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  • La beffa dei contatori del gas (parte seconda): scambio di persona e bollette pazze

    La beffa dei contatori del gas (parte seconda): scambio di persona e bollette pazze

    Contatore del GasLe scorse settimane abbiamo di un contatore piombato per cui venivano richieste somme indebitamente. Oggi parliamo di un caso che, se non lo avessi gestito personalmente, mi verrebbe difficile crederci.

    La signora A. C. aveva un contratto di fornitura gas con GDF Suez (ex Italcogim). Dopo un certo numero di anni, le viene recapitata una bolletta sballata, dovuta ad una lettura completamente diversa da quella del suo contatore, ovvero quello che la signora ha sotto casa sua.

    Come è noto, comunicare con GDF Suez è da sempre difficoltoso, per meglio dire impossibile. Dopo vari tentativi GDF Suez corregge la lettura e compensa il tutto; salvo poi, alla scadenza successiva, perseverare nella lettura errata che precedentemente aveva creato il problema.

    La signora A.C. – esausta – cambia gestore e decide di passare ad Iren. Il problema, che all’apparenza sembrerebbe risolto, si ripropone nella medesima maniera.

    Perché?
    Semplice; il contatore sotto casa della signora non è il suo, secondo quanto sostiene il distributore. Per la precisione, la signora paga i consumi di qualcun altro; il “qualcun altro” ancora da identificare paga i consumi della signora. Basterebbe invertire le letture, ma… non si può!

    E così parte un altro reclamo presso Iren Mercato, la quale propone di staccare l’utenza della signora A. C.; la signora propone, molto più ragionevolmente, di staccare l’utenza altrui.
    Risposta: Iren, anche attraverso il distributore, non è in grado di farlo, così dice… Eppure – nel frattempo – si è pervenuti all’indirizzo dell’altra utenza, ma, sostiene sempre Iren, non sono in grado di capire quale sia l’altro contatore.

    Situazione vergognosa, a dir poco.

    Ad emettere le bollette pazze, pur consapevoli dell’errore, ci hanno messo un attimo. A trovare una soluzione ci vogliono tempi biblici e sembra quasi mancare la volontà… Viene da pensare: meglio incassare i soldi non dovuti, ma sicuri, della signora A.C. piuttosto che non incassare nulla.

    È stato nel frattempo fatto esposto all’Autorità Garante che ha compreso immediatamente la problematica. Abbiamo consigliato anche di fare esposto alla Magistratura, in quanto i denari richiesti, a questo punto, non possono più considerarsi frutto di un errore o di un disguido.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Caro deficit, quasi quasi ti sforo: il PIL crolla e l’Europa non ci ascolta. Analisi e scenari

    Caro deficit, quasi quasi ti sforo: il PIL crolla e l’Europa non ci ascolta. Analisi e scenari

    Palazzo ChigiRiassunto delle puntate precedenti. Renzi è il terzo premier in tre anni che va a Bruxelles provando a “sbattere i pugni sul tavolo” con l’intento di conseguire sempre il solito obiettivo: la fantomatica “flessibilità”.

    Il punto di principio è questo: dato che qualche “riforma” dal 2011 a oggi l’abbiamo anche fatta, dato che l’impegno per il rigore nei conti pubblici indubbiamente c’è stato e dato che il governo italiano ha recuperato “credibilità” dopo gli anni bui di Berlusconi, allora forse l’Europa può premiare questi sforzi concedendoci qualche deroga. D’altronde abbiamo messo il pareggio in Costituzione: il che significa che l’Italia si è impegnata a non fare più nuovo debito. E anche se questo principio entrerà strutturalmente in vigore solo nel 2016, nel frattempo siamo stati molto attenti a mantenere il deficit sotto controllo, rispettando scrupolosamente il famoso parametro del 3% (cosa che non si può dire di molti altri paesi europei, compresa la  Francia).

    Ecco dunque l’idea del governo: scorporare dal calcolo la spesa per investimenti e ricerca. In questo caso, infatti, saremmo di fronte non alla solita (nella vulgata corrente) “spesa pubblica improduttiva”, ma a una spesa indubbiamente “buona”; una spesa, cioè, che è destinata a ripagarsi nel corso del tempo con un ritorno in termini di sviluppo e crescita. Pertanto, nella particolare congiuntura economica, essa diventerebbe un elemento di stimolo anche per rendere più agevole il compito dell’Italia di garantire conti in ordine nel medio periodo.

    D’altra parte è già prevista la possibilità di un disavanzo eccessivo, benché “eccezionale e temporaneo”. Infatti l’articolo 2 del Regolamento n. 1467/97 stabilisce che un superamento del 3% annuo di deficit è possibile, purché esista una stima credibile di rientro e qualora si possa tenere conto delle “modalità improvvise ed inattese con cui la recessione si è manifestata o della diminuzione cumulata della produzione rispetto alle tendenze passate” – più o meno le stesse parole con cui viene giustificato, ufficialmente, il ritardo della ripresa economica. Insomma, l’Italia ha qualche ragione a chiedere un’applicazione più “morbida” dei parametri; e questo anche senza tenere in alcun conto l’aspetto politico, dato dall’opportunità di non vanificare il successo elettorale di Renzi, unico leader in Europa ad aver saputo davvero contenere la “deriva” euro-scettica.

    Ciononostante il governo ha raccolto una sfilza imbarazzante di rifiuti. Ha detto no il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble; hanno detto no Manuel Barroso e Angela Merkel; e da ultimo ha detto no persino il “nostro” Mario Draghi, che si è pure preso il lusso di una sottile derisione: «Non mi è chiara, ma forse perché non sono un uomo politico, la chimica di flessibilità che garantisca alle regole l’essenziale credibilità» (come a dire: “Non veniteci a raccontare la storia della flessibilità perché qua non attacca”). Rimbalzato su questo impenetrabile muro di gomma, per non farsi mancare nulla Renzi ha incassato pure lo schiaffo di un primo rifiuto alla sua proposta di nomina della Mogherini per la (piuttosto inutile) poltrona di “ministro degli Esteri” dell’Unione.

    Come mai l’Italia ha tutta questa difficoltà a ottenere anche cose che in realtà non cambiano nulla, come piccoli riconoscimenti o pochi decimi di percentuale in più di spesa? Naturalmente la spiegazione è che la moneta unica non funziona, perché costringe paesi diversi a una lotta dove solo uno, il più forte, può vincere: una logica che incentiva chi è in posizione di forza (il capitalismo nordeuropeo) ad accampare ogni più piccola pretesa, riducendo parallelamente il potere di contrattazione di chi è in posizione di debolezza e ha sempre rinunciato a difendere i suoi interessi (noi). Ma ovviamente chi non vuole mettere in discussione l’euro questo non lo può dire: e dunque deve trovare altre spiegazioni.

    Renzi, nell’attesa di tornare alla carica, cerca di concentrarsi sul fronte interno. La linea del governo è che la riforma della Costituzione è indispensabile per la nostra “credibilità”: e una volta diventati credibili, potremmo rivendicare meglio i nostri interessi con i partner in Europa. Peccato che sia esattamente la stessa scusa con la quale Monti ci ha rifilato la riforma Fornero: e  in tre anni i risultati in termini di potere contrattuale non si sono visti. Inoltre questa giustificazione è smentita dallo stesso ex-commissario europeo ed ex-premier, che, ospite qualche giorno fa di In Onda, ha ribadito come all’Europa non interessino tanto le “riforme istituzionali”, quanto quelle “economiche” (che poi significa salvaguardare gli interessi dei paesi creditori).

    La versione di Monti sugli insuccessi diplomatici italiani è però ancora più pittoresca. Secondo l’uomo della Bocconi è tutto un problema di comunicazione: anziché chiedere flessibilità sul  rispetto del rigore dei conti, dovremmo chiedere rigore nel rispetto della flessibilità (visto che è già nero su bianco nei trattati). Insomma, si va dalla Markel, le si fa un giochino di parole e quella subito si esalta: «E’ ffero! Non ci affere pensaten! Allora ffoi non essere più soliti schifen di Italianen spaghetti e mandolinen, che prova sempre a infinocchiare tutten: ffoi essere fferi ffirtuosen come noi Deutscheland! Allora spendeten! Spendeten pure quanto ffolere!!». Insomma, siamo alle comiche.

    Ciononostante in linea teorica questo teatrino di giustificazioni potrebbe reggere a tempo indefinito grazie alla compiacenza dei media italiani, che sorvolano come niente fosse sull’inaccettabile misto di sottovalutazione e incompetenza del premier. Ma c’è un problema: nel frattempo il PIL crolla. Questo significa che i conti fatti non tornano, e dunque per il governo si prospettano due strade.

    In primo luogo si può varare in autunno una nuova manovra da (secondo Fassina) 23 miliardi tra tagli e tasse: in questo modo si farebbe contenta l’Europa, ma si ammetterebbe l’insuccesso politico e si darebbe un duro colpo alla popolarità di Renzi (e forse anche alla tenuta del governo); oppure in alternativa ci si può imputare e alzare il tiro con i partner, magari minacciando un’uscita dell’Italia dall’euro qualora non si venisse accontentati sull’allentamento del rigore. In entrambi i casi risulterebbe evidente l’assurdità della linea di rispetto degli impegni europei – linea di cui il Partito Democratico è stato il più fiero (e talvolta unico) sostenitore.

    C’è però una terza via, caldeggiata anche da esponenti autorevoli del fronte euroscettico: far finta di nulla e sforare il deficit. Ci sono varie ipotesi su questo punto, ma l’idea è sempre la stessa: sforare ci farà bene e prima che in Europa organizzino delle sanzioni passeranno anni. Nel frattempo ci sono buone possibilità che, con maggiore spesa pubblica, le performance economiche si aggiustino.

    Questo non impedirà alle contraddizioni dell’euro di deflagrare: anzi le evidenzierà. E certo c’è sempre il rischio di un attacco speculativo dei mercati; anche se, per la sua pretestuosità, sarebbe immediatamente riconosciuto come mirato e “punitivo”, evidenziando quindi la necessità del recupero di quel vecchio assetto monetario che garantiva riparo da queste pericolose aggressioni finanziarie. Per il resto per i socialdemocratici sarebbero tutti vantaggi: eviterebbero lo stillicidio dell’economia italiana, darebbero l’impressione di fare finalmente i nostri interessi e forse avrebbero anche il tempo di organizzare una ritirata dal Vietnam della difesa dell’euro a oltranza.

    Se però dovessi proprio tirare a indovinare su quale strada Renzi e Padoan decideranno alla fine di percorrere, allora la scommessa è quasi obbligata: e noi faremmo meglio a prepararci al solito autunno di lacrime e sangue…

     

    Andrea Giannini

  • “Non c’è iniziativa personale o intuizione che tenga, non c’è nulla senza la forza di un gruppo”

    “Non c’è iniziativa personale o intuizione che tenga, non c’è nulla senza la forza di un gruppo”

    letteredallaluna-azzurroDiffidate dei grandi filosofi, della loro solitudine elevatrice, diffidate di chi esalta l’attività del singolo e diffidate del solista che non ha bisogno del gruppo. Fare da sé senza doversi accordare, senza allinearsi, senza dover scendere a compromessi, e soprattutto senza confronto è il preambolo del fallimento. E diffidate di chi coltiva il proprio orto come se l’orto del vicino neanche ci fosse.

    Posare sulle proprie spalle ambizioni e progetti, convinti che il centro del mondo sia l’energia sprigionata dalla propria persona è un errore imperdonabile, illudersi che uno vs tutto il resto abbia anche solo una minima possibilita di vittoria è sciocco e pericoloso. Le persone intorno a voi sono il segreto del vostro successo, trovare quelle giuste è un’operazione lunga e dispendiosa, ma è la più importante che ci sia. Cercate vostri simili, fate sì che la vostra intuizione diventi idea di un socio e la sua idea vostro lavoro. Offrite il vostro bagaglio sempre, in cambio delle altrui valigie.

    Non c’è iniziativa personale o intuizione che tenga, non c’è nulla senza la forza di un gruppo, chi non parte da questo presupposto è destinato a fallire, credetemi. Bisogna costruire rapporti di fiducia, siamo catini di entusiasmo che si riempono dell’entusiasmo altrui, se non ci attrezziamo per il travaso l’entusiasmo evapora e rimane solo il catino.

    Prima di voi, sono le persone che vi siete scelti attorno a determinare il successo della vostra opera, qualunque essa sia.

    Questo è quanto. Me lo ha insegnato il firmamento.

     

    Gabriele Serpe

  • Deriva renziana: riparte la contestazione della società civile, ma all’Europa va bene così…

    Deriva renziana: riparte la contestazione della società civile, ma all’Europa va bene così…

    Matteo RenziLa critica al “riformismo” renziano sta crescendo a vista d’occhio. Domenica Il Fatto Quotidiano titolava a tutta pagina: “La Democrazia Autoritaria”, con tanto di grafica stile impero romano e la la faccia di Renzi sul busto di Augusto. Seguiva un lungo editoriale di Marco Travaglio che illustrava in 10 punti chiave il combinato letale di riforma elettorale e riforma costituzionale, in grado di produrre un regime da “uomo solo al comando” senza opposizioni né controlli né garanzie. Mercoledì sullo stesso giornale Maurizio Viroli commentava un saggio di Calamandrei del 1944, scrivendo: Matteo Renzi e i suoi sodali, se riusciranno a realizzare il loro progetto di devastazione costituzionale, creeranno un’autocrazia, vale a dire un governo di pochi senza pesi e contrappesi degni del nome, sotto le apparenze […] di un regime democratico.

    Parallelamente si svolgeva a Roma un incontro promosso da Libertà e Giustizia per discutere delle stesse proposte di riforma con costituzionalisti ed esponenti “critici” del Partito Democratico. Domenico Gallo, giudice della corte di Cassazione, dichiarava: «Come Berlusconi pochi anni fa anche Matteo Renzi insegue lo stesso modello: quello di un solo uomo al comando, capace di decidere sciolto dai vincoli, i condizionamenti e gli ostacoli che hanno afflitto i capi politici durante la storia della Repubblica». Dello stesso tenore la costituzionalista Lorenza Carlassare: «Quella che è in gioco non è solo la democrazia costituzionale, ma forse la democrazia nel suo complesso». Ancora più duro Massimo Villone, ex PDS e docente di Diritto Costituzionale: «Quando un governo ha in mano tutto e ha sotto di sé una maggioranza garantita e inerte in Parlamento, ha accesso ai diritti costituzionali: sono in pericolo i diritti di libertà».

    Questi giudizi dimostrano che ero stato anche troppo tenero quando avevo scritto a inizio febbraio che: “il progetto di riforma di Renzi […] ha lo stesso identico obiettivo di rafforzamento dell’esecutivo che è da sempre storicamente un obiettivo delle destre“. O forse nel frattempo è cresciuta la consapevolezza e la frustrazione per il decisionismo di un leader che dovrebbe rappresentare, teoricamente, una forza “socialdemocratica”. Adesso è ripartita la contestazione della società civile.

    Sta rinascendo, infatti, quel fronte critico, per quanto minoritario (e forse anche un po’ elitario), che nel passato recente ha svolto un ruolo importante nell’opporsi ai progetti di sfascio costituzionale di Berlusconi. E oggi questo fronte, per via della sua autorevolezza e del suo carisma, qualora si allargasse, potrebbe anche arrivare a diventare una minaccia per la compattezza del Partito Democratico.

    Tuttavia, al di là di quello che possa essere il reale peso di queste iniziative, resta comunque una buona notizia il fatto che esista ancora una coscienza critica; che i nostri intellettuali non si mostrino interamente adagiati, per mera convenienza, sul pensiero dominante. Per cui, vista la mal parata generale, si potrebbe anche registrare, finalmente, un dato positivo. Se non fosse per un piccolo dettaglio.

    A tutti questi “spiriti critici”, a questi giornalisti “spine nel fianco” del potere, a questi parlamentari “ribelli”, a questi insigni giuristi e a questi fini costituzionalisti proprio non viene di fare una domanda elementare: e l’Europa che fine ha fatto? L’Unione Europea, vincitrice del nobel per la pace, unico baluardo tra noi e la terza guerra mondiale, presidio di civiltà, garante dei diritti civili, custode del rigore economico, sempre pronta a farsi sentire quando in ballo ci sono parametri economici, stavolta, rispetto a questo disegno eversivo, non ha niente da obiettare?

    E poi si potrebbero unire i puntini. Il fronte politico-istituzionale Napolitano-Renzi-PD, che è il principale fautore di questo progetto di riforma, è lo stesso che si rifiuta anche solo di prendere in considerazione la semplice idea che l’UE possa essere messa in discussione; è lo stesso che prende impegni per continuare “le riforme”, che poi si scoprono essere queste concezioni liberticide – che però non possono essere discusse perché ne va della nostra “credibilità”.

    Non è strana la coincidenza? Non viene il dubbio che le due cose possano essere connesse? Non nasce il sospetto che Babbo Natale non esiste, ossia che la spinta all’unificazione politica europea non sia una cosa tanto buona che un’illuminata élite internazionale vuole regalare ai popoli per il loro bene, ma sia in realtà un modo per creare un nuovo assetto istituzionale? Che serva proprio a scardinare quelle costituzioni antifasciste, ispirate al bene pubblico e allo stato sociale, che danno tanto fastidio agli analisti di JP Morgan?

    Solo Travaglio ha le decenza di ricordare, nel succitato articolo, che i cittadini saranno scippati della sovranità nazionale (delegata a misteriose e imperscrutabili autorità europee). Ma è poca cosa. Capisco che tutte queste grandi personalità non si preoccupino di leggere quello che scrivo io: ma è davvero così difficile capire che l’autoritarismo interno e l’europeismo di facciata sono lo stesso attacco coordinato alla nostra Costituzione?

     

    Andrea Giannini

  • Atene, i giardini cittadini ospitano templi e reperti archeologici

    Atene, i giardini cittadini ospitano templi e reperti archeologici

    atene-1Questa settimana abbiamo deciso di trattare del “verde” di una capitale europea di cui non si sente molto spesso parlare. In un mio recente viaggio ad Atene, ho avuto occasione di visitare i giardini cittadini, in particolare quello dell’Acropoli e quelli delle aree archeologiche poste ai suoi piedi. Ho sempre sentito parlare in termini non proprio entusiastici della città tuttavia sono rimasto davvero colpito dalle decisioni assunte in queste aree verdi. Le scelte progettuali e le loro realizzazioni sono secondo me perfette.

    atene-2Il quartiere di Plaka, posto subito sotto l’Acropoli, è il più antico e caratteristico, tra le strette viuzze e le case colorate, si inframmezzano ampi spazi verdi in cui si ergono templi, colonne e gli antichi resti archeologici greci. Ogni porzione è circondata da un’alta cancellata in ferro nero, lucida. Il disegno è sobrio ed elegante, richiama lo stile classico delle architetture e permette di osservare, dalla strada, un variopinto insieme di alberi, arbusti, rampicanti ed erbe semi selvatiche, inframmezzate ed abbarbicate ai reperti. Vi è così un “continuum” tra città e zona archeologica, tra costruito ed aree a verde.

    La particolare ed oculata scelta e collocazione delle singole piante mi ha poi molto colpito. In un contesto di frammenti, colonne, archi e pietre sparpagliate sul terreno, tra templi e resti di pavimentazioni a mosaico, crescono numerose essenze tipicamente mediterranee.

    atene-3Vi sono pini marittimi, prostrati e piegati dal vento, antichi platani, qualche cipresso che “verticalizza” gli spazi e lecci che uniscono alla nobiltà delle querce (famiglia cui appartengono) i toni grigi e scuri delle foglie. Proprio grazie a tutto questo, i colori chiari delle pietre e del marmo degli edifici vengono, a contrasto, enfatizzati. L’insieme della vegetazione fa da sfondo a statue e colonnati, in un sapiente gioco chiaroscurale che accentua l’aspetto storico del contesto.

    atene-4Crescono poi canne, erbe semi spontanee frammiste a pietre storiche, si abbarbicano viti corrugate, edere tra le colonne e spuntano, tra i crepacci, inaspettati ciuffi di papaveri rosso scarlatto dai petali crespati. Il tutto in una luce assoluta che sembra provenire, uniforme e pura, da ogni angolazione. Qui e là, tra le colonne, vi sono poi mirti e gruppi di melograni, fichi ed Ailanti… I primi hanno foglie lanceolate, scure e lucenti, fiori bianchi purissimi e rimandano ai miti classici. I melograni spiccano per le foglie chiare ed i fiori di un acceso arancione, che volutamente contrasta con il non colore dei reperti archeologici.

    atene-5Gli Ailanti, siano essi spontanei o appositamente collocati in loco, sono infine perfetti. In generale considerati una pianta invasiva e di poco pregio, un po’ scomposti, presentano poche foglie su lunghi rami spogli. Trasmettono all’insieme un’aria di voluta trascuratezza che si addice alla, ora decadente ma pur sempre perfetta, ritmata eleganza dell’arte greca.
    Salendo quindi verso l’Acropoli si è circondati da un verde che lentamente ma costantemente dirada. Una sorta di cammino di elevazione, attraverso essenze tipicamente mediterranee, in un paesaggio che diventa sempre più scabro fino a ridursi alla sola pietra ed alla pura linearità degli edifici.
    Dall’alto e sotto un cielo blu cobalto si domina la città che si stende ai piedi dell’Acropoli, lontana fisicamente e mentalmente, bianca e verde. Questi soli tre colori puri dominano tutto il paesaggio che si estende fino al mare in lontananza. Evidente è la discrasia tra disordine della parte moderna della metropoli ed il perfetto equilibrio di quella antica, il contrasto tra costruito e natura.
    Al di là delle singole essenze, è proprio il verde nel suo insieme che ricuce il paesaggio, nasconde quello che c’è da nascondere, fa da sfondo all’insieme ed esalta, con rimandi classici (Mirto, Acanto, Alloro…) e di spontaneo disordine, i fondamenti dell’arte classica occidentale.
    Dimenticando di essere nell’anno in cui siamo, sotto il cielo di un blu solo greco e nel verde di un “giardino” mediterraneo sottratto alla natura, si colgono, tra i resti dei più alti esempi dell’arte greca, le radici profonde della cultura europea.

    Note critiche a cura di Valentina Dallaturca

    Nel 1954, in un clima di riscoperta dell’orgoglio nazionale ellenico dopo la guerra civile, Dimitris Pikionis (1887 – 1968), architetto greco, fu incaricato della progettazione e del recupero dei camminamenti interni al parco archeologico.
    Le pavimentazioni sono la chiave di lettura: il detrito storico riceve la stessa attenzione dell’antico monumento divenendo strumento di sintesi tra storia e contemporaneità. Pochi i disegni preparatori, ogni pietra era scelta e posizionata in cantiere come meglio poteva adattarsi alle esigenze del terreno. Il riutilizzo di pietre scolpite, marmi, capitelli e terracotte è antica abitudine vernacolare quando nulla può essere sprecato. Qui nasce un progetto di paesaggio moderno, così ben integrato con il contesto da apparire come se lì fosse sempre stato.
    Il progetto descritto ha ricevuto il Premio internazionale Carlo Scarpa per il giardino nel 2003.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Legge elettorale, slogan ipocriti e qualunquisti: verità politica e verità mediatica

    Legge elettorale, slogan ipocriti e qualunquisti: verità politica e verità mediatica

    Matteo RenziQuesta settimana avrei voluto parlare del pessimo andamento dell’economia, con le previsioni del PIL 2014 sempre più in territorio negativo (come, d’altronde, ampiamente previsto). Oppure mi sarebbe piaciuto fare un bel parallelismo tra Monti e Renzi, entrambi spediti in Europa per raccattare qualche cosa di buono, entrambi osannati dalla stampa per le straordinarie doti negoziali e gli indubbi successi, ed entrambi rimpatriati, alla prova dei fatti, con le proverbiali pive nel sacco (anche questo ampiamente previsto). Da ultimo avrei voluto ritornare sull’evoluzione dei negoziati nell’Unione e su come questi dimostrino perché non c’è alternativa, restando dentro l’Europa, a questa strategia economica e a questo modello di leadership fallimentari, anche se cambiano gli interpreti o il semestre di presidenza  (come vado dicendo – scusate se insisto – ormai da più di un anno).

    Non toccherò, però, nessuno di questi temi. Il fatto è che, francamente, mi sono proprio stancato di sentir blaterare le Alessandre Moretti di legge elettorale, questi visi angelici da prime della classe della scuola renziana, istruite a ripetere a pappagallo le parole d’ordine della propaganda governative per imprimerle meglio nella testa di casalinghe distratte e impiegati sapientoni. E’ giunto il momento quindi di fare pulizia, una volta per tutte, di tutti gli slogan ipocriti e qualunquisti con cui Renzi tenta di propinarci un sistema elettorale pessimo.

    Assicurare Governabilità

    Il primo slogan pubblicitario (il più famoso) parte dal termine “governabilità”, che sembra alludere alla mera “possibilità di governare”; quasi il contrario di “anarchia”, quasi che chi non si faccia il segno della croce al solo sentir nominare il sacro mantra  voglia consegnare il paese al caos. Ma la realtà è che parlare di “governabilità” in merito ad una legge elettorale è come parlare di “guidabilità” nei confronti dei divieti del codice della strada: è l’equivalente della famosa “agibilità politica” per quelli che vogliono tenersi la poltrona anche se sono sotto processo. E’ il solito, abile trucco degli spin-doctor: anziché chiamare le cose col loro nome, si trova una formula rassicurante e difficile da negare, perché il suo contrario suona talmente negativo che diventa una passeggiata convincere chi non è preparato e inchiodare gli oppositori politici.

    Nella pratica, quando evoca la “governabilità”, Renzi allude al fatto che la legge elettorale dovrà adempiere il requisito minimo di garantire un governo inequivocabile, immediato e stabile: il giorno dopo il voto si saprà esattamente chi governerà per cinque anni, senza rischio di ribaltoni. Apparentemente stiamo parlando di una cosa buona: cosa ci potrebbe mai essere di male nel permettere che si formi una guida politica stabile?

    Il problema è che vogliamo che un governo sia stabile e duraturo, solo se è onesto, competente e capace: al contrario, se è autoritario, corrotto e incompetente, allora abbiamo tutto l’interesse che il governo sia instabile  e anzi che cada al più presto. E in una repubblica parlamentare spetta al Parlamento decidere se il governo è degno o meno. E’ una risposta banale, mi rendo conto: ma d’altra parte, se vogliamo discutere seriamente di uno slogan banale, non possiamo che aspettarci una replica a tono.

    Se un sistema assicura “governabilità” a prescindere, di fatto si mette le catene ai piedi, rendendo praticamente impossibile far cadere un esecutivo, anche se sta distruggendo il paese: un’eventualità, questa, niente affatto rara. La storia recente, da Berlusconi a Monti, è una storia di governi autoreferenziali in un parlamento cooptato, che hanno dapprima ignorato e poi aggravato i problemi dell’Italia, senza che nessuno si mettesse di mezzo.

    Al contrario, nonostante sia la priorità per Renzi (quasi un’ossessione), l’Italia non ha mai avuto problemi di “governabilità”: magari c’è voluto qualche mese, ma alla fine si è sempre riusciti a dare una guida politica. Niente a che vedere con il caso del Belgio: paese attualmente senza esecutivo, che in passato ha impiegato anche più di 500 giorni (!!) per formare un governo e che pure – ci ricorda Paul Krugman – ha performance nettamente migliori rispetto ai vicini europei da un punto di vista economico (oltre che calcistico).

    Chi arriva primo vince

    elezioniIl premier la settimana scorsa ha dichiarato: «Siamo banali, pensiamo che ci debba essere un vincitore. […] Bersani, in bersanese, lo ha spiegato bene: sono arrivato primo ma non ho vinto. Io voglio un meccanismo in cui chi arriva primo vince».

    Siamo così di fronte ad un altro capolavoro del linguaggio politico renziano, per cui la democrazia è uguale a una corsa campestre: se arrivi primo ti danno la coppetta e puoi fare il bullo al bar con gli amici. Qualcuno dovrebbe spiegare a Renzi che la democrazia non è un metodo di selezione dei governanti: è un metodo di governoUn paese non è democratico solo se si da appuntamento ogni cinque anni per decidere chi governa: è democratico se è governato ogni giorno in modo democratico. Altrimenti, se il problema è solo selezionare il premier, si possono trovare metodi anche più intelligenti di una competizione mediatica a base di promesse irrealizzabili e trovate pubblicitarie: sarebbe molto utile, ad esempio, fare un test delle urine o un quiz di logica; oppure ancora – perché no – una prova di forza, tipo estrarre una spada dalla roccia.

    Scherzi a parte, il punto è che se arrivo primo col 30% dei votanti e divento primo ministro, le decisioni che prenderò (ammesso che siano conformi a quanto detto in campagna elettorale, cosa che raramente succede) saranno le decisioni avvallate dal voto di una minoranza: e questa proprio non si può chiamare “democrazia”. In democrazia si fa quello che vuole la maggioranza, non quello che vuole chi buca meglio lo schermo televisivo.

    Ascolto tutti, ma decido io

    renzi-risataUn’altra perla di saggezza recita che il premier è molto democratico perché “ascolta tutti”, anche se poi alla fine “spetta a lui decidere”. Non ci si rende conto che questa concezione del dialogo è identica a quella dell’udienza medioevale: anche i monarchi ascoltavano i loro sudditi, si sapevano mostrare magnanimi e dispensavano la giustizia. Ma, di nuovo, non basta ascoltare perché ci sia democrazia.

    Per avere un confronto democratico, bisogna che le parti siano in una condizione di sostanziale parità: ma se uno può decidere e l’altro può solo parlare, non c’è alcuna parità. Per farmi ascoltare ho bisogno di avere qualche freccia al mio arco, qualche arma da usare nel caso io venga ignorato. Ma se non ho nessuna arma, allora non ho nessun peso politico: e se non ho nessun peso, sarà agevolissimo ignorarmi.

    Il confronto democratico presuppone dunque poteri e contro-poteri, pesi e contrappesi: ed è altra cosa dalle suppliche, che invece funzionavano nei sistemi feudali.

    Il ricatto dei “partitini”

    Questa è vecchia, ma sempre attuale. Dura almeno dal 1995, quando la Lega Nord fece cadere Berlusconi; ed è poi diventata un cavallo di battaglia bipartisan a partire dal 1998, quando Rifondazione Comunista fece cadere Prodi; il quale sarà poi di nuovo impallinato, dieci anni dopo, dall’UDEUR di Mastella. Questi sono gli orrori politici che non fanno dormire sonni tranquilli ai nostri molto seri riformatori: il governo di un paese può cadere per mano di un partito che conta solo pochi punti percentuale; non è uno scandalo?

    Niente affatto. Anzi, questa logica rivela un’opposizione ideologica ai piccoli partiti, che intende minare il presupposto stesso della loro esistenza. Infatti, il “partitino” è stretto tra due estremi: se toglie l’appoggio al governo, commette un reato di lesa maestà, viene additato da tutta la stampa e fa la fine di Rifondazione Comunista; se al contrario si mostra leale, lo appoggia e abbassa le sue pretese, si condanna all’irrilevanza politica e fa la fine di Scelta Civica. Se questo è il contesto, i piccoli partiti hanno vita breve.

    C’è chi se ne rallegrerebbe, come tutti i fautori del duopolio destra-sinistra. Il problema è che poi la destra e la sinistra diventano quelli degli ultimi vent’anni: e se anche non vi piacciono, le altre opzioni hanno vita dura ad affermarsi. È esattamente il dilemma in cui si dibatte oggi il M5S, che da una parte deve dimostrare di essere alternativo, ma dall’altra deve anche essere costruttivo: eppure non può essere costruttivo stando all’opposizione, così come non può essere alternativo accordandosi con la maggioranza.

    Una soluzione a questo paradosso, che eviterebbe anche il ricatto da parte di una minoranza, c’è già: la repubblica parlamentare con sistema elettorale proporzionale, che è quella da cui venivamo e quella che stanno smantellando pezzo dopo pezzo dagli anni ’90. Funziona così: i partiti prendono tanti seggi nelle camere quanti voti alle elezioni e il governo si costruisce con un accordo in Parlamento (che non è un inciucio alle spalle dei cittadini, ma semplice politica). In questo modo si ha la certezza che i rappresentanti del popolo si dividono secondo la reale composizione del paese; cosicché le leggi votate saranno sempre leggi gradite alla maggioranza degli italiani.

    In questo sistema se un partito si impunta, non si fanno drammi: cade un governo e se ne fa un altro. Spetterà agli elettori premiare o meno la condotta di quel partito, stabilendo se il rifiuto dell’alleanza è coerenza o irresponsabilità. Le maggioranze potranno anche essere variabili, ma – è questo il punto – saranno sempre maggioranze vere: ogni decisione, cioè, avrà alle spalle un sostegno effettivo nel paese, il che assicura minore dissenso e dunque minore conflittualità.

    Verità politica e verità mediatica

    Ma se questo sistema era così buono, per quale motivo andò in crisi? È una domanda difficile, a cui si dovrebbe rispondere in modo molto articolato. Eppure c’è un punto cruciale: a partire dagli anni ’80 si diffonde la televisione commerciale. E già all’epoca i più scaltri capirono una lezione, che poi fu padroneggiata con maestria da Berlusconi: se una cosa non appare in televisione non esiste. E se in TV ti dicono e ti ridicono una bugia (spiegava Goebbels), prima o poi finirai per crederci.

    Per ottenere un assetto vantaggioso, e in particolare proprio per avere un esecutivo forte (la famosa “governabilità”), le classi dominanti non avevano più bisogno di ricorrere a metodi cruenti: bastava influenzare l’informazione e contrastare la verità politica con una verità mediatica. Ed è proprio questo, in definitiva, il lascito raccolto oggi dal vero erede politico di Berlusconi.

     

    Andrea Giannini

  • L’Euphorbia, i fiori gialli delle coste mediterranee

    L’Euphorbia, i fiori gialli delle coste mediterranee

    Euphorbia-1La pianta di cui parliamo questa settimana appartiene alla famiglia delle Euphorbaceae ed è assai comune lungo le coste e nelle aree dal clima mediterraneo, in particolare dell’Italia, della Francia, della Spagna e della Grecia. Il nome trarrebbe origine dal medico Euphorbus che avrebbe utilizzato il succo lattiginoso e biancastro, proveniente dai rami della pianta, nella preparazione delle sue pozioni. A seconda della specie, vi sono tipologie legnose o erbacee, tutte diverse tra loro ma accomunate dalla tipologia della fioritura. La caratteristica principale della pianta consiste proprio nei caratteristici fiori che si formano in tarda primavera o inizio estate e che ricoprono la parte terminale dei rami. Il loro colore è estremamente raro e quasi unico in Natura, sono infatti di un giallo verde accesso, acido, inusuale e quasi fosforescente sotto il sole. Alcune specie presentano caratteristiche campanelle dal cuore marrone brunastro, anch’esse estremamente inusuali.

    Euphorbia characiasL’ Euphorbia è frugalissima, spontanea nell’area mediterranea, non richiede nessuna particolare tecnica colturale: né specifiche concimazioni, né potature e neppure di essere annaffiata. Essa è poi soggetta al fenomeno dell’“estivazione”: la pianta, per sopravvivere alla estrema calura estiva, lascia infatti che tutte le foglie (lanceolate e di un bel verde brillante) cadano e rimane completamente spoglia. La traspirazione dell’Euphorbia viene così ridotta al minimo e le esigenze idriche sono quasi azzerate. La pianta butterà, alle prime piogge e nella successiva primavera, nuove foglie e nuovi fiori, tornando rigogliosissima come se nulla fosse accaduto.

    Euphorbia-4

    Una ulteriore particolarità dell’essenza consiste nelle modalità di diffusione dei suoi semi. Questi ultimi vengono infatti letteralmente gettati, per effetto dell’esplosione -sotto il cocente sole estivo- dei baccelli che li contengono, lontano dalla pianta madre.
    Perfetto è l’utilizzo di questa pianta, specie di quella arbustiva, nei bordi misti di essenze mediterranee. L’Euphorbia presenta infatti una struttura articolata di rami, foglie e fiori dalle colorazioni particolari che completano gli insiemi di piante dalle chiome grigiastre (ad es: Westringia, Ulivo,…) o verdi scuro (ad es. Mirto). Nelle estati più torride quando l’arbusto perde le foglie, l’insieme dei rami rimane comunque molto particolare, di un suggestivo rosso brunastro. Il risultato è il migliore, specie se la pianta viene collocata lungo la costa a strapiombo sul mare, che traspare attraverso lo scheletro contorto dei rami.

    In realtà, tanto l’Euphorbia è diffusa in natura tanto poco lo è in parchi e giardini. Meriterebbe invece maggiore attenzione, da un lato per la fioritura che è assai particolare e dall’aspetto orientaleggiante, e, dall’altro, per le limitatissime esigenze idriche, da tenere sempre in maggiore considerazione nel futuro impianto del verde.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • La beffa dei contatori del gas (parte prima): io ti blocco e tu mi paghi lo stesso

    La beffa dei contatori del gas (parte prima): io ti blocco e tu mi paghi lo stesso

    Contatore del GasQuesta settimana dobbiamo tornare a parlare di contatori del gas. Abbiamo più volte ricordato la differenza tra venditori (di gas piuttosto che di energia elettrica) e distributori. In questo paese anomalo, dove i distributori cambiano come gira il vento e, di fatto, dettano legge, il consumatore utente si trova a stipulare i contratti con i venditori.

    Così, ogni qualvolta nasca una problematica, ecco scattare un simpaticissimo scaricabarili tra distributore e venditore. Analizziamo un caso segnalato da una lettrice.

    La signora Calogera mi contatta perché nel 2007 Iren Mercato le piomba il contatore; mi porta idonea documentazione a supporto. Ciò nonostante, nel 2014 le arrivano delle bollette arretrate dal 2007 ad oggi.
    Pazzesco, voi direte.
    Pazzesco, vi rispondo io.

    Innanzitutto, ricordiamo la prescrizione di cui all’art. 2948 del codice civile (cinque anni), per cui una parte delle somme richieste sicuramente non s’hanno da pagare. In secondo luogo – e qui sta il nocciolo della questione – la signora ha fatto reclamo e, udite udite, la risposta è stata: il distributore ha piombato il gas, ma poi vi è stata una richiesta di riallaccio via mail, quindi la somma richiesta è da pagare.

    Ora, con un contatore a tutt’oggi piombato, la cosa è impossibile. Ma il distributore dice così.E allora come risolvere?

    Semplicemente con un esposto alla Magistratura competente e con un’azione civile volta non solo a richiedere l’infondatezza delle richieste, ma pure il risarcimento del danno causato alla signora. Ricordiamo che la signora Calogera aveva un rapporto contrattuale con Iren Mercato e non con il distributore (in questo caso Genova Reti Gas); quindi tirare in ballo il distributore per discolparsi, mi sembra una tattica a dir poco irragionevole.

    Perché non fare ricorso all’A.E.E.G.. ovvero all’Authority? Perché in questo paese le Authority non stanno mai dalla parte dell’utente/consumatore sottomesso, deriso, calpestato, odiato, per dirla con una celebre canzone di Rino Gaetano.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • M5S vs Renzi, l’obiettivo è scaricare sul rivale la responsabilità di un accordo che non ci sarà mai

    M5S vs Renzi, l’obiettivo è scaricare sul rivale la responsabilità di un accordo che non ci sarà mai

    renzi-risataNon si mette bene per il M5S. L’idea di incontrare Renzi per discutere della legge elettorale poteva anche essere buona, perché bisognava scrollarsi di dosso l’etichetta di partito che dice solo no. Il problema è che discutere presuppone l’idea di scendere a patti: e la creatura di Grillo ha qualche difficoltà intrinseca a fare compromessi.

    Come avevo scritto addirittura a novembre 2012: Avere un rigido ricambio, spersonalizzare la politica e chiedere coerenza rispetto ad un programma proposto sono tutte cose giuste e desiderabili; e tuttavia non escludono una certa sfera di autonomia per un dato gruppo dirigente, per quanto serrato il controllo e per quanto ristretto il mandato“.

    Il M5S, invece, per sposare l’assurda idea di democrazia telematica teorizzata da Casaleggio, dapprima, in sede di sviluppo delle iniziative politiche, si è vincolato a un processo buono nelle intenzioni, ma lento e farraginoso (come testimonia il lungo parto della legge elettorale proporzionale, arrivata in colpevole ritardo); poi, in sede di discussione con le altre forze politiche, ha limitato fortemente l’azione dei suoi rappresentanti – cosa che, l’altro giorno, ha messo Renzi in una posizione fin troppo comoda.

    Il premier, infatti, presentatosi a sorpresa all’incontro, ha avuto buon gioco nell’inchiodare gli interlocutori su due punti in particolare: il mantra della “governabilità” e le 5 domande per proseguire la “strada del dialogo”. E in questo modo ha potuto chiudere in attacco. Ciò non significa certo che abbia vinto la partita: ma si può ben dire che Renzi abbia chiuso il primo tempo in vantaggio.

    Quello che avrebbero dovuto fare Di Maio & co. era proprio cercare di spostare la palla sul campo del premier, mettendolo nella posizione di dover rifiutare una richiesta di collaborazione. Perché ovviamente che l’accordo non ci sarà mai è cosa nota. Non se lo può permettere Renzi, che sarebbe costretto a mettere in discussione l’intesa col centro-destra; né se lo può permettere Grillo, che dovrebbe rinnegare completamente tutto quello che aveva cercato di essere fino all’altro giorno. La manfrina dell’incontro in streaming serve ovviamente ad una cosa sola: scaricare sul rivale la responsabilità del mancato accordo. Renzi deve dimostrare che i 5 stelle dicono solo no; i quali, a loro volta, devono dimostrare che Renzi è un piccolo dittatore simile a Berlusconi.

    Su questa battaglia, come era logico, il premier sta avendo la meglio. La mossa di lasciare gli interlocutori con delle domande a cui rispondere è stata azzeccata, perché comporta aver avuto il privilegio di porre delle condizioni: ora i 5 stelle possono rispondere, rischiando così di fare delle concessioni a Renzi (e di venire meno, di fatto, alle loro idee); oppure si possono rifiutare, dando però ragione, in questo modo, a chi li accusa di fare solo protesta. Esattamente la posizione scomoda nella quale avrebbero dovuto infilare il premier.

    Se questo scivolone si può spiegare con la poca scaltrezza e l’inesperienza, diverso è il discorso per l’altro punto su cui il premier ha costruito il suo attacco. Quando Renzi asseriva che bisogna assicurare la governabilità, si doveva evitare di annuire o acconsentire, ma occorreva rispondere pacatamente come il ragionier Fantozzi. Bisognava cioè ricordare a Renzi che l’Italia ha avuto moltissima “governabilità” dal 1928 al 1943: ma le cose non sono andate bene lo stesso.

    Il fatto è che, avendo detto no di principio ad ogni alleanza, avendo escluso a priori la possibilità che un gruppo dirigente abbia l’autonomia per fare accordi e concessioni, i 5 stelle non possono difendere agevolmente il valore di un sistema proporzionale rispetto ad uno maggioritario senza rischiare di contraddirsi da soli. Esattamente il lato debole su cui Renzi ha potuto colpire.

    C’è ancora tempo per rimediare agli errori; e ci si può ancora liberare da questi condizionamenti ideologici. Ma, in attesa di vedere come andrà a finire, bisogna ammettere che le premesse non sono affatto buone.

     

    Andrea Giannini

  • Le Graminacee: rustici ciuffi d’erba dai colori inaspettati

    Le Graminacee: rustici ciuffi d’erba dai colori inaspettati

    graminacee-1Nell’articolo di questa settimana ci occuperemo delle Graminacee (nel Regno Unito “Ornamental Grasses” cioè, letteralmente, varietà di erba ornamentale) e del loro impiego nei moderni giardini. Queste piante sono ancora oggi poco conosciute ma erano, solo qualche anno fa, del tutto ignote, almeno in Italia. In generale, esse sviluppano cespugli di medie dimensioni che ricordano l’erba selvatica. Le foglie sono lanceolate, verdi, grigiastre, rossastre, brunastre, bianche e verdi, più o meno lunghe e dalle conformazioni molto variabili.

    graminacee-2Le moderne varietà, impiegate in botanica e nel landscape design, sono estremamente diversificate per forme, colori, dimensioni e possibilità di impiego. Dato il numero incredibile di tipologie esistenti, ricordiamo: Feather Reedgrass, Fountaingrass, Pennisetum Villosum, Cortadeira Selloana “Punila”, Stipa Tenuissima… Moltissime piante producono poi vistose spighe che troneggiano sui cespugli. Queste ultime sono particolarmente interessanti da un punto di vista estetico. Verdi e molli si piegano ai venti primaverili, giallo brunastre spiccano in autunno ed inverno sulla neve candida. Questa famiglia di piante è poi numerosissima e giunta recentemente alla ribalta per validissimi motivi. Le Graminacee sono infatti rusticissime e robustissime. Non richiedono terreni profondi per proliferare, resistono al caldo intenso ed al freddo anche pungente, agli sbalzi di temperatura, non necessitano di concimazioni o terreni particolari di coltura, non abbisognano di potature e non sono neppure soggette a malattie. Si possono abbinare ad altre piante rustiche (ad es: Sedum o piante tipiche della flora mediterranea e dalle simili esigenze colturali) o mescolare tra loro le differenti varietà, creando insiemi sempre diversi ed eterogenei. In quest’ultimo caso si potranno creare vere e proprie “onde” verdi, grigiastre o dei colori più vari che ammantano il terreno ed oscillano al vento, con effetti inaspettati e sempre nuovi.

    Dal punto di vista estetico, le Graminacee sono molto lineari e dalle linee pulite e scultoree. Si prestano quindi benissimo ad essere inserite in contesti ed edifici moderni, dove spiccano a contrasto con cemento, vetro ed acciaio. Sono anche perfette per essere impiegate sui tetti verdi, dove il poco terreno a disposizione ed il notevole irraggiamento solare rendono difficile la sopravvivenza di molte altre piante.

    Esempi celebri di loro recente impiego si possono trovare sia sulla High Line di New York che negli spettacolari giardini di Piet Oudolf. Quest’ultimo è noto proprio per il frequente utilizzo, nei suoi progetti, delle Graminacee. Egli realizza infatti particolari spazi verdi che richiedono poche cure e sono a c.d. “bassa manutenzione”, incentrati su grandi gruppi omogenei di piante. Tutte le essenze da lui impiegate sono poi estremamente frugali e variano, da luogo a luogo, a seconda della loro collocazione, dei gusti e delle diverse esigenze del committente. Si hanno così giardini semplicissimi da mantenere in una varietà potenzialmente infinita di forme, di insiemi e di colori.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Liberista o keynesiano? Lo Stato che interviene direttamente nell’economia non è fantapolitica

    Liberista o keynesiano? Lo Stato che interviene direttamente nell’economia non è fantapolitica

    economia-soldi-D1È talmente raro che le trasmissioni di approfondimento facciano davvero “approfondimento” che, quando capita l’occasione di citarne una, non c’è altra notizia che tenga: bisogna dare spazio a chi compie l’atto rivoluzionario, per questi tempi, di un minimo riequilibrio informativo. È accaduto infatti questa settimana che venisse affrontata, anche se solo a livello divulgativo, la grande questione della politica economica: quali tipi di intervento o quale tipo di atteggiamento deve tenere il governo nei confronti dell’economia? In che modo si può operare per creare più occupazione, più sviluppo e più benessere?

    Si tratta, come è evidente, di un tema assolutamente prioritario, tanto più nel corso di una crisi economica ancora molto dura. Eppure non se ne sentiva parlare affatto. Anzi, nel corso dell’ultimo ventennio si è come rimosso l’argomento dal dibattito pubblico; quasi che la risposta fosse scontata, quasi che alla gente non dovesse interessare avere diversi punti di vista sul modo di incentivare l’economia o di individuare i settori settori strategici per lo sviluppo del paese. Infine tre anni fa, come è ormai noto, lo Stato italiano abdicava formalmente a questo ruolo, rimettendolo nelle mani sapienti della Commissione Europea e della BCE che da allora lo interpretano predicando incontrastate rigore contabile e liberalizzazioni.

    Questo muro dell’ortodossia è stato timidamente graffiato per la prima volta un paio di sere fa, nel corso di una puntata di Otto e Mezzo dal titolo: «Renzi, liberista o socialdemocratico?». Ospiti di Lilli Gruber erano, da una parte, il professor Francesco Giavazzi, editorialista di punta del Corriere della Sera e vecchia “conoscenza” di questa rubrica (per via di alcuni fondi su euro e stato sociale scritti insieme ad Alberto Alesina) e, dall’altra, la professoressa Mariana Mazzucato, economista dell’Università del Sussex.

    I due ospiti rappresentavano ovviamente, come è nello stile del giornalismo italiano, i due diversi punti di vista sul modo di intendere la politica economica. Da qui – immagino – la prima sorpresa dello spettatore, che per la prima volta dopo anni viene posto a conoscenza del fatto che non esiste una sola verità sull’argomento: cioè le “ricette” a cui da anni ci stiamo sottoponendo, senza alcuna discussione pubblica, non sono le uniche possibili. Non solo. Scopriamo addirittura che non un nazionalista di estrema destra o un teorico delle scie chimiche, ma proprio una di quelle figure che piacciono tanti ai “liberals”, una donna che insegna economia in Inghilterra (cosa che fa tanto “minoranze” e tanto “successo italiano all’estero”) sostiene tranquillamente una tesi del tutto opposta a quella della “Europa”, dei partiti “moderati” e dei giornali “seri”.

    E chi lo avrebbe mai detto che era possibile una visione economica alternativa? Beh, ad esempio il sottoscritto. Già a settembre del 2013, infatti, avevo provato a spiegare, entrando in temi che non mi competono come un elefante in cristalleria, che nel dibattito economico attuale più che in passato si danno almeno due visioni contrapposte: visioni che però non trovano corrispondenza nell’offerta politica, dato che i partiti, da destra a sinistra, in Italia come in Europa, sono tutti sbilanciati verso un solo polo del dibattito.

    Questo polo è incarnato discretamente dalle idee del professor Giavazzi, il quale, interrogato dalla collega su quali fossero i problemi delle imprese italiane (visto che si parla sempre dei problemi dello Stato, ma mai di quelle delle imprese…), rispondeva eloquentemente: “i problemi delle imprese sono le tasse alte e le rigidità del mercato del lavoro”. Al che la professoressa Mazzucato aveva buon gioco a dimostrare come questi siano in realtà problemi dello Stato, essendo quel soggetto che solo può elevare la pressione fiscale e stabilire le regole nei rapporti di lavoro: e dunque dare questo tipo di risposta equivale a dire che il privato non ha colpe.

    Nel corso del dibattito tra i due economisti questa differenza di vedute emergeva in modo sempre più evidente, anche per il profano: da una parte la Mazzucato vuole definire compiti e punti di forza sia del pubblico che del privato; dall’altra invece Giavazzi propende nettamente per il privato. Questa contrapposizione ha evidentemente radici ideologiche, o comunque risponde a un orientamento generale del pensiero: perché naturalmente non può esistere una rigorosa dimostrazione empirica che stabilisca, una volta e per sempre, chi abbia ragione in questa diatriba tra pubblico e privato. Ciò detto, però, se guardiamo a chi offre la risposta più radicale, allora non c’è partita.

    Secondo Giavazzi la politica economica si fa solo con l’antitrust e le detrazioni fiscali: compito dello Stato è dunque quello di fare il “guardiano dell’economia”, evitando che si instaurino regimi di monopolio e premiando con sempre minori tasse quelle imprese che investono; per il resto deve assistere da spettatore al magnifico dispiegamento del libero mercato e all’operare chirurgico della famosa “mano invisibile” di Adam Smith, la quale, mentre ognuno è impegnato ad arricchirsi privatamente, dispone le cose perché si realizzi magicamente la società migliore possibile.

    Secondo la Mazzucato, invece, lo Stato può esercitare un ruolo positivo: la spesa pubblica non è sempre e solo “improduttiva”. Di qui evidentemente l’ennesima sorpresa dello spettatore: c’è ancora qualcuno oggi che va in giro a dire che lo Stato non dovrebbe tagliare la spesa, bensì spendere? Questo Stato italiano “corrotto” e “sprecone”? Non solo.

    Mentre Giavazzi con grave sprezzo del ridicolo vagheggiava di un’austerità “buona”, con tagli di spesa, e un’austerità “cattiva”, con aumenti di tasse, la Mazzucato spiegava che internet è il risultato di investimenti strategici del governo americano nel settore della difesa; sosteneva che la FIAT in Italia avesse smesso di fare investimenti perché lasciata libera dal governo (mentre negli Stati Uniti Obama sta mettendo sotto pressione Marchionne perché la Chrysler sviluppi nuovi motori ecologici); argomentava che la corruzione di questi giorni non va usata per demonizzare il pubblico, perché “la corruzione c’è in tutti i paesi”; e addirittura ricordava il ruolo importante di aziende statali come l’IRI, al cui solo sentir pronunciare il nome, mancava poco che Giavazzi non cadesse dalla sedia.

    Ovviamente la discussione non si è risolta: la Mazzucato ha testimoniato con la sua persona che  un orientamento keynesiano o “socialdemocratico”, dato per spacciato tra gli anni ’90 e gli anni 2000, sta prendendo di nuovo piede tra gli economisti, per chiedere allo Stato di intervenire direttamente nell’economia e farsi carico di grossi progetti di investimento; Giavazzi, dal canto suo, ha probabilmente continuato a pensare che queste sono cose più adatte a Stalin e ai suoi piani quinquennali e che l’economia la fanno i bravi imprenditori, che poi sono “quelli che esportano” (e vai di mercantilismo).

    P.S.

    E Renzi? Alla fine il premier è liberista o socialdemocratico? La Mazzucato sospendeva il giudizio, in attesa di capire se dal Presidente del Consiglio potesse venir fuori qualcosa di più concreto degli 80 euro. Per Giavazzi, invece, Renzi merita un bel 7+, perché ha cambiato qualche burocrate, ha tolto qualche tassa e ha rimosso qualche funzionario pubblico in odore di corruzione: è poco, ma è partito con il piede giusto. Dunque Renzi, un premier “di sinistra”, piace tanto ai liberisti: e chi l’avrebbe mai detto?

    Andrea Giannini

     

  • Hydrangea Quercifolia, la “sorella” americana della ben più nota ortensia

    Hydrangea Quercifolia, la “sorella” americana della ben più nota ortensia

    Hydrangea-Quercifolia1Continuando ad occuparci di piante rare o poco impiegate nei giardini italiani, questa settimana ci soffermeremo sulla Hydrangea Quercifolia. Questa pianta appartiene alla stessa famiglia della ben più nota ed utilizzata Ortensia (Hydrangea Macrophilla). Proviene dagli Stati Uniti di America (dove è diffusa in natura soprattutto in Georgia, Florida e Louisiana) ed è stata introdotta per la prima volta in Europa (in particolare nel Regno Unito di Gran Bretagna) nel lontano 1803. La pianta cresce facilmente, fino a sviluppare un grande cespuglio di circa due metri di altezza. Il nome della varietà deriva dalla forma caratteristica della foglia: profondamente lobata e simile, per l’appunto, a quella di una quercia.

    Hydrangea-Quercifolia2La Hydrangea Quercifolia è una pianta bellissima in ogni stagione. In primavera le foglie sono verde chiaro e molto dentellate, in estate produce vistose infiorescenze bianco crema, formate da tantissimi piccoli fioriti riuniti in grandi “pannocchie”, dette panicoli. Anche d’autunno la pianta risulta molto interessante in giardino in quanto le foglie si tingono di rosso scuro, a partire dal margine esterno e procedendo via via fino al centro. Persino nel cuore dell’inverno, l’articolata e ritorta impalcatura di rami rende questa Hydrangea più interessante delle altre varietà. Il legno della corteccia tende infatti a sfogliarsi, dopo aver costituito grandi placche di colore arancione acceso.

    Hydrangea-Quercifolia3A differenza della ben più nota Ortensia, questa Hydrangea necessita di un minore apporto idrico, si adatta meglio a posizione meno ombrose e più soleggiate ed entra nella fase vegetativa più tardi, diminuendo così i rischi derivanti dalle eventuali gelate tardive. Fiorendo la pianta dalle gemme apicali sviluppatesi nella stagione precedente, si può praticare una leggera potatura (se necessaria e di solo sfoltimento del cespuglio) subito dopo la fioritura e non in autunno, come invece accade per la normale Ortensia.

    Hydrangea-Quercifolia4Dal punto di vista delle varietà più diffuse, la Hydrangea Quercifolia esiste tanto nella varietà “semplice” che a fiore doppio nota come “Snowflake”. Quest’ultima presenta, dato l’elevato numero di fiori sulla stessa “pannocchia”, una fioritura più prolungata di quella a fiore semplice. In caso si fosse interessati ad acquistare questa tipologia, si consiglia di scegliere le piante quando sono nel pieno della fioritura. Distinguere infatti questo arbusto da quello ad infiorescenza semplice risulta, prescindendo dalle spighe floreali, di fatto impossibile. Una menzione a parte meritano le HydrangeeSnow Queen”, “Alice”, “Peewee”, “Sikes Dwarf”, in quanto di dimensioni minori rispetto alla precedente e quindi più adatte alla coltivazione in piccoli giardini o in vaso.

    Hydrangea-Quercifolia5

    In generale quasi tutte le varietà presentano una peculiarità: i fiori si tingono, man mano che invecchiano sullo stelo, di un rosa tenue. L’intera spiga vira così dapprima leggermente verso un tono ambrato fino ad appassire, mutando l’originario bianco puro in un suggestivo verdastro dai contorni marrone bruciato.

    La Hydrangea, sebbene poco impiegata e spesso in Italia del tutto sconosciuta, è un arbusto che meriterebbe di essere maggiormente valorizzato. Si presta benissimo a crescere nei giardini tanto classici che moderni ed alla coltivazione in vasi di grandi dimensioni. Il bianco intenso dei fiori contrasta perfettamente su sfondi di piante dal fogliame scuro. Se si desidera un impianto formale, edera a foglia verde intenso o variegata, siepi o forme geometriche in bosso, felci sempreverdi, Rhyncospermum Jasmoinoides o Clematidi, unite alla Hydrangea Quercifolia, garantiranno in poco tempo, in cortile ombrosi o piccoli giardini cittadini, un risultato eccellente.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Retorica del fare: la propaganda renziana e le difese immunitarie degli italiani

    Retorica del fare: la propaganda renziana e le difese immunitarie degli italiani

    renziLa propaganda renziana a base di “rinnovamento”, “fare”, “compattezza” e altre rassicuranti formulette suggerite dagli spin doctor è ormai diventata il basso continuo della pagina politica e non costituisce più una novità; nemmeno quando viene utilizzata per cacciare gli oppositori interni o per costringere i dipendenti pubblici a trasferirsi a 100 km di distanza. Eppure, proprio per via della facilità con cui ci stiamo assuefacendo a queste argomentazioni, è giunto il momento di spendervi due parole.

    Innanzitutto occorre notare come le difese immunitarie degli italiani si siano molto abbassate negli ultimi vent’anni, a causa evidentemente di una martellante propaganda bipartisan, dello sfilacciamento di valori, ideologie e paradigmi culturali, della stanchezza e dello stordimento causati dalla crisi economica: tutte cose che nell’insieme ci hanno resi molto più vulnerabili ai condizionamenti della pubblicistica governativa e meno preparati a filtrarli con autonomia e senso critico.

    Questo spiegherebbe – senza ricorrere a quella sorta di “auto-razzismo” che va molto di moda tra i nostri commentatori – come mai un premier privo di qualsivoglia distinzione qualitativa e dal linguaggio politico insulso possa riuscire a esercitare un fascino reale in una parte comunque troppo vasta dell’elettorato; una parte, per giunta, che aveva costruito l’opposizione a Berlusconi proprio rivendicando – almeno in teoria – una differente concezione della dirigenza di partito e dell’apertura al dibattito pubblico.

    È difficile capire, altrimenti, come quelle stesse persone oggi possano giustificare il decisionismo estremo di Matteo Renzi, che arriva al punto di dichiarare: «Contano più i voti degli italiani che il diritto di veto di qualche politico». La frase è talmente grave che, seppure con toni blandi, è stata stigmatizzata persino da Stefano Folli sulla radio di Confindustria (che certamente non può essere sospettata di essere contro le mitiche “riforme”). Il fatto è che il motivo è sempre lo stesso: se i sindacati obbiettano qualcosa, allora “fanno resistenza corporativa”; se Minneo suggerisce qualche cambiamento alla riforma del Senato, allora “mina la compattezza” e “impedisce di fare squadra”; se chiunque richiede semplicemente un po’ più di riflessione, allora “sono vent’anni che si discute, ora bisogna fare” perché: «Le riforme non si annunciano, si fanno». Ma chiunque può rendersi conto che questa retorica del fare ha almeno due punti pericolosi: inibisce la discussione sul che cosa fare e elimina il confronto democratico, rendendo pleonastica ogni istituzione politica.

    Sul primo punto non facciamoci ingannare. Certo, il paese richiede molti aggiustamenti – altrimenti, banalmente, andrebbe già bene così com’è – ed è vero che da vent’anni sentiamo parlare di un certo tipo di ricetta (maggiore potere agli esecutivi, diminuzione delle tutele, snellimento della burocrazia, liberalizzazioni, eccetera): ma questo basta a dare per scontato che stiamo parlando della ricetta giusta? Joseph Goebbels disse: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diverrà una verità». E il fatto che non siamo nella Germania degli anni ’30 non basta certo a rendere inattuabile la strategia del Ministro della Propaganda del Terzo Reich: è sufficiente anzi una minima influenza su giornali e televisioni per rendere convincente un’ideologia piuttosto che un’altra.

    D’altra parte – e veniamo al secondo punto – che razza d’idea della democrazia è quella dove il Parlamento è chiamato a ratificare quello che “si sa già” essere giusto? Ognuno può avere legittimamente la sua opinione, esserne profondamente convinto e difenderla con vigore: ma deve sapere che la decisione finale va presa passando per le istituzioni, che sono fatte apposta per rappresentare e comporre i diversi punti di vista, non solo per starli ad ascoltare come sembra credere Renzi quando sentenzia: «Ascoltiamo tutti, ma poi decidiamo noi». In quale parte della Costituzione sta scritto che è il governo a “decidere”? A meno che Renzi non si ritenga “investito dal popolo” per via del 40% preso alle Europee: ma è un argomento talmente berlusconiano che mi rifiuto di prenderlo in considerazione.

    Il fatto che le critiche al premier comincino ad arrivare anche da una parte dell’establishment non è casuale. Le forzature vanno bene fintanto che servono a disinnescare l’opposizione. Ma non bisogna dimenticare che siamo sempre in democrazia; e se vogliamo che il gioco continui, Renzi non deve tirare troppo la corda: perché cosa ne sarà poi del “cammino delle riforme”, se la corda si spezza?

     

    Andrea Giannini

  • Luce, contratti al telefono: dopo l’inganno la lettera di recesso e la querela

    Luce, contratti al telefono: dopo l’inganno la lettera di recesso e la querela

    luce-enelQuesta settimana riprendiamo la nostra rubrica con un caso che ha dell’incredibile. Più volte abbiamo dovuto menzionare l’inganno che il libero mercato nell’ambito dell’erogazione di luce e gas ha portato danni al confine dell’illecito.
    Più volte abbiamo menzionato fra i casi più eclatanti quello dell’”Energia che ti ascolta”… Ma sarà vero?

    Il sig. G.L. 76 anni con un recente infarto alle spalle, riceve una telefonata da parte di Enel Energia; solita telefonata bla bla bla e contratto telefonico andato in porto. Accortosi di essere stato tratto in inganno – come spesso capita in questi casi – egli esercita regolare diritto di recesso entro i termini stabiliti dalla legge. Dopo diversi mesi la sua fornitura ritorna nelle mani di Enel Servizio Elettrico, come peraltro è giusto che sia. In sostanza: il contratto non si è mai perfezionato, grazie alla lettera di recesso, la quale non doveva contenere particolari elementi, in quanto il contratto è stato stipulato telefonicamente e non è mai stato fatto sottoscrivere alcunché.

    Enel Energia, non paga del ritardo con cui risponde al sig. G.L., richiede la somma di circa € 330,00 per quei mesi di presunta fornitura, inviando – sempre dopo mesi – una fattura. Viene attivato un recupero crediti di Milano, che più volte minaccia via telefono (e senza mai inviare uno straccio di richiesta scritta!) il nostro malcapitato utente, il quale, già cardiopatico, non beneficia di certo di questi tipi di stress. A quel punto, pro bono pacis, veniva proposta una somma a stralcio ed Enel Energia rifiutava di incassare.

    Faccio presente che i vari “Punto Enel” presenti nel territorio nazionale, si occupano sia di Enel Servizio Elettrico che di Enel Energia. In altre parole, lo stesso soggetto – alla maniera di Giano Bifronte – esige denari oggi con un vestito, domani con un altro.

    Che cosa può fare il sig. L e i tanti utenti che subiscono torti di questo genere?

    1. Presentare esposto – querela presso la Magistratura competente
    2. Presentare reclamo all’AEEG (Autorità per l’energia elettrica ed il gas)
    3. chiedere i danni ad Enel Energia

    Purtroppo, fino ad oggi, pochi utenti hanno usato le maniere forti, pensando sempre di essere la parte debole che non sono. È proprio il caso di dirlo: l’inganno corre sul filo… della luce.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Castello di Masino, Piemonte. Il viale di Spiree e i grandi tigli secolari

    Castello di Masino, Piemonte. Il viale di Spiree e i grandi tigli secolari

    castello-piemontese-1Questa settimana parleremo di un giardino particolare, quello di un castello piemontese, il Castello di Masino in località Caravino. Qualche anno fa mi è capitata l’occasione di visitare, al mattino presto e quando non era aperto al pubblico, il parco storico di questo maniero sito nel Piemonte del Nord, quasi al confine con la Valle d’Aosta. La visita mi aveva molto colpito in quanto, al di là della bellezza intrinseca del luogo, l’insieme di parco ed edificio aveva un profondo carattere ed un’aria indiscutibilmente autentica.

    castello-piemontese-2Sito in alto, al di sopra di una collinetta tra i campi coltivati, il castello è caratterizzato da qualche sparuta torretta e da un grande torrione circolare. Vi sono alcuni viali di accesso, larghi, con il fondo cosparso da sassi di fiume e, in alto, cancellate barocche in ferro battuto. Le loro volute sono però spesse e pesanti, come solo certa arte “provinciale” sa essere: perfette per un austero castello dall’aria militare.

    Il parco è in verità, apparentemente, piuttosto spoglio: ampi prati verdi con un’erba un po’ rustica e frammista, viali volutamente non battuti e muri in pietra che mostrano i segni del tempo. Arroccate tra tigli secolari e tra i grandi arbusti dal portamento scomposto, spuntano irregolari le torrette ed i torrioni, consumati dal tempo. I tagli di luce sono qui forti, sole od ombra assoluta, quest’ultima fredda come solo quella degli edifici medioevali può essere.

    I fiori sono i grandi assenti del giardino. Il verde degli alberi e dell’erba, il grigio marrone della muratura e dei viali dominano incontrastati, colori freddi a sottolineare l’origine militare del complesso. Solo in primavera, quasi una concessione alla stagione, l’effetto d’insieme viene mitigato dalla fioritura di centinaia di narcisi che popolano gli austeri sottoboschi del parco. Frugali, semplici e dai toni chiari colorano, per un breve periodo, l’ombra tagliente e tardo invernale. Splendido è, infine, il recente “chirurgico” inserimento, da parte di un noto paesaggista italiano, di alcune migliaia (ben 7.000!) di cespugli di Spiree (Spirea Van Houttey). Questi arbusti si sviluppano velocemente e creano macchie verdi chiaro di foglie lanceolate, dai bordi dentellati. I rami sono ricurvi e leggermente ricadenti verso il basso, quasi, in quel contesto, a ricordare alabarde decussate. Semplice e frugale nella crescita quanto nell’aspetto, questa pianta è perfetta per il contesto medievaleggiante. La fioritura si colloca a fine inverno, inizio primavera, ed è abbondantissima: l’arbusto si copre letteralmente di centinaia di piccoli fiori bianco puro, riuniti in gruppi di alcune decine, che coprono totalmente i rami e le foglie dal verde ancora indeciso.

    castello-piemontese-6Gli spogli viali, fiancheggiati da queste siepi, mutano completamente aspetto. Per poco però. Il castello ed il complesso militare “tollerano” solo piante spartane, fioriture brevi ed in colori netti e puri (i bianchi petali dei Tigli e delle Spiree o il giallo incolore dei Narcisi). Austeri e scuri bossi dalle forme rigorosamente geometriche, scabri alberi irrigiditi dai secoli e rustici cespugli dalle candide ed effimere fioriture riprendono nelle forme e nei colori le vicine alpi, dalle vette innevate.

    Nonostante siano passati i secoli e la funzione del castello sia profondamente cambiata, il parco -immutato- rispecchia ed esalta ancora oggi, nella fredda luce di fine inverno e nello studiato vuoto degli spazi, la scabra origine fortilizia del complesso.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com