Dopo l’accorpamento del Sert (servizio per le tossicodipendenze) in Valbisagno con quello di Quarto, anche la struttura di Sampierdarena è stata chiusa, spostando i servizi nei locali di Rivarolo. Ma dopo l’allarme lanciato dai sindacati, Asl3 rassicura che entro un anno la presenza sul territorio sarà ripristinata e rafforzata.
La notizia risale a qualche giorno fa: lo stabile che ospitava il Sert di Sampiedarena, già da anni in condizioni precarie, è divenuto inagibile, rendendo impossibile il proseguimento delle attività al suo interno. La struttura è di proprietà di Autorità Portuale, che dovrebbe restaurarla; al momento, però, questo intervento non è ancora stato programmato. Di conseguenza, l’Asl è stata costretta a spostare i suoi uffici territoriali, che al momento sono stati ricollocati nei locali dell’ospedale Celesia.
Questo accorpamento però si aggiunge ad un’altra situazione critica: dal 2014, causa alluvione, il Sert Valbisagno di corso De Stefanis è stato spostato e temporaneamente unito con quello di Quarto. Tutti gli uffici, quindi, sono rimasti attivi; sono stati “solamente” spostati, cosa che comunque potrebbe rappresentare un problema per quanto riguarda l’utenza. In un percorso già difficile come quello della lotta contro la dipendenza, un elemento di ulteriore difficoltà, in questo caso, “geografica”, potrebbe inficiare il delicato lavoro di recupero. Non bisogna dimenticare, inoltre, l’importanza del presidio territoriale di strutture del genere, che ospitano decine di gruppi di auto-aiuto e sono al centro di reti formative che lavorano sulla prevenzione diffusa.
A questa notizia si sono mossi anche i sindacati di categoria, pronti ad intervenire perché questa criticità si innesta sulla mancanza cronica di risorse: «Il disagio sociale si allarga, ma il personale non è più sufficiente a soccorrere l’emergenza crescente – ha spiegato Mario Iannuzzi, Fials – le scuole ci chiamano per fare attività di prevenzione, ma non possiamo più andare».
«Questa amministrazione (al cui vertice risiede il commissario straordinario di Asl3, Luciano Grasso, ndr) conosce l’importanza dei Sert – commenta ad “Era Superba” Giorgio Schiappacasse, direttore dei Sert di Asl3 – e vuole assolutamente investire il più possibile in questo settore. Il discorso degli accorpamenti è, infatti, solo momentaneo: siamo in un’emergenza logistica che non dipende dall’azienda sanitaria, ma stiamo già lavorando per assicurare entro un anno il ripristino delle unità territoriali». Dal punto di vista dei servizi, Asl rassicura che il momentaneo accorpamento delle strutture non sta creando problematiche sostanziali: «Non esistono particolarità e diversità territoriali così marcate – sostiene Schiappacasse – le dipendenze sono presenti, purtroppo, in maniera omogenea su tutto il territorio cittadino, cosa che la dice lunga sulla riflessione che deve essere fatta sull’argomento».
La questione del Sert di corso De Stefanis si è complicata per via di una causa legale in corso, ma, secondo Asl, dovrebbe risolversi a breve. L’azienda, inoltre, ha assicurato che sono già al vaglio ipotesi alternative, sia per la Valbisagno che per Sampierdarena. Proprio per quest’ultima, Schiappacasse sottolinea che si sta lavorando per arrivare allo storico scorporo dei servizi distrettuali: da sempre, infatti, i Sert di Medio-Ponente e Val Polcevera sono uniti in una sola unità logistica, ma in un prossimo futuro «arriveremo ad avere un Sert per ogni distretto».
Sul tema della carenza di personale e risorse sollevata dal sindacato, Schiappacasse risponde che «purtroppo è un problema diffuso su tutto il settore pubblico, e che quindi colpisce anche noi. Bisogna però ricordarsi che la qualità dei servizi è altrettanto importante, e su questo l’azienda da anni sta lavorando, facendosi carico della costruzione di una “rete” sul territorio finalizzata ad ottimizzare gli interventi, rendendoli più efficaci e duraturi». La lotta alle dipendenze, infatti, non si ferma agli uffici e agli ambulatori dei Sert, ma inizia e prosegue anche fuori: dalle scuole alla strada. «Passata l’emergenza Aids degli anni ottanta e novanta – sottolinea il direttore dei Sert – l’attenzione della società su certi problemi è calata sensibilmente, lasciando spazi ai messaggi ambigui della pubblicità e del consumismo. Oggi dobbiamo confrontarci con dipendenze emergenti, come la ludopatia e quelle legate all’abuso tecnologico, e con le vecchie dipendenze che stanno risalendo la china, come l’alcolismo e l’uso di sostanze stupefacenti di ogni tipo, come l’eroina, tornata di moda tra i giovani e i giovanissimi». A colpire, infatti, è la tendenza degli ultimi anni che vede l’età di approdo all’utilizzo di sostanze sempre più precoce: «È necessario fare rete – conclude Schiappacasse – lavorando sulla prevenzione diffusa, ma non solo: anche l’informazione sull’argomento deve essere efficace e indipendente». Asl3 vuole implementare questo fondamentale lavoro, e, se tutto va bene, entro un anno la presenza sul territorio sarà ripristinata e rafforzata. Nel frattempo, resta focale l’appello alla società civile a non sottovalutare il rischio di dipendenza: i problemi di oggi potrebbero essere le tragedie di domani.
Sulla porta d’ingresso della biblioteca Rosanna Benzi di Voltri ci sono le sbarre. E un cartello che avvisa laconicamente “la biblioteca è ancora in manutenzione”, scusandosi per il disagio. I lavori sono in corso dal 14 marzo del 2015, quando la biblioteca venne chiusa pochi giorni dopo un’inaugurazione che aveva suscitato molto entusiasmo, ma che, col senno di poi, suona come un’ulteriore beffa per i cittadini del ponente genovese. A parte quella breve parentesi, Voltri attende la propria biblioteca ormai dal novembre del 2013, quando pesanti infiltrazioni dal soffitto ne resero inevitabile la chiusura.
La biblioteca voltrese si affaccia su piazza Odicini, dove i bambini giocano sugli scivoli e gli anziani passano interi pomeriggi a chiacchierare seduti sulle panchine. Assieme al Teatro Cargo e alla Banda musicale voltrese costituisce il “cuore culturale” della delegazione, esempio positivo di riqualificazione dei capannoni ex-Ansaldo, che nei loro ampi spazi ospitano anche società sportive di pallavolo, bocce e tennis e un circolo Anpi. Proprio la longevità della struttura (costruita nel 1860) è stata causa di una situazione che, a fine 2013, è diventata insostenibile. Per qualche tempo la biblioteca ha tenuto aperto nei giorni di sole e chiuso in quelli di pioggia, ma era chiaro che non si sarebbe potuto andare avanti così a lungo.
«C’erano pesanti infiltrazioni d’acqua dal soffitto – ci ricorda il presidente del Municipio VII Ponente, Mauro Avvenente – per questo si è reso necessario un investimento da parte del Comune di 350 mila euro». I lavori coinvolsero architetti, dipendenti Aster, cassintegrati dell’Ilva e alcuni profughi coordinati dal Municipio per circa un anno e mezzo. Nel marzo del 2015, la biblioteca venne reinaugurata in pompa magna, con alcune novità come il punto allattamento per le mamme e spazi “morbidi” completamente dedicati ai più piccoli. Come abbiamo visto, però, la seconda vita della biblioteca Rosanna Benzi durò solo pochi giorni.
Il blocco immediato dopo la riapertura
La biblioteca era infatti stata appena riaperta, quando i Vigili del Fuoco segnalarono che i lavori non rispettavano una norma antincendio approvata 4 anni prima, il dpr 151 del 2011. Tra le altre cose, la relativamente nuova regolamentazione impone una maggiore omogeneità strutturale per strutture presenti nello stesso edificio.
Si rese allora necessario un intervento di non poco conto sull’adiacente Teatro del Ponente gestito dalla compagnia Cargo. I lavori di ristrutturazione sono costati ulteriori 500 mila euro circa. Anche il teatro è rimasto forzatamente chiuso da novembre del 2015 al 24 aprile 2016, giusto in tempo per il tradizionale concerto dedicato alla Resistenza della Banda Musicale “Città di Voltri”.
Sommando i soldi spesi per riparare il tetto della biblioteca e quelli per il teatro, si arriva a circa 850 mila euro. Una cifra non indifferente, in tempi di bilanci ristretti e di vacche magre per le casse degli enti locali. «Devo dire che il Comune ci ha dato una grossa mano – riconosce Avvenente – non è sempre scontato ricevere così tanti soldi per il territorio. C’è stata un’ottima sinergia tra le istituzioni». Certo, una maggiore attenzione e prevenzione negli anni passati avrebbe forse potuto risparmiare una spesa così pesante per le casse di Palazzo Tursi, chiamate a mettere una pezza su una situazione ampiamente compromessa. Ma, oggi, quello che interessa ai cittadini è soprattutto sapere quando potranno tornare a leggere e studiare nella loro biblioteca.
«In due o tre mesi contiamo di riapriredopodiché, avremo l’edificio più certificato della Liguria», chiosa con un punta di sarcasmo il presidente del Municipio. La previsione sulla riapertura è condivisa anche dall’architetto del Comune di Genova Roberto Tedeschi, direttore del Patrimonio e del Demanio, che ha avuto un ruolo importante nei lavori: «La settimana prossima – anticipa a “Era Superba” – contiamo di presentare il progetto definitivo».
Le novità dopo la riapertura
Quando riaprirà i battenti, la biblioteca dedicata alla scrittrice Rosanna Benzi, si presenterà con alcune significative novità. «Ci saranno dei miglioramenti – spiega la responsabile Sabina Carlini – il taglio della biblioteca sarà più tecnologico». Per la verità, la struttura voltrese è sempre stata all’avanguardia in termini di tecnologia. Come già scrivevamo 2 anni fa su queste pagine, la “Benzi” è stata la prima biblioteca comunale con un sistema di prestiti completamente automatizzato. La chiusura forzata non ha smorzato questa vocazione. «Abbiamo lavorato a un nuovo sistema anti-taccheggio, migliorato il sistema di prestiti e il back office – aggiunge la responsabile del personale del Municipio, Rosanna Garassino – inoltre, i sei dipendenti hanno fatto formazione sul mestiere del bibliotecario».
Ancore poche settimane di attesa, dunque, e i voltresi potranno riabbracciare il proprio polo culturale. «La biblioteca ha un’utenza molto eterogenea – conclude la responsabile Carlini – dai bambini delle elementari e persino della materna che vengono a fare percorsi di lettura, a quelli delle medie, superiori e anche universitari che vengono qui a studiare, senza considerare gli avventori di tutte le età, specialmente anziani».
Un Piano Regolatore Portuale dannoso o, quantomeno, inutile. Che si parli con i comitati dei cittadini, con i lavoratori del Vte o con un esponente del Municipio, poco cambia. Nel Ponente genovese nessuno sembra avere una buona parola per il progetto che prevede un prolungamento della diga del porto di Voltri-Prà e un avvicinamento della stessa diga verso Voltri. «In questo modo – spiega Matteo Frulio, presidente della Commissione Urbanistica del Municipio 7 Ponente, in quota Pd – si rischia di buttare all’aria qualcosa per cui abbiamo lottato molto: la balneabilità del nostro mare, ottenuta 2 anni fa. Se si sbagliano i calcoli per le manovre di ingresso al porto, si rischia che le navi arrivino troppo vicino alla costa, fattore che contribuisce in maniera decisiva al riconoscimento o meno della balneabilità».
Voltri si è conquistata la balneabilità grazie all’installazione di depuratori che puliscono l’acqua proveniente dalle fogne e controlli più capillari sui fiumi che sfociano in mare. La possibilità di fare il bagno in sicurezza sta particolarmente a cuore ai cittadini della delegazione, che lo scorso agosto hanno organizzato una manifestazione al grido di “Il nostro mare non si tocca”. La bozza di progetto era stata presentata da pochi giorni. «Ci tengo a ricordare – aggiunge Frulio – che quella di Voltri è l’unica spiaggia libera con acqua balneabile di tutto il Comune di Genova». Due chilometri di spiaggia che nella bella stagione si affollano di bagnanti e diventano una risorsa per il quartiere. Una risorsa che andrebbe almeno in parte perduta, qualora la possibilità di balneazione venisse revocata.
Dal piano Galanti al piano Merlo
Del Piano Regolatore Portuale si è tornato a parlare lo scorso 11 marzo, in occasione di un’assemblea pubblica svoltasi nelle sale del Municipio di Ponente che ha visto la partecipazione di esponenti della Regione (la capogruppo del Movimento Cinque Stelle Alice Salvatore e Walter Ferrando del Pd), di rappresentanti del Vte e dell’assessore alla mobilità del Comune di Genova, la voltrese Anna Maria Dagnino. Ad animare il dibattito sono stati però soprattutto i comitati dei cittadini del Ponente. In un comunicato stampa diffuso all’inizio dell’assemblea, hanno definito il nuovo piano molto simile al vecchio “piano Galanti”: si tratta del progetto dell’ex presidente dell’Autorità Portuale, di cui si discuteva tra la fine degli anni ’90 e i primissimi anni del nuovo millennio. Il piano prevedeva un intervento molto pesante sul mare voltrese e segnò forse il momento di massima tensione nella lotta dei comitati di quartiere. Erano anche gli anni in cui venivano stilati i “9 paletti”, ovvero i punti che i comitati di quartiere ritengono indispensabile rispettare per qualsiasi nuovo progetto sul porto di Voltri-Prà. I paletti impongono il limite per l’espansione della struttura portuale al rio S. Giuliano e insistono sulla compatibilità ambientale il con tessuto abitativo voltrese.
Quando il piano Galanti venne ritirato e si passò al progetto di Renzo Piano, i “9 paletti” vennero tenuti in considerazione. Tra il 2002 e il 2004 si sviluppò il cosiddetto Urban Lab, ovvero un visionario piano per la città di Genova nel suo complesso. Per il porto di Voltri-Prà, il piano firmato dall’archistar oggi senatore a vita prevedeva una zona cuscinetto pedonabile tra l’area portuale e l’abitato e un porticciolo per i pescherecci. Nonostante sembrasse mettere d’accordo tutti (comitati compresi), il piano rimase solo su carta ma sembrò indicare la via maestra per la partecipazione dal basso dei cittadini nei progetti che li coinvolgono più direttamente. «Il progetto di Renzo Piano – ricorda, infatti, Frulio, che allora militava nei comitati – venne fuori da un bellissimo percorso partecipato». Cosa che i cittadini lamentano non essere avvenuta oggi. Il Piano Regolatore Portuale (lascito dell’ex presidente dell’Autorità Portuale Luigi Merlo e del valore complessivo di 2 miliardi) è stato presentato al ministero dell’Ambiente per la Valutazione Ambientale Strategica (il passo che precede la Valutazione d’Impatto Ambientale) all’inizio dell’anno scorso, senza il parere del Municipio interessato. Le autorità locali si sono così sentite scavalcate: «Realizzare un progetto di così larga scala come il Piano Regolatore Portuale, coinvolge direttamente non solo Voltri, ma anche Pegli e Prà – sottolinea Frulio – le autorità locali, e soprattutto il Municipio, devono essere ascoltate in prima istanza. I cittadini hanno il diritto di sapere che cosa succede sul loro territorio, non devono scoprirlo dai giornali».
L’opinione dei Comitati
La pensa allo stesso modo Maria Rosa Boggio, che oltre a essere membro del Coordinamento dei Comitati del Ponente, è anche consigliera municipale, in quota Sel: «Questa proposta ha seguito un iter strano – spiega – in genere, le proposte partono dal Municipio, per poi passare al Comune, alla Regione e così via. In questo caso si è andati direttamente alla VAS, e non va bene, perché a essere coinvolti sono i cittadini».
Le preoccupazioni dei comitati riguardo il progetto sono soprattutto di carattere ambientale. Non solo la balneabilità delle acque voltresi, ma anche la qualità dell’aria respirata dai cittadini di Prà verrebbe compromessa, in particolare nella zona di Palmaro, quella al confine con Voltri. «Se aumentasse il traffico portuale – riflette Boggio – sarebbe un problema per i cittadini di Palmaro, soprattutto per l’inquinamento acustico e le polveri che verrebbero sollevate».
Un allargamento del porto di Voltri-Prà non avrebbe, a detta degli oppositori, alcun impatto positivo dal punto di vista economico. Secondo i comitati, sarebbe sufficiente un miglior utilizzo della risorse attualmente disponibili: «Si andrebbe a creare un porto pieno di container vuoti – afferma la Boggio – e si creerebbe un’inutile concorrenza con altre piattaforme come quella di Calata Bettolo. È uno scempio, non so che altra parola usare».
Il punto di vista del Vte
La posizione dei comitati coincide sostanzialmente con quella del Vte, sigla che vuol dire Voltri Terminal Europe, l’azienda privata che ha in concessione la gestione del porto di Voltri-Prà. Certo, le sfumature sono diverse. Più che dannoso, il Piano Regolatore Portuale viene definito inutile. È quanto è emerso da una riunione interna tra membri del Vte e del Municipio la scorsa settimana. A breve, alle 4 gru attualmente in dotazione al porto se ne aggiungeranno altre 4 e le esigenze del porto verrebbero così completamente soddisfatte. Con le 8 gru complessive si raggiungerebbe infatti una capacità di carico di 20 mila teu (unità di misura che coincide con un container della lunghezza di poco più di 6 metri). Numeri più che sufficienti per i traffici del Ponente, che hanno recentemente raggiunto il record di 15 mila teu mensili. La vera priorità per gli operatori del Vte sarebbe il raddoppio del binario ferroviario in uscita dal porto per implementare il traffico su rotaie.
La posizione della politica locale e l’incongruenza di Sel
In questo clima in cui tutti sembrano essere contrari al nuovo Piano Regolatore Portuale, una riunione dei capigruppo di maggioranza del Municipio ha prodotto un documento in cui si espone la posizione di contrarietà della delegazione. «Questo non vuol dire essere contrari al consolidamento dei traffici portuali – chiarisce Matteo Frulio – ma se persino il Vte dice che le loro esigenze sono soddisfatte dalle nuove strutture che si stanno realizzando ora, non vedo a cosa possa servire una piattaforma portuale nuova e così estesa come quella prevista nell’ultimo Piano Regolatore Portuale. Per fortuna è poco più di una bozza. Ma meglio far sentire, da subito, cosa ne pensa il territorio coinvolto».
Il documento è stato approvato con il voto favorevole di tutte le forze politiche, a eccezione, paradossalmente, di Sel. Maria Rosa Boggio è stata infatti l’unica tra i capigruppo di maggioranza a non firmare il comunicato: «Si tratta di prudenza politica – spiega – dire che siamo contro a qualsiasi futuro riempimento significa mettersi anche contro il vecchio progetto di Renzo Piano, che seppure in forma minore qualche riempimento di cemento lo prevedeva. Non vorremo essere in futuro indicati come quelli che hanno detto no a Piano, visto che il suo progetto aveva convinto tutti».
«Il bisogno è aumentato, servono più competenze». Lo dice la signora Bruna, giochicchiando distrattamente con una penna. Bruna Doglio è a capo dell’associazione Punto Emergenza Prè, eccellenza del volontariato genovese che in passato abbiamo già incontrato e raccontato sulle pagine di Era Superba. E il bisogno è talmente aumentato che stanno per essere avviati i lavori per il nuovo traguardo del Punto Emergenza, un progetto ad ora chiamato “Il Punto Emergenza a casa del Re” perché trova spazio in alcuni locali un tempo facenti parte del complesso di Palazzo Reale (sulla cui storia si vogliono anche organizzare alcune piccole lezioni per i bambini del Punto Emergenza a cura degli inservienti del Palazzo). Al numero 75 di via Prè, a fianco all’attuale sede, c’è l’intenzione di aprire un piccolo servizio materno-infantile in grado di rispondere alle crescenti esigenze degli strati più deboli della popolazione, immigrati o italiani che siano con l’obiettivo di garantire nuove assistenze pediatriche, oculistiche, dentistiche, psicologiche e consulenze legali e di orientamento al lavoro. «È di questo che c’è bisogno, meno parole e più fatti», riprende Bruna mentre si muove nel magazzino per preparare l’ennesimo pacco viveri, aiutata dal marito Giancarlo e dagli altri volontari.
La storia del Punto Emergenza
Da più di vent’anni sono nel vicolo. Il primo embrione di quello che sarebbe diventato il Punto Emergenza era un centro di distribuzione di beni per bambini frequentanti la scuola elementare San Giuseppe di Prè, legato alla Caritas. Successivamente, gli aiuti si sono estesi grazie al Banco Alimentare, poi è iniziata una collaborazione coi centri di ascolto parrocchiali del quartiere (sostanzialmente quelli delle chiese della Maddalena, di San Siro e del Carmine). Infine, quando si è capito che si stava costruendo qualcosa di nuovo e importante, nel 2009 è nata l’associazione autonoma. Nello stesso periodo sono arrivati i pediatri, medici che prestavano servizio di volontariato in un piccolo ambulatorio nel vicolo per bambini senza permesso di soggiorno e senza cure.
Oggi il Punto Emergenza è una realtà nota, i cui interventi coprono i centri d’ascolto di tutta la città, in un’ottica sinergica di supporto materiale alle famiglie in difficoltà, concentrandosi specialmente sul nucleo famigliare madre-figlio. Sostanzialmente, si tratta di pacchi per bambini fino al primo anno di età con beni di prima necessità di vario genere (pannolini, bagnoschiuma, omogenizzati, vestiti…); poi, volta per volta, se la condizione di emergenza per la famiglia non è terminata, al compimento del dodicesimo anno del bambino, si valuta se proseguire l’assistenza attraverso la distribuzione di pacchi viveri per adulti.
Il futuro del Punto Emergenza
Il nuovo progetto, che si affiancherà al lavoro già svolto di assistenza materiale, è un ulteriore salto di qualità. Negli anni, ci dice Bruna, si sono affinate le abilità dei volontari, si è cominciato a capire come dare un supporto anche morale oltre che materiale, quello che spesso serve di più alle persone in difficoltà. Parliamo di famiglie in gravissime condizioni economiche e con storie diversissime alle spalle, tutte terminate però nella grave indigenza. Famiglie italiane che sono state stroncate dalla crisi economica, ragazze-madri straniere che sono venute qui a studiare per costruire un futuro per sé e i propri cari, ex prostitute, vittime di violenze e via dicendo.
Col passare del tempo l’utenza muta, seguendo i corsi e ricorsi storici: inizialmente molti degli assistiti erano italiani meridionali che abitavano nei vicoli, successivamente soprattutto ecuadoriani, ora per lo più mediorientali e africani oltre che, nuovamente, nostri concittadini colpiti dai problemi finanziari del nostro Stato.
Chi per sfortuna, chi per scelte errate, tutte queste persone si sono ritrovare con la necessità di avere un aiuto. I volontari del Punto Emergenza hanno capito, col tempo, che questo aiuto non doveva limitarsi al mero pacco viveri.
I “fatti” di cui parla Bruna sono questi, assolutamente necessari, ma sono anche il dialogo, la comprensione per capire come aiutare al meglio l’assistito: in una parola, l’accoglienza. I fatti devono essere orientati dalla conoscenza di chi si ha di fronte, della sua situazione e delle sue reali problematiche, per essere davvero efficaci. Un proverbio antico recita “se vuoi aiutare un uomo che ha fame, non dargli solo un pesce ma insegnagli a pescare”. Questa è diventata la politica del Punto Emergenza, non limitarsi a essere un bancomat ma diventare un luogo in cui chi attraversa un periodo difficile può trovare, oltre a una borsata di beni di prima necessità, parole di supporto per rialzarsi e consigli da parte di chi conosce un certo tipo di realtà. Per questo, il nuovo Punto Emergenza in casa del Re è importante, per implementare il dialogo con le famiglie avvalendosi anche dell’aiuto di esperti (tutti volontari), in grado di dare assistenza, pareri e consigli frutto delle proprie capacità professionali.
Il presente del Punto Emergenza
Questa è la vera accoglienza, quella che non si ferma alle sole parole né si limita alla mera distribuzione ma che unisce i due aspetti, egualmente fondamentali. D’altra parte, facendo un giro nel Punto Emergenza e nel suo fornitissimo magazzino in cui tutto è frutto di donazioni, pare che dopotutto l’accoglienza sia un campo in cui il popolo del mugugno eccella. «La gente ci crede, ci scommette» afferma Bruna. La realtà del Punto Emergenza si basa sulla carità dei cittadini ed effettivamente, sebbene si possa sempre fare di più, gli aiuti dei genovesi non mancano mai. La politica dell’associazione è che da volontari si è doppiamente responsabili: una volta verso i propri assistiti, per i quali bisogna fare tutto ciò che è considerato il meglio (anche quando questo significa dire dei no), un’altra verso i benefattori, chiunque siano, verso i quali ci si assume la responsabilità di usare al meglio le loro donazioni.
Oggi, il Punto Emergenza Prè si occupa di più di 1600 interventi all’anno rivolti a 13 diverse etnie, italiani, senegalesi, ecuadoriani, marocchini e via dicendo. Un luogo in cui si dà valore alla persona a prescindere dalle sue origini e che insegna molto anche agli stessi volontari. Anche per questo, negli ultimi anni si sono avviati progetti per coinvolgere i giovani in questa straordinaria realtà di volontariato, perché da un lato possano offrire la loro energia per una giusta causa e, dall’altro, imparino sulla propria pelle cosa significhi “accoglienza” maturando una migliore comprensione delle culture e del mondo.
Mentre parliamo con Bruna, una donna camerunense si affanna per sistemare in profondità nella sua borsa i pannolini. «Al mio paese va così» ci spiega un po’ in imbarazzo «pannolini e assorbenti si nascondono, non sta bene mostrarli». I volontari rispondono con un sorriso e delle bonarie prese in giro, come si fa con un amico piuttosto che con un cliente, strappando una risata anche alla signora.
In questo luogo, che si apre sul vicolo con ampie vetrate illuminate e addobbate di giocattoli e vestitini, pare davvero che si concretizzino quelle tanto sbandierate (e troppo spesso nei fatti trascurate) forme di accoglienza e integrazione necessarie per far fronte al meglio ai nuovi melting-pot culturali che si stanno creando nelle nostre città, a causa delle fughe di intere popolazioni da quei devastanti conflitti che ben conosciamo.
Se, in un momento socio-politico tanto critico una realtà come il Punto Emergenza sta crescendo, non può che essere un buon segno. Lasciandoci andare a un po’ di romanticismo, viene da pensare a un piccolo ma tenace fiore che riesce a crescere tra le fessure del selciato, ingrandendosi e colorando la strada.
Quando nei primi anni duemila l’Ilva di Cornigliano abbandonava la produzione siderurgica a caldo fu da subito chiaro che per il quartiere si stava chiudendo un’era e che quello che era stato uno dei cuori del vertice basso del triangolo industriale avrebbe dovuto parzialmente cambiare identità. Fu anche da subito chiaro che non sarebbe stato uno scherzo. Proprio per gestire quel delicato passaggio, la legge 448 del 2001 sancì la nascita della Società per Cornigliano, che prenderà forma due anni più tardi con la partecipazione della Regione Liguria (45%), del Comune di Genova (22,5%), della Provincia alla stessa percentuale (oggi passata alla Città Metropolitana di Genova) e di Invitalia Partecipazioni (10%), una partecipata del ministero dell’Economia indicata dallo Stato. Tra il 2006 e il 2007, la società diventa proprietaria dell’area dismessa dall’Ilva pari a 266840 mq. Da quel momento inizia un intenso lavoro di riqualificazione del quartiere, innanzitutto dal punto di vista della bonifica del territorio, duramente provato da decenni di industria pesante.
Di quei quasi 267 mila metri quadrati, oggi, ne restano da bonificare circa 18 mila, in corrispondenza dell’area “ex sot”, chiamata così perché ospitava i sottoprodotti dell’ex cocheria. «In realtà – spiega a “Era Superba” il direttore di Società per Cornigliano, Enrico Da Molo – la soluzione per la messa in sicurezza permanente l’avremmo trovata da tempo».
La bonifica di suolo e sottosuolo: l’ostacolo è una falda acquifera
Quella della bonifica del suolo e del sottosuolo è una delle sfide più impegnative. «Come si fa in tutto il mondo – riprende Da Molo – vorremmo mettere una membrana impermeabile che isoli la parte contaminata, in modo che nessuno entri in contatto con essa e poi aggiungere una copertura in cemento che possa sostenere carichi pesanti». Che cosa ostacola i piani della Società? La presenza di una falda acquifera, anch’essa gravemente contaminata, esattamente al confine fissato nel 2005 della zona di competenza dell’ente partecipato. La legge dice che prima di fare qualsiasi altro tipo d’intervento, la falda dev’essere bonificata, in quanto l’acqua può essere utilizzata per irrigare i campi o dare da bere agli animali. «Non è evidentemente il caso della nostra falda – precisa il direttore – che dopo pochi metri finisce nel Polcevera. Tuttavia, gli enti hanno ritenuto di tenere un atteggiamento molto formalista al riguardo». A complicare ulteriormente il quadro, il fatto che la falda contaminata si trovi al confine di un’area ancora utilizzata dall’Ilva. Di fronte alla rigidità degli enti, la società ha tentato in diversi modi di bonificare la falda acquifera, incontrando però difficoltà di varia natura: in questo momento si sta lavorando a un’ipotesi di “capping” (applicazione di una membrana impermeabilizzante) che coinvolge però anche terreni limitrofi a quelli di proprietà di Società per Cornigliano. Il costo previsto per questo intervento si aggira attorno ai 5-6 milioni di euro, ma prima ci vuole l’approvazione del progetto da parte degli enti preposti, un iter che si prevede lungo e complicato. «Devo dire che non abbiamo trovato grande collaborazione da parte degli enti pubblici – ammette Da Molo – probabilmente perché siamo noi stessi un soggetto pubblico. Penso che se fossimo un privato avremmo incontrato molta più comprensione».
Le infrastrutture
Tra gli obiettivi principali che hanno portato alla creazione di Società per Cornigliano c’è anche e soprattutto la riqualificazione dal punto di vista infrastrutturale della delegazione ponentina, ovvero la parte più costosa e dagli effetti più visibili. Complessivamente, la Società ha a disposizione circa 70 milioni di euro da investire sul territorio.
«Abbiamo ultimato la strada a mare, a breve inizieranno i lavori di Lungomare Canepa – elenca con orgoglio Da Molo – e abbiamo bandito la gara d’appalto per il raccordo tra la strada a mare e il vincolo autostradale, il cosiddetto “lotto 10″». C’è poi il progetto delle due strade di sponda per collegare la strada a mare con la Val Polcevera ma, anche qui, i tempi saranno purtroppo lunghi: se per via Tea Benedetti (sponda a scendere) è stato presentato il progetto definitivo, si aspettano ancora risposte da Roma per quanto riguarda quello di via Perlasca (sponda a salire). «L’approvazione per il progetto di Lungomare Canepa richiese 15 mesi – ricorda Da Molo – speriamo questa volta ne bastino meno».
Secondo il direttore, l’opera che ha richiesto il maggior sforzo è stata la realizzazione della Strada a mare che sta provando a cambiare radicalmente il volto della viabilità di Cornigliano e per cui sono stati investiti circa 70 milioni di euro, di cui i 2/3 a carico della Società e 1/3 a carico di Anas. «Un’opera difficile – la definisce Da Molo – realizzata in tempi relativamente corretti». “Relativamente” perché, come abbiamo avuto modo di raccontare più volte su Era Superba, l’impresa che aveva vinto il bando (la Carena) era fallita e il procedimento per far subentrare altre aziende ha portato a un ritardo di 12 mesi a cantieri quasi aperti, e i 36 mesi previsti sono diventati 48. Per il raccordo tra la Strada a mare e lo svincolo autostradale di Genova Aeroporto, il famoso “lotto 10”, la spesa stimata è invece di 20 milioni circa.
È rimasta invece indietro (per ammissione dello stesso Da Molo) la riqualificazione dell’area ex gasometri, anche a causa delle continue giravolte dell’amministrazione regionale sulla volontà di dedicare quell’area al futuro “Ospedale del Ponente”. «Se devo dire la mia, penso che un ospedale lì non ci stia – suggerisce Da Molo – soprattutto se parliamo di una struttura da 600-800 posti letto come si è detto». Ma l’Ospedale di Ponente sembra sempre più destinato a rimanere una chimera, sia a Villa Bombrini che sulla collina di Erzelli, perché non ci sono fondi a sufficienza. Per l’area in passato occupata dai gasometri, allora, Società per Cornigliano sta pensando alla realizzazione di un parco pubblico con una palestra o alla possibilità di attrarre aziende dell’elettronica o che fanno videogiochi, sull’onda del successo di iniziative sul tema organizzate in collaborazione con Film Commission. Un progetto che, se mai vedrà la luce, si stima costerà intorno ai 5 milioni di euro.
La riqualificazione del quartiere
Ma la riqualificazione del territorio non è solo infrastrutture. «Abbiamo riacquistato Villa Bombrini e l’abbiamo rivitalizzata da due punti di vista – ricorda Da Molo – quello culturale e quello economico». Le sale interne d’inverno e il parco pubblico esterno in estate ospitano spettacoli, concerti, mostre e ogni tipo di iniziativa culturale, realizzata spesso in collaborazione con le associazioni attive sul territorio. Inoltre, la due giorni dedicata ai videogiochi realizzata in collaborazione con la Film Commission, l’anno scorso ha conosciuto un ottimo successo di pubblico, proveniente anche da fuori Liguria. Dal punto di vista economico, l’ex palazzina direzione della villa oggi ospita il “videoporto”, un progetto che riunisce una cinquantina di imprese del settore audiovisivo, da Telegenova a piccole aziende che producono videogame. Al videoporto, Da Molo è legato in modo particolare: «Quando abbiamo acquistato la villa nel 2008 ci lavoravano 8 persone, oggi ce ne sono più di cento e si tratta di aziende giovani e creative, con prospettive di sviluppo per loro e per il territorio».
La Società si è poi impegnata nella sistemazione di Villa Serra e dei giardini Melis, ha realizzato 2 aree di parcheggio pubbliche (una presso l’ex mensa Italsider in via Bertolotti e una in via San Giovanni d’Acri) e rimesso a nuovo i campetti di calcio di via Minghetti e dell’area ex Dufour. La lista va avanti con l’emanazione di due bandi per la ristrutturazione delle facciate di edifici prospicienti a luoghi pubblici, cui hanno aderito 50 condomini su 200 per un totale di 80 facciate circa, e la riqualificazione di via Verona, via Bertolotti e via Vetrano, il cuore storico di Cornigliano nonché uno degli ultimi posti in cui faticosamente sopravvivono realtà commerciali “di prossimità”, messe in ginocchio dalla crisi e dalla concorrenza della grande distribuzione. Per la ristrutturazione di via Cornigliano, infine, è stato indetto un concorso internazionale, vinto da un team guidato dall’architetto genovese Pinna: per ristrutturare l’arteria principale della delegazione, la spesa prevista è di circa 10 milioni di euro.
Società per Cornigliano darà anche il contributo a questioni non di propria più stretta competenza come lo spostamento del depuratore da via Rolla, per cui fornirà un supporto dal punto di vista giuridico. «Inoltre – conclude Da Molo – ci siamo fatti portatori di altre due questioni molto sentite dal Municipio, ma che non dipendono da scelte nostre: lo spostamento della rimessa degli autobus e quello della stazione ferroviaria. In questi casi, la palla passa a Amt e alle Ferrovie dello Stato». Senza dimenticare i fondi impiegati per i lavori socialmente utile dei dipendenti dell’Ilva in contratto di solidarietà, ma questa è una storia che abbiamo già raccontato.
Sono passati quasi 11 anni dal 29 luglio 2005, giorno in cui l’Ilva di Cornigliano abbandonò la produzione siderurgica a caldo per passare alla produzione a freddo, meno impattante dal punto di vista ecologico. Da allora, il quartiere ha avviato un lungo processo di riqualificazione ambientale mai del tutto completato. Le aree dismesse dall’azienda sono state affidate alla Società Per Cornigliano, un soggetto pubblico finanziato al 45% da Regione Liguria, al 22,5% sia dal Comune di Genova sia dalla Citta Metropolitana e per il rimanente 10% da Invitalia Partecipazioni Spa che fa capo al ministero dell’Economia. Oggi, Comune (non proprio in tutte le sue componenti), Regione e governo chiedono alla Società di Cornigliano una cifra intorno agli 800 mila per integrare il reddito dei lavoratori dell’Ilva ma gli abitanti della delegazione ponentina dicono no: «È già la seconda volta che viene fatta questa operazione – ricorda Paolo Collu, coordinatore di un gruppo di lavoro del Municipio Medio Ponente che raccoglie 21 associazioni di Cornigliano – due anni fa furono utilizzati circa 5 milioni per coprire un buco della cassa integrazione dei lavoratori. Questa volta intendiamo alzare la voce per far capire che non è quello l’utilizzo previsto delle nostre risorse». Un concetto ribadito anche dal vicesindaco del Comune di Genova e anche vicepresidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini: «Due anni fa doveva essere l’ultima volta – dice a “Era Superba” – non possiamo sempre fare l’italietta che fa promesse e poi se le rimangia, io sono abituato a fare quello che dico».
Il dilemma di Cornigliano
Lo scontro nasconde un dilemma di non facile soluzione per il quartiere di Cornigliano: bisogna dare la priorità agli stipendi dei lavoratori o alla riqualificazione del territorio? A propendere per la prima opzione, come detto, un’ampia alleanza che va dal Comune alla Regione fino al Parlamento passando naturalmente per i sindacati dei lavoratori di Ilva.
Lo scorso 26 febbraio al Centro Civico di Cornigliano un’assemblea pubblica organizzata dal Partito democratico ha, di fatto, sancito la pace (o almeno una tregua) tra partito e sindacati (Fiom compresa) dopo le animate contestazioni delle settimane precedenti. Tutti d’accordo su un punto: è la Società per Cornigliano a dover coprire nuovamente i costi per i lavori di pubblica utilità che serviranno a cassintegrati di Ilva ad aumentare il proprio stipendio dal 70% a circa il 77% della retribuzione ordinaria.
All’assemblea hanno partecipato, tra gli altri, l’assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Genova, Emanuele Piazza, e il deputato dem autore dell’emendamento all’ennesimo decreto ‘Salva Ilva’, Lorenzo Basso, decisivo per quanto riguarda gli lpu. I due rappresentanti del partito hanno definito “momentanea” la situazione e promesso che Regione e governo ripristineranno al più presto i fondi per la riqualificazione del quartiere, ma la rassicurazione non è bastata. «Non possiamo lavorare sulle promesse – controbatte Collu – ci servono tempi e impegni precisi su cui eventualmente discutere». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicesindaco Bernini, non invitato all’incontro: «Per Cornigliano si è aperto un tavolo con un elenco di interventi ben preciso, ogni euro tolto alla Società in questo momento è un euro tolto alla riqualificazione del quartiere».
Bernini non si fa certo problemi ad andare contro la linea dominante del “suo” Pd che, anzi, accusa di essere troppo allineato alle scelte della Regione (in questo caso ma non solo). «L’idea di spostare i fondi dalla Società all’integrazione della cassa integrazione dei lavoratori Ilva è stata di Rixi – sostiene – e trovo imbarazzante, anche da un punto di vista politico, che la giunta comunale chieda i soldi a Società per Cornigliano anziché fare una giusta battaglia contro la Regione Liguria. Se, come detto dall’assessore Rixi, il sacrificio è solo di ‘poche miglia di euro’, allora perché non viene fatto con fondi regionali?». Il vicesindaco, dunque, si è detto pronto a votare contro un simile provvedimento in un prossimo cda di Società per Cornigliano, arrivando anche ad ipotizzare le dimissioni dalla stessa qualora, come probabile, non dovesse passare la sua linea.
Un quartiere, tante priorità
Va detto che i circa 800 mila euro chiesti a Società per Cornigliano servirebbero a coprire integrazioni al reddito per lavori di pubblica utilità ai cassintegrati di Ilva solo fino al prossimo 30 settembre. In quella data, infatti, salvo intoppi, dovrebbe apparire molto più chiaro il futuro del gruppo Ilva, con la vendita definitiva della società o un suo affitto come previsto dal bando emanato dal governo, e la storia dello stabilimento (e del quartiere di Cornigliano) potrebbe cambiare bruscamente.
Per questo, secondo i cittadini è necessario dare un’accelerata decisiva al processo di riqualificazione di Cornigliano. «Non c’è un intervento più un importante dell’altro – sottoliena Paolo Collu – e il progetto del Municipio che abbiamo consegnato al sindaco Doria e che attende di essere attivato non prevede alcun ordine ‘gerarchico’ tra le misure da mettere in atto che riteniamo tutte assolutamente di pari importanza». L’elenco, in ordine sparso, comprende la rimessa in utilizzo delle aree ex gasometri inutilizzate dal 2007, ma anche il sostegno ai commercianti del quartiere, che vivono una profonda crisi testimoniata dalla continua chiusura di attività sul territorio. «Poi non posso solo lamentarmi, perché cose ne sono state fatte – ammette Collu citando la riqualificazione di Villa Bombrini e di via Verona – ma in progetto ne abbiamo ancora molte altre».
Lo scontro Bernini-Fiom
In passato, parte dei lavori di riqualificazione del quartiere furono effettuati dagli stessi lavoratori dell’Ilva. Alla già citata assemblea pubblica dello scorso 26 febbraio, l’ex segretario della Fiom di Genova e firmatario del famoso accordo di programma per il futuro dei lavoratori Ilva, Francesco Grondona, ha proposto la stessa soluzione anche per la situazione che si sta andando a configurare. «I lavoratori non vogliono assistenza, vogliono lavoro – ha detto con la sua proverbiale incisività – perché non usare le loro braccia per i lavori di pubblica utilità necessari?». Abbiamo posto la stessa domanda a Paolo Collu, che però ha messo in luce una cattiva gestione dell’esperienza passata: «L’ultima volta fu detto al Comune del coinvolgimento dei lavoratori solo 15 giorni prima l’inizio dei lavori e in quel tempo si sono dovute organizzare le squadre e le attività. Certo, organizzati meglio, i lavori di pubblica utilità sarebbero una risposta corretta».
Critico anche in questo caso Stefano Bernini: «Nella scorsa occasione – afferma il vice di Doria – alcune volte i lavori sono stati fatti bene, altre no. Inoltre, si tratterebbe solo di un palliativo per aumentare di poco il reddito dei lavoratori, anziché investire le risorse nelle opere utili al territorio».
Il rischio implicito della vicenda è quello di generare una guerra tra poveri, in cui i legittimi interessi dei lavoratori vengono messi in contrasto con quelli altrettanto legittimi dei cittadini di Cornigliano. «Io vivo a Cornigliano e sul mio terrazzo trovo spesso due o tre dita di polvere nera – attacca il vicesindaco che è anche stato presidente del Municipio Medio-Ponente – Fiom e Regione Liguria stanno mettendo in piedi un’operazione che toglie risorse ai cittadini di Cornigliano, che non sono certo dei ricchi borghesi».
«È proprio bella Genova» dice con ingenua e autentica semplicità un’anziana signora seduta dietro di noi, sul battello che ci conduce alla scoperta del nostro porto. Le nuvole pesanti e una maccaia che ha veramente poco di primaverile non sono il contorno ideale ma la vista della Superba dal mare è qualcosa che non può non lasciare estasiati, neppure con qualche goccia di pioggia.
Eppure i genovesi la città vista da qui, dal suo elemento naturale per eccellenza, la conoscono mica tanto bene. E, soprattutto, non conoscono bene quella cosa che si colloca proprio a metà tra la città e il mare. Stiamo parlando del porto, il nostro motore economico che troppo spesso è visto come una barriera, un muro tra la terraferma e l’acqua e non come elemento pienamente integrato nel cuore della città e di cui dovrebbe rappresentare un punto di forza irrinunciabile.
«Spesso le persone che parlano del porto – sostiene il viceconsole della Culmv, Silvano Ciuffardi – non lo conoscono perché lo vedono solo dalla città. Invece che considerare Genova una città–porto, si parla quasi esclusivamente del porto in città, come se ci trovassimo di fronte solamente a un fastidio di cui vorremmo fare volentieri a meno».
Il waterfront oggi
Il waterfront nel Blueprint di Renzo Piano
bacini riparazioni navali. Verranno ingranditi, anche grazie al tombamento del Duca degli Abruzzi, e sarà garantito l’accesso a navi da 333 metri. Oggi le riparazioni navali genovesi danno lavoro a circa 3500 persone
il relitto della Concordia all’inizio della demolizione nei bacini delle riparazioni navali.
In primo piano, il molo Giano sede del tragico incidente della Jolly Nero con il crollo della torre piloti.
lo Yacht Club, che con il tombamento del Duca degli Abruzzi verrà spostato più a levante, secondo il disegno del Blue Print
sullo sfondo il cantiere Amico, dedicato alle riparazioni dei grandi yacht di lusso, tra cui quello di Steven Spielberg
la Darsena di Levante, dove sorgerà la nuova torre piloti disegnata da Renzo Piano che sarà alta 70 metri
il porto di Pra’ che oggi movimenta oltre 1 milioni di container all’anno, grazie allo sviluppo lineare delle sue banchine che consente l’attracco delle navi più grandi.
il porto di Pra’ si trasformerà da penisola in vera e propria isola con l’allungamento del canale di calma
sullo sfondo l’area Fincantieri che sarà interessata dai lavori del ribaltamento a mare, con il riempimento di circa 70 mila metri
aree Ilva
terminal Messina
sulla destra l’ex deposito della frutta
il deposito metalli
l’area di Spinelli
la centrale dell’Enel in via di dismissioni. Secondo il nuovo piano regolatore portuale, questa è una delle possibili nuove destinazioni del polo chimico di Multedo
terminal rinfuse
una della grandi difficoltà logistiche del porto di Sampierdarena: il cono areo. A causa della vicinanza dell’aeroporto la navi non possono superare una certa altezza.
il Porto Antico
i magazzini del cotone
terminal traghetti e stazione crocieristica
l’area dei depositi costieri
calata Bettolo, interessata da un riempimento di oltre 180 mila mq che consentirà di movimentare oltre 800 mila container all’anno
Ed è proprio questo, almeno a parole, uno dei principali obiettivi del nuovo piano regolatore portuale che prevede investimenti infrastrutturali per 2 miliardi di euro: riavvicinare i genovesi al porto, far sì che i cittadini possano tornare a vivere almeno una parte degli spazi portuali come successo al Porto Antico dopo l’Expo. Così, nel nuovo numero della rivista cartacea di Era Superba fresco di stampa, abbiamo deciso di dedicare un lungo approfondimento al porto che è e al porto che verrà, cercando di capire quali sono le grandi trasformazioni che ci apprestiamo a vivere nei prossimi decenni e quanto l’economia genovese possa ripartire attraverso il suo fulcro storico.
Anche perché il porto oggi dà da mangiare a molti genovesi e non solo. L’indotto dello shipping all’ombra della Lanterna coinvolge ogni anno almeno 30 mila lavoratori. Di questi ormai solo 1100 svolgono la mansione più antica, quella dei camalli della Compagnia Unica (tradizione vuole che persino Niccolò Paganini iniziò a suonare in questo ambiente, tra i colleghi del padre, durante le pause pranzo): «Negli anni ’80 – raccontano – eravamo più di 6 mila ma ora il lavoro è tutto automatizzato: per uno sbarco o un imbarco merci ormai è sufficiente una decina di persone, un gruista, qualche conducente di mezzi a terra e gli addetti al bloccaggio e sbloccaggio dei contenitori». Ma quando si parla di porto, ci si concentra quasi esclusivamente sui problemi delle infrastrutture e meno sulle difficoltà dei lavoratori: «Il porto – proseguono i camalli – non è una fabbrica: qui il lavoro è fluido, in continuo movimento. Noi dobbiamo garantire una copertura 365 giorni all’anno e 24 ore al giorno con difficoltà logistiche non da poco visto che ogni scalo ha i propri orari di apertura e chiusura su cui devono essere adeguati i nostri turni».
Quelle logistiche sono proprio una delle principali difficoltà che rendono la portualità genovese e ligure, più in generale, periferica a livello europeo. «In realtà – specifica il professor Francesco Parola, docente di Economia marittima e portuale all’Università di Napoli “Parthenope” e membro di Porteconomics – si tratta di una caratteristica comune a tutta la portualità italiana. Certo, i circa 4 milioni di container movimentati ogni anno dalla Liguria possono essere considerati una periferia di lusso. Ma si potrebbe e si dovrebbe fare molto di più».
Gli spazi portuali, seppure non gestiti al meglio, sono saturi: l’unica possibilità per potenziare lo sviluppo dei porti liguri e di quello di Genova, in particolare, è estendersi verso il mare. Per questo – come analizzato nel dettaglio nel nuovo numero della rivista di Era Superba – la metà dei 2 miliardi richiesti per il finanziamento del nuovo piano regolatore del Porto di Genova serviranno a “spostare” più distante le banchine. «Va anche detto – prosegue Parola – che anche verso il mare gli spazi non possono essere infiniti: c’è, infatti, il problema della scarpata continentale che va già a piombo non troppo distante dalla riva. Non si potrà mai, dunque, realizzare qualcosa di simile da quanto avviene in Cina con la costruzione di una vera e propria isola portuale a 35 km dalla terraferma, a cui è collegata con un ponte ferroviario. Si deve, invece, lavorare tantissimo nel miglioramento della logistica con una grande velocizzazione dei tempi di attesa della merce in porto e della sosta delle navi in banchina: un obiettivo che può essere raggiunto solo con l’ottimizzazione trasportistica e il potenziamento delle linee ferroviarie, interne ed esterne al porto».
Per recuperare gli antichi splendori e provare a riprendere la scia dei grandi porti del nord Europa, Genova però non dovrà fare i conti solo con se stessa. La visita pre-elettorale del ministro Delrio ha anticipato alcuni cardini della riforma nazionale sull’organizzazione e gestione dei porti che dovrebbe essere presentata ufficialmente entro fine mese. Che cosa succederà alle concessioni dei terminalisti? Come cambieranno le Autorità portuali con la nascita dei distretti geografici a sostituire i singoli scali? Verrà aumentata l’autonomia delle realtà locali incrementando la possibilità di recuperare l’iva per investire in infrastrutture?
Intanto, Luigi Merlo ha confermato le proprie dimissioni da presidente dell’Autorità portuale. L’addio ufficiale arriverà a fine mese: ecco, dunque, liberarsi un’altra tessera di questo complicatissimo puzzle che troppi genovesi continuano a vivere come qualcosa d’altro da sé e che sul numero #60 di Era Superba (in uscita il 3 giugno) proviamo a rendere un po’ più comprensibile.
I Rolly Days sono un appuntamento ormai immancabile dell’offerta culturale della nostra città. Ogni anno, decine di palazzi storici aprono le porte, gratuitamente, al pubblico per un weekend in cui è possibile visitare spazi di storia genovese normalmente preclusi ai più. Sfruttando un calendario particolarmente favorevole, i #RolliDays2015 si estenderanno per 4 giorni, da sabato 30 maggio a martedì 2 giugno: ciceroni d’eccezione studenti, dottorandi e ricercatori dell’Università di Genova.
Un weekend lunghissimo in cui sarà possibile ammirare 25 Palazzi dei Rolli nel centro storico e alcune delle più belle ville genovesi, di ponente (30-31 maggio) e di levante (1-2 giugno). Tra queste anche Villa del Principe, che aprirà giardino e interni con visite guidate per tutti e quattro i giorni.
Per ingolosire un po’ non solo i turisti che decideranno di passare qualche giorno in città ma soprattutto i genovesi che passano quotidianamente attorno a questi palazzi Patrimonio dell’Umanità Unesco ignorandone o dimenticandone il valore, abbiamo deciso di offrirvi un piccolo antipasto nel corso dello speciale #EraOnTheRoad. Chi si fosse perso i nostri cinguettii live, può rivivere le emozioni della giornata, resa ancora più spettacolare dal primo vero sprazzo di primavera, scorrendo le foto (tante) e i testi (pochi) di questa pagina.
I Rolli di Genova: visita a Palazzo Bianco e Palazzo Rosso
Forse non tutti sanno che i “Rolli” altro non erano che elenchi delle dimore nobili, costruite dalle famiglie aristocratiche più ricche e potenti della Repubblica di Genova, destinate a partire dal 1576 ad ospitare per estrazione a sorte le alte personalità di Stato in visita alla città.
Chi si avventura per Genova attraverso la porta d’accesso della stazione Principe, viene immediatamente risucchiato dal sistema architettonico di quella che allora era considerata un’innovativa cultura residenziale: tra Palazzo Reale e le varie sedi universitarie (Balbi 2, 4 e 5) via Balbi è un piccolo concentrato di Palazzi dei Rolli.
A metà ‘500 i Balbi non erano così abbienti da permettersi Strada Nuova. Ma a fine secolo ecco una “nuova strada” pic.twitter.com/LXrvD2nzPr
Arrivati in fondo alla via, in piazza della Nunziata si staglia inconfondibile Palazzo Belimbau, all’interno del quale si può trovare una delle prime rappresentazioni di Cristoforo Colombo, affrescata da Lazzaro Tavarone. Ma il nostro tour passa rapidamente davanti a questo palazzo per soffermarsi, invece, davanti a una vera e propria chicca dei #RollyDays2015: Palazzo Giacomo Lomellini Patrone, oggi sede del Comando Regionale dell’Esercito, che dal 30 maggio al 2 giugno sarà per la prima volta aperto al pubblico. Ecco qualche piccolo suggerimento degli splendidi affreschi di Domenico Fiasella e Giovanni Carlone (e non solo) che potrete ammirare.
Di fronte a Palazzo Lomellini Patrone, si apre Strada Nuovissima, oggi meglio nota come via Cairoli, che sfocia nella via dei Rolli per eccellenza: via Garibaldi, già Strada Nuova. Da qui inizia un vero e proprio concentramento di Rolli: in totale sono 42 quelli inseriti nel sito Unesco che salgono a 80 se allarghiamo un po’ di più i confini a tutta la cornice del Centro Storico. Ma, in realtà, sono molti di più i palazzi storici genovesi che possono forgiarsi del titolo di “Rolli”. Insomma, parafrasando uno slogan pubblicitario di successo: i Rolli sono tutti intorno a noi. E per averne un’idea, che cosa c’è di meglio che uno scorcio dall’alto del “miradore” di Palazzo Rosso?
Ma a Palazzo Rosso e alla scoperta degli intrecci di vita nobiliare genovese che racchiude si è concentrata buona parte della nostra visita.
Tra le chicche della nostra visita, anche il cosiddetto “Appartamento dell’amatore d’arte”, storica dimora di Caterina Marcenaro e a cui pure la rivista “Domus” dedicò un approfondimento ad hoc. Ma Palazzo Rosso ci ha riserbato parecchie sorprese, non ultima il mitico libro di P.P. Rubens, un vero e proprio studio architettonico dei “Palazzi di Genova” realizzato per importare ad Anversa il “modello Genova”, e che ci viene mostrato dal direttore dei Musei di Strada Nuova, Piero Boccardo.
I tempi del nostro “antipasto” di #Rollidays2015 si assottigliano, così a Palazzo Bianco abbiamo solo pochi minuti per gustarci una rapida passeggiata tra i quadri della mostra che lancia la volata verso #Expo2015: “La cucina italiana. Cuoche a confronto”. Nelle antiche stanze della famiglia Brignole Sale trova ospitalità il confronto tra le due cuoche di Bernardo Strozzi. Se volete giocare un po’ con l’arte, divertitevi a trovare le differenze.
Per visitare al meglio tutta la storia di Strada Nuova non basta assolutamente una giornata, figurarsi la modesta mattinata che avevamo a disposizione. Per lasciarvi la voglia di venire a visitare gli storici Palazzi di Genova, ci salutiamo con un genovesissimo “tucca e leva” a Palazzo Tobia Pallavicino, sede della Camera di Commercio.
L’ultimo sopralluogo di #EraOnTheRoad ci ha portato a visitare un tratto dell’acquedotto storico di Genova: abbiamo scelto di partire da via di Pino, dando seguito alla segnalazione di una nostra lettrice, Antonietta, che ci ha accompagnato sul posto. Arrivati a Molassana abbiamo preso l’autobus 481 fino alla fermata successiva al campo sportivo; una volta scesi abbiamo incontrato Antonietta e Fausto, membro della sezione del CAI locale, ed abbiamo lasciato la strada asfaltata per giungere in pochi minuti, grazie ad un sentiero, sul tracciato dell’acquedotto.
La segnalazione che ci è pervenuta informava la redazione del grave stato di abbandono in cui versa questo tratto dell’acquedotto storico, sia da un punto di vista di degrado materiale della condotta, sia dal punto di vista dell’inquinamento ambientale di una zona molto bella, tradizionalmente sfruttata dagli abitanti dei quartieri limitrofi per passeggiate ed escursioni.
Incontriamo quasi subito una prima sezione dell’acquedotto la cui copertura in lastre di pietra è mancante: «In questo caso – sottolinea Antonietta – chi di dovere ha pensato bene di installare un paio di ringhiere e fare di fianco una gettata di ghiaia, non sarebbe stato più opportuno ripristinare le pietre a chiusura della condotta?» Mentre seguiamo il percorso dell’acquedotto Antonietta racconta che «Da sempre è noto che questa zona è soggetta a frane e smottamenti, infatti in diversi punti è ancora oggi possibile apprezzare sdoppiamenti del condotto, frutto della sovrapposizione di diversi lavori di ripristino effettuati negli anni, almeno fino a quando l’acquedotto aveva un’importanza centrale perché veniva usato. Poi mano a mano è stata interrotta la manutenzione e ad ogni alluvione ci sono nuovi cedimenti e crolli».
In pochi minuti raggiungiamo una frana che ha letteralmente tagliato la struttura della condotta: una gran massa di detriti si è staccata dal versante in occasione delle ultime violenti piogge, ed ha travolto la struttura, tranciandola di netto e rendendo difficoltoso il passaggio. «Tradizionalmente – spiega Antonietta – questa zona è meta di passeggiate per residenti, spesso anziani o bambini, per i quali ora è certamente più difficile fruire della bellezza e della tranquillità di questi luoghi. Fino a non molto tempo fa era possibile seguire agevolmente il tracciato della condotta anche in bicicletta, ma oggi per farlo è necessario in diversi punti portare la bicicletta in spalla. Ovviamente il problema è più grave per coloro i quali hanno minor facilità nei movimenti ed una peggiore condizione fisica».
“…non abbiamo titolo e strumenti a fare interventi permanenti, che pure in molti casi non sarebbero onerosi.”#EraOnTheRoad
Superando la frana si possono notare alcuni interventi, realizzati con materiali di fortuna da residenti e volontari, volti a recuperare la fruibilità del passaggio almeno a piedi: «Sono diversi i lavori che gli abitanti della zona volenterosi portano avanti – racconta Fausto – a partire da piccoli lavoretti di ripristino, fino alla pulizia da rovi e vegetazione, che altrimenti in poco tempo invaderebbero i sentieri». Infatti l’importanza di questo tratto dell’acquedotto, oltre che dal valore d’uso per gli abitanti e dal valore storico della struttura, è costituita anche dalla fitta rete di sentieri e piccole strade mattonate che collegano il percorso della condotta al territorio circostante, formando una sorta di reticolo in grado di permettere lo spostamento da una zona ad un’altra a piedi, immersi nel verde. «Uno dei problemi – aggiunge Antonietta – è che non possiamo nemmeno ipotizzare in autonomia interventi più consistenti: opere di carattere permanente potrebbero essere considerate abusive, e chi le ha messe in pratica potrebbe anche rischiare dei problemi legali. Ci piacerebbe in questo senso che le istituzioni si preoccupassero di più di mettere in condizione cittadini e volontari di dare il loro contributo alla manutenzione dell’acquedotto. Avremmo bisogno per questo di una autorizzazione ad effettuare interventi, e magari, anche se sappiamo che in questo periodo le risorse in mano alle amministrazioni scarseggino, un piccolo sostegno, almeno in materiali, sarebbe opportuno: noi potremmo metterci gratuitamente la mano d’opera, in fondo non si tratterebbe di un impegno così oneroso».
Nel frattempo la nostra visita continua gradevolmente offrendo scorci fantastici, anche se purtroppo continuiamo ad incontrare buchi nella copertura della condotta, a causa di lastre rotte o del tutto mancanti. In alcuni punti è anche possibile notare rattoppi realizzati in cemento, sicuramente destinati, vista la matura del materiale, ad un veloce deterioramento.
Fausto spiega inoltre come il tracciato dell’acquedotto sia stato inserito dal CAI locale, del quale lui è un iscritto, in diversi itinerari escursionistici. In particolare il tratto di acquedotto che abbiamo visitato è compreso in un anello che conduce da via Piacenza, di fronte alla chiesa del quartiere San Gottardo, a visitare il forte Diamante, in vetta all’omonimo monte, le trincee napoleoniche a dente di sega, e le neviere di recente individuate e ripristinate grazie al CAI, per poi seguire il tracciato dell’acquedotto sulla via del ritorno. Questi itinerari escursionistici sono tra l’altro segnalati da apposite tabelle con le indicazioni realizzate ed installate da volontari appassionati come Fausto: «La cosa assurda – spiega lui – è che periodicamente qualcuno si prende la briga di distruggere questa nostra segnaletica, non riesco a capire chi possa fare una cosa simile, e a chi i cartelli che abbiamo posizionato, e che continueremo a rimettere, possano dare fastidio. Oltre alle bellezze della natura, gite simili sono anche in grado di far apprezzare e conoscere la storia locale, grazie a grandi opere architettoniche come l’acquedotto, o le fortificazioni, ma anche grazie ad opere certo meno imponenti ma altrettanto significative; basti pensare alle neviere, che sono la testimonianza degli usi e costumi che ci erano propri, in fondo non poi così tanto tempo fa».
«Un altro peccato – continua Fausto – è quello di lasciare all’abbandono ed alla ruggine dei manufatti in ferro che hanno un certo pregio». Ed infatti in pochissimo incontriamo prima una ringhiera e poi un bel cancello in ferro: «Vedi – dice Fausto indicando le giunture degli oggetti – non si tratta di saldature, che al tempo non c’erano, ma di imbullonature realizzate a mano. Per me lasciare così degli oggetti simili dovrebbe essere un reato».
È bene sottolineare che, fortunatamente, questo stato di abbandono non riguarda in generale l’intero tracciato dell’acquedotto; la porzione di opera che val ponte sifone fino a Staglieno è quella che presenta maggiori criticità, mentre dal ponte sifone in su, cioè verso monte le cose vanno meglio: «Il Circolo Culturale Via Sertoli fa un gran lavoro con la manutenzione di quella parte di acquedotto, però purtroppo non sono attivi su questa zona, che è dolorosamente lasciata a se stessa».
Arriviamo in prossimità di un tratto del percorso che, mi viene spiegato, è gravemente inquinato da due tipi di rifiuti: materiale edile abbandonato, e una piccola baraccopoli, ora deserta, in cui i rifiuti la fanno da padrone. Residui di recinzioni, materiale plastico e le classiche reti rosse da cantiere non si fanno attendere, e fanno capolino dalla vegetazione, che inarrestabile le sta man mano inglobando. Ma ben più grave è lo spettacolo che troviamo al nucleo di baracche, la cui condizione, ci avevano anticipato Antonietta e Fausto costituisce un problema, anche igienico. Va sottolineato come la passata convivenza fra i residenti del quartiere e gli abitanti di questo piccolo villaggio abusivo non sia stata per nulla facile, ma ora che se ne sono andati, almeno a quanto sembra e a quanto i nostri accompagnatori ci riferiscono, i problemi non sono finiti: esiste infatti un seria necessità di bonificare il posto. “L’eco-villaggio”, come lo chiama Antonietta in maniera simpaticamente ossimorica, sorge lungo il tracciato dell’acquedotto, in prossimità di un rudere con le porte murate e senza tetto, adibito ad enorme cassonetto della spazzatura: l’edificio è infatti stato riempito di rifiuti di ogni genere, che per altro giacciono anche sparpagliati a terra tutto intorno. Le baracche sono una quindicina, tutte almeno apparentemente prive di inquilini abituali. La varietà ed il numero di oggetti, rotti e non, sparsi al suolo è piuttosto impressionante: si va dalla lavatrice, al passeggino fino al tostapane, si tratta ormai di una discarica abusiva. Dovrebbe essere inutile sottolineare la necessità di bonificare una simile situazione in posto così bello e prezioso intrinsecamente e grazie alla presenza di un bene di alto valore storico. Guardando con attenzione si può anche notare amche che alcune lastre di copertura dell’acquedotto sono state utilizzate come elemento costitutivo di queste improvvisate abitazioni.
Abbandonato il deserto villaggio ci dirigiamo verso la meta finale del sopralluogo, deviando leggermente dal tracciato dell’acquedotto: si tratta di una splendida cascatella, che ristora gli occhi dopo il sopralluogo alla baraccopoli. «Qua –racconta Antonietta- era solito venire mio figlio in bicicletta a giocare quando era piccolo. Ora lui ha quarant’anni, ma è una sofferenza pensare che altri bimbi vengano privati di questo piacere e questa libertà, ai tempi lui ci veniva da solo e io non avevo alcun timore, non era pericoloso. Ora non credo sarebbe più possibile, senza dire che se continua questo abbandono totale dell’acquedotto si rischia letteralmente, fra crolli e vegetazione, la sua scomparsa».
Durante la preparazione dell’articolo e del sopralluogo sull’acquedotto storico abbiamo fatto avere la documentazione fotografica realizzata agli assessori comunali Crivello e Garotta, oltre che a Gianelli, presidente del Municipio della Media Val Bisagno: rimaniamo in attesa di un commento o di una presa di posizione delle istituzioni sulle condizioni di questo prezioso patrimonio comune.
Davanti ad uno scorcio perfetto, un angolo di Liguria con i muretti a secco, le vigne in leggera pendenza e la Basilica dei Fieschi che si staglia contro il cielo azzurro. Siamo a San Salvatore di Cogorno; l’aria della mattina è gelida e sferzante nonostante il sole, e le vigne sembrano riposare sotto lo sguardo benevolo della basilica.
Daniele Parma, viticoltore per professione e per passione, ci aspetta sulla strada: siamo in ritardo e saltando i convenevoli ci incamminiamo verso la vigna. Daniele ha la schiettezza e la ruvida timidezza tipica di tanti liguri e quando parla di vino la competenza, la dedizione e la passione emergono con una forza che è impossibile non notare. Camminando tra i filari di vermentino ci racconta la sua storia «Ho iniziato a lavorare nella distilleria di famiglia ma nel 2004 ho deciso di mettermi in proprio perché avevo capito che la vigna e il vino erano la mia strada. Nel 2007 ho iniziato a recuperare vigne abbandonate, lavorando sulle piante esistenti e, in alcuni casi, piantandone di nuove: questa – dice indicando con la mano i filari intorno a noi – è una di quelle vigne. Alcune di queste piante hanno quarant’anni»
Oggi Daniele, con la sua azienda agricola, La Ricolla, può contare su quattro ettari di vigna per un produzione di circa 25.000 bottiglie. Oltre al vermentino che cresce nel vigneto di San Salvatore di Cogorno, Daniele produce una bianchetta da una vigna che si trova alla Prioria di Carasco e un rosso da uve sangiovese e ciliegiolo coltivate a Tolceto. Dalle sue parole emerge chiaramente l’amore del vignaiolo per il vermentino che «può toccare vette qualitative davvero importanti» ma ci piace la schiettezza con cui Daniele ci parla della bianchetta «è un vitigno del nostro territorio, un vino bianco fresco, da focaccia. Non facciamolo diventare quello che non è». Il sangiovese è una scelta che ci stupisce: «Quando ho deciso di mettere il sangiovese mi hanno dato tutti del matto. Non è un’uva di queste parti, è un vitigno nervoso, difficile ma io ne sono innamorato da sempre». Camminiamo tra i filari e Daniele ci mostra alcune foglioline verdi sulle piante «A dicembre questo non si è mai visto. E pensa che la prima brina l’abbiamo avuta solo in questi giorni. Si sentono tanti ragionamenti e tante teorie ma io guardo i fatti: sono 28 anni che lavoro in questo settore e in questo territorio e posso dire che il clima è davvero cambiato».
E qui scatta la fatidica domanda, la croce di tutti i viticoltori in questo anno così anomalo e piovoso “Come è andata la vendemmia?” «Sicuramente non è stata un’annata facile. Ma settembre è stato un buon mese e io ho scelto di correre dei rischi sfruttandolo appieno e vendemmiando tra gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre. Ho rischiato tanto ma ho raccolto un prodotto di qualità». Ma com’è fare il viticoltore in Liguria? «Non è facile. Innanzitutto per la morfologia stessa del territorio: questa vigna è relativamente agevole, con una pendenza limitata ma, per esempio, la Prioria, dove ho la bianchetta, ha una pendenza importante e non è semplice da lavorare.E poi in Liguria non è facile perché a livello istituzionale manca spesso un sostegno e tra di noi non siamo in grado di fare sistema cosa che invece altrove sono stati in grado di fare. Comunque va detto che qui a Levante, per l’iniziativa dei singoli, la viticoltura negli ultimi anni sta crescendo e c’è un bel fermento». Daniele vende la maggior parte delle sue bottiglie tra Recco e Moneglia e da un paio d’anni, grazie ad un piccolo importatore, spedisce a New York circa il 10% della sua produzione. Ma la sua vocazione non è certo commerciale e ad un certo punto della nostra chiacchierata ci regala una frase che racchiude il senso del suo essere viticoltore «Il vino si fa in vigna. E’ lì che passo tanto tempo. Intervengo il meno possibile, osservo. Fare il vignaiolo significa saper leggere tra le righe».
Queste parole ci accompagnano anche durante la visita alla cantina che è accanto alla distilleria F.lli Parma, l’ultima attiva in Liguria, oggi gestita dal fratello di Daniele. In cantina troviamo solo acciaio, niente legno. E anche qui Daniele lavora riducendo al minimo gli interventi sul vino: «Pulizia e attenzione sono i due ingredienti fondamentali per lavorare su un vino che sia il più naturale possibile». Ci soffermiamo sull’assaggio del Berette, il vino su cui in questi ultimi anni Daniele ha investito più energia. Le berette in genovese sono le bucce. Ed è proprio sulle bucce che questo vermentino in purezza fa una macerazione di 4 giorni che diventano 6 per quello di quest’anno che assaggiamo direttamente dalla vasca di acciaio «Erano anni che provavo a fare questo vino; i primi tre anni ho buttato via tutto. L’anno scorso finalmente ho ottenuto quello che volevo».
Al di là del fatto che il vino ha bisogno ancora di un po’ di tempo prima di arrivare all’imbottigliamento, si capisce al primo assaggio che il Berette di Daniele unisce alla freschezza del vermentino una ricchezza che al palato lo rende particolarmente avvolgente. È un vino bello e ambizioso che, nel solco della tradizione, ci racconta una storia di passione e dedizione. E da quello che vediamo nel bicchiere possiamo dire che il Berette crescerà ancora perché il tempo potrà solo giocare a suo favore.
Il sopralluogo di #EraOnTheRoad di questa settimana ci ha portato a visitare in diretta Twitter il quartiere di Sturla, in compagnia di Francesco , residente ed attivista del “Comitato in Difesa di Sturla”.
La nostra visita inizia da Piazza Cadevilla, nelle immediate vicinanze di Piazza Sturla, dove ha sede il deposito e stoccaggio di materiali da costruzione della ditta Viziano, oltre che di “zetto”, che viene scaricato ed ammucchiato nel piazzale: «Nei giorni secchi e ventosi – racconta Francesco – si alza una gran quantità di polvere. Sembra assurdo concepire un’attività di questo genere nel cuore di un bel quartiere come Sturla. Da segnalare anche la vicinanza con il liceo M.L. King, dove i ragazzi sono costretti a stare ore in un ambiente insalubre. Inoltre nell’area attorno alla piazza c’è una situazione non decorosa, anche quella rischiosa da un punto di vista sanitario, a causa di topi e sporcizia».
Effettivamente la piazza è puntellata di costruzioni fatiscenti, divenute evidentemente ricettacolo di immondizia ed abbandonate a sé stesse «Quella di Piazza Cadevilla è una problematica che permane da più di vent’anni, quando il Comune cedette l’area a Viziano Costruzioni».
Altrettanto vicina a Piazza Sturla, ma dalla parte opposta della strada, sorge invece l’ex-Casa Littoria o Casa del Soldato, che costituisce la seconda tappa della nostra visita. Era Superba si è già occupata di questo edificio nel marzo 2013, sarà cambiata la situazione? Purtroppo no, lo stabile è ancora in disuso, e non ci sono elementi che facciano presagire una veloce presa in carico da parte delle amministrazioni e del demanio (proprietario dell’immobile) del destino di uno spazio che potrebbe diventare una risorsa per Sturla, anzi che costituire un problema: anche in questo caso la prossimità con edifici scolastici pone la questione dell’igiene a causa di topi ed animali che hanno colonizzato la zona.
«La Casa del Soldato fino a qualche anno fa era abitata almeno nella sua parte superiore da ufficiali dell’esercito. Da quando se ne sono andati lo stabile è nel più completo abbandono. Pensare che potrebbe, con un piccolo investimento, essere utilizzato con finalità pubbliche, come richiesto dal nostro Comitato circa 5 anni fa. L’abbandono è completo, l’edificio è diventato il regno dei roditori, tanto da rendere praticamente inutili le disinfestazioni nelle scuole vicine». Dunque il problema, oltre a riguardare la pulizia e la salubrità della zona, riguarda il mancato sfruttamento di uno stabile pubblico che non avrebbe bisogno di ristrutturazioni straordinarie, ma semplicemente di un pochino di ordinaria manutenzione, come dimostrano le finestre, spesso aperte ed a volte rotte, dal vento o da qualche vandalo. Prima di procedere con la prossima tappa del sopralluogo, gli impianti sportivi ed il giardino pubblico di Villa Gentile, ci soffermiamo a vedere come l’ingresso posteriore ai giardini di Via Chighizola sia stato reso impossibile da una frana frutto delle recenti ondate di straordinario maltempo.
Con un breve spostamento ci rechiamo dunque, sempre in compagnia di Francesco, nell’area di Villa Gentile. Anche di quest’area Era Superba si è occupata recentemente. L’impianto sportivo di Vila Gentile è al centro di una vertenza che vede contrapposti il Comitato per la Difesa di Sturla e la società Quadrifoglio, affidataria degli sopazi comunali. La principale accusa mossa a Quadrifoglio è quella di non aver dato seguito all’impegno di mantenere aperti e fruibili alla cittadinanza i giardinetti pubblici limitrofi alla pista per l’atletica, ma di tenere anzi chiusi tre dei quattro accessi, rendendo di fatto possibile accedere all’area verde se non attraversando il campo di atletica. Dal canto suo la società che ha in gestione l’impianto replica che i cancelli sono tenuti chiusi per motivi di sicurezza, a causa di lavori in corso, oltre che per la difficoltà nel gestire economicamente anche la manutenzione degli spazi verdi. «L’unico lavoro sul giardino che abbiamo visto –spiega Francesco- è la rimozione di una transenna che divideva la pista ed il giardino, che pare sia stata effettuata senza i permessi necessari. Il risultato è di fatto quello dell’annessione dello spazio che dovrebbe essere di uso libero e pubblico al campo sportivo».
Recandoci sul posto lo stato di abbandono del giardino pare evidente: rifiuti, vegetazione incontrollata e cancelli chiusi. «Un problema aggiuntivo – incalza Francesco – sempre derivante dalla chiusura degli accessi al campo, è costituito dal fatto che uno di questi varchi era previsto come via di fuga dalla vicina materna in caso di emergenza. Si è dovuto programmare un piano di evacuazione temporaneo, che prevede il deflusso delle scolaresche in un’area molto meno funzionale, compiendo un tragitto che prevede anche l’attraversamento di una strada percorsa dalle macchine: una soluzione sicuramente meno felice della precedentemente che sfruttava il campo di atletica come via di fuga».
Ultima questione legata a Villa Gentile è quella del parcheggio annesso, una volta ad uso degli spettatori delle gare, ed attualmente adibito a parcheggio privato. Recandoci sul posto abbiamo notato come sia anche esposto un cartello che annuncia la possibilità di affittare dei posti macchina, una situazione che a prima vista sembrerebbe normale, ma Francesco tuona: «Ci sembra assurdo, non è certo facile venire in macchina ad assistere a delle gare; personalmente ho dei dubbi sulla legittimità di un uso simile del parcheggio». Per quanto riguarda Villa Gentile, in buona sostanza, abbiamo potuto constatare come la situazione sia sostanzialmente tale e quale a quella che avevamo raccontato a Giugno.
Francesco ci accompagna infine alla ex-Casa del Dazio, un piccolo edificio in Via dei Mille, dismesso da una trentina d’anni. Lo stabile è chiuso e transennato, come inaccessibile è anche il parcheggio retrostante. «Originariamente la struttura sarebbe dovuta andare alla Polizia, ma nel 2004 – racconta Francesco – è stato compiuto un doppio attentato dinamitardo ai danni della vicino commissariato: da allora sono stati chiusi e transennati sia la casa de Dazio, che il parcheggio, e tutto è rimasto immutato fio ad oggi».
«A mio parere – conclude Francesco – la situazione del nostro quartiere non è certo ottimale. Sturla è una zona molto bella, con angoli e scorci meravigliosi, ed è un vero peccato che sia così mal gestita. Con interventi poco onerosi e volontà politica si potrebbero restituire alla cittadinanza aree verdi e spazi pubblici. A parole specialmente dal Municipio abbiamo ricevuto promesse e rassicurazioni, vedremo in cosa si tradurranno concretamente».
Ieri, in occasione del consueto sopralluogo in diretta Twitter di #EraOnTheRoad, siamo andati a far visita alla Caserma Gavoglio, il gigante di oltre sessantamila metri quadrati ubicato nel cuore del Lagaccio. L’area, come è noto sostanzialmente dismessa da diversi decenni, potrebbe costituire un mezzo di sviluppo e maggiore vivibilità per il quartiere che la ospita, afflitto come è dalla carenza di spazi e dall’eccessiva quantità di edifici.
Era Superba si è occupata a lungo del futuro della Gavoglio (qui l’approfondimento): la Caserma è ancora quasi totalmente sotto la responsabilità del Ministero della Difesa, che si è tuttavia impegnato a cedere gratuitamente l’area al Comune di Genova a fronte della presentazione di un progetto di riqualificazione complessivo. La scadenza di questo processo è stata fissata esattamente fra un anno, nel dicembre del 2015.
Nel frattempo, come primo passo del passaggio di proprietà della Caserma, al Comune è stato ceduto piazzale Italia, la piazza antistante la struttura: per questa porzione dell’area è stato approvato un progetto di ristrutturazione minimale, che sarebbe servito a rendere almeno la piazza immediatamente fruibile per il quartiere.
Abbiamo contattato Enrico Testino, attivista del comitato Voglio la Gavoglio, che ci ha spiegato come questi lavori dovessero essere pronti per giugno dell’anno corrente, quando in realtà si è ancora lontani dalla loro positiva conclusione. Come si può facilmente vedere appena giunti al cospetto della struttura, gli interventi fino ad oggi realizzati sono transennamenti e impianto di reti per tutelare la sicurezza immediata delle persone, ma ancora manca quella parte della ristrutturazione volta a rendere pienamente fruibile lo spazio alla cittadinanza. Ancora attesa, infatti, la nuova asfaltatura del piazzale e il ripristino, preventivato dal progetto iniziale, di una stanza all’interno delle costruzioni della Caserma destinata ad associazioni e comitati del quartiere: «A quanto ci risulta sono stati anche stanziati diciannovemila euro per questi lavori – ci spiega Testino – non capiamo quindi il motivo che ci ha portato ad oggi in questa situazione».
Per il resto dell’area, come accennato, il processo di trasferimento di proprietà al Comune è in atto, ed è subordinato alla presentazione di un progetto complessivo di recupero che dovrà anche essere concertato con la Soprintendenza, visto che parte degli stabili sono vincolati per il loro valore storico. Abbiamo incontrato l’Assessore all’urbanistica Stefano Bernini che ci ha fatto il punto della situazione circa lo stato della procedura e del futuro della Caserma Gavoglio.
Con la Giunta Vincenzi era stato ipotizzato un percorso per il recupero dell’area che faceva perno sulla edificazione di nuova cubatura a destinazione residenziale, infatti ci spiega l’assessore: «Fino a poco temo fa la Caserma era considerata un bene dello Stato che se il Comune voleva avere a disposizione doveva pagare ben quattro milioni e mezzo di euro, fatto che rese necessario trovare il modo per recuperare quei soldi. La Giunta Vincenzi pensò di affidare ad una immobiliare il compito di effettuare una stima ed un progetto che prevedeva appunto il finanziamento attraverso le nuove abitazioni, sollevando numerose proteste. Noi, anche grazie all’accordo con la Difesa, abbiamo cambiato il piano regolatore, e abbiamo stabilito che lì non si possono realizzare nuovi volumi, al massimo si può abbattere qualcosa di quello che non è protetto dalla Soprintendenza, bisogna salvaguardare lo spazio pubblico, con particolare attenzione al verde. Il Patrimonio e la Soprintendenza devono ora, sulla base di queste direttive, elaborare un progetto».
È stato affidato a Ri.Genova, la società a responsabilità limitata partecipata dal Comune e specializzata in operazioni immobiliari e di riqualificazione urbana attraverso il mercato finanziario ordinario, il compito di presentare nei prossimi giorni un piano di intervento relativo ad un primo lotto, sicuramente entro fine anno. «Stiamo parlando della parte bassa della Caserma. Sicuramente una parte degli stabili esistenti, nel rispetto delle caratteristiche architettoniche che gli sono proprie, andrà recuperato ad un uso residenziale, così da poter finanziare la realizzazione del parco, degli spazi pubblici e di quelli destinati all’associazionismo. Si tratta per altro di una parte dalla Caserma che già originariamente era destinata a questo tipo di utilizzo. Poi gli edifici di minore pregio secondo me potrebbero essere abbattuti per dare maggiore respiro al quartiere, già densamente cementificato. Bisogna procedere a pianificare per lotti il lavoro, individuando un cronoprogramma sicuro, almeno per la fase di progettazione, al fine di rientrare el termine della fine dell’anno prossimo, obiettivo che credo proprio riusciremo a raggiungere».
Per quanto riguarda i tempi della conclusione vera e propria dei lavori non è ancora possibile fare previsioni realistiche. «Ora la priorità è trovare chi è in grado di portare il progetto avanti e finanziarlo, considerato che le casse del Comune sono in crisi anche a causa delle alluvioni, avremo a breve un incontro con il Patrimonio per stabilire queste questioni, unitamente ad un cronoprogramma preciso. Io ho consigliato di appoggiarsi a Ri.Genova per la realizzazione degli altri lotti (così come è avvenuto per il lotto più a mare, senza dimenticare che in tutto questo processo dobbiamo coinvolgere e condividere progetti ed idee con la cittadinanza e con la Soprintendenza): l’azienda potrebbe trovare risorse sul mercato».
Chiediamo a Bernini se immagina necessarie altre fonti di finanziamento dell’opera, o se ritiene sufficiente la ricerca di capitali di investimento esterni a Tursi: “Il Patrimonio potrebbe decidere di destinare delle risorse a questo lavoro, e credo che comunque sarà necessario, almeno per quanto riguarda la progettazione iniziale».
Un ulteriore problema per il quale abbiamo chiesto lumi all’assessore è la presenza di amianto nelle coperture dei capannoni della Caserma: «La Difesa ci ha assicurato di avere compiuto tutti gli adempimenti atti a mettere il materiale in sicurezza. Certamente con i lavori andrà rimosso, e sarà uno dei costi grossi dell’operazione».
Non rimane che augurarsi che l’Amministrazione nel suo complesso riesca a non perdere l’occasione di recuperare questo grande spazio, che potrebbe diventare un importante polmone verde per il Lagaccio, un quartiere piuttosto congestionato, sia da un punto di vista della viabilità , sia dal punto di vista della densità abitativa.
Carlo Ramoino
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Ad un anno dal nostro ultimo sopralluogo, #EraOnTheRoad torna al Carmine per documentare non solo lo stato di avanzamento degli ambiziosi progetti di abitanti ed associazioni per rivitalizzare questo bellissimo e prezioso angolo di Genova, ma anche la gravità del dissesto delle creuze, che negli ultimi mesi ha raggiunto dimensioni e velocità molto preoccupanti, una vera e propria emergenza.
Arrivati in Piazza del Carmine ci dirigiamo in Piazza della Giuggiola dove abbiamo appuntamento con Marta Nadile, abitante del quartiere e titolare della “Giuggiola”, un laboratorio-negozio di abbigliamento; Marta è anche membro del Cantiere Idee per il Carmine, un attivo gruppo di residenti che si è da tempo distinto per le proposte e le attività poste in essere al fine di riqualificare la vita del quartiere. Già in Salita San Bernardino possiamo notare un certo dissesto della mattonata e delle pietre di fiume che costituiscono la pavimentazione storica di questi vicoli, oltre a vistose riparazioni realizzate alla meglio con asfalto e cemento.
Ma è solo arrivando in Vico della Giuggiola che si può notare tutta la gravità della situazione: avvallamenti, buchi e piccole voragini rosicchiano la creuza, rendendo necessario muoversi con una certa attenzione per evitare storte o cadute.
Purtroppo non va meglio in piazza, dove trovo Marta nel suo laboratorio; si tratta di uno spazio articolato in due ambienti, in uno dei quali spesso vengono ospitate mostre ed eventi culturali. Attualmente si può apprezzare una mostra di oggetti, dischi e foto dedicata allo scomparso cantante Freak Antoni, ma scopriremo più avanti qual è il legame fra questo personaggio e la zona della Giuggiola.
Marta ci spiega che la situazione è piuttosto grave, va avanti da anni, ma negli ultimi sei mesi l’accelerazione del processo si è fatta veramente preoccupante. «Il problema– spiega –ha una doppia natura: da una parte, come in tutte le zone collinari del centro storico, ci sono dei rivi sotterranei che scorrono in dei canali costruiti centinaia di anni fa dei quali sostanzialmente non sappiamo lo stato di conservazione, ma il problema più grande sono i lavori avvenuti nel 2010 per un intervento sul sistema fognario. Questo intervento, realizzato dalla COSME Srl, è stato fatto in maniera non adeguata, e ci siamo subito resi conto di questa situazione. Il problema è stato il ripristino della pavimentazione che non è avvenuto assolutamente a regola d’arte, come abbiamo documentato fotograficamente e segnalato in Comune già allora inviando mail ripetute quando i lavori erano ancora in corso: non abbiamo mai ricevuto risposta. In molti punti sono sparite le originali pietre di fiume che componevano l’acciottolato, sono stati fatti rattoppi di cemento e asfalto che in breve si sono sgretolati, determinando un progressivo susseguirsi di crolli e piccole voragini».
Marta mi fa notare, come esempio dello stile con cui sono stati condotti questi lavori del 2010, come la mattonata ad un certo punto sia stata interrotta da una gettata di cemento: «Nelle condizioni attuali l’accesso alla piazza rischia di essere proibitivo per persone con ridotte capacità motorie; recentemente è scomparso un anziano residente che negli ultimi tempi era costretto a spostarsi con una stampella, se fosse ancora qua non so come avrebbe fatto».
Oltre al degrado grave della strada la cosa che preoccupa i residenti sono anche le lunghe crepe sul muro di Vico della Giuggiola: «Terranno questi muraglioni?», si chiede preoccupata Marta. «Oggi – continua – grazie all’interessamento dei media al problema e all’intervento della signora Valentina del sindacato dei piccoli proprietari che ha tempestato l’assessore Crivello di messaggi, abbiamo ottenuto un incontro con preventivo sopralluogo di tecnici comunali: ci hanno garantito che i lavori sarebbero iniziati in una decina di giorni. Non è la prima volta che ci dicono cose simili, e abbiamo paura che passino i mesi senza che accada nulla, come è già successo in passato; non è un problema di soldi, perché pare che i fondi ci siano effettivamente. La nostra preoccupazione è poi non solo che i lavori vengano fatti in fretta, ma soprattutto che vengano fatti in maniera adeguata, è un vero peccato trattare così una piazza di questo valore estetico e storico». Abbiamo poi raggiunto telefonicamente Stefano Bruzzone, responsabile dell’associazione Cantiere Idee per il Carmine, al quale abbiamo chiesto quale sia dal suo punto di vista la situazione, e a che punto sono i progetti di riutilizzo delle aree al centro dei loro progetti: «Attualmente gli sforzi del Cantiere sono rivolti prima di tutto all’emergenza Giuggiola, che per fortuna non è estesa con la stessa gravità ad altre zone del quartiere, che rispetto a tanti anni fa ha comunque un’altra faccia. Il mercato è stato rifatto, la piazza pedonalizzata, benché ci si trovino spesso macchine che non dovrebbero esserci, moltissimi palazzi hanno rifatto le facciate che una volta erano cadenti, insomma non ci sono solo novità negative; trovare un posto in affitto qua non è facile, la gente vuole venire a vivere qua. Un’altra direzione nella quale sono incanalate le residue forze dell’associazione è la realizzazione di “I love Freak: piazza della Giuggiola, un piccolo mondo da salvare”, un evento dedicato alla scomparsa voce degli Skiantos, che durante la Notte Bianca del 2008 fece uno storico concerto in piazza della Giuggiola».
«Freak – spiega Stefano- era un mio caro amico e tornò spesso in Piazza della Giuggiola, ad esempio quando era di passaggio per un concerto in zona spesso si fermava a dormire da me, che abito proprio lì. L’idea è quella di attirare l’attenzione sul quartiere grazie alla memoria di personaggi che lo hanno amato per preservarlo e, se possibile, migliorarlo. Cerchiamo di creare una reazione ed un coinvolgimento simile a quella che si creò con i primi “Mi hanno rubato il prete”, la manifestazione che da tanti anni testimonia l’affetto del quartiere per Don Gallo, che come è noto fu l’amato parroco del Carmine fino al 1970».
«Per quanto concerne gli altri progetti del Cantiere, come quelli che riguardano la Chiesa sconsacrata di San Bartolomeo in Piazza dell’Olivella o l’Abbazia di San Bernardino in cima all’omonima salita, purtroppo al momento sono destinati a rimanere tali per carenza di tempo e forze. Il Cantiere Idee è un piccolo gruppo, e poi purtroppo sono recentemente scomparsi due storici soci ormai in là con gli anni, sottraendo altre preziose energie al gruppo. Al momento dunque abbiamo accantonato quelle idee, ma non è detto che lo rimangano per sempre».
Nel frattempo ci auguriamo che il Comune, pur in una fase in cui Genova vive la generalizzata emergenza dell’alluvione, non trascuri la manutenzione di un gioiello nascosto del cuore della città come è Piazza della Giuggiola.
Carlo Ramoino
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La scorsa puntata di #EraOnTheRoad ci ha portato a San Fruttuoso, precisamente da Borgo Incrociati a piazza Terralba, un tragitto breve ma al centro di almeno tre questioni aperte di assoluto rilievo: la situazione concreta e gli umori della popolazione dopo gli eventi alluvionali, la nuova fermata della metropolitana in piazza Martinez e la riqualificazione urbana dei parchi ferroviari dismessi di Terralba.
Il nostro percorso è partito proprio da Via Borgo degli Incrociati, dove purtroppo sono ancora evidenti i segni del passaggio dell’acqua fuoriuscita dal Bisagno. I danni causati dall’alluvione sono stati così gravi che, nonostante l’indefesso lavoro di proprietari e volontari, molti esercizi commerciali non hanno ancora potuto riaprire i battenti.
«La parola d’ordine che riassume in pieno la situazione è disastro – ci spiega il presidente del CIV locale Stefano di Bert – Chi si sta riorganizzando per riaprire lo fa con le proprie forze e senza alcuna garanzia, singolarmente o in gruppo con altri cittadini. Stiamo seguendo passo passo le attività poste in essere dal Comune, ma non siamo soddisfatti. Sembra che non riusciamo a trovare nessuno in grado di ascoltarci ed aiutarci veramente”.
Infatti, accanto a chi è al lavoro per riaprire la propria attività nel Borgo, c’è anche chi ha deciso di trasferirsi altrove, o semplicemente non se la sente di investire nuovamente, come testimoniano gli avvisi affissi sui muri: troppa la paura di nuove alluvioni, visto che quei “grandi lavori di ingegneria civile idraulica”, come li ha definiti il sindaco Marco Doria, sono ancora una prospettiva lontana nel tempo.
In via Canevari purtroppo la situazione è analoga, tanta rabbia e un sacco di lavori in corso. «Ci sentiamo abbandonati – spiega una commerciante – le istituzioni non ci stanno aiutando abbastanza, abbiamo chiesto una dilazione del pagameneto delle imposte comunali maggiore di quella che il sindaco ha già garantito, ma la risposta è stata negativa. In queste condizioni io non sono in grado di tenere aperto, qua non si vede bene– dice indicando il mobilio del suo negozio – ma fra le altre cose io avrei da cambiare tutto in negozio, il legno è fradicio, ammuffito, e tende a rompersi, ma chi ce li ha i soldi? Gli unici che veramente si sono resi utili in questo periodo sono i volontari, ai quali deve andare un grande ringraziamento».
Fra gli operatori c’è chi esprime la sua rabbia esponendo uno striscione che ricorda il rapido succedersi dal 2011 ad oggi di due alluvioni, sottolineando la paura per il futuro, così come chi esercita la sua professione in un locale privo di porta d’ingresso, sperando che arrivino finanziamenti in grado di risolvere il problema. Si rischia la fuga di molte attività dall’area con la prospettiva infelice di una rapida desertificazione della zona.
Abbiamo poi percorso Via Canevari fino a raggiungere la metropolitana di Brignole, ancora danneggiata dall’alluvione: corse ridotte con una frequenza di un viaggio ogni otto minuti a causa dell’allagamento di alcuni treni, ed un ingresso alla stazione ancora inagibile.
E proprio il tema della metropolitana ha portato la diretta fino a piazza Martinez, dove, alle spalle della scuola, dovrebbe sorgere una nuova stazione della metropolitana.
Giunti sul posto abbiamo cercato di capire quale fosse l’opinione dei residenti sul progetto: «I miei timori sono sul fonte dell’ordine pubblico –spiega una signora – la situazione di Piazza Martinez, specialmente di notte, è pericolosa, non vorremmo un peggioramento. Temo poi che i lavori possano mettere a rischio la stabilità del nostro palazzo che è particolarmente vicino all’area destinata alla nuova stazione e ha già dei problemi alle fondamenta».
Un’altra residente dichiara con amara ironia: «Una fermata della metropolitana qua sarebbe meravigliosa! Basta che dal Comune ci mandino tutti a fare dei corsi di nuoto e poi può funzionare! Qua sottoterra è pieno di rivi e falde acquifere, pensino bene prima di mettersi a scavare». In realtà bisogna sottolineare che i lavori previsti per la realizzazione di questa tratta della metropolitana dovrebbero essere compiuti in superfice, senza scavi di sorta, anche per quanto riguarda la stazione (qui l’approfondimento).
L’area destinata alla nuova stazione si trova all’interno del parco ferroviario che separa San Fruttuoso da corso Gastaldi e si estende dalla zona di piazza Giusti fino a Terralba. Ed è proprio questa grande porzione di terreno, di proprietà di Ferrovie dello Stato, ad essere al centro dell’ultima tappa del nostro sopralluogo.
Il parco ferroviario, attualmente ancora in parte operativo nelle sue funzioni di rimessa per motrici e convogli, è destinato per decisione della proprietà alla dismissione, in parte per la realizzazione della nuova stazione della metropolitana (con la speranza di poter poi arrivare sino a Terralba con ascensore di collegamento all’ospedale San Martino).
Per quanto riguarda il futuro utilizzo del grosso degli spazi rimane ancora il punto interrogativo; con il nuovo PUC in approvazione il grado di incertezza sul futuro di questo grande lenzuolo di terra incastrato tra San Martino e San Fruttuoso rimane alto. Il dibattito pubblico sul parco ferroviario conosce tuttavia un momento di grande crescita, grazie all’attività del Comitato NO Cementificazione Terralba e della sponda offerta dall’Università e dal Municipio Bassa Val Bisagno.
«Abbiamo paura– spiega Sabina Leale del comitato cittadino – che le ferrovie vogliano fare un’operazione che preveda nuova cubatura e nuovo cemento. La zona, da sempre giudicata a rischio idrogeologico, è addirittura passata con l’ultimo piano di bacino nella fascia di rischio massima. Non si può pensare di rendere impermeabile all’acqua anche questa porzione di territorio. Secondo noi l’area andrebbe restituita alla città, magari con la realizzazione di uno spazio verde, adatto alla socialità, che unirebbe San Fruttuoso, San Martino e il centro città».
Il 14 ottobre scorso il comitato ha presentato, presso il circolo ARCI Zenzero, una mostra che riunisce dieci progetti di riqualificazione dell’area, realizzati in collaborazione con l’Università di Architettura. Si tratta di lavori prodotti da studenti del corso di architettura del paesaggio sotto il coordinamento della professoressa Adriana Ghersi.
Questa mostra verrà a breve nuovamente esposta, dal 3 al 7 novembre, nei locali del Municipio Bassa Val Bisagno presso la Sala del Consiglio in Via Manzoni 1. «Sono progetti realizzati tenendo conto della normativa vigente e di quella in corso di approvazione – tiene a precisare il presidente del Municipio Massimo Ferrante – Non si tratta di progetti virtuali, ma di piani di riqualificazione operativi e realistici. Gli studenti sono intervenuti su tutta l’area da Terralba a piazza Giusti, anche se al momento non è chiaro quali siano le intenzioni della proprietà. Certamente per legge qualunque intervento deve essere immaginato senza l’aumento della cubatura, ed anche per quanto riguarda la destinazione d’uso la normativa pone forti vincoli, resi ancora più stringenti dall’intervento della giunta Doria sul PUC ereditato dall’amministrazione Vincenzi».
«Per l’area – conclude Ferrante – immaginiamo spazi verdi, servizi, attività produttive, non certo hotel o nuovi lotti residenziali, ed in quest’ottica ci sembra importante partecipare in sinergia con altre istituzioni e cittadini ad un vero e proprio dibattito sulla questione. Si tratta di dinamiche che in altri paesi sono la norma, ma spesso nel nostro paese sembriamo ignorare il valore di queste buone pratiche di collaborazione e sinergia”.
Effettivamente l’ipotesi di creare un parco che unisca i quartieri di San Fruttuoso e San Martino è molto suggestiva, e potrebbe forse dare respiro e qualità della vita ad una zona di Genova densamente popolata, costretta in spazi relativamente stretti e scollegati. Non rimane che attendere l’approvazione del nuovo PUC, attesa non prima di dicembre, per capire meglio i margini di manovre che avranno FS e Comune; nel frattempo invitiamo tutti ad andare a vedere dal 3 novembre i progetti per il parco ferroviario nella Sala del Consiglio del Municipio in via Manzoni.
Carlo Ramoino
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Il tema dell’uso terapeutico della cannabis è stato approfondito in più di un’occasione su queste pagine. Durante l’ultima puntata di #EraOnTheRoad, siamo tornati sulla questione pubblicando senza censura la testimonianza di malati e produttori con l’intento di comprendere se il diritto di curarsi con la cannabis, riconosciuto dalla legge italiana almeno in teoria, sia di fatto inibito a chi ne dovrebbe poter fruire.
Nonostante la voglia di rivendicare apertamente ed a gran voce il diritto di ottenere per sé le migliori terapie disponibili, le persone intervistate devono celare la propria identità dietro a pseudonimi; infatti gli alti costi della cannabis importata legalmente a scopi medici dall’Olanda costringono spesso i malati a pratiche al limite della legalità, e a volte oltre, come l’autoproduzione.
Le testimonianze sono in forma anonima per tutelare i malati e chi li aiuta gratis ai confini della legge pic.twitter.com/O3e6zWLffR
La testimonianza di Alberto, produce cannabis per combattere la malattia
[quote]Se l’alternativa è quella di andare dallo spacciatore, io mi sento più tranquillo così. Certamente però la legislazione non prevede la possibilità dell’autoproduzione, nemmeno per i malati, e credo che questo dovrebbe essere la prima cosa da fare[/quote]
«Ho 30 anni, sono un lavoratore precario – racconta Alberto – e tre anni fa mi hanno diagnosticato la sclerosi multipla; grazie all’utilizzo della canapa sono riuscito a combattere in maniera efficace la mia malattia. Tre anni fa ero in sedia a rotelle, a causa degli spasmi muscolari che mi causavano forti tremiti alle gambe. Ai tempi, tra l’altro la legge regionale non era ancora stata approvata; mi sono attivato subito per capire se la marjuana avrebbe potuto aiutarmi, come avevo letto da più parti. Attraverso degli amici mi sono procurato uno spinello con relativa facilità, come credo possa fare anche oggi chiunque ne abbia la necessità o solo la voglia. Già precedentemente alla diagnosi mi era capitato di fumare in maniera saltuaria, ma non immaginavo assolutamente quali potessero essere gli effetti della sostanza sulla patologia che adesso ho: nel giro di cinque minuti infatti la mia gamba aveva smesso del tutto di tremare, e non solo, anche i dolori muscolari erano molto migliorati. Nella mia condizione ti senti come se il muscolo lavorasse sempre, non riesci a rilassarlo, e ti sembra che i tessuti si strappino da dentro: una sensazione simile a quella che prova chi ha un muscolo sotto sforzo da tanto tempo. Questo tipo di dolori ha cominciato a sparire, con l’uso della marjuana, sostanzialmente senza effetti collaterali, salvo una gran fame».
Alberto mi parla poi delle note dolenti della situazione: infatti ha seri problemi economici che non gli consentono di curarsi come dovrebbe: «Ho approfondito molto le mie ricerche sui benefici che questa pianta produce per decine di malattie, studiando gli effetti dei numerosi principi attivi presenti nella cannabis, fino ad arrivare alla conclusione che avrei tranquillamente potuto coltivarla da me. Per il farmaco Bedrocan importato dall’Olanda (si tratta di cime di una varietà di cannabis appositamente selezionata sulla base dell’alta concentrazione di principi attivi) bisogna spendere circa quattordici euro al grammo, con tempi d’attesa di almeno tre mesi, ammesso che tu riesca a trovare un medico preparato in materia e disposto ad effettuare la prescrizione».
«Ottenere la prescrizione è stato difficile: in ospedale non sono riuscito a trovare un medico che mi prescrivesse il Bedrocan; venivo ignorato oppure mi si rispondeva di aspettare il Sativex che sarebbe uscito sul mercato a breve (si tratta di un prodotto sintetico, che dovrebbe essere utilizzato in sostituzione del Bedrocan, ndr). So che può sembrare assurdo, ma nessuno per ignoranza o per paura mi voleva prescrivere il farmaco che su di me aveva l’effetto migliore. Addirittura mi veniva somministrato un medicinale miorilassante che, oltre ad avere una scarsa efficacia, mi provocava incontinenza. Alla fine sono riuscito ad ottenere una prescrizione da un neurologo. Io ho una cosiddetta ricetta bianca, con la quale posso acquistare marjuana dalle farmacie completamente a mio carico, a fronte di una pensione di invalidità di duecentonovanta euro riconosciutami per la mia patologia. Tieni presente che consumo circa un grammo di cannabis al giorno, e quindi per me l’acquisto in farmacia è una soluzione impraticabile: non potevo, né posso tuttora, permettermelo. Ho anche provato dei preparati sostitutivi come lo spruzzino, che però per me, come per diverse altre persone con le quali ne ho parlato, si è rivelato poco efficace a combattere alcuni disturbi tra cui il dolore. Mi sono dunque chiesto come fare a procurarmi regolarmente la marijuana di cui necessito per stare meglio».
“La risposta– mi spiega Alberto- l’ho trovata quando ho scoperto che esistono delle aziende olandesi, inglesi, americane e spagnole che vendono semi di qualità e genetiche selezionate appositamente per alcune patologie. Allora ho acquistato per modica cifra questi semi, ed in breve ho ottenuto la mia prima piantina. Nel frattempo però mi rifornivo dal mercato clandestino, con tutti i problemi del caso, ed inoltre non ero tanto contento di regalare soldi alle mafie; poi anche il solo uscire di casa nelle mie precarie condizioni fisiche, per di più entrando a volte in contatto con certe realtà, non era proprio confortevole. Mi ritrovavo spesso per le mani cannabis di scarsa qualità, tagliata con sostanze dannose, come ho compreso soprattutto da quando ho consumato le inflorescenze coltivate ed essiccate da me: gli effetti benefici, rispetto a prima, erano ancora più sorprendenti. Ancora oggi vado avanti in questa maniera, perché è l’unica modo di non dare un mare di soldi a mani sbagliate, e di avere il meglio per me. Ormai poi ho anche individuato le diverse varietà che si associano meglio ai momenti ed ai disturbi di cui soffro, per cui in questo senso riesco completamente ad autogestirmi.”
L’assunzione di cannabis a scopo terapeutico con il vaporizzatore
Alberto mi spiega e mi fa vedere come consuma la sua medicina: «Il miglior modo di assunzione, che io sfrutto grazie ad un regalo che mi ha fatto un’amica, è quello della vaporizzazione della pianta: in questa maniera si assumono tutti i principi attivi del vegetale senza che si verifichi combustione, cosa che sprigionerebbe anche sostanze nocive. La vaporizzazione estrae dalla pianta tutti i principi attivi e gli oli essenziali che vengono quindi assunti per inalazione. Si tratta di una metodologia ottimale di consumo per i non fumatori, anche se il vaporizzatore ha un costo piuttosto elevato; per questo alcune farmacie addirittura li affittano. Il problema ora è quello di uscire un po’ allo scoperto per reclamare il diritto alla cura, perché nel frattempo i malati continuano a rifornirsi sul mercato nero; chi sta male non può aspettare la marjuana legale italiana per la quale saranno necessari anni. E poi, perché pagare caro qualcosa che quasi chiunque può prodursi da solo?».
Chiedo a questo punto ad Alberto se non tema le possibili conseguenze legali che derivano dalla sua attività di autoproduzione, e questa è la risposta: «Ma guarda, visto che io non spaccio, penso che se facessero un’indagine sul mio conto non dovrei avere molti problemi. Poi, se l’alternativa è quella di andare dallo spacciatore, io mi sento più tranquillo così. Certamente però la legislazione non prevede la possibilità dell’autoproduzione, nemmeno per i malati, e credo che questo dovrebbe essere la prima cosa da fare. Mi sembra un’ ingiustizia costringere gente che prende 290 euro di pensione di invalidità al mese ad arricchire le case farmaceutiche quando potrebbe prodursi il suo farmaco autonomamente. Poi, quando uno ha certe patologie invalidanti, non può nemmeno più fare certi lavori, infatti non è raro che i malati si trovino in ristrettezze economiche: magari la tua vita era scaricare camion, e ti trovi da un giorno all’altro a non poter più lavorare».
Chiedo dunque ad Alberto quali fossero i medicinali che in precedenza gli venivano somministrati: «Flebo da 1000 mg di cortisone, poi mi riempivano di oppiacei contro il dolore come il Toradol, per me assolutamente inefficace. Inoltre mi somministravano psicofarmaci per riuscire a farmi dormire: il cortisone è uno steroide e quindi ti agita, sudi, non è una bella sensazione. Con la cannabis, a parte il cortisone, ho eliminato tutto il resto, e non mi fiderei più ad usare Lexotan, Tavor o altri psicofarmaci: per me hanno effetti collaterali molto più pesanti della cannabis che mi produco con il solo ausilio della cacca di gallina. Molti malati vivono nella paura perché si curano grazie ad una pianta, è assurdo. Il Bedrocan non è altro che erba, molto forte e passata sotto ai raggi gamma per garantire la non contaminazione di funghi o muffe. In Italia per gran parte del mondo scientifico questa materia è un tabù, legato anche a notevoli interessi economici».
La testimonianza di Rosa: un calvario fra ospedali e farmacie
[quote]Ero ricoverata al San Martino e sulla cartella clinica era correttamente riportato che dovevo assumere cannabis tre volte al giorno, ma in tutto l’ospedale non c’era un vaporizzatore, né qualcuno che poteva farmi infusi. Gli infermieri arrivavano quindi tre volte al giorno e mi portavano sul terrazzo perché potessi farmi una canna, una cosa che per me nel 2014 è assurda[/quote]
Nel corso della nostra indagine, abbiamo incontrato Rosa, che ci ha raccontato la sua storia: «Ho cinquant’anni, e dall’età di un anno soffro di epilessia a seguito di un accesso di febbre, anche se i medici non sono mai riusciti esattamente ad identificarne la causa. Per gran parte della mia vita sono stata bombardata di medicinali, soprattutto benzodiazepine, con pesanti effetti collaterali come l’impossibilità di guidare, una costante sonnolenza ed enormi problemi sul lavoro, ad esempio non potevo fare alcuna attività notturna. Ho inoltre nel tempo sviluppato una farmaco-resistenza notevole ed una neuropatia. Al compimento del quarantesimo anno di età, a seguito di un lavoro di documentazione che ho portato avanti negli anni, ho deciso di provare a rivolgermi alle strutture sanitarie per provare qualche terapia alternativa a quelle che avevo in corso, ed in particolare di provare con la cannabis in via sperimentale. La risposta è stata di fermo rifiuto, ed allora, del tutto autonomamente, ho cominciato a scalare fino ad eliminare i vecchi farmaci e ad assumere regolarmente marijuana. Ho sperimentato da sola i dosaggi dei vari cannabinoidi, e il risultato è stato notevole: riesco con la cannabis ad evitare la maggior parte delle crisi che mi colpivano anche tre o quattro volte l’anno, e ho scoperto che per me l’ideale è un alto tasso di thc. Queste crisi sono eventi molto intensi e pericolosi, mi hanno causato nel corso della vita diverse fratture, e in un caso il coma: la canapa insomma ha migliorato nettamente la qualità della mia vita».
Rosa poi racconta come è arrivata ad importare legalmente il medicinale di cui ha bisogno, e dei problemi che ha dovuto e deve affrontare: «Successivamente sono entrata in contatto con una serie di movimenti per il diritto alla libertà di cura, con il mondo antiproibizionista, e ho quindi deciso di provare insieme al mio compagno, anche lui affetto da serie patologie, di giocare la carta dell’importazione tramite il servizio sanitario nazionale, mai sostenuta veramente dal reparto di neurologia. Grazie ad un provvedimento dell’allora ministro Livia Turco, e ad un medico che aveva capito la nostra situazione grazie alla documentazione che gli avevo sottoposto, sono riuscita ad iniziare l’avventura dell’importazione del Bedrocan dall’Olanda. I costi sono elevatissimi, fra me ed il mio compagno arriviamo a spendere 1200 euro ogni due o tre mesi. L’ultima importazione che dovevo effettuare infatti non me la sono più potuta permettere, semplicemente non ho più il denaro per pagare, ho anche diversi debiti contratti per pagarmi le cure. Trovo questa cosa scandalosa, mi è stato riconosciuto il 67% di invalidità e un sacco di cure visto il mio reddito basso mi sono riconosciute gratuitamente o quasi, ma così non è per il Bedrocan, mentre la morfina e le benzodiazepine te le tirano letteralmente dietro».
Rosa mi racconta come durante i suoi numerosi ricoveri, dovuti alle crisi e alle conseguenti cadute, spesso le strutture ospedaliere le abbiano somministrato farmaci che le provocavano forti effetti collaterali, oppure come non si riuscisse a trovare una maniera adeguata per farle assumere la propria terapia: «Una volta sono caduta a seguito di una crisi fortissima come non mi succedeva più da anni e ho riportato delle fratture facciali; in ospedale sulla cartella clinica era correttamente riportato che dovevo assumere in Bedrocan tre volte al giorno, ma in tutto l’ospedale non c’era un vaporizzatore, né qualcuno poteva farmi infusi. Gli infermieri arrivavano quindi tre volte al giorno e mi portavano sul terrazzo perché potessi farmi una canna, una cosa che per me nel 2014 è assurda».
Infine Rosa mi spiega che ora non riesce più a permettersi il Bedrocan di importazione: «Allo stato attuale io non riesco più a pagare, non assumo nessun farmaco sostitutivo, e allo stesso tempo per questioni di spazio e lavoro non riesco a fare coltivazioni di canapa, quindi mi riferisco a chi la coltiva, coltivatori o malati che cercano di sopravvivere come me, magari partecipando alle spese di produzione. Non posso fare diversamente anche perché non voglio rivolgermi al mercato nero: ho bisogno di una sostanza pura, che sia trattata adeguatamente, adatta alla patologia e poi non voglio incentivare chi ne fa commercio quando ne avrei diritto gratuitamente. Se io chiedessi la morfina come terapia del dolore me la darebbero, mentre se chiedi il Bedrocan in molti ospedali, come al San Martino di Genova, nicchiano, di fatto inibendo un tuo diritto.Il mio appello è quello che si sblocchi questa situazione che non permette ai malati di curarsi liberamente scegliendo le terapie più opportune, pensa che siamo arrivati al punto che ci sono dei malati oncologici ai quali danno la morfina che non viene assunta ma scambiata con la cannabis sul mercato nero, per via o di una maggiore efficacia, o semplicemente dei minori effetti collaterali ai quali espone il consumatore».
Riccardo, il produttore sano che condivide con i malati senza scopo di lucro
[quote]Su internet ad esempio, dove il contatto è mediato da avatar virtuali, è possibile rendersi conto, attraverso comunità e forum dedicati, che le persone e le reti dedite questo tipo di attività sono diverse, anche limitatamente alla nostra città. Si sanno nascondere molto bene, ma sono parecchi[/quote]
Per ultimo abbiamo intervistato Riccardo; lui non è malato, ma è un consumatore di cannabis a “scopo ricreativo” che da lungo tempo autoproduce le sostanze che consuma: «Si comincia a coltivare, nel mio caso come in molti altri, da ragazzi, quando si fuma per le prime volte qualche spinello; si trattava di un passatempo, di una passione, che era mossa dalla curiosità e dalla necessità di evitare i costi esosi e la scarsa qualità della marijuana reperibile attraverso il mercato nero».
Negli anni Riccardo è venuto a conoscenza delle proprietà mediche della pianta, così come dei problemi che molti malati hanno nel reperire quella che per loro è una medicina spesso insostituibile: «Visto che coltivo per me stesso, ho cercato di entrare in contatto con persone che abbiano esigenza medica di questa sostanza per condividere i frutti del raccolto, senza alcun fine lucrativo o commerciale. Date le leggi di questo paese vigenti in materia, i contatti ed i rapporti legati a questo mondo sono tendenzialmente personali, confidenziali, e i metodi di approccio più frequenti sono l’incontro, il passaparola. Si tratta di una questione di consapevolezza e passione comune a molte persone, che cercano di coordinarsi organizzando assemblee su tutto il territorio nazionale per identificare buone pratiche da portare avanti per affrontare il problema».
«Questa attività è portata avanti sostanzialmente senza una struttura organizzativa che raduni produttori e malati, perché una simile modalità operativa non consentirebbe la necessaria discrezione, o l’altrettanto importante agilità delle comunicazioni. Ci si basa dunque principalmente sulla conoscenza diretta, anche se può succedere che all’interno di queste reti di rapporti qualcuno abbia la possibilità di mettere a disposizione uno spazio adatto alla coltivazione: allora è possibile che le risorse di più persone vengano messe in comune nel portare avanti un’unica attività. Quello che si verifica più spesso è però che un singolo preveda, o si trovi ad avere, un raccolto abbondante, e decida così di condividere il proprio prodotto con chi ne ha bisogno. Generalmente il coltivatore di cannabis ha piacere di condividere con gli altri il proprio prodotto, la consapevolezza di fornire un valido aiuto a persone afflitte dalla malattia non fa altro che aumentare il piacere della condivisione».
«Grazie al passaparola – spiega Riccardo in relazione alla realtà che conosce direttamente – si cerca di entrare in contatto con sempre più malati, perché penso che nonostante i rischi di cui sopra il mettersi in rete e l’essere numerosi siano delle soluzioni concrete al problema, o se non altro una delle vie da provare a percorrere. Su internet ad esempio, dove il contatto è mediato da avatar virtuali, è possibile rendersi conto, attraverso comunità e forum dedicati, che le persone e le reti dedite questo tipo di attività sono diverse, anche limitatamente alla nostra città. Si sanno nascondere molto bene, ma sono parecchi; negli anni purtroppo è facile conoscere malati che necessitano di cannabis per stare meglio, ed è così che generalmente si instaurano queste dinamiche».
Il know-how e il materiale per mettere in piedi una piccola o media autoproduzione sono paradossalmente a disposizione di chiunque abbia i mezzi economici per procurarseli, perché si tratta nella media di materiali piuttosto costosi come lampade e sostanze fertilizzanti: oltre che su internet, sono di facile reperibilità nei sempre più numerosi negozi dedicati, facili da trovare in qualunque grande città del paese. «È un mercato più che florido, che va di pari passo con un fenomeno di netto cambiamento a livello mondiale dei paradigmi culturali rispetto alla cannabis. Non dimentichiamo che in tanti altri stati nel mondo la coltivazione e l’autoproduzione di marijuana hanno conosciuto un vero e proprio boom, legato anche al cambio di rotta delle politiche statunitensi sulla droga leggera che hanno aperto a questi prodotti un mercato enorme».
Per concludere chiedo a Riccardo se secondo lui con la recente bocciatura da parte della Corte Costituzionale della legge cosiddetta “Fini-Giovanardi” si sono aperti secondo lui spiragli per l’autoproduzione, soprattutto in riferimento ai malati. La risposta di getto è negativa, ecco le argomentazioni: «Si è passati dai governi Berlusconi che hanno portato avanti per anni una politica ghettizzante e repressiva nei confronti del fenomeno, ai governi Monti e Letta che non si sono minimamente preoccupati di affrontare la questione, fino ad arrivare a Renzi, che prende provvedimenti slegati l’uno dall’altro, più utili a fare propaganda e a dipingersi come liberale piuttosto che a cambiare realmente qualcosa. Basti dire che il provvedimento che autorizza la produzione su suolo italiano di cannabis- presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare (Scfm) di Firenze–non affronta in nessun modo la questione della distribuzione della sostanza, se non altro ai malati».
Le testimonianze di questi tre genovesi danno un quadro di quanto l’Italia, come in molti altri settori della scienza e della cultura in forte mutamento, sia molto indietro rispetto alle realtà dei paesi più avanzate. Il dibattito sulla cannabis medica, e sull’efficacia complessiva delle politiche proibizioniste rispetto alla canapa, langue da anni, anche vittima di anacronistiche posizioni dogmatiche e demonizzanti. Nonostante il momento storico sia difficile, e le priorità politiche del governo sembrino essere praticamente tutte legate all’economia, sicuramente c’è la necessità di procedere speditamente nell’approfondire il dibattito, mettendo di conseguenza in atto soluzioni concrete che tutelino la salute pubblica, in particolare per i malati. È una questione di giustizia e di libertà.
Carlo Ramoino
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