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  • Farage-Grillo, le ragioni di un’alleanza che fa discutere. Tema europeo e sovranità nazionale

    Farage-Grillo, le ragioni di un’alleanza che fa discutere. Tema europeo e sovranità nazionale

    nigel-farageLo spettacolo dei giornalisti impegnati a commentare la politica ignorando sistematicamente il ruolo centrale del tema dell’euro e quello dell’integrazione delle politiche comunitarie (il famoso «più Europa») è a tratti esilarante. Questa ostinata sottovalutazione, che consente di non sporcarsi troppo le mani con temi scomodi, restituisce naturalmente una visione della realtà distorta, in cui i conti non tornano mai: e l’effetto è equivalente a quello di un professore di storia che voglia trattare della Francia tra ‘700 e ‘800 limitandosi a riportare solo per dovere di cronaca alcune vittorie militari conseguite da un certo generale corso di bassa statura.

    Rientra a pieno titolo in questa categoria l’analisi che fa Marco Travaglio. Il vicedirettore del Fatto Quotidiano, infatti, critica l’ipotesi di un’alleanza tra Grillo e Farage scrivendo in un editoriale del 31 maggio («Il Grillotalpa») che il programma del M5S non avrebbe nemmeno una virgola in comune con quello dell’Ukip, che vuole cacciare dal Regno Unito tutti i cittadini nati altrove (Italia compresa). In compenso [ha] moltissimi punti in comune con i Verdi”. Il 3 giugno in un secondo editoriale («Il Grillotalpa-2 la vendetta») rincara la dose. Pur ammettendo che sì, Farage è xenofobo […] ma non razzista; che sì, è vera la malafede dei doppiopesisti che guardano solo i compagni di strada imbarazzanti di Grillo e non quelli di Renzi;  ritorna però il fatto dei punti in comune tra Verdi e M5S. Un esempio? La riduzione delle spese militari, le fonti di energia alternative, il taglio alle pensioni d’oro, il reddito di cittadinanza e l’accoglienza verso gli immigrati. Secondo Travaglio questi sarebbero ottimi motivi per scartare l’ipotesi Nigel Farage e impegnarsi in un’alleanza con la giovane leader ambientalista Ska Keller.

    E i temi europei? Scrive il fondatore del Fatto: La battaglia dei 5Stelle per cambiare le regole dell’euro o uscirne non interessa nulla a Farage, che si tiene ben stretta la sua sterlina. Problema chiuso. Ma davvero Farage non garantisce più affidabilità sul fronte euro-scettico di Ska Keller? Ovviamente non è così: e l’ingenuità di Travaglio in materia fa davvero sorridere – considerato anche che non si tratta di concetti complessi destinati a pochi iniziati con una laurea in economia e un dottorato ad Harvard, ma di un evidentissimo, macroscopico, gigantesco, enorme problema di sovranità; ossia, per definizione, la prima di tutte le questioni politiche. Il punto che sfugge a Travaglio è che il M5S è irrimediabilmente una forza anti-sistema: e oggi si può essere contro il sistema solo alleandosi con Farage; non con la Keller.

    Beppe GrilloIntendiamoci: la creatura di Grillo si trova in una posizione decisamente scomoda. Dapprima ha fatto la solita campagna elettorale contro i vecchi partiti, rifiutando però di unirsi con Marine Le Pen e Matteo Salvini, evitando accuratamente di definire qualsiasi linea ideologica e glissando su ogni ipotesi di alleanza. Oggi, surclassato dal PD di Renzi, si ritrova tra le mani un manipolo di europarlamentari che, a causa delle particolari regole dell’europarlamento, per avere un minimo margine d’azione come minoranza deve per forza infilarsi in un qualche gruppo con altre forze politiche.

    Le opzioni rimaste sono due: Verdi e UKIP. È ovvio che qualsiasi scelta comporterà fare degli scontenti e accentuerà quell’emorragia di voti già cominciata sull’onda psicologica della batosta elettorale (qui l’approfondimento). Per giunta, ha ragione Travaglio quando scrive che un’alleanza con Farage sarebbe ancora più difficile da giustificare per chi ha rifiutato ogni condivisione di responsabilità con Bersani e ogni dialogo con Renzi. Eppure, ciononostante, oggi l’unica scelta sensata per il M5S è allearsi con l’UKIP. Che piaccia o no, se la base dovesse costringere il fondatore a dire addio a Farage per mettersi con la Keller, il movimento nel complesso si condannerebbe all’irrilevanza politica.

    Questa conclusione è fuori dalla portata di quelli come Travaglio, che commettono l’errore macroscopico di trattare il tema di una possibile uscita dall’euro (se va bene) come se si trattasse di un punto qualsiasi su un programma, un di più svincolato da ogni contesto; come se adottare l’una o l’altra moneta equivalesse a cambiarsi d’abito. Al contrario oggi è noto che la semplice adozione di una valuta comune europea ha reso il continente instabile, e che per stabilizzarlo occorre completare il processo d’integrazione politica: occorre cioè dare uno stato alla moneta. In altre parole, siamo di fronte al mantra del «più Europa», eletto a slogan da quelli del Partito Democratico (“sono stati fatti degli errori, ma oggi si può rimediare solo con più integrazione, non tornando indietro”).

    Dunque moneta unica e sovranità politica sono i due lati della stessa medaglia: e i risultati di questa strategia sono già evidenti. Se da un lato, infatti, la perdita del controllo sulla moneta ha ridotto fortemente il margine d’azione dei vecchi stati europei, dall’altro lato questo margine è destinato a ridursi ulteriormente attraverso un’esautorazione della sovranità nazionale che vada a beneficio delle istituzioni comunitarie. Che ci fosse questo prezzo da pagare, d’altra parte, non è un segreto per nessuno. Lo hanno detto tutti gli architetti del progetto europeo, tutti i cosiddetti “padri nobili”. Basti citare a titolo d’esempio le famose parole di Mario Monti: «I passi avanti dell’Europa sono per definizione “cessioni” di parti di sovranità nazionali a un livello comunitario».

    Insomma, inutile girarci intorno: tutti i protagonisti confermano che, se questo processo andrà a compimento, l’Italia smetterà di essere una nazione sovrana. Il destino che le spetta sarà quello di diventare come il Kansas, l’Aquitania o la Liguria: una parte ad autonomia limitata di un’entità sovrana gerarchicamente preminente.

    A questo disegno politico si può dire solo o sì o no. Non ci si può prendere il lusso di fare le demi-vierges. Non ci può essere una capitale a Roma e una a Bruxelles. O siamo per gli Stati Uniti d’Europa o per un’Italia sovrana e indipendente. Non c’è una terza opzione (se non lasciare le cose come stanno, nell’attesa che l’euro si distrugga da solo). Chi s’illude di battagliare per un’Europa che rispetti certe condizioni sociali (come i Verdi o Tsipras) di fatto avvalla il processo d’integrazione: e dunque si condanna ad un ruolo subalterno rispetto ai partiti maggiori, con percentuali di gradimento da prefisso telefonico. Allo stesso modo una corretta analisi del voto di maggio conferma che il consenso si sta polarizzando tra chi vuole l’integrazione europea e chi la critica nel nome della difesa di interessi locali o nazionali.

    Mentre dunque Lega Nord, Front National e UKIP hanno imparato la lezione e si oppongono decisamente all’integrazione europea in nome delle loro (diverse) sensibilità nazionali, il M5S invece continua a cincischiare senza prendere posizione. Eppure non c’è alcun dubbio che il grande risultato delle politiche del 2012 sia dovuto al fatto di aver incarnato l’opposizione alle larghe intese di PDL e “PD-meno-elle”, i quali invece avevano sostenuto Monti e la sua agenda di austerità voluta dall’Europa. E Grillo non è così stupido da non capire che il M5S ha senso solo se si ricava uno spazio come forza alternativa. Per cui, se c’è una cosa che davvero non può permettersi in questo momento, è quella di confondersi con le forze del “più Europa”.

    Travaglio ignora quello che Grillo ha capito: ossia che se il M5S si schiera con i Verdi, perderà qualsiasi cosa accada. Se infatti l’Europa superasse la crisi, i veri vincitori sarebbero i partiti di maggioranza del PPE e PSE (in Italia, il Partito Democratico); mentre se la crisi dell’euro deflagrasse, Grillo non potrebbe raccoglierne i frutti, perché verrebbe facilmente definito “collaborazionista” dalle forze realmente critiche, come la Lega Nord. Ecco perché il comico ha pubblicato sul suo blog il video di Nigel Farage che attacca i burocrati europei: perché ha un disperato bisogno di accreditare il suo M5S come la forza italiana davvero critica verso l’Europa.

    Come potrebbe al contrario schierarsi con la tedesca Ska Keller, dopo che questa ha esplicitamente dichiarato in prima serata: «Se la Germania lasciasse l’euro, perderemmo moltissimi posti di lavoro nel settore delle esportazioni, perché nessuno comprerebbe più i carissimi prodotti tedeschi»? Come potrebbe il M5S essere considerato una forza di opposizione credibile al rigore tedesco? È chiaro che per fare l’amico della Merkel c’è già Renzi: ed è anche molto più bravo.

    Dunque, a fronte di un fatto così rilevante da un punto di vista elettorale, politico e storico, importa poco quello che Nigel Farage vuole fare a casa sua; se vuole alimentare le sue fabbriche a carbone o a energia solare; se vuole regolare gli accessi di immigrati o liberalizzarli. È evidente che per andare tutti nello stesso posto dobbiamo necessariamente essere d’accordo, ma per tornare a casa propria basta deciderlo: poi ognuno potrà seguire la strada che preferisce.

     

    Andrea Giannini

  • La Ginestra, pianta tipica della Liguria e del Mediterraneo

    La Ginestra, pianta tipica della Liguria e del Mediterraneo

    ginestra-1Abbiamo deciso, questa settimana, di parlare di una pianta che non viene spesso presa in considerazione nei giardini e neppure frequentemente menzionata nelle riviste di settore, la ginestra ed in particolare lo Spartium junceum.
    Questo arbusto è presente in molte regioni italiane, tra cui la Liguria, allo stato spontaneo, frammisto alla macchia mediterranea. In realtà, sebbene esso raggiunga anche un metro e mezzo o due di altezza ed un considerevole volume, passa spesso inosservato.

    ginestra-2Presenta numerosi rami piuttosto articolati, che partono da un ceppo contorto e rugoso, di un marrone indefinito, grigiastro e caratterizzato da una corteccia a scaglie. Le estremità dei rami diventano via via sempre più sottili e verdi, di un colore però sempre indefinito, scuro e poco appariscente. Le foglie presenti sull’arbusto non sono numerose, sono poco evidenti, sottili e lanceolate. La Ginestra “scompare” spesso tra mirti, Cistus, Corbezzoli, Valeriane e le mille altre varietà che crescono spontanee lungo le coste della penisola e della Liguria.

    ginestra-3La pianta si caratterizza quindi, più che per una intrinseca bellezza, per la sua particolarità. Sembra infatti un grande bonsai, abbarbicato spesso strenuamente alle rocce e sui declivi. Un po’ storta ed irregolare, non si presta alle potature, così è e così deve restare. La particolare conformazione della chioma, dei rami e delle foglie ha, come sempre in natura, una precisa ragione: evita la dispersione dell’acqua, rende la pianta adattabile alla calura estiva e le permette di sopravvivere in terreni brulli, aridi e sassosi.

    ginestra-4Per queste ragioni, le coltivazioni di “ginestreti” vengono utilizzate per preparare, come piante pioniere, i suoli più impervi per la successiva colonizzazione ed il graduale inserimento di altre piante meno rustiche quali: Quercus pubescens, Fraxinus Ornus, Clematis vitalta e molte altre. Come abbiamo detto, la pianta è frugalissima, cresce facilmente, non soffre malattie, non necessita di particolari potature ed è adattissima anche per il neofita. Se poi essa appare un po’ incolore per la gran parte dell’anno, in primavera la Ginestra produce una fioritura spettacolare.

    ginestra-5La varietà Spartium junceum si ricopre, in particolare, di una infinità di fiori di piccole dimensioni di un giallo oro intenso e brillante, che spiccano anche a grande distanza. Da lontano, persino dal mare, si vedono le colline coperte di ciuffi scintillanti nella luce già quasi estiva di maggio. L’odore stesso della fioritura è gradevolissimo: un profumo legnoso, secco e dolciastro al tempo stesso, che fa immediatamente percepire la presenza della pianta. Altre varietà di Ginestra, meno rustiche, presentano poi colorazioni differenti: dal bianco puro, al rosa più o meno tenue fino al rosso intenso.

    Consigliamo di certo l’utilizzo dello Spartium per realizzare giardini tipicamente mediterranei, frammisto a piante spontanee in natura ma anche a malve, Lavatere, rose rugose o di varietà rustiche, Acanto, Iris ed Agapanti ma anche, se si desidera un effetto insolito, a cespugli di Rosmarino ed Erba Salvia. Il fogliame verde scuro e compatto del primo arbusto, quello grigioverdastro del secondo ed i colori delle loro fioriture blu-violacee contrastano bene con il giallo intenso dei fiori ed il marrone bruciato delle ramificazioni filiformi della Ginestra.

    Proprio un arbusto apparentemente così irrilevante, è infine il simbolo, nella celebre poesia leopardiana, della altera indistruttibilità della natura quando, da ultimo, la pianta si piega, non renitente, sotto il peso delle colate di lava del Vesuvio. L’incessante ciclo della vita riprenderà però in breve, proprio grazie alla colonizzatrice e rustica Ginestra, persino sulle inospitali e riarse pendici di un vulcano.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Elezioni europee, analisi del voto. Cosa c’entra Mario Monti con la vittoria di Renzi e del Pd?

    Elezioni europee, analisi del voto. Cosa c’entra Mario Monti con la vittoria di Renzi e del Pd?

    Matteo RenziNé i più autorevoli commentatori, né gli stessi protagonisti sono stati in grado di prevedere l’esito del voto di domenica scorsa. Neppure io ho dimostrato particolari doti di preveggenza, prestando fede incautamente alle paure e alle speranze dei contendenti. Ciò detto, il fatto che il responso delle urne sia stato imprevisto non comporta che ora sia inspiegabile. 

    Uno sguardo ai numeri

    Il vero vincitore delle Europee è, come sempre, l’astensione. L’affluenza definitiva è stata pari al 58,96% degli aventi diritto, contro il 66,43% dell’ultimo precedente (2009) e contro il 75% abbondante delle politiche dell’anno scorso. Il trend è dunque quello di un calo progressivo ma inesorabile, che certifica la disaffezione degli elettori.

    Benché la scarsa affluenza sembri scoraggiare l’idea di fare paragoni tra europee e politiche, pure se vogliamo capire chi sale e chi scende siamo costretti a prendere un punto di riferimento: e le politiche del 2013 sono l’unico metro di paragone possibile. D’altronde, nonostante il forte divario di votanti, alla fine per spartire il potere ciò che conta è come la torta si divide: non quanto grande essa sia. Allo stesso modo, se vogliamo trarre un dato politico, dobbiamo per forza dare a queste elezioni europee una minima valenza politica. Ecco dunque un raffronto[1].

    image


    [1] = Il risultato è la differenza di ogni partito tra la percentuale sul totale nel voto di domenica e la media aritmetica tra Camera e Senato nelle politiche del 2013. Es. Fratelli D’Italia: 3,66% – (1,96% + 1,93%) / 2 = 3,66% – 1,945% = + 1,175% (arrotondato +1,72%). La media aritmetica è ovviamente una scelta grossolana: ma è il modo più facile e veloce per tenere in conto il voto disgiunto delle politiche per via della diversa soglia di sbarramento (il margine di errore è comunque esiguo).
    Il valore espresso non va confuso con l’incremento relativo: se dal 1,945% passo al 3,66% del totale, ho aumentato la mia parte di voti dell’88%. Qui invece bisogna guardare al totale: fatta 100 ogni “torta” elettorale, se la mia fetta alle politiche era pari 5 e la mia fetta alle europee è stata pari a 10, allora nel secondo caso sono stato in grado di accaparrarmi un 5% in più, mentre gli altri complessivamente hanno perso il 5% del disponibile.

    Mi aspetto che alcune di queste cifre sorprendano il lettore. Salta subito agli occhi, ad esempio, che il calo del M5S (-3,5% sul totale) c’è, ma non è affatto drammatico: fatta la tara dell’astensione, spostamenti di qualche punto percentuale si potrebbero spiegare in molti modi, o essere considerati addirittura fisiologici. Il problema di queste elezioni non è dunque quanto ha perso Grillo: il problema è quanto ha guadagnato Renzi.

    Il balzo del Partito Democratico (+14,4% sul totale) è senza precedenti. Nonostante l’affluenza più bassa rispetto al 2013, il partito del premier è riuscito addirittura ad aumentare il numero assoluto di elettori, passando da 8,6 a 11 milioni di voti. È del tutto evidente che il “normale” declino di Grillo non basta a spiegare il del tutto “abnorme” successo di Renzi. Ci deve essere di più.

    Il centro adesso si chiama Pd

    elezioniL’area politica che ha sostenuto Tsipras (identificabile con la sinistra più o meno “critica” che sostenne SEL e Rivoluzione Civile di Ingroia) sembra aver perso qualcosa nel confronto con il 2013: ma considerata la stima un po’ grezza, conviene concludere che siamo tutto sommato in linea. Diverso il caso di Berlusconi, che nel passaggio da PDL a Forza Italia ha perso il 5,11% del totale. Una parte di questo elettorato è andato via con Alfano: quanto esattamente, è impossibile dirlo, dato che i voti dell’NCD si sono sommati con quelli degli alleati dell’UDC. Possiamo però tentare di stimare (assumendo per il centro cristiano-democratico lo stesso peso elettorale del 2013) che al vicepremier sia andato un 2,4-2,5% (e dunque che il restante 2,6% sia la misura dell’appeal perso, nel complesso, da quel PDL che una volta era di Berlusconi e Alfano insieme).

    Ma il vero sconfitto, anzi il vero assente di questa tornata elettorale è il centro di Scelta Europa. Parliamo di un gruppo di partiti che è passato dai 3,4 milioni di voti del 2013 ai 196 mila della settimana scorsa: un -94% abbondante che l’astensione non può minimamente giustificare. Artefice di questa disfatta è ovviamente la scomparsa di Mario Monti e del suo Scelta Civica, propaggine ormai indistinguibile del Partito Democratico. Il che rende lecito concludere – complice anche l’avversione per l’austerità dell’ex-commissario europeo – che quest’area politica è stata completamente “cannibalizzata” dal PD.

    Interpretare i numeri

    Questa considerazione già rivela la mia interpretazione generale. L’idea del cosiddetto “elettorato liquido”, ossia la rappresentazione di un caos magmatico nelle intenzioni dei cittadini, dove colate di voti si spostano all’ultimo momento utile sfuggendo a qualsiasi rilevamento statistico, temo sia in gran parte un mito. In realtà non sono gli elettori a essersi spostati: sono i partiti.

    Guardiamo di nuovo al rapporto PD-centro. Se nel 2013 (per ipotesi) ho votato Scelta Civica, evidentemente ho voluto dare un segnale di stabilità di governo, rigore e rispetto dei patti europei, nell’ottica di un’alleanza col PD e fuori dal “populismo” grillino o berlusconiano. L’anno dopo, volendo lanciare un identico messaggio, non ho più bisogno di andarmi a cercare Mario Monti (manco si sentisse il bisogno di “più austerità”): mi basta confermare la fiducia al governo in carica.

    È illogico pensare che i centro-montiani siano spariti, siano rimasti tutti a casa o si siano spostati verso il fronte anti-euro. È praticamente certo, anzi, che abbiano votato PD, obbedendo alla chiamata alle armi contro il “populismo” e difendendo quello che, tutto sommato, è anche il loro governo. Allo stesso modo, è possibile che alcuni delusi del M5S siano finiti nelle braccia dei democratici (i due hanno molti punti in contatto): ma che questa sia la dinamica dominante è contro-intuitivo ed è contraddetto dai numeri (dato che Grillo ha perso molto meno di quanto Renzi abbia guadagnato).

    Le idee contano

    Tutto questo sembra incoraggiare un’interpretazione per “aree di appartenenza”. Proviamo cioè a considerare l‘ipotesi che non sia tanto il carisma del leader, quanto i contenuti politici percepiti a orientare le preferenze dell’elettorato: ossia, in altri termini, che il voto non si sposti troppo distante da dove si origina. Per questo occorre evidentemente un’interpretazione dell’offerta politica, come quella che ho delineato la settimana scorsa.

    voto-elezioni-europee-2014Partendo da questa proposta il risultato del voto (ripartito qui accanto) assume una connotazione molto più chiara. L’elettorato ha premiato le forze anti-euro – Lega Nord e Fratelli D’Italia – oltre naturalmente al partito di governo che più concretamente rappresenta la stabilità interna e il «più Europa» (al punto tale da penalizzare persino gli stessi alleati). Ha punito invece tutti quelli che sono rimasti nel mezzo e si sono barcamenati tra critica e accondiscendenza, tra responsabilità e opposizione.

    Se raggruppiamo ulteriormente le varie forze sulla base dell’atteggiamento rispetto alla continuità di governo e alla responsabilità verso l’Europa, otteniamo:

    euro-convinti, 45,9% dei consensi, conquistano 8,3 punti percentuale;
    anti-euro, 9,8% dei consensi, conquistano 3,6 punti;
    euro-indecisi, 42% dei consensi, perdono 9,7 punti.

    Un’altra interpretazione può essere quella di raggruppare quelle forze che amano chiamarsi “moderate”, secondo una distinzione che va molto di moda, per vedere quale alternativa critica ha avuto successo. Destra, sinistra e centro, da Forza Italia al PD, sommano insieme il 62,7% dei voti: solo 3,2% in più dell’anno scorso. Grillo, che vede in queste forze la vecchia politica da abbattere, e Tsipras, che rimprovera loro di essersi alleate in nome dell’austerità, tradendo la solidarietà europea, arrivano insieme al 25,2%: il 4,6% in meno del 2013. Gli anti-euro, come già detto, sono invece promossi.

    Conclusione

    Questa analisi rimette in discussione tutto quello che credete di sapere sul voto. È stato premiato non tanto Renzi a scapito di Grillo, né il “fare” a scapito del “disfare” o la “speranza” a scapito della “paura”; bensì chi ha saputo mettersi nettamente con o contro questa Europa, dicendo con chiarezza se la nostra politica interna dipenda da quello che si decide con i partner, oppure se possiamo fare da soli.

    La linea del rispetto dei patti ha vinto insieme con il Partito Democratico. Ormai esso è definitivamente trasfigurato in “partito dell’Europa”: l’elettorato lo riconosce come l’unico portatore dell’ortodossia economico-politica e così facendo gli lega al collo la pietra delle politiche comunitarie, di cui sarà d’ora in poi l’unico responsabile. La sua ascesa, d’altronde, è tutta interna, a scapito delle altre forze “moderate” (le vere vittime di Renzi): e questo incorona il PD ultimo vero campione dell’ordoliberismo.

    Dall’altra parte esce fortemente ridimensionata la pretesa del M5S di campare intercettando il malcontento: non solo per l’indecisione in materia di Europa che avevo stigmatizzato, ma anche e soprattutto per i limiti strutturali che pure denuncio pressoché in solitaria da ormai più di due anni. Finora il M5S è servito solo a incanalare il dissenso disperdendolo, senza permettergli di trovare una direzione costruttiva, facendo il gioco dell’ordoliberismo. Ed è soprattutto questo che spiega la difformità tra il voto italiano e il resto d’Europa: da noi l’ortodossia è compatta, mentre la critica è dispersa e sprecata.

    Si ridimensiona anche l’epopea di Renzi “trascinatore della masse”. Certo, da domenica sera non si può più negare al premier la piena legittimità democratica: eppure – a costo di sembrare irriducibilmente testardo – davvero non trovo un appiglio per riconoscergli anche la paternità diretta della vittoria.

    Al contrario si rivaluta (almeno per quel che mi riguarda) il reale impatto di una certa propaganda, che nelle vicinanze del voto era in effetti diventata martellante: “gli anni ’30”, le “frontiere di morte”, il “razzismo”, il “nazifascismo” e altri messaggi populisti, a cui sono andate a sommarsi le sparate di Grillo, hanno generato evidentemente un quadro coerente nella testa della gente. Tutto deve essere sembrato chiaro: da una parte l’Europa dei Popoli, delle forze moderate, del rispetto reciproco e della responsabilità; dall’altra i lepenisti, i populisti, gli xenofobi e tutti quelli che nel corso della Storia, nei momenti difficili predicano male e portano i popoli alle guerre fratricide. Un quadretto assurdo, in senso assoluto: ma possibile. Certo più probabile che pensare che gli italiani abbiano visto il messia entrare a Firenze in groppa ad un asino o che, all’opposto, si siano venduti per 80 denari.

     

    Andrea Giannini

  • Il Kumquat: coltivato in Cina sin dal XII secolo, è perfetto per il clima mediterraneo

    Il Kumquat: coltivato in Cina sin dal XII secolo, è perfetto per il clima mediterraneo

    kumquat-1Nei nostri articoli settimanali abbiamo di rado parlato di agrumi, che invece ben si adattano al clima della Liguria ed in generale della costa italiana affacciata sul Mar Mediterraneo. Trattando sempre di piante un po’ particolari, tra queste ci soffermeremo sul Kumquat. Questo agrume è stato dapprima inserito nel genere Citrus, fino al 1915 circa quando un botanico lo ha collocato in uno a parte, denominato Fortunella, che a sua volta si compone di sei specie tutte di origine asiatica.

    kumquat-2Questo alberello sempreverde raggiunge al massimo i tre, cinque metri di altezza (in realtà spesso, nei nostri climi, al massimo i due o tre) e proviene originariamente dalla Cina. Qui viene per la prima volta menzionato in letteratura intorno alla metà del 1100. Si diffonde poi in Giappone e viene, solo successivamente, introdotto in Europa e poi nel Nord America, a metà del diciannovesimo secolo.

     

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    La crescita della pianta è regolare (per questo non necessita di particolari potature) e lenta. L’impatto del Kumquat è molto scultoreo e le dimensioni dell’arbusto restano contenute, perfette anche per piccoli spazi. Dal punto di vista estetico, la pianta è estremamente interessante. In genere si presenta come un alberello di piccole dimensioni, dalla chioma rotondeggiante e molta folta, su un tronco liscio di circa un metro e mezzo/due di un marrone intenso. Le foglie sono più piccole di quelle degli altri agrumi, leggermente appuntite, verdi scuro, coriacee e lucenti.

    kumquat-6I fiori sono bianco puro, profumatissimi e compaiono in primavera inoltrata (a differenza degli altri agrumi che fioriscono già nel tardo inverno). Il Kumquat si caratterizza per un prolungato periodo di riposo vegetativo, che si protrae fino alla primavera e che consente alla pianta di resistere tranquillamente a temperature piuttosto rigide (anche fino a 10 gradi sotto lo zero). Tale adattabilità, maggiore di altri agrumi, consente un ampio impiego del Kumquat, anche in zone a clima più rigido o continentale dove saranno comunque eventualmente utili protezioni invernali.

    Il nostro arbusto si adatta bene a terreni ricchi, cresce tanto in terra piena che in vaso, meglio se di grandi dimensioni. Necessita, per fruttificare abbondantemente, di annaffiature costanti e, se coltivato in contenitori, di nebulizzazioni della chioma per mantenere un buon livello di umidità. Nei paesi di origine, le piante sono spesso soggette ad inondazioni periodiche, tollerano quindi brevi periodi di ristagni d’acqua.

    kumquat-4

    La varietà più conosciuta ed impiegata in Italia è il Fortunella Margarita, esistono peraltro anche tipologie diverse tra cui il Fortunella Japonica, assai diffuso in Asia e caratterizzato da frutti di forma rotondeggiante anziché ovoidale. Consiglio di provare a coltivare questo arbusto sia per l’aspetto estetico che per la bontà dei frutti, dal gusto particolare ed insolito.

    Si potrà mescolare il Kumquat a Bambù e Clematidi sulle terrazze, utilizzare da solo in vecchi vasi di cotto o inserire in contenitori, a contrasto con il ghiaietto grigio di cortili e giardini di stampo ottocentesco. Il verde scuro delle foglie, la forma scultorea della pianta e l’arancione intenso dei frutti che seguono le profumatissime fioriture bianco puro lo rendono, infatti, un ottimo punto focale per i contesti più diversi. Ne ho visto impiegare una coppia, in antichi vasi da agrumi, ai lati di un portone di una vecchia casa toscana. L’insieme era perfetto: in inverno la semplice forma, in primavera i fiori bianchi ed in estate i frutti arancioni intenso spiccavano, inusuali ed orientaleggianti, sulle pareti scrostate dal colore indefinito.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Polis, speciale Elezioni Europee. Guida al voto, cosa dobbiamo fare in Europa? Le risposte dei partiti

    Polis, speciale Elezioni Europee. Guida al voto, cosa dobbiamo fare in Europa? Le risposte dei partiti

    parlamento-europeo-europaDomenica si voterà per eleggere i membri del Parlamento Europeo. Tralasciando tutti i dettagli e le modalità di voto (che trovate qui) e le mie preferenze personali (che dovrebbero essere ormai più che note ai miei lettori), tentiamo di fare una sintesi dell’offerta politica e proviamo ad azzardare un pronostico.

    Elezioni Europee: i partiti e l’Europa

    Registriamo innanzitutto che per la prima volta da quando si vota per il Parlamento europeo le tematiche comunitarie hanno avuto una rilevanza nel dibattito pre-elettorale. Certo, molti andranno a votare semplicemente per dar un segno di discontinuità rispetto all’operato del governo in carica, oppure all’opposto per esprimere apprezzamento; ma molti altri si preoccuperanno davvero di lanciare un messaggio a Bruxelles o al modo in cui da Roma si è gestito il rapporto con l’Europa. Cerchiamo dunque, più che di dare un giudizio sull’operato di Renzi, di rintracciare all’interno del programma dei vari partiti la risposta a questa precisa domanda: cosa dobbiamo fare in Europa?

    Gli ANTI-EURO – Qui non ci sono dubbi: la risposta è uscire dall’euro e rifare un’alleanza europea su basi nuove. Si trovano su questo versante molte forze minori, tra cui sono teoricamente in condizione di superare lo sbarramento del 4% almeno due partiti: Fratelli d’Italia e Lega Nord. Giorgia Meloni e Matteo Salvini, infatti, si sono ritrovati su una battaglia all’insegna della sovranità nazionale; la Lega Nord arrivando persino a togliere dal simbolo il riferimento alla tanto agognata Padania, candidando in primo piano un economista simbolo della critica all’euro (Claudio Borghi Aquilini) e entrando a far parte dell’Alleanza Europea per la Libertà (una piattaforma di destra dove si ritrovano anche il Front National francese e l’UKIP inglese).  Completano il profilo i soliti cavalli di battaglia, dalla valorizzazione delle rispettive economie nazionali o locali fino alla lotta contro l’immigrazione indiscriminata. Duri e puri.

    Gli EURO-CRITICIQui qualche dubbio c’è. Alla domanda “cosa dobbiamo fare in Europa?” rispondono che bisogna dare battaglia: ma non è chiaro fin dove vogliano spingersi. Il Movimento 5 Stelle propone 7 punti a prima vista molto duri con l’attuale gestione comunitaria; ma a un livello più approfondito molti di questi punti si rivelano piuttosto evanescenti. Per esempio è chiaro che il referendum sull’euro non si può fare; continuare a riproporlo non fa che mettere in luce l’indecisione del movimento ed è in contraddizione, tra l’altro, con l’idea degli eurobond, che ovviamente implica il mantenimento dell’euro. È probabile pertanto (in attesa che venga sciolto il nodo alleanze) che il comportamento degli europarlamentari pentastellati rimanga legato alle dinamiche che già conosciamo, tra votazioni on-line e sparate di Grillo. Sindrome di Peter Pan.

    Gli EURO-BOH?L’altro partito che generalmente si tende a considerare euro-critico è Forza Italia. Si tratta però di un’investitura ad honorem, dovuta ai vecchi contrasti tra l’Europa e Berlusconi, che sono tornati di moda grazie alle rivelazioni dell’ex-membro della BCE Bini-Smaghi e poi a quelle più recenti dell’ex-segretario al tesoro USA Tim Geithner. Nei fatti, tuttavia, l’euro-scetticismo del Cavaliere è rimasto tiepido, probabilmente per debolezza politica e spirito di conservazione: affrontare i servizi sociali da pregiudicato, tenere d’occhio l’estradizione di Dell’Utri e in più mettersi contro buona parte dell’establishment italiano ed europeo (dopo che già gli alleati europei del PPE già si defilano come di fronte ad un appestato) non è certo nelle mire di un uomo di quasi ottant’anni. Non si completa, così, la transizione del partito a forza di destra nazionale opposta al capitalismo globale, non rimanendo altro che il feticcio del carisma mediatico berlusconiano per garantire voti (e dunque qualche poltrona a qualche fedelissimo). Nostalgico. 

    Gli EURO-CONVINTI “CRITICI” È la lista L’Altra Europa per Tsipras, che in Italia ha fatto strage di cuori tra gli intellettuali “di sinistra”, da Barbara Spinelli a Roberto Saviano, da Stefano Rodotà ad Andrea Camilleri. In effetti avere un greco come candidato alla Presidenza della Commissione fa molto esotico; rappresenta il popolo che più ha sofferto per la crisi, dunque fa anche molto gli ultimi saranno i primi; e poi ci fa sentire sicuri di essere noi “i buoni”, perché coniuga l’internazionalismo europeo con una critica “da sinistra” a quel rigore tecnocratico che sta mandando in pezzi lo stato sociale. Tutto molto bello: ma pare non siano in tanti a volersi permettere il lusso di una questione di principio. Il problema è capire se questa posizione possa essere qualcosa di più che il sogno ad occhi aperti di un gruppo di eletti. Ma se siete di sinistra, se pensate quest’Europa debba cambiare pur senza uscire dall’euro, se ritenete che, per quanto flebile, questa sia l’unica speranza; allora non c’è dubbio: Tsipras è il vostro candidato. Non duri, ma puri.

    Gli EURO-CONVINTI È il gruppo più affollato. Vi rientrano a buon diritto (da destra verso sinistra):

    1. Nuovo Centro Destra (fronte PPE, candidato presidente Jean Claude Junker);
    2. Centro Democratico di Tabacci, Scelta Civica di Monti, e Fare per Fermare il Declino di Boldrin, uniti nella piattaforma Scelta Europea (fronte ALDE, candidato presidente Guy Verhofstadt);
    3. Partito Democratico (fronte PSE,  candidato presidente Martin Schulz).

    Queste formazioni si dividono sul tipo e sulla quantità di interventi da fare in un contesto continentale che certo così com’è non va. Ma una volta pagato pegno allo scontento generale, alla domanda “cosa dobbiamo fare in Europa?” la risposta è presto detta: proseguire su questa strada. Votando Scelta Europea si va “avanti tutta”, votando l’NCD di Alfano si chiede qualche ritocco “da destra” e votando il PD di Renzi si chiede qualche ritocco da… qualche altra parte. In ogni caso l’affermazione di queste compagini sarebbe un chiaro segnale di sostegno verso l’attuale establishment, dato che il PPE e il PSE erano fino a ieri i due blocchi che si spartivano il parlamento europeo. Usato garantito.

    Cosa sucederà?

    Innanzitutto bisogna considerare che ci saranno almeno due diversi esiti: c’è un esito nazionale, tutto interno al gioco politico italiano, e c’è un esito europeo, dove le singole sfide nazionali si sommano, con un diverso peso specifico.

    In Italia il voto è stato presentato come una sfida tra PD e M5S, complice anche la propaganda elettorale, condotta tutta contro l’avversario allo scopo di galvanizzare e compattare l’elettorato di riferimento. In questa dialettica, il PD è il polo “conservatore”, il M5S il polo “progressista”: la vittoria dell’uno o dell’altro determinerebbe, in teoria, se occorra rafforzare la strategia attuale o cambiare rotta. Tuttavia è lecito dubitare che da questo duello emerga qualche verdetto inappellabile. L’unica possibilità sarebbe un’affermazione netta, oppure un clamoroso tracollo, di uno dei due contendenti: all’opposto qualche punto percentuale sopra o sotto, nel testa a testa che si prospetta, non servirà a nulla, se non a sprecare parole.

    Allo stesso modo a niente servirà fare la conta dei critici o dei sostenitori di questa Europa, che è pur sempre l’orizzonte di riferimento politico del duo Renzi-Napolitano. Il Presidente è già stato chiaro; per di più il M5S si presenta da solo, e dunque difficilmente ci sarebbero prospettive per fare un nuovo governo con nuove elezioni; infine sappiamo che il parere degli elettori può essere tranquillamente messo da parte, anche in modo molto sfacciato. Morale: a meno di eventi clamorosi, i rischi per la tenuta dell’esecutivo sono minimi. Ciò detto, si possono attendere indicazioni importanti su altre questioni, quali ad esempio: il peso elettorale della battaglia anti-euro (soprattutto nel caso “plastico” dato dalla Lega Nord, e nonostante un’informazione  compattamente pro-euro), l’appeal di Renzi, le potenzialità della critica dissacrante di Grillo, la rilevanza residua di Forza Italia, eccetera.

    Queste dinamiche, che hanno valore a livello nazionale, potrebbero però essere completamente ribaltate sul piano europeo. Visto da lontano, infatti, il voto italiano sarà giudicato in modo molto sommario: tutti quelli che non appartengono al gruppo degli euro-convinti saranno buttati nel calderone dell’euro-scetticismo e trattati di conseguenza. Questo approccio, nonostante tutto, ha un suo senso: serve a valutare se la visione dell’attuale leadership europea sia sostenibile politicamente. E in quest’ottica è probabile che il voto italiano si rivelerà una vittoria complessiva dell’euro-scetticismo, e dunque una sconfitta per questo modello di Europa.

    Se poi il responso delle urne dovesse andare in questa direzione anche negli altri paesi, si aprono scenari imprevedibili. Una frattura insanabile potrebbe venire da una netta affermazione dell’euro-scetticismo in quei paesi (per esempio Francia e Inghilterra) dove il fronte non è diviso in vari partiti rivali (come avviene da noi). Ma se anche ciò non dovesse accadere, i rischi non sono per questo scongiurati. Un europarlamento con una forte minoranza euro-scettica (che è lo scenario più probabile), per quanto eterogenea questa minoranza possa essere, sarà comunque una novità destabilizzatrice. Bisognerà valutare, allora, il reale livello di stress delle istituzioni europee, già indebolite da una ripresa che non si vede, dall’incapacità di rinvenire una strategia alternativa, dalla pessima gestione della questione ucraina e dalle pressioni degli Stati Uniti; i quali, dopo aver fatto la loro parte con una politica economica espansiva, appaiono oggi sempre più innervositi dal peso morto per l’economia globale dato dal nostro autolesionismo.

    Pertanto, anche se probabilmente ci sarà la maggioranza per continuare su questa strada, la contezza della sua inevitabile insostenibilità politica sul lungo termine potrebbe suggerire una ritirata anticipata. Restano ovviamente possibili entrambi gli scenari: l’incrinatura potrebbe bastare per rompere il bicchiere, oppure all’opposto potrebbe rafforzare la determinazione di chi crede nel progetto e non intende darsi per vinto. In ogni caso l’ampiezza della marea euro-scettica servirà a testare la resilienza del sistema.

    Su queste basi possiamo azzardare un pronostico. La mia impressione è che Grillo sconterà certe sparate e il fatto di aver perso il voto degli anti-euro; ma chi sta davvero rischiando è il PD di Renzi, il quale, dal canto suo, ha solo da perdere e si presenta alle urne con molti handicap. Tra questi: la debolezza degli alleati, l’alta astensione, lo scandalo expo, le minori motivazioni degli euro-convinti, la recondita convinzione di alcuni di questi che una scossa euro-scettica farà comunque bene, le performance economiche non esaltanti e via dicendo. Il premier probabilmente se la caverà lo stesso, ma dovrà poi vedersela coll’esito del voto nel resto d’Europa e con i cambiamenti che ne seguiranno. La mia scommessa è che, a differenza di quello che succede da noi, negli altri paesi si terrà in maggior conto (o sarà più difficile occultare) un responso che minaccia di terremotare il continente.

     

    Andrea Giannini

  • L’Orchidea: dalle foreste tropicali sino ai ghiacci della Patagonia fioriture esotiche e sgargianti

    L’Orchidea: dalle foreste tropicali sino ai ghiacci della Patagonia fioriture esotiche e sgargianti

    orchidee-1Alcune settimane fa mi è stato chiesto qualche consiglio per riuscire a fare rifiorire una pianta ormai molto diffusa in commercio, l’Orchidea. Le Orchidaceae sono una famiglia numerosissima, principalmente (ma non solo) rappresentata da erbacee perenni. Queste piante provengono in gran parte dalle aree tropicali o sub tropicali dell’Asia, dell’America Centrale e del Sud America. A differenza di quanto immaginano i più, alcune varietà crescono e proliferano però anche in zone a clima freddo e nelle aree temperate o a clima continentale, persino in Patagonia ed in zone prossime al Circolo Polare Artico.

    orchidee-2Pur con qualche semplificazione (esistono infatti varietà “terricole”, dotate di rizotuberi o bulbi), la stragrande maggioranza delle Orchidee cresce sugli alberi o negli anfratti di tronchi e rocce. Queste piante sono dotate di lunghe radici aeree, tramite le quali sono in grado di assorbire l’umidità e le sostanze nutritive presenti nell’ambiente. Non sono quindi fornite di un apparato radicale, inteso nel senso usuale cui siamo abituati, e non necessitano di particolari quantitativi di terreno per proliferare.

    orchidee-3Come noto, le foglie sono poche, lanceolate o rotondeggianti, coriacee e di un verde generalmente scuro. Esse costituiscono un cespuglio di piccole dimensioni, da cui dipartono i rami fioriferi, per cui la pianta è assai apprezzata, dai fiori alati, dall’apparenza esotica e dalle colorazioni brillanti e sgargianti. Caratteristica precipua della pianta è che le fioriture durano assai a lungo, essendo i fiori cerosi e resistenti nel tempo.

     

    orchidee-4La pianta cresce preferibilmente in ambienti umidi, piuttosto luminosi, e non tollera (nelle varietà di tipo tropicale) eccessivi sbalzi di temperatura. A mio parere sono decisamente preferibili tutte le tipologie a fiore piccolo, bianco puro, giallo, giallo verdastro (Orchidea Vanilla) o viola purpureo, meno appariscenti e dall’aspetto decisamente più naturale.

     

    orchidee-5

    Il campo d’indagine sarebbe sconfinato almeno quanto le mille tipologie esistenti, ci limiteremo quindi qualche consiglio per far proliferare e soprattutto rifiorire le Orchidee. Innanzi tutto, sarà necessario mantenere le piante in condizioni di umidità costante, il che non significa però che debbano essere bagnate di continuo… Le radici aeree non devono mai essiccare completamente e, per ottenere tale risultato, si consiglia di posizionare i vasi delle piante su uno strato di sassi o su apposite griglie di umidificazione. Altrettanto importante è poi procedere con concimazioni regolari: una volta al mese se di maggiore consistenza, altrimenti con blande somministrazioni settimanali. Fondamentale è poi l’illuminazione.

     

    orchidee-6Essa deve consistere in luce viva ma non sole diretto, ricordiamoci infatti che le Orchidee di cui stiamo parlando popolano le foreste tropicali. L’irraggiamento cui sono quindi abituate in natura è quello che giunge loro attraverso i rami degli alberi, caldo, indiretto e comunque mai eccessivo. L’ideale sarebbe poi garantire una temperatura (ed umidità) costante nell’arco della giornata (simile a quanto accade ai tropici), contrapposta a notti fresche (come accade nelle zone di origine delle piante). Sebbene attualmente assai diffusa e commercializzata, in realtà l’Orchidea non è una pianta facilissima da coltivare. Per ottenere buoni risultati, richiede cura e dedizione, tanto è vero che nell’Ottocento e nel primo Novecento era appannaggio di collezionisti e di soli appassionati. Serre e giardini invernali erano tenuti (bruciando il carbone!) appositamente a temperatura ed umidità predeterminate per permettere il ripetersi delle esotiche, coloratissime e prolungate fioriture. Nel caso in cui le si dedichino però le giuste cure, l’Orchidea sarà estremamente longeva e, di anno in anno, gli inusuali fiori ricompariranno, dal piccolo ceppo, costanti e sempre più numerosi.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Sovranità limitata, ormai ci siamo abituati: “la democrazia richiede troppo tempo”

    Sovranità limitata, ormai ci siamo abituati: “la democrazia richiede troppo tempo”

    elezioniQuello che davvero dovrebbe farci riflettere non è tanto la rivelazione dell’ex segretario al Tesoro USA Tim Geithner, secondo il quale nel 2011 alcuni funzionari europei lo avrebbero contattato per coinvolgere gli Stai Uniti in un ricatto finanziario ai danni del governo Berlusconi; quello che davvero dovrebbe preoccuparci, e indurci a meditare su noi stessi, è l’atteggiamento di supponente indifferenza con cui una buona parte dell’opinione pubblica reagisce alla notizia. Il problema non è un complotto che si presume sia stato tentato: perché si sa per certo che, nel caso, non riuscì. Il problema è che ci stiamo abituando a vivere in un contesto a sovranità limitata; dove quello che decidiamo attraverso le elezioni, i referendum, l’attività parlamentare e, più in generale, la vita politica, non conta più nulla, essendo ormai superato da dinamiche e decisioni che vengono prese sopra le nostre teste in contesti elitari extra-nazionali.

    L’assuefazione a questo stato di cose si percepisce nelle placide ammissioni di molti illustri commentatori, da Stefano Folli del Sole 24 Ore a Stefano Feltri de Il Fatto Quotidiano. Scrive ad esempio quest’ultimo: “L’unica certezza è che di sicuro Washington, Berlino, Londra, Parigi e Bruxelles volevano Berlusconi lontano dal potere. E quando volontà così forti vanno tutte nella stessa direzione non c’è bisogno di un complotto di incappucciati perché certe cose succedano”. Non si accorge Feltri che un conto è ammettere la verità, ossia che dietro le quinte le ingerenze straniere, soprattutto da parte di nazioni potenti, ci sono sempre state; un altro conto è accettarle con una scrollata di spalle, come se non fosse un fatto allarmante che i nostri leader politici vengono scelti dall’esterno (come nei paesi del terzo mondo). Per fare un paragone sarebbe un po’ come filosofeggiare sulla propensione all’omicidio dell’animo umano mentre si viene accoltellati. E c’è di peggio.

    C’è David Parenzo, che addirittura “brama” un’invasione tedesca; e poi c’è Stefano Menichini, che non è molto conosciuto, ma è il direttore di Europa, quotidiano del Partito Democratico. Questo illustre esponente della carta stampata, alla notizia delle rivelazioni di Geithner, ha twittato giulivo: “Dunque c’è stata un’operazione internazionale per far fuori Berlusconi dal governo? Lo davo per scontato e hanno fatto benissimo“. E aggiunge: “Hanno risolto a modo loro un problema che noi (tutti) non riuscivamo a risolvere da soli“.

    Sono convinto che molti, in fondo in fondo, la pensano come questi insigni giornalisti: “La democrazia andrebbe rispettata, non c’è dubbio. Ma tutto sommato non si può sempre essere formalmente corretti: non si può andare sempre per il sottile. A volte ci sono delle emergenze e la democrazia richiede troppo tempo…. Sulla base di questo ragionamento, dunque, tutto sommato ci è andata bene, se nell’UE, nel G20 o nel G7 qualcuno è riuscito a cacciare via Berlusconi. Il Cavaliere non era forse inaffidabile, in rotta di collisione col ministro dell’economia Tremonti, incapace di presentare un piano serio di riforme e azzoppato dagli scandali sessuali? E non è forse vero che il suo successore, Monti, era ben più competente, sobrio e apprezzato da tutti?

    È tutto vero. Anzi, andiamo oltre: ammettiamo pure che Berlusconi sia stato un leader populista interessato esclusivamente ai propri interessi; e che abbia conquistato il potere solo sfruttando la crisi della classe dirigente italiana e avvalendosi di una concentrazione di potere mediatico abnorme. Ciononostante, pur con tutti i suoi difetti, non ho alcuna difficoltà a dire che se dovessi scegliere tra Silvio Berlusconi e Mario Monti, sceglierei il primo; e questo solo per una qualità essenziale che l’ex-commissario europeo non aveva: quella di essere stato eletto.

    Esiste una correlazione diretta tra il modo antidemocratico con cui Monti è andato al potere e i problemi in cui ci troviamo. Il punto è che la democrazia non ha a che fare con la Verità: la democrazia ha a che fare con gli interessi. Chiediamoci: perché in democrazia votano tutti? Non certo perché occorre fare un calcolo statistico; bensì perché si riconosce che ognuno è il miglior giudice di ciò che gli conviene. In altri termini, nessuno può arrogarsi il diritto di dire al posto nostro quello che è nel nostro interesse. E perché è meglio non delegare questa scelta? Perché l’esperienza suggerisce che quando facciamo decidere agli altri, questi tendono a sottovalutare i costi e a sopravvalutare i benefici: ossia, come ci ricorda Enrique Balbontin, “son tutti bulicci col culo degli altri”.

    Da questo punto di vista non c’è molta differenza tra le teocrazie dell’antichità, dove per governare occorreva accreditarsi come autorità religiosa, e la tecnocrazia europea, dove per governare  occorre accreditarsi come autorità tecnico-economica: in entrambi i casi il potere si giustifica col possesso di un sapere e non, come dovrebbe essere, a partire dal riconoscimento reciproco di interessi specifici. Non importa quanto sia “avanzato” o “progredito” un certo sapere: chi ha il potere politico finirà frequentemente per usare ogni sapere a proprio vantaggio; e anzi farà tanti più danni quanto più questo sapere gli riconoscerà un vantaggio oggettivo. Ecco perché il potere, da Montesquieu in avanti, si divide; ed ecco perché al sapere tecnico-scientifico, almeno da Platone in avanti, si demanda al più una funzione di consulenza, ma non la decisione politica.

    Monti, non essendo stato eletto da nessun italiano, e dovendo anzi la sua carica al consenso ottenuto nei palazzi di Bruxelles, ha fatto ovviamente quello che era nell’interesse di Bruxelles (ossia della Germania) e non nel nostro. Berlusconi, che invece era stato eletto, e che dunque per farsi gli affari suoi aveva bisogno di voti, non avrebbe mai potuto presentarsi ai suoi elettori con una lista di tagli e sacrifici che gli italiani non avrebbero capito. E oggi i dati ci dimostrano che gli italiani avrebbero avuto ragione: l’austerità è in effetti incomprensibile e controproducente, tanto che tutti i partiti politici in questo momento la rinnegano.

    Oggi sappiamo anche che il fatto che il Parlamento abbia appoggiato il governo Monti non valse a conferirgli legittimità democratica. Quel Parlamento, infatti, fu eletto con il porcellum, poi bocciato dalla Consulta perché anticostituzionale. E anche questa non è una questione formale: se devo la mia elezione ai vertici del partito che mi hanno inserito in liste bloccate, starò attento a non scontentare questi vertici; mentre se mi avessero eletto i cittadini con le preferenze, mi preoccuperei di più del parere degli elettori.

    Insomma, tout se tient. È l’anti-democraticità del sistema che ha prodotto i danni attuali, non il metodo parlamentare e la concertazione. Ricordiamoci dunque, quando sentiamo trattare la questione democratica con sufficienza, che non si tratta affatto di un problema formale: se c’è scarsa democrazia, vuole dire che qualcuno ci sta facendo fare quello che viene comodo a lui e non a noi.

    P.S.

    Il Partito Democratico, visto che difende metodi antidemocratici, vuole farci almeno la cortesia, in vista delle prossime elezioni, di cambiare il suo nome in quello di “Partito Eurocratico”? Grazie.

     

    Andrea Giannini

  • “Lottare fino alla morte perché quel poco non sia uguale a niente”

    “Lottare fino alla morte perché quel poco non sia uguale a niente”

    letteredallaluna-quaderno-sfocatoPremessa inutile, non ho la verità in bocca. Lungi da me come la più fioca delle stelle.
    Pensavo, che cosa fai nella vita? A domanda viene ovviamente da rispondere con il proprio lavoro, ergo quello che facciamo per racimolare il denaro che ci serve per avere una casa e tutto il corredo; che poi, è anche logica come risposta, ché il tempo impiegato nella propria attività remunerata è la fetta più grossa della torta insieme a quella occupata dal sonno o sogno che dir si voglia. Che fregatura. Fin qui, siamo sicuramente tutti d’accordo.

    Bisogna accontentarsi di poco, di quel che resta. Gli spietati se ne fregano e ci lasciano qui a riflettere, loro tagliano il filo e tu non ne sai più niente, salgono sul treno e non ritornano (citazione pop). Noi, invece, ci accontentiamo di poco. La chiave sta tutta in quel “poco”. Se uno chiedesse: che cosa fai quando non lavori? Mmm. Ho paura che le risposte sarebbero ancora più noiose e banali di quelle legate al lavoro. Si è stanchi, è fisiologico, la sera si è stanchi. Ma la sera è quel “poco”. E nelle giornate di festa? In quelle comandate mangiamo tutti le stesse cose, che teneri.

    Aldilà del lavoro, delle tradizioni culinarie, aldilà delle ricorrenze, delle usanze… Pensavo, che cosa fai nella vita? Lottare fino alla morte perché quel “poco” non sia uguale a niente è la sola guerra che meriti di essere combattuta.

    Gabriele Serpe

  • Il Giacinto, il fiore dei Greci e dei Romani. Coltivazione e caratteristiche

    Il Giacinto, il fiore dei Greci e dei Romani. Coltivazione e caratteristiche

    giacinto-1Il Giacinto è una pianta bulbosa, originaria dei Paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo Orientale e di alcune regioni africane. Data la sua valenza estetica, questo bulbo si è nel tempo molto diffuso anche in Asia ed in Europa, dove viene oggi ampiamente coltivato. In Italia sono poi presenti alcune specie endemiche che presentano infiorescenze bianche e molto profumate.

    giacinto-2I Giacinti sono caratterizzati da sottili foglie verdi scure, carnose, nastriformi che spuntano in primavera da un bulbo arrotondato, tunicato, che può produrre nel tempo per suddivisione alcuni bulbilli laterali. Le piante possono raggiungere i trenta centimetri di altezza e sviluppare un folto cespuglio che dura però poco tempo, per il solo periodo dell’accrescimento delle foglie e della successiva fioritura. Terminata quest’ultima le infiorescenze e le foglie appassiscono ed il bulbo torna in riposo vegetativo, sotto terra, fino alla successiva primavera.

     

    giacinto-3

    Nel dettaglio, lo scapo floreale è composto da numerosi fiori a forma di campanella, riuniti in una sorta di “pannocchia”. Le piante che crescono spontanee in natura sono di dimensioni meno sviluppate e producono spighe floreali meno folte e più piccole.
    Si dice che il nome di questa pianta derivi dal personaggio mitologico Giacinto. Un giorno, mentre Apollo e Giacinto sarebbero stati intenti nel lancio del disco, Zefiro avrebbe deviato il vento e Giacinto sarebbe stato colpito alla tempia. Apollo avrebbe quindi trasformato Giacinto, ad imperitura memoria del sangue dell’amico, in una infiorescenza di colore rosso porpora intenso.

    giacinto-4fiori del Giacinto sono molto profumati e i colori variano dal rosa al lilla, all’azzurro fino al bianco puro. Le varietà ibridate possono essere anche arancioni, gialle o di colori estremamente intensi e, a nostro avviso, a volte esteticamente non molto riusciti. Da sempre apprezzati, i Giacinti erano già coltivati dagli antichi Greci e dai Romani sia per i fiori che per il profumo intenso che essi sprigionano. A Sparta erano invece molto impiegati per festeggiare le celebrazioni nuziali.

    Il bulbo cresce facilmente e non richiede cure particolari. Va interrato in autunno sia in piena terra che in vasi e contenitori e spunterà in primavera. Nei Paesi a clima mediterraneo esso può essere lasciato nel terreno anche d’inverno, altrove andrà rimosso dopo la fioritura e conservato in luogo fresco, buio ed asciutto, preferibilmente nella sabbia, fino all’autunno successivo.

    giacinto-5Nella sua collocazione andrà tenuto conto che, dopo lo sviluppo delle foglie e la successiva fioritura, la pianta sparisce nuovamente (come peraltro la stragrande maggioranza delle bulbose) fino all’anno successivo. Il Giacinto può essere anche coltivato con grande successo in casa nella stagione invernale, mediante l’impiego di bulbi appositamente “forzati”. In generale la pianta tende a produrre una prima fioritura molto appariscente che, negli anni successivi, diventa sempre meno rigogliosa. Spesso al posto di una grande spiga centrale si producono, a fronte del suddividersi del bulbo in tanti bulbilli, più infiorescenze di piccole dimensioni. A differenza del Narciso che, così ripartendosi, colonizza ampi spazi, il Giacinto tende invece a perdersi. Se si vorranno quindi piante rigogliose e fiori di grandi dimensioni, sarà necessario rimpiazzare di frequente i bulbi.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • La febbre dello spread, che imbroglio! A distanza di tre anni i numeri smascherano l’inganno

    La febbre dello spread, che imbroglio! A distanza di tre anni i numeri smascherano l’inganno

    economia-soldi-finanza-banche-DIUna volta avevamo una politica certo litigiosa e inconcludente, ma che almeno adempiva il compito minimo di alternarsi. Non che io sia un fan della logica del bipolarismo – sia chiaro. Tuttavia l’esistenza di forze di destra, da un parte, e forze di sinistra, dall’altra, salvaguardava almeno l’apparenza che esistesse una competizione per il potere e che questa competizione si misurasse alle elezioni, nei confronti dei cittadini. Poi tutto è cambiato.

    Vi ricordate che giorno era? Era il 5 agosto del 2011. Il giorno prima lo spread tra i nostri titoli di stato a 10 anni e quelli tedeschi aveva toccato quota 400; la BCE aveva cominciato a preoccuparsi e così ci recapitava la famosa letterina a firma Trichet e Draghi (rispettivamente governatore uscente e governatore entrante), con cui informava il premier Berlusconi che si rendeva «necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori». Insomma, era il momento che cominciassimo a svegliarci, perché l’eurotower, purtroppo, non poteva far nulla; se non (bontà sua) indicarci le priorità da seguire (possibilmente per decreto legge, ossia scavalcando il Parlamento):

    1. Misure per la “crescita”: privatizzazioni a tutto spiano, abolizione della contrattazione salariale collettiva, assunzioni precarie e licenziamenti facili;

    2. Misure per i conti pubblici: riduzione automatica del deficit, pareggio di bilancio (meglio se in Costituzione), alzamento dell’età pensionabile e spesa pubblica sotto stretto controllo;

    3. Misure generali: maggiore efficienza della pubblica amministrazione (introduzione di rigidi parametri di performance in tutti i settori) e abolizione delle provincie.

    Da allora è sempre stata questa la vera agenda di tutti i governi italiani. Berlusconi, che non aveva la forza per imporla, fu sostituito da lì a breve (complice un’impennata clamorosa dello spread fino a quota 575). Dopo di lui Monti varò tutte le misure per ridurre i conti pubblici (dal fiscal compact, al pareggio di bilancio, fino alla riforma Fornero), salvo poi ritrovarsi bocciato alle elezioni insieme con tutta la politica di austerità. Nessun problema, naturalmente: quello che era stato fatto era stato fatto. I nuovi governi avrebbero dovuto solo evitare di smantellare le riforme dell’ex-commissario europeo e dedicarsi al resto del programma. In questo Letta ebbe qualche oggettiva difficoltà; per cui fu necessario passare il testimone a Renzi. Ed in effetti oggi il premier è tutto dedito a fare “riforme” del lavoro, a battagliare con i sindacati, ad annunciare privatizzazioni e abolizioni delle provincie: tutto rigorosamente all’interno del solco tracciato dai governatori di Francoforte.

    Fin qui niente di strano: tutto sommato ci siamo legati mani e piedi all’Europa proprio perché avevamo bisogno di una “tutela” esterna, essendo noi così pigri, dissoluti e inaffidabili. Resta il fatto, tuttavia, che il segno tangibile della nostra inadeguatezza, con l’aggravante dell’emergenza (che rendeva impossibile discutere ulteriormente), fu proprio la febbre dello spread. L’Europa non ci stava imponendo nulla: stava solo giungendo in nostro soccorso, per aiutarci a fare quello che noi non avevamo saputo fare, mandando in fibrillazione i mercati. Gli investitori non si fidavano più, non compravano il nostro debito e lo spread saliva alle stelle, minacciando la bancarotta dello Stato: era la dimostrazione che eravamo incapaci di gestirci e non avevamo altra scelta se non farci guidare dalla mano severa, ma giusta, della BCE.

    Qualcuno, però, fece notare che l’impennata dello spread era solo speculazione finanziaria, determinata dall’ambigua politica monetaria della BCE, priva di un preciso mandato per l’acquisto di titoli di Stato (per cui gli investitori potevano scommettere sulla bancarotta di un paese membro). In questo contesto – proseguivano i critici – le politiche di austerità chieste dalla BCE non potevano essere realmente efficaci; mentre le misure proposte per la crescita (liberalizzazioni, privatizzazioni e abbattimento delle tutele al lavoro) non avevano alcuna relazione con il problema dello spread. Dunque – concludevano costoro – la governance europea stava usando la crisi del debito solo per imporre assetti penalizzanti per i lavoratori.

    Queste critiche venivano rigettate parlando di “complottismo” e sostenendo che la speculazione avesse un’origine reale: la nostra inaffidabilità, la crescita negativa e l’alto debito pubblico. Bisognava dunque rispettare gli impegni, ridurre il debito e favorire lo sviluppo senza fare ulteriore spesa: in ultima battuta sarebbe arrivata anche l’occupazione. Il successivo calo dello spread, coerentemente, fu attribuito al risanamento intrapreso da Monti; e non alle tre parole dette da Mario Draghi il 26 luglio 2012, quando, lanciando il programma OMT, promise di fare tutto il possibile («whatever it takes») per tenere in piedi l’euro (cioè quello che fanno tutte le banche del mondo senza dettare condizioni). Tutte queste spiegazioni, però, appaiono totalmente smentite.

    Già a fine 2011 il governo Monti prevedeva per l’anno successivo una lieve recesisione pari a un -0,4%: andò a finire che  crollammo al -2,4%. A metà 2012 sempre Monti prevedeva di nuovo un -0,4% per il 2013: finì con un pesante -1,9%. L’anno scorso il governo Letta prevedeva un +1% per quest’anno, subito contrastato dall’ISTAT che si limitava a un più blando +0,7%. L’altro giorno le previsioni dell’OCSE ci hanno dato al +0,5%, in ulteriore calo rispetto al +0,6% delle stime già aggiornate: qualcuno offre di meno? Se a questo quadro aggiungiamo anche il recente rinvio del pareggio di bilancio, si può ben dire che in termini sia di crescita che di affidabilità stiamo facendo pessime figure.

    Pure il debito pubblico non è in migliori condizioni. Le recenti stime della Commissione UE lo danno prossimo al 135,2% del PIL, mentre nel 2011 eravamo “solo” al 120,1%. Le stesse stime danno anche la disoccupazione a livelli mai raggiunti: 12,8%. In tutto questo bel contesto, che teoricamente dovrebbe essere il terreno ideale per la speculazione, cosa combina lo spread? Schizza alle stelle minacciando di riportarci alla bancarotta? Au contraire, mes amis. Lo spread segna il minimo storico degli ultimi tre anni: 150 punti base.

    Ora, nel 2011 io non ero tra quelli che avevano capito. Io avevo appena cominciato a rendermi conto che c’era qualcosa che non andava. Ma oggi c’è ancora qualcuno disposto a negare che lo spread è stato un imbroglio?

    Andrea Giannini

  • La musica popolare: i padri della canzone d’autore e l’Italia contadina

    La musica popolare: i padri della canzone d’autore e l’Italia contadina

    agricolturaNel tracciare anche per sommi capi una storia della canzone (ed in particolare, di quel segmento che chiameremo “canzone d’autore”), occorre riconoscere un ruolo di particolare importanza – in particolar modo in Italia – alla musica popolare. È infatti proprio nell’ambito dell’area sociale definibile come “popolare” che maggiormente si evidenzia la presenza di un prodotto musicale, indicato come canzone, che instaura un rapporto diretto col sottostante mondo che lo ha prodotto, in termini di “custode”, di memoria, racconti di vita quotidiana e tradizioni.

    In tutto questo, oltre all’immediata produzione di senso, c’è l’importanza della continuità tra un “ciò che è stato” e “ciò che è”, almeno fino al momento in cui quella particolare canzone è stata scritta (e spesso come si è detto, non si è in grado di risalire ad un autore certo). Ci sono decine e decine di canzoni popolari che presentano variazioni nel testo, oltre che nella melodia, così come sarà possibile rinvenire linee melodiche utilizzate in diverse canzoni. Ma questo “slittare” di un testo, oltre che l’impiego parziale di linee melodiche, rientra in una pratica diffusa nel mondo popolare, ne costituisce un elemento di vitalità, e non è assimilabile al concetto di “copiare”. Tuttavia, per comprendere bene questo discorso dobbiamo aver chiaro che l’espressione “mondo popolare” va riferita ad una realtà che oggi – penso sia lecito dire “purtroppo” – non esiste più; un mondo che nulla ha a che vedere coi “quartieri popolari” delle grandi città, o con il sottoproletariato delle periferie degradate delle metropoli. Parliamo di una realtà sociale che in Italia, tuttalpiù può essere datata fino ai primi anni ’50 del secolo scorso, quando, appunto, la cultura contadina non era stata ancora assassinata e l’assassino (ossia il capitalismo industrialmente e tecnologicamente avanzato) non aveva ancora mostrato il suo vero e unico volto.

    Dobbiamo pensare (o forse ricordare?) ad una società semplice, fatta di lavoro duro, una società che, sbrigativamente, tutti noi definiremmo come “arretrata”, con un tasso di mortalità infantile e di analfabetismo molto alto. Ma in questi vissuti, prima dell’avvento dei mass media, del “villaggio globale”, di Mc Luhan e dello “Shock del futuro” di Toffler (importante libro edito nel 1970), i cantastorie svolgevano un ruolo essenziale.

    Non guardiamoli con occhi viziati di romanticismo: probabilmente non erano consapevoli dell’importanza che gli sarebbe stata riconosciuta successivamente. Erano agenti palesi al servizio della memoria, veicoli di conoscenza, tradizione, storia. Non è illegittimo identificare una linea di continuità tra gli antichissimi aedi e i cantastorie che, in un comprensorio relativamente vasto, si muovevano di paese in paese. Erano loro a tramandare le storie o le leggende e con i loro racconti cantati/recitati contribuivano a testimoniare la continuità dell’identità di una collettività.

    C’è un vecchio adagio che dice:  “canta che ti passa”, ma si potrebbe aggiungere: “canta che ricordi”. Gli antichi aedi, spesso ciechi, eseguivano tutto a memoria, con una declamazione ritmica, forse sostenuta da qualche appoggio strumentale o scarne linee melodiche che, appunto, facilitavano la memorizzazione. I cantastorie non erano ciechi, in linea di massima, non raccontavano di gesta epiche, di dei e di eroi. Le loro erano storie ambientate nelle vicende quotidiane; a volte si trattava di favole con una morale finale. A ciò che cantavano/raccontavano aggiungevano poi spontaneamente la cronaca dei fatti che acquisivano nello spostarsi da un paese all’altro: erano loro l’informazione, visto che i giornali avrebbero parlato di cose lontane e incomprensibili…e poi… chi li sapeva leggere?

    Gianni Martini

  • “Il reddito prima del lavoro”? Curare i sintomi per non affrontare le cause, una pessima idea

    “Il reddito prima del lavoro”? Curare i sintomi per non affrontare le cause, una pessima idea

    cercare-lavoroIl premio per il peggior modo di onorare la festa del lavoro va quest’anno a Giuseppe Piero Grillo, detto “Beppe”. Il nostro concittadino conquista l’ambito riconoscimento sbaragliando un’agguerrita concorrenza fatta di politici di tutta Europa, ministri dell’economia e premier in carica, grazie all’epico discorso pronunciato sabato scorso a Piombino«Il lavoro si può anche perdere, ma non si può perdere il reddito».

    Storditi dalla crisi e intontiti da una girandola di dichiarazioni-shock che solo dieci anni fa avrebbero mobilitato le piazze, non ci siamo accorti di questo perfetto, elegantissimo epitaffio per secoli di lotte e rivendicazioni sindacali: eppure la portata dell’affermazione non andrebbe sottovalutata, perché in essa è contenuto il nucleo più profondo del pensiero pop-modernista di Grillo, ed è insieme la conferma della sua sudditanza rispetto alle logiche del capitalismo globale. Per dirla in termini più comprensibili il comico vorrebbe essere portavoce di una forza dal basso, ma dimostra di fare nei fatti gli interessi di chi sta in alto.

    Vediamo di capire perché, cominciando a contestualizzare la frase incriminata.

    Beppe GrilloIl M5S da tempo si batte per il reddito di cittadinanza, ossia una serie di “misure volte al sostegno al reddito per tutti i soggetti residenti sul territorio nazionale che hanno un reddito inferiore alla soglia di povertà”. Il principio è molto simile a quello del reddito minimo garantito e risponde indubbiamente ad una logica sensata: garantire a tutti dignità sociale, attutendo l’impatto negativo di un’eventuale perdita del lavoro. Dunque, all’interno di una discussione sugli ammortizzatori sociali e sul senso complessivo del nostro mercato del lavoro, è una posizione che merita certamente di essere considerata e discussa.

    Tuttavia questa volta Grillo fa un passo ulteriore in una direzione che forse non era mai stata esplicitata così bene: non solo difende il principio del sostegno al reddito, ma lo pone in contrapposizione al principio del diritto al lavoro. In questo modo va a interfacciarsi direttamente, in chiave polemica, con i principi fondanti della nostra Costituzione. Dire infatti che: “il lavoro si può anche perdere, ma non si può perdere il reddito” significa porsi in contraddizione con l’articolo 1, per cui “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Grillo, insomma, ci sta chiedendo espressamente di ripensare i nostri principi, collocando il reddito prima del lavoro.

    Che non si tratti di una interpretazione fantasiosa o di una frase estrapolata dal contesto è confermato dai fatti. Il comizio ha avuto luogo a Piombino, dove le storiche acciaierie Lucchini stanno ormai per chiudere, certificando il declino della siderurgia italiana. Parlando a una folla colma di (ormai prossimi) disoccupati, Grillo ha attaccato non solo, come era logico attendersi, l’amministrazione di sinistra che ha gestito questa transizione; ma si è scagliato anche contro i sindacati, sancendone la presunta inutilità (“sono morti”) e confermando così il desiderio più volte esplicitato di eliminarli dalla scena, senza che sia ben chiaro a chi affidare la tutela dei lavoratori.

    Il “megafono del movimento”, poi, ha negato ogni possibile soluzione: ha consigliato alla piazza di rinunciare a coltivare illusioni («si sapeva benissimo che era un altoforno a fine carriera»), di rassegnarsi all’inevitabile declino industriale della zona (al massimo «se si fosse creato un forno elettrico, forse 700-800 persone avrebbero mantenuto il posto di lavoro» – e questo su un totale di circa 1500 addetti…) e ha parlato del reddito di cittadinanza come, sostanzialmente, l’unico rimedio contro la povertà della disoccupazione.

    Tutto ciò dimostra che Grillo avalla la versione standard sulle dinamiche della crisi. Cioè, il declino industriale italiano non sarebbe un fatto contingente, dettato da scelte contingenti; non sarebbe un trend da invertire facendo le scelte giuste (e sapete già qual’è la più importante): al contrario, al declino sarebbe necessario rassegnarsi. Il motivo è nella globalizzazione, nella deindustrializzazione in salsa “green”, nella decrescita felice, nella Cina o in quello che volete: resta il fatto che il mondo gira così e che non staremo più come stavamo un tempo. Perciò gli operai di Piombino si rassegnino e votino M5S, che almeno butta lì 600 euro al mese.

    E’ evidente, pertanto, che Grillo non sta semplicemente sollevando doverose questioni sociali: la sua analisi, piuttosto, rivela una clamorosa sottovalutazione del tema del lavoro. E questo era in qualche modo inevitabile, dato che preoccuparsi del reddito in un momento di crisi economica significa curare i sintomi evitando di affrontare la causa. Con una metafora si potrebbe dire che è come consigliare a una donna che viene presa a schiaffi dal compagno di tenere in casa il Lasonil. Ed è la miglior prova che è un bene, all’opposto, che la nostra Costituzione sia fondata sul lavoro e non sul reddito.

    Lo Stato come costruzione ideale dipende da esigenze molto concrete, come garantire benessere e sicurezza a tutti cittadini. Per i padri costituenti il modo migliore per garantire a tutti questo benessere e questa sicurezza, per consentire pace e ordine sociale, è evidentemente proprio il lavoro, che viene per questo incastonato all’inizio della Costituzione. L’obiettivo della piena occupazione è il senso stesso dello Stato, ciò che conferisce a una costruzione altrimenti retorica e evanescente una funzione pratica e un consenso spontaneo e democratico.

    Certamente con questo non si intende dire che un sito improduttivo debba essere mantenuto in piedi indefinitamente a spese pubbliche: se Piombino fosse davvero alla fine del suo ciclo, bisognerebbe prenderne atto. Tuttavia si può dire che se i cittadini non lavorano, questo è un problema di chi governa; il quale può e deve preoccuparsi di rimuovere gli ostacoli all’impresa, promuovere l’educazione, garantire le infrastrutture, incentivare la ricerca e via dicendo. Perciò la famosa frase per cui “se il lavoro non c’è, non può essere creato” è falsa: se il lavoro non c’è, è preciso compito dello Stato attivarsi per incentivarlo, ricorrendo anche, se necessario, alla tanto vituperata spesa pubblica.

    Siamo al 13% di disoccupazione non certo perché abbiamo fatto spesa pubblica, ma perché, al contrario, “non potendo svalutare la moneta, si svaluta il lavoro” (Fassina dixit); e per svalutare il lavoro occorre aumentare la disoccupazione, con lo sgradevole effetto di “distruggere la domanda interna” (Monti dixit), creare ulteriore disoccupazione e aumentare il debito. Il che dimostra che aver dato retta a chi ci diceva di mettere in secondo piano il lavoro è stata una pessima idea (piuttosto chi ci ha mal consigliato evidentemente rispondeva ad altre logiche).

    E’ preoccupante, dunque, non tanto (o non solo) il fatto che Grillo ammetta con tanta distrazione le deindustrializzazione in atto e la svendita dei nostri settori produttivi; quanto il fatto che chi ha l’ambizione di guidare il paese non si preoccupi di come garantire a tutti i cittadini un lavoro qualificante e dignitoso; che non si renda conto di condividere la stessa diagnosi di quelli che vorrebbe mandare a casa; e che arrivi a mettere in discussione il principio fondamentale della nostra Costituzione, che mai come in questi tempi avrebbe bisogno di essere ribadito e sostenuto.

    Il lavoro è l’anticamera per l’autonomia, il sostentamento, la creazione di un’identità e una realizzazione personale. Seicento euro senza far nulla, invece, sono solo un’elemosina per evitare disordini sociali. Sono panem et circenses, con cui distrarre la gente e riempirgli la pancia. Persino gli schiavi vengono mantenuti: ma occorre il lavoro per avere gente libera.

     

    Andrea Giannini

  • La Clematis: un rampicante filiforme, scomposto ed “aristocratico”

    La Clematis: un rampicante filiforme, scomposto ed “aristocratico”

    1Questa settimana ci occuperemo di una pianta, appartenente alla famiglia delle Ranuncolaceae, dalla fioritura spettacolare, la Clematis. Essa cresce, allo stato spontaneo, in molti paesi del mondo, soprattutto in quelli a clima temperato. In natura ha talvolta portamento di arbusto ma, nella maggior parte dei casi, si sviluppa come rampicante, avviluppandosi ad alberi, steccati ed altre piante. Il portamento è elegantissimo, sebbene spesso alquanto disordinato: la Clematis produce rami sottili, filamentosi, verdi brunastri. Le foglie non sono

    2numerosissime e spuntano soprattutto nella parte alta del rampicante, i fiori sono spettacolari. Di grandi dimensioni, con sei o sette petali, hanno una forma esotica e sembrano veramente sproporzionati, per dimensioni e fattezze, rispetto alla complessiva, aristocratica leggerezza della Clematis. In generale, all’atto dell’acquisto si consiglia di scegliere piante che siano vigorose e ben strutturate, prima di fiorire saranno comunque necessari almeno due anni. Per fioriture

    3copiose dovranno però trascorrere varie stagioni e la Clematis si dovrà acclimatare al suo nuovo ambiente ed alle diverse condizioni. Questa pianta preferisce, di massima, suoli ricchi, ben drenati che abbiano un PH neutro o leggermente alcalino. La peculiarità però che la caratterizza è che deve essere piantata con le radici in un terreno posto all’ombra mentre la chioma crescerà e si svilupperà meglio al sole (in zona preferibilmente esposta alla luce diretta per almeno sei ore al giorno). Per ottenere questo risultato, la Clematis viene generalmente collocata tra arbusti ed

    4erbacee perenni nei bordi misti. Nei vasi (meglio se di grandi dimensioni), si posizioneranno alla base del rampicante piante annuali o verdi per rendere le condizioni migliori per il suo sviluppo. Nella fase di posizionamento nelle aiuole o nei vasi, si consiglia di trattare la Clematis con estrema attenzione: le radici sono infatti estremamente fragili e mal sopportano i trasferimenti da un luogo ad un altro.
    Infine, siccome vi sono varietà che fioriscono sulle

    5ramificazioni dell’anno precedente ed altre su quella che si sviluppa nella stagione primaverile, si consiglia (per evitare di apprendere tecnicismi eccessivi e per non sbagliare) di potare la pianta solo a fioritura avvenuta.
    Poco utilizzata in Italia, dove fino a qualche anno fa, era persino semi sconosciuta, la Clematis merita davvero maggiore attenzione. Non è una pianta facile, non si

    6adatta a tutti i luoghi e neppure a tutti i proprietari: sente ed apprezza il polso del giardiniere “esperto”. Come tutte le cose complicate, il risultato finale è però davvero appagante. Se la pianta si adatta e cresce spontanea, le fioriture saranno abbondantissime, coloratissime (i toni variano da bianco puro, al rosa, al viola, al verdastro e persino al giallo) ed estremamente particolari. Una pianta questa un po’ da intenditori e soprattutto da veri appassionati, che va, al tempo stesso, curata caparbiamente, con costanza, ma anche lasciata sapientemente “indisturbata”.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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                                                           Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Più Europa: cammino obbligato o scelta politica? Le dichiarazioni di Joseph Stiglitz

    Più Europa: cammino obbligato o scelta politica? Le dichiarazioni di Joseph Stiglitz

    joseph-stiglitzIn questi giorni circola la notizia che i premi nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, tradizionalmente critici verso il progetto di unificazione monetaria, si sono espressi a favore di quella che per comodità chiamiamo la posizione del «più Europa»: ossia maggiore integrazione fiscale, bancaria e legislativa in risposta ai difetti dell’attuale assetto. La notizia è vera. In particolare ci sono pochi dubbi che i due, quando parlano di «manipolazione che sta avvenendo in alcuni discorsi in Francia e in altri paesi europei», stiano pensando proprio a Marine Le Pen e Beppe Grillo.

    Naturalmente la citazione è stata subito ripresa sul web da chi aveva bisogno di un modo per zittire gli euro-scettici e le loro velleità. Ma forse prima di dare pareri affrettati occorre attendere. Per esempio potremmo lasciare parlare lo stesso Joseph Stiglitz, al quale, qualche mese fa, durante un incontro organizzato da UBS a Basilea, è stata rivolta questa esplicita domanda:

    «Lei sembra suggerire che non c’è nulla che non possa essere risolto con più solidarietà europea: e a livello speculativo sono d’accordo con lei. Tuttavia, a voler essere politicamente realisti, non penso che questa soluzione sia imminente. Non vedo grandi assegni firmati da politici tedeschi per finanziare, ad esempio, i disoccupati spagnoli o greci. Per cui, se pensiamo in questa prospettiva e ci caliamo nei panni di un capofamiglia trentenne spagnolo o greco senza prospettive di occupazione, non sarebbe meglio se tutti i paesi insieme lasciassero l’eurozona?».

    Ecco la risposta di Stiglitz:

    «Come ho detto nel corso del mio discorso, la realtà è che, se le riforme che ho descritto fossero realizzate, la Germania non avrebbe bisogno di firmare grossi assegni. È più probabile, anzi, che debba pagare un costo maggiore non facendole, queste riforme. Tuttavia penso che la descrizione della realtà che lei ha fatto, a proposito del modo in cui il dialogo è portato avanti in Germania, sia assolutamente corretta: ed è una delle ragioni per cui sono un po’ pessimista, se penso al futuro dell’Europa. Sarà una faticaccia persuadere la Germania a fare queste riforme, anche se le costerebbero di meno. E questo conduce la Spagna e la Grecia ad affrontare un dibattito cruciale, una questione politica: cosa fare se la realtà è che queste riforme non ci saranno mai?

    L’Europa rimarrà appesa alla speranza che Spagna, Grecia e gli altri paesi periferici continuino a pensare: “Stanno per arrivare ad aiutarci!”. Rimarrà appesa alla speranza che la gente non voglia lasciare l’euro; ma in pratica ci saranno così poche riforme che non accadrà mai nel breve periodo che i paesi emergano dalla depressione. Dunque il mio consiglio si dovrebbe muovere lungo le linee cui lei accennava. Probabilmente dovrebbero affrontare la realtà: non ci saranno riforme politiche che rendano l’euro percorribile per la periferia; la svalutazione interna non funzionerà; lasciare l’euro sarà doloroso, ma restarci sarebbe ancora più doloroso. Tra gli economisti circola una soluzione più facile, ipotizzata da molte persone: è la Germania che dovrebbe uscire. Se la Germania uscisse, il valore dell’euro andrebbe giù e la competitività dei paesi del sud sarebbe salirebbe sostanzialmente». [Il video e la trascrizione inglese li trovate qui].

    Il pensiero di Stiglitz non è equivocabile: la crisi è colpa dell’euro, perché crea squilibri di competitività dai quali si può uscire solo o con riforme che portino a trasferimenti di finanziamenti dai paesi più competitivi (soluzione preferibile, ma non probabile) o con una uscita dall’unione (soluzione non preferibile, ma probabile), meglio se attuata attraverso l’adozione di un nuovo marco da parte della Germania (un’ipotesi, questa, di cui si è discusso giorni fa anche al convegno dell’associazione «Asimmetrie» e in cui per ora non occorre addentrarci).

    L’analisi è assolutamente condivisibile. C’è solo un punto da chiarire: per quale motivo sarebbe preferibile un’unione di trasferimento, rispetto alla dissoluzione dell’eurozona? A questo riguardo bisogna notare che è evidente lo scetticismo dello stesso Stiglitz circa le reali possibilità di una maggiore integrazione, visti i pochissimi progressi che si sono registrati: e già questo basterebbe per concludere che la questione è puramente accademica o d’immagine. Tuttavia per amore di discussione chiediamoci pure: perché dovremmo desiderare «più Europa»?

    Un primo motivo è che certamente, in astratto, sarebbe la soluzione più semplice. In fin dei conti l’eurozona potrebbe funzionare già così com’è, senza nemmeno bisogno di modificare i trattati, se solo esistesse un po’ di solidarietà reciproca: e questa sarebbe indubbiamente una via molto più agevole che mettersi a studiare soluzioni per reintrodurre monete nazionali. Ciò non implica, tuttavia, che una dissoluzione ordinata sia impraticabile. Al contrario, secondo Stiglitz dividersi potrà anche essere doloroso; ma non più doloroso di quello che stiamo patendo ora, restando dentro l’euro a queste condizioni. Pertanto, anche se è comprensibile il fastidio di un mite economista per il fatto di essere sempre tirato in ballo dal leader della destra francese, dall’altra parte non si può nemmeno criticare Marine Le Pen perché non cita Checco Zelone quando risponde a quei giornalisti convinti che uscire sia “impossibile”.

    Altre motivazioni per auspicare «più Europa» se ne possono trovare: ma non potranno che essere motivazioni politiche. Il buon senso economico, infatti, ha già indicato chiaramente quale è la strada che oggi dobbiamo seguire: unirsi, altrimenti uscire. Da questo punto in poi, però, ogni decisione per stabilire se vogliamo davvero stare insieme o meno, se e quanto credito concedere ancora al progetto di unificazione, se dobbiamo desiderare una grande realtà federale europea; ebbene questa decisione dipenderà esclusivamente da ragionamenti politici: e questo Stiglitz lo riconosce molto onestamente. Dunque, in definitiva, il processo di integrazione non è una strada imposta dalle inoppugnabili ragioni della scienza economica: è un cammino che ha senso percorrere solo se si condivide una visione e una precisa volontà politica.

    Ora, quanto alla visione politica, non c’è dubbio che Stiglitz, come tanti altri, sia favorevole a una maggiore integrazione. Tuttavia il suo parere in questo senso è molto meno rilevante, perché è evidente che un conto sono le convinzioni scientifiche degli economisti, un altro conto i loro giudizi politici. Oltretutto a un’analisi più approfondita rischiano di venire a galla condizionamenti e pregiudizi radicati. In particolare è difficile sfuggire all’impressione che da quella sponda dell’Atlantico guardino ai nascenti Stati Uniti d’Europa come se fossero gli Stati Uniti d’America con 200 anni di ritardo: e dunque, per definizione, un progetto intrinsecamente buono. Se così fosse, però, sarebbe una visione politica a dir poco naif. Per quel che mi riguarda la realtà è un’altra, ben più complessa e con pesanti ombre sulla presunta “bontà” complessiva del progetto e sulla sua sostenibilità. Non nego a priori che possano esistere alti ragionamenti geopolitici in merito all’idea di fare un’Europa federale: ma registro il fatto che fino ad oggi non se sono sentiti molti. Quanto invece alla volontà politica, parlando con il dovuto il rispetto, non è una questione che possa essere appaltata a Stiglitz o altri: quando bisogna stabilire cosa fare, infatti, è ancora e sempre una questione di democrazia.

    L’Europa unita si può fare: il problema è che bisogna volerlo. E per sapere se lo vogliamo davvero non c’è bisogno di un referendum. Basta porsi una banale domanda: perché non si dice che è solo una scelta politica e non si chiamano i popoli a esprimersi? Perché nei giornali o in televisione non si ammette che fuori dall’euro non ci sono le sette piaghe d’Egitto e che possiamo tranquillamente commerciare con la Cina anche rimanendo nei vecchi confini nazionali? Perché non si dice ai popoli che sono liberi di scegliere quello che vogliono? La risposta è facile: e la conoscete già. È lo stesso motivo per il quale grandi economisti come Alesina e Giavazzi fanno terrorismo sulle pagine del Corriere delle Sera. È lo stesso motivo per cui Stiglitz può piccarsi per essere stato tirato in ballo a sproposito da Marine Le Pen; ma non può vantarsi – guarda un po’ – di essere stato chiamato a testimone dai sostenitori dell’euro. Perché questa unificazione europea è un progetto elitario che sopravvive grazie alla menzogna.

    Solo raccontando ai popoli che non hanno altra scelta, solo minacciando il terzo conflitto mondiale, solo spacciando liberi pareri personali per verità inoppugnabili, solo sopprimendo le più banali conquiste scientifiche, solo confondendo e spaventando questo progetto può restare in piedi. Ma in un contesto realmente democratico, dove alla gente non venisse nascosto sistematicamente quello che Stiglitz tranquillamente ammette, ossia che l’attuale disastro economico è colpa è dell’euro e che è possibile tornare indietro, questo sistema non sarebbe mai esistito.

     

    Andrea Giannini

  • “Quanti ricordano perché abbiamo voluto l’Europa?” Lo spot della Rai: un’idea stupida

    “Quanti ricordano perché abbiamo voluto l’Europa?” Lo spot della Rai: un’idea stupida

    europa-bceOvviamente si sapeva che si sarebbe arrivati a questo punto; per cui c’è poco da stupirsi, se oggi in tema di Europa ci ritroviamo a commentare, anziché critiche e proposte, uno stucchevole spot elettorale.

    È infatti in onda in questi giorni sulle reti RAI, realizzata dalla stessa azienda di Stato (non si capisce bene a che titolo), una vera e propria pubblicità commerciale in stile “Mulino Bianco”, la cui “trama” è la seguente: all’inizio, mentre scorrono scene di guerra, rovine e distruzione, vengono ricordati i morti di due guerre mondiali; poi, a un certo punto, come per magia, immagini in bianco e nero di firme e strette di mano; la musica cambia, la voce fuori campo ripercorre le epiche tappe dell’integrazione, manifestanti di varie nazionalità reggono cartelli a favore dell’Europa e infine si affaccia un tripudio di mamme e bambini sorridenti, anziani sicuri, abbracci affettuosi, sicurezza, pace e prosperità. Non manca la morale della favola: Bruxelles a volte ci delude, ma non dobbiamo dimenticarci a cosa ci serve l’Unione Europea.

    Purtroppo, nonostante il motto riportato nella schermata finale sia “per informare, non influenzare”, è evidente che la realtà sta esattamente all’opposto. Excusatio non petita, accusatio manifesta: proprio perché è evidente che si tratta di propaganda di bassa lega, devono scrivere che è “informazione”, altrimenti non se ne sarebbe accorto nessuno.

     L’argomento sostenuto è sempre lo stesso e l’abbiamo già smontato: l’Europa si è autoproclamata “antidoto contro la guerra”, ma ascrivere il merito degli ultimi settant’anni di pace al processo di integrazione non solo comporta avallare un falso storico: più banalmente comporta anche credere a un’idea davvero stupida. E spiace constatare che il nostro Presidente della Repubblica non sia più in grado di ravvedersi da questo clamoroso abbaglio, per cui in generale si continua a confondere “euro”, “Unione Europea” ed “Europa”, che sono tre concetti diversi; e si pretende di definire le dinamiche globali a partire da una banale questione terminologica (semplicemente perché “unirsi” è un termine con valenza positiva e “dividersi” ha valenza negativa).

    La costanza di queste bugie mi costringe a ripetermi. Nessuno nega che i padri fondatori avessero intenzioni nobili; ma resta il fatto che è difficile sostenere che i loro sforzi nel dopoguerra abbiano pesato di più dell’equilibrio nucleare tra USA e URSS. La realtà è che la Germania era occupata militarmente e divisa in due blocchi; la Francia, l’Italia e la Gran Bretagna erano subordinate agli Stati Uniti; l’est Europa era in mano sovietica: impossibile che potesse muoversi anche un solo carrarmatino del Risiko senza che le due superpotenze lo volessero. Allo stesso modo è del tutto priva di fondamento l’idea che due guerre mondiali siano da attribuirsi essenzialmente a non meglio precisati “egoismi nazionali”, la cui logica sarebbe insita anche nel principio stesso del ripristino di valute nazionali (evidentemente per via dell’aggettivo comune). Questa propaganda fatta di “iper-inflazione”, “carriole” da Repubblica di Weimer e “nazifascismo” è però chiaramente smentita da Giorgio Gattei, docente di Storia del Pensiero Economico a Bologna, che scrive:

    “La Germania non si è mai ripresa dallo shock della Grande Inflazione degli anni 1919-1923, a cui si addebita la responsabilità della salita al potere di Hitler. Così ragionando essa però rimuove il fatto inequivocabile che da quella iperinflazione si è usciti con la stabilizzazione del marco della socialdemocratica Repubblica di Weimar (1923-1932) e che la catastrofe elettorale del 1933 è stata piuttosto provocata dalla sciagurata politica di austerità deflattiva adottata dal governo Brüning (è ricorrenza storica che le dittature escano politicamente dalle deflazioni monetarie, mentre l’inflazione sposta l’elettorato a sinistra!)”.

    Questo passo ha il merito di riportare la discussione su binari di minimo buon senso. I popoli non si fanno la guerra solo perché non condividono lo stesso Stato: altrimenti non esisterebbero le guerre civili. Al contrario, si può restare in pace anche senza unirsi dentro entità più grandi, come dimostra il caso della Svizzera, che è neutrale dal 1515 (e difatti si è ben guardata dall’adottare l’euro o dall’entrare nell’Unione Europea).

    Inoltre si finge di non vedere che all’inizio delle due guerre mondiali c’erano sì fermenti nazionalisti, ma a dettare l’invasione militare come strumento di politica estera furono piuttosto le ragioni dall’espansionismo: Austria-Ungheria, Germania e Giappone condividevano infatti una visione politica tardo-imperialista, per la quale la forza di uno Stato è data dalla vastità dei territori controllati, che a loro volta si traducono in uomini in armi e campi da coltivare (il “Lebensraum” hitleriano). Oggi questo retaggio non esiste più: a parte – s’intende – tra i sostenitori del «più Europa», per i quali – guarda un po’ – dobbiamo diventare più grandi proprio per rivaleggiare con la Cina (come ci suggerisce quest’altro bello spot dai toni molto “pacifici”). Tra le persone normali, tuttavia, nessuno si azzarderebbe a sostenere che nel mondo di oggi per scambiarsi merci e servizi si debba essere per forza “grandi”; né si può sostenere che senza l’Unione Europea a qualcuno verrebbe in mente di invadere i partner commerciali per diventare più ricco!

    In realtà, come suggerisce il passo di Gattai, le guerre non dipendono dal fatto che ci sono i nazionalisti cattivoni: più verosimilmente guerre e nazionalismi aggressivi dipendono dalle idee stupide. E se c’è un’idea stupida, anzi addirittura «orribile» secondo il premio nobel Amartya Sen, questa idea è proprio l’euro.

    La “propaganda” a favore dell’euro, perciò, non può che essere definita tale anche se viene da insigni economisti. Il problema è che – al netto dei mistificatori di professione – siamo stati tutti vittime di questo gigantesco luogo comune, che si è trasformato in una sorta di ricatto morale implicito. “Essere contro l’Europa è essere contro la pace”, perché è tecnicamente innegabile che, se tutti accettassero di vivere sotto un unico stato, non ci sarebbero più stati separati che si fanno la guerra tra loro (peccato solo che frustare la gente a colpi di deflazioni salariali non sia esattamente la migliore idea per entusiasmarla).

    È tale, ad esempio, la posizione di un critico dell’euro come Paul Krugman, che in questo articolo si chiede perché non lasciare che la moneta unica si rompa: “La risposta, credo, è soprattutto politica. Non del tutto così – una rottura dell’euro sarebbe estremamente dirompente, con costi puntualmente alti di “transizione”. Inoltre, il costo duraturo di una rottura dell’euro equivarrebbe a una sconfitta enorme per il progetto europeo più ampio che ho descritto all’inizio di questo discorso – un progetto che ha reso al mondo un gran bene, e che nessuno che non sia cittadino del mondo vorrebbe vedere fallire”.

    Dunque, a parte gli alti costi di transizione (che però con gli anni stanno diventando irrisori, a fronte della devastazione che stiamo subendo, e che comunque avrebbero evidentemente una fine, una volta compiuta la transizione stessa), è chiaro che per Krugman il problema è politico: e con questo anch’egli mostra di cadere preda del mito “Unione Europea = bene”, benché nessuno riesca a esemplificare in concreto come questi benefici abbiano superato le privazioni economiche patite.

    C’è poi un ricatto ancora più grosso: “chi è contro l’euro non vuole che l’Europa funzioni”. Con questo argomento implicito si accolgono con freddezza e fastidio tutti i critici, che ovviamente, non potendo sostenere di prevedere il futuro, sono costretti a dare una chance al progetto. Curiosamente, però, se parliamo dell’Italia questa indulgenza non vale: cioè, bisogna dire che l’Europa funzionerà anche se non ha mai funzionato, mentre bisogna dire che l’Italia non funzionerà, anche se ha funzionato.

    È l’argomento usato, tra gli altri, da Luigi Zingales: “Avere la flessibilità di usare il cambio solo in alcuni momenti, è un grande vantaggio; è un grande vantaggio che noi abbiamo dato via, ma abbiamo dato via a ragione perché l’abbiamo usato male, e non avevamo la credibilità di usarlo solo bene”.

    Insomma: siamo inferiori e l’euro ce lo meritiamo, anche se è la cosa sbagliata. Il fatto che questa idea sia insultante per gli italiani, al punto di non ammettere nemmeno la più piccola possibilità di un ravvedimento, non fa sorgere in nessuno il sospetto che in realtà gli Zingales non vogliano che l’Italia abbia successo e lavorino perché diventi preda di potentati economici stranieri: cosa che io non credo – sia chiaro –, ma che è esattamente quello che si fa con chi critica la moneta unica quando lo si definisce “nazionalista”. Alla prova dei fatti, dunque, chi davvero mette a repentaglio il contributo positivo dell’Unione Europea è solo chi si rifiuta di separarlo da quello negativo dell’euro.

     

    Andrea Giannini