si contarono in realtà poco più di 800 mila visitatori e l’Ente Colombo che gestiva la manifestazione incassò solo 13 miliardi di lire rispetto ai 45 previsti in partenza), “i soldi di Colombo” hanno dato il via ad una strategia di urbanizzazione della città che si è sviluppata fra il 1986 e il 2006 e che ha trasformato il rapporto fra la città e il porto. Una complessa orchestrazione fra strumenti urbanistici e rapporti fra le autorità, gestione degli interventi e dei finanziamenti. L’arch. Gabrielli ricorda: «Nonostante le scarse risorse di base, Genova ha saputo sfruttare i tre grandi eventi, sono stati il volano per mettere in moto cospicui investimenti pubblici e privati».
    Nel 1984 la giunta affida a Renzo Piano l’incarico per progettare modi e luoghi per l’esposizione del 1992. L’intento è realizzare opere che anche dopo l’evento possano essere utilizzate per lo sviluppo della città, le cronache di quel periodo raccontano di parte dell’area del Porto Antico chiusa a cui non si può accedere, il destino di Acquario, Centro Congressi dei Magazzini del cotone e dell’area sono incerti. La soluzione è rappresentata dalla costituzione della Società Porto Antico spa (80% del comune), punto di partenza per il riavvio di una nuova gestione dell’area. L’Acquario diventa privato e Genova acquista un valore aggiunto impensabile fino a pochi anni prima, ovvero il libero accesso di cittadini e turisti alle aree portuali, l’apertura alla città di zone cruciali ma per secoli rimaste inaccessibili e gestite solo dall’Autorità portuale.

    Gli interventi dal 2001 al 2004

    Sopraelevata da Piazza CaricamentoAltri interventi di riqualificazione sono stati eseguiti in occasione del vertice G8 del 2001 i cui finanziamenti hanno permesso l’avanzamento del progetto di integrazione fra centro storico e waterfront già avviato nel ‘92, grazie alla pedonalizzazione di molte aree. Interventi urbani che in qualche modo hanno anche aiutato il riutilizzo degli spazi creati dalle Colombiane (Magazzini del cotone, Acquario, Bigo, Metropolitana). Non trascorre neanche un anno che arriva il momento dell’esecuzione degli interventi pensati per Genova Capitale della Cultura Europea che hanno l’obiettivo principale del miglioramento e della riorganizzazione del sistema museale cittadino e del patrimonio architettonico.
    Per la manifestazione del 2004 i finanziamenti hanno raggiunto un totale di circa 160 milioni di euro, fra Comune, Provincia, Regione, fondazione CARIGE, Università di Genova e Comunità Ebraica. Gli interventi si sono realizzati sul polo museale di via Garibaldi, su quello della Darsena, su alcune strutture statali e altre per la formazione come ad esempio Abbazia di San Giuliano o Palazzo Belimbau. I fondi sono stati spesi per i musei cittadini, per la ristrutturazione o l’abbellimento di chiese, ville e strade cittadine.
    Per quanto riguarda il waterfront con il G8 si completa innanzitutto l’opera di Piano iniziata nel 1992 (Acquario, Magazzini del Cotone, apertura dell’area portuale ai cittadini) con pavimentazioni, illuminazione, piantumazione delle palme, sistemazione di piazza Caricamento e limitrofe. Poi l’intervento privato della Marina di Genova, l’hotel, le residenze e il porto turistico. I finanziamenti di circa 5 milioni di euro hanno in parte permesso la realizzazione della Passeggiata alla Lanterna oltre, ad esempio, al restyling di via delle Palme a Nervi e delle principali strade cittadine: San Lorenzo, San Vincenzo, Lomellini, Balbi, Fontane Marose, Garibaldi, Via del Campo. Dulcis in fundo, il recupero della Darsena con il Museo del Mare cofinanziato da fondi Urban (Commissione Europea) e Compagnia di San Paolo (oltre 23 milioni di euro). Da sottolineare anche i progetti per la viabilità, come la metropolitana che collega la Valpolcevera al centro, impegno di spesa pari a 492.360.110,54 € a cui saranno aggiunti circa 167 milioni di euro per l’ultimo tratto fino a Brignole. Circa il 60% dei costi è stato coperto dallo Stato Italiano.

    Veniamo ai musei. Sono stati spesi per la riforma del sistema museale cittadino circa 52 milioni di euro di cui circa 15 milioni governativi, altri 15 da fondi privati e dalle amministrazioni l’investimento è stato di circa 10 milioni. Discorso a parte per il Galata che, come abbiamo visto, è stato finanziato da Urban, quindi dalla Commissione europea. Sono stati poi realizzati nuovi spazi verdi, su tutti la valletta del Rio San Pietro, la Fascia di Rispetto di Prà e l’area verde Fiumara. In totale fra il 2000 e il 2004 sono stati investiti dal Comune circa 1000 miliardi di lire per opere pubbliche, come ad esempio opere di riassetto idrogeologico o di tipo manutentivo.
    Tirando le somme, il bilancio 2001-2005 vede circa 999 mila euro di cui il 35% è derivato da progetti speciali del Ministero del lavori pubblici. Privati ed Enti hanno contribuito per il 26%, il finanziamento governativo per G8 e Genova 2004 è stato del 13%.

    Cosa rimane oggi

    «Il compito di chi si trova a gestire i grandi eventi e i denari che ne derivano – commenta il prof. Gastaldi – è quello di mettere in moto un processo che non sia solo occasione per spendere soldi “extra”, ma che diventi prima di tutto opportunità di tipo strutturale per cambiare la città. Non è tanto importante il grande evento ma la sua capacità di mettere in moto azioni, cose che poi rimangono, anche quando esso è terminato».
    Insomma dopo un ventennio Genova ha capitalizzato in modo appropriato o no denari e grandi eventi?
    «In parte sì e in parte si sono verificati dei passi indietro, nel senso che si è puntato meno sul binomio che aveva dato il via a questo processo e cioè il binomio porto-centro storico». prosegue. «Ci sono meno fondi, ma bisogna avere anche la capacità e la voglia di sapere dove e come andarseli a prendere questi fondi..

    Certo, di quel piccolo grande “boom” Genova oggi non eredita solo l’Acquario e il Porto Antico e un abito più bello fra i caruggi e i campanili, ma anche vuoti urbani. Gli Erzelli, il cui avvio formale al progetto venne dato in quell’ormai lontano 2004 e che oggi a distanza di dieci anni ha già un piede nel grande album delle “potenzialità inspresse di Genova”, la stessa Passeggiata alla Lanterna abbandonata per anni al suo destino dopo la realizzazione, il faraonico progetto di riqualificazione di Ponte Parodi, giusto per citare alcuni esempi.
    La città di oggi è diversa da quella degli anni ‘90 e dei primi 2000, eppure il declino dell’industria e delle trame sociali che caratterizzano il tessuto genovese continuano ad essere i problemi principali a cui ancora non si è riusciti a trovare soluzioni. Se è vero che il treno delle grandi manifestazioni passa una sola volta, allora dovremo attendere ancora qualche anno prima di poter affermare se davvero siamo stati bravi a coglierlo per farlo fruttare al massimo delle sue possibilità oppure no. Per adesso una sola cosa è certa: i soldi sono finiti. Anzi, due: passare le notti in stazione sperando che prima poi il treno ripassi non è una buona idea.

     

    Claudia Dani

    L’inchiesta integrale sul numero 59 di Era Superba

  • Erzelli, il punto sul trasferimento dell’ex Facoltà di Ingegneria con il rettore Paolo Comanducci

    Erzelli, il punto sul trasferimento dell’ex Facoltà di Ingegneria con il rettore Paolo Comanducci

    erzelli«Una soluzione economicamente sostenibile, giuridicamente percorribile e logisticamente accettabile». Così il magnifico rettore, Paolo Comanducci, ha definito il trasferimento dell’ex Facoltà di Ingegneria, oggi parte della Scuola Politecnica, sulla collina di Erzelli in occasione dell’arrivo in città del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, per siglare l’accordo di programma per il trasferimento nel Parco Scientifico Tecnologico del ramo biomedico di IIT.

    Comanducci ha colto l’occasione, offerta dalla seduta di Commissione del Consiglio comunale, per sgomberare il campo dalle voci insistenti circa l’esistenza di un progetto alternativo per la riqualificazione della sede di ingegneria: «C’è sempre stata la massima apertura rispetto alle esperienze e competenze dei colleghi ingegneri (oggi è in calendario un’assemblea con tutte le anime dell’ex facoltà per discutere come realizzare al meglio il trasferimento, ndr) ma la decisione finale spetta all’Ateneo: se facciamo questa operazione è ovvio che la facciamo per il bene di Ingegneria, qualsiasi altro progetto alternativo è ormai fuori tempo massimo. Non è più giustificabile un atteggiamento, non dico di ostruzionismo, ma di eccessiva cautela». Insomma, non si sa quando ma Ingegneria ad Erzelli ci andrà. Anche perché, ricorda il rettore, «se il trasferimento non andasse a buon fine, servirebbe un investimento di almeno 20 milioni di euro per la manutenzione straordinaria degli spazi oggi occupati e che non vengono toccati da quasi un decennio. Andare agli Erzelli è una buona soluzione anche dal punto di vista dell’immagine: l’ex facoltà di Ingegneria deve aumentare il numero degli studenti per sfruttare al meglio le capacità dei propri docenti ma per farsi attraente ha anche bisogno di spazi attrezzati che siano veramente attraenti».

    Il rettore non risparmia critiche al suo predecessore: «Da quando mi sono insediato ho cercato di uscire in tutti modi dalle secche in cui si era incagliato il progetto Erzelli perché l’Università di Genova non può permettersi di impiegare su un solo progetto metà dell’apparato dirigente e un quarto degli uffici: non possiamo dimenticarci gli studenti di tutte le altre facoltà. Ho ritenuto opportuno dire con chiarezza che una certa strada (quella dell’acquisto di cosa futura, fortemente caldeggiato da Ght, proprietaria delle aree di Erzelli, ndr) che per alcuni anni era stata ipotizzata, non era giuridicamente percorribile». La scelta di Comanducci è quella di imboccare la strada del bando ad evidenza pubblica per la realizzazione del progetto, previo acquisto del terreno da parte di Regione Liguria. L’Università ha infatti chiesto che la regia dell’operazione passi in mano alla Regione, soprattutto per una questione di risparmi: intanto, la struttura tecnica dell’Ateno difficilmente riuscirebbe a farsi carico in tempi rapidi della gestione di un appalto così sostanzioso; secondariamente, con questo percorso si riusciranno a recuperare 13-14 milioni di euro di risparmi sull’Iva. Per questo motivo, è in fase di discussione finale un accordo di programma tra Ministero, Università, Regione e Comune affinché i fondi messi a disposizione vengano dirottati su Filse, finanziaria partecipata di Regione Liguria per lo Sviluppo economico.

    Le questioni più delicate riguardano proprio l’aspetto economico dell’operazione e la logistica e i collegamenti per raggiungere la collina sestrese, su cui a lungo si è dibattuto negli ultimi 7 anni, da quando cioè si è iniziata a ventilare la possibilità di questo trasloco.

    Dal punto di vista economico, la questione è ormai delineata da tempo. Le risorse pubbliche rese disponibili ammontano a 125 milioni: 75 dal Ministero dell’Istruzione, 20 dal Ministero dello Sviluppo Economico e la restante trentina da Fondi europei per lo sviluppo Regionale. Di questi, però, 15 milioni dalla firma di Renzi di questa sera non saranno più disponibili: le risorse, che tuttavia la Regione si è impegnata a recuperare con altre strade, assieme ad altri 4,5 milioni del Mise verranno infatti impiegate per la nuova sede agli Erzelli dell’Istituto Italiano di Tecnologia e la realizzazione di un incubatore di imprese ad alto sviluppo tecnologico.

    «L’ammontare complessivo delle risorse – tiene a specificare Comanducci – non è sufficiente per completare l’operazione. Se potrebbero bastare per la costruzione dei nuovi edifici, di certo non potranno coprire le spese per il complicato trasloco di laboratori e strutture oggi dislocati tra Opera Pia, Villa Cambiaso e Fiera». I fondi per il trasloco, con tutta probabilità, dovrebbero essere recuperati da operazioni immobiliari di valorizzazione degli spazi liberati ad Albaro. Se non si dovessero trovare tutte le risorse finanziare necessarie, il rettore Comanducci apre alla possibilità di mantenere un presidio negli spazi attuali: «Penso a una realtà ben individuata e ben definita che è quella di Villa Cambiaso, edificio di difficilissima collocazione che non sia pubblica, e che potremmo riconvertire a sede di master, dottorati e altri percorsi di alta formazione».

    Il polo scientifico tecnologico, con l’arrivo di IIT, il probabile trasferimento di Esaote e il progetto di costruzione dell’Ospedale di Ponente, sta dunque prendendo piede anche se lentamente e, al momento, solo sulla carta. Resta però ancora una grande incognita, quella della logistica e dei trasporti: solo per l’Università, infatti, si stima un flusso giornaliero di 4-5 mila studenti. Come arrivare agli Erzelli? «Per il momento – ammette Comanducci – si sono progettate soluzioni interessanti ma va ricordato che non sono ancora state finanziate. Sarebbe però infantile chiedere di vedere operativa oggi una logistica per 5 mila persone, quando ancora là non ci siamo andati né abbiamo stipulato l’atto finale per andarci».

    Oltre al potenziamento della viabilità su gomma, dal punto di vista del trasporto pubblico e della realizzazione di parcheggi per la mobilità privata, all’orizzonte c’è sempre la famosissima funivia che dovrebbe collegare la nuova fermata del nodo ferroviario di Genova Aeroporto (la cui proposta di finanziamento, assieme alle stazioni di Sestri e San Giovanni d’Acri verrà presentata alla Comunità europea entro fine anno), e la relativa piastra di interscambio ai piedi della collina, proprio con la sommità degli Erzelli.

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Femminismo, che cosa significa oggi? Intervista a Monica Lanfranco, direttrice della rivista genovese Marea

    Femminismo, che cosa significa oggi? Intervista a Monica Lanfranco, direttrice della rivista genovese Marea

    monica-lanfrancoLe scorse settimane a Palazzo Ducale un ciclo di incontri e una mostra hanno celebrato i 20 anni della rivista femminista Marea, nata nel 1994 come trimestrale con una redazione genovese, da sempre senza remore nel dichiararsi femminista, ha seguito il corso della storia delle donne nel nostro paese e non solo. Abbiamo intervistato Monica Lanfranco, giornalista e formatrice oltre che direttora di Marea, da anni si occupa a diversi livelli di tematiche femministe. Una chiacchierata sull’attualità del femminismo e di una Genova poco partecipe e poco consapevole…

    Qual è il bilancio di dieci giorni di eventi per Marea?

    «Enorme ricchezza, dovuta alla scelta di aprire con il tema della politica invitando una parlamentare femminista Soraya Post, (la prima europarlamentare eletta in un partito femminista lo svedese Feminist Initiative, ndr) una scommessa e un segnale esattamente come quello di chiudere gli eventi con il grande tema dei fondamentalismi religiosi e della laicità.
    Una piccola rivista che esiste da vent’anni avrebbe potuto limitarsi a fare una mostra e un insieme di letture, invece abbiamo fatto questo proprio per fare un regalo a noi stesse e per dire che il movimento delle donne che noi rappresentiamo ha dei pensieri e delle visioni politiche e generali: un pensiero di cambiamento verso l’intera umanità. Il Bilancio è positivo anche per i social media e grazie alla loro grande eco ha permesso la partecipazione di persone da fuori città».

    Come accoglie questi temi Genova?

    «Per quanto riguarda Genova sono delusa per la poca partecipazione. Genova è pigra, partecipa più facilmente ad eventi con grandi nomi noti e manifesta una certa diffidenza rispetto a temi proposti e visti attraverso l’analisi femminista, questo non accade in altre città»

    Perché avete deciso di fare un evento per “ricordare” ?

    «Da sempre la nostra volontà è raccontare questo mondo in perpetuo cambiamento ed è stato importante averlo fatto e continuare a farlo. Ricordare le cose fatte per metterle in mostra e guardarle attraverso una prospettiva nuova e critica, capire, per esempio, che i primi numeri sono stati i più belli, perché erano tempi molto più ricchi, c’era un livello di dibattito più appronfondito, più lento rispetto al web, ma in grado di andare più a fondo».

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    Femminismo, che significa oggi?

    «La banalità del male, citando Hannah Arendt, è sempre lì in agguato. Esprime un’ignoranza di fondo e la mancanza di consapevolezza profonda per ció che significa femminismo. Un visione femminista non è una visione solo per le donne, ma a 360 gradi della società e della necessità del cambiamento. Non solo è necessaria ma anche dinamica perché mette al centro e rende prioritarie tematiche che non lo sono.
    Penso alla riproduzione sociale della specie, che non significa fare bambini ma rappresenta quelle che sono le necessità dei corpi e delle età della vita, tutto quello che riguarda l’ economia e la finanza. Viviamo in una società in cui conta il denaro invisibile più che produrre lavoro e soddisfare i bisogni delle persone. Mettere al centro queste priorità e non il capitale è vitale per tutti e tutte.
    Ecco perché penso che il femminismo sia di grande attualità, perché mette al centro la volontà di risolvere i conflitti, di abbassare il livello di violenza; in un mondo in cui le donne sono in pericolo in quanto donne, non possiamo pensare che gli uomini stiano bene, perché se la metà della popolazione sta male stiamo male tutti.
    Queste parole e concetti sono elementari ma vanno ripetuti e compresi fino in fondo. Il femminismo in Italia è ancora giovane.

    Essere donna ed essere femminista sono due declinazioni. La prima definisce la mia identitá sessuata e la seconda la scelta di declinare in modo critico l’essere una donna. E dire da che parte io comincio per raccontare il mondo. Il problema dei maschi e degli uomini è che il maschile non ha ancora imparato a definirsi parziale, che poi è quello che è, perché se sei un uomo sei un pezzo».

     

    Claudia Dani

  • Scolmatore Fereggiano: via ai lavori, ma la strada per la messa in sicurezza della Val Bisagno è ancora lunga

    Scolmatore Fereggiano: via ai lavori, ma la strada per la messa in sicurezza della Val Bisagno è ancora lunga

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    Lo Scolmatore Fereggiano è solo una parte del progetto complessivo per la messa in sicurezza del Bisagno che comprende:  1° lotto, 1° stralcio: scolmatore torrente Fereggiano / 45 milioni, già finanziati, inizio aprile 2015, fine maggio 2018 – 1° lotto, 2° stralcio: prese sui rivi Noce e Rovare / 10 milioni previsti in Sblocca Italia, durata un anno e mezzo – 2° lotto: scolmatore torrente Bisagno e bypass torrente Noce / 184 milioni previsti in Sblocca Italia, durata 9 anni

    Con la consegna del cantiere alla ditta P.A.C. avvenuta martedì 7 aprile, sono ufficialmente partiti i lavori (più precisamente le opere di cantierizzazione mentre per gli scavi si dovrà attendere il progetto esecutivo previsto ai primi di maggio) per la realizzazione dello scolmatore del Fereggiano. L’occasione è stata colta dall’amministrazione comunale per fare il punto su una delle opere più attese riguardo la messa in sicurezza idrogeologica della nostra città.

    «Secondo stime piuttosto accurate – ha ricordato il sindaco Marco Doria – servirebbero 400 milioni di euro per mettere in sicurezza la città dal punto di vista idraulico. Considerato che, pure accentuando la nostra capacità di contrarre mutui, nel 2015 alla voce lavori pubblici verranno spesi 105 milioni, significherebbe che se il Comune dovesse far fronte solo con forze proprie a queste esigenze, per 4 anni non potrebbe spendere un euro per scuole, case comunali, asfaltature, parchi pubblici: una cosa insostenibile». Per questo motivo, come vedremo, è indispensabile fare ricorso ai trasferimenti statali e sperare che le promesse del governo vengano mantenute in tempi rapidi.

    Quello appena avviato tecnicamente è il primo stralcio del primo lotto di un intervento molto più complesso per la realizzazione dello scolmatore sul Bisagno e la messa in sicurezza del torrente e di tutti i suoi affluenti. Ma è molto importante non confondere le due opere, benché l’obiettivo sia sostanzialmente lo stesso, soprattutto per una questione di finanziamenti e quindi di realizzabilità dei lavori.

    Scolmatore Bisagno >> L’approfondimento da Era Superba #57

    Lo scolmatore del Fereggiano

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    Il tracciato dello Scolmatore Fereggiano. In viola la parte di galleria già esistente, in blu le opere di presa e collegamento dei rii Noce e Rovare che non rientrano nel primo stralcio di lavori (clicca sull’immagine per ingrandire)

    Lo scolmatore del Fereggiano, un canale in copertura che consentirà di svuotare direttamente a mare il torrente in caso di piene elevate, è già stato finanziato con risorse sostanzialmente disponibili: si tratta di 45 milioni di euro, provenienti in parte dal Piano nazionale per le città del governo Monti (25 milioni per il finanziamento più alto concesso dal programma su una base nazionale di 250 milioni), in parte da un mutuo contratto ad hoc dal Comune (15 milioni) e dalla Regione (5 milioni). I lavori dureranno nel complesso 3 anni e 1 mese, abbassando decisamente il periodo inizialmente previsto di 5 anni, grazie a tre turni al giorno per 7 giorni su 7, quantomeno nella fase clou che coinvolgerà circa 150 persone. Si inizierà dallo sbocco a mare, in corso Italia nella zona tra i bagni Squash e la Marinetta, per proseguire i 900 metri di galleria (a sezione circolare e diametro di 5,2 metri) iniziati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, costati circa 20 miliardi di lire e bloccati all’altezza di Villa Cambiaso. Qui, sottoterra, sarà installata la centrale operativa del cantiere, con un’area dedicata alla frantumazione e vaglio dei residui da scavo che per almeno il 50% (circa 70 mila metri cubi) saranno utilizzati per i ripascimenti delle spiagge di corso Italia, Voltri, Vesima e verranno movimentati esclusivamente via mare, attraverso l’approdo di apposite bettoline.

    Gli scavi (tradizionali, non con talpa) daranno vita complessivamente a una galleria di 3,7 chilometri che passerà sotto il forte San Martino, il monoblocco dell’Ospedale, per arrivare alla presa sul Fereggiano nella zona di via Pinetti, salita del Ginestrato «senza attraversare zone particolarmente sensibili e con grande attenzione per la fase critica sottostante la linea ferroviaria del nodo di Brignole-Terralba» come assicurato dal Responsabile unico del procedimento per il Comune, l’ing. Pinasco.

    La portata massima dello scolmatore per il solo Ferreggiano si attesterà sui 111 metri cubi al secondo, ben superiore alla piena duecentennale del piano di bacino prevista a 87 metri cubi al secondo. In caso di piena e di entrata in funzione dello scolmatore dal punto di presa sul Fereggiano, dunque, tutta l’acqua verrebbe convogliata nella galleria, lasciando libero il restante letto del torrente che non creerebbe alcuna criticità al Bisagno.

    Nello stesso progetto già previsti e approvati sono anche i lavori delle prese sui rivi Noce (per cui sarà necessario anche un bypass) e Rovare, che sboccheranno nella galleria principale del Fereggiano. In un primo tempo si era parlato di una realizzazione contestuale, sfruttando gli eventuali ribassi d’asta. In realtà, queste opere sono state stralciate per mancanza di fondi e dovranno attende i finanziamenti dello Sblocca Italia (vedi in seguito). Con il completamento delle due prese, la portata dello scolmatore a valle aumenterà complessivamente di altri 49 metri cubi al secondo (26 per il Rovare, 23 per il Noce).

    La galleria funzionerà a pressione e per questo motivo sono stati pensati 4 aerofori da 70 cm di diametro (che sorgeranno nelle zone di Villa Cambiaso, Forte San Martino, incrocio via Mosso/corso Europa, via Berghini) che avranno la funzione di sfiatatoi, qualora l’impianto dovesse entrare in pressione (statisticamente una volta ogni 35 anni), e spunteranno dal piano strada per un’altezza di circa 2,5 metri.

    A parte la fase di allestimento di cantiere, i lavori via terra saranno quasi invisibili. All’altezza dello sbocco sul mare, infatti, già dal prossimo autunno sarà installato un prefabbricato complanare a corso Italia, allestito con verde, solarium e campo sportivo e attraversato dal canale prima di approdo delle bettoline e poi di sbocco dello scolmatore. Quest’ultimo, che  sarà coperto da una scogliera e vedrà realizzata una nuova spiaggia, sarà sfruttato anche per lo scolmatore del Bisagno, quando e se partiranno mai i lavori, in modo tale che i due cantieri possano eventualmente procedere in maniera contestuale. I disagi per i cittadini, considerata l’importanza dell’opera, dovrebbero dunque essere relativamente limitati e poi, stando a quello che dice il sindaco, «il cantiere che non si vede e non si sente è il cantiere che non esiste».

    Qualche problema in più per le attività che insistono su questa zona di litorale ma non è detto che in futuro non possano rifarsi con la gestione della nuova piattaforma rialzata. Intanto, per tutto il periodo del cantiere, in corso Italia sarà attivato un info-point a disposizione della cittadinanza.

    I rivi Noce e Rovare e lo Scolmatore del Bisagno

    «Al termine di questi lavori, il Fereggiano sarà assolutamente in sicurezza e contribuirà ad attenuare le criticità del bacino del Bisagno». Partiamo dalle parole del sindaco per sottolineare come i restanti interventi di messa in sicurezza del Bisagno (scolmatore e rifacimento della coperatura) siano un altro capitolo ben distinto della storia. La differenza, come anticipato, la fanno in primis i finanziamenti.

    Si tratta sostanzialmente di una cifra attorno ai 300 milioni di euro (destinati non solo al Bisagno ma anche alla messa in sicurezza di altri rivi cittadini come il Chiaravagna e lo Sturla) che rientrano nel cosiddetto programma Italia Sicura. Soldi promessi ma non ancora messi a disposizione. In questa partita rientrano anche i 10 milioni del secondo stralcio del primo lotto, ovvero le prese sui torrenti Noce e Rovare (data inizio lavori, della durata di un anno e mezzo, inizialmente prevista a giugno 2015 ma sicuramente posticipata perché la gara non è ancora stata bandita), e gli altrettanti 10 milioni del bypass per il Noce all’interno dei complessivi 184 milioni del secondo lotto dello scolmatore del Bisagno, comprendente anche la galleria scolmatrice dello stesso torrente.

    Sempre dallo stesso programma governativo dipendono i fondi per completare il rifacimento della copertura sul Bisagno. Ripartiti da poco i lavori del secondo stralcio del secondo lotto, poco dopo la Questura in direzione Brignole, finanziati con poco meno di 36 milioni, è in fase di progettazione il terzo lotto (95 milioni) che da Corte Lambruschini arriverà fino al ponte di Brignole. «Solo terminati tutti questi lavori (stime molto ottimistiche parlano di dicembre 2020 per la copertura e giugno 2023 per lo scolmatore del Bisagno, ndr), la sicurezza del Bisagno potrà risultare soddisfacente» commenta il sindaco Doria. Nel frattempo, però, in bassa Val Bisagno continuerà ad abitare un genovese su 7, con un occhio al cielo e uno al torrente appena vedrà cadere qualche goccia di pioggia.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Amt: fra promesse disattese, denari pubblici e partner privati. Quattro in pagella alla Regione Liguria

    Amt: fra promesse disattese, denari pubblici e partner privati. Quattro in pagella alla Regione Liguria

    amt-trasporto-pubblico-d1Riunire nove realtà territoriali (le tratte urbane e suburbane dei quattro capoluoghi di Provincia e la città di San Remo) e nove differenti servizi di trasporto in unico bacino gestito dallo stesso ente su tutto il contesto regionale per a una copertura di circa 59 milioni di chilometri (Amt ne fa 25,5). È questo il traguardo imposto dalla Regione al trasporto pubblico locale attraverso la costituzione dell’Agenzia unica che dovrà farsi carico di gestire la gara del servizio su gomma (per quanto riguarda quello su ferro – una partita attualmente da 8,5 milioni di euro all’anno – è in fase di trattativa il rinnovo del contratto con Trenitalia).
    Un traguardo che è sempre sembrato piuttosto complicato da raggiungere fin dai suoi primi passi, fin da quel lontano novembre 2013 quando veniva trionfalmente illustrato da Claudio Burlando al termine delle ben note cinque giornate consecutive di sciopero di Amt: «Se siamo bravi, e qualche volta ci riusciamo – aveva detto il presidente della Regione – il nuovo servizio regionale integrato partirà il 1° gennaio 2015». Un 4 in pagella sarebbe fin troppo generoso, considerato anche che contestualmente erano stati promessi ben 200 nuovi autobus in 4 anni a Genova (giovedì scorso alla rimessa delle Gavette 22 lavoratori erano fermi perché non c’erano autobus da poter mettere in servizio): dei nuovi mezzi, per il momento, non si è vista nemmeno l’ombra perché tutte le gare pubbliche fin qui non hanno dato esito. «Filse (la società finanziaria partecipata da Regione Liguria, ndr) – ha spiegato l’uscente assessore regionale ai Trasporti, Enrico Vesco – ha il mandato di gestire la trattativa diretta mettendo a disposizione 5 milioni di fondi Fas recuperati dalla vecchia programmazione più tutti quelli della nuova programmazione su cui sarà chiamata a deliberare la nuova giunta».

    Insomma, a un anno e mezzo dalle grandi promesse che avevano placato le ire dei lavoratori Amt, la situazione non sembra essere cambiata di molto. Con parecchio ritardo è stata creata ufficialmente l’Agenzia unica ma la gara deve ancora essere lanciata. E pensare che il contratto di servizio dell’azienda pubblica genovese sarebbe dovuto scadere a fine 2014, dopo due anni di proroga. La Regione, in un tour de force dell’ultimo minuto prima di chiudere la propria attività istituzionale in attesa delle prossime elezioni, ha deliberato gli stanziamenti per la copertura del nuovo servizio regionale: per il 2016 sono previsti 139,6 milioni, che saranno aumentati di qualche spicciolo negli anni seguenti per tutta la durata dell’appalto, ovvero 10 anni prorogabili per altri 5. Con questa cifra da piazza De Ferrari dovrebbe essere garantita la copertura dei cosiddetti servizi minimi, quelli essenziali. Mancano ancora gli investimenti dei Comuni che dovrebbero complessivamente aggirarsi attorno ai 47 milioni, di cui più di una trentina da Genova (37 lo scorso anno, 31 si vocifera siano previsti per il 2015). E che cosa aspetta Tursi a pronunciarsi? «La Regione – ha detto in Commissione comunale il sindaco Marco Doria – non ha ancora definito quali saranno i servizi minimi essenziali coperti dalla cifra stanziata, come possiamo determinare i nostri contributi che dovrebbero esprimersi sulla base di servizi aggiuntivi che andremo a richiedere?». Se, infatti, la Regione dovesse prevedere una copertura inferiore dei servizi standard, gli investimenti del Comune dovrebbero andare a riempire anche questi vuoti per non avere un trasporto inferiore a quello che si è sempre avuto finora. Ed è assurdo che, parlando di servizi pubblici, non esistano dei parametri di legge per fissare quali debbano essere i servizi minimi da garantire a prescindere dai finanziamenti. «Bisogna fare un’analisi del servizio senza falcidiare i chilometri percorsi – ha proseguito Doria – e dobbiamo arrivare rapidamente a queste decisioni perché è necessario calcolare di quali coperture aggiuntive abbia bisogno Genova e quanto sia giusto far pagare i genovesi che, ora, stanno pagando troppo». Il primo cittadino non parla tanto in termini diretti di costo del biglietto, il cui aumento sarà quasi inevitabile per rendere appetibile l’ingresso dei privati nella gara, quanto in valori indiretti di contributi al servizio: «Non voglio – ha proseguito il primo cittadino – un sistema thatcheriano in cui i cittadini pagano molto di più del 35% del servizio ma nel 2012, 2013 e 2014 questa amministrazione ha stanziato per Amt cifre che non hanno eguali in Italia, facendo sforzi enormi per garantire la sopravvivenza dell’azienda facendole chiudere i bilanci in equilibrio».

    E il bilancio in equilibrio è anche una condizione sine qua l’azienda Amt non potrà partecipare alla gara per l’assegnazione del bacino unico e deve, per forza di cose, essere perseguito anche nel 2015 pur con un bilancio previsionale del Comune ancora in alto mare. In quest’ottica si colloca la sottoscrizione da parte di Doria dell’accordo tra Regione, Comune, azienda e alcune rappresentanze sindacali (Faisa Cisal e Fit Cisl) sul cosiddetto fondino, un programma di prepensionamento che sarà coperto da circa 10 milioni di fondi regionali (già dedicati al trasporto e non aggiuntivi) e che dovrebbe coinvolgere poco meno di 300 lavoratori sul territorio regionale. Al di là delle vertenze sindacali – Filt Cgil, Uil Trasporti e Ugl sono sulle barricate e preparano un ricorso al Tar per essere state estromesse dalla trattiva – secondo il sindaco Doria l’accordo, che sarà sottoposto all’approvazione dei lavoratori la prossima settimana, è «una prima risposta a questa esigenza, non certo strutturale ma il cui successo dipenderà dall’impatto che il programma avrà in termini di adesioni reali». Ciò che invece il primo cittadino esclude decisamente è che «il Comune, con il suo bilancio, accentui il proprio intervento economico nel settore del trasporto pubblico locale».

    autobus-amt-3Toccherà, dunque, ad Amt presentare un piano industriale in grado di ridurre ulteriormente i costi e rendere più efficiente il servizio, in vista della gara per il bacino unico (o della proroga del servizio comunale). Gara a cui l’azienda non ha certo le forze per partecipare da sola: da tempo, ormai, si parla della costituzione di un’associazione temporanea di imprese (ATI) con le altre aziende del servizio locale che, con tutta probabilità, dovranno essere affiancate anche da un partner privato (clicca qui per consultare il report dell’Advisor che apre ai privati). In che termini (e il rischio è che si torni nuovamente all’annoso dibattito privatizzazione sì, privatizzazione no che tanto ha infiammato la Sala Rossa in un recente passato) dovrà essere esplicitato nel bando di gara che, secondo quanto riferito dall’assessore Vesco («Ci sono stati tempi lunghi per evitare il più possibile ricorsi a cui ormai siamo abituati nelle gare pubbliche»), dovrebbe essere pronto entro la metà di aprile. Per il momento, però, si tratterebbe solo di una fase preliminare, quella della manifestazione di interesse non vincolante: un po’ come dire, fateci sapere chi ci starebbe a queste condizioni. Un po’ pochino per un bando inizialmente previsto nel corso del 2014 e il cui ritardo è già costato almeno 20 milioni di euro all’anno (11 solo per Amt), pari ai mancati recuperi di Iva che sarebbero stati garantiti dal bacino unico.

    «Il bando di gara – commenta il capogruppo PD in Consiglio Comunale, Simone Farello – dovrà definire un sacco di cose, non potrà essere un copia-incolla di qualcosa già visto in altre realtà. Mi sembra che la questione non si stia affrontando con la giusta serietà: l’unica nota positiva è che l’amministrazione regionale è finita e non può più fare danni in questo settore». Farello vorrebbe anche richiamare in causa la gara integrata per il trasporto ferro-gomma ma i tempi non sembrano più essere percorribili. «Il ferro – ha proseguito l’ex assessore ai Trasporti della giunta Vincenzi – svolge un ruolo di trasporto pubblico fondamentale nell’area urbana di Genova, come facciamo a fare una gara non sapendo come sarà ristrutturato il nuovo nodo ferroviario con la cosiddetta metropolitana di superficie?».

    Da definire, come detto, è anche il ruolo dei privati che parteciperanno alla gara. «Che cosa succederà se l’ATI tra le aziende locali non dovesse costituirsi o non dovesse vincere?» si chiede il capogruppo M5S, Paolo Putti. Inoltre: è così conveniente per i gestori più piccoli di Amt associarsi in vista del bando regionale, o non sarebbe forse meglio aspettare il vincitore per “vendere” mezzi, rimesse, personale e “know-how” sul territorio?

    In questo contesto arenato e piuttosto confusionale, è praticamente impossibile che il nuovo servizio sul bacino unico regionale possa attivarsi a partire dal prossimo 1° gennaio. Che cosa succederà, allora, ad autobus, funicolari e ascensori? Semplice, sarà necessaria una proroga. Ciò, però, significa che gli attuali gestori dovranno restare in salute ed essere finanziati dai proprietari. In altre parole, il Comune di Genova deve prepararsi a trovare i soldi per Amt non solo per arrivare a fine anno ma, con buona probabilità, per proseguire almeno fino a metà 2016. Non proprio dettagli, soprattutto se il sindaco Doria rispetterà la volontà di non versare un centesimo di più di quanto fatto finora.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Politiche abitative, case vuote e alloggi popolari insufficienti: quello che lo Stato non fa

    Politiche abitative, case vuote e alloggi popolari insufficienti: quello che lo Stato non fa

    finestre-cemento-palazzi-casa-d1La copertina dell’ultimo numero del bimestrale cartaceo di Era Superba è dedicata a una delle più grandi piaghe del nostro vivere nel terzo millennio: l’emergenza abitativa. Attraverso una lunga inchiesta abbiamo cercato di analizzare i dati della realtà genovese, smascherando alcuni falsi miti e pubblicando i numeri più o meno ufficiali che siamo riusciti a scovare (l’inchiesta sarà presto disponibile anche online su queste pagine in versione ridotta). Un’operazione per nulla semplice data la mancanza di un coordinamento unitario sulle politiche abitative e la discrepanza dei dati comunicati, da un lato, dall’assessorato alle politiche socio sanitarie del Comune di Genova e, dall’altro, da Arte, l’ente partecipato dalla Regione che ha il compito di gestire in tutta la Liguria gli appartamenti destinati all’edilizia residenziale pubblica. Sono quasi 4000 solo a Genova le famiglie in difficoltà in lista per un alloggio Erp (edilizia residenziale pubblica) e il patrimonio edilizio attualmente a disposizione degli enti non è neanche lontanamente sufficiente a soddisfare la richiesta.
    Ma la situazione genovese, comune a tante altre realtà italiane e non solo, è figlia di una grande latitanza, quello dello Stato italiano che sulle politiche della casa sembra aver perso il bandolo della matassa ormai da parecchio tempo.

    Federalismo fiscale, un’occasione perduta

    casa-abitazione-citofonoGià a partire dagli ultimi governi di centro sinistra prima del secondo ciclo berlusconiano (2008-2013), le risorse dedicate all’edilizia residenziale pubblica sono state sostanzialmente azzerate così come il sostegno economico all’affitto per le categorie più deboli. Parallelamente, abbiamo assistito a una progressiva alienazione di grandi patrimoni immobiliari pubblici non occupati che, con il giusto apporto di risorse, si sarebbero potuti destinare almeno in parte all’edilizia residenziale pubblica e, invece, sono stati sacrificati sull’altare del mercato immobiliare. Un processo che ancora oggi non viene meno, pur con nobili camuffamenti come quello del federalismo fiscale, di cui spesso abbiamo avuto modo di parlare da queste pagine. «Il tanto osannato federalismo fiscale – sostiene Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della Casa nella precedente giunta Vincenzi e delegato Anci Liguria in questo settore – decantato come strumento utile per gli enti locali al fine di gestire direttamente risorse immobiliari abbandonate dallo Stato, nasce in realtà per ridurre l’indebitamento statale e degli enti locali».  Il governo – è la tesi di Pastorino – si dimentica della sua funzione sociale non pensando che i cespiti liberati dalle funzioni originarie possano essere riconvertiti a funzioni abitative per le fasce più deboli ma preferendo guardare, ancora una volta, alle più classiche speculazioni immobiliari.

    «Nella stessa legge – prosegue il nostro interlocutore – si invitano gli enti locali ad alienare gli immobili demaniali di cui sono entrati in possesso, in modo da abbattere il debito pubblico locale e statale: una quota dei proventi della vendita, infatti, viene per legge recepita da un fondo nazionale creato ad hoc, mentre i Comuni sono vincolati a utilizzare un’altra percentuale per l’abbattimento del debito». Solo gli enti virtuosi possono sfruttare a proprio piacimento i ricavi. «Ma è evidente che gli enti virtuosi non hanno problemi di indebitamento. Così facendo, si favoriscono speculazioni immobiliari private, principalmente di natura ricettivo-alberghiera, e destinate esclusivamente alle solite élite economiche. In sostanza, viene chiesto alle istituzioni locali di trasformarsi in mediatori immobiliari: così la politica italiana è completamente allineata ai desiderati della trojka che consistono, in questo caso, nella privatizzazione dei beni pubblici». 

    Tutte le incongruenze del Piano Casa del governo Renzi

    [quote]Quello che è passato come una ripresa dell’attenzione politica verso la questione dell’abitare, in realtà è un crogiuolo di contraddizioni, segnato soprattutto da un forte riguardo nei confronti dei costruttori e delle grandi proprietà immobiliari agevolate anche dall’abbassamento degli oneri fiscali[/quote]

    Ma il federalismo fiscale non è certo l’unica contraddizione del sistema. Dopo un assoluto disinteresse verso le politiche della casa fino al 2013, il Piano Casa dell’ex ministro Lupi mostrava la pretesa di dare una risposta complessiva al tema dell’abitare e alle sue problematiche più evidenti. In realtà, come ci spiega ancora Pastorino, altro non si tratta che dell’ennesimo condensato di incoerenze normative: «Al netto dell’odioso articolo 5 che impedisce l’allacciamento delle utenze agli occupanti abusivi, abbiamo da un lato un provvedimento che promette lo stanziamento di risorse per recuperare il patrimonio ERP attualmente non assegnato perché necessitante di manutenzione – si stima che a livello nazionale siano circa 600 mila gli alloggi in questa condizione, a fronte di 1 milioni di domande di accesso ad alloggi ERP inevase – bilanciato, dall’altro lato, dal suggerimento di un piano straordinario di vendita del patrimonio abitativo pubblico interferendo con decisioni proprie di Regioni e Comuni». C’è di più. «Se è vero che vengono rifinanziati i sostegni agli affitti per le fasce più emarginate di popolazione – prosegue l’ex assessore – è altrettanto vero che i circa 50 milioni di euro messi a disposizione rappresentano una quota a dir poco esigua, a fronte di un fabbisogno censito che è 5 volte superiore. Ancora: viene previsto un fondo destinato alla morosità involontaria (quella causata dall’improvvisa mancanza della fonte di reddito principale, come la perdite di lavoro, la separazione o la morte di un coniuge, NdR) con uno stanziamento sufficiente a poche migliaia di nuclei familiari mentre oggi sono oltre 1 milione le famiglie sottoposte a procedure di sfratto. Insomma, definire queste manovre insufficienti è persino un eufemismo».

    La situazione sembrerebbe già sufficientemente ambigua così ma, come da tradizione per le cosiddette leggi omnibus, anche nella nuova normativa nazionale sulle politiche per la casa bisogna fare molta attenzione alle “pieghe”. Secondo il nostro Virgilio d’occasione, infatti, vi sarebbero alcuni provvedimenti che invece di rivolgersi all’edilizia residenziale pubblica, allargherebbero il campo dei finanziamenti statali all’edilizia sociale, quella cioè di iniziativa privata e quindi meno segnata dall’obbligatorietà di canoni di affitto sostenibili e naturalmente indirizzata a logiche di mercato più tradizionali che prediligono la vendita. «In precedenza – spiega Bruno Pastorino – la normativa prevedeva la firma di un accordo tra pubblico e privato per l’elargizione di contributi a fronte di un obbligo di locazione calmierata per 15 anni; adesso, il legislatore abbassa l’obbligo a 7 anni e introduce una sorta di ricompensa ai proprietari che si rendono disponibili per il riscatto futuro dell’appartamento da parte dei locatari».

    Insomma, quello che è passato come una ripresa dell’attenzione politica verso la questione dell’abitare, in realtà è un crogiuolo di contraddizioni, segnato soprattutto da un forte riguardo nei confronti dei costruttori e delle grandi proprietà immobiliari agevolate anche dall’abbassamento degli oneri fiscali, spesso con risoluzioni dannose per le fasce più deboli e che avrebbero bisogno di maggiori tutele. «A questo proposito – prosegue l’ex assessore – non va dimenticata la decisione di sospendere il blocco degli sfratti assunta dal governo lo scorso 31 dicembre. Il blocco era disciplinato dalla legge 9/2007 e non riguardava tutti i nuclei familiari sottoposti a regime di procedura esecutiva per finita locazione ma proteggeva solo i nuclei in regola con il pagamento e con membri anziani, con handicap sopra il 66% o malati terminali, quindi solo una fascia particolarmente debole. La toppa del governo a seguito delle proteste dei movimenti della casa e dei sindacati dei coinquilini è stata quasi peggiore del buco perché concede una proroga al blocco di 4 mesi: una sorta di rapida cosmesi. Peraltro, per coprire le spese di questa proroga, si è deciso di utilizzare le quote del fondo di sostegno all’abitare previste originariamente all’accompagnamento all’affitto per le frange economicamente più deboli. Come spesso accade in questo Paese, si toglie agli ultimi per dare ai penultimi. Mi sento di dire che siamo di fronte a una vera e propria cattiveria sociale perché questi provvedimenti del governo rischiano di mandare sulla strada persone che dovrebbero essere assistite non solo e non tanto per la situazione economica ma soprattutto per le condizioni sanitarie in cui sono costrette a vivere».

    Comune di Genova e Arte, un rapporto che non decolla…

    costruzione-casaCome detto, l’ambiguità del contesto nazionale si riflette nelle gestione locale delle politiche della casa, in particolar modo per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica. La proprietà degli alloggi a Genova, come abbiamo avuto modo di approfondire nell’inchiesta sul numero #59 della nostra rivista, è abbastanza equamente suddivisa tra Comune e Arte mentre  la cura, la manutenzione e soprattutto i criteri per l’assegnazione degli alloggi sono decisi interamente dalla partecipata della Regione. All’amministrazione comunale resta il compito di gestire le procedure di assegnazione e trovare i fondi per ristrutturare o implementare gli alloggi del proprio patrimonio.

    Negli ultimi tempi il tema è stato più volte affrontato dalla Commissione Welfare del Consiglio comunale, sede nella quale l’assessore alle Politiche Socio Sanitarie, Emanuela Fracassi, nel tentativo di giungere a un nuovo regolamento per bandi di assegnazione degli alloggi pubblici dei prossimi anni, ha più volte mostrato segni di insofferenza nei confronti dell’attuale sistema e metodo di governo di Arte e Regione. Non ultimo, rispondendo a un’interrogazione del capogruppo Udc in Consiglio comunale, Alfonso Gioia, l’assessore ha aperto la porta a possibili sviluppi piuttosto clamorosi: «Dalle verifiche che ho fatto finora – ha detto Fracassi, rispondendo all’imbeccata del consigliere – non mi risulta che il Comune possa essere obbligato a dare a un altro ente la gestione del proprio patrimonio». Come a dire: stiamo cercando di studiare se possiamo riprenderci la gestione diretta delle case popolari appartenenti al nostro patrimonio, sull’esempio della strada virtuosa intrapresa dal Comune di Bologna.

    La situazione è comunque delicata e meritevole di approfondimenti. Le funzioni di gestione delle case popolari sono state affidate alle Regioni con la legge n. 457/78. L’ultima norma emanata a riguardo dalla Regione Liguria è la legge n. 10/2004 al cui articolo 1 si individua come finalità la “razionalizzazione della gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica attraverso l’unificazione dello stesso in capo alle aziende regionali per l’edilizia, garantendo il contenimento dei costi”. Ma l’assessore Fracassi ha il dubbio che questa norma contrasti con altri principi sovraordinati che riguardino l’autonomia gestionale del Comune sul proprio patrimonio: «Fino agli anni ’90 – ricorda l’assessore – il nostro patrimonio era gestito direttamente da Tursi, poi la funzione è stata ceduta alla Regione perché non si avevano le risorse e le competenze interne adeguate. Ma i tempi erano diversi: il patrimonio immobiliare era più sano, vi erano finanziamenti dedicati e l’ente strumentale della Regione era più giovane. Oggi, gestire il patrimonio ERP è molto più complesso, necessita di una profonda conoscenza del territorio e di un’integrazione coerente con altre politiche socio-sanitarie. Per questo motivo, il Comune sta portando avanti un gruppo di lavoro con comitati di quartiere e sindacati degli inquilini per controllare la gestione di Arte, condividere con il territorio le priorità e cercare una maggiore collaborazione tra lo stesso e l’ente gestore». Certo, se si riuscisse a eliminare un passaggio, riportando in capo al Comune la gestione diretta, il dialogo con il territorio non potrebbe far altro che beneficiarne. Anche se, una futura doppia gestione potrebbe non aiutare nel tentativo di porre fine a un processo politico che sul tema ha mostrato di essere tanto inefficace quanto contradditorio.

    Simone D’Ambrosio

  • Lavori pubblici, 8 milioni per manutenzioni straordinarie. Interventi complessivi per 105 milioni

    Lavori pubblici, 8 milioni per manutenzioni straordinarie. Interventi complessivi per 105 milioni

    lavori-cantiere8,2 milioni di euro per un nuovo piano straordinario delle manutenzioni. È questo uno dei dati più interessanti emersi dalla presentazione dell’elenco annuale dei lavori pubblici inseriti all’interno del programma triennale 2015-2017. Nel 2015 complessivamente saranno investiti poco più di 105 milioni di euro: 42 milioni di mutuo ad hoc acceso da Tursi, poco meno di 8 milioni di entrate proprie del Comune, altri 9,6 milioni stanziati dal prossimo bilancio previsionale, 30,7 milioni di entrate statali, 2,5 milioni di fondi regionali, poco meno di 8 milioni di finanziamenti residui e 4 milioni di altri fondi.

    «Il quadro generale – ha commentato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – mostra la volontà del Comune di indebitarsi nell’interesse della città e del suo futuro. Non dobbiamo dimenticare che nel corso degli anni il quadro di fragilità del territorio con cui abbiamo a che fare è peggiorato radicalmente: nel 2013 è piovuto il 51,25% in più rispetto al 2012, nel 2014 il 74,78% in più del 2013 e il 163,60% in più sul 2012».

    I lavori pubblici del 2015, voce per voce

    Più interessante capire come verranno spesi questi soldi. Lo schema definitivo dei lavori, come di consueto, verrà approvato contestualmente al bilancio previsionale 2015. Un’operazione che non avverrà prima dell’inizio di giugno dato che, per legge, l’elenco dei lavori pubblici viene adesso sottoposto per 60 giorni alle eventuali osservazione dei Municipi e del territorio. Anche per questo motivo non è stato fornito un elenco dettaglio di ogni singolo intervento ma solo la suddivisione in poste più generali. Saranno quasi 26,4 i milioni impiegati per il riassetto del territorio e la difesa della costa (gli interventi più significativi riguardano, per circa 13 milioni, il torrente Chiaravagna in corrispondenza dell’area Piaggio, di via Giotto, del ponte obliquo e dell’area Ilva, a cui si aggiungono la messa in sicurezza dell’area a rischio idrogeologico a Cesino, tombinatura del rio Bisagnetto e la sistemazione del torrente Cantarena).

    14 milioni verranno investiti invece nella manutenzione ordinaria di strade, illuminazione, verde e segnaletica, mentre qualche spicciolo in meno sarà a disposizione per le infrastrutture turistiche, sportive e commerciali.

    via-buozzi-san-teodoro-lavori9 milioni e 680 mila euro andranno al trasporto pubblico: tra questi è in calendario il completamento del deposito della Metropolitana in via Buozzi, con la chiusura del secondo lotto di lavori per la tecnologia interna e la sistemazione del capolinea di Brin (9 milioni complessivi) e la definitiva risistemazione di via Buozzi con il parcheggio di interscambio e la pista ciclabile (2 milioni complessivi). Per quanto riguarda il trasporto pubblico, grande interesse suscita il prolungamento della metropolitana in piazza Martinez, in vista della prosecuzione in direzione di Terralba e dell’Ospedale San Martino: «Il progetto preliminare – ha ricordato l’assessore Dagnino – prevede una spesa di 28 milioni di euro, compresa la fornitura di due nuovi treni. Nel piano triennale, ma non sul 2015, sono stati inseriti 7 milioni di contributo nazionale e 4,8 milioni di cofinanziamento del Comune: il resto è da costruire, sfruttando l’inserimento dell’opera tra gli interventi strategici nazionali previsti dalla nuova finanziaria». Per quanto riguarda il 2015, si dovrebbe arrivare alla redazione del progetto definitivo proseguendo di pari passo le trattative con le Ferrovie per la liberazione delle aree.

    Sfioreranno i 9 milioni gli interventi dedicati all’edilizia abitativa (di cui poco meno di 2 milioni per interventi di manutenzione straordinaria per il recupero alloggi nelle zone di Prà-Voltri e Centro Storico e 1,3 milioni per recupero alloggi di edilizia residenziale pubblica in via Ariosto civici 8 e 10) mentre 5 milioni a testa sono previsti per la prosecuzione di lavori di ripristino dei danni alluvionali (tra cui il ponte del Lagaccio, sistemazione frana in via Costa del Vento, adeguamento idraulico del Rio senza nome a Ca’ di Ventura, sistemazione del cimitero della Biacca e delle frane di via Profondo, via Sambuco e Fiorino) e per la manutenzione di edifici del patrimonio comunale. 4,8 milioni sono le risorse strettamente dedicate alla ristrutturazione degli edifici scolastici, mentre 3,2 milioni saranno accantonati per la progettazione di futuri interventi di manutenzione.

    Impossibile dar conto di tutti gli interventi puntuali ma può valere la pena citare quelli economicamente più significativi: quasi 5 milioni sono stati previsti per l’avvio del collegamento stradale tra via Monaco Simone e Via Shelley; si sale a 7 milioni  per un generico “rifacimento delle infrastrutture della mobilità alla Fiera di Genova” e 500 mila euro per il ripristino del tetto del padiglione Jean Nouvel; 2,5 milioni per il primo lotto della riqualificazione della Piscina Mameli di Voltri, 1,6 milioni per il riordino degli spazi d’ingresso lato fioristi del Cimitero di Staglieno; 450 mila euro a testa per il recupero e completamento dell’oratorio della Scuola di Piazza delle Erbe, la riqualificazione dell’ex Istituto Nautico in Piazza Palermo e della scuola Papa Giovanni XXIII; infine una citazione per 150 mila euro accantonati per la manutenzione straordinaria del Diurno di De Ferrari di cui tanto abbiamo parlato.

    Raddoppiano i fondi per i Municipi

    municipio-circoscrizione-politicaSorridono i Municipi che, oltre ai canonici 281 mila a euro che ciascuna delle 9 delegazioni riceve ormai di consueto in conto capitale per realizzare progetti che devono passare attraverso una progettazione condivisa con il Comune, vedono raddoppiare le risorse straordinarie già stanziate nel 2014 e che per l’anno in corso ammonteranno a 400 mila euro a testa.

    «Gli auspici – ha detto il coordinatore dei presidenti dei Municipi, Mauro Avvenente – erano quelli che il trasferimento di competenze e responsabilità da Tursi ai Municipi si trasferisse dalla carta alle risorse economiche e, in questo quadro, non posso che manifestazione una soddisfazione di carattere generale rispetto all’impianto complessivo del piano: la qualità della manutenzione urbana migliora il biglietto da visita per i turisti».

    Le ex circoscrizioni potranno beneficiare di altri due stanziamenti significativi: la Giunta ha infatti previsto 1,2 milioni di euro per la pulizia e manutenzione dei rivi e più di 800 mila euro per il rifacimento e la sistemazione delle caditoie (una cifra che supera la somma di quanto investito sullo stesso capitolo dal 2012 a oggi). E poi, come detto in apertura, ci saranno ben 8,250 milioni di programma straordinario delle manutenzioni, di cui un capitolo sarà appositamente dedicato al rifacimento della segnaletica orizzontale e verticale, la cui manutenzione ordinaria passerà definitivamente ai Municipi con uno stanziamento ad hoc.

    «È una piccola riedizione dei 30 milioni impiegati in due anni dalla giunta Vincenzi – ha commentato l’assessore Miceli, che di quella giunta già faceva parte – perché la città sta manifestano esigenze di manutenzione incomprimibili. Certo, si tratta di un grande sforzo per il bilancio comunale ma abbiamo ritenuto necessario farlo anche se viene appesantito il patto di stabilità, per non arrendersi alla crisi senza lottare». A detta dell’assessore, comunque, questo nuovo indebitamento non andrà a intaccare eccessivamente il piano di rientro dello stock del debito pubblico del Comune di Genova. «L’obiettivo – ricorda Miceli – è quello di arrivare nel 2017 sotto l’asticella del miliardo di debito: la linea di discesa prosegue ma certamente con le somme urgenze per le ultime alluvioni e questi nuovi investimenti straordinari ha un po’ rallentato».

    «Questi finanziamenti – ha detto l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino – ci consentono di dare respiro alla manutenzione ordinaria e ci danno la possibilità di portare a compimento interventi progettati da anni ma rimasti fermi per mancanza di fondi come l’incontro tra corso Aurelio Saffi e via Fiodor».

    «Più sicurezza in città – ha proseguito Crivello – significa anche proporre un’accoglienza migliore: una maggiore e più efficace manutenzione comporta una crescita della qualità della vita, dell’attrattiva turistica e delle potenziali risorse che si liberano per le imprese locali a patto che si attrezzino per essere competenti nelle varie gare pubbliche indette». Ed effettivamente, il possibile indotto per le imprese locali potrebbe essere molto interessante se si considera che, secondo le stime degli uffici di Tursi, solo 15% delle risorse complessive del piano verranno destinate ad Aster: la partecipata comunale percepirà, infatti, i canonici 13 milioni da contratto di servizio, a cui si vanno ad aggiungere i 2,1 milioni di euro per riqualificazione di caditoie e rivi e i fondi del nuovo piano di manutenzione straordinaria. Tutto il resto sarà appaltato.

    Consuntivo 2014, il Comune corregge: «Avanzati 2,3 milioni, non 20»

    A proposito di bilancio, nel corso dell’ultima seduta di Consiglio comunale, l’assessore Miceli è intervenuto per correggere alcune notizie che sono circolate in merito a una presunta chiusura del consuntivo 2014 con 20 milioni di avanzo. «Non si tratta di un risparmio di spesa merito della Giunta – ha spiegato l’assessore al Bilancio – ma è frutto di un processo tecnico». L’attivo di Tursi derivante da un’accorta gestione ordinaria ammonta “solo” a 2,3 milioni di euro. Gli altri 18 milioni sono risorse liberate da fondo crediti di dubbia esigibilità che ogni anno il Comune è chiamato ad accantonare per coprire gli eventuali ammanchi di entrate previste ma non registrate: «Per fare un esempio – ha spiegato Miceli – negli anni precedenti si potevano scrivere 50 milioni nel bilancio per le multe e incassarne 10: a fine anno ci si sarebbe trovati con buco da 40 milioni da coprire. E ci sono Comuni che sono andati in dissesto finanziario per questo giochino. L’Europa ha previsto allora, di iscrivere tutte le entrate prevedibili nel bilancio previsionale ma attivare anche un fondo, che va a comprimere le spese, pari a una percentuale di inesigibilità dei crediti. Nel bilancio consuntivo, invece, incide la capacità di riscossione di crediti pregressi da parte del Comune che quest’anno è stata molto alta. La differenza tra questa capacità media negli ultimi 5 anni e il fondo di inesigibilità ci ha dato i 18 milioni di “avanzo”». Questo avanzo non può essere liberamente investito dall’amministrazione nel nuovo bilancio previsionale ma deve prioritariamente andare a rimpinguare il fondo di dubbia esigibilità dell’anno successivo.

    Simone D’Ambrosio

  • Comune di Genova, tagli alle società partecipate per effetto della legge di stabilità

    Comune di Genova, tagli alle società partecipate per effetto della legge di stabilità

    palazzo-tursi-D4Ammontano a circa 1,7 milioni di euro i risparmi stimati dal processo di razionalizzazione delle società partecipate del Comune di Genova, approvato lunedì pomeriggio dalla Giunta. Una delibera che arriva sul filo del rasoio per rispettare i tempi imposti dalla legge di stabilità che obbliga gli enti pubblici a sfoltire le partecipazioni dirette o indirette in altre società, eliminando le attività non indispensabili, sopprimendo realtà con un organigramma composto solamente da un amministrazione o con più amministratori rispetto ai dipendenti, procedendo ad aggregazioni strategiche in funzione dei compiti svolti e in ottica di riduzione dei costi. L’obiettivo dichiarato del governo Renzi è il taglio netto delle partecipazioni pubbliche dalle attuali 8 mila a circa mille, entro la fine del 2015. Gli enti locali hanno tempo fino al 31 marzo per approvare un piano di razionalizzazione da inoltrare alla Corte dei conti e da rendere massimamente trasparente. Entro il 31 marzo 2016, toccherà poi fare il punto consuntivo su quanto attuato nei prossimi mesi.

    Per quanto riguarda Tursi, 17 sono le società interessate (su un totale che al momento supera la cinquantina) a vario titolo da questo processo di riorganizzazione. «L’obiettivo – commenta l’assessore al Bilancio Francesco Miceli– è quello di evitare inutili dispendi di risorse, non solo dal punto di vista economico ma anche da quello della semplificazione. In sostanza, abbiamo cercato di ripulire il sistema delle partecipate del Comune di Genova da quelle caselle che, obiettivamente, non hanno ragione di esistere». Il tutto senza incidere in maniera negativa su alcun posto di lavoro.

    Gli interventi più significativi riguardano le società partecipate indirettamente, ossia possedute a cascata da altre partecipate dirette di Tursi. È il caso, ad esempio, di Genova Car Sharing, 100% partecipata di Genova Parcheggi, il cui servizio sarà alienato entro giugno 2016 con clausola sociale a garanzia dei 4 dipendenti, per un risparmio di circa 120 mila euro su base annua.

    Tra le società controllate direttamente da Tursi, invece, chiudono ufficialmente i battenti Themis (che si occupa dell’organizzazione di corsi per i dipendenti della pubblica amministrazione e di cui il Comune detiene poco meno del 70% della proprietà) e Ri.genova (poco meno del 75%). Per quanto riguarda la prima, il cui servizio di formazione sarà inglobato dagli uffici comunali, è prevista la liquidazione entro fine anno, con un risparmio strutturale di 100 mila euro: i 3 dipendenti passeranno alla Fondazione Fulgis, scuola d’eccellenza finanziata totalmente del Comune. Anche Ri.Genova, società che si occupa di riqualificazione e recupero edilizio e compartecipata da I.R.E. (controllata al 100% da Regione Liguria), verrà estinta entro fine anno: il patrimonio di competenza del Comune sarà conferito a Spim, conservando la possibilità di future collaborazioni con I.R.E. soprattutto per progetti di social housing.

    rifiuti-amiuDuplice l’interesse della riorganizzazione per quanto riguarda Amiu. La delibera, infatti, prevede l’estinzione a vario titolo di ben 6 società controllate: Isab, Ecolegno, Quattroerre, Ceryac, Liguriaambiente, Refri. Ma nel documento viene menzionato anche il futuro dell’azienda madre: ripercorrendo quanto già previsto dalla famosa delibera di novembre 2013 (qui l’approfondimento), il Comune ribadisce la necessità dell’ingresso di un socio privato tramite “operazioni di aggregazione societaria” che consentano di far mantenere in capo ad Amiu l’unitarietà del ciclo dei rifiuti di Genova e soprattutto di finanziare il nuovo piano industriale. Non si parla nel dettaglio né del bacino di servizio né del mantenimento di una maggioranza di controllo pubblico che, tuttavia, l’assessore Miceli conferma essere l’orientamento attuale. Sostanzialmente nulla di nuovo, dunque, ad eccezione dei tempi: viene, infatti, messo nero su bianco che l’operazione dovrà essere definita entro fine anno.

    La delibera dedica una particolare attenzione anche al futuro di Fiera di Genova e Porto Antico, invitando le due società “a valutare la possibilità di sviluppare sinergie collaborative (ad esempio nella gestione comune di contratti per attività o forniture similari) per future aggregazioni”.

    Tra le altre semplificazioni, vanno citate l’uscita dalla proprietà di Sistema turistico locale del genovesato, il passaggio a Spim (100% proprietà del Comune) della partecipazione in SGM (Società per la Gestione del Mercato ortofrutticolo di Bolzaneto) , la liquidazione entro il 2017 della San Bartolomeo (società legata alla progettazione della ristrutturazione dello storico Convento di SS Giacomo e Filippo) e di SVI (Società Vendite Immobiliari) non appena concluso il contenzioso con l’Agenzia delle Entrate. Confermato anche il recesso unilaterale da Stazione Marittime, che frutterà 1,1 milione di euro una tantum e l’inglobamento di Marina Fiera di Genova in Fiera di Genova s.p.a.

    Citazione a parte per la Tunnel di Genova srl: il Comune, infatti, ha deciso di aderire alla proposta di acquisto del 50% della società detenuto da Autorità portuale; Tursi assumerà così il controllo totale dall’azienda che entro la fine dell’anno verrà incorporata in un’altra partecipata (Spim o la sua controllata Tono).

    Unica scatola vuota che viene mantenuta ancora in vita è la società Nuova Foce srl, controllata al 100% da Spim: «Si tratta di una realtà nuova – specifica Miceli – che abbiamo scelto di lasciare in vita, ancorché attualmente vuota, perché sarà il veicolo delle riqualificazioni delle aree passate da Fiera di Genova al patrimonio del Comune».

    Il processo di riorganizzazione delle partecipate non si ferma qui. Molto dipenderà da un’altra corposa delibera che dovrebbe arrivare al vaglio della giunta nel giro di un mese e riguarda le linee di indirizzo per il personale delle partecipate, soprattutto in ottica di cessioni di rami d’azienda e conseguente mobilità di dipendenti pubblici. E poi c’è sempre la scure della gara regionale che pende, ormai da tempo immemore, sul futuro di Amt (in delibera viene menzionata solo la liquidazione di Amt Progetti, partecipata al 100% di fatto inattiva dalla costituzione) e che vede allungare i tempi sempre più a dismisura rendendo difficile una soluzione entro fine anno (data di scadenza della proroga del contratto di servizio per il trasporto pubblico).

     

    Simone D’Ambrosio

  • Alla scoperta dei Rolli di Genova, la nostra visita nelle antiche dimore delle nobili famiglie genovesi

    Alla scoperta dei Rolli di Genova, la nostra visita nelle antiche dimore delle nobili famiglie genovesi

    turismo-strada-nuova-garibaldiI Rolly Days sono un appuntamento ormai immancabile dell’offerta culturale della nostra città. Ogni anno, decine di palazzi storici aprono le porte, gratuitamente, al pubblico per un weekend in cui è possibile visitare spazi di storia genovese normalmente preclusi ai più. Sfruttando un calendario particolarmente favorevole, i #RolliDays2015 si estenderanno per 4 giorni, da sabato 30 maggio a martedì 2 giugno: ciceroni d’eccezione studenti, dottorandi e ricercatori dell’Università di Genova.

    Un weekend lunghissimo in cui sarà possibile ammirare 25 Palazzi dei Rolli nel centro storico e alcune delle più belle ville genovesi, di ponente (30-31 maggio) e di levante (1-2 giugno). Tra queste anche Villa del Principe, che aprirà giardino e interni con visite guidate per tutti e quattro i giorni.

    Per ingolosire un po’ non solo i turisti che decideranno di passare qualche giorno in città ma soprattutto i genovesi che passano quotidianamente attorno a questi palazzi Patrimonio dell’Umanità Unesco ignorandone o dimenticandone il valore, abbiamo deciso di offrirvi un piccolo antipasto nel corso dello speciale #EraOnTheRoad. Chi si fosse perso i nostri cinguettii live, può rivivere le emozioni della giornata, resa ancora più spettacolare dal primo vero sprazzo di primavera, scorrendo le foto (tante) e i testi (pochi) di questa pagina.

    I Rolli di Genova: visita a Palazzo Bianco e Palazzo Rosso

    Forse non tutti sanno che i “Rolli” altro non erano che elenchi delle dimore nobili, costruite dalle famiglie aristocratiche più ricche e potenti della Repubblica di Genova, destinate a partire dal 1576 ad ospitare per estrazione a sorte le alte personalità di Stato in visita alla città.

    Chi si avventura per Genova attraverso la porta d’accesso della stazione Principe, viene immediatamente risucchiato dal sistema architettonico di quella che allora era considerata un’innovativa cultura residenziale: tra Palazzo Reale e le varie sedi universitarie (Balbi 2, 4 e 5) via Balbi è un piccolo concentrato di Palazzi dei Rolli.

    palazzo-belimbau-nunziataArrivati in fondo alla via, in piazza della Nunziata si staglia inconfondibile Palazzo Belimbau, all’interno del quale si può trovare una delle prime rappresentazioni di Cristoforo Colombo, affrescata da Lazzaro Tavarone. Ma il nostro tour passa rapidamente davanti a questo palazzo per soffermarsi, invece, davanti a una vera e propria chicca dei #RollyDays2015: Palazzo Giacomo Lomellini Patrone, oggi sede del Comando Regionale dell’Esercito, che dal 30 maggio al 2 giugno sarà per la prima volta aperto al pubblico. Ecco qualche piccolo suggerimento degli splendidi affreschi di Domenico Fiasella e Giovanni Carlone (e non solo) che potrete ammirare.

    Di fronte a Palazzo Lomellini Patrone, si apre Strada Nuovissima, oggi meglio nota come via Cairoli, che sfocia nella via dei Rolli per eccellenza: via Garibaldi, già Strada Nuova. Da qui inizia un vero e proprio concentramento di Rolli: in totale sono 42 quelli inseriti nel sito Unesco che salgono a 80 se allarghiamo un po’ di più i confini a tutta la cornice del Centro Storico. Ma, in realtà, sono molti di più i palazzi storici genovesi che possono forgiarsi del titolo di “Rolli”. Insomma, parafrasando uno slogan pubblicitario di successo: i Rolli sono tutti intorno a noi. E per averne un’idea, che cosa c’è di meglio che uno scorcio dall’alto del “miradore” di Palazzo Rosso?

    Ma a Palazzo Rosso e alla scoperta degli intrecci di vita nobiliare genovese che racchiude si è concentrata buona parte della nostra visita.

    Tra le chicche della nostra visita, anche il cosiddetto “Appartamento dell’amatore d’arte”, storica dimora di Caterina Marcenaro e a cui pure la rivista “Domus” dedicò un approfondimento ad hoc. Ma Palazzo Rosso ci ha riserbato parecchie sorprese, non ultima il mitico libro di P.P. Rubens, un vero e proprio studio architettonico dei “Palazzi di Genova” realizzato per importare ad Anversa il “modello Genova”, e che ci viene mostrato dal direttore dei Musei di Strada Nuova, Piero Boccardo.

    I tempi del nostro “antipasto” di #Rollidays2015 si assottigliano, così a Palazzo Bianco abbiamo solo pochi minuti per gustarci una rapida passeggiata tra i quadri della mostra che lancia la volata verso #Expo2015: “La cucina italiana. Cuoche a confronto”. Nelle antiche stanze della famiglia Brignole Sale trova ospitalità il confronto tra le due cuoche di Bernardo Strozzi. Se volete giocare un po’ con l’arte, divertitevi a trovare le differenze.

    Per visitare al meglio tutta la storia di Strada Nuova non basta assolutamente una giornata, figurarsi la modesta mattinata che avevamo a disposizione. Per lasciarvi la voglia di venire a visitare gli storici Palazzi di Genova, ci salutiamo con un genovesissimo “tucca e leva” a Palazzo Tobia Pallavicino, sede della Camera di Commercio.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Genova perde i pezzi: le emigrazioni superano le immigrazioni, via in cerca di casa e lavoro

    Genova perde i pezzi: le emigrazioni superano le immigrazioni, via in cerca di casa e lavoro

    Mare e degrado
    Foto di Roberto Manzoli

    Genova continua a perdere i pezzi. Non stiamo parlando di bilanci, infrastrutture, palazzi o più chiacchierate situazioni politiche ma di persone, cittadini, abitanti. Quelli, cioè, che se vengono a mancare in maniera consistente rischiano di far perdere senso a qualsiasi altro progetto di sviluppo della città. Negli ultimi 50 anni (nel 1965, momento di massima espansione, risiedevano a Genova 848.121 persone) si sono persi oltre 250 mila abitanti. Secondo i dati pubblicati dall’ultimo annuario statistico del Comune, che fa riferimento esclusivamente ai residenti in città registrati all’anagrafe a fine 2013, a Genova risiedono 596.958 persone. Ma il dato che più fa riflettere e che le emigrazioni hanno superato le immigrazioni e se questa emorragia di cittadini dovesse ripetersi regolarmente anche nei prossimi anni, inutile dire che la città dovrebbe rivedere e ricalibrare buona parte dei suoi piani per il futuro.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    «Prendendo come punto di riferimento il censimento generale del 1971 – spiega il direttore del Centro Studi Medì, Andrea Torre – è come se a Genova fosse stato tolto l’equivalente abitativo dell’intera città di Padova. Un dato ancor più clamoroso se si considera che all’inizio degli anni ’70 gli stranieri si potevano contare sulla punta della dita. Nel 2013, invece, gli stranieri residenti ammontano a 57.358: Significa che, al netto degli stranieri, in poco più di 40 anni la popolazione genovese è calata di 275 mila unità, ovvero l’insieme degli abitanti di Rimini e Sassari».

    Veduta della città dalla Madonna del Monte
    Foto di Daniele Orlandi

    
A testimoniare l’inesorabile diminuzione della popolazione locale è, come detto, l’emigrazione che nel 2013 ha segnato un saldo negativo di 1754 persone (nel 2012, invece, ci si era attestati su aumento di 1641 individui): 13.812 sono i cittadini che hanno lasciato la città mentre solo 12.058 i nuovi residenti (solo 4588 provengono dall’estero mentre i restanti 7470 arrivano da altre città italiane). Si tratta del dato più negativo degli ultimi dieci anni anche se non è la prima volta che compare il segno meno, già visto nel biennio 2006-2007. Numeri resi ancora più gravi dal movimento naturale della popolazione, il bilancio vivi/morti, che ha fatto registrare la perdita record di 4 mila unità.
    Se fino a qualche anno fa erano gli stranieri a tenere su la baracca, l’immigrazione dall’estero è radicalmente rallentata. Anche quest’anno, in cui si è fatto un gran parlare di sbarchi a livello nazionale, il numero di stranieri arrivati nel nostro Paese è comunque molto inferiore a quanto accadeva prima della crisi economica. «Checché se ne dica in tv – commenta il professor Giuliano Carlini, sociologo delle relazioni interculturali già docente all’ex facoltà di scienze politiche dell’università di Genova e membro della Consulta regionale per l’integrazione dei cittadini stranieri immigrati – i flussi sulla nostra Regione sono andati calando negli anni, alcuni addirittura si sono fermati da tempo».
    Rispetto al 2012, il saldo ingresso/uscita stranieri all’anagrafe genovese ha fatto registrare solo un +95 per un totale di 57.358 persone (erano 44.379 nel censimento del 2011, mentre solo 15.567 nel 2001), pari al 9,6% di tutta la popolazione residente. Di questi nuovi cittadini genovesi, circa un terzo proviene dall’Ecuador con 17271 rappresentati, seguito a lunga distanza da Albania (6321), Romania (4996) e Marocco (4505).

    Questa mobilità assai limitata e concentrata soprattutto nell’arco di età tra i 25 e i 34 anni (3335 gli immigrati calcolati nell’ultimo anno all’interno di questa fascia) è confermata anche dal flusso dell’emigrazioni: delle 13812 persone che si sono cancellate dall’anagrafe genovese nel corso del 2013, ben 9365 l’hanno fatto per spostarsi in un’altra città italiana e, in particolare, 7593 al Nord, di cui 5120 in Liguria compresi 4370 all’interno della Provincia di Genova. Sono 4447, invece, gli italiani prima residenti a Genova che hanno spostato la propria residenza all’estero. Anche in fatto di uscite, l’arco di età più coinvolto è quello dai 25 ai 34 anni (3305 persone), seguito da 35-44 anni (2808 persone) e 45-54 anni (2012 persone). Buona parte delle emigrazioni, dunque, non consiste in rimpatri ma solo in fisiologici movimenti dettati da dinamiche di ricerca del lavoro o di migliori opportunità abitative.

    Più difficile fare una riflessione stretta sul comportamento dei genovesi di nascita ma, d’altronde, come afferma lo stesso professor Carlini «le ricerche si orientano non tanto su ciò che sarebbe utile sapere ma su ciò che è più opportuno dal punto di vista politico».
    Tutti questi dati, infatti, non vanno certo presi per oro colato ma solo come testimonianza di una tendenza. In realtà, le persone che si sono spostate all’estero sono decisamente di più perché non è detto che chi ha lasciato Genova abbia già spostato altrove la propria residenza. Come sicuramente di più sono i nuovi abitanti arrivati in città nel corso del 2013. Va tenuto presente, infatti, che nel momento in cui gli stranieri “scompaiono” dalle statistiche non è detto che abbiano effettivamente abbandonato il Comune, la Regione o il Paese: molte persone al momento del rinnovo del permesso di soggiorno non possono documentare la propria posizione lavorativa, magari perché in nero, e vengono così cancellate dall’anagrafe anche se di fatto non si sono allontanate da Genova con il proprio nucleo familiare. A questi numeri vanno infine aggiunti i clandestini e gli immigrati irregolari.
    «Se uno si ferma a leggere i giornali – dice Carlini – continua a cogliere la sensazione errata di essere circondato da centinaia di migliaia di immigrati. Ma ci accorgeremo concretamente della tendenza alla diminuzione dei flussi. Ad esempio, sul mercato del lavoro: il cittadino medio se ne accorgerà solo quando i media glielo diranno, quando le forze politiche la smetteranno di speculare sulla cosiddetta “invasione degli stranieri”».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’articolo integrale su Era Superba #58

  • Cannabis, Genova dice sì alla legalizzazione: approvata mozione in Consiglio comunale

    Cannabis, Genova dice sì alla legalizzazione: approvata mozione in Consiglio comunale

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (3)Il Consiglio comunale dice sì alla legalizzazione della marijuana. E lo fa approvando a maggioranza assoluta una mozione presentata dalle sinistre della Sala Rossa (Lista Doria, Sel, Fds e il civatiano Gianpaolo Malatesta) che impegna sindaco e giunta ad attivare un percorso di legalizzazione dei derivati della cannabis contrastando il narcotraffico e favorendo iniziative di informazione e prevenzione sugli effetti nocivi dell’abuso di sostanze stupefacenti.

    Visibile la soddisfazione di Marianna Pederzolli – la più giovane in Sala Rossa e vero e proprio deus ex machina del documento – per l’esito di una votazione per nulla scontata. «Il dibattito sulle droghe – ha sostenuto la consigliera – va liberato dalle solite tensioni moralistiche e dialogiche: è giunto il momento che il confronto molto avanzato nella società civile trovi spazio anche nelle aule istituzionali. Ed è giusto farlo partendo proprio da Genova, ultima città ad aver ospitato una vera Conferenza governativa sulle droghe in Italia nel 2000 e capoluogo di una della prime Regioni ad aver approvato una legge sull’uso terapeutico di medicinali a base di cannabinoidi».

    Oggi, di fatto, la cannabis è già “libera” (ed è legale a tutti gli effetti per quanto riguarda l’uso terapeutico, qui l’approfondimento): l’uso è particolarmente diffuso ma circola in maniera sommersa, senza controlli di qualità. Ma se venisse tolto il fascino del proibito, probabilmente, oltre ad avere un maggiore controllo si riuscirebbe anche a ridurne il consumo, lavorando in maniera seria su politiche di informazione circa gli effetti dell’uso e abuso delle droghe leggere (qui l’approfondimento). «Quello che proponiamo – prosegue la consigliera di Lista Doria – non è nulla di rivoluzionario o eversivo: ci sono esperienze diffuse di legalizzazione in Europa e oltre Oceano. Da noi, invece, la discussione rimane ferma perché non fa breccia nei luoghi istituzionali».

    Qualcosa, in realtà, si sta muovendo anche a livello nazionale, attraverso incontri e condivisioni bipartisan ma soprattutto la nascita di un intergruppo parlamentare che lavorerà ad una proposta di legge per regolamentare l’uso della marijuana anche in Italia, con un nuovo impianto antiproibizionista come già tentato da alcuni disegni di legge che giacciono inascoltati in Camera e Senato. Un passo non più procrastinabile di fronte a dati che stimano un possibile ricavo di 5,5 miliardi di euro all’anno dalle imposte derivanti dalla vendita legale di marijuana. Senza considerare il fatturato annuo di circa 10 miliardi che deriva alle mafie dal traffico illecito delle sostanze stupefacenti, terza voce di guadagno per la criminalità organizzata.

    «Un’altra conseguenza delle norme proibizioniste con cui finora si è affrontato il tema in Italia – ha sostenuto Pederzolli – è stato il sovraffollamento delle carceri per cui il nostro Paese è stato più volte richiamato dalla Corte Europea di Strasburgo: al 31 dicembre 2013 erano 24,273 i detenuti per reati previsti dalla legge in materia di stupefacenti, circa la metà della popolazione carceraria totale, di cui il 40% implicato in reati connessi alle droghe leggere».

    È stato lo stesso sindaco ad esprimere il consenso della giunta al documento presentato dai consiglieri. «Nessuno mette in dubbio che le droghe leggere e pesanti facciano male – ha detto il primo cittadino – ma il punto è capire quali siano le norme, i comportamenti e le scelte per contrastare la diffusione di qualcosa che fa male. Il proibizionismo ha fallito e l’impianto normativo esistente (la famosa legge Fini-Giovanardi, ndr) è stato dichiarato incostituzionale, ha alimentato la crescita dell’illegalità e ha creato un dispendio di energie eccessivo e infruttuoso da parte delle forze dell’ordine. Un bilancio che rende evidente come la linea politica vada cambiata, senza naturalmente attenuare il nostro impegno nella lotta alla criminalità organizzata».

    Voti contrari sono arrivati solo da Rixi (Lega Nord), Balleari e Campora (Pdl). Da registrare qualche assenza più o meno strategica al momento del voto di alcuni consiglieri del Pd (Caratozzolo, Lodi, Vassallo e Veardo su tutti), dell’Udc e del Gruppo Misto. Astenuto solo Claudio Villa (Pd) mentre al raggiungimento dei 23 voti favorevoli hanno contribuito i sì compatti del M5S, di Enrico Musso e di Guido Grillo (Pdl).

    La mozione che, come spesso accade quando in Consiglio comunale vengono trattate tematiche a più ampio respiro, rischia di essere soprattutto una mossa politica ma lascia sostanzialmente il tempo che trova sul piano nazionale, contiene alcuni riflessi concreti per quanto riguarda il contesto genovese. Nel dispositivo, infatti, si prevede la costituzione a livello cittadino di una Consulta, sull’esempio di quella esistente dedicata al gioco d’azzardo, che elabori strategie di prevenzione, campagne di sensibilizzazione e informazione sull’uso problematico e abuso di sostanze stupefacenti.
    «Parallelamente al percorso di legalizzazione – commenta Pederzolli – è necessario promuovere investimenti volti all’educazione, rafforzando l’intervento delle agenzie educative, sociali e sanitarie rispetto ai fenomeni di consumo problematico e abuso, soprattutto nella popolazione giovanile, coinvolgendo gli operatori sociali che da anni sono impegnati sul territorio e raccogliendo l’eredità delle battaglie politiche, sociali e culturali portate avanti da don Andrea Gallo, dalla Comunità di San Benedetto e dal Sert».

    «Su questo il Comune può fare qualcosa – ammette il sindaco Doria – e, anzi, lo sta già facendo. La mozione ci esorta a essere più incisivi nell’informare i cittadini, gli studenti in particolare, sui rischi derivanti dall’uso di sostanze stupefacenti attraverso percorsi di formazione che coinvolgano le scuole, il sistema sanitario, le agenzie educative. Questo è qualcosa che può essere fatto a prescindere dalla legislazione nazionale: troveremo i modi più corretti».

     

    Simone D’Ambrosio