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  • I giardini di Venezia: terreni sottratti alla Laguna, piante esotiche da tutto il mondo

    I giardini di Venezia: terreni sottratti alla Laguna, piante esotiche da tutto il mondo

    giardini-di-venezia-1In generale quando si pensa a Venezia, viene immediatamente in mente il mare, la Laguna, l’acqua ed un intricato labirinto di calle su cui si affacciano i palazzi cittadini. In questo panorama, passa, apparentemente, in secondo piano il Verde. Durante una mia vacanza di qualche anno fa, ho avuto modo di capire quanto siano invece numerosi, e spesso segreti, i giardini della Serenissima. Un po’ come in altre città italiane, Genova in particolare, a Venezia alberi, arbusti e cespugli si celano, spesso volutamente, tra gli edifici. Serve uno sguardo attento (e buone amicizie!) per poter cogliere il ricco insieme che si nasconde sulle terrazze e nei giardini interni ai palazzi.

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    Sin dai tempi più remoti la città, grazie ai commerci con l’Oriente, ha importato numerosissime e particolari varietà di piante, per lo più sconosciute altrove. In particolare preziose ed inusuali erbe aromatiche, moltissime varietà di rose, di oleandri e molti rampicanti profumati sono sempre stati assai apprezzati ed utilizzati.

    I giardini veneziani sono poi, tra loro, estremamente diversi, si passa da quelli classici ai moderni, dagli articolati ai linearissimi, dai barocchi a quelli essenziali. Si spazia dal labirinto del monastero di San Giorgio Maggiore, dedicato dalla Fondazione Cini a Borges nel 2011, all‘orto-giardino con ulivi del monastero del Redentore dei francescani (così impostato per ricordare il luogo di nascita di San Francesco d’Assisi), al parco barocco di Palazzo Barnabò con fontane, statue ed un incredibile affaccio sui canali, all’inaspettato bosco “selvaggio” di Palazzo Soranzo, fino alla stupefacente e vagamente nipponica semplicità concettuale del giardino di Carlo Scarpa della Fondazione Querini Stampalia…

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    Stanti gli spazi limitati, i veneziani hanno poi sempre sfruttato, per i loro giardini, la ricca campagna intorno alla città. Le enormi ricchezze provenienti dai traffici marittimi sono state investite in numerosissime tenute campestri in cui l’estetica sposava le esigenze dalla produzione agricola. Poste a poca distanza della città, queste proprietà erano abbellite da lussureggianti giardini.

    Per citarne solo uno, si pensi allo splendido parco barocco (uno dei più belli d’Italia!) di Villa Barbarigo Pizzoni Ardemani, giunto sino a noi quasi immutato. Le infinite controversie legali, succedutesi nei secoli, tra eredi legittimi o meno, in merito alla proprietà della tenuta ed allo sconfinato patrimonio familiare, economico, artistico e paesaggistico, hanno infatti provvidenzialmente “congelato” il giardino nel tempo.

    giardini-di-venezia-4Venezia e le ville venete sono strettamente legate e rappresentano quindi un percorso integrato che merita di essere scoperto perché offre un variegato insieme di giardini, molto differenti tra loro per caratteristiche e peculiarità. Tanto quelli di città sono, in genere, piccoli, articolati e spesso “intricati”, quanto quelli in campagna sono invece estesi fino a perdita d’occhio, caratterizzati da prati, alberi secolari e da filari di statue a sottolinearne le sconfinate dimensioni. Nei primi predominerà il profumo ed il colore di rose, rampicanti e varietà esotiche, nei secondi la luce ed il verde chiaro dell’erba che si perde, all’infinito, nella campagna pianeggiante.

    In tutti, dominerà però sempre l’acqua, si tratti delle calle veneziane su cui si affacciano i cortili ed i giardini cittadini o di quella dei canali dei parchi. Ovunque vi è un susseguirsi di fontane tese ad abbellire il paesaggio, estenderne le dimensioni, valorizzare le alberature e le tenute barocche, che si riflettono nelle vasche. L’acqua ha, nel giardino veneto, però soprattutto un valore simbolico: ricorda il Mare, solcato per i traffici con paesi lontani. Rappresenta in sintesi l’elemento su cui si fonda tutta la fortuna e la grandezza della città.

    A Venezia l’acqua nutre parchi e giardini ma, al tempo stesso, mina le fondamenta dei palazzi, che su di essa galleggiano. Rappresenta quindi l’origine della Serenissima, l’inizio e la fine. È la fonte delle passate ricchezze terrene ma ricorda sempre quanto queste ultime “scorrano” e siano fugaci.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • L’Anemone Giapponese: fiori autunnali increspati rosa tenue o bianco puro

    L’Anemone Giapponese: fiori autunnali increspati rosa tenue o bianco puro

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    Nell’articolo di questa settimana parleremo di una pianta estremamente particolare ma facilmente coltivabile: l’Anemone Giapponese. Con questo termine generico si individuano più correttamente una serie di specie di anemoni a fioritura autunnale, originari della Cina e dell’Oriente in generale, tra cui l’Anemone Hupehensis, l’Anemone Vitifolium e l’Anemone Tomentosa. Tutte queste tipologie appartengono alla grande famiglia delle Ranuncolaceae.

    anemone-giapponese (2)La pianta è elegante e poco diffusa, specie in Italia. Cresce spontanea in zone a clima temperato, in terreni preferibilmente leggeri e, in natura, soprattutto in aree montuose o collinari.
    Non soffre le malattie, non richiede cure particolari e predilige zone semi ombrose o comunque non troppo esposte al sole. In generale dovrebbe mantenere per alcuni mesi la parte vegetativa, composta di alte foglie ombrelliformi di un particolare verde spento, un po’ grigiastre e leggermente corrugate. In realtà nelle stagioni avverse o troppo secche (specie nell’area mediterranea, nella piena estate) questo Anemone tende a scomparire, in particolare le foglie periscono o diventano brunastre.

    anemone-giapponese (3)In autunno, alle prime piogge, l’Anemone riprende però a vegetare, di improvviso ed in modo assai vigoroso. Incredibilmente, dal terreno spuntano nel giro di pochissimi giorni, vigorosi getti di foglie e, poco dopo, eleganti e sofisticati fiori crespati, di un pallido rosa o bianco puri.

    Come avrete capito, la pianta è molto particolare: generalmente fiorisce dopo alcuni anni dalla sua piantagione e mal sopporta trapianti o spostamenti. Nel caso venga spostata dal luogo in cui è cresciuta, spesso non fiorisce per una o più stagioni successive all’espianto.
    L’Anemone Giapponese dà poi i migliori risultati se collocato in terra piena, in vaso stenta ad accrescersi e non si sviluppa né fiorisce in modo rigoglioso.

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    L’ideale è creare macchie di numerose piante dello stesso colore e di grandi dimensioni, da lasciare indisturbate a diffondersi ed “inselvatichirsi” nei prati e nei giardini. Le fioriture saranno davvero spettacolari, di colori assolutamente inusuali e cadranno nel periodo tardo estivo, inizio autunnale in cui vi sono poche altre varietà dalle intense fioriture.

    Sia la colorazione dei numerosi fiori, raggruppati su steli alti anche ottanta centimetri che la loro particolare conformazione, dai petali semplici o doppi, increspati, attorno ai pistilli giallo oro intenso, colpiscono l’osservatore.

    anemone-giapponese (5)Grandi onde rosa spento o bianco puro, su foglie grigio verdastre spiccano, nella particolare luce di inizio autunno, sul suolo brullo ed un po’ “stanco” dopo la calura estiva.
    Consiglio senza dubbio l’impiego di questo particolare Anemone, ancora meno noto e diffuso di quelli primaverili (peraltro già poco presenti nei nostri giardini) con una unica accortezza. Si utilizzi la pianta frammista ad altre essenze, erbacee perenni od altro che colmino gli spazi lasciati liberi dagli Anemoni Giapponesi durante l’apice torrido dell’estate ed il pieno inverno.
    Non cercate infine di addomesticare o controllare questa pianta, otterreste il risultato opposto. È un po’ bizzarra, spunta, compare e scompare come e quando vuole. La sua leggiadra, improvvisa e sofisticata fioritura ripaga però ampiamente il suo coltivatore, necessariamente dimentico per molti mesi di questa stravagante varietà di Anemone.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Renzi – Padoan: dilettanti al potere. “Credibili” in Europa, inattendibili in Italia

    Renzi – Padoan: dilettanti al potere. “Credibili” in Europa, inattendibili in Italia

    renzi-risataDire “se questo fosse un paese serio” è francamente troppo generico. Certo, aiuta se l’obiettivo è quello di far sentire in colpa gli italiani, di convincerli del fatto che sono “inadeguati” ai tempi moderni sia come popolo che come Stato. Se però quello che interessa è comprendere certe dinamiche politiche, allora parlare di “paese” significa prendere in esame un insieme disomogeneo e condannarsi ad un’analisi qualunquista. In questo caso per essere specifici bisognerebbe dire “se avessimo un’opinione pubblica seria”. Ecco: se avessimo un’opinione pubblica seria, e non un sistema mediatico controllato dall’attuale blocco di potere, qualcuno avrebbe già chiesto le dimissioni di Renzi e di Padoan.

    Il problema non è il fatto di voler modificare l’articolo 1 della Costituzione in: L’Italia è una Repubblica fondata sulle tutele crescenti. Non è neppure quello di aver trasformato definitivamente il fu “partito dei lavoratori” nell’ennesimo “partito degli imprenditori”. Il problema è che non dovremmo tollerare i dilettanti. Se fare il premier o il ministro dell’economia significa poter dire la qualunque e non subirne le conseguenze politiche, allora eleggete me: vi assicuro che – benché ciò comporti doversi impegnare molto – anche io posso dirigere questo paese in modo altrettanto pressapochista ed estemporaneo.

    Il fatto è che, mentre la Francia confessa platealmente «Nous refusons l’austerité», l’Italia, che pure vorrebbe ottenere un’analoga flessibilità, ufficialmente continua a dire che sia indispensabile preservare la credibilità. Non si capisce se si debba seguire questa strada perché vogliamo essere “poveri ma buoni” (cioè affermare filosoficamente la superiorità della morale sull’economia), oppure se il rispetto degli impegni possa portare anche qualche vantaggio concreto (perché finora non se ne sono visti). Comunque sia, è curioso che si debba necessariamente essere “credibili” con i partner europei, ma si possa essere del tutto inattendibili nei confronti degli elettori. Anzi, l’una giustifica l’altra: Cari cittadini, avevamo in effetti preso degli impegni con voi: ma ora dobbiamo ammettere che erano parole al vento. Altrimenti dovremmo rimangiarci gli impegni presi con Bruxelles“.

    Questa logica paradossale risponde esattamente a quello che ci ha spiegato l’altro giorno, come se fosse la cosa più banale del mondo, il titolare dell’economia. Nella nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2014, infatti, il buon Padoan ha ammesso che il PIL a fine anno non registrerà il +0,8% che era stato stimato ad aprile (neppure 6 mesi fa), ma un saldo negativo pari al -0,3%: un avvitamento dell’economia che s’intravvedeva chiaro come il sole, ma che pure il governo negava, in perfetta continuità con la linea dei predecessori, sovrastimando l’impatto di alcune misure prese e sottovalutando la gravità di altri problemi ignorati. Ma questo ministro è andato anche oltre: ha voluto ammettere la verità.

    Nelle stesse parole di Padoan, infatti: «alcune cause profonde della mancanza di crescita non sono state ancora ben comprese da tutti noi e siamo di fronte a problemi assai più profondi del semplice andamento ciclico». Insomma, chi guida la nostra economia fa tranquillamente professione di ignoranza: le cose vanno male, anzi malissimo, eppure il governo non ha la più pallida idea del perché. Ce ne sarebbe abbastanza per concludere che la ricetta economica è sbagliata: e bisognerebbe rivolgersi, pertanto, a quegli economisti (e sono tantissimi) che si ostinavano a negare la fantomatica “luce in fondo al tunnel” e chiedevano con forza un cambio di strategia.

    Questo fallimento conclamato, inoltre, dovrebbe ripercuotersi sulle sorti dell’intero governo non solo perché Renzi ha chiaramente sposato l’isiprazione liberista; non solo perché questo stesso impianto è alla base di battaglie politicamente cruciali come quella per l’articolo 18; ma anche perché, quando a luglio il premier venne interrogato sui numeri dell’economia, si permise il lusso di deridere chi faceva il conto dei decimi di PIL: e questo è inaccettabile proprio mentre attraversiamo la peggiore crisi economica dalla seconda guerra mondiale.

    Inoltre il conto di questi errori viene presentato direttamente ai cittadini, mentre non deve incrinare il rapporto con l’Europa. Infatti, nonostante i conti siano sbagliati, a differenza di quello che avviene in Francia, il vincolo del 3% rimane. Renzi a parole difende i cugini d’oltralpe contro l’atteggiamento censorio della Germania: ma fedele al motto “can che abbaia non morde” si guarda bene dal rimettere in discussione il rispetto degli impegni di bilancio. Padoan, dal canto suo, poggia le mani avanti e spiega subito che, se gli aggiustamenti non saranno sufficienti, si ricorrerà (indovinate un po’) ai soliti aumenti IVA. Dunque il governo non mostra alcuna remora a chiarire quale sia il suo principio ispiratore, anche se si tratta solo delle previsioni per gli anni a venire: se sarà necessario, si smentiranno le promesse e si aumenteranno le tasse; ma mai si derogherà a quanto chiede l’Europa.

    La “libera stampa”, se fosse davvero tale, dovrebbe chiamare questa cosa col suo nome: ossia tradimento nei confronti degli elettori, tanto di quelli che si erano espressi contro l’austerità nelle politiche 2013, quanto di quelli che avevano dato fiducia allo slancio rinnovatore di Renzi alle europee 2014 e a cui ora il governo sbatte in faccia la propria incompetenza, dimostrando di averli presi in giro; e dimostrando anche, purtroppo, che avevo ragione io quando un anno fa, dopo le primarie del PD, scrivevo: Renzi non ha alcuna visione alternativa rispetto a Letta o a Monti. La diagnosi è sempre la stessa, e purtroppo è drammaticamente sbagliata: ragion per cui la terapia non guarirà nessuno, anche se cambierà chi ce la somministra“.

     

    Andrea Giannini

  • Viaggio “fuori porta” alla scoperta di una ligure doc, la mucca cabannina

    Viaggio “fuori porta” alla scoperta di una ligure doc, la mucca cabannina

    mucca-cabannina (1)Per la prima avventura “fuori porta” di #EraOnTheRoad abbiamo scelto di parlare di allevamento. Non quello intensivo, dei grandi numeri, ma quello a misura del nostro Appennino, fatto di pochi capi e di razze autoctone. Siamo andati a in Valle Scrivia, nel comune di Savignone nel Parco dell’Antola, alla scoperta della mucca cabannina.
    In un sabato di settembre, sotto un cielo un po’ incerto, ci siamo lasciati Genova alle spalle, abbiamo superato Montoggio e Avosso e, dopo il bivio per Valbrevenna, abbiamo svoltato in una strada stretta che attraverso i boschi ci ha portati a destinazione. L’Autra è conosciuta come agriturismo e fattoria didattica ma prima di tutto è un’azienda agricola che nasce nel 1983 dal desiderio di Alfredo Bagnasco di avere una vita diversa fatta di animali, di campagna e di vita lontano dalla città.

    All’Autra ci sono venti vacche di razza cabannina, l’unica razza bovina interamente ligure che deve il suo nome alla frazione di Cabanne, nel comune di Rezzoaglio, nel cuore del Parco dell’Aveto. Alfredo alleva le mucche di razza cabannina principalmente per il latte e per il formaggio: il piccolo caseificio annesso all’azienda agricola produce due o tre volte la settimana delle formaggette e della ricotta che vengono distribuite in un circuito di commercianti locali. Con Alfredo andiamo a cercare le mucche al pascolo e, prima di vederle, ne intuiamo la presenza dai prati puliti e rasati. «Un tempo questi pascoli erano incolti e abbandonati – racconta Alfredo – le cabannine ora pascolano libere in un’area di circa 8 ettari e contribuiscono così alla pulizia di prati e boschi».

    Nel XIX secolo i capi di razza cabannina erano circa 40.000, oggi siamo nell’ordine di poche centinaia. Ma l’estinzione, che agli inizi negli anni ’70 era un rischio concreto, per ora è scongiurata grazie al congelamento del seme e all’intervento, tra gli altri, dell’Associazione Provinciale Allevatori di Genova e di Slow Food che tutela la razza come Presidio.
    Le ragioni di questa caduta libera verso l’estinzione? Alfredo cita le mucche di razza bruna, animali più massicci e molto più produttivi spesso prediletti dagli allevatori a discapito delle razze autoctone. Ma le caratteristiche di un animale da allevamento vanno inevitabilmente incrociate con le caratteristiche di un territorio. E quando ci troviamo davanti il primo esemplare di cabannina possiamo constatare che si tratta di una mucca piccola, robusta e compatta, evidentemente perfetta per sfruttare i pascoli ripidi del nostro entroterra. La bruna, una mucca di dimensioni decisamente più grandi, non sarebbe adatta a questi terreni poveri e impervi. È evidente, dunque, che parliamo di una razza meno produttiva rispetto ad altre oggi tanto diffuse, ma si tratta di un animale da allevamento con l’Appennino genovese nel dna e le cui caratteristiche sono perfette per dare il meglio proprio in questo habitat.

    Dopo l’incontro ravvicinato con le cabannine, che si sono dimostrate anche estremamente fotogeniche, siamo ritornati verso il caseificio e con Alfredo abbiamo parlato di futuro. Innanzitutto ci siamo chiesti se l’allevamento può essere una chance per il domani di tanti giovani in cerca di opportunità. «Sicuramente i margini per lavorare ci sono anche se la vita a cui si va incontro è fatta di sacrifici e di tanto lavoro», racconta Alfredo.

    Ragionando sul presente e sui fatti, oggi c’è sicuramente un interesse diffuso verso l’allevamento; all’Autra un primo dato in questa direzione ce lo danno i numeri della fattoria didattica: circa 50 classi in visita in due mesi. Inoltre, nuovi mestieri potrebbero nascere nel solco della tradizione: Alfredo ha anche una quindicina di asini con cui vorrebbe sviluppare attività legate alla pet teraphy o al trekking, cosa peraltro già sperimentata in altre regioni d’Italia.

    E parlando di futuro, tra i tanti scenari possibili, emerge il sorriso di Sucia, indiano, 27 anni, braccio destro di Alfredo. Lui segue gli animali nella quotidianità ma anche nelle attività legate alla fattoria didattica: è lui infatti a insegnare ai bambini i segreti della mungitura. Sucia è all’Autra da 5 anni e ama il suo lavoro, si vede da come ci guida nelle stalle e da come ci racconta i caratteri e le idiosincrasie dei diversi animali.

    Ci piace pensare, salutando Alfredo e lasciando l’Autra, che oggi l’allevamento nel nostro entroterra abbia anche i colori e l’allegria del sorriso di Sucia. E che uno dei tanti futuri possibili possa partire proprio da qui.

     

    Chiara Barbieri

  • Fine dell’euro, ha inizio il count down? Crisi di domanda e malafede del governo

    Fine dell’euro, ha inizio il count down? Crisi di domanda e malafede del governo

    padoanC’è un sottile filo rosso che si snoda lungo le vicende della politica e che parte con Renzi e la  sua battaglia per l’abolizione dell’articolo 18. Il premier da un parte ha incassato il netto sostegno di Squinzi, l’incondizionato appoggio di Padoan (in barba a quelli che volevano il ministro dell’economia in contrasto con il premier) e l’irrituale assist di Napolitano; dall’altra, però, è stato smentito da due imprenditori “amici” come Farinetti e De Benedetti, viene pungolato con sempre più impazienza dalla stessa Confindustria e ha mandato in fibrillazione il suo partito, dove la minoranza dei “rottamati” comincia addirittura a evocare scenari da scissione.

    Non basta. A riprova del fatto che all’interno dell’establishment l’ostilità contro Renzi è in crescita occorre citare l’editoriale di fuoco di Ferruccio De Bortoli. Il direttore del Corriere della Sera esordisce deciso: “Renzi non mi convince”, che tradotto significa “i miei editori si stanno stancando”. Come se non bastasse la “brillante comunicazione” del premier viene definita da De Bortoli “fine a se stessa”,  il che è come dire: “parli tanto ma non fai nulla”. Infine, proprio all’ultimo, una coltellata: per il direttore del Corriere nella squadra di governo (a parte Padoan e pochi altri) “la competenza appare un criterio secondario” e a fare merito è la “conoscenza dei dossier” e la toscanità“.

    A cosa allude il nostro? Alla massoneria, è ovvio. E lo dice esplicitamente: “Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria. Non solo, dunque, la solita accusa di fornicare con Berlusconi e Verdini, ma addirittura l’evocazione, dietro alla figura rispettabile del premier, dell’ombra lunga di interessi indicibili che paiono quasi in grado di ricattare lo stesso Renzi. Difficile immaginare un attacco più violento al governo da parte di un giornale così abituato a misurare le parole.

    Ma non è solo una questione di giochi di potere. Ci sono anche i dati allarmanti dell’economia. Il PIL sarà in negativo per il terzo anno di seguito: e forse sarà anche peggio delle attese, visto come stanno andando l’industria e gli ordinativi. La crisi attanaglia anche la virtuosa Germania: ma l’austerità non molla la sua presa sull’Europa; cosa che ispira i maggiori protagonisti del dibattito economico a lanciare appelli per gesti estremi. Wolfagang Munchau consiglia a Draghi di gettare i soldi sulla gente da un elicottero, il premio Wolfson Roger Bootle suggerisce all’Italia di uscire dall’euro e il premio Nobel Joseph Stiglitz, nella sua lectio magistralis alla Camera dei Deputati di martedì, si scaglia contro la moneta unica, sforzandosi però di indicare delle soluzioni.

    Come si uniscono i puntini di tutti questi avvenimenti? In realtà non occorre sbilanciarsi granché: anzi, è piuttosto ovvio che è iniziata la resa dei conti. Avevo scritto 20 mesi fa che stavamo solo rimandando l’inevitabile epilogo: ora è probabile che quell’epilogo sia cominciato. E il fatto è che chi occupa certe posizioni non è così ingenuo da non averlo capito. Renzi e Napolitano potranno anche essere gli inconsapevoli “utili idioti” di turno: ma gli altri sanno, oppure stanno cominciando a capire. Se assumiamo, infatti, che queste fibrillazioni dipendano dalla consapevolezza dell’establishment che il sistema non è più gestibile da un punto di vista politico-economico, tutto torna.

    Ad esempio è ormai riconosciuto che siamo in una crisi di domanda: per cui rendere i lavoratori più poveri è del tutto controproducente (se hanno meno soldi, spenderanno di meno e aggraveranno il problema). Come è possibile, dunque, che un economista preparato come Pier Carlo Padoan non sappia che senza l’articolo 18 i lavoratori avranno minore potere contrattuale e dunque, alla fine, salari più bassi? Come può la stessa persona promettere con questi provvedimenti repressivi addirittura «retribuzioni più elevate» con grave sprezzo del ridicolo? L’ignoranza, in questo caso, non è una spiegazione: ma allora non rimane che la malafede.

    La realtà è che il grande capitale (e chiedo scusa a quelli “diversamente di sinistra”, se uso categorie di derivazione marxista) ha capito che corre il rischio di perdere una rappresentanza politica compiacente: così con una mano manda i suoi adepti a pressare Renzi per portare a casa il massimo risultato utile prima che suoni la campanella, e con l’altra gli scava la fossa, preparandosi a sostituirlo, riposizionandosi in ordine sparso e, quando occorre, provando a regolare qualche vecchio conto in sospeso. Naturalmente i grandi giornali, questo premier e lo stesso Presidente della Repubblica non hanno mai saputo distinguersi per autonomia di pensiero rispetto agli interessi del blocco di potere costituito: e ora è un po’ tardi per farsi venire dei ripensamenti.

    Lo stesso dicasi del Partito Democratico, che dopo aver combattuto per anni le comode battaglie della destra, oggi cade dal pero e scopre che il leader carismatico, oltre a portare alla rovina il paese, fa contenti solo gli elettori del partito di Berlusconi. Dovrebbe tornare indietro, fare retromarcia. Ma chi ha approvato il pacchetto Treu ora ha un bel da fare a dire che è sbagliato precarizzare il lavoro. Chi ha abbandonato ogni ideologia e fatto di tutto per portarci e farci rimanere in Europa difficilmente ora ci può venire a raccontare che certi diritti non si sacrificano neanche su quell’altare. Chi da tre anni è alleato con Berlusconi, come può ora prendersela con Renzi perché segue le sue orme? Persino il linguaggio va reinventato: dopo decenni di propaganda liberista, le parole con cui esprimere idee diverse non vengono nemmeno più alla bocca.

    É così che assistiamo a patetiche contorsioni degne della più brutale legge del contrappasso, come Stefano Fassina che spiega a Stiglitz: «Voi accademici dovete cominciare a pensare a piani alternativi per minimizzare i danni, data l’impraticabilità di quell’agenda economica che Lei proponeva. Tipo piani di ristrutturazione dell’assetto monetario dell’eurozona». E se seguite questa rubrica ormai non devo più spiegarvi cosa siano questi “piani di ristrutturazione” di cui da questa settimana si è cominciato ufficialmente a parlare.

     

    Andrea Giannini

  • Bhutan, i giardini dell’ultimo regno Himalayano indipendente

    Bhutan, i giardini dell’ultimo regno Himalayano indipendente

    bhutan-1Sono recentemente tornato da un Paese lontano e remoto, tanto nello spazio che nel tempo, in cui nessuna delle nostre regole ed abitudini ha un senso. In Buthan il tempo è sospeso, sembra non siano trascorse le ere e tutto è, contemporaneamente, immobile eppure in inesorabile movimento. Ogni azione è complessa e costa enorme fatica. Tutto è estremo: l’altitudine, il clima, l’assenza di macchinari ed attrezzature moderne rendono il lavoro nei campi e nei giardini esclusivamente manuale. I frutti del terreno ed i fiori sono diversi dai nostri, per colori, profumi, dimensioni, forme e spuntano con fatica nei campi sottratti alle aspre montagne e nei rari giardini. Resistono e proliferano nonostante gli sbalzi estremi di temperatura, i venti Himalayani, le correnti e le torrenziali piogge dell’estate in cui imperano, costanti ma improvvisi, i monsoni. Verdura, frutta e le fioriture sono eccezionali per quantità e qualità e sono una faticosa vittoria dell’uomo sulla natura.

    bhutan-2In un simile contesto, sospeso in un’epoca ancora pienamente medioevale, vi è spazio solo per l’essenziale e l’indispensabile. Nessuna velleità è concessa, se si tentasse verrebbe subito vanificata dagli eventi. Non esistono giardini strutturati secondo la concezione occidentale, i progetti ambiziosi sono impraticabili né vi può essere una precisa suddivisione architettonica degli spazi, applicata su larga scala. Lo stesso concetto di benessere è qui totalmente diverso dal nostro. È una dimensione non economica, prettamente umana, astratta e che permea tutti gli aspetti della vita.

    bhutan-3Non vi sono, in alcun campo, possibilità di mediazioni. Nella maggior parte dei casi, non vi è quindi né spazio né modo per distinguere l’orto dal giardino, le aree destinate alla coltivazione da un vero e proprio spazio verde. A parte il parco del palazzo reale, assolutamente inaccessibile, non fotografabile neppure da lontano e di impianto più simile alla nostra concezione di giardino, tutto è minimale e scarno. L’estrema semplicità non significa che gli spazi risultino spogli o poveri. Le dimensioni ed i risultati sono qui prettamente mentali, ogni singola foglia è una conquista.

    bhutan-4Nei giardini, i fiori spontanei o diffusi anche nella natura circostante si mescolano alle fioriture dei piselli, delle zucchine, delle zucche ed ai numerosissimi girasoli, qui impiegati non tanto per i colori e le corolle sgargianti quanto per la raccolta dei loro semi. I meli sono ovunque, producono, su alberi di piccole dimensioni, dai tronchi e dai rami contorti e coperti di muschio, succose mele rosso profondo. Anche i banani spuntano, improvvisi e lussureggianti, nel paesaggio. I frutti, piccoli e dolcissimi, colorano di giallo intenso le valli dalle foreste tropicali. Il riso, qui dai chicchi rossi e dalle foglie verde smeraldo intensissimo, ammanta con la consistenza di un soffice muschio i pendii, ricordando l’estremo oriente. Infine, lunghe liane di licheni, decine di varietà di felci dalle foglie fittamente frastagliate e coloratissime orchidee popolano i rami degli alberi.

    bhutan-5Soltanto grandi gruppi di Canna Indica, numerose e semplici varietà di Dahlie, ciuffi di erbacee perenni e di Anemoni Giapponesi si frammezzano a piante spontanee, strani cespugli dalle bacche colorate, tipici solo di questa parte del mondo ed i cui nomi sono ignoti ed esotici per gli europei.

    Anche nei monasteri, l’impianto dei “giardini” è ridotto al minimo, ad una dimensione meditativa e prettamente spirituale. Lo spazio è caratterizzato da uno o più alberi millenari, scabri e quasi spogli, dai pochi rami o dagli sparuti ciuffi di foglie sui maestosi tronchi scuri. Imponenti, sembrano faticosamente sopravvivere sospesi tra un suolo, scavato dalle piogge torrenziali, rosso sangue, le rarefatte nubi e le nebbioline a mezz’aria. Qualche isolato arbusto dalle spettacolari fioriture gialle scintillanti o rosso scarlatto interrompe le balze di erba irregolare che si piega al vento, spesso sferzante. Talvolta vi è qualche inaspettata Bougainvillae, dai tronchi intricati ed incrociati, che sembra sopravvissuta, nella sua stanca fioritura violacea, abbarbicandosi spossata agli alberi vicini.

    bhutan-6La voluta e necessitata scabra semplicità dei giardini rispecchia il profilo aguzzo delle montagne, gli spazi sottratti a fatica alle pendici dei monti, le impetuose correnti e le nubi sfatte dai venti e vagabondanti, rarefatte, a mezz’aria.

    Solo in questo immobilismo, lontano dal resto del mondo, tra vette irraggiungibili, giardini di arroccati monasteri millenari ed in un silenzio puro ed assoluto, si percepisce, nell’imperturbabile distacco, l’irrequieta tensione sottostante alla natura ed a tutte le cose.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Indipendence day, le spinte autonomiste dalla Scozia al resto del mondo. Analisi politica

    Indipendence day, le spinte autonomiste dalla Scozia al resto del mondo. Analisi politica

    elezioniAl momento in cui scrivo lo scrutinio non è ancora terminato, ma possiamo affermare che la Scozia ha votato no all’indipendenza dal Regno Unito (alle ore 8 di questa mattina, con 30 dei 32 collegi elettorali scrutinati, gli unionisti sono al 55% contro il 45% degli indipendentisti, ndr). A prescindere dell’esito finale, tuttavia, si può comunque rispondere alla domanda che – immagino – si staranno facendo i miei lettori in questo momento: si può fare davvero?

    Rispetto a questa questione che abbia vinto il sì o il no cambia poco. La domanda potrà essere: “Quello che è fallito in Scozia può riuscire da altre parti?”. O in alternativa: “Saranno in grado gli scozzesi di muovere verso una piena e felice indipendenza?”.

    In entrambi i casi il punto della faccenda è sempre lo stesso: mettere una croce su un pezzo di carta è relativamente facile, ma è davvero concepibile la frammentazione degli Stati in comunità più piccole, anziché la loro conglobazione entro quegli organismi federali più grossi che si suppone essere il futuro globalizzato e interconnesso che ci aspetta? Attenzione: la questione non è se si farà davvero, ma se è possibile farlo a priori. E da questo punto di vista la risposta è netta: sì, si può fare.

    Le spinte autonomiste sono reali e concrete: la loro forza non può che crescere, visto il fallimento delle politiche internazionali sinora proposte. Da una parte, infatti, assistiamo alla decadenza del modello di integrazione europeo, dall’altra al declino dell’atlantismo, ossia la manifesta incapacità degli Stai Uniti di farsi carico da soli di un ruolo di leadership globale. In questo contesto di incertezza non è strano che alcune comunità pensino a fare da sole.

    Chi e cosa si può mettere sulla loro strada? I governi europei non possono (ancora) permettersi di bloccare libere consultazioni, o di mandare i carri armati contro degli eventuali manifestanti (a meno che, ovviamente, non serva a dare fastidio a Putin). Possono provare a fare allarmismo sui giornali: e di certo il controllo mediatico è un’arma potente. Tuttavia, se siamo in presenza di una insofferenza radicata e di un forte senso di indipendenza della comunità, è concepibile anche che si arrivi al risultato.

    Sì d’accordo, – penseranno alcuni – ma poi non si va da nessuna parte! E perché mai, dico io? Perché una piccola comunità non può essere politicamente indipendente, rimettendo le relazioni con gli altri Stati a banali alleanze commerciali e diplomatiche? Essere “grandi” è utile soltanto finché garantisce due cose:

    1- un grande mercato di sbocco interno (che permette di non essere dipendenti dalla domanda del resto del mondo, assorbendo così più facilmente eventuali crisi economiche);

    2- un esercito numeroso.

    Posto che il secondo punto è utile per una politica imperialista tardo-ottocentesca, ma non per il nostro mondo (ammesso sempre che lo vogliamo pacifico), nel caso dell’Unione Europea nessuno dei due obiettivi è stato comunque raggiunto. Infatti:

     1- abbiamo represso la domanda interna come condizione per tenere in piedi l’eurozona;

    2- se andiamo in guerra con le baionette in mano, perdiamo lo stesso (perché siamo “solo” 500 milioni di abitanti contro gli 1,2 miliardi dell’India e gli 1,3 della Cina).

    scozia-edimburgo-DIAnche il Regno Unito con i suoi 63 milioni di abitanti da un punto di vista globale è già “piccolo”: il che rende superflua ogni ulteriore discussione sulla sua grandezza. Questi casi dimostrano che il problema non è essere grandi o piccoli. Il problema è fare la cosa giusta.

    Quello che importa è capire se il problema sia davvero l’unità o meno. Nello specifico, se gli scozzesi, sotto sotto, avessero puntato solo a tenere per sé i profitti dei ricchi giacimenti del Mare del Nord, temo che non avrebbero fatto molta strada. Se al contrario fossero stati davvero gelosi dell’autonomia perduta nel 1707, esasperati dalle incomprensibili regole europee e dallo smantellamento dello Stato sociale che il governo inglese persegue sin dai tempi della Sig.ra Thatcher, allora (forse) con l’indipendenza avrebbero potuto ottenere qualcosa di buono.

    In questo caso, infatti, avrebbero avuto le motivazioni giuste, nonché l’assenza di rimpianti, per resistere all’ostilità dei mercati finanziari, alla tentazione di unirsi all’UE e a quella di tenersi la sterlina; per  tacere, naturalmente, dell’opzione peggiore di tutte: adottare l’euro. Sarebbe anzi stato davvero tragicomico, se gli scozzesi si fossero agganciati a questo treno proprio quando i giornali tedeschi si accorgono che la moneta unica è insostenibile anche per l’Italia.

    La lezione generale è che l’indipendenza può essere una risposta: ma bisogna che sia fatta prima la domanda giusta.

     

    Andrea Giannini

  • “Agli specchi che non riflettono, agli echi che non tornano”

    “Agli specchi che non riflettono, agli echi che non tornano”

    letteredallaluna-calamaioAgli specchi che non riflettono, agli echi che non tornano. Agli uomini difettosi che, come tanti gusci di lumaca vuoti ai bordi dei marciapiedi, sono diventati adulti e hanno lasciato qualcosa alle loro spalle, se ne sono andati perché giunti al limite della sopportazione. A coloro che non si aspettavano di trovare di meglio, ma sono partiti lo stesso, perché il viaggio era l’unica ragione. A chi è riuscito a fare a meno del senso, del significato profondo di ogni cosa, che non c’è. A chi guardava fuori seduto alla scrivania del proprio ufficio e ora non lo fa più.

    Bestie ferite, predatori impauriti.
    “Buonanotte”, suonava Brahms. Ed era per voi, anche.
    Per voi una volta cresciuti, buonanotte e sogni d’oro.
    Che queste ore di buio possano farvi riparo, possano restituirvi la calma per agire, per pensare bene, per rialzare la testa e procedere.
    C’è un posto nel mondo per ognuno di voi, è disabitato, sfitto, abbandonato, o è occupato da un estraneo, a sua volta fuori posto.

    La pace è come il denaro, si guadagna con la fatica.

     

    Gabriele Serpe

  • L’abc del renzismo: parola d’ordine resistenza. E per l’opinione pubblica, nessuna tregua

    L’abc del renzismo: parola d’ordine resistenza. E per l’opinione pubblica, nessuna tregua

    renzi-risataLa notizia da commentare, per chi come il sottoscritto pensa che il renzismo sia molto peggio del berlusconsimo, è il sondaggio Ipsos secondo cui il nostro premier gode della fiducia di quasi due terzi degli italiani. Se da una parte, infatti, l’idea stessa del “politico carismatico” sembra andare nella direzione proprio di un paragone poco lusinghiero con l’ex-Cavaliere, dall’altra bisogna pur ammettere che la luna di miele tra il paese e Berlusconi è finita da un pezzo: e dunque chi tende ad assomigliargli (e a governarci insieme) non dovrebbe, a rigor di logica, godere di un particolare consenso. A ciò si aggiunga la grave crisi economica, oltre che la stanchezza e lo scoraggiamento che dovrebbero pervadere gli elettori per l’inconcludenza degli ultimi governi.

    Eppure, a prestar fede ai sondaggi, il consenso di cui gode Matteo Renzi rimane sostanzialmente alto. Per i sostenitori, naturalmente, questo è il segno che il premier si sta muovendo nella direzione giusta, e che gli italiani lo hanno capito. Per altri, all’opposto, basta fare un paragone tra l’attuale Presidente del Consiglio e i suoi due predecessori per rendersi conto che di norma dopo il terzo mese la parabola della fiducia tende ad essere discendente: segno inequivocabile che quella a cui stiamo assistendo non è una fase di assestamento del consenso, ma i primi scricchiolii dell’inevitabile declino. Altri ancora, infine, evocano la mancanza di alternative.

    Nessuna di queste spiegazioni coglie davvero la specificità del renzismo. Dire che, in mancanza di risultati, anche l’attuale inquilino di Palazzo Chigi finirà presto o tardi per stancare gli italiani significa dire l’ovvio. Ciò non toglie che, nel frattempo, egli abbia saputo mettere in mostra una resistenza che ha del prodigioso.

    Stiamo parlando del terzo governo in tre anni che (1) non è stato eletto, (2) sopravvive con le “larghe intese” e (3) si sottomette all’austerità economica: eppure gli italiani paiono non accorgersene. Non si può non attribuire la paternità di questo fenomeno alle particolari doti comunicative di Matteo Renzi e al suo modo di sapersi presentare.

    Monti era il tecnico serio ed efficiente dopo gli anni della dissolutezza economica (e morale) di Berlusconi. Letta rappresentava il compromesso delle forze politiche moderate contro l’oltranzismo dei 5 Stelle. Renzi è il nuovo che avanza. Ma questa formula, pur obbligatoria per giustificare in qualche modo l’avvicendamento col predecessore, non è particolarmente originale (anche se il termine “rottamazione” è indubbiamente pittoresco): per cui, che occorresse fare qualcosa di nuovo per acquistare del credito era inevitabile.

    Per questo Renzi si è impegnato a non dare tregua all’opinione pubblica. Non importa che sia per rispondere alle critiche o farsi criticare, per inviare un tweet o lanciarsi una secchiata di acqua gelata, per incassare l’approvazione di una legge o per fare solo l’ennesimo annuncio: l’importante è dare in pasto ai media ogni giorno qualcosa di nuovo, in modo che ci sia sempre qualcosa di cui parlare e che si dia l’impressione che le acque si agitino.

    Questa strategia richiede naturalmente, di tanto in tanto, l’approvazione di qualche provvedimento: altrimenti sarebbe facile accusare questo tornado politico di essere tutto fumo e niente arrosto. Ma Renzi oggi può dire di aver fatto qualcosa di tangibile: ha messo in tasca a qualche italiano 80 euro e ha incassato l’approvazione del DDL Boschi sul Senato. Certo, sono cose di scarsa utilità, se non addirittura dannose: ma poco importa. Il fatto è che non si può stare a rifletterci sopra più di tanto, perché nel frattempo ci sono già altri annunci da valutare: sblocca Italia, jobs act, assunzione dei precari della scuola, tagli all’odiata politica, eccetera eccetera.

    È per questo che le promesse di Renzi sono talmente tante che ormai nessuno le conta più. Se fai una promessa e non la rispetti, se ne accorgono tutti: ma se ne fai a centinaia, la gente si abitua e passi quasi per un ottimista. Tutti sanno che è impossibile riuscire a portarle tutte a termine (alcune sono addirittura in contraddizione le une con le altre), ma l’importante è che si pensi che almeno una piccola parte vedrà la luce: tanto basta perché ognuno possa sperare di essere il fortunato destinatario del prossimo “sblocca-qualcosa”.

    Nessuno può dire: “Renzi non fa”. Avrà fatto poco, ma qualche soldo alla gente lo ha dato. Non servirà a nulla il Senato non elettivo, ma almeno ha dimostrato che sollevare polveroni politici non lo spaventa. Dunque, in linea di principio, potrebbe fare benissimo una qualsiasi delle cose mirabolanti che si promette di fare: non potrà farle tutte insieme, ma una o l’altra sì. Il trucco sta tutto qui. Persino gli statali che protestano, persino le forze dell’ordine che minacciano di scioperare, persino i critici più accesi possono legittimamente sperare che il premier decida magnanimamente di risolvere i loro problemi.

    In un periodo in cui la politica non vuole prendere atto che la strategia perseguita è quella sbagliata, l’unico modo per gestire il consenso è il renzismo.

    Renzi è come un giocoliere che tira in alto le sue palle sperando che rimangano impigliate su qualche ramo; oppure che, quando ricadranno, la gente si sarà dimenticata quante erano. Oppure – se volete – Renzi è come la Gioconda, il quadro del suo celebre conterraneo: qualunque osservatore, da qualunque angolazione, ha sempre l’impressione che la Monna Lisa lo stia seguendo con lo sguardo.

    Peccato che sia solo un’illusione.

     

    Andrea Giannini

  • The Garden Bridge, Londra. Il ponte verde, un progetto avveniristico

    The Garden Bridge, Londra. Il ponte verde, un progetto avveniristico

    1gardenbridgeOltre il giardino riprende dopo la pausa estiva parlandovi di un nuovo ed avveniristico progetto nella città di Londra. Tanto a Parigi quanto a New York fervono ultimamente nuove realizzazioni “verdi” ma la capitale inglese non è, in questo campo, seconda a nessuna altra città.
    The Garden Bridge dovrebbe essere costruito a breve (i lavori dovrebbero iniziare nella primavera del prossimo anno) come ponte sul Tamigi, da percorrere solo a piedi e completamente ricoperto di alberi ed arbusti. Galleggerà sull’acqua del fiume, congiungendo la zona di Temple Station al South Bank. Se si guarda a volo d’uccello il susseguirsi dei ponti londinesi, vi è infatti sempre un ritmo ed una continuità, ma, tra Waterloo e Blackfriars, c’è ancora una lacuna. Per colmarla, è stato ideato proprio The Garden Bridge.

    2gardenbridgeNell’idea dei progettisti il ponte dovrebbe apparire come un verde giardino, affacciato sull’acqua dove, pur nel pieno centro di una moderna metropoli, perdersi tra gli alberi, sentire gli uccelli cantare nell’erba popolata di insetti. Per sottolineare il carattere naturale del ponte, i suoi sostegni saranno costituiti da due sole enormi colonne costolate. Queste spunteranno dall’acqua ed emuleranno grandi tronchi, ripartiti in rami a sorreggere tutta la struttura. Saranno realizzati in cupronickel in quanto questo materiale acquista, nel tempo, un patina brunastra particolare, senza richiedere manutenzioni specifiche e senza diventare troppo scuro.

    3gardenbridge

    Per accentuare l’idea di perdersi in un verde parco, si è deciso che i percorsi pedonali saranno zizzaganti tra gli alberi, i prati e gli arbusti, senza che da una parte sia possibile scorgere l’altro lato del ponte. Vi saranno poi numerosi affacci, per tutta l’estensione della struttura, da cui poter apprezzare, da una nuova prospettiva, particolari scorci della città.

    4gardenbridgeCome schema base, si è deciso di utilizzare le essenze vegetali in modo da dare continuità all’insieme, senza che il giardino risulti un campionario botanico, con alcune varietà peculiari e tipiche sia della città di Londra che delle banchine del Tamigi. Gli alberi dovranno poi essere estremamente flessibili ed adattabili per assecondare i forti venti. Tutte le piante scelte dovranno essere quelle giuste in modo da potersi sviluppare al meglio e da abbattere i costi di gestione e manutenzione nel tempo.

    5gardenbridgeDal punto di vista del “landscape design”, l’approccio mirerà ad esaltare l’aspetto naturale e “selvatico” dell’insieme. L’attraversamento del ponte costituirà un viaggio nel “verde”, suddiviso in cinque diversi capitoli. Si comincerà da South Bank con piante ed alberi che avrebbero potuto essere autoctoni in quella zona del Tamigi, essenze spontanee come collegamento ideale con le aree umide della banchina del fiume. Seguirà una zona con alberi di grandi dimensioni, che potranno svilupparsi grazie ad un terreno profondo alcuni metri. Vi sarà poi un’ampia area, più luminosa, soleggiata ed esposta, dove cresceranno piante di tipo mediterraneo: pini, mirti e rosmarini. Si passerà ad un prato popolato di gelsi, di querce e meli, piante diffuse nella parte più antica della città, posta sulla banchina a nord. Il capitolo finale, proprio prima di raggiungere Temple, sarà tipicamente boscoso ed evocherà i parchi spontanei vittoriani.
    Nell’idea dei progettisti sarà una Londra, da percorrere a piedi e con lentezza, sempre nuova ed incorniciata da alberi, da cogliere sospesi sull’acqua da un innovativo ponte “verde”.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Putin, il diavolo cattivo minaccia guerra senza parlare di esportazione della democrazia

    Putin, il diavolo cattivo minaccia guerra senza parlare di esportazione della democrazia

    putinL’altro giorno un’amica mi fa notare che la crisi dei trent’anni prende forme particolari di questi tempi. Alcuni reagiscono all’avanzare dell’età trasformandosi in blogger ed opinionisti: e questo affolla la rete di commentatori di ogni sorta, ognuno convinto di poterci spiegare come gira il mondo.
    C’è del vero in questo. Ma ci sono anche persone straordinariamente acute ed intelligenti che alzano il livello. E dite quello che volete, ma io – senza alcun conflitto d’interessi con me stesso – penso di potermi annoverare a buon diritto fra queste. Tuttavia, dato che occorre distinguersi anche all’apparenza, “Polis” ha deciso di inaugurare il suo quarto anno di attività sbarcando sul cartaceo: nella nuova edizione di Era Superba troverete anche un mio contributo. Adesso non vi basterà spulciare il sito internet (dove “Polis” continuerà ad uscire regolarmente ogni venerdì) mentre siete a lavoro e il vostro capo è girato dall’altra parte. Per conoscere le “proposte shock” che avanzo nel mio nuovo pezzo, dovrete leggere la rivista (diventando sostenitori del progetto Era, potrete riceverla direttamente a casa o sulla vostra email); il che tra l’altro mi permetterà di distinguermi dai blogghettari della domenica, collocandomi nell’Olimpo dei commentatori professionisti.

    Ora bando alle ciance, veniamo al tema di questo articolo. Prendiamo la situazione in Ucrainaper quale motivo abbiamo deciso che è tanto divertente provocare Putin? Ci mancava il clima della Guerra Fredda? Nostalgia degli anni ’80?

    La spiegazione ufficiale proclamata con forza da Cameron, Obama, dagli alti rappresentanti dell’UE e dai politici ucraini, è che la Russia è una minaccia perché vuole invadere i territori circostanti. Cioè Putin, che dal 1999 a oggi è stato ininterrottamente premier o capo di Stato, e che solo l’anno scorso si incontrava con il nostro ex-primo ministro Enrico Letta per stringere accordi commerciali in un clima di «amicizia e voglia di cooperare insieme», improvvisamente nel 2014 si è svegliato e ha detto: “Ehi, potrei dedicarmi alle invasioni!”.

    Una scusa talmente semplicistica che non ci crede nessuno. Basta farsi un giro tra i commenti dei lettori su uno qualsiasi dei siti web che stanno raccontando la crisi ucraina: nonostante l’impostazione del mondo dell’informazione sia tendenzialmente critica verso Putin, cosa che porta ad enfatizzare il lato “minaccioso” delle dichiarazioni (vere o presunte) attribuite al presidente russo, pochissimi sono convinti che il bad guy del Cremlino meriterebbe una lezione.

    Per cosa, poi? Sì, c’è stata la vicenda dei 300 morti dell’aereo malese. Ricordate il Boeing 777 abbattuto sui cieli di Donetsk? Quello che secondo l’occidente era stato colpito da un missile dei filorussi, a loro volta armati da Mosca? Si tratterebbe senza dubbio di una buona ragione per prendersela con i russi: eppure nessuno si è azzardato a tirare in ballo la vicenda per giustificare le sanzioni economiche già ratificate. Anzi, dell’aereo e dei suoi passeggeri si è smesso del tutto di parlare: solo spulciando su internet si viene a sapere che si attende in questi giorni il rapporto preliminare dei Paesi Bassi, mentre bisognerà attendere un anno per quello finale. Possibile che non interessi più a nessuno sapere se Putin è davvero una minaccia per la sicurezza, proprio mentre lo si accusa di essere una minaccia per la sicurezza?

    Si dirà che la Russia arma i ribelli del Donetsk: e questa è una ragione sufficiente. Ma andiamo! Anche ammettendo che non sappiate niente di quello che è successo in Ucraina (ossia che il presidente filo-russo Janukovyč era stato democraticamente eletto, che è stato rovesciato anche grazie alle violenze di gruppi di estrema destra come Right Sector e Svoboda, che tanto l’Europa quanto gli Stati Uniti hanno soffiato sul fuoco della protesta inviando i loro stessi rappresentati a Kiev e che le regioni “separatiste” si sentono “russe” a tutti gli effetti), anche ammesso che non sappiate certe premesse (ossia che dopo la caduta dell’URSS il Fondo Monetario Internazionale avviò una “terapia shock” di massicce privatizzazioni e liberalizzazioni che spolpò il paese dei suoi capitali e provocò un’acuta crisi economica – cosa che non contribuì a rendere l’America propriamente popolare –, che nel frattempo la NATO ha inglobato quasi tutti i paesi del Patto di Varsavia e che sta dispiegando un sistema di difesa anti-missile attorno alla Russia); anche ammesso che non sappiate tutto questo, davvero la novità, adesso, è che le guerre le fa Putin?

    Fatemi capire: va bene che gli americani vadano dall’altra parte del mondo per invadere l’Iraq ed “esportare la democrazia” (tant’è che ora l’Iraq è pienamente democratico e gli americani non hanno più problemi da quelle parti); va bene che i francesi sorvolino il Mediterraneo per bombardare la Libia e “difendere gli oppressi” (infatti ora in Libia regna la pace e il lupo dorme con l’agnello); ma se Putin si azzarda a mettere un piede oltre il suo confine, ci scandalizziamo e mobilitiamo la NATO? Capisco che la Russia non sia il paese più democratico del pianeta: ma cosa cambia? La democrazia non è uno status giuridico che autorizza a fare le guerre.

    Poi c’è anche un discorso di convenienza. A parte la pericolosità dell’operazione – se Putin è davvero quel pazzo che dicono, dovremmo andarci cauti, perché è un pazzo con l’atomica – l’Europa non era già abbastanza in crisi anche senza andare a danneggiare i rapporti commerciali con la Russia? Il capolavoro politico, però, lo ha realizzato Matteo Renzi, che è riuscito a mandare come rappresentante estero dell’Unione Europea la nostra Mogherini giusto in tempo per farle dire che «la Russia non è più il nostro partner». Già, tanto che ce ne facciamo? Scaroni ha detto che possiamo resistere anche un intero inverno senza il gas russo: è solo il 30% delle nostre importazioni! (E il prossimo anno?).

    A fronte di un simile vuoto di leadership, tanto in Italia quanto in Unione Europea (che conferma così la sua completa sudditanza rispetto agli interessi americani), è sobbalzato persino il Corriere della Sera, che ieri con Franco Venturini ha caldeggiato una soluzione diplomatica, ricordando: «È vero, Putin ha violato varie volte il diritto internazionale, ma lo si è fatto anche in Occidente quando è servito». Ad esempio servì a noi, cent’anni fa, muovere una discreta guerra all’Austria per riprenderci il Sud Tirolo.

     

    Andrea Giannini

  • Quando casa e giardino diventano una cosa sola, progettare il proprio spazio verde

    Quando casa e giardino diventano una cosa sola, progettare il proprio spazio verde

    giardino (2)

    Ho recentemente letto un interessante articolo di un architetto e paesaggista in cui si raccontava l’evolversi del progetto di realizzazione della propria abitazione e del relativo giardino. Il progettista sottolineava l’importanza di immaginare l’insieme dell’edificato e dello spazio a verde come un unico complesso, in cui le due parti costituiscono reciproco completamento e valorizzazione l’una dell’altra.

    Ho sempre pensato che le cose stessero così e che invece, spesso, le realizzazioni di giardini prescindano troppo, magari per assecondare i gusti della committenza, dai luoghi di loro inserimento. L’utilizzo di specie autoctone, o similari a quelle presenti in natura, e la ricerca di uno stile affine a quello degli edifici circostanti creano invece continuità tra esterno ed interno, dilatano gli spazi e rendono il tutto completo e molto soddisfacente da un punto di vista estetico.

    giardino (3)Traendo proprio spunto dalle parole dell’autore del progetto, si evince che questo giardino è stato ideato insieme alla casa e ritenuto tanto importante quanto l’edificio stesso. Da un verde prato è stato ritagliato, innanzi tutto e prima di tutto, uno spazio a verde in cui la villa è stata, poi, armonicamente inserita. L’uno sembra la naturale e spontanea estensione dell’altra. Ogni pianta ed aiuola non avrebbe potuto essere piantata o disposta che in quella esatta posizione ed in nessun’altra.

    Come spesso accade nella progettazione dei giardini, allontanandosi dall’edificio l’impianto del verde “sfuma” e l’impiego delle piante diventa, via via, più spontaneo e naturale fino a far apparire l’insieme volutamente “incolto”.

    giardino (4)Il rapporto organico con il contesto, la percezione della luce, la studiata geometria di aperture e movimenti nelle facciate, le suddivisioni armoniche negli ambienti interni, la piscina strettamente compenetrata alle singole stanze, sono poi tutti elementi di chiara ispirazione ed impianto architettonici.

    Nel progetto complessivo, si legge infatti l’influenza dello stile progettuale di Mies Van Der Rohe, cui si richiama l’autore anche nella sua descrizione orale del progetto. In particolare, si rimanda alla famosa lezione, attualizzata ai tempi moderni ed al contesto, del “Less is more” che caratterizza l’architettura californiana degli anni ‘50.

    giardino (5)Un progetto quindi per sottrazione e semplificazione, in cui il verde è il vero protagonista di ogni “stanza”, interna ed esterna. Quest’ultimo si riflette sulle vetrate in cristallo, completa i vuoti, sottolinea i volumi e si scorge, nelle diverse forme e colorazioni dovute al variare delle stagioni, da tutte i vani della casa con prospettive inaspettate e sempre mutevoli.

    Graminacee, felci e bambù sono stati quindi attentamente inseriti per completare, come si sarebbe fatto con gli elementi di arredo per gli interni, l’infilata delle “stanze” ritagliate nel verde, all’esterno. Sono tutte piante accomunate dalle limitate esigenze colturali, dalla rapida crescita e frugalissime. Prosperano quasi da sole e hanno un portamento naturale, oculatamente scelte per un progetto complesso, contemporaneo ed attento alle problematiche ambientali e di manutenzione.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Il mito dell’ostruzionismo: ecco lo Stato che produce leggi come una fabbrica

    Il mito dell’ostruzionismo: ecco lo Stato che produce leggi come una fabbrica

    parlamento-italianoSecondo una leggenda metropolitana che va molto di moda in questi giorni, l’ostruzionismo parlamentare sarebbe la miglior prova che in Italia per fare delle leggi occorre rafforzare il potere dell’esecutivo. Non ci sarebbe – sempre secondo gli autori di questa analisi – nessun rischio di dittatura: il vero rischio per la nostra democrazia sarebbe piuttosto il famoso, sempreverde “ricatto dei partitini” per prevenire il quale sarebbe stata appunto concepita la riforma costituzionale dei “quadrunviri” Renzi-Boschi, Berlusconi-Verdini.

    Ovviamente è vero l’esatto contrario: la conflittualità politica dipende proprio dal fatto che negli ultimi vent’anni gli esecutivi hanno cercato di forzare la mano al Parlamento, dimostrando di sopportarne con malcelata sofferenza le prassi e di fraintenderne la funzione. E’ dunque concreto il rischio non di una dittatura vera e propria, ma senz’altro di una pericolosa deriva autoritaria.

    Il “legificio”

    Il canovaccio della critica di chi si lamenta dell’immobilismo è sempre lo stesso, ed è esemplificato magistralmente dall’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: il tentativo di riforma non è perfetto, ma occorre sia approvato comunque, perché è invariabilmente il massimo che si può ottenere, perché c’è sempre qualche emergenza che ne giustifica l’urgenza e perché il paese deve pur approvare delle leggi. E se questo alla fine non avviene, ecco allora che si può individuare il fantomatico nemico: i “difensori dello status quo”.

    Questo quadretto, oltre a garantire una sicura presa per il tono populista degli argomenti, è anche molto difficile da smentire, perché fa leva sul principio della inevitabilità del compromesso politico: ossia sul fatto che in democrazia un accordo è nel contempo sia indispensabile, sia quasi sempre imperfetto. E proprio battendo su questo tasto le voci filo-governative possono togliere ogni argomento sia a chi rinviene punti critici in un progetto di riforma (perché in un certo senso la sua imperfezione è scontata), sia a chi vorrebbe un accordo su un altro tipo di riforma (perché è l’ostinazione stessa dell’esecutivo a rendere l’accordo proposto, de facto, l’unico possibile). Siccome non c’è la controprova che si sarebbe potuto fare altrimenti, non si può smentire con i fatti chi contrabbanda le forzature del potere per inevitabili condizioni storiche o per le dure necessità dell’agire politico.

    Eppure, a ben vedere, se una cosa non si può smentire, non si può neppure confermare: e dunque proprio in questo aspetto si rivela la completa inutilità dell’argomento. In effetti un’analisi che prenda le mosse dalla mancata approvazione di leggi in un sistema politico (come se in Italia il problema fosse le carenza di norme) si impicca in partenza ad un dato perfettamente inutile. Una democrazia parlamentare non sta lì per produrre leggi come una fabbrica produce carni in scatola: ma per approvare le leggi buone e rigettare quelle cattive.

    Allo stesso modo non si possono fare delle statistiche per sostenere che se non viene approvata una certa percentuale di leggi c’è qualcosa che non va: se in un particolare momento storico si impone in una parte della società una concezione politica dannosa per la collettività, e dunque da questa parte continuano a venire proposte di leggi pessime, il Parlamento ha il dovere di cassarle tutte. E questa non è una remota eventualità: è precisamente la condizione che stiamo vivendo ora – o almeno questo è quello che sostiene il premio nobel Paul Krugman, allorché (come ho già ricordato) individua il segreto del successo del Belgio nella mancanza di una maggioranza di governo che si inchini a quelle misure di austerità così di moda, eppure così dannose.

    Chi vuole la democrazia parlamentare?

    In realtà al fondo di chi si lamenta per i cosiddetti “veti” di questo o quel gruppo politico sta una profonda insofferenza per il senso stesso della democrazia parlamentare.

    Il Parlamento – si presume – è il luogo dove si riuniscono i rappresentanti del popolo: ossia un migliaio di persone scelte dai cittadini per votare quelle leggi che loro stessi (47 milioni di persone), per evidenti ragioni di praticità, non potrebbero votarsi da soli. La “sacralità” del Parlamento dipende dunque dal suo essere la migliore approssimazione possibile delle anime e degli umori del paese reale: e in questo senso il suo voto dovrebbe garantire, se non l’infallibilità delle delibere, quantomeno la minore conflittualità possibile – dato che bisogna presumere che una legge votata dal Parlamento sia una legge nell’interesse della maggioranza del paese; e che quindi ci siano meno oppositori, minori proteste e, in definitiva, appunto minore conflittualità.

    Naturalmente tutto questo è vero solo in teoria: nella pratica bisogna capire quanto gli eletti siano davvero rappresentativi dei loro elettori. Tuttavia siamo sicuri che se un Parlamento con piena legittimità cassa una legge dopo l’altra, vuol dire che vengono proposte solo leggi che meritano di essere cassate. Possiamo anche non credere alla democrazia parlamentare: ma se ci crediamo, il responso del Parlamento (purché – lo ribadisco – realmente rappresentativo) non si dovrebbe discutere. Dobbiamo riabituarci a pensare che le leggi “buone” sono solo quelle per cui si è trovato un accordo democratico.

    Al contrario la logica per cui chi finisce in minoranza non si limita a lamentarsi, ma invoca minore democrazia solo perché i risultati non sono confacenti alle sue aspettative, è una logica – e stavolta non esito ad usare il termine corretto – intrinsecamente fascista, nel senso che è esattamente il tipo di pensiero che storicamente ha preparato il terreno al fascismo. Essa pretende di stabilire prima, attraverso una serie di luoghi comuni non verificati, che cosa sarebbe il “progresso”, la “modernità” o il necessario “cambiamento”: poi, se il Parlamento non si esprime in accordo a questa visione, lo attacca accusandolo di essere “obsoleto”, “lento” o di difendere dei privilegi. Questo atteggiamento non è compatibile con nessuna concezione nota della democrazia (mentre è compatibile col desiderio delle classi dominanti di ottenere assetti favorevoli ai propri interessi).

    Qualcuno obietterà, però, che è del tutto inutile considerare il caso teorico di un Parlamento pienamente rappresentativo dell’elettorato, perché molto più frequente è il caso di un’assemblea distante dal popolo, le cui delibere hanno poco a che fare con l’interesse generale. E forse è vero. Tuttavia per l’argomento in questione non cambia nulla. Anzi, ad un Parlamento poco rappresentativo a maggior ragione deve essere impedito di fare leggi, perché è pressoché certo che esse non siano prese nell’interesse dei cittadini. Meno che mai è auspicabile che ad esso si affidino modifiche della Costituzione. Dunque in entrambi i casi, che il meccanismo di rappresentanza funzioni bene o male, i lamenti dei Panebianco e dei Merlo, di tutti i “corrierini” e i “repubblichini”, non hanno alcun senso.

    Rappresentatività dell’attuale Parlamento

    Una volta stabilito che, in un voto a maggioranza, stigmatizzare l’opposizione perché “eccessiva”, auspicando leggi che tolgano ad essa potere, significa fare l’apologia dell’autoritarismo, possiamo anche esaminare nel concreto l’attualità per toglierci lo sfizio: la battaglia contro la riforma del Senato viene da un’opposizione irriducibile in un Parlamento tutto sommato rappresentativo, oppure da un sussulto di coscienza in un Parlamento che per il resto ha perso i contatti col paese reale? Insomma questo Parlamento è rappresentativo degli interessi del paese? E più in generale è legittimato a fare quello che sta facendo?

    Per rispondere bisogna considerare vari fattori, come:

    1. La bontà del meccanismo elettorale;
    2. L’informazione effettiva di cui dispongono i cittadini;
    3. Il loro controllo su chi li rappresenta;
    4. La coerenza delle cose fatte rispetto a quanto promesso in campagna elettorale;
    5. L’eventuale livello di corruzione della classe politica.

    Ora, su tutti questi punti credo che la risposta sia pressoché univoca:

    1. La legge elettorale con cui si è eletto questo parlamento, il “porcellum,” è incostituzionale proprio perché, scrive la Consulta, essa può produrre una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica;
    2. Siamo al 49° posto al mondo per libertà di stampa;
    3. Il controllo effettivo esercitato dai cittadini sugli eletti è scarso, come dimostra il progressivo disinteresse per la politica e l’inarrestabile calo dei votanti;
    4. Il PD non ha mai promesso di fare la riforma della Costituzione in campagna elettorale, oltre ad avere esplicitamente negato ogni alleanza con Berlusconi;
    5. Infine sulla corruzione di questa classe politica,  intesa non solo come corruzione “materiale” ma soprattutto “morale” ossia come smarrimento del decoro e del senso della funzione pubblica, è meglio stendere un velo pietoso…

    Per cui nessun dubbio: questo Parlamento non è rappresentativo e non ha alcun appiglio di legittimità per stravolgere  la Costituzione.

    Anche a un livello puramente indicativo, a nulla vale il famoso 40,8% di Renzi, perché è stato ottenuto sulla metà degli aventi diritto e per giunta alle votazioni per il Parlamento europeo, dove ha pesato molto (come ho dimostrato) l’atteggiamento da tenere con i partner sul continente; mentre di Costituzione non si è parlato affatto. Per contro alle elezioni del 2013, le uniche da cui si possono ricavare indicazioni politiche, gli artefici del “patto del Nazareno”, PD e PDL, hanno preso insieme solo il 47%. Infine neppure i sondaggi sono lusinghieri.

    La conclusione, pertanto, è inappellabile: in Italia non c’è un grosso problema di governabilità, non c’è il ricatto dei partitini, non ci sono i difensori dello status quo. È invece in atto, da più di vent’anni, un disegno autoritario guidato dai due partiti maggiori per escludere dalla competizione le altre forze politiche ed esercitare il potere in un regime di duopolio, che assomiglia tanto a un monopolio.

     

    Andrea Giannini

    P.S. Con questo ultimo articolo anche Polis va in ferie. Con i miei affezionati lettori ci si rivede a settembre!

  • La guerra in Ucraina, filtri e condizionamenti compito di media e governi. L’analisi di Polis

    La guerra in Ucraina, filtri e condizionamenti compito di media e governi. L’analisi di Polis

    guerra-crimeaDello scenario ucraino mi sono occupato solo una volta; non certo perché si tratti di vicende minori o perché non contengano quei risvolti politici di cui si occupa questa rubrica, ma perché le notizie che ci arrivano sono filtrate e condizionate: e tentare una valutazione è davvero un’impresa. Per questo mi ero limitato a un semplice invito: considerato che ci sono molti interessi in gioco, conviene per lo meno abbandonare lo schema semplicistico che contrappone “occidente=democrazia=bene” a “oriente=oligarchia=male”. Con la tragica vicenda del boeing malese, le cose non sono cambiate. E forse, a questo punto, tornare a riflettere sulla vicenda può essere utile non tanto per capire la dinamiche della politica internazionale, quanto piuttosto per riflettere sul ruolo dei media.

    Innanzitutto, un primo punto fermo: in Ucraina si combatte una guerra. Questo aspetto, apparentemente banale, può essere in realtà sfuggito a molti, perché la stampa italiana, a differenza di quello che avviene – ad esempio – per i combattimenti nella striscia di Gaza, non dedica molto spazio alle cronache militari, essendo riuscita persino ad oscurare il terribile massacro di Odessa. Anche dopo l’abbattimento del velivolo malese, una grande attenzione è stata rivolta al balletto delle responsabilità, ma poco si è detto sulla guerra che si sta combattendo.

    Il fatto è che dopo il referendum di marzo in Crimea, un voto che ha sancito l’annessione della regione alla Russia, anche le altre parti dell’Ucraina a maggioranza russa hanno provato a seguire la strada di un’indipendenza che guardi a Mosca. Kiev ha cercato di reprimere la rivolta e ne è venuta fuori una vera e propria guerra civile, che interessa quasi tutta la regione di Donetsk. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Unione Europea (a trazione franco-tedesca) spalleggiano il governo ucraino, mentre la Russia sostiene i ribelli. Sono in gioco dunque sentimenti di appartenenza non facili da districare e interessi di vario di tipo.

    In questo scenario cosa è successo davvero all’aereo malese? Nessuno, finora, ha saputo dimostrarlo con certezza. Ma non è affatto strano, anzi è logico e prevedibile, che i vari governi e i media nazionali tendano ad accreditare la versione della loro parte: per Obama, Cameron, Merkel e Hollande la colpa è sicuramente dei filorussi; mentre Putin nega di aver mai fornito ai ribelli i missili terra-aria in grado di abbattere un velivolo che voli a quella altitudine. Nel frattempo sono spuntati tutti i riscontri possibili immaginabili: video, testimonianze e tracciati radar, da una parte e dall’altra, accreditano vuoi la teoria dell’aereo abbattuto per sbaglio, vuoi quella di un colpo intenzionale per alzare la tensione dello scontro. Eppure nulla è apparso davvero risolutivo: ogni filmato amatoriale può essere un falso e ogni intervista può celare una menzogna. Che speranze ci sono, dunque, di ottenere una prova ragionevolmente attendibile? Le speranze, purtroppo, sono poche.

    Chiediamoci: in che modo si può sapere qualcosa sulle reali dinamiche dell’incidente? Si potrebbero esaminare i resti: ma gli occidentali si sono già lamentati di non avere libero accesso alla zona; lasciando intendere in questo modo che i ribelli avrebbero tutto il tempo di rimuovere evidenze scottanti. Dunque il terreno è già da considerarsi “inquinato”. Il discorso sarebbe diverso per le scatole nere, che sono state riconsegnate e su cui non gravano sospetti di manomissione. Ma è difficile che emerga qualcosa circa la provenienza del presunto missile.

    Rimangono infine le fonti di intelligence: servizi segreti, radar militari, tracce satellitari, eccetera. Il problema di queste risultanze è però la loro attendibilità. A chi possiamo realmente credere? A chi possiamo prestare fede senza temere manipolazioni e condizionamenti inclini alle ragioni della politica estera dei rispettivi governi?

    Purtroppo nessuno ha un pedigree immacolato. Sulla Russia di Putin non occorre spendere parole: è già costume consolidato di gran parte del nostro giornalismo quello di descriverla come una dittatura assoluta, dove stampa e governo sono assoggettati al pugno di ferro di questo novello zar ex-KGB. Ma anche i “democratici” Stati Uniti non sono da meno. Avevo già ricordato che per la prestigiosa rivista Foreign Policy la CIA è responsabile di aver architettato almeno sette colpi di Stato in giro per il mondo. E l’altro giorno niente meno che Human Rights Watch ha accusato l’FBI di addestrare terroristi arabi per scatenare finti attentati.

    Ma non c’è bisogno di addentrarsi nel terreno di queste operazioni sporche: basta ricordare cosa è successo nella guerra in Iraq. Scatenata da Bush jr. per via delle famose “armi di distruzione di massa” possedute – dicevano – da Saddam Hussein, dopo un bagno di sangue e ingenti capitali spesi per la ricostruzione (a vantaggio di ben precise multinazionali amiche, s’intende), ci ha alla fine consegnato un grande risultato: le milizie jihaidiste si preparano a conquistare la capitale. E naturalmente le famose armi di distruzione di massa erano una balla ciclopica (oppure Saddam le nascose con tale dedizione da preferire la morte piuttosto che tirarle fuori e usarle contro gli odiati invasori).

    Quanto poi alla “civile” Europa, certo anch’essa non si è mai distinta per il rigore nei principi e l’indipendenza: una parte è sempre andata a rimorchio degli americani, anche quando questi andavano a giocare alla guerra; e l’altra ha sempre evitato di prendersela con i russi per non subire ritorsioni commerciali. Insomma: nessuno può lanciare la prima pietra.

    È evidente che in un simile contesto la patente di verità non si può attribuire acriticamente né all’una né all’altra parte. Per rispetto dei morti, sarebbe necessaria la paziente costruzione di una commissione indipendente, gestita da paesi o organismi riconosciuti da entrambi gli schieramenti come realmente “terzi”. Ma siccome non si sta andando in questa direzione, è chiaro che c’è chi non è interessato alla verità, perché può manipolare mediaticamente la vicenda.

    Così Obama, pur non avendo saputo fornire alcuna prova, si è subito detto sicuro che la colpa sia dei russi; e con l’avvallo di quasi tutta la “libera” stampa, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, si appresta a infliggere nuove sanzioni con il pieno avvallo della nostra grande Europa (che dunque continua a fomentare guerre, ma che per definizione deve esser chiamata “portatrice di pace”).

     

    Andrea Giannini

  • Trasformare il davanzale in uno spazio verde, consigli per la coltivazione in piccole cassette

    Trasformare il davanzale in uno spazio verde, consigli per la coltivazione in piccole cassette

    giardino-cassette-1Spesso in città si dispone di poco spazio o quello sulle finestre potrebbe, apparentemente, non consentire alle piante ed ai rampicanti di svilupparsi in modo adeguato. In realtà, se si opta per le varietà giuste, anche la collocazione più ombrosa e meno felice può riservare notevoli sorprese.

    Dopo aver letto di recente un articolo su alcuni paesaggisti, ho visitato i loro siti internet e ho avuto conferma delle mie esperienze personali. In particolare, un progettista ha dedicato una sezione del suo sito alle realizzazioni a verde negli spazi limitati. Le fotografie ivi pubblicate sono particolarmente interessanti e dimostrano che, specie nelle grandi città, si presti attenzione alla valorizzazione delle piccole aree disponibili. Più l’area è limitata e sacrificata più il lavoro progettuale si complica. Sono infatti necessarie doti estetiche, ampie conoscenze botaniche e competenze tecniche per sfruttare il poco terreno o per fare sviluppare adeguatamente e senza troppa manutenzione, in piccole cassette, le più disparate essenze vegetali.

    giardino-cassette-2Se la posizione è assolata e si possono collocare solo vasi di dimensioni molto limitate o comunque contenenti poco terreno, la soluzione migliore sono senza dubbio le piante succulente. In particolare i Sedum, nelle loro infinite varietà, garantiscono la produzione di cespuglietti dalle molteplici forme, con foglie molto variegate e dalle colorazioni che vanno dal verde intenso, al grigiastro, al marrone brunastro, fino al verde rossastro. Le loro esigenze colturali sono minime e ci si può persino “dimenticare” per qualche mese delle piante senza che l’insieme ne risenta troppo. Le infiorescenze, sebbene piccole, sono esteticamente apprezzabili e si presentano nelle varianti del giallo intenso, del bianco puro o talvolta del rosa-rosso.

    giardino-cassette-3L’impiego delle essenze aromatiche richiede invece un po’ più di cura ma garantisce sempre ottimi risultati. Rosmarino, erba salvia, timo, lavande, menta, persino basilico o prezzemolo oppure le differenti varietà di ginepro producono piccoli cespugli dai verdi più svariati e piccole infiorescenze che, negli spazi ridotti, si notano e rallegrano l’insieme.

    Nel contesto cittadino, spicca poi l’utilizzo delle felci e del capelvenere. Queste piante sono, infatti, perfette per l’uso in spazi limitati: sono duttili, non richiedono cure particolari e soprattutto crescono bene all’ombra ed all’umido (ad esempio nei cortili interni o sulle finestre poco esposte al sole).

    Nelle immagini qui riprodotte, si può inoltre notare l’utilizzo di essenze vegetali insolite o comunque poco impiegate. Le foglie verde chiaro e molli delle africane Calle (Zantedeschia) o di giovani piante di Alocasia (nei climi temperati) o dell’Aucuba, in contrasto con quelle un po’ stellate e lobate della Aralia, con quelle lanceolate della quasi indistruttibile Aspidistra (meglio negli esemplari giovani e di piccole dimensioni) o della Hosta dalla spighe floreali blu, possono, mescolate ad edere ed altre essenze, trasformare pochi centimetri di davanzale in un vero e proprio, articolato spazio verde. Come si evince dalle fotografie, questa piccola cortina vegetale migliora, con poco sforzo e manutenzione assai ridotta, la percezione dell’esterno, conferendo profondità all’insieme e, al tempo stesso, mascherando vedute cittadine spesso esteticamente poco interessanti.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com