Categoria: Genova in scena

  • Perché la vita è formazione continua, “Mors tua, vita mea” per la rassegna di drammaturgia contemporanea al Duse

    Perché la vita è formazione continua, “Mors tua, vita mea” per la rassegna di drammaturgia contemporanea al Duse

    Foto: Patrizia Lanna
    Foto: Patrizia Lanna

    Drammaturgia contemporanea al Teatro Stabile: fino al 24 giugno “Mors tua, vita mea” racconta le aspirazioni e le angosce  di giovani adulti, alle prese con la formazione continua della vita. Alla piccola Corte e al Teatro Duse continua, fino al primo luglio, la Rassegna di drammaturgia contemporanea: ancora due  spettacoli, ciascuno replicato per nove volte, aspettano il loro pubblico affezionato ed eterogeneo.

    Sappiamo bene che alla fine di ogni stagione teatrale, dove si rappresentano prevalentemente spettacoli classici interpretati da conosciute star, il teatro non abbandona i suoi fans e fa posto a testi di interessanti autori  contemporanei, interpretati per lo più dai migliori giovani attori e diretti da artisti  formatisi alla stessa scuola del Teatro Stabile.

    Sa di giovinezza anche l’ambientazione:  almeno  tre degli spettacoli si svolgono  nell’anfiteatro ligneo della Piccola Corte, dove gli spettatori si stringono su  semplici panche e in pratica “respirano” sugli attori, permettendo agli interpreti di misurare l’efficacia dell’interpretazione dall’intensità delle emozioni del pubblico, direttamente percepibili, in una sorta di unità simbiotica. Il tema di  “Mors tua” poteva essere scontato e poco invitante per uno spettatore  costretto a sentirne parlare anche troppo nel quotidiano: quattro giovani adulti cercano di esplorare la propria vera vocazione occupazionale  ed affettiva. Si dibattono in bilico  tra le difficoltà oggettive del mondo del lavoro odierno, avaro di possibilità, e quelle soggettive di portare  o rifiutare una maschera imposta prima ancora di conoscere il proprio vero volto.

    Il sipario si apre su tre amici conquilini  che attendono un amico che si è “realizzato” lasciando l’Italia, adattandosi ad un lavoro sicuro e retribuito, ma telecomandato da altri. Il giovane ha interrotto, partendo per l’estero, il rapporto con una delle ragazze, che ora rivorrebbe con sé, offrendole però non tanto affetto ed interesse quanto il proprio narcisismo, al quale, per trionfare, manca un tassello, lei, appunto.

    La giovane donna ha seguito la propria vocazione studiando lettere antiche ed ora percorre con fatica l’iter  di insegnante precaria di sostegno, strada irta di ostacoli ma che ama, domandandosi chi è e cosa vuole, prima di stare con qualcuno. L’amica, proprietaria della casa di abitazione, è una figlia di papà , contestatrice olistica, che oggi, scoprendosi incinta, si chiede se non sia il caso di cominciare a costruire, invece di pensare costantemente a distruggere. Il quarto protagonista è forse la figura più dolente ( sebbene decisamente autoironica ), un ragazzo d’oggi pieno di voglia di fare, che ha disperso in cento occupazioni la propria energia, tanto che si definisce free lance, ma non sa bene in quale settore. Un lavoro  di introspezione, da non perdere, con interpreti del tutto credibili e una regia abile e disinvolta, che scorre senza pesantezze e  senza mai scadere nella banalità.

      

    Elisa Prato, 18 giugno 2017
    + “Mors tua, vita mea”: al teatro Duse fino al 24 giugno
    Produzione Teatro Stabile Genova, regia di Elisabetta Mazzullo, con Valeria Angelozzi, Matteo Cremon, Valentina Favella, Matteo Palazzo

     

       

  • Acoustic Night 17 al Teatro della Corte dall’11 al 14 maggio. Beppe Gambetta e i suoi amici

    Acoustic Night 17 al Teatro della Corte dall’11 al 14 maggio. Beppe Gambetta e i suoi amici

    Beppe-Gambetta-AN17Torna al Teatro della Corte Beppe Gambetta con uno degli appuntamenti musicali più attesi della stagione, tutto dedicato quest’anno alla chitarra acustica. Il concerto guadagna il tutto esaurito, con prenotazioni dalla Grecia, dagli Usa, dall’Australia, confermandosi come uno spettacolo di importanza ormai a livello mondiale. Aiuta a confermarne il successo il fatto che il Teatro della Corte,a detta dello stesso artista, offre una visione perfetta ed una perfetta acustica da qualsiasi angolo del teatro, elementi fondamentali per uno strumento musicale che non abbisogna di altri supporti per fare arrivare il proprio affascinante messaggio. Una chitarra acustica, infatti (termine anche usato per indicare la chitarra folk ), è uno strumento in cui il suono è prodotto dalla vibrazione delle corde e si propaga attraverso la risonanza della cassa armonica, senza la necessità di amplificazione elettrica. Il termine “chitarra acustica” è coniato dopo l’avvento della chitarra elettrica , che utilizza l’amplificazione elettronica per essere ascoltata in un vasto ambiente.

    Beppe, grande esperto e maestro di chitarra, collaboratore anche singolarmente dei propri ospiti, presenta e coordina, da perfetto anfitrione, con uno stile affabile, a braccio, che comunica vicinanza sia al pubblico che agli artisti, facendoli interagire in un crescendo di commossa partecipazione. Si assisterà,come sempre, ad eccezionali prestazioni di artisti di straordinario talento, per la prima volta insieme, che hanno saputo affinare e porgere le loro doti in particolari mix che partono dalla tradizione per arrivare al rinnovamento, capaci di esibirsi da soli o di fare squadra. The fathers, i padri, a pieno diritto.

    Gli ospiti che condividono il palco sono PAT FLYNN, BRYAN SUTTON e DAVID GRIER, padri della chitarra acustica moderna ed artisti dal livello tecnico superlativo. Lo stile di Pat Flynn combina elementi tradizionali con le forme più eclatanti del rock e del country. Bryan Sutton ha raggiunto un successo clamoroso e costante in America coniugando la musica dei precursori con le moderne tendenze. David Grier ha uno stile duttile e una notevole capacità di improvvisazione, sui quali si fonda la sua affermazione anche da solista.

    Elisa Prato

    + Acoustic Night 17 al Teatro della Corte dall’11 al 14 maggio

  • Il Vangelo al Teatro della Corte fino al 7 maggio. Un anelito alla libertà ed alla verità senza porsi limiti

    Il Vangelo al Teatro della Corte fino al 7 maggio. Un anelito alla libertà ed alla verità senza porsi limiti

    ©Foto Luca del Pia
    ©Foto Luca del Pia

    Il regista, esponente di  quel  teatro diverso e sperimentale,  che non mette in scena spettacoli scritti per il teatro, ma usa il palcoscenico per  rappresentare esperienze  e sensazioni per lo più personali,  porge all’attenzione del pubblico questo lavoro, allestito con attori non provenienti da scuole, comunque stabili nella compagnia, segnati  da esperienze di vita che hanno visto il peggio dell’esistenza, guerre, emarginazione, infermità e disabilità inguaribili.

    Egli sostiene di adempiere ad un desiderio della madre, fervente cattolica, di portare in scena il Vangelo, forse nella segreta speranza di far riflettere il figlio, un tempo deciso osservante cattolico, distaccandosi poi dalla pratica perchè desideroso di quella felicità “libera” che la religione organizzata (per la precisione tutte le religioni organizzate, anche quella buddista, alla quale il nostro regista pare aderire), sembrano promettere  post mortem, sempre che si sia vissuti  costantemente e volontariamente nella tristezza del sacrificio e della penitenza.

    E dopo una iniziale allegra esplosione scenica  sull’affermazione del rifiuto di una vita  terrena“infelice” , il regista   torna a guardare in retrospettiva  quel testo evangelico che comunque lo tormenta, evidenziandone, paradossalmente, alcuni dei lati più tristi ed enigmatici. Così assistiamo a rappresentazioni riviste del tradimento di Giuda, della crocifissione, delle beatitudini, tra demoni bisex e visioni apocalittiche.

    La narrazione è corredata da immagini di grande presa e da  video di testimonianze di vite travagliate, accompagnate da episodi della vita difficile e carica di ansie esistenziali dello stesso regista. Nel complesso ne deriva uno spettacolo intimista di non facile  interpretazione: come lo stesso Delbono dichiara “ mi sono perduto, come faccio sempre quando costruisco i miei spettacoli, dimenticando quel Vangelo, o forse portandomi dietro di quel Vangelo solo il nome”.

    ©Foto Luca del Pia
    ©Foto Luca del Pia

    In effetti si fatica ad intravedere il messaggio del Cristo, fondato sulla buona novella, quel disegno  di vita e di rivoluzione dei costumi formali. Ed anche a capire  dove l’autore vuole arrivare, al di là dell’ intenzione di promuovere  riflessioni o domande sul senso dell’odierna esistenza: infatti, ad un certo punto dello spettacolo l’autore, spesso  fra il pubblico, deve ricordare  agli spettatori quel desiderio  che alberga nell’animo di ogni operatore del teatro, anche di avanguardia,  di essere accompagnato da un applauso ogni tanto…

    Suggestiva la scena spoglia, veramente splendida, coordinata e godibile la colonna sonora, mix di musiche immortali.

    Elisa Prato

    +”Vangelo”, di Pippo del Bono, alla Corte Teatro Stabile fino al 7 maggio

    Una produzione Emilia Romagna Teatro Hrvatsko Narodno Kazaliste – Zagabria e Compagnia Pippo Delbono, regia di Pippo Del Bono, con Iolanda Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Zrinka Cvitesić, Pippo Delbono e Ilaria Distante

  • Una casa di bambola, uscire dall’infanzia per diventare persone. Al Teatro della Corte dal 4 al 9 aprile

    Una casa di bambola, uscire dall’infanzia per diventare persone. Al Teatro della Corte dal 4 al 9 aprile

    © Foto di Tommaso Le Pera
    © Foto di Tommaso Le Pera

    Due “ perfetti sconosciuti”, ma lei non ci sta : sventrata la liturgia dell’apparenza. Su questo lavoro di Henrik Ibsen (Skien, Norvegia 1828-1906 ), uno dei più discussi del teatro contemporaneo, molto è stato scritto, fin dalle sue prime rappresentazioni (Copenaghen,1879 ), dove lo stesso autore si costrinse a cambiarne il finale, facendo rientrare in casa la protagonista Nora, dopo che ne era uscita: si piegò ai voleri della mentalità corrente che privilegiava la famiglia e il “bene” dei bambini alla sostanza del rapporto coniugale.

    Chi esalta Nora come fulgido esempio di femminismo, chi la denigra perchè irrispettosa dell’unità familiare di facciata, per la quale varrebbe la pena di vestire per sempre il lindo abitino della sposa-bambola. Chi sostiene che in realtà è lei la furba manipolatrice di un marito rivolto all’esterno: c’è anche chi ha creduto di cogliere il fulcro del dramma nella libertà umana ed anche femminile di scegliere la propria linea di vita e di coppia conformemente alla propria vera indole, “paritaria” o sottomessa che sia. In effetti la questione femminile, da quella mela e quel serpente, è tuttora aperta e forse non ha una soluzione sociale confezionata, ma solo individuale (qualcuno disse che sono più diverse le donne tra di loro che gli uomini dalle donne…).

    © Foto di Tommaso Le Pera
    © Foto di Tommaso Le Pera

    Già, ma qui si parla di coppia. Ibsen, con un implacabile sguardo di nordico osservatore e uno straordinario pensiero oltre gli argini sociali, non offre soluzioni compiacenti, si inchina solo alla libertà ed alla verità, pur avvertendo che così non si va a vincere, anzi, il cammino verso la propria crescita è sempre in salita e può portare alla solitudine. Ciò che l’autore ha voluto dire lo ha scritto nei propri appunti: «Nora… perde la fede nella sua correttezza morale e nella sua capacità di crescere i suoi figli». E ancora ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che uomo e donna sono due mondi completamente diversi ma giudicati dalle stesse leggi, fatte però a misura di uomo/ maschio. Dice Nora : «Io ho falsificato per un atto d’amore verso di te tu non lo hai capito: per te il mio comportamento è giusto o sbagliato a seconda che sostenga o meno la facciata del rispetto sociale. Un rapporto così fondato è un rapporto che non esiste».

    Due coniugi che hanno giocato alle bambole, come i bambini, mentre Nora ora si rende conto, e lo proclama, di volere la cosa meravigliosa, un matrimonio fondato su un rapporto autentico, che cominci dalla conoscenza e dalla consapevolezza del proprio essere, al di là e al di fuori delle lusinghe e del consenso sociale. Dalla consapevolezza, dicevamo: infatti solo ora la protagonista si rende conto della gravità dell’illecito commesso, che mai aveva voluto rivelare al marito, e non si assolve, anzi, ricomincia dalla critica di sé stessa, vuole uscire dall’infanzia e dalla confusione e diventare una persona. Un lavoro reso imperdibile dalla bravura e dal coinvolgimento degli attori, sullo sfondo di una scena elegante e tradizionale, di costumi perfettamente allineati agli arredi, non privo di spunti ironici, che non spezzano, anzi incrementano la profonda riflessione che si propone al pubblico.

    Elisa Prato

    + “Una casa di bambola” di Henrik Ibsen, al Teatro della Corte dal 4 al 9 aprile
    Una produzione Teatro Franco Parenti e Teatro della Toscana, regia di Andrée Ruth Shammah, con Filippo Timi e Marina Rocco

  • L’isola degli schiavi di Pierre de Marivaux. Servi dei padroni o servi-padroni? Vince la nobiltà, quella d’animo

    L’isola degli schiavi di Pierre de Marivaux. Servi dei padroni o servi-padroni? Vince la nobiltà, quella d’animo

    L'ISOLA DEGLI SCHIAVI - Chishimba,Paciello - ph Caroli
    L’ISOLA DEGLI SCHIAVI – Chishimba,Paciello – ph Caroli

    Nel 18° secolo si  delinea una nuova maniera di fare teatro,  a seguito della diffusione della filosofia illuministica: d’altra parte facilmente filosofia e drammaturgia procedevano di pari passo, vedi gli esempi  di Diderot e di  Voltaire. Punta di diamante è la commedia di costume, rivolta all’osservazione di una classe borghese emergente affarista e cinica, della quale si esamina  l’assetto sociale e se ne coglie l’essenza pragmatica. Con l’attenzione scenica al neoclassicismo e quindi al mondo dell’Olimpo mitologico, che stava  bussando alle porte  dell’arte figurativa. Antesignano italiano di questa tendenza è il Goldoni, che, al di fuori della scolasticità in cui è stato relegato, si pone come il fondatore del moderno realismo.

    Pierre de Marivaux (1688 -1763) è considerato il più importante commediografo francese del diciottesimo secolo: egli scrive di teatro aggiungendo al  canovaccio molierano della commedia di costume l’aspetto dell’innamoramento, o meglio delle diverse componenti dell’iniziale attrazione che verrà chiamata amore, per qualsiasi motivo nasca e comunque si sviluppi, un disquisir d’amore che cattura l’attenzione dello spettatore con psicologiche sottigliezze.  Quasi sempre  presente l’indirizzo  illuminista, proprio del periodo storico, verso la “sperimentazione” di situazioni ed emozioni. Da  rimarcare  l’osservazione del comportamento dei giovani verso persone dello stesso sesso: mentre le ragazze tendono a  fronteggiarsi con atteggiamenti  dispotici e diffidenti, i giovani maschi instaurano più velocemente  una complicità solida e cameratesca.

    L'ISOLA DEGLI SCHIAVI - Grimaldo, Gigliotti - ph Caroli
    L’ISOLA DEGLI SCHIAVI – Grimaldo, Gigliotti – ph Caroli

    L’isola degli schiavi racconta di quattro  naufraghi, due uomini e due donne, due servi e due padroni, che approdano in una strana isola, dove  la “legge” di un singolare governatore impone di scambiarsi, tra servi e padroni, abiti, nomi e ruoli, al fine di riflettere sulle proprie abitudini di vita e sui propri comportamenti. Il buon educatore avverte  che si tratta di un periodo lungo ma con una fine, non per esaltare la vanità, ma per correggere l’orgoglio  ed i rancori  reciproci. Comincia così una girandola appassionante di stati d’animo e di comportamenti, che portano, servi e padroni, verso la consapevolezza che il vero valore umano non risiede nei ruoli ma nella bontà d’animo e nelle sue espressioni. Si ripetono, sia pure in forme originali, tutti gli elementi cari all’autore, i temi classici (i protagonisti sono ateniesi), la sperimentazione illuminista, l’osservazione dei comportamenti tra maschi e femmine, mentre il tema del corteggiamento e dell’amore tra i protagonisti ha tratti sorprendenti ed innovativi.

    Questa Isola degli Schiavi è spettacolo piacevole e scanzonato, mai pesante, forse il migliore della triade, sostenuto da una scenografia  che propone un mix di abbigliamento, colonna sonora e oggetti antichi e moderni.  I giovani attori sono assai convincenti  e porgono stupefacenti prove di bravura nella padronanza e nell’uso del corpo.

    Elisa Prato

    L’isola degli Schiavi di Pierre de Marivaux, al Teatro Duse fino al 9 aprile
    Una produzione Teatro Stabile di Genova e Théâtre National de Nice, regia di Irina Brook, con Duilio Paciello, Martin Chishimba, Elena Gigliotti, Marisa Grimaldo e Andrea di Casa

      

        

  • Il Gabbiano di Anton Cechov, un racconto di vite irrealizzate. Al Teatro della Corte fino al 19 marzo.

    Il Gabbiano di Anton Cechov, un racconto di vite irrealizzate. Al Teatro della Corte fino al 19 marzo.

    Foto di Giuseppe Maritati
    Foto di Giuseppe Maritati

    Un racconto di vite irrealizzate. La leggerezza umana, come può impunemente uccidere splendidi animali, così può tranciare la qualità della vita. Anton Cechov (Taganrog, Russia, 1860) fu medico, scrittore, drammaturgo. Spesso incompreso dai contemporanei, almeno nelle prime rappresentazioni sceniche, cercò l’ innovazione proponendo un teatro rivolto a privilegiare l’espressione di stati d’animo,emozioni, contraddizioni; sempre presente l’aspirazione alla realizzazione di una vita qualitativa, comune ad ogni essere umano.

    L’azione è ristretta, accennata, desiderata, i protagonisti si muovono pervasi dalla sottile angoscia di non aver afferrato ciò che davvero volevano raggiungere, anche se la facciata sociale mostrerebbe il contrario. Cechov, ragazzo dalla vita resa difficile dalle ristrettezze economiche e da una insensata severità paterna, seppe affrancarsi dalla famiglia, ma non dalle proprie inquietudini: una volta raggiunta una certa agiatezza, stentò ad accettare una vita sentimentale ufficializzata con la donna che pur amava e uno stabile domicilio.

    Ne “ Il gabbiano”, opera rappresentata per la prima volta nel 1896 con un clamoroso insuccesso, l’autore sembra aver iniettato nei personaggi, sia pur di età e di temperamento diversi, tutte le proprie altalenanti aspirazioni e, al tempo stesso, l’incapacità di essere condottieri della propria vita. Nel giovane animale, stroncato mentre vola elegante e spensierato, da un capriccio umano, si riconosce Nina, rea confessa del fallimento della propria esistenza, ancora amata da Konstantin (forse uomo di talento, certo provvisto di qualità morali e di costanza), che tuttavia non vuole o non sa ricambiare. In realtà, in questo dramma, tutti sono o sono stati “gabbiani”: tutti aspiravano a volare, forti dello scrigno dei propri talenti umani e del capitale affettivo, ma non lo hanno saputo fare, non hanno attivato abbastanza l’ autostima e la capacità di valutazione che serve per dirottare le sirene bugiarde; ora, malcontenti, si lasciano vivere tra le ineluttabili banalità della vita. Il tavolo della noiosa tombola campagnola, ne è uno splendido spaccato, tra discorsi volgari e risaputi, un gabbiano rigido, impagliato.

    Ecco dunque in scena l’instabilità emotiva delle donne dal pianto e il riso simultanei, ecco i consigli tarpanti di buon vivere agli uomini attempati, l’angoscia di essere adulati in vita e minimizzati da morti, l’insicurezza della dipendenza affettiva da uomini altalenanti ed indecisi. Vite trascinate, vite doppiate, proprie dei deboli che non sanno scegliere: così li giudica con corretta e spietata visura il giovane Konstantin. Alla fine è proprio lui quello che rinuncia alla vita. Uno spettacolo da non perdere, con un secondo atto straordinariamente efficace, così come l’interpretazione avvincente e l’idea, sempre d’impatto, di estendere l’azione alla platea.

    Elisa Prato

    + “Il Gabbiano”, di Anton Cechov, al Teatro della Corte fino a 19 marzo
    Una produzione del Teatro Stabile di Genova, regia di Marco Sciaccaluga, con Elisabetta Pozzi, Francesco Sferrazza, Alice Arcuri e Federico Vanni

  • “Il prezzo” delle scelte e delle costrizioni familiari. Al Teatro della Corte fino al 5 febbraio

    “Il prezzo” delle scelte e delle costrizioni familiari. Al Teatro della Corte fino al 5 febbraio

    il-prezzo-teatro-corteDi quest’opera impressiona dapprima l’allestimento della scena: gli attori, gli uomini si muovono fra cataste di mobili fuori misura, che paiono attestare il granitico attaccamento alla famiglia ed a ricordi di cui non è facile liberarsi, anche se la volontà parrebbe condurre in senso opposto. La famiglia: qualsivoglia sia stata permane in noi più di quanto noi stessi crediamo.

    E’ così anche per i fratelli Franz, coattivamente riuniti per  vendere  i mobili di famiglia; diversi nel destino e nel temperamento, simili nell’attaccamento al passato, più marcato in Victor, costrettosi a  permanere in un mestiere non proprio tagliato su misura per assistere fino all’ultimo il vecchio padre, deciso dopo ben sedici anni dalla morte a venderne l’arredamento della casa, ma tenendo almeno un paio di sedie. Walter, invece, ha avuto il lavoro che desiderava, è un medico affermato davanti al mondo, meno di fronte a se stesso: è riuscito a svincolarsi dai legami familiari ed a marciare dritto verso il successo anche grazie all’abnegazione del fratello.

    L’azione si svolge tra i rimpianti palesi di Victor verso una vita che ora, in retrospettiva, gli appare inutile e i rimorsi latenti di Walter per il sacrificio del fratello e la mancata chiarezza sull’intenzione del padre di tenerlo legato a sé. L’illustre clinico vorrebbe risarcire in qualche modo il fratello (non senza vantaggi per sé) proponendogli di architettare, con la sovrastima di questi mobili da vendere, una sorta di truffa ai danni dello Stato, che frutterebbe una cifra rilevante in risparmi fiscali, da dividere. Soldoni che assicurerebbero un futuro agiato a Victor ed alla moglie; in alternativa Walter offre un posto di rilievo nella propria struttura. Victor non accetta: pure stretto tra il consenso entusiasta della moglie e le rivelazioni del fratello sulle intenzioni del padre (ormai non più verificabili), ritrova un equilibrio ed un autonomo modo di decidere che gli assicurano, a sorpresa, il ritorno alla vita vera, alla stabilità matrimoniale. Alla  fine  lo sconfitto appare proprio Walter.

    Strano il rapporto tra genitori e figli: talvolta la morte dei primi trasforma un rapporto labile e distratto in un legame quotidiano. Colpisce in questo pezzo lo spessore dei personaggi, resi autentici da una memorabile interpretazione, che la drammaticità di vicende di vita non eccezionali fa apparire quasi familiari. Risalta la figura dell’anziano broker ebreo, al quale tocca il compito di stabilire il prezzo ma anche quello di rammentare, con taglio cinico, il ritorno al presente: non conta il valore delle cose, contano le cose che possano sostituirne altre.

    Con questo lavoro del 1968, meno conosciuto dei più celebri “Morte di un commesso viaggiatore” e “Sono tutti figli miei”, Arthur Miller si conferma mostro sacro del teatro del ‘900. Insieme a Tennesse  Williams imperò nel secondo dopoguerra quale massimo esponente del teatro americano moderno, pur nella diversità delle tematiche, contorte e morbose quelle di Williams, aderenti a risvolti moral-sociali  e con costanti riferimenti economici quelle di Miller.

    Elisa Prato

    + “Il prezzo” di Arthur Miller, al Teatro della Corte fino al 5 febbraio
    Una produzione Compagnia Umberto Orsini, regia di Massimo Popolizio, con Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Alvia Reale e Elia Schilton

  • “Non ti pago”, in scena alla Corte fino al 29 gennaio, il demone del gioco all’italiana

    “Non ti pago”, in scena alla Corte fino al 29 gennaio, il demone del gioco all’italiana

    non-ti-pagoLa  Compagnia di teatro di Luca De Filippo ci propone un gustoso ventaglio di caratteristi e caratteristiche del miglior teatro napoletano, immergendoci in un mondo di ieri, vintage sì, nell’abbigliamento, ma non certo sorpassato, teso ad inseguire il sogno tutto italiano (forse…) del colpo di fortuna al gioco: un mondo a tinte forti di famiglie e di vicinato, fatto di aspettative, di credenze, di ostinazioni, di maledizioni, di dispetti, di invidie.

    Evento: “Non ti pago” – Teatro Stabile di Genova

    Ferdinando, il protagonista,è il proprietario  del banco del lotto e, da buon napoletano, giocatore seriale  anche lui, come il suo sottoposto Mario; quest’ultimo, a differenza del principale, è fortunato al gioco e lo è soprattutto stavolta, azzeccando il colpo grosso sui numeri forniti in sogno proprio dal padre defunto di  Ferdinando.

    La fortuna di Mario fa esplodere l’indole meschina ed invidiosa  del protagonista: egli sostiene che il padre si è sbagliato, nel buio della notte ha confuso le persone, i numeri voleva mandarli a lui, suo figlio, perciò  suoi sono i numeri, sua  la vincita, suo il biglietto che contiene la fortuna.

    In genere l’essere umano tende a respingere le accuse di nutrire sentimenti negativi; la peculiarità di Ferdinando è invece quella di ammettere platealmente la sua invidia, che definisce “sete di giustizia” verso le persone più  fortunate ma meno meritevoli. Perciò l’uomo scarica  sul fortunato  malcapitato una lunga ed articolata maledizione, qualora osasse riscuotere la vincita, un’invettiva pregna  di una tale forza negativa di suggestione da impedire in pratica a Mario di riscuotere la vincita.

    Sonnecchia in Ferdinando, parallelo all’invidia, un soffuso astio verso un giovane che, non pago di essere fortunato, è anche corteggiatore, gradito alla moglie, di sua figlia, nel silenzio complice di ambedue le donne:sentimento non estraneo ai padri di tutti i tempi quando percepiscono di essere tenuti al di fuori dalle faccende domestiche di una certa importanza, considerando la cosa  come un affronto  alla propria dignità di pater familias.

    Il finale, dopo quasi due ore di incalzanti trovate  di verace napoletanità, che passano senza pesantezze, riporta la pace  e l’accordo in famiglia e nell’enturage, intorno ad una tavolata colma di cibi non proprio da buongustai, coronata dall’annuncio delle nozze imminenti.

    Scenografia originale dai colori decisi e naif, nella suggestiva trovata di un palcoscenico incorniciato fuori scena dai  numeri del lotto. Una parlata napoletana a  tratti assai stretta, più intuita che compresa ( potrebbe essere attenuata con il trucco goviano della  ripetizione delle battute in italiano), non intacca la bravura e l’affiatamento degli attori.

    Scritta da Eduardo De Filippo nel 1940, “Non ti pago” ha il merito di aver orientato la critica ad una valutazione  più oggettiva dell’arte dei De Filippo, fino a quel momento apprezzati come attori ma ritenuti di secondo piano come autori. L’indole  “negativa” del protagonista pare contrapporsi a quella positiva del padre di famiglia di “Napoli milionaria” (1945), il sensato marito che esorta a lasciar passare la nottata per ristabilire  le situazioni: non a caso Eduardo De Filippo inserì in origine le due tragicommedie nella  medesima raccolta “La cantata dei giorni dispari” .

    Elisa Prato

    + “Non ti pago” al Teatro della Corte – Teatro Stabile di Genova dal 24 al 29 gennaio
    di Eduardo De Filippo, diretto da Luca De Filippo (alla sua ultima regia) e prodotto dalla sua Compagnia. 

  • “Quei due” e l’omosessualità prima del pride, in scena al Teatro della Corte fino al 15 gennaio

    “Quei due” e l’omosessualità prima del pride, in scena al Teatro della Corte fino al 15 gennaio

    que-due-teatro-corte-dapporto-solenghiCharles Dyer (G.B. 1928), attore ed autore, scrive soprattutto sul tema della solitudine e delle maniere di affrontarla: famosa la sua “Trilogia della Solitudine”, composta da tre commedie a due personaggi. “Mother Adam”, un rapporto fra una madre possessiva e suo figlio, “ Rattle of a simple man”, la storia di un uomo che si avvicina ai quarant’anni ancora vergine, e “Staircase” ovvero “Il Sottoscala” (titolo originario di “Quei due”), una delle prime commedie che rappresenta  con umana  partecipazione il tema dell’omosessualità.

    Due attori, che sentiamo molto “nostri”, si misurano spalleggiandosi nei non facili panni dei partners omosessuali, e si propongono al pubblico in un testo garbato che si snoda tra tante divertenti trovate di vita quotidiana: entrambi ci offrono tutta la loro esperienza di scafati padroni della scena, Massimo Dapporto, nei panni del più tosto e “macho”, e Tullio Solenghi, più femmineo e sottomesso, interpretato sempre strizzando l’occhio all’esperienza cabarettistica. Il pubblico è colpito in pieno dalla credibilità ed umanità dei personaggi sbozzati dai due interpreti: per dirla con le loro stesse parole «nessuno meglio di un eterosessuale può interpretare un omosessuale».

    In un giorno di riposo due barbieri si occupano del reciproco benessere estetico, non senza incollare un orecchio malevolo alla parete che rivela la spensierata vita sessuale della vicina. Charlie si è lasciato alle spalle un passato di vita “normale”, con una moglie (e una figlia, che sta per rivedere), alla quale ripensa con un mix di odio/amore: apparentemente non è del tutto convinto del suo rapporto con Henry, che infatti accusa di averlo sedotto in un negozio di pasticceria, complici due bignè, e che tradisce appena può, senza pentimenti. In realtà Charlie non perdona all’amico di essersi lasciato travolgere in un rapporto non in linea con il consenso sociale, con il quale è stato ed è tuttora pesantemente costretto a confrontarsi. Henry invece interpreta in pieno la parte femminea della coppia, da ultimo anche nel fisico che tende ad arrotondarsi, nella golosità, nei sentimenti e negli atteggiamenti:è infatti lui quello costantemente insicuro, che teme di essere lasciato.

    La condizione omosex è vissuta dai due con la stessa consapevolezza di essere “fuori” e con identica rassegnazione al ruolo di esclusi, solo in parte dovuta  ai tempi, siamo  negli anni sessanta, e comunque bene al di fuori di quell’orgoglioso “pride” che pare caratterizzare i tempi attuali.

    Indovinata  la colonna sonora, che ci porge, fra l’altro, un sorprendente e gustoso pezzo del “Barbiere di Siviglia”, offertoci da un Dapporto in piena forma vocale.

    Elisa Prato

    + “Quei due” di Charles Dyer, al Teatro della Corte fino al 15 gennaio
    Una produzione Star Dust Show Productions, regia di Roberto Valerio, con Massimo Dapporto e Tulio Solenghi.

  • I manezzi pe majâ na figgia, al Teatro della Corte rivivono le maschere senza tempo di Giggia e Steva

    I manezzi pe majâ na figgia, al Teatro della Corte rivivono le maschere senza tempo di Giggia e Steva

    teatro-corte12-DiJurij Ferrini ed Orietta Notari riportano in scena “i manezzi”, cioè quello che forse è il maggiore successo di Gilberto Govi (1885 – 1966), e di certo la commedia più conosciuta e più familiare al pubblico genovese, ma non solo. Più familiare, nonostante la pièce dello scrittore Bacigalupo abbia ormai un secolo, perchè ognuno di noi ritrova, tra gli esilaranti battibecchi coniugali di GiggiaSteva, l’ingenuità dei giovanotti, la leggerezza di Matilde, un po’ dei comportamenti, della mentalità, delle aspirazioni rampanti, più o meno apertamente manifeste, di qualche personaggio del proprio nucleo familiare.   â

    Giggia ha fretta di maritare l’unica figliola, badando a curarne solo quegli aspetti esteriori che riescano a lusingare e ad attirare i giovani uomini che visitano la loro casa in città ed in campagna. Nonostante sia già spuntato un probabile marito nell’ambito familiare, l’ambizione di madre la spinge a fraintendere le frasi cortesi rivolte alla figlia da un giovane ben sistemato, mentre l’interesse  sentimentale di quest’ultimo è  rivolto in realtà  a sua nipote, Carlotta. Invano Steva, marito trascurato ed inascoltato, tenta di riportarla alla ragione; gli uomini, secondo Gigia, “non capiscono niente” e sottovalutano il sesto senso delle donne.

    Spaccato di un mondo “piccoloborghese” di ristretta mentalità che stenta a morire davvero, di comportamenti delle donne di casa che paiono immutati nel tempo (come quello di decidere ogni cosa ma di mandare allo scoperto gli uomini), di combinati matrimoni rassicuranti fra parenti che non disperdano le risorse economiche delle famiglie. Sempre rimarcata, con divertita ammissione, la proverbiale taccagneria ligure.

    Ancora presente l’elemento  mai abbandonato, neppure nel teatro moderno, della commedia dell’equivoco, scaturito stavolta sul fraintendimento delle parole. I coniugi Govi, nonché i bravi caratteristi che li affiancavano, riuscivano, con l’uso di una mimica esilarante, a far passare quasi inosservata una recitazione dalla tecnica scandita ed impeccabile.

    Chi si confronta con interpreti memorabili, e da tutti rimpianti, è sempre dotato di coraggio e passione, che riconosciamo agli attuali interpreti, insieme al merito di aver modernizzato lo svolgimento con l’inserimento di simpatici stacchi danzanti sulle note dei Trilli.

    Elisa Prato

    “I manezzi pe majâ na figgia”, al Teatro della Corte fino al 5 gennaio 2017

  • Il ragazzo che amava gli alberi. Lo spettacolo del Duse per capire il richiamo della natura e delle sue radici

    Il ragazzo che amava gli alberi. Lo spettacolo del Duse per capire il richiamo della natura e delle sue radici

    Foto di Patrizia Lanna
    Foto di Patrizia Lanna

    Pino Petruzzelli, artista a tutto tondo, ha concentrato la propria produzione nello scrivere e  rappresentare culture e realtà sociali sperimentate in prima persona: infatti gli spettacoli che interpreta nascono dalla condivisione della vita e delle difficoltà dell’umanità incontrata nei
    viaggi in paesi delle coste mediterranee, non esclusa l’Italia.

    Un giovane professore di lettere arriva in una scuola nostrana, scuola come tante, fatiscente nelle strutture e banale nelle convinzioni, ma intitolata a due eroi moderni, Falcone e Borsellino. Si imbatte in un alunno difficile e silenzioso, il marocchino Rachid, poco presente in apparenza che sembra voler solo dormire in pace: almeno in aula, che per lui rappresenta il dopolavoro, dopo aver faticato, fin dall’alba, al mercato del pesce e consegnato il guadagno al padre.
    Non è interessato a brillare l’adolescente Rachid, non conosce il significato della competizione, ma un componimento sull’albero di Natale, da lui neppure consegnato direttamente, ne svela tutta l’originale capacità di osservazione e la vivace interiorità.Proveniente da una terra arida e spoglia, Rachid è attratto dagli alberi, vuole vivere tra gli alberi,si immedesima nei sentimenti che possono provare gli alberi morenti, tagliati per le utilità spesso effimere degli umani. E’ colpito dalla resistenza e dalla solitudine delle radici degli alberi tagliati, isolate dal fusto, alle quali nessuno bada più, tanto da venir lordate con distratta superficialità.

    La gita scolastica che porta ad esplorare da vicino percorsi boschivi alimentail gioioso stupore dell’adolescente nello sperimentare dal vivo le conoscenze botaniche acquisite dalle letture propostegli dal professore; addirittura si perde e viene ritrovato abbracciato ad un abete, creatura senziente della terra che per lui rappresenta la stanzialità, la madre, la sicurezza, le salde ritrovate radici di casa. Già, la sua casa, diversa da quella in cui abita, tra povere masserizie e un grande televisore al plasma. Potrebbe diventare una guardia forestale Rachid, ma il corpo insegnante decide che non è idoneo alla licenza media, no, al titolo che gli avrebbe aperto le porte per un agognato mestiere, no e poi ancora no.
    E così di Rachid si perdono le tracce: ha lasciato la terra bruciata e ne ha trovato un’altra, ha ripreso ad errare.
    Un monologo pacato e recitato su una scena fissa di alberi verdi, con un unico movimento di fronde.

    Elisa Prato

    “Il ragazzo che amava gli alberi” di e con Pino Petruzzelli, al Teatro Duse fino al 18 dicembre.

  • Paolini alla Corte per il viaggio di un padre con il figlio (con il nome da robot) che dura da 5 mila anni

    Paolini alla Corte per il viaggio di un padre con il figlio (con il nome da robot) che dura da 5 mila anni

    marco-paoliniMarco Paolini (Belluno, 1956) è un valido esponente del cosiddetto teatro di narrazione, un attore che, conservando la propria identità di persona e solo talvolta personaggio, sullo sfondo di una scenografia minimale, racconta e mischia eventi e trovate, accostandoli a tematiche anche complesse, senza badare a vincoli temporali, restituendo pertanto centralità alla parola. Lo abbiamo ascoltato in passato, accompagnandolo, divertiti e incantati, lungo il rimembrare di resoconti dell’infanzia e dell’adolescenza, che ci parevano talmente veri da non differenziarsi dai nostri ricordi personali.

    Oggi si ripropone, da ironico e accattivante cantastorie, ma non privo di punte di tenerezza, con un nuovo viaggio fantastico che mescola tempi e luoghi, compiuto assieme a un bambino, un figlio impostogli da una donna misteriosa. Un viaggio colmo di incontri inquietanti ma anche di bambini svegli e genuini, di presenze animali, di furbi extracomunitari affabulatori e improvvisati imprenditori. Un bambino che, come il padre, è costretto a vivere svogliatamente tra l’obbligo/diritto dell’invasione tecnologica e della perpetua connessione quotidiana, restandone emotivamente al di fuori.

    Gli attuali modelli di riferimento, quelli dell’essere umano che gestisce e controlla e-mail, chat, messaggini, post sui social network, che occupano gli spazi vitali, momenti di relax compresi, hanno mutato la nostra percezione del tempo e dello stacco tra lavoro e vita privata, trasformandosi in un vivere senza orario, “sempre connessi” e, al tempo stesso, sempre subdolamente controllati. Monitorati e gestiti persino da istituzioni che dovrebbero sovrintendere alla nostra maturazione, sicurezza, salute. Come proteggersi, uscirne senza compromettere salute fisica e mentale, questo pare domandarsi l’autore.

    I momenti di stacco non possono essere ignorati e neppure gli interessi e gli svaghi, reali e non virtuali, che regalano valore aggiunto al nostro vivere da automi eterodiretti, con la testa reclinata, inchinata allo schermo. Ironico cantastorie, dicevamo, non staccato dalla realtà e dalla tenerezza, accompagnato oggi da una persistente soffusa malinconia, sconosciuta ai primi lavori sull’”Album”. Un lavoro che mantiene il fiato sospeso, forse un po’ da sfrondare nella seconda parte.

    Elisa Prato

    “Numero primo – Studio per un nuovo album” di Marco Paolini, al Teatro della Corte fino al 4 dicembre.
    Di e con Marco Paolini.

  • “La dodicesima notte”, la tragicommedia di Shakespeare al Teatro della Corte fino al 27 novembre

    “La dodicesima notte”, la tragicommedia di Shakespeare al Teatro della Corte fino al 27 novembre

    © MaritatiIl teatro inglese, già “legalizzato” e protetto dalla regina Maria Tudor, giunge alla massima diffusione sotto la grande Elisabetta. Il primo teatro regolare si instaura a Londra nel 1576; nascono in breve i teatri del Globo, della Rosa, della Fortuna e, alla fine del regno elisabettiano, se ne contano undici. Sono teatri cortile, teatri taverna, dove le parti femminili sono ancora interpretate, come nel teatro antico, da giovani uomini: nel frattempo le produzioni sono intense nel numero e nelle elaborazioni.

    In questo contesto, William Shakespeare (1564 – 1616) approda a Londra a ventidue anni, dalla cittadina natale di Stratford ed entra al Globo da attore secondario, con il compito aggiuntivo di copiare vecchi testi. E mentre li copia, li studia, li rielabora, fino a produrne di originali.
    Da lui prende avvio un teatro contrapposto alle antiche strutture classiche, libero da regole, con un linguaggio che mescola poesia e prosa, cultura e popolare realismo.
    Nonostante gli studiosi dividano la sua produzione in drammi storici (es. Enrico V), tragedie (es. Amleto) e commedie, con Shakespeare convivono nello stesso testo il tragico ed il comico, il positivo ed il negativo della complessità della natura umana, sempre osservata e mai giudicata.

    Nello svolgimento de “La dodicesima notte prevale il tocco leggero e brillante del fantastico sognatore, moltiplicatore di ambiguità esistenziali e musico della parola, uno stile in cui la Germania dello Sturm und Drang riconoscerà parte dei propri ideali, l’impeto irrefrenabile, la supposta sregolatezza, ma soprattutto il gioco libero della fantasia, della passione giovane e vitale.
    “La dodicesima notte”,  chiamata anche “La notte dell’Epifania” (ovvero, della manifestazione) perché dodici sono i giorni che la dividono dal Natale, fu rappresentata con certezza il 2 febbraio 1602 al Middle Temple Hall e forse anche un anno prima, proprio il giorno dell’Epifania.

    © MaritatiAmbientata nell’antica regione  dell’Illiria, racconta una storia di amori e sotterfugi.
    I gemelli Viola e Sebastian, salvatisi da un naufragio all’insaputa l’uno dell’altro, si imbattono nel duca Orsino e nella dama Olivia. Viola, che dopo la presunta perdita del fratello si è camuffata da uomo ed è al servizio del duca, porta a Olivia i messaggi d’amore del padrone, ma quest’ultima si innamora di lei, credendola un lui: dopo una tragicomica serie di eventi arriva una lietissima fine.

    Trama parallela riguarda coloro che popolano la corte di Olivia: il giullare, il maggiordomo, la cameriera, lo zio sir Toby e sir Andrew Aguecheek. Il maggiordomo Malvolio viene beffato dagli altri cinque, che gli fanno credere di essere oggetto di tenere attenzioni da parte della padrona.
    I sentimenti familiari sono esaltati ed accentuati: convivono, come succede nella vita reale, con qualche pregiudizio sul formarsi della coppia  e con  tipologie umane banali e risapute.

    I giovani attori esibiscono tutta la loro bravura e la tecnica appresa nella scuola di recitazione del teatro stabile genovese: padronanza del corpo e dell’articolazione del linguaggio, mimica degna della miglior tradizione. Accanto ai costumi dell’epoca è inserita una musicalità in chiave decisamente moderna, che rende perplessi ma alla fine coinvolge gli stupiti spettatori.
    Elisa Prato

    “La dodicesima notte” di William Shakespeare, al Teatro della Corte fino al 27 novembre.
    Regia di Marco Sciaccaluga. Con  per l’interpretazione di Marco De Gaudio, Michele Maccaroni, Giovanni Annaloro, Mario Cangiano, Francesco Russo, Roberto Serpi, Emanuele Vito, Daniela Duchi, Roxana Doran, Sarah Paone. 

  • “Il berretto a sonagli” e le tre corde di Ciampa. Alla Corte, un Pirandello da non perdere

    “Il berretto a sonagli” e le tre corde di Ciampa. Alla Corte, un Pirandello da non perdere

    © Tommaso Le PeraLuigi Pirandello (1867-1936) arrivò ai cinquant’anni di età scrivendo novelle e romanzi originali, accolti da pubblico e critica senza eccessivi entusiasmi in quanto non badava alla pagina elegante e ben scritta, cara ai contemporanei, quanto ad agitare e capovolgere certezze, ad installare inquietudini e riflessioni.

    Per coinvolgere davvero ed arrivare alla fama, Pirandello ha dovuto riscrivere per il teatro le stesse storie proposte dalla sua novellistica, un teatro dove la parola è vigorosamente asservita all’espressione delle emozioni.

    “Il berretto a sonagli” (1917) centra perfettamente questo passaggio: non a caso la prima versione in dialetto siciliano fu affidata alla dirompente espressività di Angelo Musco. Prendendo spunto da alcune novelle scritte nel passato, l’autore racconta la sofferenza di un uomo e di una donna traditi dai rispettivi coniugi.

    Ciampa è un ossequioso scrivano al servizio della famiglia del cavalier Fiorica, con la quale lui e la giovane moglie convivono, in stanze attigue: da tempo è al corrente della relazione segreta tra la consorte Nina e il padrone di casa, che tollera in silenzio, tanto che quando la padrona, signora Beatrice, furibonda per la scoperta della tresca, lo convoca con l’intenzione di rivelargliela, le fa capire che già sa tutto ma che da una parte il suo rapporto coniugale è più importante (tanto che sarebbe disposto a lasciare la casa con Nina, perdendo il lavoro) e dall’altra…dall’altra la facciata della rispettabilità sociale deve essere salvata, ad ogni costo.

    La facciata è più importante della sostanza, tanto che a volte i confini tra le due sfere sfuggono e sfumano.

    @ Tommaso Le PeraPer condurre la signora Beatrice alla sensatezza, Ciampa si avvale della simbologia delle tre corde, che a suo dire tutti portiamo sulla fronte, quella civile e centrale del rispetto ed ossequio alle regole della società, quella seria del colloquio a quattr’occhi, quella pazza che fa perdere la vista e la ragione e va controllata: ma la corda civile deve prevalere e tutti, alla fine, ci guadagnano.

    Beatrice sceglie di denunciare e la reazione della famiglia, supportata dall’autorità del delegato, che diligentemente occulta le prove, è immediata ed inesorabile: la maschera della “pace domestica” deve essere rispettata ed esibita, dentro e fuori casa. Alla legge della rispettabilità di facciata si inchina alla fine Beatrice, accettando di fingersi pazza e di farsi rinchiudere.

    Ciampa e Beatrice portano entrambi, con reazioni diverse, il peso della loro sofferenza, ma mentre la donna si ripiega su se stessa, è lo sposo tradito, il collaboratore ossequioso, che  ha la reazione più spietata e crudele verso quella che ha gridato la verità, esortandola a gridarla ancora e poi ancora, affinché tutti si convincano della sua pazzia e dell’inconsistenza dell’accusa.

    Interpretazione eccellente fornita da attori di grande impatto, con una forte vis comica che accompagna, con celata amarezza, verso l’epilogo, assieme a una allegra e beffarda tarantella.


    Elisa Prato

    “Il berretto a sognali” di Luigi Pirandello, al Teatro della Corte fino al 13 novembre 2016.
    Regia di Sebastiano Lo Monaco. Con Sebastiano Lo Monaco
    , Maria Rosaria Carli, Clelia Piscitello, Viviana Larice, Lina Bernardi, Rosario Petix, Claudio Mazzenga e Maria Laura Caselli.

  • Con “Eurydice”, alla Tosse rivive il mito dell’amore assoluto

    Con “Eurydice”, alla Tosse rivive il mito dell’amore assoluto

    Foto di Donato AquaroIl teatro della Tosse porta di nuovo in scena con “Eurydice” un lavoro di Jean Marie Anouilh (1910 – 1987), scrittore, regista, sceneggiatore, noto per scrivere di teatro modernizzando classici greci.
    Nella mitologia, Euridice è la promessa sposa di Orfeo, poeta e cantore, simbolo del puro artista: insidiata da un pastore, calpesta, mentre tenta di fuggire, un serpente velenoso che la uccide col morso. Orfeo, disperato, scende nel regno delle tenebre per riaverla e commuove Ade, che alla fine concede alla fanciulla di tornare in vita seguendo l’innamorato verso l’uscita, a patto che lui non si volti mai a guardarla. Ma il giovane si volta e la perde per sempre. Da allora vive nel suo ricordo, implorando gli dei di dargli una seconda possibilità, finché Dioniso, adirato per essere stato posposto ad Apollo, lo fa uccidere dalle baccanti che lo smembrano. La sua testa verrà ritrovata mentre invoca ancora il nome di Euridice e finalmente, trovando degna sepoltura, sarà riunito all’amata.

    Nel lavoro di Anouilh, Orfeo è un giovane violinista che accompagna un padre saccente, arpista senza talento, a suonare per locali. Il ragazzo sogna l’amore, di cui ha una concezione ideale, assoluta e fuori dalla realtà, immagine incrementata dalla sua attività di musicista e poeta. Euridice è, invece, un’attrice che ha già sperimentato anche la parte peggiore dei rapporti con gli uomini: apparentemente disinvolta, vede in lui una possibilità di luce e di purezza, ma quando si accorge che l’innamorato la vede nel ruolo della donna tradizionale, che sa di non poter ricoprire, fugge da lui. Per lei l’amore è un punto luce, un attimo da ricordare, si illumina e si spegne, poi torna il quotidiano.

    In realtà, sia l’una che l’altro si chiudono, come “due involucri impermeabili”, in un concetto di amore da rivedere: troppo alto quello di lui, troppo pragmatico e “disperato” quello di lei. Non c’è grande amore senza la comprensione delle esigenze dell’amato, senza la mediazione delle reciproche aspettative, senza l’amorevole “correzione” dell’errore dell’altro: in altre parole, nulla è più fragile di un grande amore se, alla prima manifestata difficoltà, ciascuno dei due si ritira, spaventato dalla violazione del troppo “se stesso” proiettato sull’altro. In amore, non esistono cloni.

    Foto di Donato AquaroMa l’uomo moderno vuole davvero vivere l’amore? O fugge l’alternanza di luce ed ombra, o meglio, fugge la parte responsabile delle cose uniche e preziose? L’Ade, il regno dei morti, per gli antichi era un luogo tenebroso, dove le ombre si aggiravano senza più slanci ed emozioni, rimpiangendo la vita terrena; significativo il fatto che sia nel mito, sia nel dramma teatrale, gli amanti, per ricongiungersi, debbano morire. Come a voler dire “ebbene, se vi amate davvero, tollerate i disagi della vita di coppia reale, paghi di stare assieme”.

    Un lavoro da vedere, completato dall’atmosfera irreale conferita da una singolare scenografia .


    Elisa Prato

    + “Eurydice” di Jean Marie Anouilh, al Teatro della Tosse fino al 6 novembre.
    Regia di Emanuele Conte. Con 
    Alessio Aronne, Enrico Campanati, Alessandro Damerini, Pietro Fabbri, Susanna Gozzetti, Marco Lubrano, Gianmaria Martini, Fabrizio Matteini, Sarah Pesca.