Tag: donne

  • Festival dell’eccellenza al femminile, al via l’undicesima edizione

    Festival dell’eccellenza al femminile, al via l’undicesima edizione

    img_8566Partirà il prossimo 19 novembre l’undicesima edizione del Festival dell’eccellenza al femminile. Quest’anno la manifestazione intitola la rassegna “Dio ama le donne? I Dialoghi” e fa riflettere sul ruolo della donna nelle religioni del Mediterraneo e non solo.

    Oltre 50 eventi che si terranno a Genova, Imperia, Savona e La Spezia dal 19 al 26 novembre, più di 100 ospiti nazionali e internazionali che daranno via al dibattito con l’obiettivo di suscitare nel pubblico la consapevolezza dell’importanza del ruolo della donna nella società, a partire da una riflessione sulla sua posizione nelle religioni dalla storia alla contemporaneità. Il volto di Sharbat Gula è il simbolo di questa edizione del Festival. «Uno spazio nero separa lo sguardo spaurito e magnetico della bambina afghana ritratta nel campo profughi nel 1984 da McCurry da quello sofferente e piegato dell’ormai donna del 2015 – dice Consuelo Barilari Uno spazio che è una domanda che va formulata, un nero che cercheremo di schiarire con i nostri dialoghi». Le Sante, le Donne delle Cattedrali, Matilde di Canossa, Ipazia, le Streghe dell’Inquisizione, le Donne del Profeta saranno tra le protagoniste dei dialoghi con personaggi come Giuliana Sgrena, Pamela Villoresi, Claudia Koll, Ilaria Caprioglio e Barbara Alberti per citarne alcuni. Giuliana Sgrena alla presentazione del Festival ha affermato «sono onorata che si sia tratto spunto dal mio ultimo libro per il tema del Festival».

    Durante il Festival sarà inoltre conferito il Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia, il cui bando riprende il titolo del Festival “Dio Ama le donne?”; il Premio Ipazia all’Eccellenza al Femminile che verrà conferitp a Emma Bonino il 22 novembre alle 16 nel Salone di Rappresentanza della Città Metropolitana e il premio Lady Truck a Pina Amarelli per aver dato vita al primo vero Museo d’Impresa. «Nonostante la particolarità del tema – dice Silvana Zanovello, Presidente della Giuria del Premio – la gente ha risposto numerosissima allo stimolo, il che significa che c’è un grande bisogno di farsi domande e indagare questo aspetto, evidentemente non secondario, dell’esistenza singola e della vita collettiva».

    Il Festival in DIALOGHI

    img_8561“La voce della donna è la sua nudità” è una battuta di un’insegnante nel film “La bicicletta verde” di Haifaa al-Mansour che Giuliana Sgrena cita nel suo ultimo libro “Dio odia le donne”. La frase spiega come in Arabia Saudita alle ragazze sia proibito anche ridere.

    Da questa citazione è nata l’idea di dedicare il Festival “alle voci di donne che dialogano” e da questo presupposto tutte le attività della manifestazione sono poste in forma di dialoghi – tavole rotonde, spettacoli, incontri, workshop, laboratori con le scuole. «Attraverso la voce e i dialoghi – dice Consuelo Barilarivogliamo raccontare le voci di tutte le donne del mondo».

    E’ dialogando che in questa edizione si tratteranno moltissimi temi che avranno al centro sempre la figura femminile. Non mancheranno Dialoghi sui misteri che circondano la figura della donna a partire dall’antichità, in special modo delle Sante come prova del rapporto con Dio. Il Festival in questa edizione approfondisce questo tema, anche attraverso il Teatro con spettacoli in scena in luoghi sacri e cristiani della città di Genova. Ci saranno dialoghi sulle passioni che in nome di Dio hanno guidato in imprese e battaglie le “guerriere” e le Regine della Fede; dialoghi sui tabù e i conseguenti divieti che nelle religioni del Mediterraneo hanno condizionato l’esistenza delle donne; dialoghi sulla violenza che le donne subiscono dall’antichità ai giorni nostri, dallo stupro etnico al femminicidio al cyber bullismo. Dialoghi sulla libertà, riflettendo sull’oppressione delle donne che tuttora si trovano in condizione di asservimento se non addirittura di schiavitù, vittime di tratta o di guerra.

    Il Festival va tra la gente

    «Quest’anno ci siamo rinnovati e abbiamo cambiato formula – dice Barilariabbiamo coinvolto nel progetto moltissime associazioni territoriali e abbiamo avviato la collaborazione in loco». La kermesse multidisciplinare al femminile quest’anno presenta una formula “diffusa” pensata per andare incontro alla gente, ragion per cui i dialoghi saranno portati nel territorio regionale nelle sedi e nei luoghi in cui operano associazioni, persone Università, scuole, teatri, luoghi sacri e di culto, centri civici, musei, interessate agli argomenti trattati. Una formula che andrà a tessere una rete e che rinsaldi il territorio e i suoi abitanti. «La scelta delle location – conclude Barilariè fortemente legata ai territori e alle associazioni che vi operano con cui il Festival ha strettamente collaborato per costruire il programma».

    Parte del Festival si svolgerà anche nelle scuole con il Progetto “Disconnect la scuola e la rete contro la violenza di genere”, che da un anno va negli istituti per prevenire i fenomeni di violenza. Sarà il progetto Disconnect che aprirà il Festival il 17 novembre alle ore 16 al Teatro Modena Sala Mercato con il dibattito “Essere Social Ma… Piu’ Sicuri In Rete”.

    Elisabetta Cantalini

  • Violenza di genere, la nazionalità non conta. Intervista a Edith Ferrari, psicologa peruviana al Galliera

    Violenza di genere, la nazionalità non conta. Intervista a Edith Ferrari, psicologa peruviana al Galliera

    edith-ferrariIn molte libere professioni l’ostacolo per l’affermazione professionale dei cittadini stranieri è rappresentato dal riconoscimento dei titoli accademici conseguiti nel paese di origine. La storia di Edith Ferrari, psicologa e psicoterapeuta residente a Genova dal 1991, nata in Perù da padre di origine italiana, e attualmente presidente del Colidolat (Coordinamento ligure donne latinoamericane), ci parla di un percorso a ostacoli costellato da studi universitari che è stata costretta a riprendere quasi da capo, dalla necessità di spostarsi per lezioni ed esami in una città diversa da quella di residenza e dalla difficoltà di trovare gli impieghi temporanei necessari per sostenere i costi del percorso di studi.
    Ora ha raggiunto il suo obiettivo professionale e opera nella nostra città come psicologa/psicoterapeuta libera professionista, collabora con la Casa circondariale di Pontedecimo e con l’ospedale Galliera nell’ambito del progetto SOSstegno Donna, dedicato alla cura e all’assistenza delle persone vittime di maltrattamento relazionale che accedono al pronto soccorso. In passato si è occupata dell’inclusione scolastica degli alunni di origine straniera.

    Grazie alla sua esperienza, in questa seconda puntata di “Nuovi genovesi” ci soffermeremo sul tema del contrasto alla violenza relazionale e, in particolare, alla intimate partner violence (violenza sulle donne ad opera del partner). Un fenomeno strutturalmente e storicamente sommerso, spesso confinato tra il segreto di mura private, tanto che correntemente viene utilizzata l’espressione “violenza domestica”, e che solo recentemente sta iniziando a emergere in maniera più significativa.
    Ribaltando un radicato stereotipo che rappresenta l’aggressore come lo sconosciuto per eccellenza, la stragrande maggioranza degli autori di violenza relazionale sono mariti o ex mariti, conviventi (o ex), fidanzati (o ex). Il senso comune (e molte analisi superficiali o strumentali) correlano la violenza di genere all’origine geografica, alla confessione religiosa, al disagio economico-sociale o a un mix di questi fattori; non è infrequente chi lega direttamente l’apparente aumento delle violenze sulle donne (che potrebbe essere dovuto invece a una maggiore emersione) all’accresciuta presenza di immigrati e residenti di origine straniera.
    La testimonianza di Edith ci racconta una realtà diversa, una realtà assolutamente trasversale.
    Non esistono rilevanti differenze di origine geografica, istruzione e posizione sociale fra gli aggressori e simile è la tipologia delle violenze inflitte; solo, in alcuni contesti o culture, le donne possono tendere a sopportare di più la violenza relazionale.
    La presenza di una professionista di origine straniera e bilingue, che ha vissuto personalmente l’esperienza migratoria e che può comunicare in maniera immediata con donne della comunità linguistica ispanofona, la più diffusa a Genova, si è dimostrata un valore aggiunto per aumentare la consapevolezza delle donne immigrate rispetto al fenomeno della violenza relazionale e a renderla sempre meno tollerata e sopportata dalle donne stesse e dalla sensibilità pubblica.

    Quando sei arrivata in Italia eri già in possesso di una laurea. Che percorso hai dovuto fare per vedere riconosciuto il tuo e l’esercizio della professione di psicologa?
    «Mi sono laureata in Psicologia clinica in Perù nel 1990 e abito in Italia dal 1991. Mi sono re-iscritta a psicologia nel 1992 e mi sono laureata in un’università italiana nel 1995! I miei studi precedenti sono stati riconosciuti solo parzialmente, ho dovuto reiscrivermi all’Università e frequentare il terzo, quarto e quinto anno. Mi sono dovuta spostare a Torino, perché allora a Genova non esisteva il corso di laurea in Psicologia. In seguito ho conseguito la specializzazione in psicoterapia ad indirizzo lacaniano all’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza di Roma e un master in Criminologia all’Università di Genova nel 2012. Ci sono stati molti sacrifici: spostarsi in altre città, non tornare per molti anni in Perù, conciliare studi e vari lavori temporanei per sostenere le spese della laurea. Sono riuscita a farli perché sapevo che lo facevo per prendere la laurea, che non ero condannata a fare quel lavoro per sempre. Ora ho la fortuna di fare il mio mestiere, quello che ho scelto, di lavorare in quello che è mio! Il problema è che qui in Italia studiare costa molto. Io ho avuto una famiglia e un marito che mi hanno appoggiato, ma come potrebbe riuscire a laurearsi una persona sola e che deve mandare soldi alla famiglia? Laurearsi costa molto, in molti esami c’erano i libri scritti dai professori da comprare e gli ostacoli burocratici mettono a dura prova la voglia di farlo! Io ci sono riuscita perché lavoravo poche ore al giorno, avevo un marito, non avevo figli in Perù e i miei genitori non erano soli, non essendo l’unica figlia. E poi c’è tutta la vita degli affetti che per un immigrato è molto complicata, ed è una cosa che raramente il cittadino medio pensa. Se i miei genitori, o i miei figli, sono in Perù, non è che posso prendere il treno e andare a trovarli nel fine settimana».

    Per quanto riguarda l’iscrizione all’Ordine Professionale o la partecipazione a concorsi, hai avuto personalmente o sei a conoscenza di limitazioni di accesso legate al possesso della cittadinanza italiana?
    «Personalmente ho la cittadinanza per famiglia, perché l’Italia riconosce l’ascendenza familiare fino alla terza generazione. Come cittadina italiana, ho partecipato a concorsi per incarichi a tempo determinato e a progetto, nei quali era richiesto essere residenti, regolarmente soggiornanti in Italia e a posto coi documenti, ma non mi risulta che ci fosse il requisito della cittadinanza.
    Nel mio caso il problema ha riguardato non l’iscrizione all’ordine professionale, ma il riconoscimento degli studi e della laurea. Gli Stati Uniti, che riconoscono le lauree acquisite all’estero senza problemi, sono più furbi…si trovano molti professionisti qualificati sul territorio senza dover fare grossi investimenti».

    Le statistiche sulla violenza domestica vedono la Liguria fra le regioni italiane con un maggior tasso di ”vittimizzazione” per violenza fisica. Ci illustri brevemente la tua esperienza e le caratteristiche del tuo lavoro presso l’ospedale Galliera?
    «Qua arrivano le vittime di violenza domestica, fisica, psicologica ed economica. A volte in modo spontaneo, a volte accompagnate dalle Forze dell’Ordine. A tutte le donne che arrivano, noi offriamo un ciclo di incontri gratuiti e dopo dobbiamo passare i casi ai centri territoriali.
    E’ molto importante il lavoro degli infermieri del triage perché sono molti i casi di violenza mascherata, le classiche donne che affermano di essere “cadute”, le persone che arrivano con stati di ansia o panico, appelli che la persona fa perché non riesce a comunicare diversamente.
    Il nostro scopo è accompagnare queste persone alla consapevolezza, a mettere fine a una relazione mortifera che contribuiscono a tenere in piedi, quello che noi chiamiamo rettifica soggettiva.
    La denuncia, che è solo l’inizio, è destinata a decadere se non è accompagnata dalla ferrea consapevolezza della donna. Noi dobbiamo farle capire perché va ad incontrare sempre lo stesso tipo di persona. Nell’anamnesi di queste persone ricorrono gli incontri con uomini che le maltrattano; possono cambiare partner, ma è come se si innamorassero sempre della stessa persona. Se tu puoi dire di no, o dire di sì, perché dici sì? È questo che dobbiamo farle comprendere. In questa vita tutto ha un limite, ma per alcune donne questo limite non esiste».

    Qual è l’incidenza percentuale delle donne straniere rispetto agli accessi al pronto soccorso?
    «Il 60% dell’utenza femminile è composta da italiane e il 40% da straniere. La maggioranza è di origine sudamericana, la comunità a Genova più numerosa. Nella tipologia di maltrattamenti, non ci sono grandi differenze tra straniere e italiane, non prevale in un gruppo la violenza fisica piuttosto che quella psicologica. Per alcuni versi, la donna immigrata è più vulnerabile per tutte le questioni legate al soggiorno e ai documenti».

    La violenza domestica e sulle donne nelle sue diverse forme è trasversale o ci sono picchi specifici legati alle differenze culturali o al disagio sociale ed economico?
    «La violenza è un fenomeno assolutamente trasversale. Qua arrivano donne italiane e straniere, arrivano donne laureate, con un lavoro, economicamente autonome che potrebbero cavarsela da sole. Noi vediamo una gamma completa di posizioni socioculturali ed economiche, sia tra le straniere che tra le italiane. Nella maggioranza dei casi, i maltrattamenti durano da anni, sono pochissime le persone che vengono al pronto soccorso la prima volta che il partner le ha picchiate. In questi anni molte donne provenienti da culture nelle quali il fenomeno della violenza è più sopportato cominciano a prendere coscienza che tutto ha un limite, e questo è un fatto per noi assolutamente positivo».

    La presenza di una psicologa di origine straniera e bilingue può essere utile per incoraggiare le donne straniere a ricorrere a questo servizio e intraprendere un percorso di consapevolezza e emancipazione dalla violenza?
    «Sì, certamente è un valore aggiunto. L’ospedale Galliera è in questo momento l’unico a offrire un servizio del genere e l’unico a contare su una psicologa e psicoterapeuta bilingue. Non ce ne sono molte in Liguria e in generale in Italia. Personalmente mi è stato utilissimo il corso di mediazione culturale attivato a Genova nel 1995, uno dei primi in Italia. Per certi tipi di quadri clinici è importante non solo la laurea, la formazione, l’esperienza, ma soprattutto il lavoro su se stessi. Chi lavora con sex offenders, donne maltrattate, rifugiati e richiedenti asilo che venendo qua hanno perso tutto e spesso subito violenza fisica e psicologica (fra di loro ci sono molte donne che sono state violentate) si confronta con sofferenze molto profonde. Puoi avere tutte le lauree di questo mondo ma, se non hai fatto un lavoro su te stesso, rischi il burnout. Essere psicologa e straniera ha implicato investimento sulla mia formazione e un lavoro su me stessa non da poco».

     Hai lavorato per molti anni come psicologa in progetti nel mondo della scuola: come valuti l’evoluzione del rapporto fra la scuola italiana e le giovani generazioni di origine straniera nell’ultimo decennio?
    «I figli degli stranieri nati in Italia o arrivati nell’età della materna sono più agevolati, strutturati mentalmente e capiscono benissimo la logica italiana. Chi è arrivato a 9/10 anni o in età adolescenziale, ha più problemi e su di loro c’è attenzione insufficiente; molti hanno anche smesso di studiare. Si rischia di avere una generazione semi-analfabeta nella propria lingua madre, ma anche in italiano, perché non leggono. Questo non è un danno solo per lo straniero, può essere un boomerang per quel paese che lo consente, un danno per tutta la società.
    Con la crisi, molte famiglie, soprattutto sudamericane, con figli adolescenti arrivati qua a 6 o 7 anni, sono state costrette dalla perdita di lavoro e della casa a tornare nel paese d’origine. E’ stata una generazione molto provata da tutti questi cambi di colori, di odori, di clima, che possono essere molto destabilizzanti per una ragazzina o un ragazzino.
    In un passato recente, molte scuole di “barriera” erano attive con iniziative e progetti, avevano a disposizione un budget in più per attivare laboratori e attività dedicate, molti progetti erano coordinati dal Centro risorse alunni stranieri, io stessa ho lavorato come psicologa in sportelli pagati direttamente dalle scuole, tramite fondi canalizzati. Negli ultimi anni, ho notato un’evoluzione in senso regressivo e uno scarso riconoscimento, non solo economico, del lavoro degli insegnanti.
    Nel mio lavoro ho conosciuto molti docenti che avevano l’umanità, l’elasticità mentale di mettersi in gioco, di capire che se il modo in cui ho insegnato finora mi serviva, ora non mi serve più, perché il target è cambiato. È molto più facile dire: è lui che non capisce che chiedersi “come posso fare io per farmi capire?”».


    Andrea Macciò

  • Femminismo, che cosa significa oggi? Intervista a Monica Lanfranco, direttrice della rivista genovese Marea

    Femminismo, che cosa significa oggi? Intervista a Monica Lanfranco, direttrice della rivista genovese Marea

    monica-lanfrancoLe scorse settimane a Palazzo Ducale un ciclo di incontri e una mostra hanno celebrato i 20 anni della rivista femminista Marea, nata nel 1994 come trimestrale con una redazione genovese, da sempre senza remore nel dichiararsi femminista, ha seguito il corso della storia delle donne nel nostro paese e non solo. Abbiamo intervistato Monica Lanfranco, giornalista e formatrice oltre che direttora di Marea, da anni si occupa a diversi livelli di tematiche femministe. Una chiacchierata sull’attualità del femminismo e di una Genova poco partecipe e poco consapevole…

    Qual è il bilancio di dieci giorni di eventi per Marea?

    «Enorme ricchezza, dovuta alla scelta di aprire con il tema della politica invitando una parlamentare femminista Soraya Post, (la prima europarlamentare eletta in un partito femminista lo svedese Feminist Initiative, ndr) una scommessa e un segnale esattamente come quello di chiudere gli eventi con il grande tema dei fondamentalismi religiosi e della laicità.
    Una piccola rivista che esiste da vent’anni avrebbe potuto limitarsi a fare una mostra e un insieme di letture, invece abbiamo fatto questo proprio per fare un regalo a noi stesse e per dire che il movimento delle donne che noi rappresentiamo ha dei pensieri e delle visioni politiche e generali: un pensiero di cambiamento verso l’intera umanità. Il Bilancio è positivo anche per i social media e grazie alla loro grande eco ha permesso la partecipazione di persone da fuori città».

    Come accoglie questi temi Genova?

    «Per quanto riguarda Genova sono delusa per la poca partecipazione. Genova è pigra, partecipa più facilmente ad eventi con grandi nomi noti e manifesta una certa diffidenza rispetto a temi proposti e visti attraverso l’analisi femminista, questo non accade in altre città»

    Perché avete deciso di fare un evento per “ricordare” ?

    «Da sempre la nostra volontà è raccontare questo mondo in perpetuo cambiamento ed è stato importante averlo fatto e continuare a farlo. Ricordare le cose fatte per metterle in mostra e guardarle attraverso una prospettiva nuova e critica, capire, per esempio, che i primi numeri sono stati i più belli, perché erano tempi molto più ricchi, c’era un livello di dibattito più appronfondito, più lento rispetto al web, ma in grado di andare più a fondo».

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    Femminismo, che significa oggi?

    «La banalità del male, citando Hannah Arendt, è sempre lì in agguato. Esprime un’ignoranza di fondo e la mancanza di consapevolezza profonda per ció che significa femminismo. Un visione femminista non è una visione solo per le donne, ma a 360 gradi della società e della necessità del cambiamento. Non solo è necessaria ma anche dinamica perché mette al centro e rende prioritarie tematiche che non lo sono.
    Penso alla riproduzione sociale della specie, che non significa fare bambini ma rappresenta quelle che sono le necessità dei corpi e delle età della vita, tutto quello che riguarda l’ economia e la finanza. Viviamo in una società in cui conta il denaro invisibile più che produrre lavoro e soddisfare i bisogni delle persone. Mettere al centro queste priorità e non il capitale è vitale per tutti e tutte.
    Ecco perché penso che il femminismo sia di grande attualità, perché mette al centro la volontà di risolvere i conflitti, di abbassare il livello di violenza; in un mondo in cui le donne sono in pericolo in quanto donne, non possiamo pensare che gli uomini stiano bene, perché se la metà della popolazione sta male stiamo male tutti.
    Queste parole e concetti sono elementari ma vanno ripetuti e compresi fino in fondo. Il femminismo in Italia è ancora giovane.

    Essere donna ed essere femminista sono due declinazioni. La prima definisce la mia identitá sessuata e la seconda la scelta di declinare in modo critico l’essere una donna. E dire da che parte io comincio per raccontare il mondo. Il problema dei maschi e degli uomini è che il maschile non ha ancora imparato a definirsi parziale, che poi è quello che è, perché se sei un uomo sei un pezzo».

     

    Claudia Dani

  • Violenza sulle donne, Genova prova a fare rete e si prepara alla firma del patto di sussidiarietà

    Violenza sulle donne, Genova prova a fare rete e si prepara alla firma del patto di sussidiarietà

    violenza sulle donneSarà regolato da un patto di sussidiarietà il nuovo modo di rispondere alle esigenze delle donne che hanno subito violenza e dei minori che le accompagnano. Un percorso mai sperimentato prima che prevede la co-progettazione e la co-realizzazione di iniziative a sostegno della lotta alla violenza di genere. Ne abbiamo parlato con le associazioni coinvolte e con il Comune di Genova.

    Dove eravamo rimasti? Su Era Superba avevamo raccontato la distribuzione dei finanziamenti 2013 e le azioni future che si erano prospettate, partendo dal presupposto che sul territorio genovese gli enti che si occupano di lotta alla violenza di genere sono più di uno e che il sistema di assegnazione di risorse (tramite bando pubblico) ad un solo ente non fosse più funzionale. Da questo punto, e dalle indicazioni che ha dato la Regione nel Testo Unico delle norme del Terzo Settore (LR 6 dicembre 2012 N 42), ripartiamo; la soluzione individuata è quella dei patti di sussidiarietà come formula per la gestione dei servizi alla persona.

    Violenza sulle donne a Genova, verso il patto di sussidiarietà

    Dopo la Commissione pubblica, in cui si sono incontrate associazioni e Comune, è stato emesso un avviso pubblico per l’attuazione del patto, sono stati individuati gli enti che avrebbero potuto partecipare alla co-progettazione e co-realizzazione del progetto per le azioni contro la violenza di genere (un sistema di interventi di prevenzione, informazione, consulenza e sostegno) e si è costituita una ATS (Associazione Temporanea di Scopo) fra le diverse onlus che hanno, poi, presentato un progetto alla Conferenza dei sindaci di Asl3 (che  riunisce i sindaci o i loro rappresentanti dei 40 Comuni, compreso quello di Genova, che fanno parte del territorio dell’Asl3 genovese). In questo momento si sta attendendo che la Conferenza emetta un atto ufficiale, si sta preparando la delibera e, a quanto ci dicono dalla Direzione Politiche Sociali di Tursi, si sta definendo l’accordo che dovrà essere sottoscritto dal Comune stesso (come capofila della Conferenza dei sindaci di Asl3) e dal capofila dell’ATS. Questo sancirà in modo formale un patto che, tuttavia, è già sancito in maniera non formale. Il documento prevede come anticipato la progettazione congiunta di servizi a sostegno della donna maltrattata e la co-realizzazione  degli stessi attraverso l’impiego congiunto di risorse umane e finanziarie da parte di pubblico e privato. Al momento non ci sono ancora i numeri ufficiali per quanto riguarda l’ammontare del finanziamento pubblico che tuttavia dovrebbe aggirarsi intorno ai 70.000 euro complessivi (quel che è certo è che il contributo non potrà superare il 70% del costo totale del progetto che arriva sino a settembre 2015). Se questa anticipazione dovesse trovare conferma, i fondi riservati al patto  sarebbero inferiori rispetto a quelli che fino al 2013 venivano affidati ad una sola struttura. Ma sulle risorse a disposizione non si sbilancia Barbara Carpanini dalla Direzione Politiche Sociali del Comune di Genova «in corso d’opera si capirà meglio quali risorse economiche serviranno. Non bisogna dimenticare che in questo patto la pubblica amministrazione non mette a disposizione solo risorse economiche, ma anche alcuni locali, oltre al centro già esistente di via Mascherona (dove si trova attualmente il centro antiviolenza gestito dall’associazione il Cerchio delle Relazioni, ndr) anche alcuni spazi sul territorio comunale  laddove sono stati avviati sportelli».

    Le associazioni coinvolte, sono quelle che vi abbiamo già raccontato a cui si aggiungo altre due realtà. Dell’ATS, costituita ufficialmente il 29 luglio 2014, fanno parte Mignanego Società Cooperativa Sociale Onlus, Il Cerchio delle Relazioni, il Centro per non subire violenza onlus da UDI, Associazione U.D.I. Genova, l’Aurora società cooperativa sociale onlus e C.I.R.S. Genova. Aurora e CIRS avranno il compito di prendersi in carico le utenti con problemi psichiatrici. Il CIRS si occupa del reinserimento in particolare di giovani donne che si trovino in situazioni di disagio psico-sociale. La cooperativa Aurora raccoglie in sé l’esperienza di più di trent’anni di interventi sociali a favore di donne in gravi difficoltà, è nata dall’iniziativa di tre enti di volontariato tutti impegnati in questo campo (L’Ancora – il C.I.R.S. di GE.- La Tenda).

    Dunque l’ATS è costituita e il progetto presentato è in attesa di firma ufficiale.  Ora le associazioni che già operano tutti i giorni nella lotta alla violenza hanno un compito in più: quello di incontrarsi e cercare di trovare un modo per uniformare al meglio la raccolta dati, le pratiche, le modalità di rilevazione, le schede anagrafiche. «Si vuole cercare una metodologia comune di lavoro, una sinergia fra i diversi soggetti», racconta Paola Campi del Centro Pandora seguita a ruota da Olmi del Centro per non subire violenza «definire tutti gli aspetti “tecnici” per avere una metodologia comune fermo restando la specificita’ di ogni centro. In questo modo si eviteranno sempre più sprechi di risorse sia umane che economiche». Oltre al  lavoro sui centri ricordiamo che dell’ATS fanno parte CIRS e L’Aurora che nel progetto (che speriamo presto di leggere per esteso) si occuperanno di sostegno psichiatrico, ma non solo. È stata infatti ipotizzata la creazione di un punto di ascolto per il maltrattante in modo da agire anche in questo senso per contrastare la violenza di genere. Il progetto prevede per il 2014 la formazione di personale per l’attuazione. C’è poi l’UDI (che quest’anno festeggia i 70 anni di attività) che si occuperà di una serie di iniziative di tipo culturale e informativo soprattutto con incontri nelle scuole.  

    Insomma da quello che ci è sembrato di capire  le risorse umane ed economiche disponibili per questo primo patto permettono per il momento di concentrarsi principalmente su due aspetti: una fase di raccolta dello status quo insieme all’uniformazione dei dati e la formazione di due nuove risorse per il maltrattante. «Stiamo già lavorando e raccogliendo spunti, emergono spontaneamente altre attività e servizi che avranno bisogno di una futura programmazione per un nuovo patto», chiosa Carpanini.  

    È ancora presto per dare giudizi su questo ambizioso progetto, lo affermano anche associazioni e Comune. La strada sembra quella giusta, l’importanza di fare rete e sistema e di dare nuova linfa e organizzazione alla lotta alla violenza di genere è fuori discussione. Il percorso intrapreso tuttavia è in salita, le risorse finanziarie restano le medesime degli anni passati (o addirittura si riducono) mentre le realtà coinvolte aumentano, basta questa affermazione per capire che qualche cosa non torna. Il sospetto è che il contributo del 30% chiesto alle associazioni potrebbe rivelarsi troppo oneroso in risorse umane ed economiche. Staremo a vedere.

    Claudia Dani

    [info] DIVENTA SOSTENITORE DI ERA SUPERBA!
    Riceverai ogni uscita della rivista a casa o sulla tua email

    Da anni ci impegniamo per produrre a Genova un giornalismo d’inchiesta improntato sull’onestà e la passione, abbiamo scelto di rimanere indipendenti e di non ricorrere a finanziamenti pubblici o privati. Il tuo sostegno è per noi fondamentale e ci permette di continuare ad offrirti questo servizio.[/info]

  • Imprenditoria femminile, la situazione in Italia e in Liguria. Dati e riflessioni

    Imprenditoria femminile, la situazione in Italia e in Liguria. Dati e riflessioni

    Ragazza giovane
    Foto di Roberto Manzoli

    “Non tutti sanno che se l’occupazione femminile arrivasse al 60% il Pil crescerebbe del 7 per cento”, scriveva qualche mese fa la giornalista Lidia Baratta su linkiesta.it. Quello che emerge dagli ultimi report (e quello che sta sotto gli occhi di tutti) è che, per quanto riguarda il settore dell’occupazione femminile, in Italia la situazione è ancora di grande arretratezza rispetto ad altri paesi. Nonostante il più o meno recente dibattito sulle quote rosa aperto in Parlamento e nelle altre istituzioni preposte, resta alto il numero delle donne disoccupate: casalinghe, madri, pensionate, ma anche giovani che, una volta terminato il ciclo di studi, non trovano o non cercano lavoro e si dedicano – volenti o nolenti – alla famiglia. Forse non ce ne rendiamo conto, ma questo fenomeno è talmente diffuso che ha preso anche un nome: “chilometro rosa”, ad indicare la corsa ad ostacoli che le donne sono costrette a correre con i loro colleghi uomini. All’inizio il percorso è lo stesso, poi la corsa si fa impari: le donne compiono questa impresa lavorativa/sportiva con una zavorra sulle spalle che i loro equivalenti maschi non hanno e restano pertanto escluse dal podio dei ruoli dirigenziali.

    L’Italia vive uno stallo ineguagliabile e la riflessione su questa situazione è tornata in auge proprio in questa fase storica, in cui la crisi costringe tanti a vivere in povertà (i dati Istat del 14 luglio stimano che il 10% della popolazione, vive in condizioni di povertà assoluta o relativa). Ci si chiede se l’occupazione femminile e l’accesso delle donne ai ruoli di potere possa aiutare a rimettere in moto l’economia.

    In generale, sembra una prospettiva non troppo utopica: anche se le imprenditrici sono ancora poche nel nostro Paese (1,5 milioni, pari a circa il 23,6% del totale) e ricoprono ruoli meno rilevanti dei colleghi maschi, le imprese guidate da donne sembrano aver retto meglio alla crisi. Ci sono migliaia di imprese rosa in più rispetto agli ultimi anni: oltre 3 mila in più nel 2013 e 11 mila nuove imprese negli ultimi 3 anni, in base ai dati di Unioncamere.

    Imprenditoria femminile in Italia e a Genova: i dati

    In Italia le aziende guidate da donne sono poche, meno di 1 su 4, e per la maggior parte si tratta di imprese piccole, con fatturato minore rispetto a quelle a conduzione maschile.
    In base ai dati Eurostat 2013, la percentuale di donne in posizione dirigenziale in Italia è poco rassicurante: 34,7%, con calo drastico al 4%, se si considera la presenza femminile nei CdA di società per azioni. Situazione opposta quella delle PMI a conduzione femminile, che resistono alla crisi più di quelle maschili e sono in costante aumento (incremento di oltre il 4% nel 2013 di società di capitali).

    I dati nel complesso non sono ancora rassicuranti, ma si stanno facendo progressi verso il consolidamento di un sistema imprenditoriale femminile vero e proprio. A questo proposito, lo scorso 9 maggio nel corso del primo Forum nazionale Terziario Donna a Palermo (organizzato dal Comitato delle donne imprenditrici della Confcommercio, dal titolo “Donne motore della ripresa”) sono stati presentati i risultati dell’osservatorio sull’evoluzione dell’imprenditorialità femminile nel terziario realizzata in collaborazione con il Censis: «Negli ultimi cinque anni» – spiega Luisa Cecchi Famiglietti, Presidente Terziario Donna Ascom Genova e Consigliere Nazionale Terziario Donna – «è cresciuta la percentuale femminile sul totale degli imprenditori, rappresentando 1/3 delle imprese italiane, mentre, a livello di rappresentanza nel sistema Confcommercio arrivano al 50%».

    In base ai dati forniti da Ascom, le donne imprenditrici resistono alla crisi meglio degli uomini, dimostrando grande capacità innovativa: dal 2009 il numero complessivo di imprenditori è passato da 4 milioni 514 mila a 4 milioni 308 mila del 2013, con un’emorragia di 206 mila unità (4,6%). Tra le donne le perdite sono state inferiori sia in termini assoluti (-47 mila imprenditrici tra 2009 e 2013) che relativi (-3,5%). L’effetto combinato delle diverse dinamiche ha determinato una crescita seppur lieve del livello di femminilizzazione della nostra imprenditoria: l’incidenza delle imprenditrici sul totale degli imprenditori è passata dal 29,8% del 2009 al 30,1% del 2013.

    Commenta Famiglietti: «Va riportata l’attenzione su un’Italia al 74° posto per parità di genere, al 90° per opportunità di partecipazione alla vita economica e al 48° per istruzione femminile e presenza in parlamento. Inoltre 800 mila sono le mamme che, costrette, hanno abbandonato il lavoro negli ultimi 2 anni e oltre 4 milioni le donne che vorrebbero lavorare e non possono. Questi dati sono il segnale di quanto sia necessario immaginare percorsi professionali davvero in grado di conciliare produttività e tempo di lavoro, in quanto la conciliazione tra maternità e lavoro ai livelli apicali rischia di essere impossibile, mancando le strutture, gli aiuti e politiche pubbliche adeguate».

    Quante sono e quanti anni hanno le donne imprenditrici in Liguria?

    ottici-lavoro

    Per quanto riguarda la concentrazione delle imprese guidate da donne, dal report fornito nel 2013 da Unioncamere – Osservatorio dell’imprenditoria femminile si nota che le regioni più virtuose sono Molise (29,7%), Abruzzo (27,8%) e Basilicata (27,7%). Tra le province, invece, Avellino e Benevento, con oltre il 32%, Frosinone e Isernia, che superano il 30%, Chieti, Campobasso e Grosseto con percentuali superiori al 29%. La Liguria si attesta a quota 24,4% assieme a Puglia e Toscana, dato superiore alla media nazionale del 23,6%. Tuttavia, la nostra regione registra un calo dello 0,99% rispetto al 2012, con la chiusura di oltre 400 aziende a gestione femminile, su un totale di 510 chiusure.

    Stando ai dati che ci fornisce Confesercenti Liguria, nel primo trimestre 2014 le “aziende rosa” (in generale quelle a maggioranza femminile, con il CdA composto al 60% da donne) in Liguria erano 713, di cui 384 a Genova. Per quanto riguarda l’età, il 51% delle donne titolari di imprese fanno parte della fascia compresa tra i 35 e i 50 anni, ma si tratta di una stima approssimativa in quanto gran parte delle donne in questione proviene da un background imprenditoriale famigliare e spesso iniziano da giovanissime a muovere i primi passi in azienda, arrivando però a ricoprire ruoli chiave solo in età più adulta.
    Ad oggi in Liguria la percentuale di imprenditrici in età compresa tra i 20 e i 35 anni è il 17,1, seppur in leggero aumento rispetto agli scorsi anni, resta bassa se comparata al 51% della fascia superiore.

    In quali settori prevale l’imprenditoria femminile?

    Nessuna sorpresa. In Italia l’incidenza più bassa si registra nelle costruzioni (solo l’1,95% del totale, contro il 98,05% degli uomini), mentre percentuali più alte si riscontrano nel settore della moda, in cui le donne sono più degli uomini, e nel campo benessere e sanità (46,57%).
    In generale, in base ai dati forniti dall’Osservatorio Confcommercio-Censis sull’evoluzione dell’imprenditorialità femminile nel terziario tra il 2009 e il 2013, si riscontrano: 74 mila nuove attività di commercio al dettaglio (abbigliamento, alimentare, arredo, etc); 35 mila attività di ristorazione e catering; 24 mila istituti di bellezza, centri estetici; quasi 20 mila imprese di commercio all’ingrosso; circa 8 mila donne si sono registrate alla Camera di commercio rispettivamente come agenti o intermediari assicurativi e altrettante come agenti immobiliari, mentre 5 mila hanno avviato attività di manutenzione e pulizia di edifici.

    istanbul-chador-rosso-donna
    Foto di Diego Arbore

    Infine, aumenta la quota di imprenditrici straniere, soprattutto nei settori come servizi alla persona, sanità e agenzie immobiliari. Racconta Ilaria Mussini, Consigliere Terziario Donna Ascom Genova: «Il numero di imprenditrici straniere in Italia è cresciuto di oltre 20 mila unità dal 2009, con le cinesi in testa a tutte (+45,5%), rappresentando nel 2013 ben il 17,4% delle donne di origine straniera alla guida di un’azienda, seguite da rumene (8,9%)».

    Lo stesso discorso vale per la Liguria: anche qui i settori privilegiati restano quelli tradizionalmente associati alla cultura di genere femminile, ovvero cultura, servizi e turismo. Si pensi che su 713 aziende rosa di Confesercenti ben 502 sono riconducibili a questi tre settori.

    Giovani e imprenditrici: connubio possibile?

    Si evince, dunque, che sia a livello nazionale che regionale è il terziario il settore preferito dalle donne per l’avvio di attività, con il 76% delle nuove imprenditrici italiane: il 58,6% (ma nei servizi la percentuale è del 60,3%) ha tra i 30 e 50 anni, e il 19,1% meno di 30 anni. Questa spiccata preferenza per il settore terziario vale soprattutto per quanto riguarda le giovani e giovanissime: ben l’82,3% del totale delle nuove imprenditrici con meno di 30 anni sceglie i servizi per l’avvio di una nuova attività, e stessa preferenza esprime il 78,2% di quante hanno tra i 30 e 50 anni.

    Cosa facevano queste ragazze prima di fare il salto al lavoro in proprio? In piccola parte provenivano da un’altra occupazione di tipo per lo più dipendente, mentre in maggioranza (rispettivamente 37,9% e 39,4%) si trattava di disoccupate/alla ricerca del primo impiego, oppure di casalinghe/studentesse.

    In generale, queste due categorie – giovani e donne – restano discriminate: per questo, si sta tentando da parte di Confesercenti di aprire un dialogo tra il progetto ministeriale Garanzia Giovani (qui l’approfondimento) e il mondo dell’imprenditoria femminile under 35, in modo da far confluire parte dei finanziamenti della Youth Guarantee nel settore delle “aziende rosa”.

    Gli incentivi all’imprenditoria fenminile: “gender pay gap”

    strade-progetti-lavoro-opere-dLa discriminazione tra lavoratrici/lavoratori e tra imprenditrici/imprenditori spesso si registra già nell’accesso alla professione e durante il percorso della vita lavorativa, in cui le donne – specie se qualificate e laureate – sono più sottoutilizzate degli uomini. Qualora queste prime problematiche vengano superate, spesso ci scontra con lo scoglio più insormontabile: la retribuzione inferiore delle donne, a parità di mansione. Questo fenomeno viene denominato gender pay gap: la media europea di divario si attesta attorno al 16% (a fronte di uno stipendio medio maschile di 2 mila euro, una donna ne guadagna in proporzione circa 1600 e nell’arco di un anno dovrebbe lavorare due mesi all’anno in più per eguagliare lo stipendio del collega uomo). I dati relativi all’Italia all’apparenza stupiscono: il gender pay gap qui è del 5,5%, ma bisogna considerare che nel nostro Paese il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi d’Europa (tasso di inattività femminile quasi quattro volte quello della media UE).

    Il dato reale è che, a parità di posizione, la retribuzione per le donne è inferiore di circa il 20% rispetto a quella maschile: una stima che sale anche vertiginosamente a seconda dei settori, con percentuali che variano tra il 24 e il 18, e per le donne meno scolarizzate. Un retaggio del passato? Oggi le cose non stanno più così? Un pensiero comune, ma purtroppo errato: di questa discriminazione soffrono tutte, dalle giovanissime (-8,3% di retribuzione rispetto ai coetanei) alle più adulte (12,1%).

    Se effettivamente il mercato del lavoro femminile è così svantaggiato rispetto a quello maschile, come far fronte alle difficoltà di natura economica che si presentano per un’imprenditrice?

    Stando a quanto evinciamo dalle nostre ricerche (cosa che confermano anche da Confesercenti Liguria), non esistono veri e propri incentivi specifici per una donna che voglia aprire un’azienda, sia a livello nazionale che locale (regionale, provinciale, comunale). Al momento, l’attenzione maggiore si riscontra a livello statale, con misure quali il protocollo d’intesa ABI per agevolare l’accesso femminile al credito, e alcune misure intraprese dai ministeri.

    A livello locale, confermano da Confesercenti, in questo momento in Liguria non sono previsti fondi, né vantaggi di altro tipo . Tuttavia, potrebbe trattarsi di una situazione transitoria, e già da settembre potrebbero arrivare nuove proposte di incentivi e bandi ad hoc. Esistono, però, agevolazioni indirette, come l’ottenimento di un punteggio più alto nei bandi di gara o una maggiore attenzione in genere per gli under 35.

    Ma la situazione si complica se si parla diaccesso al credito. Conferma la presidente Terziario Donna Ascom Genova Luisa Cecchi Famiglietti: «A fronte di una situazione di incremento nel settore imprenditoriale in rosa, secondo quanto sostengono Bankitalia e l’Osservatorio Confcommercio le imprese femminili soffrono di un accesso al credito più difficoltoso rispetto a quelle a guida maschile: sono profondamente negative soprattutto le condizioni relative alle garanzie richieste dalle banche (16,0 contro 17,7). Le imprese femminili continuano a lamentare una condizione di maggiore difficoltà rispetto al resto delle imprese italiane del terziario (16,0 contro 19,5) tanto che è al lavoro un protocollo ABI e Ministero delle Pari Opportunità proprio allo scopo di monitorare l’andamento del credito alle imprese femminili».

    Oltre al protocollo ABI, un’ulteriore risorsa per facilitare il rapporto del gentil sesso con le banche è l’istituto dell’Arbitro Bancario Finanziario: un sistema per la risoluzione stragiudiziale delle controversie in ambito bancario e finanziario tra intermediari finanziari e clientela (sia imprese che consumatori). ABF, strumento per la corretta uniformazione dei comportamenti bancari, prevede un massimo di 6 mesi per la risoluzione di ciascun procedimento, con soli 20 euro. In particolare, si occupa di risolvere controversie legate a investimenti bancari, recesso o mancato finanziamento in termini arbitrari, modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali, aperture di credito in conto corrente.

    Esiste, inoltre, sempre a livello nazionale, un fondo di garanzia per le imprese costituite in prevalenza da donne. Si tratta di una misura introdotta mediante decreto 27 dicembre 2013 del Ministero dello Sviluppo Economico, finalizzata agli interventi a favore delle imprese femminili. Il fondo vuole facilitare l’accesso femminile al credito. Le risorse a disposizione ammontano a 20 milioni di euro e sono impiegate per interventi di garanzia diretta, controgaranzia e cogaranzia: una quota pari al 50 per cento della dotazione è riservata alle nuove imprese (start up).
    Sullo stesso fronte si sta muovendo anche Confesercenti, con l’istituzione di confidi supportati dalle Camere di Commercio, contro la discriminazione delle banche: non esiste ancora un riferimento specifico, ma ci sono vari soggetti che agevolano l’elargizione monetaria.

    Reti di associazioni a sostegno delle imprese rosa in Liguria

    Ci sono delle strutture che supportano le imprese femminili, in Italia e in Liguria?

    Tra le strutture ufficiali preposte alla tutela del mondo imprenditoriale femminile, all’interno di Ascom Genova (a livello provinciale) e di Confcommercio (a livello nazionale) è operativo il Comitato Terziario Donna. Si tratta di un’organizzazione costituita nel 1989 in seno ad Ascom della Provincia di Genova per la promozione e lo sviluppo dell’imprenditoria femminile negli ambiti sociali ed istituzionali, favorendo il conseguimento delle pari opportunità e il completamento della formazione professionale. Inoltre, la stessa Confesercenti, al cui interno esiste un ramo per l’imprenditoria femminile (CNIF – Coordinamento Nazionale per l’Imprenditoria Femminile) per fornire supporto e per rendere consapevoli le imprenditrici degli strumenti a loro disposizione, facilitando il percorso professionale. Inoltre, esistono comitati di imprenditoria femminile (i cosiddetti CIF) anche all’interno della Camera di Commercio. A livello regionale, molte di queste associazioni sono andate a costituire una rete e cooperano per lo svolgimento di attività di animazione, promozione e divulgazione della cultura dell’impresa in rosa. Le associazioni in questione seguono le imprenditrici (o aspiranti tali) passo passo nel loro percorso: già nelle fasi iniziali, le aiutano a capire come fare impresa, progettando insieme un businessplan e accompagnandole verso l’avvio dell’attività. Inoltre, ancora prima, offrono la possibilità di fare un’autovalutazione per capire se la persona possiede l’attitudine e la stoffa dell’imprenditrice, prima di lanciarsi in un percorso oneroso in termini di energie e risorse.

    Inoltre, c’è poi una rete di strutture “ufficiose” che a livello nazionale conta ormai migliaia di unità, tanto che ormai è difficile orientarsi.

    Come si diventa imprenditrici?

    Ci aiuta a rispondere Patrizia de Luise, presidente di Confesercenti Liguria e Coordinamento Nazionale Imprenditoria Femminile, nonché membro di giunta camerale della Camera di Commercio: «Non ci si può improvvisare imprenditrici: in questo periodo di crisi, molte donne si trovano magari disoccupate, magari a dover mandare avanti una famiglia, e pensano che la soluzione più semplice per reinserirsi nel mondo del lavoro sia aprire la partita iva e mettersi in proprio. Ma non è così semplice: bisogna essere cauti e consapevoli, visto che si mettono in gioco grandi quantità di soldi propri che non vengono restituiti in caso di fallimento. Per questo, è importante affidarsi alle associazioni di rappresentanza, da Confesercenti a Confcommercio e tutte le altre sigle riunite in R.ET.E Impresa Italia e contattare gli sportelli locali per avere un accompagnamento».

    Imprese rosa per contrastare la crisi?

    «Il sistema italiano è il vero ostacolo al lavoro femminile e alla ripresa del Paese – commentano da Ascom – l’Ocse segnala infatti che se nel 2030 la partecipazione femminile al lavoro raggiungesse i livelli maschili, la forza lavoro italiana crescerebbe del 7% e il Pil pro capite di un punto percentuale l’anno (con una crescita totale del 17%). Ecco perché le donne sono indispensabili per aumentare la forza lavoro in un Paese e in un’Europa a crescita zero, dove nel corso dei prossimi 15 anni si perderanno 20 milioni di lavoratori, anche calcolando il saldo della forza lavoro immigrata. Le donne spesso rinunciano ad avere un’occupazione (sia come imprenditrice che come dipendente) proprio per la grande mancanza di servizi e in quanto il carico del lavoro di cura e famigliare è sempre sulle loro spalle, ne consegue che il tempo dedicato alla cura non può essere destinato al lavoro, si rinuncia oppure se ne dedica meno e ciò si traduce in un’opportunità sprecata per la crescita dell’azienda e personale».

    Allo stesso modo si esprime anche Patrizia de Luise: «Che lo sviluppo dell’imprenditoria femminile e della donna in genere possa portare benefici alla società in termini economici, è un dato conclamato da fior fiore di economisti. Nella pratica, però, si è ancora troppo lontani da questo sviluppo: bisogna intervenire sui limiti del sistema, sul welfare (per permettere alle donne di conciliare realmente famiglia e lavoro) e sul sistema di accesso al credito. Oggi il numero di imprenditrici è sì in aumento, ma le donne si buttano in imprese piccole e poco rischiose, con minor forza di incisione. Questo trend deve finire: favorire il lavoro femminile significa favorire la libertà delle donne e degli uomini. Donne realizzate e con un proprio reddito che permette loro di badare a loro stesse e ai loro figli, sono donne libere di decidere della propria vita; sono donne libere di scegliere di andarsene, per esempio, da un marito violento. Questo è un problema anche degli uomini: non è meglio avere a fianco una donna realizzata e indipendente? Dovrebbe essere così, in un sistema sociale sano».

     

    Per dirlo con una metafora calcistica utilizzata dal presidente di Confcommercio Sangalli, «puntare sulle donne è conveniente per l’economia e per l’Italia, quindi perché lasciare in panchina un buon giocatore in una partita così delicata?»

     

    Elettra Antognetti

  • Violenza sulle donne: servizi e centri antiviolenza a Genova. Numeri e finanziamenti nel 2013, le prospettive per il futuro

    Violenza sulle donne: servizi e centri antiviolenza a Genova. Numeri e finanziamenti nel 2013, le prospettive per il futuro

    violenza-donnePiù di 750 donne si sono rivolte, nel corso del 2013, ai centri antiviolenza di Genova, 84 quelle che  si sono affidate agli  sportelli d’ascolto dei comuni extra territoriali di Busalla, Campomorone e Mignanego. Infine sono 14 le donne ospitate nelle residenze protette e 17 i minori con loro. I numeri del 2013 relativi alla violenza di genere sul territorio genovese raccontano una crescita: sono di più le donne che utilizzano i servizi pubblici, che si affidano alle associazioni del terzo settore per essere aiutate e sostenute. Cosa significa questo dato in crescita? Che le donne sono più consapevoli? Che il numero dei maltrattanti aumenta?

    Lo abbiamo chiesto a chi queste strutture le gestisce dando supporto alle donne e alle famiglie in difficoltà. «Probabilmente si tratta di maggiore sensibilizzazione circa il fenomeno della violenza sulle donne – commenta Elisabetta Corbucci, coordinatrice del Centro Antiviolenza Mascherona – Comune di Genovail nostro impegno associativo è cresciuto in termini di presenza sul territorio grazie a convegni, iniziative, incontri nelle scuole e incontri per consolidare una rete efficace tra gli enti che lavorano su questi temi. Le donne arrivano ai centri antiviolenza perché ne hanno sentito parlare da altre donne che si sono rivolte a noi in precedenza».

    «Le donne che si rivolgono al nostro sportello sono in crescitaconferma  Paola Campi della Mignanego Cooperativa Sociale Onlus che gestisce gli sportelli di ascolto di Mignanego e Bolzaneto si parla più del tema».  Sensazione confermata anche da Cosima Aiello del Centro per non subire violenza ex UDI.  Da una parte assistiamo quindi ad una maggiore presa di coscienza della situazione e dall’altra la presenza di ‘luoghi’ di sostegno a libero accesso che favoriscono la crescita del numero di contatti. I dati del territorio genovese trovano conferma a livello mondiale. La violenza fisica o sessuale colpisce più di un terzo delle donne nel mondo (35%) e la violenza domestica inflitta dal partner e’ la forma piu’ comune (30%), ha dichiarato a giugno 2013 l’OMS.

    Centri antiviolenza, sportelli d’ascolto e residenze protette. Era Superba ha cercato di fare chiarezza su come questa macchina al contempo meravigliosa e complicata funzioni e quali sono le forze in campo (economiche e non) e le prospettive future per l’anno da poco iniziato.
    Il punto dal quale partire è l’impegno già preso nel 2013  – da riconfermare – dalla Conferenza dei Sindaci (costituita  da tutti i sindaci dei Comuni il cui territorio è compreso nell’ambito territoriale dell’ASL 3) nel cercare di individuare un percorso che possa rendere ancora più efficace e semplice il funzionamento di queste strutture tramite il patto di sussidiarietà.

    Cosa è il patto di sussidiarietà e come funziona?

    Pavimentazione nel Centro StoricoI patti di sussidiarietà sono uno strumento finalizzato alla realizzazione di attività, servizi e interventi sociali e socio sanitari in cui è prevista la contemporanea partecipazione dell’Amministrazione Pubblica insieme a enti e associazioni, organizzazioni senza scopo di lucro. La compartecipazione deve essere collaborativa e non competitiva. In parole povere, l’Amministrazione individua  un obbiettivo da raggiungere e chiede agli enti/associazioni del Terzo Settore di aderire al progetto. Si tratta di mettere a rete le forze del pubblico e quelle del sociale. Le risorse messe in campo per la realizzazione del progetto provengono sia dalle casse pubbliche che dagli enti. Si tratta di progettare e gestire insieme un progetto. Gli enti/associazioni/organizzazioni coinvolte nel progetto dovranno poi costituirsi in Associazione temporanea di Scopo.

    La Commissione consiliare che si è riunita  lo scorso 7 marzo a Tursi aveva proprio l’obiettivo di fare il punto della situazione e raccontare come sono state finanziate le diverse strutture nel corso del 2013. Erano presenti le associazioni, oltre agli assessori Emanuela Fracassi ed Elena Fiorini. La Conferenza dei Sindaci dello scorso novembre, infatti, aveva incaricato il Comune di Genova, quale capofila della Conferenza, di effettuare l’analisi e la fattibilità, la definizione dei tempi e delle modalità di costruzione del patto di sussidiarietà fra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore.

    I commenti delle associazioni sulla Commissione consiliare

    «Ho percepito la buona intenzione di fare chiarezza, dopo il silenzio da novembre e chiarire a chi sono stati destinati i fondi – dichiara Elisabetta Corbucci (Centro Antiviolenza Mascherona)   – è un buon punto di partenza per istituzionalizzare il percorso di gestione dei centri antiviolenza sul territorio, sarà un modo per avere uno strumento di qualità contro la violenza di genere, ora aspettiamo le linee guida». Anche Paola Campi (Mignanego Copperativa Sociale Onlus) giudica in modo positivo «il fatto che siano state coinvolte le associazioni direttamente in un percorso che può dare buoni frutti e vuole coinvolgere tutti coloro che si occupano del problema, in modo da poterlo fare in maniera strutturata da poter garantire continuità al servizio». Aggiunge «noi lavoriamo già tramite patti di sussidiarietà per l’assistenza agli anziani, nel progetto ci sono momenti di ascolto con i servizi pubblici, si fa il punto della situazione e i dati vengono discussi a più livelli, noi ci confrontiamo con il nostro referente che poi si interfaccia coi servizi sociali».

    «La mia impressione è che vi sia tutta l’intenzione di costruire una rete che possa rispondere ai vari bisogni territoriali e si sta prendendo un impegno molto preciso, cercare di coinvolgere i centri che fanno attività in questo senso, l’intenzione c’è, bisogna vedere come questo verrà tradotto in azioni», commenta Cosima Aiello (Centro per non subire violenza ex Udi).

    Marilena Chirivì, responsabile Archivio Biblioteca “Margherita Ferri” di UDI, esprime «la speranza che quella del patto di sussidiarietà possa essere una soluzione per istituzionalizzare il percorso di finanziamento ai centri antiviolenza». Insomma un primo passo che era necessario compiere, come confermano le parole della Presidente della Commissione Maddalena Bartolini, consigliere comunale Lista Doria:  «È stato molto importante soprattutto per chiarire il buco informativo dall’ultima commissione di novembre e le scelte di finanziamento fatte per la garanzia della continuità del servizio. Ora è necessario che la giunta dia il via libera, che gli assessori definiscano le linee guida del patto di sussidiarietà così da poter convocare le associazioni del Terzo Settore».

    Innanzitutto va chiarito che, mentre la gestione del Centro Antiviolenza Mascherona, gli sportelli d’ascolto, l’alloggio sociale e la Casa Rifugio hanno un percorso a vari gradi istituzionalizzato e finanziato, le stesse associazioni che gestiscono queste strutture offrono poi, altri servizi contando solo sulle loro forze e sul volontariato. Altri servizi e aiuti che sarebbero tutti da raccontare e che qui possiamo solo elencare. In poche parole: ogni associazione oltre all’impegno “istituzionale” ha una vita propria di servizi e aiuti alle donne che autogestisce con successo.  Si tratta di gruppi di donne che hanno condiviso le singole professionalità e le hanno rese disponibili per chiunque ne avesse bisogno.

    Il Cerchio delle Relazioni gestisce da febbraio 2013 il Centro Antiviolenza Mascherona, l’alloggio sociale di viale Aspromonte e gli sportelli d’ascolto di Busalla e Campomorone. All’interno delle strutture operano volontarie formate appositamente per essere il primo contatto con il centro e professioniste negli ambiti legale, di counseling, psicologico e psicoterapeutico. Nel 2013 le donne che si sono rivolte al centro sono state 381; 53 agli sportelli d’ascolto e 5 sono state inserite nell’alloggio sociale.

    Il centro è stato finanziato con 47.954 euro dalla Regione Liguria. L’alloggio sociale ha percepito 3.630 di fondi regionali e  18.231 euro dal Comune di Genova. Gli sportelli hanno percepito parte dei 6000 euro destinati a tutti i servizi di sportello dei comuni extra territoriali. Oltre a questo l’associazione si occupa di gestire sportelli scuola, ha creato lo spazio dell’uomo maltrattante e offre punti di ascolto donna. Gestisce l’appartamento Artemisia (per accogliere donne in pericolo) a Busalla e la struttura per minori la Chiocciola a Campomorone.

    Il Centro per non subire violenza ex Udi gestisce la Casa Rifugio, all’interno della quale può ospitare, per un massimo di 6 mesi le donne e i bambini che non possono restare nella loro casa perché in situazione di pericolo. Nel 2013 sono state 9 le donne ospitate con 14 minori. Ha ricevuto finanziamenti dalla Regione per 32.416 euro e dal Comune di Genova 64.848. Oltre alla Casa Rifugio, il Centro si occupa di gestire l’appartamento di accoglienza il Melograno, una struttura madre-bambino e due sportelli scuola e può contare esclusivamente sulle forze di tre educatrici e due psicologhe oltre alle volontarie (una pedagogista, un’insegnate, la coordinatrice Aiello e le volontarie formate dal centro stesso che rispondono al telefono).

    Infine, ma senza alcun ordine di priorità, ci sono gli sportelli del Comune di Mignanego e del Municipio Val Polcevera (Bolzaneto) gestiti dalla Mignanego Società Cooperativa Sociale ONLUS tramite lo sportello Pandora che offre consulenza psicologica, supporto legale e mediazione. All’interno dello sportello operano due psicoterapeute, una mediatrice interculturale, un’avvocatessa e la coordinatrice CampiGli sportelli avrebbero dovuto essere finanziati dal contributo della Regione destinato agli sportelli extracomune di Busalla, Mignanego e Campomorone, ma a quanto ci racconta la coordinatrice Campi loro non hanno ricevuto alcun finanziamento. La cooperativa gestisce molti altri servizi di sostegno al cittadino e nell’ambito della violenza si occupa di organizzare alcuni interventi nelle scuole.

    Il chiarimento sulla “questione UDI”

    Per anni il Centro per non subire violenza ex Udi e la sede della Biblioteca Archivio Margherita Ferri dell’UDI sono stati accomunati o meglio si è sempre pensato che in entrambi i casi si facesse riferimento all’associazione Unione Donne in Italia. In realtà si tratta di due realtà diverse. Ognuna con un proprio statuto e regolamento. A far confusione ha contribuito la denominazione del centro per non subire violenza ex Udi che utilizza il logo Udi nazionale, insieme al fatto che entrambe le associazioni abbiano sede nella stessa via cittadina, ma a civici differenti.

    Per fare chiarezza una volta per tutte (la situazione non ha mancato di suscitare qualche polemica), abbiamo interpellato oltre alla coordinatrice del Centro Cosima Aiello anche Marilena Chirivì, responsabile dell’archivio e biblioteca Udi, sede di Genova.

    Come detto, entrambe la realtà hanno sede in via Cairoli a Genova – per essere corretti al civico 6 vi sono Archivio e Biblioteca di genere dell’UDI-Genova e al civico 7 il Centro –  e senza dubbio il sito web del Centro complica le cose inserendo il logo dell’Udi nazionale. Ma una semplice verifica sul sito nazionale UDI chiarisce che il ‘Centro per non subire violenza ex UDI’ è un ente separato e indipendente e non appare nelle sedi liguri dell’associazione. Diverse sono le nature proprie dei due enti, uno associazione culturale e politica (UDI) il cui scopo è fare cultura e informazione, azione politica e non offrire servizi , un altro che al contrario nasce proprio dalla ‘pratica’ dalla messa in atto di attività a servizio delle donne che ne abbiano bisogno. Insomma l’obiettivo è il medesimo (sostenere la donna) ma le modalità di azione sono differenti.

    Chiarito che si tratta di due soggetti diversi e che agiscono in modi diversi, resta innegabile il fatto che il Centro abbia le sue radici nell’UDI, presente e impegnato per il sostegno alle donne a Genova già dagli anni 60/70, e che da lì abbia avuto origine.

    Ora che è stato messo un punto sulla situazione finanziamenti e gestione della lotta alla violenza di genere per il 2013, non rimane che attendere i prossimi passi di Giunta, Conferenza dei sindaci e Associazioni verso il patto di sussidiarietà. Era Superba vi terrà aggiornati.

    Claudia Dani

  • Omofobia e violenza: Comune di Genova, bando per educatori

    Omofobia e violenza: Comune di Genova, bando per educatori

    sicurezza-protezione-violenzaIl Comune di Genova aderisce al progetto europeo triennale Jovenes contra a violencia de genero (Giovani contro la violenza di genere) per sensibilizzare contro la violenza e le discriminazioni attraverso il miglioramento delle conoscenze e competenze dei giovani.

    Il bando vuole selezionare dieci giovani con esperienza di volontariato e/o servizio civile per attività di peer education: attraverso un percorso formativo, acquisiranno conoscenze e competenze sui temi della mascolinità positiva, della lotta alla violenza contro le donne, del contrasto alle discriminazioni nei confronti delle persone LGBT e sulle caratteristiche dell’approccio educativo tra pari.

    Requisiti: giovani di età compresa tra i 20 e i 29 anni, in possesso di diploma, con buona conoscenza della lingua inglese, appartenenti ad associazioni giovanili del territorio genovese e/o che abbiano svolto il servizio civile volontario nell’arco degli ultimi 5 anni (2008 – 2013). Requisito preferenziale anche la conoscenza di portoghese, rumeno o spagnolo

    La candidatura (modulo di adesione e curriculum) dovrà essere presentata all’Archivio Protocollo del Comune di Genova – piazza Dante 10 – entro lunedì 7 ottobre 2013.

    Una commissione valuterà le candidature tramite screening dei curricula e colloquio. Verrà poi stilata una graduatoria definitiva, a validità triennale, con i 10 giovani ammessi al percorso formativo, che saranno scelti anche tenendo conto delle pari opportunità.

  • Genova contro la violenza sulle donne: una giornata di eventi

    Genova contro la violenza sulle donne: una giornata di eventi

    violenza sulle donneSabato 14 settembre 2013 una giornata dedicata alla sensibilizzazione contro la violenza sulle donne e il femminicidio. Segnaliamo in particolare due eventi, che si svolgono a Palazzo Ducale e nel quartiere di Certosa.

    A partire dalle 15 il porticato del Ducale ospita una non stop di parole, musica e teatro, con l’inaugurazione di una mostra dedicata all’Unione femminile nazionale (la più antica associazione femminile del nostro Paese) e una riproposizione di One billion rising. L’evento è organizzato da Archinaute, dal gruppo teatrale L’Atelier e dalle redattrici del trimestrale Marea.

    A Certosa (piazza Brin, ore 14) un’iniziativa organizzata dal Comitato Liberi Cittadini alla presenza di alcuni esperti: il commissario Marta Sabino della polizia di Stato, la dottoressa Enrica Calabresi, medico del pronto soccorso dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena, insegnanti, artisti, maestri di arti marziali che tengono corsi di autodifesa. Parte del ricavato dell’iniziativa sarà devoluto alla Cooperativa Sociale che sostiene gli sportelli Pandora di Mignanego e Bolzaneto.

    Vuoi scoprire tutti gli eventi di oggi e del fine settimana? Consulta la nostra agenda

  • Via Donne della Resistenza: a Genova inaugura una nuova strada

    Via Donne della Resistenza: a Genova inaugura una nuova strada

    Val Bisagno, SciorbaVenerdì 13 settembre 2013 (ore 17) nel Municipio Media Val Bisagno di Genova sarà intitolata una strada alle donne che hanno combattuto la Resistenza. La cerimonia si svolge presso nell’area parcheggio del supermercato Lidl in via Emilia, e la nuova via Donne della Resistenza è compresa tra via Emilia e via Piacenza.

    Nel corso dell’evento testimonianze e racconti di donne che hanno vissuto i momenti cruciali della fine della guerra, con accompagnamento musicale della Lele Ravera Band. Saranno presenti l’assessore ai Servizi Civici Elena Fiorini, il presidente del Municipio Media Val Bisagno Agostino Gianelli e il presidente provinciale dell’ ANPI di Genova Massimo Bisca.

    A seguire, nei locali della SMS Concordia di via Trensasco 1 sarà presentato il libro della giornalista Donatella Alfonso Ci chiamavano libertà – Partigiane e resistenti 1943 – 1945 (De Ferrari editore).

    Vuoi scoprire tutti gli eventi di oggi e della settimana? Consulta la nostra agenda

  • Violenza sulle donne: il corto ‘Nella tasca del cappotto’

    Violenza sulle donne: il corto ‘Nella tasca del cappotto’

    violenza-donneEra un mangiatore di belle principesse / centinaia e centinaia nella sua pancia ne aveva già messe“. Con questi versi viene presentato al pubblico il nuovo progetto di Marco di Gerlando, regista genovese specializzato nel lavoro con l’infanzia. Il corto che si appresta a realizzare, dal titolo Nella tasca del cappotto affronta la purtroppo attuale tematica della violenza domestica.

    La casa di produzione di Marco, l’indipendente MDG Produzioni, ha già ottenuto per questo progetto il patrocinio del Municipio Centro Est e il supporto di associazioni che operano nell’ambito dell’antiviolenza sul territorio regionale e nazionale.

    Il cortometraggio sarà girato a Genova nel novembre 2013 e il suo autore è alla ricerca di sponsor e finanziatori che vogliano contribuire alla sua realizzazione. Per contattare Marco di Gerlando si può inviare una mail a mdgproduzioni@libero.it.

    Guarda il video promo del corto

  • Donnedamare: flash mob in spiaggia contro la violenza

    Donnedamare: flash mob in spiaggia contro la violenza

    Genova, Corso ItaliaFino ad alcuni decenni fa la professione di gestore di stabilimento balneare non era un lavoro a tempo pieno: se ne occupavano i pescatori, chi lavorava sul mare ogni giorno, partendo con le barche e lasciando le mogli ad accogliere i clienti. Ancora oggi buona parte degli stabilimenti balneari (in Liguria ma non solo) è a gestione familiare e vive grazie a clienti affezionati che da venti, trenta, quarant’anni ogni anno rinnovano la loro presenza.

    Che ruolo hanno le donne imprenditrici del mareLe pari opportunità sono un tema di cui si discute molto, tanto che nel 2013 – Anno Europeo dei Cittadini – la commissaria europea per la Giustizia e i Diritti Fondamentali Viviane Reding ha esortato le donne ad aspirare posti di rilievo nelle aziende per cui lavorano. «Gli annunci sulle pari opportunità sono importanti ma spesso si scontrano con la realtà di donne che faticano a fare carriera lavorativa e si trovano costrette a conciliarla con i figli o i genitori anziani cui badare – ci spiega Bettina Bolla, presidente dell’associazione Donnedamare Un gestore di stabilimento balneare ha suggerito a noi donne di reagire alle azioni del Governo, in un settore già in difficoltà a causa dei problemi relativi alle concessioni demaniali (attualmente prorogate fino al 2020): per questa ragione nel maggio 2013 io e altre 12 titolari di stabilimenti abbiamo costituito l’associazione» 

    In questi giorni Donnedamare ha aderito a una nuova edizione di One Billion Rising, il flash mob sostenuto da Se non ora quando? che attraverso l’esecuzione collettiva di una coreografia manifesta l’opposizione contro la violenza sulle donne e il femminicidio: «Anche limitare o togliere il lavoro alle donne è una forma di violenza. Lo scorso 14 febbraio io e altre socie di Donnedamare abbiamo partecipato al flash mob nelle piazze: a Savona, alla presenza dell’On. Anna Giacobbe, ho lanciato l’idea di organizzare lo stesso flash mob sulle spiagge: questa settimana si stanno svolgendo vari flash mob in varie località italiane – Casalbordino, Lido di Camaiore, Jesolo etc – con una vasta partecipazione e il contributo volontario di scuole di danza o associazioni che hanno insegnato la coreografia ai clienti degli stabilimenti».

    Venerdì 19 luglio è la volta della Liguria: appuntamento a Varazze, Savona, Arma di Taggia e appunto Genova. Qui la coreografia Break the Chain sarà eseguita presso i bagni Roma di corso Italia gestiti da Laura Castello (ore 16), con la probabile presenza dell’Assessore Regionale al Turismo Berlangieri, in un evento patrocinato dal Comune di Genova – assessorato Pari Opportunità in collaborazione con il Municipio VIII Genova Medio Levante.

    Conclude Bettina: «La soddisfazione più grande è che lo staff di One Billion Rising ha pubblicato sul proprio sito web e pagina Facebook il nostro evento: inoltre, per l’edizione del 14 febbraio 2014 che avrà per titolo Rise for Justice, si sta già pensando a un flash mob estivo sulle spiagge a livello mondiale».

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Violenza sulle donne: iniziative per il centro di via Mascherona

    Violenza sulle donne: iniziative per il centro di via Mascherona

    violenza-donneDue giorni fa (martedì 28 maggio 2013, ndr) la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità la Convenzione di Istanbul, un documento redatto nel 2011 che vincolerà giuridicamente gli Stati a rispettare norme precise contro ogni forma di violenza sulle donne. Non solo violenza fisica – come testimoniano i numerosi casi di omicidi, stupri e aggressioni di cui la cronaca ci informa quotidianamente – ma anche psicologica ed economica, quest’ultimo caso riguardante anche la discriminazione delle donne sui luoghi di lavoro.

    Ho usato il termine vincolerà perché la sua entrata in vigore presuppone la ratifica di almeno 10 Stati dell’Unione Europea: finora gli Stati ad averla approvata sono quattro – Albania, Montenegro, Repubblica Ceca e Turchia – cui si aggiungerà l’Italia se anche il Senato darà la sua approvazione.

    Sono due i termini utilizzati per raggruppare in termini di fenomeno queste forme di violenza: il femmicidio è un termine usato in criminologia per indicare l’omicidio della donna in quanto donnaossia i casi in cui le donne vengono uccise da chi ritiene siano andate oltre il “ruolo sociale” che dovrebbero occupare (moglie e madre, eterosessuale, sottomessa al controllo di un maschio nel proprio contesto familiare, etc)o in cui la morte di una donna è direttamente conseguente ad atti violenti o discriminatori. Il femminicidio ha invece un’accezione più ampia – anche se di fatto è un concetto ormai equiparato al femmicidio – e comprende tutte le forme di violazione dei diritti della donna in quanto donna, che ne annullano l’autodeterminazione e la libertà personale: maltrattamenti e violenza fisica, discriminazione sul lavoro o a scuola, condotte misogine.

    A Genova sono attivi da alcuni anni i Centri Antiviolenza gestiti dalla Provincia, il cui ente capofila è sito in via Mascherona e ha nel suo staff operatrici dell’associazione Il cerchio delle Relazioni. Aperto nel 2009, ha accolto oltre 750 donne vittime di violenza, discriminazione o stalking. Nel solo 2013 (i dati arrivano fino al 23 maggio) il Centro ha già ricevuto 176 contatti.

    I servizi del centro sono molteplici: accoglienza in strutture protette, sostegno psicologico e psicoterapeutico, consulenza legale, attività di informazione e sensibilizzazione, attività di sostegno ai figli.

    Per sostenere le attività del Centro è in programma da domani (venerdì 31 maggio) una serie di eventi di sensibilizzazione (leggi il programma).

    Il Centro è aperto al pubblico da lunedì a venerdì (ore 9-17, il venerdì fino alle 13) e si può contattare allo 010 20976222 o tramite mail a centroantiviolenza@comune.genova.it.

  • Le figlie di Mami Wata: Nigeria, film sulla tratta delle donne

    Le figlie di Mami Wata: Nigeria, film sulla tratta delle donne

    cinemaGiovedì 9 maggio 2013 (ore 15-18) una proiezione a cura dell’Associazione Umwomen Liguria e il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Genova.

    Nell’aula magna della Facoltà sarà proiettato il documentario Le figlie di Mami Wata di Giuseppe Carrisi, sul tema della tratta delle donne nigeriane in Italia. Ogni anno arrivano in Europa circa 6.000 donne e ragazze nigeriane a scopo di sfruttamento sessuale, ridotte in schiavitù e obbligate a prostituirsi per pagare il debito contratto con i trafficanti, pari a 30-60 mila €.

    Sarà presente la protagonista del film Isoke Aikpitanyi.

    La proiezione sarà replicata anche domani (venerdì 10 maggio ore 17.30, ndr) al Centro Civico Buranello di Sampierdarena.

  • Concorso fotografico: i sud, le mafie, le donne si raccontano

    Concorso fotografico: i sud, le mafie, le donne si raccontano

    fotografia-concorso-DILa Casa internazionale delle donne di Roma e la Società italiana delle letterate bandiscono il concorso fotografico I sud, le mafie: le donne si raccontano.

    Possono partecipare donne di ogni età (purché maggiorenni) e di ogni provenienza geografica: scopo del bando è dare una testimonianza degli intrecci e rimandi negli sguardi e nei racconti tra donne del nord e del sud, e ragionare di “mafie” senza ricadere nello stereotipo del sud come criminalità.

    Le opere possono essere di soggetto libero ed eseguite con ogni tipo di macchina fotografica (analogica o digitale), sia in bianco e nero che a colori.

    L’iscrizione è aperta entro il 30 marzo 2013: si possono inviare fino a tre foto e la scheda di partecipazione a eventi@societadelleletterate.it e stampate in formato A4 alla Casa internazionale delle donne – (Concorso fotografico), via della Lungara 19 – 00165 Roma. E’ consigliabile conservare il negativo per eventuali esigenze di stampa in grandi formati.

    La quota di partecipazione è di 10 €.

    Una giuria selezionerà le immagini vincitrici, che saranno esposte nelle sale della Casa internazionale delle donne durante la manifestazione “I sud, le mafie: le donne si raccontano” (5-7 aprile 2013) e pubblicate sulle riviste Leggendaria e Mezzocielo.

    [foto di Diego Arbore]

  • La violenza sulle donne vista dagli uomini: un incontro a Trasta

    La violenza sulle donne vista dagli uomini: un incontro a Trasta

    violenza sulle donneMercoledì 13 marzo 2013 (ore 20.30) al Circolo Arci Barabini di Trasta la delegazione genovese di Se non ora quando? ospita una serata con l’associazione Maschile Plurale, sul tema della violenza contro le donne.

    Maschile Plurale è un’associazione nata nel 2007, che attualmente conta diverse sezioni in tutta Italia e il cui primo atto pubblico è stato la pubblicazione di un Appello nazionale contro la violenza sulle donne, firmato solo da uomini. Scopo dell’associazione è riflettere sull’identità del genere maschile e avviare una relazione positiva con i movimenti delle donne.

    Il programma di Uomini e donne si incontrano prevede la proiezione del video “Da uomo a uomo” di Michele Citoni, realizzato e proiettato nel 2009 a Roma durante una manifestazione nella Giornata Nazionale contro la Violenza sulle Donne.

    Segue dibattito alla presenza di Stefano Ciccone (socio fondatore di Maschile Plurale) e Monica Callegher (operatrice del Centro Anti Violenza Mascherona e membro di Se non ora quando? Genova).

    Ingresso libero con tessera Arci.