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  • Istanbul, la città vecchia aldilà dei Balcani. Fra bazar e minareti, vicoli e odori

    Istanbul, la città vecchia aldilà dei Balcani. Fra bazar e minareti, vicoli e odori

    istanbul-notte-panorama-portoUna sera, durante una cena speciale, ho ricevuto un libro in regalo con sopra una dedica, un dono inaspettato, semplice e sincero, uno di quelli che arrivano dal cuore. Il libro parla di una città magica aldilà dei Balcani dove oriente e occidente si fondono nelle acque increspate dei suoi due mari sempre in movimento, come il popolo che ne abita le rive fin dai tempi antichi. Chiamatela Bisanzio, Istanbul o Costantinopoli, la sua storia è impregnata nella terra intrisa di sudore e sangue, l’eco delle millenarie battaglie viaggia nell’aria come polline in primavera trasportato dal vento che soffia sul Bosforo. Incuriositi e felici abbiamo riempito la valigia di entusiasmo e siamo saliti su un aereo, direzione Turchia.

    A Instanbul era una fresca e limpida serata di marzo, la strada per raggiungere il centro dall’aeroporto Ataturk costeggia il porto e dal finestrino del taxi passavano rapidi i fotogrammi della vita quotidiana. Grandi palazzi trasandati e malconci sembravano cadere da un momento all’altro, facevano da scenografia ad un palco che alternava locali e ristoranti a piccole aree verdi dove gruppi di persone sedevano di fronte ad un fuoco. Il tassista, un tipo poco raccomandabile e di poche parole, zigzagava nel traffico a velocità sostenuta non curandosi di avere due passeggeri a bordo, teneva la radio ad alto volume e ascoltava un’incomprensibile canzone araba, dopo improvvise frenate e pedoni sfiorati siamo entrati a Sultanahmet, la città vecchia.

    istanbul-aran-bazarHo pagato il taxi lasciando una piccola mancia e mi sono voltato per raccogliere le valigie, Arianna stava accarezzando un gatto, era grande e ben curato nonostante fosse un randagio, aveva un pelo folto e maculato di bianco e di nero. I gatti di Istanbul sono considerati sacri, i suoi abitanti li coccolano e li nutrono lasciandoli liberi di vagare per la città indisturbati passando silenziosi tra le gambe dei turisti riposando sulle panchine facendosi accarezzare dai passanti. Questo amore nasce da un antico racconto riguardante la gatta che Maometto teneva sempre in grembo, essa lo aiutò a cacciare un serpente che era entrato nelle sue vesti salvando la vita al profeta islamico.

    Il primo impatto con il cuore di Sultanahmet è stato il canto del Muezzin proveniente dalla Moschea Blu, la sua voce nascosta tra i rumori della città  volteggiava in aria tra i gabbiani arrivando a chiamare i fedeli per la preghiera lasciando ammaliati chi come noi la ascoltavano per la prima volta. Abbiamo attraversato il piccolo Aaran Bazar, tessuti e spezie coloravano il nostro cammino illuminato da variopinte lampade poste fuori dalle vetrine, alla fine del mercato si vedevano piccole nuvolette di fumo provenienti da un bar all’aperto. Attirati dal profumo di quei vapori ci siamo seduti e abbiamo ordinato un succo di carota e uno di melograno assaporando il fumo del tabacco alla mela che usciva dal narghilè, un cameriere passava di tanto in tanto a sostituire il carbone nel braciere e ci siamo rilassati osservando queste usanze così insolite dalle nostre parti.

    istanbul-derviscioIl locale era molto spartano ma affascinante, i tavoli in legno erano bassi e le poltroncine foderate di una stoffa rossa simile ai tappeti persiani, tre uomini suonavano dal vivo musica turca e sul palchetto si esibiva un Derviscio con la sua danza roteante, un rito che porterebbe a raggiungere un’estasi mistica. Gli altri tavoli erano occupati da uomini che giocavano a backgammon e dama, alcune donne con indosso un Niquab ridevano di gusto nascondendo il loro sorriso sotto il velo. Si beveva principalmente tè servito in piccoli bicchieri panciuti, poi caffè turco e succhi di frutta, gli alcolici non sono previsti dall’Islam e difficilmente vengono serviti nei locali. Nel cuore di Sultanahmet, venivamo avvolti dal profumo di castagne e pannocchie che rosolavano sulla brace degli ambulanti nella passeggiata notturna ai piedi della Basilica di Santa Sofia e della Moschea Blu.

    La mattina seguente di buonora centinaia di gabbiani volavano sopra le guglie dei minareti, corvi e piccioni si spostavano frenetici da un terrazzo all’altro dove i gatti aspettavano sornioni una loro distrazione camminando silenziosamente sui tetti. Le navi in porto si scambiavano i saluti sotto un soffitto di nuvole bianche e i pescherecci ormeggiavano sulla banchina scaricando le casse del pescato della notte sui carretti già pronti per le prime consegne ai ristoranti. Il caffè turco ha una preparazione più lunga e accurata rispetto a quanto avviene dalle nostre parti, viene servito dentro una variopinta tazzina riempita fino al bordo, sul fondo giace un sedimento di finissima polvere che secondo gli anziani servirebbe a predire la sorte, noi quella polvere la raccoglievamo con il cucchiaino lasciando ben poco per leggere il nostro futuro.

    Santa Sofia e la Moschea Blu

    Come prima tappa ho scelto l’imponente basilica di Santa Sofia, dapprima nata come chiesa cattolica, in un secondo tempo diventata moschea e successivamente museo. La sua travagliata storia parla di terremoti e guerre, del suo passaggio all’Islam e, in particolare, di leggende da mille e una notte, storie poco credibili ma sicuramente affascinanti. Sotto di essa nascono le cisterne, le più grandi della città, un vasto spazio sotterraneo costituito da dodici file da ventotto colonne tra le quali scorre acqua un tempo proveniente dalla foresta di Belgrado grazie ad un antica ed efficientissima rete idrica.

    La bellezza immortale della Moschea Blu ha ispirato scrittori e registi, tra i quali Ian Fleming che fece recitare il suo James Bond nelle cisterne in dalla “Russia con amore”. Avevamo tolto le scarpe e Arianna doveva coprire il capo con un velo per entrare. Sul pavimento un grosso tappeto rosso occupava ogni spazio e alcuni fedeli si raccoglievano in preghiera.

    Il Gran Bazar

    istanbul-lampade-bazarI turchi sono abili mercanti, amano portare a termine lunghe ed estenuanti trattative e non sono disposti a vendere senza arrivare ad un punto d’incontro sul prezzo di partenza. Il Gran Bazar è il regno del commercio di Istanbul, al suo interno si possono acquistare tessuti e tappeti, dolciumi e merce contraffatta, ci sono anche diverse botteghe artigiane di pellami, gioielli e prodotti tipici. Collane e orecchini brillano come stelline nelle vetrine dei negozi, i profumi di curry e cannella si aggirano con circospezione tra i piccoli passaggi del bazar, mentre un ragazzino schizzava tra la folla portando un vassoio per il Tè legato a tre catene, la forza centrifuga permetteva ai bicchieri di non cadere, ma le sue doti da circo rimanevano innegabili.

    Abbiamo chiesto il prezzo di una borsa ad uno dei più loschi individui che potevamo trovare, ci invitava a seguirlo per vedere altri modelli in magazzino e in pochi secondi siamo finiti fuori dal bazar, in un cortile ricavato da alcuni scantinati e piccole abitazioni ammassate senza alcun principio architettonico, un alberello era cresciuto proprio al centro e un uomo era appoggiato sul tronco, osservava un pollo che passeggiava inconsapevole del suo destino. Il compare del nostro venditore stava preparando la brace sotto una griglia, era scuro di fuliggine e indossava un camicia marrone sbottonata, sotto aveva una canottiera bianca e in testa un basco nero, una perfetta comparsa per un film di Kusturica. Intanto, il barbiere chiacchierava con un cliente fuori dalla sua bottega, vestiva un camice bianco da macellaio, ci guardava incuriosito ed io rispondevo con lo sguardo di chi non si sarebbe fatto accorciare neanche le basette. Abbiamo preferito non salire in magazzino aspettando in cortile, il mercante scendeva le scale tenendo la borsa sotto braccio con aria di sfida. Ognuno era fermo sulla sua posizione e la trattativa non si sbloccava, la situazione intorno a noi si faceva sempre più calda, il pollo ormai era allo spiedo e non volevamo fare la stessa fine…

    Suggestioni. Nonostante la faccia da serial killer, i turchi sono persone affabili e dai modi gentili, così ci siamo accordati sul prezzo scendendo a meno della metà da quello di partenza. I soldi risparmiati sono stati investiti poco dopo al mercato delle spezie dove montagne colorate di polveri facevano da sfondo a vallate di dolciumi e campi di tisane di fiori.

    Attraversati i bellissimi giardini dei palazzo Topkapi ci siamo trovati nella piazza sottostante al ponte Galata, il giro turistico era finito, adesso volevamo vivere le emozioni della vera Istanbul inoltrandoci nelle vie meno battute.

    Una donna sedeva pensierosa sui gradini della piazza, indossava uno chador rosso papavero, i suoi occhi erano fermi,  davanti a lei tutto si muoveva, eppure il suo sguardo sembrava non osservare nulla. I piccioni rissavano per accaparrarsi i semi venduti per poche lire da alcune signore anziane sedute dentro una baracchetta, sui loro visi notavo i segni di un carattere austero e di una vita noiosa, avevano lo sguardo schivo e non si lasciavano fotografare, la cultura islamica sostiene che ogni fotografia porti via una parte di anima, ho cercato di rubare molte anime in quei giorni e ognuna di essa riempie quella di chi la osserva.

    La vita a Istanbul scorre frenetica, le persone si muovono come formiche calpestandosi tra di loro, quindici milioni di abitanti sono tanti e non si può vivere di stenti o aspettando la fortuna. Ogni persona ha un suo compito e chi non ha lavoro si inventa qualcosa, c’è chi vende pellicce dentro il cofano di un anacronistico Mercedes e chi ripara tv seduto sul marciapiede, alcuni raccolgono spazzatura da riciclare, altri riportano alla luce vecchi mestieri come il lustrascarpe e qualche nostalgico vende bandiere di Ataturk per le manifestazioni di piazza Taksim.

    istanbul-tramonto-bosforo

    Per arrivare al quartiere di Beyoglu abbiamo attraversato il ponte Galata che collega il corno d’oro al quartiere Europeo, è stato impossibile trovare spazio per affacciarsi ad osservare il mare, ogni centimetro era occupato da pescatori della domenica intenti a tirare su pesci di piccola taglia e scarpe bucate, la destinazione del pescato non era certamente la tavola di uno dei numerosi ristoranti sottostanti. Beyoglu distribuisce vita lungo tutte le sue arterie ricche di locali e negozi, saltimbanco e musicisti di strada, Istiklal Caddesi è la sua aorta, tre chilometri di negozi, ristoranti, cinema e teatri, confluisce in piazza Taksim, il suo cuore che non cessa mai di battere. La torre Galata sovrasta il quartiere, era parte integrante dell’omonima fortezza costruita quando Genova vantava diritti commerciali con l’imperatore bizantino, oggi è uno dei simboli più significativi della città oltre che una delle attrazioni turistiche più importanti.

    Quel pomeriggio, i tram rossi per piazza Taksim passavano di continuo in mezzo alla folla, dietro di loro una coda di ragazzini cercavano un passaggio gratuito o un semplice divertimento, si aggrappavano al finestrino scatenando le ire del tramviere e rendendo quasi ridicola la scena.

    Il sole calava dietro le moschee specchiandosi sul bosforo, l’ombra dei minareti contrastava il giallo del cielo profilando perfettamente i contorni della città, le acque adesso erano calme e la gente era ferma a contemplare quella luce che sembrava giungere da un abat-jour posta dietro la collina.

    Diego Arbore

     

  • Il Crocus: la pianta da cui si trae una preziosa spezia, lo zafferano

    Il Crocus: la pianta da cui si trae una preziosa spezia, lo zafferano

    1Il Crocus è una bulbosa (qualcuno parla di bulbotubero), appartenente alla famiglia delle Iridaceae, coltivata in Asia Minore e in molti paesi del bacino del Mediterraneo, è assai diffusa in natura e poco impiegata nei giardini e nella coltivazione in vaso.
    Questa pianta è molto facile da coltivare, basta infatti interrare, in qualche centimetro nel terreno, i bulbi in autunno e questi germineranno, senza alcuna difficoltà, in primavera. Dal suolo spunteranno ciuffetti di foglie verdi, dalla costolatura grigiastra, sottili, dal centro delle quali trarrà origine il fiore. In generale è

    2meglio che il terreno non sia troppo compatto e risulti piuttosto drenante ma il Crocus cresce quasi ovunque: limitandoci all’Italia, dai prati delle Alpi fino alle colline o all’Appennino Ligure. Le colorazioni dei fiori sono poi molto varie: si passa dal bianco puro, all’azzurro, al viola, al rosa, al giallo, dai toni uniformi fino a quelli profondamente screziati.
    Da un punto di vista progettuale, il risultato migliore si ottiene emulando quanto già avviene in natura. Piantando un grande numero di bulbi in prati e terreni (preferibilmente in luogo

    3piuttosto luminoso), questi cresceranno e si moltiplicheranno creando delle incredibili macchie di colore. Nel giro di pochi giorni ed al primo aumento della temperatura, il terreno brullo verrà ricoperto di tenere foglie. In tardo inverno ed inizio primavera il risultato è eccezionale, tra la neve residua, l’erba che inizia a germogliare ed i rami ancora secchi degli arbusti, dal terreno spuntano velocissimi infiniti gruppetti di fiori colorati. Sin da tempi remoti, si sono

    4sempre utilizzati questi bulbi nei giardini, insieme ed alternati ad esempio a narcisi e giacinti vengono lasciati inselvatichire nei campi. Dall’inizio della primavera fino alla sua fase più avanzata, il suolo si coprirà di onde di fiori di forme e colori diversi, che si adatteranno al variare delle settimane ed all’aumentare delle temperature.
    Il Crocus cresce benissimo anche nei vasi, dove germina in pochissima terra. Può essere quindi agevolmente inserito nelle cassette sulle finestre.

    5Frammisto ad edera, felci, capelvenere o piccoli arbusti verdi, permette di ottenere, in pochissimo spazio, ottimi risultati, anche in zone poco luminose.
    Infine, proprio da una particolare varietà della bulbosa, il Crocus sativus, viene tratto lo zafferano, proveniente dai pistilli giallo ocra dei vistosi fiori viola porpora. Spettacolari sono le distese in cui vengono coltivati questi bulbi in modo estensivo. All’epoca della fioritura, il terreno brullo si copre di un effimero manto violaceo che si perde all’orizzonte, dilatando gli spazi pianeggianti in cui la pianta viene coltivata.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Uscire dall’Euro: ecco i giudizi morali, le valutazioni politiche e le banali tautologie

    Uscire dall’Euro: ecco i giudizi morali, le valutazioni politiche e le banali tautologie

    Economia, finanzeAlla discussione sull’euro sta partecipando anche il Corriere della Sera (o quello che ne resta), ospitando interventi assolutamente autorevoli: la lettera di Bini Smaghi, Saccomanni, Fitoussi & Co, collaboratori della Luiss School of European Political Economy, i quali sostanzialmente rigettano l’idea che uscire sia una soluzione; e l’editoriale del duo Alesina & Giavazzi, che al solito invitano a battere con più lena la strada su cui già siamo.

    Si tratta di contributi che vale la pena prendere in esame, perché danno una buona idea di quali siano le argomentazioni dei sostenitori della moneta unica e del perché il dibattito non si possa definire, al fondo, un “dibattito economico”. Basta uno sguardo un po’ più attento, infatti, per accorgersi che spesso, accanto a motivazioni tecniche [a proposito delle quali, se proprio ci tenete, vi invito a leggere contributi come questo o questo], vengono addotte anche motivazioni che non dipendono da valutazione scientifiche “oggettive”, ma da considerazioni soggettive astratte, spesso di natura politica o morale, sulle quali si potrebbe e (si dovrebbe) discutere in modo laico.

    La lettera al Corriere della Sera

    Partiamo dalla lettera al direttore De Bortoli dei Bini Smaghi e dei Fitoussi, i quali scrivono: “Chi propone l’uscita dall’euro vuole in realtà tornare a quel modo di governare l’economia che la storia ha già condannato come fallimentare. I vantaggi dell’autonomia monetaria si rivelerebbero illusori. Al fine di contenere brusche fluttuazioni del cambio e di evitare fughe precipitose dei capitali, i responsabili delle politiche economiche italiane sarebbero infatti costretti a inseguire le politiche scelte dalle aree dell’euro e del dollaro”. È un autorevole parere, non c’è dubbio: ma non è un parere tecnico. C’è scritto, infatti, che fuori dalla moneta unica troveremmo solo l’instabilità finanziaria e che non ci sarebbe soluzione, se non quella di ancorarsi a una moneta forte. Ora, è impossibile che esperti tanto accorti vadano in giro a predicare, in generale, una simile idiozia. Tutti sappiamo che il mondo è pieno di paesi felicemente industrializzati che hanno la loro bella valuta pur senza poter vantare il peso economico degli Stati Uniti o della Cina. Un esempio? Corea del Sud, Turchia, Gran Bretagna, Svizzera, Nuova Zelanda, Canada, eccetera. Bisogna pensare, dunque, che i firmatari si stiano riferendo nello specifico all’Italia: noi italiani non saremmo in grado di fare quello che altri popoli fanno con successo.

    Naturalmente è possibile; ma per sostenere questo punto di vista gli esperti della Luiss non evocano ragioni economiche. E questo per un motivo molto semplice: che non ce ne sono e non ce ne possono essere. Quale ragione scientifica, infatti, potrebbe spiegare perché una soluzione praticabile e già praticata non si può praticare? Evidentemente lo si può sostenere solo a patto che – è questo il punto – si evochino considerazioni politiche, morali o addirittura razziali, che dunque per loro natura sono opinabili. Neppure – benché i firmatari evochino una fantomatica “condanna della storia” – si può dire che esistano particolari ragioni desumibili dal nostro passato: al contrario, il fatto è che l’Italia repubblicana, fuori dallo SME e dall’euro, è stata praticamente sempre in crescita sostenuta (tradotto: avevamo dei problemi, ma meno di oggi).

    Un altro giudizio ricorrente: “Il passaggio dall’euro alla lira non risolverebbe i problemi strutturali che da anni attanagliano l’economia italiana“. Anche in questo caso non siamo difronte tanto ad un’affermazione tecnica, quanto piuttosto a una banale tautologia. Quali economie non hanno problemi che si potrebbero definire “strutturali”? In linea di principio tutti hanno dei difetti da migliorare. E ancora: come si può pensare che ogni problema si risolva uscendo dall’euro? Ovviamente non si può: ad esempio, se il mio problema fosse lo scarso successo con le donne, evidentemente le cose non cambierebbero, se avessi la lira in tasca. Ma questo discorso non dice nulla su quale delle due soluzioni (restare o uscire) sia in effetti più conveniente.

    Altro esempio: “Ritenere che si possa uscire dall’euro e al contempo rimanere a far parte a pieno titolo dell’Unione è una pura illusione. […] L’Italia verrebbe emarginata e isolata”. Pure questa è una valutazione politica; una valutazione che, tra l’altro, esprime una logica contraria al diritto internazionale (per cui ogni Stato ha diritto di scegliersi la propria moneta) e sembra particolarmente supportata da precedenti storici.

    L’editoriale che ti aspetti

    Anche i fondi di Alesina e Giavazzi sono un esempio cristallino di come persone molto esperte possano fare confusione tra le loro personali convinzioni e le conquiste della scienza. Dopo aver ammesso placidamente che nella fulgida era dell’euro pure la Germania ha già sforato la soglia del 3% del deficit, i due spiegano quale è il vero senso di questa imposizione proveniente dall’Europa: “Il 3% sarà anche una regola stupida, ma è l’unica forza che si oppone all’aumento delle spese, vista la nostra incapacità a contenerle”. Cioè, dobbiamo incatenarci a un parametro che ci strozza, non perché abbia un senso economico, ma perché siamo “incapaci” (naturalmente in relazione al fare quello che, nella visione dei due economisti, è indubbiamente un bene).

    Siamo così di fronte all’ennesimo giudizio morale, sempre che – si capisce – gli autori non abbiano voluto sintetizzare in questo modo una loro analisi politica (sicuramente interessante, ma di cui si potrebbe discutere) o un’evidente risultanza storica. Tuttavia questa “evidenza” è tutta da dimostrare, dato che – lo ribadisco – in generale l’Italia con l’autonomia monetaria ha avuto performance nettamente migliori dell’Italia vincolata da accordi di cambio. Per cui si fatica a capire il punto del ragionamento: cosa c’è che non va in noi italiani? È il cibo che mangiamo? L’aria che respiriamo? Il troppo sole e il troppo mare? O forse i baffi neri e il mandolino?

    Il fatto è che Alesina e Giavazzi hanno occhi solo per un fattore: l’abbassamento della spesa pubblica. Per i due economisti in questo momento sarebbe giustificata addirittura una dose da cavallo di tagli per 50 miliardi, perché: “l’Italia non si riprende senza uno choc”.

    Ora, a parte il fatto che qui è ricalcata la solita idea che all’asino serva la cura del bastone (cosa che ricorda molto da vicino il metodo di governo descritto da Naomi Klein), e a parte il fatto che mi sembrava si fosse stabilito che di austerità ne avessimo avuta abbastanza, faccio notare che sono gli stessi Alesina e Giavazzi nel loro articolo a ricordare che ci siamo affacciati alla crisi del 2007 con un debito in discesa (al 100% del PIL, contro il 113% del 1998): dunque è dura scorgere la correlazione tra spesa pubblica e crisi economica. A smentire questo accostamento, poi, è già intervenuto lo stesso vice-Presidente della BCE Vítor Constâncio, il quale ha affermato che: «Gli squilibri si sono originati per lo più nella crescente spesa del settore privato, finanziata dal settore bancario dei Paesi debitori e creditori». Per cui si ha un bel da fare a cercare di dimostrare che tutti i mali si concentrano sulla nostra spesa: al contrario, è in tutti i dati, oltre che sulla pelle della maggioranza della gente (esclusi i super-ricchi, naturalmente), che non siamo mai stati così male come da quando abbiamo cominciato a dare retta agli Alesina e ai Giavazzi!

    Forse giova citare, a questo punto, la ricostruzione fatta dal Prof. Claudio Borghi (ad esempio in questo video) a proposito del dibattito precedente lo sganciamento dell’Italia dallo SME. Borghi dimostra che anche allora le stesse persone (un esempio su tutti: Mario Monti) con le stesse identiche considerazioni di oggi profetizzavano sventure che puntualmente, quando poi effettivamente uscimmo nel settembre del ’92, non solo non si verificarono, ma furono anzi rimpiazzate da considerevoli effetti benefici che dovettero essere ammessi (anche dallo stesso Monti).

     Non farsi smetire per avere sempre ragione

    Il problema vero – e qui ritorniamo al punto – è che certe tesi apparentemente rispettabili hanno in realtà davvero poco di scientifico, perché non possono essere smentite. Per tanto che si tagli la spesa pubblica, essendo fisicamente impossibile ridurla a zero, essa sarà sempre troppo alta per chi ha una fede incrollabile nel principio che il peccato originale stia tutto lì. E quando un domani, abbandonato questo approccio, andremo a stare meglio, diranno che è stato merito loro; oppure diranno che, se avessimo continuato ancora per poco sulla strada che ci indicavano, saremmo andati a stare ancora meglio.

    Ecco perché nonostante tutto, certi esperti, che pure hanno portato e portano considerevoli contributi scientifici, non cambieranno mai idea: perché al fondo sono ancorati a teorie generali indimostrabili o a visioni politiche e morali del tutto personali. È insomma quell’atteggiamento che Paul Krugman ha definito: “Ti continuerò a picchiare finché non mi dirai che stai bene”.

     

     Andrea Giannini

  • Le piante più adatte per realizzare una cassetta primaverile ed estiva

    Le piante più adatte per realizzare una cassetta primaverile ed estiva

    1Questa settimana forniremo un esempio di come sia possibile realizzare una cassetta primaverileestiva mediante l’impiego di piante disposte in modo molto naturale o spontaneo e poi di un contenitore di impianto più classico e tradizionale.
    Nel primo caso si potrebbero inserire nella cassetta semplici tutori o rametti di legno e poi seminare, alla base di questi ultimi, semi di nasturzio. Questi germinano in pochissimo tempo, sono assai economici e producono, nella varietà rampicante, rami verde brillante che si abbarbicano rapidamente ai loro sostegni.

    2Le infiorescenze sono molto appariscenti, gialle, arancioni e rosse scarlatte. Queste ultime si susseguono incessantemente dai primi caldi fino all’inizio dell’autunno e possono, in quanto edibili, essere persino aggiunte alle insalate.
    Nel caso in cui si volesse invece ottenere un insieme misto di piante, suggeriamo di mescolare, insieme ad un geranio centrale, alcune delle seguenti piante: petunie, piante del tabacco, lobelia ed edera sia verde che bianco verde. Se la pianta centrale sarà rosa, quelle di contorno potranno essere bianche azzurre o violette in modo da ottenere un effetto cromatico che sottolinei, tra il verde acceso dell’edera, i colori del geranio. Nel caso in cui quest’ultimo fosse bianco, vi sarà maggiore libertà nella scelta dei colori abbinabili, sconsigliamo però, perché in genere esteticamente poco gradevoli insieme a quel colore puro, i rossi, gli arancioni ed i gialli.

    3Nel caso si tratti poi di collocare la cassetta in un cavedio o in luoghi poco illuminati o umidi, si potrà senza dubbio optare per contenitori di sole felci o di sola edera. Il risultato sarà molto soddisfacente, garantirà di ottenere un angolo di verde che richiede una minima manutenzione e che si mantiene, quasi inalterato, negli anni. Nel caso in cui si mescolino poi diverse tipologie di edere o di felci o eventualmente le due essenze tra loro, si riuscirà, in poco spazio, a ricreare un piccolo spaccato di sottobosco.

    4A questo punto possiamo invece passare a descrivere un esempio di cassetta di impianto decisamente più formale. In questo caso, come abbiamo già accennato in un nostro precedente articolo, si procederà mediante l’impiego di piante dal portamento più rigido, regolare e scultoreo.
    Nel caso che descriveremo si partirà dalla collocazione di due piantine di edera, da posizionarsi ai due lati della cassetta. Si potrà optare tanto per l’edera bianca e verde, da abbinarsi a piante fiorite nei toni del rosa, dell’azzurro, del violetto e del bianco oppure per quella verde scuro che consiglio nel caso si impieghino annuali o cespugli dalle colorazioni accese (rosso, giallo, arancione…). Generalmente suggeriamo di collocare dei rami secchi ai lati del contenitore ed infilati nel terreno, proprio al fine specifico di permettere all’edera di avere, durante la fase del suo sviluppo, un sostegno intorno al quale avvilupparsi.

    5Quest’ultimo verrà, in breve tempo, completamente ricoperto, rimanendo sommerso dal rampicante. A questo punto sarà possibile optare o per lasciare che l’edera si sviluppi in modo spontaneo ed irregolare oppure contenerla, conferendole una forma conica o sferica a seconda delle esigenze. Nel mezzo della cassetta sarà possibile collocare piante fiorite o piccoli arbusti, i cui colori e le cui dimensioni possono variare in base al gusto ed alle esigenze del singolo caso. E’ anche possibile prevedere delle sostituzioni che permettano di impiegare piante più propriamente primaverili, in una prima fase, cui subentreranno essenze tipicamente estive. Certe tipi di campanule, le bulbose (narcisi, tulipani, irsi, giacinti…) non permettono, con la loro fioritura, di coprire l’intero periodo che va da marzo a settembre, di conseguenza dovranno essere rimpiazzate con altre essenze.

    Verso fine primavera ed inizio estate si potranno quindi piantare, in loro sostituzione, fiori di vetro, gerani, begonie o cespugli di margherite, potentille… La manutenzione della cassetta è estremamente semplice, essendo sufficienti innaffiature costanti e non eccessive. Anche i costi di gestione e di sostituzione delle piante saranno minimi, potendosi tranquillamente optare per annuali o comunque per gerani ed affini ben poco dispendiosi.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Rodotà & Zagrebelsky vs Matteo Renzi: luci e ombre della società civile di sinistra

    Rodotà & Zagrebelsky vs Matteo Renzi: luci e ombre della società civile di sinistra

    Matteo RenziA sinistra qualcosa si muove. È un passo del tutto insufficiente perché possa significare qualcosa: ma la notizia è che la piega che hanno preso gli eventi deve essere ormai innegabile, se Libertà e Giustizia ha deciso finalmente di prendere posizione contro il “riformismo” renziano in un appello che ne denuncia la svolta autoritaria.

    La denuncia

    Attraverso illustri firmatari come Rodotà e Zagrebelsky, lo stesso fronte che aveva ispirato la manifestazione in difesa della Costituzione dello scorso ottobre mette nero su bianco alcuni punti assolutamente condivisibili:

    1. le “riforme” di Renzi hanno una chiara impronta presidenzialista e autoritaria;
    2. un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta non può arrogarsi il diritto di stravolgere in questo senso la Costituzione;
    3. si tratta di una svolta già tentata in passato da Berlusconi;
    4. le responsabilità del Partito Democratico sono cruciali.

    Su questi ultimi due punti il giudizio è netto: «Non è l’appartenenza a un partito che vale a rendere giusto ciò che è sbagliato». I firmatari fanno notare che il PD sta commettendo un crimine forse peggiore di quello tentato da Berlusconi, perché all’epoca almeno l'(ormai ex) Cavaliere aveva contro un’opposizione che gli rompeva le uova nel paniere, mentre oggi quella stessa opposizione è passata dall’altra parte, instillando subdolamente il pensiero unico e dando un contributo – purtroppo – decisivo al probabile successo di tutta l’operazione.

    Ovviamente non posso che sottoscrivere l’appello, visto che tutte queste cose le avevo scritte nelle mia “lettera” al mondo della sinistra del mese scorso (dove tra l’altro menzionavo proprio Libertà e Giustizia, che dunque, in qualche modo, mi ha “risposto”). E va benissimo che si faccia notare che ci sono punti in comune tra Renzi e Berlusconi: ma si potrebbe andare anche oltre. Si potrebbe notare, ad esempio, che le ragioni avanzate dal “futurismo” renziano hanno molti punti in comune con il Manifesto del Futurismo, quello, per intenderci, di Marinetti e degli altri “geni” che impazzivano di gioia quando l’Italia entrò in guerra nel 1915. Si potrebbe anche aggiungere (senza per questo dare del “fascista” a nessuno) che non sono troppo dissimili neppure le ragioni dei “Me ne frego!” di Mussolini, l’altro brillante stratega che, prima di schierarsi al fianco di Hitler, aspettò di essere sicuro che la Germania stesse per vincere la guerra…

    I paragoni storici possono lasciare il tempo che trovano: ma non è questo il caso. Anzi, è esattamente per evitare i colpi di testa degli esecutivi forti, responsabili nel passato di tanti disgrazie, che i padri costituenti concepirono una Repubblica parlamentare bicamerale. È per questo che c’è un Senato oltre a una Camera: per impedire che un Renzi qualsiasi, per il solo fatto di essere riuscito a convincere qualcuno di incarnare lo “Spirito della Storia” (o, nella vulgata corrente, “il nuovo che avanza”), possa portare il paese al disastro in un battito di ciglia. Per parafrasare Rodotà e Zagrebelsky, non è il fatto di non essere fascisti che vale a scongiurare enormi danni.

    Quello che però manca nell’appello di Libertà e Giustizia è il contesto nel quale si collocano queste vicende politiche: e senza questa collocazione l’analisi rimane monca. Se infatti nel caso di Berlusconi poteva (forse) bastare denunciare il suo interesse per la concentrazione personale del potere, non altrettanto si può fare nel caso di Renzi. Non che l’attuale premier non sia molto ambizioso: ma certo non è così ambizioso da puntare a diventare il Kim Jong-un “de noantri”. È evidente, dunque, che non basta il protagonismo personale a sostenere politicamente questa svolta autoritaria. Se ci si limita a trattare Berlusconi e Renzi come due “ducetti”, si rischia di tornare ai frustranti paragoni col fascismo (“ma Renzi non è Mussolini!”) e di buttare la gente dritta dritta nelle fauci degli editorialisti alla Galli Della Loggia.

    Perché la critica all’autoritarismo di oggi sia compresa, bisogna partire dal contesto internazionale: e per farlo occorre rimettere in discussione certi paradigmi sedimentati nel pensiero di sinistra. In particolar modo occorre ammettere che alcune convinzioni che abbiamo sostenuto fino all’altro giorno erano state in realtà condizionate dall’affermarsi a livello globale di una narrazione politica di destra.

    L’ordoliberismo

    Politica ItalianaÈ da molto che batto su questo tasto (ad esempio qui, articolo dell’anno scorso) perché senza aver chiaro questo concetto non si è in grado di offrire un quadro coerente; un quadro che è poi, in realtà, piuttosto semplice: tutti siamo convinti che le cose succedono perché “il mondo va in quella direzione”, mentre in realtà stiamo andiamo in quella direzione perché negli ultimi trent’anni si è affermato, fino a risultare egemone, un pensiero politico-economico liberista, che è riuscito ad accreditarsi come l’inarrestabile «Verità» della globalizzazione. Non c’è bisogno di pensare a chissà quale complotto: stiamo parlando semplicemente di una battaglia culturale, che il liberismo internazionale ha vinto.

    Questa ideologia viene chiamata da Luciano Barra Caracciolo, Presidente di Sezione del Consiglio di Stato e curatore del blog Orizzonte48, “ordoliberismo”: esso consiste nella riformulazione, attuata per via legale e (appunto) “ordinamentale”, del quadro giuridico uscito dal dopoguerra in modo da renderlo compatibile al pieno sviluppo del libero mercato globale. L’ordoliberismo vuole legittimare e favorire, attraverso le istituzioni nazionali e internazionali, una circolazione di merci e capitali senza freni e vincoli: ed è quindi naturalmente abbracciato da tutte quelle realtà economico-sociali (pensiamo al famoso report di JP Morgan) che vedono in questo assetto un’occasione di vantaggio.

    È quasi superfluo aggiungere che è questa l’ideologia a cui si è piegata l’Unione Europea al momento della sua creazione (indipendentemente dai nobili intenti che sicuramente animavano i “padri fondatori”). È grazie a questa ideologia se abbiamo avuto l’euro e se ora stiamo “negoziando” la creazione di un’area di libero scambio con gli Stati Uniti (TAFTA). Ed è ovviamente a causa di questa ideologia che l’inconsapevole Renzi si è impegnato a creare un processo decisionale con meno vincoli e meno controlli.

    In definitiva l’ordoliberismo è una naturale visione di destra, perché tende a favorire quelle forze sociali che sono normalmente favorite proprio dalle politiche di destra. E se questa correlazione non sembra rispecchiarsi nel nostro panorama politico, è perché bisogna fare lo sforzo di introdurre una variante: la frattura tra “nazionale” e “transnazionale”.

    Interessi nazionali e interessi transnazionali

    L’ordo-liberismo non incarna una destra locale e nazionalista, ma una destra globale e  “internazionalista”. È ordo-liberista il capitalista esportatore che può permettersi di mettere la sede legale a Londra e delocalizzare la produzione in Polonia; mentre non lo è il capitalista che magari importa le materie prime per produrre e vendere nel proprio paese. Può farsi attirare dall’ordo-liberismo anche il professionista stipendiato, purché abbia un’alta istruzione e una buona conoscenza delle lingue che gli permettano di trovare lavoro un po’ ovunque; mentre le stesse possibilità non sono offerte, ad esempio, ad un barista di Atene (che però può essere facilmente vittima della propaganda ordo-liberista, a base di “corruzione!”, “sprechi!” e  “Stato ladro!”).

    Il confronto politico va ripensato in quest’ottica. Non bastano più semplicemente una destra e una sinistra: dovremmo aspettarci, a rigor di logica, due destre e due sinistre, una orientata localmente e una globalmente. Questa frattura, in effetti, a destra si sta già consumando, come ho dimostrato quando ho raccontato la scissione del NCD di Alfano in Italia e l’affermazione del FN della Le Pen in Francia: in entrambi i casi a una destra “responsabile” si oppone una destra “nazionalista” che ha riscoperto l’interesse nazionale separato dal capitalismo globale.

    La destra e la sinistra “responsabili” si mescolano al centro in nome dell’ideologia ordo-liberista (l’ammucchiata PD, NCD e Scelta Civica); e le forze di protesta più o meno spontanee (M5S) sono ancora troppo confuse per capire dove andare. Sarebbe logico a questo punto attendersi una frattura anche a sinistra. Ci si aspetterebbe, in altri termini, l’emergere di una sinistra “critica” in grado di riscoprire il valore della Costituzione anti-fascista separato dal finto internazionalismo ordoliberista. Ma questo non è successo. E forse non succederà mai in tempo.

    Conclusioni: i limiti dell’azione civile di sinistra

    rodotaL’amara verità è che semplicemente una sinistra “critica” non c’è (SEL è completamente fagocitato dal PD, e i piccoli partiti, comunisti e non, contano poco o nulla). Per sperare in un riscatto rimarrebbe ancora la società civile, cui appartiene anche Libertà e Giustizia. Sarebbero le forze migliori di cui disponiamo, animate da autentico senso civico, da un forte sentimento di giustizia sociale e da personalità che dispongono di un indiscusso prestigio e autorità: ma evidentemente più che denunciare chi assomiglia a Berlusconi non sono in grado di fare.

    I problemi di questa costola civile della sinistra nel comprendere la realtà in cui siamo calati dipendono da due fattori: in primo luogo probabilmente troppo capitale umano è stato investito per poter fare agevolmente marcia indietro e ammettere semplicemente l’errore; in secondo luogo, non va sottovalutata una certa tendenza a ragionare per ideali, anche quando questi ideali sono sconnessi dalla realtà.

    In effetti, nella pratica i vari Rodotà e Zagrebelsky, oltre a criticare giustamente Renzi, dovrebbero:

    1. prendere atto dei limiti dell’integrazione europea, denunciando il carattere liberista di uno strumento monetario come l’euro;
    2. prendere le distanze da “padri nobili” come Prodi e Ciampi, ammettendo i loro errori (sicuramente in buona fede);
    3. denunciare la sudditanza della dirigenza del Partito Democratico verso il liberismo globale;
    4. riaffermare il valore della Costituzione cominciando dall’articolo 1: governa il popolo (non la BCE) e l’obiettivo dello Stato è la piena occupazione (non la liberalizzazione di merci e capitali);
    5. ripensare l’internazionalismo acritico: la tolleranza e l’apertura verso le altre culture non va usata per introdurre assetti economici penalizzanti per i lavoratori e mascherare aggressioni commerciali;
    6. ammettere che della denuncia di corruzione, evasione e inefficienze burocratico-amministrative è stato fatto un uso strumentale al solo fine di attaccare lo Stato: questi problemi esistono e vanno combattuti; ma proprio perché ci sono sempre stati (e in varia misura ci sono ovunque) è evidente che da essi non dipende la grave crisi attuale.

    Tutto questo è forse troppo. Probabilmente il “popolo di sinistra” non è preparato per una simile autocritica. Non è preparato a buttare a mare, sostanzialmente, tutta la storia recente del PD, compresi quelli che ancora oggi sono considerati i suoi massimi esponenti. Non è preparato a toccare tabù come l’immigrazione, che è sempre per forza un bene, senza tenere in conto il fatto che, se c’è qualcuno che emigra, vuol dire che c’è un posto in cui si sta male: cioè l’immigrazione presuppone l’impoverimento di lavoratori stranieri, che non dovrebbe essere proprio un’idea “di sinistra”.

    Sarebbe richiesta, in altri termini, un’attenzione per gli effetti pratici dell’idealismo politico che forse da quelle parti non c’è mai stata. D’altronde siamo passati direttamente dall’URSS all’«EURSS», dal «catto-comunismo» all’internazionalismo europeo: sempre sostituendo un’ideologia con un’altra. Ed è forse questa abitudine ad adattare le realtà ai principi che sta alla base dell’attuale tragicomica opera di rimozione della verità: un’ostinazione che ha costi sociali enormi e serve solo a giustificare vecchie prese di posizione.

     

    Andrea Giannini

  • Il boom di Marine Le Pen e del Front National in Francia: xenofobia o euroscetticismo?

    Il boom di Marine Le Pen e del Front National in Francia: xenofobia o euroscetticismo?

    Marine Le PenNon sarà passato inosservato che la scorsa settimana Marine Le Pen ha suonato la sveglia. Di sicuro questa volta “il boom” l’ha sentito anche il nostro Presidente della Repubblica, dato che nel commemorare l’eccidio delle Fosse Ardeatine si è messo a declamare: «La pace è una conquista dovuta precisamente a quella unità europea che oggi troppo superficialmente da varie parti si cerca di screditare e attaccare». Questa visione non è affatto minoritaria. Anzi, si può dire che  essa rappresenti la “dichiarazione standard” con cui, sia in Italia che all’estero, si è risposto al clamoroso avanzamento del Front National; una serie molto varia di commenti, che però sostanzialmente poggiano tutti su un semplice assunto: nazionalismi e populismi sono la risposta sbagliata ai problemi di un sistema giusto.

    La diagnosi sarebbe la seguente: “l’Europa” è per la pace e il bene dei popoli, mentre i nazionalismi sono l’anticamera della guerra; la gente normalmente lo sa, ma in tempo di crisi tende a dimenticarsene e a farsi distrarre da chi fa vuote promesse (populismo) o individua facili capri espiatori (razzismo, antisemitismo, xenofobia in genere). Pertanto, seppure con l’attenuante delle circostanze, è evidente che gli elettori si sbagliano: perché – appunto – sappiamo già a priori cosa è bene e cosa è male (“Europa” bene; chi è contro male). Tuttavia, nonostante l’evidente errore, il verdetto delle urne deve comunque essere “ascoltato”: e indirettamente esso ci sta dicendo che il sistema ha dei difetti e va riformato. Morale: siccome il popolo sta diventando razzista, dobbiamo fare “più Europa”.

    È un’ipotesi di lettura del voto. Ma io ve ne suggerisco un’altra, basata su un assunto di segno opposto: il voto anti-euro è la risposta giusta a un sistema sbagliato.

    Questa seconda lettura ovviamente considera la possibilità che gli elettori non necessariamente sbaglino. Ma prima di parlare delle differenze, parliamo dei punti in comune. Entrambe le interpretazioni ammettono che il voto è l’espressione di un disagio reale; e in entrambi i casi si riconosce che le forze politiche premiate dagli elettori hanno in comune spesso e volentieri una sgradevole matrice tradizionalmente ostile all’immigrazione. Ma le analogie si fermano qui.

    Le differenze cominciano proprio dalla valutazione che si fa del peso della componente xenofoba. Questa componente indubbiamente è presente nella tradizione – per fare un esempio – del Front National: ma è davvero da qui che è partita la volata elettorale della Le Pen? Ovviamente no: al contrario tutti ammettono piuttosto tranquillamente che è stata decisiva la critica radicale alla moneta unica e la battaglia per il ripristino della sovranità monetaria. Ovviamente per i critici questo non fa molta differenza: essere xenofobi, essere nazionalisti o essere contro l’euro è sostanzialmente la stessa cosa: stiamo sempre parlando di soluzioni troppo comode e nel contempo troppo pericolose (che difatti provengono dalle solite persone). Ma questa interpretazione è contraddetta da almeno due dati di fatto.

    Innanzitutto da un punto di vista scientifico è risaputo che l’euro è una pessima soluzione. Fu addirittura il Sole 24 Ore l’anno scorso a fare la conta dei premi nobel per l’economia che si sono dichiarati contrari all’euro: e di questi, nel frattempo, già due hanno rinunciato all’idea di riformare l’eurozona per consigliare apertamente agli Stati di ritornare alle valute nazionali. Pertanto è evidente che chi riduce la questione dell’euro a semplice propaganda populista o è male informato o è in mala fede. Secondariamente, da un punto di vista politico, è altrettanto innegabile che i partiti che si sono espressi contro la moneta unica hanno migliorato la coerenza e la serietà della loro proposta.

    Marine Le Pen fa una campagna elettorale molto diversa da quella che faceva il padre Jean-Marie. Già da anni ha intrapreso un’intelligente opera di dédiabolisation, tesa a riportare il Front National su posizioni più sostenibili e maggiormente in sintonia con l’elettorato moderato. Al confronto la Lega Nord di Matteo Salvini è indietro; ma è anche vero che, da quando ha intuito le potenzialità di una campagna contro l’euro, il neo-segretario leghista ha messo tra parentesi propositi secessionisti e toni anti-meridionali cari alla base per concentrarsi su un insistente batage elettorale che probabilmente gli darà qualche punto percentuale in più (magari a scapito dell’indecisione di Beppe Grillo). Dunque è corretto dire che la critica alla moneta unica, offrendo un spazio di consenso elettorale potenzialmente molto vasto, sta giocando un ruolo importante nell’oscurare i vecchi cavalli di battaglia, al confronto meno redditizi, delle forze estremiste.

    Per contro chi insiste ad accomunare le due cose sta facendo il gioco rischioso di alzare sfrontatamente la posta. Ostinarsi a non volere concepire la possibilità di un’alternativa a “l’Europa”, continuare a confondere “euro” con “Unione Europea”, e dare esplicitamente o implicitamente del nemico della pace e dello xenofobo a chiunque voglia supporre altre forme di cooperazione fuori dalla moneta unica, significa non solo regalare alle destre una comoda battaglia per la verità: significa anche – come ricorda sempre Alberto Bagnai – prendersi la responsabilità di un messaggio estremamente pericoloso. Significa instillare nella gente l’idea che, se l’euro crollerà (periodo ipotetico della realtà), automaticamente saremo costretti ad un futuro di odio reciproco e di guerre civili: un’idea che a quel punto potrebbe tornare utile a forze ben più pericolose e sovversive del Front National.

    A scardinare la lettura semplicistica dell’avanzata di generici populismi dovrebbe contribuire anche un giudizio più equilibrato e meno encomiastico sul ruolo acriticamente positivo dell’Unione Europea. Dire che “la pace è una conquista dell’unità europea” significa dare un giudizio storico francamente poco condivisibile: la pace è stata la condizione grazie alla quale abbiamo costruito la cooperazione europea, e non il contrario. I ricordi del Presidente Napolitano devono essere ormai appannati, se è davvero convinto che la pace sia da attribuire a una fantomatica “unità” e non, più prosaicamente, all’equilibrio militare tra USA e URSS seguito alla seconda guerra mondiale. Questa rivalità tra superpotenze, e il relativo scontro ideologico tra sistemi economici, aveva portato occasionalmente rivolte e disordini in Europa: ma dopo il ’45 non si era più visto un odio fra popoli come quello che si è manifestato quando Angela Merkel ha visitato Atene; a dimostrazione del fatto che un processo di integrazione sbagliato (come questo basato sulla moneta unica) porta dritti verso quelle tensioni che a parole si vorrebbero evitare.

    Allo stesso modo limitarsi a denunciare la minaccia dei “nazionalismi” significa sottintendere la solita subdola reductio ad Hitlerum. Anziché accomunare ogni forza euro-scettica a Alba Dorata, occorrerebbe ammettere che il “nazionalismo” del Front National non è concepito come una contrapposizione tra Stati: è concepito come contrapposizione tra lo Stato, da una parte, e chi è contro lo Stato, dall’altra. La Le Pen, pur ambendo dichiaratamente a riportare la Francia al rango di potenza globale (la mai sopita grandeur dei cugini), ha per lo meno il merito di non porsi in un’ottica imperialista e aggressiva: anzi, si muove accortamente lungo un solco internazionalista, quando chiama a raccolta i vicini europei in un’alleanza contro lo scardinamento delle sovranità nazionali, vista come anticamera allo scardinamento dei diritti civili. Dimostra quindi di aver capito che il nemico è chi ci dice che occorre “superare” i vecchi Stati, perché in realtà ci vuole togliere la tutela delle Costituzioni, che in Europa – guarda un po’ – sono state una conquista della lotta antifascista. Il fatto che a difendere questa preziosa eredità sia oggi una donna che proviene dalla tradizione del governo di Vichy non è solo un paradosso: è la colpa storica delle sinistre europee. E ben presto dovranno renderne conto.

     

    Andrea Giannini

  • Il Narciso: una bulbosa facilissima da coltivare in vasi ed aiuole

    Il Narciso: una bulbosa facilissima da coltivare in vasi ed aiuole

    1narcisoQuesta settimana parleremo di una delle bulbose più semplici da coltivare e che, nonostante sia indubbiamente interessante e di facilissima gestione, viene impiegata abbastanza poco nei giardini italiani.
    I narcisi sono piante tipicamente europee, appartenenti alla famiglia delle Amaryllidaceae (che comprende anche i bucaneve). Sono bulbose primaverili, che crescono spontanee in natura, nei boschi e nei prati di molti paesi dell’Europa centrale.

    2narcisoLe infiorescenze, singole o a gruppi di piccoli fiori a trombetta, sono piuttosto vistose, nei toni del bianco puro e delle diverse varietà del giallo, dal più tenue al più intenso. I bulbi producono, nel tardo inverno ed in primavera, foglie lanceolate verdi scuro, dal cui centro dipartiranno gli steli floreali. Partendo da quelli spontanei in natura, sono state create decine di cultivar, assai diversi tra loro, semplici e doppi (ossia con fiori dai petali molto numerosi). Secondo me le varietà originali, dai gialli pallidissimi, e quelle bianco puro sono in assoluto le migliori.

    3narcisoI fiori sono indubbiamente più piccoli, l’effetto cromatico meno vistoso ma i cespugli che questi bulbi creano sono molto più naturali. Debitamente collocati nelle aiuole, nei prati e soprattutto sotto gli alberi nei boschi, questi narcisi avranno poi il vantaggio di sembrare spontanei ed apparire da sempre in quel luogo. I narcisi crescono, infatti, con estrema facilità e rapidità, in quasi tutti i suoli, tanto in vaso che in terra piena. E’ sufficiente collocare i bulbi nel terreno in autunno e “dimenticarsi” di loro. Faranno tutto da soli, fiorendo copiosamente di primavera in primavera, per moltissimi anni. Le piante si naturalizzano poi con grande facilità e si moltiplicano da sole, creando grandi gruppi di foglie verdi intenso, lanceolate. In caso si voglia accelerare il processo ed i bulbi si infoltiscano troppo, si potrà procedere, dopo averli dissotterrati, alla loro divisione ed al loro distanziamento.

    4narcisoIn generale, a differenza di altre bulbose come i tulipani (di origine turca e quindi sensibili al freddo), i narcisi non necessitano di essere annualmente rimossi dalla terra in inverno, cosa che agevola molto la loro coltivazione. Più che in Italia, questi bulbi sono molto utilizzati nei paesi nordici, dove crescono benissimo e sono assai apprezzati. In Gran Bretagna vi era persino, negli anni Trenta, un apposito treno, il “Daffodil Special” gestito dalla Great Western Railway, per portare i londinesi a raccogliere ed acquistare narcisi al confine tra Gloucestershire e Herefordshire, zona ricchissima di cespugli spontanei e di loro coltivazioni.

    5narcisoIl celebre poeta William Wordsworth ha poi dedicato alla pianta una nota poesia “Daffodils”, incentrata sulla campestre “beatitudine della solitudine”. Spettacolari sono, infatti, le distese infinite di questi impalpabili fiori, nella luce del tardo inverno che cede alla primavera e nella foschia a mezz’aria dei boschi del Lake District.
    Infine, si dice che il nome di questo bulbo derivi dal mito greco di Narciso: il capo chino del fiore ricorderebbe il giovane nell’attimo in cui si specchia sopra un laghetto.
    Ai Kew Gardens di Londra utilizzano poi questa pianta persino per studiare gli effetti dei cambiamenti climatici sul Pianeta. Con assoluta precisione si è stimato che, se negli anni Ottanta del Novecento, i narcisi fiorivano intorno al 12 febbraio, nel 2008 a causa dell’aumento della temperatura, circa il 27 gennaio, ben sedici giorni prima…

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • L’autore di canzoni, da mantenuto a professionista: le radici nella cultura contadina

    L’autore di canzoni, da mantenuto a professionista: le radici nella cultura contadina

    londra-musicista-covent-gardenDILa canzone come traccia/ testimonianza/ segno/ simbolo/ icona sonora di un determinato periodo storico è un tema che abbiamo trattato a lungo lo scorso anno. Ma, nell’avvicendarsi delle trasformazioni storiche, c’è anche qualcos’altro che ha subito profonde modificazioni. Certo, da un lato c’è – chiamiamola – la “spontanea creatività popolare”, ossia il fatto che da sempre c’è chi crea canzoni e musica spontaneamente. Basti pensare alle filastrocche o alle ninna nanne che vengono tramandate oralmente da centinaia e centinaia di anni: chi le ha composte? Nessuno lo sa. Sono il frutto di un’attitudine creativa che si riscontra in tutte le società umane e ne costituisce un comportamento antropologicamente rilevante. Da un altro lato c’è chi ha composto anonimamente musiche destinate ad accompagnare i più diversi culti religiosi. Basti pensare ai flauti, sonagli e cembali che nell’antica Grecia omerica accompagnavano i cortei degli invasati epopti del tiaso di Dioniso, piuttosto che i salmi e gli inni nella religione ebraica e nelle religioni cristiane,unitamente ai canti gregoriani. Chi ha composto queste musiche? Nella quasi totalità dei casi non si sa. Tuttavia questi sono aspetti che potremmo ritenere costanti, comportamenti che, pur nella varietà dei singoli casi, possiamo facilmente rilevare anche oggi.

    Ciò che invece più ci interessa e che progressivamente si è profondamente trasformato è l’insieme delle relazioni sociali che, nel tempo, hanno costituito il contesto in cui hanno vissuto e creato i musicisti “professionisti” che componevano musiche varie e ballate (le antenate delle canzoni). Muoviamo quindi le nostre considerazioni partendo dal medioevo. In quel periodo, un futuro musicista quasi sempre apprendeva le regole della disciplina musicale – ancora bambino – presso gli oratori delle varie parrocchie oppure presso la cappella di corte o nei conventi. Diventato musicista a tutti gli effetti – se non prendeva i voti – come laico poteva riuscire a vivere solo grazie all’ala protettiva dei nobili che, assumendolo a corte si facevano carico del suo mantenimento, a volte corrispondendogli anche una qualche forma di salario e inquadrandolo come facente parte della servitù.

    Solo musicisti straordinari (ad esempio Mozart) potevano godere di una certa autonomia e libertà. Pensiamo però che Haydn (1732-1809, considerato il “padre” della sinfonia e del quartetto d’archi), ad esempio, era tenuto ad indossare in pubblico la livrea come i domestici e che nel periodo in cui ha vissuto, il musicista di corte poteva essere tenuto ad onorare eventuali debiti contratti dal suo predecessore. Haendel (1685-1859) fu uno dei primi musicisti a comporre per un pubblico borghese e pagante, dato che l’Inghilterra si trovava nel pieno di una grande espansione economica con annessi tutti i radicali cambiamenti che le rivoluzioni economiche comportano. In generale possiamo sostenere che per tutto il Rinascimento, e in piccola parte fino a tutto l’ottocento, i musicisti campavano grazie alla protezione di mecenati – nobili e successivamente alto borghesi- che, mantenendoli, gli permettevano di comporre le loro opere.

    Lo stesso Verdi, per un certo periodo, poté continuare a comporre grazie al sostegno di un magnate. Nel ventesimo secolo l’industrializzazione ha imposto nuovi rapporti sociali e la nascita dell’industria discografica, unitamente alla diffusione di strumenti di comunicazione di massa impensabili fino a pochi anni prima (e sviluppati secondo criteri industriali), ha favorito la nascita di nuove forme di espressione, inedite modalità compositive, nuovi stili e quindi nuovi percorsi artistici e profili professionali.

    Una figura professionale comparsa recentemente ed “esplosa” nell’immediato dopoguerra è proprio l’autore di canzoni, espressione dell’industria culturale. La canzone moderna e tutta la cosiddetta musica leggera non avrebbero raggiunto l’invasività che conosciamo se non ci fosse stata l’invenzione del disco – soprattutto del 45 giri – e della radio. Ma questo tipo di prodotto musicale può esistere solamente nella città: nasce e si sviluppa nelle metropoli, ne porta l’impronta, segue i suoi ritmi e, come si diceva all’inizio, ne costituisce un segno avvertibile… anzi, udibile! Il mondo contadino e le sue tradizioni musicali millenarie avrebbero potuto benissimo continuare ad esistere senza le città. La storia ci ha mostrato come proprio i fenomeni di inurbanizzazione e industrializzazione selvaggia, espressione di un capitalismo criminale e predatorio (tutt’ora attivo e in splendida forma), abbiano fortemente compromesso tutta la cultura contadina nel suo insieme.

    La musica popolare

    aran-natura-verde-ambiente-green-DIMa nel tracciare anche per sommi capi una storia della canzone, occorre riconoscere un ruolo di particolare importanza alla musica popolare,  in particolar modo in Italia. È infatti proprio nell’ambito dell’area sociale definibile come “popolare” che maggiormente si evidenzia la presenza di un prodotto musicale, indicato come canzone, che instaura un rapporto diretto col sottostante mondo che lo ha prodotto, in termini di “custode”, di memoria, racconti di vita quotidiana e tradizioni. In tutto questo, oltre all’immediata produzione di senso, c’è l’importanza della continuità tra un “ciò che è stato” e “ciò che è”, almeno fino al momento in cui quella particolare canzone è stata scritta (e spesso come si è detto, non si è in grado di risalire ad un autore certo).

    Ci sono decine e decine di canzoni popolari che presentano variazioni nel testo, oltre che nella melodia, così come sarà possibile rinvenire linee melodiche utilizzate in diverse canzoni. Ma questo “slittare” di un testo, oltre che l’impiego parziale di linee melodiche, rientra in una pratica diffusa nel mondo popolare, ne costituisce un elemento di vitalità, e non è assimilabile al concetto di “copiare”. Tuttavia, per comprendere bene questo discorso dobbiamo aver chiaro che l’espressione “mondo popolare” va riferita ad una realtà che oggi –  penso sia lecito dire: purtroppo – non esiste più; un mondo che nulla ha a che vedere coi “quartieri popolari” delle grandi città, o con il sottoproletariato delle periferie degradate delle metropoli. Parliamo di una realtà sociale che in Italia, tuttalpiù può essere datata fino ai primi anni ’50 del secolo scorso, quando, appunto, la cultura contadina non era stata ancora assassinata e l’assassino (ossia il capitalismo industrialmente e tecnologicamente avanzato) non aveva ancora mostrato il suo vero e unico volto.

    Dobbiamo pensare (o forse ricordare?) ad una società semplice, fatta di lavoro duro, una società che, sbrigativamente, tutti noi definiremmo come “arretrata”, con un tasso di mortalità infantile e di analfabetismo molto alto. Ma in questi vissuti, prima dell’avvento dei mass media, del “villaggio globale”, di Mc Luhan e dello “Shock del futuro” di Toffler (importante libro edito nel 1970), i cantastorie svolgevano un ruolo essenziale. Non guardiamoli con occhi viziati di romanticismo: probabilmente non erano consapevoli dell’importanza che gli sarebbe stata riconosciuta successivamente. Erano agenti palesi al servizio della memoria, veicoli di conoscenza, tradizione, storia.

    Non è illegittimo identificare una linea di continuità tra gli antichissimi aedi e i cantastorie che, in un comprensorio relativamente vasto, si muovevano di paese in paese. Erano loro a tramandare le storie o le leggende e con i loro racconti cantati/recitati contribuivano a testimoniare la continuità dell’identità di una collettività. C’è un vecchio adagio che dice:  “canta che ti passa”, ma si potrebbe aggiungere: “canta che ricordi”. Gli antichi aedi, spesso ciechi, eseguivano tutto a memoria, con una declamazione ritmica, forse sostenuta da qualche appoggio strumentale o scarne linee melodiche che, appunto, facilitavano la memorizzazione.

    I cantastorie non erano ciechi, in linea di massima, non raccontavano di gesta epiche, di dei e di eroi. Le loro erano storie ambientate nelle vicende quotidiane; a volte si trattava di favole con una morale finale. A ciò che cantavano/raccontavano aggiungevano poi spontaneamente la cronaca dei fatti che acquisivano nello spostarsi da un paese all’altro: erano loro l’informazione, visto che i giornali avrebbero parlato di cose lontane e incomprensibili… e poi… chi li sapeva leggere?

    Gianni Martini

    [foto di Diego Arbore]

  • Fresno, il lato b della California: quando l’apocalisse è vita di tutti i giorni

    Fresno, il lato b della California: quando l’apocalisse è vita di tutti i giorni

    Fresno, CaliforniaL’asfalto era screpolato come la pelle di un elefante al sole,  sudava bitume caldo e oleoso e il vapore saliva alto creando miraggi di antropomorfe figure. I condor tracciavano inquietanti traiettorie nel cielo, con i loro occhi attenti scrutavano il terreno alla ricerca di carcasse di animali e perché no, di esseri umani. Seguivano un coyote magro e affamato che serpeggiava tra cactus e scheletri di macchine dimenticate in quell’oblio arido come la porta dell’inferno.

    Fresno, “la più bella piccola città degli Stati Uniti”, così recava la scritta all’ingresso del paese che campeggiava proprio sopra la Ford stanca e impolverata dalle miglia percorse. Cercavo un officina per controllare un rumore metallico proveniente dal motore, non volevo passare la notte all’addiaccio nel deserto, la strada era ancora lunga e in America le distanze tra le città sono così grandi da non dover tralasciare mai nulla durante il viaggio. Ho parcheggiato vicino ad un cinema probabilmente nato negli anni sessanta e ancora ricco di fascino, una vecchia torretta sovrastava il cartellone con le lettere intercambiabili, la locandina de La guerra dei mondi con Tom Cruise dimostrava che era ancora in funzione anche se in quel momento era chiuso.

    Mi sono avvicinato per curiosare, mi ricordava il cinema dove andavo da bambino, quando, seduto sulle poltroncine rosse i miei piedi non toccavano ancora il pavimento e mia nonna mi comprava il cornetto gelato che si scioglieva a sempre a metà riproduzione. Le pareti tappezzate dai poster di film di ogni epoca formavano un tunnel di visi e nomi impossibili da dimenticare, il profumo dei popcorn faceva parte dell’arredamento così come il carretto dei gelati e la cassa con la doppia entrata, era un pezzo di storia vivente. Seguito dallo sguardo minaccioso di Al Pacino sono uscito e ho iniziato a percorrere la via alberata che conduceva in centro, era movimentata da poche anime e roditori grandi come gatti, le serrande erano chiuse e il traffico inesistente.

    fresno3-DiLa fontana nella piazza principale zampillava acqua torbida, al suo interno un uomo di colore tendeva i suoi grandi muscoli in pose da culturista osservato da alcuni piccioni spettatori curiosi. Forse vittima di un colpo di sole oppure di qualche droga (avevo letto da qualche parte che Fresno era famosa per la produzione di droghe sintetiche particolarmente dannose), qualunque sia stato il motivo quell’uomo non era in sé e ho deciso di fare finta di nulla. Una delle panchine ai lati del viale era occupata da un senzatetto che dormiva profondamente al sole, per un attimo ho pensato potesse essere un cadavere ma quando si alzò di scatto, come quegli zombie dei film horror che improvvisamente prendono vita, ho capito che era meglio guardare avanti. Altre persone dormivano per terra o vagavano senza una meta apparente, quello che sembrava uno scenario apocalittico era la vita di tutti i giorni.

    La voce calda di Johnny Cash arrivò alle mie orecchie, era Jackson, una delle sue canzoni più belle che mi attirava come uno dei bambini del pifferaio magico. Proveniva da un negozio di alimentari, si chiamava  El Mexico, l’insegna era verde con la scritta gialla e un grosso sombrero era appeso alla lettera X come un attaccapanni. Il titolare stava riordinando la frutta all’esterno della vetrina, mi sono avvicinato per chiedere informazioni, era chinato con il sedere che usciva dai pantaloni lisi e lerci. Era basso e tarchiato con i baffi a punta, assomigliava in maniera sorprendente al sergente Garcia di Zorro, indossava una camicia verde pistacchio con degli aloni sotto le ascelle diventati indelebili nel tempo, i capelli erano una fitta trama nera come il fil di ferro tra i quali restavano imprigionate foglie e piccoli insetti.

    Si è alzato a fatica e in modo sgraziato, poi mi ha guardato allungandomi una cassa di banane. “Un momento, amigo”, aspettavo e lo osservavo ordinare le altre casse fino a posizionare la mia in bella vista davanti alle altre. Mi faceva cenno di seguirlo in negozio, io non avevo ancora aperto bocca, ma sono comunque entrato attraversando una tendina rossa da macellaio. “Cosa cerchi amigo?” diceva alzando le folte sopracciglia fissandomi negli occhi da dietro il bancone, da quella posizione si sentiva il re del negozio e mi metteva in soggezione. “Una Coca Cola”, pensavo che acquistare qualcosa fosse il miglior modo per ottenere informazioni. “Solo Pepsi amigo”. Ho allungato sul banco due dollari e mi sono rivolto a lui come se lo avessi pagato per avere informazioni riservate: “Cerco un’officina e credo tu mi possa aiutare”. Il suo sguardo si era illuminato,  sorrideva con una dentatura massiccia ma gialla come l’oro. “Tienes suerte amigo, mi hermano Jorge es meccanico”.

    Sopra un foglio di carta marrone che abitualmente usava per fasciare le uova, tracciava le linee creando una mappa della zona con la strada da percorrere, sapevo di avere il navigatore in macchina ma sarebbe stato maleducato  interromperlo. Come ringraziamento ho acquistato ancora un pacchetto di nachos e due platani, ci siamo salutati con una calorosa stretta di mano e sono ritornato verso la macchina. Era rimasta al sole tutto il tempo, il volante era ustionante e ho usato una t-shirt come presina, l’abitacolo era un forno,  l’aria condizionata faceva fatica a partire ma la radio funzionava bene e passava Oyo como va di Santana.

    Impostato l’indirizzo sul navigatore ho attraversato Fresno, pur essendo al centro della California, in città si respirava un’aria tipicamente sudamericana. Era l’ora più calda della giornata, una signora si riparava con un ombrello dai raggi del sole, camminava sul marciapiede con il passo lento per non sudare troppo. Due bambini che giocavano con un idrante la presero di mira accompagnandola con un getto d’acqua fino alla parte opposta della strada.

    california-fresno-Di

    Arrivato all’indirizzo giusto mi sono guardato intorno, l’officina sembrava un semplice garage e non aveva insegne, forse non ne aveva bisogno, pensai che fosse molto conosciuto o probabilmente era semplicemente l’unico in zona. Jorge era seduto su una sdraio, non aveva molto lavoro in quel momento e sembrava non avesse molta voglia di prendersi in carico la mia auto ma nessuno dei due aveva scelta, così gli ho descritto il problema e lasciato le chiavi, in attesa di ritirare la macchina sono andato a visitare quel poco che rimaneva di Fresno.

    Le strade vuote erano un ambientazione perfetta per la rivisitazione moderna di un film di Sergio Leone, vagavo nel silenzio attraverso folate di vento caldo alla ricerca di qualcosa, non sapevo nemmeno io cosa; decisi di aspettare sotto l’ombra di una palma appoggiato al vaso avvolto da un mosaico bianco e turchese, dallo zaino ho tirato fuori la pepsi e la cartina degli States e pazientemente mi sono seduto.

    Se prima avevo avuto l’idea di dormire a Fresno adesso volevo solo scappare via, il luogo e i personaggi incontrati non mi rendevano tranquillo, dovevo solo pregare che la macchina fosse pronta senza ulteriori intoppi. Jorge era seduto su una sdraio, nella stessa posizione in cui l’avevo trovato, sembrava non si fosse mai alzato e questo certo non mi confortava. Quando mi ha visto arrivare si è acceso una sigaretta e con un gesto svogliato della mano mi ha fatto cenno che era tutto ok, potevo ripartire. Mi ha chiesto cinquanta dollari, non so per cosa ma non aveva importanza, provava a spiegarmelo Jorge, io non capivo e pochi minuti dopo stavo già schiacciando l’acceleratore lungo la statale che taglia l’interno della California.

    Il colore dei campi di grano era tinto dei raggi arancioni di un sole che volgeva al termine la giornata, i camion rilasciavano per strada i contadini assunti per un solo giorno, la mattina seguente sarebbero tornati al punto d’incontro per mettersi in coda e trovare un impiego nei campi. Il sole calava dietro la linea dell’orizzonte sfumando il cielo di rosso e giallo, la luna aspettava paziente l’arrivo delle stelle e l’oscurità avanzava rendendo sempre più buia la salita verso il Sequoia Park.

     

    Diego Arbore
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  • L’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. E l’Euro è “nemico” degli Stati. Ecco come la penso…

    L’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. E l’Euro è “nemico” degli Stati. Ecco come la penso…

    economia-soldi-D6Mentre la secessione della Crimea continua a creare gravi tensioni in tutta la regione, riprendiamo il discorso fatto la settimana scorsa e chiediamoci quali scenari si aprono per noi una volta preso atto dell’inevitabile fallimento del progetto di un’unione federale europea (il famoso “più Europa”). Ai lettori più affezionati non sarà sfuggito che questo imminente tracollo politico è l’altra faccia della medaglia del preannunciato tracollo dell’euro. È dunque indispensabile, sotto ogni punto di vista, proiettarsi al di là di queste strutture e chiedersi come l’Italia possa affrontare un futuro in cui l’Unione Europea, ammesso che esista ancora, avrà di certo un peso politico ridotto.

    Il fatto che un commentatore “di provincia” come chi scrive possa prendersi il lusso di profetizzare con sicurezza la fine di un “sogno” economico-politico tanto ambizioso, proprio mentre tradizionali indicatori tipo lo spread non danno segnali d’allarme e le élite del nostro continente continuano a lavorare come se questa “Europa” avesse effettivamente un domani, non può più essere una discriminante. Come insegna la favola di Andersen basta un bambino per urlare: «il Re è nudo!».

    Ed in effetti il fallimento del sistema è lampante per chiunque non voglia far finta di niente, visto che, molto banalmente, ad oggi nessuno è in grado di intravvedere una soluzione realistica per l’eurozona. Non è che manchino le proposte tecniche: manca proprio la volontà di perseguirle (il che ci dice molto sui reali motivi per cui siamo entrati nell’euro). Per questo, anche fra i commentatori più qualificati, gli illusi sono rimasti in pochi: tutti gli altri o “auspicano” una soluzione, o sono pessimisti, oppure stanno già consigliando agli Stati di ritornare alle loro vecchie monete. Di certo la soluzione non sarà la tanto osannata lista Tsipras, per motivi ormai noti, ma che prometto di ricapitolare più avanti (magari nell’imminenza del voto di maggio).

    La questione, dunque, è di una notevole rilevanza. Se l’Europa come progetto politico ha fallito, perché dovrebbe farcela l’Italia? Non si rischia di proseguire sullo stesso tipo di errore? Se abbiamo sbagliato a volerci integrare su un piano più ampio, non sarà forse il caso, come sembra suggerire Grillo, di seguire la strada opposta e dunque di disintegrarci verso un piano più ristretto dove “piccolo è bello”?

    In effetti è il momento di andare a discutere un punto rilevante.

    Europa vs Italia

    I critici dell’euro, come il sottoscritto, spesso sottolineano che l’irrazionalità dell’eurozona dipende dal fatto che essa non è una area valutaria ottimale”, dal nome della teoria economica con cui Robert Mundell vinse il premio nobel nel 1961 e su cui Paul Krugman ha fatto il punto qualche anno fa. Ciò significa che la moneta unica è nata in barba alle considerazioni degli economisti, per cui ora stiamo in qualche modo scontando questa sorta di “peccato originale”.

    Questo concetto – vale a dire che esiste una razionalità economica di cui tenere conto quando si  progettano sistemi economici – sembra lanciare un monito forte: “bambini, non fatelo a casa!”. Sembra, cioè, che siamo stati avvertiti: un sistema economicamente prospero è un sistema che rispetta ben precisi requisiti. Dunque non è del tutto sbagliato chiedersi: l’Italia oggi è un’area valutaria ottimale?

    Sembra di si. Secondo Krugman i due fattori che si sono rivelati decisivi sono la mobilità dei lavoratori e l’integrazione fiscale. E l’Italia ha entrambe le cose: ha molti immigrati dal sud che lavorano al nord, e ha molti contribuenti del nord che si lamentano… perché pagano le tasse anche per il sud! Sembrerebbero esserci i requisiti, dunque, perché l’Italia possa essere considerata una realtà politica che rispetta una minima razionalità economica.

    Tuttavia un punto sollevato da quelli che vorrebbero vedere un futuro per l’euro è che nemmeno noi all’inizio eravamo un’area valutaria ottimale. Perché allora, se pure l’Italia della lira è durata 150 anni, l’Europa dell’euro dovrebbe fallire dopo 15? È un’ottima domanda, che merita una risposta diretta. La risposta è che Giuseppe Garibaldi non era un funzionario col Ph.D alla London School of Economics, ma un avventuriero col fucile. E non è affatto una battuta.

    Monumento di QuartoChe cosa era successo nel 1861, proprio a pochi metri dalla redazione di Era Superba? Era partita la spedizione di un manipolo di uomini (mille o giù di lì) che volevano conquistare il Regno delle Due Sicilie per il loro Re. E inaspettatamente ebbero successo. La nostra nazione, insomma, è stata, sul piano storico, il frutto della debolezza dei Borbone di Napoli e della benevolenza della flotta britannica, che non sfruttò la sua enorme superiorità nel Mediterraneo per interferire con le faccende italiane. Sul piano pratico, però, l’Italia è stata semplicemente il frutto di una conquista militare. Ovviamente c’erano gli idealisti che pensavano alle “genti italiche”; ma la realtà è che i confini vennero tracciati sparando.

    Questa soluzione brutale creò un legame semplice, che a sua volta poteva essere spezzato in un modo semplice: il sud avrebbe dovuto insorgere. E questo non accadde. Anzi, il meridione, visto che era semplicemente cambiato il padrone, al netto di tutte le tensioni, nel complesso se ne fece una ragione. Il punto centrale, tuttavia, è quello che accadde dopo la conquista: la classe dirigente piemontese, ispirata dal modello francese e inglese (di cui Cavour era un fervente ammiratore), ebbe la banale accortezza di capire che i territori ottenuti con la forza non sarebbero rimasti, se non si fossero trasformati in uno Stato. E siccome volevano un Regno, fecero quello che si sarebbe dovuto fare sulla base di criteri per l’epoca anche abbastanza moderni: pensarono che la prosperità sarebbe venuta non solo con un territorio esteso e forte, ma anche da una rete di infrastrutture, da un sistema industriale, un complesso di leggi coerenti, un’educazione pubblica, unità di misure standardizzate, forze di polizia, una tradizione comune, una lingua nazionale e certamente anche un’unica moneta. L’idea di «Italia» in quanto nazione era perfettamente funzionale al raggiungimento di questo scopo.

    I risultati furono tutt’altro che perfetti: ancor oggi la “questione meridionale” è più che mai attuale, e trova riscontro, sul piano economico, in differenti livelli di inflazione. Eppure dopo 150 anni siamo ancora qui tutti insieme, nonostante le tensioni di due guerre mondiali e vent’anni di dittatura. Questo è stato possibile, per l’appunto, perché l’Italia fu unita con la forza, ma fu tirata su con l’obiettivo di diventare uno Stato a tutti gli effetti, sia in senso pratico che in senso ideale: dunque un forte vincolo occasionale si poté trasformare in un (abbastanza) forte vincolo duraturo.

    E l’Europa? L’Europa si è unita in modo consensuale con l’obiettivo di un benessere più esteso: e questa è tutta un’altra storia. In questo caso a un debole vincolo occasionale non ha fatto seguito alcun vincolo più forte: per cui, senza il benessere, il castello di carte è destinato a crollare. E se ancora vi chiedete perché non è stata sfruttata l’occasione dell’euro per rinsaldare i vincoli comunitari o se siamo ancora in tempo per rimediare, significa che non avete capito niente di questa crisi: eppure ve lo avevo spiegato.

    Abbiamo chiarito che per i Savoia e i loro ministri, l’obiettivo era avere un Regno: e nel 1861 quel regno era tutto da costruire. L’establishment europeo, al contrario, dopo l’euro ha fatto poco o nulla: significa allora che nel 2002 l’obiettivo era già stato raggiunto. Il vero obiettivo, infatti, non è mai stato mettere in pratica le convinzioni di un Altiero Spinelli: l’obiettivo era liberalizzare i movimenti di capitali, eliminare il rischio di cambio nelle transazioni, favorire l’economia finanziaria e scaricare sui salari gli eventuali aggiustamenti.

    Quale “Stato” per la penisola italiana?

    LItalia-sono-anchioÈ dunque pretestuoso domandarsi se l’Italia abbia un senso come spazio giuridico, politico e culturale: ce l’ha perché sono 150 anni che, tra alterne vicende si lavora per questo. È tuttavia possibile pensare che altre strutture più piccole e snelle riescano a fare meglio di quello che ha fatto lo Stato italiano. Il mio parere su questa questione è piuttosto semplice: se ci credete davvero e siete disposti a lavorare in questo senso, allora buona fortuna! Ne avrete davvero bisogno.

    Ormai dovremmo aver capito che tutte le costruzioni umane dipendono essenzialmente dall’uomo stesso, dalla sua fatica e poi certo dalla buona sorte. Se ci sono le condizioni favorevoli, nulla vieta che un domani si formi un autonomo “Stato Lombardo” o un vasto “Stato Pontificio” o – perché no? – che rinasca il Regno delle Due Sicilie: dipenderà appunto dal contesto e dalle motivazioni degli uomini. Ma se così stanno le cose, la vera domanda è: dobbiamo desiderare Stati regionali più piccoli? A mio modesto avviso il gioco non vale la candela.

    Ovviamente, se ragionate nel quadro che ci offrono quotidianamente i media, l’Italia non ha scampo: anzi, sembra un miracolo che siamo arrivati vivi fino a qui. Qualsiasi altra soluzione, pertanto, sarebbe meglio del vecchio sogno di Garibaldi e Cavour. Ma la realtà è che da soli avevamo fatto relativamente bene dal dopoguerra in avanti. La crisi che stiamo vivendo – lo sappiamo – non dipende tanto da noi, quanto dall’euro. Ad esempio, il calo della produttività media che si registra da fine anni ’90 rispetto alla Germania è attribuibile proprio all’adozione di un cambio rigido. Pertanto, fuori dalla moneta unica, chi ci garantisce che sul nostro territorio unioni politiche alternative all’Italia possano ottenere risultati migliori?

    Nessuno ce lo può garantire: anzi, l’enorme lavoro, la fatica e il dispendio di risorse e di uomini necessario a concepire e realizzare nuove comunità politiche è tale, a fronte di una totale incertezza sull’esito finale, da scoraggiare qualsiasi persona di buon senso. Dunque privarci della nostra «Italia» (e di una sua moneta) sarebbe una scelta tanto rischiosa quanto inutile, che penso nessuno in una società non del tutto sclerotizzata vorrebbe perseguire davvero (dunque, ne sono convinto, nemmeno Grillo o la Lega).

    Se poi volete proprio ragionare in astratto, partendo dalla teoria per capire quello che serve per costruire una comunità politica (al netto della forza bruta), ci torna utile quanto avevo detto la scorsa settimana. Il senso del ragionamento era che lo scopo di una comunità è il benessere dei suoi membri: cosa che a sua volta richiede tanto un certo livello di compenetrazione economica che un certo sentimento di appartenenza. Ebbene: sulla base di questi criteri come rifareste l’Italia?

    Il compito non è facile, perché non è chiaro dove questi criteri (su cui già non tutti saranno d’accordo) si manifestino in modo netto. Dividereste l’Italia tra Nord e Sud? E mettendo Roma dove? O forse è meglio dividerla in tre? E cosa dire della “Padania” della Lega o del Regno delle Due Sicilie che Grillo ha tirato fuori dal cilindro? Il folklore del Carroccio sarebbe un’identità padana? E se guardassimo alle regioni? Pensiamo che uno di Ventimiglia abbia più da spartire con un francese o con uno delle Cinque Terre? E se provassimo a fare le macroregioni? Mettereste insieme persone solo perché si scambiano prodotti ma non parlano la stessa lingua? Riprovereste davvero con il mito tecnocratico che sta distruggendo il continente?

    Conclusioni

    Non credo sussistano molti dubbi: nell’immediato l’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. Le ragioni per cui il caro, vecchio Stato italiano spicca come la struttura politica più adatta a perseguire le nostre aspirazioni di benessere dipende semplicemente dal fatto che esso è stato costruito per questo nel corso di decenni lunghi e faticosi: e adesso non ha alcun senso ricominciare da capo a costruire qualcosa di alternativo.

    Il vero problema oggigiorno è l’euro, tolto il quale gli Stati potrebbero recuperare varie forme di coordinamento a livello europeo e globale. E senza la moneta unica, che non serve ad allentare le tensioni ma a crearle, è probabile che molte spinte autonomiste in giro per l’Europa perderebbero di forza. Tuttavia non saprei dire – né spetta a me farlo – se, una volta ripristinate le valute nazionali, per la Scozia o per le Fiandre abbia ancora un senso avanzare pretese di autonomia. In fin dei conti queste sono questioni che riguardano i singoli Stati. Certamente ciò da cui dovremmo guardarci una volta usciti dall’euro è l’ideologia che l’ha sostenuto: un’ideologia che attacca lo Stato per dissacrare ogni forma di autorità pubblica e affermare interessi privati.

    Andrea Giannini

  • Viaggio alla scoperta della canzone d’autore: musica e parole appartengono alla comunità

    Viaggio alla scoperta della canzone d’autore: musica e parole appartengono alla comunità

    ChitarraLa canzone è una forma musicale di grandissima popolarità e notevole potenziale espressivo – comunicativo. Ognuno di noi ha certamente una o più canzoni che negli anni ha amato o a cui si sente maggiormente legato. Magari semplicemente perché una canzone gli ricorda episodi della sua infanzia della sua adolescenza. Insomma le canzoni – è noto – muovono i ricordi, legate come sono a volti, vicende personali e/o collettive racchiuse nella nostra memoria (a questo proposito qui è possibile consultare gli articoli della stagione scorsa, dedicati alla “Musica Nuova“). Ma oltre a questi aspetti psicologici, affettivi e privati (anche quando riguardano migliaia di persone) ci sono caratteristiche che rendono la canzone immediatamente un “oggetto sociale”. Anzi, possiamo certamente sostenere che la canzone sia già frutto di un’attività sociale: la canzone è indice di (e spesso favorisce le) relazioni sociali.

    Banalmente, si scrivono canzoni per poi cantarle o perché siano cantate da qualcuno. Anche la canzone “rimasta nel cassetto”, in realtà avrebbe voluto spiccare il volo verso il mondo. Ben difficilmente qualcuno scriverebbe solo ed esclusivamente per se stesso, in quel caso, come dire, si tratterebbe di “canzoni catatoniche”… Magari si scrive e poi vien meno il coraggio di fare ascoltare le proprie canzoni agli altri per paura dei giudizi (ecco una possibile genesi per le canzoni che rimangono nel cassetto…). Ma d’altra parte qualsiasi “oggetto ideale” – come è una canzone nella fase embrionale – diventa una canzone vera e propria solo quando qualcuno inizia ad ascoltarla, ossia quando diventa socializzabile/comunicabile/ripetibile/giudicabile.

    La popolarità e/o il successo rappresentano poi una ulteriore sfaccettatura che riguarda (e necessariamente segue) la creazione/produzione di una canzone. A questo punto mi sembra utile inserire un distinguo tra “popolarità” e “successo”. Certo, un brano di successo diventa, per forza di cose, popolare, nel senso di “conosciuto a livello di massa”. Ma il termine – almeno in un’accezione del suo significato – mi sembra che rimandi ad un contesto storico particolare e recente. Le canzoni (e i cantanti-interpreti) di successo sono esplicitamente un fenomeno successivo alle consistenti innovazioni tecnologiche – applicate alla realtà/mercato dei mass media – che hanno caratterizzato la prima metà del ventesimo secolo: la radio; le tecniche di registrazione; il disco e poi la cassetta audio, la televisione, la possibilità di amplificare ed elaborare il suono ecc… E parallelamente il formarsi/nascere dell’industria culturale, che tutti questi mezzi ed opportunità offerte dalla tecnologia userà a spada tratta, abusandone.

    Però il successo può anche finire, essendo legato molto spesso alle mode. Quindi una canzone/cantante di successo dopo non molto tempo potrebbe sparire dalla memoria, all’insegna dell’effimero. Il termine “popolare”, invece, mi sembra maggiormente legato alla memoria, al ricordo: la popolarità si guadagna, è frutto di un lavoro costruito nel tempo, un traguardo, non il risultato di invasive strategie promozionali e pubblicitarie; c’entra relativamente con i risultati delle vendite e le Hit parade. Prendiamo ad esempio Blowind in the wind, We shall overcome, O sole mio, Il ragazzo della via Gluck, Fischia il vento, La canzone del sole, Nel blu dipinto di blu (Volare). Queste sono canzoni “popolari” perché rimaste nella memoria storica e ne vanno ad arricchire la tradizione musicale. E in quanto vanno a sedimentarsi negli strati più o meno profondi della tradizione/costume/cultura di una collettività, le canzoni diventano traccia/segno/simbolo/icona sonora di quella stessa comunità. Ogni canzone, anche la più dimenticata, costituisce comunque la traccia di un particolare periodo storico.

    Tuttavia, in quanto prodotto culturalmente complesso, la canzone diventa, da elemento semplicemente residuale, “segno”  di quel determinato periodo: fornendoci delle informazioni (aspetti formali e strutturali, caratteristiche del giro armonico, rapporto col testo, tecniche di registrazioni e supporto audio eventuale…) ci aiuta ad identificarlo. Se poi quella canzone fosse (o fosse stata) molto popolare, addirittura potrebbe assurgere a simbolo di un’epoca, una vicenda storica, una comunità, un gruppo di persone. Canzoni-simbolo possono considerarsi : Like a rolling stone di B. Dylan, La locomotiva di F. Guccini,  Bella ciao, Sapore di sale di G. Paoli, Satisfaction dei Rollig Stones, e ovviamente altre.

    Dopo queste doverose premesse, nella prossima uscita iniziaremo il nostro viaggio attraverso la “forma canzone”…

    Gianni Martini

     

  • Come realizzare un piccolo spazio verde sulle finestre, sui balconi e sulle terrazze

    Come realizzare un piccolo spazio verde sulle finestre, sui balconi e sulle terrazze

    1Questa settimana forniremo qualche suggerimento su come si possano realizzare cassette di piante da collocare sulle finestre, sui terrazzi e sui balconi.
    Innanzi tutto, la scelta delle varietà deve sempre adeguarsi al contesto ed alle condizioni di esposizione, luce e climatiche in cui le differenti essenze vengono inserite. Le cassette presentano, poi, rispetto ad un giardino un indubbio vantaggio, è infatti possibile sostituire le piante in base alle stagioni, ottenendo così un effetto che varia nel tempo. In questo caso suggeriamo di utilizzare preferibilmente varietà annuali o stagionali. Queste ultime sono infatti assai meno costose, si sviluppano appieno in poco tempo e possono, una volta terminato il loro ciclo vegetativo, essere agevolmente rimpiazzate.

    2Va poi detto che, a differenza di quanto si possa pensare, le piante sono in grado, anche in poco spazio, di crescere e fiorire in modo abbondante, garantendo anche al neofita ottimi risultati.
    In questo articolo forniremo solo qualche esempio, essendo il numero delle combinazioni di diverse tipologie di essenze pressoché infinito e liberamente combinabile da parte del progettista.
    La prima scelta di fondo che si pone è di scegliere tra uno schema della cassettaclassicooppure uno naturale e spontaneo. Come regola generale, nel primo caso, si può optare per l’utilizzo di piante dal portamento compatto e scultoreo, ad esempio piccoli bossi, ligustri o, specie nel periodo invernale, agrifogli, skimmie o analoghe essenze. L’effetto “formale” viene poi accentuato, qualora queste ultime vengano collocate in modo geometrico nelle cassette, per esempio o al centro o ai due estremi laterali delle stesse.

    3Nel caso in cui si voglia, invece, ottenere un’immagine più naturale e spontanea, le piante verranno posizionate nei contenitori secondo uno schema libero, eventualmente su più livelli ed in base all’estro del proprietario. Durante la primavera e l’estate si possono utilizzare un’infinita varietà di piante annuali o biennali tra cui: petunie, lobelie, piante del tabacco, gerani, pelargoni, tageti, nasturzi, viole, calendule… Si possono inoltre inserire nei contenitori molteplici bulbose quali ad esempio: giacinti, tulipani, crochi, narcisi, muscari
    Per quanto concerne le dimensioni delle piante, possiamo solo dire in generale che queste dovranno variare in base alla grandezza dei contenitori, alla loro ubicazione ed al risultato finale che si intende ottenere. Da un punto di vista cromatico, di regola suggeriamo di optare per un colore di fondo (il bianco, il rosa, il giallo, l’azzurro…) e di inserire, a seconda dell’effetto finale desiderato, differenti variazioni sullo stesso tema.

    4Di massima, i rosa si abbinano bene agli azzurri, ai violetti, ai bianchi. I gialli possono essere enfatizzati dall’arancione e dai rossi. Il bianco è un colore puro che risalta in contrasto con il verde, specie se scuro, o può essere abbinato ai rosa, agli azzurri e violetti. L’aspetto cromatico risulta, come è facilmente intuibile e senza voler entrare nelle articolate teorie della celebre paesaggista inglese Gertrude Jeckyll, estremamente importante. A seconda del colore scelto, verranno individuate le essenze più adatte, per esempio per il giallo i tageti, le calendule, i narcisi o i nasturzi. Per il rosa si può optare per le petunie, i pelargoni, i gerani ed i giacinti. Per il blu-azzurro suggeriamo i muscari, le lobelie, gli iris (bulbosi o tuberosi) ed i mecanopsis. Per il bianco si potranno utilizzare varie bulbose (narcisi, giacinti, gigli…), le surfinie, le piante del tabacco, i gerani ed i pelargoni.

    5In generale si può poi dire che i colori freddi garantiscono, soprattutto se utilizzati a contrasto con il verde intenso ed il verde grigio un effetto formale e classico all’insieme, per contro quelli caldi risultano generalmente più “spontanei” e “disordinati”.
    In alcuni dei futuri articoli cercheremo di fornire al lettore qualche esempio concreto di cassetta, ciascuno correlato ai diversi periodi dell’anno. Proveremo quindi a dare anche al neofita qualche suggerimento utile affinché egli possa scegliere tra le numerosissime essenze esistenti quelle più adatte alle sue esigenze e possa realizzare, in poco spazio, uno spazio verde che gli permetta di cogliere, anche solo dalle finestre di case, l’incessante variare delle stagioni.

                                                                                                                                                                                                                                                                   Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Gli Stati (mai) Uniti d’Europa e il ruolo delle identità nazionali. La fine del “sogno europeo”

    Gli Stati (mai) Uniti d’Europa e il ruolo delle identità nazionali. La fine del “sogno europeo”

    EuropaQualche giorno fa Beppe Grillo posta sul suo blog una serie di “considerazioni storiche” sul futuro del paese e sulla possibilità (auspicio?) che l’Italia finisca per dividersi. Tra gli altri, Il Giornale commenta con un titolo geniale: Grillo sale sul Carroccio”. Tuttavia nella realtà il comico non sta propugnando una precisa linea separatista. Piuttosto, come è sua abitudine, attraverso domande e periodi ipotetici, lancia il sasso e poi nasconde la mano. È il solito giochino del “megafono del movimento” che la spara grossa per ottenere la più ampia visibilità mediatica. L’obiettivo è sempre raccattare i delusi in circolazione con messaggi sufficientemente forti da dare l’impressione che la nuova forza politica sia portatrice di mutamenti radicali, ma anche sufficientemente ambigui per evitare di doversi schierare nettamente in un modo, allontanando dal movimento quelli che la pensano al modo contrario. È una strategia che abbiamo visto all’opera a proposito del tema dell’euro: e tra l’altro, a questo riguardo, i nodi stanno venendo al pettine, visto che qualcuno ha già cominciato a rinfacciare al movimento di non avere una propria posizione.

    Dunque certamente non si deve scambiare l’abitudine di Grillo alla boutade per un manifesto programmatico. Purtuttavia, ciò detto, non bisogna nemmeno sottovalutare la sua capacità di puntare con decisione ai “fronti caldi”. Infatti anche in questa occasione il comico genovese ha toccato un nervo scoperto. Dopo essersi costruito un consenso con il tema dell’autoreferenzialità della Casta e dopo averlo consolidato con il tema della critica all’Europa (punti su cui gli altri partiti sono poi stati costretti ad inseguire), Grillo conferma per la terza volta un’indiscutibile capacità di anticipare gli argomenti clou della politica andando a mettere il dito nella ferita aperta. E il tema scottante, oggi, è il nodo irrisolto del ruolo degli «Stati nazionali».

    È un peccato che il fondatore del M5S abbia partorito un soggetto politico con limiti strutturali e premesse ideologiche assurde: perché il fiuto davvero non gli mancherebbe. O forse sono gli altri ad essere particolarmente indietro. Comunque sia, resta il fatto che in Europa c’è un enorme problema di identità e di istituzioni politiche: e mentre gli altri si baloccano con le quote rosa, Grillo si è già mosso per cavalcare quest’onda a modo suo.

    Senza dubbio il comico ha intuito che il vaso di Pandora si sta scoperchiando con le tensioni in Ucraina e la decisione della Crimea di staccarsi da Kiev per riavvicinarsi a Mosca. Questo delicato passaggio pone infatti urgenti questioni di legittimità (come notano, tra gli altri, Panorama e l’economista Jacques Sapir). Tuttavia esistono da tempo altri problemi: la Scozia che si esprimerà sull’indipendenza dall’Inghilterra il prossimo 18 settembre; la Catalogna che vorrebbe votare per staccarsi da Madrid il 9 novembre (ma è più decisamente osteggiata dal governo spagnolo); infine la contrapposizione in Belgio tra fiamminghi e valloni, che può portare il paese a fare la fine della Cecoslovacchia. Su quest’onda altre cause separatiste, come quella corsa, quella basca e quella irlandese, per non parlare di quella leghista in casa nostra, rischiano di riaccendersi.

    Tutte queste vicende sono legate da un filo rosso che passa per Sebastopoli e arriva fino alla villa del comico a Sant’Ilario. Questo filo è evidentemente il fallimento del progetto politico europeo e la necessità che da qui segue di ripensare il ruolo dello Stato e il senso delle comunità nazionali in un mondo globalizzato. La vicenda ucraina, per il momento, interessa l’Unione Europea solo di riflesso; nel senso che rapportarsi a spinte autonomiste in “politica estera”, per di più con uno Stato che un domani potrebbe chiedere di diventare membro, pone un problema di coerenza nell’atteggiamento da tenere verso le analoghe spinte in “politica interna”. Ma tutto il resto, da Edimburgo a Varese, è l’espressione diretta dell’inconsistenza del progetto federale europeo.

    Autorità pubblica e identità nazionale

    italia-europa-politicaSe mi è concesso banalizzare un po’ un problema altrimenti troppo complesso, direi che l’autorità pubblica, e quindi le istituzioni ad essa collegate, hanno senso unicamente in quanto espletano una semplice funzione: la collezione delle risorse pubbliche, ossia, in una parola, la riscossione delle tasse. Per realizzare degli scopi a livello collettivo, infatti, occorre qualcuno che abbia il consenso per usare le risorse di tutti a fini comuni. E il fine ultimo è certamente il benessere della comunità.

    Tuttavia decidere sui modi in cui si persegue questo benessere e il fatto che il benessere di alcuni possa facilmente entrare in contrasto con il benessere di altri può spezzare l’unione di un gruppo sociale e delle sue istituzioni. Per questo si dice che la comunità ha bisogno di un “senso di appartenenza”: i singoli devono riconoscersi come membri di un’entità collettiva, la cui sopravvivenza valga qualche compromesso individuale e qualche sacrificio. Occorre, insomma, in termini spiccioli, benevolenza, comunicazione e comprensione reciproca, cosa che richiede inderogabilmente il riconoscimento tra i membri di una comunità di tratti comuni.

    Questo “senso di identità” comunitario deve essere evidentemente esclusivo. Come appartenenti al genere umano abbiamo certamente tutti dei caratteri comuni. E all’opposto come individui siamo tutti unici e diversi. Ma da un punto di vista sociale e culturale siamo simili ad alcuni e diversi da altri. Le comunità si definiscono e si riconoscono, dunque, grazie a un’identità comune ed esclusiva. Ciò non toglie che, come si diceva, il senso di una comunità è il mantenimento del suo benessere: tuttavia la precondizione perché si realizzi la ricerca collettiva del benessere è il superamento delle diffidenze reciproche attraverso la costituzione di un’identità collettiva.

    Questa almeno, a grandi linee, è stata la lezione che ci aveva consegnato la modernità fino al secolo scorso, quando due guerre mondiali hanno posto il problema di come evitare il rischio di nazionalismi conflittuali. A questo argomento, poi, si sono aggiunte le dinamiche della globalizzazione, interpretata come sviluppo di fenomeni e soggetti transnazionali che richiedono una forma di controllo politico più elevato rispetto alle singole autorità nazionali.

    L’Europa (mai) Unita

    [quote]Quella che in questi anni abbiamo chiamato “identità europea” altro non era che la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato[/quote]

    europa-bceIl progetto di unificazione europeo va considerato in questo contesto. Nelle intenzioni esso doveva essere, da un lato, una prima risposta politica ai problemi posti dalla globalizzazione e dal rischio della conflittualità tra nazioni; dall’altro lato, come autorità pubblica, avrebbe dovuto basare il proprio consenso su un benessere generale conseguito attraverso la mera gestione tecnocratica. In altri termini, secondo le élite che hanno guidato il processo, non sarebbe stato necessario tanto fondare il consenso su ragioni ideologiche o identitarie: sarebbe bastata la prosperità economica, garantita dai governanti in virtù della loro conoscenza tecnica delle leggi dell’economia.

    Il problema dell’identità, cui facevamo accenno prima come indispensabile, veniva eluso facendo la somma delle identità preesistenti. Non c’era, infatti, e non c’è mai stata, alcuna riflessione su una possibile “identità europea” diversa da altre identità culturali e politiche nel mondo. Tra Gran Bretagna, Spagna e Danimarca non ci sono, al fondo, tratti comuni particolari che non siano al contempo condivisi da Canada o Nuova Zelanda. Questo significa che quella che in questi anni abbiamo chiamato “identità europea” altro non era che la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato, che ha una lingua e una visione politico-economica di derivazione anglosassone.

    Pertanto, senza una vera identità comune e con un approccio multiculturale, il risultato del tentativo di unificazione l’Europa non poteva essere che l’esaltazione delle componenti identitarie locali. Infatti, se il progetto politico è la “nazione”, è ovvio che c’è un superiore “interesse nazionale” al quale le aspirazioni locali, in ultima analisi, si devono piegare: l’integrità della Spagna, in quest’ottica, viene prima delle esigenze di autonomia della componente basca. Se però, al contrario, gli Stati dovranno alla fine confluire verso un super-Stato federale europeo, in un quadro di equidistanza e pari dignità di tutte le componenti, allora è chiaro che baschi, catalani, andalusi e spagnoli hanno tutti lo stesso diritto a vedersi riconoscere un’eguale autonomia. Ecco dunque come la spinta centripeta del progetto federale riveli in realtà un esito centrifugo all’affermazione di identità locali.

    Questo processo disgregativo, per di più, è esasperato dalla crisi economica: una crisi che, giova ricordarlo, è tutta europea. Il ripiegamento su stessi viene vissuto, dunque, non solo come il diritto all’affermazione della propria identità, ma anche come la risposta a un problema economico che l’Unione Europea non sa affrontare. Le “regole europee”, espressione di un tecnicismo centralizzato favorevole alle multinazionali (non certo alla salvaguardia delle economie locali), diventano l’odioso simbolo di un disagio troppo grande. E così è completo il fallimento del progetto federale, che prima ha preteso di poter dare benessere con la tecnica ignorando il problema politico dell’identità; e oggi fallisce anche quell’obiettivo di benessere che era la sua unica ragione, regalando povertà e disoccupazione e tirando il freno alla ripresa globale.

     Il futuro

    Agli Stati per anni è stato raccontato che tutti i loro problemi dipendevano dalla mancanza di un’entità politica più grande: ora che l’Unione più grande ce l’abbiamo e i problemi sono aumentati a dismisura, ci si può ancora ostinare a credere che l’integrazione raggiunta sia insufficiente (ossia che ci vuole “più Europa”), ma non si può davvero biasimare chi invece va alla ricerca di una maggiore autonomia locale. L’ormai prossima fine del progetto europeo, dunque, non ci riporterà magicamente alla situazione che c’era prima di Maastricht; ma ci consegnerà a una situazione di forte incertezza politica causata dalla demolizione delle precedenti certezze. È il frutto amaro di una lotta ideologica allo Stato che va avanti da almeno trent’anni e che a questo punto dovremmo ripensare.

    A questo proposito la settimana prossima esamineremo il caso dell’Italia, cercando di trarre la giusta lezione dal fallimento dell’Europa e provando a domandarci se davvero parlare di “nazione italiana” nel terzo millennio, come lascia intendere Grillo, non abbia più alcun senso.

     

    Andrea Giannini

  • Cosa avete capito della crisi ucraina? Non ci sono buoni e cattivi e neanche invasioni militari

    Cosa avete capito della crisi ucraina? Non ci sono buoni e cattivi e neanche invasioni militari

    Proteste in UcrainaScrive Marcello Foa: “Che cosa avete capito della crisi ucraina? Verosimilmente che il popolo ucraino si è ribellato contro un presidente arrogante e autoritario, Viktor Janukovyč, il quale ha cercato di reprimere la protesta, uccidendo decine di persone, ma che alla fine è stato destituito. La Russia si è arrabbiata e per ripicca ha invaso la Crimea. Confusamente tu, lettore, avrai capito che il popolo vuole entrare nell’Unione europea, mentre Janukovyč e, soprattutto, Mosca si oppongono. Fine”.

    È una sintesi perfetta di quello che dicono chiaro e tondo alcuni illustri commentatori; ma soprattutto è una sintesi di quello che indirettamente, nei racconti e nelle testimonianze giornalistiche “oggettive”, è considerato “implicito”, scontato, che non occorre approfondire perché – c’è da presumere – è ovvio. Siamo di fronte, in buona sostanza, al classico frame giornalistico: un contesto, una cornice (frame, in inglese), di senso e di valore che, in un modo o nell’altro, si costituisce nell’immediatezza di un evento per inquadrarlo o favorirne la divulgazione e che poi resta come riferimento implicito per gli sviluppi futuri. È un’interpretazione semplificata; che però è dura a morire, soprattutto se ingloba giudizi e pregiudizi.

    Nel caso della rivolta ucraina, per esempio, si fa presto ad identificare “i buoni” con il blocco diplomatico USA-UE e “i cattivi” con la Russia di Putin. Stati Uniti e Unione Europea sono una realtà “occidentale” con molti difetti, ma con una vitale caratteristica: la democrazia. Dall’altra parte, invece, abbiamo quello che resta del vecchio impero sovietico, una realtà “orientale” che tradizionalmente associamo al centralismo e alla dittatura. E bisogna pur ammettere che questa Russia conservatrice, ostile agli omosessuali, governata da oligarchi ed ex-agenti del KGB, non appena la situazione si è surriscaldata, ha subito fatto ricorso alle armi. Come non solidarizzare, dunque, con le “proteste pacifiche” degli ucraini e non condannare le mosse di Putin, che di colpo riaprono scenari da guerra fredda?

    In realtà qui nessuno vuole “riabilitare” Putin. Nessuno dubita che in Russia succedano cose riprovevoli: ma questa considerazione che rilevanza ha ai fini della crisi ucraina? Davvero tutto sta accadendo perché Putin è cattivo e “fuori dalla realtà”? Davvero siamo davanti solo all’ennesimo dittatore folle? Davvero due superpotenze mondiali sono finite in questo vortice semplicemente perché, come nei vecchi film western, i “pellerossa” sono assetati di sangue e i “cowboy” pensano alla giustizia e alla difesa degli oppressi?

    Difficile crederlo. La logica dei “buoni” e dei “cattivi” può funzionare nei cartoni animati: ma dovremmo sapere che la realtà è un po’ più complessa, sia per quanto attiene, a un livello filosofico, le azioni morali degli uomini, sia per comprendere le ragioni e le strategie della politica estera internazionale. Se il problema fosse solo salvare gli oppressi, infatti, che dire dei centinaia di conflitti e genocidi sparsi in giro per il mondo che lasciano spesso indifferenti Russia, Stati Uniti, Cina e le altre potenze? Che dire ad esempio dei massacri nella Repubblica Centrafricana, che purtroppo ha il torto di essere uno dei paesi più poveri della terra? Se tutti sono così interessati all’Ucraina, allora, dobbiamo concludere che non è solo una questione di giustizia. E’ probabile, anzi, che il paese abbia una qualche rilevanza di qualche altro tipo.

    Stando a quello che si può leggere in giro ci sono almeno quattro ordini di interessi in ballo:

    1) una questione strategica, con le tensioni sullo scudo antimissile che la NATO sta dispiegando in Europa per difendersi (ufficialmente) da Iran e Corea del Nord;

    2) una questione energetica, con la fornitura di gas russo che passa per l’oleodotto ucraino;

    3) una questione doganale, con Kiev che si ritrova stretta tra le ambizioni commerciali dei mercati dell’Unione Europea (soprattutto la Germania) e quelle dell’Unione Doganale Eurosiatica;

    4) una questione economica, con l’abbandono delle politiche neo-liberiste promosso da Putin in favore della nazionalizzazione di alcuni grandi compagnie (come appunto il colosso dell’energia Gazprom).

    È evidente, dunque, che USA, UE e Russia non si stanno confrontando sulle legittime aspirazioni del popolo ucraino, bensì su una conflittuale aspirazione all’egemonia e su precisi interessi economici, che naturalmente rimangono nascosti dietro la propaganda di parte. Così, quella che per gli Stati Uniti e l’Europa è un’aggressione militare, per i russi è la risposta ad un colpo di Stato architettato dai servizi segreti stranieri. E, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la versione russa non è meno credibile della versione che danno i media occidentali allineati.

    Ma come – insorgerà qualcuno –, non è forse vero che la Russia ha invaso la Crimea con i suoi militari? Tecnicamente no. I russi dispongono di basi militari a Sebastopoli grazie ad un preciso accordo bilaterale (che scade nel 2017): esattamente come fanno gli americani, che hanno basi anche da noi, in Italia. Quello che la Russia ha fatto negli ultimi giorni è stato aumentare il contingente: una prova muscolare, ma non certo una “invasione”.

    D’accordo – dirà qualcun altro – ma come si fa a credere alla versione del colpo di Stato dei servizi stranieri? Si può: perché è già successo. Secondo la prestigiosa rivista americana Foreign Policy, nel passato sono stati almeno sette i colpi di Stato in cui risulta accertato l’intervento dalla CIA: Iran (1953), Guatemala (1954), Congo (1960), Repubblica Dominicana (1961), Vietnam del Sud (1963), Brasile (1964) e Cile (1973). In Iran, in particolare, con la famosa operazione Ajax si sfruttarono per la prima volta manifestazioni di piazza pilotate.

    Si, va bene – obietterà un terzo – ma non è evidente che la protesta ucraina è una pacifica manifestazione popolare? Direi di no: piuttosto rischia di trasformarsi in una rivolta nazionalista a sfondo fascista. Scrive ad esempio Romano Prodi sul New York Times: “Molti o persino la maggior parte di coloro che protestano sono sinceri e vogliono un’Ucraina pacifica che sia stabile e democratica. Ma c’è anche una fazione violenta che sta occupando i palazzi governativi e attaccando gli agenti di polizia con armi da fuoco e esplosivi. Essa include gruppi nazionalisti di ultra-destra come “Right Sector”, un nuovo movimento estremista, e “Svoboda”, un’organizzazione apertamente antisemita che è ad oggi la terza forza politica di opposizione”. Ancora, Barbara Spinelli su Repubblica: “Nei tumulti hanno svolto un ruolo cruciale – non denunciato a Occidente – forze nazionaliste e neonaziste (un loro leader è nel nuovo governo: il vice Premier). Il mito di queste forze è Stepan Bandera, che nel ’39 collaborò con Hitler”.

    La Spinelli riconosce un altro dato incontrovertibile: la forte componente russa della popolazione ucraina. “È sbagliato chiamare l’Est ucraino regioni secessioniste perché “abitate da filorussi “. Non sono filo-russi ma russi, semplicemente. In Crimea il 60% della popolazione è russa, e il 77% usa il russo come lingua madre (solo il 10% parla ucraino)”. Aggiungo che Janukovyč, per quanto indubbiamente legato a Putin e agli interessi della Russia, non è certo andato al potere con la forza: al secondo turno delle presidenziali del 2010 è stato eletto con il 51,8% di consensi in un voto fondamentalmente regolare e democratico (secondo quanto stabilito da una missione della stessa Accademia Europea per l’Osservatorio sulle Elezioni).

    A fronte di tutto questo, dunque, se gli USA mandano il segretario John Kerry a Kiev per commemorare i caduti di Euromaidan e incoraggiare la rivolta in uno Stato che è un potenziale alleato russo a soli 850 km da Mosca, è evidente che quella che stanno cercando è una deliberata provocazione a Putin.

    Occorre pertanto ristabilire un po’ di equilibrio. Non è facile capire dall’Italia cosa stia realmente succedendo in Ucraina: ma è chiaro che non si può prendere per oro colato una singola versione. L’Ucraina è scissa in varie componenti ed è sull’orlo del default economico: una combinazione di fattori che può essere sfruttata dalle varie potenze per estendere un’influenza decisiva su Kiev. Quel che è certo è che in questo intreccio di interessi che divide la stessa Unione Europea, in questo contenzioso tra potenze egemoni che ci riporta indietro di trent’anni, proprio non ci sono “buoni”.

    Andrea Giannini

  • Co.Re.Com, non solo telefonia: ecco le prime conciliazioni in materia di Pay TV

    Co.Re.Com, non solo telefonia: ecco le prime conciliazioni in materia di Pay TV

    televisioneCari lettori, fino ad oggi non ho mai voluto parlare dell’associazione di cui sono presidente (progetto UP, Ufficio Polifunzionale), ma questa settimana colgo l’occasione per raccontarvi un episodio che ritengo di pubblica utilità. Più volte vi ho parlato dell’obbligatorietà di adire il Co.Re.Com. per il tentativo di conciliazione prima di adire le vie legali in materia di telecomunicazioni.

    Ed è proprio il termine “telecomunicazioni” che è importante. Già, perché finora abbiamo trattato di telefonia o di canone Rai. Ma che cosa succede in caso di network a pagamento? Interviene sempre il Co.Re.Com. Stamani, per la prima volta in Liguria, vi sono state, presso la sede del Co.Re.Com Liguria in via D’Annunzio, a Genova, le prime conciliazioni in cui una delle parti era Mediaset Premium. Va precisato che Mediaset Premium è un marchio di RTI S.p.A., società che lo detiene. Ho avuto il “privilegio” di rappresentare, come associazione, il primo utente ligure in quella veste. Non sarà una soddisfazione enorme, ma di certo questa circostanza è stata, a suo modo, storica.

    Ritornando all’argomento base, questo era solo una maniera per ricordare a tutti che, se la telefonia è un intrico spesso di difficile risoluzione, quello con le cosiddette Pay TV non è da meno. Anche in quel caso trovate contratti prestampati con caratteri minuscoli e tutte quelle belle cose di cui più volte ho parlato. Con truffe annesse e confusione dirompente, come quella che SKY e Fastweb (a mero titolo di esempio) generano nella loro pubblicità congiunta.

    A proposito delle Pay TV, mi fa sorridere vedere le pubblicità che queste ultime fanno all’interno dei programmi RAI. D’altronde si sa, la pubblicità è l’anima del commercio. Un’ultima cosa: per le controversie relative alla RAI, il Co.Re. Com. non è stato abilitato. Facciamoci qualche domanda…

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.